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FILOSOFI ED UOMINI DI CULTURA, CREDENTI

Last Update: 7/16/2016 3:43 PM
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6/24/2015 3:50 PM
 
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Blaise Pascal


«pensieri» geniali

MAURIZIO SCHOEPFLIN

Genio straordinario, scienziato e filosofo, arrivò da solo alla 32a proposizione del 1° libro
di Euclide, realizzò per primo una macchina calcolatrice, ebbe esperienze di stampo mistico.
Celebri i suoi Pensieri. Progettò un'opera apologetica del cristianesimo. Subì pericolosi
influssi giansenistici. Morì confessato e comunicato, da cristiano e da cattolico.



"Mio fratello nacque a Clermont, il 19 giugno dell'anno 1623... Da quando ebbe l'età di poter parlare... diede segni di una intelligenza del tutto straordinaria... Questo inizio... non si smentì mai; infatti, via via che cresceva in età, egli cresceva nella forza del ragionamento, di modo che era molto al di sopra della sua età": così comincia la splendida biografia di Blaise Pascal scritta dalla sorella maggiore Gilberte; si tratta di parole che non hanno perso niente della loro incisività e verità: ancora oggi. Pascal si presenta come uno dei geni più folgoranti della storia del pensiero occidentale. Intelligenza acuta e poliedrica, matematico e fisico eccelso, scrittore dallo stile cristallino, egli, nel volgere di un'esistenza breve (morì appena trentanovenne nel 1662), è stato in grado di lasciare una traccia indelebile anche nel campo della riflessione etico-religiosa, proponendo Pensieri (questo il celeberrimo titolo della sua opera maggiore, che raccoglie materiali diversi che l'autore si riprometteva di organizzare più compiutamente) sulla condizione umana e sulla fede cristiana, che non è esagerato definire un grande tesoro di saggezza e di spiritualità profondamente impregnate di religiosità autentica.

A questo punto sembra utile affrontare un questione: come è noto, alcuni scritti pascaliani furono messi all'Indice, e altrettanto nota è la sua adesione al giansenismo, una dottrina condannata dall'autorità ecclesiastica, il cui iniziatore fu il teologo olandese Cornelis Jansen e che ebbe notevole diffusione in Francia. In questa sede sembra dunque opportuno tralasciare tale aspetto della vicenda pascaliana che richiederebbe la trattazione di problemi teologici assai complessi (il peccato, la grazia, la predestinazione), intorno ai quali alcune tesi contenute negli scritti di Pascal non collimano appieno con l'ortodossia cattolica; pur non dimenticando questo elemento sicuramente rilevante, sebra preferibile sottolineare certune componenti del messaggio di Pascal particolarmente attuali e adatte a sviluppare un discorso apologetico della fede cristiana (non bisogna dimenticare che nelle intenzioni del pensatore francese vi era il progetto di redigere una grande apologia del cristianesimo, idonea a convincere atei e miscredenti).

Al centro dell'indagine filosofica di Pascal sta l'uomo: un uomo non astrattamente inteso, ma che è "cuore" oltre che ragione, è enigma a se stesso, è, nel medesimo tempo, grandezza e miseria. In questa situazione, contrassegnata dall'incertezza sulla propria sorte, l'individuo preferisce spesso rifugiarsi nel divertimento e nella distrazione, tentando inutilmente di dimenticare il dramma del vivere; con particolare lucidità Pascal descrive lo stordimento a cui gli uomini si consegnano per non pensare ai sofferti interrogativi e ai gravi problemi della vita, dedicando scioccamente le loro migliori energie ad attività futili, quali, per esempio, le cacce, i tornei e le feste mondane.

L'uomo, al contrario, deve avere il coraggio di guardarsi dentro, attraverso uno sforzo di introspezione per il quale non è sufficiente il sapere scientifico (che Pascal tenne comunque in grande considerazione): così facendo, scoprirà la sua miseria, la sua debolezza, il suo limite; ma proprio grazie a questo riconoscimento, che è frutto di ragione e di sentimento insieme (di quella particolare facoltà intuitiva, cioè, che egli chiamò "spirito di finezza"), l'uomo potrà intraprendere la strada della verità e della liberazione perchè avrà compreso di essere radicalmente bisognoso di una salvezza che soltanto Dio gli può donare.

A questo punto, si tratta di fare un decisivo atto di fede, accettando di mettersi nelle mani del Signore: è una fede, quella pascaliana, che non ammette mediazioni, una fede che si presenta come una scelta radicale, una sorta di scommessa che consiglia all'uomo di puntare tutto su Dio, riconoscendo in Gesù Cristo l'unico Salvatore. Nessuna certezza umana può esserci di aiuto; Dio si nasconde e si rivela simultaneamente: bisogna credere in Lui, accettare il dono della sua grazia, sottomettersi alla sua maestà. Una volta accolta, la fede cristiana getta piena luce sulla condizione umana, soprattutto perchè, facendo perno sulla fondamentale verità del peccato originale, ricorda a tutti che la natura dell'uomo è corrotta e pertanto incapace di quella salvezza che soltanto la misericordia divina e l'opera redentrice di Gesù Cristo hanno realizzato.

Pascal visse in prima persona una suggestiva e appassionata esperienza religiosa: la sua fede, frutto di due conversioni, la seconda delle quali caratterizzata da tonalità mistiche, lo portò a disprezzare ogni umana vanità e a concentrare tutto se stesso intorno al mistero di Dio e della salvezza. La sua religiosità, caratterizzata da un timbro aspro e rigoristico e venata pure di un certo pessimismo, appare tuttavia profondamente sincera e nessuna traversia la potè scalfire. Di salute assai cagionevole. Pascal scrisse un'accorata Preghiera per domandare a Dio il buon uso delle malattie e chiese insistentemente che un povero potesse usufruire delle stesse cure che venivano somministrate a lui, colpito dal tumore addominale che lo condusse alla morte. Sentendo avvicinarsi il momento del trapasso, volle confessarsi e comunicarsi; le sue ultime parole furono: "II Signore non mi abbandona mai".

Ricorda

"Gli uomini disprezzano la religione; la odiano, e hanno paura che sia vera. Per guarire da tutto questo, bisogna incominciare a dimostrare che la religione non è affatto contraria alla ragione, che è degna di venerazione, bisogna portare ad averne rispetto; poi, bisogna renderla amabile; fare desiderare dai buoni che essa sia vera; e poi dimostrare che è vera".
(Blaise Pascal, Disegno e ordine dell' Apologia, in Pensieri. Opuscoli. Lettere, 2° ed., Rusconi, Milano 1984, p. 399).

Bibliografia

Blaise Pascal, Pensieri. Opuscoli. Lettere, Rusconi, Milano 1978.
Jean Guitton, II genio di Pascal, Alba 1967.
Adriano Bausola, Introduzione a Pascal, Laterza, Roma-Bari 1973.
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12/3/2015 2:01 PM
 
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Il filosofo Nagel: il finalismo guida l’evoluzione




Mente e cosmoE’ uscito finalmente anche in Italia il libro di uno dei più importanti filosofi americani, Thomas Nagel, intitolato Mente e Cosmo (Cortina Editore 2015).


Già nel 2012 avevamo dato spazio (grazie al prof. Enzo Pennetta) al volume in occasione della sua pubblicazione in lingua inglese. L’obiettivo di Nagel, avevamo rilevato, è smontare il riduzionismo materialista, ovvero il caposaldo della filosofia neodarwinista (l’approccio ideologico al darwinismo, secondo un paradigma naturalista ed essenzialmente scientista). Il prof. Nagel, docente presso la New York University, sottolinea infatti nel libro che «una comprensione dell’Universo come fondamentalmente predisposto a generare la vita e la mente probabilmente richiede più distacchi dalle familiari forme di spiegazione naturalistica di quanto io adesso possa concepire».


Tra i vari motivi che dimostrano come fortemente carente la spiegazione neo-darwinista c’è la questione della coscienza, come ben descritta da Andrea Lavazza, studioso di scienze cognitive e associato al Centro universitario internazionale di Arezzo. Nagel istituisce un confronto tra esseri umani e pipistrelli. Questi ultimi sono coscienti come anche noi lo siamo, ma si può provare che effetto fa essere un pipistrello solo essendo un pipistrello. Possiamo avere una conoscenza del suo funzionamento cognitivo e neuronale, tuttavia, vi è qualcosa in più rispetto a questi processi. Quando il pipistrello ecolocalizza un insetto nel suo campo percettivo, deve avere una rappresentazione interna e un’esperienza con un certo carattere soggettivo, ed è proprio ciò che la ricerca scientifica non riesce a dirci.


L’argomento mira a provare che la coscienza è essenzialmente soggettiva, mentre gli stati fisici, compresi quelli cerebrali, sono privi di questo carattere. La riduzione degli stati coscienti a stati cerebrali li renderebbe stati senza soggettività. Ma ciò è assurdo, quindi non può esservi riduzione della coscienza al cervello, come invece sostiene il riduzionismo neo-darwinista. La mente non è una semplice appendice o un accidente dell’evoluzione, ma un aspetto fondamentale della natura non sia riducibile al mondo materiale. Inoltre, come possono trovare spazio nel materialismo aspetti quali la coscienza (fenomenica), l’intenzionalità, il significato, gli scopi (dell’esistenza), il pensiero e i valori?


Bisogna perciò richiamarsi alla metafisica descrittiva, che non si distanzia troppo dal senso comune. Nella linea che va da Aristotele a Reid fino a Peter Strawson, si muove dalla constatazione che vi sono corpi e persone, non quark o galassie, mentre la scienza riduzionistica, direbbe ancora oggi Reid, ci fa dubitare persino dell’esistenza di amici e parenti, dopo avere convinto molta ontologia che non esistono i tavoli, ma solo specifiche configurazioni di particelle. Lo snodo chiave (e più controverso) è proprio la presenza di una mente capace, in ciascuno di noi, di cogliere un ordine oggettivo: esistono valori che possiamo scoprire; esiste una razionalità che ci fa rifiutare le contraddizioni logiche; esiste una libertà di seguire la verità oggettiva superando le tendenze innate. E tutto questo non può essere spiegato dall’evoluzione darwiniana, che rimanda al relativismo.


Se della coscienza va dato conto in termini naturali, tale sviluppo doveva essere “scritto” nell’Universo prima della comparsa della vita. E la mente è una conseguenza dell’ordine che governa il mondo. Inevitabile a questo punto introdurre l’ipotesi di un finalismo naturale, per cui le cose nell’Universo sono determinate da una predisposizione cosmica alla formazione della vita, della coscienza e del valore, che è inseparabile da esse. Difficile da accettare, ammette lo stesso Nagel (non è credente), il quale però non vede altra spiegazione.


Il libro di Nagel ha scatenato, prevedibilmente, molte reazioni. In Italia, ad esempio, è stato recensito da Maurizio Ferraris, ordinario di filosofia presso l’Università di Torino, il quale ha però cercato -come ha notato giustamente il prof. Pennetta- di ricondurre il celebre filosofo americano nei confini dell’ortodossia neodarwiniana. Uno sforzo, quello di Ferraris, un po’ ingenuo dato che il sottotitolo del libro di Nagel è: “Perché la concezione materialista neo-darwiniana della natura è quasi certamente falsa”. E’ vero, invece, quando Ferraris nota che Nagel ha proposto anche alla scienza diampliare le sue visioni senza chiuderle in un cieco materialismo, riportando al centro del dibattito la teleologica: A causa B perché lo scopo di B era C.


Ma, alla fine, Ferraris cerca comunque di mettere in salvo le sue convinzioni: «dire che il fine dell’occhio è vedere ci aiuta a capirne il funzionamento proprio come dire che fare gol è l’obiettivo delle squadre di calcio ci permette di capire le partite. Ma questo non ci obbliga a sostenere che l’occhioè intrinsecamente creato per vedere più di quanto ci autorizzi a dire che il naso è stato creato per sorreggere gli occhiali. Può essere un caso evolutivo». Un ragionamento follemente irrazionale e antifattuale (confondendo causa reale con utilizzi secondari) pur di dare l’ultima parola sempre al “caso”, una casualità usata come tappabuchi per evitare la scomodità esistenziale del finalismo. «Disponendo di un tempo lungo come quello che ci separa dal Big Bang e di un materiale grande come l’universo», ha concluso il filosofo di “Repubblica”«si può arrivare a tutto».


Ecco riproposta la fede neo-darwinista. Esattamente l’opposto della tesi di Nagel, secondo cui la spiegazione più razionale dell’Universo e della vita umana non può essere “il caso”, ma il finalismo. Lo mostrò il biofisico francese Pierre Lecomte du Noüy dell’Istituto Pasteur di Parigi, quando stimò che la probabilità della formazione casuale di una proteina (di una sola proteina!) è pari a 1 su 10321, portandolo a concludere: «per studiare i fenomeni più affascinanti, quali la Vita e sopratutto l’Uomo, siamo costretti a chiamare in causa un’antichance: una sorta di giocatore sleale che viola sistematicamente le leggi dei grandi numeri» (P. Lecomte du Noüy, “L’uomo e il suo destino”, Bombiani 1949, p.31). Il celebre Stephen Jay Gould, sollevando il tema della contingenza nell’evoluzione, spiegò che anche considerando il tempo che ci separa dal Big Bang e le dimensioni dell’Universo, «la probabilità che, riavvolgendo il film della vita emerga qualcosa di simile all’intelligenza umana, è trascurabilmente piccola», tanto che l’uomo può essere considerato a tutti gli effetti come la «personificazione della contingenza» (S.J. Gould, “La vita meravigliosa”, Feltrinelli 1990, p.10). Non è vero, dunque, che “si può arrivare a tutto” perché, afferma uno dei principali fisici inglesi, Paul Davies«la tendenza generale dal semplice al complesso, dal microbo alla mente, sembra insita nelle leggi di natura in maniera fondamentale» (P. Davies, “Siamo soli?? Implicazioni filosofiche della scoperta della vita extraterrestre”, Laterza 1994, p.88).


Chi si ostina ad affidarsi alla spiegazione del “caso” fa di ad esso «un’abile, previdente e sottile potenza intelligente», secondo le parole ironiche del biologo P.P. Grassé (P.P. Grassé, “L’evoluzione del vivente”, Adelphi 1979). Dunque l’esatto opposto di un processo casuale, una contraddizione quindi. Ed invece oggi la posizione più razionale, cioè più aderente alla realtà dei fatti e comprensiva di tutte le spiegazioni proposte, è proprio quella descritta dal prof. Thomas Nagel nel libro che abbiamo presentato oggi: l’evoluzione naturale procede grazie ad una tendenza preordinataintrinseca alla natura stessa.



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5/19/2016 11:04 PM
 
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Il dubbio di Cartesio è l’opposto dello scetticismo:
affermava la verità di Dio

descartes«L’esistenza di Dio, infatti, è la prima e la più eterna di tutte le verità che possono essere e la sola da cui procedano tutte le altre». E’ una frase contenuta nelle lettere inedite da poco pubblicate del fondatore della filosofia moderna, René Descartes (ovvero Cartesio).

Formatosi dai gesuiti del collegio francese di La Flèche, ha dato contributi decisivi nel campo filosofico e matematico, divenendo noto per il cosiddetto “dubbio metodologico”. Qualche tempo fa segnalavamo la strumentalizzazione da parte del positivismo del filosofo britannico Ludwig Wittgenstein, anche con Cartesio è avvenuto qualcosa di simile.

Descartes viene citato per avvalorare l’effimera positività del dubitare ed invece il suo approccio differisce completamente dal dubbio degli scettici, di chi dubita per dubitare. Come ha ben spiegato il teologo e storico francese Jean-Robert Armogathe, specialista di Cartesio e direttore di ricerche all’Ecole pratique des hautes études di Parigi, «il dubbio radicale di Cartesio si distingue chiaramente dalla tradizione scettica. Almeno in due modi. Innanzitutto, è un dubbio metodologico, necessario per compiere un percorso. Cartesio non dubita per dubitare, ma per ricercare la verità. È un dubbio provvisorio. In secondo luogo, è molto più radicale del dubbio degli scettici. Solo il pensiero, trovandosi al di là del dubbio, può in tal modo fondare l’esistenza permettendo di uscire dallo stesso dubbio».

L’elogio del dubbio in quanto tale e lo scetticismo razionalista sono dunque esattamente l’opposto del pensiero cartesiano: «quando si qualifica Cartesio come padre della razionalità moderna», ha spiegato ancora Armogathe, «non bisogna pensare al razionalismo, come fanno molti, ma alla ragione come insieme complesso dove convergono nella ricerca della verità pure le passioni dell’anima, le circostanze e l’insieme della personalità umana». La realtà ha un senso e Cartesio indica la possibilità di un percorso in cui il dubbio è parte importante, ma sarà la verità a scaturire da esso, non viceversa. Il dubitare diventa così la condizione favorevole alla possibilità di dedurre la verità.

La lettera citata inizialmente, inviata al teologo e matematico Marin Mersenne il 6 maggio 1630, esprime proprio la certezza dell’esistenza di Dio di un cattolico osservante, come lo era Cartesio. Egli avanza ben tre dimostrazioni dell’esistenza del Creatore, due a posteriori e una a prioriIl sociologo americano Rodney Stark ha ben mostrato come la scienza nasce schiava della teologia durante il luminoso Medioevo, ma il processo prosegue anche nel XVI secolo quando Cartesio, per l’appunto, «giustificò la sua ricerca delle “leggi” naturali sul fatto che tali leggi dovessero esistere perché Dio era perfetto e agiva “nel modo più costante e immutabile possibile”, tranne che nelle rare eccezioni dei miracoli» (R. Stark, La vittoria della ragione, Lindau 2006, p.40).

Il dubbio fine a se stesso atrofizza l’uomo, l’elogio del dubitare è l’antitesi del pensiero razionale. L’atto del coltivare dubbio non ha alcun valore in sé, diventa valore solo se produce ricerca e chiunque cerchi seriamente qualcosa è perché ammette la possibilità del trovare, riconosce quindi l’esistenza di una risposta alla domanda. «Che le cose che concepiamo molto chiaramente e distintamente sono tutte vere», ha scritto Cartesio,«non è cosa certa se non perché Dio è o esiste, perché è un essere perfetto e perché da Lui riceviamo tutto quello che è in noi» (R. Descartes, Discorso sul metodo, Laterza 2004).


7/16/2016 3:43 PM
 
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henri-bergson
DA ATEI A CREDENTI

Nel cuore del xx secolo, alcuni importanti pensatori decisero di convertirsi: fu la loro maniera di resistere alla fatalità del male. Sia che il loro percorso sia stato filosofico (Henri Bergson), sia che sia stato accompagnato dalla meditazione dei libri ebraici (Franz Rosenzweig) e cristiani (Simone Weil, Thomas Merton) o di ambedue (Etty Hillesum), a poco a poco percepirono come il più profondo – l’anima o il sé umano – sia abitato dal «più alto». Andare verso Dio è dunque tornare a Lui.

Catherine Chalier, autrice del recente “Il desiderio di conversione. Rosenzweig, Bergson, Weil, Merton, Hillesum” (Giuntina) racconta la storia delle loro conversioni, partendo da una premessa,

LA CONVERSIONE PER I FILOSOFI GRECI

«La conversione – dichiara ad Avvenire (13 luglio) – costituisce un movimento psichico e spirituale che i filosofi greci, come Platone o Plotino, hanno descritto sotto il nome di epistrophè, intendendo così insegnare che la ricerca della verità implica sempre una trasformazione di sé, un ritorno dell’anima verso quello che, in lei e attorno a lei, è veramente, al contrario di ciò che passa, appare e sparisce».

LA CONVERSIONE PER EBREI E ROMANI

I pensatori ebrei e poi quelli cristiani, prosegue Chrlier, hanno parlato, di techouva (risposta e pentimento) i primi e di métanoia, trasformazione di sé, ovvero rinascita, i secondi. Il movimento è simile ma c’è una differenza importante con i pensatori greci:per ebrei e cristiani la conversione è la risposta a una chiamata, che si sente facendo tacere quello che ci distrae.

DUE MODI DI AVVICINARSI A DIO

Questo aspetto della conversione differisce l’avvicinamento a Dio tra «il cammino spirituale del’ebreo Franz Rosenzweig (affetto da una gravissima malattia sin da giovanissimo ndr) che lo porta a ritrovare un giudaismo vivo grazie all’incontro col popolo ebraico in preghiera nel giorno del Kippur; o quello di Thomas Merton che lo porta a ritrovare la fede cattolica» (conoscendo in Italia i mosaici che troviamo in varie basiliche ndr).

Queste due persone, prosegue la filosofa, «sentono che nessuno segno di Dio abita la storia che essi vivono perché essa è sfigurata dal male che fanno gli uomini, ma al quale ciascuno partecipa. Entrambi vivono un lungo periodo di profondi tormenti interiori (la tentazione di diventare cristiano il primo, la seduzione del comunismo il secondo) ma senza mai sperimentare il fatto che la loro vita abbia un senso».

LA VOCE CHE GLI PARLA

Solo dal momento in cui diventano capaci di ascoltare «la voce che parla nel loro intimo essi decidono di cambiare completamente orientamento. Non sono sicura che si debba dire che hanno ‘trovato le loro radici’ perché la voce che ci conduce verso la verità di noi stessi non è una radice, ma la sorgente della nostra vita che ci chiede di andare avanti, malgrado tutto. La parola radice mi sembra troppo statica (e abusata)».

UNA PARTE DELLA VERITA’

Una conversione, ebraica o cristiana, «non può essere statica: ‘Va’’ dice Dio ad Abramo, e non ‘Resta al tuo posto‘. Le differenze tra gli itinerari di Rosenzweig e Merton constano nel modo di vivere questa fedeltà alla sorgente della vita ritrovata, ma al fondo non vedo delle differenze fondamentali. Ciascuno è illuminato da una parte della verità: quella che rende la propria vita significativa e che può anche illuminare gli altri. Nessuno è depositario di tutta la verità perché, come afferma Rosenzweig, essa non appartiene che a Dio e noi non siamo Dio. Merton che fu un uomo di dialogo con le altre religioni non potrebbe che essere d’accordo».

LA PIGRIZIA DEGLI ATEI

Gli esempi dei due pensatori allontanano il richiamo all’ateismo. «Molte persone si dicono atei – ragiona Charlier ma sembrano ignorare di quale Dio sono atei. Spesso si fanno un’immagine di Dio, consolatore e potente, per esempio, e quando non trovano né consolazione né potenza visibile di questo Dio nel mondo, allora si dicono atei. Ma il loro ateismo vale solo per l’immagine che si sono fatti di Dio. Spesso l’assenza sensibile di Dio è vissuta come l’inizio positivo per celebrare il proprio modo di vivere lontano da lui. Non vi è nessuna lacerazione spirituale in questo ateismo. Non dico che tutti gli atei rivelano questo ateismo, ma dirsi atei è un’affermazione che dovrebbe sapersi misurare con esigenze difficili».


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