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Serbava queste cose, meditandole... (Lc.2,19)

Ultimo Aggiornamento: 22/09/2018 08.21
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13/09/2018 09.55
 
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Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso»

Rev. D. Jaume AYMAR i Ragolta
(Badalona, Barcelona, Spagna)


Oggi, nel Vangelo, il Signore ci chiede per ben due volte di amare i nemici. E dà poi tre concrezioni positive su questo comando: fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. Si tratta di una direttiva che sembra difficile da raggiungere: come non amare coloro che ci amano? Inoltre, come possiamo amare coloro che conosciamo con certezza che ci vogliono male? Venire ad amare in questo modo è un dono di Dio, ma dobbiamo essere pronti a esso. Certamente, amare i nostri nemici è la cosa umanamente più saggia: il nemico amato sarà disarmato, l'amore può essere la condizione che dia possibilità per non essere più nemico. Allo stesso modo, Gesù continua: «A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra» (Lc 6:29). Potrebbe sembrare eccessiva mansuetudine. Ma, cosa fece Gesù dopo essere schiaffeggiato nella sua passione? Certamente non decise di contrattaccare, ma rispose con fermezza tale, piena di carità, che sicuramente fece riflettere quel servo inbestialito: «Se ho parlato male, dimostrami dov'è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». ( Gv 18,22-23).

In tutte le religioni esiste una massima d'oro: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso». Gesù è l'unico che formula in modo positivo: «Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro» (Lc 6,31). Questa regola d’oro è il fondamento di ogni morale. Commentando questo versetto, San Giovanni Crisostomo ci istruisce: «C'è di più, perché Gesù non ha detto solo: 'Desiderate tutto il bene per gli altri' ma 'fate del bene agli altri'»; Così la massima d'oro proposta da Gesù non può diventare un semplice desiderio, ma deve tradursi in opere.
14/09/2018 08.54
 
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Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna»

Rev. D. Antoni CAROL i Hostench
(Sant Cugat del Vallès, Barcelona, Spagna)


Oggi il Vangelo è una profezia, cioè, uno sguardo nello specchio della realtà che ci introduce nella verità aldilà di quello che i nostri sensi ci dicono: la Croce, la Santa Croce di Gesù Cristo, è il trono del Salvatore. Per questo, Gesù afferma che «così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo» (Gv 3,14).

Sappiamo bene che la Croce era il supplizio più atroce e vergognoso del suo tempo, esaltare la Santa Croce solo finirebbe per essere cinismo se non fosse perché da lì pende il Crocificato. La Croce, senza il Redentore, è cinismo puro; con il Figlio dell’uomo è il nuovo albero della Sapienza. Gesù Cristo, «offrendosi liberamente, alla passione» della Croce, ha aperto, il senso e il destino del nostro vivere: salire con Egli alla Santa Croce per aprire le braccia e il cuore al Dono di Dio, in un intercambio ammirabile. Anche qui ci conviene ascoltare la voce del Padre dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11). Incontrarci crocifissi con Gesù è resuscitare con Egli: Ecco qui il perché di tutto! C’è speranza, c’è senso, c’è eternità, c’è vita! Non siamo impazziti i cristiani quando nella vigilia pasquale, in modo solenne, ossia, nel Pregone Pasquale, cantiamo lode del peccato originale: «Oh!, felice colpa, che ci ha meritato cosi grande Redentore», che con il suo dolore ha impresso “Senso’’ al dolore.

«Guardate l’albero della croce, da dove pendeva il Salvatore del mondo: Venite e adoriamolo» (liturgia del venerdì Santo). Se riusciamo a superare lo scandalo e la pazzia di Cristo crocifisso, solo resta adorarlo e ringraziarlo per il suo Dono. È necessario cercare decisamente la Santa Croce nella nostra vita, per colmarci di certezza che, «Per Egli, con Egli e in Egli» la nostra donazione sarà trasformata, nelle mani del Padre, per lo Spirito Santo in vita eterna: «Versata per voi e per tutti gli uomini, per il perdono dei peccati».
15/09/2018 08.29
 
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Una spada trafiggerà l’anima»

Dom Josep Mª SOLER OSB Abate di Montserrat
(Barcelona, Spagna)


Oggi, nella festa della Beata Vergine Maria Addolorata, ascoltiamo delle parole pungenti dalla bocca dell’anziano Simeone: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima!» (Lc 2,35). Affermazione che, nel suo contesto, non si richiama solamente alla passione di Gesù Cristo, ma anche al suo ministero, che provocherà una divisione nel popolo d’Israele, e per tanto un dolore intimo a Maria. Nel corso della vita pubblica di Gesù, Maria sperimentò la sofferenza per il fatto di vedere Gesù rifiutato dalle autorità del popolo e minacciato di morte.

Maria, come ogni discepolo di Gesù, deve imparare a situare i rapporti familiari in un altro contesto. Anche Lei, a causa del Vangelo, deve lasciare il Figlio (cf. Mt 19,29), e deve imparare a non considerare Gesù secondo la carne, sebbene sia nato da Lei secondo la carne. Anche Lei deve crocifiggere la sua carne (cf. Gal 5,24) per poter trasformarsi progressivamente a immagine di Gesù Cristo. Ma il momento straziante della sofferenza di Maria, quello in cui vive più intensamente la croce è il momento della crocifissione e della morte di Gesù.

Anche nel dolore Maria è modello di perseveranza nella dottrina evangelica, partecipando alle sofferenze di Cristo con pazienza (cf. Regola di san Benedetto, Prologo 50). Così è stato nel corso di tutta la sua vita e, soprattutto, nel momento del Calvario. In questo modo, Maria diventa figura e modello per ogni cristiano. Per essere stata strettamente unita alla morte di Cristo, è anche unita alla sua risurrezione (cf. Rm 6,5). La perseveranza di Maria nel dolore, realizzando così la volontà del Padre, le offre una nuova irradiazione per il bene della Chiesa e dell’Umanità. Maria ci precede nel cammino della fede e della sequela di Cristo. E lo Spirito Santo ci conduce a partecipare con Lei in questa grande avventura.
16/09/2018 07.08
 
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Se qualcuno vuol venire dietro a me (...) prenda la sua croce e mi segua»

Rev. D. Antoni CAROL i Hostench
(Sant Cugat del Vallès, Barcelona, Spagna)


Oggi, troviamo situazioni simili a quella descritta in questo passaggio. Se in questo momento Dio ci domandasse: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27), dovremmo spiegargli di un mucchio di risposte diverse, anche di alcune proprio pittoresche. Basterebbe con dare un'occhiata a ciò che è in gioco e diffuso nei media più diversi. Solamente che ... sono passati più di venti secoli di "tempo della Chiesa". Dopo tanti anni, e ci doliamo e -con S. Faustina- ci lamentiamo davanti Gesù: «Perché è così piccolo il numero di coloro che ti conoscono».

Gesù, in occasione della confessione di fede fatta da Simon Pietro «impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno» (Mc 8,30). La sua condizione messianica era quella di trasmettere agli ebrei con una pedagogia progressiva. Più tardi sarebbe arrivato il momento culminante nel quale Gesù Cristo dichiarerebbe -una volta per tutte- che Egli era il Messia: «Io sono» (Lc 22,70). Da allora, non ci sono scuse per non dichiarare o riconoscere in lui il Figlio di Dio venuto nel mondo per la nostra salvezza. Inoltre: tutti i battezzati abbiamo il gioioso dovere "sacerdotale" di predicare il Vangelo in tutto il mondo e ad ogni creatura (cfr Mc 16,15). Questa chiamata alla predicazione della Buona Novella è tanto più urgente se si considera che su di Lui ci sono ancora ogni sorta di opinioni errate, anche blasfeme.

Ma l'annuncio della sua messianicità e l'avvento del suo Regno passa attraverso la Croce. Infatti, Gesù «cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire» (Marco 8,31), e il Catechismo ci ricorda che «prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (n. 769). Ecco, dunque, il modo di seguire Cristo e di farlo conoscere: «Se qualcuno vuol venire dietro a me (...) prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34).
16/09/2018 07.08
 
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Se qualcuno vuol venire dietro a me (...) prenda la sua croce e mi segua»

Rev. D. Antoni CAROL i Hostench
(Sant Cugat del Vallès, Barcelona, Spagna)


Oggi, troviamo situazioni simili a quella descritta in questo passaggio. Se in questo momento Dio ci domandasse: «Chi dice la gente che io sia?» (Mc 8,27), dovremmo spiegargli di un mucchio di risposte diverse, anche di alcune proprio pittoresche. Basterebbe con dare un'occhiata a ciò che è in gioco e diffuso nei media più diversi. Solamente che ... sono passati più di venti secoli di "tempo della Chiesa". Dopo tanti anni, e ci doliamo e -con S. Faustina- ci lamentiamo davanti Gesù: «Perché è così piccolo il numero di coloro che ti conoscono».

Gesù, in occasione della confessione di fede fatta da Simon Pietro «impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno» (Mc 8,30). La sua condizione messianica era quella di trasmettere agli ebrei con una pedagogia progressiva. Più tardi sarebbe arrivato il momento culminante nel quale Gesù Cristo dichiarerebbe -una volta per tutte- che Egli era il Messia: «Io sono» (Lc 22,70). Da allora, non ci sono scuse per non dichiarare o riconoscere in lui il Figlio di Dio venuto nel mondo per la nostra salvezza. Inoltre: tutti i battezzati abbiamo il gioioso dovere "sacerdotale" di predicare il Vangelo in tutto il mondo e ad ogni creatura (cfr Mc 16,15). Questa chiamata alla predicazione della Buona Novella è tanto più urgente se si considera che su di Lui ci sono ancora ogni sorta di opinioni errate, anche blasfeme.

Ma l'annuncio della sua messianicità e l'avvento del suo Regno passa attraverso la Croce. Infatti, Gesù «cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire» (Marco 8,31), e il Catechismo ci ricorda che «prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (n. 769). Ecco, dunque, il modo di seguire Cristo e di farlo conoscere: «Se qualcuno vuol venire dietro a me (...) prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34).
17/09/2018 08.19
 
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Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!»

Fr. John A. SISTARE
(Cumberland, Rhode Island, Stati Uniti)


Oggi, siamo di fronte a una questione interessante. Per quale ragione il centurione del Vangelo non andò personalmente all’incontro di Gesù e, invece, mandò avanti alcune autorità dei Giudei, richiedendo che fossero a salvare il suo servo? Lo stesso centurione risponde per noi nel brano evangelico: Signore, «per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito» (Lc 7,7).

Quel centurione possedeva la virtù della fede credendo che Gesù potesse fare il miracolo —se così lo avesse voluto— solamente con la sua divina volontà. La fede gli fece credere che, a prescindere da dove Gesù potesse trovarsi, Egli poteva guarire il servo malato. Quel centurione era assolutamente convinto che nessuna distanza poteva impedire o frenare Cristo, se voleva portare a buon termine il suo lavoro di salvezza.

Anche noi a volte, nella nostra vita, siamo chiamati ad avere la stessa fede. Ci sono occasioni in cui possiamo essere tentati a credere che Gesù è lontano e che non ascolta le nostre richieste. Tuttavia, la fede illumina le nostre menti e i nostri cuori, facendoci credere che Gesù è sempre vicino per aiutarci. Infatti, la presenza salvifica di Gesù nell’Eucarestia deve essere il nostro memorandum permanente che Gesù è sempre vicino a noi. Sant’Agostino, con occhi di fede credeva in questa realtà «Ciò che vediamo nel pane e nel calice; è quello che i tuoi occhi vedono. Però ciò che la tua fede ti obbliga ad accettare è che il pane è il Corpo di Cristo e che nel calice c’è il Sangue di Cristo».

La fede illumina le nostre menti per farci vedere la presenza di Gesù in mezzo a noi. E, come quel centurione, diremo. « Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto» (Lc 7,6). Quindi, se ci umiliamo di fronte a nostro Signore e Salvatore, Lui viene a curarci. Lasciamo quindi che Gesù penetri nel nostro spirito, nella nostra casa, per curare e rafforzare la nostra fede e condurci verso la vita eterna.
18/09/2018 07.07
 
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Giovinetto, dico a te, alzati!»

+ Rev. D. Joan SERRA i Fontanet
(Barcelona, Spagna)


Oggi, due comitive si trovano. Una comitiva che accompagna la morte e l’altra che accompagna la vita. Una povera vedova, seguita dalla famiglia e dagli amici, portava suo figlio al cimitero e all’improvviso, vede la folla che andava con Gesù. Le due comitive si incrociano e si fermano, e Gesù dice alla madre che andava a seppellire suo figlio: « Non piangere!» (Lc 7,13). Tutti rimangono a guardare Gesù, che non resta indifferente al dolore e alla sofferenza di quella povera madre, ma, al contrario, sente compassione e ridà la vita a suo figlio. È che trovare Gesù è trovare la vita, poiché Gesù disse di se stesso: «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25). San Braulio di Zaragoza scrive: «La speranza della risurrezione deve confortarci, perché ritorneremo a vedere nel cielo quelli che abbiamo perso qui».

Con la lettura del brano del Vangelo che ci parla della risurrezione del giovane di Nain, si potrebbe rimarcare la divinità di Gesù e insistere nella stessa, dicendo che soltanto Dio può ritornare un giovane alla vita; ma oggi preferirei porre in rilievo la sua umanità, per non vedere Gesù come un essere distante, come un personaggio molto diverso da noi, o come qualcuno così importante da non suscitare la fiducia che può ispirarci un buon amico.

I cristiani dobbiamo sapere imitare Gesù. Dobbiamo chiedere a Dio la grazia di essere Cristo per gli altri. ¡Magari se ognuno che ci veda, potesse contemplare un’immagine di Gesù nella terra! Quelli che vedevano San Francesco di Assisi, per esempio, vedevano l’immagine viva di Gesù. Santi sono quelli che portano Gesù nelle proprie parole e opere e imitano il suo modo di attuare e la sua bontà. La nostra società ha bisogno di santi e tu puoi essere uno di loro nel tuo ambiente.
19/09/2018 06.51
 
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«A chi posso paragonare la gente di questa generazione?»

Rev. D. Xavier SERRA i Permanyer
(Sabadell, Barcelona, Spagna)


Oggi, Gesù constata la durezza di cuore della gente del Suo tempo, almeno dei farisei che si sentivano così sicuri di sè stessi che non c’era chi potesse convertirli. Non si immutano né davanti a Giovanni Battista, «Non mangiava pane né beveva vino» (Lc 7,33), e lo accusavano di essere posseduto da un demonio; né si immutano davanti al Figlio dell’uomo che «mangia e beve», e Lo accusano di “mangione” e “ubriacone” e di essere, inoltre, amico di «pubblicani e di peccatori» (Lc 7,34). Dietro queste accuse occultano il loro orgoglio e la loro superbia: nessuno deve pretendere di voler dar loro lezioni; non accettano Dio ma si attribuiscono arbitrariamente il posto di Dio,ma di un Dio che non li smuova dalle loro comodità, privilegi e interessi.

Anche noi corriamo questo pericolo. Quante volte critichiamo tutto: se la Chiesa dice questo…, perché dice quello…, si dice tutto il contrario…, e la stessa cosa facciamo con Dio e con gli altri. In fondo, in fondo, forse incoscientemente, vogliamo giustificare la nostra pigrizia e l’assenza del desiderio di un’autentica conversione o giustificare la nostra comodità e la nostra mancanza di docilità. Dice san Bernardo: «Che cosa c’è di più logico che non voler vedere le proprie piaghe specialmente se uno le cela per non vederle? Da questo si deduce che, ulteriormente anche se le scopre un altro, quegli ostinatamente dirà che non sono piaghe e lascerà che il suo cuore si abbandoni a parole false.

Dobbiamo permettere che la Parola di Dio arrivi al nostro cuore e ci converta: dobbiamo permettere che ci cambi, che ci trasformi con il Suo potere. Per questo, però, dobbiamo chiedere il dono dell’umiltà. Solo l’umile può accettare Dio, per cui, dobbiamo lasciare che si avvicini a noi, che, come “pubblicani” e “peccatori”, abbiamo bisogno che ci guarisca. Guai a chi crede di non aver bisogno del medico! La cosa peggiore per un ammalato è credere di star bene, perché allora il male si aggraverà e non vi porrà mai rimedio. Tutti siamo ammalati di morte, e solo Cristo può salvarci, ne siamo cosapevoli o no. Ringraziamo il Signore, accogliendolo, com’è, quale nostro Salvatore!
20/09/2018 09.35
 
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La tua fede ti ha salvato. Va’ in pace»

Rev. D. Ferran JARABO i Carbonell
(Agullana, Girona, Spagna)


Oggi, il Vangelo ci invita a stare attenti al perdono che il Signore ci offre: «I tuoi peccati ti sono perdonati» (Lc 7,48). E’ necesario che i cristiani ricordino due cose: che bisogna perdonare senza giudicare la persona e che si deve amare molto perché si è stato perdonato gratuitamente da Dio. C’è una specie di doppia azione: il perdono ricevuto e il perdono che dobbiamo concedere impregnato d’amore.

«Quando qualcuno vi offende, non scaricate la colpa sull’offensore, ma, tutt’al più, sul demonio che lo spinge ad offendere, e scaricate allora sul demonio la vostra ira; abbiate, invece, compassione dell’infelice che agisce sotto l’influenza del diavolo» (san Giovanni Crisostomo). Non si deve giudicare la persona, ma condannare l’atto riprovevole. La persona è oggetto continuo dell’amore del Signore, le azioni, invece, sono ciò che ci allontanano da Dio. Noi, dunque, dobbiamo essere sempre disposti a perdonare, ad accogliere e amare la persona, ma decisi ad allontanare quegli atti contrari all’amore di Dio.

«Chi pecca lesiona l’onore di Dio e il suo amore, la sua stessa dignità di uomo chiamato a essere figlio di Dio e il bene spirituale della Chiesa, della quale ogni cristiano deve essere pietra viva» (Catechismo della Chiesa, n. 1487). Per mezzo del sacramento della Penitenza la persona ha la possibilità e l’opportunità di rifare la sua relazione verso Dio e verso tutta la Chiesa. La risposta al perdono ricevuto non può essere altra che l’amore. Il ricupero della grazia e la riconciliazione deve condurci ad amare con un amore divinizzato. Siamo chiamati ad amare come Dio ama. Domandiamoci, specialmente oggi, se ci rendiamo conto della grandezza del perdono di Dio, se siamo tra quelli che amano le persone e lottano contro il peccato e, infine, se ci accostiamo fiduciosamente al Sacramento della Riconciliazione. Tutto ci è possibile con l’aiuto di Dio. Che la nostra umile preghiera ci aiuti.
21/09/2018 07.10
 
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Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»

Rev. D. Joan PUJOL i Balcells
(La Seu d'Urgell, Lleida, Spagna)


Oggi celebriamo la festa dell’apostolo evangelista San Matteo. Lui stesso ci racconta nel suo Vangelo la sua conversione. Era seduto nel posto dove riscuotevano le tasse e Gesù lo invitò a seguirlo. Matteo —dice il Vangelo— «Si alzò e lo seguì» (Mt 9,9). Con Matteo arriva nel gruppo dei dodici, un uomo totalmente diverso dagli altri apostoli, tanto per la sua cultura così come per la sua posizione sociale e ricchezza. Suo padre gli aveva fatto studiare economia per poter fissare il prezzo del grano e del vino, dei pesci che gli avrebbe portato Pietro, Andrea e i figli di Zebedeo e anche il prezzo delle perle preziose di cui parla il Vangelo.

Il suo mestiere di esattore delle tasse era mal visto. Quelli che lo esercitavano erano considerati pubblicani e peccatori. Era al servizio del Re Erode signore di Galilea, un Re odiato dal suo popolo e il nuovo testamento ce lo presenta come un adultero, l’assassino di Giovanni Battista e lo stesso che vilipendiò Gesù il Venerdì Santo. Cosa starebbe pensando Matteo quando andò a render conto al Re Erode? La conversione di Matteo doveva supporre una vera liberazione come lo dimostra il banchetto al quale invitò pubblicani e peccatori. Fu la forma di dimostrare il suo ringraziamento al Maestro per aver potuto uscire da una situazione miserabile e trovare la vera felicità. San Beda il Venerabile, commentando la conversione di Matteo, scrisse: «La conversione di un esattore di tasse dà esempio di penitenza e di indulgenza ad altri esattori di tasse e peccatori (...). Al primo istante della sua conversione attira verso Egli, che è tanto come dire la Salvezza, a un nutrito numero di peccatori».

Nella sua conversione si fa presente la misericordia di Dio come lo manifestano le parole di Gesù davanti alla critica dei farisei: «Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,3).
22/09/2018 08.21
 
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Quello sul terreno buono sono coloro che (...) producono frutto con perseveranza»

Rev. D. Lluís RAVENTÓS i Artés
(Tarragona, Spagna)


Oggi, Gesù ci parla di un seminatore che «uscì a seminare il suo seme» (Lc 8,5) e quel seme era precisamente la «Parola di Dio». Però «i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono» (Lc 8,7).

Esiste una grande varietà di rovi. «Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione» (Lc 8,14).

-Signore, per caso sono io, forse, il colpevole di avere preoccupazioni? – Vorrei non averne, però mi arrivano da tutte le parti! Non capisco perché devono privarmi della tua Parola, visto che non sono in peccato, non ho vizi ne difetti.

-Perché dimentichi che io sono tuo Padre e ti lasci soggiogare per un domani che non sai se arriverà!

«Se vivessimo con più fiducia nella divina Provvidenza, sicuri –con una solida fede!- di questa protezione quotidiana che non ci abbandona mai, quante preoccupazioni e inquiteudini potremmo risparmiarci! Sparirebbero un mucchio di chimere che, detto da Gesù, sono proprie di uomini pagani, di gente mondana (cf. Lc 12,30), di persone che sono carenti del senso del soprannaturale (...). Io vorrei imprimere a fuoco nelle vostre menti –ci dice san Josemaria- che abbiamo tutti i motivi per essere ottimisti su questa terra, con l’anima distaccata del tutto da tante cose che sembrano imprescindibili, visto che vostro Padre sa perfettamente ciò di cui avete bisogno! (cf. Lc 12,30), e Lui provvederà». Disse Davide «Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno» (Sal 55,23). Così lo fece san Giuseppe quando il signore lo provò: rifletté, consultò, pregò, prese una decisione e lasciò tutto in mano di Dio. Quando venne l’Angelo –commenta Mons. Ballarin- non osò svegliarlo e gli parlò nel sonno. Infine, «Io non debbo avere altre preoccupazioni che la tua Gloria..., in una parola, il tuo Amore» (San Josemaría).
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