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RELAZIONI SPIRITUALI

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    00 8/7/2013 4:34 PM
    Quasi al termine dell'esperienza di vita spirituale iniziata con l'orazione, come più alto grado della vita contemplativa, sta l'esperienza di Dio trinità. In una visione, le giungono queste parole: «Non cercare di chiudere me in te, ma cerca di chiudere te in me». In alcune Relazioni ella descrive la partecipazione a tale mistero come comunità perfetta di tre Persone distinte tra cui vi è uno scambio reciproco di amore e in cui vige una essenziale unità. Questa esperienza contemplante il mistero trinitario viene resa con una descrizione del Padre come fonte di luce e di amore, che la attira per arricchirla, per riversare su di lei la sua compiacenza. L'esperienza dell'inabitazione trinitaria infonde pace e serenità, preludio di quel godimento promesso nella gloria futura. Negli ultimi giorni di vita, Teresa avrà sempre più il desiderio di godere la visione di Dio come anche di servirlo ancora sulla terra.

    Gian Lorenzo Bernini, Estasi di Santa Teresa, 1647-1652
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    00 8/7/2013 4:36 PM
    Relazioni spirituali


    JHS

    1

    1. Il modo in cui procedo attualmente nell’orazione è il seguente: di rado, quando mi trovo in essa, posso discorrere con l’intelletto, perché l’anima comincia subito a entrare nel raccoglimento e nella quiete o nel rapimento in modo tale che non posso più servirmi delle potenze e dei sensi, eccezion fatta per l’udito, benché neppure questo mi giovi per comprendere quello che si dice.

    2. Spesso mi accade (senza che io voglia pensare alle cose di Dio, mentre mi occupo d’altro e mi sembra che quand’anche facessi ogni sforzo per entrare in orazione, non potrei riuscirvi, a causa di una grande aridità a cui contribuiscono le sofferenze fisiche) d’essere colta all’improvviso da questo raccoglimento e da questa elevazione dello spirito in modo irresistibile, e di provare in un istante gli effetti e il profitto spirituale che ne derivano. Tutto questo senza aver avuto visioni o aver udito nulla e senza neanche sapere dove mi trovi: solo che, mentre da un lato mi sembra che la mia anima si perda, la vedo poi così ricca di beni, che se anche mi adoperassi un anno intero a guadagnarli, credo che non mi sarebbe possibile arrivarci, talmente resto avvantaggiata.
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    Coordinatrice
    00 8/7/2013 4:37 PM
    3. Altre volte mi assalgono impeti così travolgenti, con così intenso desiderio di Dio, da non sapere più cosa fare. Ho l’impressione d’essere in fin di vita, e allora mi metto a gridare e ad invocare il Signore. Sono trasporti d’inaudita violenza. A volte non posso restare seduta, presa da tali impeti. È, questa, una pena che s’impadronisce di me, senza che io abbia fatto nulla per provocarla, ed è tale che l’anima non vorrebbe mai liberarsene finché vive. Essa è data dal mio vivo desiderio di morire e dal vedere – poiché vivo – che il male non ha rimedio. L’unico rimedio per vedere Dio è, infatti, la morte, ma non posso darmela. A causa di ciò sembra alla mia anima che tutti siano pieni di consolazioni tranne lei, che tutti trovino rimedio ai loro travagli tranne lei. Questo è un motivo di tale angoscia che se il Signore non venisse in suo aiuto con qualche rapimento – che le restituisce la calma e l’inonda di una grande quiete e di un profondo appagamento, ora facendole vedere qualcosa di ciò che desidera, ora dandole la comprensione di altre verità – le sarebbe impossibile uscire da tale tormento.

    4. Altre volte mi assalgono desideri di servire Dio con impeti così travolgenti da non poterne dare un’idea adeguata. Vivissimo è il mio dispiacere nel sentirmi incapace di realizzarli. Mi sembra allora che affronterei volentieri qualsiasi prova od ostacolo, perfino la morte o il martirio: tutto questo sempre senza previa riflessione, ma per un moto improvviso che mi sconvolge tutta. Non so da dove mi venga tanto coraggio. Ho l’impressione di voler gridare per far capire a tutti quanto sia importante non accontentarsi di poco nel servizio di Dio e di quali grandi beni egli ci farà dono se ci disporremo a riceverli. Ripeto che questi desideri sono tali che io ne sono annientata interiormente, volendo ciò che non posso conseguire. Mi sembra di essere incatenata a questo mio corpo; pertanto impossibilitata a servire in alcunché Dio e il mio Ordine mentre, se ne fossi libera, farei cose assai grandi, nei limiti delle mie forze. Così, vedendomi nell’assoluta incapacità di servire Dio, ne soffro talmente da non riuscire ad esprimere quanto sia grande la mia pena. Tutto, poi, finisce nella gioia, nel raccoglimento e nelle consolazioni di cui Dio mi favorisce.

    5. Altre volte mi accade, quando sono presa da questi intensi desideri di servirlo, di voler fare alcune penitenze, ma non posso. Ne avrei tanto conforto se lo potessi, come mi sono di sollievo e di gioia anche le poche che faccio, data la debolezza del mio corpo. Credo però che, se mi lasciassi guidare dai miei desideri, cadrei di certo in eccessi.

    6. A volte mi procura grande sofferenza dover trattare con la gente e la mia afflizione è tale da non sapermi trattenere dal versare molte lacrime, perché il mio vivo desiderio è quello di stare sola. Anche quando non prego né leggo, la solitudine mi è di conforto, mentre la conversazione, specialmente quella di parenti e affini, mi riesce molesta: vi partecipo con una certa contrarietà, fatta eccezione delle persone con le quali parlo di orazione e di cose attinenti all’anima, perché queste mi sono causa di conforto e di gioia. Eppure qualche volta mi stanco anche di loro: non vorrei vedere nessuno per starmene sola. Ma ciò mi accade di rado perché, in genere, coloro con i quali parlo della mia anima, mi sono sempre motivo di consolazione.
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    00 8/7/2013 4:37 PM

    7. Talvolta, provo un grande tormento nel dover mangiare e dormire e vedere che io, più d’ogni altra persona, non posso farne a meno. Così lo faccio per obbedire a Dio e gliene offro il sacrificio. Mi sembra sempre che il tempo trascorra veloce e che non me ne resti a sufficienza per pregare: ecco perché non mi stancherei mai di restare sola. Desidero continuamente avere anche il tempo di leggere, essendo stata sempre molto amante della lettura. Tuttavia leggo pochissimo perché, appena prendo un libro in mano, entro in un gradito raccoglimento e la lettura si trasforma in orazione. Ma questo avviene di rado, a causa delle mie molte occupazioni che, pur essendo buone, non mi procurano la soddisfazione che mi darebbe la lettura. Così non faccio che inseguire il tempo; e quello che mi fa apparire, credo, tutto sgradevole è vedere di non riuscire a fare quanto voglio e desidero.

    8. Tutti questi desideri di virtù, con altri ancora, mi ha ispirato nostro Signore, dopo avermi favorito dell’orazione di quiete accompagnata dai rapimenti. E ora mi trovo tanto migliorata che lo stato di prima mi appare rovinoso. Tali rapimenti e visioni mi lasciano i benefici effetti di cui ora parlerò: anzi posso affermare che se c’è in me qualcosa di buono, mi è venuto da qui.

    9. Ne ho riportato una ferma risoluzione di non offendere Dio neppure in forma veniale; e piuttosto di farlo deliberatamente, preferirei soffrire mille morti. Non c’è nulla, inoltre, che io ritenga di maggior perfezione e di maggior utilità al servizio di nostro Signore, che non farei, incurante di tutte le ricchezze del mondo e quali che fossero le difficoltà, se fosse cosa approvata da chi ha cura della mia anima e mi guida. E se agissi altrimenti, credo che non avrei il coraggio di chiedere nulla a Dio nostro Signore, né di fare orazione, anche se, ciò malgrado, incorra in molti errori e imperfezioni. Obbedisco a chi mi confessa, benché in modo imperfetto: tuttavia, quando vedo che il mio confessore vuole da me una cosa o me la comanda, credo che non tralascerei a nessun costo di farla, e se non me ne preoccupassi, mi riterrei in un grande inganno. Desidero la povertà, ma senza la dovuta perfezione. Mi sembra però che, anche se avessi grandi tesori, non vorrei una rendita personale né denaro per mio uso particolare; non m’importerebbe nulla di questo, ma solo di avere il necessario. Ciò nonostante, non mi sento ancora perfetta in questa virtù perché, pur non desiderando nulla personalmente, vorrei avere di che dare agli altri; ma, ripeto, per me non voglio rendita né alcun’altra cosa.
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    00 8/7/2013 4:38 PM

    10. Quasi tutte le visioni che ho avuto mi hanno lasciato spiritualmente avvantaggiata, se tale persuasione non è inganno del demonio. In questo mi rimetto al giudizio dei miei confessori.

    11. Quando si presentano al mio sguardo cose belle e attraenti, come acque, campi, fiori, o sento musiche e profumi, mi sembra di non volerle vedere o sentire, tanto è grande la differenza fra esse e quelle che mi sono consuete. Pertanto, non mi suscitano più alcun desiderio. Sono giunta a farne così poco conto che, se non si tratta di un primo movimento, tutto l’effetto che mi producono è quello di apparirmi come letame.

    12. Quando parlo o tratto con persone del mondo – cosa che non posso evitare –, quand’anche l’argomento del nostro discorso riguardi l’orazione, ma la conversazione duri a lungo, se non per necessità ma solo per passatempo, devo usarmi violenza, perché ciò mi riesce assai penoso. Le ricreazioni che prima mi erano care e i piaceri mondani mi irritano e non posso sopportarli.

    13. I desideri di amare, di servire e di vedere Dio, di cui ho parlato prima, non sono frutto di riflessione, come quando mi sembrava d’essere compenetrata da grande devozione e versavo molte lacrime, ma di una fiamma e di un ardore di tale intensità che, se Dio – ripeto – non mi venisse in aiuto con qualche rapimento, credo che finirei col rimetterci presto la vita.

    14. Quando vedo persone particolarmente progredite nella perfezione, con le ferme determinazioni di cui ho parlato, distaccate da tutto e piene di coraggio, le amo molto. Sono quelle con cui vorrei trattare, perché credo che mi siano d’aiuto. Ma quelle che vedo timide e che mi sembrano procedere con cautela in cose che ragionevolmente qui si possono fare, mi affliggono e mi fanno invocare Dio e i santi che si sono impegnati in quelle stesse azioni di cui noi oggi ci spaventiamo. Non voglio dire con questo che io sia capace di alcunché, ma solo perché ritengo che Dio assista coloro che per lui rischiano molto e non deluda chi confida in lui solo. Vorrei trovare persone che mi confermino in questa convinzione e m’incoraggino a non avere alcuna preoccupazione del cibo e del vestito, lasciandone la cura a Dio. Se parlo di lasciare a lui la cura di ciò che mi è necessario, non intendo esonerarmi dall’obbligo di procurarmelo, ma solo – ripeto – di non farlo in modo che ciò costituisca per me una preoccupazione. Da quando il Signore mi ha dato questa libertà, mi trovo bene e cerco di dimenticare me stessa il più possibile. Credo che tale dono non risalga neanche a un anno fa.
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    00 8/7/2013 4:38 PM
    15. Quanto alla vanagloria, grazie a Dio, per quel che posso giudicarne, non ho alcun motivo d’averla; vedo infatti chiaramente che in questi doni divini io non c’entro affatto. Anzi Dio con essi mi fa conoscere meglio le mie miserie, perché non potrei mai, nonostante tutti gli sforzi della mia mente, arrivare a scorgere tante verità quante ne percepisco in un solo istante di rapimento.

    16. Da qualche tempo, quando parlo di queste cose mi sembra che riguardino un’altra persona. Prima, a volte, mi era causa di vergogna che altri le sapessero di me; ora vedo non solo di non essere per questo migliore, ma più spregevole, poiché approfitto così poco di tanti favori. E davvero ritengo che in tutto il mondo non ci sia mai stata una creatura peggiore di me. Così le virtù degli altri mi appaiono molto più meritorie delle mie: se io non faccio che ricevere favori, essi riceveranno lassù, in una sola volta, quello che Dio si compiace di dare qui a me. Lo supplico pertanto di non volermi pagare nella vita presente. Credo che mi abbia condotta per questo cammino a causa della mia debolezza e della mia miseria.

    17. Quando sono in orazione – anzi, quasi sempre –, se ho la possibilità di riflettere un po’, non riesco, neanche facendo uno sforzo, a chiedere a Dio qualche sollevo o a desiderarlo, considerando che egli è vissuto sempre fra le sofferenze; lo supplico, invece, di darle anche a me, concedendomi anzitutto la grazia di poterle sopportare.

    18. Tutte queste cose di tale natura, anche quelle di altissima perfezione, s’imprimono così profondamente in me durante l’orazione, che io resto sbigottita nel vedere tante verità e con tale chiarezza che le cose del mondo mi appaiono una follia. Per questo devo sforzarmi di ricordare come mi comportavo prima nei riguardi di esse, perché mi sembra una stoltezza soffrire delle morti e delle avversità, o quanto meno sentirne a lungo il dispiacere, o desiderare l’amore dei parenti, degli amici, eccetera; intendo dire che devo procedere con attenzione, considerando quello che sono stata e che ero solita sentire.
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    00 8/7/2013 4:38 PM
    19. Se vedo negli altri cose che appaiono chiaramente peccati, non riesco a credere che essi offendano Dio; e se mi accade d’indugiare in questo pensiero – per un momento o meno ancora –, stento ad ammetterlo, anche se il peccato è evidente, perché mi sembra che tutti abbiano lo stesso mio impegno nel servire Dio. egli mi ha concesso questa grande grazia di non fermarmi mai a considerare la colpa altrui in modo da serbarne il ricordo, e se mi ritorna in mente, ho sempre presente qualche virtù notata nella stessa persona. Pertanto non sono mai afflitta da queste cose, ma solo dai mali comuni, dalle eresie che spesso mi accorano: ogni volta che vi penso, mi sembra che sia la sola pena della quale si debba soffrire. Mi affliggo anche quando vedo tornare indietro chi si dedica all’orazione; me ne affliggo, sì, ma non troppo, perché cerco di non fermarvi il pensiero.

    20. Mi vedo migliorata, inoltre, circa le mie curiosità abituali, sebbene solo in parte: qualche volta mi mortifico a tale riguardo, ma non sempre.

    21. Tutto ciò che ho detto è lo stato ordinario della mia anima, per quanto posso capirne, oltre al fatto di avere continuamente il pensiero rivolto a Dio. Quando mi occupo di altre cose, senza che io lo voglia – ripeto –, sento che si risveglia in me l’attenzione, e non so per opera di chi; questo peraltro non avviene sempre, ma solo quando tratto di cose importanti; grazie a Dio, tali cose non mi occupano che di tanto in tanto e mai di continuo.

    22. A volte – anche se raramente – mi succede di veder sparire da me e cancellarsi perfino dalla mia mente, per la durata di tre, quattro o cinque giorni, tutti i buoni sentimenti, i fervori, le visioni e, pur facendo ogni sforzo, di non riuscire ad avere consapevolezza che ci sia stato in me alcunché di buono; tutto mi sembra un sogno, per lo meno non posso ricordarmi di nulla. I mali fisici non mi danno tregua, assalendomi tutti insieme; l’intelletto si turba, così che non posso applicarmi alle cose di Dio, né so sotto quale legge io viva. Se leggo, non capisco ciò che leggo. Mi sembra di essere piena di difetti e priva di qualunque forza per la virtù; il grande coraggio che sono solita avere, ecco dove va a finire: a farmi sentire incapace di resistere alla minima tentazione o alla più lieve mormorazione del mondo. Allora mi vien fatto di pensare di non esser buona a nulla e mi chiedo la ragione per cui voglio uscire dalla via comune. Sono triste; mi sembra di trarre in inganno tutti quelli che mi tengono in qualche stima; vorrei nascondermi dove nessuno possa vedermi: è una solitudine, questa, desiderata non per virtù, ma per pusillanimità; mi sembra, inoltre, di essere pronta a lottare contro tutti quelli che vogliano contraddirmi. Ecco il cumulo delle amare sensazioni che provo, se non che Dio mi fa la grazia di non offenderlo più del consueto, né io gli chiedo di trarmi fuori da questo stato, ma di lasciarmi sempre in esso, se tale è la sua volontà, purché mi tenga con la sua mano, onde evitarmi di offenderlo. E mi uniformo al suo volere di tutto cuore, felice di riconoscere che è per la sua immensa misericordia se non mi trovo sempre in questo stato.
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    00 8/7/2013 4:39 PM
    23. Ciò che mi stupisce è che, quando sono in questo stato, una sola parola di quelle che io sono solita udire, o una visione, o un po’ di raccoglimento che duri un’Ave Maria, o l’accostarmi alla comunione, bastano a rendere pace all’anima, salute al corpo, luce all’intelletto, e a ridarmi la forza e i desideri che mi sono abituali. Ne ho esperienza, essendomi accaduto molte volte. Per lo meno, quando mi comunico, da più di sei mesi sento chiaramente un’effettiva salute fisica, il che può avvenire anche con i rapimenti, per la durata, talvolta, di più di tre ore; tal altra questo sensibile miglioramento si estende all’intera giornata e, a mio giudizio, non si tratta di un’illusione, perché l’ho osservato e ponderato bene. Pertanto, quando entro in questo raccoglimento, non ho paura di nessuna malattia. È vero, peraltro, che se la mia orazione è quella che ero solita avere prima, non sento tale miglioramento.

    24. Tutto quanto ho detto mi fa credere che queste cose vengano da Dio, perché so com’ero prima – in uno stato da rasentare la perdizione – e come in poco tempo, grazie ai favori ricevuti, mi sento tanto cambiata da non riconoscermi più. Certo, la mia anima era piena di stupore, non riuscendo a capire da dove le venivano queste virtù; vedevo bene che erano qualcosa di donato e non il frutto dei miei sforzi. Mi rendo conto, con assoluta verità e chiarezza, e so di non ingannarmi, che non solo ciò è stato, per grazia di Dio, il mezzo per attirarmi al suo servizio, ma per strapparmi all’inferno, come sanno i sacerdoti ai quali ho fatto le mie confessioni generali.

    25. Quando, poi, vedo una persona al corrente di qualcosa che mi riguarda, vorrei svelarle la mia vita, perché mi sembra che il mio onore esiga di far lodare nostro Signore; nulla di tutto il resto ha importanza per me. Egli lo sa bene: se non sono del tutto cieca, non c’è onore, né vita, né gloria, né alcun bene del corpo e dell’anima capace di trattenermi; nulla che io voglia e desideri a mio vantaggio, ma solo la sua gloria. Non posso credere che il demonio abbia fatto ricorso a tanti benefici per conquistare la mia anima e poi perderla, perché non lo ritengo così sciocco e non riesco nemmeno a pensare che Dio, anche se per i miei peccati meritassi di essere ingannata, abbia tralasciato d’accogliere tutte le preghiere che tante anime buone gli indirizzano per me da due anni, visto che io supplico continuamente tutti di chiedere al Signore o che mi faccia conoscere se questo è per la sua gloria, o che mi conduca per altra strada. Non credo che la divina Maestà permetterebbe che questi effetti andassero sempre aumentando, se non venissero da lui.

    26. Tali considerazioni, insieme con le argomentazioni di tanti santi uomini, m’incoraggiano quando, a causa della mia miseria, nutro forti timori che non si tratti di Dio. Ma, allorché sono in orazione, o nei giorni in cui mi sento in pace e ho il pensiero rivolto a Dio, anche se tutti i sapienti e i santi del mondo si riunissero per causarmi quanti tormenti si possano immaginare e io volessi prestar loro fede, non riuscirebbero a farmi credere che qui opera il demonio, perché mi è assolutamente impossibile. Quando si sono sforzati di indurmi a crederlo, mi è sorto qualche dubbio, considerando il merito di coloro che mi parlavano così e pensando che essi dovevano dire il vero e che io, essendo qual ero, dovevo essere in inganno; ma alla prima parola, al primo raccoglimento o alla prima visione tutto quello che mi era stato detto sfumava: non potevo fare a meno di credere che si trattasse di Dio.
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    00 8/7/2013 4:39 PM
    27. Pur ammettendo che a volte potrebbe intromettersi in ciò il demonio – il che è possibile, come io stessa ho visto e ho detto –, gli effetti che ne derivano, però, sono diversi e, a mio parere, chi ha una certa esperienza non si lascerà ingannare. Ciò malgrado dico che, pur essendo fermamente convinta della provenienza divina di tali cose, non farei nulla per nessun motivo al mondo che non fosse giudicato come maggior gloria di nostro Signore da parte di chi mi dirige: non ho mai udito altro se non che devo ubbidire e non nascondere nulla, perché è quanto mi conviene.

    28. Assai di frequente sono ripresa per le mie mancanze – e in un modo che mi penetra fin nell’intimo del cuore –; quando c’è o può esserci qualche pericolo in ciò di cui mi occupo, mi vengono offerti suggerimenti che mi sono di grande utilità, perché spesso mi richiamano alla memoria le mie colpe passate, di cui provo gran dolore.

    29. Mi sono molto dilungata, ma non c’è dubbio che circa i beni di cui mi trovo in possesso quando esco dall’orazione, mi sembra sempre di non dirne abbastanza: è proprio così. Ciò non toglie che poi io resti con molte imperfezioni, inutile a tutto e molto miserabile. Può darsi anche che m’inganni e che non sappia riconoscere le cose buone, ma il cambiamento della mia vita è notorio e mi fa pensare così. In tutto quel che ho detto mi sono attenuta a ciò che mi pare realmente di aver provato. Sono queste le meraviglie che sento operate dal Signore in me, così miserabile e imperfetta. Rimetto tutto al giudizio della signoria vostra, che conosce bene la mia anima.

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    Coordinatrice
    00 8/7/2013 4:40 PM
    CAP. 2



    1. È trascorso più di un anno, mi sembra, da quando ho scritto la relazione precedente. In tutto questo tempo Dio mi ha sostenuto con la sua mano, perché non sono andata indietro, anzi, vedo di aver fatto grandi progressi circa quanto dirò. Sia lodato di tutto questo!

    2. Le visioni e le rivelazioni non sono cessate, ma sono molto più elevate. Il Signore mi ha insegnato un modo di fare orazione che mi è di maggior profitto, che mi lascia con un distacco maggiore dalle cose di questa vita e con più coraggio e libertà. I rapimenti sono aumentati d’intensità, perché a volte mi vengono in modo così impetuoso che si manifestano esteriormente, senza che io possa evitarlo, anche semi trovo con altri, essendo tali che è impossibile dissimularli, se non facendo credere – poiché sono malata di cuore – che si tratta di uno svenimento. Benché ponga una gran cura nel resistere ad essi sin dal loro inizio, qualche volta non ci riesco.

    3. Per quanto riguarda la povertà, mi sembra che Dio mi abbia molto favorita, perché non vorrei avere neanche il necessario, tranne che per elemosina e, pertanto, desidero ardentemente stare dove non si viva d’altro. Credo che, trovandosi in un monastero dove si è certi che non mancherà di che nutrirsi e di che vestirsi, non si adempiano il voto e il consiglio di Cristo con tanta perfezione come in un luogo privo di rendita dove qualche volta mancherà il necessario, ma i beni che si acquistano con la vera povertà mi sembrano molti e non vorrei perderli. A volte scopro in me una fede così assoluta che Dio non può deludere chi lo serve, da non riuscire, certa dell’impossibilità di inadempienza ora e sempre delle sue parole, a persuadermi del contrario, né temere; pertanto, soffro molto quando mi consigliano di aver rendite, e mi rivolgo a Dio.

    4. MI sembra di nutrire per i poveri molta più compassione di quel che ero solita averne. Mi fanno, cioè, una tale pietà e m’ispirano un così vivo desiderio di soccorrerli che, se obbedissi al mio impulso, darei loro anche l’abito che porto addosso. Non mi destano alcuna ripugnanza, anche quando converso con loro e li prendo per mano. E ora questo, come vedo, è un dono di Dio, perché prima, pur facendo l’elemosina per amor suo, non sentivo istintivamente pietà. Vedo in ciò un evidente progresso.
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    Coordinatrice
    00 8/7/2013 4:40 PM
    5. Anche per quanto riguarda le mormorazioni da parte di parecchie persone sul mio conto – e sono molte e assai dannose per me – sento di essere migliorata: non mi fanno più impressione, mi sembra, di quanta ne farebbero ad uno stupido. A volte – anzi, quasi sempre – ritengo che siano giuste. Ne risento così poco che mi pare di non avere in ciò nulla da offrire a Dio. Siccome ho esperienza del grande profitto che ne trae la mia anima, mi sembra piuttosto che esse mi giovino; pertanto non mi resta, nei riguardi dei miei detrattori, nessun sentimento ostile, appena riprendo l’orazione, anche se lì per lì, quando sento quel che si dice di me, ne provo un po’ di contrarietà, senza peraltro che ciò mi causi inquietudine o alterazione; anzi, vedendo a volte altre persone compassionarmi, fra me e me ne rido perché tutte le offese di questa vita mi appaiono così irrilevanti che non c’è motivo di dolersene. Immagino, infatti, di vivere in un sogno, sapendo che al risveglio non ne rimane nulla.

    6. Dio m’ispira desideri più vivi di servirlo, più ardente sete di solitudine e – come ho detto – un maggiore distacco, mediante visioni che mi hanno fatto capire il nulla di tutte le cose, si tratti pur di lasciare quanti amici, amiche e parenti si voglia; rinunciare a questi ultimi, poi, è il meno, perché i parenti mi annoiano molto: trattandosi di rendere a Dio il più piccolo servizio, li lascio con assoluta libertà e contentezza. Così trovo ovunque la pace.

    7. Certi consigli che ho ricevuto nell’orazione si sono dimostrati completamente rispondenti a verità. Così, per quanto riguarda le grazie di Dio, ne sono sempre più avvantaggiata, ma per quanto riguarda il servirlo, mi vedo assai più spregevole, perché vivo in un benessere più grande, offertomi dalle circostanze, anche se molte volte ne provo un grande dolore; faccio poca penitenza e vengo molto onorata, spesso contro ogni mio volere.
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    00 8/7/2013 4:40 PM
    CAP. 3

    1. Quanto è scritto qui di mia mano fu steso, più o meno, dopo nove mesi (dal precedente). A partire da allora, senza tornare indietro nelle grazie che Dio mi ha fatto, mi pare, da quel che posso capirne, d’aver ricevuto più volte molto maggior libertà. Fin qui mi sembrava d’aver bisogno degli altri e avevo più fiducia negli aiuti del mondo. Ora, invece, mi rendo chiaramente conto che tutti gli uomini sono come rametti di rosmarino secco ai quali non possiamo appoggiarci con sicurezza, perché si rompono al minimo peso di contraddizioni e di critiche. Per cui ora trovo – come l’esperienza mi ha insegnato – che il vero rimedio per non cadere è quello di aggrapparsi alla croce e di confidare in colui che vi è stato inchiodato. Lo considero il vero amico, e ciò mi dà un tale senso di padronanza che mi sembra di poter resistere a chiunque si levi contro di me, purché Dio non mi manchi.

    2. Prima di capire così chiaramente questa verità solevo desiderare molto di essere amata; ora non me ne importa nulla. Anzi mi sembra, sotto un certo aspetto, che ciò mi riesca importuno, fatta eccezione per coloro con i quali parlo della mia anima o ai quali penso di essere utile: i primi perché mi sopportino, e gli altri perché siano più propensi a credere ciò che dico loro circa la vanità di tutte le cose del mondo.

    3. Nelle grandi prove, nelle persecuzioni e contraddizioni che ho sofferto in questi ultimi mesi, Dio mi ha dato molto coraggio; e quanto più grandi erano le prove, più cresceva la mia forza d’animo, senza che mi stancassi mai di soffrire e non solo non fossi risentita con le persone che dicevano male di me, ma nutrissi per loro, mi sembra, più affetto. Non so come ciò potesse essere: certamente si trattava di un dono di Dio.

    4. Per mia natura, quando desidero una cosa, sono solita farla con entusiasmo. Ma ora sono divenuta così calma nei miei desideri che, vedendoli adempiuti, non so neanche se ne provo gioia. Se non si tratta di cose d’orazione, infatti, dolore o gioia mi toccano così poco che sembro una sciocca indifferente, e tale resto per alcuni giorni.

    5. Gli impulsi che, a volte, ho e ho avuto di fare penitenza sono assai forti, ma se ne faccio qualcuna, la sento così poco a causa della veemenza del mio desiderio che a volte – anzi quasi sempre – mi sembra di concedermi un particolare sollievo, ancorché ne faccia poca, essendo molto ammalata.
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    00 8/7/2013 4:41 PM
    6. Spesso, e ora più che mai, è per me una tremenda condanna la necessità di mangiare, specialmente quando sono in orazione. E dev’essere una pena ben grande, perché mi fa versare abbondanti lacrime e pronunciare parole di afflizione, quasi senza rendermene conto, cosa che non sono solita fare. Per quanto grandi sofferenze infatti io abbia sostenuto nella mia vita, non ricordo d’essermene mai lamentata: a questo riguardo non sono assolutamente donna, ho il cuore duro.

    7. Sento un vivissimo desiderio, più forte del solito, che Dio abbia al suo servizio persone, specialmente uomini dotti, che si dedichino a lui con assoluto distacco da tutto, senza indugiare in nessuna delle cose di questa terra, visto che vi è solo inganno. Siccome infatti vedo le grandi necessità della Chiesa, da cui sono tanto afflitta che mi sembra ridicolo provare dolore per altre cose, non faccio se non raccomandare a Dio i dotti, perché so che può fare più bene uno solo di loro del tutto perfetto, acceso di vero amore di Dio, che molti altri di animo tiepido.

    8. Per quanto riguarda la fede mi sento, se non m’inganno, assai più forte. Mi sembra d’essere pronta ad affrontare tutti i luterani da sola per far loro capire l’errore in cui sono. La perdita di tante anime mi causa un profondo dolore. Ne vedo però anche molte che avanzano nella perfezione e riconosco chiaramente che Dio ha voluto servirsi di me a questo scopo. Vedo altresì che per la sua bontà la mia anima va crescendo ogni giorno di più nel suo amore.
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    00 8/7/2013 4:41 PM
    9. Mi sembra che, quand’anche con uno sforzo volessi peccare di vanagloria, non ci riuscirei, né vedo come potrei considerare mia neanche una di queste virtù, essendomene vista del tutto priva per molti anni. E ora, da parte mia, non faccio altro che ricevere grazie, senza servire Dio, comportandomi come la creatura più inutile del mondo. Così è che a volte considero quali progressi realizzino tutti tranne me, che non sono buona a nulla. Questa non è certo umiltà: è la pura verità, e il sentirmi così inutile mi rende a volte molto timorosa, al pensiero di essere ingannata. Pertanto vedo chiaramente che i vantaggi suddetti mi vengono dalle rivelazioni e dai rapimenti avuti, ai quali io non contribuisco minimamente né faccio a tal fine più di quel che farebbe un pezzo di legno. Ciò serve a rassicurarmi e a tranquillizzarmi. Mi rimetto nelle braccia di Dio e confido nei miei desideri che sono, lo so senza alcun dubbio, quelli di morire per lui e di rinunciare a ogni sollievo, qualunque cosa possa accadermi.

    10. Vi sono giorni in cui ricordo infinite volte ciò che dice san Paolo; benché certamente non mi accada come a lui, mi sembra di non essere io a vivere, parlare, volere, ma che vi sia in me qualcuno che mi guida e mi dà forza; mi sento, pertanto, quasi fuori di me e la vita mi diventa estremamente penosa. E, riuscendomi così gravoso essere separata da Dio, il maggior sacrificio che gli offro come gran servizio è quello di accettare di vivere per amor suo. Vorrei farlo affrontando grandi travagli e persecuzioni. Poiché non sono capace di realizzare progressi, vorrei almeno essere capace di soffrire, e sopporterei volentieri tutte le pene del mondo per acquistare un po’ più di merito, intendo dire per compiere meglio la volontà di Dio.

    11. Non ho udito alcuna cosa nell’orazione che, pur essendomi stata detta molti anni prima, non si sia realizzata. Sono tante le rivelazioni e i lumi che ricevo sulle grandezze di Dio e sul modo da lui usato nell’indirizzarle al loro fine, che io non posso quasi mai pensarvi senza che il mio intelletto non si smarrisca, come chi vede cose assai superiori a quanto può intendere, ed entro allora nel raccoglimento.

    12. Dio mi preserva così bene dall’offenderlo che, certo, a volte ne sono sbalordita; mi sembra infatti di vedere quale grande cura si prenda di me, senza che io faccia nulla, si può dire, per meritarlo, poiché ero un mare di peccati e di cattiverie prima di ricevere queste grazie, incapace, mi pareva, di controllarmi, per non commetterne più. E lo scopo per cui vorrei che si conoscessero è far comprendere l’infinita potenza di Dio. Sia egli per sempre lodato! Amen.
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    00 8/7/2013 4:42 PM
    13. Se la prima parte di questa relazione non è scritta di mia mano, si deve al fatto che l’ho rimessa al mio confessore, ed egli, senza toglierci né aggiungerci nulla, l’ha ricopiata da sé. Era un uomo molto spirituale e un gran teologo, con il quale trattavo delle cose della mia anima. Egli ne ha parlato con altri dotti, fra cui il padre Mancio. Non vi hanno trovato nulla che non sia del tutto conforme alla sacra Scrittura. Questo mi fa stare ora assai tranquilla, anche se mi rendo conto che è necessario, finché Dio mi condurrà per tale cammino, non fidarmi mai di me stessa, come ho sempre fatto, d’altronde, benché mi costi molto. La signoria vostra tenga presente che tutto questo rientra sotto il segreto della confessione, cosa di cui l’ho già scongiurato.
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    00 8/7/2013 4:42 PM
    CAP. 4

    1. Questa monaca veste l’abito religioso da quarant’anni e fin dall’inizio ha cominciato a meditare sui misteri della passione di nostro Signore e sui propri peccati, senza mai pensare a cose soprannaturali, ma solo alle creature o a cose che servivano a farle capire la caducità di tutto. A queste riflessioni dedicava alcuni momenti della giornata, senza che le passasse per la mente di desiderare di più, ritenendosi così spregevole da esser convinta che i suoi demeriti non le consentissero neanche di pensare a Dio.

    2. Trascorse così, fra grandi aridità, circa ventidue anni, durante i quali si diede alla lettura di buoni libri. Dopo quasi diciotto anni, quando ebbero inizio le trattative per il primo monastero da lei fondato in Avila di carmelitane scalze (circa tre anni prima), cominciò a sembrarle a volte di udire interiormente la parola e ad avere visioni e rivelazioni. Tutto ciò non fu mai da lei visto con gli occhi del corpo; si trattava di immagini rapide come il lampo, ma le restavano così impresse e producevano tali effetti come se le avesse viste con gli occhi del corpo e più ancora.

    3. Era allora così paurosa che a volte non osava restar sola neanche di giorno. Siccome, per quanto facesse, non poteva evitare tali visioni, ne era profondamente afflitta, temendo che si trattasse di un inganno del demonio, tanto che cominciò a parlarne con uomini spirituali della Compagnia di Gesù, fra cui il padre Araoz, commissario della Compagnia, che si trovò a passare di là; il padre Francesco – prima duca di Gandía – con il quale parlò due volte; un provinciale della Compagnia, Gil González attualmente a Roma perché uno dei quattro assistenti generali; l’attuale provinciale, con il quale, peraltro, ebbe pochi rapporti; Baltasar Alvarez, ora rettore a Salamanca, che la confessò per sei anni; il padre Salazar, rettore di Cuenca; il padre Santander, rettore di Segovia, con il quale tuttavia trattò per poco tempo; il padre Ripalda, rettore di Burgos, che le era molto avverso prima di iniziare a trattare con lei; il dottor Pablo Hernández di Toledo, consultore dell’Inquisizione, e un certo padre Ordóñez, che è stato rettore di Avila. Dovunque si venisse a trovare cercava, insomma, di mettersi in contatto con quelli, fra loro, che erano più stimati.

    4. Trattò molto anche con fra Pietro d’Alcántara, il quale si adoperò moltissimo per lei.
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    00 8/7/2013 4:43 PM
    5. Trascorsero più di sei anni, allora, in cui la misero alla prova in ogni modo: lei versava fiumi di lacrime ed era piena d’angoscia, ma più erano le prove a cui la sottoponevano, più le visioni aumentavano con frequenti sospensioni, sia nell’orazione, sia anche fuori di essa. Si moltiplicavano preghiere e si celebravano Messe perché Dio la conducesse per altre vie, visto che era in preda a un grandissimo timore quando non stava in orazione, anche se in tutto quello che riguardava il servizio di Dio si notavano in lei notevoli progressi e nessuna vanagloria o superbia. Anzi, si vergognava di fronte a quelli che sapevano di queste grazie e le dispiaceva parlarne più che se si fosse trattato di gravi colpe, perché le sembrava che sarebbe stata oggetto di derisione in quanto tali cose, per gli altri, erano fantasie da donnicciole.

    6. Circa tredici anni fa, poco più o meno, passò da lì il vescovo di Salamanca, che credo fosse inquisitore a Toledo, come lo era stato qui. Ella fece in modo di parlargli, per rassicurarsi maggiormente, e lo mise al corrente di tutto. Egli le rispose che questo non riguardava il suo ufficio, poiché quanto vedeva e udiva non faceva che confermarla nella fede cattolica in cui, di fatto, è stata ed è sempre salda, con tali ardenti desideri dell’onore di Dio e del bene delle anime, che per salvare una sola di esse si lascerebbe uccidere mille volte. Le consigliò, vedendola così afflitta, di scrivere una lunga relazione della sua vita al maestro Avila, allora vivente, che era un uomo assai esperto in materia di orazione, e poi, in base alla sua risposta, di tranquillizzarsi. Ella obbedì e il maestro le rispose rassicurandola molto. Questa relazione fu esaminata da molti dotti, suoi confessori, che la ritennero molto utile per la vita spirituale; le ordinarono, perciò, di trascriverla e di comporre anche un libricino a parte per dare alcuni consigli alle sue figlie, essendo ella priora.

    7. Ciò nonostante, in alcuni momenti non le mancavano timori, sembrandole che anche persone spirituali potessero ingannarsi come lei. Desiderava pertanto trattare con grandi teologi, quand’anche non fossero molto dediti all’orazione, perché tutto quello che voleva sapere era se le cose che le accadevano erano conformi alla sacra Scrittura. A volte si consolava pensando che se ella, per i suoi peccati, meritava di essere ingannata, Dio non avrebbe, però, potuto permettere che lo fossero tante sante persone animate dal desiderio d’illuminarla.
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    00 8/7/2013 4:43 PM
    8. Con tale intento cominciò a trattare i padri di San Domenico, dai quali si era spesso confessata prima d’avere esperienze d’ordine soprannaturale. Sono i seguenti: fra Vicente Barrón, che la confessò per un anno e mezzo a Toledo, quando ella vi si recò per quella fondazione, consultore dell’Inquisizione e grande teologo. Egli la rassicurò molto, d’accordo con quanto le dicevano tutti, che non aveva di che temere, non recando offesa a Dio e riconoscendo la propria miseria; il maestro fra Domingo Báñez, attuale consultore del Sant’Ufficio a Valladolid, dal quale si confessò per sei anni, e che ora continua a interpellare per lettera, quando le si presenta qualcosa di nuovo; il maestro Chaves; Pedro Ibáñez, da aggiungere al secondo ora menzionato, che era allora lettore ad Avila ed è un grande teologo, e un altro domenicano che si chiama fra García de Toledo; il padre maestro fra Bartolomé de Medina, professore a Salamanca. Ella lo sapeva ostile a lei, per quello che aveva udito delle sue visioni, e fu proprio questa la ragione in base alla quale ritenne che meglio d’ogni altro avrebbe potuto dirle se s’ingannava (ciò avveniva poco più di due anni fa), per cui fece in modo di confessarsi da lui, durante il periodo del suo soggiorno in quella città; lo mise ampiamente al corrente di tutto e gli fece leggere ciò che aveva scritto, perché si rendesse meglio conto della sua vita: egli la rassicurò quanto e più degli altri, e le restò molto amico. Si confessò anche per qualche tempo dal padre maestro fra Filippo de Meneses, quando si occupò della fondazione di Valladolid, dov’egli era priore o rettore del collegio di San Gregorio. Essendogli giunta notizia di queste cose, era andato a parlarle ad Avila, animato da grande carità, con il proposito di vedere se era in inganno; in caso contrario, non era giusto che fosse oggetto di tante critiche. L’indagine lo lasciò pienamente soddisfatto. Ebbe anche particolari rapporti con un provinciale domenicano, che si chiamava Salinas, uomo assai spirituale e gran servo di Dio, e con un altro lettore che ora sta a Segovia, il cui nome è Diego de Yanguas, d’ingegno assai perspicace.

    9. Ha trattato anche con molti altri, essendoci stata occasione di farlo in tanti anni e con tanti timori, specialmente per i continui spostamenti nelle varie località delle sue fondazioni. Tutti l’hanno sottoposta a numerose prove, nel desiderio d’illuminarla, prove che sono servite a rassicurare lei e loro stessi.
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    00 8/7/2013 4:44 PM
    10. Sempre ella è stata ed è sottomessa a tutto ciò che esige il rispetto della santa fede cattolica, al cui incremento s’indirizzano costantemente la sua preghiera e quella delle religiose delle sue fondazioni. Ella diceva che, qualora l’una o l’altra delle cose straordinarie che le accadevano l’avesse indotta ad agire contro i dettami della fede cattolica e della legge divina, non sarebbe stato necessario andare in cerca di prove, perché avrebbe visto subito trattarsi del demonio.

    11. Non fece mai nulla in base a quello che intendeva nell’orazione; anzi, se i suoi confessori le dicevano d’agire al contrario, lo faceva subito, e li informava sempre di tutto. Non credette mai con assoluta sicurezza che si trattasse di Dio – nonostante le affermazioni in merito dei suoi direttori –, così da poterlo giurare, anche se dagli effetti e dalle grandi grazie che riceveva le sembrava che alcune cose fossero proprio opera dello spirito buono. Quello che soprattutto desiderava era acquistare virtù, e ha impegnato a ciò le sue religiose, dicendo loro che la più umile e la più mortificata sarebbe stata la più spirituale.

    12. Rimise la relazione suddetta al padre maestro fra Domingo Báñez, attualmente a Valladolid, che è quegli con il quale ha trattato e tratta di più. Crede che egli abbia presentato lo scritto al Sant’Ufficio di Madrid. In tutto quanto esso contiene si sottomette alla correzione imposta dalla fede cattolica e dalla Chiesa. Nessuno finora l’ha dichiarata colpevole, perché si tratta di cose che non dipendono da noi, e nostro Signore non chiede l’impossibile.

    13. Avendo ella informato di tutto ciò un buon numero di persone, per il grande timore in cui sempre viveva, le notizie si sono molto divulgate, e questo è stato per lei un grande supplizio, una vera croce, non per umiltà, ella dice, ma perché ha avuto sempre in orrore quelle che chiamano fantasticherie delle donne. Si guardava con estrema attenzione dal porsi sotto la guida di confessori che le sembravano portati ad attribuire tutto a Dio, nel timore che il demonio ingannasse anche loro come lei. Trattava più volentieri della sua anima con quelli che vedeva diffidenti, anche se al tempo stesso, quando, per provarla, c’era chi manifestava un disprezzo assoluto di queste cose, se ne affliggeva, perché alcune di esse le sembravano con certezza provenire da Dio, e non avrebbe voluto che le condannassero senza motivo, per partito preso. Tuttavia, non voleva neppure che attribuissero tutto a Dio, rendendosi ben conto che ci poteva essere inganno: per questo non è mai riuscita a sentirsi completamente sicura in una via che non escludeva pericoli. Si adoperava, con tutti gli sforzi possibili, a non offendere mai Dio e a praticare sempre l’obbedienza: con questi due mezzi di salvezza sperava di sottrarsi ai pericoli, anche se provenissero dal demonio.
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    00 8/7/2013 4:44 PM
    14. Da quando ha sperimentato fatti soprannaturali, il suo spirito è stato sempre incline a cercare quanto vi è di più perfetto, e quasi di continuo ha avuto profondi desideri di sofferenza. Nelle persecuzioni – che sono state molte – si sentiva piena di consolazione e nutriva particolare affetto per coloro che la perseguitavano. Desiderava molto la povertà e la solitudine e voleva uscire da quest’esilio terreno per vedere Dio. A causa di tali effetti ed altri simili ha cominciato a tranquillizzarsi, ritenendo che uno spirito che la lasciava con queste virtù non poteva essere cattivo, e altrettanto le dicevano coloro con i quali ne parlava. Non che ella cessasse di temere, ma era meno oppressa. Il suo spirito non l’induceva mai a nascondere alcunché e la guidava a obbedire sempre.

    15. Com’è stato detto, non vide mai nulla con gli occhi del corpo: tale percezione avviene in un modo così delicato, in forma così intellettuale che a volte, all’inizio, riteneva di andare dietro a una fantasia; altre, invece, non poteva crederlo. Nemmeno udì mai nulla con le orecchie del corpo, tranne due volte in cui, peraltro, non capì alcunché di ciò che le veniva detto, né seppe di cosa si trattasse.

    16. Queste cose non erano continue, ma accadevano di tanto in tanto, allorché se ne presentava la necessità, come una volta in cui aveva trascorso vari giorni con alcuni tormenti interiori insopportabili e con un profondo turbamento per il timore di essere ingannata dal demonio; ciò è detto più ampiamente in quella relazione dove si parla anche dei suoi peccati, resi, così, pubblici al pari del resto, perché il timore in cui era le faceva dimenticare la sua reputazione. Mentre, dunque, si trovava in tale indicibile tribolazione, solamente all’udire interiormente queste parole: «Sono io, non aver paura», la sua anima si ritrovò talmente tranquilla, piena di coraggio e di fiducia, da non riuscire a intendere da dove le fosse venuto un bene così grande. Non era bastato, infatti, il confessore, né sarebbe bastato un buon numero di dotti, con tutti i loro discorsi, a procurarle la pace e la tranquillità che questa sola frase le aveva dato. La stessa cosa le capitò in altre circostanze: bastava una visione per lasciarla piena di coraggio. Se così non fosse stato, non avrebbe potuto sopportare le grandi sofferenze, i contrasti e le innumerevoli malattie che ha patito e che ancora patisce, perché non è mai libera da sofferenze di vario genere. A volte son più forti, a volte meno, ma ordinariamente si tratta sempre di dolori acuti, con l’aggiunta di ben altre infermità, aggravatesi da quando è entrata in monastero.

    17. Se fa qualche cosa per il Signore, come anche se riceve da lui qualche grazia, se ne dimentica subito; benché delle grazie si ricordi spesso, non può indugiare a lungo in questo pensiero, come fa per i suoi peccati, che la tormentano di continuo, essendo per lei un fango maleodorante. L’averne commesso tanti e l’aver servito Dio così poco sono senza dubbio la causa per cui non è tentata dalla vanagloria.

    18. Nulla ha mai provato né tantomeno nulla le fu mai rivelato che non fosse di assoluta purezza e castità; soprattutto ne ha tratto un grande timore di offendere Dio, nostro Signore, e un vivo desiderio di compiere interamente la sua volontà. Di questo lo supplica sempre e, a suo parere, è così fermamente risoluta a non allontanarsi dal volere divino che coloro i quali la trattano – confessori e superiori – non potrebbero ordinarle nessuna cosa con la quale reputasse di rendere maggior gloria a Dio, che rinuncerebbe a fare, fiduciosa nell’aiuto concesso dal Signore a coloro il cui impegno è servirlo e glorificarlo.
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    00 8/7/2013 4:44 PM
    19. Quando si tratta della gloria di Dio, dimentica se stessa e i suoi interessi, come se non esistesse, a giudizio suo e dei suoi confessori. Tutto quello che è scritto in queste pagine risponde alla più scrupolosa verità, e la signoria vostra può averne conferma, se vuole, dai suoi confessori e da tutte le persone che da vent’anni a questa parte hanno trattato con lei. Per lo più è il suo spirito a incitarla a lodare Dio, e vorrebbe allora che tutti facessero altrettanto, qualunque fosse la sofferenza che potesse venirgliene. Da ciò nasce il suo desiderio del bene delle anime. La consapevolezza di quanto siano vili le cose esteriori di questo mondo e quanto preziose quelle interiori, con le quali non è possibile stabilire un paragone, l’ha condotta a tenere le prime in ben poco conto.

    20. IL tipo di visione circa la quale la signoria vostra mi ha interrogata, è che non si vede in essa nulla né interiormente né esteriormente, perché non è una visione immaginaria; ma, senza vedere nulla, l’anima comprende chi le sia presente e da quale parte le si presenti più chiaramente che se lo vedesse. Tuttavia, non le si mostra nulla di particolare. È come se una persona sentisse che un’altra è presso di lei e, stando all’oscuro, non la vedesse: sa, però, con certezza che è là. Ma non è un paragone adatto, perché chi sta all’oscuro ha sempre modo di rendersi conto della presenza altrui, o perché ode un rumore, o perché ha visto prima la persona o la conosce. Qui non c’è nulla di tutto questo, eppure l’anima, senza nessuna parola esteriore né interiore, percepisce con assoluta chiarezza chi sia lì, da che parte stia, e a volte ciò che voglia dire. Non sa per quale via o in che modo lo intenda, ma è così, e tutto il tempo che la visione dura non può ignorarlo. Quando cessa, per quanto voglia immaginarsela come prima, non ci riesce, perché si vede che ora è frutto d’immaginazione e non una presenza effettiva; non è in suo potere procurarsela, come avviene, del resto, nei riguardi di tutte le cose soprannaturali. Ecco il motivo per cui chi riceve da Dio tali grazie non ha alcuna stima di sé, perché le riconosce come un dono divino al quale non può togliere né aggiungere nulla. E questo ci rende molto più umili e desiderosi di servire sempre un Dio tanto potente, capace di fare ciò che noi, quaggiù, non possiamo neanche capire; così è che, nonostante la nostra intelligenza, ci sono cose che non possiamo mai comprendere. Sia benedetto eternamente colui che ci offre tale dono! Amen.
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    00 8/7/2013 4:45 PM
    CAP. 5

    1. Queste cose di ordine spirituale sono così difficili a dirsi, specialmente se si vogliono far capire, e il compito è tanto più difficile quanto esse sono di breve durata. Se l’obbedienza non mi aiuta sarà un caso fortunato che io vi riesca, tenuto conto della loro particolare difficoltà. Ma poco importa se dico spropositi, perché lo scritto va nelle mani di chi ha udito attribuirmene di assai più gravi. In tutto quello che dirò la signoria vostra voglia tener presente, la supplico, che io non intendo presumere di riuscirvi, essendo anche possibile che m’inganni. Ma ciò che posso assicurare è che non dirò nulla che non abbia sperimentato alcune volte e anche spesso. Se è detto bene o male, giudicherà la signoria vostra e avrà la bontà di avvisarmi.

    2. Credo di far piacere alla signoria vostra cominciando a parlare delle prime grazie soprannaturali, perché quanto a devozioni, tenerezze, lacrime e meditazioni che possiamo procurarci quaggiù con l’aiuto del Signore, se ne ha già conoscenza.

    3. La prima orazione soprannaturale di cui ho fatto, a mio parere, esperienza (chiamo soprannaturale ciò che non si può acquistare, pur facendo ricorso a tutti gli accorgimenti e a tutte le diligenze possibili, anche se ci si può, sì, disporre a riceverla, il che, senza dubbio, è molto opportuno) è un raccoglimento interiore che si sente nell’anima, tanto da credere che essa abbia in sé altri sensi come quelli esterni, e che, volendo rifugiarsi in sé per allontanarsi dalle agitazioni esteriori, a volte se li porti dietro. Sente il bisogno di chiudere gli occhi per non vedere né udire se non quello che allora la occupa, cioè poter trattare con Dio da sola a solo. In questo stato non si perdono i sensi né le potenze, che restano liberi, ma per dedicarsi a Dio. È una cosa di facile comprensione per chi sia stato favorito dal Signore di questa grazia; coloro, invece, che non l’abbiano ricevuta, per lo meno avranno bisogno di un’infinità di parole e di paragoni.

    4. Da questo raccoglimento nascono, qualche volta, una quiete e una pace interiore assai gradevoli, in cui all’anima sembra di non mancare di nulla; le è di peso anche parlare, voglio dire pregare vocalmente, e meditare: non vorrebbe far altro che amare. Dura un certo spazio di tempo e anche a lungo.
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    00 8/7/2013 4:46 PM
    5. Da questa orazione, di solito, procede un sonno che è chiamato sonno delle potenze, in cui esse non sono assorte né talmente sospese da poter parlare di rapimento. Pur non trattandosi completamente di unione, qualche volta – e anche spesso – l’anima sente che la volontà – essa sola – è unita a Dio, e lo vede chiaramente, per quel che le sembra. È tutta assorta in Dio, incapace di fermare l’attenzione o applicarsi ad altro, mentre le due restanti potenze sono libere e possono attendere ad affari e ad opere a gloria di Dio: in breve Marta e Maria vanno insieme. Io chiesi al padre Francesco se nascondeva qualche inganno, perché questo mi lasciava alquanto intontita, ed egli mi rispose che si trattava di un fatto assai frequente.

    6. Quando si ha l’unione di tutte le potenze, è uno stato assai diverso, perché nessuna può agire: l’intelletto infatti è come sbigottito, la volontà ama più che non intenda, ma non sa né se ama, né cosa faccia almeno in modo da poterlo dire, non essendoci più memoria né pensiero. Neanche i sensi esteriori sono allora desti, ma come smarriti, affinché l’anima possa applicarsi di più a ciò che ama, secondo me, e pertanto durante quel breve spazio di tempo sono inefficienti. Ciò passa presto. A motivo della pienezza che resta nell’anima di umiltà, di altre virtù e santi desideri, si capisce il gran bene che da questa grazia le è venuto, ma non si può dire in che cosa consista perché, quand’anche l’anima voglia spiegarlo, non sa come lo intenda né riesce ad esprimersi. A mio giudizio, se è vera, questa è la più grande grazia che il Signore concede nel cammino spirituale o, per lo meno, una delle più grandi.

    7. Rapimenti e sospensione sono, a mio parere, la stessa cosa, se non che io sono solita parlare di sospensione, per non dire rapimento, termine che fa paura. E in realtà quest’unione di cui ho parlato si può anche chiamare sospensione. La differenza fra essa e il rapimento è solo che il rapimento ha maggior durata e si fa sentire di più esteriormente, soffocando in esso il respiro in modo che non si può parlare né si possono aprire gli occhi. Anche se avviene lo stesso nell’unione, si effettua con più forza nel rapimento, perché il calore naturale se ne va non so dove. Quando, infatti, il rapimento è intenso – giacché in tutte queste forme di orazione c’è un grado d’intensità maggiore o minore – quando, dico, è forte, le mani diventano gelate e a volte tese come bastoni, e il corpo resta com’è stato colto dal rapimento, in piedi o in ginocchio. L’anima è così impegnata a godere di ciò che il Signore le fa vedere, che sembra dimenticare d’infondere vita al corpo e l’abbandona completamente. Pertanto, se questo stato si prolunga i nervi restano doloranti.
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    00 8/7/2013 4:46 PM
    8. Qui il Signore mi sembra voler far intendere all’anima ciò di cui gode meglio che non nell’unione, perché ordinariamente nel rapimento le vengono svelate alcune cose della sua Maestà. Gli effetti che le restano sono immensi, soprattutto il dimenticare se stessa, per desiderare soltanto ardentemente che sia conosciuto e lodato un Dio e Signore così grande. A mio giudizio, se il rapimento viene da Dio, è impossibile che l’anima non ne tragga la chiara consapevolezza della propria impotenza, della propria miseria e dell’ingratitudine dimostrata nel non aver servito chi, solo per la sua bontà, le concede favori tanto grandi. I sentimenti e le dolcezze che prova superano di gran lunga tutti i piaceri terreni tanto che se non ne perdesse il ricordo, avrebbe sempre nausea di tali piaceri; pertanto finisce col tenere in poco conto tutti i beni del mondo.

    9. La differenza che passa fra il rapimento e il ratto è che nel rapimento si muore a poco a poco alle cose esteriori, con la perdita graduale dei sensi e l’acquisto della vita in Dio. Il ratto, causato da una sola conoscenza che Sua Maestà infonde nel più intimo dell’anima, avviene con una tale rapidità che all’anima sembra di essere trasportata nella parte superiore di se stessa, ricevendone l’impressione che si separi dal corpo. Pertanto all’inizio essa ha bisogno di coraggio per abbandonarsi fra le braccia del Signore e farsi portare dov’egli vuole. Fino a quando infatti Sua Maestà non la stabilisce in quella pace là dove intende elevarla (dico elevarla, per dire che vuole rivelarle cose sublimi), certo è necessario, agli inizi, che essa abbia la ferma determinazione di morire per lui, perché, poverina, non sa che cosa le avverrà. Ripeto, mi riferisco alle prime volte.

    10. Secondo la mia esperienza, in questo stato, le virtù diventano più forti, i desideri più intensi e si comprende meglio la potenza dell’Altissimo; lo si teme e lo si ama di più in quanto, senza che gli possiamo opporre resistenza, rapisce l’anima, come padrone di essa. Restano un profondo pentimento di averlo offeso, lo stupore di avere osato oltraggiare una così grande Maestà e un’ansia struggente di non vederlo offeso da nessuno, ma da tutti lodato. Credo che debbano aver origine da qui gli ardenti desideri di salvezza delle anime, la sete di contribuirvi in qualche modo e di vedere questo nostro Dio lodato come merita.

    11. Il volo dello spirito è qualcosa che non so come definire: proviene dal più profondo dell’anima. Mi ricordo solo, essendo la mia mente assai facile a dimenticare, del seguente paragone da me usato nello scritto dove la signoria vostra sa che sono ampiamente esposte queste e altre forme di orazione. Mi sembra che l’anima e lo spirito debbano essere una cosa sola. Pensi a un grande fuoco, pronto a sprigionare fiamme: così è della disposizione dell’anima nei riguardi di Dio. Lancia una fiamma che giunge in alto, come il fuoco che si accende subito, ma la fiamma è della stessa natura del fuoco che resta in basso, e non perché sale cessa di essere fuoco. Altrettanto avviene qui: l’anima sembra sprigionare subito da sé qualcosa di estremamente delicato che sale verso una regione superiore e va dove vuole il Signore. Non si può dirne di più: è come un volo, e io non so a che cos’altro paragonarlo. So che ci si rende perfettamente conto di esso e che non si può impedirlo.
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    00 8/7/2013 4:47 PM
    12. Si direbbe che quell’uccellino dello spirito si sia liberato della miseria di questa carne e del carcere di questo corpo e può, quindi, dedicarsi meglio a ciò che il Signore gli offre. È un dono, il volo dello spirito, talmente delicato e prezioso, per quel che intende l’anima, che non le sembra possibile esservi in esso illusione. Lo stesso le accade per tutte le grazie di tal genere, nel momento in cui le riceve. I timori vengono dopo, per il fatto – ad esempio, nel caso di cui si parla – che la persona cui sono elargite si sente così imperfetta da aver ragione di temere, anche se nell’intimo resta all’anima una certezza e una sicurezza che le permettono di vivere; non, però, di lasciare da parte le precauzioni necessarie per evitare inganni.

    13. Impeto chiamo un desiderio che coglie l’anima – a volte, e anche spesso – senza esser preceduto da orazione, proveniente da un improvviso pensiero di essere lontani da Dio, o dall’udire una parola che si riferisca a questo. Tale pensiero è, a volte, di tale forza e intensità che in un attimo sembra far perdere il senno. È come quando si riceve all’improvviso una notizia molto brutta e inattesa o si venga colti da uno spavento: diventa impossibile ragionare per trovare un motivo di conforto e si resta come intontiti. Così avviene qui, salvo che la pena nasce da una tal causa che l’anima si rende perfettamente conto di come sarebbe giusto morirne.

    14. Sembra proprio che quanto l’anima allora comprende serva solo ad accrescere la sua pena e che il Signore non voglia che essa sia capace d’altro, neanche di ricordarsi che è la sua volontà a trattenerla in vita; le sembra, anzi, di essere in una solitudine così grande e in un abbandono così totale, da non potersi descrivere. Il mondo intero e le cose terrene le procurano infatti tormento, e nessuna cosa creata riesce a darle compagnia; essa, del resto, vuole solo il suo Creatore e vede che le è impossibile averlo se non morendo. E poiché non deve uccidersi, muore dal desiderio di morire, al punto da essere veramente in pericolo di morte; si vede come sospesa tra cielo e terra e non sa che fare. Di quando in quando Dio, per mostrarle ciò che perde, le dà qualche conoscenza di sé, in un modo così straordinario che non si può esprimerlo, non essendoci alcuna sofferenza sulla terra, per lo meno di quante io ne ho sofferte, che possa eguagliare questa. Basta che duri mezz’ora per lasciare il corpo così affranto e le ossa così slogate che non ci si può neanche servire delle mani per scrivere, oltre ad avere fortissimi dolori.
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    00 8/7/2013 4:47 PM
    15. Non si sente nulla di tutto questo, però, finché non passa l’impeto. L’anima ha troppo da fare, presa com’è dalla sua sofferenza interiore, né credo che sarebbe sensibile a gravi tormenti fisici. Mantiene l’uso dei sensi; può parlare e anche guardare, ma non camminare, perché l’accascia il colpo violento dell’amore. E quest’impeto, anche se muore dal desiderio di averlo, non serve a nulla, quando non è Dio a concederlo. Lascia nell’anima grandissimi effetti e preziosi vantaggi. Alcuni dotti ne parlano in un modo, altri in un altro, ma nessuno lo condanna. Il maestro Avila mi scrisse che era una cosa buona, e così dicono tutti. Anche l’anima capisce che è una grande grazia del Signore. Se accadesse spesse, vi lascerebbe la vita.

    16. L’impeto ordinario consiste nel sentire il vivo desiderio di servire Dio, con grande tenerezza e molte lacrime causate dall’ansia di lasciare quest’esilio. Ma, siccome all’anima resta la libertà sufficiente per considerare come sia volontà del Signore che essa viva, trae da ciò motivo di conforto e gli offre la sua vita, supplicandolo di concedergliela solo per la sua gloria. E così la sua angoscia si placa.

    17. Un’altra forma di orazione assai frequente è una specie di ferita, in cui sembra quasi all’anima che le si trafigga il cuore e tutta se stessa con una freccia. Ciò produce un vivo dolore che fa emettere lamenti, ma insieme così piacevole che l’anima vorrebbe non le venisse mai meno. Questo non è un dolore fisico né si tratta di una piaga materiale: ha sede nell’anima e non ne appare traccia sul corpo. Siccome tutto ciò non può spiegarsi se non aiutandosi con paragoni, io mi servo di alcuni confronti – grossolani, è vero, rispetto a un simile fatto, ma non so esprimermi in altro modo. Queste sono grazie che non si possono scrivere né raccontare, perché riesce a capirle solo chi ne ha fatto esperienza. Intendo dire che si riesce a comprendere fin dove arrivi questa pena, in quanto le pene spirituali sono assai diverse dalle altre. Da ciò deduco in che misura le anime dell’inferno e del purgatorio debbano patire più di quel che si possa immaginare qui mediante le nostre pene corporali.

    18. Altre volte mi sembra che questa ferita d’amore parta dall’intimo dell’anima. Se ne hanno grandi effetti, ma quando il Signore non concede questa grazia è impossibile, per quanto si faccia, procurarsela, com’è impossibile sottrarvisi quando si compiace di concederla. Si tratta di desideri di Dio così vivi e delicati che non si riesce ad esprimerli. E, poiché l’anima si vede impossibilitata a godere di Dio come vorrebbe, è presa da un grande odio per il corpo, che le appare come un’enorme muraglia d’intralcio a gioire liberamente del bene di cui essa crede già di godere nell’intimo di se stessa. Si rende allora conto del gran male del peccato di Adamo che ci tolse questa libertà.
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    Coordinatrice
    00 8/7/2013 4:48 PM
    19. Ho avuto tale orazione prima dei rapimenti e dei grandi impeti di cui ho parlato. Mi sono dimenticata di dire che quasi sempre questi grandi impeti non cessano se non con un rapimento o con qualche straordinario dono del Signore, nel quale egli consola l’anima e l’incoraggia a vivere per amor suo.

    20. Tutto quanto si è detto non può essere frutto di immaginazione, e questo per vari motivi che sarebbe troppo lungo esporre. Se è cosa buona o no, lo sa il Signore. Gli effetti e la portata dei vantaggi che ne trae l’anima sono tali, a mio giudizio, da non poterli disconoscere.

    21. Vedo chiaramente che le Persone divine sono distinte, come vedevo una netta distinzione ieri fra la signoria vostra e il provinciale, quando lei gli parlava, salvo che, in realtà, come ho già detto, non vedo né odo nulla. Eppure ne ho una straordinaria certezza, sebbene nemmeno gli occhi dell’anima vedano alcunché e, quando la loro presenza viene a mancare, me ne accorgo subito. Come, non lo so; ma so perfettamente che non si tratta d’immaginazione perché, pur affannandomi in seguito per tornare a vederla, non vi riesco: ne ho fatto la prova. Altrettanto è di tutto quello che qui si dice, per quanto ne possa giudicare. Essendo infatti passati molti anni, c’è stato modo di controllare esattamente tutto, così da parlarne con questa sicurezza.

    22. È vero – e la signoria vostra ponga attenzione a questo – che posso indicare perfettamente quale mi sembra essere la Persona che mi parla sempre, mentre per le altre non potrei farlo con uguale certezza. Di una so bene che non mi ha mai rivolto la parola. Non ne ho mai compreso il motivo, né, d’altronde, m’interessa chiedere più di quello che Dio mi concede, perché subito ho l’impressione di poter essere ingannata dal demonio. E, a causa di questo timore, non chiederò nulla neanche ora.

    23. La prima Persona mi ha parlato, credo, qualche volta. Ma, siccome ora non lo ricordo bene, come non ricordo cosa mi dicesse, non oserei affermarlo. Tutto questo è scritto dove la signoria vostra sa, e molto più estesamente che non qui, ma forse in termini diversi. Anche se le Persone divine, in modo del tutto straordinario, si dimostrano distinte, l’anima capisce che sono un Dio solo. Non ricordo di aver avuto l’impressione che nostro Signore mi abbia parlato se non con la sua Umanità, e – ripeto – posso affermare che qui non si tratta d’una illusione.
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    Coordinatrice
    00 8/7/2013 4:49 PM
    24. Ciò che la signoria vostra mi dice dell’acqua, non ne so nulla, come non so nulla circa il paradiso terrestre. Ripeto, so quello che il Signore mi fa conoscere senza che io possa evitarlo, non essendomi lecito fare altrimenti, ma chiedere a Sua Maestà di rivelarmi qualcosa, non l’ho mai fatto, perché mi sarebbe sembrato subito d’essere vittima della mia immaginazione o di un inganno del demonio. Così, grazie a Dio, non sono mai stata curiosa nel desiderare di conoscere quel che ignoro, né m’importa minimamente sapere di più. Mi è costato fin troppo quanto ho appreso senza volerlo, come ho detto, anche se penso che sia stato il mezzo di cui il Signore si è servito per la mia salvezza, tanto ero perduta: i buoni, infatti, non hanno bisogno di tante grazie per servire Sua Maestà.

    25. Ricordo un’altra specie di orazione, che precede quella di cui ho parlato in primo luogo: consiste in una presenza di Dio che non è in alcun modo visione. Ogni qualvolta (per lo meno se non si è nell’aridità) ci si vuole raccomandare a Sua Maestà, sia pure pregando vocalmente, sembra che lo si senta presente. Piaccia a Dio che io non perda tante grazie per colpa mia e abbia egli misericordia di me!
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    Coordinatrice
    00 8/7/2013 4:51 PM
    CAP 6

    1. Così, se potessi spiegare bene alla signoria vostra in quale pace e tranquillità si trova ora la mia anima! Ha, infatti, così assoluta certezza di godere un giorno di Dio, che le sembra di averne già il possesso, anche se non la gioia che esso comporta. È come se una persona avesse assegnato una gran rendita a un’altra con regolare scrittura notarile perché ne godesse dopo un certo tempo, con la riscossione anche degli interessi. Pertanto, questa fino ad allora non gode se non del possesso che sa di avere e di cui godrà un giorno la rendita. La mia anima, nella sua gratitudine, non vorrebbe neanche goderne subito, convinta di non averlo meritato; ciò che vuole è solo servire Dio, anche a prezzo di molti patimenti; anzi, a volte le sembra troppo poco servire sino alla fine del mondo chi le ha fatto un tale dono. A dire il vero essa, in parte, non è più soggetta come prima alle miserie del mondo: infatti, pur soffrendo di più, sembra che le sofferenze non facciano altro che sfiorarla appena. Ella se ne sta in una specie di castello di cui ha la sovranità, e non perde pertanto la pace, anche se questa sicurezza non esclude un grande timore d’offendere Dio e la cura di evitare tutto quello che può essere d’impedimento a servirlo, anzi, comporta maggior cautela nel procedere. Non si dà alcun pensiero del proprio interesse, al punto che le sembra d’aver perduto parte del suo essere, dimentica com’è di se stessa. Tutto quello che fa è per l’onore di Dio, alla ricerca di come adempiere meglio la sua volontà e rendergli gloria.

    2. Pur stando così le cose, mi sembra che abbia maggior cura di ciò che riguarda la sua salute e il suo corpo: si mortifica meno nel mangiare e non ha più gli stessi desideri d’una volta di far penitenza. Ma credo che tutto ciò sia al solo scopo di poter servire meglio Dio in altre cose: spesso infatti gli offre come un gran sacrificio la cura del corpo, che le è di gran peso. A volte cerca di fare qualche penitenza, ma, per quanto può giudicarne, le è impossibile sottoporvisi senza danno della sua salute, e tiene presenti gli ordini dei suoi superiori. In questo, e nel desiderio di salvaguardare la sua salute, deve certo avere gran parte l’amor proprio. Credo però che io avrei molto più piacere di poter fare grandi penitenze, come ne avevo quando ciò mi era possibile. Allora, per lo meno, mi sembrava di far qualcosa, di dare buon esempio, e vivevo inoltre senza questo tormento d’essere del tutto inutile nel servire Dio. La signoria vostra esamini attentamente cosa sarà meglio che faccia a questo riguardo.

    3. La manifestazione delle visioni immaginarie è cessata. Mi sembra però di avere sempre la visione intellettuale delle tre Persone e dell’Umanità di nostro Signore; il che è, a mio parere, una grazia molto più elevata. E ora credo di capire che le altre visioni avute provenivano da Dio, perché disponevano l’anima allo stato in cui ora si trova; egli, conoscendo la mia miseria e la mia debolezza, mi conduceva nel modo che riteneva necessario. Comunque, a mio giudizio, quando queste visioni vengono da Dio, si devono apprezzare molto.
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    Coordinatrice
    00 8/7/2013 4:52 PM
    4. Le parole interiori continuano ancora; all’occorrenza nostro Signore mi dà qualche consiglio. Anche ora qui a Palencia, se non fosse stato per quest’aiuto, avremmo combinato un bel pasticcio, pur senza colpa.

    5. Gli atti e i desideri non sembrano avere la forza di prima perché, se anche sono di grande intensità, assai più vivo è il desiderio di fare la volontà di Dio e ciò che serve a sua maggior glori. E siccome l’anima sa perfettamente che il Signore conosce ciò che è opportuno a tal fine, ed è del tutto staccata da ogni interesse personale, quegli atti e desideri finiscono presto perché, a mio parere, non hanno ormai forza. Da qui nasce la paura che avverto, a volte, pur senza l’inquietudine e la pena di prima, per il fatto che la mia anima sia come istupidita ed io non faccia nulla, essendomi impossibile la penitenza. Gli atti ispirati al desiderio della sofferenza o del martirio e della visione di Dio non hanno forza e per lo più non riesco a concepirli. Mi sembra di vivere solo per mangiare, dormire e non angustiarmi di nulla: neppure questo stato mi dà pena. È vero che a volte – ripeto – temo vi sia inganno, ma, di fatto, non posso crederlo, convinta come sono di non essere dominata da nessun saldo legame con qualsiasi creatura e di essere staccata anche dalla gloria del cielo. Amo solo Dio – sentimento che non s’affievolisce, anzi, a mio parere, aumenta – e desidero che tutti lo servano.

    6. Ciò nonostante, mi meraviglia il fatto di non poter nemmeno provare più in ugual misura quel così grande, intenso e intimo dolore cui prima ero tormentata nel veder perdersi le anime e nel pensare che si recasse qualche offesa a Dio. tuttavia, a quanto mi sembra, non è diminuito il desiderio che egli non sia offeso.

    7. La signoria vostra deve tener presente che in tutto quanto mi avviene ora – o mi è avvenuto prima – la mia impotenza a fare di più è assoluta: non dipende da me. Servire meglio, in verità, potrei farlo se non fossi così miserabile, ma ciò che voglio dire è che, se ora i sforzassi con tutta la diligenza possibile di desiderare la morte, non vi riuscirei, come non potrei fare gli atti di prima né sentire le sofferenze che mi procuravano le offese recate a Dio e nemmeno quegli angosciosi timori che ho avuto per tanti anni d’essere in inganno. Pertanto ormai non ho bisogno di valermi dei dotti né di dire nulla a nessuno. Mi basta sapere, per mia tranquillità, di essere sulla buona strada e sperare di poter fare qualcosa. Di questo ho parlato con alcuni confessori che avevo già consultato sulle altre cose, cioè con il padre Domenico, con il maestro Medina e con alcuni padri della Compagnia. Dopo quello che me ne dirà la signoria vostra, l’argomento sarà chiuso, per la grande stima che ho di lei. Esamini, quindi, attentamente lo scritto, per amor di Dio. Mi fu anche concesso di conoscere l’ingresso in cielo di alcune anime che lasciano la nostra vita, di quelle, però, che m’interessano, delle altre no.