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L'IMMANE TRAGEDIA DELL'ABORTO

Ultimo Aggiornamento: 04/07/2018 11.13
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31/08/2012 22.17
 
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Nuovo studio: correlazione tra aborto indotto e cancro al seno

 

di Anna Paola Borrelli*
*teologa moralista perfezionata in bioetica

 

Il tumore al seno è quello che più frequentemente colpisce le donne e rappresenta la seconda causa di morte al mondo, dopo il tumore ai polmoni.  Oltre ai fattori di rischio già noti, quali l’età e la familiarità, i fattori riproduttivi e ormonali, l’obesità o il sovrappeso in menopausa, il diabete, uno stile di vita povero di fibre, frutta e verdura, la scarsa attività fisica, ecc. da diversi anni le ricerche si stanno focalizzando anche sul binomio aborto procurato-tumore al seno.

Un nuovo studio cinese pubblicato nel Febbraio di quest’anno su “Asian Pacific Journal of Cancer Prevention” è stato successivamente diffuso nel mese di Maggio dalla Coalizione Internazionale sull’Aborto/Cancro al seno. La ricerca capeggiata da Ai-Ren Jiang ha messo in luce come il rischio di contrarre il tumore al seno aumenti in seguito ad ogni aborto procurato.

I ricercatori hanno dimostrato che la maggior parte delle donne in pre-menopausa che avevano avuto un aborto procurato hanno un rischio maggiore del 16% di contrarre il cancro. Quelle che, invece, hanno compiuto 3 o più aborti hanno un rischio più elevato dell’1,55%. Nondimeno, si è visto che le donne in post-menopausa che avevano precedentemente abortito hanno maggiori possibilità di sviluppare il cancro mammario e più aborti ci sono, più il rischio aumenta. Così, se dopo un aborto indotto i valori di rischio aumentano del 1,79% volte; con due aborti s’innalzano per 1,85% volte, per poi giungere con tre o più aborti a 2,14% volte. Questa indagine sul legame aborto-cancro al seno va ad aggiungersi agli altri circa 50 studi scientifici e ad una metanalisi tutti orientati in questa direzione.

Quest’ennesima ricerca offre un’arma di protezione in più per la salute della donna e dà un ulteriore spunto di riflessione per l’inviolabilità di ogni vita umana, bene indisponibile e non negoziabile. Non è un luogo comune affermare che l’aborto uccide due volte: una prima uccide contemporaneamente il bambino e la madre (è nota a tutti quella che gli psichiatri definiscono la sindrome post-aborto) e una seconda volta la uccide fisicamente, potenziando il rischio di sviluppare un tumore al seno.

Al di là della propria posizione riguardo all’aborto il valore della salute delle donne va salvaguardato sempre!  Ma occorre anche spingersi oltre, ricordando quello che asserivaGiovanni Paolo II“Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, libertà vera, pace e felicità!” (“Evangelium vitae”, 6). La legge italiana sull’Interruzione volontaria di gravidanza, facendo riferimento al ruolo dei consultori familiari, ricorda che essi «assistono la donna in stato di gravidanza […] contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza» (L. 194/78, n.2). Assistere la gestante in difficoltà ad accogliere la vita non equivale a sopprimere la vita di suo figlio, bensì aiutarla a realizzare il suo essere donna. Essere dalla parte della donna significa tutelare la sua salute, liberarla da tutto ciò che le impedisce di vivere appieno la sua splendida vocazione alla maternità!

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10/09/2012 12.29
 
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C.Hitchens è purtroppo ateo, ma nonostante questo esprime la convinzione, dettata dalle evidenze che la stessa scienza pone sotto gli occhi,  che l'aborto sia la soppressione di una vita ai suoi inizi.
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27/09/2012 15.19
 
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Simposio medico di Dublino:
«l’aborto non serve per salvare la vita della donna»

In Irlanda l’interruzione della gravidanza è illegale a meno che non sia in pericolo la vita della madre. LaCostituzione irlandese, infatti, all’art. 40, terzo comma, afferma: “Lo Stato riconosce il diritto alla vita del bambino non nato e, con la dovuta considerazione per il pari diritto alla vita della madre, garantisce nelle sue leggi il rispetto, e nella misura del possibile, tramite le sue leggi, la difesa e la rivendicazione di tale diritto”. Tuttavia in unSimposio Internazionale sulla Salute materna, che si è svolto in questi giorni a Dublino, si è concluso che «l’aborto non è medicalmente necessario per salvare la vita di una madre».

Il simposio è stato organizzato dal “Committee for Excellence in Maternal Healthcare” presieduto da Eamon O’Dwyer, professore emerito di ostetricia e ginecologia presso la National University of Ireland (NUI), ed ha visto la partecipazione dei principali esperti del settore medico, ginecologi, psicologi e biologi molecolari.

Il prof O’Dwyer ha quindi formalmente approvato il comunicato ufficiale nel quale viene appurato che: «in qualità di professionisti esperti e ricercatori in ostetricia e ginecologia, affermiamo che l’aborto diretto non è medicalmente necessario per salvare la vita di una donna. Noi sosteniamo che esiste una differenza fondamentale tra l’aborto e i trattamenti medici necessari che si svolgono per salvare la vita della madre. Noi confermiamo che il divieto di aborto non influisce in alcun modo sulla disponibilità di fornire cure ottimali per le donne in stato di gravidanza».

L’Irlanda è da mesi sotto pressione da parte dell’Europa perché modifichi le sue leggi contrarie all’aborto, nonostante la Corte Europea dei diritti dell’uomo nel 2010 abbia stabilito che non esiste un “diritto umano all’aborto” ricavabile dalla Convenzione Europea dei Diritti Umani e, pertanto, il divieto costituzionale irlandese di abortire non viola la Convenzione. Il dottor Eoghan de Faoite, membro del comitato organizzatore del simposio, ha dichiarato«Questo simposio mette fine al falso argomento che l’Irlanda abbia bisogno dell’aborto, ed è stato incoraggiante ascoltare i relatori internazionali descrivere l’Irlanda secondo standard elevati di assistenza sanitaria materna e un basso tasso di mortalità materna». Effettivamente,  secondo l’UNICEF, la nazione irlandese -in cui l’aborto è illegale- vanta costantemente uno dei più bassi tassi di mortalità materna nel mondo (al primo posto nel 2005, e al terzo posto nel 2008).

Lo psichiatra Sean Ó Domhnaill, consulente medico di “Life Institute”, ente pro-life, ha accolto positivamente i risultati del simposio: «La dichiarazione di Dublino afferma che l’aborto non è medicalmente necessario, è un dato di fatto accettato da parte di esperti medici. Questo è un risultato significativo a livello mondiale, dimostra che l’aborto non ha posto nel trattamento sanitario delle donne e dei loro bambini non ancora nati». Effettivamente, dunque, crolla l’argomento più gettonato dei sostenitori dell’aborto, anche perché -come abbiamo già avuto modo di rivelare- recenti studi hanno stabilito che i paesi in cui l’aborto è illegale o soggetto a rigorose restrizioni (come l’Irlanda e il Cile) godono di bassi tassi di mortalità materna.

Nel 2011 i dati del Dipartimento Britannico per la Salute hanno anche dimostrato un’ulteriore riduzione del numero di donne irlandesi che si recano in Gran Bretagna per abortire. Una recente indagine ha inoltre evidenziato che il 70 per cento dei cittadini irlandesi sostengono la protezione costituzionale per la vita nascente, compreso il divieto di aborto.

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12/11/2012 21.30
 
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Aborto: necessità di un vero
consenso informato nei consultori

Ai giorni nostri è più che mai assodato che si consideri vita solo ciò che conviene. Basta pensare ad una goccia d’acqua trovata su Marte per far sì che tutti pensino che in quel pianeta ci sia presenza di vita; peccato che quando si parla di fecondazione il tutto venga considerato solo un grumo di cellule senza importanza.

In realtà, sappiamo che la vita comincia già dal concepimento. Ne sono testimonianza gli studi portati avanti da una branca della psicologia, definita “psicologia dello sviluppo”, la quale studia le varie età della vita, affermando proprio che “si vive prima di nascere”.

Ne ha voluto parlare Barbara Kay, co-autrice di Unworthy Creature: A Punjabi Daughter’s Memoir of Honour,pubblicato nel maggio 2011. La Kay si è soffermata attentamente sulla problematica della mancata informazione ai consultori in un editoriale pubblicato sul National Post.

La Kay approfitta di ciò per sottolineare anche che non esistono soltanto i pro-life e coloro che invece si dimostrano totalmente favorevoli all’aborto: esistono le vie di mezzo, i “tiepidi”. Eppure è tutta una questione di mentalità errata, poiché bisogna necessariamente affermare che un embrione è un bambino in attesa di formarsi. E poi, continua dicendo che “le chiacchiere stanno a zero: bisogna a questo punto, convincersi che è giusto uccidere questo omuncolo prima di arrivare ad una fase in cui la sua somiglianza con noi cominciaa rodere troppo dolorosamente alla nostra coscienza per procedere con l’uccisione.”

C’è bisogno di un altro approccio, senza andare a cercare delle norme sul corpo della donna, “perché è alla sua mente che dobbiamo puntare”, continua ancora Barbara Kay. Con ciò ovviamente, si intende dire che dovremmo considerare l’applicazione di una serie di norme per garantire che, quando purtroppo avvengono aborti, essi si stiano almeno verificando alla luce di un consenso davvero informato. Ovviamente oggi non è così, ma si concorderà nel dire che c’è la necessità di informare coloro che decidono di abortire, in modo che siano pienamente consapevoli di ciò che stanno andando a fare.

L’ottimo editoriale del National Post, tra l’altro, evidenzia anche uno studio danese con il quale si è rilevato cheil rischio di morte aumenta anche con l’aborto. Priscilla Coleman, della Bowling Green University, ha osservato che “i rischi di morte aumentano del 45%, del 114% e del 191% rispettivamente per il primo, il secondo e il terzo aborto, dopo aver controllato gli altri esiti riproduttivi e dopo la gravidanza in età … “. I soggetti di questo studio erano donne danesi, e già dal 1973 la Danimarca ha un registro nazionale degli aborti. Anche la Finlandia ha un registro nazionale dell’aborto, dove i medici sono tenuti per legge a registrare tutte le valutazioni d’impatto.

Come scrive ancora la Kay, “vi sono stati casi particolari in cui delle donne aventi difficoltà a decidere o meno di abortire hanno chiesto consiglio in varie cliniche”. Lei stessa ha inviato delle donne in consultori diversi, come fossero in avanscoperta. Ebbene, in tutti i casi è stato chiesto soltanto di compilare vari moduli, tergiversando sulla vera richiesta delle donne. Solo dopo aver insistito si riusciva a parlare con un medico circa gli eventuali effetti collaterali che un aborto può provocare, e in alcuni casi i medici hanno anche mentito. In fondo, non vi è nessuna regola scritta sul consenso informato.

Occorre permettere alla donna di rifletterci davvero presentando tutte le informazioni attinenti, in modo che capisca la gravità del gesto che sta compiendo, e non soltanto sotto l’aspetto prettamente morale. Può essere considerato questo un grave affronto per le donne? La giornalista Barbara Kay non lo crede. E noi ci accodiamo.

Antonio Ballarò

07/12/2012 08.09
 
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FRANCIA. I VESCOVI: RISPETTARE LA VITA DELL'EMBRIONE UMANO

6 dicembre 2012
È di due giorni fa l’approvazione, da parte del Senato francese, di una proposta di legge che mira ad autorizzare la ricerca sull’embrione e le sue cellule staminali. Il testo normativo, che ha ricevuto l’appoggio del governo, prevede il passaggio dall’attuale divieto, salvo deroghe, di ricerca sugli embrioni, ad un’autorizzazione regolamentata da una legge-quadro. La proposta, adottata a larga maggioranza, passerà ora al vaglio dell’Assemblea nazionale. Intanto, però, non si è fatta attendere la risposta della Conferenza episcopale francese (Cef) che, in una nota ufficiale a firma di mons. Pierre d’Ornellas, ribadisce l’importanza di tutelare la vita degli embrioni umani. Sottolineando, quindi, “la gravità del problema avanzato dalla proposta di legge adottata dal Senato”, i presuli incalzano: “La vita dell’embrione umano merita o no di essere protetta?” “Il Senato ha risposto di no – continua la nota - e pur essendo consapevoli del fatto che si tratta di una ‘trasgressione antropologica’, i senatori hanno dato il via libera alla ricerca sugli embrioni per principio e non solo in casi eccezionali”. Tra l’altro, nota la Cef, le motivazioni addotte per spiegare l’esito del voto sono “pericolose”, perché “davvero il progresso della ricerca scientifica in Francia dipende da questa autorizzazione?”. Di qui, il forte richiamo che i vescovi lanciano: “L’embrione umano deve essere protetto; l’Europa stessa chiede che tale tutela venga assicurata nel miglior modo possibile e la legge francese, attualmente, rispetta l’essere umano sin dal principio della vita”. “La Francia può essere fiera di questo rispetto”, afferma la Chiesa locale, auspicando che “tale fierezza sia mantenuta”. Al contrario, la decisione del Senato “ha rimesso in discussione tale rispetto” e questo è “scioccante”, tanto più che tale cambiamento è avvenuto “senza un vero dibattito”, come richiesto, invece, dall’articolo 46 della legge 2011 sulla bioetica, la quale prevede che “tutti i progetti di riforma sui problemi etici e le questioni sociali sollevate dai progressi della conoscenza nel campo della biologia, della medicina e della salute devono essere preceduti da un dibattito pubblico, sotto forma di Stati generali”. Infine, la Cef ricorda come “la comunità scientifica internazionale privilegia, ormai, le cellule staminali adulte riprogrammate, scoperte dai Nobel Gurdon e Yamanaka”. La scelta del Senato francese, dunque, rischia di “inviare al mondo un messaggio di negazione dell’etica e di anacronismo scientifico”.

(A cura di Isabella Piro)
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03/02/2013 18.02
 
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Italia e Usa:
l’aborto legalizzato attraverso la menzogna

Si è sostenuto, inoltre, che l’aborto illegale aumenterebbe il tasso di aborti clandestini (i sottoscala, le mammane e cucchiai d’oro, termini che ogni buon abortista ha imparato a ripetere a memoria), ma in realtà un’indagine recente ha mostrato che il Guttmacher Institute, ovvero il braccio di ricerca di Planned Parenthood -l’ente abortista di cliniche per l’interruzione di gravidanza più importante del mondo- ha mentito e appositamente gonfiato per anni i numeri degli aborti clandestini nei Paesi in via di sviluppo al fine di creare una giustificazione per legalizzare l’interruzione di gravidanza. Se ha dovuto comportarsi in questo modo è evidente che il numero di aborti clandestini non era alto.

In Italia con quale argomento è stato legalizzato l’aborto? Attraverso un’altra menzognadi cui sono stati protagonisti i Radicali, i quali hanno sfruttato nel 1976 la fuoriuscita di diossina nella cittadina di Seveso (MB) a causa di un’esplosione del reattore dell’industria chimica Icmesa. Ci sono ancora oggi fotografie che mostrano femministe e radicali arrivati da fuori Seveso a terrorizzare le donne incinte, dicendo loro che avrebbero partorito dei mostri. Seguirono 33 aborti, ma due diversi studi, uno dell’Università di Lubecca e uno della Commissione bicamerale di inchiesta nominata dal Parlamento italiano (il primo presentato il 25 febbraio ’77, il secondo il 25 luglio ’78), hanno dimostrato che nessuno dei feti abortiti presentava malformazioni. Tuttavia i fatti di Seveso, ben orchestrati dai Radicali, giustificarono la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza nel 1978 (un approfondimento quiqui e qui).

Negli USA è andata in un modo molto simile. Quarant’anni fa la Corte Suprema degli Stati Uniti fu chiamata ad esprimersi su due casi, quello di Jane Doe e di Mary Roe, le cui sentenze legalizzarono l’aborto. Il caso Roe vs Wade tolse ogni ostacolo alla possibilità di accedere all’aborto, il caso Doe vs Bolton aprì alla possibilità di abortire durante tutti i nove mesi di gravidanza.  Entrambi i casi sono falsi, lo hanno testimoniante le due donne protagoniste Norma McCorvey (Roe) e Sandra Cano (Doe), le quali nel frattempo sono divenute entrambe attiviste pro-life ed entrambe hanno provato inutilmente a far riesaminare le sentenze che le hanno rese celebri.

Da sempre, Sandra Cano (Doe) ha sostenuto che l’intero fondamento su cui si era basata la Doe vs Bolton era una bugia, che lei non aveva mai davvero voluto né richiesto un aborto e che era stata portata con l’imbroglio a firmare una dichiarazione scritta sull’aborto al processo in cui doveva semplicemente definire il divorzio da suo marito e cercare di ottenere  nuovamente la custodia degli altri bambini. Nel 2003, Cano ha lanciato un procedimento legale per cercare di sovvertire il caso che porta il suo nome. Ha fallito. E allora, tenace, ha cominciato a lavorare per ribaltare il giudizio in altro modo. Nel suo ultimo comunicato, Cano ha sottolineato di essere stata «fraudolentemente usata dal sistema della Corte per portare l’aborto in America».

Anche Norma McCorvey (Roe) ha dichiarato: «Sono stata persuasa da avvocati femministia mentire a dire che ero stata stuprata, e che avevo bisogno di un aborto. Ma era tutta una bugia. E da allora oltre 50 milioni di bambini sono stati uccisi. Mi porterò questo peso nella tomba». Anche lei, nel 2003, ha chiesto di riaprire il suo caso, ma la sua petizione è stata respinta. E anche lei, come Sandra Cano, ha continuato la sua battaglia nel dibattito pubblico. Nessuna delle due donne i cui processi hanno aperto le porte della legalità all’aborto negli Usa ha mai compiuto un aborto ed entrambe erano giovani, quasi del tutto prive di educazione, povere: quanto serviva perché fossero sfruttate per un caso a livello nazionale.

È attraverso la menzogna che l’aborto è entrato nel sistema legale italiano e americano ed allo stesso modo continua ancora oggi ad essere giustificato.

20/02/2013 07.41
 
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di Lorenzo Schoepflin
19-02-2013

Si chiama Feng Jianmei, il suo caso risale al giugno scorso, ma è tornato d’attualità perché la ragazza cinese pochi giorni fa ha deciso di parlare.
Feng è una delle tante vittime della politica del figlio unico in Cina: fu costretta ad abortire al settimo mese di gravidanza, dopo essere stata prelevata dalla propria abitazione e picchiata.

Le foto orribili che circolano su internet la ritraggono riversa su quello che pare un letto d’ospedale, con accanto il figlio morto frutto dell’interruzione di gravidanza forzata. Le notizie circa le brutalità alle quali è stata sottoposta Feng Jianmei sono circolate fin da subito grazie ad associazioni che si dedicano alla tutela dei diritti umani, e delle donne in particolare, in Cina. Tra esse 64Tianwang e Women’s Rights Without Frontiers, che descrissero i particolari della vicenda: la donna, residente nella provincia di Shaanxi, fu bendata e portata via da ufficiali governativi operanti nell’ambito del controllo demografico, mentre il marito, Deng Jiyuan, si trovava al lavoro.

Di fronte al rifiuto della donna di pagare una multa a carico della propria famiglia per non aver rispettato la politica del figlio unico (quella di Feng era la seconda gravidanza), i funzionari decisero che quel bimbo non doveva vivere. Le fu iniettata una soluzione chimica nell’utero e due giorni dopo la donna dette alla luce il figlio nato morto.
A distanza di otto mesi dall’accaduto, Feng Jianmei ha deciso di parlare della sua storia in un’intervista rilasciata a Dragon TV, i cui contenuti sono stati diffusi anche grazie all’impegno di All Girls Allowed, un’altra organizzazione molto impegnata nella lotta allo sterminio delle bimbe in Cina causato dalla politica del figlio unico.

Nell’intervista, la donna ha raccontato di aver cambiato città per evitare che ogni giorno riaffiorassero i ricordi dell’aborto, indelebili anche a causa di problemi di salute conseguenti alla fine traumatica della gravidanza.
Feng è ancora in cura, prende medicine ogni giorno e in questi mesi si è dovuta sottoporre a molti controlli e persino a un intervento chirurgico.
Inizialmente le autorità di Ankang, la città dove la donna risiedeva all’epoca dei fatti, avevano promesso di rimborsare i costi delle cure alla donna, ma al momento nessun passo è stato ancora fatto in tale direzione. Alcuni funzionari coinvolti nella vicenda sono stati licenziati, ma si tratta di una magra consolazione per Feng Jianmei, che a tal proposito ha dichiarato:

«Non c’è un vero vincitore in questo caso. Abbiamo perso la cosa principale. Abbiamo perso un bambino».
Attualmente Feng e il marito vivono in città diverse e nell’intervista la giovane ha espresso la speranza che il suo calvario finisca per poter tornare presto a vivere assieme al suo sposo e iniziare una nuova vita.

Unanime fu la condanna della politica demografica cinese. Il Parlamento europeo, un mese dopo la violenza subita dalla giovane madre, approvò una risoluzione a proposito dello «scandalo» relativo all’aborto forzato in Cina. La risoluzione citava proprio la storia di Feng Jianmei, dalla quale si prendeva spunto per una ferma condanna di ogni misura coercitiva di controllo demografico, pur non perdendo l’occasione per ribadire l’importanza dell’accesso libero e consapevole a ogni mezzo di pianificazione familiare (che nell’accezione comunemente usata a livello di istituzioni europee e internazionali non significa altro che contraccezione e aborto volontario).

Della terribile vicenda si occuparono moltissimi quotidiani di tutto il mondo, dal New York Times al Wall Street Journal, dal Guardian al Daily Mail. Secondo la ricostruzione di quest’ultimo, alla donna fu fatto firmare un modulo di consenso all’interruzione di gravidanza mentre era ancora bendata.
Seppur significative a livello politico, le scuse ufficiali manifestate dalle istituzioni cinesi nei confronti della donna dieci giorni dopo l’aborto forzato non possono certamente cancellare lo sdegno per il brutale trattamento riservato a Feng e neppure tranquillizzare l’opinione pubblica circa il futuro delle politiche demografiche in Cina.

Pochi giorni fa un altro episodio drammatico, dai contorni al momento non del tutto chiari, ha visto protagonisti ancora una volta dei funzionari incaricati di far rispettare la politica del figlio unico. Il 4 febbraio scorso undici di loro si sono recati a casa di Lian-Di Chen e della moglie per la riscossione della tassa che chi ha più di un figlio deve pagare. Probabilmente a causa dell’impossibilità della famiglia di pagare l’importo, padre, madre e tre figli sono stati prelevati dalla loro abitazione. Mentre si accingevano a seguire gli impiegati del governo, un’auto con a bordo alcuni di loro ha investito il figlio di tredici mesi di Lian-Di Chen, causandone la morte.

Nonostante abusi e incidenti come quelli raccontati, che mostrano tutto l’orrore quotidiano della Cina comunista, non sembrano esserci spiragli per un cambio di direzione. E’ stata ancora una volta l’associazione Women’s Rights Without Frontiers ad informare circa le affermazioni di Wang Xia, direttore della Commissione per la pianificazione familiare e la popolazione nazionale: il 14 gennaio scorso, Wang Xia ha dichiarato che l’obiettivo primario è quello di mantenere basso il tasso di nascite, continuando ad applicare la politica del figlio unico.


lanuovabq.it
10/04/2013 07.59
 
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IL GENOCIDIO CHE NON VOGLIAMO VEDERE:
400 MILIONI DI ABORTI IN CINA (IMPOSTI DALLA LEGGE DEL FIGLIO UNICO)

 

Quella dei regimi comunisti, nel mondo, è una carneficina senza fine, che però continua a lasciare tutti indifferenti. Non sappiamo se il prossimo loro crimine sarà una guerra atomica scatenata in Asia dalla Corea del Nord, come si teme in questi giorni.

Ma si sa che l’ultimo orrore è stato perpetrato e quantificato nei giorni scorsi dal regime cinese, protettore di quello nordcoreano, passando quasi inosservato, sebbene si tratti di un numero di vittime oceanico, senza eguali nella storia.

Due settimane fa il Ministero della Salute di Pechino – con i toni trionfali di chi rivendica un grande successo – ha comunicato che negli ultimi quarant’anni, cioè in pratica da quando è stata imposta la famigerata legge sul figlio unico, sono stati fatti in Cina quasi 400 milioni di aborti.

 

RAGIONERIA DELL’ORRORE

 

Il dato diffuso dalle agenzie parla infatti di 336 milioni di aborti (13 milioni nel solo 2012) a cui si dovrebbero sommare – dice l’agenzia Agi China – “403 milioni di donne sottoposte (spesso con la forza) all’introduzione di dispositivi anticoncezionali intrauterini” (le spirali in una certa percentuale hanno anch’essi effetti abortivi).

E’ vero che non si riesce nemmeno a focalizzare col pensiero una strage così immane. Infatti, secondo una cinica affermazione attribuita a Stalin, un morto è una tragedia, milioni di morti sono una statistica.

Tuttavia ci troviamo di fronte a una cifra che deve sconvolgere: basti solo pensare che l’intera Seconda guerra mondiale fece 50 milioni di morti (compresi bomba atomica e lager).

Marcello Flores, nel libro “Tutta la violenza di un secolo”, parlando appunto del secolo XX, indica la Seconda guerra mondiale, “con i suoi cinquanta milioni di morti” come “l’evento più distruttivo del XX secolo e forse della storia umana”.

Ebbene con la notizia diffusa dal regime cinese – per numero di vite umane soppresse – siamo davanti a quasi otto volte la Seconda guerra mondiale.

E’ la più colossale strage di vite umane che sia mai stata compiuta da uno Stato. Infatti in questo caso si tratta di un orrore di stato perché non siamo di fronte ad aborti volontari, ma perlopiù imposti per legge dal regime, non di rado con modalità feroci.

 

ORRORE QUOTIDIANO

 

Con 1500 aborti ogni ora le storie orribili sono all’ordine del giorno. Il mese scorso è trapelata la vicenda di una donna di 33 anni e del marito, che vivono nella provincia orientale dell’Anhui.

Avevano già un figlio, ma lei è rimasta di nuovo incinta. Per il regime questo nuovo bimbo era illegale.

Così i due hanno provato a nascondere la gravidanza, che era già al settimo mese, quando un vicino ha fatto la spia e sono arrivati i funzionari.

Per far vivere il bambino il regime pretendeva una multa salatissima che i genitori non erano in grado di pagare così venerdì 22 marzo la donna è stata presa a forza e su ordine delle autorità è stata fatta un’iniezione letale al bambino nel suo grembo.

Il piccolo era totalmente formato e – se non fosse stato soppresso con quell’iniezione – poteva già nascere vivo. Il padre disperato ha fatto una foto al corpo del piccino e l’ha postata su internet facendo grande impressione.

Anche la giovane Feng Jianmei, nella regione dello Shanxi, era al settimo mese di gravidanza. Si era opposta ai funzionari del Family planning arrivati mentre era sola in casa (il marito era a lavoro).

Così fu picchiata e trascinata su un veicolo. Costretta ad abortire poi si trovò il piccolo corpo del figlio nel letto vicino.

Sono storie da un mare di orrore. Chai Ling, coraggiosa voce del dissenso, ha denunciato:“E’ il più grande crimine contro l’umanità attualmente in atto, lo sventramento segreto e inumano di madri e figli, un Olocausto infinito che va avanti da trent’anni”. 

La caratteristica orripilante della tragedia cinese è proprio l’obbligatorietà degli aborti. Questo fra l’altro dovrebbe trovarci tutti unanimi nella condanna.

 

MIOPIA E INDIFFERENZA

 

Perché pure i radicali – che hanno sull’aborto le loro idee – si trovano a condannare l’aborto imposto dal regime alle donne cinesi (ricordo di aver sentito Massimo Bordin su Radio radicale). Ma dunque perché, di fronte alle cifre oggi emerse, nessuno denuncia quest’immane carneficina?

Oltretutto la disumanità del regime che sbandiera questa “statistica” come un successo è pure miope perché la voragine demografica che si è così prodotta sta provocando e provocherà in futuro una destabilizzazione, anche economica, oltreché negli equilibri sociali, dalle conseguenze incalcolabili (peraltro, siccome si è trattato perlopiù di un femminicidio, oggi in Cina c’è un eccesso di quasi 40 milioni di maschi e si ricorre a una “importazione” di donne dai paese vicini).

Quello che più colpisce – a distanza di alcuni giorni dalla diffusione della notizia – è l’assoluta indifferenza del mondo.

La Cina sta marciando a tappe forzate verso il traguardo di prima potenza mondiale e nessuno si permette di eccepire di fronte all’orrore.

L’Onu che – con la sua Commissione dei diritti umani – solo due mesi fa ha condannato Israele per gli insediamenti in Cisgiordania invitando la comunità internazionale a valutare perfino sanzioni economiche e politiche contro Gerusalemme, ha forse proferito parola su quei 330 milioni di vite umane soppresse dal regime cinese? No, niente.

E l’Europa dove magari si solleva un caso contro il governo dell’Ungheria in cui non è stata fatta alcuna strage? E i paesi europei, così sensibili ai diritti umani da scatenare addirittura una guerra contro la Libia di Gheddafi che ha portato al rovesciamento del regime?

Antonio Socci

12/04/2013 09.01
 
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INTERVISTA AD UN MEDICO ABORTISTA CHE SPIEGA, IN TUTTA ONESTA', ALCUNE VERITA' CHE NESSUNO VUOL SENTIRE

Le donne che abortiscono di più sono istruite e danarose, infatti la vera causa degli aborti non é la povertà ma la banalità della vita da Tempi
da Tempi
Dopo una vita spesa negli ospedali di tutto il mondo – oggi si divide fra la ASL di Forlì e una clinica svizzera. Valter Tarantini ha 61 anni, fa il ginecologo e dal 1978, anno in cui l’aborto divenne legge, pratica interruzioni volontarie di gravidanza. Ne ha fatte a migliaia: 300 l’anno circa. Quindi, più o meno, 10 mila in una vita. A lui la rivista Tempi ha chiesto che cosa è cambiato dall’entrata in vigore della legge. 
DOTTOR TARANTINI, DALLA LEGISLAZIONE SULL’ABORTO AD OGGI SI DICE CHE LE RECIDIVE SIANO AUMENTATE. CONFERMA?
Oggi l’aborto non è più l’estrema ratio. Interrompere una gravidanza è diventato una cosa normalissima. Anzi, meno importante di altre. Prima lo si faceva per combattere la morale! Il frutto che vedo oggi è che la morale non c’è più, e che l’80% delle mie pazienti sono recidive. Ogni paziente ha avuto in media dai 3 ai 6 aborti. Ma ho incontrato anche una donna che era al quarantesimo aborto. 
COME SPIEGA CHE TANTE DONNE PREFERISCANO L’ABORTO ALLA CONTRACCEZIONE? 
L’aborto stesso con la 194 lo è diventato. Perciò dico che questa legge controlla le nascite, e che sbaglia chi dice che in grazia alla sua buona applicazione gli aborti sono diminuiti. Se li contiamo in rapporto ai bambini nati, si vede che non hanno fatto che aumentare. 
QUINDI NON HA SENSO MIGLIORARE L’ACCESSO ALLA CONTRACCEZIONE PER LE DONNE? 
Macché, le peggiori recidive sono ricche e istruite e sanno benissimo che cos’è la contraccezione. Ma per loro l’aborto è un fatto così banale, che è uguale a prendere la pillola. Ma c’è differenza! Anzi, per alcune è meglio. «Sa dottore, la pillola fa male. Mi fa ingrassare!». Siccome la contraccezione richiede impegno, l’aborto gli sembra più veloce ancora. Alcune avranno anche problemi psicologici, ma la maggior parte pensa solo alla cosa più comoda. 
MA PERCHÉ, SE LE STATISTICHE MOSTRANO CHE LE RECIDIVE SONO IN AUMENTO, NESSUNO NE PARLA? 
Perché sarebbe ammettere che il sistema sanitario italiano è fallito per colpa nostra. Invece, che la 194 sia un fallimento, è un’evidenza! Anche se applicassimo al meglio la prima parte potenziando la prevenzione e i consultori. Puoi cercare qualsiasi risoluzione, ma il problema è che se una non pensa che la vita del figlio sia più importante di tutti i problemi, non si risolve nulla. Prima, avere bambini, era tutto: i nostri vecchi davano la vita ed erano più contenti di noi. Mi chiedo perché sia sparito tutto questo, perché si sia perso il senso della vita. Le faccio degli esempi: una ragazza di 25 anni è arrivata con l’amica ridacchiando a chiedere l’aborto… Vedono il bambino nel monitor e iniziano a ridere. “Che carino! – dicevano – Guarda come si muove!”. Oppure, penso a una che mi disse: “Dottore, non è che mi lascia la foto dell’ecografia come ricordo?”. 
Per non parlare delle domande più frequenti: «Dottore, era maschio o femmina? Quando posso avere rapporti sessuali? Quando posso mangiare? 
VEDE DELLE SOLUZIONI? 
Ho proposto a Gianfranco Fini e alla Lega di far pagare l’aborto, non nel privato, sennò ci speculerebbero sopra, ma restando nel pubblico. Non vedo infatti perché i contribuenti debbano pagare 1300 euro a una persona che non è malata, sta bene, non ha problemi. 
COME GIUDICA LA VIA LOMBARDA DI STANZIARE FONDI PER I CENTRI DI AIUTO ALLA VITA? 
Non risolve il problema! Quella economica è solo una motivazione in più, non la principale! Anzi, le ripeto, le più incallite sono le benestanti. Le extracomunitarie sono forse le uniche che sono dilaniate dal dramma. Le recidive poi, l’assistente sociale non la vogliono nemmeno vedere. Un figlio non lo tieni per un assegno, lo tieni per altro! Il problema è a monte. Il punto è il rifiuto della maternità. 
SE UNA PAZIENTE RICHIEDE UN ABORTO PER MOTIVI INCONSISTENTI, LEI CHE È MEDICO NON OBIETTORE PUÒ RIFIUTARSI DI INTERVENIRE? 
Se lo facessi finirei su tutti i giornali, che mi denuncerebbero, perché ho violato la legge! Formalmente una donna un motivo lo trova sempre. Tempo fa venne da me una coppia giovane e benestante che aveva deciso di abortire un figlio. Domandai perché. Mi risposero che era un po’ presto per avere figli. «E quando avete intensione di averne?», chiesi. «Mah, l’anno prossimo», risposero. E chiaro che in quel caso il motivo non sussisteva, ma ne hanno trovato uno. Ti dicono che sen on lo fai si buttano giù dalla finestra… che gli rovini la carriera! Per questo tanti (medici) hanno iniziato a fare obiezione. Scappano tutti! 
MA LA RU486, NON PEGGIORA LE COSE? 
È solo una conseguenza! L’aborto è un affare sporco che nessuno vuole più guardare! Né i medici, né la società, né le donne che non sanno più di che si tratta. 
LEI AFFERMA CHE OCCORRE SCOPRIRE IL VALORE DELLA MATERNITÀ. LEI NON PUÒ AIUTARE LE DONNE CHE INCONTRA, IN QUESTO PERCORSO? 
Ma non vede che sfascio? Penso che non servirebbe a nulla. prima c’erano gli ideali. La vita si dava per qualcosa. Oggi non interessa più nulla, se non il piacere passeggero, l’edonismo sfrenato! Mia madre invece mi ha voluto bene. Si faceva il mazzo per me, e anche a suon di schiaffi mi diceva cos’era bene e cos’era male. 
E ALLORA, NON SAREBBE OPPORTUNO FARLO ANCHE CON LE SUE PAZIENTI? 
Non so se mi ascolterebbero. Mi darebbero del rompipalle! Non basta nemmeno quando gli dico che il figlio è un bene sempre e comunque e che è vita dall’inizio. 
SE PENSA A QUESTE COSE, PERCHÉ CONTINUA A PRATICARE INTERRUZIONI DI GRAVIDANZA? 
Ho iniziato perché a 25 anni ho visto morire due donne per aborto clandestino. Non vorrei tornassimo a situazioni di questo genere. Lo faccio per quelle poche che mi sembrano disperate. 
MA MAGARI LASCEREBBE UN SEGNO MAGGIORE SE, COME I SUOI GENITORI HANNO FATTO CON LEI, INDICASSE UN IDEALE PIÙ ALTO: QUELLO DEL VALORE DELLA VITA, INVECE CHE CORRERE AI RIPARI METTENDO A TACERE LE COSCIENZE? 
Non so. Io non basto. Tutto il mondo continuerebbe a dire il contrario. Quest’epoca assomiglia all’Impero romano in decadenza con i barbari che avanzano. Noi, anziché combatterli, diventiamo come loro! Cosa posso fare io da solo, se smettessi di fare gli aborti? 
CONCLUSIONE: I MONACI ALLA CADUTA DELL’IMPERO HANNO RICOSTRUITO TUTTO DA SOLI E RIEDUCATO PERSINO I BARBARI. 
FORSE NOI CRISTIANI ABBIAMO CALATO LE BRAGHE. CI SIAMO VERGOGNATI DEL CRISTIANESIMO. UN TEMPO I CRISTIANI SI FACEVANO MANGIARE DAI LEONI. OGGI NOI SCAPPIAMO. UN TEMPO AMAVANO I FIGLI, OGGI LI UCCIDIAMO! FORSE IL “PROBLEMA A MONTE” SIAMO PROPRIO NOI. E I BARBARI, INVECE CHE CAMBIARE, ARRIVANO QUI, E CI TRASFORMANO LORO.
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27/08/2013 13.48
 
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Salute materna:
meglio una gravidanza indesiderata che l’aborto

Donna incintaDopo il crollo del mito secondo il quale sarebbe medicalmente necessario abortire per salvare la vita della madre, i ricercatori italiani Carlo V. Bellieni e Giuseppe Buonocore ne hanno fatto crollare un altro che veniva usato per giustificare questa silenziosa pratica della morte. È infatti idea degli abortisti che lagravidanza indesiderata provocherebbe disturbi psichici quali ansia, depressione, nonché abuso di sostanze; per cui l’aborto sarebbe l’unica soluzione per tutelare la sanità mentale delle madri.

Tuttavia, la relazione pubblicata nel numero di luglio 2013 della rivista Psychiatry and Clinical Neurosciences, mostra un panorama diverso se non addirittura opposto. Bellieni e Buoncore hanno rivisto trentasei studi pubblicati sul tema in riviste scientifiche tra il 1995 e il 2011. Sei sono stati scartati per ragioni metodologiche, gli altri trenta affrontano in primo luogo l’incidenza dell’aborto con la depressione, gli disturbi d’ansia (come lo stress postraumatico) e l’abuso di sostanze. L’aborto volontario è stato poi messo a confronto con altre situazioni: la nascita per mezzo di una normale gravidanza, il parto in caso di gravidanze indesiderate e gli aborti spontanei.

Confrontando le conseguenze dopo l’aborto e dopo il parto, tredici studi (il 68%) hanno mostrato un rischio notevole di problemi mentali come conseguenza dell’aborto. Cinque non hanno mostrato alcuna differenza, in particolare se le donne non considerano che la loro esperienza di perdita fetale sia difficile. Solo uno studio ha mostrato una maggiore incidenza di disturbi a causa della nascita.

Mettendo invece a confronto l’aborto con la gravidanza indesiderata, quattro studi (il57%) hanno mostrato un aumento del rischio di problemi per la salute materna in seguito all’aborto, tre studi non hanno mostrato alcuna differenza con le gravidanze indesiderate e nessuno (0%) ha portato alla conclusione che conservare il feto è meno rischioso che ucciderlo. Questo è un confronto di vitale importanza, dal momento che molte leggi stabiliscono il “rischio per la salute mentale della madre” come causa oggettiva di aborto. Eppure, come si è visto, gli studi suggeriscono che il “rischio” è maggiore con l’aborto, piuttosto che con la regolare nascita, anche se indesiderata.

Paragonando infine gli studi sulle conseguenze dopo l’aborto volontario e quello spontaneo, si è notato che tre di essi hanno mostrato un aumento del rischio di disturbi mentali in seguito ad aborto volontario, quattro non hanno registrato alcuna differenza e due hanno rilevato che a breve termine l’ansia e la depressione erano più alti nel gruppo di aborto spontaneo, ma che a lungo termine è stato esattamente l’opposto: “Ansia e depressione a lungo termine erano presenti solo nel gruppo di aborto volontario”. In questo caso, cinque studi su nove (56%) hanno rilevato un aumento del rischio di disturbi nell’aborto volontario e nessuno (0%) nell’aborto spontaneo.

Bellieni e Buoncore concludono la loro relazione precisando che “la perdita fetale sembra esporre le donne a un rischio più alto di disturbi mentali che il parto; gli studi mostrano pure che l’aborto ha un fattore di rischio più considerevole dell’aborto spontaneo; sono necessarie ulteriori ricerche in questo campo”. Alla luce di tutto ciò, diventa sempre più difficilegiustificare l’aborto e restare in buonafede; non ci si riferisce tanto alle giovani adolescenti in preda al panico, ma piuttosto a coloro che per ideologia o pensiero politico promuovono la morte con viscerale freddezza, senza però tener conto che se le loro madri avessero ragionato allo stesso modo, essi oggi non esisterebbero.

Michele Blum

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29/09/2013 14.04
 
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Aumentano i ginecologi obiettori?
La realtà vince sull’ideologia

A Child Is BornÈ curioso come ultimamente gli obiettori di coscienza si ritrovino ostacolati da chi é di convinzione contraria alla loro. Il presupposto su cui molti abortisti, come Marilisa D`Amico, fanno leva riguarda il fatto che il90% dei medici in Italia sono obiettori di coscienza e ciò non permetterebbe una libera e totale applicazione della legge 146.

Secondo la D’Amico la soluzione sta ” nella corretta e severa applicazione dello stesso [ decreto 146] “ e quindi: “L’Europa [...]è chiamata a pronunciarsi su questa questione e ancora una volta ci costringe a tenere conto della ormai imprescindibile dimensione multilivello della tutela e garanzia dei diritti. Diritti che hanno anche i propri rovesci, ma che non possono essere svuotati di significato per motivi ideologici”.  Innanzitutto occorre mettere in chiaro il fatto che tali motivi non possono essere dichiarati ideologici, in quanto le “credenze” su cui si basano fanno fondamento ad una visione oggettiva della vita umana e non soggettiva, né tantomeno “comodi” in quanto per un farmacista vendere o non vendere una pillola in più non comporta meno fatica, né maggior guadagno (anzi…). Inoltre é da sottolineare che questo “indispettimento” mette in evidenza una negazione della realtà nella sua totalità.

L’esistenza della maggioranza di medici obiettori è un dato che non va negato né ridotto a problema soggettivo, ma considerato come realtà oggettivamente degna di imparzialità. Sì, lo so, molti potrebbero negare l’affermazione sopra fatta chiamando in causa i diritti della donna, perciò credo che sia giunto il momento di rivolgersi ad un giudice imparziale: la realtà.

a) Prendiamo per buona l’indagine fatta da un gruppo di politici del PD in Lombardia che dichiara che su 63 ospedali con reparto di ginecologia e ostetricia, 11 contengono il 100% dei medici obiettori.
b) A Milano abbiamo un tasso 67,8% di obiettori medici e una percentuale di 85,7% di ginecologi obiettori. Confidando perciò in una maggiore competenza del medico che dopo la laurea in medicina e chirurgia si specializza in ginecologia oncologica (purtroppo non abbiamo ancora una percentuale pubblicata per gli ostetrici) rispetto agli altri medici, possiamo iniziare a dedurre che più che di convinzioni ideologiche/religiose qui si potrebbe parlare di convinzioni scientifiche della personalità del feto e dell’embrione umano.

Come è stato fatto notare, perché non valutare le vere ragioni per cui esistono così tanti medici obiettori di coscienza, sopratutto nella Regione in cui la sanità e le competenze sanitarie sono un’eccellenza italiana? Il numero tanto alto di ginecologi contrari all’aborto è una vittoriadella realtà sull’ideologia, è la vittoria della vita sulla morte e sulla discriminazione, è la vittoriadella scienza sulla speculazione filosofica contro l’embrione.

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13/01/2014 19.10
 
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Le contraddizioni di sedicenti cattolici




Laura PuppatoInteressante il fenomeno in voga da alcuni anni di proclamarsi apertamente “cattolici” per poi essere liberi di contrastare la dottrina cattolica, senza il rischio di essere velocemente liquidati come militanti della fazione opposta. Il successo di questa operazione -si pensi alla notorietà mediatica di Vito Mancuso, di Ignazio Marino o Sandro Bondi- ha portato così alla “fase 2″: dichiararsi contrari all’aborto e poi difendere l’aborto, sostenendo la Legge 194.


Lo abbiamo visto recentemente commentando le dichiarazioni del cattolico e obiettore di coscienza dott. Nicola Surico, presidente uscente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) ed attuale Presidente dei chirurghi italiani, il quale ritiene che l’interruzione di gravidanza «si tratta pur sempre di interrompere una vita» ma «da cattolico non accetto che una legge non venga applicata». Per il cattolico Surico non è sacra la vita, ma è sacro applicare la legge che interrompe la vita.


Le stesse contraddizioni si riscontrano nella cattolica Laura Puppato, fenomeno emergente del Partito Democratico ma con già alle spalle una serie infinita di sconfitte elettorali che, ad una persona dotata di buon senso, suggerirebbero di ritirarsi dal mondo politico. Ha iniziato la carriera politica nel 2002 come sindaco di una cittadina veneta (eletta al secondo mandato con il 52,07%). Nel 2009 fallisce il tentativo di candidarsi alle elezioni europee, nel 2010 tenta allora di candidarsi alla presidenza della Regione Veneto ma i cittadini, ancora una volta, preferiscono qualcun altro. Un altro tentativo è stato nel 2012 quando si è candidata per guidare il centrosinistra italiano, ottenendo però il 2,6% dei voti e, ovviamente, piazzandosi ultima tra i candidati (dietro persino a Bruno Tabacci). L’ennesima performance è aver sostenuto con tutte le sue forze, nel 2013, la candidatura di Pippo Civati, il quale prevedibilmente è arrivato ultimo con il 14% di preferenze.


La Puppato ha quindi optato per aprire un suo blog su “Il Fatto Quotidiano” e recentemente ci ha regalato un articolo davvero interessante: «io sono contro l’aborto, per questo difendo la legge 194», ha scritto sfidando, da buon esponente politico, la legge della non contraddizione. Il motivo di tale posizione? La legge avrebbe dimezzato in 30 anni il ricorso all’aborto. Chi lo dice? La Puppato indica come fonte un articolo su “Repubblica” della femminista Maria Novella De Luca che si accanisce contro l’obiezione di coscienza e, tra un catastrofismo e un altro, spiega che nel 2013 si vivrebbe un «clima cupo degli anni antecedenti al 22 maggio 1978, quando finalmente in Italia l’interruzione volontaria di gravidanza diventò legale? E gli aborti iniziarono a diminuire, arrivando oggi ad essere il 53,3% in meno rispetto agli anni Ottanta». Chi sostiene questa correlazione? Nessuno, la De Luca non cita fonti.


Innanzitutto è curioso che la Puppato sia contraria all’aborto. Per quale motivo? Si può essere contrari all’aborto di un grumo di cellule? Ovviamente no, cosa ci sarebbe di moralmente riprovevole? L’unico motivo per essere contrari all’aborto è perché si accetta l’evidenza chel’embrione è un essere umano. Mette i brividi allora leggere che per la Puppato esisterebbe(quale legge lo stabilisce?) «il diritto della donna ad interrompere una gravidanza indesiderata»e dunque esisterebbe il diritto ad uccidere un altro essere umano.


Passiamo alla sua tesi: la 194 avrebbe dimezzato gli aborti. Non solo non esistono fonti a sostengo, ma è dimostrato che la diminuzione del numero di aborti è dovuta ad una serie molteplice di fattori: contraccezione, pillole abortive e del giorno dopo (che in caso di concepimento sono abortive); è diminuita la fertilità generale; aumentata la consapevolezza della drammaticità dell’aborto, permessa dal progresso della medicina ed è cresciuta l’attività dei consultori familiari come certificato recentemente dal Ministero della Salute («il ruolo positivo che tali servizi hanno avuto nella riduzione del rischio di aborto tra le italiane. Forse la riduzione del tasso di abortività tra le cittadine straniere osservato recentemente, come riportato nel capitolo sulla cittadinanza, può essere in parte imputabile al lavoro svolto da questi servizi»pag. 31); infine è anche grazie all’aumento costante del numero di medici obiettori di coscienza (anche questo dato confermato dallo stesso rapporto: «si osserva come l‟esercizio del diritto all‟obiezione di coscienza abbia riguardato elevate percentuali di ginecologi fin dall‟inizio dell‟applicazione della Legge 194, con un aumento percentuale del 17.3% in trenta anni, a fronte di un dimezzamento delle IVG nello stesso periodo», pag. 8). I dati, inoltre, mostrano che le interruzioni di gravidanza sono cresciute notevolmente già subito dopo il 1978: 68.000 aborti nel 1978;187.752 nel 1979; 220.263 nel 1980, 224.377 nel 1981; 234.377 nel 1982. Poi c’è stata una diminuzione del numero ma non è pensabile che sia merito della Legge 194 dato che, proprio tale legge, è stata la causa di un progressivo aumento subito dopo la sua emanazione.


La cattolica Puppato non è solo divorziata ma si è anche risposata, auto-escludendosi dai sacramenti. Forse è per questa lontananza dal cattolicesimo che non conosce la parole chiare di Papa Francesco che se pochi mesi fa ha parlato contro la condanna a morte di bambini attraverso l’aborto, nel 2012, da arcivescovo di Buenos Aires, ha attivamente contrastato la legalizzazione dell’aborto: «Rispetto alla regolamentazione dei casi di aborto non punibili da parte delle autorità amministrative cittadine di Buenos Aires, prendiamo atto una volta di più della deliberata intenzione di perseverare sulla strada della limitazione ed eliminazione del valore supremo della vita, e della volontà di ignorare il diritto dei bimbi a nascere. Nei confronti di una donna in stato di gravidanza dobbiamo sempre parlare di due vite, le quali debbono entrambe essere preservate e rispettate, poiché la vita è un valore assoluto. Il diritto alla vita è un diritto umano fondamentale. L’aborto non è mai una soluzione. Occorre ascolto, vicinanza e comprensione da parte nostra per salvare tutte e due le vite», proteggendo la salute della donna e del bimbo.  


Andrebbe anche ricordato, alla cattolica Puppato, che il card. Bergoglio ha anche presieduto il comitato di redazione della versione conclusiva dell’“Aparecida Document”, il quale non consente l’accesso all’Eucarestia per i cattolici che favoriscono l’aborto. Politici compresi.



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24/03/2014 17.54
 
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Medico abortista: «il feto umano?
Come il condannato a morte»

E’ toccato a Javier Valdés, ginecologo presso il Centro de Orientación Familiar del Complejo Hospitalario Famiglia Guidance Center dell’Ospedale di Vigo (Spagna) e presidente della Galizia Society of Contraception, il quale, alla domanda dell’intervistatore se il feto è un essere umano, ha risposto«Sì, lo sonoanche quelli che si trovano sulla sedia elettrica, ma sono casi molto specifici (569 in un’area di mezzo milione di abitanti [a Vigo]) e si deve pensare alla vita della madre». Aggiungendo anche che «il vero problema sono le ragioni economiche o familiari», un maggior aiuto finanziario da parte dello Stato diminuirebbe il numero di aborti.

Addirittura il paragone tra il feto umano e i condannati alla pena di morte. Un paragone certamente azzeccato, lo ha fatto anche Papa Francesco: «Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente ad essere abortito ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore, che prima ancora di nascere, e poi appena nato ha sperimentato il rifiuto del mondo». Ma si rimane sbalorditi che a dirlo sia un ginecologo abortista. Esattamente come quando si leggono le parole di Alessandra Kustermann, storica ginecologa abortista della Mangiagalli di Milano: «In quel momento so benissimo che sto sopprimendo una vita». O quelle dell’obiettore di coscienza Nicola Surico, presidente uscente della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), secondo cui l’interruzione di gravidanza «si tratta pur sempre diinterrompere una vita» ma «da cattolico non accetto che una legge non venga applicata», cioè non è sacra la vita, ma è sacro applicare la legge che interrompe la vita.


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17/06/2014 11.38
 
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Quando l'aborto diventa un "obbligo"

di Tommaso Scandroglio

Un noto adagio recita che fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce. Eppure sul fronte della vita nascente intere foreste vengono rase al suolo senza però che si senta il benché minimo rumore. Alcuni esempi. La Usl 16 di Piove di Sacco nell’agosto 2013 aveva firmato una convenzione con il Movimento per la Vita (Mpv) affinchè aprisse uno sportello presso l’ospedale cittadino per fornire consulenza alle donne che volevano abortire. Dava anche la possibilità ai volontari di girare per i reparti muniti di un distintivo di riconoscimento. 

Il consigliere regionale Pietrangelo Pettenò (Federazione della Sinistra) propose allora un’interrogazione alla giunta Zaia per bloccare l’iniziativa: «Non risulta approvato nessun regolamento regionale in materia, come prevede la legge. Inoltre viene sollevato il dubbio sulla legittimità, e sull’opportunità, che un direttore generale possa autonomamente stabilire che in corsia possano aggirarsi dei volontari per contattare donne ricoverate. La giunta chiarisca e intervenga per garantire i diritti delle donne». Gli fece eco Daniela Ruffini, presidente del consiglio comunale: «In qualità di capogruppo di Rc farò di tutto per contrastare un’idea di pessimo gusto, volgare. Mi vengono i brividi a pensare che in un momento così critico una donna debba pure essere tormentata. Con tutti i problemi che assillano la nostra sanità, il taglio dei letti, dei servizi e dei convenzionati, spendere soldi per gli antiabortisti è un affronto ai cittadini e ai malati. E’ una decisione di una gravità assoluta». 

Ed ecco che nei giorni scorsi è arrivata la decisione della Regione valida per tutti gli ospedali: bocciata la proposta di permettere ai volontari pro-life di entrare nelle strutture ospedaliere. L’IDV, Sinistra Veneta e PD hanno votato a favore del “divieto di accesso” ai volontari; Forza Italia e NCD si sono astenuti.

Tutto questo in barba all’articolo 2 della 194 che così recita: “I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato”. Tra l’altro tale decisione dei dirigenti ospedalieri di aprire le porte alle associazioni pro-life non deve sottostare al nulla osta né del Comune, né della Provincia, né della Regione. 

Giriamo pagina. Il 7 giugno scorso la Consulta di Bioetica onlus lancia per il terzo anno consecutivo la campagna “Il buon medico non obietta”, volta a strozzare il diritto costituzionalmente garantito dell’obiezione di coscienza. Tanto per descrivere la fisionomia della Consulta ricordiamo che il suo presidente è Maurizio Mori; uno dei vicepresidenti è Francesca Minerva, che insieme ad Alberto Giubilini – consigliere della Consulta – firmò quel famigerato articolo sulla liceità di praticare il cosiddetto post-aborto (infanticidio); e come tesoriere figura il dottor Mario Riccio, che aiutò Piergiorgio Wekby a morire. 

La campagna “Il buon medico non obietta” prevede una serie di incontri in giro per l’Italia al fine di attirare "l'attenzione sull'inaccettabilità morale del diritto all'obiezione di coscienza a più di trent'anni all'approvazione della legge 194". In una nota la Consulta fa sapere che “oggi non c'è più bisogno di riconoscere il diritto all'obiezione di coscienza in quanto chi contesta l'accettabilità morale dell'interruzione di gravidanza può sempre scegliere una professione o specializzazione che non prevede questa pratica". Come dire che uno dei fini del medico, oltre a quello di curare e nel caso guarire, è anche quello di sopprimere i bambini nel ventre delle loro madri. E se non accetti questo aspetto della professione, caro medico, allora è meglio che cambi mestiere (lasciando così il campo aperto solo agli abortisti).

Il progetto – continua la nota - vuole essere un manifesto per la libertà delle donne che vogliono interrompere la gravidanza e che oggi, nonostante la legge, vivono grossi disagi tra tempi d'attesa lunghi e difficoltà a trovare medici non obiettori. Dire che gli operatori sanitari devono avere il diritto di agire secondo coscienza significa non vedere che il dovere principale dell'operatore sanitario è quello di essere vicino alle scelte delle donne e promuovere il loro bene". Da qui la richiesta di "abrogazione dell'articolo 9 della legge 194" che tutela l’obiezione di coscienza. 

In merito proprio all’obiezione di coscienza moltissimi sono stati gli attacchi recenti a questo istituto (si legga “Quando il piccione da impallinare è l’obiettore” e “Gli obiettori nel mirino del ministro Bonino”). Nel gennaio del 2014 la CGIL ha presentato un reclamo al Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa perché gli obiettori in Italia sarebbero troppi. Il mese dopo il Consiglio per i diritti dell’uomo delle Nazioni unite pubblica un Report sulla “Tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani e degradanti" dove l’obiezione di coscienza figura come pratica di tortura. Poi nel maggio successivo l’ex Ministro degli esteri Emma Bonino in un convegno a Milano afferma che “l’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza […] sta mettendo a rischio il diritto delle donne di interrompere la gravidanza nei tempi e nelle modalità previste dalla legge 194”. 

A giugno – come raccontavamo in un precedente articolo – “una trentina di senatori di Pd, Pdl, Gal, Scelta civica, M5s, Sel hanno presentato una mozione in Senato affinchè si preveda che il 50% dei medici non sia obiettore e che l’aborto sia considerato come una reale opzione per le donne”. Da qui un’indagine del governo per passare al setaccio gli obiettori e verificare che non mettano il bastone tra le ruote all’aborto di Stato. Risultato: la macchina abortiva funziona benissimo, soprattutto - per paradosso - laddove ci sono più obiettori (come già faceva notare un documento del Comitato Nazionale di Bioetica).

Giriamo ancora un’altra pagina di questo libro nero sul diritto alla vita. A fine marzo di quest’anno si tagliano i fondi ai progetti Nasko e Cresco voluti dalla Regione Lombardia per aiutare le donne in difficoltà economiche a portare avanti la gravidanza e a crescere il loro bambino in tutta serenità. Il taglio è avvenuto rendendo più difficile per le mamme entrare nelle categorie di persone che possono beneficiare dei sussidi: si è passati da un anno di residenza in Lombardia per poter accedere ai fondi a cinque anni; da un reddito di 12mila euro a uno di 7.700. Il taglio ha penalizzato soprattutto le mamme extracomunitarie.
C’è un filo rosso sangue che lega tutte queste vicende. Il fine non è tanto quello di rendere sempre più agevole abortire a chi ha l’intenzione di farlo – questo avviene già in tutta comodità – bensì di spingere a sopprimere il proprio bambino la donna che non è proprio convinta di abortire. Ecco perché allontanare i volontari pro-life dagli ospedali, ecco perché mettere in un angolo il medico obiettore – perché la sua coscienza obiettrice può far risvegliare altre coscienze non ancora totalmente obnubilate dal male – ecco perché non aiutare quelle donne che con qualche euro in più potrebbero cambiare proposito. L’obiettivo quindi è di andare a caccia delle madri dubbiose o in difficoltà eliminando tutti coloro che si frappongo alla meta. Aborto per tutte, dunque, anche per quelle con altre idee per la testa.

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29/07/2014 18.15
 
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Legame tra aborto e crisi economica



Luigi NegriUna provocazione? Così, a prima vista, potrebbe sembrare. E pure una provocazione di cattivo gusto, tanto è vero che sulle parole mons. Luigi Negri, vescovo di Ferrara, è scoppiata un’autentica bufera mediatica.


Le sue colpe, del resto, appaiono senza dubbio gravi: aver dichiarato che, non consentendo «di venire al mondo» a «milioni di italiani», «la legge sull’aborto» avrebbe causato una «scarsità di figli» tale da farci «sprofondare in questa crisi economica». Si è volutamente scritto “colpe”, al plurale, perché sua eccellenza, con questa dichiarazione, ne ha collezionatealmeno tre: la prima è stata chiamare in causa l’intoccabile Legge 194/’78, la sola norma al mondo che è proibito criticare, la seconda è stata non parlare bene dell’aborto volontario mentre la terza, forse la peggiore, è stata dire una cosa vera. Il legame fra crisi economica e aborto è difatti fuori discussione.


Prima di vedere perché, però, una premessa: anche se fosse economicamente e psicologicamente indolore o perfino positivo, cosa che l’aborto non è in alcun modo, l’atto di soppressione di un bambino non ancora nato rimarrebbe comunque, senza eccezione alcuna, moralmente inaccettabile. Il punto è che non si tratta “solo” – com’è stato definito dal Concilio Vaticano II – di un abominevole delitto, ma pure di una realtà, come giustamente sottolineato da mons. Negri, con pesanti ricadute negative anche in termini economici. Il motivo deriva dal fatto che, unitamente a variabili quali la flessione dei matrimoni celebrati, l’instabilità coniugale, la mentalità contraccettiva e la tendenza femminile, talvolta, a sovrastimare la propria fertilità futura, l’aborto procurato concorre in modo significativo al calo delle nascite; molto significativo: dal 1978 al 2013, stando alle relazioni ufficiali, ne sono stati effettuati 5.538.322. Ora, è possibile pensare che, se si trovasse senza gli abitanti di regioni come Trentino, Umbria, Marche, Abruzzo, Molise e Basilicata, l’economia italiana non ne uscirebbe mortificata?


Eppure è esattamente questo che decenni di aborto legale, piaccia o meno, hanno determinato per l’Italia; ed è precisamente questo, ancora, che chi contesta le parole del vescovo di Ferrara, forse senza rendersene conto, sta sostenendo. Quanto alla correlazione fra calo delle nascite e stagnazione economica – e quindi fra invecchiamento della popolazione e difficoltà di crescita – è francamente imbarazzante che vi sia ancora chi ne dubiti dopo le conferme, fra gli altri, di premi Nobel come Gary Becker e Amartya Sen, e dopo che non un cardinale o un vescovo di simpatie tradizionaliste bensì un professore stimato come Tyler Cowen, intervistato oltretutto dal maggiore quotidiano del Paese, ha dichiarato che quando pensa alla crisi italiana ciò lo «rende più pessimista» non «è l’euro», ma «il tasso di natalità, che in Italia è dell’1,3%». Un dato che sarebbe da tenere in massima considerazione, ha aggiunto Cowen, perché «se l’Italia facesse più figli, le sue prospettive economiche sarebbero migliori. Invece un Paese con una popolazione in declino alla fine non potrà ripagare i suoi debiti».


Dove stia lo scandalo nelle parole di mons. Negri rimane dunque un mistero. In attesa che qualcuno lo chiarisca vale la pena, rimanendo in tema, sottolineare un altro aspetto preoccupante e sistematicamente rimosso allorquando – e capita già di rado – si affronta il tema dell’aborto. L’aspetto preoccupante sta nel fatto che non solo la pratica abortiva concorre a diffondere povertà, ma si sta rilevando – anche se può sembrare paradossale – un micidiale strumento di eliminazione dei poveri: eliminazione fisica, s’intende. Impressionano, in tal senso, i dati di una ricerca a cura di studiosi del Guttmacher Institute, nota organizzazione abortista e dunque non sospettabile di faziosità pro-life, dai quali si evince come negli Stati Uniti, mentre fra il 2000 ed il 2008 si registrava un lieve calo (-0,8%) dei tassi di aborto complessivi, si sia verificato un aumento, peraltro notevole (+ 17,5%), di aborti da parte di una specifica categoria di donne: quelle povere (Obstetrics & Gynecology, 2011).


Davanti ad una realtà simile, in teoria, il buon senso di chiunque dovrebbe portare a ribellarsi. E se non accade, è perché l’abitudine all’aborto legale ha favorito, prima di quelle economica e demografia, una povertà peggiore. Una povertà radicata in quell’indifferenza che la presunta autodeterminazione porta con sé, una povertà che, mentre quella materiale allontana le cose che hanno un prezzo, comporta la privazione di quelle che hanno un valore. Una povertà drammatica, dunque; ma che, se ci pensiamo bene, può essere cancellata semplicemente dallo sguardo di un bambino appena nato e dalla consapevolezza che, per nove mesi, quello sguardo aspettava solo di incrociare il nostro. Per questo non vale la pena arrendersi e continuare la battaglia per la vita: ne va, prima di tutto, della riscoperta della realtà, di ciò che è davvero buono e davvero giusto. Ed una volta che avremo ritrovato questa fondamentale ricchezza le altre, possiamo contarci, non tarderanno ad arrivare.



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26/04/2016 14.27
 
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«Sono un ginecologo ateo e non pratico l’aborto.
In nessun caso»

Feto 11 settimaneSecondo l’oncologo Umberto Veronesi«in un mondo civile e moderno la fede dovrebbe essere lasciata fuori dalla sala operatoria», così da consentire liberamente l’interruzione di gravidanza.

Ma siamo davvero sicuri che è la fede cristiana nella sacralità della vita umana ciò che sprona quasi il 90% dei ginecologi italiani -e l’86% di quelli americani, a non praticare l’aborto? Certamente il cristianesimo è un grandissimo aiuto a livello morale, ma la questione è sopratutto medica.

Lo dimostra non solo l’associazione Secular pro-lifeattivisti atei contro l’aborto, ma anche Riccardo Cortelazzi, ginecologo e Dirigente Medico di I livello presso l’Ospedale Macedonio Melloni di Milano. «Sono obiettore»ha affermato«ma non per questioni religiose. Sono stato cresciuto in una famiglia cattolica, ma non sono praticante. Sono per uno stato ateo, come in Francia». La fede è stata lasciata fuori dalla sala operatoria, eppure l’aborto non viene comunque praticato. Nemmeno in caso di feto malformato, «aiuto la paziente e non l’abbandono. In quel caso la legge prevede l’interruzione terapeutica della gravidanza, ma non la potrei mai praticare io, in nessun caso. Di fronte a situazioni che riguardano la salute della donna o del nascituro, do il mio sostegno psicologico, pur senza entrare nel merito di decisioni private, e indirizzo la paziente ad una mia collega ginecologa che non è obiettrice. Le spiego tutte le possibilità, analizzo dal punto di vista medico in che cosa consiste l’intervento e provo a spiegare che le ferite sono sempre anche psicologiche».

Ma, lo dicono i dati, questi casi sono una rarità, oltre il 90% degli aborti avviene per cause facilmente risolvibili, come quelle economiche o per mancanza di voglia di crescere un bambino. «Se si tratta, come purtroppo talvolta capita, di ragazzine che considerano l’interruzione di gravidanza un anticoncezionale», ha proseguito il ginecologo, «spiego che sono un obiettore alla legge 194/78 e le invito a rivolgersi altrove».

Come dicevamo, il problema dell’aborto è l’evidenza dell’uccisione di un essere umano, non di un grumo di cellule (nessuno si opporrebbe, altrimenti). Lo ha ripetuto tante volte anche Papa Francesco«E’ un problema scientifico, perché lì c’è una vita umana e non è lecito fare fuori una vita umana per risolvere un problema»e ancora«L’aborto non è un “male minore”. E’ un crimine, non è un problema teologico: è un problema umano, è un problema medico». Per questo, ha dichiarato recentemente, «a coloro che operano nelle strutture sanitarie si rammenta l’obbligo morale dell’obiezione di coscienza».


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26/04/2016 14.29
 
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Perché l’aborto è un dramma
se lo zigote è un grumo di cellule?

feto 12 settimaneRecentemente su “La Stampa” la giorna-femminista Mariella Gramaglia ha affermato che la «maggioranza delle laiche femministe detesta l’aborto con tutto il cuore». Ma perché mai dovrebbero provare questi sentimenti? L’embrione e il feto non sono forse un grumo di cellule? E perché tanto dispiacere nel rimuoverlo?

Se ieri l’aborto era l’asso nella manica, un contraccettivo finale, per permettersi una vita sessualmente promiscua, oggi si è magicamente trasformato in un dramma. Ma perché è un dramma abortire se l’embrione è una non-persona, un non-essere umano? Perché questo dolore? Lo ha spiegato il card. Carlo Maria Martini«A partire dal concepimento nasce infatti un essere nuovo, diverso dai due elementi che, unendosi, lo hanno formato. Tale essere inizia un processo di sviluppo che lo porterà a diventare quel “bambino”, cosa meravigliosa, miracolo naturale al quale si deve acconsentire.È questo l’essere di cui si tratta, fin dall’inizio. In quanto chiamato e amato, questo qualcuno ha già un volto, è oggetto di affetto e di cura. Ogni violazione di questa esigenza di affetto e di cura non può essere vissuta che in un conflitto, in una profonda sofferenza, in una dolorosa lacerazione» (C.M. Martini e U. Eco, In cosa crede chi non crede?, Liberal Libri 1996, p. 12).

Evidentemente dunque oggi anche la “maggioranza delle laiche femministe” sono riuscite -seppur senza ammetterlo- ad entrare in possesso di un testo scientifico di embriologia, scoprendo che «lo zigote è formato dall’unione di un ovocita e di uno spermatozoo, è l’inizio di un nuovo essere umano» (K.L. Moore, “Before We Are Born: Essentials of Embryology”, 7th edition, Saunders 2008, p. 2).

I giochi dovrebbero allora essere già chiusi perché la personalità del feto è chiaramente la questione cruciale per l’aborto: se il feto non è una persona, l’aborto non è l’uccisione deliberata di un innocente. Ma se invece il feto è una persona, allora si tratta di omicidio, pratica illegale. Tutti gli altri aspetti della controversia sull’aborto sono relativi a questo. Ad esempio, le donne hanno dei diritti sul proprio corpo, ma non sopra i corpi di altre persone. Ed infatti l’interruzione di gravidanza non è un dirittocome ha confermato Vladimiro Zagrebelsky, magistrato ed ex giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo. Le persone hanno un “diritto alla vita”, ma le non-persone (ad esempio cellule, tessuti, organi, piante, animali ecc,), non lo hanno.

Essendo ormai chiaro che lo zigote è biologicamente e geneticamente umano ed un membro distinto della specie homo sapiens, chi intende giustificare la sua soppressione è costretto ad inventarsi la categoria degli “esseri umani non persone”, dicendo che zigote-embrione-feto sono sì umani, ma non sarebbero persone e dunque privi di diritti sacri e inviolabili. Esattamente come la Corte Suprema americana, che nel 1857 affermava che “a norma di legge, i negri non sono persone” così da giustificare il razzismo. Ma, come spiegato dal filosofo Massimo Reichlin, docente dell’Università Vita-Salute San Raffaele, la «differenza tra persona e essere umano è ben lungi dall’essere teoricamente difendibile» (M. Reichlin, “Etica e neuroscienze”, Mondadori 2012, p. 32.33). L’onere della prova e della dimostrazione spetta ovviamente a chi ha inventato questa nuova categoria di esseri umani, usando la stessa tattica retorica dei dittatori che nella storia hanno voluto giustificare teoricamente i loro crimini illudendosi di sentire così meno peso sulla coscienza.

Il dolore, fisico e morale, della donna dopo un aborto distrugge ogni subdolo tentativo dei teorici abortisti. Lo sa bene la tuttologa Chiara Lalli, che ha scritto un intero libro provando inutilmente a convincere che in realtà le donne non provano alcun dolore ad abortire (“La verità, vi prego, sull’aborto”), sperando così di emergere dalla contraddizione che abbiamo posto all’inizio di questo articolo. Proprio questi tentativi, in realtà, dimostrano l’inesistenza di un solo argomento convincente a sostegno dell’interruzione di gravidanza allorquando si ha la dignità e la maturità intellettuale di riconoscere che zigote-embrione-feto non sono quel grumo di cellule come hanno voluto farci credere per anni radicali e femministe.


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07/05/2016 18.33
 
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La Massoneria e la legge sull’aborto in Francia. Due storie a confronto





 

Gérard Larcher, Daniel Keller, Pierre-François e Jean Veil

 

Gérard Larcher, Daniel Keller, Pierre-François et Jean Veil

 

di Generazione Voglio Vivere 

 

Il Grande Oriente di Francia (GODF) ha assegnato il Marianne Jacques France a Simone Veil, 88 anni, ex ministro e primo presidente del Parlamento europeo nonché  autrice  della legge che legalizzò l'aborto in Francia.

 

Daniel Keller, "Gran Maestro" del GODF, ha consegnato il busto della Marianne ai figli della signora Veil alla presenza del Presidente del Senato Gerard Larcher.

 

Per l’occasione,  Keller ha dichiarato:

 

"Simone Veil incarna l’impegno repubblicano tanto caro alla frammassoneria”. “La legge sull'aborto è diventata il simbolo del miglioramento dell’Uomo e della società a cui lavorano i massoni; questa legge resta un pilastro della nostra società”.

 

Uccidere tutti i giorni in Francia centinaia di bambini nel grembo materno è quindi un pilastro della società voluta dalla setta massonica!

 

Alla Veil noi preferiamo però la figura di Maurice Caillet, medico francese, specializzato in chirurgia ginecologica, che nel libro autobiografico ‘Ero Massone. La mia conversione dalla massoneria alla fede’ (Piemme, 2010) narra la sua incredibile storia. 

 

Abortista e anticattolico convinto, nel 1970 entra a far parte della Massoneria per diventare "Maestro Venerabile" di una delle più potenti logge del "Grande Oriente di Francia".

 

Nel 1984, all'apice della carriera politica e professionale, si reca in pellegrinaggio a Lourdes per accompagnare la moglie Claude, gravemente ammalata: improvvisamente si converte al Cristianesimo e decide di lasciare la massoneria, dopo quasi quindici anni di appartenenza, incontrando, in seguito a questa decisione, difficoltà di ogni tipo:  deve rinunciare alla carriera di medico e viene emarginato dal Partito Socialista Francese.

 

Caillet narra di come la Massoneria abbia promosso le leggi a favore del divorzio, dell'aborto, delle unioni civili e omosessuali, della manipolazione degli embrioni, della depenalizzazione delle droghe leggere e della legalizzazione dell'eutanasia.

 

Due storie con esiti differenti che ci dicono però la stessa cosa: leggi come quella sull’aborto non sono volute dal popolo ma promosse da piccole elite, ben collocate nei gangli vitali del poter e guidate da una precisa ideologia di morte.



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21/06/2017 16.50
 
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24/06/2017 09.49
 
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La scorsa settimana il muro della parrocchia milanese di san Michele Arcangelo e santa Rita a Milano è stato imbrattato con una scritta offensiva e blasfema:
“Aborto libero (anche per Maria)”.

Il parroco, don Andrea Bellò, ha deciso perciò di scrivere una lettera aperta all’anonimo imbrattatore sulla pagina Facebook della Parrocchia. Il post è divenuto subito virale e ha raccolto migliaia di consensi in poco tempo.
 
Sono certo che tutti noi sosteniamo moralmente don Bellò e i suoi fedeli per questo ignobile atto vandalico che hanno subito, ma credo anche che possiamo fare di più.
Dobbiamo dare un segno concreto che testimoni che attacchi del genere non fanno altro che compattare il popolo della vita.
 
Per questo ti chiedo di contribuire a diffondere la lettera del parroco:

«Caro scrittore anonimo di muri,
Mi dispiace che tu non abbia saputo prendere esempio da tua madre. Lei ha avuto coraggio. Ti ha concepito, ha portato avanti la gravidanza e ti ha partorito. Poteva abortirti. Ma non l’ha fatto.
Ti ha allevato, ti ha nutrito, ti ha lavato e ti ha vestito. E ora hai una vita e una libertà. Una libertà che stai usando per dirci che sarebbe meglio che anche persone come te non ci dovrebbero essere a questo mondo. Mi dispiace ma non sono d’accordo. E ammiro molto tua mamma perché lei è stata coraggiosa. E lo è tutt’ora, perché, come ogni mamma, è orgogliosa di te, anche se ti comporti male, perché sa che dentro di te c’è del buono che deve solo riuscire a venire fuori.
L’aborto è il “non senso” di ogni cosa. È la morte che vince contro la vita. È la paura che vince su un cuore che invece vuole combattere e vivere, non morire. È scegliere chi ha diritto di vivere e chi no, come se fosse un diritto semplice. É un’ideologia che vince su un’umanità a cui si vuole togliere la speranza. Ogni speranza.
Io ammiro tutte quelle donne che pur tra mille difficoltà hanno il coraggio di andare avanti. Tu evidentemente di coraggio non ne hai. Visto che sei anonimo. E già che ci siamo vorrei anche dirti che il nostro quartiere è già provato da tanti problemi e non abbiamo bisogno di gente che imbratta i muri e che rovina il poco di bello che ci è rimasto. Vuoi dimostrare di essere coraggioso? Migliora il mondo invece di distruggerlo. Ama invece di odiare. Aiuta chi è nella sofferenza a sopportare le sue pene. E dai la vita, invece di toglierla! Questi sono i veri coraggiosi! Per fortuna il nostro quartiere, che tu distruggi, è pieno di gente coraggiosa! Che sa amare anche te, che non sai neanche quello che scrivi!
Io mi firmo: don Andrea»


Che una chiesa venga imbrattata non è purtroppo una novità ma che un parroco abbia trovato il coraggio di scrivere quello che ha scritto è un bel segnale di coraggio tenuto conto che siamo ormai nell’era del silenzio.
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13/07/2017 10.05
 
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Tutto il mondo prega e spera per la vita di Charlie Gard dopo che due giorni fa l’Alta Corte di Londra ha rimandato a nuova udienza la decisione sulla cura sperimentale presentata dalla famiglia e messa a punto dal team di esperti dell'ospedale Bambino Gesù di Roma.




Quello che posso dirti è che continueremo a seguire la vicenda e che ti terremo costantemente aggiornato.




In attesa di ulteriori notizie, oggi voglio raccontarti una storia che non ha avuto alcuna eco nei nostri midia nazionali.




Recentemente la fondatrice e Presidente dell’associazione Culture of Life Africa, Obianuju Ekeocha, ha reso noti attraverso Twitter alcuni antichi pamphlets della multinazionale abortista Planned Parenthood nei quali si dice chiaramente che l’aborto è a tutti gli effetti un omicidio!


In uno di questi pamphlets del 1952 intitolato “Pianifica i tuoi figli per la salute e la felicità”, Planned Parenthood afferma che l’aborto non è un contraccettivo: “Un aborto richiede un’operazione. Si uccide la vita di un bambino dopo che questa ha avuto già inizio. È pericoloso sia per la tua vita che per la tua salute”.

Inoltre, viene spiegato che l'aborto "può causare infertilità. Poi, quando desideri un figlio non potrai averlo. Il controllo delle nascite semplicemente posticipa l'inizio della vita; l'aborto uccide la vita".




Rispondendo alla pubblicazione di questi pamphlets, la Presidente del National Right to Life, Carol Tobias, ha scritto su Twitter che Planned Parenthood sa perfettamente che “l’aborto mette fine alla vita di un essere umano innocente”.




Planned Parenthood ha iniziato la sua “attività” un secolo fa come clinica di controllo delle nascite a Brooklyn, sotto la supervisione di Margaret Sanger. Nel 1970, quattro anni dopo la morte della Sanger, l'organizzazione aveva già realizzato il suo primo aborto legale nella città di Syracuse, nello Stato di New York.




Nel 1976, a causa della sentenza Roe v. Wade (che legalizzò l’aborto in tutti gli Stati degli USA), l'organizzazione aveva effettuato già 70.000 aborti in un anno e attualmente supera i 300.000 (il 35% di tutti gli aborti degli Stati Uniti d’America).



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Pochi anni fa la multinazionale dell’aborto è stata travolta dalle polemiche dopo essere stata accusata di traffico di organi e tessuti di bambini abortiti nelle loro cliniche. Fatti comprovati da numerosi video girati sotto copertura.

Insomma, sin dall’inizio i paladini dell’aborto sapevano perfettamente che questa pratica uccideva una vita innocente eppure non si sono fatti scrupoli nel proseguire causando l’uccisione di milioni di bambini.

Si rimane senza parole dinnanzi a tanta crudeltà.

Adesso, però, possiamo dimostrare documenti alla mano che Planned Parenthood sapeva e zittire tutti i suoi complici, anche qui in Italia, sarà più facile.

Mentre penso ai tanti concepiti uccisi in tutti questi anni, non posso smettere di pregare per Charlie e per i suoi genitori. Confido che anche tu vorrai continuare insieme a me questa crociata di preghiere.




Samuele Maniscalco
Responsabile Campagna Generazione Voglio Vivere


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30/04/2018 23.03
 
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Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno vengono praticati tra i 40 e i 56 MILIONI di aborti.

Circa 153,425 ogni giorno.

Circa 6,393 ogni ora.

Da quando hai aperto questa mail, ne sono stati praticati più di 100.

Circa 106 aborti ogni minuto.

106 esseri umani esattamente come te e me... solo un po' più piccoli.

Soppressi nel silenzio.
04/07/2018 11.13
 
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Il DNA dell’embrione è attivo dalla fecondazione,
chi lo dice agli abortisti?

Il Dna dell’embrione inizia, appena dopo la fecondazione, a dirigere autonomamente il processo di formazione dell’organismo umano. Una scoperta rivoluzionaria apparsa su Nature dimostra che il codice genetico non viene tradotto in un secondo momento o stadio come invece si pensava.

«Abbiamo fatto luce su ciò che attiva il programma genetico che ci fa diventare ciò che siamo»ha commentato uno degli autori, il ricercatore del Politecnico di Losanna, Didier Trono. Una conferma scientifica in più, dunque, sul fatto che la vita umana inizia pienamente al concepimento. Nessuna “entità in atto“, nessuna “entità iniziale” o “progetto di umanità”, il tutto è già in essere, in sviluppo fin dall’inizio: dall’embrione all’ultimo stadio, la morte, senza soluzione di continuità.

Il programma genetico riceve il “calcio di inizio” del processo di crescita grazie ad una famiglia di proteine chiamata Dux e la scoperta viene considerata una pietra miliare della biologia dello sviluppo. Per questo abbiamo deciso di citarla nel nostro dossier sulle evidenze scientifiche della personalità dell’embrione umano.

 

Il prof. Roberto Colombo, eminente docente di neurobiologia e genetica all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore scientifico del nuovo Centro per lo Studio delle Malattie Ereditarie Rare presso l’Ospedale Niguarda di Milano, ha commentato«Questa scoperta fornisce una preziosa conferma scientifica – come ricorda l’enciclica Evangelium vitae (1995) – che “dal primo istante si trova fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: una persona, questa persona individua con le sue note caratteristiche già ben determinate. Fin dalla fecondazione è iniziata l’avventura di una vita umana, di cui ciascuna delle grandi capacità richiede tempo, per impostarsi e per trovarsi pronta ad agire”».


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