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FILOSOFI ED UOMINI DI CULTURA, CREDENTI

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7/16/2016 3:43 PM
 
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DA ATEI A CREDENTI

Nel cuore del xx secolo, alcuni importanti pensatori decisero di convertirsi: fu la loro maniera di resistere alla fatalità del male. Sia che il loro percorso sia stato filosofico (Henri Bergson), sia che sia stato accompagnato dalla meditazione dei libri ebraici (Franz Rosenzweig) e cristiani (Simone Weil, Thomas Merton) o di ambedue (Etty Hillesum), a poco a poco percepirono come il più profondo – l’anima o il sé umano – sia abitato dal «più alto». Andare verso Dio è dunque tornare a Lui.

Catherine Chalier, autrice del recente “Il desiderio di conversione. Rosenzweig, Bergson, Weil, Merton, Hillesum” (Giuntina) racconta la storia delle loro conversioni, partendo da una premessa,

LA CONVERSIONE PER I FILOSOFI GRECI

«La conversione – dichiara ad Avvenire (13 luglio) – costituisce un movimento psichico e spirituale che i filosofi greci, come Platone o Plotino, hanno descritto sotto il nome di epistrophè, intendendo così insegnare che la ricerca della verità implica sempre una trasformazione di sé, un ritorno dell’anima verso quello che, in lei e attorno a lei, è veramente, al contrario di ciò che passa, appare e sparisce».

LA CONVERSIONE PER EBREI E ROMANI

I pensatori ebrei e poi quelli cristiani, prosegue Chrlier, hanno parlato, di techouva (risposta e pentimento) i primi e di métanoia, trasformazione di sé, ovvero rinascita, i secondi. Il movimento è simile ma c’è una differenza importante con i pensatori greci:per ebrei e cristiani la conversione è la risposta a una chiamata, che si sente facendo tacere quello che ci distrae.

DUE MODI DI AVVICINARSI A DIO

Questo aspetto della conversione differisce l’avvicinamento a Dio tra «il cammino spirituale del’ebreo Franz Rosenzweig (affetto da una gravissima malattia sin da giovanissimo ndr) che lo porta a ritrovare un giudaismo vivo grazie all’incontro col popolo ebraico in preghiera nel giorno del Kippur; o quello di Thomas Merton che lo porta a ritrovare la fede cattolica» (conoscendo in Italia i mosaici che troviamo in varie basiliche ndr).

Queste due persone, prosegue la filosofa, «sentono che nessuno segno di Dio abita la storia che essi vivono perché essa è sfigurata dal male che fanno gli uomini, ma al quale ciascuno partecipa. Entrambi vivono un lungo periodo di profondi tormenti interiori (la tentazione di diventare cristiano il primo, la seduzione del comunismo il secondo) ma senza mai sperimentare il fatto che la loro vita abbia un senso».

LA VOCE CHE GLI PARLA

Solo dal momento in cui diventano capaci di ascoltare «la voce che parla nel loro intimo essi decidono di cambiare completamente orientamento. Non sono sicura che si debba dire che hanno ‘trovato le loro radici’ perché la voce che ci conduce verso la verità di noi stessi non è una radice, ma la sorgente della nostra vita che ci chiede di andare avanti, malgrado tutto. La parola radice mi sembra troppo statica (e abusata)».

UNA PARTE DELLA VERITA’

Una conversione, ebraica o cristiana, «non può essere statica: ‘Va’’ dice Dio ad Abramo, e non ‘Resta al tuo posto‘. Le differenze tra gli itinerari di Rosenzweig e Merton constano nel modo di vivere questa fedeltà alla sorgente della vita ritrovata, ma al fondo non vedo delle differenze fondamentali. Ciascuno è illuminato da una parte della verità: quella che rende la propria vita significativa e che può anche illuminare gli altri. Nessuno è depositario di tutta la verità perché, come afferma Rosenzweig, essa non appartiene che a Dio e noi non siamo Dio. Merton che fu un uomo di dialogo con le altre religioni non potrebbe che essere d’accordo».

LA PIGRIZIA DEGLI ATEI

Gli esempi dei due pensatori allontanano il richiamo all’ateismo. «Molte persone si dicono atei – ragiona Charlier ma sembrano ignorare di quale Dio sono atei. Spesso si fanno un’immagine di Dio, consolatore e potente, per esempio, e quando non trovano né consolazione né potenza visibile di questo Dio nel mondo, allora si dicono atei. Ma il loro ateismo vale solo per l’immagine che si sono fatti di Dio. Spesso l’assenza sensibile di Dio è vissuta come l’inizio positivo per celebrare il proprio modo di vivere lontano da lui. Non vi è nessuna lacerazione spirituale in questo ateismo. Non dico che tutti gli atei rivelano questo ateismo, ma dirsi atei è un’affermazione che dovrebbe sapersi misurare con esigenze difficili».


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