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TESTIMONIANZE DI PERSONE SPECIALI

Last Update: 7/15/2020 2:42 PM
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11/8/2013 9:12 AM
 
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29/10/2013 - Sabato 26 ottobre era all'incontro di Francesco con le famiglie. Dal pensiero di vedere il proprio "io ridotto" alle testimonianze di chi vive il matrimonio nella gioia. Carlo racconta cosa gli è accaduto nell'abbraccio del colonnato di San Pietro






Quando ho saputo dell’evento, del fatto che il Papa aveva indetto un incontro privilegiato per le famiglie in occasione dell’Anno della Fede, ho pensato, un po’ dolorosamente, che un invito rivolto a me solo in quanto marito e padre (“portabandiera” della famiglia) fosse un po’ poco. «Sono di più di questo», mi sono detto. Ogni “io” è ben di più anche dei “ruoli” più dignitosi che la vita assegna. Così, anche solo l’idea di fare i pur pochi minuti di scooter che separano casa mia da San Pietro trovava in me una debolezza di ragione: «O mi si parla di tutto il mio io, della fede, o mi pare tempo perso andare a incontri “parziali”».

La settimana prima del pellegrinaggio, tuttavia, mi è successo un fatto apparentemente irrilevante, ma che mi ha colpito moltissimo. Eravamo a cena un po’ di persone con un nuovo amico, giunto da poco a Roma, e, come è normale, ci chiedeva: «Chi sei tu? E tu? E tu?». Ognuno dei presenti, mi sono accorto, ha risposto facendo coincidere il “chi sono” con cosa fa, con la propria storia, con cosa fa di “pio” o per il movimento... Riducendo di molto la portata della domanda “chi sono io?”. La cosa mi ha sorpreso, ma mi ha fatto ripensare all’invito del Papa.

Noi riduciamo il nostro “io”. Io lo riduco e, per quanto cerchi di evitarlo, lo faccio sempre. E il Papa che fa? Mi viene ad abbracciare lì, nella riduzione di me stesso. Mi dice: «Io lo so che sei di più, più di padre o marito: ma siccome tu ti riduci, vengo nel tuo buco a prenderti ed abbracciarti». La cosa mi ha commosso. Gesù non attende che io sia all’altezza del mio io, prende l’iniziativa comunque.
Animato da questa commozione, sono andato a San Pietro pieno di attesa per qualcosa che mi riaprisse veramente alla totalità di me, e ho partecipato al lungo pomeriggio di festa prima che arrivasse il Papa. Dico “lungo” perché a tratti è stato faticoso assistere ad una serie di diversivi inutili, ad un modo di far festa che non è altro che colmare il tempo, giocando con le regole mondane. Anche lì, però, sono rimasto colpito dalle piccole e numerose testimonianze di famiglie normali, proseguite alla presenza del Papa, toccate da avvenimenti particolari ma in fondo frequentissimi: separazioni, carcere, rovina dell’impresa di una vita, accoglienze di nonni, litigi, una famiglia di Lampedusa e una siriana... Hanno mostrato potentemente che con Gesù è possibile vivere tutto gioiosamente, nella buona e nella cattiva sorte.

Ll’ha ribadito il Papa con incredibile realismo e tenerezza, «Gesù vuole la nostra gioia piena! “Io vi darò ristoro, affinché la vostra gioia sia piena”». Alla domanda degli apostoli, «Chi mai potrà sposarsi a queste condizioni?», risponde la fedeltà di Dio: «Certo, è difficile», ci ha detto ancora il Santo Padre: «Per questo ci vuole la Grazia… Per farci forti nella vita, per farci coraggiosi, per poter andare avanti. I cristiani si sposano nel sacramento perché sono consapevoli di averne bisogno! E hanno bisogno dell’aiuto di Gesù, per camminare insieme con fiducia, per accogliersi l’un l’altro ogni giorno, e perdonarsi ogni giorno!».

Che conforto! Che verità! Domenica raccontando ad amici capitati a casa nostra della giornata a San Pietro, mi sono sorpreso di vedere come sia io che mia moglie avevamo completamente dimenticato i momenti inadeguati del giorno prima. Ci erano rimasti nella memoria solo la commozione per i testimoni ascoltati, il Papa e le famiglie. Il resto era scomparso. Chi sei Tu che prendi tutto il mio io sino a farmi ricordare solo di te? E per l’ennesima volta mi sono accorto che Chi mi aspettava alla fine del Pellegrinaggio era stato in fondo al principio di esso.

Carlo, Roma

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11/8/2013 12:29 PM
 
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Riflessioni di un non credente




*magistrato (agnostico)


 Queste brevi riflessioni circa il ruolo che la fede e l’appartenenza ad una religione ricoprono attualmente nella società, prendono spunto dalle parole del cardinale Camillo Ruini, pronunciate in occasione della lectio magistralis alla Lettura annuale 2013 di Fondazione Magna Charta Roma, del 6 Maggio 2013.


Personalmente, non sono credente, nel senso che non sono affatto certo, né tantomeno convinto, dell’esistenza di una divinità dotata di sentimenti praticamente analoghi a quelli umani, qual è il dio delle grandi religioni. D’altra parte, non sono neppure ateo, non essendo in grado di affermare, in senso opposto, neanche l’inesistenza di un dio che abbia le caratteristiche di cui sopra, che sia in grado di amare le proprie creature e che si preoccupi del loro destino.


Quando si parla di credenti o non credenti, è fondamentale distinguere l’oggetto del credere. Personalmente, ritengo che il mondo, la natura e gli esseri umani che ne fanno parte non possano essere frutto di un mero caso o di una coincidenza. Non mi sembra convincentepensare che la mera probabilità abbia determinato non soltanto le condizioni indispensabili affinché si generasse la vita sulla Terra, ma anche la complessità biologica ed anatomica animale e umana. A maggior ragione, mi sembra impossibile spiegare – almeno, in maniera soddisfacente – l’intelligenza e, soprattutto, la sfaccettata psicologia dell’uomo, liquidandole come frutto di un semplice caso. Ritengo, quindi, di poter almeno pensare che ci sia una ragione, una forza o persino un’intelligenza alla base della vita e del mondo.


 Le grandi religioni, sia politeistiche che monoteiste, compiono un passo ulteriore, perché, a questa intelligenza o forza creatrice e creativa, aggiungono delle connotazioni ulteriori che, sostanzialmente, la “umanizzano”. E, così, le divinità greche provano emozioni e sentimenti umani, come il rancore, la tenerezza e la gelosia, gli aesir nordici si ubriacano e si massacrano come guerrieri, le divinità dell’induismo personificano i sentimenti positivi e negativi delle persone ed, infine, il Dio delle tre grandi religioni monoteiste assume le caratteristiche di un “padre” per le sue creature. Personalmente, non riesco a credere all’esistenza di quest’ultima tipologia di divinità e, quindi, non riesco a credere al Dio della Bibbia e dei Vangeli. E’, però,accattivante ed affascinante l’idea che esista una Forza intelligente che non si limita solo a creare ma giunge persino ad Amare le sue creature. L’idea di Dio, così come proposta dalla religione cristiana (in senso lato), è molto bella, per dirla con parole semplici. Quindi, il fatto di non credere non significa smettere di cercare. Mi piace affermare che, nel mio caso, delle tre virtù teologali, mi difetta la Fede ma possiedo la Speranza.


Penso che anche colui che si dichiara assolutamente ateo, il più ateo di tutti, alla fin fine, dentro di sé, è alla ricerca di un senso, di una ragione giustificativa che vada oltre il mero caso e la semplice probabilità. Se non altro, per spiegare l’unica frontiera che il progresso umano non è (ancora?) riuscito a valicare e che, in definitiva, impedisce agli esseri umani di trascurare completamente i pensieri trascendenti e di dedicarsi soltanto ad un totale materialismo, ovverola morte. In un certo senso, è molto facile negare in toto l’esistenza di un dio, mentre si è giovani e in salute. Quanti, però, si convertono nella malattia o in punto di morte? Proprio considerando questa ricerca incessante verso dio (userò l’iniziale minuscola per riferirmi ad una divinità che non sia necessariamente quella della religione cristiana, cui, invece, farò riferimento come Dio, con la maiuscola), s’inseriscono le parole del Card. Ruini circa il ruolo della fede nella società attuale.


Premetto che concordo praticamente in tutto con il pensiero del Cardinale. La fede hanecessariamente una dimensione privata ed una dimensione “collettiva”. Anche chi segue dottrine filosofico-religiose più legate all’Io e, quindi, più intime e personali,  come i più recenti movimenti New Age, ricerca altre persone che abbiano le stesse convinzioni per condividere esperienze, pratiche ed idee. La condivisione delle proprie convinzioni religiose ed, eventualmente, anche dei propri dubbi, con altri “simili” non può che aiutare a trovare ed a mantenere una fede. Se, poi, la propria fede si basa non soltanto sulle proprie convinzioni personali e/o emozioni ma, com’è il caso delle grandi religioni monoteistiche, su di una Rivelazione, la dimensione collettiva assume grande importanza, perché, a fronte delle difficoltà e delle “prove” che la vita ci mette dinanzi, il supporto di altri “fedeli” e, soprattutto, di “guide spirituali” (che, nel caso della religione cattolica, saranno ovviamente il Papa e gli altri sacerdoti) può risultare fondamentale.


Ribadendo quanto ho affermato sopra, ovvero che ogni essere umano, ancorché si dichiari più o meno ateo, deve, superficialmente o in modo più approfondito, fare i conti con la ricerca di un “senso” e di un “significato” per la sua vita, ne consegue il ruolo essenziale che giocano le religioni e, più in generale, la fede, anche nella società moderna. Ecco perché èirrimediabilmente sbagliato pretendere di cancellare ogni traccia di religione e di fede dalla sfera pubblica, per relegarla ad una sfera unicamente privata. Non solo è sbagliato, ma è fondamentalmente impossibile. Perché è impossibile eliminare le domande che nascono nel cuore dell’uomo circa il senso della propria vita e, soprattutto, del proprio destino. E’impossibile eliminare, in altre parole, quella ricerca verso dio (o verso il trascendente) che è propria di qualsiasi uomo. Almeno, fino a quando non saremo in grado di dare risposte concrete e indubitabili su questi interrogativi e fino a quando non saremo in grado di sconfiggere e di superare l’invecchiamento e la morte. Chiarito, quindi, che la fede ha una dimensione necessariamente pubblica e collettiva, vorrei evidenziare una bella differenza che ha colto e messo in luce il cardinal Ruini. La differenza tra libertà religiosa ed imposizione di una religione.


Con l’editto di Costantino, sottolinea il cardinal Ruini, è stato finalmente concesso, dopo tanto spargimento di sangue, ai sudditi dell’Impero Romano di professare liberamente la fede cristiana. E’ stata introdotta, in altre parole, la prima forma embrionale di libertà religiosa, intesa quale libertà di professare una propria fede o un proprio culto, non imposto dallo Stato. L’editto di Teodosio, all’opposto, ha tentato di obbligare tutti i sudditi dell’Impero a professare la religione cristiana. Ha tentato, cioè, l’imposizione di una religione. Ogni fede (ed ogni religione), in quanto tale, ha la pretesa di essere “quella giusta” o la “verità”, altrimenti non potrebbe definirsi “fede” ma, al massimo, “speranza” o “convinzione dubbiosa”. Fa bene, quindi, chi professa una religione a sostenere che il proprio credo sia quello “giusto” o “vero”. Il problema nasce quando si vuole comunicare questa “verità” ad altre persone che, invece, non la condividono. L’idea che tale “verità” vada inculcata con qualsiasi mezzo finisce con il determinare, inevitabilmente, violenze e soprusi.


Alcune voci (fortunatamente isolate), ad esempio, agognano il ritorno ad uno Stato Teocratico, in cui la religione (in questo caso, cattolica) con i suoi conseguenti ed inevitabili dogmi, venisseimposta per forza di Legge. Un po’ come accade, purtroppo, in alcuni Stati Islamici. Poniamoci, però, un interrogativo: al Dio Padre di Gesù farebbe davvero piacereessere adorato da milioni di persone solo perché coercite da un potere esterno? O preferirebbe, invece, l’adorazione spontanea di mille persone, sinceramente convinte del loro credo? Ecco perché lo Stato Italiano si pone come Stato Laico. Esiste un concetto, però, di “laicità all’italiana” che, in questo caso, non ha connotazioni negative ma assolutamente positive. In base agli importanti dettami della Costituzione Italiana sulla questione (art.li 7, 8 e 19), lo Stato Italiano non si pone come indifferente alla dimensione religiose, bensì come equidistante dai vari culti e, al contempo, come supporto per il culto, inteso come manifestazione della personalità umana (art. 2 Cost.). In Italia, laicità non significa, quindi, che lo Stato sia totalmente indifferente alla dimensione religiosa ma indica, molto più correttamente, l’imparzialità dello Stato – Istituzione rispetto ai diversi culti e religioni.


Lo Stato Italiano, quindi, concede la devoluzione di una parte delle proprie imposte a varie confessioni religiose (con cui ha stipulato apposite Intese) e considera giorni festivi alcune ricorrenze proprie della religione, in questo caso, cattolica. Così, nulla vieta allo Stato Italiano di agevolare o finanziare l’apertura o il mantenimento di luoghi di culto o di formazione, quali, ad esempio, le scuole private, dove venga dato più spazio all’insegnamento di una religione rispetto alle scuole pubbliche. Il risvolto della medaglia, per un credente, consiste nel fatto che lo Stato dovrà trattare in egual modo anche le religioni diverse dalla propria, considerandole tutte “ugualmente vere” ed “ugualmente meritevoli di tutela”. Così, un musulmano in Italia avrà certamente diritto a professare il suo credo e ad avere un proprio luogo di culto ma, al contempo, non potrà pretendere che questi diritti siano vietati ad un cristiano.


Il cristianesimo rimane, ancora, la religione più fortemente presente e considerata in Italia, anche per ragioni storiche e culturali. Eppure, lo Stato Italiano tollera anche religioni, culti o, comunque, convinzioni che sono del tutto incompatibili con la religione cristiana. Il satanismo, ad esempio, non è punibile né sanzionabile a livello giuridico (salvo qualora dovesse sfociare in un reato) e l’ateismo (che, spesso, si sfoga contro il cristianesimo) non solo è ammesso e tollerato, ma è anche ben rappresentato a vari livelli, culturale, sociale e politico. In tutto questo discorso, si colloca, poi, il processo democratico, cui fa riferimento anche il cardinal Ruini. E’ chiaro che, in una società dove tutte le voci sono considerate come equipollenti, per la risoluzione dei problemi occorre trovare una risposta che sia condivisa dai più, ovvero da una “maggioranza”. Non significa, ovviamente, che si possa configurare una “dittatura della maggioranza”, ma è necessario che si costruisca un discorso, una dialettica tra le varie posizioni che, alla fine, porti ad adottare, comunque, una soluzione concreta. Anche chi professa una fede ha, ovviamente, il diritto di partecipare a questo processo dialettico, così come chi si dichiara ateo o agnostico. Il punto cruciale è che, giunti al dunque, occorre prendere una soluzione che, nel bene o nel male, lo Stato italiano dovrà poi mettere in pratica. E, qualcuno, deve saper perdere. Questo vale per tutte le parti in gioco. Nel dialogo a proposito dei numerosi temi etici, ormai così pressante, si affrontano “schieramenti” diversi, ciascuno portatore di soluzioni opposte.


Credo che non sia utile sostenere con la violenza (non solo fisica, ma anche verbale o “mediatica”) le proprie idee. Credo, invece, che sia importante esporre le ragioni fondanti delle proprie convinzioni, per convincere altre persone e per creare, quindi, una “maggioranza” attorno ad una determinata soluzione. I credenti e, segnatamente, i cattolici hanno gli stessi diritti e gli stessi poteri di tutti gli altri cittadini italiani, nel “gioco dialettico” relativo ai temi etici. Anche attraverso il grande risalto mediatico che ha la Chiesa Cattolica, hanno la possibilità di far sentire la propria voce e di esporre valide ragioni argomentative. Sull’altro piatto della bilancia, ci sono, ovviamente, i portatori di interessi opposti, anche loro dotati di grandi mezzi e di forte volontà per convincere circa la bontà delle loro tesi. Nasce, quindi, una sfida appassionante in cui ogni persona è chiamata a giocare attivamente, a far sentire con forza le proprie convinzioni e le proprie idee. E, come in ogni sfida, si può vincere o si può perdere. Dato l’ambito in cui sto scrivendo, mi riferisco in modo particolare a chi si dichiara cattolico ma, ovviamente, il discorso vale per chiunque è portatore di una fede o di un ideale (anche per l’ateo o il “laicista”, dunque). Ogni problematica crea una serie di “fazioni” che propongono soluzioni diverse. Questo vale, a maggior ragione, per questioni molto vicine alla vita umana, come i cosiddetti “temi etici”. Se non prevale immediatamente il proprio punto di vista, penso che sia quanto mai opportuno impegnarsi ancora di più.


Come ho scritto in apertura, ci sono alcune persone, dichiaratamente cattoliche, che vorrebbero un ritorno al “pugno di ferro”, dove un’Autorità indiscutibile ed invincibile imponesse, con l’uso della forza, tutta una serie di determinate regole (dal divieto di divorziare all’incriminazione assoluta dell’aborto fino al carcere per gli omosessuali). Trovo che questo atteggiamento sia, in primo luogo, stupido e inutile perché non tiene conto del dato di fatto, ovvero  l’esistenza di una Carta Costituzionale e di uno Stato ormai definitivamente democratico e pluralista. In secondo luogo, lo ritengo dannoso per la causa stessa, in quanto “minaccia” chi ha idee differenti, invece di convincere della bontà delle proprie ragioni. Una corretta e pacata divulgazione delle proprie idee, invece, può essere la soluzione migliore per “vincere” le proprie battaglie e per realizzare la propria fede anche a livello politico e sociale. Tenendo in considerazione, ovviamente, che il successo non  è assicurato.


A fronte di leggi incompatibili con il proprio credo (per il cattolicesimo, penso, ad esempio, alla legge sull’aborto e sulla fecondazione artificiale), chi professa una fede rimane, comunque, titolare del potere di dissentire e di criticare, anche organizzando manifestazioni di piazza. L’obiezione di coscienza può rappresentare, infine, un utile strumento per consentire a chi professa una fede di non tradire i principi in cui crede, anche se lo Stato Italiano, di volta in volta, dovrebbe farsi carico del compito di garantire, comunque e in ogni caso, servizi o diritti che la Legge riconosce ai cittadini. E, se probabilmente, non è affatto semplice comporre in uno Stato l’infinità varietà di pensieri, convinzioni, religioni e prese di coscienza di ogni essere umano, credo, comunque, che lo Stato Laico (inteso, appunto, come equidistante da ogni religione) sia la soluzione certamente più corretta e più efficace. Basta solo imparare a convivere nel rispetto reciproco, dopotutto.


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12/14/2013 12:10 AM
 
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La conversione cristiana
della liberal Kirsten Powers

Kirsten PowersUn anno fa è toccato alla nota blogger americana Leah Librescolasciare l’ateismo per convertirsi al cattolicesimo, con tanto di battesimo in diretta (la Libresco è stata recentemente e maldestramente citata da Piergiorgio Odifreddi pensando di usare alcuni suoi articoli a suo sostegno, probabilmente non informandosi su chi fosse l’autrice).

Un’altra delle conversioni più “rumorose” dal punto di vista mediatico è stata quella di Kirsten Powers, nota commentatrice di“Fox News”, collaboratrice di “USA Today” ed editorialista di“Newsweek”, di stampo democratico e atea per gran parte della sua vita. Almeno fino, secondo il suo racconto, al suo incontro personale con Gesù Cristo. La conversione (al cristianesimo evangelico) è avvenuta durante un viaggio nel 2006 e ne ha parlato lei stessa recentemente su“Christianity Today”.

«Se sette anni fa qualcuno mi avesse detto che avrei scritto per Christianity Today su come sono arrivata a credere in Dio, avrei riso ad alta voce», ha scritto la bella e giovane giornalista. Tutto è iniziato dal fidanzamento con un cristiano, proprio quando «deridevo i cristiani bigotti e anti-intellettuali, troppo deboli per affrontare la realtà». Eppure lui le diceva:“Pensi che si potresti mantenere una mente aperta in proposito?”“Beh, naturalmente. “Sono molto open-minded!”, rispondeva lei. «Anche se non lo ero affatto. Mentre parlava, cresceva in me un conflitto. Da un lato rabbrividivo, dall’altro avevo un enorme rispetto per lui. Era intelligente, educato e intellettualmente curioso. Mi ricordo di aver pensato, se dice il vero io non sono nemmeno disposta a considerarlo?». Così ha provato a seguirlo in Chiesa, ascoltava i sermoni dotati di buon senso anche se si domandava «perché il pastore doveva rovinare una perfetta chiacchierata con queste sciocchezze su Gesù?». Talvolta il pastore sottolineava le debolezze strutturali dell’ateismo e dell’agnosticismo, così «mi sono resa conto che, anche se il cristianesimo non era la cosa vera, neppure lo era l’ateismo».

Nei mesi successivi, ha continuato, «ho cominciato a leggere la Bibbia. Il mio ragazzo pregava con me perché Dio si rivelare. Dopo circa otto mesi ho concluso che il peso dell’evidenza era dalla parte del cristianesimo. Ma non ho sentito alcun collegamento con Dio e francamente, mi sono trovata bene così. Ho continuato a pensare che le persone che dicevano di sentire da Dio o facevano esperienza di Lui stavano delirando. Nei miei momenti più generosi, ho permesso che stessero solo immaginando le cose che avrebbero fatto sentire loro bene. Poi, una notte, nel 2006, durante un viaggio a Taiwan, mi sono svegliata in quello che sembrava uno strano incrocio tra un sogno e la realtà. Gesù è venuto da me dicendomi: “Eccomi”. Sembrava così reale. Non sapevo cosa fare».

Tornata a New York «ho provato a spiegare l’esperienza come una sinapsi venuta male, ma ero persa. Il mondo sembrava completamente diverso, come un velo che era stato sollevato. Non avevo un briciolo di dubbio. Ero pieno di gioia indescrivibile. L’orrore della prospettiva di essere una devota cristiana è strisciato via quasi immediatamente. Ho trascorso i successivi mesi facendo del mio meglio per lottare lontano da Dio. E ‘stato inutile. Ovunque mi voltai, era lì. Lentamente c’era meno paura e più gioia. Il mastino del Cielo mi aveva inseguito e catturato, che fosse gradito da me o no». Ha tuttavia mantenuto alcune convinzioni progressiste in campo bioetico.

Questa la sua significativa testimonianza, lo stesso si può dire della conversione cattolica di un ex dirigente di Yahoo, Richard Riley, così come di quella di Mario Joseph, dopo essere stato un devoto islamico. Anche Abigail Cofre ha recentemente raccontato del suo avvicinamento al cattolicesimo dopo una vita passata nell’occulto e nell’esoterismo, mentre Joseph-Marie Verlinde priore di un monastero in Francia ha parlato del suo passato come insegnante di Yoga (“non esiste lo yoga cristiano, ma semmai ci sono cristiani che fanno yoga”, ha precisato). Un’ultima rumorosa conversione è stata quella di Holly Burkhalter, nota ex attivista di“Human Rights Watch” e “Physicians for Human Rights”.


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1/13/2014 6:54 PM
 
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La “scandalosa” conversione
di Jean-Paul Sartre

Jean Paul SartreJean-Paul Sartre è stato uno degli ultimi intellettuali laici di rilievo, dopo di lui (con l’eccezione di Bobbio e Cioran) solo personaggi di poco spessore e abbastanza superficialità (spesso volgarità), come Singer, Ayer, Onfray Scalfari e A.C. Grayling. Neanche lontanamente paragonabili alla profondità di pensiero del filosofo francese.

Sartre è stato colui che forse più di tutti ha cercato di scorgere i fondamenti di una morale laica (o senza Dio). Ma essa non era affatto trionfante, gloriosa e orgogliosa, come invece cercano di sostengono che sia i suoi promulgatori moderni (si veda in Italia, ad esempio, Umberto Veronesi). Il suo ateismo portava realisticamente all’angoscia, all’insicurezza, perché -diceva- la ragione umana è essenzialmente teologica, cioè funziona come se l’orizzonte umano fosse l’orizzonte divino.

«L’ateismo è la persuasione che l’uomo è un creatore, e che è abbandonato, solo, sul mondo. L’ateismo non è quindi un allegro ottimismo, ma, nel suo senso più profondo, una disperazione», disse nel 1946 durante la famosa intervista per “Il Politecnico” di Elio Vittorini.“L’Être et le Néant” (1943) è il manifesto del suo ateismo filosofico, che comunque, scriverà lui stesso quattro anni dopo in “Cahiers pour une morale”, rimane un atto di fede«La decisiva assenza di fede è una fede incrollabile».

Proprio in quel periodo, nei primi anni ’50, quando la guerra fredda era al suo picco, si accorse di “vivere una nevrosi”: nonostante la sua fosse una filosofia di azione, finora era stato un semplice scrittore borghese, come Flaubert. Si risvegliò dunque il suo interesse per il marxismo schierandosi con il Partito Comunista. Eppure, come ha spiegato il filosofo americano Jim Holt, in quegli anni i crimini di Stalin iniziavano ad essere platealmente documentati, tanto che altri intellettuali stavano abbandonando il partito. «L’ex filosofo della libertà si trasformò nel Sartre totalitario». Raymond Rosenthal ha parlato di lui come «un solido stalinista».

Inizia qui, infatti, il passato vergognoso del più alto sostenitore e teorizzatore della morale laica. La rottura con Camus avvenne proprio in quanto quest’ultimo decise di denunciare il totalitarismo, mentre Sartre rimase rimase in silenzio verso i gulag francesi (“non era nostro dovere scrivere sui campi di lavoro sovietici”, si giustificò in seguito). Scusò le purghe di Stalin e quelle di Mao, descrisse il disertore Victor Kravchenko, che per primo portò alla luce dall’interno gli orrori dello stalinismo, come una creazione della CIA. Abbracciò il pacifismo e, in opposizione alla guerra in Vietnam, esortò l’Unione Sovietica a combattere gli americani, anche a rischio di una guerra nucleare e nel difendere l’indipendenza algerina, nella prefazione ad un libro di Franz Fanon (“The Wretched of the Earth”) scrisse che per un africano «sparare ad un europeo è come prendere due piccioni con una fava, è distruggere un oppressore e l’uomo che opprime allo stesso tempo». Nel 1977, in occasione dell’arresto di tre uomini per pedofilia, Sartre (assieme a Simone de Beauvoir, Michel Foucaul e tanti altri) firmò una «petizione» per chiedere la liberalizzazione sessuale degli adolescenti.

Eppure, anche per il più alto riferimento laico del ’900, Dio rimase un interesse costante per tutta la sua vita, come orizzonte, come illusione trascendentale, come errore inconsapevole ma ineliminabile. Non ebbe remore nel dichiarare la permanenza dei residui di quella fede in Dio che è stato il bersaglio forte e qualificante del suo programma intellettuale. In particolare qualcosa cambiò drasticamente gli ultimi anni di vita.

Nel 1980, pochi mesi prima di morire, nel pieno delle sue forze intellettuali (anche se non fisiche) intervistato dal suo amico ex-maoista Pierre Victor (aka Benny Levy), raccontò la sua conversione attraverso un’affermazione scandalosa, per molti una ritrattazione di tutta la sua opera filosofica (lui stesso confermò l’autenticità delle interviste a Levy): «Non sento di essere il prodotto del caso, un granello di polvere nell’universo, ma qualcuno che era aspettato, preparato, prefigurato. In breve, un essere che solo un Creatore potrebbe mettere qui. E questa idea di una mano creatrice si riferisce a Dio» (da “Nouvel Observateur”, 1980). La sua fu una graduale conversione al “giudaismo messianico”.

Tra le altre cose, Sartre respinse anche i suoi amici più intimi, compresa la sua amante femminista Simone de Beauvoir. La quale rimase ancora più scioccata e inorridita da questa vergognosa, per lei, conversione: «Come si potrebbe spiegare questo senile atto di un voltagabbana? Tutti i miei amici, tutte le “Sartreans”, e la redazione di “Les Temps Modernes” mi hanno sostenuto nella mia costernazione» (“National Review”, 11/06/1982, pag. 677).


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1/15/2014 7:56 PM
 
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Etty Hillesum, l’ebrea agnostica che con la sua speranza così cristiana illuminò il buio Novecento.
Da un lager nazista

 
 Marina Corradi

Cento anni fa nasceva la ragazza olandese vittima della Shoah che ha lasciato una inaudita testimonianza della positività della vita proprio dal fondo dell’inferno, il lager

etty-hillesumOggi, 15 gennaio 2014, cadono i cento anni dalla nascita di Etty Hillesum, ebrea olandese uccisa nel 1943 ad Auschwitz, che ha lasciato in un diario e in diverse lettere una testimonianza di inaudita speranza sgorgata proprio dall’abisso più buio del male, lo sterminio nazista con i suoi campi di concentramento. Riproponiamo qui un articolo di Marina Corradi apparso nel settimanale Tempi nel dicembre 2008, in occasione dell’uscita in Francia dell’antologia completa degli scritti della Hillesum. In Italia la versione integrale del suo Diario è stata pubblicata per la prima volta da Aldelphi solo nel 2012.

Esce in Francia dall’editore Seuil la versione integrale degli scritti di Etty Hillesum: mille pagine con molti inediti oltre a quelle già pubblicate di Diario e Lettere. Questa ragazza ebrea morta a Auschwitz è stranamente quasi sconosciuta in Italia. Forse perché, non battezzata né apertamente convertita, parla alla fine come una mistica cristiana, e dunque non convince la cultura ebraica. Forse perché, inizialmente non credente, arriva a una visione del mondo cristiana senza alcuna professione di fede – e questo poteva non piacere a certo cattolicesimo degli anni Cinquanta.

Intensamente figlia tuttavia del popolo ebraico, e affascinata dal Vangelo, Etty Hillesum lascia nei suoi quaderni e nella memoria di chi la incrocia l’orma di un’anima splendente: di una regina che riesce a dire, dalle baracche del campo olandese da cui verrà deportata: «Eppure la vita è splendidamente buona, nella sua inestricabile complessità».

etty-hillesumL’edizione integrale francese riporta un passo – che nell’edizione italiana del Diario, pubblicata da Adelphi, non compare – in cui Etty legge il capitolo 13 della prima lettera ai Corinzi («Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei un bronzo che risuona, un cembalo che tintinna…») e racconta: «Leggendo, ho sentito come se, come se cosa? Queste parole lavoravano su di me come una bacchetta da rabdomante, che toccava la terra indurita del mio cuore e faceva sgorgare delle fonti nascoste. Improvvisamente sono caduta in ginocchio accanto al tavolino bianco e l’amore, liberato, si è messo a scorrere in me; in un istante liberata dall’invidia, dalle gelosie, dalle antipatie…».

La ragazza in partenza per il lager descrive uno thàuma, ciò che per gli antichi era invasione divina. E ciò che poi saprà testimoniare dal lager dimostra di un cambiamento radicale avvenuto in quella che era una agnostica, vivace ventenne innamorata sempre almeno di due uomini per volta; in una donna che abortisce e scrive al figlio: «Voglio risparmiarti il dolore. Voglio respingerti nella tranquillità del limbo, piccolo essere in divenire, e dovrai essermene grata».

Da questo nichilismo anticipatore del sentire di tante ragazze di cinquant’anni dopo, alla fanciulla del lager colma, pure nel fondo del male, di una assoluta speranza, quale rivoluzione si è compiuta? E pensi a quelle fonti segrete sgorgate alla lettura dei Corinzi, all’improvviso, mai imparato né coscientemente voluto cadere in ginocchio di una ragazza ebrea. Lei stessa subito si riprende, e commenta: «Ieri pomeriggio, ero proprio isterica».

Straordinariamente moderna, Etty Hillesum. Ha addosso una domanda possente, un desiderio infinito; ma se s’affaccia oltre a ciò che si tocca e si misura, reagisce, si difende, torna in sella alla sua razionalità positivista. Ha letto Freud: “Sei solo isterica”, si dice, dopo quell’attimo di felicità inaudita. Una sorella, vissuta cinquant’anni fa. Una che poi, nel fondo dell’inferno, in un istante vede tutto finalmente chiaro. «Siamo partiti cantando», sono le sue ultime righe, su un biglietto gettato dal treno per Auschwitz.


1/19/2014 8:48 AM
 
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Lettera di un padre «ateo, compiaciuto e buonista» cambiato dalla figlia convertita al cattolicesimo





La lettera scritta da James Harrington, giornalista britannico agnostico e sposato con «una fervente atea», dopo la «coraggiosa» scelta della figlia: diventare cattolica




padre-figlia-conversione«Dio e la religione non hanno mai avuto un ruolo nella mia vita», almeno fino a quando «la mia figlia più grande non ha deciso di farsi battezzare e diventare cattolica». Comincia così la lettera ospitata martedì 15 gennaio dal quotidiano progressista britannico Guardian e firmata da James Harrington, giornalista inglese trasferitosi nel 2009 in Francia, «ateo tendente all’agnosticismo», sposato con «un’atea fervente».



TUTTO MA NON CONSACRATA. «Battezzato da bambino», James ha ben presto lasciato perdere la religione, anche se «ero d’accordo con mia moglie che nostra figlia avrebbe potuto scegliere la vita che voleva, tranne entrare nell’esercito e diventare consacrata». Poi la scoperta che voleva farsi battezzare. «Questa non sarebbe dovuta essere una grande sorpresa. In Francia l’abbiamo iscritta a una scuola cattolica, scelta solo perché un collega mi aveva rassicurato sull’eccellente qualità dell’educazione. E se devo essere sincero era proprio così, non ci siamo mai dovuti lamentare, anzi al contrario, avevamo tutte le ragioni per ringraziare il mio collega».


«CHE CORAGGIO MIA FIGLIA». A scuola la ragazza ha conosciuto la religione cattolica, attraverso l’ora di insegnamento facoltativa, e «chissà quanto coraggio le è servito per dirci quello che voleva. Era chiaro che la nostra coraggiosa e dolce figlia aveva riflettuto a lungo sulla fede». James e la moglie non l’hanno però lasciata andare senza prima discuterne: «Nostra figlia ci ha parlato della Genesi, della natività, della crocifissione di Gesù, del Paradiso. Noi invece del Big Bang, degli amici, della famiglia, del cibo, del coniglietto pasquale e della vita moderna».


«LA SUA CONVERSIONE CI HA CAMBIATI». «Ma dopo tutto questo e nonostante la nostra antipatia verso dio e la creazione, lei aveva ancora il coraggio di dirci in faccia e davanti al sacerdote che la nostra visione del mondo per lei non era sufficiente. Lei crede e voleva essere battezzata e voleva essere cattolica», continua James, che non è rimasto indifferente alla conversione della figlia: «Non posso negare che quello che lei ha detto a me e mia moglie ha cambiato il nostro percorso compiaciuto, indifferente alla religione e buonista».


«ANDRÒ CON LEI FINCHÉ POSSO». James descrive così le conseguenze della conversione della figlia: «Per me, questo significa viaggi regolari per assistere a “lezioni cattoliche”, andare a messa la domenica senza sapere quando alzarmi e sedermi, sperando che il prete non venga da me con il microfono durante la predica». Insomma, conclude il cronista inglese, «per me significa uno sforzo in più e per mia moglie una non piccola dose di frustrazione. Ma questo è tutto per mia figlia. Ha fatto un primo passo lungo una strada che, alla fine, dovrà percorrere da sola. Io andrò con lei finché posso, ma lei sa che è il suo viaggio. Sta andando dove io non posso seguirla. Spero solo che la prossima volta che prende una decisione definitiva per la vita, si ricordi di quando ci ha detto che aveva fede in qualcosa in cui non credevamo. E che noi abbiamo creduto a lei».


COMING OUT SPIRITUALE. La lettera di James ricorda in qualche modo la storia di Thierry Bizot, intellettuale francese che ha riscoperto la fede dopo l’incontro con l’«amore di un Dio non inavvicinabile, come credevo da piccolo, ma umano, reale». La sua vicenda, raccontata nel libro Catholique anonyme, è stata poi ripresa dalla moglie, Anne Giafferi, regista non credente, nel film L’amore inatteso, uscito nelle sale l’anno scorso. Il film non mostra solo come «una persona “normale”, nel senso di equilibrata e poco vulnerabile, possa, controvoglia, essere toccata dalla fede», secondo le parole di Giafferi, ma documenta anche l’esistenza di un pregiudizio anticattolico nella società che «rende difficile il “coming out spirituale”. La Chiesa cattolica è spesso percepita come vecchia, complessata, fuori moda».



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1/21/2014 7:00 PM
 
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L’inventore del Kalashnikov
si converte e chiede perdono

Poi però, dopo una vita da ateo convinto, è arrivata laconversione al cristianesimo. E’ morto il 23 dicembre scorso ma prima ha inviato una lettera al Patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa: ««Il mio dolore spirituale è insopportabile. Mi faccio sempre la stessa domanda, alla quale non trovo risposta: se il mio mitra ha tolto la vita a così tante persone, significa che anche io, Mikhail Kalashnikov, 93 anni, figlio di una contadina, cristiano ortodosso, sono colpevole della loro morte, anche se erano nemici?», si è domandato, ricevendo una risposta rassicurante e il perdono dal patriarca.

La conversione di un comunista di ferro come Kalashnikov non è certo isolata nella nazione fino a pochi anni fa governata ufficialmente dall’ateismo di Stato, in molti lo hanno ricordato in questi giorni in occasione dei 90 anni di morte di Leninsecondo il quale «la base filosofica del marxismo, come Marx ed Engels hanno più volte dichiarato, è il materialismo dialettico, un materialismo che è assolutamente ateo e positivamente ostile a ogni religione». Un’indagine condotta dall’indipendente Levada Center ha recentemente rilevato che se nel 1989 solo il17% dei russi si diceva cristiano ortodosso, oggi la percentuale è quadruplicata fino al 68%. Se negli anni di Lenin il 75% dei russi affermava di essere ateo, nel 1991 questa cifra è calata al 53% fino al 19% per cento del 2013.

Approfittiamo di questa notizia per ricordare che le voci sul fatto che lo IOR (Istituto per per le Opere di Religone) sia il secondo azionista della fabbrica d’armi Beretta è una palese bufala anticlericale, come abbiamo già avuto modo di dimostrare.


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1/22/2014 5:04 PM
 
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Suonava nei night club, oggi è parroco a Marsiglia. Storia e parole di padre Michel: «I tiepidi vanno all’inferno»





Emanuele Boffi





Volto hollywoodiano e vita avventurosa. La talare, il confessionale, la liturgia. Le sue Messe sono piene, la sua porta sempre aperta. Chi è il moderno-antico sacerdote che dice: «Ama, anche in modo goffo, ma ama»





min-758«L’imprudenza è la qualità dei santi». È uno dei pensieri contenuti in un libro che oggi esce in Italia, dal titolo significativo I tiepidi vanno all’inferno (Mondadori, pagine 190, euro 12,90). L’autore è un sacerdote dal volto hollywoodiano e dalla vita avventurosa: Michel-Marie Zanotti-Sorkine. Grazie a un bell’articolo di Marina Corradi, tempi.it ve ne parlò un anno fa. L’inviata di Avvenire andò a incontrarlo a Marsiglia, descrivendo questo strano prete che si ostina a circolare con la talare, che si ferma alla fine della Messa a parlare coi fedeli, che ha rianimato una comunità esangue non con prontuari di buone maniere, ma col fuoco di un carisma raro. «Ama, anche in modo goffo, ma ama», è uno dei suoi motti.


AL DIAVOLO LA TIEPIDEZZA. Michel-Marie Zanotti-Sorkine è animato da una santa irrequietezza. La vita stessa gli ha insegnato che l’uomo serio di fronte al destino non può stare tranquillo. Nato nel 1959 a Nizza da una famiglia mezza russa e mezza corsa, orfano già giovanissimo, fu educato dai salesiani. Una passione per la musica lo porta ovunque gli sia data la possibilità di cantare. È così che diventa «un chansonnier nei night-club», scrive Corradi. La sua vocazione al sacerdozio – intuizione già avuta da bambino – torna a galla, pur in un percorso zigzagante fino all’ordinazione. I suoi “padri” sono Joseph-Marie Perrin, già direttore spirituale di Simone Weil, e Marie-Dominique Philippe, fondatore della congregazione di Saint Jean. Ordinato prete nel 2004 dal cardinale Bernard Panafieu, allora arcivescovo di Marsiglia, si cura degli ultimi e scrive un libro dedicato ai suoi “colleghi” sacerdoti: Au diable la tiédeur, al diavolo la tiepidezza, appunto. «Siamo onesti, la verità è questa – dice -. Siamo noi, che non abbiamo più il sacro fuoco. L’immagine che diamo del sacerdozio è troppo insignificante. Non tocca più il cuore».


ECCESSIVAMENTE NORMALE. La figura di Zanotti-Sorkine è tanto più interessante quanto più la si inquadra in quel che è: un parroco. All’apparenza non fa null’altro di quel che ci si aspetti da lui. Predica, confessa tutte le sere – puntuale, alle cinque -, si occupa delle anime che frequentano Saint-Vincent-de-Paul. Ma è forse questo “eccesso” di normalità a renderlo tanto speciale. In fondo, non cerca di fare altro se non ubbidire alla promessa del cattolicesimo: volete essere felici? Siate santi.
E, infatti, le navate della sua chiesa sono gremite, la gente va da lui per ascoltare le sue prediche ricche di riferimenti a poeti, musicisti, scrittori. Ma anche perché padre Michel-Marie non chiude la porta di fonte a nessuno: non importa che sia ricco o clochard, giovane o avanti con gli anni, buon parrocchiano o impenitente peccatore. È fedele solo a un folle folle precetto: «Non bisogna mai perdere nessuna piccola occasione per parlare di Cristo».

tiepidi-inferno-zanotti-sorkineSentite come ne parla Corradi: «Scotta qualcosa, in questo prete. Scotta una fede che brucia dal desiderio di dirsi, di contagiarsi. Infatti nelle mattine feriali lo incontri nei caffè del quartiere mentre fa colazione con gli studenti, o per strada, la tonaca al vento in mezzo alle islamiche della Canebière col velo sul viso. La sua ansia è di entrare in contatto con i lontani, con quelli che mai entrerebbero in chiesa. E ogni occasione è buona: uno gli chiede dov’è la Posta, lui risponde: «L’accompagno», si scambiano due parole, lo sconosciuto accenna ai suoi bambini, il prete sorride: me li porti, che li battezziamo».

LA LITURGIA E LE PROSTITUTE. Quest’uomo pare proprio l’incarnazione di quel che chiede papa Francesco quando domanda di andare verso le periferie esistenziali. E al tempo stesso sembra conservare il giudizio cristallino ratzingeriano che sa che non esiste accoglienza o bontà che non sia accompagnata da fascino e chiarezza. Padre Zanotti-Sorkine cura la liturgia («voglio che tutto sia splendente attorno all’eucarestia. Voglio che all’elevazione la gente capisca che Lui è qui, davvero. Non è teatro, non è pompa superflua: è abitare il Mistero. Anche il cuore ha bisogno di sentire»). Padre Zanotti-Sorkine accoglie le prostitute e i barboni («do loro la comunione. Che dovrei dire? Diventate oneste, prima di entrare qui? Cristo è venuto per i peccatori e io ho l’ansia, nel negare un sacramento, che lui un giorno me ne possa rendere conto»). Non è spietato con nessuno, se non con se stesso e, un po’ anche con i preti. Ma solo perché sente come innegabilmente “lata” la vocazione cui sono chiamati: «Il sacerdote è “alter Christus”, è chiamato a riflettere in sé Cristo. Questo non significa chiedere a noi stessi la perfezione; ma essere consci dei nostri peccati, della nostra miseria, per poter comprendere e perdonare chiunque si presenti in confessionale».
Quando lo incontrò, un anno fa, il sacerdote si congedò dalla cronista di Avvenire con questa frase: «Più invecchio e più capisco ciò che ci dice Benedetto XVI: tutto davvero ricomincia da Cristo. Possiamo solo tornare alla sorgente».


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2/1/2014 11:17 PM
 
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Svezia: il pastore luterano Ekblad
abbraccia il cattolicesimo

Lars EkbladLa vicenda di Lars Ekblad, pastore luterano svedese convertito al Cattolicesimo, è emblematica di un problema che sta  interessando tutta l’Europa luterana e protestante.

Infatti, l’allontanamento progressivo dalla Tradizione Apostolica, iniziata con Lutero, continuata nelle varie Comunioni protestanti e oggi molto avanzata, ha creato il deserto della fede in molte regioni del Nord Europa: il distacco dalla  Chiesa Cattolica, infatti, sembra oggi realizzare più che mai il versetto di  Giovanni 15,6: “…Chi non rimane in Me viene gettato via come il tralcio e si secca…”. Infatti le Chiese del Nord Europa sono ormai profondamente secolarizzate, e, oltre questo versetto,  ricordano in maniera impressionante anche la visione  evocata da Santa Caterina Emmerick, quando descrive “la strana Chiesa” dove tutto era possibile… (Emmerick, Noja,“Visioni” ed. Cantagalli  1995).

Il problema delle Chiese luterane e protestanti, infatti, è costituito dall’aver interrotto nel secolo XVI la Successione Apostolica: in Germania si cominciarono a “ordinare” vescovi da parte di “pastori” non ordinati da Roma, in Inghilterra fu la regina Elisabetta a “ordinare” i vescovi, interrompendo così il carisma dell’”imposizione delle mani”, conferito da Gesù agli Apostoli e mai interrotto – nemmeno nelle Chiese Ortodosse – tanto è vero che molti “pastori” protestanti e anglicani, ancora oggi, si fanno ordinare dai Patriarchi Ortodossi per avere una investitura valida. La storia di Lars Ekblad è veramente un po’ il simbolo di tanti cristiani non cattolici che cercano Dio.

Riporta, infatti il sito “Religion en Libertad”: dopo aver esercitato quasi 40 anni come pastore nella Chiesa (luterana) della Svezia, ora l’ex reverendo Lars Ekblad non ha dubbi: “… penso che chiunque ascolti la voce del Signore e sia disposto a seguirla e alla fine non può che farsi cattolico…” Ed è quello che si appresta a fare lui.

Questa estate Lars Ekblad ha pensato lungamente a questo passo e in settembre lo ha detto al  suo vescovo luterano, Erik Nordin, della diocesi di Strängnäs. Alla fine di novembre ha pronunciato il suo ultimo sermone in quella che fu la sua parrocchia luterana da 1977: il suo “gregge” per 36 anni a Tysslinge (a 200 chilometri da Stoccolma, presso un bel lago molto apprezzato dagli ornitologi, ed adesso aspetta. “La  croce di Cristo è la meta finale per ogni uomo in cerca di Dio. Il vescovo cattolico di  Stoccolma (l’unico della Svezia) è stato informato della mia decisione e mi ha dato il benvenuto”, ha spiegato. “Lungo la mia vita ho parlato con molti  sacerdoti cattolici, sia in Svezia che all’estero. Nessuno mi ha detto: ‘devi venire con noi’; quello che mi dicevano era: ‘…ascolta la tua coscienza e seguila’. Nessuno ha tentato di convertirmi. Qualcuno un giorno mi disse: ‘…Non possiamo proporti nulla, solo la croce di Cristo:  questa è la meta finale per  tutti’. Suona  come una sfida, non vi pare ?”

Ekblad non dà molti dati teologici sulle ragioni della sua conversione, ma si tratta certo del  processo di tutta una vita, che risponde al desiderio di Cristo di vedere sia uniti tutti i cristiani, sia di conservare la successione apostolica. “Io conosco molti ministri della Chiesa della Svezia che si sono fatti cattolici e altri seguiranno”, ha detto. “Ognuno ha il suo proprio cammino. La secolarizzazione è una sfida in tutta la società occidentale e la migliore risposta che possono dare le chiese è quella di unirsi si affinché il mondo creda in Cristo come salvatore dei peccatori”.  Tanti anni di dottrina progressista e “sacerdozio” femminile non hanno attratto agli svedesi alle chiese luterane. Al contrario, se nel  1972 il 95% della popolazione era battezzata nella Chiesa della Svezia, nel 2012 questa percentuale è appena del 67,5%. Malgrado l’aumento della popolazione, la Chiesa luterana si è fermata a 7,7 milioni e i battezzati sono 6,4 milioni. La Chiesa luterana della Svezia è una Chiesa che non evangelizza, non condanna né combatte l’aborto, ordina donne come sacerdotesse perché così lo impose il parlamento della Svezia nel 1960, fa cerimonie gay dal 2007. Il vescovo luterano di Stoccolma è una lesbica militante ed aperta attivista, “sposata” con un’altra “donna pastore”. E’ un segno che questa Chiesa ed altre chiese non cattoliche e non ortodosse, dice, sono ormai lontanedalla Tradizione Apostolica” ci risponde.

Ekblad va a formare parte del cattolicesimo svedese: un solo vescovo, 43 parrocchie, 140.000 fedeli, l’immensa maggioranza è costituita da immigrati e figli di immigranti (polacchi e spagnoli, soprattutto). Ekblad ha lasciato l’”establishment” più comodo per unirsi ad una minoranza profetica. Nessuna attesa è troppo lunga per la felicità.


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3/29/2014 5:12 PM
 
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Montserrat Caballè: «la musica mi avvicina a Dio»




Montserrat CaballeMontserrat Caballé è una delle principali artiste spagnole ed è considerata dai critici musicali uno dei migliori soprani del mondo. A 80 si è esibita nei teatri più rinomati e sale da concerto nei cinque continenti, perfino davanti a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.


Molto amata per la sua semplicità e naturalezza, di origini umili e molto religiose, devozione che ha voluto trasmettere anche ai suoi due figli. La Conferenza Episcopale Spagnola le ha appena conferito il “Bravo Music Prize 2013″ «per il suo servizio alla dignità umana, ai diritti umani e ai valori evangelici».


In un’intervista Montserrat Caballè ha spiegato di vivere la vita «con amore e con la forza che mi dà la fede in Dio, e perciò la fede di ogni essere umano»«Nelle occasioni in cui ho cantato davanti a Giovanni Paolo II e Benedetto XVI», ha spiegato, «ho sentito un grande brivido mentre cantavo. Se potessi, mi piacerebbe anche cantare per papa Francesco. La musica avvicina a Dio, ma penso che per essere vicini a Lui non ci sia bisogno di strade».


«Il mio rapporto personale con Cristo è molto intimo. La preghiera è silenziosa. Credo che l’eredità culturale più importante e rilevante del cristianesimo sia, soprattutto, la fede. E l’arte come frutto della fede, uno dei frutti migliori per accompagnare le persone ad incontrare Dio».



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5/13/2014 10:54 PM
 
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Pietro Barcellona,
un riferimento per credenti e non

Ma non è del tutto corretto, lui stesso ha voluto chiarire in un articolo sull’“Unità” intitolato Come sono diventato cristiano” che «non mi sono convertito l’altro ieri per effetto di un’improvvisa illuminazione ma ho vissuto in tutta la mia vita un percorso tormentato di ricerca oltre ciò che di volta in volta è sembrata l’ultima spiegazione possibile del nostro stare al mondo». Un percorso, che ha avuto come protagonisti il comunismo, il capitalismo, la critica alla modernità, la psicoanalisi. Poi, una svolta nel 1989, quando -ha raccontato in un articolo su “Avvenire”- ha incontrato «il mostro contro il quale avevo per tanti anni combattuto inutilmente: ilnichilismo. Le alternative razionalizzanti non davano nessuna risposta, evoluzionismo, casualità e funzionalismo non consentono di attribuire alcun valore in sé a nessun evento della nostra esistenza quotidiana; tutto ciò che facciamo e siamo finisce per essere il mero risultato di una sequenza di fatti casuali e funzionali, senza alcuna dignità. Il venire al mondo di un essere umano non ha nessun significato nella sequenza dell’evoluzione».

Ha quindi continuato: «ciò che mi appariva chiaro», ha continuato, «era che finché l’uomo pretende di spiegare con i propri saperi tutto ciò che riguarda le condotte umane finisce col negare ciò che di specificamente umano la nostra condizione mortale esprime: il bisogno di trascendere l’orizzonte dentro il quale ci troviamo ad agire per riscoprire una presenza ulteriore rispetto all’azione degli uomini»«La mia non è una conversione quindi», ha chiarito ancora una volta, «ma un processo lungo, aperto e tormentato [...] Sono sicuramente un cristiano che nella temperie del presente è convinto che solo il discorso di Cristo si può opporre al nichilismo biologico dello scientismo che cerca di cancellare ogni specificità della condizione umana. Penso con assoluta convinzione che la via della salvezza e la fuoriuscita dal pensiero unico dell’economia dominante possono realizzarsi soltanto restituendo all’uomo la sua vocazione divina».

«Sin da ragazzo», ha scritto ancora nel suo libro Incontro con Gesù (Marietti 2010), «il mio demone mi ha spinto a una lotta incessante contro l’insignificanza degli esseri umani e del mondo circostante, contro l’indifferenza dell’universo che appare nelle notti stellate come un cielo lontano e inattingibile. Ho forse precocemente avvertito che mi era affettivamente impossibile rassegnarmi alla contingenza assoluta delle cose che mi circondavano, non perché non sentissi legami affettivi fortissimi con parenti e compagni di scuola, ma perché mi sembrava di vederli contemporaneamente presenti e in fuga verso un nulla che ne cancellava persino le ombre». Il cristianesimo è emerso come unica alternativa ragionevole, «poiché solo la presenza del divino nell’umano potrebbe gettare un ponte tra la nostra dolorosa finitezza e la gioiosa giostra delle galassie e delle stelle. L’ineludibile questione di Dio si è presentata, così, alla mia mente sotto l’aspetto apparentemente innocuo dei preti che ho incontrato e di uno in particolare che mi ha chiesto di cercare insieme, senza dare nulla per scontato».

Barcellona si riferisce a don Francesco Ventorino, il quale ha ricordato«Del suo itinerario spirituale sono stato testimone in questi ultimi anni nei quali egli mi ha fatto dono della sua insperata e grande amicizia. Pietro ha fatto irruzione, infatti, in modo imprevisto nella mia vita di vecchio prete, pur piena di tante sorprese, ma che non si è mai abituata al riaccadere del miracolo dell’incontro cristiano». Esso, «è frutto dell’azione di una presenza unica, quella di Cristo, di cui non abbiamo un’esperienza diretta, ma una certezza ragionevole, fondata proprio sugli effetti che essa produce e che pertanto lo rende contemporaneo a ogni uomo in ogni epoca della storia. Per cui Pietro Barcellona poté affermare: “La contemporaneità della Persona di Gesù Cristo è dunque per me l’inizio di una vera e propria rivoluzione nei rapporti tra gli esseri umani. Come scrive Fulvio Papi, chi afferma che Gesù è il Figlio di Dio, un attimo dopo deve cambiare la propria vita”».

Proprio in questo periodo è uscito un libro postumo di Barcellona, intitolato La sfida della modernità (La Scuola 2014), dove il filosofo si interroga sulla nostra società e arriva, secondo noi, a chiarire e definire il vero l’obiettivo, consapevole o no, della rivoluzione antropologica in campo bioetico (aborto, eutanasia, fecondazione, omosessualismo…) a cui stiamo assistendo: «Gli uomini hanno paura sostanzialmente di una cosa sola – essere liberi –. La libertà sgomenta, perché – quando è vissuta fino in fondo – è un abisso che fa venire le vertigini. La radice del post-umano è sempre la stessa: riuscire a conseguire un dominio totale del processo di creazione che permetta di produrre il clone dell’uomo, dell’essere umano in modo da eliminare la figura del Creatore cioè di negare la creazione stessa perché questa diventa un’autocreazione continua, che è il compimento del progetto illuministico. Il progetto illuministico è che la modernità nasce da se stessa, si auto-legittima, non ha nessun rapporto con l’“altro”. Senza creazione, non siamo creati neppure noi. Questo riconoscimento lo pongo in chiave storica, cioè se io non avessi l’idea che nasco da due persone, non avrei nemmeno l’idea della mia libertà. Il fatto che io sono stato creato, vuol dire che non sono il risultato di una necessità, quindi sono libero anch’io».

Auguriamo ad ogni non credente di lasciarsi scuotere dalle stesse domande che hanno pervaso il percorso di Pietro Barcellona, e ad ogni credente di mantenere vive queste domande, così da essere grati continuamente della risposta cristiana che ci ha incontrati.


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5/17/2014 4:43 PM
 
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Che motivi aveva Chesterton per diventare cattolico?






La “scoperta” della Madonna è stato uno di questi.














 


 





© Herbert Lambert


 



Chesterton riassume in questo modo la sua esperienza quando venne accolto nella Chiesa: “Provai paura solo davanti a quello che aveva la risoluzione e la semplicità di un suicidio”.

In seguito, con più calma, rilesse alla luce di questo evento la sua vita passata, nella quale ogni evento lo conduceva chiaramente al fonte battesimale, registrando tutto ciò nella sua Autobiografia (1936).

Chesterton era un pericolo: leggeva libri gialli.

Con la precisione del coltello che penetra nella schiena senza sforzo e con la rapidità di uno sparo, trovava l'argomentazione nitida, la riflessione giusta. Se questo fosse uno dei suoi romanzi, a questo punto il detective avrebbe già trovato chi cercava.

Ora restava solo da spiegare le piste che lo avevano portato a questa deduzione.

“Scaricare” i peccati

Il motivo principale per diventare cattolico fu la necessità di vedere i suoi peccati perdonati. Questo perdono, con l'oggettività propria di un sacramento, era offerto solo dalla Chiesa cattolica.

Manifestò quanto gli sembrasse strano tenere per sé i peccati per tutta la vita replicando a un altro scrittore: “A suo avviso, confessare i peccati è qualcosa di morboso. Io direi che il morboso è non confessarli. Morboso è nascondere i peccati, lasciando che corrodano il cuore della persona – stato in cui vive la maggior parte delle persone nelle società altamente civilizzate”. Un suo coetaneo, lo psicanalista Carl Jung, avrebbe confermato questa intuizione: i cattolici che ricorrevano a lui erano in netta minoranza.

Aver cura dei propri beni

Negli insegnamenti anglicani, influenzati dal puritanesimo, si sopprimeva il sacramento della Riconciliazione. Così, dopo il peccato veniva la condanna. Ciò spiega il carattere scrupoloso e la personalità nevrotica di alcuni filosofi del XX secolo con questo background.

Chesterton, buon osservatore, descriveva un dettaglio che vedeva nei templi cattolici. Le persone che andavano a comunicarsi lo facevano portandosi dietro saldamente le proprie borse e le giacche, al contrario di ciò che accadeva nelle cappelle anglicane, nelle quali i fedeli lasciavano i propri beni nell'anticamera, senza alcuna vigilanza.

“Io non lascerei mai senza vigilanza un bene di mia proprietà in un luogo nel quale chi volesse rubarlo avrebbe l'opportunità quasi simultanea di ricevere il sacramento della Penitenza”, affermò.

Preferiva il cattolicesimo con il suo sacramento del perdono, anche se doveva vigilare sui suoi beni.

Tutti, anche Dio stesso, devono essere grati alla Madonna

Tra i motivi della sua conversione, menzionava anche il suo totale assenso alla dottrina cattolica su Maria. Gli anglicani attribuiscono ai cattolici quello che definiscono un “onore eccessivo” nei confronti della Madre di Dio.

Chesterton, con l'intuizione propria delle persone semplici nelle questioni relative a Maria, con una sola storia risolveva la tradizionale divergenza tra cattolici e anglicani sulla giustizia del culto alla Madonna.

Riferiva di aver sentito due anglicani che menzionavano con grande timore una terribile blasfemia contro la Santissima Vergine, di un mistico cattolico che scriveva: “Tutte le creature devono tutto a Dio; ma a Lei, perfino Dio stesso deve una qualche riconoscenza”.

Questo, raccontava Chesterton, lo sorprese come il suono di una tromba, e disse a se stesso quasi a voce alta: “Che detto meraviglioso!”.

E concludeva affermando che gli sembrava difficile trovare un'espressione più grande e più chiara di quella suggerita dal quel mistico, sempre che venga compresa nel modo corretto.

Chesterton a 50 anni aveva compreso chiaramente la sua decisione di diventare cattolico, ma il tempo non si era fermato. Il mondo si stava armando per le guerre più distruttive e le ideologie più disumanizzanti mai esistite. Erano necessarie voci autorizzate e sensate. E Chesterton era preparato.

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5/21/2014 6:32 PM
 
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Dolores Hart, la donna che preferì Dio a Elvis






La prima donna ad aver baciato Elvis Presley sullo schermo è oggi priora dell'abbazia Regina Laudis, in Connecticut“Non ho mai avuto l'impressione di uscire da Hollywood, non ho mai avuto l'impressione di abbandonare ciò che mi era stato dato. L'abbazia era come una grazia di Dio, che è entrata nella mia vita in modo del tutto inaspettato... Dio era più grande di Elvis”, spiega madre Dolores nel documentario che ripercorre la sua vita.











La chiamata di Dio si è presentata in modo evidente a lei che è diventata cattolica a 10 anni, una decisione sorprendente perché la sua famiglia non lo era mai stata.

Nata come Dolores Hicks nel 1938, era l'unica figlia degli attori Bert e Harriet Hicks, che divorziarono quando aveva solo tre anni.

Da allora crebbe nell'instabilità: viveva una parte dell'anno a Chicago con i nonni, che la mandarono alla scuola cattolica di San Gregorio – semplicemente perché era quella più vicina –, e trascorreva la vacanze con la madre, che lavorava nel mondo del cinema a Beverly Hills, in California.

Giovanni XXIII a Dolores: tu sei Chiara d'Assisi!

Proseguì gli studi presso il Marymount College, un altro istituto cattolico della zona. Lì la futura stella scoprì la passione per la recitazione, che la portò, insieme alla sua bellezza, ad essere scelta per recitare con Elvis Presley nel famoso film Loving You, lanciato nel 1957.

Da allora la sua carriera proseguì: l'anno successivo riapparse al fianco di Elvis in King Creole, un grande successo al botteghino. Poco dopo recitò a Broadway (dove ricevette un premio) e in seguito in Where the Boys are nel 1960, prima di interpretare Chiara in un film su San Francesco d'Assisi con Bradford Dillman nel ruolo principale.

In quell'occasione, l'incontro dell'attrice con papa Giovanni XXIII fu un elemento scatenante: quando gli si presentò come Dolores Hart, il papa le rispose: “No, tu sei Chiara!”.

Ancora oggi madre Dolores conserva un ricordo incancellabile di quell'incontro, che non è stato estraneo alla sua vocazione.

Da Hollywood all'abbazia Regina Laudis

La ragazza, che era diventata una delle stelle emergenti di Hollywood, girò altri quattro film, fino alla commedia Come Fly With Me, nel 1963, accanto a Hugh O’Brian.

Dolores si preparava a sposare Don Robinson, un brillante architetto, quando chiese alle monache dell'abbazia Regina Laudis – dove si recava regolarmente per sfuggire al turbinio, a volte duro,del successo – di entrare nella loro comunità.

Fu così che a 24 anni, all'apice della gloria, Dolores Hart scelse di abbandonare le scene per iniziare una vita di clausura con le monache benedettine.

La decisione non piacque a nessuno, a cominciare dai suoi produttori di Hollywood, furiosi ma comunque amici dell'ex attrice.

“Anche il mio miglior amico, padre Doody, che era sacerdote, mi disse: Sei pazza. È pura follia fare questo”, ricorda cinquant'anni dopo il suo ingresso in convento.

Malgrado questi inizi burrascosi e un periodo di adattamento che definisce lungo e difficile, dice di non essersi assolutamente pentita della sua scelta.

Il fidanzato, che aveva lasciato per entrare nell'ordine benedettino, fu uno dei pochi a capire la chiamata che aveva ricevuto, ed è rimasto un suo amico fedele fino alla morte, avvenuta nel 2011.

Madre Dolores è diventata priora dell'abbazia nel 2001. Attualmente è membro della giuria degli Oscar dell'Accademia delle Arti e delle Scienze del Cinema, unica religiosa.

Uno dei suoi compiti consiste nel visionare i DVD dei film nominati, che l'Accademia invia al suo ufficio. Nel 2012 la religiosa ha fatto un'apparizione alla cerimonia degli Oscar per la presentazione del documentario sulla storia della sua vocazione, intitolato “Dio è più grande di Elvis”.


[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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6/5/2014 10:17 AM
 
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Eccoci di nuovo a sciogliere nodi e malintesi di una cultura di massa antireligiosa che sin dal lontano Ottocento compulsa l’arte lontana da ogni valore trascendentale.

Stavolta a mentirci, sobillando aneddoti anticlericali, fu l’artista Truman Howe Bartlett[1] in un articolo del 1889 scrisse che a Rodin fu rifiutato il busto di padre Pierre-Julien Eymard[2] (ribattezzato Aymar) poiché la chioma dei capelli, al malcapitato soggetto, ricordavano corna di diavolo. Tuttavia le fonti sono discordanti, infatti lo stesso Bartlett poche righe dopo afferma che il busto circolò nell’Ordine dei sacramentini sin da subito[3]; mentre altre affermano che il busto fu ritrovato in occasione della beatificazione di padre Eymard nel 1925. Ci sembra, come è stato già osservato, sia stato lo stesso Bartlett a voler in qualche modo dare autorevolezza a una sua impressione estetica con l’aneddoto delle corna, poggiandosi forse su un epistolario indiretto[4].

In una lettera scritta di pugno da Eymard ad una consorella si raccomanda infatti di ringraziare “fratello Auguste” per il busto, cosa in netto contrasto con quanto riportato da Bartlett[5]. Piuttosto ci sembra che la difficoltà nella circolazione del busto risieda in un motivo di natura stilistica: il busto è fortemente caratterizzato da una verve espressionistica, tendenzialmente invece la ritrattistica ufficiale punta all’idealizzazione del personaggio e forse, se un rifiutò ci fu, certamente si potrebbe addurre questa motivazione. Tuttavia questo non impedì ad una copia della scultura di raggiungere la Curia generalizia romana dell’ordine.



La crisi spirituale il rapporto con la Congregazione del Ss.mo Sacramento
In tutte le biografie dello scultore è segnalata la forte crisi spirituale di Auguste dopo la morte della sorella Marie Rodin nel 1862, crisi che lo portò ad entrare per fare esperienza nella Congregazione del Ss.mo Sacramento fondata da padre Pierre-Julien Eymard (1811-1868), canonizzato poi da Giovanni XXIII nel 1962. Poco sappiamo del tempo che il nostro scultore trascorse nella congregazione, infatti poco più tardi, su suggerimento dello stesso padre Eymard, tornerà alla sua vocazione primaria, la famiglia. Proprio la famiglia, quel progetto incompiuto, fallito a più riprese, che sfocerà nello struggente rapporto con la nota scultrice Camille Claudel, dunque non per la scultura che poteva praticare benissimo dall’interno della congregazione, ma per la “tentation de famille”[6].

Di questo arco di tempo poco documentato non ci rimane molto: sappiamo che Rodin viveva nella congregazione e che in questa aveva installato il suo atelier continuando a lavorare, ma non sappiamo molto di più. Non sappiamo neppure quando esattamente lascerà la congregazione, sappiamo che vi tornerà spesso e il suo rapporto sarà costante e che infine una copia del busto di Eymard sarà rinvenuto nella sua camera di Meudon insieme a un crocifisso del Seicento, onore che certamente non si tributa ad un uomo del quale ci si è voluto prender gioco, come ci indica Barlett e la critica a lui concorde. Rodin non solo parteciperà ai funerali di Eymard, ma sarà contattato per deporre materiale per il fondo che andrà poi per gli studi e la beatificazione: il nostro scultore non depositerà nulla, ma il fatto stesso che venga contattato indica in quali rapporti fosse con padre Eymard. Questo è quanto la critica è riuscita a far emergere dei rapporti tra Eymard e Rodin: molto poco, insufficiente considerato il numero di opere a carattere sacro o che a tale rango si vogliono elevare.

La Mano di Dio
Rodin non è certamente un “artista di Dio”, non fa arte sacra eppure rivela un travaso di simboli dall’immaginario cristiano che sfiora l’ortodossia nella sua attuazione. Un esempio straordinario è la scultura della quale ci accingiamo a raccontare. L’esito finale del marmo, come sempre, si deve agli scalpellini dei quali Rodin si è sempre avvalso[7], l’idea però rimane dello scultore e perciò escludiamo le dissertazioni sullo stile e invece ci concentriamo su quelle concernenti il significato. Esposta probabilmente sin dal 1896 “Mano con gruppo” a Monaco, la mano è presa da uno de I Borghesi di Calais (Pierre de Wissant): la critica vuole che Rodin rappresenti la mano del creatore come la mano stessa che lui ha creato. Certo un’interpretazione del genere pone banalmente lo scultore nel novero di quelli che il sacro lo hanno profanato facendosi idolo di loro stessi. C’è da dire tuttavia che forse un dubbio bisognerebbe porselo di fronte a questo atteggiamento interpretativo: i modelli non sono sempre stati riutilizzati più volte all’interno delle botteghe? Quasi tutte le grandi botteghe funzionarono in tal modo, senza che questo abbia mai assunto un significato iconologico. Anche volendo sorvolare su questo dubbio, che poniamo all’interno dell’orizzonte critico del lettore, si deve tuttavia affermare che il soggetto rimane dipendente dalla rappresentazione biblica: la creazione di Adamo ed Eva.



A dispetto di tutto ciò che è stato affermato più volte dalla critica specialistica, la scultura di Rodin è tutt'altro che imprecisa nel narrare l’evento biblico secondo la prospettiva cristiana. Una più corretta lettura biblica della narrazione elohista dice che “Elohim [Dio] creò l’àdam[l’umanità] a sua immagine” e poi aggiunge “zakar [maschio] e qeba[femmina] li creò”[8]; questo primo racconto della creazione della Genesi è tuttavia storicamente composto più tardi. Ancora più preciso in merito è il secondo testo che compare sempre in Genesi nel quale “Jhwh [Dio] modellò l’àdam [l’umanità] con la polvere del terreno e soffiò nelle sue narici un alito di vita [...] poi Jhwh disse: non è bene che l’uomo sia solo voglio fare un aiuto che gli corrisponda”[9]. A questo punto del racconto Dio crea gli animali, ma questi non sono un aiuto corrispondente all’umanità. La distinzione sessuale nel racconto biblico avviene solo con la creazione di ishà [la donna] che viene da ish [l’uomo], il quale, nella sua differenza di genere, si manifesta solo con la creazione della donna e che prima è solo un’umanità solitaria e senza genere[10].



Quello che apparentemente è una finezza di traduzione e di esegesi giustifica l’opera di Rodin, per un cristiano: La mano di Dio di Rodin rappresenta esattamente quello che viene descritto in Genesi secondo l’interpretazione più accreditata e aggiornata. A questo punto gli studi storico-artistici dovrebbero chiedersi se questo non sia stato voluto, se l’occhio di Rodin sulle Scritture non fosse più profondo di quanto non lo sia quello degli storici dell’arte di tutti i tempi. Certo questa rimane una pista ancora tutta da battere, ma basterebbe che Rodin si basasse sul racconto elohista per poter dire che lo scultore non ha sbagliato a rappresentare la creazione, ma sono stati gli storici dell’arte, insufficientemente eruditi, a non comprendere la profondità dell’opera di Rodin. Inoltre ci sembra improbabile in virtù dell’educazione cristiana impostagli dalla madre quando era bambino, dell’esperienza della sorella Marie e della vita nella Congregazione del Ss.mo Sacramento che Auguste potesse ignorare questo brano.

Un’ultima riflessione vogliamo lasciare al lettore: Auguste Rodin quando pensa alla creazione la pensa nei termini del genere e della corporeità; nella mano sono scolpiti due corpi la cui sessualità è chiaramente distinguibile. La creazione per eccellenza, la quale è ipostasi di tutte le altre, ha dunque a che fare con due valori: la corporeità e la differenziazione del genere e la conseguente complementarietà. Questa è l’opinione di Auguste Rodin, uomo e artista che apparteneva al mondo, ma che in quanto tale non ha disconosciuto le radici cristiane del suo pensiero: perché a pensare la creazione gli sovviene immediatamente e precisamente il racconto della Genesi e non ha dubbi su quale sia la completezza e la bellezza della creazione, le quali risiedono nella differenziazione sessuale e nella perfetta complementarità tra queste due differenze.

j


-------
1) Scultore americano (1835-1922) contemporaneo di Rodin.
2) Fondatore dell’ordine dei sacramentini, la cui missione è portare nel mondo l’Adorazione continuata del Ss.mo Sacramento su ispirazione della cosiddetta Quarantore seicentesca.
3) Questo Bartlett lo menziona, ma non riesce a darne una giustificazione soddisfacente, l’intervista a Rodin qui incriminata è costellata di piccole incoerenze che fanno pensare a una messa appunto posteriore e che per un senso di completezza pecca di aggiunte non confortate da dati certi.
4) Pubblicati frammenti d’interesse in Peter Stuyvesant Foundation, Rodin and his contemporaries : This collection of masterpieces by Rodin and his Contemporaries has been brought to Australia by The Peter Stuyvesant Trust, 1967.
5) Per la lettera di veda Butler R., Rodin. The shape of genius, New Heaven and London, 1993.
6) Ivi p. 519.
7) Si veda Magnien A., Arensi F., Rodin. Il marmo, la vita, Milano, 2013.
8) Gen 1,27.
9) Gen 2,7 e 2,18.
10) Sulla differenza di genere un testo accessibile e particolarmente affidabile che ha il merito di mettere in parole semplici la “teologia del corpo” di San Giovanni Paolo II è Semen Y., La sessualità secondo Giovanni Paolo II, Cinisello Balsamo, 2005.

fonte ALETEIA


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6/7/2014 1:41 PM
 
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Francesco Totti: ad ogni gol, bacio l'anello e ringrazio Dio






Il capitano della Roma parla del suo rapporto con la fede, dei valori del calcio e del futuro che lo attende

Ha quasi 600 presenze con la maglia della Roma, 235 reti segnate e un titolo mondiale alle spalle, ma Francesco Totti non è solo un campione di calcio o il simbolo della romanità, è anche un fuoriclasse lontano dai campi di gioco impegnato con l'Unicef, di cui è ambasciatore, una persona solida, pulita, che ha deciso di adottare 11 bambini di Nairobi nell'ambito di un progetto del quale è promotore.

Si confida con “A Sua Immagine” (7 giugno) il capitano della Roma e parla dei valori che lo sport dovrebbe veicolare, della responsabilità di essere considerato un modello sportivo per le nuove generazioni e soprattutto dell'amore che lo lega ad Ilary Blasi e del suo rapporto con la fede: “Ogni volta che segno un gol bacio l'anello del matrimonio e rivolgo un ringraziamento al Signore per avermi regalato una vita piena di soddisfazioni. Non solo sui campi di calcio ma soprattutto nella vita di tutti i giorni con Ilary e i nostri due figli, Christian e Chanel”.

Molto devoto alla Madonna del Divino Amore, Francesco Totti confessa di avere un “rapporto profondo” con la fede: “Ho sempre dato grande importanza a certi gesti, dal segno della croce alla preghiera. Fede è credere a cuore aperto e senza condizioni. E' anche per questo che le parole 'fede' e 'fiducia' sono così simili, no? L'uomo non è nato per caso e la fede gli indica la strada. Io poi ho avuto tanta fortuna e per questo, oltre che credere, ringrazio Dio. Inoltre cercherò sempre di condividere col prossimo parte di quanto di buono mi è stato dato”.

Totti racconta di aver sentito più forte la mando di Dio quando sono nati i suoi figli: “credo siano stati i due momenti più belli di tutta la mia esistenza, quelli che mi hanno reso felice e realizzato. E' un discorso di amore. L'amore per i nostri cari, e soprattutto per i figli, penso sia simile a quello che Dio nutre per ognuno di noi, perché fede e amore vanno a braccetto”.

A pochi giorni dai Mondiali del Brasile, il capitano della Roma dice di tornare come sempre con i ricordi agli “anni in cui ero bambino e seguivo le imprese della nostra Nazionale” e a quando ha vestito anche lui la maglia della Nazionale, in special modo in occasione di Germania 2006.

Alla domanda su cosa spera per il futuro di uomo e campione, Totti ha risposto sicuro di voler sempre “conservare il piacere per le piccole cose, quelle semplici e sane”: “l'unica cosa che chiedo a me stesso, a Totti, è di rimanere sempre, nell'anima, il Francesco che sono stato per tutta la vita”.

da Aleteia

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7/15/2014 12:01 PM
 
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Bethany Hamilton




 


"E' arrivato senza preavviso. Le onde erano piccole e io mi stavo rilassando sulla mia tavola, con il mio braccio sinistro penzoloni in acqua fredda. E' successo tutto tutto in una frazione di secondo. Poi ho guardato in stato di shock come l'acqua intorno a me si era tinta di rosso. In qualche modo, sono rimasta calma. Il mio braccio sinistro era andato quasi fino all'ascella, insieme a un pezzo enorme a forma di mezzaluna della mia tavola da surf..." E' il drammatico racconto di Bethany Hamilton, una giovane surfista hawaiiana: uno squale le ha divorato l'arto sinistro ma la sua fede è rimasta salda. Oggi più che mai.

Dio non mi ha abbandonata
"Mi ricordo più chiaramente ciò che il paramedico che mi ha soccorso mi disse in ambulanza, a bassa voce: "Dio non ti abbandonerà mai." E aveva ragione. Io credo in Dio. Ma nessuno mi ha fatto credere, non si dovrebbe cercare di forzare qualcuno a credere in qualcosa. E anche se i miei genitori mi hanno insegnato cose su Dio e mi hanno letto la Bibbia, per me è stata la mia scelta di diventare credente in Lui. Nel mio modo di vedere, è il tuo rapporto personale con Lui; un legame che è unico come un'impronta digitale.


Cristo è tutto per me
Quando la gente mi chiede cosa significhi credere in Cristo per me, io di solito rispondo in una sola parola: "tutto" Questo era vero prima dell'attacco dello squalo e dopo. E' utile sapere che, anche quando non si ha la più pallida idea del perché qualcosa è successo nella tua vita, qualcuno lassù ha un disegnobuono e veglia su di noi. E' un sollievo enorme mettere la propria fiducia in Dio. I miei piani di diventare unasurfista professionista sono stati colpiti duramente in quella mattina di Halloween. E' stato il mio tsunami personale." Nei mesi successivi Bethany ha sofferto molto "Spesso, è stato spaventoso. E non voglio mentire: in qualche modo lo è ancora." 

Nessuno squalo può togliermi il Signore
Ho lavorato duramente per diventare una surfista professionista, e ora sono ancora in competizione con i migliori surfisti donne di tutto il mondo. Ma per me, sapendo che Dio mi ama e che ha un piano per la mia vita, che nessuno squalo può togliere e nessun risultato può scuotere, è come avere roccia solida sotto di me. 

Infine ecco il consiglio di Bethany: "Non mettete tutta la vostra speranza in qualcosa che potrebbe improvvisamente scomparire. L'unica cosa che non potrà mai andare via, che non vi abbandonerà mai, è Dio e la vostra fede in lui. Tutto quello che posso dire è che Lui mi dà davvero una solida base per tutto ciò che faccio nella vita."

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9/5/2014 7:46 PM
 
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Tosca D'Aquino: “Dio ha sempre accompagnato la mia vita”

La fede raccontata da una delle attrici più amate dal pubblico italiano

Napoletana doc, nonostante abiti da parecchi anni nella capitale, Tosca D'Aquino è molto amato come attrice presso il grande pubblico anche per aver lavorato con i più grandi della commedia e comicità all'italiana: da Leonardo Pieraccioni a Vincenzo Salemme passando per Giorgio Panariello.

Molto devota alla Madonna di Pompei, per quattro anni ha condotto la trasmissione “Una voce per Padre Pio” su RaiUno, una manifestazione dedicata al santo di Pietrelcina.

Alla rivista A Sua Immagine (30 agosto) l'attrice ha raccontato il suo modo di vivere la fede: “non c'è momento della mia giornata che non ringrazi il Signore per quello che mi dona. Tutta la mia vita è sempre caratterizzata dalla sua costante presenza”.

Riguardo la difficoltà nel riuscire a rimanere fedeli e ancorati ai propri valori nella società odierna, Tosca D'Aquino ha detto: “Faccio mie le parole di Cechov che nel libro 'Il Gabbiano' scriveva: 'Io ho fede e qualsiasi sia la mia vocazione, non ho più paura della vita'. Credo, infatti, che qualunque sia il nostro lavoro: netturbino o impiegato, insegnante o attrice, se hai spiritualità vivi appieno ogni giornata, affrontando problematiche, difficoltà ma senza più temere nulla”.

Parlando dei suoi ricordi più intimi e lontani legati alla fede, l'attrice ha poi ricordato: “sin da bambina, assieme ai nonni, mi recavo spesso al Santuario della Madonna di Pompei (atto devozionale che ho ripetuto durante le mie gravidanze per chiedere la benedizione a Maria per i piccoli che portavo in grembo) poi il 18 settembre, per San Gennaro, è sempre stato un giorno sentitissimo da tutti noi. Il rapporto che il popolo napoletano ha con la fede è sempre molto diretto, quotidiano, arriva dritto al cuore. Per capirlo basta rileggersi O miercuri' d' 'a Madonna 'O Carmen la bellissima poesia di Ernesto Murolo dedicata alla madonna del Carmine: un racconto che descrive in modo appassionato e straziante la disperazione delle donne napoletane che si rivolgono a Maria affinché interceda per salvare dalla guerra i loro mariti, fratelli e soprattutto i loro figli”.

Alla domanda, invece, su come immagina l'aldilà, la D'Aquino ha infine risposto: “ Un posto meraviglioso perché sono sicura che color che hanno fatto del bene saranno ricompensati mentre chi ha compiuto del male pagherà. Credo molto nella giustizia divina: non è sulla Terra ed è per questo che sono assolutamente contraria alla pena di morte. Tutto deve essere sempre messo nelle mani del Signore”.

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11/26/2014 2:46 PM
 
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DALLA KIPPAH ALLA CROCE. LA STORIA DI JEAN-MARIE SETBON E DELLA SUA IRRESISTIBILE ATTRAZIONE PER CRISTO





Dalla kippah alla croce. La storia di Jean-Marie Setbon e della sua irresistibile attrazione per Cristo



Ogni anno ci sono decine di migliaia di conversioni al cattolicesimo. Sono dati ufficiali e conosciuti. In Corea del Sud, negli Stati Uniti, in vari Paesi dell'Africa, in ogni luogo. Molti convertiti provengono da Chiese cristiane non cattoliche e molti dal paganesimo, mentre sono più rare le conversioni dall'islam o dall'ebraismo. La violenza psicologica – e a volte fisica – che si esercita sul convertito è difficile da eludere.

Ad ogni modo, si verificano anche queste conversioni. Ne è una prova la toccante storia contenuta nel libro “Dalla kippah alla croce” di Jean-Marie Élie Setbon, un ebreo convertito al cattolicesimo dopo un processo lungo e complicato, quasi snervante, indubbiamente un cammino di pura coerenza. Dall'età di otto anni, Jean Marc – che dopo essersi battezzato ha cambiato nome – è stato fortemente attratto dal crocifisso. Era un bambino ebreo francese, circondato da amici cristiani e da chiese e con una famiglia ebraica che praticava a malapena, ma lui è una persona molto religiosa, e malgrado le sue inclinazioni cristiane ha deciso di seguire una delle correnti ebraiche più radicali, diventando un rabbino convinto.

“Da quando mi ricordo, mi sono sempre sentito attratto da Gesù. Durante l'adolescenza volevo convertirmi al cristianesimo, ma sapevo che sarebbe stato uno scandalo, perché quando un ebreo si converte la sua famiglia, anche se non è religiosa, lo vive come un tradimento. Le vie di Dio sono misteriose: volevo essere cristiano, ma sono diventato un ebreo ultraortodosso e poi ebreo hassidico. Il mio cuore mi portava verso Gesù, ma la mia testa resisteva e la mia identità ebraica pesava di più. Un giorno, alla fine, dopo un lungo cammino, Dio ha tolto il velo dai miei occhi...”

Nel 2004 sua moglie è morta di cancro, e Setbon è rimasto solo con sette figli. Sono stati anni di autentica precarietà materiale: il rabbino e i suoi figli hanno dovuto attendere tre anni prima di godersi un giorno, uno solo, di vacanze. È stato il 6 agosto 2007 su una spiaggia della Normandia.

La visione del mare gli ha provocato strane sensazioni, che ha collegato alla morte, quello stesso giorno, del cardinale Jean-Marie Lustiger, che aveva intrapreso il cammino dall'ebraismo al cattolicesimo. Tornato a Parigi, le sensazioni si sono intensificate. Setbon non smette di farsi il segno della croce. Questa volta la sua conversione sarà definitiva.

Inizia una preparazione al catecumenato presso le Piccole Sorelle di Betlemme a Parigi. Non è stato facile. Come ha dichiarato alla rivista Famille Chrétienne, voleva conoscere Cristo ma gli rispondevano: “Sì, ma la Chiesa pensa questo, e questo, e questo...” Allora ha elaborato una lista di obiezioni che ha presentato a Cristo: “Signore, il rabbino è stanco: o mi aiuti o lascio tutto”. La risposta è giunta poco dopo, quando si è imbattuto in un'immagine della Sacra Sindone. Ha detto al Signore: “Smetti di giocare a nascondino o scoppio. Non mi muoverò da qui finchè non mi avrai dato un segnale”. In quello stesso istante, il volto di Cristo lo ha guardato e... “È arrivata la Luce: ho creduto tutto, ho accettato tutto, anche la Chiesa: il Signore mi ha aperto all'intelligenza delle Scritture”.

Il 14 settembre 2008, Setbon è stato ammesso nella Chiesa mediante il sacramento del Battesimo.

Si sa che nella vita si verificano gli interventi straordinari di Dio, ma è emozionante vedere la narrazione di un processo di incontro con tutti i dettagli. Il modo in cui Jean-Marc è arrivato a battezzarsi non è facile, e il protagonista lo racconta con la passione di chi sa che gli è stato affidato un tesoro prezioso. Alla fine ha maturato la sua fede e si è battezzato per pura convinzione. Un processo basato sull'amore di Dio, sul saldo desiderio di seguirlo da vicino, che è culminato nella conversione di tutti i membri della famiglia.
 

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12/1/2014 3:12 PM
 
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battesimo Maurizio Elia Spezia 





 






Gli ultimi 4 anni di Maurizio Spezia sono la testimonianza che il cuore dell'uomo non si dà mai pace, non smette mai di ricercare, finché non trova la strada che corrisponde al proprio infinito desiderio di felicità. E il cammino di Maurizio è stato molto particolare: lui che ha sempre amato andare controcorrente, nel 2010 si allontana totalmente dalla Chiesa scegliendo addirittura disbattezzarsi. Poi il pentimento e il ritorno alla fede. A raccontare questa incredibile storia è lo stesso Maurizio, in una lunga intervista rilasciata a fanpage, il 22 novembre.

Per me Dio era un'invenzione
A 29 anni l'odio per la Chiesa è profondo tanto da chiedere di essere cancellato dal registro dei battezzati: “Chiesi lo sbattezzo perché, come molti vivevo disperso in una dimensione succube dalla televisione e dalla propaganda, ero un fervente comunista e le ideologie vincevano sulla ragione e sulla logica. Decisi di sbattezzarmi perché ritenevo la Chiesa un’organizzazione malvagia che faceva solo i propri interessi, ero convinto che Dio fosse solo un’invenzione e che non ci fossero riferimenti storici sull’esistenza di Gesù Cristo e lo ritenevo una persona come tutte le altre.”

La conversione non finisce mai
Poi accade qualcosa di inaspettato, a partire proprio dall'odio che nutriva. Perché Dio ti viene a prendere là dove sei tu, con le tue ferite, i tuoi dubbi “La conversione” continua Maurizio “avviene grazie alla volontà di capire da dove proviene l’odio per la Chiesa. La conversione inizia e non finisce mai. Io e la mia amata Denise abbiamo compiuto un percorso che è iniziato e ancora non si è concluso e forse non si concluderà che alla morte.”

L'abbraccio di Dio
Ma il percorso di riammissione è stato tortuoso: “Ho cercato più volte un parroco che mi aiutasse e che mi seguisse per ritornare nella Chiesa Cattolica Apostolica Romana. È stato difficilissimo anche perché molti parroci ad oggi non sanno come fare per seguire una persona che chiede la riammissione, la Chiesa da questo punto di vista dovrebbe cominciare a muoversi più incisivamente. Dopo tanto girare il cuore di Maurizio sembra ritrovare la pace “un giorno insieme alla mia futura moglie abbiamo cercato una Santa Messa in rito antico, ovvero in latino, l’abbiamo trovata e, guarda il caso, la tenevano proprio nel mio paese d’origine e nella Parrocchia dove io ho chiesto lo sbattezzo. Il ritorno alla casa del Padre, un’emozione incredibile! In quella Messa abbiamo conosciuto una persona fantastica che si chiama Peter, padre di una numerosissima famiglia 5 figli, stupendi e marito di una bravissima moglie. Lui ci ha indirizzato da Don Piero, un sacerdote del Sacro Monte di Varese dove c’è anche un bellissimo Santuario.”

San Giuseppe e la riammissione
Il 19 Marzo 2014 è una data scolpita nell'anima del giovane 33enne “Il giorno di San Giuseppe, Don Piero mi chiama in sacrestia prima del ritiro spirituale, mi chiede il numero di telefono e mi dice, sorridendo [...] “mi faccio sentire io”. Da quel momento in poi ci siamo visti più volte ed è iniziato un percorso di catechismo lettura del Vangelo che mi ha portato al rito privato di riammissione. E’ stato un giorno meraviglioso, che non dimenticherò mai." E il percorso non finisce qui. "Ogni martedì andiamo a casa di Don Piero per leggere il Vangelo e chiacchierare un pochino in preparazione del matrimonio.
 

 

13 settembre 2014, il giorno del "nuovo" Battesimo

Grazie,

Grazie Denise per essermi sempre accanto, grazie Peter per avermi indicato la via, grazie Don Piero e Don Emrinio non ci sono parole, grazie nonni sempre presenti, grazie Fabio e Sara amici da sempre e per sempre, grazie Jacopo, Catarina, Alessio, Agnieska, Gabriele, grazie ai ragazzi che hanno partecipato e mi hanno accompagnato, grazie Massimo per aver pregato per me, grazie Federico per avermi benedetto ieri, grazie ai "tradizionalisti" che mal consigliandomi dicendo "tanto non vale nulla" mi hanno aiutato a trovare la retta via, lontana da loro, grazie a tutti davvero è stato un giorno davvero emozionante e pieno di gioia. 

Il ringraziamento più particolare però va a Nostro Signore Gesù Cristo che ha ascoltato la mie preghiere e alla sua Santissima Madre che mi dolcemente preso per mano e accudito.

Sono di nuovo un Cattolico della Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana. 

Credo la Chiesa UNA, SANTA, CATTOLICA e APOSTOLICA.

Grazie,

Maurizio



Sbattezzati in crescita?
L'intervista si sofferma anche sul tema degli sbattezzati, in forte crescita secondo Maurizio: “E’ in forte crescita perché l’UAAR ha un enorme spazio, [...] la loro non è una volontà lontana dalla religione ma una vera e propria religione. La propaganda contro la Chiesa è sempre più fervente, Gesù ci aveva avvertito, oggi molti falsi profeti hanno più spazio della Chiesa e anche chi si professa ateo o contro la Chiesa poi ha una propensione ad accettare ogni altra religione tranne quella Cattolica."

Se conosci un Massone denuncialo
Maurizio parla anche di Massoneria, stroncando le voci su possibili infiltrazioni: "La Massoneria è contro la Chiesa. E' un’associazione segreta che da secoli cerca di insediarsi nella Chiesa per distruggerla e a volte sembra ci stia riuscendo. Comunque noi cattolici sappiamo benissimo che “Non preavalebunt”. Qualche mese fa, su Facebook ha fatto addirittura fatto girare delle foto dove indossa una maglietta con la scritta: “Se conosci un Massone denuncialo alla parrocchia più vicina”. Più chiaro di così...
 

Ammiro tutto della Chiesa
Gli si chiede cosa ammira di più della chiesa e la risposta è istantanea: "Tutto. Come non si fa ad ammirare la continuità della Chiesa? Come si fa a non ammirare i missionari, le suore, coloro che si impegnano per i più poveri, per i terremotati, per gli alluvionati spesso i media non dicono che i primi a muoversi nel silenzio sono proprio i parroci e le prime donazioni arrivano proprio dalla Chiesa. Insomma ammiro la Carità e la Misericordia che la Chiesa riesce sempre a dare come esempio a chi la vive da vicino."

sources: ALETEIA

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12/15/2014 9:08 PM
 
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Grandi campioni, in campo e nella fede




Molti giovani sono “dipendenti” da questi campioni, li guardano, ne parlano e li imitano in continuazione, spesso emulando comportamenti sciocchi e sbagliati. E’ bello se questi sportivi, con la loro testimonianza, diventassero anche occasione per riflettere su cose più importanti.


Proprio un attaccante del Real, Javier “Chicharito” Hernandez, non ha mai nascosto la sua fede cattolica, è sorprendente notare quante volte citi Dio nelle sue interviste e apparizioni in pubblico, ringraziandoLo per la possibilità che ha avuto di diventare un campione dello sport. «Prego sempre prima di una partita»ha spiegato«È una routine importante per me, ma non è superstizione. Mi piace pregare, parlo con Dio e chiedo di prendersi cura della salute delle due squadre».


Anche in Italia abbiamo una giovane speranza del calcio, si chiamaFederico Bernardeschi, classe 1994, attaccante della Fiorentina e della nazionale Under 21. Un ragazzo come tanti, con le domeniche divise tra calcio e messa, e guai saltare la seconda. La fede l’ha ereditata dai genitori, tanto da tatuarsi sul corpo anche il Padre Nostro (in latino) e un’immagine di Gesù.


Cambiando sport, Santiago Giraldo è un tennista colombiano, tra i migliori al mondo. Indossa sempre una sciarpa con l’immagine della Madonna di Guadalupe: «La prego ogni giorno e porto una sciarpa con la sua bella immagine in tutti i miei viaggi in giro per il mondo»ha spiegatoin un’intervista. Con essa si reca a messa laddove si trova a giocare: «Ci sono magnifiche chiese in tutto il mondo, quelle che preferisco sono la Cattedrale di Colonia e di Notre Dame a Parigi. A volte le contemplo sopraffatto. Sono impressionanti e ti fanno sentire più vicino a Dio». Rispetto a Papa Francesco ha detto: «Sono molto entusiasta che ci sia un papa sudamericano. La Chiesa non è solo per l’Europa, ma è universale, per ogni paese. Papa Francesco rappresenta tutta la Chiesa con tanta carisma e l’umiltà. Juan Martin Del Potro, che ha vinto gli US Open nel 2009, ha potuto incontrarlo l’anno scorso. E’ stato facile per Del Potro perché è argentino, ma anch’io spero di poterlo incontrare un giorno. Sarebbe più bello che vincere gli US Open».


Passando al nuoto, bella l’intervista all’ex campione di nuoto Massimiliano Rosolino su Rai1, dal 1995 al 2008 è stato 14 volte campione europeo e “medagliato” in altro 60 occasioni. «Ho sempre creduto a qualcuno di superiore che ci osserva e che ci guida in tutte le nostre azioni. Altrimenti sarebbe il vuoto più totale», ha confessato di avere con il Signore «da sempre un cordone ombelicale, sia nei momenti felici che in quelli maggiormente difficili. Quando sono diventato padre ho alzato gli occhi al cielo e l’ho ringraziato con intensità. Mi piace pregare molto di più per gli altri che per me stesso. In particolare per amici e parenti che stanno male o hanno qualche problema». Rosolino collabora con l’associazione no profit “Mille culture” che cerca di avvicinare i ragazzi in difficoltà allo sport togliendoli dalle strade.


Restiamo in Italia e torniamo al calcio. Andiamo dal c.t. della Nazionale,Antonio Conte che si è raccontato al settimanale Credere«Ringrazio sempre il Signore per tutta la fortuna che ho e mi auguro di fare qualcosa che possa giustificare tutto il bene che ho ricevuto. Prima delle partite mi isolo e dedico alcuni minuti alla preghiera e questo mi permette di capire chi cede allo stress: un allenatore sente tutta la pressione addosso, deve gestire calciatori, staff tecnico, tifosi. A volte viene da chiedersi perché si accettino responsabilità simili, poi però quando vedi che la squadra ti segue, il campo ripaga di tutte le notti insonni», ha spiegato. Tra i momenti più emozionanti della sua vita c’è stata sicuramente l’udienza dal Papa: «Ci sono andato prima del matrimonio, con la mia famiglia: la mia futura moglie e anche Vittoria, mia figlia. Ero andato da ‘peccatore’, con una figlia fuori dal matrimonio, ma il Papa ci ha accolto in maniera semplice. Addirittura mancavano delle sedie e si è alzato lui per prenderle». Ha ricevuto un’educazione cattolica, «sono cresciuto a Lecce, l’oratorio Sant’Antonio a Fulgenzio è stato un punto di riferimento, un rifugio dalle tentazioni della strada. Quando servivamo Messa e il parroco doveva decidere chi avrebbe portato la candela grossa, ricordo che volevo essere scelto. Quando accadeva ero felice, mi cambiava la giornata. Mi piaceva fare il saluto al prete e orchestrare i movimenti degli altri chierichetti».



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12/15/2014 9:15 PM
 
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«Ho incontrato Gesù Cristo
grazie alle riviste atee dell’Urss»

Lo sa bene Alexey Yandushev-Rumyantsev nato nel 1973 in una famiglia ortodossa, senza battesimo per paura del governo. In un’intervista ha ricordato che durante l’infanzia era continuo l’attacco alla religione da parte dei media guidati dal governo: «Si trattava di far credere alla gente che le chiese stavano perpetuando unamitologia senza base scientifica, al fine di controllare le menti delle persone e di ottenere i loro soldi», ha spiegato in un’intervista. In realtà non poi molto diverso da quanto accade ancora oggi su “Repubblica” o sul“Fatto Quotidiano”.

Ma la propaganda non riuscì a spegnere la sua fede e quella di moltissimi altri. Anzi, il suo interesse per Dio aumentava: «Un giorno mi sono imbattuto in una rivista dal titolo “Scienza e Religione”, pubblicata dallaSocietà atea dell’Unione Sovietica. Erano pubblicazioni che nessuno leggeva, ma si trattava di un argomento che mi interessava molto. Sentivo che quello era l’unico modo che avevo per sapere qualcosa di più sulla religione. Per cinque anni ho dovuto leggere tra le righe di quella rivista».

Ha proseguito: «Ero interessato alla religione, non alla tesi della rivista. Pertanto, anche se gli articoli propagandavano l’ateismo in realtà citavano anche la Scrittura, parlavano della Chiesa e di Gesù Cristo. Io, non avendo accesso ad altre fonti, mi rifacevo con quelle. Ho iniziato a pensare che se quella gente parlava così male della Chiesa, forse allora non era in realtà così male». A poco a poco Alexey si rese conto che Dio lo stava guidando attraverso questi testi. A 15 anni chiese il battesimo ortodosso al padre, in seguito volle cercare la comunità cattolica di San Pietroburgo. Era il 1989 e, «dopo un periodo di formazione, ho chiesto di entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica».

Dopo essersi laureato presso l’Università cattolica di San Tommaso d’Aquino, Alexey ha sentito la vocazione per diventare sacerdote, nel 2000 è entrato in seminario e nel giugno 2007 è stato ordinato. Oggi racconta ai suoi parrocchiani come per anni il popolo russo ha mantenuto viva la fede nonostante la repressione. L’ex presidente del Consiglio italiano Massimo D’Alema, esponente del Partito Comunista disse«ho visto il museo sovietico dell’Istituto di Ateismo Scientifico, è qualcosa di aberrante, uno dei peggiori esempi di volgarità intellettuale».


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8/25/2015 11:50 AM
 
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religioso

Da rocker a monaco trappista
 
L'abbazia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento, a Frattocchie, prende origine dalla soppressione dell'abbazia di Nostra Signora delle Catacombe di San Callisto, vicino Roma. I trappisti erano stati espressamente desiderati e chiamati da papa Leone XIII nel 1883 perché fossero i custodi di questi luoghi santi che costituiscono il celebre cimitero dei primi secoli della Chiesa accanto alla via Appia.

40 anni fa, padre José è entrato nel monastero dopo aver condotto una vita legata alla musica rock (è stato il batterista di importanti artisti argentini). Dio, ha sottolineato, trova l'uomo là dove sta. “Non fa come noi che prepariamo uno scenario. La mia esperienza personale è che Dio è venuto a cercarmi là dove mi trovavo. Non rinnego il passato, anzi, è stato il luogo che Egli ha scelto per incontrarmi”.

“Un giorno Gesù è passato di qui, mi ha detto 'Seguimi' e io ho accettato. Ho detto 'Vado dietro a lui, che ha la verità e la vita”, ha raccontato padre José, oggi monaco trappista dell'Abbazia di Nostra Signora del Santissimo Sacramento.

Quando si è convertito aveva 24 anni. Un amico lo è andato a trovare una sera nel luogo in cui lavorava. Festeggiava l'anniversario di matrimonio con la moglie e lo ha invitato a casa a mangiare un pezzo di torta. La mattina dopo la coppia lo ha portato a Messa. “Mi hanno regalato la meraviglia della Messa”, ha raccontato emozionato.

All'epoca José non andava a Messa, mentre i suoi amici ci andavano tutti i giorni. Grazie a loro, Rolando e Mimí, quello che oggi è padre José Otero ha iniziato a far visita ai benedettini di Buenos Aires. “Lì c'è stata la mia conversione”, ha indicato. Come chi sa di essere amato, racconta che in un momento determinato ha dovuto scegliere tra portare avanti la sua professione ed entrare in monastero, optando per la seconda possibilità.

Gesù Cristo vive dove due o più si riuniscono nel suo nome

Circa la dinamica in monastero, padre José dice che la struttura della vita monastica è ordinare tutte le cose per avere il tempo necessario a favorire una vita di preghiera. Descrive tutto dando la priorità agli offici divini: “Alle 3.15 del mattino ci alziamo e preghiamo, veglia, lodi, nona, vespri, e la cosa più importante è la lectio divina”.

C'è anche il tempo per l'incontro fraterno, visto che la domenica si approfitta per parlare con i fratelli e passeggiare nel vigneto che hanno e nel quale producono del vino bianco.

Per padre José una delle necessità più grandi che ha il mondo di oggi è vedere la religione incarnata in un gruppo di persone, non in individui isolati. Un gruppo di persone che si dedichi a manifestare che il Vangelo è possibile, che Gesù Cristo vive dove due o più persone sono riunite nel suo nome.

Quando gli viene chiesto cos'è che lo spinge a scegliere tutti i giorni questa vita in monastero, dichiara che il suo rinnovamento quotidiano è l'incontro con Gesù nell'Eucaristia, conoscere la misericordia di Dio, che è conoscere la sua verità, sperimentare sulla propria carne il perdono.

“Penso che in cielo saremo costantemente a bocca aperta per tutte le novità che incontreremo in Dio”.

“Nell'Eucaristia quotidiana, insieme alla comunità, si sperimenta che Dio è con noi, come Egli ha promesso: 'Sarò con voi fino alla fine del mondo'”.

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8/26/2015 10:56 AM
 
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Ania

Ania, dall'inferno alla castità


Una vita di errori e difficoltà, poi il cambiamento radicale a Medjugorje e la fondazione di un'iniziativa per promuovere la castità prematrimoniale tra i giovani. Questo il percorso di Ania Golędzinowska, nata a Varsavia (Polonia). “La mia non è stata una giovinezza normale. Ho scoperto troppo presto il sesso, la droga e il lato oscuro delle cose. Ho scoperto troppo presto quanto sia dura la vita”, racconta nel suo libro “Salvata dall'inferno” (Sugarco).

Una famiglia instabile, furti, droga...Quando si presenta l'opportunità di andare in Italia, Ania la coglie al volo. Poi torna a casa, ma dopo un po' riparte di nuovo. Le hanno prospettato un lavoro nel campo della moda, ma finisce in un giro di night club a Torino. Ha 17 anni, e viene violentata da un cliente che le era sembrato ineccepibile.

Nel 2011, dopo anni di sofferenze, il primo viaggio a Medjugorje è uno splendido shock. “Ormai per me una sola cosa contava veramente: nei miei occhi era rinato uno sguardo che credevo perduto per sempre. Uno sguardo che aveva voglia di continuare a specchiarsi nella realtà, alla ricerca della semplicità, dell’amore, della solidarietà con chi divide con noi il cammino della vita. Uno sguardo sul mondo, con occhi di bambina”.

Torna in Italia, ma poi sente che il suo posto è Medjugorje. Vive lì due anni in una comunità mariana retta dalle suore. In seguito, insieme a padre Renzo Gobbi, dà vita all’iniziativa Cuori Puri (www.cuoripuri.it), che promuove la castità prematrimoniale tra i giovani, che lei stessa ha iniziato a vivere dal 2010 in attesa di incontrare il vero amore per tutta la vita. “Perché la trasgressione più grande oggi è quella di andare controcorrente”, afferma.

A marzo di quest'anno, Ania ha sposato Michele, un ragazzo conosciuto a Medjugorje e aderente all’iniziativa “Cuori Puri”.

Nel libro “Dalle tenebre alla luce” (Sugarco), Ania racconta la storia e il significato dell'iniziativa che ha fondato, “un’esperienza in cui sperimento quotidianamente l’abbraccio di Gesù. Un’esperienza di amore autentico. Un’esperienza radicale, tanto quanto 'naturale' e ricca di gioia”.

Castità, riconosce Ania, “è una parola poco di moda, mai alla ribalta delle cronache, anzi viene spesso derisa. Sembra cosa antica, quasi dimenticata. Di certo non accattivante”. La castità, osserva, “certo è una sfida. Si tratta di un cammino che richiede sacrifici, ma è anche un’avventura straordinaria, ricca di frutti di cui tutti possiamo godere”.

Oggi “Cuori Puri” conta più di 9.000 ragazzi che hanno deciso di abbracciare la castità prematrimoniale o sono sulla strada per farlo. “Cuori Puri”, spiega Ania, “non è una comunità né un movimento, è un’iniziativa per i giovani e le coppie che decidono di rispettare Dio, scegliendo la castità, fino al matrimonio, per chi aspira a questo sacramento”.

L'obiettivo dell'iniziativa è “dare voce al valore della castità e alla virtù della purezza”. Ania è convinta che “la trasgressione più grande oggi sia quella di non concedersi”, perché “ormai il sesso è diventato un atto scontato”, mentre si tratta di “un atto bello e puro, quando è un atto d’amore”.

Promettere la castità, prosegue Ania, “non significa propriamente fare un voto, dato che fa parte già dei precetti della Chiesa. Insomma è 'compreso nel pacchetto' il fatto di non commettere atti impuri”. Allora perché promettere in modo pubblico? “Perché oggi – risponde – viviamo in un mondo che ogni giorno mina le nostre certezze e attacca la nostra fede. In un mondo in cui continuamente ci viene proposto uno stile di vita lontano dalla Chiesa. Una società in cui la maggior parte dei giovani cresce senza alcuna educazione cattolica e quando invece c’è, spesso non viene spiegata come una Grazia, come una cosa bella, come un dono, bensì è un’imposizione moralistica”.

In questo senso, essere un Cuore Puro “non significa soltanto astenersi dagli atti sessuali, bensì si tratta di un insieme di virtù, di doni e di impegni che ogni giorno mettiamo in atto per essere vicini a Dio”.

Nella presentazione di “Dalle Tenebre alla Luce", monsignor Giovanni d'Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, ricorda che “se pur fra molto fango, la perla della purezza non è scomparsa in questa nostra epoca, ed anzi, in varie parti del mondo, sembra cominciare ad acquistare un non sperato successo per l’umile freschezza che l’accompagna. È come la riscoperta d’un prezioso tesoro”.

La purezza è l’indispensabile purificazione del cuore e della mente per vedere, conoscere e incontrare il volto di Dio.

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11/13/2015 11:32 AM
 
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Marcus Grodi
Un pastore presbiteriano torna nella Chiesa Cattolica

Marcus Grodi è un ex protestante che quando è stato accolto nella Chiesa cattolica ha trovato la propria casa spirituale e finalmente ha “smesso di vagare”. Grodi è cresciuto in una famiglia cristiana, ha studiato Ingegneria Chimica e dopo una profonda esperienza di conversione in età adulta si è preparato a diventare pastore presbiteriano.

La sua esperienza nell’accogliere nuovi membri di altre denominazioni protestanti nella sua Chiesa ha tuttavia iniziato a scalzare le sue certezze come presbiteriano. Il pastore protestante Grodi ha spiegato le sue convinzioni presbiteriane della Bibbia, ma gli altri cristiani protestanti rispondevano citando versetti delle Scritture che difendevano le loro convinzioni diverse. Marcus ha iniziato a rendersi conto che la sua interpretazione della Bibbia era filtrata dalle sue congetture e tradizioni presbiteriane. Lo stesso accadeva ad altri protestanti. La conversazione con il suo amico Scott Hahn lo ha aiutato a scoprire alcuni passi della Bibbia a cui non aveva fatto caso in precedenza.

“Qual è il pilastro e il baluardo della verità?”, ha chiesto Scott.

Da buon protestante, Grodi ha risposto: “La Bibbia, chiaramente”.

Hahn ha replicato: “Ma cos’è che insegna la Bibbia al riguardo? Guardiamo 1 Timoteo 3, 14-15”.

Hanno letto insieme le parole di San Paolo: “Ti scrivo tutto questo, nella speranza di venire presto da te; ma se dovessi tardare, voglio che tu sappia come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità”.

“Semplicemente non avevo mai visto questi versetti”, ha spiegato Grodi. “Non so cosa dire. Se la Chiesa era il pilastro e il baluardo della verità, dove potevo trovare quella Chiesa? Le migliaia di Chiese protestanti con le loro dottrine contraddittorie e le loro discipline non potevano essere quella Chiesa”.

Un altro passo chiave è stato 2 Tessalonicesi 2, 15, in cui San Paolo scrive: “Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese così dalla nostra parola come dalla nostra lettera”.

Se la Sacra Scrittura fosse l’unico fondamento per la dottrina e la disciplina cristiane, come afferma la dottrina protestante della sola Scriptura (solo la Scrittura), allora perché San Paolo avrebbe detto ai cristiani di Tessalonica “state saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese così dalla nostra parola come dalla nostra lettera”?

Grodi vedeva per la prima volta che la tradizione apostolica non si esplicitava solo attraverso delle lettere, ma anche attraverso la tradizione orale. Con il tempo, ha rinunciato al suo incarico come pastore superiore dell’ampia congregazione presbiteriana ed è stato accolto con la sua famiglia nella Chiesa cattolica. Nel 1993 ha fondato un apostolato per aiutare altri pastori protestanti che avevano intrapreso lo stesso viaggio “verso casa”. Al contempo, è stato invitato a ospitare un nuovo programma per il canale Eternal Word Television, intitolato The Journey Home. Ogni settimana, Grodi intervista persone convertite al cattolicesimo, e nel corso degli anni il programma è diventato uno dei più popolari di EWTN.

Grodi è più di una personalità televisiva. Ha scritto o pubblicato sette libri e ha contribuito a molti altri. Oltre al programma settimanale, l’apostolato di Grodi promuove conferenze, presenta programmi radiofonici, pubblica newsletter e lavora in modo discreto e confidenziale con chierici convertiti che pongono domande sulla fede cattolica.

Insieme alla sua squadra di The Coming Home Network è in costante contatto con un crescente numero di chierici protestanti. Il suo operato viene finanziato attraverso donazioni, non ricevendo un sostegno economico formale dalle diocesi. Nel corso degli anni sono state assistite circa 1.000 persone in piena comunione di oltre 100 denominazioni diverse. Si mantiene una rete interazionale di 1.500 mentori che già hanno compiuto il proprio viaggio e mettono chi ha ancora domande in contatto con qualche amico locale che possa rispondere ai loro dubbi, pregare per loro e sostenere loro e le famiglie nella ricerca che stanno compiendo.

Le difficoltà che i chierici affrontano a livello potenziale sono schiaccianti. Un pastore protestante che sente la chiamata a diventare cattolico affronta non solo la perdita del suo lavoro redditizio, ma anche enormi incertezze.

In genere l’uomo ha moglie e figli che lo sostengono e non si è preparato per un’altra occupazione. I posti di lavoro salariati nella Chiesa cattolica sono difficili da ottenere senza esperienza lavorativa al di fuori della Chiesa, si affrontano la disoccupazione e la necessità di prepararsi e un possibile rifiuto a metà della vita. Spesso la moglie non è nelle stesse condizioni di accettazione spirituale. Sorgono problemi nel matrimonio, e le tensioni nella rete familiare e di amici possono provocare la rottura dei rapporti.

Molte volte pensiamo all’ecumenismo come a una serie di conversazioni amichevoli con cristiani e denominazioni non cattoliche. The Coming Home Network affronta la questione dell’unità nella Chiesa attraverso l’apologetica pratica, consigli diretti e assistenza. Ci si rende conto che l’unità tra i cristiani è una realtà quando i pastori protestanti accettanno le affermazioni dell’una, santa, cattolica e apostolica Chiesa e compiono il primo passo in questo lungo viaggio verso casa.

Per sapere di più sul lavoro di Marcus Grodi e The Coming Home Network, si può visitare la pagina web:http://chnetwork.org/.


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12/26/2015 10:10 PM
 
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«Siamo induisti ma a Natale diventeremo cattolici:
la Chiesa ci ama e rispetta»

conversioni nepalMentre molti occidentali cercano se stessi nelle filosofie orientali e induiste i giovani indù si convertono al cattolicesimo: «La mia vita è cambiata completamente da quando ho incontrato Dio. Tutta la mia famiglia è indù»ha raccontato il giovane nepalese San Shrestha«In questa religione noi non abbiamo il permesso di sollevare la testa perché apparteniamo alla casta povera. Non potete immaginare le discriminazioni e il disprezzo che siamo costretti a subire in ogni circostanza, sia se vogliamo bere un bicchiere d’acqua sia se vogliamo recarci al tempio per onorare le divinità».

San è un dalit, appartiene cioè all’ultima casta del sistema religioso (e quindi sociale) induista. Sono detti “intoccabili” perché nessuno li vuole toccare avendo paura di perdere la purità. Il sistema delle caste indiano divide infatti la società in quattro gruppi principali a seconda dello status socialebramini (casta sacerdotale e studiosi), Kshatriya (governanti e casta guerriera), Vaishyas (mercanti e proprietari terrieri) e Shudra (operai e fornitori di servizi). Il quinto gruppo è quello dei Dalit, considerati privi di valore e spiritualmente impuri.

L’unica istituzione al mondo che si occupa di loro è la Chiesa cattolica, il 13 dicembre ha indetto la Giornata per la Liberazione dei Dalit, invitando anche i fratelli protestanti. Molti induisti non sopportano (né capiscono) la carità cristiana e la critica della divisione in caste, sono frequenti e quasiquotidiani gli omicidi verso i cristiani, bambini compresi e gli assalti a chiese e campus religiosi.

«Questo tipo di discriminazioni non sono presenti nel cristianesimo», ha raccontato Sonika, amica di San. «Quando entro in una chiesa, mi sento più rispettata e avverto che siamo tutti uguali» . Ha incontrato la fede grazie alla suore di Madre Teresa di Calcutta: «Le suore lavoravano in modo altruistico per i bisognosi. Da quel momento sono andata alla ricerca della Chiesa cattolica e ora sono pronta a farne parte. Voglio ricevere il rito del battesimo e condividere la mia esperienza e le parole di Cristo in tutta la società». San Shrestha e Sonika, 26 e 22 anni, riceveranno il battesimo nella notte di Natale assieme ad altri 10 giovani. Quest’ultima ha anche aggiunto: «La religione cattolica mi rispetta e apprezza di più rispetto alla tradizione culturale dell’induismo, dove le classi povere non possono sollevare la testa e sono soggette a ogni tipo di odiosa discriminazione».

Da più di due anni frequentano il catechismo presso la cattedrale dell’Assunzione di Kathmandu. «Entrambi i miei genitori sono di religione indù e io sono cresciuto con le stesse tradizioni», ha raccontato invece San. «Quando ho sentito parlare dei fedeli cattolici, che sono pochi in Nepal ma vivono in modo più dignitoso, mi sono interessato a comprenderne il motivo. Così ho capito che alla base di tutto vi sono la fede in Cristo e nella misericordia di Dio. Da solo ho cercato la cattedrale e qui ho trovato più amici rispetto alla mia famiglia e ai miei parenti». Ha frequentato il liceo e l’università, «ma lì nessuno mi ha insegnato la vita vera e il vero modo di vivere. Da quando partecipo al catechismo, mi è stata mostrata la vera parte di vita che ci rende felici e apprezzati. Se Gesù non avesse progettato di accogliermi, avrei vissuto un’esistenza piena di superstizioni e di credenze religiose».

Lo stesso Gandhi, ha raccontato Vittorio Messori, si rese conto dell’immorale condizione dei dalit e che essa «non era che il riflesso sociale di una prospettiva religiosa con al suo cuore la reincarnazione. Non si è “intoccabili” per caso, ma per scontare colpe delle vite precedenti: dunque, intervenire su questo piano sociale “sacro” è blasfemo. Così che la cura che Gandhi stesso consigliò -e che praticò- fu di robuste iniezioni di cristianesimo nell’induismo». Gandhi ebbe infatti una formazione occidentale, britannica, cristiana: «la sua intuizione, la sua nobilità», ha proseguito Messori, «fu quella di rivestire di categorie orientali contenuti che sono evangelici. Come confermò egli stesso più volte, senza il Dio di Gesù la sua dottrina non era pensabile. Dunque, più che un “maestro di induismo” (come vuole l’ingenuo luogo comune) fu un grande maestro nell'”inculturare” i valori del Dio biblico in Oriente» (V. Messori, “Qualche ragione per credere”, Ares 2008, p. 174).

«Senza lo studio di Cristo, la mia vita era diventata incompleta»ammise infatti il Mahatma. «Ci sono stati momenti nei quali non sapevo dove andare. Mi sono rivolto alla Bibbia, in particolare al Nuovo Testamento, e ho ricevuto forza dal suo messaggio. Rifiuto di credere che esista ora, o che sia esistita in passato, una persona sulla quale non abbiano mai influito gli esempi di Gesù, anche senza rendersene conto. La vita di tutte le persone è stata più o meno cambiata dalla sua presenza, dalle sue azioni e dalle parole pronunciate dalla sua voce divina. Credo che Gesù appartenga non solo al cristianesimo, ma al mondo intero, a tutte le razze e a tutti i popoli». Non a caso Gandhi venne assassinato non da un bieco colonialista occidentale, ma da un fanatico indù, che lo accusò di “modernismo”, di “occidentalismo”, di “evangelismo” e di “cedimento all’Europa cristiana”.


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1/1/2016 10:37 PM
 
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L’inno alla vita di Birk 
di Andrea Lavelli
Matt Birk, campione pro-life del football americano

Matt Birk, campione di football che non ha esitato a definirsi cattolico e pro life davanti a tutta la Nazione fino al punto di rifiutare di incontrare il presidente Barak Obama per il suo supporto all’industria dell’aborto, sarà tra gli speaker della prossima March for Life di Washington. È già iniziato infatti il conto alla rovescia per la data del 22 gennaio quando centinaia di migliaia di persone marceranno per le vie di Washington Dc per chiedere il rispetto della vita umana e l’abolizione della sentenza che dal 1973 ha reso legale l’uccisione di 57 milioni di bambini non nati.

Gigante di 1 metro e 93 centimetri e 140 chili, Birk può vantare 15 anni di notevole carriera nella Nfl – la massima divisione professionistica del football americano – culminata con la vittoria del Super Bowl nel 2013 come centro per i Baltimore Ravens. Per tradizione la squadra vincitrice del trofeo nazionale si reca in visita alla Casa bianca per ricevere i complimenti del Presidente. Vincere il Super Bowl ed essere onorati dal presidente in persona: il sogno nel cassetto di qualsiasi ragazzo americano. Birk, però, nel 2013 sconvolse tutti rifiutandosi di unirsi alla squadra diretta a Washington per rendere omaggio a Barack Obama: «Ho un grande rispetto per la carica di Presidente degli Stati Uniti, ma qualche settimana fa il nostro presidente in un discorso ha detto “Dio benedica Planned Parenthood”», ha spiegato Birk ai media ricordando il discorso tenuto da Obama a un evento organizzato dall’azienda stessa. «Planned Parenthood esegue circa 330 mila aborti all’anno. Io sono cattolico e sono attivo nel movimento pro life e semplicemente ho sentito che questo non potevo accettarlo, non potevo appoggiarlo in alcun modo. Sono molto confuso dalle dichiarazioni di Obama: per quale motivo Dio dovrebbe benedire un luogo dove si mette fine a 330 mila vite ogni anno? Così ho semplicemente scelto di non partecipare alla cerimonia».

Obama in diverse occasioni non ha nascosto il suo sostegno all’industria dell’aborto e in particolare a Planned Parenthood che da sola esegue un terzo degli aborti del Paese, fatturando cifre da capogiro e incamerando centinaia di milioni di dollari provenienti dall’erario pubblico. Anche in altre occasioni Birk, padre di sei figli, aveva pubblicamente manifestato il suo essere cattolico, raccontando di aver inizialmente abbandonato la fede dopo la laurea conseguita alla prestigiosa università di Harvard: «credevo ci fossero cose più importanti da fare e quando iniziai a giocare nella Nfl pensavo di stare facendo la cosa più importante nel mondo», racconta l’ex giocatore dei Ravens, che da 3 anni ha messo la parola fine alla sua carriera, in un’intervista al National Catholic Register. «Tutto questo cambiò quando incontrai la donna che ho sposato, devota cattolica, che mi ha aiutato a vedere ciò che stavo perdendo da quando avevo deciso di abbandonare la Chiesa. Grazie a mia moglie ora capisco l’importanza di vivere la fede. È tutto ciò che conta nella vita».

La moglie Adriana ha prestato servizio in un “pregnancy center”, un luogo in cui si fornisce ascolto e supporto alle donne in difficoltà per una gravidanza, una sorta di Centro di aiuto alla vita, per intenderci, aperto proprio di fronte a una clinica di Planned Parenthood. In questo modo i volontari sono riusciti a fornire assistenza a tante donne, salvando la loro vita e quella dei loro bambini. La clinica dall’altra parte della strada ha dovuto così chiudere i battenti. In passato Birk ha pubblicamente preso posizione anche a difesa della famiglia e del matrimonio nel dibattito attorno ad alcuni referendum sulle unioni omosessuali in Minnesota e Maryland, esponendosi notevolmente sui media, anche attraverso un video della Minnesota Catholic Conference. «La mia speranza è che aggiungendo la mia voce alla discussione, io possa dare coraggio alla maggioranza degli americani – che pensa che lo Stato non ha alcun diritto di ridefinire il matrimonio – a far sentire la propria voce con verità e rispetto», ha detto Birk nell’intervista al giornale americano. «La società dovrebbe sempre trovare modi per rafforzare il matrimonio, invece di emarginarlo».

Nel 2002 Birk ha fondato la Hike Foundation che si preoccupa di seguire ragazzi a rischio in condizioni disagiate fornendo loro risorse e programmi interattivi per aiutarli a portare avanti e completare con successo il loro percorso scolastico. Per questo suo impegno è stato proclamato Walter Payton Man of the Year nel 2012. Dalle sue parole traspare ciò che permette ai pro life americani di salvare ogni anno migliaia di vite umane: l’entusiasmo, la gioia e la consapevolezza di combattere per una causa santa, cioè quella di difendere la creatura più innocente e indifesa, il bambino non ancora nato. «Forse con il tuo impegno non sarai in grado di salvare migliaia di vite, ma quell’unica vita che tu puoi salvare oggi, significa molto», spiega Birk al National Catholic Register. «Possiamo tutti fare qualcosa: che sia educando i nostri figli a essere pro life, contattare i nostri parlamentari, o fare volontariato nei centri che forniscono aiuto alle donne in difficoltà per una gravidanza… tutte queste cose però vanno unite alla preghiera, cosa che ciascuno può e dovrebbe fare, perché la preghiera è la base di qualsiasi buona azione. Ogni piccolo sforzo aiuta a portare avanti la cultura della vita». 

    


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1/9/2016 2:02 PM
 
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Lo studioso diventato cristiano
grazie alla ricerca sul Gesù storico

.Un nome che spesso emerge nel dibattito sul Gesù storico è quello di Bart Ehrman, tra i pochi studiosi del cristianesimo primitivo e del Nuovo Testamento che non credono a quel che Gesù Cristo diceva di essere. Per questo viene spesso citato dai critici della storicitá.

Ehrman ha scritto molti libri divulgativi, ma non é uno studioso importante né é riconosciuto tra i principali addetti ai lavori, basti pensare che in nessun libro viene citato dal più importante biblista vivente, il prof. J.P. Meier. Essendo un abile oratore, Ehrman ama spesso raccontare la sua de-conversione dal cristianesimo evangelico all’agnosticismo. Secondo molti avrebbe abbandonato la sua fede a causa dei suoi studi, in realtà spesso ha ricordato che l’approdo allo scetticismo seguì all’incapacità di comprendere la coesistenza di Dio con la sofferenza nel mondo. Un’obiezione valida, forse l’unica seria mai partorita dall’uomo nei confronti di Dio, verso la quale abbiamo più volte giustificato la nostra posizione (qui,qui e qui).

Sono tanti invece gli studiosi che andrebbero citati come testimoni di un percorso inverso, che sono cioè passati dall’ateismo o dall’agnosticismo alla fede cristiana grazie agli studi sulla storicità del cristianesimo. Uno di questi è Michael Bird, oggi famoso teologo australiano e docente di Nuovo Testamento presso il Ridley Theological College di Melbourne. «Sono cresciuto in un ambiente laicista nella periferia dell’Australia»ha raccontato recentemente, «la religione era categoricamente respinta, vista come un’inutile stampella e le persone di fede venivano derise per la loro ipocrisia morale. Da adolescente ho scritto poesie beffarde contro la fede in Dio, mentre mia madre bestemmiava talmente tanto da far arrossire anche un marinaio».

Questo fino a quando ha iniziato a leggere il Nuovo Testamento, studiandolo seriamente anche come professione: «Il Gesù che ho incontrato è stato molto diverso dal grande illuso o dal mito che mi era stato descritto. Il Gesù della storia era reale, mi ha fatto riflettere sul senso dell’esistenza umana, mi ha colpito la testimonianza della Chiesa primitiva su Gesù: con la sua morte Dio ha vinto il male e con la sua risurrezione ha portato vita e speranza a tutti». Così è arrivata anche la conversione personale«quando ho attraversato l’incredulità per arrivare alla fede, tutti i pezzi improvvisamente hanno iniziato a combaciare: avevo sempre sentito uno strano disagio verso il mio scetticismo, un grave sospetto che avrebbe potuto esserci qualcosa di più, qualcosa di trascendente, ma sapevo anche che mi era stato detto che era stupido pensarci. La fede è cresciuta dai semi del dubbio ed è emerso un mondo tutto nuovo che, per la prima volta, aveva un senso per me».

Oggi Bird è un noto biblista e spesso è entrato in dibattito proprio con le tesi di Ehrman, il quale conferma la storicità dei Vangeli ma ritiene Gesù unapocalitticista ebreo che predicava l’immediata fine del mondo, trasformato gradualmente in un essere divino dai suoi discepoli. Bird, assieme ad altri quattro noti studiosi -Craig Evans, Simon Gathercole, Chris Tilling, e Charles Hill-, ha anche pubblicato un libro, intitolato How God Became Jesus: The Real Origins of Belief in Jesus’ Divine Nature—A Response to Bart D. Ehrman, rispondendo alle tesi di Ehrman e mostrando i suoi numerosi errori.

«La mia fede e i miei studi mi hanno portato a credere l’opposto di quello in cui crede Ehrman», ha spiegato ancora il prof. Bird. «Gesù non è stato visto come un dio greco, come Zeus che trotterellava sulla terra o un essere umano che si è trasformato in un angelo al momento della morte. Piuttosto, i primi cristiani hanno ridefinito il concetto di “un solo Dio” per la persona e l’opera di Gesù Cristo. Molti sono convinti che Gesù era solo un profeta e non ha mai affermato di essere Dio, ma uno sguardo attento ai Vangeli dimostra che il Gesù storico chiaramente esercita prerogative divine. Egli si identifica con l’attività di Dio nel mondo e credeva che nella sua persona, il Dio di Israele stava tornando a Sion proprio come i profeti avevano promesso. Queste affermazioni, quando sono studiate da vicino, sono de facto affermazioni di divinità, motivo per cui i capi religiosi del tempo si indignarono. L’evidenza mostra che Gesù ha affermato di essere Dio incarnato, e entro 20 anni dopo la sua morte e risurrezione, i cristiani lo identificando con il Dio di Israele, utilizzando il linguaggio e la grammatica del Vecchio Testamento».

Proprio su quest’ultimo tema, ovvero l’auto-dichiarata divinità di Gesù, consigliamo il libro recentemente pubblicato in italiano Gesù figlio di Dio (EDB 2015) di Gérard Rossé, ordinario di Teologia biblica presso il Sophia University Institute. «La vera storia di Gesù Cristo è una buona notizia, e ha trasformato la mia vita», ha concluso il prof. Michael Bird. «È per questo che sto combattendo per raccontarla in mezzo a una cacofonia di voci sbagliate».


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1/10/2016 7:01 PM
 
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Testimonianze di fede e conversioni
tra i lottatori del Wrestling Wwe

wrestlingNon solo Tombstones, Chockeslams 619 (da leggere tassativamente “sixonenine”): la strada che conduce sul ring della WWE, la lega di wrestling più famosa al mondo, è attraversata di testimonianze di tafede. Oltre a (finti) calci, pugni, mosse di sottomissione (ovviamente è una lotta simulata, perché i lottatori in realtà sono bravi attori) e, purtroppo, sporadici incidenti mortali.

Riservando ad altri autori più competenti di me ogni giudizio etico-morale sul Wrestling e, più in generale, su tutti gli sport da combattimento, mi accingo con questo breve articolo a tratteggiare un breve percorso di luce tra lefitte tenebre di questo mondo in cui la violenza, seppur in gran parte simulata, è elevata ad intrattenimento delle masse.

 

La figura di Shawn Michaels non ha certo bisogno di presentazioni per gli appassioanti: atleta simbolo della WWE nel ventennio 1990-2010, tra i suoi innumerevoli premi e riconoscimenti, spiccano le Royal Rumble del 1995 e 1996 e i quattro titoli di campione del mondo. In una sua intervistarilasciata al sito Christian Post, in occasione dell’uscita dell’ultimo libro di cui è autore (“Wrestling for My Life: The Legend, the Reality, and the Faith of a WWE Superstar”; epub Edition; 2014), l’ex wrestler racconta di come ha ritrovato la fede, dopo anni di errori e dipendenze.

Nato nel 1965, Michael Shawn Hickenbottom ha debuttato nella WWE nel 1988. Cresciuto in una famiglia di fede cattolica, ha sempre ammirato la figura di Gesù Cristo, senza tuttavia aver mai provato un’esperienza profonda di fede: «Le opere buone che ogni tanto facevo mi sembravano sufficienti a tener vivo il mio profilo spirituale», ha raccontato. Durante i primi anni ‘90 l’atleta si è fatto subito notare per il comportamento estroverso, a tratti arrogante, nei confronti dei suoi colleghi, dentro e fuori dal ring. Nel suo libro ammette, inoltre, di aver cominciato a bere e ad abusare di droghe e medicine, al punto da cadere nella dipendenza da antidolorifici. Costretto al ritiro dalle scene nel 1998 a causa di un grave infortunio, ha seguito i consigli della moglie accettando di riprendere un cammino di fede.

«Ho capito che si può credere senza troppi problemi alla figura storica di Gesù. Ma riconoscerlo come il Figlio di Dio attraverso il quale possiamo essere riconciliati con l’Onnipotente, è tutta un’altra cosa». In “Wrestling for my life” Michaels racconta che nel 2002, dopo aver sconfitto le sue dipendenze, forte di una fede rinnovata e seriamente determinato ad essere un buon padre e marito, è tornato finalmente sul ring. Il profondo cambiamento, racconta, è stato subito notato dai colleghi e amici di sempre: “Triple H” “Stone Cold” Steve Austin. Un ritorno durato 8 anni, nel 2010 si è ritirato definitivamente delle scene per dedicarsi completamente alla sua famiglia.

 

Un’altra testimonianza simile è quella di Taryn Terrell (“Tiffany” per i fan), giovane wrestler statunitense. In un recente video postato su Youtube ha raccontato di aver accantonato «il desiderio di vivere una vita cristiana», nonostante l’educazione alla fede ricevuta sin da bambina. «Ho vissuto nel peccato. Non ero una brava persona: mi vergogno di quello che ero e delle decisioni che ho preso. Molte volte ho pensato: “Come faccio a essere una cristiana?”; “Come può Dio accettare una come me?». Smessi i panni di “Tiffany” per la WWE, oggi Taryn milita nella TNA (probabilmente la seconda lega di wrestling più famosa al mondo). Il suo approccio alla vita è radicalmente cambiato: da giugno di quest’anno, infatti, ha deciso di intraprendere un percorso di riavvicinamento alla fede.

«Quello che non avevo capito sull’essere salvati era che avrei potuto ottenere il perdono», ha proseguito la nota lottatrice. «Avrei potuto realmente essere perdonata per tutti i peccati che avevo commesso». La vera conversione è arrivata «quando a giugno un direttore spirituale mi ha chiesto se credevo di potermi salvare. Ancora una volta io ho dato la stessa risposta: “Sì, certamente. Credo in Dio e nel Paradiso”. E’ stato in quel momento che lui mi ha risposto: “Ottimo, ma essere cristiani significa credere in Gesù Cristo. Credere che è morto sulla croce per i nostri peccati, che è risorto e ritornerà ancora. Questo è il tuo biglietto per il paradiso». Soltanto dopo qualche giorno di riflessione ha intuito l’importanza salvifica della Passione dei Gesù: «Ricordo che stavo guidando. Mia figlia era seduta dietro e all’improvviso ho avuto la sconvolgente sensazione che Qualcuno fosse veramente morto per me. Non stiamo qui a parlare di uno che ha detto: “Ok, sei perdonata”, ma di qualcuno che ha realmente sofferto ed è morto, così che noi potessimo essere perdonati».

«Questo è l’inizio del mio viaggio», ha concluso Taryn rivolta agli spettatori. «Questa sono io, una cristiana giovaneche ti offre una testimonianza perché fino a ieri mi trovavo anche io dall’altra parte chiedendomi: “Che senso ha tutto questo? Andrò in paradiso? Ho veramente bisogno di relazionarmi con Dio? Non basta essere buoni, compiere opere buone? No, non è sufficiente. Abbiamo bisogno di un rapporto intimo con Dio».

 

Anche il celeberrimo (e super tatuato) Rey Misterio, wrestler pluridecorato della WWE oggi sotto contratto per la AAA (federazione messicana dilucha libre), si è sempre dichiarato cattolico, arrivando ad attribuire alla bontà divina i suoi successi nel mondo del wrestling: «Credo fermamente che Dio abbia un disegno per ognuno di noi. E il mio scopo, in definitiva, è stato quello di essere un performer, un intrattenitore per il nostro pubblico. Ringrazio Dio ogni giorno per tutto quello che ha donato a me e alla mia famiglia».

 

La lista di questi insoliti testimoni della fede in Gesù Cristo sarebbe ancora lunga, ma vorrei concludere con la star di tutti tempi, l’unico wrestler conosciuto anche da chi il Wrestling non lo ha mai seguito: Terry Bollea aka “Hulk Hogan”. Una vita di eccessi, successi, e rabbia che lo hanno portato sul ciglio del baratro. A seguito dell’arresto del figlio nel 2007 e dell’abbandono della moglie dopo 22 anni di matrimonio, Hogan è stato sul punto di togliersi la vita, pistola alla mano. All’improvviso, ha raccontato in una intervista per la CNN, «mi sono reso conto che tutto quello di cui avevo bisogno era qui, dentro di me: la felicità, la fede e la mia religione. Lo spirito di Cristo era in me. In quel momento ho realizzato di aver sempre avuto tutto il necessario. Non appena ho ritrovato la fede sono ripartito e ora la mia vita sta andando in una direzione che è così positiva e ho così tante brave persone intorno a me».

 

Storie come tante, uomini e donne feriti dalla vita, con le loro coerenze ed incoerenze ma in cerca come tutti di una risposta alla ineludibile domanda di significato. Si, anche nel Wrestling c’è chi, tra un superkick e un atomic drop, riesce a fermarsi un attimo e -come ha fatto Tiffany- riflettere: «No, niente è sufficiente. Abbiamo bisogno di un rapporto intimo con Dio».

Filippo Chelli


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1/15/2016 9:21 PM
 
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Zhang Agostino Jianqing

La misericordia ha gli occhi a mandorla. È la storia di Zhang Agostino Jianqing, cinese di 30 anni, immigrato in Italia con la sua famiglia nel 1997, a 12 anni. È in carcere ormai da 11 anni, ne deve scontare altri nove. Errore di una giovinezza turbolenta e irrequieta. “Sono qui con la mia storia a testimoniare come la Misericordia di Dio ha cambiato la mia vita” dice, intervenendo alla presentazione del libro-intervista di Papa Francesco “Il nome di Dio è misericordia”. Sì, proprio in Vaticano. Non se lo sarebbe mai aspettato. Come ogni passo di questa storia. Proprio a lui. Zhang arriva in Italia a 12 anni. Comincia il suo percorso di inserimento, ma la scuola non gli piace, si annoia, e comincia a saltare le lezioni. Solo che diventa sempre più infelice, anzi “più cattivo, iniziavo a litigare con i miei genitori perché non mi davano i soldi per potermi divertire”. Si allontana sempre più dalla famiglia, comincia a stare fuori la notte: “Mi interessava solo divertirmi e sentirmi potente, così in poco tempo mi sono plasmato un carattere violento e superficiale”. Finché: “Ho commesso un grave errore”. E a 19 anni si ritrova in carcere con una condanna di 20 anni.

Nel 2007 Zhang viene trasferito a Padova. Comincia a lavorare all’interno del carcere, con la cooperativa Giotto. Conosce un connazionale, Je Wu poi Andrea, che gli fa compagnia. “Ho visto giorno dopo giorno che questo mio amico era sempre più contento fino a decidere di diventare cristiano e di battezzarsi.Vedere accadere queste cose, lavorare con queste persone mi ha fatto sorgere la domanda e il desiderio di essere anch’io felice come loro”. Incuriosito, Zhang inizia ad andare a Messa: “Ascoltando le parole del Vangelo e i canti, dentro di me emergeva una gioia che non avevo mai provato prima”.

 

Con altri detenuti e persone della cooperativa inizia un percorso più intenso e “questo cammino mi ha fatto nascere il desiderio di diventare cristiano”. Come dirlo ai genitori? La sua famiglia è buddista, e lui non vuole dare un altro dispiacere alla mamma, che è molto religiosa. Questo tormento interiore si scioglie il giorno di Venerdì Santo del 2014. Zhang, invitato dagli amici, partecipa al rito della Via Crucis: alla fine del rito tutti hanno baciato la croce ma lui no, “non riuscivo a farlo, mi sembrava di tradire una seconda volta mia mamma”. Poi, uscito dalla cappella “improvvisamente il mio cuore pentito piangeva perché non ero andato a baciare Gesù sulla croce. Nel dolore di quel momento ho capito che mi ero innamorato di Gesù, che questo era vero e che non potevo più farne a meno”.

Chiama a casa e il giorno dopo apre il suo cuore alla mamma, chiedendo a lei il permesso di diventare cristiano e di battezzarsi. “Mia mamma è rimasta per 5 minuti immobile, mi sono sembrati i 5 minuti più lunghi della mia vita, poi con le lacrime agli occhi mi ha detto: ‘Se tu ritieni che questa sia una cosa giusta per te, falla, altrimenti io soffrirei di più’. Ho sentito la presenza del Signore ed ho scoperto un altro amore della mia mamma, come quello di Maria”. Zhang viene battezzato l’11 aprile 2015, alla vigilia della domenica della Divina Misericordia, in carcere: “Ho scelto di farlo nel luogo e con gli amici dove Gesù è venuto ad incontrarmi e dove io ho incontrato Gesù. Sentendo la parola del Vangelo: ‘Ero in carcere e siete venuti a visitarmi’, ho compreso che Gesù ha mandato i suoi a cercarmi, e che il Suo tramite erano tutti gli amici che avevo incontrato in carcere”. E decide di chiamarsi Agostino, perché “mi ha particolarmente commosso sua madre santa Monica per tutte le lacrime che aveva versato per lui, sperando di ritrovare il figlio perduto. È un po’ come la mia situazione, pensando alla mia mamma ed al fiume di lacrime che ha versato per me sperando che io potessi ritrovare il senso della vita”.


1/18/2016 11:20 AM
 
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Da ateo a sacerdote: testimonianza davanti al Papa.

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