New Thread
Reply
 
Previous page | 1 2 3 4 5 | Next page
Facebook  

TESTIMONIANZE DI PERSONE SPECIALI

Last Update: 2/8/2020 8:50 PM
Author
Print | Email Notification    
11/24/2017 10:47 AM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Grothendieck, matematico alla ricerca di Dio



Alexander Grothendieck

Sono passati quasi tre anni da quel 13 novembre 2014, giorno in cui moriva quello che è stato definito il più grande matematico del XX secolo, e tra i più importanti di sempre: Alexander Grothendieck.

Nato nel 1928 a Berlino da famiglia ebrea, ebbe un'infanzia segnata dalle vicende storiche legate alla Seconda Guerra mondiale. «Divenuto adulto, Grothendieck meriterà il titolo di “Einstein della matematica”. Certamente, come Albert, è un ebreo; come lui viene da una famiglia del tutto atea; come lui, nel corso della sua vita verrà sempre più attratto dalla fede religiosa e dal cristianesimo». A questa figura importantissima in campo matematico e significativa sotto il profilo autobiografico, ha dedicato il suo ultimo libro lo scrittore Francesco Agnoli: Lo splendore che ci trascende - Alexander Grothendieck l’Einstein della matematica alla ricerca di Dio(Edizioni Gondolin, 2017).

Analizzando la carriera di Grothendieck, non si può che rimanere stupiti nel constatare che a neanche quarant'anni, nel 1966, era già arrivato a ottenere il massimo riconoscimento mondiale per un matematico: la medaglia Fields. Medaglia che tuttavia rifiutò, in segno di coerenza con le sue idee: «Per riceverla bisognava andare a Mosca, ma Alexander si rifiuta, in segno di protesta contro il totalitarismo sovietico. I soldi non gli interessano e rinuncia così anche agli altri premi e al relativo guadagno. [...] Nel 1988, insignito del Crafoord Prize, lo rifiuta, insieme ai 250.000 dollari annessi».

Non sono dunque le soddisfazioni personali, il successo o i soldi a mancare a Grothendieck. Eppure il matematico ha il cuore inquieto, non sazio della pura scienza matematica: ha bisogno di (un) Altro per trovare pace, si potrebbe dire parafrasando Sant'Agostino. Ecco quindi che, a un certo punto, «come era già successo al grande matematico e fisico Blaise Pascal, a Niccolò Stenone, divenuto sacerdote dopo aver fondato la geologia moderna, a Jan Swammerdam (1637-1680), considerato il padre dell’entomologia, a Gaetana Agnesi, che aveva lasciato la matematica e il successo per la fede e le opere di carità, anche Grothendieck abbandona piano piano i suoi amati studi perché sempre più attratto dalle domande spirituali. I segnali di questo mutamento di priorità ci sono già negli anni Sessanta».

Dapprima Grothendieck si avvicina al Buddismo, che però trova insoddisfacente: si tratta infatti di una religione che non è in grado di dare una risposta alla sua sete di "perché", ma che rimane sul piano del "come", del metodo... e questo, all'insigne matematico, non basta più. Il celebre matematico non può più fare a meno di Dio e la sua vita si trasforma dunque in una ricerca continua, con continui progressi e cadute... 

Ne Lo splendore che ci trascende ancora una volta Francesco Agnoli parte da una storia di vita concreta, per tanti aspetti vicina a quella di ognuno di noi, per andare quindi ad indagare lo stretto rapporto che intercorre tra Scienza e Fede e, più nello specifico, tra la matematica e il misticismo. Il tutto alla luce dell'affermazione, divenuta nota, del matematico e logico ateo Bertrand Russel: «La matematica è, credo, ciò su cui sostanzialmente poggia la fede in un'eterna ed esatta verità, nonché in un mondo intelligibile al di sopra dei sensi».


OFFLINE
12/5/2017 10:07 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Una splendida vocazione che renderebbe orgogliosa Santa Monica

Per anni, Louise si è recata nel santuario di Sant’Antonio di Boston per pregare per il suo figlio più giovane, che si era allontanato dagli insegnamenti cattolici ricevuti durante l’infanzia. Qualche giorno fa, un usciere alla porta della chiesa ha porto alla signora di 91 anni un programma con su scritto “Messa di ordinazione al sacerdozio”. Il nome dell’ordinando era “Anthony T. Cipolle”, proprio suo figlio.

“Mia madre andava al santuario di Sant’Antonio di Boston ogni martedì insieme a mia zia e pregava per me, perché ero uno scavezzacollo”, ha affermato Anthony Cipolle, 52 anni, ha riferito Press Herald.

Prima di arrivare al sacerdozio, Anthony ha infatti seguito una strada insolita – molteplici percorsi professionali, paternità, matrimonio e annullamento. È stato lontano dalla Chiesa per decenni, e per altri dieci ha studiato per prepararsi a diventare presbitero.

È cresciuto ad Arlington, nel Massachusetts (Stati Uniti). Suo padre, David, viaggiava spesso per lavoro. Anthony e i suoi tre fratelli avevano il permesso di rimanere alzati fino a tardi per aspettarlo. Quando David tornava a casa, leggeva ai bambini storie bibliche finché non si addormentavano.

La madre Louise portava Anthony a Messa regolarmente, ma quando è cresciuto ha smesso di frequentare la chiesa. Malgrado i buoni voti non voleva andare all’università, perché pensava che avrebbe guadagnato di più buttandosi nel mondo degli affari, e quindi ha abbandonato gli studi alle superiori. Quando la sua ragazza è rimasta incinta, i due si sono sposati in municipio. Hanno avuto un figlio, Mark.

Anthony ha iniziato a vendere macchine, poi la famiglia si è trasferita a Chicago, dove lui ha avviato una ditta di lavori idraulici. Negli affari aveva successo, ma a casa la situazione era ben diversa. Quando ha divorziato e l’ex moglie è tornata in Massachusetts, Anthony ha deciso di trasferirsi per stare più vicino al figlio. In seguito il matrimonio è stato annullato perché non era stato contratto davanti a un sacerdote cattolico. Per tre anni Anthony ha vissuto di rendita con i soldi guadagnati in precedenza.

“Ho vissuto come una rock star”, ha confessato. “Ho speso tutto”.

In quel periodo non si era ancora riavvicinato alla fede, ma la madre ha iniziato ad andare a Messa quasi ogni giorno pregando perché Anthony cambiasse vita.

Quando i soldi hanno cominciato a scarseggiare, Anthony ha ricominciato a lavorare vendendo macchine ed è diventato amico di un uomo che era andato da lui per una riparazione. Ha poi saputo che era un sacerdote cattolico, John Kilmartin. Anthony ha iniziato a fargli visita regolarmente, guardando l’evangelizzatore televisivo Billy Graham con lui il sabato sera. Ha cominciato a portare il sacerdote alle visite mediche e a lavorare come manager delle infrastrutture nella sua chiesa.

“Non mi ha mai rimproverato”, ha detto Anthony, confessando che ha iniziato a capire che voleva la fede che vedeva in padre Kilmartin. “Volevo il perdono di Dio, ma non riuscivo neanche a ricordare tutti i miei peccati e pensavo di non meritarmelo”.

Anthony ha quindi recitato il Padre Nostro, che il padre gli aveva insegnato da piccolo. Quando ha detto “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, ha provato un grande senso di pace. “Nella mia vita è cambiato tutto quando quella pace è scesa su di me”.

Ha quindi iniziato a seguire le lezioni di religione per laici e a studiare il Catechismo della Chiesa Cattolica presso il St. John’s Seminary di Brighton (Massachusetts). Ha cominciato a leggere la Bibbia e a seguire lezioni serali presso il Boston College, con padre Kilmartin che lo ha aiutato a pagare la retta. Quando il suo mentore è morto, ha iniziato a pensare seriamente al sacerdozio.

James Woods, decano del Woods College of Advancing Studies del Boston College, ha aiutato Anthony a ottenere una borsa di studio. Anthony ha conseguito un baccellierato in Filosofia in meno di tre anni. Woods lo ha poi messo in contatto con la diocesi di Portland, che aveva bisogno di sacerdoti e lo ha mandato al Pope St. John XXIII National Seminary di Weston (Massachusetts), che prepara sacerdoti sopra i 30 anni. Visto che il suo percorso non era quello “classico”, Anthony dice di aver trascorso più tempo in seminario rispetto agli aspiranti sacerdoti più giovani.

Alla Messa della sua ordinazione hanno partecipato più di 800 persone, tra cui la madre Louise e il figlio Mark, che oggi ha 33 anni.

Dopo la celebrazione, il neosacerdote ha offerto le sue prime benedizioni ai fedeli, e Louise non poteva mancare. Quando suo figlio l’ha benedetta ha iniziato a piangere, portandosi al petto la testa di Anthony, che l’ha abbracciata forte.

Quanto a Mark, quando Anthony era diacono e si preparava al sacerdozio lo ha incoraggiato a considerare la sua ordinazione non come la perdita di un padre, ma come l’acquisto di una famiglia più ampia nella Chiesa cattolica.

“Ha detto che ora ho 1,2 miliardi di fratelli e sorelle”, ha confessato il ragazzo.


OFFLINE
12/14/2017 10:37 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Don Michele Madonna e la sua evangelizzazione
con canti, balli e grandi feste

 

A Napoli è un punto di riferimento per molti giovani.
Uno "stile" più che rivoluzionario. In linea con la Chiesa di Papa Francesco?

Alcuni anni fa, a Napoli, don Michele Madonna ha inventato la Scuola di Evangelizzazione Diocesana al rione Montesanto, e questo suo progetto ha avuto la benedizione del cardinale Crescenzio Sepe.

La Risposta Di Dio - Don Michele Madonna

Don Michele, originario, di Portici, ha un vero e proprio carisma: sa parlare ai giovani e Gesù è il perno del suo messaggio. Le sue messe traboccano di fedeli e da tutta la regione accorrono persone ad ascoltare le sue catechesi.

 

La grande festa di preghiera del Palapartenope

Di recente, per accontentare tutti, ha dovuto addirittura affittare il PalaPartenope di Napoli per un evento improntato alla fede denominato “Vi darò un cuore nuovo. Nell’occasione, migliaia di persone hanno cantato, hanno pregato, hanno ascoltato il loro padre spirituale. Spesso, i fedeli hanno occasione di adorare comunitariamente l’Eucarestia (Fan Page, 28 novembre)

Abiti firmati e fidanzata

Quella di padre Michele è una vocazione adulta: da giovane lavorava nelle feste come dj in un locale di Casoria alla perfieria di Napoli, era fidanzato, vestiva con abiti firmati. Tuttavia, non era soddisfatto, la vita gli sembrava vuota. Trovò pace solo nella preghiera e decise di abbandonare tutto ed entrare in seminario a 22 anni.

Un’evangelizzazione che fa discutere

Ora il suo stile sta sicuramente infiammando molti giovani dei quartieri napoletani. Magari molti dei quali che erano lontani dalla chiesa. La sua evangelizzazione basata su iniziative sui generis, che gli hanno fatto guadagnare le prime pagine dei giornali negli anni passati, fa sicuramente discutere.

Guardate un po’ cosa accade in questo video diventato ultimamente evirale sui social network.

Canti, balli, feste: il successo di don Michele è un dato di fatto, ma, allo stesso tempo dovremmo porci una domanda: il suo stile si avvicina realmente a quello di Papa Francesco? O è forse troppo “rivoluzionario” per la fase di transizione che attraversa oggi la Chiesa?

Gesti, animazione e parola di Dio

Di sicuro assistere, ad esempio, ad una “lezione” della sua scuola di evangelizzazione è un’esperienza molto singolare. Il canto, i movimenti, i gesti sono centrali. La lettura della parola di Dio è movimentata, con i ragazzi della parrocchia ad animarla. Poi l’intervento di Don Michele con il suo carisma. «La fede non può essere chiusa, non solo cantando e pregando, ma con i fatti. Se sono attaccato ai soldi non ho fede, se invece dono agli altri poi sarà Dio a provvedere a me», dice ad esempio in uno dei suoi interventi Don Michele.  «E’ con Gesù che capiamo cosa significa divertirsi, vivere bene, è con lui che riempiamo il vuoto che è in noi».


OFFLINE
12/14/2017 10:45 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Una splendida vocazione che renderebbe orgogliosa Santa Monica


Per anni, Louise si è recata nel santuario di Sant’Antonio di Boston per pregare per il suo figlio più giovane, che si era allontanato dagli insegnamenti cattolici ricevuti durante l’infanzia. Qualche giorno fa, un usciere alla porta della chiesa ha porto alla signora di 91 anni un programma con su scritto “Messa di ordinazione al sacerdozio”. Il nome dell’ordinando era “Anthony T. Cipolle”, proprio suo figlio.


“Mia madre andava al santuario di Sant’Antonio di Boston ogni martedì insieme a mia zia e pregava per me, perché ero uno scavezzacollo”, ha affermato Anthony Cipolle, 52 anni, ha riferito Press Herald.


Prima di arrivare al sacerdozio, Anthony ha infatti seguito una strada insolita – molteplici percorsi professionali, paternità, matrimonio e annullamento. È stato lontano dalla Chiesa per decenni, e per altri dieci ha studiato per prepararsi a diventare presbitero.


È cresciuto ad Arlington, nel Massachusetts (Stati Uniti). Suo padre, David, viaggiava spesso per lavoro. Anthony e i suoi tre fratelli avevano il permesso di rimanere alzati fino a tardi per aspettarlo. Quando David tornava a casa, leggeva ai bambini storie bibliche finché non si addormentavano.


La madre Louise portava Anthony a Messa regolarmente, ma quando è cresciuto ha smesso di frequentare la chiesa. Malgrado i buoni voti non voleva andare all’università, perché pensava che avrebbe guadagnato di più buttandosi nel mondo degli affari, e quindi ha abbandonato gli studi alle superiori. Quando la sua ragazza è rimasta incinta, i due si sono sposati in municipio. Hanno avuto un figlio, Mark.


Anthony ha iniziato a vendere macchine, poi la famiglia si è trasferita a Chicago, dove lui ha avviato una ditta di lavori idraulici. Negli affari aveva successo, ma a casa la situazione era ben diversa. Quando ha divorziato e l’ex moglie è tornata in Massachusetts, Anthony ha deciso di trasferirsi per stare più vicino al figlio. In seguito il matrimonio è stato annullato perché non era stato contratto davanti a un sacerdote cattolico. Per tre anni Anthony ha vissuto di rendita con i soldi guadagnati in precedenza.


“Ho vissuto come una rock star”, ha confessato. “Ho speso tutto”.


In quel periodo non si era ancora riavvicinato alla fede, ma la madre ha iniziato ad andare a Messa quasi ogni giorno pregando perché Anthony cambiasse vita.


Quando i soldi hanno cominciato a scarseggiare, Anthony ha ricominciato a lavorare vendendo macchine ed è diventato amico di un uomo che era andato da lui per una riparazione. Ha poi saputo che era un sacerdote cattolico, John Kilmartin. Anthony ha iniziato a fargli visita regolarmente, guardando l’evangelizzatore televisivo Billy Graham con lui il sabato sera. Ha cominciato a portare il sacerdote alle visite mediche e a lavorare come manager delle infrastrutture nella sua chiesa.

 
 

“Non mi ha mai rimproverato”, ha detto Anthony, confessando che ha iniziato a capire che voleva la fede che vedeva in padre Kilmartin. “Volevo il perdono di Dio, ma non riuscivo neanche a ricordare tutti i miei peccati e pensavo di non meritarmelo”.

Anthony ha quindi recitato il Padre Nostro, che il padre gli aveva insegnato da piccolo. Quando ha detto “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, ha provato un grande senso di pace. “Nella mia vita è cambiato tutto quando quella pace è scesa su di me”.

Ha quindi iniziato a seguire le lezioni di religione per laici e a studiare il Catechismo della Chiesa Cattolica presso il St. John’s Seminary di Brighton (Massachusetts). Ha cominciato a leggere la Bibbia e a seguire lezioni serali presso il Boston College, con padre Kilmartin che lo ha aiutato a pagare la retta. Quando il suo mentore è morto, ha iniziato a pensare seriamente al sacerdozio.

James Woods, decano del Woods College of Advancing Studies del Boston College, ha aiutato Anthony a ottenere una borsa di studio. Anthony ha conseguito un baccellierato in Filosofia in meno di tre anni. Woods lo ha poi messo in contatto con la diocesi di Portland, che aveva bisogno di sacerdoti e lo ha mandato al Pope St. John XXIII National Seminary di Weston (Massachusetts), che prepara sacerdoti sopra i 30 anni. Visto che il suo percorso non era quello “classico”, Anthony dice di aver trascorso più tempo in seminario rispetto agli aspiranti sacerdoti più giovani.

Alla Messa della sua ordinazione hanno partecipato più di 800 persone, tra cui la madre Louise e il figlio Mark, che oggi ha 33 anni.

Dopo la celebrazione, il neosacerdote ha offerto le sue prime benedizioni ai fedeli, e Louise non poteva mancare. Quando suo figlio l’ha benedetta ha iniziato a piangere, portandosi al petto la testa di Anthony, che l’ha abbracciata forte.

Quanto a Mark, quando Anthony era diacono e si preparava al sacerdozio lo ha incoraggiato a considerare la sua ordinazione non come la perdita di un padre, ma come l’acquisto di una famiglia più ampia nella Chiesa cattolica.

“Ha detto che ora ho 1,2 miliardi di fratelli e sorelle”, ha confessato il ragazzo.


OFFLINE
3/17/2018 5:27 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Me ne sono andata in Francia per scappare da Dio,
invece Lo stavo cercando

GIRL IN PARIS
 

Finalmente ero in un paese laico, libero, davvero civile, non come l'Italia, retrograda e bigotta, pensavo. Ma mi ero sbagliata. Che rivoluzione, la conversione!

di Elena Biondi

Sono arrivata in Francia a ventitré anni grazie a uno scambio fra la mia università e quella di Tolosa e fin dall’inizio del mio soggiorno avevo un solo desiderio: lasciarmi tutto alle spalle e non tornare più indietro. Vedevo l’Italia come una terra arretrata e bigotta, un luogo dominato dall’influenza nefasta della Chiesa che l’aveva tenuta ancorata al passato.

Per questo motivo, come capii con chiarezza solo anni dopo, fra le tante mete possibili avevo scelto proprio la Francia, paese in anticipo su molte mode e tendenze. Già allora (siamo negli anni 90) la vigorosa tradizione laica e anticlericale aveva segregato la religione all’ambito privato della vita delle persone, per farla il più delle volte sparire definitivamente dal panorama sociale ma anche dal cuore della gente, dato che una fede non più annunciata non è neanche pienamente vissuta. Proprio perché la Chiesa vi faceva sentire molto meno la sua presenza, rispetto all’Italia, questo paese per me rappresentava idealmente un luogo civile e avanzato, ovvero tutto il contrario di quello da cui provenivo. Adesso fatico a ricordare il mio stato d’animo di allora poiché, come ho scritto altrove, in seguito – per mia somma fortuna – il Signore mi ha fatto comprendere l’errore in cui ero caduta.

Tornando alla “me” di quegli anni, ricordo che coltivavo questo rancore, travestito da indifferenza, per rivolta verso la mia famiglia che mi aveva appunto dato un’educazione cattolica. I motivi sarebbero complicati da spiegare nei dettagli: una ribellione adolescenziale mal gestita e ravvivata da amici e insegnanti anticlericali e relativisti. Inutile sviscerare quei soliti cliché, che avevo assorbito come idee originali e verità assolute: Galileo, le crociate, Giordano Bruno, l’inquisizione

In una parola, secondo questi discorsi di cui mi ero abbondantemente nutrita, tutte le opinioni andavano bene indistintamente, tranne ovviamente quelle cattoliche. Queste idee mi avevano formata in profondità, orientando la mia visione del mondo proprio negli anni in cui stavo elaborando una mia identità. L’educazione cattolica che la mia famiglia mi aveva impartito aveva dunque finito di rappresentare ai miei occhi la fonte di tutti i mali, avendo represso – così credevo – il meglio di me. Emigrando in Francia cercavo di ritrovare quella libertà che secondo me una Chiesa oppressiva mi aveva fino ad allora sottratto. Fu così che presi il treno e, senza conoscere una parola di francese, sbarcai a Tolosa in un giorno di fine agosto.

Non voglio però fare di tutta l’erba un fascio: in quello slancio verso l’esterno – e l’estero -, in quel desiderio di uscire dalla gabbia c’era anche qualcosa di molto positivo. C’era una spinta letteralmente irreprimibile a conoscere cose sempre nuove e ad ampliare i miei orizzonti con esperienze reali, esperienze che nessun libro – lo sapevo bene – avrebbe potuto sostituire. Anni dopo, seguendo corsi di teologia, ho appreso che “cattolico” deriva dall’espressione greca katà òlos, che si può tradurre proprio con “universale”. Il cattolico è – deve essere – aperto alla realtà, una realtà vista come un tutto unico ma con mille sfaccettature, tutte da esplorare.

Finalmente ero in un paese laico, libero, davvero civile, non come l'Italia, retrograda e bigotta, pensavo. Ma mi ero sbagliata. Che rivoluzione, la conversione!

 La realtà è creata da Dio e di Lui ci parla se riusciamo a guardarla senza porre in mezzo le nostre proiezioni mentali. Ora io, intuendo confusamente di averne, cercavo di ripulire la mia visione del mondo, allargandola e confrontandola con altre. Così avrei potuto operare confronti e smascherare gli stereotipi, cioè le idee che non fossero confermate dalle mie personali esperienze sul campo.

Ecco, da allora molte cose in me sono cambiate, tanto che come ho detto stento a ricostruire il mio percorso, ma questo desiderio prepotente lo ritrovo dentro di me ancora oggi con la stessa intensità, quello che è cambiato è l’obiettivo. A differenza di prima non è più fine a se stesso, non alimenta più una sorta di “bulimia intellettuale” certo molto autogratificante. Con la conversione si è indirizzato verso l’alto e verso l’Altro, verso Colui che ne è la fonte, ma anche il fine ultimo. Più passa il tempo e più sono consapevole che la passione per la conoscenza rappresenta la parte migliore di me, quella aperta alla trascendenza e all’Assoluto. Cercare la Verità avvicina a Dio, la Verità ci farà liberi e di conseguenza, come ha detto qualcuno, la menzogna ci renderà schiavi. Non esistono vie di mezzo. Così, paradossalmente, imbarcandomi in quell’avventura credevo di fuggire da Dio ma in realtà Lo cercavo con tutta me stessa.


OFFLINE
3/18/2018 9:49 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Questa suora santa è morta il mese scorso,
e vale la pena di meditare sulla saggezza che ci ha lasciato e di memorizzarla

Non dimenticherò mai la prima volta in cui ho incontrato suor Caritas. La sua salute era in declino e si era appena trasferita a Boston per iniziare la fase finale della sua vita. Un giorno stavo camminando nell’atrio e ho visto una suora anziana a circa 15 metri da me. Mentre mi dirigevo verso di lei ha spalancato le braccia come per avvolgermi. Ho pensato: “Questa suora mi sta sicuramente confondendo con qualcun altro. Non la conosco”. Ma suor Caritas non era confusa. Era piena di gioia alla vista di una giovane consorella. Mi ha abbracciata, mi ha guardata negli occhi e ha iniziato a bersagliarmi di domande. Non dimenticherò mai il suo benvenuto. Posso dire in tutta onestà di non essere mai stata accolta con tanto amore da una persona estranea.

Per gentile concessione delle Figlie di San Paolo

Suor Maria Caritas, FSP, è morta il 1° febbraio. Non era famosa. Conduceva una vita nascosta, soprattutto negli ultimi anni a Boston. In precedenza era stata a Toronto e in quella zona aveva degli stretti familiari. Per lei è stato molto difficile quando le è stato chiesto di trasferirsi a Boston per via della sua salute, ma alla fine, anche se lo spostamento le è costato, si è arresa alla volontà di Dio.

Suor Caritas è sempre stata una persona dal carattere forte. Suor Anne Flanagan ha scritto di lei in un articolo recente: “È cresciuta in Sicilia, con un carattere forte e determinato come il suo cognome: Forte!”

Angelica Forte era nata in Italia, terza figlia di genitori affettuosi ai quali era stato consigliato di abortirla. Hanno invece recitato novena su novena e lei alla fine è nata sana. La sua famiglia la chiamava “la bambina del miracolo”.

Da giovane aveva molti pretendenti, e quando decise di entrare in convento la madre la portò da un sacerdote e gli chiese di convincerla invece a sposare un giovane che riteneva particolarmente adatto. La giovane Angelica, che aveva cercato di spiegare alla madre che il suo cuore apparteneva già a Gesù, alla fine si alzò e mise le mani sulla scrivania del sacerdote. “Padre!”, esclamò, “dica a mia madre che se le piace tanto quel ragazzo se lo può prendere!”

La santa suora è morta il mese scorso. Vale la pena di meditare sulla saggezza che ci ha lasciato e di memorizzarla. Nel corso della sua vita religiosa, suor Caritas ha mantenuto il suo splendido spirito audace. È stata missionaria in Canada e ha imparato l’inglese e il francese. Ha affrontato molte sofferenze, inclusa alla fine una lunga malattia debilitante, ma in ogni sofferenza si è arresa a Dio, confidando nel Suo amore.

Una volta ha scritto quale fosse il segreto della sua vita religiosa: “Non faccio niente per me stessa, e quindi vedo l’aspetto positivo in ciò che va fatto e non mi trattengo mai”.

Suor Caritas è stata un esempio per le sue consorelle, soprattutto nel modo in cui ha preso a cuore il suo nome religioso, Carità. Con la grazia di Dio, ha provato ad essere fonte di carità per chi la circondava.

Per gentile concessione delle Figlie di San Paolo
Il rosario e altri oggetti personali di suor Caritas

Scriveva sul suo diario piccole note che la incoraggiassero: “Caritas, non ti stancare; prega, prega, prega”. Il modo deciso in cui ha cercato di mettere in pratica il suo nome era uno splendido omaggio al Dio che amava così tanto e che è l’Amore stesso.

Dopo la morte di suor Caritas, le consorelle hanno trovato questo elenco nel suo diario. Coglie lo spirito del modo semplice e splendido in cui ha cercato di incarnare la carità nella sua vita e offre un progetto di vita e d’amore per tutti noi.

Per gentile concessione delle Figlie di San Paolo

10 Cose di cui uno non si pente mai:

1. Fai del bene a tutti
2. Non parlar male di nessuno
3. Prima di decidere rifletti
4. Non parlare quando sei agitato
5. Aiuta chi è sfortunato
6. Ammetti il tuo errore
7. Sii paziente con tutti
8. Ascolta ma non per raccontare
9. Non credere a cose spiacevoli sugli altri
10. Preparati a morire (questo sottolineato)


OFFLINE
4/14/2018 12:21 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote






OFFLINE
4/14/2018 12:23 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote






OFFLINE
4/14/2018 12:24 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote







OFFLINE
4/17/2018 11:13 AM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Il conduttore televisivo FABRIZIO FRIZZI,  era un cattolico fervente.
Oltre ad essere un volto storico dell'Unitalsi, con la quale accompagnava i malati a Lourdes

FABRIZIO FRIZZI

«Ho sempre avuto la gioia di vivere e di godere la vita momento per momento, l’esperienza brutta che ho dovuto affrontare non ha fatto altro che confermare quello che già sapevo. La vita va goduta, perché non sai mai quello che succede domani».

Così su Tv Sorrisi e Canzoni (23 gennaio 2018) Fabrizio Frizziraccontava la sua malattia, dalla quale si era ripreso dopo una lunga degenza. Il 23 febbraio 2017, il popolare conduttore televisivo scomparso oggi, aveva subito una grave emorragia cerebrale. Stava lavorando per l’Eredità, la trasmissione di Raiuno, quando si sentì male e fu portato in ospedale, dove si certificò l’ictus.

Da allora ha iniziato a lottare «come un leone», per tornare quello di un tempo. Tra mille difficoltà aveva anche ripreso la conduzione, ma le sue condizioni non erano mai tornate stabili.

Stella e la Madonna

Frizzi era una persona molto credente. In un’intervista ad Oggi (2013) rivelava il suo rapporto con la fede, confidando di aver chiesto la protezione della Madonna per la figlia Stella, nata a maggio 2013 dalla moglie Carlotta Mantovan.

Il conduttore diceva di considerare la figlia, avuta a 53 anni, come un dono di Maria.  «Ringrazio Dio e la Madonna tutti i giorni. Durante la gravidanza ci sono stati problemi seri, e ci siamo affidati a Maria. Abbiamo chiesto protezione per la mamma e la bambina. E ora che tutto è andato bene, il senso di gratitudine è forte», confidava il conduttore.

“Faccio anche da mamma”

E, a proposito dell’esperienza della paternità, Frizzi rivelava: «Sono un papà, ma se serve sono in grado anche di fare da mamma. Di pappe e pannolini se ne occupa soprattutto Carlotta. Lo fa molto volentieri, ma ogni tanto mi delega e io lo faccio con grande piacere».

I viaggi a Lourdes

Da 15 anni, Frizzi era il volto ufficiale della Giornata nazionale dell’Unitalsi. E in prima persona ha accompagnato i malati a Lourdes così come ha condotto molte manifestazioni nella Basilica sotterranea di San Pio X davanti a 15.000 persone, malati e volontari. Di loro, ricordava in una testimonianza rilasciata a Tv2000 «colpiva il sorriso e la gioia di stare insieme in qauel momento speciale» (Famiglia Cristiana, 26 marzo).

Quando donò il midollo osseo

Ma non solo. Il conduttore, nel 2000, ha compiuto un grande ed indimenticabile gesto di solidarietà verso il prossimo. Per Valeria Favorito, nata nell’ ’88, la vita è ricominciata proprio grazie a Frizzi, dopo la diagnosi di leucemia mieloide acuta. Dopo anni di ricerca di un donatore compatibile, finalmente da Roma qualcuno disse: «Sono pronto». Era proprio lui al telefono: Fabrizio Frizzi!

«La generosità è una parola con cui tanti si riempiono la bocca, tu invece in silenzio, con semplicità e riservatezza, lo hai fatto davvero. Ora il mio sangue è il tuo sangue», disse la donna dopo la felicità riconquistata, aggiungendo con commozione: «Ogni giorno ringrazio Dio per avermi fatto rivivere la vita grazie a te».

La fede ritrovata con suor Gemma

Invece, in un’intervista a Pontifex (2010) il conduttore confessava di aver ritrovato la fede, dopo un periodo di incertezza, grazie alla Santa della Bellezza, Gemma Galgani, ammirando una sua immaginetta. «Io sono sempre stato cattolico, ma ad un certo punto della mia vita mi ha assillato il tarlo del dubbio, della sfiducia. Un caro parente stava morendo per una grave malattia ed io non accettavo questa idea, il mio animo era turbato».

ŚWIĘTA GEMMA GALGANI
EAST NEWS

Un giorno a Lucca, rammentava Frizzi, «il mio sguardo cadde sulla immaginetta di san Gemma Galgani e quel volto bello, pacifico e armonioso, il suo sguardo puro mi hanno rasserenato e in un certo senso convertito. Devo a San Gemma Galgani l’aver ritrovato la fede, quella vera».

 





OFFLINE
6/14/2018 7:14 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Il veterano di guerra si converte a 95 anni:
«E’ da una vita che Ti cercavo»

L’australiano Stanley Everett compirà 96 anni a luglio e da pochi giorni ha ricevuto i sacramenti cattolici del Battesimo, dell’Eucarestia e della Cresima.

I tanti anni alle spalle non gli hanno tolto la lucidità: «Mi sembra che ho ancora tanto da imparare. Tanto per cominciare, inizio a fare il segno della croce quando gli altri hanno già finito», ironizzando sull’ormai lentezza dei movimenti.

Il 17 maggio scorso ha ricevuto la Prima Comunione nella cappella Villa Maria Centre, a Fortitude Valley (Australia). «Un completo cambiamento della mia vita. Per tutta la vita l’ho cercato», ha detto riferendosi a Colui che, unico, salva l’esistenza umana dall’effimero nulla a cui è altrimenti destinata.

Ufficiale per la Gran Bretagna e l’Australia durante la Seconda guerra, Stanley Everett fu inviato in Nord Africa dove venne addestrato per disinnescare e detonare mine antiuomo. Oggi è un veterano di guerra, si è convertito e frequenta la diocesi di Brisbane.

Dopo 95 anni di ricerca di quel Volto, ora dice di essere giunto a casa. «E’ il Signore che mi ha portato qui. Nella vita puoi sempre guardarti indietro, se hai retrospettiva, guardi indietro e dici: “Questo l’ha voluto il Signore”». E ancora: «Se cerchiamo le cose che abbiamo voluto fare noi, troveremo spesso una pagina vuota. Ma se cerchiamo ciò che Lui ha fatto nella nostra vita, non ci sarà spazio in quella pagina. Perché sarà piena».

In una società che idolatra (e, forse, sopravvaluta) la gioventù, Papa Francesco ci ricorda invece l’importanza degli anziani e dei nonni, che sono «le radici e la memoria di un popolo». La testimonianza di Stanley è un bell’esempio di ciò.


OFFLINE
6/19/2018 11:44 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Błaszczykowski, il capitano della Polonia ci mette la faccia:
«io non mi vergogno di Gesù»

Il Mondiale di calcio è iniziato, lasciando a casa la nostra Nazionale. Oggi la selezione polacca sfida il Senegal e a guidare la Polonia è il difensore Jakub Błaszczykowski. Nome impronunciabile, poco conosciuto da noi (nonostante una parentesi nella Fiorentina), ma famoso in Germania e considerato eroe nazionale in patria.

Il suo personaggio va oltre all’ambito sportivo. Originario di Częstochowa, il più importante luogo mariano per i polacchi, all’età di 11 anni ha assistito all’uccisione della madre da parte del padre, e lei gli morì tra le braccia. Assieme al fratello Dawid è cresciuto con la nonna, Felicja Brzeczeck, una devota cattolica che trasmise a loro la fede, accompagnandoli a Messa ed instillando in loro l’abitudine della preghiera e della lettura del Vangelo, cosa che il calciatore rivela di fare ancora oggi.

E’ grazie alla fede che è emerso dal dolore per quanto accadutogli. La vicenda è divenuta nota nel 2012 quando, poco prima dell’inizio del campionato europeo, Jakub si assentò per ragioni personali. Scoprì infatti che il padre -che non vedeva dal giorno dell’omicidio- stava per morire e volle incontrarlo, per perdonarlo. «Quello che mi è successo da bambino ha dato una svolta di 180 gradi alla mia vita», ha confessato. «Non capirò mai cosa è successo o perché è successo, ma quel ricordo mi accompagnerà per il resto dei miei giorni. Darei tutto per vedere mia madre viva».

Błaszczykowski è oggi molto coinvolto nelle opere caritatevoli della Chiesa cattolica ed è un testimonial della Caritas polacca. Organizza feste tra sacerdoti ed atleti d’élite per raccogliere fondi da destinare ai bisognosi ed ogni anno dona magliette sportive ed altri oggetti firmati alle organizzazioni cattoliche, che a loro volta li mettono all’asta. Il capitano polacco ha anche partecipato ad iniziative di evangelizzazione come il National Reading Day. E’ sposato e padre di una figlia.

Nel 2011 ha partecipato alla campagna “Non mi vergogno di Gesù”, organizzata dal mondo cattolico polacco in risposta all’azione di alcuni studenti che hanno chiesto di togliere i crocifissi dalle scuole superiori. In un video ha affermato: «Capisco che la fede è una questione individuale per qualcuno, ma per me è una cosa molto importante. Con grande fede vissuta quotidianamente e con la grande convinzione che Cristo aiuta la nostra vita di tutti i giorni, vorrei incoraggiare le persone a non dimenticare ciò che è più importante per noi, cioè la fede e la preghiera».

All’iniziativa ha partecipato anche il suo collega e amico polacco, Robert Lewandowski (che si dice in dirittura d’arrivo alla Juventus). Abbiamo già parlato di lui in un precedente articolo: «No, non mi vergogno di Gesù o della mia fede», ha dichiarato l’attuale attaccante del Bayer Monaco. «So che Dio è con me. Quando si parla di fede, sappiamo che nella vita moderna e nel mondo tutto sta andando molto velocemente, spesso dimentichiamo i nostri valori e ciò che è veramente più importante per noi. Per quanto mi riguarda, questa fede mi aiuta sul campo, ma anche al di fuori di esso, aiutandomi ad essere un brav’uomo e fare meno errori possibili».


OFFLINE
7/1/2018 9:58 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Błaszczykowski, il capitano della Polonia ci mette la faccia:
«io non mi vergogno di Gesù»

Il Mondiale di calcio è iniziato, lasciando a casa la nostra Nazionale. Oggi la selezione polacca sfida il Senegal e a guidare la Polonia è il difensore Jakub Błaszczykowski. Nome impronunciabile, poco conosciuto da noi (nonostante una parentesi nella Fiorentina), ma famoso in Germania e considerato eroe nazionale in patria.

Il suo personaggio va oltre all’ambito sportivo. Originario di Częstochowa, il più importante luogo mariano per i polacchi, all’età di 11 anni ha assistito all’uccisione della madre da parte del padre, e lei gli morì tra le braccia. Assieme al fratello Dawid è cresciuto con la nonna, Felicja Brzeczeck, una devota cattolica che trasmise a loro la fede, accompagnandoli a Messa ed instillando in loro l’abitudine della preghiera e della lettura del Vangelo, cosa che il calciatore rivela di fare ancora oggi.

E’ grazie alla fede che è emerso dal dolore per quanto accadutogli. La vicenda è divenuta nota nel 2012 quando, poco prima dell’inizio delcampionato europeo, Jakub si assentò per ragioni personali. Scoprì infatti che il padre -che non vedeva dal giorno dell’omicidio- stava per morire e volle incontrarlo, per perdonarlo. «Quello che mi è successo da bambino ha dato una svolta di 180 gradi alla mia vita»ha confessato«Non capirò mai cosa è successo o perché è successo, ma quel ricordo mi accompagnerà per il resto dei miei giorni. Darei tutto per vedere mia madre viva».

Błaszczykowski è oggi molto coinvolto nelle opere caritatevoli della Chiesa cattolica ed è un testimonial della Caritas polacca. Organizza feste tra sacerdoti ed atleti d’élite per raccogliere fondi da destinare ai bisognosi ed ogni anno dona magliette sportive ed altri oggetti firmati alle organizzazioni cattoliche, che a loro volta li mettono all’asta. Il capitano polacco ha anche partecipato ad iniziative di evangelizzazione come il National Reading Day. E’ sposato e padre di una figlia.

Nel 2011 ha partecipato alla campagna “Non mi vergogno di Gesù”, organizzata dal mondo cattolico polacco in risposta all’azione di alcuni studenti che hanno chiesto di togliere i crocifissi dalle scuole superiori. In un video ha affermato«Capisco che la fede è una questione individuale per qualcuno, ma per me è una cosa molto importante. Con grande fede vissuta quotidianamente e con la grande convinzione che Cristo aiuta la nostra vita di tutti i giorni, vorrei incoraggiare le persone a non dimenticare ciò che è più importante per noi, cioè la fede e la preghiera».

All’iniziativa ha partecipato anche il suo collega e amico polacco, Robert Lewandowski (che si dice in dirittura d’arrivo alla Juventus). Abbiamo già parlato di lui in un precedente articolo«No, non mi vergogno di Gesù o della mia fede», ha dichiarato l’attuale attaccante del Bayer Monaco. «So che Dio è con me. Quando si parla di fede, sappiamo che nella vita moderna e nel mondo tutto sta andando molto velocemente, spessodimentichiamo i nostri valori e ciò che è veramente più importante per noi. Per quanto mi riguarda, questa fede mi aiuta sul campo, ma anche al di fuori di esso, aiutandomi ad essere un brav’uomo e fare meno errori possibili».

 

OFFLINE
7/11/2018 10:27 AM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Le domande sulla vita non badano ai titoli nobiliari



CHARLOTTE CASIRAGHI




Ha inaugurato per il Principato di Monaco i Rencontres Philosopihques e tra le sue ambizioni c’è quella di avvicinare i bambini alla filosofia anche se, non è la prima a riconoscerlo, i bambini possiedono una innata profondità di domande ed un rigore che spesso non rintracciamo più negli adulti. Sono cioè naturaliterfilosofici. La sequenza dei perché con i quali spesso inchiodano mamma e papà perché rivelino loro il senso delle cose è la dimostrazione più ricorrente e lampante di questa loro urgenza.


La bellissima Charlotte, figlia secondogenita della principessa Caroline e di Stefano Casiraghi, ha forse la stessa sana inquietudine, non più infantile ma esistenziale, alla quale crede di aver trovato casa proprio negli studi filosofici. Ai pochissimi e sceltissimi giornalisti presenti alla serata conclusiva e all’incontro la mattina seguente per la presentazione dell’iniziativa di cui è volitiva promotrice la Mademoiselle risponde alla domanda sulla genesi di questa sua passione in questo modo:



Gli incontri sono stati importanti. Anche le letture. Ma non posso dirle: “Ho letto un saggio ed è successo questo”; solo che ho una natura inquieta, e che mi sono sempre posta domande sulla vita, la morte, il tempo…


(…) Ho sempre letto molti libri e poesie: danno emozioni profonde, e acuiscono la sensibilità. La filosofia è stata determinante nel riuscire ad accogliere questa intensità senza perdermi. (Io Donna)



Non manca la riflessione sulla strutturale e forse solo apparenteimmediatezza garantita dall’Olimpo del web dove, come Zeus, Google sa e governa molte cose e al quale sembra che possiamo ma ormai dobbiamo chiedere tutto. Invece, osserva Charlotte la filosofia esige tensione, tempo, forse anche attesa. 


Diciamolo subito così non ci distrae più: la giovane, bellissima, ricchissima mademoiselle può decidere di abbracciare una causa simile perché è appunto ricca, bella, influente e preservata dalle molte angustie che invece attanagliano le vite di gran parte dei mortali. Ma mortale è lei pure e questo non dà pace ai ricchi come non ne dà ai poveri. E sia i poveri sia i ricchi sono dotati di ragione e di passioni.



Non si può dire: «Le domande su amore, desiderio, corpo, accoglienza non mi interessano»: sono il cuore della vita (Ibidem)



La sua “passione” più specifica si concentra proprio sulle passioni e sulle emozioni. E’ proprio su questo tema che ha scritto e pubblicato il suo primo libro, Archipel des passions nato dalla collaborazione con il suo professore di liceo, Robert Maggiori. Nelle loro conversazioni messe su carta invitano ad approcciare le passioni e le emozioni in modo maggiormente umano, ovvero a governarle e a non subirle. Non male come proposito.






Una notazione preziosa e universale, sebbene ferocemente minacciata dall’attuale ondata ideologica gender, che emerge dall’intervista riportata su Io Donna è quella sulla nascita:

D-Nella sua lettura, la nascita è considerata il primo gesto di ospitalità. Dato che è mamma, questi temi la toccano in modo speciale?
R-È un grande errore pensare che solo una madre sia in grado di comprendere la relazione tra nascita e accoglienza: al contrario siamo tutti coinvolti da questa prima “ospitalità” che abbiamo avuto e ci ha protetto. (Ibidem)

Tutti siamo nati da una madre, anche i padri. Anche le donne che hanno figli, anche i figli che non diventano padri. Charlotte di figli ne ha già uno di 4 anni ed è in attesa del secondo, da un altro uomo. E se vive con questa irrequietezza (non solo quella che le ha fatto cambiare compagni ma proprio l’inquietudine esistenziale che denuncia lei stessa) di sicuro si sarà lasciata interrogare dalla sua stessa esperienza di maternità.

Questa giovane donna, brillante studentessa, giornalista e scrittrice, modella, icona di stile e tutto il resto avrà forse capito, non solo dai libri ma anche per i dolori che non sono mancati nella sua vita (ha perso il papà a soli 5 anni), pur essendo ricca e piena di privilegi che “anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni! (Luca 12, 15)?

 


OFFLINE
7/11/2018 10:32 AM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Nel mondo ci sono 5.000 vergini consacrate.
Che pregano per tutti 

CONSECRATED VIRGINITY
 
 

Un documento vaticano approfondisce le caratteristiche e la disciplina di questa vocazione speciale fuori dai monasteri

Il Vaticano ha pubblicato questo 4 luglio l’Istruzione Ecclesiae Sponsae Imago sull’Ordo Virginum, che disciplina la vocazione di circa 5.000 “vergini consacrate” (secondo dati del 2016).

Il documento è quindi rivolto alle donne che scelgono di essere vergini e restano nel loro contesto ordinario di vita per evangelizzare e servire. Queste consacrate vivono da sole o in comunità, e alcune si dedicano a insegnare o al servizio in ospedali o missioni, senza essere suore. Vivono in ogni continente, in varie diocesi.

Le “vergini consacrate” offrono la propria testimonianza di vita nell’ambito della società e della Chiesa, ha ricordato il prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il cardinale João Braz de Aviz.

Si tratta del “primo documento della Sede Apostolica che approfondisce la fisionomia e la disciplina di questa forma di vita”, e il testo viene alla luce a seguito del Rito liturgico e delle norme approvate da Papa Paolo VI.

Il nuovo rito di consacrazione con cui una vergine si consacrava a Dio come “immagine della Chiesa sposa di Cristo” è stato approvato quasi 50 anni fa (21 maggio 1970) su mandato di Papa Montini, ma era una tradizione radicata nel cristianesimo dei primi secoli.

Dopo il Concilio Vaticano II e dopo secoli, si è concessa alle donne vergini questa forma di consacrazione, prima riservata solo alle suore.

 

L’Ecclesiae Sponsae Imago vuole aiutare a scoprire la bellezza di questa vocazione e a mostrare come il Signore “trasfigura la vita di tante donne” ogni giorno, ha affermato il porporato.

Il documento è una guida rivolta ai vescovi e alle vergini consacrate, così come alle donne in formazione. Il testo è rivolto alle donne interessate a questa “peculiare vocazione”, ha spiegato il segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, monsignor José Rodríguez Carballo, O,F.M.

Immagini della cerimonia di una vergine consacrata:

“Alcuni passi del Nuovo Testamento testimoniano che già nelle comunità apostoliche erano presenti donne che, accogliendo il carisma della verginità, lo abbracciavano come stabile condizione di vita per occuparsi con cuore indiviso delle cose del Signore”, ha ricordato.

“Insieme con le altre forme di vita ascetica, la scelta della verginità fiorì spontaneamente in tutte le regioni nelle quali il cristianesimo si diffondeva, assumendo le caratteristiche di uno stato di vita pubblicamente riconosciuto nella Chiesa come Ordo virginum, con espressione analoga a quelle usate per indicare gli altri Ordines (Ordo episcoporum, Ordo presbyterorum, Ordo diaconorum, Ordo viduarum)”.

Significato

Monsignor José Rodríguez Carballo ha spiegato il significato che aveva questa vocazione nelle prime comunità cristiane e il grado di ammirazione che ha raggiunto tra i credenti cristiani, sottolineando che è stata anche motivo di persecuzione e martirio.

Le vergini consacrate ricevevano il titolo di sposa di Cristo. In loro, infatti, si riflette l’immagine della Chiesa, vergine perché conserva intatta la fede, sposa perché indissolubilmente unita a Cristo suo Sposo, madre perché il Crocifisso Risorto genera in lei la vita nuova secondo lo Spirito.

Martirio

Durante la persecuzione dei cristiani, molte vergini cristiane affrontarono il martirio. In seguito questa decisione virginale rimase circondata da grande considerazione e stima. Dal IV secolo, questo stato di vita si consolidava col rito solenne della consacrazione delle vergini, presieduto dal vescovo diocesano.

Vita familiare e sociale

 

Le vergini consacrate si sono mantenute all’interno del loro contesto familiare e sociale, partecipano attivamente alla vita della comunità cristiana e mantengono un legame con il vescovo, che esprime il carattere escatologico della Chiesa, la Sposa purificata e santa per amore dello Sposo, che vigila sul suo ritorno glorioso e anticipa l’incontro con Lui.

Nel Medioevo, le vergini consacrate si sono riunite a poco a poco nei monasteri per via della nascita del monachesimo e per complesse ragioni storiche e culturali.

È stato così che nel diritto canonico lo stato di vita consacrata femminile è arrivato a identificarsi con la vita contemplativa di clausura.

Monasteri

Il rituale della consecratio virginum, utilizzato solo in alcuni monasteri, si è arricchito nella sua forma di celebrazione, ma confinato alla comunità monastica ha influito sul vincolo con la comunità cristiana, caratteristica della comunità delle origini, che aveva un riferimento diretto all’autorità episcopale. Questa situazione è durata fino al Concilio Vaticano II, solo con alcune eccezioni.

Concilio Vaticano II

Dopo il Concilio sono state gettate le basi per la revisione del rito, e la Congregazione vaticana per il Culto Divino ha promulgato il nuovo Ordo, in cui era prevista la possibilità di consacrare donne che restano nel loro contesto di vita.

“Ripresa dopo molti secoli e in un contesto storico, sociale ed ecclesiale radicalmente mutato, questa consacrazione ha rivelato una sorprendente forza di attrazione”.

Il Concilio Vaticano II ha risposto al desiderio di molte donne che volevano dedicarsi totalmente al Signore e ai fratelli, “ma anche alla contestuale riscoperta dell’identità propria della Chiesa particolare nella comunione dell’unico Corpo di Cristo”.

Nel documento si spiega che “la verginità cristiana si pone così nel mondo come segno manifesto del Regno futuro perché la sua presenza rivela la relatività dei beni materiali e la transitorietà del mondo stesso”.

In questa nuova Istruzione, la Chiesa indica che “le donne che ricevono questa consacrazione sono chiamate a vivere la docilità allo Spirito santo, a sperimentare il dinamismo trasformante della Parola di Dio che fa di tante donne diverse una comunione di sorelle e ad annunciare con la parola e con la vita il Vangelo di salvezza”.

“A Maria, icona perfetta della Chiesa, esse rivolgono lo sguardo, come alla stella che orienta il loro cammino. Alla sua materna protezione la Chiesa le affida”.

Il Vaticano spera di riunire nel 2020 a Roma tutte le vergini consacrate del mondo in un incontro internazionale per commemorare il 50° anniversario del rito accanto al Successore di Pietro.



OFFLINE
8/13/2018 10:17 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Ateo non battezzato, si è convertito vedendo la Messa in televisione
e oggi è sacerdote

Père Yvon Fillebeen

Padre Yvon Fillebeen è un giovane sacerdote delle Missioni Estere di Parigi (MEP). Ordinato il 24 giugno 2017, attualmente serve nella parrocchia di Saint-Luc a Parigi, nel XIX distretto.

Trovare Dio attraverso la televisione

Originario di Pas-de-Calais, Yvon è nato in una famiglia non credente che “ha abbandonato la fede”, e quindi non ha ricevuto alcuna educazione religiosa. È stato al liceo che ha iniziato a porsi domande sul senso della vita: “C’è qualcosa che valga la pena di vivere?”, si chiedeva. Con questo spirito ha deciso di iniziare gli studi di Filosofia per guidare la sua ricerca.

Assisteva anche a lezioni di cinese per conoscere una nuova cultura, una bella scoperta che però non ha placato la sua sete di senso di vita.

Poco tempo dopo, quando era stato destinato a un centro per studenti problematici a Clichy-sous-Bois come professore-documentarista, ha scoperto il messaggio di Cristo.

Una mattina ha deciso di accendere la televisione e ha visto la Messa trasmessa durante il programma Jour du Seigneur. Padre Fillebeen racconta che c’è stato un passo che gli ha toccato il cuore: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti” (Mt 20,28).

 

La nascita di una vocazione

Intensamente interpellato da questa nozione di gratuità, da un Dio al servizio delle persone, ha deciso di continuare le domeniche successive a vedere la Messa in TV, cadendo in preda a una grande inquietudine e non sapendo con chi parlarne.

La Provvidenza lo ha portato a recarsi ad assistere fisicamente alla sua prima Messa, nella cattedrale di Notre-Dame a Parigi, una domenica pomeriggio. Affascinato da quello che aveva appena sperimentato, ha sentito una certezza dentro di sé: “O il senso della vita, della verità, è qui, o non è in alcun luogo”.

Dopo aver varcato di nuovo la soglia di una chiesa, un sacerdote lo ha accompagnato nel cammino del catecumenato: “Volevo aspettare che fosse tutto chiaro, ma ho sentito che dovevo compiere il primo passo, lanciarmi”. Nella Pasqua 2008 Yvon Fillebeen è stato battezzato.

“Gesù ha riempito la mia vita, e quindi ho voluto dedicargli tutta la mia esistenza. Adoravo la Messa, vi assistevo regolarmente e ho compreso molte cose. Così è nata la mia vocazione”, ha raccontato Fillebeen.

Un’esperienza con i fratelli di Thibirine in Cina gli ha aperto gli occhi sulla sua vocazione di sacerdote delle MEP. Dopo un anno di discernimento in una comunità dell’Arca è entrato in seminario.

fonte :  https://it.aleteia.org/2018/08/08/ateo-non-battezzato-convertito-vedendo-messa-in-televisione-e-oggi-e-sacerdote/?utm_campaign=NL_it&utm_source=weekly_newsletter&utm_medium=mail&utm_content=NL_it


OFFLINE
8/19/2018 10:17 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Aldo Brandirali: da Marx a Cristo…passando per don Giussani



E’ alle porte il Meeting per l’amicizia tra i popoli, organizzato da Comunione e Liberazione. Comunque la si pensi, chiunque dovrebbe interessarsi agli scritti di don Luigi Giussani. Il suo ragionevole modo di spiegare la fede non lascia indifferenti ed è, il suo, un metodo di evangelizzazione che non risulterà mai anacronistico. E’ così che ha convertito migliaia di persone, tra cui musulmani, ortodossi, teologi protestanti, agnostici, scienziati, filosofi. Ma anche diversi marxisti: un esempio è Aldo Brandirali.


Classe 1941, Brandirali fu uno dei punti di riferimento dei Sessantottini milanesi, tra i responsabili del PCI nel 1945, leader della maoista Unione dei Comunisti Italiani(marxisti-leninisti), fondatore del settimanale Servire il popolo e della rivista FalceMartello. Almeno fino al 1975 quando, dopo l’incontro con don Giussani, sciolto il suo partito di 15mila aderenti, inizia un cammino di conversione personale.


«Sono stato un interprete influente» del Sessantotto, ha scritto recentemente Brandirali. «Se oggi avessi ancora le opinioni che avevo allora, ora potrei solo raccontare illusioni e fallimenti, e questo non sarebbe interessante. In cinquant’anni ho camminato cambiando, riconoscendo i fallimenti e cercando di spiegare a me stesso le mie ragioni». Fu un’epoca impregnata di «ideologie che brandivano il primato della teoria sulla realtà», tuttavia Brandirali salva il moto originario di quei giovani, di cui era uno dei leader, animati da «bisogni più umani rispetto all’arricchimento e ai miti del benessere e del consumismo. Domande sul significato della propria vita sorgevano come accade sempre in tutte le generazioni. Domande di senso che non avevano risposta nella moralità dominante, con uno Stato concepito come luogo dell’etica consolidata e una Chiesa diventata concorrente, con la sua etica religiosa critica verso l’etica laicista». Lo Stato etico ed una Chiesa moralista. Per questo, «andare controtendenza, rompere con usi e costumi dell’epoca, sperimentare forme di vita diversa: questa diventa la soggettività giovanile di quegli anni».


Capelli lunghi, vestiti strappati, droga e sesso libera, conflitti familiari, contestazione culturale degli insegnanti, anticlericalismo, rimessa in discussione dell’autorità in generale. Questo anche perché «i figli non avevano risposte adeguate da parte degli adulti alle proprie domande di senso. Mancava l’incontro con una corrispondenza al proprio desiderio di significato», scrive l’ex comunista italiano. Ma Bradirali uscì anche dal Pci in quanto «gli ideali comunisti rimanevano esterni alla vita reale, perché scopo della lotta politica era solo quello di partecipare alla classe dirigente del Paese», dando così vita al Gruppo Falcemartello. E, tuttavia, di nuovo il fallimento a causa del «decadimento delle domande iniziali, e con l’insorgere di un astratto problema di concretezza politica, che divenne apertura alle idee di azioni violente per imporre le nostre idee. Io mi rifiutai di entrare in questa logica e provocai lo scioglimento del movimento. Si capiva che non avevamo trovato risposte al nostro desiderio. Uno scioglimento che riguardava 15mila aderenti e che scatenò mille rancori nei miei confronti».


Nell’ottobre del 1982, come dicevamo, avviene l’incontro con don Giussani, fondatore del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione, il quale sta tentando di recuperare tra i giovani la credibilità del cristianesimo come risposta alle attese di significato insite nel cuore dell’uomo. Afferma la necessità di ripartire dall’incontro concreto con Cristo, incontrabile nei volti della comunità cattolica, per cambiare davvero la vita e, di conseguenza, il mondo intero. «Mi colpì molto il suo riconoscimento di quello che ero, non di quello che dicevo», scrive Brandirali. «Questa nuova attrattiva crebbe dentro di me, e nel maggio del 1985 in un incontro pubblico con don Giussani dissi: “ma tu dov’eri, io ti ho sempre cercato”; volevo dire che avevo trovato in lui finalmente un punto di riferimento per capire le mie domande. Giussani stesso rispose che anche lui mi aveva cercato, ovvero che sapeva di quel fermento giovanile, delle domande che lo caratterizzavano, e voleva raggiungerci oltre le ideologie».


Aldo Brandirali si convertì così al cattolicesimo, abbandonando completamente l’ideologia marxista-maoista. Oggi ne salva l’ideale ma condanna i suoi sviluppi: «Avendo studiato in gioventù Marx e avendo poi verificata la teoria che ha preso il nome di marxismo», ha riflettuto, «dopo un lungo percorso che mi ha portato a un cambiamento profondo delle mie idee, sono diventato cattolico e ho compreso che non può esistere una scienza della vita dei popoli e delle persone». Questo perché «il desiderio di giustizia e di eguaglianza fra gli uomini costituisce un nobile ideale, e l’andare contro la mentalità mondana dell’arricchimento come scopo del vivere è un passo vero verso la libertà, ma tutte queste ragioni umane hanno bisogno del vero soggetto della storia, che non è l’auto-emancipazione degli uomini, ma è l’unità degli uomini, che ha la sua radice in Cristo e nella capacità di seguire per fede la verità. Cristo è il soggetto della storia, una presenza che rivoluziona continuamente la vita degli uomini riconoscendoli e sostenendoli nel desiderio».


Don Luigi Giussani è stato recentemente ricordato dall’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, il quale ha ricordato il suo «modo così personale, diretto e affettivo, innamorato di Dio e per questo penetrante, sensibile, fermo e duttile, attento all’uomo, che faceva sentire l’ansia del cielo e apriva le domande più vere del cuore, della persona. Giussani vide come i ragazzi in realtà erano affamati di parole vere, desiderosi di acqua per spegnere la sete del cuore, che andavano nudi perché con tante parole spogliate di contenuto vero, prigionieri di luoghi comuni». E, uno di questi ragazzi, fu proprio l’ex marxista Brandirali.

fonte: https://www.uccronline.it/2018/08/18/aldo-brandirali-da-marx-a-cristo-passando-per-don-giussani/


OFFLINE
2/7/2019 12:30 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Lo scienziato agnostico
che si è convertito a Medjugorje

medjugorjeLe conversioni a Medjugorje. Tra gli innumerevoli convertiti anche João Carlos Da Silva, ricercatore e ingegnere portoghese che ha raccontato la sua esperienza nel paesino della Bosnia Erzegovina.

 

Arrivò incredulo ma, al suo ritorno in Portogallo, era già certo di quel che aveva sperimentato. Il suo nome è João Carlos Da Silva, ricercatore portoghese ed ingegnere di Biosistemi, docente presso l’Università Tecnica di Lisbona. Un uomo completamente secolarizzato, privo di credo religioso ma con la “casualità” di avere una moglie interessata ai fenomeni di Medjugorje, la cittadina della Bosnia Erzegovina dove dal 1981 alcune persone dicono di ricevere apparizioni quotidiane dalla Vergine.

 

La scienza e Medjugorje: apparizioni e sole pulsante.

Il caso delle apparizioni di Medjugorje è stato analizzato anche da alcuni medici e scienziati, che hanno escluso la “frode e l’inganno cosciente”. Lo ha confermato Giorgio Gagliardi, psicofisiologo e psicoterapeuta alla Scuola Europea di Ipnosi e Psicoterapia Ipnotica di Milano e membro del Centro Studi Parapsicologici di Bologna. I fenomeni che lì avvengono rimangono un mistero e hanno generato enorme scetticismo, sia all’interno che all’esterno del mondo cattolico.

Uno studio del 2016 ha rilevato che i pellegrini che si recano a Medjugorje non sono affatto sprovveduti creduloni, lontani da tentazioni millenariste, sincretismo religioso o miracolismo magico. Vi sono comunque numerose testimonianze su fatti apparentemente inspiegabili come improvvise pulsazioni del sole, percepite da tutti ad occhio nudo. Ne sono state testimoni la giornalista Rai, Elisabetta Castana, e la psicoterapeuta Fausta Marsicano, docente presso l’Università Europea di Roma. Quest’ultima, in particolare, ha smentito che si potesse trattare di un’allucinazione collettiva o di un fenomeno provocato dalle videocamere amatoriali, testimoniando che la percezione delle pulsazioni solari avviene in modo sincronico in tutti i presenti.

 

La posizione della Chiesa. Il Papa a Chiara Almirante: “ho salvato io Medjugorje”.

Per quanto riguarda l’approvazione della Chiesa, la Commissione d’inchiesta su Medjugorje presieduta dal card. Camillo Ruini ha concluso il suo rapporto, consegnandolo a Papa Francesco. Uno dei diciassette membri della Commissione, padre Salvatore Maria Perrella, preside della Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” di Roma, ha spiegato che «il Papa ha avocato a sé ogni decisione su Medjugorje». Il giudizio di tale commissione non è definitivo e ha sezionato il “caso” in due segmenti: una prima parte riguarda le sette apparizioni iniziali, su cui il giudizio è quello di credibilità. Mentre la Commissione è perplessa sul seguito delle apparizioni, che continuerebbero ancora oggi.

Nel novembre scorso, Chiara Almirante, fondatrice della comunità Nuovi Orizzonti, si è recata da Papa Francesco avendo il sospetto che le informazioni in possesso del Pontefice -più volte intervenuto in modo critico verso la Madonna “postina”– non fossero fondate. Il Papa le ha risposto: «Chiara, guarda che sono io che ho salvato Medjugorje, perché la Commissione della Congregazione della Dottrina della Fede, sulla base di tante notizie anche false, aveva già detto che Medjugorje è tutto falso. Quindi sono io che poi ho salvato Medjugorje, sono io che ho mandato Hoser perché credo – quello che ho anche affermato nella conferenza stampa – che i frutti sono tanti e sono inequivocabili. Puoi dire che ho a cuore Medjugorje, e che non mi sono reso conto che quella affermazione, che io ho detto a titolo personale, ma che nasceva anche da una informazione sbagliata, era arrivata in maniera così forte. Quindi puoi dire che ho a cuore Medjugorje, molto a cuore. E che mi sto muovendo col mio delegato Hoser, proprio per custodire tutto ciò che c’è di bello c’è a Medjugorje». Proprio mons. Henryk Hoser, il vescovo polacco che Papa Francesco ha nominato come Visitatore Apostolico a Medjugorje, sottraendone la giurisdizione dal vescovo di Mostar, mons. Peric, ha annunciato qualche settimana fa la costruzione di un santuario più ampio, dopo aver definito Medjugorje “luce del mondo”.

 

La conversione dell’ingegnere agnostico João Carlos Da Silva.

Questo perché è innegabile la mole di conversioni che avvengono ogni anno in questo piccolo paesino, i cui frutti spirituali sono enormi e teologicamente sani. Tra essi proprio il prof. João Carlos Da Silva, il quale pur indifferente e completamente laico, alcuni anni fa ha acconsentito di accompagnare la moglie, devota cattolica, in un pellegrinaggio in seguito ad un esaurimento nervoso. Lui non ricordava neppure se aveva fatto o meno la Prima Comunione da piccolo, neppure l’ultima volta che era entrato in una chiesa o aveva assistito ad una celebrazione eucaristica, era più interessato a conoscere le tecniche di agricoltura del luogo che altro.

Il primo impatto, una volta arrivati a Medjugorje, fu scioccante. Lui stesso ha raccontato che nonostante 40 gradi di temperatura, migliaia di giovanierano raccolti in preghiera, interminabili file con centinaia di persone desiderose di confessarsi, canzoni, rosari. Ritornati all’ostello in cui alloggiavano, la guida li informò che il giorno seguente si sarebbe svolta un’apparizione dedicata ai non credenti. Si fece convincere dalla moglie e dalle figlie di scrivere su un foglio un’intenzione alla Madonna: «Intercedi per me davanti a Dio, perché perdoni i miei peccati». Durante la (presunta) apparizione, qualcosa in lui effettivamente accadde, in particolare -ha testimoniato- la sensazione di un «grande rammarico per il mio passato, per una vita colma di peccato, così passai tutto il mio tempo chiedendo a Dio la grazia del perdono». A questa sensazione si aggiunse un altro segno: «Sono stato assorbito da una brezza fresca e contemporaneamente tutte le cellule del mio corpo, dai piedi alla testa, sono state attraversate da qualcosa di simile a una corrente elettrica. Questo fenomeno durò alcuni secondi». La prima reazione, terminata l’apparizione, fu chiedere alle figlie se anche loro avevano sperimentato lo stesso, ricevendo risposta negativa e piuttosto sorpresa in quanto la temperatura era molto elevata.

La moglie si accorse del cambiamento di João Carlos Da Silva e insistette perché si confessasse, così fece e così avvenne la sua conversione e l’inizio della sua vita da cattolico. «Penso che questo sia stato il culmine dell’intercessione della Vergine di fronte a Dio, che avevo chiesto a Medjugorje. Dio vuole salvare tutti ed è pronto ad accogliere tutti quelli che sono lontani da Lui, come lo ero io».

fonte UCCR


OFFLINE
3/5/2019 5:53 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Jordan Peterson,
Agnostico ma in cammino verso il cristianesimo 

Jordan Peterson“12 regole per la vita” (My Life 2018). Il nuovo libro del celebre psicologo canadese, Jordan Peterson, uno dei più influenti intellettuali dell’America del Nord. Agnostico ma in cammino verso il cristianesimo, come dimostra anche il suo ultimo lavoro, divenuto bestseller internazionale.

 

Abbiamo già parlato di un intellettuale emergente, davvero interessante, nel panorama internazionale, il cui nome è Jordan B. Peterson. E’ ritenuto il più importante e influente opinionista in Canada, psicologo clinico e docente presso l’Università di Toronto, i cui podcast su Youtube vengono seguiti da milioni di persone. E’ divenuto noto nel 2016 per essersi rifiutato di utilizzare i pronomi neutrali per chiamare le persone transessuali.

 

“12 regole per la vita”, un libro che conferma il cammino cristiano di Peterson.

Anche in Italia è arrivato il suo ultimo libro, intitolato 12 regole per la vita. Un antidoto al caos (My Life 2018), subito divenuto bestseller internazionale. E’ un buon strumento per comprendere il pensiero di Peterson, basato su storie concrete e idee utili per la vita ma, al di là del titolo molto commerciale, è una profonda riflessione antropologica su questioni importanti per l’esistenza come l’atteggiamento morale verso il bene o il male, il destino personale, l’educazione dei figli ed altri argomenti, come l’utopismo egualitario, il femminismo, l’ecologia ecc.

Avevamo già rivelato che l’eminente psicologo sta percorrendo un cammino molto vicino al cristianesimo, le sue ultime conferenze sono dedicate alla Bibbia, allo studio sul cristianesimo antico e più volte ha riflettuto sulla responsabilità di dichiararsi cristiani, che forse ancora non sente di potersi assumere: «Se sei un cristiano hai una responsabilità etica: imitare Cristo, hai bisogno di assumerti la responsabilità del male nel mondo come se ne fossi responsabile, prendere i peccati del mondo su te stesso. E devi capire che tu determini la direzione del mondo, che sia verso il paradiso o l’inferno, con le tue azioni verbali, e devi assumerti la responsabilità di questo».

Anche il suo ultimo libro è pregno di cristianesimo, il Nuovo Testamento è continuamente citato, così come abbondano i riferimenti a Gesù Cristo e alla Vergine Maria, verso i quali c’è ammirazione e rispetto, anche se vengono ritenuti più come “archetipi”. Peterson si riferisce alle storie bibliche (il peccato originale, Caino e Abele, il Diluvio, Abramo) come chiavi di interpretazione del presente e non sorprende che tra i suoi ispiratori vi sia Carl Gustav Jung.

 

Il giudizio del mondo cattolico.

Il mondo cattolico si è diviso sul lavoro di Jordan Peterson, il cattolico conservatore John Horvat si è mostrato scettico sul fatto che un autore non cristiano possa portare le persone ad interessarsi al cristianesimo, seppur sappia sfidare la società politicamente corretta e tenti di farlo usando nozioni cristiane. Molto più duro il teologo Adam AJ DeVille, per il quale il libro dell’intellettuale canadese non è solo banale e superficiale, ma pericoloso in quanto è un’apologia verso il darwinismo sociale e l’individualismo borghese.

Per quanto ci riguarda siamo più concordi con il teologo americano Scott Ventureyra, il quale ha valorizzato l’enorme potenzialità di Peterson nel portare una visione cristiana della realtà in una società che ha cessato di esserlo, considerando oltretutto il grande seguito che riscuote nei cosiddetti millennial. Sam Guzman ha a sua volta spiegato che sebbene non sia un esempio di cattolico, la sua difesa dell’eredità cristiana occidentale nel mondo postmoderno può risultare molto utile nell’evangelizzazione.

 

Ottimo strumento per respingere i “vizi laici” della società contemporanea.

Ciò che va salvato dell’opera di Peterson è certamente il suo riuscito tentativo di offrire ottimi argomenti per respingere la filosofia postmodernista, il relativismo nichilista, l’individualismo sfrenato, l’egoismo narcisista ed il pensiero utopico, quattro grandi vizi “laici” dei nostri contemporanei. Ad essi lo psicologo canadese risponde invitando il lettore a diventare protagonista della sua vita, a riconoscere le proprie colpe piuttosto che quelle altrui, a sfuggire al vittimismo ed il risentimento che immobilizzano l’esistenza, all’aprirsi al sacrificio per gli altri.

«Non solo appartieni a te stesso», scrive ad esempio Jordan Peterson, nei suoi “consigli sulla vita”. «Hai in te una scintilla di divinità che non ti appartiene, appartiene a Dio». E ancora: «Abbi cura di te oggi, mira al bene supremo, la traiettoria del tuo destino indica il cielo e questo riempie la tua vita di speranza». Un altro esempio: «L’idea del sacrificio virtuoso è profondamente radicata nella cultura occidentale (almeno nella misura in cui l’Occidente è stato influenzato dal cristianesimo, che si basa sull’imitazione di qualcuno che ha compiuto l’atto supremo di sacrificio)».

 

Il cristianesimo è la spina dorsale dell’Occidente.

Si confessa personalmente agnostico, ma riconosce che la spina dorsale dell’etica occidentale è il cristianesimo, verso il quale ha parole di grande apprezzamento: «Il cristianesimo ha raggiunto quello che era quasi impossibile. La dottrina cristiana ha sollevato l’anima individuale, ponendo lo schiavo, il padrone, l’uomo comune e il nobile, in una posizione di uguaglianza metafisica, rendendoli uguali davanti a Dio e alla legge. In questo modo la concezione metafisica del valore implicito trascendentale di ogni anima finì per essere imposta contro tutte le aspettative come presupposto fondamentale della legge e delle società occidentali, contrariamente all’antichità e contrariamente a quanto accade nella maggior parte del mondo di oggi». 

Infine, nel libro di Peterson, c’è spazio anche per alcune valutazioni di tipo morale. Come sul divorzio, si chiede infatti: «È stata una buona decisione liberalizzare così apertamente le leggi sul divorzio negli anni ’60? Non mi sembra che i bambini, le cui vite sono state destabilizzate dall’ipotetica libertà che questo tentativo di liberazione ha introdotto, siano in accordo con l’affermazione».

Lo psicologo canadese ha invitato a «non fingere che tutte le composizioni familiari siano ugualmente valide, perché non lo sono», e ha argomentato contro l’ideologia gender: «Le persone sono spesso disposte a produrre danni collaterali se possono aggrapparsi alla loro teoria. Alcuni insistono, con crescente forza, sul fatto che il genere sarebbe un costrutto sociale, ma non lo è, e non è un dibattito: ci sono dati che lo dimostrano. Studi scientifici inconfutabili e multidisciplinari indicano che le differenze sessuali sono fortemente influenzate da fattori biologici. Non insegniamo ai nostri figli che la Terra è piatta, né dovremmo insegnare loro teorie basate sull’ideologia e prive di supporto sulla natura di uomini e donne».


OFFLINE
3/29/2019 11:42 AM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Entrò con una pistola all’incontro del gruppo di preghiera:
si trovò di fronte Dio

conversion of a bully

L'incredibile storia di conversione di Mirko Boletti, bullo,
spacciatore con una difficile situazione familiare alle spalle

Mirko Boletti pensò che i suoi problemi erano dovuti al conflitto familiare con suo padre, ma, dopo averlo buttato fuori di casa, scoprì che i suoi problemi non erano risolti. Iniziò a condurre una vita sempre peggiore: alcool, festini e spaccio di droga.

Pieno di piercing e di ferite interiori, il vuoto che sentiva aumentò. Un giorno si recò in chiesa per minacciare un diacono, ma questi gli rispose con una frase che non riusciva a togliersi dalla testa, e che fu l’inizio di un cambiamento di vita che lo avrebbe salvato dal carcere e dall’inferno che stava vivendo.

Mirko ha raccontato la sua conversione radicale nel programma Change of Needles di Euk Mamie e Javier Lozano lo ha sintetizzatizzato per Religion in Freedom.

Dopo la cresima

Tutto risale alla sua infanzia, trascorsa vicino Brescia. Da bambino andava a messa e al catechismo grazie alla fede impartitagli da sua madre. Ma non appena ha fatto la cresima è successo quello che accade a molti dei giovani cattolici: non è più tornato in chiesa.

Dentro di lui è iniziato un malessere crescente, sopratutto a causa del difficile rapporto con il padre. «Era sempre assente, fuori casa. Ho creato un grande vuoto dentro di me e inconsciamente ho incolpato Dio», dice Mirko.

La madre trascorreva le giornate a lavorare per tirare avanti la famiglia e suo padre lasciava debiti ed era infedele.

 

Vita da bullo

Quando ha compiuto 18 anni, stufo di questa situazione, ha cacciato suo padre fuori di casa. Per lui Dio non esisteva. «Pregare per cosa? Perché ha permesso tutto questo nella mia vita?», si chiedeva.

La sua vita era fatta di uscite in discoteca, alcool, bullismo. «Ero sempre fuori con i miei amici ed ero il loro capo. Mi ubriacavo, andavo in discoteca, faceva sesso.

Le droghe pesanti e lo spaccio

Mirko pensava che buttando suo padre fuori di casa, i suoi problemi si sarebbero risolti. Ma non era così. Dall’alcool era passato alla droga.«Droghe pesanti come la cocaina, ma erano costose, e non avevo i soldi per comprarle perché i soldi che si guadagnavano a casa mia servivano per pagare i debiti che aveva lasciato mio padre. Allora ho iniziato con le prime rapine e anche con il traffico di droga», spiega durante l’intervista.

I gruppi di preghiera

Sua madre lo sgridava continuamente per la vita che conduceva e Mirko diventava aggressivo anche con lei. Da allora sua madre rinunciò a richiamarlo, e cominciò a pregare molto di più per lui: frequentava gruppi di preghiera con la speranza che il figlio si convertisse.

Mirko era curioso di vedere quei luoghi che frequentava la madre. Pensava tra se, di voler uccidere chi condizionava mentalmente la madre. E un giorno (di venerdì sera), «sono andato con la mia pistola, i miei capelli lunghi e i miei 107 orecchini ad uno di quegli incontri».

Stavo morendo dalla vergogna

Ma il giovane bullo non tirò mai fuori la pistola. Rimase abbagliato dalla scena che si trovò di fronte. Un diacono dal volto gentile e molti giovani che pregavano. «Ho visto qualcosa nei loro occhi che non avevo. Ho potere, soldi, donne, ma questi…cosa hanno? C’era anche una ragazza su una sedia a rotelle con un sorriso impressionante, e mi sono detto, che cosa ridi?…».

Quell’incontro aveva scosso Mirko. Che continuava a fare la sua vita di eccessi, ma tornava spesso alle riunioni perchè erano come «una calamita».

La guida di Dio

Domenica 3 marzo 1996 la data della sua conversione: sentire Dio dentro di sé e abbandonare di colpo quella «vita di merda», una sensazione incredibile.

Era ad uno degli incontri e «all’improvviso – ho iniziato a sentire un grande calore che andava dalla testa ai piedi, ho iniziato a piangere e non potevo smettere. Stavo morendo dalla vergogna. E ho sentito dire dentro di me: “perdona tuo padre perché anch’io ho perdonato anche te”». Da lì ha “ufficialmente” abbracciato la fede.

Tra alti e bassi Mirko sta costruendo un futuro radioso. «Dio ti porta in braccio, come una luna di miele. Ho iniziato a studiare, ho preso il diploma, la laurea in scienze religiose, in psicologia. Le difficoltà c’erano e ci sono, per tante cose che ti succedono. Però quando ti fermi e inizi a dialogare con Dio, ti rendi conto che anche se ti è successo questo o quello, sei sulla strada giusta. E allora hai la forza di andare avanti».


OFFLINE
3/29/2019 11:45 AM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Vecchio anarchico, ateo imbruttito,
Alain Mejiar racconta la sua conversione

 

Alain Mejias è un neo-convertito. Già anarchico, artista senza fede né legge, ora prepara un film che racconta una messinscena teatrale del “Cantico dei cantici” nella Polonia degli anni ’50, messinscena in cui si trova implicato un certo… Karol Wojtyła, uno degli attori principali. Un film che riflette magnificamente il suo cambiamento di vita. Lo abbiamo intervistato.

 

Aleteia: Lei ha un passato quasi all’opposto della vita che conduce adesso, grazie a una conversione piuttosto recente – sopraggiunta nel 2013. Ce ne può dire qualcosa in più?

Alain Mejias: È necessario, bisogna che io parli del ruolo decisivo della mia conversione nella mia vita di uomo e di artista. Dai 15 ai 22 anni ho scritto poesie in uno stato di assoluta insubordinazione; a 25 anni, in spregio di ogni compromesso, presi il partito della trasgressione – bisognava far saltare in aria il belmondo dell’arte ufficiale, che mi stomacava. Abbandonai allora l’apparato teoretico sul quale lavoravo – gender theory, femminismo e cinema hollywoodiano. Ammirato dallo stile di Douglas Sirk, di Joseph Mankiewicz, di Vincente Minnelli, celebravo la magnificenza dei sentimenti, l’esubero della passione carnale; puntavo sulla trasgressione per destabilizzare quelli che, nell’arte, si schieravano con il bello – ciò si enunciava mediante tematiche “morbide”. L’arte era un metodo per affrancarmi dalla norma. Come uomo ero anarchico, antireligioso – e non intendo semplicemente ateo, ma rabbiosamente avverso all’idea di Dio, il famoso “né Dio né padrone”.

Mi ritagliai un tempo dedicato alla scrittura di scenografie. Ho fatto qualche pellicola trasgressiva nell’ambiente underground, diffusa unicamente nel circuito del cinema di genere. Non ha funzionato perché la cosa non era adatta, ma soprattutto perché gira e rigira si finiva a cose decisamente miserabili, a un passo dal peep show [riprendere persone che urinano, N.d.T.]. Come artista, la cosa non era ulteriormente sostenibile. Allora ho fermato tutto e la mia vita è diventata tutta “sesso, droga e rock’n’roll”. Erano gli anni ’90. Fino al 2013, l’anno della mia conversione, la mia vita era fatta di sbandate e di traiettorie oblique, alle volte sorprendenti e spesso poco simpatiche per la società – molto di più per me. Anarchico com’ero, rifiutai la società ed espulsi la violenza presente in me mediante dei rinunciabili atti di trasgressione.

Com’è andata la sua strada verso la conversione?

La Vergine Maria mi è venuta incontro domenica 8 settembre 2013, mentre passeggiavo lungo Rue d’Assas. Il tutto è accaduto tramite una donna, sulla sessantina, portati bene, che chiedeva l’elemosina. Mi ha chiesto cinque euro. Era domenica, tutti i negozi erano chiusi. Avevo venti euro in tasca e non ero il Buon Samaritano, non mi sarei scucito i miei venti pezzi ma glie ne avrei dati cinque volentieri. Le chiedo allora di avere un attimo di pazienza, il tempo di trovare chi mi facesse il cambio. Ho girato invano e sono tornato indietro, chiedendomi se la mendicante fosse ancora là… Stava lì buona buona ad aspettarmi. E – questo lo spiega solo il Signore, lo Spirito Santo che già era lì – mi guardo nel portafogli e vedo la banconota da cinque. Magari avevo guardato male, vallo a sapere, ma la cosa è andata così. Le do i soldi e m’inginocchio per risistemare il portafogli nello zaino. Quando mi sono rialzato lei non c’era più, eppure in quel punto di Parigi lo spazio tra le strade è bello largo: mi è sembrato strano, soprattutto vista la sua età, che non me la faceva sembrare veloce, ma non mi ci sono arrovellato oltre. A partire da quel giorno, ho sentito che la Vergine Maria era onnipresente in me, senza una manifestazione religiosa particolare, ma la sua presenza era continuamente là.

 

Conosceva già la Santa Vergine, magari per un’educazione religiosa precedentemente ricevuta, oppure l’ha scoperta in quel momento?

La conoscevo perché i miei genitori erano cattolici. Ma dal momento che ero anarchico certe cose non le potevo sentire: ero molto provocatore, quindi diciamo che la conoscevo ma non per farle del bene. All’epoca, andavo spesso nella chiesa di Saint-Sulpice, non per la bellezza di Cristo ma per quella dei quadri, come La lotta di Giacobbe con l’angelo di Delacroix, che amo particolarmente. Allora mi sono deciso ad andare a messa più regolarmente, senza pensare troppo a quello che mi stava per capitare. Mia moglie, avendo saputo della mia chiamata alla fede, mi propose di andare alla messa della Veglia di Natale a Saint-Sulpice. Non sapevo come si sarebbe svolta la funzione ma alla fine dovemmo andare al presepe. Quando fummo là, mi sentii fortemente chiamato verso la sinistra della navata, lì dove si trova la tredicesima stazione – Gesù deposto dalla croce. Mia moglie ha visto una luce bianca vicino a me mentre mi inginocchiavo davanti al Sacro Cuore di Gesù, senza che io le avessi detto niente. Non do molta importanza a questa cosa, ma resta nondimeno un segno visibile.

A partire da allora, compresi di essere stato preso dal Signore. Poi appresi le cose da fare quando si viene travolti dalla fede: andare a messa la domenica, avvicinarsi alla parrocchia, seguire le catechesi ecc… Sono andato alla parrocchia del mio arrondissement (Sainte Claire, nel XIX) per cominciare. Mi hanno chiesto se avessi il certificato di battesimo: io non vedevo più i miei genitori, quindi non avevo modo di rintracciare la chiesa in cui ero stato battezzato. La fortuna – oggi direi la Provvidenza – è che lo Spirito Santo era già lì e io non lo sapevo: i miei genitori erano credenti, mi avevano battezzato quando avevo tre mesi. Wow! Gioia. La data della Confermazione si avvicinava e io ancora non avevo il certificato di battesimo, eppure volevo profondamente ricevere l’Eucaristia. Grazie allo Spirito Santo, sono riuscito a trovare l’indirizzo della chiesa che cercavo.

Dal 2013 al 2015 ho navigato in acque tumultuose e ho ricevuto la Confermazione nel 2016. Durante il giovedì santo di quell’anno, al momento dell’Eucaristia, ho sentito forte la presenza di santa Thérèse [di Lisieux, N.d.T.] che mi diceva di parteciparvi. Mi sono allora unito alla fila dei fedeli che andavano a comunicarsi e il padre mi benedisse. Poi fu la volta della processione, con le suore benedettine e padre Soubias… un momento ineffabile. Ma il culmine della serata fu l’emozione intensa che mi ha procurato la veglia di adorazione all’altare della reposizione, nella cappella dei beati Louis e Zélie Martin, genitori «più degni del cielo che della terra». A tal punto che alla fine sono rimasto per lunghi minuti solo, con Thérèse al mio fianco, nella basilica di Notre Dame des Victoires, trasportato dalla felicità. Alle 23, si ripeteva tutta la celebrazione, io rimasi immobile… la Vergine Maria, sublime e umile al contempo, mi faceva entrare nella gloria del Signore. Dopo un tempo di maturazione e dopo una percezione della fede molto cerebrale – che in realtà era la mia nuova nascita in Cristo – entrai nell’età adulta della fede. Questo è importante, nella mia carriera di artista, perché ho veramente compreso che devo ascoltare il Signore contro venti e maree, che non posso anteporgli la mia propria volontà. Continuavo malgrado tutto la mia vita da sfaccendato, ma sono anche un cineasta e la voglia di tornare alle mie aspirazioni artistiche si faceva sentire.

Prima della sua conversione, lei era per il Mariage pour tous[nome francese del “matrimonio” gay, N.d.T.], e qualche anno dopo ha partecipato alla Marche pour la vie [versione francese della March for life, N.d.T.]. Una bella inversione a U!

Quando ero giovane partecipavo a molte manifestazioni che non mi entusiasmavano. Nel 2013, la Legge Taubira [sul Mariage pour tous, dal nome della prima firmataria, N.d.T.]… non ero contrario. Ognuno è libero di vivere la sua sessualità, dunque non vedevo problemi ad accordare il matrimonio agli omosessuali. Secondo me, la cosa riguardava l’ambito privato, e dal momento che non lede la vita sociale non c’è problema. Mi piaceva la personalità di Christiane Taubira, colta, non convenzionale. Adesso, da cattolico, guardo con affetto e benevolenza gli omosessuali, che sono figli di Dio. Non bisogna cadere nell’eccesso dell’esclusione, anche se si ha il diritto di battere il pugno sul tavolo quando è necessario.

Salto nel tempo. A gennaio 2017 vengo informato sulle serate dell’“Università della vita” organizzata da Alliance Vita. Ci sono andato e sono rimasto sedotto dalla qualità dei relatori, dai loro argomenti sostenuti da un’argomentazione strutturata e positiva. I temi riguardavano, tra gli altri, l’eutanasia, l’aborto… era fantastico. Poi mi hanno parlato della Marche pour la vie: per la prima volta ho manifestato con gioia… non era più il vaso di coccio contro il vaso di ferro. Ero impressionato da quanto era gagliarda la gioventù cristiana che ha messo in moto, malgrado le forze contrarie, un simile evento. Non si trattava solo di convinzione personale: quando si scopre la vita quotidiana di Giuseppe e di Maria, la ricchezza incommensurabile degli scambi di Marta e Maria con Gesù, con Maria Maddalena o con la Samaritana, si comprende la complementarietà dell’uomo e della donna. Mi permetta di evocare Pasolini, cineasta omosessuale, e il suo magnifico film Il vangelo secondo Matteo, la scena in cui l’angelo viene a trovare Giuseppe, un po’ smarrito e pieno di Spirito Santo. Si vede dunque Giuseppe, magnifico, così buono, che accetta il suo ruolo di uomo, e si sa già che sosterrà sua moglie Maria per educare Gesù. E Maria, da parte sua, accetta il suo ruolo di moglie e di madre. Non si può essere per il Mariage pour tous dopo aver visto una cosa simile – è impossibile se si è credenti. Per quanto riguarda il mio rapporto col maschile, anche se non sono stato ancora toccato da Giuseppe, lo trovo magnifico in ciò che ha accettato.

Vorrei del resto ringraziare una donna formidabile che è per me una carissima amica, Maylis Gillier, vicepresidente di Femina Europa, una ONG che vuole riabilitare la vera identità della donna in tutte le sue dimensioni, in complementarietà con l’uomo. Mi ha insegnato a realizzare il dovere di responsabilità e l’interdipendenza indispensabili per vivere in armonia la mia percezione della relazione uomo-donna.

La lettura del Cantico dei Cantici l’ha molto segnata, in rapporto alla sua storia e alla sua sensibilità. Alla fine ha scoperto il rapporto di desiderio che dobbiamo avere con Dio. Me ne parla?

Certo, le leggo un passo:

Che mi baci con i baci della sua bocca.
I tuoi amori sono più deliziosi del vino;
l’aroma dei tuoi profumi è squisito;
il tuo nome è un olio che si spande,
e perciò le ragazze ti amano.
Trascinami dietro a te, corriamo!

Ct 1,2-4

Quando ho letto questo passaggio mi sono detto che era di una sensualità pazzesca. Se l’avessi letto all’epoca in cui ero anarchico e turiferario del surrealismo, mi sarebbe piaciuto da matti, perché di un’intensità e di una bellezza incredibili:

Il mio amato, per me,
è un sacchetto di mirra:
passerà la notte tra i miei seni.

Ct. 1,13

Ho un amore molto carnale e una vera relazione d’amore con Cristo, quasi femminile, e questo desiderio carnale è un desiderio di Dio. Non è sconveniente pensare che Dio «ci dia i baci della Sua bocca». Ciò si esprime meravigliosamente nelle vite dei santi, dei martiri e delle vergini come santa Cecilia, santa Lucia e sant’Agnese, che ha delle frasi magnifiche su questo amore che l’ha salvata dal rogo. Il desiderio di amare Dio col nostro corpo, anche se è un corpo virile, è possibile perché la nostra capacità di amore per Lui è talmente grande che essa traduce il desiderio di amare col nostro cuore, con la bocca, con le labbra… e di abbracciare il Signore con tutto l’amore che ci ha dato. Dio ci dà un corpo, il suo, simile in tutto al nostro, perché possiamo toccarlo… noi dobbiamo toccare il corpo di Cristo. Gesù è in ognuno di noi. Eppure il Signore soffre mancanza d’amore, Egli lo esprime dicendo “Ho sete”, e santa Marguerite-Marie Alacoque lo ha opportunamente ricordato. La maggior parte dei cristiani sono timidi, hanno paura: Papa Francesco, del resto, ci ha pungolati in tal senso. Alcuni vogliono amarLo a modo loro, ma bisogna amarlo a modo Suo, mediante l’Amore… che si sia ancora nel peccato o che ce ne siamo già liberati… Cristo ci rende liberi… liberi di amare senza posa, come una mitragliatrice spianata… legga, legga la sublime Thérèse del Bambin Gesù.

Intervista di Louise Alméras.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]


OFFLINE
6/21/2019 9:35 AM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Padre Paul: da hippie a sacerdote francescano.
La vera libertà è solo in Cristo!

PAUL IORIO
 

Berica Editrice pubblica la sua storia incredibile di conversione. Paul ora è un sacerdote dei frati minori. Di origine italo-americana ha vissuto come figlio dei fiori fino a quando non ha scoperto di essere figlio di Dio. Ora si dedica all'evangelizzazione dei più abbandonati.

di Pietro Antonicelli

 

Qualche mese fa il buon vecchio Giuseppe Signorin, chitarrista dei “Mienmiuaif” ed editore della collana Uomo Vivo, mi chiama e mi dice:

Ho avuto un’idea…ho conosciuto la storia di Padre Paul Iorio, e siccome so che è il padre spirituale tuo e di tua moglie, volevo fargli sapere che sarei interessato alla pubblicazione della sua storia…secondo me un libro con la sua autobiografia spacca e potrebbe fare tanto bene!!!

 

In altre parole è accaduto quanto da tempo io e mia moglie Filomena speravamo che accadesse, ovvero p. Paul che scrive un libro in cui racconta la sua vita! Diverse volte ne avevamo parlato e p.Paul, mi ricordo, una volta aveva anche detto:

Si, solo se Pietro fa i disegni da mettere nel libro!

Sembrava un sogno…e invece…qualche mese fa il caro Signorin ha fatto questa proposta ed è sembrato naturale accoglierla. Un po’ meno naturale è sembrata a Paul che da “buon orso” quale è non ha gradito molto questa cosa perché temeva che fare una cosa simile potesse sembrare mettersi in mostra. Allora io, Filomena e Signorin abbiamo detto a p. Paul che la sua storia poteva essere importante raccontarla alla gente e soprattutto ai giovani. Ed è così che è nato questo libro: Il sacco a pelo e la Croce – Autobiografia di un figlio dei fiori che si è scoperto figlio di Dio.

“Ma cos’ha questa storia di così speciale?!”, vi starete chiedendo…

Beh, siamo qui a scrivere un articolo per invogliarvi a leggere il libro e quindi saremo attenti a non “spoilerare” quanto viene raccontato!

 

Vi diremo solo che è la storia di padre Paul Iorio, un sacerdote italo-americano nato nel 1952 a Syracuse, nello Stato di New York (USA). Hippie, sperimentatore teatrale, barbone. Padre Paul Iorio ha vissuto molte esperienze al limite sempre cercando la verità e la libertà, che alla fine ha trovato indossando il saio francescano, dopo un episodio molto intenso nel deserto americano da cui prende il titolo la pubblicazione.

Padre Paul ha abitato a New York, Roma, Assisi, Washington e ha girato le strade del mondo per condividere l’esistenza e portare il Vangelo agli ultimi, ai senza fissa dimora, ai tossicodipendenti, fino ai bambini tra i topi e gli scarafaggi nelle fogne di Bucarest.

Molti conoscono padre Paul per l’esperienza di “San Masseo” ad Assisi e per aver promosso le cosiddette “Missioni itineranti” all’interno dell’Ordine dei Frati Minori in Italia.

Ho fatto qualche domanda a p. Paul:

Ciao Paul, cosa vorresti che passasse attraverso questa tua autobiografia?

Vorrei spronare le persone a leggere la propria vita come una storia di salvezza, ossia avere uno sguardo attento a riconoscere l’intervento e la presenza di Dio nella loro esistenza.

Nel sottotitolo c’è scritto che sei stato un figlio dei fiori che si è scoperto figlio di Dio. Forse la chiave di questo tuo libro e della tua vita è proprio in questo verbo: “scoprire”. Che ne pensi?

Noi siamo figli di Dio grazie al dono del battesimo, ma spesso non ci crediamo…e finiamo per vivere solo la nostra dimensione umana e non divina. Credo sia necessario il riconoscere e il credere al dono che Dio ci fa…il dono della nostra adozione a suoi veri figli. <<Se tu conoscessi il dono di Dio>> dice Gesù alla samaritana…

Un’autobiografia avvincente come un romanzo: la ricerca autentica della verità non sembra ammettere la noia e porta in territori inaspettati…

Un detto ricorda che la risposta al quesito della verità è nella ricerca stessa. Dobbiamo essere dei ricercatori appassionati e instancabili della vita, dell’amore, della verità.

Un’altra cosa che mi ha colpito è lo spazzolino…cosa ha rappresentato per te lo spazzolino da denti quando hai deciso di andare a vivere per strada?

Beh…per me lo spazzolino in quel periodo è stato un salvagente, un briciolo di dignità che mi ha impedito di toccare il fondo.

 

Posso dire che si tratta di una storia vera che genera stupore nel lettore; un libro che racconta di una vita che viene stravolta dalla Misericordia di Dio.

Se ora vuoi leggere la storia di p. Paul e vedere i disegnetti che ho fatto (alla fine è stato lo stesso Signorin a chiedermi di fare i disegni….guarda un po’ come sono le vie del Signore)…puoi cliccare qui.Buona lettura e buon viaggio insieme a Paul…alla scoperta di quanto il Signore Dio ha operato nella sua vita…certo del fatto che può fare altrettanto nella tua.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DA SPOSI E SPOSE DI CRISTO


OFFLINE
6/21/2019 9:39 AM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Sacerdote, giovane e rapper: si è convertito davanti al Santissimo



© DR



Condividi


 

 





“Ha attraversato il mio cuore come continua a fare oggi, perché mi ha detto che mi amava anche se vivevo nel peccato grave”, ricorda


Joshua Johnson ha 27 anni ed è il sacerdote più giovane della diocesi di Baton Rouge, negli Stati Uniti. Prima di convertirsi era un rapper, e continua ad esserlo.

 


Il giovane sacerdote cattolico a cui piace la musica rap ha qualcosa da confessare sulla sua fede e la sua musica: quando era giovane non gli piaceva la Chiesa cattolica, e non vuole essere conosciuto semplicemente come “il prete rapper”. La cosa certa è che la sua fama deriva dalla sua abilità in questo stile musicale, che tiene vivo in una radio cattolica con il programma di hip hop “Dillo al mondo”.


Johnson, della chiesa di Cristo Re alla Louisiana State University, è stato ordinato nel 2014 dopo anni in cui aveva rifuggito la sua vocazione.


Alcuni mesi fa ha partecipato come oratore a un Congresso della Gioventù Afroamericana svoltosi a Lafayette (Louisiana) organizzato da Catholic Extension, e ha raccontato la sua storia davanti a più di 600 persone.


“Sono stato educato come cattolico, ma la Chiesa cattolica non mi è mai piaciuta. Mi sembrava noiosa e non la capivo”, ha spiegato. La sua difficoltà principale proveniva dall’Eucaristia: “Non ho mai creduto che si trattasse del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo, come insegna la Chiesa”.


Paradossalmente, la sua conversione è venuta proprio da ciò che non gli piaceva: Gesù Sacramentato. È stato nell’ultima estate di liceo, a 17 anni, durante un ritiro al quale lo avevano invitato nella vicina città di Alexandria.


 




Amore nonostante il peccato


“Quella notte, in adorazione, quando il vescovo ha esposto Gesù Cristo nell’Eucaristia, tutto ciò che posso dire è che la grazia di Dio mi ha sconfitto”, ricorda padre Joshua. “Guardando le specie consacrate, ho saputo che erano Dio, che erano Gesù Cristo. È stato come un innamoramento istantaneo. Ho iniziato a piangere. Ero in ginocchio ad adorare Dio, e la prima cosa che Gli ho sentito dire è stata ‘Ti voglio bene’, e ha attraversato il mio cuore come continua a fare oggi, perché mi ha detto che mi amava anche se stavo vivendo nel peccato grave”.


Quel giorno ha ricevuto un’altra chiamata, quella a diventare sacerdote, ma non si sentiva preparato, per cui è entrato all’università. “Non volevo diventare sacerdote, stavo cercando di scappare”.


La fuga non è durata a lungo: “Non riuscivo a smettere di pensare al sacerdozio. Per tutto il tempo in cui sono rimasto alla Southern University ho saputo che il luogo in cui avrei dovuto essere era il seminario”.


“Rappando” in seminario… e dopo


Da quel momento, Joshua non si è mai separato da una cappella di adorazione perpetua, e nel 2006 ha iniziato il primo corso al Seminario di San Giuseppe di Covington, oltre a studiare Teologia al Seminario Notre Dame di New Orleans. “Sono stati tra i migliori anni della mia vita”, ha spiegato a The Advocate. “È stato un periodo di profonda intimità con Gesù, perché avevo molto tempo per pregare e molto tempo per studiare”.


L’unica cosa che non ha lasciato della sua vita precedente è stato il rap: “Sono cresciuto facendolo come divertimento e ho continuato in seminario come divertimento”, per sé e per i compagni. Presto ha scoperto il potenziale evangelizzatore dell’hip hop per avvicinarsi ai più giovani, e ora mantiene la sua vecchia abitudine a questo scopo.


“Quando i giovani mi sentono ‘rappare’, catturo la loro attenzione. ‘Rappo’ sempre su Gesù Cristo e su ciò che Egli ha portato nella mia vita. Alcune persone mi contattano attraverso la mia musica su Youtube o Facebook e mi dicono: “Ti chiamo perché ho visto questo video e voglio donare la mia vita a Cristo”.


Sacerdote rapper, sacerdote nero


Per quanto tempo continuerà a “rappare”? “So che devo tenere lo sguardo fisso su Dio e su ciò che Dio mi ha chiamato a fare. Farò tutto ciò che mi dirà di fare per la santificazione della gente a cui si rivolge il mio ministero”.

 sacerdote ha spiegato che non canta per essere gradito alla gente, ma per essere gradito a Dio: “In sé il rap non è negativo, non è peccato. Fa parte di una cultura. Possiamo utilizzarlo. Non dobbiamo rifiutare la cultura, dobbiamo essere immersi in essa e promuovere ciò che è buono. E da questo tipo di musica può venire un gran bene”.

Padre Johnson si vede anche come parte della cultura nera, da dove, dice, non escono molti sacerdoti. “Non ho mai pensato a questo in parte perché non ne avevo mai visto uno, per cui credo che il fatto che i giovani mi vedano come sacerdote nero aprirà loro gli occhi”.

La virtù è dura

Attualmente Joshua svolge il suo ministero pastorale nel campus dellaLouisiana State University, dove studiano 14.000 cattolici.

“Mi piace lavorare con i giovani adulti, perché hanno un fuoco reale e un desiderio di essere santi. Mi piace lavorare con la gente che cammina verso il primo incontro con Gesù, così come con chi Lo ha già incontrato”.

Avverte delle difficoltà, questo sì: “Ci sono persone che pensano che tutto ciò che devi fare è accettare Gesù nella tua vita e tutto sarà più facile e la santità sarà come un pezzo di torta. La realtà è che essere santi e virtuosi è molto difficile. Il cielo è una cosa di grande valore, per cui Gesù ha dovuto lottare, ha dovuto soffrire, e anche noi dovremo lottare. A volte cadremo, ma la grazia di Dio sarà lì per accoglierci”, ha concluso.

 

Come dice in genere il giovane sacerdote, “dobbiamo immergerci nella Parola di Dio perché Egli possa parlare attraverso di noi”. Anche a ritmo di rap.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

fonte ALETEIA


OFFLINE
12/20/2019 1:47 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

Il venerabile massone convertito a Lourdes: «andai in sacrestia e chiesi il Battesimo»



Alcuni mesi fa è stato pubblicato in Francia l’ultimo libro di Maurice Caillet, per quindici anni venerabile di una potente loggia massonica francese. Salvo poi, convertirsi e fare pubblica luce sull’oscuro che si cela dietro la massoneria francese. Il volume si intitola La Franc-maçonnerie: un péché contre l’Esprit? ed è una riflessione sull’incompatibilità tra massoneria e fede cattolica.


Medico, chirurgo e ateo. La conversione di Caillet è avvenuta attorno al 2009 durante un viaggio a Lourdes. Raccontò tutto nel suo bestseller Ero massone (Piemme 2010), pubblicato prima in Spagna, poi in Francia e poi in Italia. Prima della conversione fece parte del Partito Socialista e ha ricoperto numerosi incarichi nell’amministrazione sanitaria. La sua storia richiama quella di Serge Abad-Gallardo, anche lui massone (per 24 anni) e anche lui convertitosi, che ha svelato la non trascurabile influenza della massoneria, ancora oggi, sulla società e i suoi riferimenti satanici.


In Italia, Caillet raccontò con queste parole il suo cambiamento:



«Ero razionalista, massone e ateo. Non ero neanche battezzato, ma mia moglie Claude era malata e decidemmo di andare a Lourdes. Mentre lei era nelle piscine, il freddo mi costrinse a rifugiarmi nella Cripta, dove assistetti con interesse alla prima Messa della mia vita. Quando il sacerdote, leggendo il Vangelo, disse: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto”, ebbi uno shock tremendo perché avevo sentito questa frase il giorno della mia iniziazione al grado di Apprendista ed ero solito ripeterla quando, già Venerabile, iniziavo i profani».



Attimi di silenzio, di riflessione, fino a che disse di udire…



«chiaramente una voce che mi diceva: “Bene, chiedi la guarigione di Claude, ma cosa offri?”. Istantaneamente, e sicuro di essere stato interpellato da Dio stesso, pensai che avevo solo me stesso da offrire. Al termine della Messa, andai in sacrestia e chiesi immediatamente il Battesimo al sacerdote. Questi, stupefatto quando gli confessai la mia appartenenza massonica e le mie pratiche occultiste, mi disse di andare dall’Arcivescovo di Rennes. Quello fu l’inizio del mio itinerario spirituale».



L’accaduto non può non far ritornare alla mente un altro personaggio, il Nobel per la Medicina Alexis Carrel, anch’egli convertitosi a Lourdes dopo aver assistito con i propri occhi ad una guarigione miracolosa. Nel libro Viaggio a Lourdes (1949), raccontò lo straordinario evento a cui assistette.


Qui sotto una recente testimonianza in italiano dell’ex massone Maurice Caillet



Fonte ALETEIA



OFFLINE
12/20/2019 11:34 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote






Il vescovo anglicano Gavin Ashenden, ex cappellano della regina Elisabetta II (2008-2017) e noto commentatore televisivo, durante la Santa Messa della quarta domenica d’Avvento – il prossimo 22 dicembre – verrà accolto nella Chiesa cattolica nella Cattedrale di Shrewsbury, in Inghilterra, per mano del vescovo Mark Davies. Con questo passaggio, i suoi ordini anglicani saranno sospesi e diventerà un teologo cattolico laico. Helen Ashenden, sua moglie da 23 anni, è diventata cattolica circa due anni fa.


Contattato dal Timone, l’ex cappellano di Sua Maestà ha confermato la veridicità della notizia e ci ha tenuto a inviarci delle sue personali annotazioni, che pubblichiamo integralmente di seguito e che in parte sono già apparse sul sito Church Militant.


LE PAROLE DI GAVIN ASHENDEN


«Uno dei grandi errori della Chiesa nel XX secolo fu quello di continuare a guardarsi alle spalle e definire le differenze per mezzo di argomenti teologici che appartenevano correttamente al XVI secolo. Mentre attinge alla sua esperienza del passato, la Chiesa deve vivere nel presente con un occhio al futuro escatologico. Nel presente momento affrontiamo la necessità di una nuova riforma, nata dallo spostamento delle placche tettoniche all’inizio del XXI secolo. Il conflitto oggi è espresso da un violento assalto alla cultura e al sistema di valori giudaico-cristiani da un secolarismo utopico, spietato e infuriato. I suoi critici non hanno torto a etichettarlo come culturale o neo-marxista. Questo assalto intende diminuire e dissolvere non solo i valori e l’etica cristiani, ma anche il dono unico di vedere gli esseri umani come creati sacri a immagine di Dio e anche la ricerca della verità attraverso la difesa e la promozione della libertà di parola.



Credit: Church Militant



Purtroppo, la Chiesa d’Inghilterra e gran parte della sua tradizione ha, con sempre più frequenza, scambiato gli elementi essenziali della cultura cristiana, in particolare per quanto riguarda la sessualità, l’identità umana e la ricerca dell’uguaglianza sociale, piuttosto che della salvezza, con i valori della cultura secolare circostante. Questo la pone dalla parte sbagliata nella lotta per il rinnovamento della Chiesa e per l’evangelizzazione della nostra società. A mio giudizio, a questo punto della storia, solo le chiese di espressione cattolica e ortodossa romana hanno la capacità di difendere la fede come le nostre circostanze richiedono. Avendo creduto che le rivendicazioni e l’espressione della fede cattolica siano l’espressione più profonda e potente della credenza apostolica e patristica, e di accettare il primato della tradizione petrina, sono grato al vescovo di Shrewsbury e alla comunità cattolica della sua la diocesi per l’opportunità di riparare 500 anni di storia fratturata e riconciliarmi con la Chiesa che ha dato i natali alla mia tradizione precedente.


Sono particolarmente grato per l’esempio e le preghiere di san John Henry Newman. Ha fatto del suo meglio per rimanere un fedele anglicano e rinnovare la sua chiesa madre con il vigore e l’integrità della tradizione cattolica. Ora come allora, tuttavia, la sua esperienza informa la nostra che la Chiesa d’Inghilterra tende a radicarsi sui valori della cultura secolarizzata piuttosto che sull’integrità e la comprensione dei valori biblici, apostolici e patristici. La sua esperienza ispira anche la nostra e traccia la strada per la nostra vera casa ecclesiale, che è la roccia, che è il carisma petrino della fede e testimone nella nostra lotta per la salvezza e il paradiso».


[Fonte foto in evidenza: ashenden.org]




2/8/2020 8:50 PM
 
Email
 
User Profile
 
Modify
 
Delete
 
Quote

...Ora  apre la sua casa a chi vuole incontrare l’abbraccio di Gesù





 


 


 






La conversione inaspettata di Rosaria Butterfield, uno scontro frontale con Dio che non le ha fatto semplicemente cambiare opionione o cambiare identità sessuale. L’ha messa da capo e senza schemi ideologici di fronte alla domanda: chi sono?



«La parola Gesù era come una zanna di elefante piantata in gola. Per quanto soffocassi, non potevo tirarla via» – Rosaria Butterfield


I titoli devono attirare l’attenzione e gridare la parte «succosa» di un contenuto. Oggi mi trovo a dover subito puntare il dito contro il titolo che ho scelto. Non è scorretto, perché mette sul tavolo i dati reali della faccenda; eppure la storia di Rosaria Butterfield parla di una donna che ha capito che la via peggiore per la conoscenza di sé sia identificarsi in etichette come «atea» e «lesbica». Lei stessa se le appuntava al petto con fierezza, finché un treno in corsa – chiamato conversione – non le ha spalancato l’ipotesi che l’io sia qualcosa di così grande che solo Dio può abbracciarlo senza ridurlo.


Quando il tema sul tavolo tocca le questioni dell’identità sessuale, sappiamo bene che ci si arrocca in fazioni contrapposte: la religione cristiana è contro gli omosessuali, il mondo LGBT è contro i cristiani. Questo è lo schema falso e fin troppo ripetuto; sia che stiamo da una parte o dall’altra della barricata, spesso vogliamo proprio chiuderci nel nostro recinto e gettare invettive al nemico.


L’unica alternativa alle barricate è la categoria dell’incontro: si può essere autentici fin nel midollo, contestare fieramente le idee altrui, testimoniare il proprio vissuto senza censure … e farlo senza considerarsi nemici. Questa non è la storia di una persona che da una trincea è passata a quella opposta, non è una pedina vinta da un giocatore e persa dall’avversario: è una donna che si è scrollata di dosso la zavorra di un pregiudizio e sta prendendo sul serio la domanda profonda sulla propria felicità e sul proprio destino. Dovremmo riconoscere, onestamente, che questo è il campo da gioco su cui siamo tutti.


fonte ALETEIA





Admin Thread: | Close | Move | Delete | Modify | Email Notification Previous page | 1 2 3 4 5 | Next page
New Thread
Reply
LUNA ATTUALE
banner-credenti-forum

Santo del giorno

san francesco d'assisi pastore e martire

Cerca in BIBBIA CEI
PER VERSETTO
(es. Mt 28,1-20):
PER PAROLA:

 
*****************************************
Home Forum | Album | Users | Search | Log In | Register | Admin | Regolamento | Privacy
Tutti gli orari sono GMT+01:00. Adesso sono le 6:46 PM. : Printable | Mobile - © 2000-2020 www.freeforumzone.com