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TESTIMONIANZE DI PERSONE SPECIALI

Last Update: 7/15/2020 2:42 PM
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10/18/2011 11:04 PM
 
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Lo scrittore R.J. Stove racconta la conversione cattolica dopo l’ateismo

Lo scrittore ed editorialista australiano Robert James Stove ha recentemente reso pubblica la sua conversione al cattolicesimo avvenuta nel 2002. L’intellettuale è figlio del prominente ateo e filosofo della scienza David Stove, morto suicida nel 1994.

Nello scritto RJ Stove racconta di aver ricevuto un’educazione tranquilla anche se completamente atea: «mio padre, filosofo e polemista politico, cadde durante i suoi anni universitari sotto l’incantesimo del guru dell’ateismo militante John Anderson». Cresciuto in questo ambiente, lo scrittore spiega: «il cattolicesimo per la mia famiglia aveva due caratteristiche negative: in primo luogo era ritenuto volgare, in secondo luogo, totalitario. Per quanto riguarda il primo aspetto: i cattolici che conoscevamo avevano generalmente cognomi irlandesi e solitamente votavano per il partito laburista australiano. Questo era il peggiore peccato agli occhi dei miei genitori. Per quanto riguarda il secondo aspetto: mi avevano indotto pesantemente nella convinzione che il cattolicesimo era il tradimento filosofico, il più letale nemico del libero pensiero. Una volta cresciuto ho ovviamente abbattuto questo spauracchio senza eccessive difficoltà, ma sarei bugiardo se minimizzassi l’impatto che ebbe su di me questa convinzione giovanile». Un ordine monastico femminile, le Suore di Maria di Schoenstatt, costruì tuttavia una casa religiosa accanto alla famiglie Stove: «mio papà, con notevoli rischi fisici per se stesso, ogni anno saliva sui pini per tagliare dei rami che donava al convento per usarli come alberi di Natale. L’opposizione teorica dei miei genitori verso il cattolicesimo venne sempre più modificata da considerazioni del tipo: “Oh, certo, quando diciamo che i cattolici sono nemici del libero pensiero, non intendiamo voi”». La gratuita bontà di queste religiose «ha modificato non solo i pregiudizi dei miei genitori, ma anche la mia. Tuttavia mio padre certamente, e mia madre, probabilmente, pensavano che la bontà delle suore non aveva nulla a che vedere con la loro fede. In qualche modo le monache erano buone, nonostante la loro fede».

Ma a questa insolita amicizia lui ha reagito in modo più maturo: «Quando la possibilità di convertirmi al cattolicesimo divenne un pensiero reale, rimasi scoraggiato dall’immensità degli insegnamenti ricevuti. Trascorsi il tempo sull’Assunzione di Maria, la giustificazione per le opere così come la fede e altri concetti che tradizionalmente infastidiscono i non cattolici. Tuttavia debolmente e in maniera inadeguata, avevo imparato abbastanza la storia cattolica per capire che il cattolicesimo o era il più grande imbroglio della storia umana oppure era ciò che esso stesso diceva di essere. Per anni sono stato convinto che il cattolicesimo avrebbe avuto lo stesso impatto sulla mia mente di quello di un fiammifero acceso su una fabbrica di polvere da sparo. Se avessi saputo che era vero il contrario, non avrei mai esitato così a lungo. Conoscere genuini laici cattolici è stato per me un aprire gli occhi».

Stove passa a raccontare della morte dei genitori: La madre, alcolista e fumatrice accanita, rimase vittima di un infarto. La sofferenza della moglie ha portato anche suo padre ad essere ricoverato in ospedale e in quel periodo, il prestigioso filosofo della scienza, ha rielaborato tutto il suo ateismo, «tutte le sue convinzioni, i suoi testi sacri, i suoi martiri, la sua chiesa militante, tutti i suoi macchinari intellettuali. Tutte queste cose, trasformate in polvere». Rifugiatosi nell’alcool, racconta il figlio, minacciava se stesso e gli altri e attaccava gli infermieri dell’ospedale per la loro scarsa conoscenza di Socrate e Cartesio. «E lo vidi piangere come un bambino. Di tanto in tanto si aggirava intorno al reparto in una disperazione confusa. L’ultima volta che l’ho visitato l’ho trovato, con mia grande sorpresa, immerso nella lettura di un piccolo brano della Bibbia». Uno psichiatra trovò il modo di lasciarlo uscire dall’ospedale: «entro 24 ore papà si era impiccato nel suo giardino». Era il giugno 1994.

Da quel momento le grandi domande della vita avvolsero RJ Stove, dando «un colpo mortale a tutta la casa di carte che costituiva la mia atea visione personale. Questa è la storia dei prossimi otto anni, fino al mio battesimo dell’11 agosto 2002», scrive. In questo periodo «ho letto soprattutto riviste, così come testi di catechesi, a volte intere biografie di santi e di eroi cattolici. Anche se ho letto Chesterton, Belloc, Waugh, Christopher Dawson, Fulton Sheen, Frank J. Sheed e Arnold Lunn, il volume più importante per me (e ringrazio Dio per il sacerdote che, essendo stato informato della mia esistenza da alcuni miei amici, me l’ha portato), è stato “Chats with Converts” di Fr. M. Forrest». Parallelamente cominciava a muovere i primi passi nella scrittura e «quando ho studiato la battaglia di Lepanto e la storia dei martiri nell’era elisabettiana, non potevo più rimandare l’ingresso nella Chiesa cattolica. In onore del Papa che tanto aveva fatto per rendere possibile Lepanto, così come il suo omonimo del ventesimo secolo così vilmente calunniato come il “Papa di Hitler”, ho scelto Pio come nome di battesimo».

Il racconto si sofferma su alcuni effetti collaterali della conversione, come l’abbandono del credo politico e la separazione dal think-tank politico in cui lavorava «che considerava il cattolicesimo solo con disgusto», la difficoltà nella preghiera e anche la commozione verso la musica liturgica della Chiesa cattolica. Torna a riflettere: «Gli anti-cattolici spesso accusano il cattolicesimo di limitare la vita intellettuale. Io non l’ho trovato così. E’ vero che la vita intellettuale cattolica non ha lo scopo di contribuire alla scrittura di romanzi pornografici o ideare una sceneggiatura per un video di Britney Spears, ma per la mia vita non riesco a vedere nessuna privazione». E ancora: «Non sarà sfuggito che il mio ingresso nella Chiesa cattolica è coinciso con l’emergere dell’attacco mediatico alla Chiesa per i “preti pedofili”. In primo luogo, non mi sono mai illuso supponendo che i sacerdoti fossero liberi dal peccato originale. In secondo luogo, sapevo che chi urlava più forte contro essi per essere pervertiti erano gli stessi individui che consideravano “ok” ogni perversione praticata dagli anti-cattolici».

Stove chiude infine rivolgendo un pensiero ad ogni ateo ancora esitante sull’orlo della conversione: «Informatevi su ciò che i cattolici sostengono effettivamente, non basandosi su quello che i loro nemici giurati immaginano che i cattolici debbano sostenere. Quante deviazioni avrei potuto risparmiare a me stesso se qualcuno mi avesse scritto questo a me».

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11/29/2011 11:30 PM
 
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Un agnostico racconta la conversione:

«finalmente ecco il vero cristianesimo!»

L’americano Chad Torgerson ha voluto rendere noto il suo percorso dall’agnosticimo al cattolicesimo. Nato in un sobborgo di Chicago, è stato cresciuto nella fede luterana dai suoi genitori che non erano persone molto devote, ma volevano che i figli ricevessero comunque un’educazione cristiana. Tuttavia Chad non ha mai aderito: «Per anni sono stato un agnostico. Sulla base di ciò che imparavo a scuola, la religione non aveva alcun senso per me. La scienza era diventata la mia religione e sembrava completamente opposta a quello che avevo imparato al catechismo. La mia mente analitica mi ha portato più vicino alla scienza, e più lontano dalla fede. Per credere in Dio, dicevo, ho bisogno di una prova della sua esistenza. Non trovandola, dopo il liceo sono passato dall’essere un vero agnostico ad un vero cinico».

A causa di una serie di circostanze negative però, Chad si è trovato presto vittima della depressione e un’amicizia si è rivelata una sfida per lui: «La mia amica era una devota cristiana, una che apparteneva ad una locale “mega-chiesa”. Di volta in volta la mettevo in ridicolo per la sua fede e le sue convinzioni. Infine, mi ha sfidato. Mi ha chiesto: “Ciad, hai mai letto la Bibbia?” Naturalmente, non l’avevo fatto. Chi ha tempo per questo? Quando le dissi che non l’avevo mai fatto, mi ha sfidato dicendo: “Beh, non appena hai finito di leggerla, allora potrai mettere in dubbio le mie convinzioni”». Queste parole, continua a raccontare, hanno cambiato la sua vita: «Come un testardo, egocentrico ventenne, ero determinato a dimostrare i suoi errori. Ho deciso di leggere la Bibbia, dalla prima all’ultima pagina, e di ritornare con più munizioni. Invece di trovare munizioni contro di lei, ho scoperto una verità che non avevo mai visto prima». Questo accade a tanti che partono lancia in resta per distruggere e finiscono per sgretolare le proprie piccole convinzioni.

«Nell’autunno del 1997 mi sono definito “cristiano” per la prima volta», dice. Nei seguenti 12 anni ha letteralmente girato il mondo saltando da una chiesa all’altra. Tornato a casa un po’ confuso, ha capito di non essersi «mai sentito parte di una comunità. Alcune delle chiese che ho incontrato erano abbastanza belle, ma semplicemente non mi “sentivo” a casa», ricorda. Sulla Chiesa cattolica è sempre stato cinico: molti dei suoi amici sono cattolici e spesso finivano per discutere animatamente: «Nella mia testardaggine, non ho mai ascoltato nulla di quello che avevano da dire. Ero così testardo che ho coniato il termine “Chad-ismo”. Avevo il mio insieme di credenze, e nessuno le avrebbe cambiate», ammette Chad.

Intanto la sua ricerca continuava, anche se i predicatori cristiani che seguiva dicevano cose molto banali. Era una teologia del “sentirsi bene”, spiega, e mai approfondivano le questioni. «Era il momento di dare un’occhiata a qualcosa di diverso. Alla fine, il mio cuore ha iniziato ad aprirsi un’idea: forse era il momento di dare una seconda occhiata al cattolicesimo». Ha colto l’occasione in una uscita con il fratello ad un campus sportivo cattolico, dove è rimasto molto colpito dalla comunità. Quello è stato l’inizio dell’”arrivo a casa”: «Più di ogni altra denominazione, i cattolici sembravano essere saldi nella loro fede». Ha così iniziato il percorso di catecumenato, ovvero il percorso degli adulti che vogliono ricevere i sacramenti. Ricorda: «Avevo un sacco di domande, ma non importa quante ne facessi, c’era sempre una risposta. Cercavo ovunque, anche online, di trovare la “falla fatale” della Chiesa cattolica. Quel giorno non è mai arrivato». Grazie alla preghiera e allo studio si è poi convinto a fare il passo finale, verso la conversione e «nella notte di Pasqua, sono stato accolto nella Chiesa cattolica».

La sua “mente analitica” ha approfondito sempre più la proposta cattolica, «ho notato che era una teologia molto profonda. Molti graffiano soltanto la superficie di ciò che il cattolicesimo porta al cristianesimo nel suo complesso. Mi sono accorto che c’erano tante persone in ricerca della verità» e nel febbraio del 2011, ho lanciato il sito web wakingupcatholic.com, come un modo per condividere la sua storia con il mondo. «Un decennio dopo la mia conversione al cristianesimo originale», conclude Chad, «il mio rapporto con Cristo non è mai stato più forte, e lo devo alla bellezza, profondità, e la ricchezza della fede cattolica».

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2/9/2012 11:56 AM
 
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La conversione cattolica (segreta) di Giorgio Bocca

E’ il rispetto l’unica reazione lecita davanti alla morte di un uomo ed è con il massimo rispetto che rinnoviamo i saluti per uno degli intellettuali più incisivi e sopra le righe del giornalismo italiano.Giorgio Bocca ci ha lasciato il 25 dicembre dell’anno appena trascorso dopo una breve malattia alla veneranda età di 91 anni.

Politicamente inclassificabile, fu fascista prima e partigiano poi, uomo dalla penna tagliente e provocante. Tuttavia sono proprio le sue interviste e quelle con la moglie che mostrano come in quel cuore grande e libero albergasse anche una domanda che speriamo possa aver trovato risposta nei momenti finali della sua vita terrena. E’ la vedova che, intervistata da “Il Giornale”, risponde con titubanza al giornalista che le chiede conferma della notizia sulle sue supposte nozze “segrete” in chiesa. Silvia Giacomoni risponde diffidando molto di un giornale schierato come “avversario” delle correnti di pensiero del marito, fondatore di “Repubblica”, ma con grande onestà conferma e avvalora il tutto: «Mi sento un po’ confusa. Ho difficoltà a parlare di un argomento tanto delicato con un giornale che non lo è. Bocca mi ha insegnato che ai colleghi si risponde sempre. Ma non mi metto a raccontare che l’ho accompagnato all’altare. Però se tu fossi stato ai funerali avresti ascoltato un’omelia con dei contenuti precisi. Più che parlare con me bisognerebbe parlare con il sacerdote. Quella cerimonia voleva dire qualcosa.»

Una vita ricca di affascinanti contraddizioni quindi, fatta di battaglie intellettuali e grande giornalismo, divisa fra la certezze e i dubbi che attanagliano solo le grandi menti. Un’altra dichiarazione di Bocca, questa volta a Gabriella Colarusso di Lettera 43 che nell’aprile scorso lo interpellava sull’importanza della Costituzione: «Della Costituzione italiana me ne frego. A me importa della costituzione morale. Credo di più al Vangelo che non alla Carta. Mi sembra più convincente, perché nel Vangelo c’è qualcosa di divino che nelle costituzioni liberali non c’è.» (cfr. Ultimissima 3/5/11) Rincariamo la dose, sempre nella stessa conversazione con la Colarusso: «Dal punto di vista morale sono un po’ vigliacco, sono molto cattolico: la penitenza, la confessione…». E ancora, sempre nella medesima intervista, parlando di quando durante la Guerra tolse la vita a un uomo: «I preti sarebbero contenti di dire che ho un rimorso di questa roba, spesso me la ricordo… Credo che il mito che la vita umana è sacra, un dono di Dio, sia una cosa religiosa. Un timore, un rimorso che ti viene dall’educazione religiosa».

La vedova ovviamente ribadisce al giornalista de “Il Giornale” che non è assolutamente lecito parlare di “conversione”, soprattutto perché forse Bocca ha sempre avuto i germi silenziosi della religiosità dentro di se, almeno a giudicare dalle sue ultime interviste: non ci si può convertire a qualcosa se già la si sente propria, almeno in parte. Magari “propria” ma di nascosto, per la carriera, per senso di distacco da una famiglia da lui stesso definita “più superstiziosa che religiosa” (“La Neve e il Fuoco”, Feltrinelli 2011). Magari per le agitazioni di uno spirito acuto e forte, talmente tanto inquieto dal fargli cercare battaglie nobili e duri scontri per tutta la vita, sia nel giornalismo che nella politica. ”Certi uomini non cercano qualcosa di logico come i soldi, non si possono comprare né dominare, non ci si ragiona né ci si tratta. Certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo.” E’ proprio questa frase tratta dal film “Il Cavaliere Oscuro” che può descrivere un uomo come Bocca, un incendiario contro il moralismo stantio e un terrorista contro il becero bigottismo intellettuale moderno, una vita vissuta sulla punta della penna e sul filo del rasoio, libero dai compromessi e dai luoghi comuni che intrappolano i pavidi e gli ignavi. Capace di darsi del vigliacco per provare rimorsi ma facendo di una potente morale il cardine portante della sua vita, senza bandiere e senza compromessi. Ecapace di cambiare idea sulla Fede e sulla vita grazie a una donna straordinaria come sua moglie.

Salutiamo nuovamente Bocca augurandoci che negli ultimi istanti abbia deciso di riappacificarsi anche con l’ultimo dei suoi avversari di sempre, sperando che Egli possa perdonare errori e sviste della sua gioventù in favore di quanto di grande e bello ha fatto per la cultura del nostro paese. Ma si sa, la Misericordia per eccellenza è proprio la Sua. «La mia famiglia era più superstiziosa che religiosa. Adesso che mia moglie è molto religiosa, vedo che essere religiosi è una cosa molto diversa» (Giorgio Bocca, “La Neve e il Fuoco”, Feltrinelli 2011)

Marzio Morganti

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2/11/2012 6:23 PM
 
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«Ho lasciato il protestantesimo, felice di essere cattolica!»

Il 25 Gennaio il sito “Why I’m catholic” ha compiuto il suo primo anno di vita, e da allora ha diffuso, come si proponeva, uno svariato numero di conversioni: nel sito possiamo trovare testimonianze di ex-atei, ex-agnostici, ex-buddisti, ex-protestanti e via dicendo. Le ultime due testimonianze pubblicate sono quelle di Katie Plato eKathy Frein, accomunate dall’aver raggiunto la fede cattolica appartenendo precedentemente alla confessione battista.

Katie Plato è oggi madre di tre bambini e blogger cattolica (qui il suo spazio web) ed è rimasta colpita dalle parole di un suo caro amico, anche lui neo-convertito, quando«gli raccontavo della convinzione di mia madre che la Chiesa Cattolica fosse il più grande trionfo di Satana in tutta la storia. Lui rispose: “Dev’essere o il più grande trionfo di Satana, o il più grande trionfo di Cristo. Non esiste un terreno neutrale quando si parla di Chiesa Cattolica.”». E’ la verità, commenta lei: «Lo stesso succede con le persone con le quali parlo della mia conversione; non c’è un terreno neutrale. O sono eccitati, o sono costernati». La sua storia inizia quando, frequentando con suo marito la Chiesa Battista locale, «sembrava che la chiesa fosse “buona” quando il sermone era pieno di saggezza e noi imparavamo molto, ed “inutile” quando il sermone non fosse così buono. Guardando indietro, capisco che quando si frequenta una chiesa senza liturgia, tutto si concentra sul sermone, sul pastore, e su come ci si sente durante il culto. Eravamo frustrati con noi stessi, volevamo goderci la chiesa ed adorare Dio; non volevamo essere critici. Dopo molte preghiere, decidemmo di andarcene e cercare una chiesa che ci si addicesse di più».

Da allora iniziò una lunga ricerca e numerose riflessioni, che culminò poi alla conversione cattolica. In particolare sul valore della liturgia, dell’Eucarestia e sul problema del Sola Scriptura, uno dei principali punti di divergenza tra la teologia cattolica e la maggior parte di quelle riformate. La questione si pose nel momento in cui i due dovettero scegliere se battezzare o meno uno dei loro figli: «Cercammo nella Bibbia le risposte, ma la questione del battesimo non è chiara. La Bibbia, da sola, non era sufficiente. Il pilastro del Sola Scriptura era caduto e fummo costretti ad affidarci alla Tradizione, o alla nostra interpretazione individuale di ciò che pensavamo la Scrittura cercasse di dire». Si è quindi posto il problema del riconoscimento dell’autorità della Chiesa cattolica«Entrambi iniziavamo a capire che stavamo ancora vivendo nel mondo protestante in cui si prende e sceglie ciò che si vuole credere e fare con la propria vita. L’individuo era ancora l’autorità». L’evento decisivo fu un episodio originale, ovvero la vaccinazione prima del parto del suo terzo figlio: «Quando digitai su google “Prospettiva cristiana sulle vaccinazioni” non ne venne fuori niente di buono. Frustrata, lo cambiai in “Prosprettiva cattolica sulle vaccinazioni.” Fui indirizzata ad un articolo della Pontificia Accademia per la Vita che mi fu estremamente utile nel considerare la moralità del vaccinare il proprio bambino. Questo fu dieci volte più utile di qualsiasi altra cosa che avessi trovato. C’era una lista di vaccini prodotti da feti abortiti, e si parlava delle decisioni etiche che un genitore deve intraprendere per proteggere il bene più grande della società e per proteggere i mai-nati. Non c’era una risposta esatta, ma un insieme di dati che sarebbero serviti a riflettere sulla questione. Era pratico, sfumato, ponderato e giusto. Stavo guidando (…) e riflettei: “Quei cattolici, avevano ragione anche questa volta. Hanno sempre ragione”», Katie ricorda che «mi vennero le lacrime agli occhi, e in quel momento capii aver di ricevuto la grazia per tornare a casa, nella Chiesa Cattolica»

Anche Kathy Frein si è convertita al cattolicesimo dalla fede Battista, è accaduto ben 25 anni fa, ma solo di recente ha davvero preso la decisione di essere davvero cattolica: «Sono entrata nella Chiesa cattolica un anno dopo aver sposato mio marito, cattolico. L’ho fatto per una buona ragione, anche se potrebbe non essere stata quella giusta: volevo che nella nostra famiglia si pregasse insieme e sentivo che avrei dovuto seguire la guida spirituale di mio marito». La vera conversione però è avvenuta più avanti, a causa delle difficoltà della figlia minore nel rapporto con amici di fede protestante: «si trovava sempre più a disagio con il loro giudizio circa la fede Cattolica. Mettevano in dubbio la nostra cristianità, ed alcuni non volevano avere rapporti con noi se non per cercare di convertirci e “salvare le nostre anime”. Nostra figlia aveva molte domande e per risponderle intrapresi un “viaggio” per scoprire la verità circa la mia fede che professavo da 25 anni».  Si accorse così che «non c’è un singolo verso nella Bibbia che non supporta gli insegnamenti cattolici. Questa coesione non dovrebbe sorprendere, dato che la Bibbia fu compilata da cattolici [...]. Io voglio appartenere alla Chiesa che Cristo ha istituito, e che insegna la verità come Gesù Cristo vuole che sia insegnata».

E Katie non ha più dubbi su questo: «Dopo aver letto gli scritti dei primi padri della Chiesa, considerando le prove nelle scritture ed esaminando la tradizione della Chiesa Cattolica, sono convinta di adorare Dio nel modo in cui Egli vuole essere adorato. La Chiesa Cattolica continua a celebrare la Messa come veniva celebrata dagli apostoli e dai primi martiri della fede. Questi uomini morirono per proclamare pubblicamente Cristo come il Signore. Lo stesso sacrificio, offerto dagli apostoli nel modo in cui Cristo lo sottolineò in Gv 6, è offerto nelle chiese Cattoliche in tutto il mondo ogni giorno di ogni anno, ed è stato offerto così per oltre 2000 anni». Ha quindi concluso la sua testimonianza spiegando «Voglio semplicemente condividere la meravigliosa “Buona Notizia” che può essere trovata nella Chiesa Cattolica. Non nego che ci siano state persone che abbiano causato problemi, ma l’insegnamento della Chiesa non è mai cambiato. È il Vangelo di Gesù Cristo che è stato proclamato per più di 2000 anni. È una fede che insegna ad arrendersi di fronte a Dio, a vivere nella Beatitudine, a perdonare ed a cercare il perdono, ad amare i nostri vicini ed a crescere in santità. Cosa può esserci di più meraviglioso? Sono pronta a dirlo al mondo e condividere la mia storia è tra i primi metodi che ho scelto».

Michele Silvi

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2/12/2012 3:44 PM
 
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Don Roberto, da tossico lontano da Dio a sacerdote vicino agli ultimi

Nel giugno scorso ci siamo occupati di John Pridmore, ex criminale londinese le cui uniche certezze erano la stupidità della polizia e l’inesistenza di Dio. Oggi è cattolico e dedica il suo tempo ad aiutare bambini in difficoltà. In questi giorni su  Oksalute (ripresa stranamente anche da “Il Corriere della Sera”), è comparsa la testimonianza di un’altra conversione sui generis. E’ quella di don Roberto Dichiera, ex tossicodipendente.

Il sacerdote descrive la sua adolescenza spericolata e disperata: «a 12 anni leprime sigarette, per sentirmi grande e per il gusto del proibito. Poi isuperalcolici e le canne, a 14 anni erano già un’abitudine. Ero in cerca di sensazioni forti, cercavo la trasgressione e pensavo solo a divertirmi. Non avevo ideali, ambizioni. Dopo le medie ho chiuso con la scuola e mi sono arrangiato con piccoli lavoretti. Aspettavo con ansia il fine settimana per andare in giro a sballarmi. Frequentando i rave-party e le discoteche più eccessive ho iniziato a farmi di altro, gli spinelli non mi bastavano più. Mi sono messo anche a spacciare: ero il punto di riferimento di tanti ragazzi che, come me, cercavano una dose effimera di felicità, lo stordimento, una scarica di emozioni fasulle. Ho provato di tutto: ecstasy, acidi, cocaina, perfino il popper, un solvente che si inala. Mi sentivo forte, padrone del mondo [...] sapevo di essere diventato dipendente, ma avevo la consapevolezza (sbagliata) di poter controllare il consumo e non avevo nessuna intenzione di smettere».

Nessuna intenzione di smettere, nonostante «sono stato male diverse volte [...]. In alcune occasioni ho perso momentaneamente la vista, non riuscivo a distinguere più niente, vedevo solo rosso. Ho avuto allucinazioni tremende, ho vomitato spesso per intossicazione. Una ragazza a cui avevo ceduto degli acidi ha rischiato di morire: me la sono ritrovata per terra, collassata, col volto cianotico. L’ho soccorsa, è vero, ma niente mi scuoteva, rimanevo unincosciente e un menefreghista. Volevo continuare a sentirmi euforico e riempire quel vuoto che mi attanagliava». Tutto si fa per riempire quel vuoto, così descritto bene dai più grandi pensatori della storia. O lo si riempie oppure lo si elimina illudendosi di distrarsi da esso. Per lo meno don Roberto cercò -seppur disperatamente- di colmarlo in tutti i modi, senza successo.

Dopo il militare, in cui ha continuato l’attività con la compiacenza dei commilitoni, la svolta«In treno, durante un permesso, ho incontrato Manuela. Volevo coinvolgerla nella mia vita di eccessi, ma è stata lei che ha avuto la meglioe mi ha riportato sulla retta via. Per un po’ ho continuato a drogarmi, e a 21 anni ho anche avuto paura, seriamente. Avvertivo dei brividi fortissimi in testa, come scariche elettriche. Per la prima volta mi sono reso conto che l’uso di sostanze rischiava di bruciarmi il cervello. L’amore di Manuela, la sua fede, hanno lentamente fatto breccia dentro di me. Non mi ero mai innamorato, avevo molte compagne, una marea di rapporti occasionali. Lontanissimo dalla chiesa e dalla preghiera, ho iniziato ad accompagnarla a messa, solo per compiacerla, senza alcun interesse. E dire chebestemmiavo in continuazione e disprezzavo i preti». Nel giro di un anno le cose sono cambiate, «ho cominciato a pregare, a riavvicinarmi a Dio. Ho scoperto una forza di volontà che non pensavo di avere e ho smesso di assumere sostanze». Quel “vuoto” dell’animo, evidentemente cominciava ad essere per la prima volta davvero “riempito”.

Ma non finisce qui: «A 22 anni la vocazione, leggendo il Vangelo: il calore di un abbraccio paterno e una luce piena d’amore. Ho sperimentato una pienezza di gioia traboccante, di contro al paradiso artificiale prodotto dalla droga, e ho scelto di dedicare la mia vita al Signore, come prete di strada. L’incontro con la Comunità Nuovi Orizzonti è stato l’occasione per mettermi a servizio degli ultimi, di testimoniare la gioia autentica, di coinvolgere i giovani, proponendo loro un modo nuovo di intendere la vita. Lontano dall’autodistruzione, in cerca della vera libertà».

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2/12/2012 3:53 PM
 
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Lo scrittore J.C Wright lascia l’ateismo e si converte: «i cristiani hanno ragione»

Lo scrittore statunitense John C. Wright, definito dal Publishers Weekly “uno dei nuovi talenti più importanti di questo secolo”, autore della celebre trilogia di “The Golden Age” (2002 e 2003), ha raccontato la sua recente conversione al cattolicesimo.

In un’intervista per Mostlyfiction.com ha raccontato: «Ero scettico. Per molti anni sono stato un ateo, un ateo veemente, polemico e proselitista. La mia recente conversione al cristianesimo è stato un miracolo in seguito ad una rivelazione soprannaturale, che ha soddisfatto il mio scetticismo e mi ha salvato la vita. Con mia grande sorpresa, ho scoperto che io sono ancora un pensatore perfettamente logico». E ancora: «Io sostengo che non sia sufficiente dire che il ragionamento umano non trova alcuna evidenza di un Essere Divino per affermare che tale Essere necessariamente non esista. La conclusione corretta è che gli esseri umani, senza l’aiuto e l’iniziativa di Dio non possono venire a conoscenza di Lui».

Più avanti si ricorderà addirittura come un “anti-cristiano”, mentre sul suo blog il 2 settembre 2011 rispondendo ad un lettore, afferma: «Io ero un campione di ateismo che ha dato argomenti a favore dell’ateismo così convincentemente che tre dei miei amici hanno abbandonato il loro credo religioso e mio padre ha smesso di andare in chiesa». Ma ad un certo punto si è accorto, dopo aver approfondito la logicità di queste ragioni, che «tutti i miei compagni atei avevano orribilmente e comicamente sbagliato su tutti i punti fondamentali della filosofia, etica e logica, e invece i miei odiati nemici cristiani avevano ragione». Ha dunque rivolto una preghiera (molto formale) per la prima volta a Dio e dopo tre giorni, continua a raccontare Wright, «senza preavviso ho avuto un attacco di cuore, sono caduto a terra urlando, convinto di morire». Un’inspiegabile esperienza mistica lo ha travolto e illuminato portandolo alla conversione.

Riflette sul suo passato: «Ho scoperto che la visione cristiana del mondo porta con sé un grande significato che la visione atea-agnostica non può dare. Anche dal punto di vista filosofico, fornisce una spiegazione più robusta dell’idea del cosmo e del posto dell’uomo in esso, rispondendo con successo a molte domande a cui gli atei non possono rispondere. Spiega la facoltà razionale dell’uomo, l’universalità dei principi morali, l’ordine del cosmo, ecc. Pensando ai miei amici atei, ho poi capito che nessuno di loro, nemmeno uno, mi può fornire in modo ragionevole un solo argomento a favore dell’ateismo». Ha trovato la loro una intoccabile e illogica “fede nell’incredulità”, basata su argomenti circolari.

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2/27/2012 10:00 PM
 
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di Danilo Quinto



La mia conversione
Quando, otto anni fa, conobbi la donna che sarebbe diventata mia moglie, mi avvicinai alla fede. Lei, non solo andava a Messa ogni giorno, ma costantemente, nella giornata, con estrema naturalezza, tutto rapportava a Dio e dal Vangelo attingeva ogni suo sapere.
All’inizio, mi sembrò un po’ strana, ma più il tempo passava e più mi sentivo coinvolto in un’altra atmosfera, in un altro modo di sentire e vedere la vita. 

Un giorno, prima di portarmi a conoscere la sua famiglia, mi portò dal suo amico benedettino, “monaco et pauper”, Don Luigi. Lui, con il suo sorriso, la sua ironia e la bellezza, scavò in me un solco, che, attraverso un rapporto epistolare costante, divenne sempre più profondo e s’interruppe solo una settimana prima della sua morte, il 4 febbraio 2011. 
Era meraviglioso il suo sguardo lucido sulla realtà, le sue analisi della vita, tanto che un giorno mi disse: “Il demonio (quel signore di Pannella), quando lo si incontra, bisogna schiacciarlo senza pietà”.

Così, si è consumata la mia maturazione, nella verità del Vangelo e le mie dimissioni dal Partito Radicale. Con la conseguente richiesta di pensione, da parte mia, per vent’anni di lavoro occasionale e la denuncia da parte loro.
Questi ultimi, ben radicati nella realtà, non potevano che stravincere contro di me (su questa terra). E’ facile fare i forti quando si è in tanti e trasversali nel panorama politico italiano da sessant’anni.
Ecco, l’esiguità del giudizio del mondo. 

Invece, la mia unica certezza, è l’amore di Dio. Per questo, mi rendo conto che le prove e le umiliazioni a cui sono sottoposto, rientrano in un piano di purificazione.

Ho collaborato con il male per anni. E so che il sangue del Salvatore, è stato versato anche per cancellare tutto questo. Posso unirmi alla Croce, solo offrendo il mio dolore quotidiano, forte della mia onestà e della mia fede. Quando non hai più nulla – mi hanno tolto la dignità e l’onore, solo per vendetta e per il gusto di farlo – ti senti solo e nudo.
Questo era necessario! Perché solo oggi comprendo che tutto ho ricevuto da Dio e io, nella mia miseria, gli offro la mia unica ricchezza: il disagio, la vergogna, il dolore più intimo.
Sono felice di poter soffrire insieme alla mia famiglia, ingiustamente condannato, perché ho la certezza di essere dalla parte del Vero, di non aver commesso alcun male, se non quello di aver vissuto lontano dalla grazia di Dio per vent’anni.

Oggi, sono pronto a purificarmi, con la gioia, nel dolore, sapendo che non sono solo. Con me c’è Cristo, che mi ha condotto per mano: in Lui mi anniento, a Lui, lascio fare la mia vita.
Come dice Pierfrancesco, mio figlio di sette anni: “Papà, diciamo una preghiera insieme anche per i nostri nemici”. Ogni volta, queste parole mi riempiono di gioia, perché non ho sentimenti di vendetta. So che Dio ha scelto per me questo percorso di purificazione. Per il mio bene. Io a Lui mi stringo e ringrazio.

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3/5/2012 12:37 PM
 
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LA MALATTIA MI HA DONATO LA FEDE
di Roberto Allegri

Si chiama Fabio Salvatore. Ci siamo incontrati a Roma, pochi giorni prima che un’improvvisa nevicata mettesse in crisi la capitale. Però, di quella neve di cui si è tanto parlato, nell’aria c’erano tutti i segni. Tanti anni di lavoro all’aperto, in mezzo ai cavalli, mi hanno insegnato a capire quando il vento porta con sè la promessa del bianco. E quel giorno, il soffio di febbraio era gelido e secco, tagliente come la lama di un bisturi, e si infilava sotto la sciarpa, sotto il maglione, se la rideva della mia giacca pesante. La sentivo nel palato, la neve. Ma non ho fatto in tempo a vederla perché ho lasciato Roma prima che cominciasse a scendere. L’ho vista in seguito, al telegiornale, insieme a tutte le polemiche che ha sollevato col suo arrivo inaspettato.
Quel pomeriggio, in mezzo a tutto il freddo che annunciava la neve, avevo però il cuore caldo. Pulsava, anzi cantava. Perché avevo incontrato una persona speciale, una di quelle le cui parole restano, si fanno strada nell’anima e lì si costruiscono un nido.
Fabio Salvatore è uno così. E la sua storia, di sofferenza e di speranza, è di quelle che fanno respirare meglio, di quelle che ci fanno sentire meno soli a questo mondo. Una storia alla quale ci si può appoggiare come ad un bastone saldo e seguitare il cammino più stabili di prima.
<>, mi ha detto Fabio. <>
Queste parole sarebbero accettabili se fossero pronunciate da una persona anziana, una persona che dopo una vita di sbagli si redime in vista dell’ultimo passo. Invece, Fabio ha soltanto 36 anni e da tempo combatte contro la terribile malattia. Che lo ha trasformato completamente.
L’appuntamento era al “Centro Benedetto XVI”, sede romana di “Nuovi Orizzonti” una associazione religiosa laica, fondata da Chiara Amirante, che sta affermandosi in campo internazionale, soprattutto tra i giovani, e che ha già avuto l’approvazione della Santa Sede. Il “Centro” si trova in una villetta da poco restaurata, proprio accanto all’ingresso del Parco di Monte Mario. E’ stato proprio Fabio a venirmi incontro, avvolto in una sciarpa e col berretto di lana calcato fino sugli occhi. Un ragazzo esile, minuto e coi lineamenti affilati, ma col fuoco nello sguardo. E un sorriso di quelli che “spostano”, che hanno la forza di una spinta. Mi ha abbracciato, come prima cosa. E io, che sono molto attento a questo tipo di cose rimanendo sempre un po’ “orso” nei contatti con la gente, sono rimasto colpito. Non c’era affettazione in quel gesto, solo tanta spontaneità. E’ stato un abbraccio che mi ha scaldato.
Ero lì a Roma, mandato dal mio giornale, per raccogliere la testimonianza di Fabio in vista dell’uscita del suo libro intitolato “A braccia aperte tra le nuvole”, pubblicato da Piemme. Un libro pieno di quei “segni” e di quelle “coincidenze” inspiegabili e particolari che caratterizzano le conversioni. Quelle vere. Un libro che ha da subito incontrato l’affetto del pubblico tanto che, a poche settimane dalla sua uscita, sta scalando in fretta le classifiche delle vendite.
Nelle sue pagine, Fabio racconta la sua storia con disarmante onestà. A cuore aperto e senza nascondere niente. E la sua vicenda pare davvero uscire da un romanzo tanto è ricca di colpi di scena, imprevisti e tanta, tanta spiritualità. Una storia che ha la forza di spingere a pensare, che fa chiudere gli occhi e rivolgere l’attenzione verso quel “qualcosa”, quel “qualcuno” che sta lassù e che continua a tenderci la mano. E che troppo spesso non riusciamo a vedere.
Fabio Salvatore era lanciato verso una lucente carriera artistica. Allievo di Enzo Garinei e Giorgio Albertazzi, recitava in teatro, appariva in televisione, era l’idolo delle ragazze nelle discoteche. Ma poi, improvviso, il cambiamento totale, al punto di decidere di lasciare la carriera artistica e la vita mondana per dedicare totalmente la propria esistenza agli altri. Mi sono fatto raccontare da lui i perché, i sentimenti e le emozioni e riporto tutto qui, adesso. Ma senza aggiungere le mie domande, come si fa negli articoli per i giornali. Voglio lasciare che siano le parole di Fabio a spiegare, senza interruzioni, tutto quello che è successo. Ecco il suo racconto:
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3/15/2012 10:26 PM
 
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La conversione di Lisa Miller, ex lesbica in fuga per difendere la figlia

Ha dell’incredibile la storia di Lisa Miller, un’ex lesbicache è finita in prima pagina su molti giornali nazionali per aver condotto dopo la sua conversione una battaglia per proteggere la figlia dal trasferimento dell’affidamento genitoriale alla sua ex partner Janet Jenkins. Una storia raccontata attraverso il libro Only One Mommy (New Revolution Publishers 2011), scritto da Rina Lindevaldsen, uno degli avvocati della Miller, in cui si evince che alla radice dell’infanzia da incubo di Lisa vi erano due elementi: la contraccezione e il divorzio.

Fra i suoi primi ricordi infatti vi è quello amaro di sua madre che, al momento di concepire Lisa, usava contraccettivi, in quanto non l’aveva mai voluta: «Ogni volta che mia madre era arrabbiata con me – scrive Lisa – lei tirava fuori il pacco ovale color pesca delle pillole anticoncezionale che aveva conservato per tutti quegli anni per farmi vedere che mancava solo una settimana, che fu la settimana in cui rimase incinta». All’età di sette anni i suoi genitori divorziarono, lasciando lei e suo fratello soli con una madre sempre più malata di mente, distante e crudele: fu così che cominciò a cercare conforto nelle insane fissazioni sull’alimentazione, sulle pillole dimagranti e sulla pornografia, arrivando all’autolesionismo pur di alleviare il dolore emotivo, aggiungendo cicatrici a quelle causate dalle percosse della madre. Nonostante tutto Lisa nella sua educazione ricevette anche influenze positive attraverso amicizie con i sacerdoti della sua chiesa e i suoi insegnanti. La sua educazione religiosa le sarebbe infatti tornata utile nei suoi giorni più bui, offrendole una via d’uscita della sua situazione apparentemente impossibile.

Dopo aver vissuto un matrimonio travagliato e, infine, aver tentato il suicidio, Lisa ricevette un altro duro colpo durante il ricovero in un reparto psichiatrico in Virginia, in cui un consulente la informò che lei era lesbica e che doveva cercare la compagnia sessuale di altre donne: «Non c’è da meravigliarsi che il mio matrimonio terminò lì. Sebbene in quel momento avessi lasciato alle spalle tutte le mie dipendenze d’infanzia, purtroppo, entrai nella dipendenza dell’omosessualità» scrive Lisa. Fu così che iniziò il suo rapporto, culminato in unione civile in Vermont, con un’alcolista, Janet Jenkins, con la quale decisero di ricorrere all’inseminazione artificiale di Lisa, che avrebbe portato alla nascita di Isabella. Ma fu proprio nella miseria della sua relazione sessuale immorale e conflittuale con Janet che Lisa rischiò di perdereIsabella prima che nascesse. Fu allora che fece una richiesta speciale a Dio, promettendogli che se avesse salvato la sua bambina, avrebbe lasciato lo stile di vita omosessuale. Isabella nacque sana, e sebbene Lisa non mantenne sin da subito la sua promessa, il suo rapporto con Janet continuò a deteriorarsi, creando i presupposti per la sua conversione«Fu allora – ricorda la Miller – che Dio riportò alla mia mente il patto che avevo fatto con lui pochi mesi prima. Quando mia figlia aveva 17 mesi,lasciai lo stile di vita omosessuale e ritornai con mia figlia a casa mia in Virginia, dove lei era stata concepita ed era nata».

Fu soltanto allora che cominciò tutta la controversia giuridica della sua ex partner per ottenere il diritto di genitorialità e di tutela su Isabella e per poterla così strappare a Lisa, sua madre naturale. Sebbene il nome di Janet non comparisse sul certificato di nascita della bambina e sebbene inoltre la costituzione della Virginia negasse esplicitamente ogni riconoscimento alle unioni civili, i giudici di Vermont e Virginia hanno rigirato la legge, creandone addirittura una nuova che permettesse a Janet di poter essere considerata “madre” di Isabella con conseguente diritto di affidamento. Motivo che ha spinto Lisa Miller a lasciare il suo paese con sua figlia, tuttora ricercate dall’amministrazione Obama. «I cristiani hanno bisogno di sapere cosa sta accadendo – ha detto l’avv. Lindevaldsen – l’idea che una donna debba a quanto pare lasciare il paese per proteggere la sua bambina non dovrebbe accadere in America, e non penso che abbastanza Cristiani conoscano quanto accaduto per cui non si rendono conto che le persone per le quali votano in un anno elettorale hanno conseguenze dirette su cose come questa».

Raffaele Marmo

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4/2/2012 9:34 PM
 
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Noto documentarista ateo, David Rolfe, si converte studiando la Sindone

Sono numerose le ragioni di gratitudine che il famoso documentarista e regista David Rolfe dice di avere verso l’Uomo della Sindone: «Ateo convinto e consapevole dell’esistenza di numerose reliquie false, ho prodotto il mio primo documentario sull’argomento, “The Silent Witness”, (Il testimone silenzioso) nel 1977, deciso di scoprire e mostrare come e da chi era stata contraffatta la Sindone. Non potevo pensare che ci fosse un’altra spiegazione», dice di sé.

I suoi viaggi lo misero in contatto con diversi studiosi e scienziati della Sindone e «nel corso dell’operazione le varie prove hanno cominciato a combaciare perfettamente». Ad esempio, lo storico Ian Wilson, utilizzando la sua conoscenza delle raffigurazioni artistiche di Cristo, ha formulato idee sul collegamento con il Mandylion di Edessa e Max Frei, botanico e perito giudiziario, ha completato la sua identificazione dei tipi di polline presenti sulla Sindone, molti dei quali appartenevano esclusivamente alla Palestina e alla regione di Edessa.

«Il mio documentario, lungi dal rivelare la contraffazione, è divenuto un argomento affascinante per la probabile autenticità della Sindone». Il progetto ha vinto il British Academy Award e molti altri premi internazionali. Il libro sulla produzione del documentario è divenuto un best seller nel Regno Unito. Rolfe scrivendo su L’Osservatore Romano dice che la Sindone è entrata a far parte del corso di studi in molte scuole: storia, fisica, religione, chimica, biologia, anatomia, arte, tessitura. Quale miglior modo per affascinare i bambini? Nel 2008 nuovo documentario per la Bbc e per la Rai sulla tensione attuale fra i risultati del test del c14, risalente a vent’anni fa, e i nuovi studi sulla Sindone. Afferma ancora: «La Sindone è un soggetto unico e adatto a essere ripresa in 3d perché contiene già in se elementi tridimensionali. Il nuovo documentario si pone la domanda legittima: è questa l’epoca per la quale è nata la Sindone? Il mio prossimo obiettivo sarà trovare un modo per portare la storia della Sindone a un pubblico più ampio in tutto il mondo».

Affronta poi la sua conversione«Noterete da come mi esprimo che nel corso della produzione sono divenuto credente e cristiano. È difficile studiare la Sindone per tanto tempo senza diventarlo. Questo non riguarda tanto aspetti oggettivi, sebbene siano piuttosto impressionanti, quanto soggettivi. La sua sottile immagine monocromatica è un’opera di genio sublime nel comunicare l’essenza del momento storico in cui è nato il Cristianesimo, attraverso le azioni di Gesù di Nazaret». Quel che dice ricorda un pò la frase di Louis Pasteur: “Poca scienza allontana da Dio, ma molta scienza riconduce a Lui”

4/15/2012 11:50 PM
 
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La conversione di Devin Rose: come rinascere “sfidando” Dio

Devin Rose è un normale ragazzo, con una vita molto simile a quella che ognuno vive ai giorni nostri. Nasce in una famiglia cristiana, ma lo era solo di nome perché dirsi cristiani in fondo, ormai va di moda. Tutti si definiscono così per poi dimostrare la loro completa estraneità alla fede in Gesù Cristo.

E’ normale che con il passare degli anni Devin abbia deciso durante il liceo di professarsi non credente. Giunto all’università, Devin, nonostante la sua vita normale accompagnata anche da buoni voti, una fidanzata e una numerosa presenza di amici, ha cominciato a sentire che qualcosa non funzionava: “Ho iniziato a essere divorato dall’ansia … ero nervoso nelle aggregazioni sociali, nei cinema o nei ristoranti …”, afferma. Più i giorni passavano e più l’ansia aumentava, quasi a trasformarsi in veri e propri attacchi di panico, perlopiù senza un apparente motivo, fino ad arrivare al desiderio di morire.

In questa drammatica situazione si è sentito solo, nonostante l’immenso amore dimostratogli dalla sua famiglia e dagli amici. La decisione che prese fu quella di “affrontare” il suo ateismo, diventato secondo lui il sinonimo della sua situazione. Decise così di parlarne con sua madre, e assieme si sono rivolti ad uno psicologo. La terapia diede qualche risultato, ma in realtà era uno stato soltanto parzialmente positivo, venne aiutato solo in modo limitato: «Ero clinicamente depresso, soffrivo di attacchi di panico frequenti, e combattevo una lotta titanica con le mie angosce infinite», racconta. Ed ecco la svolta: l’intuizione chela sua “infallibile” ragione “aveva fallito”, seguita dalla drammatica e tragica decisione: uccidersi o credere in Dio.

Era però consapevole di non poter fingere di “credere”,  e ha voluto domandare sinceramente aiuto: «Dio, tu sai che io non credo in Te, ma io sono nei guai e ho bisogno di aiuto. Se sei reale, aiutami». Dio risponde sempre, spesso non come pensiamo noi (“i miei pensieri non sono i vostri pensieri, nè le vostre vie sono le mie vie”, Is55, 1-11e questo ci porta a lamentarci piuttosto che aprire meglio gli occhi. Non accadde nulla, infatti, ma Devin ha persistito a domandare e infine una risposta è arrivata: «È stato qualcosa che non avevo mai sperimentato», racconta oggi. «Mi ha dato il coraggio e la forza di affrontare le mie ansie paralizzanti e cominciare a superarle». Molto è servita l’amicizia con il suo compagno di stanza al college, di fede Battista: è sempre attraverso un altro che si può incontrare il cristianesimo. Ma non si è fermato qui: ha voluto capire il motivo delle divisioni all’interno del cristianesimo e imbattendosi nella storia della Chiesa cattolica, ha capito dove stesse l’autenticità. Dopo una breve catechesi è stato battezzato nel 2001. Oggi è ingegnere informatico e afferma: «posso dire che, dopo aver vissuto la fede cattolica per dieci anni, la mia fiducia in Cristo e la Sua Chiesa è diventata sempre più forte».

Antonio Ballarò

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5/7/2012 12:20 AM
 
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La rinascita dell’omosessuale Ruben Garcia

Dice di aver sofferto molto a causa della sua omosessualità, ma ora è un altro uomo: «dietro una persona con inclinazioni omosessuali», afferma, «si nasconde spesso una storia diprofondo dolore, una biografia di ferite emotive che a poco a poco portano a rifugiarsi nelle persone dello stesso sesso». Secondo Garcia, che guarda la sua esperienza e la sua storia, «l’omosessualità non è genetica, non viene scelta dalla volontà, ma è un disturbo che nasce da una deprivazione emotivadurante l’infanzia o giovinezza, e da altri fattori comportamentali». Egli spera che le persone imparano adaccettare incondizionatamente i gay e le lesbiche, offrendo loro l’amore e l’affetto di cui hanno bisogno per guarire le loro ferite e magari integrare la loro sessualità in una vita di castità.

Racconta la sua storia, parla di quando a causa della mancanza di affetto dal patrigno ha cominciato acercare l’affetto che mancava negli altri uomini, arrivando fino al sesso, poi alla prostituzione e alla transessualità. E’ un processo graduale, dice, causato da un’insoddisfazione permanente che si cerca di placare. Ma eri felice? «Allora avrei risposto di sì, perché nell’ambiente gay è vietato dire il contrario», ma la verità è che si sentiva solo, con un vuoto enorme. «La Chiesa cattolica», dice, non lo ha mai discriminato ma anzi, «apre le sue porte a tutte le persone senza eccezione». Dopo la conversione è riuscito a liberarsi dalla dipendenza dell’istinto sessuale. «E’ un falso luogo comune», dice, «affermare che la promiscuità sessuale ti rende libero e la castità ti rende represso. E ‘esattamente l’opposto». Attualmente appartiene al gruppo “Courage Latino”, dove molti gay e lesbiche condividono le loro esperienze di una vita rinata.

Antonio Tedesco

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5/23/2012 10:18 PM
 
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Alcune piccole e “fastidiose” conversioni cattoliche

Ma parlare di conversioni cattoliche è sempre fastidiosoper alcuni, il motivo lo ha spiegato molto bene lo scrittore Manlio Cancogni, anche lui convertito, in un’intervista del 2005«per lungo tempo la religione per me è stata un insieme confuso di ricordi, pensieri e emozioni contrastanti dai quali tutto sommato preferivo stare lontano. Una tranquilla indifferenza mi sembrava la soluzione migliore, la stessa indifferenza che condividevo con i miei amici da giovane, tutti laici o addirittura apertamente anticlericali. Poi quando la fede è diventata per me un argomento centrale, molti dei miei amici non c’erano più, e con quelli rimasti ho finito per non parlare di questo argomento. Oggi mi ritengo un cattolico osservante: la fede si vive con la pratica, ogni giorno, non è un sentimento individuale, ha bisogno di un corpo cioè della Chiesa. E in questo senso ho capito solo dopo la mia conversione quanto la cultura italiana sia profondamente anticattolica. Anche se non in maniera clamorosa, esiste una ghettizzazione del credente, soprattutto dell’intellettuale cattolico che è escluso, guardato con sospetto, magari deriso. Oggi ci si può convertire al buddismo o frequentare sette di occultisti, ma dirsi cattolici è quasi scandaloso. Non c’è odio antireligioso, questo no; ma c’è molto fastidio, e lo sento».

Sui mass-media internazionali c’è più spazio per storie di conversioni, sopratutto quelle più curiose, come la vita dell’ex fidanzata del primo ministro inglese David Cameron, che da poco è diventata una delle 36 suore di clausura di un monastero benedettino negli Stati Uniti. Il suo nome è Laura Adshead e potrebbe essere stata la First Lady britannica, era una manager a Manhattan della Ogilvy & Mather, poi -dopo la rottura del fidanzamento con Cameron- è caduta nella tossicodipendenza e nell’alcool prima di convertirsi e decidere a 44 anni di dedicare la vita a Dio e al mondo.

Il rettore dell’Università cattolica ucraina, Myroslav Marynovych, ha avuto una conversione ancora più drammatica. Lo ha raccontato nella sua  recente partecipazione adEncuentroMadrid.  evento spagnolo organizzato dal movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. Myroslav htrascorso 7 anni in un campo di lavoro comunista in Kazakistan. Era ateo e scettico, anche se stranamente rispetto per le persone religiose, forse perché nipote di un sacerdote e cresciuto in una famiglia religiosa.  Questo tipo di educazione lo ha portato anche a dissentire dei metodi comunisti, tanto da divenire un nemico del partito fondando il “Gruppo di Helsinki”, ovvero i dissidenti in Ucraina. In carcere ha trovato la fede cristiana, anche grazie ad un’esperienza mistica, dopo la quale ha cominciato a combattere per il diritto a portare una piccola croce sul suo vestito da carcerario (ottenuto dopo 15 giorni di isolamento). 

Le storie sono tante, come quella di Fabio McNamara, icona della movida di Madrid, ma anche quella di Lilian Kirsten, docente universitario di matematica che dice«a 47 ho capito che Dio esisteva. Dovendo affrontare quel cambiamento non è stato facile». Da estimatore di Che Guevara è passato alla devozione di da San Josemaría, fondatore dell’Opus Dei, dallo scetticismo ateo (come suo marito e tutti i suoi amici) all’apertura al cattolicesimo. Fr. Dwight Longnecker è invece un ex ministro anglicano, tornato di recente nella Chiesa Cattolica assieme a centinaia di altri sacerdoti e migliaia di fedeli. Ha avuto i primi ripensamenti visitando alcuni monasteri benedettini, ha raccontato, i quali«mi misero in contatto con radici di fede che erano più profonde e più concrete di quanto avessi immaginato che potesse esistere». La scoperta di questa profondità lo ha portato ad una lettura differente della Bibbia, le sue idee sono state cambiate e ha continuato a vivere la separazione formale tra cattolicesimo e anglicanesimo concependo quest’ultimo «come un ramo della Chiesa cattolica, ho pregato molto per una nostra eventuale ri-unificazione», fino a ritornare definitivamente “a casa”.  Proprio recentementeundici comunità anglicane canadesi sono rientrate nella Chiesa Cattolica.

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7/22/2012 8:15 PM
 
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La coraggiosa conversione cattolica dell’islamico Ilyas Khan

E’ giunta a noi grazie al National Catholic Register una storia assai gradita: la conversione di Ilyas Khan. Quest’uomo, nato da genitori musulmani, cresciuto in Gran Bretagna, tuttora proprietario della squadra di calcio Accrington Stanley ha deciso di abbracciare il cattolicesimo. Quanti sono i mussulmani che vorrebbero rinunciare alla loro fede per accogliere Gesù Cristo come Dio, ma che per paura dei loro correligionari scelgono di non aderirvi! Ebbene quest’uomo ha invece deciso diuscire allo scoperto e racconta la sua storia al sito citato poc’anzi.

Alla prima domanda dell’intervistatore su cosa lo abbia portato alla fede così risponde Khan: «Alla mia fede ha contribuito molto l’educazione avuta fino ai 4 anni. Mia madre era molto malata così fu una mia nonna, che era profondamente cattolica, ad accudirmi nei primi anni; non potevo non considerarmi se non cristiano. Purtroppo dai 4 anni fino ai 17 anni fui educato e cresciuto come musulmano. Intrapresi gli studi universitari, la Provvidenza Divina intervenne ancora e scelsi di andare a soggiornare presso la Netherhall House, uno studentato dell’Opus Dei». Fu il tempo passato in quello studentato che lo avvicinò alla spiritualità e fede cattolica: «Non posso dire di essere stato condotto alla fede inconsapevolmente, anzi fu proprio tra i 18 e 19 anni che scoprii personaggi come Hans Urs Von Balthasar. Fu grazie a lui che cominciai a interessarmi di teologia e così mi imbattei in Sant’Agostino e Origene. Già allora avrei voluto uscire allo scoperto, ma non volevo arrecare dolore ai miei genitori, che erano ancora vivi».

Il passo finale è stato aver maturato un «maggior grado di consapevolezza di tutta la mia vita, delle mie basi morali; il desiderio di abbandonare l’Islam era profondo, ma è stata la spinta di Cristo che alla fine mi ha portato alla decisione». Inoltre ha inciso il «vivere quotidianamente la vita di una chiesa a Hong Kong, durante il mio soggiorno in Asia a circa venticinque anni. E’ stato il luogo dove mi sono avvicinato al cattolicesimo tradizionale. Dai venticinque anni in poi non ho mai dubitato di essere cattolico. E’ stato Von Balthasar a guidarmi». C’è stato un momento che ha però inciso in maniera indelebile: «stavo camminando per la Basilica di san Pietro e mi ricordo di essermi letteralmente arrestato vedendo la Pietà di Michelangelo; mi sono giunte mille domande nel guardare quel volto della Madonna che guardava il suo Figlio. Ho detto tra me: “Questo è Dio; non può non essere Dio”. Per l’Islam dire che Dio si è fatto uomo è un’eresia; lì mi son caduti tutti i dubbi. La bellezza e l’atmosfera attorno a quello spettacolo hanno segnato il punto di svolta».

Khan ha ammesso di venire «descritto in Gran Bretagna come “il più importante neoconvertito al cattolicesimo”. Ma non ho paura di manifestare la mia fede, anche con tutte le minacce di odio e morte che mi sono arrivate». Quest’uomo, questo grande uomo, possa essere una forte testimonianza a tutti coloro che sono ancora reticenti nel far sapere al mondo chi sono e cosa credono.

Luca Bernardi

8/2/2012 12:00 AM
 
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Il cattolico Oscar Wilde, e il suo pentimento
per la «perversione morale»

«Il cattolicesimo è la religione in cui muoio»così disse il celebre poeta e drammaturgo Oscar Wilde poco prima di morire a Parigi, il 30 novembre 1900. Lo scrittore e saggista esperto del mondo britannico Paolo Gulisano si è concentrato anche sulla conversione di Wilde nel suo libro “Ritratto di Oscar Wilde” (Ancora 2009)  in cui ha definito«un mistero non ancora pienamente svelato» la sua complessa personalità, arrivando a descrivere il profondo e autentico sentimento religioso del celebre poeta.

Il cammino esistenziale di Oscar Wilde è stato un lungo e difficile itinerario verso il cattolicesimo, una conversione -ha spiegato Gulisano- «di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se – con uno dei paradossi che tanto amava- , Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: “Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista”. Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio». Molte le persone che sono entrate in rapporto con lui e si sono convertite, comeRobbie RossAubrey Beardsley, e -ha continuato lo scrittore- «addirittura quel John Gray che gli ispirò la figura di Dorian Gray che diventato cattolico entrò anche in Seminario a Roma e divenne un apprezzatissimo sacerdote in Scozia. Infine, anche il figlio minore di Wilde divenne cattolico». Wilde soleva ripetere: «Il cattolicesimo è la sola religione in cui valga la pena di morire» (R. Ellmann, “Oscar Wilde”, Rizzoli, Milano 1991, pag. 669).

Wilde è oggi celebrato sopratutto come “icona gay”, ma Gulisano ha spiegato che «non può essere definito tout court “gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali “Il Gigante egoista” o “Il Principe Felice”. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana». Tuttavia ebbe contemporaneamente diverse relazioni omosessuali, ma verso l’epilogo della sua vita si pentì del suo comportamento. Già nel celebre “De profundis”, una lunga lettera all’ex amante Alfred Douglas, scrisse: «Solo nel fango ci incontravamo», gli rinfacciò, e in una confessione autocritica: «ma soprattutto mi rimprovero per la completa depravazione etica a cui ti permisi di trascinarmi» (Ediz. Mondadori, 1988, pag. 17)Tre settimane prima di morire, dichiarò ad un corrispondente del «Daily Chronicle»«Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioni. Ho intenzione di esservi accolto al più presto»  (R. Ellmann, “Oscar Wilde”, Rizzoli, Milano 1991, pag. 669).

Mentre si trovava in punto di morte, il suo amico Robert Ross condusse presso di lui il reverendo cattolico irlandese Cuthbert Dunne. Wilde rispose con un cenno di volerlo vicino a sé (era impossibilitato a parlare), il sacerdote gli domandò se desiderava convertirsi, e Wilde sollevò la mano. Quindi padre Dunne gli somministrò il battesimo condizionale, lo assolse dai suoi peccati e gli diede l’estrema unzione(R. Ellmann, “Oscar Wilde”, Rizzoli, Milano 1991, pag. 670).

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8/14/2012 10:03 PM
 
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TESTIMONIANZA del Dott. Mario Melazzini
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8/28/2012 5:50 PM
 
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«La posizione cattolica mi ha convinto»,
la conversione di due evangeliche

Sul sito web “Why I’m Catholic” vengono periodicamente pubblicate diverse storie di conversioni da altre religioni al Cattolicesimo, ne esaminiamo due che riguardano l’approdo alla Chiesa cattolica da parte di due Protestanti.

Le testimonianze non sono solo interessanti perché raccontano la gioia della scoperta della fede in Cristoall’interno della Chiesa Cattolica Romana, ma anche perché attraverso il processo che porta a una tale scelta gettano una luce su aspetti della nostra fede che, alle volte per stanchezza, per abitudine o anche solo per ignoranza non consideriamo abbastanza.

 

La prima testimonianza è di Renée Lin, convertitasi al Cattolicesimo nel 2003 dopo essere stata, da sempre, di fede Evangelica. Convinta della proprio dottrina, non si è mai sottratta al confronto con le altre religioni: ha letto il Corano e il Libro di Mormon proprio per questo, ma tuttavia non si è mai interessata alla religione Cattolica. Questa propensione al confronto l’ha portata a discutere in più occasioni con dei Testimoni di Geova trovandosi così in una situazione di stallo quando ha cercato di dimostrare, basandosi solo sulla Bibbia -come professano i Protestanti (“sola Scriptura”)-, la dottrina della Trinità, dovendo così ammettere, almeno sul momento, che il punto di vista dei Testimoni di Geova sulla non divinità di Gesù Cristo era legittimo. Per trovareargomentazioni più sostanziose è dovuta ricorrere a uno dei Padri della Chiesa,Ignazio di Antiochia. Questo le ha fatto comprendere innanzitutto come non tutto ciò che i Protestanti credono possa essere sostenuto solo ed esclusivamente sulla base della Sacra Scrittura.

Successivamente la domanda rivoltale da una persona sulla dottrina della Chiesa Cattolical’ha spinta ad informarsi e a verificare come essa accolga alla lettera le parole di Cristo sull’Eucarestia del capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, mentre la Chiesa Protestante attribuisca ad esse un solo valore figurativo. Questo ha avuto per lei un doppio effetto: da un lato le ha mostrato come la Chiesa Protestante di fatto commette quello di cui accusa le altre Chiese, in particolare quella Cattolica, cioè di non prendere sempre alla lettera la Sacra Scrittura; e dall’altro l’ha spinta ad approfondire la dottrina cattolica. Si è così resa conto che gli argomenti dei Protestanti contro le credenze Cattoliche, ad un primo momento solidi come rocce, si sono rivelati ad un’analisi più attenta molto fragili, mentre la posizione cattolica assumeva sempre più senso. In particolare, Lin ha compreso che la strategia apologetica protestante nei confronti del cattolicesimo era di:svalutare, denigrare, distorcere, negare elementi chiave dell’argomento cattolico (svalutare gli scritti dei Padri della Chiesa, nessuno dei quali, ad esempio è d’accordo con la giustificazione solo per mezzo della fede; denigrare la santità dei Santi Cattolici; distorcere le credenze cattoliche quando le si presenta in modo che sia poi più facile confutarle; negare lo sviluppo della dottrina).

Da questo lavoro personale e da queste considerazioni è iniziata la conversione di Renée Lin ,che l’ha portata nel 2003 ad entrare, assieme ai suoi due figli, nella Chiesa Cattolica.

 

La seconda testimonianza è quella di Jaymie Stuart Wolfe, anch’essa evangelica, la quale ha scoperto i contenuti e la bellezza della fede Cattolica attraverso una serie di fatti accaduti nella sua vita e che, in un primo momento, riteneva non avessero alcun collegamento tra di loro. Ecco quindi l’incontro con Madre Teresa di Calcutta, piccola, quasi invisibile nella sua umiltà, mentre intorno a lei uomini alti, importanti apparivano vuoti e l’incontro con Giovanni Paolo II e la sua richiesta a “non aver paura”. Ha poi spiegato di come l’incontro con l’eucarestia, in particolare, sia stato particolarmente decisivo nella sua vita, sopratutto quando ha deciso di informarsi e comprenderne il significato, iniziativa che le ha fatto emergere un gran desiderio e una grande rabbia verso chi fino ad allora non gliene aveva mai parlato.

Jaymie ha così iniziato un cammino di conoscenza sempre più approfondita della Chiesa Cattolica, anche grazie alla lettura della “Lumen Gentium”, che l’ha portata alla piena comunione con la Chiesa di Roma, avvenuta ufficialmente nel 1983.

 

Due belle storie, uniche nel loro vissuto ma anche molto simili, entrambe contraddistinte da un approfondimento personale della propria posizione esistenziale e dal libero confronto con le altre. Due solide testimonianze della bellezza e della forza della fede cattolica. Per chi volesse essere aiutato (o volesse aiutare altri) a fare lo stesso percorso, consigliamo il libro: “Un cattolico risponde a un evangelico” (Edizioni Segno 2010)

Davide Galati

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8/31/2012 9:50 PM
 
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È dedicata alla "conversione" la trasmissione di lunedì 2 aprile de
"L'Anno che Verrà". John Pridmore, ex criminale londinese divenuto
evangelizzatore, racconta la sua storia, una storia fatta di violenza
e di sofferenza, fino all'incontro della vita: quello con Dio.
A dieci anni la sua vita viene sconvolta dalla separazione dei genitori.
Inconsciamente decide di non amare più nessuno. Comincia a taccheggiare,
a rubare, a rapinare. Finisce prima in un riformatorio, poi in prigione.
Quando esce, le cose vanno di male in peggio. Fa il buttafuori nei pub di
Londra e l’addetto alla sicurezza ai concerti di musica pop. Entra nel mondo
della droga. Un giorno, per poco non uccide un uomo che lo avea offeso
durante una rissa. Tornato a casa, capisce che la vendetta non gli ha procurato
la soddisfazione che aveva a lungo cercato, anzi… Poco dopo, sente una voce
che gli passa in rassegna tutte le malefatte compiute. Si sente mancare il respiro,
grida disperatamente a Dio di dargli un’altra possibilità. A 27 anni John si converte
e Dio non solo lo perdona, ma lo trasforma in un evangelizzatore pieno di fede
e di entusiasmo, per il bene di tanta gente. Oggi John Pridmore viene chiamato
a dare la testimonianza in tante scuole e centri di ritiro cattolici della Gran Bretagna,
dell’Irlanda e di tanti altri Paesi del mondo.


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9/23/2012 12:50 PM
 
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Doreena Paz: “il mio percorso, dall’omosessualità alla conversione”

http://relationshipplaybook.com/wp-content/uploads/2010/08/Sad-Woman.jpgEntrata nel mondo gay 15 anni, a diciasette, aveva già perso la voglia di vivere ma ora, vent’anni dopo, è in procinto di sposare un uomo. È la storia di Doreena Paz, recentemente pubblicata in esclusiva suReligionEnLibertad.com e qui riportata per la prima volta in italiano.

L’infanzia e la depressione.

In principio, i primissimi ricordi omosessuali risalgono all’epoca in cui Doreena aveva 5 anni, «ricordo mi piaceva una mia coetanea vicina di casa e in quel periodo, mi piacevano anche alcune ragazze del mio quartiere», racconta. Fu, tuttavia, solo dieci anni dopo che realizzò completamente le proprie tendenze sessuali, scoperta che precederà una forte crisi religiosa e d’identità che la porterà alla depressione«Non riuscivo a risolvere il conflitto», racconta,  «ricordo che chiamai i miei genitori e gli dissi tutto. Ma nessuno aveva idea di cosa stesse succedendo [...] Ho sofferto in silenzio per mesi, confinata nella mia stanza». Lo psicologo da cui la portarono, «in linea con le correnti psicologiche attuali», dichiarò si trattasse “varietà sessuale” e sebbene i suoi ragionamenti non convincessero particolarmente Doreena, non le restò che credergli e quietarsi la coscienza.

La fuga e il sadomasochismo.

Poco dopo, seguì il periodo delle discoteche e dei locali gay – fu lì che conobbe Martina, lei «aveva trent’anni ed io quindici, con tutto quello che può implicare». In seguito alla degenerazione della situazione familiare che diventava, di giorno in giorno, più insostenibile, «carica di stupida ingenuità, presi le mie cose e andai a vivere con Martina». Ma le cose non migliorarono, anzi. Martina, «non era così buona come pensavo», ma portava con sé problemi d’alcolismo e una gelosia morbosa. Due anni dopo, nel cui frattempo la relazione era arrivata ai limiti del sadomasochismo, un violento litigio pose fine alla convivenza, «non la rividi ma più».

Il primo “matrimonio”.

Diciannovenne, Doreena conobbe Erika, mamma peraltro di una bambina, Julieta. «Fu, come, trovare il calore di una casa dopo tanto freddo e cinismo», racconta, tant’è che «presto diventammo spose e organizzammo un piccolo matrimonio tra amici». Ma il “matrimonio” non durò a lungo. Dopo il primo anno, Doreena scoprì che veniva considerata come una domestica dalle mamme della classe di Julieta, «questo mi ha infastidito molto [...], sentivo il bisogno di essere madre». Non passò molto che la relazione fu troncata, «non riuscivo a credere che l’amore era così banale nel mondo gay. Ho sentito una grande delusione». Nel frattempo, una verità si andava insediando nella testa di Doreena, i bambini necessitano di un padre e di una madre – una convinzione maturata attraverso l’esperienza con Julieta. La quale, mai conobbe una figura maschile in famiglia e «quando la madre non c’era, ogni tanto l’afferrava una tristezza enorme, che conoscevo solo io: sentiva terribilmente la mancanza del padre».

La svolta e la conversione.

Risolta la complicata separazione con Erika, Doreena tornò a vivere, «stanca della vita», con i suoi genitori.«Tutto sembrava inutile, privo di senso. Sentivo di aver perso i miei anni in qualcosa che, ovviamente, non poteva finire bene». Ma da lì a poco, tra alti e bassi, ci sarebbe stata la svolta: «Ho iniziato a leggere la Bibbia, [...] ad andare in chiesa [...] e partecipare alle attività pastorali». Tagliati tutti i collegamenti con l’ambiente omossessuale, due anni dopo, decise d’entrare in terapia riparativa per la cura dell’omosessualità, i cui progressi, «a piccoli passi, lenti ma sicuri», non si sono fatti attendere. «Ora, [...] Non mi sento vuota. Mi sento in pace con Dio. Sono fidanzata con una persona che mi ama e, se Dio vuole, ci sposeremo. [...] Dio ci precede, sempre avanti, senza mai perdere la speranza», conclude Doreena.

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10/2/2012 10:24 PM
 
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Dal luteranesimo al cattolicesimo:
una imprevedibile conversione

Ron è americano, convertitosi al cattolicesimo dal luteranesimo nel 2004. Nulla della sua vita avrebbe fatto presagire un cambiamento simile. “Lo Spirito Santo ha un gran senso dell’umorismo”, dirà poi. E’ stato cresciuto in una famiglia di forte tradizione luterana (sua madre divenne “pastora” luterana nel 1985), lui stesso fece parte di varie organizzazioni giovanili protestanti. Nel 1989 si sposò con Theresa, una cattolica non praticante, secondo il rito luterano.

Chiaramente Ron non aveva la minima intenzione di abbandonare la propria fede, così iniziò a portare spesso la moglie in chiesa affinché abbracciasse anche lei il protestantesimo. Ma non andò come sperava, infatti la moglie dopo qualche anno ricominciò ad interessarsi delle sue radici cattoliche, riscoprendo la propria fede e decidendo di riaccostarsi ai sacramenti. Quando nacque il loro primo figlio, William, decisero di battezzarlo secondo il rito luterano, ma arrivato all’età di sette anni i genitori lo portarono in una scuola cattolica, affinché potesse ricevere la migliore educazione possibile (penso faccia riflettere vedere come anche i protestanti vedano di buon occhio l’educazione impartita dai cattolici). Dopo solo un anno William domandò di poter ricevere la Prima Comunione.

Nonostante all’inizio uscisse addirittura di casa piuttosto che vedere la famosa rete televisiva cattolica, la EWTN, Ron cominciò lentamente a seguire le trasmissioni assieme alla moglie, allontanando così molti dei suoi pregiudizi anticattolici, tanto da portarlo addirittura a frequentare sporadicamente la Messa domenicale con la moglie e il figlio, senza comunque dimenticare la sua comunità. Avveniva talvolta che durante la messa si sentiva “pieno di gioia” durante una preghiera, un inno, o durante la consacrazione. Notò anche con grande interesse che la liturgia luterana nulla aveva di così sacro e mistico.

Questo lo mosse a interessarsi ancora di più, iniziò a leggere libri su libri, riscoprì la devozione ai santi e alla Madonna, comprese la presenza reale di Cristo nell’Eucarestia  adottò anche la recita del Rosario. Ma di tutto questo suo itinerario nessuno sapeva niente, né la moglie, né la comunità luterana. Nel 2002 realizzò di essere spiritualmente e mentalmente cattolico, ma temendo la reazione della sua famiglia d’origine, totalmente luterana, rimase nel silenzio, finché non avvenne un fatto nella scuola del figlio. All’età di dodici anni William decise, contro tutte le tendenze dei ragazzi della sua età, di organizzare in totale autonomia un Rosario per i giovani della sua scuola. “L’orgoglio che provavo per mio figlio fece esplodere la vergogna per le mie paure”racconta Ron, indicando questo momento come decisivo per la sua conversione pubblica.

Nella primavera del 2003 arrivò dalla parrocchia di sua moglie una lettera del parroco che invitava la famiglia a partecipare al catechismo. La lettera rimase per un mese sulla scrivania, ma alla fine Ron si decise e raccontò alla moglie il cammino degli ultimi anni, dandole una gioia incredibile. Non passò troppo tempo che rivelò la sua conversione anche ai suoi parenti.

Dopo aver iniziato il corso da catecumeno, durante la Pasqua del 2004 ha fatto il suo ingresso nella Chiesa Cattolica con entusiasmo fanciullesco. Così scrive oggi Ron guardando la sua vita:”Non potrò mai dimenticare l’esempio di mio figlio, che fece passare l’azione dello Spirito Santo in me”. L’uomo potrà rimanere testardo sulle proprie decisioni tutta la vita, ma se si lascia guidare dalla letizia che muove la Verità, non potrà rimanere staccato da essa tanto a lungo!

Luca Bernardi

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10/15/2012 1:45 PM
 
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La conversione del leader ateo Josh Horn:
«un altro modo di vivere!»

Qualcosa del genere è accaduto durante la conversione cattolica di Josh Horn, presidente della “Secular Free Thought Society” – associazione di studenti non religiosi della Arizona State University-, da cui ovviamente ha dato le dimissioni due anni fa.

Cresciuto come cristiano battista, Horn si è allontanato dalla fede durante gli anni di scuola superiore a contatto per la prima volta con studenti non battisti e con il mondo secolare. Ha iniziato a studiare testi (scientifici in particolare, non di stampo creazionista) che prima non aveva avuto modo di poter avere. In un mese è divenuto deista, e poco dopo è avvenuta la transizione all’ateismo«Ero rabbioso e avevo assunto una sorta di mentalità vittimista», ha ricordato. «Ero abbastanza ostile verso le religioni in generale, mi sono dato la missione personale di dimostrare a tutti che ogni religione era falsa». Grazie alla sua spiccata capacità razionale ha quindi aderito e ben presto scalato la vetta della “Secular Free Thought Society”, attrezzato con un ampio repertorio anticlericale e antiteista.

Tre mesi dopo essere divenuto presidente dell’associazione di non credenti, nel marzo 2010, Horn ha vissuto una esperienza religiosa durante la lettura di una preghiera cattolica. «Il miglior modo per spiegarlo», ha raccontato, «è che non soltanto percepivo e sperimentavo qualcosa, ma percepivo e sperimentavo qualcosa di particolare e un modo completamente nuovo di vivere. Ed è stato il fatto che si trattava di un modo nuovo che era strano, molto più che l’interazione con qualcosa di nuovo. L’unica parola che posso usare è un senso mistico, non l’avevo mai provato. Non avevo mai percepito nulla in quel modo prima e vorrei sostenere che quello che ho percepito misticamente era Gesù Cristo».

Ecco dunque che anche nel suo racconto ritorna quell’apertura degli occhi e del cuoredi cui si è accennato all’inizio: «E ‘stato un modo completamente nuovo di vivere la realtà, per cui non c’è analogia con qualsiasi altra cosa che ho vissuto, e per questo è molto difficile da spiegare», ha proseguito il giovane convertito. In questo caso la conversione è come se fosse stata “subita”: «Ero infastidito da ciò che era accaduto, e spaventato – non confortato per niente. Io non pensavo fosse possibile. Accade e tu ti rendi conto che questo ti obbliga a cambiare immediatamente vita e l’intera strada che si era intrapresa». Come già detto, Horne si è dimesso dalla presidenza di “Secular Free Thought Society” il giorno successivo.

Le reazioni dei suoi ex compagni di fede non sono state rispettose, come già avvenuto nel 2004 per la conversione dell’ex leader dell’ateismo scientifico Antony Flew (definito pazzo e “vittima dell’Alzheimer” dal suo “figlio spirituale”, Richard Dawkins). «Ci sono stati suggerimenti sul fatto che ero malato di mente», ha detto Horn. «Me lo aspettavo, ho vissuto una intensa esperienza interiore e questo gruppo è basato interamente sul suo rifiuto. Ho deciso di andare avanti con la mia vita»Averroè Paracha, un altro ex presidente della “Secular Free Thought Society” e amico intimo di Horn ha confermato la persecuzione subita dopo la conversione, e spiegando che localmente è stato uno scandalo: «La maggior parte della nostra posizione era antireligiosa, quasi molesta verso le persone religiose. Il nostro club era famoso per questo. La conversione di Horn è diventato una sorta di convalida per gli altri gruppi cristiani nel campus».

Oggi, a due anni di distanza, Horn si è pienamente immerso nel cattolicesimo, non ha perso nulla del suo fervore. E’ contento di essersi lasciato alle spalle la rabbia corrosiva che sperimentava prima, svolge un intenso lavoro di  volontariato presso l’ASU’s All Saints Newman Center, legge i Padri della Chiesa e San Tommaso d’Aquino, ed è divenuto unacassa di risonanza verso i nuovi convertiti: «Aristotele diceva che lo scopo di un buon flauto è l’essere suonato bene. Io penso che lo scopo di una buona storia è quella di essere raccontata».

In questi giorni sul sito web www.ratiochristi.org è comparsa la testimonianza di uno studente, anche lui convertitosi al cattolicesimo. Quest’estate ha creato sorpresa la conversione cattolica di Leah Libresco, nota bloggert di “Patheos Atheist Portal”.

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10/20/2012 10:32 PM
 
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Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz:
«studiando filosofia sono divenuta credente»

Il premio Nobel per la chimica, Melvin Calvin, ebbe ad affermare: «Nel cercare di discernere le origini della convinzione sull’ordine dell’universo, mi pare di trovarle in un concetto fondamentale scoperto duemila o tremila anni fa, ed enunciato per la prima volta nel mondo occidentale dagli antichi ebrei: ossia che l’universo è governato da un unico Dio e non è il prodotto dei capricci di molti dèi, ciascuno intento a governare il proprio settore in base alle proprie leggi. Questa visione monoteistica sembra essere ilfondamento storico della scienza moderna» (M. Calvin, “Chemical Evolution”, Oxford 1969, pag. 258).

La scienza nasce dall’alveo della religione cristianacome abbiamo visto, ed è un dato di fatto anche per i nemici dei credenti come Peter Atkins, il quale ha a sua volta riconosciuto: ««la scienza, il sistema di credenze fondato saldamente su conoscenze riproducibili e pubblicamente condivise, è emersa dalla religione» (P. Atkins, “The limitless power of science”, Oxford University Press 1995, pag. 125).

Ma non soltanto l’indagine scientifica è debitrice della religiosità , ma anche quellafilosofica. Lo ha spiegato molto bene Hanna-Barbara Gerl-Falkovitz, filosofa e presidente dell’Istituto europeo di filosofia e religione a Heiligenkreuz, in un’intervista per l’Osservatore Romano«con Cusano mi fu chiaro che la grande filosofia si nutriva normalmente di un potenziale religioso. La stessa critica della religione di Nietzsche si lasciava leggere come “mistica negativa” (Henri de Lubac). Da un punto di vista fenomenologico Dio era da trovarsi indirettamente nel “mondo del fenomeno”; qui incontrai Romano Guardini ed Edith Stein. Entrambi furono miei maestri postumi. Il cuore del mio lavoro è il XIX e il XX secolo perché vi si concentra un grande lascito: la filosofia della religione».

La Gerl-Falkovitz, già docente presso le Università di Monaco di Baviera, Bayreuth, Tubinga e Eichstätt, dal 1993 al 2011 ha retto la cattedra di filosofia della religione e scienza religiosa comparata all’Università tecnica di Dresda, mentre dal 2011 -come già detto- presiede l’Istituto Europeo di filosofia e di religione presso l’Istituto Superiore filosofico-teologico Benedetto XVI, a Heiligenkreuz (Vienna). Durante l’intervista ha citato anche il celebre Edmund Husserl, spiegando che «quasi non parlò di Dio, ma molti dei suoi allievi si convertirono al cristianesimo», ha affrontato il pensiero diIldegarda di Bingen che Papa Benedetto XVI dichiarerà Dottore della Chiesa e ha rivelato anche qualcosa di sé.

«Da adolescente ho fatto parte di un gruppo giovanile cristiano», ha raccontato la filosofa tedesca, « lì abbiamo potuto esprimere la nostra critica alla Chiesa, manifestare la nostra saccenteria ed essere guidati intelligentemente da una giovane teologa a una riflessione più profonda. Queste discussioni aperte, ma anche le sante messe, sono state importanti per il mio ancoraggio nella fede. La riflessione filosofica mi ha illuminata e ha rafforzato molte proposizioni della fede non chiare: sono diventata veramente credente studiando filosofia. Perciò oggi insegno anche fenomenologia, perché so che conduce a verità profonde con l’”apprendere a guardare”. Si deve cambiare solo lo sguardo, allora si vedono le Verità di Cristo. Già nella patristica è stato detto: “Tutte le luci della terra di Grecia brillano per il sole che si chiama Cristo”».

Nella sua riflessione ha trovato spazio anche una critica alla moderna “ideologia del gender”, una tesi pericolosa e profondamente contraria alla dignità e diversità della donna«mi sono occupata obiettivamente di teologia femminista fin dagli anni Settanta, soprattutto di storia delle donne e dell’”immagine” maschile di Dio. Quandol’ideologia si indirizzò verso la “liturgia delle donne” e la costruzione arbitraria di un preteso “matriarcato”, divenni critica: una serie di ideali suonavano irreali e piuttosto zoppi. Considerai criticamente anche Simone de Beauvoir con la sua proposta dimascolinizzazione della donna e, soprattutto, l’ideologia del gender, che hadegradato il corpo alla corporeità neutrale. Ildegarda di Bingen già aveva considerato il corpo con molta serietà. Si può apprendere dalla storia delle donne cristiane molto di buono su questo argomento, ora dimenticato».

Infine una lode al Pontefice: «Con Joseph Ratzinger il Logos cristiano si desta a una vita inattesa. Questo “salva” non solo l’antica e primitiva Chiesa nel presente, ma la salva anche dallo scrollarsi dalle spalle la verità. Il Papa parla da una religiosità del pensiero: la conversione alla realtà».

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11/11/2012 11:31 PM
 
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Attualmente collabora con il Maestro don Antonio Parisi,
alla guida del coro della Diocesi di Bari e della Scuola
di Musica Sacra di Bari. Si occupa di pastorale carceraria,
e di laboratori di musica per bambini, presso il centro diurno
“ Volto Santo” delle S.F.A.
Docente di Liturgia (2005) e di Vocalità( 2006) presso l’Istituto Diocesano
di Musica Sacra di Bari. Ha inciso diverse registrazioni di musica sacra
e liturgica.

http://www.frammentidiluce.org/?page_id=287

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12/6/2012 9:52 PM
 
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«Eravamo lì per guardare e lasciarci stupire»

 

04/12/2012 - Una cassiera che diventa volontaria, un nigeriano che raccoglie elemosina e la spende per riempire il sacchetto. Tante le storie e tutte parlano di una gratuità inaspettata. «Dell'impatto con un gesto che mi ha scosso», come racconta Davide...

CIO' CHE CAMBIA IL CUORE
Carissimi responsabili regionali, carissimi amici,
sono realmente commosso nel leggere le tante testimonianze che mi stanno arrivando dopo la Colletta di quest’anno. Ogni giorno ne pubblicheremo di nuove sul sito internet: leggetele e invitate tutti a leggerle, perché quest’anno siamo stati spettatori attivi dell’opera di Dio nella storia; che ha cambiato e sta cambiando il cuore di tantissimi, a partire dal mio. Ci tengo a dirvi, per ringraziarvi di tutto il lavoro fatto anche dentro una situazione sicuramente molto difficile come quella di quest’anno, le due scoperte che ho fatto. 
La Colletta è stata per me un’occasione formidabile, chiara, limpida per riscoprire che la vita non è mia, per riscoprire che io non mi faccio da solo: tutto mi è dato, regalato, a partire dalla vita stessa. Per questo motivo quando riusciamo anche noi a dare qualcosa gratuitamente - che sia il cibo donato o le ore passate a fare il volontario per chi non aveva proprio soldi per fare la spesa - ci sentiamo più noi stessi, riscopriamo di più chi siamo e cosa siamo al mondo a fare: riscopriamo la grandezza del nostro cuore che è fatto per l’infinito. Questo testimoniano tantissimi fatti successi quest’anno durante la Colletta.
Anche tutto il cibo del mondo (e quest’anno è stato uno spettacolo riuscire a fare 22 tonnellate in più) non potrà mai saziare quel bisogno, quel desiderio infinito riscoperto sabato: solo Dio presente nella realtà può rispondere al cuore dell’uomo. Come mi ha scritto Marco, un ragazzino di 14 anni: «Non si imballa o si smista o si chiede aiuto alle porte di un supermercato a sconosciuti per qualcuno di "più piccolo" da aiutare, ma per qualcosa, o meglio Qualcuno, di abissalmente più grande di noi». 
Grazie a tutti per il prezioso aiuto: a chi ha fatto il turno di 2 ore, a chi è rimasto sino a notte fonda nei magazzini a stoccare tutto il cibo, a chi ha fatto la spesa.
Vi chiedo di far avere questo mio ringraziamento a tutti i volontari.
Federico Bassi, Responsabile “Giornata Nazionale della Colletta Alimentare”


NEL PARCHEGGIO DI USSE
Ho fatto il volontario della Colletta in un supermercato di Vedano. In quel supermercato non servono tante persone perché è piccolo e poco frequentato, per cui può capitare che ci siano anche dei momenti “morti”. La gente che va lì a fare spesa non è benestante, per cui temevo che avrei fatto un po’ fatica a proporre il gesto e che quindi avrei raccolto poco. Il ritrovo al era per le 8 di mattina. Dopo che abbiamo montato il gazebo e i tavoli d’appoggio per gli scatoloni, con gli amici che erano lì con me abbiamo affidato la giornata del Banco con un momento di preghiera. E poi, ognuno al proprio posto di combattimento. Io mi sono messo a volantinare alla gente che entrava nel supermercato proponendole la Colletta.
A un certo punto, mi accorgo di un ragazzo di colore che arriva al supermercato con la bici. La lega nell’apposito parcheggio ma non entra a fare la spesa. Ci guarda un po’ e poi rimane lì fuori. Dopo un po’ che lo guardavo ho detto a Gigetto: «Mi sa che gli abbiamo occupato il suo posto. Questo qua sarà uno di quelli che sta nei parcheggi a chiedere l’elemosina».
Era proprio così. Per guadagnare qualche spicciolo offriva il suo aiuto per svuotare i carrelli e per mettere le borse della spesa nel baule delle macchine. Si vedeva che era gentile con le persone e non era per nulla invadente. Parlava raramente e, quando il suo aiuto veniva rifiutato, si allontanava tranquillo senza insistere. Faceva il suo “lavoro” e noi eravamo lì per la Colletta a fare il nostro.
Alle dieci vado via dal supermercato. Torno alle dodici e mi rimetto a proporre il gesto della Colletta dando ancora foglietto e sacchetto.
Lui era ancora lì, con la sua gentilezza, che cercava di aiutare la gente a svuotare i carrelli. Tutto fila liscio fino all’ora di pranzo. Ecco, quell’uomo di colore, che è lì a chiedere l’elemosina si avvicina, mi chiede un sacchetto ed entra al supermercato. Quando esce ha il sacchetto pieno di roba per la Colletta. Poi si allontana e va a mangiare il suo pranzo in piedi, sopra la fila di carrelli. Il suo pranzo consiste in un po’ di pane senza nulla, una lattina di Coca, e una bottiglia d’acqua.
Come un fulmine a ciel sereno, dopo aver visto questa scena, mi sono sentito asfaltato. Per me, è stato un impatto con un qualcosa di eccezionale. Mi sono sentito come scosso, ferito da quel gesto.
E anche altri volontari hanno accusato il colpo.
Da quel momento in poi si rompe un po’ il ghiaccio. Ognuno di noi cercava, proponeva di fare qualcosa per quel ragazzo. Allora lo abbiamo invitato a mangiare con noi, almeno poteva stare seduto e avere un tavolo su cui appoggiare le sue cose.
Finito di mangiare il suo pane, ha raccolto le briciole che erano cadute per terra, in modo da lasciare pulito. Nel pomeriggio ci dà una mano a caricare il camion. Poi dopo aver notato che il sacchetto che usavamo come pattumiera era pieno, ce l’ha svuotato, senza dire una parola. Gli avevamo detto di non preoccuparsi e che l’avremmo svuotato noi ma senza dirci nulla l’ha fatto lo stesso. Tutti, tra quelli che erano lì, hanno percepito l’eccezionalità di quella persona.
Tra le poche parole che ci ha detto, abbiamo scoperto che viene dalla Nigeria, ha una moglie, un figlio e che è in Italia solamente da due anni. È scappato dalla sua terra perché è cristiano e nel suo Paese i cristiani sono perseguitati. Ma il dialogo è durato poco perché non sapeva la lingua e poi ha ripreso a fare il suo “lavoro”. A fine giornata gli abbiamo lasciato una borsa di alimenti appena raccolti, e siamo rimasti d’accordo che sarebbe venuto al centro il mercoledì, quando c’è il Banco di solidarietà.
Quell’incontro, per me, non si è esaurito con quel gesto e quella proposta.
Alla sera quando con mia moglie ripensavamo alla giornata, ci siamo chiesti che cosa ci avesse colpito tra tutti i fatti che ci erano capitati. Per entrambi la risposta è stata: «Usse». Ecco come si chiama quell’uomo!
E ripensando a lui mi è sorta una domanda: «Ma chi è costui?». E poi il pensiero va a Cristo. «Ma chi è costui?», Cristo.

Ma con che modalità mi si è presentato sabato? Con che modalità mi ha provocato. Ed è stato anche evidente che non è stata una mia iniziativa. Anzi. Tutto è partito dall’iniziativa di un Altro. È accaduto proprio così.
Lì, è stato lui, Usse, a fare il primo passo e a stupirci, noi non potevamo far altro che guardare e lasciarci stupire.
Se fosse stato per me sarei andato via dalla Colletta con l’idea che quel ragazzo era solo un «negretto che raccoglie l’elemosina». E magari sarei rimasto deluso della giornata perché si sono raccolte poche scatole. In realtà mi sono accorto che ho “raccolto” tantissimo. 
A pensarci, il modo con cui sabato sono stato richiamato dal Mistero mi ha fatto intuire e riassaporare l’amore e la tenerezza con cui sono amato da Dio. Ogni volta che faccio questa esperienza mi sento rinascere.
Davide, Biassono


NO, NON SI PUO' NON FARE LA COLLETTA!
Carissimi amici,
Nei giorni di preparazione della Colletta, avendo un maggior numero di punti vendita da gestire rispetto allo scorso anno, ho proposto a Vanni di gestire come capo equipe due supermercati.
Vanni accetta senza problemi, perché i due punti vendita sono molto vicini tra loro e può contare su un elevato numero di volontari.
Ad una settimana dal Banco, Vanni scopre che il sabato della Colletta nella sua parrocchia ci saranno un matrimonio, un funerale e degli incontri che dimezzano le presenze dei volontari, tanto da creare un po’ di disagi al suo stessosupermercato.
Cerchiamo di risolvere la situazione ma i risultati sono scarsi. Venerdì, alla vigilia della Colletta, sento Vanni e mi dice che gli unici volontari che avrebbero coperto gran parte della giornata disdicono la loro presenza al Banco. Alle 18 di quel venerdì capiamo che non riusciamo a gestire i due supermercati e scegliamo di abbandonarne uno. Vanni decide di andare a parlare con il direttore che già in passato ci aveva detto di non essere molto interessato alla Colletta.
Arriva e scopre che c'è una nuova direttrice. Le spiega la situazione e lei ne rimane molto sorpresa. Alla conversazione assiste anche Angela, una cassiera, che d’impeto dice: «No! Non si può non fare la Colletta. Se il direttore mi autorizza do la mia disponibilità per tutto il giorno e chiedo a mio figlio se mi aiuta».
In poche ore cerchiamo di recuperare un po’ di volontari. Vanni farà da riferimento per il mattino e nel pomeriggio chiediamo ad Andrea e a Claudio di fare i capi equipe anziché venire ad aiutarci al magazzino.
Si arriva a sabato mattina. Angela e suo figlio sono un vero spettacolo ai nostri occhi. Il figlio di 17 anni che da programma avrebbe dovuto aiutarci solo al mattino rimane con noi fino alla chiusura. Vanni e Ulisse stanno con la madre e durante tutto il giorno le raccontano di come le famiglie in difficoltà vengono aiutate ricevendo il pacco. Alla sera sono tutti stanchi ma contenti. E anche i numeri portano la loro soddisfazione. Abbiamo raccolto quasi il 10% in più rispetto al 2011.
Andrea lascia ad Angela il suo numero con la promessa di risentirla.
La mattina dopo Angela chiama Andrea e gli dice: «Quando ci vediamo per portare il pacco?».

Lettera firmata


IL PUNTO DI PARTENZA
Quest’anno, per il giorno della Colletta, mi è stato chiesto di occuparmi della segreteria, per cui il lavoro si è esteso, oltre alla giornata di sabato, anche alle settimane precedenti per la relativa organizzazione. I programmi erano questi: io ed altri due segretari saremmo rimasti presso la sede del Banco Alimentare per coordinare i volontari della città e risolvere eventuali imprevisti sorti nel corso della giornata.
Sabato mattina, arrivati in sede, ci siamo accorti, tramite diverse telefonate, che i volontari di alcune associazioni presenti nei vari supermercati non avevano ben chiaro il lavoro da svolgere. Soluzione: raggiungerli ed accostarci a loro per una mezz’oretta, in modo che imparassero da noi. Detto, fatto.
Rientrati nuovamente alla base si è presentato un secondo problema: da mezzogiorno alle tre del pomeriggio un supermercato sarebbe rimasto totalmente scoperto, a causa della disdetta improvvisa di alcuni volontari. Soluzione: io ed un altro segretario ci siamo recati sul luogo per prendere il posto dei volontari assenti.
Terminato anche questo secondo turno, mentre stavo tornando alla sede del Banco Alimentare, mi sono resa conto che, sebbene quest’anno la Colletta fosse stata organizzata senza l’ausilio delle buste, la loro assenza non aveva affatto rappresentato un problema. Non mi sono nemmeno accorta che la mia proposta aveva qualcosa di diverso rispetto all’anno scorso, quando, avvicinandomi alla gente, porgevo anche la busta. Ma quello che mi muoveva liberamente e lietamente, anche di fronte all’imprevisto, era una smisurata gratitudine verso il Signore per tutto quello che dalla scorsa Colletta fino ad oggi mi aveva dato e stava continuando a darmi, permettendomi di esserci e partecipare anche a questa sedicesima edizione.
Poi ho pensato: «Il giorno della Colletta è come il rapporto con la compagnia. Hai due possibilità: partire dai tuoi schemi e lamentarti, notando solo ciò che manca (come le buste); oppure partire da Chi ti sta dando la vita ora e ti sta permettendo di fare un cammino ora, attraverso la presenza dei tuoi amici e della realtà tutta, quindi partire da un profondo senso di gratitudine». Che differenza abissale di posizione.
Ringrazio il Signore per aver deciso di darmi la possibilità di partecipare alla Colletta, anch’esso strumento necessario per la mia maturità, ma soprattutto per capire qual è il vero punto di partenza della mia strada. 
Roberta, Reggio Calabria

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3/1/2013 1:52 PM
 
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LETTERA A MIA FIGLIA

 

«Mentre ancora parlava, dalla casa del capo

della sinagoga vennero a dirgli: “Tua figlia

è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?”.

Ma Gesù, udito quanto dicevano,

disse al capo della sinagoga: “Non temere,

continua solo ad aver fede!”. […] Presa la

mano della bambina, le disse: “Talità

kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico,

alzati!”. Subito la fanciulla si alzò.»

Mc 5,35-43

 

Carissima Caterina,

c’è sempre un immenso struggimento in ciò che un padre vorrebbe dire a una figlia e ancora di più nel nostro caso perché quello che ci è accaduto e che viviamo ha ingigantito tutti i sentimenti e ora non riescono più a stare dentro le parole.

E nemmeno dentro ai silenzi.

È difficile per tutti, in questi casi, aprire il proprio cuore perché quei sentimenti straripano fuori alla rinfusa e cozzano fra loro. E lo è per me specialmente, perché conosco la tua assoluta refrattarietà a questo tipo di confessioni e dichiarazioni. Che certo tu, per sottrarti alla commozione, bolleresti – con un incurante sorriso – come «enfatiche».

Tu che ridendo mi «ordini» sempre di volerti bene stando zitto. Hai ragione. Ma voglio abbracciarti egualmente con la gioia di queste parole, perché quel giorno atroce pensai…

 

“Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;

imballate la luna, smontate pure il sole;

svuotatemi l’oceano e sradicate il bosco;

perché ormai nulla può giovare” (1).

 

Mentre oggi che sei tornata, oggi che ci sei stata restituita, su ogni alba trovo scritto il tuo nome, per me ogni sole a mezzogiorno brilla con i tuoi occhi, ogni brezza mi ricorda il tuo pianto, ogni notte fa riecheggiare il tuo canto e il tuo sorriso illumina e cura tutte le mie ferite.

No, la Felicità non si è scordata di noi. È sulla strada, sta tornando, ci ha già fatto arrivare i suoi messaggeri e io su ali d’aquila andrò a cercarla affinché non si attardi.

Perché affretti il suo passo chiederò ai venti di aiutarne il cammino, alle stelle di segnarle la via, incaricherò la luna di non farla assopire, alla primavera domanderò di vestirla a festa.

Colui che ha promesso, Colui a cui sei cara, manterrà la Sua parola, perché essa non può fallire, è stabile più della terra, certa più della luce del sole. Perché è già realtà.

Supplicherò tutte le schiere degli angeli perché la loro Regina ci renda pronti e degni. Perché affretti i giorni della consolazione. Mentre noi – che apprendemmo un po’ di umiltà dal dolore – impariamo ora la saggezza dal tuo silenzio, Caterina, la fede dal tuo coraggio, la speranza dalla tua allegria, la carità dalla tua pazienza.

Tua mamma un giorno ti ha detto: «Cate, sei un mito, per me. Sei il mio mito!». E tu sai di esserlo per tutti noi. Sei il nostro orgoglio e la nostra forza. Non finirò mai di ringraziare il Cielo per averci dato una figlia come te. E per averti ridonata a noi quando sembrava che ci fossi stata tolta.

Io ho riempito il mondo del tuo nome, l’ho scritto in cielo e in terra, sui libri e nei cuori, lo scriverò su ogni fiore che spunterà la prossima primavera e lo farò sussurrare al mare.

E sono certo che…

 

“Il più bello dei mari e quello che non navigammo.

[…] I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di più bello

non te l’ho ancora detto” (2).

 

il tuo babbo

 

3/5/2013 8:55 AM
 
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Conversione a Cristo di un giovane musulmano
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6/21/2013 8:53 AM
 
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Il filosofo Williams:     la conversione
dal buddhismo al cattolicesimo

Tra i massimi studiosi europei delle religioni orientali vi è Paul Williams, professore emerito di “Filosofia indiana e tibetana” presso il Dipartimento di Teologia e Studi religiosi dell’Università di Bristol, per oltre 30 anni è stato uno delle maggiori autorità accademiche sul buddismo. Tuttavia nel 1999 si è convertito con grande sorpresa al cattolicesimo, dopo aver seriamente riflettuto sul karma e l’aldilà.

Lui stesso era un convinto buddista, intellettuale e professionista fino alla conversione che, come dicevamo ha sorpreso i suoi allievi, colleghi e familiari. La rivista buddhista inglese, Dharmalife, la prese davvero male scrivendo:«Williams è uno dei principali studiosi inglesi del buddismo e un praticante buddista da molti anni. Come stupefacentemente è stato udito, ha deciso di diventare cattolico. Cattolicesimo!».

Nel 2002 ha pubblicato un libro con la sua testimonianza di conversione e riflessioni dove racconta come sia stato educato da anglicano, ma dopo la laurea in filosofia buddhista ha abbandonato. Scrive: «Nel 1973 ero tranquillo: avevo studiato il buddismo e sembrava coerente, Dio non era necessario ed ero considerato come un buddista». In qualità di professore ha creato la sua cerchia di buddisti. «Ho praticato la meditazione buddhista tenendo conferenze nelle riunioni, nei talk show e partecipando a dibattiti pubblici con il cattolico dissidente Hans Küng. Non credevo in Dio…o meglio, non sembrava esserci ragione di credere in Dio e l’esistenza del male era per noi un argomento positivo in questo senso. Nel buddismo si ha un sistema di moralità, spiritualità e filosofia immensamente sofisticato (ed esotico), non hai bisogno di Dio per nulla».

Nel cosiddetto buddhismo occidentale, spiega il docente in un articolo recente su Religion en Libertad,  alcuni leader buddhisti promuovono la “bestemmia terapeutica” per facilitare il distacco dal background cristiano, le cose offensive sono considerate sacre nella loro cultura. Anche altre cose sono sempre rimaste poco ragionevoli per Williams: l’infinita reincarnazione, anche in forme di animali e per sfuggire a tutto questo -che anche loro considerano terribile- il buddismo insegna che è possibile raggiungere l’illuminazione, il nirvana, la perfezione assoluta in questa vita e il distacco, cosa però rarissima e suprema. L’inesistenza di una spiegazione al dolore innocente è poi la cosa che lascia davvero spaesati: «non può essere visto come soddisfacente. Il buddhismo non aveva speranza per me. I cristiani hanno invece speranza, così ho voluto tornare ad essere cristiano. Mi sono reso conto che è razionale credere in Dio, molto di più del non credere».

Dopo aver esaminato la chiave del messaggio cristiano, la resurrezione di Gesù, «sono rimasto sorpreso di scoprire che la risurrezione letterale di Cristo dai morti dopo la sua crocifissione è la spiegazione più razionale di quello che è successo. Questo ha reso il cristianesimo l’opzione più razionale delle religioni teistiche, e come cristiano ho sentito che la priorità dovrebbe essere data alla Chiesa Cattolica. Il cristianesimo è la religione del valore infinito di ogni persona. Ogni persona è una creazione individuale di Dio. Qui sta tutta la morale cristiana dal valore di altruismo della famiglia e del sacrificio dei santi». Oggi Paul Williams è un domenicano laico e un grande ammiratore di San Tommaso d’Aquino, anche se continua ad essere professore e specialista di Buddismo.

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9/5/2013 4:32 PM
 
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«Ero buddhista, oggi sono cattolica e posso perdonare»

Claire LyCome altri due milioni di cambogiani, sterminati tra il 1975 e il 1979, la famiglia di Claire Ly è stata uccisa dalla follia ideologica dei Khmer rossi di Pol Pot. Claire insegna Buddismo all’Istituto di scienze religiose e teologia di Marsiglia e ha raccontato la sua storia al recente “Meeting” di Rimini, organizzato da Comunione e Liberazione.

Il senso del dolore e della sofferenza ha contraddistinto la sua vita. «Io ero buddista», ha raccontato, «però rifiutavo la legge del Karma secondo cui tutto quello che di male ci succede è frutto di azioni negative compiute in passato. I miei familiari non potevano essere responsabili di quell’orrore. Ecco perché durante gli anni in gulag, dove ho subito ogni tipo di privazione e ho dovuto partorire senza medico, mi sono creata un capro espiatorio da incolpare: il Dio degli occidentali». Gli anni dal 1975 al 1977 li ha passati ad insultare Dio, incolpandolo di tutto il male avvenuto in Cambogia.

Nel 1980 la filosofa è riuscita a fuggire in Francia come rifugiata politica, sopravvivendo «grazie alla carità degli altri, mi sentivo inferiore e quindi avevo paura dei francesi». Accolta nel sud del paese da un curato cattolico e un pastore protestante, non avendo i soldi per comprarsi nulla, iniziò a leggere i giornali e le riviste che il sacerdote cattolico non riusciva a vendere nella sua parrocchia: «Lui eliminava sempre le pagine “troppo cattoliche”, per non disturbarmi», ha spiegato. «Non ha mai cercato di convertirmi. Ma un giorno non ne ha trovato il tempo e io mi sono ritrovata a leggere l’enciclica di Giovanni Paolo II sulla misericordia». Incuriosita “intellettualmente” da quel testo, Claire ha deciso di andare alla fonte dell’enciclica aprendo il Vangelo: «Fu allora che Gesù cominciò a sedurmi con la sua umanità», racconta sorridendo.«Sono rimasta stupita dal vedere quanto Gesù fosse un esiliato come me, nato in viaggio, in una grotta perché per lui non c’era posto in albergo».

Il desiderio della conversione nasce durante la prima Messa a cui partecipa: «Volevo vedere com’era e non ho capito quasi niente, se non che bisognava alzarsi in piedi e risedersi in continuazione. Poi è arrivato il momento dell’Eucarestia: tutti i miei vicini guardavano l’ostia e anch’io allora ho alzato lo sguardo. Lì per la prima volta ho sentito che Gesù, che avevasempre camminato con me fin dal tempo della Cambogia, mi chiamava non più ad ascoltare la sua parola ma a seguirlo. La cosa che mi ha colpito di più è che non me lo imponeva, me lo chiedeva. E io ho risposto sì, battezzandomi nel 1983». Grazie alla conversione è tornata alle sue origini «per cercare le tracce dei passi di Gesù nel Buddismo», scrivendo il libro “La Mangrovia. Una donna, due anime (Pimedit).

Il frutto più bello dell’approdo al cattolicesimo è stato donare il suo perdono agli assassini della sua famiglia: «Mia figlia non ha potuto conoscere suo padre, per questo un giorno l’ho portata nel luogo in cui venne assassinato. Lì, insieme, abbiamo recitato il Padre Nostro. Dopo quest’esperienza ho capito che Dio ci perdona come perdona chi ci ha fatto del male. Per questo, adesso, posso dire di averli perdonati. Ho poi spiegato a mia figlia che quando Gesù venne crocifisso non disse “vi perdono”, ma “Dio, perdonali perché non sanno quello che fanno”. Io e mia figlia abbiamo affidato a Dio le anime di chi ci ha fatto del male».

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10/21/2013 12:58 PM
 
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«Vivo felice senza gambe e braccia:
sono amato da Dio»

Nick“Quid animo satis?” si domandava Sant’Agostino? Cosa colma il cuore dell’uomo? Cosa ci rende felici? La salute? La forza? La libertà? No, non servono nemmeno le braccia e le gambe per esserlo. La storia di Nick Vujicic lo dimostra: per essere felici è sufficiente avere coscienza di essere figli di Dio e vivere la vita alla luce di tale consapevolezza.

Nick è un trentenne australiano nato senza arti superiori ed inferiori, è direttore di “Life Without Limbs”, un’organizzazione per i disabili. Dopo aver vissuto molte difficoltà, anche esistenziali, relative al suo handicap ha avuto la grazia di essere stato toccato da Dio, maturando una nuova concezione sulla sua condizione. Da qualche anno gira il mondo per incontrare i giovani aiutandoli a superare i problemi, piccoli e grandi, sui quali sempre più frequentemente rimangono incastrati, offrendo loro un orizzonte più ampio per guardare la vita. Un orizzonte di eternità, di speranza perché nonostante la cinica mentalità secolarizzata che li circonda, sappiano che c’è Qualcuno che li ama e li attende, così come sono.


«Quando riusciamo a dire “Gesù mi fido di te”, tutto il resto non conta più», spiega Nick nel video qui sotto. «Nient’altro era in grado di darmi pace come l’amore di Cristo. Neanche un paio di braccia e di gambe lo avrebbero fatto. Non ho trovato nessuna risposta veritiera al di fuori di Gesù Cristo, io non sono un uomo senza braccia e senza gambe, ma sono un figlio di Dio». Ed infine: «Io ringrazio Dio per non aver risposto alle mie suppliche quando gli chiedevo di avere braccia e gambe perché questa mia condizione fisica mi ha reso uno strumento di Dio in diverse parti del mondo portando negli ultimi 7 anni, attraverso la mia testimonianza, circa 200 mila persona ad incontrare Gesù per la prima volta. Come potrei preferire a questo il fatto di avere braccia e gambe?». Non c’è bisogno che cambino le circostanze, ci è data la possibilità di essere felici sempre, basta riconoscere di cosa e di Chi abbiamo davvero bisogno.


Il 12 febbraio 2012 Nick ha sposato una donna bellissima, Kanae Miyahara, e il 13 febbraio 2013 la coppia ha avuto un figlio, Kiyoshi James Vujicic.


 


Clicca per vedere il video su  Youtube

[Edited by Credente. 10/21/2013 12:58 PM]
10/25/2013 8:53 PM
 
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Emergere dall’ateismo di stato
usando la ragione 

 Il primo è Tianyue Wu, docente di filosofia alla Peking University: «Vengo da una famiglia di tradizione cattolica ma è stato difficile per me abbracciare la religione»ha raccontato«A scuola ci insegnavano che le religioni sono solosuperstizioni, dei mostri che appartengono a un passato morto e sepolto. La società cinese ècompletamente secolarizzata, vige il motto del “Carpe diem” e i cinesi, complice l’enorme crescita economica unita all’impoverimento spirituale, hanno ormai assunto un atteggiamento cinico e utilitaristico». Eppure, afferma, «dopo tanti anni di educazione atea la gente sente ancora il bisogno di conoscere qualcosa che vada oltre la vita terrena».

La Cina è un paese dove già i primi missionari faticarono «a introdurre l’idea di un Dio trascendente tra gente convinta che esista solo la vita sulla terra e niente di più», inoltre il«governo comunista ha peggiorato la situazione, assumendo l’ateismo come parte essenziale della sua ideologia, cacciando i missionari, chiudendo chiese e obbligando i preti rimasti a non esercitare la loro funzione». Anche dopo la morte di Mao e la riapertura delle chiese, «il clima in Cina è rimasto ostile alla religione. Questo rappresenta da una parte una difficoltà, dall’altra un vantaggio per un credente: si è costretti a interrogarsi sulle ragioni della propria fede e a prendere una profonda coscienza di sé».

«In una società secolarizzata come la Cina, credo che la ragione e il pensiero razionale di San Tommaso, Sant’Agostino e Aristotele rappresentino il modo migliore per accostarsi alla fede», per questo ha iniziato a tenere corsi su di loro anche se con pochissimo successo. Ma«se avessi mollato, trattando argomenti più alla moda, non avrei dato la possibilità ai miei studenti di scoprire quanto fede e ragione siano unite. E oggi sono tanti a frequentare i miei corsi»«Sono convinto», ha confessato, «che mostrando la razionalità della fede, anche attraverso la lettura della Summa teologica di san Tommaso, getto un seme nel cuore dei miei studenti che li aiuterà ad affrontare un periodo secolarizzato come il nostro, così carico di sfide».

 

 
Un altro ospite del “Meeting” è stato il russo Aleksandr Filonenko, fisico nucleare per formazione, teologo per passione e filosofo per professione. Anche lui ha fin dal principio rigettato il cristianesimo, ritenuto troppo noioso: «Ci avevano insegnato che la religione era niente più che una forma di compensazione. Se eri malato e debole, avevi bisogno della stampella della religione per camminare, se eri ateo, invece, potevi farne a meno. E io mi sentivo forte».

Qualcosa cambia a 20 anni dopo la lettura della storia di padre Pavel Florenskij, il filosofo, matematico e sacerdote russo condannato a dieci anni di lager: «Leggere come padre Pavel fosse riuscito a mantenere la sua vitalità di studioso e creativo persino nel lager mi ha profondamente colpito. Non ho potuto fare a meno di domandarmi: da dove viene la sua vitalità? E quando ho scoperto che veniva dal rapporto con Cristo, ho pensato: “Se anche lui è un malato, un invalido, allora anch’io voglio stare con gli invalidi e non con gli atei, che sonoinfinitamente più noiosi”»Ha così cominciato la ricerca di «qualcuno da seguire che mi conducesse a Cristo, perché non sapevo come arrivarci da solo»incontrando per vie misteriose Antonio di Surozh, fondatore della chiesa ortodossa in Inghilterra«Dopo averlo conosciuto»ha spiegato«ho colto il cuore del suo messaggio: se vuoi conoscere Cristo, devi essere disponibile ad un incontro, da cui nasce la fede. La fede nasce dalla gioia causata dal riconoscimento che Dio ci chiama per nome».

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