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DIFENDERE LA VITA DAL CONCEPIMENTO

Last Update: 2/24/2020 10:37 PM
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5/24/2012 2:21 PM
 
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Oltre 30 intellettuali avviano una campagna pro-life: «l’aborto non è un diritto»po la conversione cattolica nel 2001, Lord Nicholas Windsor rinunciò alla sua pretesa al trono inglese e abbracciò anche l’insegnamento della Chiesa sul diritto alla vita del nascituro. Recentemente ha avviato una campagna di supporto per i cosiddetti “articoli di San Jose”, ovvero 9 dichiarazioni sulla questione dell’aborto firmate da oltre 30importanti politici, diplomatici, giuristi, scienziati, studiosi e personaggi pubblici di tutto il mondo, tra cui John Finnis, professore di diritto all’Università di Oxford e John Haldane, professore di filosofia presso l’Università di St Andrew (Scozia).

C’è il riconoscimento di una forte campagna sovversiva a livello internazionale che sostiene falsamente che l’aborto è un diritto umano e che tutti i governi hanno il dovere di sostenerlo. I 9 articoli sono stati presentati all’inizio di questo mese presso le Nazioni Unite dal prestigioso studioso Robert George, della Princeton University e dall’ex ambasciatore degli Stati Uniti, Grover Joseph Rees, i quali hanno sfidato le affermazioni fatte dal personale delle Nazioni Unite secondo i quali esiste un diritto fondamentale all’aborto nel diritto internazionale. Questi articoli sono stati promulgati contemporaneamente in tutto il mondo con il sostegno di tutte le associazioni pro-life internazionali.

Gli articoli di San Jose smentiscono categoricamente l’affermazione che togliere la vita del nascituro sia un diritto e ricordano come le leggi di oltre due terzi di tutti i paesi membri delle Nazioni Unite riflettono chiaramente un riconoscimento continuo che i bambini non ancora nati meritano protezione. Solo 56 paesi hanno permesso l’aborto e tra questi, in22 è senza restrizioni. Le Nazioni Unite continuano però la loro campagna abortistaanche nel Terzo Mondo per modificare le leggi sull’aborto, anche attraverso una serie di ricatti, ovvero l’aiuto e il sostegno economico in cambio di leggi liberatorie sull’aborto. La Svezia, ad esempio, ritirò tutti gli aiuti al Nicaragua, dopo che la sua Assemblea Nazionale non riuscì a varare una legge liberale sull’aborto.

I 9 articoli dichiarano inoltre che il nascituro dev’essere protetto dai diritti umani, che la scienza stabilisce che la vita umana inizia con il concepimento, che non esiste il diritto di aborto nel diritto internazionale e che il diritto alla vita è stabilito dall’articolo 3 della Dichiarazione Universale del 1948 sui diritti dell’uomo, nata in seguito agli orrori della seconda guerra mondiale. Moltissimi attivisti stanno chiedendo ai propri parlamentari di diventare firmatari.

Sul sito www.sanjosearticles.com si possono trovare tutte le informazioni necessarie per l’utilizzo più opportuno di questi articoli.

[Edited by Credente. 5/24/2012 2:21 PM]
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5/24/2012 2:23 PM
 
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La Commissione Europea autorizza l’avvio della
campagna “per la vita”

Quasi in contemporanea alla bellissima festa in difesa dei diritti del nascituro avvenuta per la prima volta nelle strade di Roma domenica scorsa, giunge la notizia che la Commissione europea ha autorizzatola proposta di iniziativa “Uno di noi”, promossa dai movimenti per la vita di 20 Paesi, che chiede al diritto comunitario di proteggere il riconoscimento della dignità umana fin dal concepimento.

L’Iniziativa europea è una forma di democrazia diretta introdotta dal Trattato di Lisbona che implica la raccolta di almeno un milione di firme in almeno 7 diversi Paesi. «Siamo intanto molto soddisfatti che la Commissione abbia registrato la proposta, – ha commentato Carlo Casini presidente del Movimento per la Vita – cosa niente affatto scontata. Da oggi abbiamo un anno per raccogliere le adesioni ma soprattutto per far crescere in Italia e negli altri 26 Paesi dell’Unione quellacultura della vita la cui base è il riconoscimento del principio di eguaglianza per il quale l’uomo è sempre uomo». Aspettiamoci dunque un anno di diffamazione e insulti mediatici per screditare tale iniziativa, di cui un assaggio lo abbiamo già ricevuto nella reazione intollerante alla Marcia pro life di domenica.

L’avvio formale, sulla scia dei cosiddetti “articoli di San Jose”, sarà il 20 maggio 2012, intitolato “LifeDay” (www.mpv/lifeday.it) presso l’aula Paolo VI a Roma. Il filo rosso, sostenuto da giuristi, scienziati, docenti, religiosi, politici, filosofi, è la dignità umana sempre uguale e sempre ugualmente grande, dal concepimento alla morte naturale.«In un momento in cui il progetto di unità europea barcolla sotto i colpi della crisi economica – ha concluso Casini- , l’iniziativa del Movimento per la vita richiama il valore della vita umana come energia capace di superare la crisi e di costruire un vero e proprio popolo europeo».

Si riuscirà a raccogliere un milione di firme in un anno? Le giovani generazioni sono maggiormente contrarie all’aborto, ma è saggio rimanere prudenti. La vera questione è che le acque cominciano a muoversi, magari non ci riusciremo quest’anno ma riproveremo fra tre anni, e così via.  L’importante è che il vento pro life cominci a soffiare anche in Europa.

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5/24/2012 2:24 PM
 
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Russia: anche la Duma si prepara
ad approvare restrizioni sull’aborto

Clinica abortista in RussiaCerto che di acqua ne è passata sotto i ponti da quando nell’allora atea Russia Sovietica veniva legalizzato l’aborto per la prima volta in Europa. Da allora il tempo è cambiato e complice sia la “reconquista” culturale del cristianesimo-ortodosso represso ma non estirpato durante gli anni dell’ateismo di stato, sia la dilagante crisi economica la Duma sta discutendo una serie di revisioni al cosiddetto diritto all’aborto.

Sulla scia della petizione elvetica (Ultimissima 2/9/11), la proposta principale consiste nel depennamento dell’interruzione volontaria di gravidanza dalle voci dei servizi pubblici generali, facendola dunque diventare a pagamento.

Nella bozza discussa dalla Duma è inoltre prevista l’introduzione di un autorizzazione da parte del coniuge o dei genitori nel caso di minori; troppo spesso ignorati in quello che poi diventa un dramma familiare. I deputati hanno altresì discusso la propostad’introduzione di un periodo di riflessione obbligatorio, tra la richiesta d’aborto e l’operazione, durante il quale la donna sarà informata delle conseguenze e delle alternative possibili oltre a poter contare su un supporto psicologico.

L’iniziativa, come facilmente prevedibile, non è stata presa bene dagli abortisti che definiscono deprecabile l’intera bozza. La notizia è stata pubblicata dal The Moscow News e successiamente tradotta da RussiaOggi.

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5/24/2012 2:31 PM
 
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Anche in Italia la Marcia pro life, i quotidiani si scatenano

Finalmente anche in Italia (parallelamente al Canada) è arrivata la Marcia per la Vita, ed è stata un vero successo: 15 mila persone! Un evento organizzato completamente dal basso che ha radunato intere famiglie, medici scienziati, movimenti cattolici e anche la politica (www.marciaperlavita.it). Uno spartiacque -come spiega Mario Palmaro- tra il prima e il dopo: anche in Italia si è riusciti, contro il pensiero dominante, ad organizzare e mobilitare tutti coloro che ritengono un’ingiustizia insopportabile la legalizzazione dell’uccisione di un essere umano, per i presunti diritti della donna (su questo i malconci sopravvissuti all’aborto,come Gianna Jessen, insistono giustamente parecchio).

La pesante reazione isterica del potere mediatico è stata la cartina tornasole per misurare la portata di questa vittoria, ed è stato divertente fare un giro di lettura dei vari articoli. Tra i più scatenati “Repubblica”, il “Manifesto” e “L’Unità”, poi a seguire il “Fatto Quotidiano” (che -per la cronaca- per la prima volta nella sua storia oggi pubblica un articolo in difesa addirittura di un cardinale cattolico!!!). “Repubblica”dopo aver elogiatoil pedofilo Roman Polansky in un articolo a tutta pagina, ha dedicato all’evento ben 4 articoli, con tanto di storiella di una donna sconvolta perché dei medici pro life le hanno fatto vedere il suo bambino appena abortito, a sottolineare la “violenza” degli anti-abortisti. “L’Unità” (tre articoli!) ci ha messo parecchia rabbia, con titoli del genere“Fondamentalisti in marcia”, evitando ovviamente di parlare delle centinaia di mamme e papà con passeggino e concentrandosi sulla presenza di alcuni esponenti di Forza Nuova. Su “Il Fatto Quotidiano” Daria Lucca, prima di insultare i medici obiettori, ha proposto di organizzare una class action contro i partecipanti alla marcia -definiti “fanatici”,“fondamentalisti” ecc.- per la diffamazione verso chi compie l’aborto. E se le centinaia di famiglie che hanno marciato formassero una class action contro la Lucca per diffamazione a mezzo stampa?

Il “Messaggero” (5 articoli!!), ha pubblicato la sua dose di bufale (come i cartelli sulle “donne assassine”, sulle “donne pagate per manifestare”, che poi erano otto ragazzi/e retribuiti/e che facevano fundraising, sui 200 autobus gratuiti, poi smentita dallo stesso quotidiano). Ha anche intervistato il cattolico Alberto Melloni, che da buon progressista del “Corriere della Sera” si è affrettato a scandalizzarsi e a dire che il Papa non ha parlato di tale Marcia, e quindi -secondo lui- ne avrebbe preso le distanze. La Marcia contro il “pensiero unico”, come ha scritto Giuliano Ferrara, è servita anche per svelare i lupi travestiti da agnelli.

Numerosi i blog che hanno preso in giro (ottimo l’articolo di “Campari e De Maistre”) le reazioni intolleranti e diffamatorie di alcuni quotidiani. La gente, presente in queste fotografie, è stata apostrofata in tutti i modi più dispregiativi ammessi su un quotodiano: “fondamentalisti”“terroristi”“nazisti”“omofobi”“razzisti” “antisemiti”,“integralisti”, “fascisti”“violenti” ecc.  Francesco Agnoli ha riassunto ironicamente su“Il Foglio” il terrorismo femminista e abortista che è stato attivato per screditare le belle e sorridenti famiglie pro-life, ricordando che lo stesso accanimento non si vede affatto quando il sindaco di Roma, Alemanno, appoggia la fiera porno-esibizionista del Gay Pride (la polemica è basata anche sulla partecipazione del Sindaco con la fascia tricolore e il patrocinio dato dal Comune). Per lo meno non c’è stata nessuna aggressione fisica, come invece accade puntualmente ad ogni marcia pro-life all’estero.

Significativo l’articolo apparso su “Il Tempo”«resta comunque il dato, squallido, della strumentalizzazione squisitamente politica e vagamente elettorale di un evento che in una democrazia dovrebbe essere garantito, a prescindere. Resta altrimenti difficile per il cittadino comprendere come mai un’istituzione debba dare il patrocinio al Gay Pride e non alla marcia per la vita». Il quotidiano romano accusa la mistificazione fatta dalcentrosinistra. Effettivamente i quotidiani che hanno sollevato le ire reazionarie sonotutti orientati verso una certa ideologia politica (torna in mente il bellissimo “L’Eskimo in redazione”, di Michele Brambilla), la stessa che attraverso il suo leader, Pierluigi Bersani,ha aperto in questi giorni alle unioni omosessuali. Certo, l’on Beppe Fioroni (Pd) ha valorizzato la Marcia. Le elezioni sembrano vicine, occorre riflettere.

 

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5/24/2012 2:42 PM
 
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Cavalli Sforza: «la fine del determinismo genetico»

di Enzo Pennetta*

*biologo

In un articolo su la Repubblica Francesco e Luca Cavalli Sforza affrontano la fine del determinismo genetico alla luce dello studio dei meccanismi epigenetici. L’articolo è apparso Col titolo Quando l’apprendimento può essere trasmesso” e l’argomento affrontato sono le nuove conoscenze sull’epigenetica, la trasmissione di caratteri sviluppati nel corso della vita.

L’articolo inizia con una sintetica ed efficace esposizione dell’epigenetica«Le nostre attività, quindi, oppure agenti patogeni cui siamo esposti, o ciò che mangiamo, possono modificare il modo in cui lavorano le nostre cellule. I cambiamenti non incidono sulla sequenza di DNA, che rimane immutata, ma sono trasmessi alle cellule figlie insieme al DNA della cellula madre, quando questa si divide»L’importanza dell’epigenetica in ambito antropologico è nell’aver definitivamente smentito l’idea che analizzando il DNA di una persona fosse possibile determinarne tutte le caratteristiche, un’idea che unitamente all’affermarsi dell’evoluzionismo darwiniano per selezione naturale, era stata sin dall’inizio del ’900 all’origine della triste vicenda delle politiche eugenetiche.

Ma se il determinismo genetico viene oggi definitivamente confutato, in passato ha giustificato le politiche eugeniste che enormi drammi hanno provocato su entrambe le coste dell’Atlantico, andando dalla discriminazione verso gli immigranti avvenuta negli USA nella prima metà del XX secolo, alle più tristemente conosciute politiche eugenetiche della Germania nazista. Ma l’eugenetica ha continuato ad essere operante anche in Svezia, dove fino agli anni ’70 il Nobel per la pace (sic!) del 1982, Alva Mydral, proponeva politiche eugeniste di sterilizzazione forzata e di promozione del razzismo, idee che come abbiamo visto non solo non le impedirono di ricevere il Nobel per la pace, ma non le impedirono neanche di divenire presidente della sezione scientifica dell’UNESCO dal 1950 al 1955.

In nome del determinismo genetico si riteneva inutile spendere soldi e tempo per l’educazione dei figli di persone che “non avrebbero mai dovuto diventare genitori”, affermava nel 1922 Margaret Sanger la paladina della società basata sull’eugenetica e fondatrice di Planned Parenthood, la più grande industria dell’aborto oggi prendete al mondo. La scoperta dell’ereditarietà epigenetica rende adesso ancor più assurdo tutto questo.  Le caratteristiche che facevano etichettare come “deboli di mente” e spesso dichiarare “indesiderati” il 79% degli emigranti italiani, l’87% di quelli russi o l’83% degli ebrei, oltre ad essere frutto di discutibili test d’intelligenza, potevano essere causate da fattori epigenetici, dalle condizioni di miseria in cui quelle persone erano vissute, persone che dopo essere state relegate agli ultimi posti di una società piena di disuguaglianze, venivano anche “punite” come portatrici di caratteri negativi da eliminare con l’isolamento e la sterilizzazione.

Adesso, all’inizio del XXI secolo, la scoperta dei meccanismi epigenetici ci mette in condizione di liberarci dai dogmi che vedono tutto scritto nel DNA, il “gene egoista” di Richard Dawkins e le conseguenze di un approccio deterministico possono dunque essere messe da parte: l’ambiente e le condizioni sociali sono determinanti. La sopravvalutazione del determinismo genetico e della selezione naturale ha però portato a delle degenerazioni di cui la biologia del XX secolo è stata responsabile o quantomeno corresponsabile, e per le quali dovrebbe “chiedere scusa”, dovrebbe porgere quelle scuse che a volte vengono chieste alle religioni e che stavolta sarebbe giusto che la “scienza” offrisse a coloro che, in nome dell’eugenetica, sono stati perseguitati.

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6/25/2012 11:16 PM
 
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Il nuovo spot di Enel Energia è un inno alla vita

Chi scrive ha spento la televisione e la radio da tempo, puntando solo sul web, esasperato dall’eccessiva invadenza degli spot pubblicitari.

Tuttavia, in questo contesto storico dominato dalle varieEmma Bonino, dai Carlo Flamigni e dai Silvio Viale, è con gioia sottolineare la presenza, tra la quotidiana e martellante réclame televisiva, anche di un bellissimo inno alla vita.

 E dopo lo spot pubblicitario, c’è spazio per l’ascolto di questa intensa canzone di Nek, presa dall’album “L’Anno Zero” (2003). Il testo è un altro inno alla vita, o meglio, una preghiera contro la decisione di abortire: «Lui vive in te, si muove in te con mani cucciole. E’ in te, respira in te, gioca e non sa che tu vuoi buttarlo via. Lui vive in te, si culla in te con i tuoi battiti. E’ in te, lui nuota in te, gioca chissà…è lui il figlio che non vuoi».

 
Guardando questi video, non possono non venire alla mente le parole di Pier Paolo Pasolini, il quale riconosceva: «Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enormecomodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla maggioranza – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura» (da “Corriere della Sera”, 19/1/1975).

Come dimenticare l’intervista a Norberto Bobbio, quando disse: «L’aborto è un problema molto difficile, è il classico problema nel quale ci si trova di fronte a un conflitto di diritti e di doveri. […] Innanzitutto il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto [...] Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere“. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere». (da “Bobbio: ecco perché sono contro l’aborto”Corriere della sera, 8/5/1981)

 

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6/25/2012 11:19 PM
 
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IN TE: La bellissima canzone di Nek, citata nel post precedente.

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7/18/2012 6:54 PM
 
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Movimento per la Vita:
17mila i bambini salvati dall’aborto nel 2011

La vita fa record, di nascite! E’ quanto emerso dai dati registrati nei 329 Centri di aiuto alla vita, distribuiti sull’intero territorio nazionale, che hanno assistito circa 60mila donne nel 2011. IlMovimento per la Vita italiano ha presentato dunque numeri vincenti nel suo report di fine anno: 17mila sono i bambini nati grazie alla cura di ben 4mila volontari dei Centri, oltre ai 73mila sostenitori.

«Le prestazioni assistenziali fornite ed estese non solo alle gestanti sono state decine di migliaia. Tra le più numerose si confermano gli aiuti in natura, l’assistenza sociale, psicologica e morale, gli aiuti in denaro, l’assistenza medica», si legge nella relazione ufficiale diffusa in cui viene precisato che ogni donna assistita si ripresenta al Centro almeno 10-12 volte nel corso dell’anno e che oltre il 3% delle gestanti assistite ha potuto usufruire diospitalità in case di accoglienza, presso famiglie o in case in affitto gestite dai Cav.  Ě emerso che, complessivamente, nel 2011 l’85% delle gestanti che si sono rivolte aiCentri di aiuto alla vita, grazie all’aiuto ricevuto, hanno deciso di portare a termine la gravidanza, e l’81% delle mamme intenzionate ad abortire o incerte hanno scelto la vita.

Per ogni Centro sono nati 52 bambini destinati all’aborto. La Lombardia è la Regione italiana nella quale nel 2011 vi è stato, con riferimento alla popolazione residente, sia il maggior numero di Bambini nati grazie ai Centri di Aiuto alla Vita che di Gestanti assistite. Seguono il Veneto con 32 bambini nati e 44 gestanti assistite ogni 100.000 abitanti, ed il Piemonte con 26 bambini nati e 37 gestanti assistite ogni 100.000 abitanti. A partire dal 1975, anno di fondazione, a Firenze, del primo Centro di aiuto alla vita, i bambini nati grazie al sostegno dei Cav sono oltre 140mila, mentre le donne assistite hanno superato le 450mila. Ma c’è chi dice no a tutto questo . Accade in Liguria, dove il consiglio regionale ha respinto la proposta di aiutare le madri in difficoltà economica al fine di scongiurare possibili interruzioni di gravidanza, sul modello già adoperato in Lombardia. E che ad un minimo sostentamento economico da offrire a queste neo madri disagiate, oppone una campagna di informazione sulla contraccezione nelle scuole.

Il motivo principale addotto dalle donne intenzionate ad abortire risiede nella scarsità di risorse economiche disponibili; a tal proposito è stato ideato il Progetto Gemma ovvero la possibilità di adottare temporaneamente le gestanti in difficoltà tentate di rifiutare il proprio bambino per motivi di disagio sociale e familiare. Attraverso un contributo minimo mensile di 160 euro è possibile adottare per 18 mesi una mamma e il suo bambino. In questo modo, dal 1994 sono state aiutate più di 20mila mammee salvati altrettanti bambini dal destino di una mancata “possibilità” di nascita.

Intanto,qualche giorno addietro, è stato presentato il primo bilancio pubblico di sette anni di attività del servizio di Caring Perinatale presso il Gemelli, che dal 2006 a oggi ha aiutato oltre 200 mamme con gravidanze ad alto rischio e malformazioni fetali. «Alle gestanti in circostanze simili viene generalmente proposta l’interruzione della gravidanza»ha spiegato il ginecologo del Gemelli, Giuseppe Noia, presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici. «Quelle che non desiderano abortire vengono spesso lasciate sole nel gestire la propria attesa, senza essere seguite né supportate per la probabile perdita dei loro bambini e la gestione del loro dolore».

Livia Carandente

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7/19/2012 11:57 PM
 
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Photo: quando la scienza conferma le convinzioni della fede...parola del professore Angelo Vescovi, dell’Università di Milano-Bicocca, condirettore dell’Istituto di ricerca sulle cellule staminali, uno dei più grandi esperti in materia a livello nazionale e internazionale
8/2/2012 12:11 AM
 
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Dovevano essere abortiti,
ma la forza della vita li ha salvati

Aveva 23 anni Lacey Buchanan, quando i medici le consigliarono di abortire perché il suo bambino aveva una sindrome molto rara e, una volta nato, non sarebbe riuscito a respirare da solo. Lei e il marito, invece, decisero di portare a termine la gravidanza.  Christian è nato e sopravvissuto, molti coloro che hanno indicato Lacey come una donna cattiva per aver scelto di amare il suo bimbo. A starle vicino la comunità della chiesa a cui da sempre appartiene, che ha dato coraggio a Lacey di realizzare un video -cliccatissimo- per mostrare al mondo il valore di suo figlio: «sono felice che Christian stia diventando la faccia e la voce che dimostra che la bellezza è molto di più dell’aspetto esteriore. Quando Christian sarà abbastanza grande, chiedete a lui se è felice che lo abbia lasciato vivere. Il suo sorriso ha così tanto valore che a 14 mesi Christian sta facendo molto di più di quello che molte persone fanno in una vita», ha spiegato Lacey.

Una storia molto simile a quella di Luz Maria, concepita nel 2011 in seguito ad uno stupro ma lasciata venire alla luce dalla madre, nonostante le pressioni da parte di organizzazioni pro-choice e media. Oggi quella bambina è la gioia della sua famiglia e la  testimonianza vivente che dalla violenza può nascere la gioia, e non è giusto rispondere con un altro atto di violenza, come quello dell’aborto.

Anche Kellie Burville, di 27 anni, non ha voluto dare ascolto né ai medici né ai loro pronostici, ma solo alla vita che portava in grembo. «Quando Kellie era al nono mese di gravidanza abbiamo visto che la piccola aveva un’emorragia cerebrale. Il rischio che nascesse handicappata era del 50 per cento. Così abbiamo proposto ai genitori di abortire»sono le parole di un medico del Chelsea Westminster Hospital di Londra. Il medico spiegò anche che se la piccola fosse sopravvissuta, non sarebbe stata in grado né di camminare né di parlare, incapace di nutrirsi: «ma l’idea dell’aborto non mi ha sfiorato nemmeno per un secondo», ha raccontato Kellie. La piccola è nata solo con poche piastrine nel sangue, ma è bastata una trasfusione per regolarizzarla. E’ stata battezzata:  «Ora fa tutto quello che ti aspetti da una bimba sana. Lei è il miomiracolo», ha detto Kellie, mentre il papà spiegava la meraviglia di «vederla fare tutte le cose che i medici dicevano che non sarebbe mai stata in grado di compiere».

Una nascita difficile anche quella di Kenna Claire Moore, nata nel gennaio scorso a sole 25 settimane, con un peso di 270 grammi. Anche in questo caso i medici hanno consigliato l’aborto alla madre, che soffriva di ipertensione gestazionale indotta dalla gravidanza. Ma uccidere sua figlia non era una cosa che la interessava, anche se aveva il 60 per cento di probabilità di vedere sua figlia sopravvivere. Pochi giorni fa Nicki e Sam, i genitori di Kenna, hanno portato a casa la piccola che sembra stare in condizioni migliori. «Spero che Kenna possa ispirare altre persone che si trovano ad attraversare momenti così duri» ha spiegato la madre.

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8/24/2012 6:08 PM
 
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Veneto: vittoria pro-life contro l’oscurantismo femminista

La donna che intende abortire non deve essere informata, la sua non deve essere una scelta responsabile, nessuno le deve parlarle dei rischi e delle conseguenze del suo gesto, l’aborto non valimitato o scoraggiato, la Legge 194 non va applicata anche laddove parla di “prevenzione dell’aborto volontario”, non si devono trovare delle alternative ma deve rimanere l’unica soluzione per ogni tipo di problema, sia esso finanziario o di semplice timore della madre per un cambiamento di vita. La donna va lasciata sola con il suo problema, offrendole sempre l’aborto come unica e semplice soluzione.

Questo è il pensiero di certo femminismo moderno (ne esistono anche versioni sane,anche qui), di coloro che impediscono ai volontari del Movimento per la Vita di entrare nei consultori per tentare di prevenire l’aborto come chiede la Legge 194, offrendo un aiuto economico alle donne in difficoltà e affrontando assieme a loro i problemi che le hanno orientate verso l’interruzione di gravidanza (il 90% degli aborti si potrebbe evitare facilmente con iniziative politiche). La richiesta di poter aiutare le donne a trovare unaalternativa alla soppressione della vita umana che portano nel grembo è vista dallefemministe (non c’è un movimento moderno più nemico della donna di quello femminista,come abbiamo già fatto notare) di “Sinistra ecologia e libertà” come una “caccia alle streghe”.

Con gioia, allora, si apprende la notizia che il Consiglio regionale del Veneto ha votato con una maggioranza trasversale al Pdl, al Pd e alla Lega Nord una legge che assicura a tutte le associazioni legalmente riconosciute la possibilità di fare informazione nelle strutture sanitarie e sociosanitarie della regione su questioni etiche e tematiche riguardanti la vita, garantendo a tutte «pari opportunità di comunicazione». È la conclusione di una complessa vicenda che ha avuto inizio ancora nel 2004 con la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare – oltre 20mila le firmeraccolte dal Movimento per la vita e dai volontari dei centri di aiuto per la vita – per«regolamentare le iniziative mirate all’informazione sulle possibili alternative all’aborto»autorizzando l’esposizione di materiale informativo e l’azione divulgativo dei volontari pro- life nelle strutture sanitarie e nei consultori.

La proposta, inizialmente bocciata, è stata modificata e approvata anche se è rimasta differente dall’originale. «Non è quello che chiedevamo, però è un primo passo importante lungo la strada dell’informazione perché fino ad oggi non disponevamo neppure di questa opportunità», ha commentato il presidente regionale del Movimento per la Vita, Guido De Candia.

L’oscurantismo femminista è stato ridimensionato in Veneto, dopo il Piemonte, e la Legge 194 potrà essere applicata tentando di prevenire l’aborto, le donne potranno davvero essere informate, se lo vorranno, e sopratutto aiutate e sostenute a trovare una soluzione migliore per i loro problemi.

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9/4/2012 10:04 PM
 
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Corea del Sud:
una sentenza inedita a favore della vita

La Corte Costituzionale della Corea del Sud pare aver dato credito a questo semplice ragionamento, stabilendo, in una sentenza emessa il 23 agosto 2012, che «il diritto alla vita è il più fondamentale dei diritti umani» e che il diritto della donna di disporre del proprio corpo «non può essere invocato come superiore al diritto alla vita di un feto».

A fare ricorso alla Corte Costituzionale era stata un’ostetrica che riteneva sbagliata lapena di due anni di carcere per gli operatori sanitari che praticano aborti illegali, ma la Corte ha affermato la legittimità costituzionale del Codice penale in materia, riportando in particolare che «il diritto alla vita è il più fondamentale dei diritti umani»

La sentenza è stata criticata fortemente dalle organizzazioni femministe (ottimo motivo per compiacersi, dunque, dato che nulla c’entrano con la vera difesa delle donne) e accolta con soddisfazione dai movimenti pro-life, ma anche con cautela perché preoccupa la definizione dell’inizio della vita usata dalla Corte costituzionale, che giustifica la manipolazione di embrioni creati in vitro: essa inizierebbe con l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero della donna, mentre per il mondo scientifico la vita umana iniziachiaramente al momento della fecondazione dell’ovulo da uno spermatozoo. Recentemente anche la comunità autonoma spagnola della Galizia ha preso coscienza di questo dato oggettivo, affermando che i figli “non nati” devono essere considerati come membri della famiglia, garantendo «il diritto alla maternità»

Secondo un recente sondaggio a livello internazionale, la Corea del Sud è uno dei Paesicon il più alto numero di persone non religiose (31% e 15% di atei decisi). Anche la presenza della Chiesa è davvero modesta e la famigerata “influenza del Vaticano” è decisamente blanda. C’è curiosità dunque verso chi se la prenderanno adesso abortisti e femministe, sempre pronti ad inventarsi complotti teocratici quando in realtà si tratta di argomenti affrontabili tranquillamente attraverso ragionamenti “laici”

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9/5/2012 9:40 PM
 
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Eutanasia,
ovvero quello che i malati non vogliono

Ci sono però, sempre in tema di “fine vita”, anche altri interrogativi almeno altrettanto urgenti eppure quasi sempre elusi. Per esempio: chi richiede davvero l’eutanasia? Qual è la reale volontà dei malati? I “casi mediatici” come quello di Nicklinson sono realmenterappresentativi delle istanze di coloro che versano in condizioni di difficoltà? E se non lo sono, perché vengono continuamente riproposti e seguiti dai mass media?

Uno sguardo più ampio rispetto a quello offertoci dai titoli di quotidiani e telegiornali può farci scoprire storie davvero sorprendenti. Come quella di madame Maryannick Pavageau, francese affetta da oltre trent’anni dalla sindrome locked-in – la stessa di Nicklinson – e insignita nientemeno che della Légion d’honneur per il coraggio con cui non ha mai smesso di battersi contro l’eutanasia. Particolarmente toccanti sono le sue parole allorquando, parlando a nome di quanti versano nella sua medesima condizione, lamenta che sovente in risposta allo sconforto viene loro offerta solo una cosa: il diritto a morire, ipocritamente presentato quale «geste d’amour». Facile, a questo punto, l’obiezione: ma quello Pavageau, come quello Nicklinson, è comunque un caso singolo. Chi ci assicura che quello della signora francese sia un caso più significativo?

Una risposta l’abbiamo e ci proviene dalla ricerca scientifica; precisamente dalla più vasta indagine mai eseguita, e pubblicata lo scorso anno, proprio sui soggetti affetti dallasindrome locked-in. Ebbene, gli esiti di questo studio – condotto su un campione di ben 168 persone – sono stati piuttosto netti: appena il 7% ha manifestato pensieri o intenzioni di morte. Un dato quanto meno sorprendente se si considera, per esempio, cheè 10 volte inferiore a quello (67%) rilevato sondando il parere degli italiani sull’eutanasia (cfr. Indagine Eurispes 2007 cit. in Cornaglia Ferraris P. “Accanimento di Stato. Perchè in Italia è diventato difficile persino morire”, Piemme, Milano 2012, p. 90).

Cade così un falso mito, e cioè l’idea che quella eutanasica costituisca una priorità rivendicata dai malati più gravi, che dovrebbero essere gli esclusivi titolari del “diritto a morire” (cfr, Casini M. prefazione a Gozzi G. “Senso e responsabilità nel suicidio assistito e nell’eutanasia. Una riflessione biogiuridica”. Editrice Veneta, Vicenza 2010, p. 15). Ebbene, non è così. E’ vero invece che frequentemente taluni casi singoli, quasi sempre contrassegnati dalla volontà del protagonista di ottenere la propria morte, divenganooggetto di interesse mediatico prolungato, dando così l’impressione – in vero fallace e fuorviante – che versare in condizioni difficili o drammatiche equivalga ipso facto a ritrovarsi in una condizione orribile, insopportabile, da superarsi presto e con la morte (cfr. Guzzo G. “Eutanasia, mass media e consenso sociale”. «Medicina e morale» 2011; 61(1):43–60).

In realtà, come abbiamo visto, a questa diffusa percezione corrisponde un riscontro fattuale di segno opposto: i malati non chiedono affatto la «dolce morte». E quando si verificano casi particolari nei quali la persona chiede l’eutanasia, è bene – senza far venir naturalmente meno il rispetto e l’attenzione che ciascuna persona merita, tanto più se malata o disabile – considerare che non di rado quanti sono in una condizione difficile terminale risultano affetti da depressione; uno su cinque lo è, per esempio,tra i malati di cancro. Pertanto una richiesta di morte, più che ad un reale desiderio – per il qualerimarrebbero comunque valide delle obiezioni di carattere mortale, che non abbiamo qui lo spazio di approfondire – equivale spesso ad una richiesta di aiuto o ad una sofferenza morale prima che fisica, spirituale prima che corporea. Esemplare, a questo proposito, il processo celebratosi «il Olanda nel 1973 contro il dott. Potsma, accusato di aver soppresso la propria madre, malata terminale di tumore. Alla richiesta se i dolori della donna avessero raggiunto il limite dell’intollerabilità, l’accusato risposte: “No, non erano intollerabili. Certamente le sue sofferenza fisiche erano aspre. Ma erano le sue sofferenze spirituali ad essere divenute insopportabili”» (D’Agostino F., “L’eutanasia come problema giuridico”, «Archivio Giuridico», Mucchi Editore, Modena 1987, p. 37).

Ora, stando così le cose è doppiamente evidente come giammai la «dolce morte» possa costituire una soluzione accettabile dal momento che – anche sorvolando il non trascurabile lato morale – trattasi di risposta fisica ad una sofferenza morale. Una sofferenza che deve essere individuata e affrontata con decisione ma anche, e soprattutto, con umanità. Senza farsi tentare dalla scorciatoia d’un presunto «geste d’amour».

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9/10/2012 12:01 PM
 
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«Grazie per non aver abortito», lettera di un bambino cresciuto a sua madre


di Stefano Bruni*
*pediatra

 

Questa lettera è dedicata a mia mamma ma è dedicata anche a tutte le altre mamme presenti e future, perché troppo spesso dimentichiamo di ringraziarle per averci messi al mondo e per averci amati per una vita intera nonostante i tanti condizionamenti provenienti dal mondo che le circonda.

 
 

Cara mamma,

oggi ho deciso di scriverti una lettera. Non l’ho mai fatto prima d’ora perché davo per scontato che tu sapessi già tutto quanto ho da dirti: le mamme leggono in profondità nel cuore dei propri figli fin da quando, piccolissimi, ancora non sanno esprimersi, fin da quando, ancora nel loro grembo, ne sognano il futuro.

Ma in realtà non bisognerebbe mai dare nulla per scontato, soprattutto quando si tratta di dire ad una persona che ci ha sempre amato quanto le siamo grati per il suo amore. Soprattutto di questi tempi, nei quali è più facile pensare solo a se stessi, essere egoisti. Ed è per questo che oggi ho deciso di scriverti.

Grazie per avere concepito l’idea di mettermi al mondo, prima ancora di avermi concepito, insieme a papà, “materialmente”, donandomi fin da subito un po’ di te stessa e un po’ di quello che è papà attraverso i vostri cromosomi ed i vostri geni. Ed infatti io oggi sono il ritratto di papà fisicamente e assomiglio molto di più a te se parliamo del mio carattere, della mia sensibilità. Ho in me tanto di voi ma sono anche così diverso da te e da papà. Nel bene e nel male, sono un essere umano vivente unico e irripetibile e questo è un fatto biologico certo ed indiscutibile ma anche il miracolo della vita umana. Se non mi aveste concepito o non mi aveste fatto nascere oggi io non ci sarei. Magari la cosa importa a pochi ma a me, siatene certi, importa moltissimo.

Grazie per avermi portato dentro di te per nove lunghi mesi, nonostante le nausee, il dolore alla schiena, la difficoltà a dormire e a trovare una posizione comoda per distenderti, a causa dell’addome che mano a mano che io crescevo in te si dilatava e si tendeva nel tentativo di contenere la mia vitalità e la mia tensione verso l’esterno, verso il giorno in cui avrei preso il mio spazio nel mondo.

Grazie per avermi passato ferro per il mio sangue, calcio per le mie ossa, zinco per il mio sistema immunitario ed ogni altro nutriente che ho sottratto al tuo sangue, alle tue ossa, al tuo organismo per crescere nei novi mesi del mio sviluppo come embrione prima ecome feto poi. Grazie per avermi accarezzato, attraverso il pancione, per avere accompagnato con un sorriso ogni mio calcetto, anche quando ti dava un po’ fastidio o ti svegliava la notte o ti procurava un dolce dolore.

Grazie per avere sopportato l’ansia di una minaccia di aborto che ti ha limitato nelle tue attività quotidiane. Grazie, mamma, perché quando un medico ti ha detto: “Signora, o lei o suo figlio”, tu non hai pensato per un solo momento di rinunciare a me ma hai messo la tua vita in pericolo per non danneggiarmi, per permettermi di vedere la luce; non hai rinunciato alla speranza di vedermi, magari anche solo per poco, non hai mai anteposto il tuo diritto alla vita al mio, il tuo diritto e quello di papà ad una vita felice insieme, al mio diritto di crescere e trovare giorno dopo giorno il mio posto nella vita.

Grazie per avere benedetto ogni doglia, ogni contrazione di un apparentemente interminabile travaglio e poi ogni punto di sutura ed i dolori dei giorni successivi. Grazieper avermi nutrito dopo avermi fatto nascere così come mi avevi nutrito dopo avermi concepito, perché non sono mai stato un grumo di cellule, per te, ma l’abbozzo di un essere umano in via di sviluppo. Grazie per le migliaia di pannolini cambiati senza mai protestare, per le notti insonni passate a consolare i miei pianti senza brontolare, per i viaggi con papà cui hai rinunciato serenamente in seguito alle mie malattie di bambino, per le preoccupazioni che ti ho dato quando ero ragazzo così come per quelle che ho continuato a darti ora che sono uomo e padre a mia volta (ma per una mamma, si sa, il suo bambino è sempre il suo bambino) senza mai farmi pesare i miei comportamenti.

Grazie per avermi insegnato giorno dopo giorno cosa può fare l’amore nella vita delle persone, come può contagiarle. Grazie per avermi insegnato il rispetto degli altri, il potere negativo di un broncio e quello positivamente devastante di un sorriso. Grazie per avermi insegnato che la vita è un dono meraviglioso che è nostra ma non ci appartiene, perché è un dono che Qualcun altro ci ha fatto servendosi dei nostri genitori. E che come talenon ne decidiamo noi l’inizio né possiamo decretarne una fine anticipata o, viceversa, possiamo allungarla di un solo istante a nostro piacimento. Grazie perché mi hai insegnato che la vita va sempre difesa, soprattutto quando è più debole o sofferente, malata, stanca.

Grazie per tutti i sacrifici che hai fatto, insieme a papà (e li conoscevate già tutti, fin dal primo istante, perché tu e papà eravate giovani, sì, ma non sprovveduti), anche economici, per farmi crescere sano, studiare, diventare quello che oggi sono e che mi piace essere diventato, con tutti i miei limiti ma anche le grandi possibilità di lavorare sui miei punti di debolezza per trasformarli in punti di forza.

Il mio lavoro mi ha portato e mi porta quotidianamente a contatto con bambini sofferenti, malati, malformati. Mi sono domandato spesso se oggi ti ringrazierei se io fossi stato uno di questi bimbi malati. Ma come una mia eventuale malattia avrebbe potuto offuscare tutto ciò che avresti fatto comunque per me? Mi avresti forse voluto meno bene? Avresti rinunciato a me? Non avresti forse sopportato maggiori sofferenze, fisiche e psicologiche, a causa della mia stessa sofferenza? E allora come non avrei potuto ringraziarti comunque, anzi con ancora maggiore gratitudine?

Grazie mamma, di tutto. Grazie per avermi amato da sempre, fin dai tuoi sogni di ragazzina, mentre giocavi con le bambole; perché, checché ne dicano certuni, il desiderio della maternità, se non viene volutamente soppresso, è innato in ogni donnaGrazieperché mi amerai fino al tuo ultimo giorno e, ne sono sicuro, anche dopo.

Tuo figlio

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10/7/2012 6:21 PM
 
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300 scienziati contro la fecondazione in vitro:
«distrugge esseri umani»

Sono trascorsi tre anni dalla presentazione al Parlamento polacco del  documento  in cui si chiedeva un divieto legislativo sull’uso della fecondazione in vitro, firmato da 100 scienziati.

Ad oggi quelle firme pro vita si sono triplicate, sostenendo che tale criterio di inseminazione comporta la distruzione di essere umani non nati. E non solo; secondo gli studiosi i bambini nati da questo tipo di fecondazione sarebbero maggiormente esposti, rispetto a bambini concepiti naturalmente, al rischio di avere difetti alla nascita o ritardi mentali e fisici.

I ricercatori dunque hanno proposto un’alternativa al problema della sterilità; la NaProTechnologia . “Essa è basata sul Modello Creighton, utile proprio a seguire il corpo della donna durante il suo ciclo naturale. In nessuna fase di questo metodo vi è la distruzione di esseri umani non nati, nè si distrugge la dignità dei coniugi e dell’essere umano concepito”-  si legge nell’appello dei ricercatori che ne assicurano l’efficacia e ne garantiscono il costo meno elevato rispetto alla procedura in vitro.

Tale metodo fu sviluppato da Thomas Hilgers nel 1991 e monitora le fasi del sistema riproduttivo femminile basandosi essenzialmente su metodi naturali quindi sulla capacità di riconoscere la propria fertilità da parte dei coniugi in cerca di prole, come consiglia la Chiesa cattolica.

Il padre del metodo, Hilgers, è un professore del dipartimento di Ostetricia e Ginecologia, delll’Università di Medicina del Nebraska (Stati Uniti d’America), ispirato dal messaggio dell’enciclica  “Humanae Vitae”, Papa Paolo VI. Questo sistema finalizzato alla ricerca del concepimento, è riconosciuto anche come una tecnica di prevenzione sanitaria per la salute delle donne.

Livia Carandente

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10/13/2012 11:13 PM
 
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Solo i credenti si oppongono all’aborto?
No, ecco l’associazione “Atei pro-life”

Quando si entra in dibattiti bioetici si tende sempre a dividere gli interlocutori in due aree: i credenti da una parte e i non credenti o i credenti cosiddetti “cattolici adulti” dall’altra. Questo giochino è portato avanti per screditare fin dall’inizio gli argomenti dei credenti: infatti, dicono, le motivazioni dei primi sarebbero basate su convincimenti religiosi e quindi non potrebbero valereper i secondi o per una società laica.

Ma chi ha mai detto che l’opposizione all’aborto o all’eutanasia, ad esempio, sia basata su convincimenti religiosi? Certo, c’è sicuramente da tenere in considerazione il principio della sacralità della vita, ma la questione è comunque condivisa con gran parte dei laici, i quali -pur non potendo sottoscrivere evidentemente lo stesso concetto di “sacro”- riconoscono che la vita è un bene indisponibile, di così alto valore, così prezioso che posso sì interpretarlo come voglio, ma rispettando un limite, ovvero il divieto della distruzione del bene stesso, come ha spiegato bene il filosofo Scandroglio. Oltre a questo principio, comunque, tutte le motivazioni contrarie si basano su ragioni cosiddette laiche. Tantissimi sono i non credenti o gli agnostici che sono nostri compagni nell’opposizione all’eutanasia, molti di essi sono medici, come il prof. Lucien Israel, agnostico, luminare francese dell’oncologia, o il neurologo Mauro Zampolini il quale,  non credente, si oppone a eutanasia e testamento biologico, opponendosi al sedicente cattolico Ignazio Marino.

Sull’aborto la collaborazione è ancora più vasta. Basti solo pensare al pensiero di Christopher Hitchens o all’esistenza di un’associazione americana di atei che si battecontro l’aborto. Si chiama “Secular Pro-Life”. Esistono dal 2009 e desiderano «un mondo in cui l’aborto sia impensabile, per le persone di ogni fede e non fede».  Incoraggiano «la diversità religiosa nel movimento pro-life e il combattimento di stereotipi promulgati dalla lobby dell’aborto». Riconoscono che «fortunatamente, i sondaggi hanno mostrato che una percentuale maggiore di giovani sono pro-liferispetto alle generazioni precedenti». Si veda questo studio, ad esempio. Dato il calo dell’influenza della Chiesa nella società, dicono di sentirsi chiamati a collaborare, per realizzare -come già detto-  «un mondo dove l’aborto è impensabile per tutti».

In una pagina del loro sito propongono una serie di interessantipubblicazioni/argomentazioni, in un’altra c’è perfino un elenco di “abortisti” da tenere sotto’occhio e infine è anche presente un blog aggiornato frequentemente. La loro pagina Facebook “piace” a 760 utenti e in essa c’è un rimando, in barba al movimento sessantottino, ad un gruppo di “Femministe pro-life”.

Luca Pavani

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10/13/2012 11:15 PM
 
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Doveva essere abortito,
oggi è un bimbo bellissimo

Tutto è cominciato quando la madre di Ryan, alla 12° settimana di gravidanza, venne informata dai medici che era stato riscontrato nel feto l’ectopia cordis, una malformazione congenita estremamente rara caratterizzata da un’anomala posizione del cuore (qui alcune foto). Oltre a ciò, fu anche riscontrata una sindrome del cuore destro ipoplasico. Unacombinazione di anomalie a cui mai nessun feto o neonato è sopravvissuto, motivo per il quale i medici consigliarono ai genitori di abortire, ma essi coraggiosamente decisero di rifiutare: «volevamo che la natura seguisse il suo corso – ha affermato la madre di Ryan – per questo abbiamo rifiutato l’aborto. Eravamo consapevoli che se fosse sopravvissuto alla nascita sarebbe stato un miracolo».

La gravidanza giunse incredibilmente a termine, ma Ryan presentava un cuore che sporgeva dal petto al di fuori del corpo, per cui sarebbe stato necessario intervenire chirurgicamente per evitare infezioni riposizionando il cuore nella sua naturale posizione e sistemando i flussi sanguigni cardiaci anomali dovuti alle malformazioni. Fu così che Ryan a sole 2 settimane di vita subì il primo intervento, seguito da più di una dozzina di operazioni nei 2 anni successivi. Oggi Ryan è un bellissimo bambino di 3 anni con la prospettiva di una infanzia normale e felice, circondato dall’affetto di una numerosa famiglia che non ha voluto rassegnarsi ad una scelta comoda come l’aborto ma che, al contrario, contro il parere di tutti i medici, si è fatta coraggiosamente carico delle difficoltà di quello che evidentemente consideravano come proprio figlio sin dal momento del concepimento. La famiglia Marquiss tiene aggiornato un bellissimo blog a questo indirizzo.

Raffaele Marmo

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10/23/2012 9:54 PM
 
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Attori e cantanti celebri oggi, tentati aborti di ieri

A confessarlo è stata proprio lei, Pattie Mallette, durante un talk-show; l’ha dichiarato alla presentatrice Kathie Lee Gifford durante la sua trasmissione in onda su una delle più famose televisioni americane, la “NBC”. Abusata sessualmente sin da bambina, la madre del noto attore, è cresciuta nella depressione, diventando poi una vittima, dell’alcolismo e della droga. Rimasta incinta,a 17 anni, tentò l’aborto, invano. E di fronte a quella vita che non voleva spegnersi,  trovò il coraggio di andare avanti. Lavorando sodo per mantenerlo.

Justin Bieber dunque non manca occasione di esprimersi contro la legalizzazione dell’aborto;  asserendo la sua contrarietà alla legge americana che insegna ai giovani che “l’aborto è un diritto”.Va avanti per la sua strada il giovane artista, miracolato consapevole; forte della sua storia. Singolare ma non unica.

Anche la madre di un grandissimo tenore italiano, nato cieco, era stata invitata ad abortire. Se l’avesse fatto, oggi, non potremmo ascoltare la splendida voce di Andrea Bocelli. I medici suggerirono alla mamma della star della canzone lirica di ucciderlo perchè avrebbe subito delle menomazioni a causa di un attacco di appendicite da lei subito.Sarebbe nata una persona senza dignità! Ebbene la coraggiosa donna ha portato avantila sua gravidanza dando alla luce un cantante speciale, ammirato nel mondo.

Ancora, Bridget Boyle, immigrata irlandese a Blackburn, già mamma di 8 figli, si trovò a vivere una gravidanza a rischio. Ma essendo una cattolica devota, non volle neppure considerare il classico consiglio laicista teso all’interruzione della gravidanza. E così diede alla luce Susan Boyle la quale, al momento del parto, soffrì di asfissia perinatale, malanno che causò alla bambina un leggero danno celebrale. Dopo la nascita, i dottori dissero a sua madre:“Doveva darci ascolto. Adesso dovrà accettare il fatto che Susan non diventerà mai niente di buono“. Questa bambina oggi è una realizzata cantante, entrata nel Guinnes dei primati per la sua rapidissima celebrità (9 milioni di dischi venduti in sole 6 settimane). Subo, come è stata ribattezzata dai fan,  ha rivelato la sua commovente storia in un’autobiografia The Woman I Was Born To Be, appena pubblicata in Inghilterra, pochi giorni dopo la performance dell’artista davanti a Benedetto XVI a Londra.

Livia Carandente

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10/25/2012 3:27 PM
 
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35° GIORNATA PER LA VITA, 3 FEBBRAIO 2013, GENERARE LA VITA VINCE LA CRISI

Pontifex.RomaIl Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente della CEI, quest’anno in occasione della 35° “Giornata per la vita” che si celebrerà il 3 febbraio 2013,  intitolato “Generare la vita vince la crisi”, ricordano i Vescovi, “ troviamo traccia di tale amore vivificante” che continua “la logica del dono che è la strada sulla quale si innesta il desiderio di generare la vita “ . Purtroppo una certa parte del nostro tempo, tempo di una strana  “moda imperante”, considera la persona umana pienamente autonoma e svincolata da ogni rapporto con la legge divina e con quella sociale, mentre l’uomo tende a porsi al centro dell’universo e la crisi economica  “ aggrava il n/s Paese ed il progressivo invecchiamento della popolazione priva la società dell’insostituibile patrimonio dei figli “. Non possiamo non dimenticare il  progressivo dissolversi dei valori etici che oltreché  distruggere le famiglie ed i singoli , amareggia ed angoscia la società sviluppando  la cultura egoistica del non sentire” del “non vedere” del “non parlare”.

Va aumentando, ed è imperante, il permissivismo smodato che dilaga e modifica la dimensione etica della vita.

Quando i Vescovi scrivono “fare famiglia in una prospettiva feconda” prospettono che il futuro senza figli, resta un “non futuro”, perché “un’intera  cultura dominante ha dimenticato il valore della paternità e della maternità anche spirituali “.

La vita umana, logica del Creatore, ha inizio dalla fecondazione, proponendo quei comportamenti conformi alla legge naturale, che è la legge di Dio. Essa va difesa!

Negli Atti Internazionali ed ultimo del Consiglio Europeo, il più importante Documento redatto negli ultimi anni la “ Carta dei diritti  fondamentali dell’Unione Europea” al capo 1°,art. 2°,1° comma recita: ”Ogni individuo ha diritto alla vita”, così come “La Dichiarazione dei diritti dell’Uomo” all’art.3 dice “ Ogni individuo ha diritto alla vita “ e all’art. 16 “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società ed ha il diritto di essere protetta dalla società e dallo Stato”.

Il pilastro centrale della politica pubblica deve essere la persona, soprattutto, la famiglia “soggetto”delle politiche sociali .

Ma l’uomo crede ancora nella vita ?

La risposta non può che essere positiva perché la vita è un dono di  un Essere sopranaturale, un Dono di Dio che viene dimenticato nella società violenta dove il rispetto dell’uomo è indifeso.

Si parla di materialismo, di consumismo, di edonismo, di erotismo sfrenato e via dicendo,  queste “virtù” corrono e concorrono a formare un superficialismo assoluto, un substrato privo di un fondamento morale che non ci stupisce più di tanto, ormai, ma amareggia il constatare una siffatta realtà sociale che in parte viene accettata.

Quell’uomo voluto dal Dio dell’Amore,che inizia fin dalla sua fecondazione la sua meravigliosa avventura nella vita, rischia di dissolversi sempre più nell’egoismo.

Tutti gli uomini di buona volontà, soprattutto noi cattolici, siamo interpellati dal Messaggio della Chiesa attraverso la Sede Apostolica e dai Vescovi a tener alta la coscienza della grandezza del carattere sacro e del valore della vita: di ogni vita !

In ogni momento siamo chiamati a difenderla, come buoni  cristiani e cittadini, creando le condizioni perché si sviluppi la giustizia, la solidarietà,l’amore verso il prossimo, verso l’accoglienza dei figli per un loro futuro, che è il futuro della società .

Se si riconosce il valore della vita, oggi ritenuta “precaria”, se si ricompatta la famiglia,la società è salva e con essa la Nazione.

Da qui la necessità e l’urgenza  di rimuovere e risolvere i vari problemi che attanagliano tante famiglie  nelle diverse cause, perché la famiglia  resti sempre come avverte spesso il  Santo Padre, il motore universale della società civile.

Ma quel futuro senza figli  non è futuro ? Quel futuro è per i figli ed è anche il futuro “radice della vita”.
 
Le condizioni  di vita  e la crisi  scottante del nostro tempo sono tante, come la droga, la strisciante eutanasia, la ventilata clonazione umana,il far-west  procreativo sulla fecondazione artificiale,l’aborto ormai legalizzato e le varie forme di handicap e quanto attenta il vivere quotidiano. Queste avversità non devono farci perdere il senso che il Dio della Vita, il Dio Creatore ci ha dato nel bene più prezioso : la continuazione dell’uomo !

Anche se insiste la cultura egoistica del “non vedere niente” in un permissivismo davvero  aberrante, non bisogna perdere l’obiettivo del bene comune, perché “donare e generare la vita significa scegliere la via” di quel futuro che il n/s Paese necessita “ credendo ancora che la vita vince, anche la crisi”.

E con le parole del S. Padre Giovanni Paolo II: “ANDIAMO AVANTI CON SPERANZA”.

Previte
Cristiani per Servire

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11/1/2012 11:34 PM
 
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La Chiesa e il Mpv aiutano
le donne vittime dei traumi post aborto

Il 22 maggio 1978 è stata introdotta in Italia la legge 194 con la quale è stato legalizzato l’aborto. Una grave sconfitta per la vita, per i pro-life e per tutti coloro che -in linea con l’evidenza scientifica- ritengono immorale e sbagliato sopprimere un essere umano, indesiderato, nella prima fase della sua esistenza.

La Chiesa cattolica e molti cattolici, tuttavia, hanno preso atto di questa sentenza continuando comunque ad esprimere la loro posizione contraria. Senza interessarsi troppo delle accuse (infondate) di discriminazione delle donne, la Chiesa non solo ha proseguito il suo lavoro a livello culturale ma ha anche avviato progetti per aiutare ed accogliere le donne che hanno abortito, molte delle quali diventate vittime dellasindrome post-aborto.

Proprio in questi giorni sono stati aperti a Roma due spazi di consulenza totalmente gratuiti. Si chiamano “Da donna a donna” e sono stati attivati dal Movimento per la Vita. Nelle due sedi, che si trovano presso il Cav Palatino (piazza Sant’Anastasia) e nel centro Caritas di via delle Zoccolette, psicoterapeute, sessuologhe, sociologhe e operatrici del Cav aiuteranno le donne a superare i propri disagi. L’iniziativa, che è stata presentata recentemente a Roma nel corso del convegno “Le conseguenze psichiche dell’interruzione volontaria di gravidanza“, rientra nell’ambito del progetto “Futuro alla vita” realizzato con il contributo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

Come riportato da Avvenire, il presidente del Mpv Carlo Casini ha spiegato: «Dobbiamo recuperare queste madri alla fiducia e alla speranza della vita, occorre studiare il problema, ancora poco conosciuto, e formare i nostri operatori». Sopratutto bisognasuperare le forze abortiste che si oppongono all’informazione scientifica circa la gravità di questa sindrome: «Molte ricerche in tutto il mondo, tranne che in Italia», – ha spiegato lo psichiatra Tonino Cantelmi«hanno dimostrato che l’interruzione volontaria di gravidanza nelle sue varie forme, chirurgica e anche chimica, costituisce un fattore di rischio per la salute mentale. Questa è un’informazione che dovrebbe essere data a qualunque donna si avvicini a un percorso abortivo». Un elenco di questi studi si può trovare nella nostra pagina creata apposta sull’argomento.

Il movimento “pro-choice” (in America chiamato anche “pro-death”) purtroppo contrasta violentemente la presenza di queste informazioni all’interno dei consultori, preferendo che le donne abortiscano nell’ignoranza di quello che stanno facendo e delle sue conseguenze. Secondo vari studi, ha poi spiegato la psicoterapeuta Cristina Cacace, «il 44 per cento delle donne dopo l’aborto ha disturbi mentali, il 36 per cento disturbi del sonno e l’11 per cento deve assumere psicofarmaci». Il cosiddetto «disturbo post traumatico da stress – ha aggiunto Cacace – può condizionare la regolazione dei sentimenti. Il 20 per cento delle donne che abortisce prova grande stress abortivo, i sensi di colpa complicano la situazione e impediscono l’elaborazione del lutto».

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11/13/2012 4:05 PM
 
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La Cina vuole più figli per avere più ricchezza,
e l’Europa?

Con una differenza: all’aborto di massa in Cina ci sono arrivati a causa di un regime comunista, qui ”grazie” alla Democrazia Cristiana, il che è probabilmente ancora più inquietante; chiusa parentesi. Dicevamo che quello della denatalità un problema serio. Lo è al punto che il professor Tyler Cowen, per fare un nome, ha affermato che quando pensa alla crisi ciò lo «rende più pessimista» non «è l’euro» bensì «il tasso di natalità, che in Italia è dell’1,3%». Un dato che sarebbe da tenere in massima evidenza, ha aggiunto Cowen, perché «se l’Italia facesse più figli, le sue prospettive economiche sarebbero migliori. Invece un Paese con una popolazione in declino alla fine non potrà ripagare i suoi debiti». La stessa cosa l’ha ripetuta in questi giorni il demografo Gian Carlo Blangiardo.

Nulla di nuovo se si pensa che due Nobel come Gary Becker e Amartya Sen – ribadendo cose già dette da Alfred Sauvy (1898 – 1990) – da tempo hanno sottolineato come la crescita demografica sia fondamentale per lo sviluppo economico (Cfr. AA. VV. Emergenza Demografia, Rubbettino 2004, p. 69). Dunque non sorprende che in Cina stiano pensando a nuove politiche demografiche: sorprende che da noi, che ne abbiamo cento volte più bisogno, si pensi ad altro. A meno che per paura di lasciare alle generazioni future un debito pubblico troppo alto non si sia stabilito direttamente di rinunciarci, alla generazioni future.

Giuliano Guzzo

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11/23/2012 2:51 PM
 
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Dalla Russia agli Usa:
il risultato di due iniziative pro-life

Quasi 3000 bambini salvati da fine certa. Questo, il risultato di due iniziative diverse, nei due antipodi geopolitici del mondo, ma con un fine comune: da una parte l’opera del prete ortodosso russo,padre Alexis Tarasov; dall’altra l’azione di un gruppo pro-life statunitense.

Dal 26 settembre, giorno in cui la campagna 40 Days for Life è iniziata, si sono dati certamente da fare gli attivisti che dopo due settimane avevano già salvato 341 bambini dall’infausta fine dell’interruzione volontaria di gravidanza e che a fine iniziativa (che durava, appunto, 40 giorni) sono arrivati a quota 789LifeSiteNews.com che ha seguito l’iniziativa ha riportato alcune delle storie, che da una costa all’altra degli Stati Uniti, sono finite con un lieto fine. Nel Delaware, dove una giovane donna a cui la preghiera cantata dai volontari davanti alla clinica abortista si era fissata nella mente tanto da convincerla ad eseguire un ecografia, «ha realizzato che semplicemente non poteva procedere con l’aborto». In seguito a ciò, è uscita dalla clinica dichiarando di «non voler mai più vedere quel posto». Poco distante, in Maryland, la sola assistenza di un volontario ad un giovane uomo è stata sufficiente a scongiurare l’interruzione volontaria di gravidanza della partner. La giovane coppia, una voltaconsapevole delle strutture d’assistenza disponibili, ha immediatamente lasciato la clinica e con essa, l’idea d’abortire. Infine in Louisiana, come in molti altri casi, è bastato per i volontari informare riguardo ai punti d’aiuto ed i centri assistenza per evitare l’ennesimo aborto, quasi paradossalmente, natodall’inconsapevolezza.

Contemporaneamente, come riportato sempre da LifeSiteNews.com, a Volgograd (conosciuta ai più per il suo nome in epoca sovietica, Stalingrad) nella nazione dove per la prima volta nella storia fu legalizzato l’aborto, padre Tarasov è stato encomiato dal Ministero della Salute russo «per il suo impegno nel ridurre il numero di aborti nel suo distretto». Lavoro il suo, che quantitativamente è stato definito come una diminuzione del 25%delle interruzioni volontarie di gravidanza. Da un semplice servizio di consulenza nella sua parrocchia a Voljsk, l’opera del prete ortodosso si è evoluta in un “Centro per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia” il cui obiettivo è «fornire alle donne volontari comprensivi e preparati che ascoltino le loro preoccupazioni e diano informazioni sulla procedura abortiva e su i suoi potenziali effetti sulla loro stessa salute, offrendo anche l’aiuto materiale di cui necessitano». Sempre secondo i dati del Dipartimento della Salute, dall’apertura del Centro, più di 2000 donne hanno rinunciato all’aborto. Due iniziative diverse, in luoghi diversi ma che condividono l’amore per la vita e le armi con cui combattono l’IVG: l’informazione e la consapevolezza della donna.

Nicola Z.

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1/24/2013 8:42 AM
 
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La bioetica laica lo ribadisce:
«è legittimo uccidere un neonato»

Consulta di BioeticaMolti ricorderanno le  dichiarazioni pro-infaticidio di Alberto Giubilini e Francesca Minerva, due responsabili della Consulta di Bioetica Onlus -ovvero l’avanguardia per la visione laicista della bioetica (Englaro e Flamigni come presidenti onorari)-, guidata da Maurizio Mori, pubblicate sul “Journal of Medical Ethics”.

I due ricercatori hanno sostenuto che ««uccidere un neonatodovrebbe essere permesso in tutti i casi in cui lo è l’aborto, inclusi quei casi in cui il neonato non è disabile». Essi ritengono lecito l’aborto post-partum finché il soggetto non è «in grado di effettuare degli scopi e apprezzare la propria vita». E’ questo che, secondo loro, significa diventare «persone nel senso di ‘soggetti di un diritto morale alla vita’». Tuttavia «i feti ed i neonati non sono persone, sono ‘possibili persone’ perché possono sviluppare, grazie ai loro meccanismi biologici, le proprietà che li rendono ‘Persone’». E’ lecito ucciderli perché «affinché si verifichi un danno, è necessario che qualcuno sia nella condizione di sperimentare tale danno».

L’indignazione è stata internazionale, anche se nel nostro articolo abbiamo sottolineato come tale pronunciamento da parte dei maggiori esponenti della bioetica laica, ovvero quella che si oppone legittimamente alla visione cattolica, dimostrano a loro voltal’aberrazione dell’aborto, dato che non vi è alcuna differenza di status morale tra un bambino il giorno prima della nascita e un giorno dopo: «Se pensiamo che l’aborto è moralmente permesso perché i feti non hanno ancora le caratteristiche che conferiscono il diritto alla vita, visto che anche i neonati mancano delle stesse caratteristiche, dovrebbe essere permesso anche l’aborto post-nascita», scrivono i due ricercatori. Il presidente della Consulta di Bioetica OnlusMaurizio Mori, non ha voluto prendere le distanze da Giubilini e Minerva, sostenendo che «non si può, tuttavia, dire»ha affermato«che la tesi sia di per sé tanto assurda e balzana da essere scartata a priori solo perché scuote sentimenti profondi o tocca corde molto sensibili».

Ebbene, l’11 gennaio scorso all’Università di Torino, i due responsabili della Consulta di Bioetica hanno ribadito la loro posizione. Hanno ringraziato Maurizio Mori, direttore del master di Bioetica all’ateneo di Torino, per aver organizzato il dibattito e il loro maestro, il laicissimo Peter Singersecondo il quale: «Nè un neonato nè un pesce sono persone, uccidere questi esseri non è moralmente così negativo come uccidere una persona [...]. I feti, i bambini appena nati e i disabili sono non-persone, meno coscienti e razionali di certi animali non umani. E’ legittimo ucciderli». 

Tuttavia Giubilini e Minerva si sono spinti anche oltre: «noi abbiamo aggiunto solo un pezzetto: il fatto che non occorra che il neonato sia disabile per poterlo uccidere».  Inoltre, «non basta per esempio provare piacere o dolore, perché ciò avviene anche a un feto, serve uno sviluppo neurologico superiore, cioè avere degli scopi, delle aspettative verso il futuro, provare un interesse per la vita. E un neonato non li ha»Maurizio Mori, presente alla conferenza, ha aggiunto che la loro tesi è un  argomento degno di serio dibattito: «Siete troppo modesti. Non avete aggiunto solo un pezzetto, avete anche inventato un nome: aborto post-nascita».

In una situazione “paradossale” si è detto Giovanni Fornero, storico della filosofia e dichiaratamente laico: «la bioetica laica reagisca: come dice Bobbio, non lasciamo ai soli cattolici la prerogativa di combattere affinché il precetto di non uccidere sia rispettato».Presenti all’evento anche i cattolici Assuntina Morresi e Adriano Pessina, che ovviamente hanno smontato le assurde e criminali tesi della bioetica laica.

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1/28/2013 11:59 AM
 
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MARCIA PER LA VITA 2013: intervista a Virginia Coda Nunziante

marcia per la vita_Virginia Coda Nunziante_pro life

Pubblichiamo un’intervista rilasciata da Virginia Coda Nunziante, portavoce della Marcia per la Vita 2013, a Cultura Cattolica e Corrispondenza Romana

La Marcia per la Vita è ormai diventata un importante appuntamento annuale per il mondo pro-life italiano. Che cosa vi proponete?
La Marcia per la Vita è innanzitutto un momento di incontro pubblico di tutte le associazioni, gruppi, famiglie, singoli individui che costituisce la vasta e variegata realtà pro-life in Italia.

Non si tratta solo di conoscersi e di passare una giornata insieme per affermare il diritto alla vita in un’atmosfera di amicizia e collaborazione. Non è solo una festa per la Vita. Si tratta anche e soprattutto di esprimere la nostra protesta contro l’uccisione degli innocenti, che in Italia è stata legalizzata dalla legge 194 del 22 maggio 1978. Il nostro rifiuto dell’aborto, e della legge che lo legalizza, è totale, senza eccezioni e senza compromessi. Questo è il principale denominatore comune di chi si ritroverà a Roma il prossimo 12 maggio.

Quali sono i vostri rapporti con il mondo cattolico e con la Conferenza Episcopale Italiana?

La Marcia per la Vita non è un’iniziativa “ecclesiale”, ma come tutte le altre marce di questo genere nel mondo (Washington, Parigi, Bruxelles, Madrid etc.) nasce da un’iniziativa spontanea ed autonoma di laici cattolici ai quali il diritto canonico attribuisce ampia autonomia nel campo temporale. E’ molto importante mantenere questo carattere di indipendenza dalle autorità ecclesiastiche: i nemici della vita usano qualsiasi pretesto pur di attaccare il nostro messaggio. È bene che i vescovi diano ai fedeli indicazioni chiare nel campo della fede e della morale – e l’aborto rientra in questo campo –  senza intervenire in prima persona nelle scelte politiche od operative. Ovviamente questo non contrasta con l’adesione e l’incoraggiamento che lo scorso anno molti vescovi e cardinali, anche tra i più autorevoli, hanno dato alla nostra iniziativa. Anche quest’anno abbiamo già ricevuto importati adesioni di prelati da tutto il Paese.

Lei ha sottolineato l’indipendenza della Marcia per la Vita, ma possiamo considerarla, in senso più ampio, come un’iniziativa “cattolica”?

Il Comitato che organizza la Marcia per la Vita è composto da cattolici, ed è logico che sia così. L’Italia è un Paese cattolico e dal cattolicesimo attinge le sue migliori energie spirituali e morali. Il nostro appello alla difesa della vita non si rivolge però solo ai cattolici, ma a tutti coloro che riconoscono l’esistenza di una legge naturale, scritta nel cuore di ogni uomo, che proibisce l’uccisione dell’innocente. L’aborto non viola solo la morale cattolica, ma la legge naturale, valida per ogni uomo, in ogni epoca e sotto ogni latitudine. Questo spiega come lo scorso anno abbiamo registrato la partecipazione di cittadini italiani evangelici, ortodossi e buddisti, ma anche dichiaratamente atei. La Marcia per nostra scelta si conclude a Castel S. Angelo e non a S. Pietro, proprio per sottolineare il carattere non confessionale dell’iniziativa, aperta a tutti gli uomini di buona volontà.

Qualcuno vi ha accusato di avere interessi politici.

Vale per i partiti politici quanto abbiamo detto per le gerarchie ecclesiastiche. L’aborto è un tema etico che ha una chiara proiezione politica ed è anche sul piano politico che vogliamo incidere, lottando per abolire la 194. La nostra iniziativa però è rigorosamente apartitica. Sul nostro sito leggerà che la “Marcia per la Vita” è aperta a tutti, senza preclusioni di ordine politico o religioso; siamo ben lieti della partecipazione di uomini politici, ma a titolo personale; non sono ammessi però striscioni, simboli o slogan politici. L’altro anno intervenne il sindaco di Roma Gianni Alemanno, ma fu una presenza istituzionale e non politica, dovuta alla prima autorità della Città in cui si svolgeva la Marcia.Consideriamo la nostra autonomia da ogni indebita pressione un bene da tutelare.

Il successo dello scorso anno non vi spinge a creare un nuovo Movimento per la Vita in Italia?

Non abbiamo assolutamente questa intenzione. In Italia esiste da oltre 30 anni un Movimento per la Vita e ci auguriamo che continui ad esistere, anche perché in esso abbiamo tanti amici e collaboratori; auspichiamo però che sia meglio compresa la necessità di grandi manifestazioni pubbliche in difesa della vita. Noi siamo nati proprio per supplire a questa lacuna del mondo pro-life italiano, ma vogliamo limitarci alla organizzazione periodica di queste manifestazioni: dalla netta denuncia pubblica verrà lo spostamento culturale e da questo il mutamento legislativo per la vita. E’ per questo che la nostra struttura giuridica è quella di un Comitato e non di un’associazione. Esistiamo in funzione dell’evento concreto che organizziamo, ma lasciamo ad altri amici il compito di sviluppare con altre iniziative la difesa per la vita in Italia.

Ci sono state delle ricadute dopo la Marcia dell’anno scorso?

Sì, e vorrei ricordarne principalmente due: la nascita della rivista “Pro life News” ad opera di Antonello Brandi, un mensile tutto dedicato alla difesa della vita; e la costituzione dei “Giuristi per la Vita”, un gruppo di validi avvocati e giuristi che offrono il loro impegno gratuitamente, fondati e presieduti dall’avv. Gianfranco Amato.

In che modo vi si può aiutare?

In primo luogo partecipando alla Marcia per la Vita e diffondendone la conoscenza, E poi, come è scritto sul nostro sito: con la preghiera, che smuove le montagne (1 Cor. 13, 2) e vince ogni difficoltà;con la costituzione, in ogni città italiana, di centri locali che ci aiutino sul piano organizzativo; con il sostegno economico che può moltiplicare le nostre possibilità.

Sito: www.marciaperlavita.it; Email: info@marciaperlavita.it; Tel.: 06-3233370 – 06-3220291

di Mauro Faverzani

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2/1/2013 3:51 PM
 
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Lo stato vegetativo non è l’ultima parola: 
il caso di Daniela

Scrivere pcIl quotidiano Avvenire riporta la storia triste e lieta di Daniela, una quarantaseienne che sette anni fa ha subito un’emorragia cerebrale che l’ha paralizzata in tutto il corpo ad eccezione delle palpebre e di un pollice. La prima diagnosi fu di stato vegetativo irreversibile e Daniela veniva considerata da medici ed infermieri totalmente priva di conoscenza e senza speranza.

In realtà ella comprendeva tutto, ma non sapeva comunicarlo in quanto paralizzata. Il marito Luigi, con molta pazienza e amore, ha intuito che la donna era in realtà vigile ed ha escogitato un metodo per farla “parlare”: pronuncia l’alfabeto ed ella batte le palpebre quando arriva alla lettera desiderata; sembra una procedura lentissima, invece sono diventati talmente abili da essere quasi veloci e Daniela in questo modo ha potuto addirittura scrivere due fiabe per la sua bambina Camilla. Ora è diventata indipendente nello scrivere, perché dotata di un computer comandato da un raggio luminoso che manovra con il pollice.

Questo computer speciale è stato fornito da una dottoressa tedesca, Andrea Kübler, che studia questa “sindrome del chiavistello” e sostiene che il 40% dei pazienti definiti “in stato vegetativo irreversibile” potrebbero essere in realtà coscienti. La famiglia di Daniela ha trovato ben poco aiuto dagli ospedali e dallo Stato ma (e questa è la parte consolante della storia) trenta volontari si avvicendano nella casa per aiutare Daniela e la sua coraggiosa famiglia.

Sceglie la vita, Daniela, ma purtroppo ben diverso atteggiamento ha l’irlandese Marie Fleming, dal 1986 sulla sedia a rotelle per la sclerosi multipla, con grave disabilità e forti dolori.  Come se non bastasse, la signora ha per compagno tale Tom Curran, leader irlandese di “Exit”, società multinazionale per la diffusione del suicidio assistito. Curran ha ripetutamente dichiarato di essere disposto ad affrontare il carcere, se la loro battaglia legale sarà perdente, pur di aiutare Marie a morire e i due hanno  già presentato relativo ricorso alla Corte Suprema.

Infatti la Corte ordinaria irlandese ha espresso loro un diniego assoluto, non volendo creare precedenti o eccezioni: ogni diluizione del bando totale del suicidio assistito, ha affermato il giudice presidente della Corte,Nicholas Kearns, sarebbe come dare il via ad una corsa al suicidio da parte delle categorie deboli che potrebbero essere indotte a sentirsi un peso per la società.

 Linda Gridelli

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2/11/2013 1:54 PM
 
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Eutanasia: il dolore fisico si può annullare

Vivere fino alla fineSe la legalizzazione dell’aborto è giustificata con la falsa questionedella salute materna e dell’aborto clandestino, se l’adozione per le coppie di omosessuali è sostenuta con la ridicola obiezione che sarebbe “meglio di un orfanotrofio”, la legalizzazione dell’eutanasiaè sostenuta in quanto -dicono- sarebbe più dignitoso morire così piuttosto che tra gli spasmi del dolore.

Utile a tal proposito l’uscita del libro del dott. Ferdinando Cancelli, specialista in cure palliative, intitolato Vivere fino alla fine. Accompagnamento e cura della persona morente (Lindau 2012). Affrontando la morte da un punto di vista strettamente clinico -come si legge nella prefazione affidata a Lucetta Scaraffia- ha un effetto primario: quello di allontanare da chi lo legge la paura della morte. Cancelli conosce la morte, la incontra con grande frequenza nella sua pratica medica e ne ha tratto non solo considerazioni mediche, ma riflessioni profonde fondate su una vera esperienza.

Nel volume vengono affrontati uno per uno tutti i problemi più complicati e disputatidalla politica e dalla medicina divulgativa, con risposte semplici che servono a dissipare molte paure. Ma anche a farci sapere ciò che spesso ignoriamo, come il fatto che la morfina costa poco e serve a rendere sopportabile il dolore senza accelerare la morte del paziente. E quando neppure la morfina può far tacere il dolore, c’è la possibilità di far entrare il paziente – possibilmente con il suo consenso – in coma farmacologico per evitargli sofferenze inutili e difficilmente sopportabili. Come ha giustamente deciso anche ilcard. Carlo Maria Martini al termine della sua vita, questione che è invece stata ignobilmente strumentalizzata dal suo sedicente figlio spirituale, Vito Mancuso, per strizzare l’occhiolino all’eutanasia.

rimedi al dolore dunque ci sono, e la necessità di chiedere la morte per sfuggire a un dolore insostenibile esiste solo nei quesiti delle inchieste che vogliono far passare tutti come sostenitori dell’eutanasia. Non a caso i Radicali non hanno mai parlato di medicina palliativa e invece continuano a fare i loro sondaggi sull’eutanasia domandando se si preferisce morire piuttosto che soffrire dolori insopportabili. E’ ovvio il risultato, chiunque preferirebbe morire. Ma se i dolori sono trattabili, quasi tutti preferiscono vivere sino alla fine naturale, come spiega il dott. Cancelli. Non è vero che la vita ha senso solo se si è sani e autonomi: le esperienze del medico rivelano che fino agli ultimi istanti l’uomo è un essere vivente, e in questo incontro con la morte «si manifestano dei fuochi d’artificio della vita».

D’altra parte lo ha testimoniato anche l’oncologo Umberto Veronesi«Nessuno mi ha mai chiesto di agevolare la sua morte. Ho posto da sempre un’attenzione estrema alcontrollo del dolore e, per mia fortuna, nessuno dei miei pazienti si è mai trovato in una condizione di sofferenza tale da chiedere di accelerare la sua fine». Non è il dolore ad essere un problema, ma semmai -come dicono gli studi- la depressione e la disperazione ad essere i predittori di richieste di eutanasia, problemi reali ma facilmente affrontabili.

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2/18/2013 7:08 PM
 
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Se l’aborto fallisce,
cominciano le gioie di una nuova vita

Nascita“Il dottor Imre Téglásy è un patriota, ama l’Ungheria e pensa che l’Ungheria abbia bisogno di un futuro: per questo combatte l’aborto, che sta scippando il futuro radioso che il paese si merita”. In questo modo la Human Life International (la più grande organizzazione pro-life al mondo) introduce la storia di Imre Teglasy, presidente diAlpha Alliance for Life, in un video in cui lo stesso racconta la sua storia e gli eventi che lo hanno portato a dedicare la sua vita nella battaglia per la vita.

Il dottor Teglasy è infatti rimasto profondamente segnato dall’aver scoperto, all’età di undici anni, di essere sopravvissuto ad un aborto, scoperta che lo aiutò a comprendere come mai la sua relazione con la madre era stata difficoltosa, complicata. La madre era stata costretta dal regime comunista, assieme al marito, a vivere in condizioni misere: in quel contesto aveva provato ad abortire, fallendo: l’aborto fu fondamentalmente impedito dal padre di Imre (cattolico convinto) e dall’assenza dei mezzi per abortire (quindi, ironicamente, dallo stesso regime comunista che aveva costretto la famiglia alla miseria).

È dalla sua storia personale, quindi, che il dottor Teglasy ha tratto la motivazione per dedicarsi completamente alla sua missione mentre avrebbe potuto lavorare in un’università (essendo dottore in letteratura): “Sono stato mandato da Dio per questo lavoro”, dice, un lavoro che consiste nel diffondere il “Vangelo della Vita” e che si è già attuato nella linea telefonica da lui creata per accogliere le telefonate delle donne che ne avessero bisogno per salvare la vita dei loro bambini. L’aborto, per Teglasy, è un problema, e un problema che non si può tenere nascosto, un problema che si può risolvere sulla via suggerita da Dio stesso; un problema che non tocca solo la sua persona, ma la nazione, l’Europa e il mondo intero.

Tornando alla relazione tra madre e figlio, ben diverso è stato il caso di Katyia Rowe e suo figlio Lucian: i dottori le avevano detto che il cervello del bambino non si era formato adeguatamente, e che questi non sarebbe mai riuscito a parlare o camminare, che avrebbe avuto bisogno di sostegno 24 ore al giorno e che, in ogni modo, non sarebbe sopravvissuto al quinto anno di vita.

La donna, però, ha visto suo figlio sorridere, faceva scoppiare delle bolle, calciava e sbracciava nel suo ventre attraverso un’ecografia in 3D ed ha deciso che l’avrebbe lasciato nascere in ogni caso. “Guardando sapevo come mentre lo portavo dentro di me la sua vita fosse dignitosa, e che il mio dovere di madre era di proteggerlo a prescindere dal tempo che gli rimaneva”. Katyia, che non si era mai considerata particolarmente materna, si è accorta di non voler nient’altro che prendersi cura di suo figlio e dargli tutto il possibile, senza preoccuparsi dell’impegno che avrebbe richiesto: anche quando dovette affrontare il doloroso drenaggio del fluido amniotico che, per ragioni legate alla malattia, non poteva essere eliminato nel modo naturale continuò a pensare che ne valesse la pena, perché “come madre fai qualsiasi cosa per il tuo bambino, ed io sono diventata madre nello stesso momento in cui sono rimasta incinta, quel mestiere era già iniziato.”

Lucian ha vissuto solo nove ore fuori dal ventre di sua madre, momenti che la donna ricorda così: “Quello fu senza dubbio il momento più felice della mia vita. Lucian poteva morire in qualsiasi momento nel mio ventre, ma ha resistito abbastanza a lungo perché ci incontrassimo davvero. Mio figlio sembrava assolutamente perfetto. L’amore e la gioia che sentii nel momento in cui posero Lucian tra le mie braccia mi hanno fatto capire che ne è davvero valsa la pena.” e aggiunge: “Pensavo di non voler essere una mamma, ma Lucian mi ha fatto capire che è il mestiere più bello del mondo e sarò sempre grata per questo.”

Quest’ultima vicenda conferma quanto scritto dall’arcivescovo di New York Timothy Dolansul Catholic New York pochi giorni fa, in occasione dell’anniversario della Roe vs Wade:«La cultura popolare vi chiama “la generazione del millennio”, perché siete cresciuti all’alba del nuovo millennio. Ma io vi penso come “la generazione ultrasonica”; voi siete diversi da ogni altra generazione mai apparsa prima, perché le foto della vostra infanzia non sono state scattate quando eravate tra le braccia di vostra madre, maquando vivevate nel suo utero (…) Così avete conosciuto i vostri fratellini e le vostre sorelline già prima che nascessero, in quei video sgranati, quelle foto attaccate al frigo. La vostra mamma o il vostro papà vi hanno mostrato quelle prime immagini di voi stessi. Alcuni di voi hanno persino visto i propri stessi figli per la prima volta con la nuova e più chiara tecnologia ultrasonica a 3 e 4 dimensioni. Avete sussultato con meraviglia alla vista di quelle piccole braccia ondeggianti, le gambe che scalciavano, la testa che andava su e giù, il cuore che batteva, mentre il bambino si succhiava il polliceVoi avete visto, perciò credete»

Michele Silvi

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2/20/2013 9:41 PM
 
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“Uno di noi”, firma
per il riconoscimento giuridico dell’embrione

Uno di noi“Uno di noi”. È il titolo della campagna europea di raccolta firme per il riconoscimento giuridico dell’embrione, con il fine di tutelarne la dignità, il diritto a vivere e l’integrità, rendendo così possibile l’introduzione di regole che“pongano fine al finanziamento di attività presupponenti la distruzione di embrioni umani”.

Il titolo “Uno di noi” dell’iniziativa ricalca la definizione presente nell’introduzione del documento del 1996 “Identità e statuto dell’embrione umano”, redatto dall’autorevole Comitato nazionale di bioetica (durante il governo dell’Ulivo): L’embrione è uno di noi: questa frase, talmente semplice da suonare per alcuni irritante, esplicita bene l’atteggiamento bioetico fondamentale che emerge dal nostro testo: il senso del limite al nostro possibile operare tecnologico“. La raccolta di firme è già iniziata e prosegue fino a novembre 2013, ed ha l’obiettivo di raggiungere 20 milioni di adesioni in tutta Europa e almeno 1 milione in Italia. Il sito internet in cui si può firmare l’appello èhttp://www.oneofus.eu/it/

Bisognerebbe creare una massiccia mobilitazione della rete per fare conoscere e promuovere questa iniziativa. I tempi lo richiedono. E contemporaneamente fornire sempre più capillarmente informazioni per aiutare a comprendere la verità dello slogan. “Uno di noi” è il claim che definisce l’embrione nello spazio comunicativo e meglio funziona quanto più si capisce che fotografa davvero la realtà. Il riferimento all’ottava arte non è casuale, in quanto proprio la fotografia offre uno spunto interessante per comprendere l’umanità dell’embrione.

In particolare aiuta a comprenderlo l’uso della Polaroid che ha qualcosa di meraviglioso. Si scatta la foto, dalla macchina esce un foglio, si prende in mano e si guarda con stupore divertito l’affiorare e il lento formarsi dell’immagine dal fondo chiaro del supporto. Questo piccolo prodigio è secondo me perfetto per illustrare quell’evento ancora più geniale che è la nascita e lo sviluppo di un essere umano. Quando inizia la vita umana? In quale momento del suo sviluppo possiamo dire convintamente “questo è un essere umano come noi”? L’iniziale e normale difficoltà di vedere nel pallino di cellule del concepito una vita integralmente umana, da rispettare e tutelare, può essere superata pensando a quel che accade con una fotografia Polaroid, il cui fascino non dipende solo dal formato quadrato della cornice rispetto al più diffuso 2/3 della pellicola 35 mm. Le ragioni vere della sua seduzione risiedono nel fatto che lo sviluppo avviene in diretta e che la foto è senza negativo. Ciò rende ogni immagine un pezzo unico e un piccolo evento. Se si perde una foto Polaroid, che documenta un momento prezioso, si perde tutto. Niente più possibilità di ristamparla. Come ogni essere umano, essa è unica e irripetibile. Ma anche il lento apparire dell’immagine dal fondo chiaro ha qualcosa di magico, che incanta. Nel foglio bianco c’è già tutta l’immagine che deve “svilupparsi”, come nell’embrione c’è giàl’essenza della persona che reclama solo un po’ di tempo per crescere e – con stessa parola – svilupparsi. Se si mettesse la foto Polaroid in un congelatore per arrestarne il processo chimico, l’immagine resterebbe presente nel tempo pur non visibile, e dopo la disibernazione potrebbe riaffiorare. Così un embrione confinato nel cryotank ha latente l’umanità ricevuta dalla fecondazione e, rimesso in una condizione favorevole, può riprendere l’espressione di ciò che era ė stato impresso. L’analogia tra i due processi si spinge lontano: anche il fatto che in entrambi i casi lo sviluppo si realizza mediante un dinamismo interno (autosviluppo) è degno di nota. A differenza delle altre fotografie che necessitano di un intervento esterno per essere stampate, la Polaroid è autonoma. In modo simile lo sviluppo dell’embrione è self made. La madre ospita davvero un altro, autonomo quanto a principio dinamico che è ciò che caratterizza e qualifica i sistemi viventi. Tuttavia riconoscere l’umanità dell’embrione è un passo fondamentale ma non sufficiente.

Dire che l’embrione umano è un essere umano non basta. Come messo in rilievo anche da questo articolo, chi nega tutela alla vita nascente può passare rapidamente dal non guardare nel microscopio (comportandosi come chi non voleva guardare nel telescopio di Galileo) per non accettare la verità empirica (sempre più incontestabile) dell’appartenenza alla specie umana di embrione e feto, al riconoscere che sì, si tratta di vita umana, ma che tuttavia quell’organismo umano non è ancora persona umana, questa sì degna di rispetto e tutela. Diventa perciò importante chiarire alcuni passaggi: la scienzainduce sempre di più a riconoscere che l’embrione umano è vivo ed è vita umana; lafilosofia ne deduce che è persona da subito; la teologia conduce nel dibattito la convinzione che quella pur piccola vita ha dignità umana inviolabile e quindi diritti da tutelare, tra cui quelli primari alla vita e all’integrità fisica.

Vita umana: Edoardo Boncinelli, genetista, afferma“Non c’è dubbio che la vita di un organismo specifico – ranocchio, gatto o uomo – inizia con la fecondazione, cioè con la congiunzione di un gamete maschile, lo spermatozoo, e uno femminile, la cellula-uovo o ovocita maturo” E ancora: “Dal punto di vista biologico non c’è in sostanza nessuna discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre”.  Documento di Carlo Flamigni e soci sull’ootide (neologismo parascientifico per aggirare la definizione di embrione): “La transizione oocita-embrione risulta da una successione di eventi che si susseguono nel tempo con larghe sovrapposizioni funzionali e temporali. In tale transizione un evento peculiare sul quale basare la criticità del passaggio generazionale e quindi l’inizio di un nuovo essere umano, è rappresentato dalla costituzione del nuovo assetto cromosomico diploide e dal successivo inizio della segmentazione”. Lo considero un piccolo autogol. Perfino chi come Flamigni critica la legge 40 e il suo definire soggetto l’embrione umano, constata che dopo sole 24-36 ore dalla fecondazione, con l’inizio della fase embrionale, c’è la presenza di un “nuovo essere umano”. Poi lui, per convenienza, non gli riconosce lo statuto di persona, ma qui siamo già nel campo della filosofia e non più della biologia. Biologicamente parlando è un individuo della specie uomo.

Persona umanaBasterebbe la domanda posta da Giovanni Paolo II: “Come può un individuo umano non essere una persona umana?” Se una vita umana non fosse una persona umana da subito, cioè dalla sua apparizione come essere della specie uomo,quando lo sarebbe? E cosa gli fornirebbe questo statuto? Quale evento lo costituirebbe? Le azioni che dimostrano il mio essere persona vengono dopo il mio esserlo. Il fare segue l’essere. Dissociare l’essere persona umana dall’avere un vita umana, porta a ricostituire caste sociali in cui alcuni soggetti umani non sono ancora, o non sono più, o non sono abbastanza, persone. Peter Singer ritiene coerentemente che nemmeno i neonati siano persone. Non hanno ancora sviluppate le caratteristiche che rendono tali le persone: coscienza, volontà, relazionalità. Pertanto alcuni individui o non sono ancora persone (feti, neonati, infanti, matti) o non lo sono più (chi è in stato vegetativo, chi è afflitto da gravi malattie degenerative del cervello). Io dico, allora, anche i dormienti! Se essere persona è avere in atto coscienza e volontà, un dormiente non le ha. Occorre che si svegli per essere pienamente persona. Quindi se un omicida dimostrasse che la sua vittima stava dormendo mentre la uccideva, per la logica assurda  che consegue a questi ragionamenti dovrebbe essere assolto. Serve a poco ribattere che il dormiente appena si sveglia riacquisterà coscienza e volontà. Anche un feto le espliciterà non appena sarà cresciuto. Il dormiente e il feto sono in situazione di potenzialità rispetto all’avere espresse e attive la coscienza e la libertà. Perché chiudere un occhio su una forma di potenzialità rispetto all’altra?

Dignità umanaQui il nocciolo. Riconosciuto che un embrione è un essere umano, e quindi persona umana, cosa farsene? È così piccolo e insignificante… La teologia, o meglio, una visione religiosa della vita, nomina la dignità come spirito, anima, e l’ebraismo e il cristianesimo come “imago Dei”. Una filosofia materialista è in grado di nominarla con tanta profondità? Può dire dignità universale e inviolabile? Attenzione che non sto parlando di comportamento concreto del dichiarante. So che ci sono persone credenti che hanno contravvenuto alla “teoria”. A me, e secondo me alla società attuale, preme però sapere se la dignità sia un illusione, un effetto ottico, oppure una realtà vera. Questo perché cerco una coerenza (fin quando posso applicarla) tra la prassi e la teoria. Credo ancora che siano le idee a muovere le gambe.   La campagna nobilmente politica “Uno di noi” ha dentro di sé tutto questo.

Per qualcuno è già ben chiaro e distinto, mentre per molti altri sono ancora ragionamenti impliciti e latenti, come in una foto Polaroid appena scattata, che ha bisogno solo di tempo e di condizioni giuste (una giusta cultura) per svilupparsi. Intanto, se tu condividi quanto detto, hai già firmato (serve un documento)?

Massimo Zambelli

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2/23/2013 6:24 PM
 
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Ecco perché il feto umano
è da considerarsi persona

Feto 11 settimane
 
 
di Stefano Bruni*
*pediatra
 
 

“Essere o non essere, questo è il problema”. Contesto, quello della tragedia shakespeariana, completamente diverso da quello in cui mi appresto ad addentrarmi. Ma domanda centrata: “Essere o non essere: questo è il nocciolo della questione!”il feto è o non è un essere umano vivente, unico ed irripetibile, con coscienza di sé e dunque in quanto tale persona e perciò soggetto di diritti, in primis quello alla vita?

Sembra che di questi tempi tutti tranne che il feto abbiano diritti, e che ciascuno sempre di più ne reclami per se stesso (salvo poi dimenticarsi dei doveri che da questi diritti discendono e che dovrebbero essere la condizione per meritarsi i diritti stessi). Anche tra i più illuminati ben pensanti, un qualche generico diritto anche del feto viene accettato, ma questo è pur sempre subordinato, in second’ordine rispetto a quello della madre. Come dire: un diritto “parziale”, che c’è e non c’è ed è comunque limitato. Limitato dal fatto che il feto non è persona, si dice, e se non è persona non può essere soggetto di diritti.

Ma cosa vuole dire essere una “persona”? E perché il feto non sarebbe una persona? Non sono un filosofo né un teologo e nemmeno un giurista. Quello che voglio proporre è un’opinione che trae spunto da solide evidenze scientifiche.

Ormai anche gli abortisti più convinti (almeno quelli con un minimo di cultura e senso logico), hanno dovuto inchinarsi all’evidenza biologica-genetica-tassonomica che feto ed embrione umani sono un “essere umano vivente unico e irripetibile”. Dal punto di vista genetico l’uomo è diverso da qualsiasi scimmia, gorilla o macaco che sia (se si esclude una certa somiglianza tra questi primati e coloro che si ostinano a negare la suddetta evidenza scientifica!) e ogni uomo è diverso da qualsiasi altro uomo, gemelli inclusi. Un uomo non è il suo patrimonio genetico ma certamente il suo DNA lo caratterizza e lo distingue da tutti gli altri esseri viventi. Su queste evidenze dunque non mi soffermerò, avendolo tra l’altro già fatto in articoli e commenti precedentemente postati su questo sito.

Se dunque ogni embrione e ogni feto è un essere umano vivente unico e irripetibile, come si può giustificarne la soppressione senza che ciò configuri un omicidio e dunque un vero e proprio atto criminoso? Pare che la giustificazione risieda nel fatto che embrione e feto non sarebbero “persona” in senso giuridico e per questa loro condizione dunque non possano essere considerati titolari, soggetti di diritti, ivi incluso quello alla vita.

Ho letto molto spesso ed ho sentito dire altrettante volte che un pre-requisito essenziale della “personalità” è la “coscienza di sé”. E siccome, si sottolinea, il feto non ha coscienza di sé allora non può essere considerato persona e dunque soggetto di diritti. Una difesa del feto nei confronti dell’aborto non può prescindere quindi dalla soluzione di questo primo, originale (nel senso di: “che sta alle origini”) problema, cioè cosa sia la coscienza e se il feto sia cosciente o no. “Essere o non essere”, il dilemma ritorna.

Trovo che per definire la “coscienza” possa essere interessante leggerne la definizione che ne dà il CICAP, ente certamente non confessionale. È una delle più interessanti che ho trovato“… uno stato soggettivo di consapevolezza sulle sensazioni psicologiche (pensieri, sentimenti, emozioni) e fisiche (tatto, udito, vista) proprie di un essere umano e su tutto ciò che accade intorno ad esso. La soggettività della coscienza è data dal fatto che ogni persona ha una propria modalità di rapportarsi alle esperienze e tale modalità dipende in gran parte da un determinato stile culturale di appartenenza. … In un individuo la consapevolezza di se stessi e dell’ambiente si struttura grazie ad un insieme di funzioni psico-fisiologiche come la percezione, la memoria, l’attenzione, l’immagazzinamento e l’elaborazione delle informazioni, tutte dipendenti l’una dall’altra e controllate dal cervello. Tutte le informazioni, sia esterne che interne, passano attraverso i nostri organi recettori (occhi, naso, recettori muscolari) e, dopo aver raggiunto il sistema nervoso, vengono da quest’ultimo elaborate.”

Un’interessante review di autori francesi pubblicata nel 2009 su Pediatric Research tenta di sostenere come tutte le reazioni identificabili nel feto con le moderne tecnologie siano in realtà probabilmente pre-programmate e con un’origine sottocorticale inconscia. Questi autori sostengono che il feto dorme per la maggior parte del tempo e si trova quindi in stato di incoscienza, in parte anche a causa dell’effetto di una sedazione endogena legata al basso livello di ossigeno del sangue fetale, all’effetto del pregnanolone e della prostaglandina D2 prodotta dalla placenta. Nello stesso articolo però gli autori citano due elementi che dal mio punto di vista indeboliscono la loro posizione. L’evidenza sperimentale che tentare di svegliare un feto con uno stimolo doloroso provoca un aumento della sedazione anziché il risveglio mi fa pensare che lo stato di sedazione, di abbassamento dello stato di coscienza abbia un effetto protettivo nei confronti del feto. Ma, mi chiedo, da cosa dovrebbe essere protetto il feto se non proprio da dolore e sensazioni spiacevoli che, se non avesse un qualche livello di coscienza non significherebbero nulla per lui? Dunque se la natura ha fatto in modo di proteggere il feto dal dolore significa che il feto può esserne cosciente.

In altre parole si tratta di uno stato di “ridotta coscienza” artificiale, esattamente come quella che mettiamo in atto con la sedazione palliativa nei malati terminali o più semplicemente nelle persone che devono sottoporsi ad un intervento chirurgico. Non è che queste persone non abbiano una coscienza; semplicemente l’abbiamo ridotta per evitare loro la sensazione spiacevole del dolore, fisico o psichico. L’altro elemento che trovo contraddittorio di questo articolo è che da una parte gli autori ammettono che il neonato ha un cervello in una fase di sviluppo “transizionale” che progressivamente evolve verso quello dell’adulto, mentre sembrano dimenticare che questo “continuum” di sviluppo ha in realtà origine molto prima della nascita del bambino. Se dunque, come gli autori ammettono, un neonato ha una propria coscienza, ancorché minima ed in evoluzione, perché mai questo non dovrebbe essere altrettanto vero anche per il feto?

In realtà, sempre più lavori originali stanno apparendo in letteratura riguardo l’esperienza sensoriale-intellettiva che un feto è in grado di costruirsi già in epoca molto precoce. Quell’esperienza che a nulla varrebbe se non potesse essere elaborata a livello cosciente e che invece è in grado di strutturargli addirittura una “memoria” propedeutica allo sviluppo successivo, durante la fase post-natale. Posso di seguito citare per brevità, a titolo meramente esemplificativo, solo alcune di queste evidenze scientifiche.

Oggi siamo in grado di  studiare la risposta del feto alla voce della sua mamma con metodiche funzionali non invasive e sappiamo che già dalla 19° settimana di gestazione è possibile osservare una risposta fetale come conseguenza di una stimolazione sonora. Il cuoricino del feto batte in maniera diversa quando ascolta la voce della sua mamma e questo accade già dalla 29° settimana di gestazione. Ma la cosa più bella è che questa sua capacità, con il progredire continuo delle competenze fetali, che segue la maturazione funzionale delle strutture cerebrali a ciò deputate, permette al feto di memorizzare e riconoscere, una volta che sarà nato, la voce della madre tra le tante voci che ascolterà, di provare interesse particolare nei confronti di canzoni o musica che gli siano state fatte ascoltare nel periodo prenatale, addirittura di dimostrarsi più attento e più incline ad imparare fonemi ascoltati in utero anziché espressioni linguistiche non proprie della sua mamma. È ormai assodato che il feto impara ad ascoltare e riconoscere, cioè elabora le sensazioni sonore che lo raggiungono e ne immagazzina nella memoria gli elementi essenziali che poi gli torneranno utili per il successivo sviluppo delle proprie competenze dopo la nascita. Questi ed altri studi suggeriscono una capacità di memorizzare esperienze e di imparare attraverso queste esperienze che, già nel feto, evidentemente devono fare riferimento ad un livello più alto di controllo (sottocorticale/corticale), rispetto a quello rudimentale del tronco encefalico.

Il feto presenta le papille gustative già alla 7° settimana di gestazione ed è dimostratoche l’esposizione in utero a sapori diversi (il feto deglutisce numerose volte nelle 24 ore il liquido amniotico e ne percepisce dunque il sapore che varia al variare dell’alimentazione materna) fa sì che il neonato ricordi e preferisca quei sapori che ha conosciuto in epoca molto precoce durante il suo sviluppo. I gusti del bambino perciò si formano anche grazie all’esperienza maturata nell’ambiente uterino. Anche l’olfatto fetale è già strutturalmentematuro entro il terzo trimestre di vita prenatale e alla nascita il bambino è in grado di riconoscere odori percepiti in utero attraverso il contatto del liquido amniotico con i suoi recettori olfattivi.

Sappiamo oggi (anche qui) che il feto prova dolore già in epoca molto precoce del suo sviluppo. Perché ci sia dolore occorre non solo che siano funzionanti i recettori che distinguono e raccolgono le sensazioni perifericamente, ma anche che ci sia una struttura centrale in grado di elaborare le varie sensazioni determinando una reazione emozionale. Studi su neonati anche gravemente prematuri dimostrano ampiamente come stimoli tattili o dolorosi evochino una robusta attività corticale e dunque una percezione cosciente del dolore. Così come prova dolore, il feto è capace di elaborare e ricordare anche le sensazioni piacevoli. Tra gli altri studi, molto interessanti sono quelli compiuti osservando le risposte alle coccole materne di neonati molto prematuri (dei feti, in pratica, che vivono e proseguono il loro sviluppo nell’utero surrogato che è l’incubatrice). Lakangaroo-care, ad esempio, cioè tenere il piccolo prematuro a contatto della pelle della mamma, tra i suoi seni, sappiamo che tranquillizza il bimbo. È stato anche osservato come un prematuro riesca a concentrarsi sulle parole e le coccole della mamma tanto da essere distratto dal dolore provocato ad esempio da un prelievo venoso. In un bell’articolo pubblicato lo scorso anno gli autori sottolineano come lo sviluppo del feto sia una progressione di eventi all’interno dei quali si può individuare anche un’attività, ancorché rudimentale, di tipo cognitivo, correlata all’apprendimento.

Dunque non mi pare possano esserci dubbi su cosa, chi siano embrione e feto. Salvo voler negare le evidenze scientifiche, alla domanda se “sia o non sia” una persona umana vivente in formazione, unica e irripetibile, con una propria “esperienza” razionale di sé e dell’ambiente che lo circonda e quindi con un qualche livello di seppur minima “coscienza”, genetica, biologia, neurologia, neurobiologia, neuroradiologia, fisiologia, ricerca scientifica e medica e il semplice buon senso danno una risposta inequivocabilmente positiva. Una bella review scritta da un neonatologo intensivista italiano riassume così, nel titolo del suo articolo, l’evidenza: “Il feto è una persona? Un’evidenza clinica”.

Se dunque il Codice Civile Italiano recita che “La capacità giuridica si acquista dal momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita (462, 687, 715, 784).” mi verrebbe da dire che alla luce delle scoperte scientifiche che, in maniera incrementale, stanno spostando sempre più precocemente l’evidenza di una “personalità” del feto, il Codice Civile dovrebbe essere rivisto. Fissare al momento della nascita il godimento di diritti relativi alla personalità dell’individuo umano è arbitrario, così come lo è fissarlo in un momento specifico dello sviluppo fetale. Limiti fissati sulla base delle conoscenze di ieri sono abbondantemente stati anticipati dalle evidenze disponibili oggi e probabilmente saranno ulteriormente anticipati col progredire della scienza medica e la conoscenza del feto.

Leibniz lo aveva detto, anche se riferendosi ad altro tema: “Natura non facit saltus”. Lo sviluppo dell’uomo è un continuum che inizia al momento del concepimento e continua per tutta la vita, prima intrauterina e poi alla luce del sole. E in questo sviluppo non si può individuare un “salto di qualità” che trasforma completamente una realtà in un’altra. Il feto è uno di noi, una persona; anche se debole e per certi versi “mancante” di alcuni attributi della maturità e del pieno vigore intellettivo (questo non vale forse anche per il prematuro? e per l’ammalato? e per l’anziano? eppure nessuna persona sensata si sognerebbe di dire che prematuro, malato e anziano non sono persone). In altre parolel’essere-uomo coincide con l’essere-persona. E questo non solo guardando la realtà dal punto di vista scientifico.

Ma se il feto è una persona, può essere legittimo un diritto della donna a sopprimere quello che certamente É un INDIVIDUO umano con una propria, ancorché preliminare, “esperienza razionale”? Ed ecco che ancora una volta torna l’amletico dubbio: “Essere o non essere: questo é il punto”. Cioé se sia o non sia un diritto per la donnasopprimere quell’essere umano capace di sentire suoni, gusti e odori, di vedere, di provare piacere e dolore, in altre parole di “assaporare” la vita nell’ambiente che dovrebbe proteggerlo e supportarne lo sviluppo e di crearsi un’esperienza propedeutica al suo adattamento alla vita extrauterina; se sia o non sia un diritto della donna interrompere,negare il diritto di nascere, “abortire” questo meraviglioso continuum che conduce ad un nuovo uomo o a una nuova donna. E, non volendo essere politicamente corretti, la risposta mi é molto chiara: non può esistere un diritto del più forte di sopprimere il più debole, non quando parliamo di uomo.

Spero di avere spiegato il mio pensiero e di avere fornito sufficienti elementi scientifici a supporto della mia opinione. Ho citato solo una piccolissima parte dei lavori presenti nella letteratura scientifica internazionale sull’argomento; chi volesse può approfondire il tema con una semplice ricerca su PubMed.

Il monologo di Amleto continua, dopo il celeberrimo incipit: “…se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli … Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le ingiustizie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? … Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione smarriscono anche il nome…”. Quasi un involontario monito per chi, come me, crede fortemente nel valore della vita umana in ogni suo istante di sviluppo, a non schierarsi, per quieto vivere, dalla parte del “politicamente corretto” ma ad impegnarsi, per amore della vita, nella battaglia in sua difesa. 

4/16/2013 9:24 PM
 
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Kansas, Alabama e Arkansas: continuano vittorie pro-life

Ottava settimanaGrazie al progresso della medicina e della tecnologia medicacontinua la presa di consapevolezza che l’aborto è una ingiusta soppressione della vita umana, che invece avrebbe il diritto di vivere. La consapevolezza che non c’è soltanto il corpo della madre in gioco, ma anche quello del figlio.

Nel marzo scorso in Arkansas l’aborto è stato vietato dopo le 12° settimane di gravidanza mentre in North Dakota il limite è stato abbassato alla quinta-sesta settimana di gestazione.

Questo mese è toccato ad un altro stato americano, il Kansas, dove il Parlamento ha approvato con 118 voti contro 40 una misura per la quale si specifica che la vita comincia«al momento della fecondazione», contrapponendosi completamente alla anacronistica e antiscientifica sentenza “Roe cotro Wade” della Corte Suprema, che nel 1973 legalizzò l’aborto. La legge prevede anche lo stop alle agevolazioni fiscali, indirette, per gli enti abortisti, nessun operatore sanitario che effettua aborti potrà più accedere ai corsi scolastici e di educazione sessuale, né impartire lezioni su quello che i medici devono fare di fronte a una richiesta di aborto. Le donne incinta che affrontano le cure per il tumore dovranno poi essere informate dei rischi, fino ad ora taciuti, per la vita del bambino, la cui letteratura scientifica è piena di evidenze.

Divertente leggere la rabbia dei quotidiani estremisti come il Fatto Quotidiano, cheriportano la notizia con tutto il disprezzo possibile, citando fuori luogo alcuni (gli unici) fatti tragici avvenuti per colpa di individui singoli, con lo scopo di dipingere tutti i pro-life come assassini e divulgatori d’odio. Secondo quanto riportano loro la stessa misura sarebbe passata anche in Missouri, Kentucky, Arkansas, Illinois, Louisiana, North Dakota e Ohio.

In Alabama una recentissima legge ha richiesto che i fornitori di aborto soddisfino parametri più severi per poter svolgere il loro lavoro, così da evitare il più possibile le innumerevoli cliniche abortiste trasformatesi in “cliniche per l’orrore”, come quella di Philadelphia. In Arkansas è stato approvato un disegno di legge che mira a tagliare tutti i finanziamenti statali a gruppi abortisti come Planned Parenthood. Nel frattempo anche inRussia il parlamento ha approvato in prima lettura un progetto di legge del Ministero della Salute che vieta ai fornitori di aborto di pubblicizzare i loro servizi.

Invitiamo tutti a sottoscrivere «Uno di noi», la campagna promossa dai Movimenti per la vita nei ventisette Paesi della Ue per arrivare al riconoscimento giuridico dell’embrione

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