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EVOLUZIONE E STRUTTURA NEL GENESI BIBLICO

Last Update: 10/19/2018 10:39 AM
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8/29/2010 1:53 PM
 
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PATRICK O'CONNELL, B. D.

I sei giorni della Creazione


INDICE

Cap. I - Il primo giorno della Creazione

Cap. II - Il secondo giorno

Cap. III - Terzo giorno: il regno vegetale

Cap. IV. - Il quarto giorno

Cap. V - Il quinto e il sesto giorno

 

PREFAZIONE


La teoria della evoluzione delle specie di Lamarck e di Darwin ebbero largo favore nel secolo scorso. Lamarck aveva ideato la generazione spontanea sorta in materia mucillagginosa, la trasformazione dei primi frammenti, animali nei vari tipi di esseri viventi, sotto lo stimolo del bisogno che crea abitudini durevoli ed organi corrispondenti trasmessi con la generazione nei discendenti. Darwin aggiungeva la legge della lotta per la vita che favorisce la naturale selezione dei più perfetti.

Ma man mano che progredirono gli studi della paleontologia, e;si fecero tramontare le loro teorie, rimettendo sul piedestallo il racconto della creazione contenuto nei primi capitoli del Genesi.

Molti sono tuttavia coloro che non hanno avuto modo di aggiornarsi sulla situazione attuale della teoria. Molti si chiedono quale sia 1'atteggiamento della Chiesa al riguardo. Molti vivono ancora sotto l'impressione della passata propaganda evoluzionista, e temono, ripudiandola, di essere tacciati di oscurantismo.

Secondo l'Enciclica Humani Generis (par. 37), il Magistero della Chiesa non proibisce che la dottrina dell'evoluzionismo sia oggetto di ricerche e di discussioni da parte degli scienziati e dei teologi, purché ciò sia fatto con la necessaria serietà, moderazione e misura, ed a condizione che tutti siano disposti a sottostare al giudizio della Chiesa.

Questa pubblicazione ha per scopo di far conoscere la soluzione del problema dei sei giorni della Creazione basata sulle scoperte degli ultimi dieci anni.

Essa viene a completare il volume «Origine e Preistoria dell'Uomo» dello stesso autore, che tratta dell'origine dell'Uomo, del Diluvio universale e dell'antichità dell'Uomo. Esso gli ha meritata una speciale benedizione di Papa Paolo VI ed il plauso di molti alti Prelati.

L'Osservatore Romano dell'11 luglio 1964 così lo recensiva: «… L'autore dimostra che gli argomenti biologici in favore dell'evoluzione usati nei libri degli... evoluzionisti moderni, anche in Italia, sono stati messi da parte dai principali scienziati, anche atei, come Julian Huxley (pag.132), e che il loro argomento più importante, basato sui fossili umani è ora crollato del tutto. In particolare l' A. dimostra che i famosi "anelli mancanti"... quando non furono ad arte contraffatti, appartenevano alle scimmie e non all'uomo. Un libro che si legge da cima a fondo con il fiato sospeso, dopo il tanto chiasso che si è fatto e si continua a fare sull'argomento, specialmente sulle speculazioni gratuite e romanzate degli evoluzionisti cattolici che l'A. severamente condanna».

 

8/29/2010 1:55 PM
 
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INTRODUZIONE


False teorie scientifiche sull'origine del mondo e dell'uomo hanno condotto ad errori nell'interpretazione dei primi capitoli della Genesi, e questi errori, hanno condotto a presentazioni inesatte delle Encicliche Papali scritte per correggerli.

Quando delle interpretazioni erronee di brani della Sacra Scrittura sono rimaste in circolazione per molto tempo, c'è una tendenza fra i commentatori, che le hanno adottate, a considerare ogni tentativo d'affermare la vera interpretazione come un atto d'aggressione, e perciò si considerano giustificati a condannarlo.

La teoria di Laplace sull'origine del nostro mondo, ora provata falsa, che contraddice in pieno il racconto Mosaico, fu in circolazione per così lungo tempo, e fu così largamente adottata dai commentatori, che ogni tentativo di difendere la narrazione Mosaica, fu denunciato come un errore a cui si diede il nome di "concordismo"; e la Enciclica Providentissimus Deus pubblicata dal Papa Leone XIII nel 1893, per condannare la troppa libertà usata da alcuni commentatori, fu, ed è tuttora, rappresentata come uno statuto di libertà che li esonera da ogni ritegno (1).

La dichiarazione di Sant'Agostino, incorporata in questa Enciclica che «Lo Spirito Santo che parlò per mezzo di loro non ebbe 1'intenzione d'insegnare agli uomini queste cose che non sono utili alla salvezza (vale a dire la natura essenziale delle cose dell'universo visibile)» è stata ripetutamente citata fuori del suo contesto, in favore dell'opinione che noi non dobbiamo cercare la verità oggettiva nel racconto Mosaico della creazione, e che in questa Enciclica è data piena libertà di allontanarsene.

Riportiamo qui, a vantaggio dei nostri lettori, l'intero brano che contiene questa dichiarazione perché essi vedano che non ha il significato che le è stato spesso attribuito.

«In secondo luogo dobbiamo opporci a coloro che, usando in malo modo la scienza fisica, scrutano minuziosamente il libro sacro per prendere gli autori in errore, e per avere modo di screditarne il contenuto. Attacchi di questo genere, riferendosi a questioni d'esperienza sensibile, sono particolarmente pericolosi per le masse, ed anche per i giovani che incominciano i loro studi letterari; perché, se i giovani perdono la venerazione per la Sacra Scrittura in uno o più punti, sono facilmente indotti a rinunciare interamente alla fede.

Non è necessario dimostrare che la natura della scienza, che può essere mirabilmente usata per manifestare la gloria del Creatore se insegnata come si deve, può se male impartita, distruggere fatalmente i principi della vera morale. Perciò una conoscenza della scienza naturale sarà di grande aiuto al professore di Sacra Scrittura per scoprire e confutare simili attacchi contro i libri sacri.

Infatti non ci può essere nessuna contraddizione fra il teologo e il fisico a condizione che nessuno dei due oltrepassi i limiti, e si guardino, come ammonisce Sant'Agostino, "dal fare asserzioni temerarie, e dall'affermare come noto ciò che non lo è". Se nasce un dissenso fra i due, ecco la regola dataci da Sant'Agostino per il teologo: "Qualunque cosa riguardante la natura fisica gli scienziati riescano a provare vera, noi dobbiamo dimostrare che è possibile conciliarla con la Sacra Scrittura e qualsiasi cosa essi affermino nei loro trattati che sia contraria alla nostra Bibbia, vale a dire alla fede Cattolica, noi dobbiamo provare, nel miglior modo possibile, che è falsa, o comunque crederla tale, senza la minima esitazione.

«Per comprendere quanto giusta sia la regola qui formulata, dobbiamo ricordare, anzitutto, che gli autori dei libro sacro, o meglio "lo Spirito Santo, che parlò per mezzo loro, non intese insegnare agli uomini queste cose (vale a dire la natura essenziale delle cose dell'universo sensibile), cose che non sono affatto utili alla salvezza". Quindi essi non cercarono di penetrare i segreti della natura, ma piuttosto descrissero e trattarono le cose in un linguaggio più o meno figurato, o con espressioni che a quel tempo erano comunemente usate, e che in molte occasioni sono tuttora di uso comune anche da parte dei più eminenti scienziati. Il linguaggio comune descriveva in modo originale e proprio le cose che cadevano sotto i sensi; un po' alla stessa maniera, gli scrittori sacri - come ci ricorda l'Angelico Dottore - seguirono ciò che appariva ai sensi, o misero in iscritto ciò che Dio, parlando agli uomini, voleva dire in un linguaggio che essi potevano capire e a cui essi erano assuefatti.

«L'interprete cattolico, quantunque debba dimostrare che quei fatti della scienza naturale che gli investigatori danno ora per certi, non sono contrari alla Sacra Scrittura, bene spiegata; deve tuttavia tenere in mente che molto di ciò che a un tempo fu ritenuto come provato, fu poi messo in discussione e rigettato.

«Può anche darsi che il senso di un brano rimanga ambiguo, e in questo caso dei buoni metodi ermeneutici sono di grande aiuto a spiegarli. Ma è assolutamente sbagliato e proibito restringere l'ispirazione a certe parti della Sacra Scrittura o ammettere che lo scrittore sacro abbia sbagliato. Non si può assolutamente tollerare il sistema di coloro che, per sbarazzarsi di queste difficoltà, non esitano ad ammettere che la divina ispirazione si riferisce solo alle materie di fede e di morale, perché (come essi a torto pensano) nella disputa sulla verità o meno di un brano, si deve considerare il motivo e il fine che Egli ebbe in mente quando parlò. Tutti i libri che la Chiesa riceve come sacri e canonici sono scritti nel loro insieme e in tutte le loro parti, sotto la dettatura dello Spirito Santo; ed è tanto impossibile che l'errore possa coesistere con l'ispirazione che l'ispirazione non solo è essenzialmente incompatibile con l'errore, ma esclude e rigetta nel modo più assoluto la possibilità che Dio stesso, suprema Verità, possa affermare ciò che non è vero.


Papa Benedetto XV


Il 15 settembre 1920, Papa Benedetto XV pubblicò l'Enciclica Spiritus Paraclitus nella quale egli ripete ed elabora la suddetta dichiarazione del Papa Leone XIII. La seguente citazione è tolta da questa Enciclica: «Ma quantunque queste parole del nostro predecessore, Papa Leone XIII, non ammettano dubbio o controversia, ci affligge il trovare, che non solo coloro che non appartengono alla nostra religione, ma perfino i figli della Chiesa Cattolica - e quello che più ci rattrista, perfino ecclesiastici e professori delle scienze sacre - nella loro presunzione o apertamente ripudiano, o per lo meno attaccano in segreto l'insegnamento della Chiesa su questo punto... Ma noi ricordiamo loro ch'essi vanno incontro a gravi conseguenze se trascurano le ingiunzioni del nostro predecessore, o oltrepassano i limiti fissati dai Padri.


Elementi primari e secondari


«Nessuno può pensare che aderiscano a queste limitazioni quegli scrittori che, mentre ammettono che l'ispirazione si estende ad ogni frase, anzi ad ogni singola parola della Sacra Scrittura, nondimeno, distinguendo fra ciò che essi chiamano fattore primario o religioso e fattore secondario o profano della Bibbia, restringono l'effetto dell'ispirazione - cioè la verità assoluta e l'immunità da errore - al fattore primario o religioso.

La loro idea è che nella Sacra Scrittura Dio intende e insegna soltanto ciò che riguarda la religione, e tutto il resto - ciò che riguarda le discipline profane e servono alla verità rivelata come veste esteriore della verità divina - Dio lo permette e perfino lascia alla maggiore o minore scienza dell'autore.

Non sorprende perciò che, secondo loro, occorra nella Bibbia un considerevole numero di cose, riguardanti la scienza fisica, la storia e simili, che non si possono conciliare con il progresso della scienza dei nostri tempi.

«Alcuni sostengono perfino che queste opinioni non sono contrarie a ciò che asserì il nostro predecessore, poiché - essi affermano - egli disse che gli scrittori sacri parlarono delle cose della natura secondo l'apparenza esterna e quindi illusoria. Ma le parole del Pontefice dimostrano che questa deduzione è temeraria e falsa; poiché la sana filosofia insegna che i sensi non possono mai ingannarsi in quanto riguarda il loro oggetto proprio e immediato.

«Inoltre, il nostro predecessore, scartando tutte quelle distinzioni che ai critici piace chiamare fattori primari e secondari, dice senza ambagi che "coloro che pensano che quando si tratta della verità di certe espressioni, non dobbiamo considerare tanto ciò che Dio disse, quanto "perché lo disse" sono molto lontani dalla verità.

Egli inoltre c'insegna che la Divina Ispirazione si estende ad ogni parte della Bibbia senza la minima eccezione, e che non ci può essere nessun errore nel testo ispirato: "Sarebbe affatto empio limitare l'ispirazione solo a certe parti della Sacra Scrittura, o ammettere che gli autori sacri abbiano sbagliato.


Verità relativa e Verità assoluta


«Né meno dissentono dalla dottrina della Chiesa, comprovata dalla testimonianza di S. Girolamo e degli altri Padri, coloro che ritengono che le parti storiche della Sacra Scrittura non si basano sulla "verità assoluta" dei fatti, ma semplicemente su ciò, che loro piace chiamare "verità relativa", vale a dire, su ciò che a quel tempo comunemente si pensava.


8/29/2010 2:04 PM
 
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Papa Pio XII


La Seguente citazione dall’Enciclica Divino Afflante Spiritu pubblicata da Sua Santità Papa Pio XII dovrebbe togliere ogni dubbio circa il significato del brano che abbiamo citato dalla "Providentissimus Deus".

«Il Concilio Vaticano, per condannare le false dottrine sull'ispirazione, dichiarò che la ragione per cui questi libri devono ritenersi dalla Chiesa come sacri e canonici non è che, composti dall'industria umana, siano poi stati approvati dalla sua autorità, o il fatto che essi contengano la rivelazione senza errore, ma perché, scritti sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio come autore, e come tali sono stati affidati alla Chiesa stessa».

«Più tardi, questa solenne definizione della dottrina cattolica, che attribuisce a questi libri nel loro insieme e in tutte le loro parti una autorità divina, sì da essere immuni da qualsiasi errore, fu contraddetta da certi scrittori cattolici che osarono limitare la verità della Sacra Scrittura solo a materie di fede e di morale e considerare ciò che riguarda l'ordine fisico e storico come "obiter dicta", senza avere (secondo loro) nessuna relazione con la fede. Questi errori ebbero la meritata condanna nell'Enciclica Providentissimus Deus pubblicata il 18 novembre 1893 dal nostro predecessore di immortale memoria, Leone XIII, che, nella stessa lettera diede sagge istruzioni e direttive per salvaguardare gli studi biblici».

Il Papa Pio XII si riferisce ancora a questo soggetto nella sua Enciclica Humani Generis pubblicata nel 1950. In questa Enciclica egli condanna l'abuso di una Lettera inviata nel 1948 al Cardinale Suhard, Arcivescovo di Parigi dal Segretario della Commissione Biblica, con le seguenti parole:

«In particolare si deve deplorare una certa interpretazione troppo libera dei libri storici del Vecchio Testamento. Coloro che favoriscono questo sistema, per difendere la loro causa, erroneamente si riferiscono alla Lettera che fu inviata non moho tempo fa, all'Arcivescovo di Parigi, Cardinale Suhard, dalla Commissione Pontificia degli Studi Biblici. Questa lettera infatti fa chiaramente notare che i primi undici capitoli del Genesi, quantunque propriamente parlando, non siano d'accordo con i metodi storici usati dai migliori scrittori Greci e Latini, o dagli autori competenti del nostro tempo, tuttavia appartengono alla storia nel vero significato della parola, che del resto deve essere studiato ed esaminato dagli studiosi biblici. Essi non solo espongono le principali verità, che sono fondamentali per la nostra salvezza, ma danno anche una descrizione popolare dell'origine del genere umano e del popolo eletto».

Questa lettera al Cardinale Suhard, il cui abuso fu condannato dal Papa Pio XII, effettivamente riaffermava tutto ciò che era stato detto nei responsi della Commissione Biblica del 1909, e incorporava le seguenti citazioni dall'Enciclica Divino Afflante Spiritu del 1943.

«Il commentatore cattolico deve trattare i problemi non ancora risolti, non solo per respingere gli attacchi degli oppositori, ma anche nel tentativo di trovare una spiegazione che sia fedelmente consona all'insegnamento della Chiesa, particolarmente con la dottrina tradizionale dell'infallibilità della Scrittura, pur restando allo stesso tempo debitamente in conformità con le conclusioni certe della scienza profana (2).


Conclusioni dalle citazioni


La prima conclusione da trarsi è che né il Papa, né alcuna delle Congregazioni che parlarono in suo nome hanno mai fatto una dichiarazione che si possa interpretare che permetta di trattare quelle parti della Sacra Scrittura «riguardanti materie di ordine storico o fisico come "obiter dicta" e che non abbiano nessuna relazione con la fede».

La seconda conclusione è che le parole di Sant'Agostino, incorporate nell'Enciclica Providentissimus Deus, tanto spesso citate malamente devono essere interpretate alla luce delle dichiarazioni ben definite sia di Papa Leone XIII che di Papa Pio XII, che l'ispirazione nella Bibbia si estende alle materie che riguardano l'ordine fisico e storico. Il contesto nel quale le parole di Sant'Agostino sono citate rende ciò evidente. I critici nemici mettevano in ridicolo la semplice narrazione Mosaica della creazione perché essa non dava i particolari scoperti dalla scienza moderna. Il Papa Leone XIII inserì la citazione da Sant'Agostino per dimostrare che non è scopo della Sacra Scrittura d'insegnare agli uomini l'intima costituzione delle cose visibili; ma allo stesso tempo pose in chiaro che nessun cattolico è libero di considerare quella parte del racconto Mosaico che riguarda le materie di ordine fisico e storico come puramente "obiter dicta".

Ora che la scienza moderna ha provato in modo conclusivo che la teoria di Laplace è scientificamente impossibile, e che si può difendere il l'acconto Mosaico, nessuno può accusare la Santa Sede d'aver accettato per conclusione scientifica ciò ch'era puramente una teoria e di aver cambiato l'interpretazione della Sacra Scrittura per adattarla a questa conclusione.

La dichiarazione di S. Agostino riportata nell'Enciclica Providentissimus Deus che "lo Spirito Santo (che ispirò gli scrittori sacri) non intese insegnare agli uomini la intima costituzione delle cose visibili; e la dichiarazione della stessa Enciclica, riportata nella Divino Afflante Spiritu del Papa Pio XII, che condanna "coloro che limitano la verità della Sacra Scrittura a questioni di vede e di morale, e considerano ciò che riguarda le materie di ordine fisico e storico come obiter dicta senza nessun rapporto con la fede", non sono contradditore.

La prima dichiarazione può intendersi che significhi che non dobbiamo rivolgerci alla Sacra Scrittura per la conoscenza di cose, come la composizione chimica del sole o la durata dei periodi geologici; mentre la seconda dichiarazione indica che la narrazione della creazione che trovasi nella Bibbia, espressa in termini comunemente usati al tempo di Mosè, corrisponde alla realtà.


8/29/2010 2:05 PM
 
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Speciale rivelazione sull'origine del mondo e dell'uomo


I decreti del Concilio di Trento e del Vaticano I dichiarano che i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento "contengono la rivelazione senza errore", che "furono scritti sotto l'ispirazione dello Spirito Santo e che hanno Dio come autore"; i brani delle due encicliche, or ora citati, ci obbligano ad accettare come vero e come corrispondente alla realtà oggettiva non solo tutto ciò che nella Bibbia riguarda la fede e la morale, ma anche ciò che riguarda l'ordine fisico e storico.

Nei primi capitoli del Genesi sono narrate cose dell'ordine fisico la cui conoscenza Mosè non poteva aver acquistato da fonti naturali. Il suo racconto della creazione è completamente dettagliato e definito. L'ordine è questo: Dio prima creò il cielo e la terra; poi creò la luce; poi divise le acque; poi fece apparire la terra asciutta e radunò le acque nei mari; poi creò le piante del regno vegetale; poi formò il sole e le stelle; poi creò i pesci, gli uccelli e gli animali nell'ordine dato; e per ultimo creò l'uomo.

L'opinione tradizionale sia prima che dopo Cristo, era che la narrazione Mosaica corrispondeva alla realtà, il che suppone ch'egli dovette ricevere la sua conoscenza dalla rivelazione. La narrazione Babilonese della creazione praticamente non dà nessun particolare, e quindi non poteva essergli di nessun aiuto.

Quando la scienza geologica rivelò l'ordine della creazione, si poté vedere che l'ordine Mosaico, per quanto riguardava la geologia, era accurato; ma che si sarebbe dovuto cambiare l'interpretazione comune della parola giorno. C'erano però delle difficoltà, senza risposta, contro l'ordine Mosaico da parte dell'astronomia: come poteva esserci luce e vegetazione prima della creazione del sole? Allora venne la teoria di Laplace che ignorò la narrazione Mosaica, e la teoria dell'evoluzione che rigettò la creazione speciale.

La maggior parte dei commentatori cattolici aderivano all’opinione che la narrazione Mosaica rappresentava la realtà oggettiva e spiegarono le difficoltà come poterono. Tuttavia commentatori come il canonico Dorlodot dell'Università di Lovanio, i quali avevano accettato la teoria dell'evoluzione, ricorsero alla dichiarazione di S. Agostino, "che lo Spirito Santo (che ispirò gli scrittori sacri) non intese insegnare agli uomini la natura dell’universo visibile", per giustificare la loro opinione che non dobbiamo cercare nella Bibbia informazioni sull'ordine della creazione, od anche sull'origine del corpo dell'uomo, e si riferirono al "concordismo" come se fosse un errore condannato dalla Chiesa.

Finalmente arrivò la scienza dei nostri giorni, questa volta non con teorie ma con conclusioni scientifiche, che ci misero in grado di difendere tutta la narrazione Mosaica nell'ordine datoci da Mosè. La teoria di Laplace se n'è andata per sempre; la nostra terra non fece mai parte del sole; "Sia la luce" si riferisce alla creazione delle nebulose infuocate, sorgente del sole; la terra prima era piatta, senza montagne e ricoperta d'acqua; la terra fu formata prima del sole; il resto dell'ordine Mosaico della creazione è confermato da ciò che la geologia ci ha rivelato; l’argomento laboriosamente fabbricato dalla paleontologia contro la speciale creazione dell'uomo è crollato.

Per spiegare come Mosè abbia potuto scrivere un racconto della creazione immensamente superiore, non solo dal punto di vista religioso ma anche scientifico, a tutte le narrazioni delle dotte nazioni pagane, e perfino alle narrazioni avanzate negli ultimi cento anni per sostituirlo, dobbiamo ritornare all'opinione che Mosè non solo fu ispirato dallo Spirito Santo affinché la sua narrazione non contenesse errori contro la fede e la morale, ma ch'egli inoltre ricevette dalla rivelazione sufficiente informazione circa i fatti della creazione, per rendere il racconto degno del suo Autore, lo Spirito Santo, e per meritare il rispetto dei veri scienziati di tutti i secoli.

Per spiegare la posizione ferma dei Papi sull'infallibilità della Sacra Scrittura, perfino su questioni d'ordine fisico, contro obiezioni formidabili, dobbiamo ricorrere alla dottrina dell'infallibilità Papale.

Mentre non dobbiamo ricercare nella Bibbia delle informazioni "circa la natura essenziale dell'universo visibile", è ragionevole pensare che Mosè abbia ricevuto da Dio sufficiente informazione circa i fatti della creazione per proteggerlo da erronee asserzioni in un racconto della creazione, che ha come autore lo Spirito Santo.

Sono stati registrati alcuni autentici casi di visioni e private rivelazioni, in cui furono date informazioni su fatti d'ordine fisico, impossibili ad aversi da qualsiasi fonte naturale.

Se dunque, in una questione di visioni o rivelazioni private, troviamo che fu fornita un'informazione d'ordine fisico per rendere il racconto vero ed accurato, perché non dovremmo "a fortiori" aspettarci di trovare proprio nella prima pagina della Bibbia una narrazione conforme ai fatti reali, anche se ciò implica una rivelazione di fatti d'ordine fisico?


8/29/2010 2:06 PM
 
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Cap. I - Il primo giorno della Creazione


Ai nostri giorni la scienza dell'astronomia ha fatto un grande progresso, dovuto largamente all'impianto di giganteschi telescopi sul Monte Wilson e Palomar in America, e a Jodrell Bank in Inghilterra. Fred Hoyle in "La natura dell'universo" dice: «Proprio come un fuoco ardente paragonato a una candela da due soldi, tale è il progresso d'osservazione conseguito nelle ultime decine d'anni, paragonato al passato». In particolare, la teoria di Laplace (che la nostra terra in origine faceva parte del sole) la quale, per più di un secolo, fu considerata quasi come un fatto stabilito, e fu usata per interpretare (o meglio contraddire) la narrazione Mosaica della creazione è stata dimostrata scientificamente impossibile. Sembra però che di questo fatto non si sia tenuto conto in certi libri recenti sui primi capitoli del Genesi nei quali troviamo che la teoria di Laplace è ancora considerata come una ipotesi possibile.

La teoria che in origine la terra faceva parte del sole fu dapprima proposta dall'astronomo francese marchese Pierre Simon de Laplace, nel 1796. Questa teoria di Laplace non si deve confondere con la teoria della Nebulosa; fu solo una sua applicazione che fu provata falsa. La teoria della Nebulosa fu per la prima volta esposta da Sir Isaac Newton in una lettera a Bentley scritta nel 1692, in cui egli dice:

«Se la materia del nostro sole, dei pianeti, e tutta la materia dell'universo fosse sparsa in modo uguale attraverso i cieli, e se ogni particella avesse una gravità innata verso il resto, e l'intero spazio in cui la materia è sparsa fosse limitato, allora la materia al di fuori dello spazio tenderebbe verso la materia dell'interno, e si formerebbe una grande massa sferica.

«Ma se la materia fosse egualmente disposta in uno spazio infinito, non si unirebbe mai in una sola massa, ma una parte si unirebbe in una massa, e l'altra in un'altra, e formerebbe un numero infinito di grandi masse, sparse a grandi distanze l'una dall'altra, nello spazio infinito. E in questo modo potrebbero essersi formati il sole e le stelle fisse, supponendo che la materia fosse di natura lucida» (3).

Nel 1755 Kant tentò di sviluppare la teoria di Newton, ma erroneamente suppose che gli atomi riunendosi generassero un movimento rotatorio.

Laplace evitò l'errore di Kant, e suppose l'esistenza di nebulose dotate di movimento rotatorio; ma cadde in un altro errore usando questa teoria per spiegare l'origine della terra e dei pianeti. Secondo la sua teoria, il sole prima era una grande massa di nebulose roteanti nello spazio che si condensavano gradualmente. Nel processo di condensazione, parte della materia intorno alla regione equatoriale non riuscì a mantenere il contatto con la massa, e fu lanciata dalla forza centrifuga nello spazio: da questa massa si formarono la terra e li pianeti. Questa teoria fu modificata nel nostro secolo perché si scoprì che la forza centrifuga non riuscirebbe a lanciare le enormi masse a un centesimo della distanza a cui la terra e i pianeti si trovano dal sole. La teoria modificata fu proposta da due americani, Moulton e Chamberlain, e successivamente corretta da due inglesi, Jeffreys e Jeans.

La teoria corretta suppone che una gigantesca stella sia passata vicino al sole e, per forza d'attrazione, abbia strappato da esso delle enormi masse, e le abbia portate a distanze diverse dove, riprese dall'attrazione del sole, cominciarono a roteargli intorno (4).

Tutte e due le teorie, quella di Laplace e quest'ultima, sono basate sulla scoperta fatta per mezzo dello spettroscopio, che la maggior parte degli elementi chimici della terra si trovano nel sole. Infatti 61 dei 92 elementi chimici trovati nella composizione della nostra terra sono stati identificati nel sole; i rimanenti 31 non sono stati identificati in esso, almeno per il momento.

Ora, un esame più moderno, fatto con strumenti perfezionati, ha dimostrato che, sebbene 61 degli elementi siano comuni al sole e alla terra, essi non si trovano nella stessa proporzione. Questi 61 elementi comuni alla terra e al sole si trovano nel sole in una forma così diluita che costituiscono solo l'1 per cento della massa solare.

In The Nature of the Universe (pag. 72 e 73) Hoyle scrive: «Eccetto l'idrogeno e l'elio (gli elementi dominanti nel sole) tutti gli altri elementi sono estremamente scarsi in tutto l'universo. Nel sole essi raggiungono solamente l'1% della massa totale.

Confrontiamo questo con la terra e gli altri pianeti dove l'idrogeno e l'elio danno solo circa il medesimo contributo come gli atomi altamente complessi, quali il ferro, il silicon, il magnesio e l'alluminio. Questo confronto mette in evidenza due fatti importanti. Anzitutto che la materia strappata dal sole non sarebbe adatta alla formazione dei pianeti come noi li conosciamo. La composizione sarebbe del tutto sbagliata. Il secondo punto è che il sole sarebbe normale, e la terra un'anormalità. Il gas interstellare e la maggior parte delle stelle sono formate da una sostanza uguale a quella del sole, non a quella della terra». E' quindi assolutamente certo che la nostra terra non fece mai parte del sole, e che la teoria di Laplace e le sue modificazioni sono scientificamente impossibili.

Un'ulteriore teoria, priva di probabilità, è stata avanzata al posto di queste. Questa teoria dice che il sole originariamente faceva parte di un sistema duale, e che la seconda stella scoppiò portando via la materia più leggera nello spazio, lasciando dietro a sé gli elementi più pesanti. Ora perché formulare una tale teoria, o meglio, perché mai si è considerata così sul serio la teoria di Laplace per spiegare l'ordine meraviglioso e l'armonia del sistema solare, con i suoi nove pianeti e le sue trentuno lune?

Senza dubbio tale ordine e tale armonia richiedono l'intervento di un Dio Onnipotente, ed ora che la teoria di Laplace è stana confutata, perché dovremmo noi accettare un'altra teoria la quale suppone che Dio abbia creato o formato un altro sole più grande del nostro, solo per farlo scoppiare e gettarne una parte nello spazio e usare il resto per formare la nostra terra e i pianeti? E' vero che alcuni astronomi moderni credono che di tali esplosioni ne siano avvenute nel passato, ma non c'è nessuna prova che una cosa, come il nostro complesso sistema solare, si sia formato dai rottami.

Mettendo da parte questa fantastica teoria, serviamoci della conclusione scientifica provata, che la terra non fece mai parte del sole, per spiegare i versetti iniziali del Genesi.


Origine dell'universo


Gen. 1, 1. «In principio Dio creò il cielo e la terra. 2. Ma la terra era disadorna e deserta, c'erano tenebre sulla superficie dell'abisso; e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. Dio disse: Vi sia luce. E vi fu luce».

La scoperta che la terra non fece mai parte del sole, rende possibile la spiegazione del racconto Mosaico tale quale è, senza forzarne il testo.

Possiamo incominciare col rigettare la spiegazione dataci da alcuni esegeti moderni, come P. Charles Hauret, che i primi due versetti sono semplicemente un preambolo che dà un sommario del lavoro della creazione. La narrazione Mosaica dice: «In principio Dio creò il cielo e la terra». La maggior parte dei teologi ritengono probabile l'opinione che, in questo primo versetto, la parola cielo si riferisca al cielo dei beati, e che nella creazione del cielo sia comparsa la creazione degli angeli. Nei primi tre capitoli del Genesi, che danno il racconto della creazione, si accenna ad angeli buoni e cattivi. Sarebbe strano se non ci fosse nessun accenno al paradiso e agli angeli in una narrazione ispirata della creazione.

Poi la narrazione Mosaica dice che Dio creò la terra e che essa era disadorna, deserta e nelle tenebre. Se ci atteniamo al racconto Mosaico, la terra può qui solo riferirsi alla terra stessa e ai pianeti, che sono formati di una materia simile, e sono masse oscure. Tutte le sostanze sulla terra, capaci di produrre calore e luce, sono il risultato della vegetazione che assorbe e trattiene l'energia del sole. Nel racconto Mosaico, la vegetazione non fu creata che al terzo giorno, perciò la terra, alla sua creazione, non solo era in oscurità, ma non possedeva niente capace di produrre luce.

Ora non c'è nessuna ragione intrinseca per supporre che tutta la materia dell'universo sia stata creata simultaneamente. Perciò non c'è alcun motivo scientifico per negare o alterare la narrazione Mosaica che dice, che la terra apparve per prima nel tempo.

Gli atei suppongono un universo che si è sviluppato ciecamente da una materia eterna senza alcun intervento divino. Tuttavia la scienza moderna ha dimostrato che le sostanze attuali, che formano l'universo, devono aver avuto un principio. Molti non cattolici, specialmente gli evoluzionisti, limitano l'intervento di Dio ad un solo atto iniziale; ma i cattolici sanno, o dovrebbero sapere, che c'è un costante intervento divino; che l'intervento divino è necessario per conservare l'universo, che fu necessario per la creazione della vita vegetale e sensitiva, per la creazione di ciascun'anima umana; che ci fu uno speciale intervento nell'Incarnazione e Redenzione, e nei miracoli sia del Vecchio che del Nuovo Testamento.

Che la creazione della terra, che doveva essere la scena dell'Incarnazione e della Redenzione, sia dovuta ad uno speciale intervento divino, come dice Mosè, dovrebbe considerarsi come convenientissimo.


La creazione della materia del sole e delle stelle


L'accenno all'oscurità che copriva la terra ci prepara alla dichiarazione: «Dio disse: vi sia luce. E vi fu luce». Per l'interpretazione di questo versetto riporterò prima l'osservazione dello scienziato Sir Bertram Windle, fatta al principio di questo secolo, e poi la dichiarazione di Sua Santità Pio XII, la quale contiene le ultime scoperte della scienza.

Commentando questo versetto in The Church and Science, Sir Bertram Windle dice: «In primo luogo si può osservare, una volta ancora, che tutto il racconto della Creazione si concentra su questa nostra terra, e che non è necessario né ragionevole, esigere che contenga una narrazione minuta dell'universo e della sua formazione. La frase che riguarda l'oscurità, nel versetto precedente, si riferisce senza dubbio alla condizione della terra. Sembra che si possa dire lo stesso della frase che riguarda la luce, la quale asserisce che la prossima fase fu l'introduzione della luce sulla terra prima oscura, il che accadrebbe quando fosse avvenuta una condensazione e precipitazione dei densi vapori che circondavano la terra.

«Ma da dove veniva questa luce, giacché ci fu detto che il sole, la luna e le stelle ancora non esistevano? Questo è un fatto straordinario che dimostra, in maniera sorprendente ed inattesa l'esattezza della narrazione Biblica. Al tempo in cui fu scritto, e per molte centinaia di secoli dopo, non si sapeva niente della teoria della Nebulosa, e si sarebbe potuto dire ch'era ovviamente assurdo supporre che la luce potesse esistere prima dell'esistenza di quei corpi da cui noi ora la riceviamo.

La teoria della Nebulosa, tuttavia, spiega questa difficoltà poiché dimostra che il nostro sistema solare, del quale solo s'interessa il racconto biblico, al tempo in questione, era formato da masse rotanti di sostanza nebulosa ancora imperfettamente condensate. Nel caso del sole, a cagione della sua dimensione, la condensazione impiegherebbe più tempo che nel caso della terra. Sarebbe ancora inesatto parlare d'esso come di un Isole, ma era una sorgente di luce, come lo erano tutte le altre masse nebulose che potevano esistere.

E' certamente notevole, che fin qui, il racconto biblico e quello della scienza non presentino alcun contrasto. E' ciò che noi, che crediamo nella rivelazione, ci aspettiamo.

Il Santo Padre Pio XII, diede la stessa spiegazione del versetto: «Dio disse: vi sia luce e la luce fu», in un discorso che fece all'Accademia Pontificia delle Scienze il 22 Novembre 1951, da cui riportiamo il seguente:

«Con lo stesso sguardo chiaro e critico, con cui la mente esamina e dà il giudizio sui fatti, essa percepisce e riconosce l'opera dell'onnipotenza creatrice, il cui potere messo in moto dal potente «Fiat», pronunciato migliaia di milioni d'anni fa dallo Spirito Creatore... chiamò in esistenza, con un gesto d'amore generoso, la materia scoppiante d'energia. Infatti sembrerebbe che la scienza moderna con sorprendente progresso attraverso milioni di secoli, sia riuscita ad attestare quel primordiale «Fiat lux» (Vi sia luce) pronunciato al momento quando, assieme alla materia, traboccò improvvisamente dal nulla un mare di luce e di radiazione, mentre particelle di elementi chimici si separavano e formavano milioni di galassie».

Il Santo Padre, nello stesso discorso fatto all'Accademia Pontificia delle Scienze, commenta le parole: «In principio», come segue: «L'esame delle varie nebulose spirali, specialmente come eseguito da Edwin U. Hubble nell'osservatorio di Mount Wilson, ha condotto alla significativa conclusione, "presentata con dovuta riserva" (5), che questi distanti sistemi di costellazioni tendono ad allontanarsi l'uno dall'altro con tanta velocità, che nello spazio di 1.300 milioni d'anni la distanza fra tali nebulose spirali è raddoppiata. Se esaminiamo il tempo richiesto nel passato per questo processo di espansione dell' universo risulta che, da uno a dieci migliaia di milioni d'anni fa, la materia delle nebulose spirali era compressa in uno spazio relativamente ristretto al tempo in cui i processi cosmici ebbero inizio».

Il Santo Padre quindi fa notare che si dovrebbe imparare, da questa straordinaria rivendicazione del racconto Biblico della creazione nel tempo, a concepire un grande rispetto e stima per le Sacre Scritture:

«Sebbene queste cifre sembrino sorprendenti - continua - nondimeno, anche al più semplice dei fedeli, esse non recano nessun concetto nuovo o differente da quello ch'essi hanno imparato dalle prime parole del Genesi: «In principio» vale a dire, al principio delle cose nel tempo. Le cifre che abbiamo citato rivestono queste parole in un'espressione concreta e quasi matematica, mentre da esse deriva una nuova sorgente di consolazione per coloro che condividono la stima dell'Apostolo per quella Sacra Scrittura divinamente ispirata, che è sempre utile per insegnare, censurare, correggere e istruire (2Tm 3, 16).

Questa interpretazione del racconto Mosaico della creazione del cielo e della terra, e specialmente del verso, «Dio disse: Vi sia la luce», che ha l'approvazione di Sua Santità Pio XII, si conforma alle direttive della Santa Sede per l'interpretazione dei primi tre capitoli del Genesi, date dalla Commissione Biblica il 30 giugno 1909. La Commissione rispose alle seguenti domande:


2. «Se malgrado il carattere e la forma storica del libro del Genesi, malgrado la stretta connessione dei primi tre capitoli tra di essi, e con quelli che seguono, malgrado la molteplice testimonianza delle Scritture nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, la quasi unanime opinione dei Padri, e il punto di vista tradizionale che (trasmessa anche dal popolo Ebreo) è stato sempre ritenuto dalla Chiesa - possiamo insegnare che i tre suddetti capitoli non contengono il racconto di cose che accaddero realmente, un racconto che corrisponde alla verità oggettiva e storica.

Risposta: Negativa.


(b) Se possiamo insegnare che questi capitoli contengono favole derivate da mitologie e cosmologie, ma purificate da ogni errore politeistico e adattate alla dottrina monoteistica dall'autore sacro, o che essi contengono allegorie e simboli privi d'ogni fondamento nella realtà oggettiva; ma presentati sotto la veste storica allo scopo d'inculcare una verità religiosa o filosofica; o infine ch'essi contengono leggende in parte storiche e in parte fittizie, liberamente manipolate per l'istruzione e l' edificazione delle anime:

Risposta: Negativa.


5. Se tutte, e ciascuna delle parti, vale a dire le singole parole e frasi in questi capitoli, devono sempre e necessariamente, essere interpretate nel senso letterale di modo che non sia mai lecito allontanarsene, anche quando delle espressioni sono manifestamente usate in senso figurato, ossia metaforicamente o in senso antropomorfico e quando la ragione proibisce di attenersi, o necessità costringe ad allontanarsi dal senso letterale.

Risposta: Negativa.


8. Se la parola "Yom" (giorno) usata nel primo capitolo del Genesi per descrivere e distinguere i sei giorni si possa prendere nel senso stretto di giorno naturale, o nel senso meno stretto di un certo spazio di tempo; e se sia permessa agli interpreti la libera discussione.

Risposta: Affermativa.


A dir vero, troviamo la parola "giorno" usata frequentemente nella Scrittura ed anche nell'ordinaria conversazione, nel significato meno stretto. Leggiamo in Giobbe: «Sono i tuoi giorni come i giorni dell'uomo, e i tuoi anni come il tempo degli uomini?» (Gb. 10, 5); e nella seconda epistola di San Pietro: «Un giorno presso il Signore è come mille anni, e mille anni come un giorno». Allo stesso tempo è notevole che si faccia particolare menzione, nelle risposte della Commissione Biblica, all'interpretazione della parola «giorno » mentre non c'è nessuna specifica allusione ad altre difficoltà, come a quella della luce prima del sale.

Infine alcuni moderni scrittori francesi osservano che esisteva un racconto Babilonese della creazione centinaia d'anni prima che fosse scritto il racconto Mosaico che gli assomiglia e potrebbe derivare da esso.

E' vero che c'è un racconto Babilonese (il quale non fu messo in iscritto fino a 5.000 anni dopo il Diluvio), che è più antico di quello Mosaico e che ha qualche rassomiglianza; ma le differenze fra le due narrazioni, a parte anche l'impostazione religiosa, sono così grandi che il racconto Mosaico non poteva derivare da quello Babilonese.

In primo luogo questa non è affatto una difficoltà moderna. Una versione Babilonese della Creazione e del Diluvio fu pubblicata da George Smith nel 1876. I membri della Commissione Biblica sapevano dell'esistenza di quella versione quando pubblicarono il loro decreto nel 1909 dicendo, che non è permesso insegnare che i primi capitoli del Genesi «contengono favole derivate da mitologie e cosmologie appartenenti ad altre nazioni, purificate da ogni errore politeistico e adattate alla dottrina monoteistica dall'autore sacro».

Il racconto Babilonese che ci è stato trasmesso è relativamente recente nella storia Babilonese; non risale neppure all'epoca di Abramo, perché fu scritto verso il 1850 prima di Cristo, prima della fine della prima Dinastia. E' un racconto molto confuso e incompleto. Esso dice che prima della creazione, ci fu una guerra fra Marduc, il Creatore e Tiamat, la femmina principio del male, e che quando essa fu sconfitta, Marduc creò il sole, la luna e le stelle. Non parla della creazione delle piante e degli animali, e non è possibile conciliare questa versione della creazione con le scoperte della scienza moderna.

E' probabile che una rivelazione dell'origine del mondo, e di tutto ciò che contiene, sia stata fatta ad Adamo, e conservata dai discendenti di Seth fino al tempo di Noè, e dai discendenti di Noè fino al tempo di Abramo, e da lui trasmessa ai suoi discendenti.

E' stato dimostrato, dalle più recenti scoperte, che il racconto Mosaico scritto, anche per i tempi moderni, anzi più ancora per i tempi moderni che per l'epoca di Mosè, va così d'accordo con la scienza moderna, che noi abbiamo ragione di dedurre che Mosè non solo fu guidato dall'ispirazione e preservato da ogni errore dottrinale quando lo scrisse, ma che ebbe una speciale rivelazione.


8/29/2010 2:07 PM
 
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Cap. II - Il secondo giorno



Genesi, 1, 6: «Dio disse: vi sia un firmamento in mezzo alle acque: e separi le acque dalle acque».

7: «Dio fece il firmamento, e separò le acque che sono sotto il firmamento, dalle acque che sono sopra il firmamento.

8: Dio chiamò cielo il firmamento... Poi venne sera, poi venne mattina: un secondo giorno.

9: «Dio disse: Le acque che sono sotto il cielo, si ammassino in una sola massa, e appaia l'asciutto. E così avvenne.

10: «E Dio chiamò Terra l'asciutto e chiamò Mare la massa delle acque. E Dio vide che ciò era buono».

L'opera del secondo giorno fu quella di dividere in due parti tutta l'acqua che si trovava sulla nostra terra, sia negli oceani, laghi e fiumi, sia nelle nubi: la parte che rimase sulla terra, e la parte che salì e formò le nubi. Ci fu un'altra divisione nel terzo giorno: la divisione della terra in terraferma e acqua.

Questo racconto Biblico suppone che le acque, ora negli oceani, e le nubi fossero originariamente assieme sulla superficie della terra, prima che fosse fatta la divisione. Ciò accadrebbe solo se tutta l'acqua fosse in forma di vapore sospeso come un mantello sopra la terra.

Il racconto Biblico afferma: 1) che l'acqua era divisa; 2) che parte rimase sulla superficie della terra, e parte salì in forma di nubi; 3) che tutta la superficie della terra era coperta d'acque (il che richiedeva che a quel tempo non ci fossero montagne); 4) che il lavoro di divisione continuò fino al terzo giorno quando l'acqua fu riunita in mari e comparve la terraferma.

Ora questo racconto Mosaico, semplice quale sembra, è completamente dettagliato, e tutti i particolari sono pienamente confermati dalle scoperte della scienza moderna. E' straordinario che una descrizione così accurata della prima storia della nostra terra ci sia stata data da Mosè, ad un tempo quando la superficie della terra era esattamente come al giorno d'oggi, con le sue montagne ed i suoi oceani profondi. Tale descrizione non poteva essere stata congetturata a quell'epoca, e perfino al giorno d'oggi, sarebbe necessaria una profonda conoscenza della scienza moderna per fare una narrazione così esatta.


Ciò che la scienza moderna dice sulle condizioni originarie della terra


Abbiamo veduto che la teoria di Laplace, che la terra era una volta una massa infuocata lanciata fuori del sole, non gode più credito. L'altra teoria, che l'interno della terra è una massa di materia fusa che occasionalmente erutta, e che solo la crosta della terra si è condensata, è stata anche abbandonata. La scienza moderna è riuscita a trovare il modo di misurare il peso e la densità della nostra terra per mezzo delle leggi di Newton e con le indagini sulla velocità di propagazione delle onde elastiche provocate dai terremoti. E' riuscita a provare che la densità dell'interno della terra è parecchie volte maggiore di quella della superficie.

David Dietz nella "Storia della Scienza" (pag. 32) dice che la vecchia idea (basata sulla teoria di Laplace), che la terra aveva un interno fuso è stata abbandonata per la ragione che la terra, in complesso, ha una densità cinque volte e mezzo superiore a quella dell'acqua. Le rocce della superficie hanno solo due volte e tre quarti la densità dell'acqua, di modo che l'interno della terra deve essere due volte più denso e pesante delle rocce della superficie.

Infatti la densità media della terra risulta di kg. 5,5 per decimetro cubo, mentre la densità media della crosta terrestre è inferiore ai kg. 3 per dmc. La temperatura, che si suppone provenga dall'energia sprigionata dalla disintegrazione delle sostanze radioattive della crosta terrestre, aumenta con la profondità, benché non a ritmo costante. A 60 km. di profondità raggiunge i 1000°, tale da fondere ogni tipo di materiale conosciuto. Al centro della terra la temperatura raggiungerebbe i 4000°. Tuttavia l'altissima pressione impedirebbe lo stato fluido, mantenendo il materiale in uno stato di aggregazione simile per viscosità a quello del vetro. La densità sarebbe di kg. 5 per dmc. alla profondità di 900 km., di kg. 7 fino a 2900 km. e di kg. 9-12 nel nucleo centrale.

I geologi sono ora d'accordo che le eruzioni vulcaniche sono solo disturbi della superficie, a una profondità di circa 15 chilometri.

Sebbene gli scienziati siano riusciti a calcolare il peso e la densità dell'interno della terra, essi sono riusciti solo ad esaminarne la superficie. Comunque, essi hanno stabilito che la superficie della terra fu sottoposta a un calore intenso. Abbiamo veduto che gli astronomi ora riguardano come praticamente certo che la materia di cui il sole è formato era originariamente sparsa su uno spazio immenso, e che roteava condensandosi gradualmente. La terra doveva trovarsi in quello spazio immersa nelle nebulose: ciò spiegherebbe le tracce di fuoco sulla superficie della terra, e il fatto che l'acqua nei nostri oceani era una volta in forma di vapore sospeso sulla terra. Inoltre gli scienziati hanno stabilito che 61 dei 92 elementi chimici trovati sulla superficie della terra si trovano anche nel sole. Questi elementi comuni al sole e alla terra sono principalmente i metalli, e formano solo una piccola proporzione della superficie della terra. E' almeno un'ipotesi possibile che questi elementi siano stati condensati dalle nebulose nelle quali la terra era immersa, e depositati sulla superficie della terra prima che le nebulose retrocedessero a formare il sole. Questa ipotesi spiegherebbe la presenza di un certo numero degli elementi sulla superficie della terra trovati nel sole, e spiegherebbe la lussureggiante vegetazione che esisteva ai poli nelle età passate.

In secondo luogo i geologi hanno stabilito con certezza che originariamente non c'erano montagne sulla terra, e che la terra era completamente coperta d'acqua. Se i lettori consultano le tabelle geologiche, in qualsiasi lavoro di geologia, essi troveranno che anche dopo la comparsa della terraferma, la superficie della terra era alternativamente sommersa e rialzata, e che quelle che sono ora alte montagne erano una volta sott'acqua. I geologi sono riusciti a collocare nell'esatto periodo geologico la formazione di tutte le grandi catene di montagne del mondo. Essi dicono che la formazione delle montagne non cominciò fino al periodo carbonifero, quando si formarono i depositi di carbone; che le montagne Rocky del Nord America, e le Ande del Sud America si formarono nel periodo Cretaceo, e che le Alpi e l'Himalaya non si formarono fino al periodo Terziario.

La scienza moderna e la Bibbia sono perciò d'accordo nell'affermare: 1) che tutte le acque degli oceani e delle nubi una volta erano unite, cioè formavano un'immensa cappa di vapore sospesa sulla superficie della terra; 2) che esse si separarono, parte mutandosi in acqua e coprendo tutta la superficie della terra e parte si ritirò dalla terra formando le nubi; 3) che la superficie della terra era piana e che non c'erano montagne.


Che cosa significhi la parola "firmamento"


Si può francamente ammettere che il significato della parola è alquanto oscuro; la lingua ebraica, ed altre lingue orientali, come quella Cinese, sono povere di parole astratte. Dobbiamo esaminare il contesto per trovarne il significato. Una buona spiegazione ci è data nella nota del versetto sei, Capitolo primo del Genesi, nella versione della Bibbia di Douai, una spiegazione ch'è stata accettata e citata dal Professore Windle in The Church and Science. "Firmamento": con questa parola si intende qui tutto lo spazio fra la terra e le stelle più alte, la parte più bassa del quale divide le acque che sono sulla terra da quelle che sono al di sopra nelle nubi».

Una spiegazione molto differente è data da alcuni scrittori moderni come P. Charles Hauret, secondo il quale per "firmamento" Mosè avrebbe inteso una solida struttura sopra la terra sostenuta alle estremità da delle colonne, e che in cima a questa struttura ci sarebbe stata una provvista d'acqua, che per mezzo di saracinesche verrebbe lasciata cadere sulla terra in forma di pioggia.

In primo luogo dobbiamo notare che il racconto Mosaico della separazione delle acque sulla superficie della terra in due parti, la parte che rimase sulla terra e quella che formò le nubi, e l'ulteriore raccolta dell'acqua sulla superficie della terra in oceani, è straordinariamente accurato. La questione di quale sia il significato ch'egli diede alla parola "firmamento", è solo un particolare. La teoria, che per "firmamento" Mosè intese una struttura solida, è assurda, e non è affatto una spiegazione moderna. E' basata sulla falsa supposizione che il racconto Mosaico della creazione non corrisponda alla realtà, ma esponga semplicemente la rozza nozione del suo tempo. Ma le nozioni di quei tempi non erano poi così rozze come alcuni scrittori moderni le presentano.

Gli astronomi di quel tempo sapevano molte cose a riguardo dei cieli. E' vero, ch'essi non avevano telescopi, ma facevano le loro osservazioni per mezzo di tubi cavi, puntati verso i corpi celesti e fissati in modo che quando un pianeta o una stella si muoveva, il movimento era reso manifesto, perché il tubo non era più puntato sul pianeta. Gli abitanti dell'America Centrale e dell'America del Sud avevano un esatto calendario solare con la correzione Gregoriana, centinaia d'anni prima di Cristo. Mosè naturalmente aveva veduto l'acqua a bollire e il vapore a salire; egli sapeva che l'acqua evapora sotto l'influenza del calore, e sale alle nubi, sapeva che le nubi non richiedono sostegno, ch'esse sono mobili e sospinte dai venti, e che quando piove l'acqua viene dalle nubi. Egli sapeva inoltre che i corpi celesti non sono fissi ed immobili, poiché i pianeti ricevettero dagli antichi il nome di "vaganti" e che le varie costellazioni hanno le loro stagioni per sorgere e tramontare. La definizione dunque di "Firmamento", come di una struttura stabile sostenuta da delle colonne, non ha fondamento.

Questa spiegazione della parola "firmamento" fu probabilmente suggerita dal linguaggio usato da Mosè per descrivere il diluvio. Nel capitolo sesto, versetto 11, egli dice: «Tutte le fontane del grande abisso furono rotte e le chiuse del cielo spezzate. E la pioggia cadde sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti». Il "grande abisso" evidentemente si riferisce all'oceano, cosicché nel racconto Mosaico il diluvio non fu causato solo dalla pioggia, ma anche dall'acqua dell'oceano che invase la terra. L'apertura delle chiuse del cielo è soltanto un linguaggio figurato per indicare che pioveva strabocchevolmente. Si può osservare di passaggio che la descrizione Mosaica del diluvio come di una tremenda catastrofe causata, non solo da piogge torrenziali, ma anche da una inondazione del mare rende insostenibili le teorie di alcuni scrittori moderni' che il diluvio fu semplicemente un fenomeno locale, come le inondazioni che avvengono periodicamente in Cina e in altri paesi, quando dei grandi fiumi straripano. Mentre, in tutte le inondazioni di cui abbiamo notizia, eccetto il diluvio, la distruzione di beni materiali è considerevole e le vittime umane sono relativamente poche, nel diluvio tutta la popolazione fu distrutta eccetto Noè e la sua famiglia. Nostro Signore, usando il diluvio come un esèmpio per descrivere la distruzione che avverrà alla fine del mondo, conferma l'opinione che il diluvio fu un disastro di immensa grandezza, e conferma la descrizione Mosaica.


8/29/2010 2:09 PM
 
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Cap. III - Terzo giorno: il regno vegetale


Nel racconto Mosaico (versetto 11) leggiamo «Dio disse: La terra verdeggi -di verzura, di graminacee che producano semente, e di alberi da frutto che facciano sulla terra ciascuno secondo la sua specie, un frutto contenente il seme».

Naturalmente Mosè sapeva che la terra brulicava di esseri viventi di varie specie, dall'umile verme che sembrava nutrirsi di terra; eppure egli collocò prima di tutto la vita vegetale. In questo egli è sostenuto dalla scienza moderna, Proprio come la terra stessa, prima che Dio creasse la vegetazione, non conteneva niente che potesse produrre calore e luce, così non conteneva niente capace di sostentare la vita sensitiva. Perfino il verme non si nutre di terra ma di vegetazione decomposta; e senza parlare del verme, l'ameba monocellulare, la più semplice forma d'esistenza, si nutre di sostanza vegetale, assorbe ossigeno, ed emette acido carbonico.

La vegetazione non solo è necessaria per provvedere l'alimento per tutte le forme di vita sensitiva; ma è anche necessaria per provvedere l'ossigeno nell'atmosfera, senza di cui la vita sensitiva sarebbe impossibile; è inoltre necessaria per rimuovere l'acido carbonico che gli esseri sensitivi emettono. Gli esseri sensitivi assorbono ossigeno dall'atmosfera ed emettono acido carbonico, che è velenoso per essi, e se non fosse tolto, li distruggerebbe; le piante vegetali assorbono l'acido carbonico che è necessario alla loro vita, e al suo posto emettono ossigeno. E così, per una meravigliosa disposizione della Provvidenza divina, i due regni dipendono l'uno dall'altro per la loro esistenza; ma viene prima il regno vegetale, perché ogni specie di vita sensitiva dipende da esso: 1) per alimento; 2) per ossigeno; 3) per togliere il velenoso acido carbonico dall'atmosfera.

Oserebbe qualcuno dire: che fu solo una fortunata congettura da parte dello scrittore ispirato il mettere il regno vegetale prima di quello animale? O negare che l'ordine qui rivelato, non fornisce un argomento a favore di un atto deliberato?

Il racconto Mosaico dell'origine della vita vegetale è breve e conciso, ma è scientificamente preciso, non solo nel porre la vita vegetale prima di quella sensitiva, ma anche nell'ordine della comparsa delle diverse forme di vita vegetale. Esso distingue fra piante vegetali propagate senza seme, quelle propagate da seme, e piante fruttifere con seme. Anche qui la scienza moderna conferma l'ordine Mosaico. I primi resti fossili che si trovano sono le alghe marine, che apparvero al principio del periodo Cambriano. Le piante che danno seme e le piante fruttifere non apparirono fino all'età Mesozoica Ci periodi Triassico, Giurassico e Cretaceo). E' vero che nel frattempo apparve la vita sensitiva, ma era necessario che la vita vegetale continuasse a svilupparsi in anticipo per mantenerla.


Si può spiegare la comparsa della vita vegetale con la generazione spontanea?


Si credeva che le pianticelle verdi che crescono sulla superficie dell'acqua stagnante o nelle cisterne dell'acqua piovana, fossero dovute alla generazione spontanea; ma la scienza moderna ha dimostrato che non è così. Queste pianticelle consistono di una cellula di protoplasma, e si propagano, come l'ameba, colla scissione di questa cellula in due e non per generazione spontanea. La questione della generazione spontanea sarà trattata in modo più completo nel capitolo sull'origine della vita sensitiva.


8/29/2010 2:09 PM
 
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Cap. IV. - Il quarto giorno



Il racconto Mosaico è come segue:

Gen. I, 14: «Dio disse: Vi siano luminari nel firmamento del Cielo, per separare il giorno dalla notte, e divengano segni per le feste, per i giorni e per gli anni:

15: e divengano luminari nel firmamento del cielo, per fare luce sulla terra. E così avvenne.

16: Dio fece i due luminari maggiori: illuminare grande per il governo del giorno; e il luminare piccolo per il governo della notte, e le stelle».

Abbiamo già osservato che l'ordine Mosaico, nel quale la formazione del sole segue quella della terra, va d'accordo con le più recenti scoperte della scienza moderna. E' straordinario il fatto che Mosè abbia assegnato la formazione delle stelle allo stesso periodo.

Gli scienziati moderni sono ora praticamente d'accordo che il sole e le stelle furono formate da nebulose, e che la formazione impiegò milioni d'anni. La Teoria della Nebulosa, avanzata da Newton tre secoli fa, non è più una semplice teoria, ma è accettata praticamente da tutti gli astronomi, ed è basata sull'osservazione delle nebulose ancora in processo di condensazione. Un tempo, si potevano solo fare osservazioni durante le eclissi del sole, ma ora, per mezzo dello spettroeliografo, è possibile prendere fotografie in qualunque momento, e lo spettroelioscopio rende possibile l'osservazione del sole senza l'aiuto di fotografie.

Il risultato dell'osservazione moderna dimostra che il sole è un immenso globo di materia continuamente in combustione, e che il calore e l'energia che ne deriva, è milioni di volte maggiore di quella che si potrebbe ricavare da una uguale quantità del migliore carbone.

Fred Hoyle in The Nature of the Universe dice che, se il sole fosse composto di una miscela d'ossigeno e del migliore carbone, l'immensa massa sarebbe ridotta in cenere in appena due o tremila anni, all'attuale rata di consumo d'energia nel sole (pag. 29), mentre si calcola che la presente provvista di materiale combustibile nel sole continuerà a dare luce ed energia alla rata attuale per 10.000 milioni d'anni, e che dopo questo periodo, quando la vita sulla terra cesserebbe come conseguenza della combustione accelerata, il sole avrà ancora materia sufficiente per durare altri 40.000 milioni d'anni.

Gli astronomi non solo hanno potuto osservare che questo grande globo di gas incandescenti gira attorno al suo asse, ma hanno anche calcolato che la rivoluzione impiega 24 giorni all'equatore solare, e strano, 34 giorni ai poli. Che cos'è che fa girare questo grande globo a una velocità regolare e, allo stesso tempo, gli fa radiare luce e calore? Se si permettesse ai non iniziati di esprimere la loro opinione, essi probabilmente direbbero che la sorgente d'energia è dovuta ad una continua serie d'esplosioni atomiche che avvengono nel sole. Ma non è così. L'ordinato processo di rotazione ad una velocità regolare, l'emissione di luce e calore in quantità costanti, non è ottenuta col metodo violento di scissione degli atomi, ma da una combinazione. Papa Pio XII nel suo discorso all'Accademia Pontificia delle Scienze del 22 novembre 1951, riporta le più recenti scoperte della scienza in materia. Egli dice:

«Nel centro del nostro sole, secondo Bethe, e nel mezzo di una temperatura, che sale fino a 20 milioni di gradi, avviene una reazione a catena che ritorna su se stessa, nella quale quattro nuclei d'idrogeno si combinano a formare un nucleo di elio. L'energia così liberata va a compensare la perdita causata dalla radiazione del sole stesso».

Questa radiazione raffredda la superficie esterna del sole da venti milioni di gradi a circa 10.000. Se non fosse per questa coperta esterna intorno al sole, tutta la terra sarebbe vaporizzata in pochi minuti.

Questa attività dentro il sole è continuata su scala colossale per centinaia di milioni d'anni con assoluta precisione e regolarità. La sua superficie esterna è stata mantenuta ad una temperatura regolare conveniente agli abitanti della terra. Una regolare attività, su scala molto più colossale, è continuata nelle centinaia di milioni di stelle, per centinaia di milioni di anni. Tutto il materiale per gli innumerevoli milioni di stelle, sufficiente per migliaia di milioni d'anni, cominciò ad esistere quando furono pronunciate da Dio le parole: «Vi sia la luce».

Come sarebbe la nostra terra senza il sole? David Dietz in The Story of Science risponde a questa domanda come segue: «Se il sole si spegnesse, la terra piomberebbe nell'oscurità mitigata solo dalla debole luce delle stelle, perché la luna, naturalmente, risplende solo di luce riflessa del sole. In pochi giorni, la temperatura diminuirebbe in tal modo che ogni pianta e ogni vita animale morrebbe gelata. Non molto dopo, gli oceani diventerebbero duro ghiaccio, poco dopo l'atmosfera stessa gelerebbe, formando prima uno strato d'aria liquida sulla superficie della terra, e poi uno strato d'aria solida».

Tale dovette essere la condizione originaria della terra, o della materia di cui è fatta, supponendo che fosse stata creata prima delle nebulose.

Per quanto riguarda la luna, si può presumere che la sua materia sia stata creata allo stesso tempo di quella della terra, ma la sua formazione è assegnata allo stesso giorno di quella del sole, perché non poteva compiere la sua funzione di riflettere la luce del sole fino a che le nebulose, da cui si formò il sole, non si fossero sufficientemente condensate.


La scienza moderna e il caso di Galileo


La condanna di Galileo da parte della Congregazione della Sacra Commissione nel 1616 sotto il Papa Paolo V, e ancora nel 1633 sotto il Papa Urbano VIII, è stata usata, d'allora in poi, dai nemici della Chiesa Cattolica quale argomento contro l'infallibilità del Papa, e come prova che la Chiesa Cattolica è contraria al progresso della scienza. Come risultato di un continuo travisamento, la questione è, tutt'oggi, fraintesa, tanto dentro quanto fuori della Chiesa Cattolica. Per esempio, F. Hoyle in The Nature of the Universe, pubblicata nel 1953, scrive: «Il conflitto fra la teoria Copernicana e la Chiesa Cattolica è ben noto, specialmente la parte rappresentata da Galileo». F. Hoyle non ci dà nessuna spiegazione della parte rappresentata da Galileo; ma nella stessa pagina (pag. 14) continua a dare maggiori ragguagli circa i movimenti dei corpi celesti, oltre all'informazione data da Copernico. Egli nomina Kepler, il contemporaneo di Galileo, che dimostrò che i pianeti rotano non in forma di cerchi, ma d'elissi; nomina Newton, il quale spiegò in termini di gravitazione i particolari dei movimenti planetari, ma non attribuisce niente a Galileo.

Il fatto che la terra gira intorno al sole non fu scoperto o provato da Galileo. La teoria risale al tempo dell'astronomo greco Pitagora (640-546); probabilmente era conosciuta dai primi abitanti dell'America Centrale, i quali possedevano un accurato calendario solare, uguale a quello corretto dal Papa Gregorio il Grande. Può perfino risalire ai tempi di Adamo, poiché è possibile ch'egli avesse ricevuto una conoscenza dell'opera della creazione prima della caduta.

Comunque sia, il credito della scoperta nei tempi moderni dei movimenti della terra e dei pianeti intorno al sole, appartiene ad un sacerdote cattolico Polacco, chiamato Copernico, il quale pubblicò, nel 1543, un libro su questo argomento, intitolato: De Revolutionibus Orbium Caelestium. Il Cardinale Nicola di Cusa sostenne la medesima teoria, e nessuno di loro incontrò opposizione da parte della Santa Sede.

«Il punto di dibattito fra Galileo e la Santa Sede, non era la verità della teoria di Copernico, ma l'interpretazione del brano nel Capitolo X di Giosuè, il quale dice che «il sole e la luna si fermarono». Galileo non si contentava di affermare la verità della teoria Copernicana, ma dichiarava che il sole era immobile, e che perciò la Bibbia conteneva un errore. Questo è provato da una lettera scritta dal dotto Cardinale San Roberto Bellarmino che allora era membro della Congregazione del Santo Ufficio, a Foscarini, amico di Galileo. In questa lettera il Cardinale dichiara che «Non ci sarebbe nessuna obiezione da parte della Congregazione a presentare il sistema di Copernico, come la migliore spiegazione dei fenomeni celesti, purché non si facesse menzione dell'apparente conflitto con la Bibbia. «Nell'autentico testo della condanna, proprio le prime parole sono che la Congregazione dichiara eretica la dottrina di Galileo che il sole è immobile.

 

La scienza moderna dà ragione alla Congregazione


Dal tempo di Galileo un grande progresso è stato fatto in astronomia, dovuto al miglioramento del telescopio, che fu inventato al tempo di Galileo da un ottico Olandese, Lippershey, ed all'invenzione dello spettroscopio, dello spettroeliografo e dell'elioscopio. Con l'aiuto di questi strumenti è stato provato che il sole non è immobile, ma gira sul proprio asse.

Secondariamente è stato provato che c'è una continua attività in ogni parte del sole, la quale consiste nella trasformazione dell'idrogeno in elio. In terzo luogo, si è osservato che il tempo impiegato dal sole per girare intorno al proprio asse varia da 246 giorni nella sezione equatoriale, a 34 giorni ai poli.

Che cosa è che produce la grande differenza di velocità di rotazione tra la sezione centrale e i poli? Lasciamo agli astronomi la soluzione di questo problema. Comunque, una teoria possibile è che la diminuzione di velocità sia connessa con la diminuzione della quantità di energia generata in ciascuna sezione.

La sola sorgente di energia per il sistema solare si trova nel sole.

Il comportamento delle macchie solari, che appaiono e scompaiono sulla superficie del sole in un ciclo regolare, tende a confermare la teoria che la rotazione del sole sul proprio asse è causata dall'attività interna, e che la terra e i pianeti ne sono pure influenzati. Queste macchie solari sono immense aperture nella superficie del sole, che qualche volta raggiungono perfino una larghezza di 80.000 km., da cui scaturiscono dei gas, con un movimento spirale. Queste macchie solari esercitano un'influenza sulla terra causando temporali magnetici, e manifestazioni di aurore boreali. L'astronomo Hale dimostrò che le macchie solari sono calamite d'immensa potenza.

Applicando i fatti suesposti alla spiegazione del miracolo riferito nel Capitolo X di Giosuè, il quale dice che «il sole e la luna si fermarono» possiamo trarre le seguenti conclusioni:

1) E' certo che il sole non è immobile, come Galileo sostenne, poiché ha un movimento interno, un movimento intorno al proprio asse, e un movimento nello spazio.

2) E' possibile spiegare il prolungamento della luce del giorno con una sospensione dell'attività del sole, che causerebbe un arresto dell'intero sistema solare. Galileo, che non conosceva i diversi movimenti del sole, pensò che il solo modo di spiegare il miracolo del prolungamento della luce del giorno fosse di attribuirlo esclusivamente ad una cessazione della rotazione della terra. Questo richiederebbe indubbiamente l'esercizio della onnipotenza di Dio, ma ciò sembrerebbe interferire nell'ordine e nell'armonia del sistema solare. Dio avrebbe benissimo potuto esercitare la sua potenza sospendendo l'attività dell'intero sistema alla sua sorgente nel sole, come in qualsiasi punto particolare, e ciò sembrerebbe più degno di Lui, poiché fu Lui che con il Suo onnipotente "FIAT" mise in esistenza l'intero sistema, e fissò le leggi che lo governano.

Dovrebbe essere facile per i Cattolici del nostro tempo accettare questa soluzione della difficoltà, tanto più che essa rivendica la giustezza della decisione presa due volte dalla Congregazione del Santo Ufficio e approvata dai Papi del tempo. Si deve notare che la condanna di Galileo non fu mai ritirata. La questione dell'infallibilità del Papa non fu mai messa in discussione nel conflitto con Galileo, ma si tratta di sapere chi avesse ragione.

Il dotto S. Roberto Bellarmino che supponiamo fosse il consigliere principale della Congregazione, conosceva la teoria Copernicana tanto quanto Galileo, e perciò era consapevole dell'obiezione ch'essa sollevava contro la tradizionale interpretazione del Capitolo X di Giosuè, a cui la scienza dell'epoca non forniva nessuna soluzione; ma essendo un uomo di Dio sostenne la dottrina dell'infallibilità della Sacra Scrittura e preferì essere frainteso che cedere. Egli non fece altro che seguire la regola dettata da S. Agostino, che abbiamo citato: «Qualunque cosa gli scienziati affermino nei loro trattati, che sia contraria alla Sacra Scrittura, vale a dire alla fede cattolica, noi dobbiamo o provare nel miglior modo possibile che è falsa, o comunque, crederla tale senza la minima esitazione.

Anche ai nostri giorni è avvenuto un miracolo nel sole a Fatima. E' vero che è di natura differente da quella descritta in Giosuè, ma ci dovrebbe rendere più facile accettare l'affermazione in Giosuè che il sole si fermò. La Beata Vergine che con la potenza di Dio compì il miracolo lo annunciò in anticipo. Quando arrivò il momento prestabilito, Essa permise alle 70.000 persone radunate ed agli abitanti dei dintorni di vedere il sole roteare sul suo asse, e poi lo fece discendere in direzione verticale su di loro. Dopo il miracolo, la gente che aveva viaggiato sotto una pioggia torrenziale che aveva reso fradici i loro abiti, li trovò perfettamente asciutti.

8/29/2010 2:10 PM
 
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Cap. V - Il quinto e il sesto giorno


Il racconto di Mosè


Gen. I, 20-23: Dio disse: «Le acque brulichino di un brulichio di esseri vivi, e volatili volino sopra la terra, sullo sfondo del firmamento del cielo». E così avvenne: Dio creò i grandi cetacei e tutti gli esseri vivi guizzanti di cui brulicarono le acque, secondo la loro specie, e tutti i volatili alati secondo la loro specie. E Dio vide che ciò era buono. Dio li benedisse dicendo: «Siate fecondi e moltiplicatevi, e riempite le acque dei mari; i volatili poi si moltiplichino sulla terra». Poi venne sera, poi venne mattina: un quinto giorno.

Gen. I, 24-25: Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame e rettili e fiere della terra secondo la loro specie». E così avvenne: Dio fece le fiere della terra secondo la loro specie e il bestiame secondo la sua specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che ciò era buono.

Vogliamo considerare tre questioni che sorgono dalla lettura del testo del Genesi:

1) Se l'ordine dato da Mosè alla comparsa delle varie forme di vita sensitiva concorda con quello scoperto dalla geologia;

2) Se la vita sensitiva può essere sorta per generazione spontanea;

3) Se le varie forme di vita sensitiva che ora si trovano nel mondo si possono far risalire a poche forme primitive; o se le varie specie o almeno i generi furono creati in modo speciale da Dio in vari tempi man mano che la terra era adatta a riceverli.

Nei libri che trattano di geologia, paleontologia e biologia si trovano di solito delle tabelle contenenti le ere e i periodi geologici nei quali cominciarono ad apparire le varie forme di piante e di animali. Ora, sia che le varie forme di vita animale, i cui fossili apparvero per la prima volta nei vari periodi geologici, siano state create in modo speciale da Dio, sia che si siano sviluppate od evolute da forme preesistenti, l'ordine trovato negli strati geologici concorda con l'ordine seguito da Mosè.

Come si vede nella tabella geologica annessa, l'ordine geologico, uguale a quello Mosaico, è il seguente: prima di tutto, vita della pianta; poi varie forme di invertebrati nel mare, poi i pesci, poi gli insetti alati, poi gli invertebrati terrestri, poi gli uccelli, poi i grandi rettili Sauriani, poi i mammiferi, e infine l'uomo.

Il racconto di Mosè non si può scartare come una semplice registrazione delle rozze idee del popolo che viveva al tempo in cui fu composto. Nessun racconto simile si trova nella letteratura degli antichi popoli del mondo, come i Sumeri, i Babilonesi, gli Egiziani, i Cinesi, gli Indiani, i Greci ed i Romani. Le scienze della geologia e della biologia erano ignote ai tempi di Mosè, eppure egli scrive con franchezza e in notevole dettaglio, come se le conoscesse tutte e due. Lo Spirito Santo che si servì di Mosè come strumento, e che, come tutti i cattolici devono credere, né è l'Autore, ispirò a Mosè l'argomento e l'ordine in cui scriverlo, per la gente dei tempi moderni, dopo che è stata scoperta la documentazione nascosta della creazione, tanto, se non di più, quanto per quella del tempo di Mosè che non aveva alcun sospetto che una simile documentazione esistesse negli strati geologici.

Nei libri che parlano dell'origine delle specie in generale e di quella dell'uomo in particolare si legge quasi sempre questa frase: Tutti i biologi ammettono che l'evoluzione è un fatto stabilito. Orbene si deve notare anzitutto che lo stesso Carlo Darwin e gli autori moderni sulla evoluzione, come Sir Julian Huxley, sono d'accordo sul fatto che l'unica prova diretta in favore della teoria dell'evoluzione degli animali in generale e dell'uomo in particolare è fornita dai resti fossili di animali e dell'uomo; e che la scienza della biologia può solo fornire prove sulla questione se sia biologicamente possibile l'evoluzione delle varie specie da una o da poche forme primitive.

Inoltre non è vero che tutti i biologi siano d'accordo che le varie specie del regno animale si siano evolute da una o poche forme primitive, perché dei pochi briologi che hanno fatto serie ricerche di prima mano sul problema dell'origine degli esseri viventi, alcuni come il Vialleton furono indotti dai risultati delle loro ricerche a rigettare la teoria.

Riguardo al primo punto: che la teoria dell'evoluzione deve stare in piedi o cadere a seconda delle prove dei fossili incastrati nelle rocce, sentiamo le prove dello stesso Darwin.

 

Darwin formula le difficoltà contro l'evoluzione


La formulazione fatta da Darwin delle difficoltà contro la teoria dell'evoluzione fornite dalla documentazione dei fossili si trova nel capitolo X di Origini delle specie. Tra i sottotitoli del capitolo si legge: «Varietà intermedie assenti nelle singole formazioni. Comparsa improvvisa di gruppi di specie alleate. Improvvisa comparsa di gruppi di specie alleate nei più bassi strati fossiliferi conosciuti».

Cominciamo a considerare l'ultima difficoltà. Darwin la formula come segue:«C'è un'altra difficoltà alleata con le altre, che è molto più seria. Alludo al modo in cui le specie appartenenti alle principali divisioni del regno animale compaiono improvvisamente nelle più basse rocce fossilifere conosciute... Alcuni degli animali più antichi, come il Nautilus, il Longula, ecc. non differiscono molto dalle specie viventi; e nella nostra teoria non si può supporre che queste antiche specie fossero i progenitori di tutte le specie appartenenti agli stessi gruppi apparsi in seguito, perché non sono in nessun modo intermedi di carattere.

Conseguentemente, se la teoria è vera, è indiscusso che prima che si fosse depositato lo strato Cambriano inferiore, devono essere passati periodi tanto lunghi quanto, o forse più di tutto l'intervallo che corre tra l'età Cambriana e la presente; e che durante questi ultimi periodi il mondo era pieno di esseri viventi. Qui troviamo un'obiezione formidabile; perché sembra dubbio che la terra abbia durato abbastanza a lungo in uno stato adatto all'abitazione di esseri viventi...».

Nei passi di Darwin citati sono comprese anche la seconda e la terza obiezione. Egli formula così la seconda: «Il modo improvviso in cui interi gruppi di specie compaiono in certa formazione è stato addotto da parecchi paleontologi, - e. g. da Agassiz, Pictet e Sedgwick - come obiezione fatale alla credenza nella trasformazione delle specie. Se numerose specie appartenenti agli stessi generi o famiglie hanno realmente cominciato insieme a vivere, il fatto è fatale alla teoria dell'evoluzione per selezione naturale. Perché lo sviluppo in questo modo di un gruppo di forme, tutte discese da un qualche unico progenitore, deve essere stato un processo estremamente lento, ed i progenitori devono aver vissuto molto a lungo prima dei loro discendenti modificati...».

In questi due passi Darwin ammette:

1) che varie specie appartenenti alle maggiori divisioni del regno animale comparvero improvvisamente nelle più basse rocce fossilifere conosciute, alcune delle quali esistono tuttora praticamente immutate;

2) che durante il tempo trascorso dopo il periodo Cambriano interi gruppi di specie compaiono in modo improvviso;

3) che il tempo disponibile per l'evoluzione delle specie trovate nel periodo Cambriano (nell'ipotesi infondata che tale evoluzione abbia avuto luogo) è del tutto insufficiente, come è pure insufficiente il tempo trascorso dopo il periodo Cambriano per spiegare l'evoluzione delle varie forme di. vita animale che si trovano al presente nel mondo.

E' trascorso un secolo da quando Darwin formulò queste difficoltà contro la sua teoria che tutte le specie di esseri viventi si evolvettero da una o poche forme primitive. Durante questo secolo queste difficoltà non solo non hanno avuto nessuna risposta, ma si sono ancor più accentuate.


Testimonianze di due autori contemporanei


Douglas Dewar F. Z. S., non cattolico, scrive in «Is evolution proved?» (pagg. 57-63).

«Una delle obiezioni più formidabili contro la teoria dell' evoluzione è il fatto che non si è ancor mai scoperto alcun fossile di animale intermedio tra gli esseri che hanno uno scheletro peculiarissimo come i pipistrelli, le balene, le sirene, le foche, le rane, le tartarughe, le pterodacili, gli ichtiosauri, ecc. ed i supposti animali quadrupedi ordinari dai quali, secondo la teoria, si sarebbero evoluti. Se questa teoria è vera, queste forme intermedie devono essere esistite nel passato in numero immenso. Darwin dedicò un intero capitolo di «Origine delle specie» al tentativo di venire incontro a questa difficoltà. Non poté far altro che esprimere l'idea che la serie delle testimonianze fossili è incomparabilmente meno perfetta di quanto usualmente si suppone. E per quanto sappia, nessun evoluzionista dopo di lui ha ottenuto migliori risultati di Darwin».

La serie dei fossili è invece molto più completa di quanto supponesse Darwin e di quanto ammettano i suoi seguaci. Ogni genere di animali dotati di uno scheletro o di parti dure ha lasciato dei resti fossili.

1) Un'abbondante fauna marina compare sulla scena con repentinità sorprendente all'inizio del periodo Cambriano. In molte rocce del pre-Cambriano che precedono e giacciono sotto le rocce Cambriane, avrebbero potuto benissimo depositarsi dei fossili; invece non se n'è trovato neppur uno accertato.

Improvvisamente nel periodo Cambriano troviamo il mare pieno di tipi altamente organizzati. Nulla troviamo che faccia pensare ad una lenta evoluzione. Non troviamo nessun tentativo di produzione di tipi nuovi, per esempio della formazione di conchiglie: le prime conchiglie sono completamente sviluppate. Troviamo questi animali antichi tanto differentemente differenziati in specie, generi, famiglie, ordini e phyla come lo sono oggi.

2) Ogni tipo nuovo di animale compare improvvisamente nella serie geologica dotato di tutti gli attributi da cui è caratterizzato. I cambiamenti che subisce dopo sono relativamente insignificanti».

Neppure si è trovata una soluzione all'altra difficoltà di Darwin, che il tempo disponibile per l'evoluzione di esseri viventi da una forma monocellulare alle forme complesse in cui si trovano nelle rocce del periodo Cambriano è del tutto insufficiente. Il Dewar calcola che questa, secondo i calcoli moderni, richiederebbe 50.000 milioni d'anni, cioè dieci volte il tempo disponibile.

Anche il dotto Desmond Murray, O. P., F.R.E.S., che come Dewar ha trascorso la vita a fare ricerche, è convinto che le difficoltà di Darwin non trovano risposta:

«Quando nel periodo Cambriano appaiono le forme di vita, compaiono alla base della serie dei fossili, rappresentanti di tutti i grandi Phyla animali, eccetto i vertebrati: sembra che si rovesci un diluvio di esseri viventi in grande quantità, e molte di queste forme sono quasi per nulla mutate fin da quegli antichissimi tempi (Species revalued, Blackfriars, London, 1955, pag. 37).


Padre Bergounioux


L'evoluzionista Padre Bergounioux, dell'Istituto Cattolico di Tolosa, nell'Origine et Destin de la Vie tratta i seguenti argomenti:

1. L'origine della vita sulla terra;

2. L'origine delle specie;

3. L'origine dell'uomo.


Sull'origine della vita cita l'ipotesi che la vita è esistita sulla terra fin da tremila milioni di anni, e dà quelle indicazioni della presenza della vita che sono state presentate, ma ammette l'estrema povertà di ciò che è stato rivendicato in rapporto alle miriadi di forme viventi che esistevano nel periodo Cambriano. Tutte le rivendicazioni presentate in favore della vita organica sulla terra prima del Cambriano sono state confutate (V. L'Illusion Transformiste di Douglas Dewar, pag. 27-31).

I 3.000 o 2.700 milioni d'anni richiesti dalle più recenti ipotesi evoluzioniste per la presenza della vita sulla terra non sono altro che un nuovo mito evoluzionista, perché non si è stabilito nessun caso incontestato di resti fossili sia di piante che di animali anteriore al periodo Cambriano; inoltre la terra non si era ancora abbastanza raffreddata perché la vita vi fosse possibile. C'era una vegetazione tropicale nelle regioni polari in un'epoca tanto recente come il Pliocene, ciò che dimostra che la temperatura vi era ancor troppo elevata.

Per ciò che riguarda l'origine delle specie, il P. Bergounioux ammette che non esiste prova alcuna che i vertebrati si siano evoluti partendo dagli invertebrati. A pag. 81 scrive: «Non vi è alcuna possibilità di stabilire nella natura attuale una qualsiasi parentela tra gli Echinodemi ed i Vertebrati. Lo stesso sarebbe dei vermi, degli insetti, delle spugne, ecc.».

A proposito degli uccelli scrive: «Non esiste nessun intermediario fossile tra le forme terrestri e le forme aeree. Allora si sono escogitate parecchie teorie di Proavis, che non hanno altro interesse che di mostrare ancor una volta la fertilità dell'immaginazione dei paleontologi (pag. 150-151).

Il P. Bergounioux ci fornisce un'informazione interessantissima quando scrive: «Georges Simpson ha avuto l'idea geniale di ricorrere ad una scienza allora del tutto nuova: la genetica delle popolazioni (pag. 202). Le scoperte di Mendel nel 1865, che non furono conosciute dal pubblico se non nel 1900, provarono che la teoria di Darwin sull'evoluzione era fondamentalmente falsa. Allora i partigiani di Darwin ebbero l'idea di tentare il salvataggio dal naufragio totale della selezione naturale, combinandola con le scoperte di Mendel. Questa teoria ibrida si rivelò impossibile, perché i mutamenti favorevoli erano così rari che sarebbe stato necessario attendere degli innumerevoli milioni di anni prima che se ne producesse uno solo; ed anche allora nulla assicurava che la selezione naturale fosse capace di utilizzarlo a suo vantaggio. G. Simpson ebbe allora l'idea geniale di far mutare tutto nel medesimo tempo; ma anche così un solo mutamento favorevole non si produrrebbe che dopo tanti milioni di anni da richiedere un'eternità per ottenere un uomo».

Si deve concludere che in base alle scoperte della geologia e della biologia, la teoria dell'evoluzione delle specie e di quella dell'uomo non può reggersi in piedi, come scrive Sir Julian Huxley (in Evolution in Action, pag. 40): «Con le conoscenze che si sono accumulate dal tempo di Darwin ad oggi, non è più possibile credere che l'evoluzione è prodotta per mezzo della cosiddetta eredità di caratteri acquisiti, gli effetti diretti dell'uso o abuso di organi, o dei cambiamenti di ambiente, o del volere cosciente o inconscio di organismi, o attraverso alla misteriosa opera di qualche forza vitale, o da qualsiasi altra tendenza inerente... Queste teorie sono fuori uso. In verità, alla luce delle scoperte moderne, esse non meritano più il nome di teorie scientifiche; ma si possono considerare come speculazioni prive della debita base di realtà, o come vecchie superstizioni camuffate in veste moderna».


_______________


Note


1 Vedi «Darwinism and Catholic Thought» del can. Dorlodot, p. 32 e segg.


2 Estratto dalla lettera al Cardinale Suhard 16-1-1948.


3 Con permesso dell’editore, Sir Basil Blackwell, Oxford, 1953.


4 Vedi The Story of Science, di David Dietz, Cleveland, U.S.A. pag. 121.


5 C'è un'altra teoria moderna, chiamata la teoria della creazione continua, la quale pure richiede un principio e l'azione di un Creatore.

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10/26/2010 1:43 PM
 
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EVOLUZIONE E STRUTTURA NEL GENESI BIBLICO

di Giuseppe Sermonti

  1. Il genesi storico (Gen.1)
  2. L’evoluzionismo, una genesi senza creatore
  3. Il genesi mitico (Gen.2) e lo strutturalismo dinamico
  4. Nostalgia dell’eternità

La teoria dell’evoluzione cosmica e biologica vigente a  tutt’oggi ha la struttura storica del Genesi 1: ambedue iniziano con la creazione dal nulla, procedono con assestamenti astrali e geologici, annunciano la comparsa successiva di vari tipi vegetali e animali e terminano con la genesi dell’uomo e con il suo predominio sulla natura. Il Genesi 2 ha struttura simbolica: inizia con la formazione dell’uomo, che presiede (fa da modello) alla definizione degli altri animali, e si conclude con la nascita della donna (increata), principio generativo di tutti i viventi. Rispetto all’ordine cronologico del Genesi 1, il Genesi 2 (più antico) prospetta un ordine gerarchico e strutturale, che inizia con la creatura più totale e archetipica (l’uomo, e poi la donna) e scende verso forme specializzate e parziali.         

1. Il Genesi storico (Gen.1)

Nei miei scritti critici sul darwinismo ho sempre riguardato il Creazionismo come una realtà minore, portata sul palcoscenico dagli evoluzionisti a fare la parte dell’interlocutore di comodo, dell’uomo di paglia, facilmente contestabile, scientificamente risibile. Mi parve un gioco troppo facile e sleale, quello degli evoluzionisti, di fondare le proprie ragioni sulla contrapposizione ad una creazione in sei giorni, all’alito divino sull’uomo di terra, ad Eva fabbricata con la costola di Adamo, alla Terra antica solo 6000 anni. Questo articolo comincia col mio  ravvedimento. Sbagliavo: il vero avversario della vulgata darwinista è, dalla “Origine” al 2000, proprio il testo del Genesi Biblico, nelle sue due versioni. La Selezione Naturale di Darwin -Wallace è, prima di essere una deduzione osservativa, un procedimento filosofico postulato al fine di surrogare con concetti naturalistici una asserita opera sovrannaturale, di detronizzare il Deus ex machina dell’antica commedia. Per l’evoluzionismo, se Dio interviene, lo fa solo all’inizio, con un soffio e via!.

“C’è una grandeur - scrive Darwin in chiusura della sua Origine - in questa veduta della vita con le sue molte potenze, che sono state originariamente insufflate (breathed) dal Creatore, in poche forme o in una…”.

In seguito il Creatore si metterebbe in disparte e lascerebbe che tutto procedesse spontaneamente e automaticamente, senza bisogno di ulteriori istruzioni per l’uso. “L’ordinaria successione per generazione - precisa Darwin poche righe prima - non è stata spezzata neppure una volta e nessun cataclisma ha desolato l’intero mondo.”

Nella Tabella 1, alcuni passi del Genesi 1 sono comparati ad alcune frasi tratte da libri moderni sulla Evoluzione cosmica e biologica. Il parallelismo è notevole, al punto che non è azzardato asserire che il processo dell’evoluzione naturale risulti una versione laica delle stesse vicende descritte nel Genesi 1. L’operazione compiuta da Darwin e dagli astrofisici non è stata quella di comporre una storia dell’universo e della vita del tutto nuova, ma di adottare quella biblica, introducendo alcuni aggiornamenti e escludendo ogni riferimento al Creatore.

 

Tab. 1. Confronto tra Genesi 1 e teoria dell’evoluzione, cosmica e biologica

GENESI 1

EVOLUZIONE

          

 

3. Dio disse “Vi sia luce”. E vi fu luce.

L’universo ebbe inizio con una colossale esplosione. (big bang) (R8).

4. Dio separò la luce dalle tenebre…

In un miliardesimo di secondo la forza primordiale si era scissa nelle forze che conosciamo (R31).

7. Dio fece il firmamento…

La materia e l’energia scaturite dal big bang diedero origine al sistema gerarchico che costituisce l’universo attuale (R40).

9. Le acque di sotto si ammassarono nelle loro masse e apparve l’asciutto. Dio chiamò  terra l’asciutto e mare la massa delle acque.

In quel tempo (Cambriano) gran parte del globo era coperto dai mari. Sappiamo ben poco intorno all’aspetto della terraferma (H43).

12. La terra fece spuntare verzura, graminacee… e alberi…

Un Evento importante (del Devoniano) fu il diffondersi delle piante terrestri (H46).

21. Dio creò i grandi cetacei e tutti gli esseri vivi e guizzanti di cui brulicano le acque…          

Il periodo (Devoniano) è spesso chiamato “l’età dei pesci (H46).

25. Dio fece le fiere della terra… e il bestiame e tutti i rettili del suolo.

(Nel Carbonifero) nacquero i primi vertebrati in grado di vivere sulla terraferma: i rettili (H40). Questo periodo (Eocene) è il principio dell’età dei mammiferi (H56).

27. Dio creò l’uomo a sua immagine… Maschio e femmina li creò.

Il periodo Pleistocenico è l’età dell’uomo (H60).

28. Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplacatevi, riempite la terra e soggiogatela.”

Alcuni scienziati affermano che l’Universo è stato predisposto per favorire una singola specie, quella umana (Principio antropico forte) (R183).

I numeri di GENESI indicano i versetti di Genesi 1 della Bibbia. I numeri di EVOLUZIONE si riferiscono alle pagine de L’Universo, dal Big Bang alla fine del tempo, di Colin A. Ronan, Mondatori 1992 (preceduti da R), o a quelle de    La Storia dell’Evoluzione, di Sir Julian Huxley, De Agostini 1958 (preceduti da H).

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10/26/2010 1:44 PM
 
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Possiamo riferire la dissacrazione darwiniana al mito di Prometeo. Il semidio greco non inventa un mondo nuovo. Egli adotta quello olimpico, sottraendo a Zeus le realtà supreme e trasferendole all’umanità con una indebita appropriazione, con il furto originario che darà all’uomo conoscenza e potere. Con il suo atto, Prometeo promuove il trapasso dal mondo del mito a quello della scienza. Il Prometeo goethiano conclude con l’affronto del semidio redentore allo Zeus detronizzato:                 

“Qui sto, qui plasmo gli uomini
a somiglianza mia,
un popolo a me eguale
nel pianger, nel soffrire,
nel goder, nel gioire,
nel non badare a te,
come fo io.” 

La controversia generata dal darwinismo, prima di essere materia scientifica è contrapposizione teologica. Riguarda non il processo, ma l’Autore, sovrano assoluto o re esiliato fuori dal suo regno.

Dalla metà dell’ottocento molte teorie scientifiche si sono susseguite ad emendare o a contraddire la Selezione Naturale, ma esse, o sono state integrate nelle Grandi Sintesi di metà novecento, come note a margine, come optional, oppure sono state semplicemente ignorate o negate. Che si sia parlato di Ologenesi, di Strutture Dinamiche, di Neutralismo, che abbiano espresso le loro visioni D’Arcy, Thom o Grassé, che siano emersi il genoma mobile, la neutralità molecolare o le mutazioni dirette, tutto questo non ha scalfito l’assioma centrale del darwinismo, e cioè che la spontaneità della natura ha sostituito l’opera del Creatore biblico. D’altronde, aggiungono con supponenza i negatori della Bibbia, il Genesi è stato scritto da sacerdoti incolti, e rivolto a un popolo primitivo, cui non si potevano raccontare che favole. 

Indubbiamente il Genesi 1 contiene metafore, miracoli, vaghezze ma, tra tutte le antiche cosmogonie e antropogonie si evidenzia per la sobrietà di un rendiconto naturalistico, senza ierogamie o scontri tra divinità primigenie, senza mostri, senza cataclismi o diluvi, senza castrazioni o decapitazioni. Esso risponde ai requisiti della visione “attualista” di Lyell e Darwin. Nessun fenomeno vi accade che non sia naturalisticamente plausibile e pensabile nell’attualità, nessun tempo speciale vi è evocato, nessun artefice soprannaturale che vada oltre al proporre e all’approvare. Se mai, nel Genesi 1, c’è una carenza di riferimenti all’Eternità. Ogni cosa appare per una parola di Dio, e sancito da un “e vide che era buono”.

La più lontana epopea della creazione è l’Enuma Elish assiro-babilonese, scritto nella prima parte del secondo millennio. Tutto il tono dell’epopea è catastrofico e mostruoso. Nulla della sobrietà biblica. Vi si narra di Apsu, il generatore, e di Tiamat, la generatrice, che si congiungono nel caos dando vita a una stirpe di draghi mostruosi. Dopo parecchie ere compaiono i primi dei, uno dei quali, Ea, uccide Apsu. Tiamat, con l’aiuto dei suoi mostri, che ha avuto dal figlio Kingu, si prepara alla vendetta e si trova a combattere contro Marduk, figlio di Ea. L’eroe, salito sul carro della Tempesta, dopo aver lanciato contro Tiamat maledizioni, sfide e incantesimi, imprigiona la dea mostruosa nella sua rete, le strappa le viscere, le spezza il cranio e si erige sulla nemica sconfitta.  Seziona il corpo in due parti, come si separano le valve di un mollusco, e forma con una il firmamento, per impedire alle acque di sopra di cadere sulla terra, con l’altra le fondamenta della terra e del mare. Alla fine Marduk crea l’uomo col sangue di Kingu. E’ stato notato (Graves e Patai) che il Genesi 1 mantiene alcuni elementi della cosmogonia babilonese.

Anche l’epopea olimpica della creazione, nei versi di Esiodo, è terribile e sanguinaria. Dal Caos emerge la selvaggia Madre Terra, o Gea, che genera il terrifico Urano. Questo la feconda con piogge tempestose da cui sorgono piante, fiere e giganti mostruosi: i centimani Briareo, Gige e Cotto, i tre Ciclopi e infine le stirpe dei Titani. Guidati da Crono, ispirati da Gea, essi assaltano Urano nel sonno. Crono evira il padre con un falcetto e getta i genitali lontano nel mare. Da questi spunta la prima Afrodite e dal sangue le tre Erinni…Dopo terremoti e diluvi, nascono i primi uomini dalle ossa della Terra.  

2. L‘evoluzionismo, una genesi senza creatore  

Tra il testo del Genesi 1 e la teoria dell’Evoluzione, che, nata alla fine dell’ottocento, è approdata quasi intatta al duemila, le corrispondenze sono così impressionanti (v.tabella 1) da adombrare una derivazione storica di questa da quello o l’emergenza dei due testi da uno stesso disegno logico.

Le differenze tra la tradizione biblica e l’evoluzionismo di maniera sono secondarie e non hanno carattere scientifico! Esse sono sostanzialmente queste:   

GENESI EVOLUZIONE
Dio interviene a più riprese Dio solo all’inizio (o mai)
Emergenza indipendente dei taxa Continuità tra i taxa
Divinità dell’uomo Animalità dell’uomo

Per rendere automatica e continuativa l’emergenza successiva dei gruppi viventi, l’unico espediente logico era quello di postulare che i più recenti derivassero, per trasformazione graduale e accidentale, dai più antichi. Per quanto riguarda la sublimità dell’uomo, J. Monod ci ha fatto l’ultimo sberleffo: “Il nostro numero è uscito alla roulette.”

La trasformazione cieca e graduale  dei moderni, ancorché mal documentata e lacunosa, è l’evoluzione, che s’impone fin dalla prima formulazione come l’unico processo capace di lasciare Elohim fuori dalla realtà. Che il meccanismo sia il Caso, o la Selezione Naturale o la loro combinazione ha poca rilevanza. I primi evoluzionisti furono profondamente in disaccordo sul meccanismo del processo, che si presentava loro come necessità logica più che come risultanza dell’osservazione.

“Che le specie siano derivate le une dalle altre - scrivono V. Delage e M. Goldsmith (1927) - non è deduzione che si fonda sopra dei fatti, ma nozione che si impone al nostro spirito come la sola accettabile, dal momento che abbiamo abbandonato la teoria delle creazioni soprannaturali.”

Nelle formulazioni più moderne dell’evoluzione, la selezione naturale è relegata alla genetica di popolazione, riservata nell’origine delle specie, mentre la gradualità del processo di macroevoluzione rimane inspiegata e non documentata. Ma, ripeto, tutto questo ha poca importanza, di fronte all’esigenza di far precipitare Iddio dalla sua Macchina. Senza autore, la generazione è di necessità spontanea e imprevedibile.

Si legge sul Grand Dictionnaire Universel du XIX Siecle, di Pierre La Rousse (1872), alla voce « Génération » :  

«La genesi spontanea non è più un’ipotesi, ma una necessità filosofica. Soltanto essa è razionale, soltanto essa ci sbarazza per sempre dalle puerili cosmogonie e fa rientrare nelle quinte quel deus ex machina del tutto artificiale che secoli di ignoranza hanno a lungo adorato.» 

Le esperienze di Redi nel ‘600, di Spallanzani nel ‘700, di Pasteur nell’800 sono derubricate a “… osservazioni la cui perfetta sperimentazione è manifestamente impossibile, nonostante la potenza dei nostri strumenti.” E così quegli esperimenti che hanno fondato la biologia moderna e i suoi misteri, che ci hanno iniziato alla complessità irripetibile della vita, sono stati trasferiti alla puerilità e alla ignoranza per una “necessità filosofica” (in realtà “teologica”) che ha tarpato le ali a secoli di grande biologia. L’anatomia, la sistematica, la biogeografia, l’embriologia, la biologia molecolare sono state accolte solo per ciò che atteneva a una “necessità logica” a priori mentre la biologia si trasformava in una faustiana biotecnologia.

La “Legge Biogenetica Fondamentale” di E. Haeckel, secondo cui “l’ontogenesi ricapitola la filogenesi”, ancorché imperfetta e fraudolenta nelle dimostrazioni, ha gravato per oltre un secolo sulla embriologia. La sistematica è stata distorta dalla pretesa di farne una prova delle “discendenze divergenti”, la biologia molecolare ha interpretato il suo messaggio incantato come il “testo” della vita, su cui le mutazioni casuali potevano sbizzarrirsi nella stesura di nuovi testi. “Tutto è scritto nel messaggio dell’acido nucleico!” aveva proclamato nel 1974 F. Jacob, per emendarsi solo tre anni dopo (1977):

“…non sono le mutazioni casuali (nell’acido nucleico, ndr) che hanno generato la diversificazione tra gli organismi. Ciò che distingue una farfalla da un leone, una gallina da una mosca o un verme da una balena è molto meno una differenza nei costituenti chimici che nell’organizzazione o distribuzione di questi costituenti.” 

Secondo S.J. Gould, la paleontologia ha proposto al darwinismo tre antichi problemi: 1. La storia della vita presenta una direzione? 2. E’ essa stata modellata da forze esterne o interne? 3. E’ avvenuta per gradi o per salti?

“ La formulazione di questi problemi - ha concluso – ha preceduto il pensiero evolutivo e non ha trovata alcuna soluzione entro il paradigma darwiniano.”

Il grande messaggio scettico dell’evoluzione senza Dio non solo non ha fornito risposta ai grandi problemi della comparsa e successione dei viventi, ma ha anche oscurato il restante territorio della biologia, persino in quei campi che non avevano pretese profetiche, ma la sola intenzione di raccontarsi e di avvicinare rispettosamente l’uomo alla natura.

3. Il Genesi mitico (Gen.2)

I critici della creazione biblica hanno l’abitudine di limitare la loro analisi al Genesi 1, che, come abbiamo visto, è un tardo resoconto storicizzato della comparsa di astri, acqua, terra, piante e animali, ed infine dell’uomo. La vera rivelazione dell’Antico Testamento si trova piuttosto nel Genesi 2, scritto un mezzo millennio prima del Genesi 1 e di carattere mitico-poetico. In esso l’uomo apre la serie delle creature e la donna la conclude.

Il Genesi 2 è stato scritto quando gli ebrei non avevano ancora subito l’esilio babilonese. Il Genesi 1 sarà composto poco dopo il ritorno dall’esilio e posto in apertura della Bibbia. In essi Dio ha un nome diverso: Jahweh (o Jahve)  nella versione mitica (2), Elohim (o Jahweh Elohim) in quella storica.

Nel genesi mitico la vita è un soffio, che solo l’uomo, tra tutti gli animali, riceve; è pensiero e parola, riservati all’uomo (e, per clonazione, alla sua compagna), mentre gli altri animali ne restano privi e saranno animati da una sola parola, quello che l’uomo sceglierà per ognuno di loro. L’ordine di comparsa dei viventi è completamente differente.

GENESI 1

GENESI 2

verzura, graminacee, alberi uomo
pesci, cetacei, volatili  alberi (giardino)
fiere, bestiame, rettili   bestie e volatili  
uomo e donna donna

L’ordine cronologico di comparsa delle specie nel Genesi 2 è del tutto improponibile come sequenza storica, irriferibile a un cammino evolutivo, estraneo alla scienza positiva degli ultimi secoli. Esso sembra anche privo di significato morale, con quell’uomo posto non a corona ma a primordio della biosfera.  Io cercherò di provare che è invece questa genesi mitica che propone i segreti della vita, ordinando le specie non secondo una favolosa cronologia, ma secondo un solido rapporto gerarchico e strutturale.

Da un punto di vista embriologico e anatomico l’uomo è considerato, dalla moderna anatomia comparata, una creatura poco differenziata, embrionale, originaria. Vedremo che ciò vale anche in una prospettiva bio-molecolare. Preferisco illustrare questo concetto con una fiaba di T.H. White, “The Once and Future King” (Berkeley 1958). E’ la parabola della creazione narrata da un venditore ambulante.  

Dapprima Iddio creò una serie di embrioni, perfettamente somiglianti (nella migliore tradizione di von Baer). Li chiamò davanti al suo trono e chiese loro che specializzazioni avrebbero desiderato per la loro forma adulta. Uno per volta essi scelsero le loro armi, le loro difese, il loro isolamento. Finalmente l’embrione umano si avvicinò al trono e disse a Dio:

  • Penso che tu mi abbia fatto nella forma in cui sono, per ragioni che Tu conosci bene, e che sarebbe scorretto cambiarla. Se posso fare la mia scelta, resterei come sono. Non cambierei nessuna delle parti che mi hai dato… Resterei un embrione indifeso per tutta la vita…

  • Ben fatto – esclamò il Creatore compiaciuto. – Ecco, embrioni tutti, venite qui con i vostri becchi e le vostre quisquilie ad ammirare il Nostro primo Uomo. Egli è il solo che abbia risolto il nostro enigma… In quanto a te, Uomo,… tu sarai come un embrione sino alla sepoltura… Eternamente fanciullo, resterai onnipotenziale, a Nostra immagine e somiglianza, e potrai comprendere alcuni dei Nostri dolori e provare alcune delle Nostre gioie…  

L’uomo risulta, dall’anatomia dei vertebrati (e nella fiaba), la specie meno specializzata, la più fedele alla forma del proprio embrione, la meno “derivata”. In un convegno della Pontificia Accademia delle Scienze, sull’evoluzione dei Primati, cui ho partecipato nel 1982, ho sottolineato che lo scheletro umano, non deformato dall’uso e dalla specializzazione, è il modello di riferimento per tutti i primati (e, per estensione, per tutti i vertebrati). Confrontate la bella mano a ventaglio dell’uomo con quella dello scimmione, allungata e arcuata, o con quella del cavallo, ridotta a un dito zoccoluto, con quella del pipistrello trasformata in un telaio da ombrello, con quella di un cetaceo, sbriciolata in una miriade di ossicini composti in una pinna.

Diritto nella sua figura, il capo eretto, l’uomo è l’immagine esemplare della forma vivente, con le braccia non stirate dalla brachiazione arborea, con la schiena non chinata per l’appoggio delle nocche al suolo. Libero nelle sue lineari geometrie, iscritto in un cerchio quando le braccia si estendono, egli rappresenta l’asse del mondo e la croce cosmica. La sua struttura è il risultato di originarie modalità di sviluppo e non di secondari aggiustamenti, e attraverso esso la forma del vertebrato manifesta la sua gloriosa bellezza. I tratti giovanili conservano alle membra umane l’eleganza e l’armonia della giovinezza della specie. Non circoscritto da alcuna funzione specializzata, il corpo umano è dedicato all’indefinito ed in questo destino ineffabile, di ascesa o di caduta, brilla la scintilla del divino.(64)

“Che cos’è l’uomo? – scrive Westenhoefer – Un essere unico nel suo genere, che si distingue quindi da tutti gli altri. Egli opera, perché è il modo in cui si conserva in esistenza, costruendo se stesso. Egli è non-specializzato, primitivo, ritardato, ed anche staccato dal mondo, aperto al mondo.” 

La sua primordialità consiste nel contenere tutte le potenze (come sviluppo di inespresse funzioni matematiche) e di non manifestarne alcuna, mantenendo il piano generale. La creazione dell’uomo avviene attraverso un soffio indistinto, che lo rende onnipotenziale, e per questo partecipe dell’eternità. La manifestazione delle varie potenze - ali, artigli, becco - corrisponde alla perdita delle altre soluzioni alternative (vedi la novella di White).

Nel Genesi 2 l’uomo è il primo dei viventi, che sono fatti simili a lui, sul suo prototipo. 

6. Allora Jahwe Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita; così l’uomo divenne un essere vivente.18. Poi Jahwe Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che sia simile a lui.” 19.Allora Jahwe Dio plasmò ancora dal suolo tutte le bestie selvatiche e tutti i volatili del cielo…

La primogenitura dell’uomo è asserita da Westwnhoefer (1948) in questi termini:  

“L’uomo è il più antico dei mammiferi, e , fra tutti, sembra quello che meno si è allontanato dal suo ipotetico prototipo.”

L’uomo “eterno embrione” si colloca bene nel quadro della teoria “staminale”  della evoluzione (designazione mia, nda), postulata da P.- Paul Grassé (1973). Secondo lo zoologo francese la vita si propaga attraverso una linea (o una rete) di organismi indifferenziati, larvali, che egli chiama “la linea delle madri”. Egli paragona questa linea ad un rizoma sotterraneo, a uno stolone di fragola. Da questo spuntano, volta a volta, qua o là, verticilli di ramoscelli che si espandono dallo stelo sommerso. Essi corrispondono alle radiazioni (o esplosioni) di forme affini, testimoniate dalla paleontologia (per esempio, la radiazione dei rettili nel carbonifero superiore o quella dei mammiferi nel paleocene). I ramoscelli sono fratelli tra loro, ma sono anche fratelli (non discendenti) dei ramoscelli spuntati a monte da antiche gemmazioni. Tutte le forme gemmate dalla linea madre sono, in senso profondo, originarie, primogenite. Esse si distinguono per ciò che hanno perso, più che per ciò che esprimono dopo la svolta che le ha allontanate dallo stelo. In questo quadro l’uomo è il più vicino allo stelo, al limite è quello che deve ancora nascere, e nello stesso tempo è l’essere originario, il primo destinatario del soffio invisibile da cui è stata generata la sua vita e ogni vita. 

Il quadro che abbiamo presentato rassomiglia a quello tracciato da Giorgio de Santillana e Hertha van Dechend (Il mulino di Amleto, Adelphi, 1983), alla ricerca delle varie versioni della leggenda di Amleto in lontani paesi, vagando dalla Danimarca a Roma, dalla Mesopotania all’Islanda, dalla Polinesia al Messico precolombiano. Concludono gli autori:

      “… la vita originaria del pensiero si aprì una strada nel buio, diramò nelle profondità le sue radici e i suoi viticci, fino a che la pianta vivente  non uscì alla luce sotto cieli diversi. A mezzo mondo di distanza, fu possibile scoprire un uguale viaggio della mente…”

Questa amletica figura dai cento volti è la vita in tutte le sue forme, collegate ma non discendenti l’una dall’altra, e l’uomo è tra queste la più indeterminata, quella che ancora dubita tra “l’essere e il non essere”.

La primogenitura dell’uomo entro la sua famiglia di Primati è attestata anche dai recenti studi delle loro molecole (DNA mitocondriale). Da quando la linea umana si è distaccata da quella dei Primati (radiazione dei Primati antropomorfi), la molecola degli uomini ha subito 13 refusi, contro 34 dello scimpanzé. In termini canonici questo voleva dire che l’uomo è molto meno “evoluto” degli scimmioni africani e che quindi “l’antenato comune” è piuttosto un uomo che una scimmia, che la linea umana è rimasta, per così dire, bambina rispetto a quella quadrumane. Sulla base di questi dati Alan Templeton aveva concluso:  

“… (L’uomo) è il Peter Pan del mondo dei Primati – il bambino che si è rifiutato di crescere.”

Le genealogie che pongono l’uomo all’ultimo posto nel regno animale, come il più tardo e il più vecchio – il Genesi 1 e l’evoluzionismo – trascurano la struttura essenziale dell’uomo e il significato sacro di questa.

[Edited by Credente. 10/26/2010 1:45 PM]
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10/26/2010 1:46 PM
 
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3. Il Genesi mitico (Gen. 2) e lo strutturalismo dinamico

Anche il Genesi 2 ha trasferito i suoi principi alla scienza, nelle concezioni, medievali o moderne, che  privilegiano l’aspetto permanente, la stabilità strutturale, gli archetipi eterni, rispetto alla storia. In esse la normativa (la geometria) della vita esiste prima della vita, fuori del tempo, nella sua totalità inespressa e l’emergenza delle forme corrisponde all’attuarsi di alcune di queste potenzialità nelle specie particolari. Queste visioni si conciliano con la priorità dell’uomo rispetto a tutti gli altri esseri, poiché l’uomo è colui che contiene, inespresso, il massimo delle potenzialità, è l’indifferenziato, l’animale nudo, il bambino non cresciuto, l’eterno embrione.

Nel Genesi 2, i diversi animali sono evocati con un nome, che Adamo pronuncia al loro passaggio. Egli conosce tutte le parole, mentre le bestie selvatiche, il bestiame, gli uccelli ne posseggono una sola, quella che l’uomo darà loro. Essi sono “creature parziali”. La donna nasce dalla costola dell’uomo, anch’ella come creatura totale, con un procedimento vegetale, che oggi chiamiamo “clonazione”. Il procedimento è analogo a quello messo in opera da Cronos, quando con un falcetto taglia i genitali del padre Urano e ne trae la prima donna, Afrodite Anadiomene, uscita dalle acque. Come Afrodite, Eva diviene “la madre di tutti i viventi” (Gen. 3-20), l’iniziatrice di un mondo matriarcale, nel quale l’uomo va a vivere presso la donna (“perciò l’uomo abbandona il padre e la madre…”) (Gen. 2-24). Il libro 2 del Genesi termina col versetto:

25. Ora ambedue erano nudi, l’uomo e la sua donna, e non se ne vergognarono.

La nudità esprime non la indecenza della prima coppia, ma il loro essere inermi, privi di protezioni e di armi (e di nome), come invece tutte le bestie e i volatili. Via via che li acquistano, gli animali perdono la loro onnipotenzialità e si chiudono nella loro specializzazione. 

Il riconoscimento nelle specie viventi di strutture permanenti, che si manifestano - qua o là, prima o poi -  in forme specifiche e particolari, che costituiscono un sistema prefissato di possibilità, è il tema centrale di un importante filone biologico, che fu chiamato (spregiativamente) “vitalismo”, “fissismo”, “preformismo” e, recentemente, “strutturalismo dinamico” o “paradigma generativo”. Il suo principio è dichiarato chiaramente da René Thom:

“Io credo che in biologia esistano struttura formali, in concreto entità geometriche, che prescrivono le sole forme che un sistema dinamico può presentare in un dato ambiente… Ogni forma propria aspira all’esistenza e attrae il fronte d’onda degli esseri esistenti.” 

4. Nostalgia dell’eternità

Accanto al darwinismo, e oscurata da questo, è sempre rimasta in vita una biologia strutturalista, estranea al pensiero storico e attenta alle permanenze dei sistemi viventi. Per essa la forma animale deriva da alcuni principi generativi, da alcune potenzialità incorporee, la “virtute informativa” o “intelletto possibile” della scolastica, quali Dante esprime nel verso famoso:

“guarda il calor del sol che si fa vino (Purg, xxv, 77).

In linguaggio moderno, la forma è espressione di alcune norme morfogenetiche, di alcune equazioni di base che trovano, nelle diverse specie, la loro particolare soluzione.

“Ogni organismo - ha scritto Brian Goodwin - porta in sé il potenziale per creare una grande varietà di forme, poiché ogni campo morfogenetico è descritto da equazioni con molte soluzioni, che definiscono l’insieme delle possibilità morfologiche… Il processo biologico di creazione o generazione consiste nella selezione o evocazione di particolari quadri, da parte dei geni o dell’ambiente, da un insieme potenziale specificato dalle leggi di organizzazione dello stato vivente.” (in G.C. Webster e B.C. Goodwin, Il Problema della Forma in Biologia, Armando, Roma, 1988).

Le “strutture formali” postulate da Thom sono un complesso di norme, esistite da sempre al di fuori degli oggetti,  che prescrivono le possibilità del mondo. In termini mitici, esse corrispondono alla “Grande Madre”, che offre ai viventi suoi figli la propria forma generale, ed essi la esprimono nelle loro soluzioni particolari. 

Un eguale concetto è stato espresso poeticamente da Hector Bianciotti:

Ogni uomo reca in sé uomini parziali che si ignorano: nasciamo numerosi, moriamo uno solo – o nessuno – e raccontare è ricordare.” (L’Amore non è Amato, Sellerio, Palermo 1984, p.101).  

La conclusione del Genesi 2, che chiude con la formazione singolare della donna, prospetta un mondo fondato su un “principio generativo”, piuttosto che su un “principio competitivo” come il mondo del Genesi 1, concluso dall’animale uomo (“maschio e femmina li creò, 1, 26), destinato alla moltiplicazione e al dominio sugli altri esseri. La pre-esistenza di strutture formali o regole di sviluppo antecedenti alla creazione delle specie particolari è espressa più esplicitamente e fuor di metafora nella figura della Sapienza (Proverbi, 8): 

“22. Jahwe mi creò fin dall’inizio del suo potere, prima delle sue opere,
23. dall’eternità fui stabilita, dalle origini, dai primordi della terra.
24. Quando ancora non c’erano abissi io fui concepita… Stavo accanto a lui come architetto.”

Ne tesse le lodi e ne descrive le qualità Salomone (Sapienza, 7):  

22. In essa, infatti, vi è uno spirito intelligente, santo,
unico e molteplice, sottile,
celere, perspicace, senza macchia,
lucido, propizio, amante del bene, penetrante…
23. incoercibile, benefico, amante degli uomini
immutabile, fermo,
senza ansie,
tutto può, tutto vigila
e penetra ogni spirito
intelligente, puro e più sottile.
 

Lima-de-Faria considera la origine delle specie come una fenomenologia tarda e secondaria e ferma l’attenzione su quello che lui nomina “l’altro lato dell’evoluzione”. Questo riguarda le forme prime, i piani fondamentali, che esistono nel mondo matematico e minerale prima che nella vita, che sempre esisteranno, e che i viventi hanno utilizzato e utilizzeranno nei millenni per svolgere i loro compiti particolari.

Dice Kohelet:  Ciò che fu è quello che sarà, ciò che avvenne è quello che avverrà: perciò nulla è nuovo sotto il sole (Ecclesiaste, 1-9).

 Nelle due Genesi, come nella scienza, si mantiene la contraddizione-contrapposizione tra un bisogno di storia (evoluzione) e un’esigenza di stabilità (struttura), tra l’aspirazione al progresso e all’adattamento, e quella che Hector Bianciotti chiamò “nostalgia dell’eternità”.

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Evoluzione e struttura nel Genesi biblico

Una riflessione sullo scritto del prof. Giuseppe Sermonti

Di Giovanni Leonardi 

Ho cominciato a conoscere e apprezzare il prof. Sermonti fin dalla pubblicazione del libro Dopo Darwin scritto insieme al prof. Fondi. So degli altri suoi libri anche se personalmente ho letto solo Dimenticare Darwin, ombre sull’evoluzione di cui ho molto apprezzato anche, mi si perdonerà se dico questo di un libro che affronta un tema scientifico,  la poesia con cui è capace di parlare della natura. Personalmente l’ho ascoltato in un ormai lontano dibattito con un giovane ricercatore di opposte convinzioni nella sala conferenze della Biblioteca di Prato. Mi ha colpito allora la pacatezza con cui discuteva delle sue convinzioni, pacatezza che appariva ancora più evidente di fronte alla vis polemica del giovane interlocutore di allora. Una recente apparizione in un dibattito pubblico mi fa capire che, nonostante i conflitti,  quella virtù non è svanita e gliene sono riconoscente perché - soprattutto nel campo di cui ci occupiamo - sono i fatti che difendono la verità, non le emozioni e soprattutto non l’aggressività. 

Mi fa piacere che ora il prof. Sermonti si apra ad una riflessione sulla Bibbia in rapporto all’origine della vita, anche se entra qui in un campo che non è meno minato di quello dell’evoluzionismo e del quale non so se conosce tutte le problematiche. Mi permetto quindi di fare notare alcuni dati della discussione e dare brevemente ragione delle convinzioni dell’Aiso. Immagino questo scritto come un dialogo con il professore. Spero abbia un po’ di tempo e un po’ di pazienza per me. 

Somiglianze che non vanno ignorate

Credo sia di un certo interesse notare come la storia dell’evoluzionismo sia perfettamente equiparabile, sul piano della filosofia di base e dei metodi, a quella della critica moderna ai primi capitoli della Bibbia, quelli che più di ogni altro affrontano il tema delle origini e del senso della nostra esistenza. 

Anche se ipotesi evoluzioniste erano state avanzate precedentemente, fu certamente Charles Darwin a dare credibilità e successo alla teoria, dotandola di una organicità nuova e sostenendola con argomentazioni che, al suo tempo, apparivano convincenti. A nostro parere, c’era comunque anche un presupposto psicologico e filosofico di fondo che rendeva la teoria ricevibile: la convinzione di origine illuministica secondo cui tutto dovesse essere compreso alla luce della ragione umana e non della fede vista ormai come fatto superstizioso.[1]

I progressi della scienza e della tecnologia avevano creato un ampio substrato psicologico e spirituale in cui l’idea di progresso diventava una realtà forte e inarrestabile. In tale prospettiva, una teoria che si presentasse come scientifica e che rendesse conto dell’esistenza della natura facendo partire il tutto dall’estremamente semplice originario per condurlo alla complessità del presente sulla base di un teorema altrettanto semplice come quello della selezione naturale, rinunciando all’idea di Dio come originatore del tutto, non poteva che avere successo. L’uomo era alla fine libero dai legami con il suo Creatore e, come aveva già annunziato l’antico serpente (Gen. 3:4,5), era diventato il dio di se stesso. L’Origine delle specie, pubblicato nel 1859, con i suoi precorsi degli anni quaranta, è allo stesso tempo segno delle prospettive, che abbiamo accennato, e impulso al loro sviluppo. 

Sul piano biblico avvenne esattamente lo stesso, a cominciare soprattutto dal libro del Genesi. L’idea antica secondo cui tutto il libro era il risultato di un’unica mente (quelle di Mosè) guidata dallo Spirito Divino, lasciò il passo a quella di una totale umanità del testo che fu visto a sua volta come il risultato di un lungo processo evolutivo durante il quale elementi più o meno brevi (e quindi semplici) si trovarono a essere assemblati e armonizzati formando strutture sempre più complesse e ricche fino al risultato finale che possediamo ancora oggi. Non Dio avrebbe suscitato il testo, né Egli nè avrebbe guidato l’evoluzione. Il ruolo che la selezione naturale darwinista svolse nell’ambito dell’evoluzione biologica, fu assunto, nell’ambito della critica biblica, dal genio anonimo popolare (storia delle forme di Gunkel), o dall’interesse religioso e politico delle classi dominanti (ipotesi documentaria di Graf-Wellhausen). 

La visione evoluzionistica del testo biblico aveva avuto degli antecedenti, ma fu Julius Wellhausen che, come aveva fatto Darwin in ambito biologico, diede alla tesi organicità, logicità e successo. La sua tesi, pubblicata nel 1876 col titolo Die Komposition des Hexateuchs, vedeva il Pentateuco come il risultato di un lungo processo storico-letterario le cui origini non erano chiaramente definibili ma che si era cristallizzato in alcune tappe principali. Verso l’850 a.C, nel regno di Giuda, sarebbe stato redatto un primo documento detto Javista per tenere conto delle esigenze della monarchia davidica. Verso il 750, il regno avversario di Israele avrebbe risposto con la redazione di un secondo documento, detto Eloista, che teneva maggiormente conto della loro visione delle cose. Verso il 650, in un momento storico in cui la divisione nazionale veniva a mancare per la scomparsa del regno di Israele, qualcuno avrebbe unificato le due tradizioni in un documento J-E. Nel 621 sarebbe stata creata la pia frode del Deuteronomista per incoraggiare la riforma religiosa di Giosia con la centralizzazione del culto a Gerusalemme, e infine, durante l’esilio babilonese, sarebbe nato il cosiddetto sacerdotale (Priestercodex). Esdra, il grande scriba, eroe della restaurazione spirituale della nazione ebraica, avrebbe infine unificato tutti questi documenti creando il Pentateuco che, dopo minori rimaneggiamenti, avrebbe assunto la sua forma definitiva attuale verso il II sec. A.C.     

Come scrisse Hahn, Wellhausen “occupò nel campo della critica dell’Antico Testamento una posizione analoga a quella tenuta da Darwin nell’area della biologia.”[2] Come Darwin ebbe il merito di non descrivere solo dei fatti (o quelli che lui credeva tali), ma li inserì invece in una visione organica della storia del mondo e della vita, cosa che fu certamente all’origine del suo successo, così fece Wellhausen in rapporto alla sua teoria documentaria. 

Con Wellhausen, la critica dell’Antico Testamento uscì dalla fredda descrizione dei dati letterari e diventò testimonianza dell’anima viva della storia e della spiritualità del popolo ebraico. E tutto questo senza fare ricorso a Dio, partendo da presupposti di tipo evoluzionistico in cui, come in tutti gli altri popoli, anche la religiosità d’Israele si sarebbe evoluta dall’originario animismo,  ancora presente nelle popolazioni “primitive”  del nostro mondo, al monoteismo delle culture più avanzate, passando attraverso le fasi intermedie del politeismo (credenza in diversi dèi) e del monolatrismo (adorazione speciale di uno dei tanti dèi esistenti). C’era poco da fare notare che all’epoca in cui Israele entrò nella storia, l’animismo era ormai assente dal medio oriente, o che le prove di un monolatrismo erano delle forzature che non tenevano conto della natura del linguaggio. La teoria era affascinante e soddisfaceva lo spirito del tempo. Ora, anche sul piano più prettamente religioso, l’uomo poteva dirsi affrancato dal Creatore. Anche la religione si sottometteva allo spirito scientifico e si creava da sé. Come avvenne per l’evoluzione biologica darwiniana, la cui filosofia di base sopravvive nonostante le continue critiche e smentite cui sono state sottoposte le sue fondamenta, così accade che anche la teoria evoluzionistica di Wellhausen, seppure criticata e rivista per molti aspetti, rimane sempre esaltata e condivisa nella sua filosofia di fondo. 

Per Wellhausen e gli altri vicini a lui, i testi dell’antico Genesi non potevano parlare di un mondo reale che nessuno, d’altra parte, poteva allora conoscere; ma erano testimonianze fantasiose anche se suggestive di una realtà mitica. Oggi l’archeologia biblica ha ampiamente dimostrato il quadro storico in cui si muovevano i personaggi biblici da Abramo in poi. Ma molti rimangono ancora legati agli antichi presupposti e alle antiche conclusioni di base. Al di là dei dati e dei problemi oggettivi da cui esse possono nascere, sono i tempi a richiedere la loro permanenza, è lo spirito dell’uomo moderno che ne ha bisogno per nutrire il proprio bisogno di indipendenza ... fino a quando forse riscopriremo altri bisogni e sapremo allora guardare ai fatti con occhi diversi. 

Va da sé un’altra somiglianza tra i due fenomeni: la stessa discriminazione che gli scienziati di convinzione  creazionista subiscono nel mondo culturale accademico moderno così pregno di convinzioni evoluzioniste, è subita anche dai teologi “conservatori” in rapporto al liberalismo imperante negli istituti culturali che si occupano del fenomeno religioso.

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10/26/2010 1:48 PM
 
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La critica di fondo all’evoluzione

Chi ha già letto lo scritto del prof. Sermonti potrà notare la nostra identità di vedute sul senso più profondo dell’evoluzionismo. Sia per noi sia per il professore, l’evoluzionismo è soprattutto un tentativo di escludere Dio dall’orizzonte della nostra storia e della nostra vita. Mi sembra molto interessante l’opinione di Sermonti quando afferma che l’evoluzionismo, così come si è venuto a configurare, non fa altro che rinnovare quanto Genesi 1 già diceva, escludendo però la figura del Creatore se non soltanto (e solo per alcuni) in rapporto al fiat iniziale. Dò per scontato che con le sue poche frasi, Sermonti non voglia rendere conto di tutte le componenti dell’evoluzionismo moderno (molti, ad esempio, vedono la mano di Dio anche nel processo evolutivo in sé: “concordismo” o “evoluzionismo teista”). Possiamo quindi ritrovarci in quello che lui dice. Notiamo tuttavia quella che a noi appare come una incongruenza nel suo modo di leggere il testo biblico, lettura che si svolge partendo dai presupposti e con i metodi che sono propri dei sostenitori del pensiero che si vuole criticare (non solo viene riconosciuta l’esistenza dei documenti wellhausiani, ma se ne accetta la datazione e anche una delle argomentazioni più antiche come quella di diversi nomi attribuiti a Dio). Conoscendo la situazione capisco che non era facile assumere una posizione diversa, ma può essere utile sapere che questo potrebbe farci vittima della forza della cultura di impostazione storico-critica wellhausiana allo stesso modo in cui molti sono vittime di una visione darwinista o neo darwinista solo perché vinti dalla ormai preponderante e ossequiente letteratura sull’argomento e dal martellamento ossessivo dei mass media favorevoli alla tesi.

Il rapporto tra Genesi 1 e 2

La gran parte dei commentari moderni sul libro del Genesi, rispecchia o dà per scontata la teoria documentaria di Wellhausen. Il prof. Sermonti, forse senza conoscerne i presupposti e i metodi, sviluppa la sua tesi proprio sullo sfondo di questa visione. Allo stesso modo mi sembra che, come avviene in molti commentari tendenti a proteggere da una parte il valore spirituale del testo biblico pur negandone il senso storico, lo si legga influenzati da preoccupazioni che molto probabilmente sono più nostre che dello scrittore originale. 

La teoria documentaria classica attribuisce Genesi 1 al Sacerdotale (fine epoca esilica quindi) mentre Genesi 2 è attribuito allo Javista e sarebbe quindi più antico. Non staremo qui a discutere le ragioni per questa distinzione – che noi rifiutiamo – perché richiederebbe una trattazione molto più lunga e di tipo totalmente diverso da quella che possiamo offrire qui. Mentre gli interpreti “liberali” (per necessità di semplificazione, chiamo così quegli studiosi che accettano i presupposti evoluzionistici di Wellhausen o altri simili), prediligono in genere il testo di Genesi 1 come culturalmente e spiritualmente più avanzato, il professore Sermonti predilige invece Genesi 2 perché ponendo l’uomo all’inizio della creazione ne farebbe l’archetipo di tutte le altre forme animali, cosa che corrisponderebbe perfettamente alla sua visione della storia della vita. La nostra impressione è però che, così facendo, si faccia dire a Genesi 2 quello che il testo non vuole dire; allo stesso modo in cui gli Evoluzionisti teisti fanno dire a Genesi 1 quello che essi hanno già deciso di credere indipendentemente da questo testo. 

Per noi, la realtà è che entrambi i primi capitoli del Genesi, nonostante la diversità di linguaggio ed alcuni problemi non facili da risolvere, ma di secondaria importanza, contraddicono pesantemente la visione evoluzionistica e danno lo stesso messaggio di base. 

E’ vero che Genesi 2 ha un linguaggio più immaginifico o mitologico (non so se anche più “poetico”) di Genesi 1, ma ciò è finalizzato a criticare, come aveva già fatto a suo modo Genesi 1, la visione mitica del mondo caratteristica di quell’epoca. Lo si vede, ad esempio, paragonando ciò che il testo biblico dice sull’albero della vita con quello che troviamo, ad esempio, nel mito mesopotamico di Ghilgamesh. In quest’ultimo, gli dèi lo nascondono in fondo al mare perché  l’uomo non giunga mai a possederlo, mentre l’Iddio del Genesi lo pone al centro dell’Eden e lo offre lui stesso all’uomo. Lo si vede da ciò che lo stesso mito dice del serpente, descritto come alleato degli dèi affinché l’uomo continui a morire,  mentre Genesi 2 né fa l’avversario bugiardo di Dio, il nemico che allontana la creature dal Padre che lo ama.[3] Per Genesi 1, lo stesso Sermonti dà ampia  ragione della sua natura antimitica. Anche il lettore non addentro a queste tematiche potrà facilmente apprezzare il fatto che quando il testo biblico deve parlare della creazione del sole e della luna (vv. 14-17) evita persino di chiamarli per nome, perché per gli antichi essi erano degli déi, cosa che la Bibbia rifiuta in modo totale. Genesi 1 dice soltanto che erano delle luci, delle lampade e dei segni per scandire il tempo dell’uomo.

Tutti i commentatori liberali vedono in Genesi 2 una storia diversa della creazione. Sermonti segue la loro scia anche se nega a questo capitolo un’intenzione storicista, facendone un modello esistenziale e introducendovi una sua tematica del tutto speciale. Però, come altri studiosi riconoscono, Genesi 2 non può essere visto come una descrizione alternativa e contrastante della creazione. Innanzitutto mancherebbe la creazione fondamentale del cielo e degli astri, del mare e dei suoi abitanti, elementi senza i quali il mondo conosciuto non esisterebbe e la stessa vita dell’uomo non andrebbe avanti. Anche la creazione del suolo e del processo del suo annacquamento, fatto così determinante per la vita, è presupposto come esistente, non descritto mentre viene creato. Solo dell’uomo si descrive con certezza la creazione. Su quella degli animali, si può discutere perché il verbo usato può essere inteso legittimamente come un passato remoto, “creò”, nel qual caso il testo porrebbe la loro creazione dopo quella dell’uomo, creando un conflitto con Genesi 1:24-28 dove  la loro creazione precede quella dell’uomo anche se il tutto avviene nello stesso giorno. Alcune traduzioni moderne come la Nuova Diodati in campo protestante e la traduzione delle Paoline traducono ancora in questo modo. Altre traduzioni, come la Nuova Riveduta o la New International Version, altrettanto legittimamente, intendono il tempo del verbo come se si riferisse ad un momento precedente: “Dio ... avendo formato dalla terra tutti gli animali ... li condusse all'uomo.” In questo modo la creazione degli animali viene ricondotta, come in Genesi 1, a prima della creazione dell’uomo. La scelta tra le due opzioni non nasce da esigenze grammaticali, ma dalla visione d’insieme dei testi e non vediamo perché si debba introdurre una discrepanza non necessaria.

La questione delle piante è più complessa e la comprensione del testo biblico dipende in buona parte da come si comprendono i riferimenti ai vegetali che non esistevano ancora e alla pioggia che non c’era, cose non così ovvie come potrebbe dedursi dalla semplice lettura delle traduzioni. Non potendo entrare qui in una discussione sui dettagli, mi limito a condividere la mia impressione sul significato generale del testo. Mentre in Genesi 1 l’autore ci ha descritto la creazione del mondo e della vita in termini generali e assoluti, con Genesi 2 comincia invece un dialogo più specifico sulla vita dell’uomo nei suoi rapporti interpersonali e con il resto del mondo così come poteva essere percepito dall’agricoltore o dal pastore del suo tempo. Egli ci dice dunque, che il mondo che si conosceva al suo tempo, il mondo dei cespugli del deserto e dei campi coltivati a cereali, il mondo insomma della lotta e della fatica quotidiana per la vita non esisteva quando Dio creò il mondo. Esisteva invece la vita ideale di chi era stato posto in un giardino irrigato che, con piccola cura da parte dell’uomo, produceva spontaneamente e generosamente i frutti necessari alla vita. Nel Medio Oriente antico, l’ideale di molti contadini era il possesso di un giardino, un pezzo di terra dove la presenza dell’acqua rendesse la vita facile e prospera (il nostro “paradiso” significa “giardino”, appunto). Quello che ci viene allora detto è che la casa provveduta da Dio all’uomo era il meglio che si potesse desiderare. Al mondo della fatica si giunge solo dopo il peccato e la maledizione che ne consegue sull’uomo stesso e sul mondo.

La questione dei tempi delle varie fasi della creazione non è più importante (e molti verbi ebraici possono essere tradotti con valori temporali diversi). Quello che importa è il quadro generale della vita che non c’era e che poi venne, e di quello che Dio veramente fece. In Genesi 1 tutto è descritto in termini esplicitamente cronologici come indicato dall’insistente ripetizione di “e fu il primo ... il secondo ... il terzo ... il quarto ... giorno”, ma questo manca totalmente in Genesi 2 dove si vuole soprattutto creare l’impressione di un mondo che direttamente ruota attorno all’uomo. Che si parli di qualcosa prima o dopo della creazione dell’uomo ha poca importanza: quello che importa è ciò che Dio fece, non quando fece una cosa rispetto all’altra. In questo senso possiamo essere parzialmente vicini al sentire del prof. Sermonti quando attribuisce al testo un valore più funzionale che cronologico. 

Qual è allora la funzione di Genesi 2 rispetto a Genesi 1? Qualcosa abbiamo già detto, ma possiamo aggiungere altro, anche se solo per cenni: Genesi 1 risponde alla domanda fondamentale di ogni essere pensante: Chi siamo noi? Da dove veniamo? Il testo ci dice: siamo creature di Dio da cui viene tutto quello che esiste, il suo ordine, la sua bellezza, la sua armonia. Il testo dice ai suoi primi lettori, che questo Dio non era come gli uomini erano giunti ad immaginarlo. Non era un dio che sorgeva dalla natura con la quale aveva dovuto lottare per emergere ed affermarsi su di essa, ma un Dio da cui la natura stessa veniva e sulla quale Egli signoreggiava in modo incontrastato. Un Dio che non aveva  bisogno di lottare che  creò un mondo in cui non c’era lotta, dove la terra produceva spontaneamente i suoi frutti per gli esseri animati, la cui vita non era mai vissuta a scapito della vita degli altri. Tutti godevano liberamente di una vita data con una ricchezza senza limiti  “Tutto era molto buono” (v. 31) è la sintesi della creazione narrata da Genesi 1. 

Genesi 2 risponde invece ad altre domande: Se Dio ha creato tutto così buono, da dove viene il male, la lotta, la fatica, la morte che sperimentiamo tutti i giorni? Da dove viene la vita come la viviamo ora, in questo mondo così diverso, la vita dell’agricoltore, del pastore, con la sua lotta per strappare al suolo quel poco che basta al sostentamento? Da dove vengono gli stessi rapporti tra gli uomini molto spesso così problematici? 

Come in Genesi 1, anche qui la risposta non viene data attraverso delle affermazioni teoriche, ma attraverso la plasticità della narrazione. Il mondo in quanto tale esiste già. Come sia sorto è già stato detto. Ora ci si concentra sul mondo del lavoro e dell’attività umana. Eden era un mondo di pace e di armonia, come quello di Genesi 1: Dio vi aveva messo tutto quello che era necessario alla vita: alberi di ogni tipo e abbondanza d’acqua: attraverso fiumi e attraverso la rugiada: entrambi abbondanti e continui come continua e florida scorreva la vita di tutto. Non c’era da aspettare la pioggia per avere vita e non c’era paura delle inondazioni. In Genesi 2, l’uomo è posto al centro della creazione come in Genesi 1 è posto al suo culmine. In ogni caso, la centralità dell’uomo è affermata. E come in Genesi 1 l’uomo è creato a immagine di Dio, signore della natura, così Genesi 2 ci dice che Dio crea l’uomo con la libertà e la responsabilità di un essere morale capace di rispettare il limite tra sé e il suo Creatore, e quello esistente tra il bene e il male. Genesi 2 ci dice anche che quella signoria sulla natura che l’uomo aveva ricevuto in Genesi 1, non si esprime attraverso un atteggiamento distruttivo di sfruttamento, ma attraverso un atteggiamento regale di servizio e protezione. A un mondo dove la donna era già abbondantemente diventata serva del maschio, il testo ci dice che Dio aveva creato Eva dalla stessa carne di Adamo attribuendole dignità e valore. Lo stesso aveva fatto Genesi 1 dicendo che quell’uomo creato a immagine di Dio era “maschio e femmina”. No, non c’è differenza tra Genesi 1 e 2 per quel che riguarda la visione delle origini e il senso della vita. In Genesi 2 c’è solo un linguaggio diverso, un linguaggio usato per dire che quel Dio, che sovranamente aveva creato il mondo, era tuttavia un Dio vicino all’uomo, un Dio che lo crea toccandolo, plasmandolo con una vicinanza e intimità straordinaria, un Dio che crea non semplicemente il mondo in astratto, ma il mondo che è casa dell’uomo. Una casa diversa però da come i primi lettori concretamente la conoscevano. Tutto è cambiato a causa della ribellione dell’uomo a Dio, ribellione che ha distrutto l’armonia tra la creatura e il Creatore, ed ha introdotto in loro stessi e in tutto il resto, la disarmonia, la lotta e la morte. Da questo nasce il mondo con le spine, con gli arbusti o comunque li si voglia intendere che fanno parte della vita dei piccoli coltivatori  o dei pastori di quel tempo e di tutti i tempi. 

Né Genesi 1 né Genesi 2 possono armonizzarsi con la tesi evoluzionistica, non solo perché entrambi vedono la creazione dei viventi come esseri già specificati e perfetti, ma anche e soprattutto perché entrambi i capitoli sono stati fondamentalmente scritti per dirci che Dio non ha bisogno della fatica dei milioni di anni e della pena della lotta e della morte per creare e sostenere la vita, come invece l’evoluzionismo ha iscritto nel più profondo del suo DNA ideologico. 

Condividiamo quindi con il prof. Sermonti la tesi che il vero nemico dell’Evoluzionismo è la visione biblica della creazione. Ce ne differenziamo invece per il fatto di credere che il vero nemico non sia solo genesi 2, ma tutto il racconto della creazione a partire da quel “Nel principio Dio creò i cieli e  la terra” (Genesi 1:1). 

D’altra parte, perché discutere sul valore di Genesi in rapporto all’evoluzione? Se non si crede che questo libro abbia in Dio la sua prima origine, perché affaticarsi a considerarlo in tutto o in parte? Se si crede che Genesi ci presenti una visione che ha valore perché viene da Dio, allora bisogna accettarlo completamente come dicendoci la verità. Genesi 1 e 2 sono soltanto l’inizio di un percorso. Il Vangelo di Gesù Cristo e la speranza che ci offre di un mondo originario restaurato alla sua primitiva armonia e bellezza ne sono la conclusione.  

L’uomo e gli animali

Il prof. Sermonti scrive: “Nel genesi mitico [cap. 2,3] la vita è un soffio, che solo l’uomo, tra tutti gli animali, riceve; è pensiero e parola, riservati all’uomo (e, per clonazione, alla sua compagna), mentre gli altri animali ne restano privi e saranno animati da una sola parola, quello che l’uomo sceglierà per ognuno di loro.” E’ un pensiero molto bello e vi intuisco sensibilità poetica oltre che logica. Tuttavia, sul piano testuale, mi sembra che difficilmente si possa attribuire al soffio dell’uomo un carattere di esclusività, perché Genesi attribuisce lo stesso soffio a tutti gli animali (Confronta Gn 2:7 con 6:17; 7:15,22. I termini neshmah e ruach sono usati come sinonimi per dire alito, respiro, soffio, vita). Il fatto che Adamo sia invitato da Dio a dare un nome agli animali, non è lo stesso che dare vita. Gli animali esistono per volontà e potere di Dio: è da Lui che ricevono il soffio. Dare loro un nome, nella terminologia biblica, significa piuttosto riconoscerne la natura specifica ed esercitare su di essi un’autorità e un dominio (anche questo fatto presente in Genesi 1). 

E’ proprio sul rapporto tra uomo e animale che l’opinione del prof. Sermonti ci sembra maggiormente differire dalla visione biblica. Provo a spiegarmi. 

Mi sembra di capire che il prof. Sermonti inserisca la sua visione scientifica dell’origine e dello sviluppo della vita sullo sfondo del quadro fornito dalla geologia moderna con i suoi lunghissimi tempi e la comparsa di nuovi tipi (mi si perdonerà la terminologia non proprio scientifica) durante lo svolgersi delle diverse ere. A differenza dell’evoluzionismo corrente, il professor Sermonti fa però notare che tali nuove forme di vita non sembrano essere il risultato di lenti adattamenti dovuti alla selezione naturale o a mutamenti genetici casuali. Egli considera questi fattori come inadeguati a spiegare la realtà dei dati oggettivi. Avanza quindi la tesi che tutte le forme viventi esistenti siano in realtà manifestazioni di una possibilità già presente nella creazione originale e che aspettino solo le circostanze opportune per svelarsi improvvisamente. E’ una tesi che mi affascina e alla quale di tanto in tanto ripenso per capirne l’oggettività e le implicazioni. Si tratterebbe di un’altra versione del concetto di creazione continua? Se così fosse non contraddirebbe la visione di una creazione conclusa prospettata da Genesi 1 in cui le varie forme viventi appaiono già presenti de facto al momento della creazione? Non contraddirebbe anche il fatto, presente in Genesi 2, che l’uomo abbia dato un nome agli animali, ne abbia cioè riconosciuto l’identità e diversità in un momento iniziale della storia? Quali limiti attribuisce il prof. Sermonti a questa capacità del vivente di contenere in sé il progetto di tante altre forme possibili? Se tale possibilità fosse limitata entro il quadro di quello che noi chiameremmo “variazioni sul tema”, rimanendo sempre nell’ambito, ad esempio, di quelli che noi chiamiamo generi o famiglie, come potremmo spiegare il fatto che alcuni di essi non sono testimoniati nella successione stratigrafica? Sarebbe questa una prova del fatto che essi non esistevano in certe ere e che siano sorti improvvisamente in epoche successive? O non si può forse leggere la natura stessa degli strati geologici e quella dei fossili in essi contenuti come  testimonianza di un catastrofismo legato, ad esempio al diluvio biblico, che porterebbe ad un accorciamento enorme dei tempi geologici? Certo, la tesi potrebbe aiutare a rispondere a delle domande che anche i creazionisti biblici si pongono e, se accolta entro i limiti cui accennavamo sopra, potrebbe spiegare la molteplicità straordinaria delle forme esistenti. Alla fine, come ogni ipotesi, anche questa deve confrontarsi con i fatti, ma i fatti sono spesso letti alla luce di presupposti. Uno è quello della geologia uniformista, un altro quello del catastrofismo biblico. Sul piano scientifico sia le ipotesi che i presupposti vanno sostenuti o rifiutati in base ai fatti che possono sostenerli o contraddirli. Se ci si pone però sul piano della fiducia nel messaggio biblico, mi sembra difficile non vedere proprio nel fatto che l’uomo è chiamato a dare un nome agli animali, il fatto che l’uomo non sia l’archetipo universale della vita, ma colui che venendo dopo prende consapevolezza di ciò che già esiste e lo riceve in dono. 

Il fatto che l’uomo sia il meno specializzato tra le tante specie, prova che è il più vecchio dei primati e dei vertebrati e che questi sorgono come particolarità del modello che lui offre, o è semplicemente colui che nel progetto di Dio doveva avere più libertà di scegliere la propria vita e la capacità di gestire il mondo in cui tutti gli altri vivono?      

L’uomo bambino

Scrive il prof. Sermonti: “La primogenitura dell’uomo entro la sua famiglia di Primati è attestata anche dai recenti studi delle loro molecole (DNA mitocondriale). Da quando la linea umana si è distaccata da quella dei Primati (radiazione dei Primati antropomorfi), la molecola degli uomini ha subito 13 refusi, contro 34 dello scimpanzé. In termini canonici questo voleva dire che l’uomo è molto meno “evoluto” degli scimmioni africani e che quindi “l’antenato comune” è piuttosto un uomo che una scimmia, che la linea umana è rimasta, per così dire, bambina rispetto a quella quadrumane.”

Non sono un genetista e non saprei come valutare i dati ai quali il professore si riferisce. Mi chiedo soltanto, e da ignorante,  come si faccia a sapere che il DNA dell’uomo abbia subito meno refusi di quello dei primati antropomorfi a partire da un dato periodo o un dato antenato comune. Come si fa a sapere com’era il DNA di tale antenato se esso non esiste più? E se anche esistesse ancora, come si farebbe a sapere che è proprio lui quello da cui gli altri derivano? Cosa sarebbero poi questi refusi? Si tratta di errori funzionali? Ma se fosse così come hanno fatto i loro portatori a sopravvivere? E se sopravvivono, come si fa a dire che sono errori? Sono persona curiosa, a volte anche persino infantile. Tutto il ragionamento non presuppone, di fatto, quell’evoluzionismo e i suoi meccanismi supposti che si vorrebbe invece rifiutare? Mi farebbe piacere capire meglio e lo dico senza malizia perché anche dal mio punto di vista religioso, il fatto che qualche scimmione possa essere il risultato di una involuzione dell’essere umano mi porrebbe meno problemi del contrario. 

Adamo ed Eva

Il professore Sermonti spiega la nascita di Eva dalla costola di Adamo come una sorta di “clonazione” attribuendo così anche a lei i caratteri di archetipo dell’uomo. E’ una visione che onora la donna sul piano morale e spirituale, e dovrebbe farlo anche sul piano sociale. L’intenzione non è lontana da quella che probabilmente ha il testo biblico. E tuttavia vi sono delle diversità che non si possono ignorare, soprattutto quando, come fa il prof. Sermonti, si pone il testo biblico in parallelo con la mitologia greca che fa nascere Afrodite Anadiomene, “la madre di tutti i viventi”, dai testicoli di Urano che il figlio Cronos taglia con un falcetto.  Il prof. Sermonti fa infine notare come Genesi 2 si chiude con l’affermazione sulla nudità senza vergogna dell’uomo e della donna, e commenta: “La nudità esprime non la indecenza della prima coppia, ma il loro essere inermi, privi di protezioni e di armi (e di nome), come invece tutte le bestie e i volatili. Via via che li acquistano, gli animali perdono la loro onnipotenzialità e si chiudono nella loro specializzazione.”  

Offro alcune alternative:

1.      La storia della donna tratta dalla costola di Adamo è probabilmente il frutto di un gioco di parole sulla parola ebraica sala’ che può significare sia costola, che fianco e da qui anche lato, aspetto. Quello che il testo vorrebbe dire è probabilmente che la donna rappresenta un aspetto complementare dell’essere umano insieme con il maschio. Non si tratta quindi di una vera clonazione (ma capisco che probabilmente anche il prof. Sermonti usa il termine in senso molto lato) portante a un essere identico ma ad un essere distinto all’interno di una unità di base che attribuisce ad entrambi la stessa dignità e valore. Il paragone con la nascita di Afrodite fa perdere questa peculiarità del testo biblico.

2.      Il testo biblico non attribuisce alla nudità originale alcuna connotazione morale negativa. In questo concordo con il prof. Sermonti. Il sottolineare che “non ne avevano vergogna” tende probabilmente a enfatizzare il fatto già sottolineato in Genesi 1 che tutto quello che Dio aveva creato era buono. Vuole forse anche dire che l’uomo e la donna, vivendo in armonia con Dio, pienamente inseriti nel suo progetto di vita, accoglievano se stessi con innocenza e candore. Sarà il peccato, a introdurre disarmonia, vergogna di sé e timore dell’altro e di fronte all’altro. Allora la nudità sarà vergogna, ma non alla creazione di Dio. Interpretare questa nudità come segno del loro essere indifesi, non armati come le altre creature, mi sembra obbligare il testo entro i limiti di una problematica che non è la sua. Altrimenti cosa vorrebbe dire il fatto che dopo il peccato l’uomo e la donna si fecero delle cinture di fico, che poi Dio sostituì con tuniche di pelle? Non dovrebbe questo portare alla conclusione che l’uomo non è più l’animale bambino che conserva tutte le potenzialità? Che ha  perso la sua natura biologica originaria diventando uno tra i tanti animali specializzati? Ma non sarebbe questo proprio il contrario di quello che si vorrebbe dimostrare?

3.      Il testo di Genesi 2 attribuisce in qualche modo dei nomi sia all’uomo che ad alla donna. Adamo è chiamato tale già fin dal v. 7. Certo, si potrebbe obiettare che qui Adam è usato come nome comune e che solo più tardi acquisterà il valore di nome personale, ma i nomi ebraici hanno valore diverso dai nostri, essi sono descrittivi di ciò che la persona è: ed Adamo è quello che Adam significa, “colui che viene dalla terra”. Lo stesso avviene per la prima donna di cui, subito dopo la sua apparizione, Adamo dice che sarebbe stata chiamata isha, femminile di ish, uomo, “perché è stata tratta dall’uomo”. Successivamente, in Genesi 3:20, Adamo chiama sua moglie Eva, perché, dice, “è stata la madre di tutti i viventi.” Adamo dà quindi nomi non solo agli animali ma anche alla moglie, prima e dopo del peccato, anche se probabilmente con un senso in parte diverso come la linea del racconto impone di pensare (riconoscimento della natura dell’altra ma non necessariamente dominio su di lei). Il fatto che gli animali ricevano un nome non dovrebbe quindi simboleggiare la loro perdita di potenzialità tranne che, non lo si voglia dire anche di Eva, cosa che  però il testo non mi sembra consentire. 

Evoluzione o eternità?

A conclusione del suo scritto, il prof. Sermonti ritorna sulla distinzione tra Genesi 1 e Genesi 2 facendo del primo il modello della competitività evoluzionistica, del secondo il modello della stabilità e dell’eterno. Confesso che mi viene difficile capire il perché. L’unica spiegazione cui mi sembra ci si riferisca esplicitamente è il riferimento al dominio dell’uomo sulla natura in Genesi 1. Alcuni critici della Bibbia hanno voluto vedere in questo dominio la causa dei mali derivanti dallo sfruttamento dell’uomo sulla natura, ma il testo non identifica tale dominio con lo sfruttamento. Esso viene inquadrato invece in un progetto di Dio in cui ogni cosa è in armonia con il resto della creazione, in cui non solo ogni cosa è buona in se stessa ma in cui l’insieme è “molto buono”. Il contesto biblico della creazione impone di vedere il dominio dell’uomo sulla natura come segno dello stesso atteggiamento che Dio ebbe verso di essa nel crearla. Non per niente l’uomo è creato “ad immagine di Dio”. Se si vuole cercare un modello di assenza di competitività è proprio in Genesi 1 che esso è più chiaramente presente: solo in esso si afferma il totale vegetarianesimo di tutti i viventi, segno di rispetto per tutti e di pace con tutti.  Mi viene da pensare che il prof. Sermonti sia stato influenzato, nella sua valutazione, da quanto aveva detto all’inizio del suo scritto, cioè che Genesi 1 è usato come modello ideologico ateo dagli evoluzionisti. Il professore mi perdonerà se azzardo un paragone con Cristo. Nel suo nome i crociati e tanti altri hanno ucciso milioni di persone, eppure Cristo ha soltanto dato se stesso per amore dei suoi nemici ed ha insegnato ai suoi discepoli a fare altrettanto. 

Sia Genesi 1 sia Genesi 2 descrivono un Creatore dinamico ed una vita dinamica,  ma non evolutiva né competitiva.  La creazione è già perfetta ed è quindi chiamata alla stabilità anche se non all’immobilismo. Essa viene posta dal Creatore all’inizio del cammino dell’eternità e solo la ribellione dell’uomo rende doloroso il cammino che alcuni addirittura smarriscono. Il Vangelo in cui confidiamo ci permette di riprenderlo con nuova sicurezza e slancio, perché ci chiama a camminare con Colui che conosce la strada smarrita perché lui stesso è “la via, la verità, e la vita”.       

Con affetto e riconoscenza,

Past. Giovanni Leonardi

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[1] Tengo a precisare che, a mio personale parere, la tesi sul primato della ragione non è da rifiutare. Bisogna solo esercitarla con umiltà, qualità che sembra spesso mancare a molti illuministi dei tempi passati e anche del nostro.

[2] Old Testament in Modern Research (1954), p. 11. Cit. in R. K. Harrison, Introduction to the Old Testament, Inter-Varsity Press, 1969, p. 21.

[3] Parlando di Genesi 1, Sermonti nota:E’ stato notato (Graves e Patai) che il Genesi 1 mantiene alcuni elementi della cosmogonia babilonese”. Nel suo contesto, tale frase sembra quasi essere prova del fatto che Genesi 1 abbia veramente la sua origine in epoca esilica. Tuttavia, anche se il parere di Graves e Patai risultasse vero, non significherebbe molto sul piano cronologico perché i miti babilonesi dovevano essere molto conosciuti anche altrove e anche prima dell’esilio. D’altra parte, se l’argomentazione fosse corretta, allora dovrebbe ben più a ragione essere applicata a Genesi 2 per i diretti riferimenti al mito di Ghilgamesh che stiamo riportando.
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11/21/2014 1:26 PM
 
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La Genesi:
non è in contraddizione con la scienza

Abbiamo colto l’occasione per intervistare sugli stessi temi il prof. Vincenzo Balzani, anche lui chimico e professore emerito all’Università di Bologna, molto noto in ambito internazionale e recentemente premiato dalla prestigiosa rivista“Science” tramite il “Nature Award for mentoring in Science”. Nel 2011 ha partecipato al Cortile dei Gentili, evento culturale organizzato dal Pontificio consiglio per la Cultura.

 

1) Prof. Balzani, nell’intervista per l'”Huffington Post”, Peter Atkins mette duramente a confronto la scienza e la fede attraverso un dualismo tra bene e male. Lei è un chimico e un credente, condivide le accuse rivolte alla religione? Osserva anche lei questa totale inconciliabilità?
E’ noto che Atkins è un ateo, ma è anche una persona intelligente e mi meraviglia che abbia tranciato giudizi così categorici. L’ho incontrato un paio di anni fa a Roma in occasione di un congresso internazionale sull’insegnamento della scienza, ha tenuto una conferenza subito dopo la mia, abbiamo detto cose molto diverse ma alla fine ci siamo congratulati a vicenda. Nessuno ha la verità in tasca.

Uno dei motivi su cui si baserebbe l’inconciliabilità fra scienza e fede è la supposta incongruenza fra l’evoluzione cosmica che secondo la scienza ha portato alla formazione dell’universo così come lo conosciamo (inclusa l’evoluzione biologica sulla terra) e la creazione del mondo e dell’uomo così come è descritta nella Genesi. In realtà i due racconti, quello della scienza e quello della Bibbia, non devono essere contrapposti, ma si possono benissimo tenere assieme. Perché Genesi non è un libro scientifico, come invece affermano i creazionisti americani. Il primo capitolo di Genesi, non è un resoconto dell’attività di Dio che ci viene dato per risparmiarci la fatica e toglierci  la bellezza di scoprire, mediante la scienza, la storia dell’universo. Quello di Genesi è un racconto simbolico che vuole farci conoscere una verità di fede: tutto è stato creato da Dio per amore dell’uomo, che di Dio è immagine.

Ma se è sbagliato pensare che la creazione in senso materiale sia avvenuta letteralmente nei tempi e nei modi del racconto di Genesi, io penso sia sbagliato anche pensare che la storia dell’universo così come ce la presenta la scienza sia di per sé sufficiente e che quindi non ci sia bisogno di Genesi. I due racconti sono su due piani diversi. Quello della scienza è un tentativo di dare una risposta alle domande: come si è formato l’universo e, in esso, come si è formato l’uomo? Quello della Bibbia è la risposta, secondo la fede, alla domanda: perché c’è l’universo e che significato ha, in esso, la presenza dell’uomo? Come ha scritto il Cardinale Martini, ci sono infatti due scritture: c’è la scrittura dell’uomo, la scienza, che si occupa dei fatti, dei fenomeni e delle teorie che li spiegano, e c’è la scrittura di Dio, la Bibbia, dove si trovano le risposte ai grandi interrogativi della vita dell’uomo.

Per capire quello che avviene al mondo c’è sempre bisogno di due Scritture, di due interpretazioni: una materiale e una spirituale. Per spiegarmi meglio, faccio ricorso ad un esempio semplice, tratto dalla  mia vita quotidiana. Accade spesso che io sia nel mio studio a lavorare mentre mia moglie è in cucina. Ad un certo punto mi stanco, vado in cucina e mia moglie dice: ti faccio un tè. Questo farmi un tè da parte di mia moglie ha due aspetti. Il primo è questo: mette la teiera sul fuoco e fa bollire l’acqua. La scienza può spiegare nei più minimi dettagli cosa accade nella teiera che è sul fuoco. Questo è l’aspetto materiale. Ma c’è un altro aspetto nel farmi il tè da parte di mia moglie: mi fa il tè perché mi vuole bene. Questo è un aspetto che la scienza non può cogliere, esattamente come il volermi bene di mia moglie non può spiegare come mai l’acqua nella teiera, sul fuoco, bolle. La scienza spiega come mia moglie fa il tè; è una questione materiale; l’amore spiega perché fa il tè, è una questione spirituale. Materia e spirito, scienza e (per chi crede) fede, sono due aspetti diversi, complementari, entrambi essenziali, di un’unica realtà: la realtà dell’uomo.

 

2) Leggendo le risposte di Peter Atkins si scorge una fiducia spropositata nei confronti della scienza: “Non esiste nessuna questione dell’essere su cui la scienza non possa far luce” e in seguito: “la chiave del sapere universale è in mano alla scienza”. Secondo la sua esperienza di scienziato, è davvero così?
“Nessuna questione dell’essere su cui la scienza non possa far luce …. sapere universale…”. E’ la segreta ambizione di alcuni scienziati: diventare come Dio. Lo scrive anche un illustre collega di Atkins, Stephen Hawking: “Se saremo abbastanza intelligenti per scoprire questa teoria unificata, decreteremo il definitivo trionfo della ragione umana, poiché allora conosceremo il pensiero stesso di Dio” (La Teoria del Tutto, Rizzoli, 2003).

Spiegare tutto. Se ci riuscissimo, sarebbe un disastro. Infatti il giorno in cui il sapere giungesse a stabilire con certezza l’origine e la fine di tutte le cose non ci sarebbe più spazio per la libertà. La libertà presuppone il confrontarsi con l’indeterminato, col mistero. Ma non c’è da preoccuparsi. Qualsiasi scienziato sa che ogni scoperta scientifica genera più domande di quelle a cui dà risposta. Lo ha detto due secoli fa Joseph Priestley: “Più grande è il cerchio di luce, più grande è il margine dell’oscurità entro cui il cerchio è confinato”; lo ha scritto Martin Buber nei racconti dei Chassidim:“Hai acquistato conoscenza, che ti manca?” “Così è in verità. Se tu hai acquistato conoscenza, allora soltanto sai quel che ti manca”; lo ha ripetuto Wittgenstein: “Sono andato per tracciare i contorni della mia isola e invece ho scoperto i confini dell’oceano”; lo ha ricordato Science (vol 309, 1 July 2005): “The highway from ignorance to knowledge runs both ways: as knowledge accumulates, diminishing the ignorance of the past, new questions arise, expanding the area of ignorance to explore”. La fisica stessa ci insegna che una delle cose che certamente sappiamo è che non potremo mai sapere tutto (Principio di indeterminazione di Heisenberg). John Maddox (What remains to be discovered, Simon’s book, 1998) spiega che non sappiamo ancora cosa siano lo spazio, il tempo, l’energia, la materia, come è iniziato l’universo e come è iniziata  la vita, cosa sono la mente e la coscienza. Altro che sapere tutto. Penso che gli scienziati dovrebbero volare più basso. Come suggerisce Wittgestein, “Su ciò di cui non possiamo parlare è meglio tacere”.

 

3) Lei ha auspicato un’alleanza tra credenti e non credenti in favore delle energie sostenibili, in particolare l’energia solare. Perché è una tematica che dovrebbe  avere a cuore un credente?
Perché per il credente la Terra è un dono di Dio, una specie di grande talento che Dio ha dato, collettivamente, all’umanità. Il compito che ci è stato assegnato è quello di custodire e far fruttare, non di distruggere, questo talento. Per custodire il pianeta è necessario utilizzare le sue risorse in modo sostenibile. L’energia che ci viene dal Sole è l’unica energia sostenibile poiché è abbondante, inesauribile, ben distribuita, non pericolosa, non collegata ad applicazioni militari, capace di far sviluppare l’economia e di colmare le disuguaglianze. Naturalmente, anche i non credenti sono interessati a custodire il pianeta. Per cui, la Terra è il grande Cortile dei Gentili dove credenti e non credenti ogni giorno devono incontrarsi e discutere, perché devono vivere insieme. Il cristiano deve portare la sua testimonianza evangelica immergendosi laicamente nei problemi del pianeta Terra, in mezzo a tutti gli altri uomini dei quali condivide il destino.


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4/8/2015 6:13 PM
 
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L'EVOLUZIONE DARWINIANA:
di Nunzio Nobile

I darwinisti ritengono che tutti gli organismi viventi discendono da un antenato comune. Già il reperto fossile falsifica in molti casi questa teoria ,ma i darwinisti insistono nell'affermare che lo studio delle sequenze del dna in molte specie vicine e lontane tra loro confermerebbero la teoria. Ma gli studi recenti hanno falsificato questa concordanza: in moltissimi casi esiste una discordanza assoluta tra le sequenze del dna e la vicinanza delle specie fra loro. Questo avviene a cominciare dai batteri in cui esiste una discordanza totale tra i fila principali , archeobacteri e procarioti ed eucarioti unicellulari le cui sequenze discordano con la supposta discendenza comune tra questi fila.

I darwinisti però ritengono che nei bacteri esiste un passaggio di geni tra un bacterio e l'altro e questo scombussola il quadro. Ma questa discordanza avviene anche negli animali superiori ;per esempio il dna dell'uomo è più simile a quello del topo rispetto all'elefante ,essere più vicino all'uomo nella discendenza, mentre i micro Rna dell'uomo sono più vicini a quello dell'elefante rispetto al topo. Il citocromo c dei vari organismi rispetta l'albero di discendenza comune comunemente accettato, ma il citocromo B non lo rispetta affatto e non concorda affatto col citocromo c.

Gli evoluzionisti darwiniani affermano che la prova della discendenza comune da un unico antenato è il fatto che all'inizio dello sviluppo embriologico di ogni vertebrato gli embrioni hanno forme uguali, e ciò dimostra l'origine comune da un unico antenato. Ma studi approfonditi recenti hanno dimostrato che non è cosi': si è visto che all'inizio dello sviluppo gli embrioni ,anche di specie molto simili ,sono diversi in dimensione, in struttura. Gli evoluzionisti allora hanno scoperto che a metà dello sviluppo embrionale la struttura dei vertebrali è simile. Si ha, per cosi' dire uno sviluppo a clessidra, nella zona ristretta della clessidra si ha somiglianza in tutti i vertebrati.

Ma studi recenti hanno falsificato questa somiglianza e anche in questa zona di sviluppo si hanno molte diversità tra le specie. Cosi' anche la teoria che l'ontogenesi ricapitola la filogenesi è sbagliata e l'antenato comune è ancora sempre di più un fantasma.

Insomma è un gran pasticcio e gli studiosi non si orientano più con queste discordanze e tutto ciò mette in crisi la discendenza comune.

Che ci sia davvero dietro un disegno intelligente che spiega queste discordanze:? infatti tutto ciò e' meglio spiegato da una una creazione indipendente delle varie specie, tutto secondo le loro caratteristiche specifiche.

SELEZIONE NATURALE E COMPLESSITA' STRUTTURALI

La selezione naturale può creare l'informazione per le strutture complesse della vita? Abbiamo visto precedentemente che le mutazioni casuali non possono creare informazione di strutture complesse della vita. Lo può la selezione naturale?

I principali biologi riuniti a Altembeng, in Austria, nel 2oo8 hanno affermato: la sintesi moderna è brava notevolmente a modellare la sopravvivenza del più forte ma non è brava a modellare l'arrivo del più forte'. In altre parole la selezione naturale non è in grado di creare un carattere che determini un migliore adattamento tale da soppiantare e sostituire il precedente carattere in una popolazione. L'evoluzione darwiniana non riesce a spiegare la sopravvivenza del più adatto, non solo la creazione del più adatto. Si può fare l'esempio di una mutazione che crei un pelo bianco in volpi che vivono in ambiente nevoso .Le volpi con pelo grigio dovrebbero sparire a poco a poco, in realtà non si verifica cosi' o perchè possono avvenire tanti fatti casuali che possono impedire che la volpe col pelo bianco trasmetta i suoi geni ai discendenti, perchè, per esempio si è azzoppata per un incidente e non è più in grado di sopravvivere, oppure possono essersi aggiunte altre mutazioni casuali deleterie o negative che hanno annullato il vantaggio iniziale. Queste mutazioni o forze casuali che annullano eventuali vantaggi si chiamano deriva genetica. A meno che una mutazione dia un fortissimo vantaggio selettivo ,le forze della deriva genetica annullano l'effetto della selezione naturale.

Le mutazioni della deriva genetica sono in genere neutrali oppure leggermente negative per la sopravvivenza e su di esse la selezione naturale non agisce. Sono forze stocastiche cioè casuali e portano un forte ostacolo ai processi di adattamento, scoraggiando la formazione e la fissazione di mutazioni benefiche. Negli organismi le linee di adattamento e di difesa sono già altamente raffinati e sovrabbondanti, cioè ridondanti. La selezione naturale non può migliorarli questi meccanismi che sono già perfetti e non più migliorabili e questo si trova in grande quantità in tutti gli organismi che sono tutti in condizioni ottimali e ridondanti. Vedi gli studi del genetista Stanford. Ma anche le forze della deriva genetica sono stocastiche e casuali; è possibile che le forze casuali possano dare nuove informazioni complesse e specificate? Non è possibile per impossibilità statistica, come abbiamo visto nel precedente articolo. Non si potrebbe mai costruire un'ala o un occhio attraverso processi stocastici di deriva genetica. Solo la selezione naturale, che è un processo non casuale può causare adattamenti ma tutto ciò è quasi sempre neutralizzato dalla deriva genetica che tende a sopraffare la selezione naturale. Quindi la selezione naturale non riesce ad agire perchè in tantissimi casi è sopraffatta dalla deriva genetica casuale, e un processo casuale non può per definizione creare strutture ed organi complessi. La biologia moderna si dibatte tra queste contraddizioni, e questo, a mio avviso perché non vuole riconoscere che dietro il fenomeno della vita esiste un disegno intelligente non naturalistico.
[Edited by Credente. 4/8/2015 6:20 PM]
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4/8/2015 6:50 PM
 
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MANCANZA DI REPERTI FOSSILI INTERMEDI
Scritto da Nunzio Nobile Migliore

Per la teoria darwiniana, avvenendo l'evoluzione da una specie all'altra ed anche da una famiglia all'altra e da un philum all'altro a piccoli passi casuali ,ci dovrebbero essere nei reperti fossili un'infinità di elementi intermedi , ma in realtà questi elementi non si trovano, e non per una deficienza dei reperti fossili ma proprio perchè questi elementi non esistono, e questo lo ammette la teoria di Gould degli equilibri punteggiati. In tutta la storia della vita esistono enormi periodi di tempo in cui non c'è evoluzione e periodi di tempo brevissimi in relazione ai tempi geologici in cui avviene un'esplosione di forme viventi le più varie.

Il più importante di questi periodi è il periodo precambriano avvenuto 550 milioni di anni fa, secondo i calcoli degli evoluzionisti. In un periodo di circa 10 milioni di anni si sono formate in modo esplosivo tutte le famiglie ed i philum degli invertebrati, ed anche il philum dei cordati. Il periodo di tempo è brevissimo rispetto al grande numero di nuovi geni che si sono formati per dare origine a questa esplosione e quindi tutto questo non è potuto avvenire col meccanismo darwiniano ,è mancato letteralmente il tempo. Ma nella storia della vita si sono verificate altre esplosioni ,una di queste è l'esplosione dei pesci ,anche avvenuta in tempi brevi. Un'altra è lo sviluppo rapidissimo delle angiosperme, le piante con fiori: esse non hanno antenati evidenti per un periodo di 80 milioni di anni prima della loro comparsa. Anche molti ordini di mammiferi appaiono in modo esplosivo: c'è assenza di forme intermedie tra le famiglie di carnivori e gli ordini dei mammiferi. Esiste ancora un'esplosione degli uccelli, con grandi gruppi di uccelli che appaiono in tempi brevissimi. In altri esempi invece gli evoluzionisti credono di aver trovato forme di transizione. Sarebbe per esempio il caso delle balene che sarebbero derivate da piccoli mammiferi terrestri simili agli ippopotami moderni.
Sono stati trovati per esempio animali terrestri coll'apparato acustico delle balene e animali acquatici muniti di zampe anteriori. Però il passaggio dagli animali terrestri e le balene sarebbe avvenuto in tempi molto brevi, inferiori ai 10 milioni di anni e in questo tempo breve si sarebbe dovuto formare: uno sfiatatoio con la muscolatura e il controllo dei nervi; modifica dell'occhio per la visione subacquea; capacità di bere acqua di mare; arti anteriori trasformati in pinne; modifica della struttura scheletrica; capacità di allattamento subacqueo; origine della pinna caudale e muscolatura connessa; meccanismi per l'isolamento termico. Molti di questi adattamenti richiederebbero più modifiche coordinate di irriducibile complessità: abbiamo visto in un precedente articolo che le modifiche casuali coordinate richiedono tempi lunghissimi .oltre l'età dell'universo.

Nel caso delle balene tali modifiche sono arrivate in tempi molto brevi, impossibili col meccanismo darwiniano. Anche l'origine dell'uomo ha dei vuoti di questo genere. Tra gli austropitechi e il genere Homo esiste un enorme gap non colmato dai fossili. In conclusione la storia della vita presenta numerose esplosioni che smentiscono in pieno la teoria darwiniana dell'evoluzione. Viene in crisi anche la teoria dell'antenato comune.
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1/23/2016 4:46 PM
 
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Età e dimensioni dell’Universo
non sono un’obiezione a Dio

UniversoL’Universo é apparso miliardi di anni fa e l’esistenza umana sembra davvero un semplice blip sul calendario cosmico, esistono un gran numero di galassie, enormi quantità di stelle, pianeti e altre entità astronomiche, la terra stessa ha miliardi di anni eppure gli esseri umani hanno iniziato ad esistere solo da un periodo relativamente recente di tempo.

Queste evidenze scientifiche sono statisticamente le più trattate dalle persone di fede atea quando giustificano la loro posizione esistenziale. Eppure, è proprio attraverso la ricerca scientifica che si può replicare: John Barrow e Frank Tipler, nel loro capolavoro intitolato “Il principio antropico” (Adelphi 2002), hanno ben spiegato che le dimensioni e l’età dell’Universo sono proprio ciò che dovremmo aspettarci di osservare. Infatti, un universo corrispondente a dati differenti sarebbe rimasto vuoto e disabitato poiché in un tempo più breve di 15 miliardi di anni gli elementi pesanti (ossigeno e carbonio), indispensabili sia per la costituzione della terra che per i composti organici di cui è fatta la materia vivente, non avrebbero avuto il tempo e lo spazio necessari per formarsi in quantità sufficiente nelle nucleo-sintesi stellari.

Come ha scritto Owen Gingerich, docente di Astronomia e Storia della scienza all’Università di Harvard, «invece di denunciare il carattere marginale e assolutamente effimero dell’umanità all’interno di un universo immenso e antichissimo, bisognerebbe spiegare che in un universo più piccolo e più giovane la nostra comparsa non sarebbe stata possibile, dal momento che non vi sarebbe stato il tempo per “cuocere” a fuoco lento gli elementi necessari alla vita» (O. Gingerich, “Cercando Dio nell’Universo”, Lindau 2007, p.17).

Questa spiegazione, com’è comprensibile, fa sorgere una seconda domanda: perché Dio ha scelto un tale universo piuttosto che produrre miracolosamente le stelle e i pianeti, l’uomo e la natura in un solo attimo? Qui si esce dal campo scientifico e si chiede di entrare nella mente di Dio, è comunque possibile rispondere come ha fatto il filosofo William Lane Craig, della Talbot School of Theology di Los Angeles, osservando che probabilmente il Creatore ha voluto appositamente creare un passato non illusorio al nostro mondo. Si potrebbe anche aggiungere che un universo sorto improvvisamente, già formato, senza una sua naturale evoluzione, avrebbe irrimediabilmente compromesso la libertà degli esseri viventi, costretti e forzati a credere in Lui. Quale Padre sarebbe soddisfatto se costringesse il figlio ad amarlo? Senza la libertà di riconoscere o meno Dio, il Creatore avrebbe forgiato un burattino, non un uomo.

Per questo il noto fisico inglese Paul Davies ha commentato: «Secondo la mia opinione e quella di un crescente numero di scienziati, la scoperta che la vita e l’intelletto sono emersi come parte dell’esecuzione naturale delle leggi dell’universo è una forte prova della presenza di uno scopo più profondo nell’esistenza fisica. Invocare un miracolo per spiegare la vita è esattamente quello di cui non c’è bisogno per avere la prova di uno scopo divino nell’universo» (P. Davies, Conferenza pronunciata a Filadelfia su invito della John Templeton Foundation e diffusa da Meta List on “Science and Religion”).

A chi denuncia la poca efficienza di un tale universo, osservando lo spreco di spazio e di tempo, bisognerebbe ricordare -come ha fatto giustamente il già citato filosofo americano- che l’efficienza è un valore solo per chi ha un tempo e/o risorse limitate, una condizione che è inapplicabile a Dio. Egli va considerato piuttosto come un artista«che spruzza la sua tela cosmica di colori abbaglianti e creazioni. La vastità e la bellezza dell’universo mi parlano della maestosa grandezza di Dio e della sua meravigliosa condiscendenza nell’amare e nel prendersi cura di noi». Effettivamente è soltanto osservando un Universo del genere -finemente sintonizzato alla comparsa della vita e dominato dall’ordine, non dal caos- che può sorgere lo stupore e l’umiltà dell’uomo, che porta a dire: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?» (Salmo 8).

E’ soltanto osservando il nostro Universo che Albert Einstein può affermare: «Noi siamo nella situazione di un bambino che è entrato in unaimmensa biblioteca piena di libri scritti in molte lingue. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri, ma non sa come e non conosce le lingue in cui sono stati scritti. Sospetta però che vi sia un misterioso ordine nella disposizione dei volumi, ma non sa quale sia. Questa mi sembra la situazione dell’essere umano, anche il più intelligente, di fronte a Dio. La convinzione profondamente appassionante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell’incomprensibile universo, fonda la mia idea su Dio» (citato in Isaacson, “Einstein: His Life and Universe”, Simon e Schuster, pag. 27). Un Universo differente, non avrebbe fatto volgere al cielo gli occhi del pastore errante dell’Asia, descritto da Leopardi, nessuno avrebbe sentito la sproporzione della sua finitezza con l’immensità dell’Universo di cui è parte, chiedendosi il significato di questo e che senso abbia lui stesso, la sua stessa esistenza. Nessuno, per concludere, avrebbe colto la domanda infinita di senso che abita noi, esseri finiti.

Bisogna quindi smentire l’idea che la vastità dello spazio e l’età dell’Universo siano una valida obiezione a Dio. E’ proprio vero il contrario, come ha spiegato il celebre evoluzionista Kenneth R. Miller, docente di Biologia presso la Brown University: «il nostro mondo è infinitamente più vasto, più complesso, più vario e creativo di quanto avessimo mai creduto prima, in un certo senso questo approfondisce la nostra fede e il nostro apprezzamento per l’Autore di tale opera, l’autore di questo universo fisico».


10/19/2018 10:39 AM
 
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