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TEOLOGIA DELLA STORIA (R. Th. Calmel O.P.)

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    00 9/9/2011 6:11 PM
    R. Th. Calmel O.P.

    TEOLOGIA DELLA STORIA


    Sommario:


    CAPITOLO PRIMO - Le tre città impegnate nella storia    2
    CAPITOLO SECONDO - Luce dall’Apocalisse    19
    CAPITOLO TERZO – La crescita dell’apostasia    35
    CAPITOLO QUARTO -  Miti e sofismi riguardanti la storia    41
    1. Il mito della storia, divinizzata e beatificante.    41
    2. Un'espressione equivoca: crescita della storia.    43
    3. Il mito del progresso indefinito; la verità dei rinnovamenti.    45
    4. Il sofisma del senso della storia.    55
    5. Il sofisma della storia umana battezzata storia sacra.    57
    CAPITOLO QUINTO – Gli ultimi giorni del mondo    62
    EPILOGO - L'implorazione della Sposa e la risposta del Signore    78

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    00 9/9/2011 6:14 PM
    CAPITOLO PRIMO - Le tre città impegnate nella storia

    L'attuale periodo offre assai di rado spettacoli confortanti al cristiano che non rinunci a farsi un giudizio, nell'ambito della propria fede, sugli avvenimenti di cui è testimone, sulle correnti storiche della nostra epoca e che si serva dei criteri obiettivi e assoluti forniti dalla fede e dalla ragione. Egli può accorgersi ad esempio, nel corso delle sue osservazioni e delle sue letture, che le strutture sociali dei nostri paesi sono modellate e influenzate sempre di più da una mentalità ateistica, sociologistica e tecnocratica, che la resistenza del clero allo pseudo-cristianesimo teilhardiano è troppo spesso priva di mordente, che il reclutamento del clero regolare e secolare, come delle religiose, è molto diminuito, insieme a molti altri fatti desolanti. Queste constatazioni sono evidenti quando si parta da un giudizio nell'ambito della fede e non ci si lasci allettare dall'assurda spiegazione di un'irreversibile evoluzione che spiega ogni cosa, purché la si accetti senza riserve.
    Possiamo attenderci una immediata rettificazione della nostra penosa situazione? Lo ignoro. La sola cosa di cui sono certo è che, attualmente come per il futuro, la grazia onnipotente non ci abbandonerà; e la Chiesa resisterà anche se il modernismo continua dall'interno il suo lavoro di sradicamento, di confusione e di sofisticazione. Per ora, ciò che ci rimane da fare è restare fedeli al posto che Dio ci ha assegnato; perseverare nella preghiera, meditare la santa dottrina; rimanere vicini, malgrado le inevitabili divergenze, a coloro che, come noi, vogliono servire Dio nella vera fede, sia preti che laici, e infine custodire l'esperienza più positiva delle generazioni cristiane che ci hanno preceduto, per trasmetterla viva e vitale.
    Per conservare nel presente disordine questo atteggiamento lucido e coraggioso, bisogna incominciare col mantenere ben salde tutte le verità della nostra fede; soprattutto, forse, ricorrere a tutti gli insegnamenti divini, aggrappandoci, molto più di quanto faremmo in tempi normali, alle rivelazioni che ci dicono la potestà di Gesù Cristo sulla storia, al decisivo versetto di san Paolo, "diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum" e infine alle visioni dell'Apocalisse sulla sovranità e la vittoria di Cristo.
    Più meditiamo questi testi e più nasce in noi la convinzione che il nostro è un Dio nascosto, la cui vittoria si realizza con la croce. I seguaci di Cristo non conoscono altro traguardo se non quello di essere confessori o martiri, vergini o donne pie. La categoria dei cristiani trasfigurati e trionfanti non è fatta per la vita di questo mondo.
    Tuttavia i termini storia, mondo, Chiesa, sono stati confusi, a piacimento, dai nostri contemporanei. Sentendo parlare alcuni di loro, leggendo taluni studi sulla Chiesa e il mondo, non riusciamo più a comprendere con chiarezza se il mondo non si identifichi ormai con la Chiesa, soprattutto quando avanza (stando a ciò che ci dicono) nel senso della liberazione dell'uomo e della ascesa umana.
    Nello stesso modo potremmo anche credere, ascoltando quelle voci, che la Chiesa, pur non essendo esattamente il mondo, tuttavia non se ne differenzi in modo netto, né debba lanciare condanne, in considerazione del fatto che il compito primario del prete sarebbe di " ascoltare la voce del mondo ", senza preoccuparsi eccessivamente di essere attento alla rivelazione del Signore, ne alle maledizioni da lui lanciate contro il mondo. Per quanto concerne la storia, viene ricordato sempre meno che essa è dominata da tre avvenimenti che certamente non si trovano sullo stesso livello, ma di cui nessuno deve essere lasciato nell'ombra, poiché ognuno di essi è indispensabile a una esatta interpretazione; la creazione ex nihilo, il peccato originale, la redenzione attraverso il Figlio di Dio nato dalla Vergine Maria. (Se si considerano questi avvenimenti storici che si pongono in una dimensione diversa dagli altri e che li sovrastano tutti, si può allora capire che il peccato e il demonio sono all'opera, ma anche che ormai sono vinti e che il Signore trionferà di loro con la sua croce, e con la nostra unità alla sua. Tuttavia questo trionfo si colloca nel cuore stesso della lotta e non ancora nella soppressione di questa. Soppressione che è differita ai secoli futuri, dopo la sconfitta dell'Anticristo e il giudizio finale. È bene precisare che questa prospettiva non ha nulla a che fare con il millenarismo. Anche su questa terra, hic et nunc, vi sarà senza dubbio la vittoria; ma essa deve essere intesa nel senso che ciò che il Padre ha dato a Gesù nessuno può toglierlo dalla sua mano, e non nel senso che i lupi rapaci non perseguitino il gregge fedele fin nell'ovile del Pastore e non gli facciano sentire i loro morsi. Ma è impossibile che siano più forti del Pastore: essi non potranno mai portare via le pecore che sono salde nella fede e fiduciose con umiltà).
    Ma ritorniamo alle nozioni di Chiesa e di mondo: vedremo che sono inconciliabili.
    Per mondo intendiamo tre cose: in primo luogo la creazione nel suo insieme e, soprattutto, gli uomini in quanto suscettibili di redenzione; poi i valori della civiltà, lo sviluppo delle possibilità umane nel campo così ricco e vasto della cultura e della vita sociale; infine i princìpi del rifiuto della vita della grazia e della vita della Chiesa che gli uomini portano chiusi nel cuore, ma che organizzano socialmente al di fuori. Questo concetto di rifiuto della carità e della croce (anche indipendentemente dalla sua attuazione nelle istituzioni), ricorre con molta frequenza nel quarto vangelo; Bossuet ce ne da un'interpretazione spesso patetica, con la gravità e la benignità di un prete di Gesù Cristo, nel suo mirabile "Traité de la concupiscence"; ammirevole, nonostante alcuni sviluppi un po' arbitrari dovuti all'enfasi oratoria.
    Ecco ora un succinto estratto, o piuttosto alcune indicazioni ricavate dai testi della Scrittura, sui tre significati principali del termine mondo.
    In primo luogo, il mondo inteso come l'insieme degli uomini che devono venire salvati dalla redenzione: " È lui la vittima espiatrice per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo " (1 Gv. 2,2). "Finché sono nel mondo, sono la luce del mondo " (Gv. 9,5). " Son venuto nel mondo a rendere testimonianza alla verità " (Gv. 18,37). " Dio non ha mandato il Figlio suo nel mondo perché condanni il mondo, ma perché il mondo per mezzo di lui venga salvato " (Gv. 3,17).
    Poi, il mondo come entità politica e universo della cultura. " Se il mio regno fosse di questo mondo, le mie guardie, certo, avrebbero combattuto, perché non fossi dato nelle mani dei Giudei " (Gv. 18,36). " Coloro che usano di questo mondo, ne usino come se non ne godessero, perché i beni di questo mondo passano " ( 1 Cor. 7,31 ); " Vi ho scritto nella mia lettera di non aver relazioni con i fornicatori, tuttavia ciò va inteso non in senso assoluto riguardo ai fornicatori di questo mondo... altrimenti dovreste uscire dal mondo " (1 Cor. .5,9-10).
    Il mondo, infine, che esprime i princìpi del rifiuto di Dio e della sua Chiesa (questo concetto è di gran lunga il più ricorrente). " Non amate il mondo, né le cose che sono nel mondo... perché tutto ciò che è nel mondo, cioè la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia delle ricchezze, non vengono dal Padre, ma vengono dal mondo " (1 Gv. 2,15-16). " Non sapete che l'amore del mondo è odio contro Dio? Chi dunque vuol essere amante del mondo, si fa nemico di Dio " (Gc. 4,4). " Guai al mondo per gli scandali! " (Mt. 18,7). " Tutto il mondo giace in potere del maligno " (1 Gv. 5,19). " Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste nel mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo: ora, perché non siete nel mondo, ma anzi, scegliendovi, io vi ho fatto uscire dal mondo, per questo il mondo vi odia " (Gv. 15,18-19). " Già sta per venire il principe del mondo, ma non può nulla su di me " (Gv. 14,30). " Quando verrà [il Consolatore], egli convincerà il mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio... Il principe di questo mondo è già giudicato " (Gv. 16,8-11). " Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo, e la vittoria che trionfa del mondo è la nostra fede " (1 Gv. 5,4).
    Per chiarire il termine " mondo ", secondo la triplice accezione espressa dal nuovo Testamento, è opportuno collocarlo nella prospettiva della dottrina delle tre città, che deriva anch'essa dal nuovo Testamento e che ci viene esposta da monsignor Journet.
    Su questo punto, come su altri, il grande teologo di Friburgo non ha fatto altro che porre in una luce più nitida, dandogli maggiore chiarezza, un insegnamento che è comune nella tradizione cristiana e tomista. Rifacendoci quindi alla rivelazione, dobbiamo enumerare le tre città: per prima la città di Dio, o santa Chiesa, essenzialmente soprannaturale, senza peccato benché composta di peccatori, che viene da Dio, con poteri e un amore che non sono di questo mondo; poi la città di Satana, composta non soltanto dalle tre concupiscenze che portiamo dentro di noi, ma anche dall'azione di Satana al di fuori di noi: le menzogne, le illusioni, le seduzioni del maligno attraverso le quali il rifiuto di Dio tende a organizzarsi in strutture che possono essere visibili e ufficiali o dissimulate e nascoste. Questa città perversa è già vinta, malgrado i suoi tentativi sempre rinnovati. C'è infine la città umana, con le culture e le civiltà che sono frutto del genio umano nel corso dei secoli. Le due prime città sono supreme e definitive, ma non si trovano evidentemente in una posizione di parità poiché la città di Dio è sempre vittoriosa attraverso la croce, mentre la città di Satana rinnova ogni giorno i suoi sforzi soltanto per vederli quotidianamente crollare, nell'attesa di essere relegata, per sempre impotente, in fondo all'inferno. In quanto alla città umana, temporale per sua natura e limitata alla vita presente, essa entra necessariamente nella sfera di attrazione delle due città supreme, senza però che la città del demonio giunga mai a imporsi in tutto, mentre la città santa, la santa Chiesa, non cessa di irradiare sulla città umana la sua luce celeste e di far sbocciare, anche se in piccoli recinti, i fiori umani più preziosi della saggezza e della poesia, dell'onore e della giustizia politica. (Anche se la città di Dio, la santa Chiesa, si è sempre preoccupata di far penetrare il Vangelo e la sua legge nella città umana, essa non attua con ciò il suo compito precipuo, che consiste nell'annunciare il Vangelo, nel celebrare il santo Sacrificio, nel salvare le anime; ma suscitare e sostenere una civiltà cristiana è una conseguenza ineluttabile del suo compito primario, poiché gli uomini ai quali porta il Vangelo vivono organizzati in società, e devono quindi essere fedeli al Signore nella vita sociale).
    Quella che chiamiamo città umana corrisponde a taluni aspetti del mondo; tuttavia, i due termini non sono rigorosamente equivalenti; il termine di città evoca con maggiore chiarezza alcuni importanti concetti lasciati invece in ombra dal termine mondo: i concetti di organizzazione, legislazione, costume e autorità.
    Così, anche quella che chiamiamo città del demonio corrisponde ad alcuni aspetti del mondo. Ma anche qui, grazie al termine città, vengono introdotte utili precisazioni che permettono di scorgere tutto ciò che vi è di organizzato nell'opera del demonio, il "principe di questo mondo": sia sul piano religioso, cioè per quanto concerne la più intima essenza dell'uomo, poiché è proprio su questo piano che suscita le sue forme aberranti con i loro falsi sacerdoti e i loro falsi dogmi (idolatria, eresia o apostasia); sia sul piano della società politica, dove opera per plasmare i costumi, per stabilire leggi, per dominare i cittadini per mezzo di una gerarchia ufficiale o nascosta.
    Anche se il termine mondo può suggerire tutte queste cose, non riesce però a esprimerle tanto bene come l'espressione città del demonio. Evidentemente, possiamo parlare di mondo cristiano nel senso di civiltà cristiana, come città terrena, illuminata dalla rivelazione e docile alla Chiesa. Ciò che non bisogna però dimenticare è che in un mondo cristiano (come la cristianità medievale, ad esempio) il mondo, inteso nel senso delle tre concupiscenze e del rifiuto di Dio, ha una importanza ben reale e fa sentire la sua influenza nefasta. Ne deriva, ed è un fattore importante, che non ha dalla sua parte la potenza delle istituzioni, che non dispone neppure della forza di una dottrina comunemente ricevuta (o imposta). In questo caso si tratta di uno scandalo non ufficiale, fluido e diffuso, che nasce dalla debolezza e dalla malizia delle persone e dei piccoli gruppi naturali: si tratta della fornicazione senza legge di divorzio, di un insegnante agnostico senza una università laicizzata e laicizzante, degli abusi di un padrone senza l'oppressione della schiavitù statale, universale e mascherata. È più che sufficiente per perdere le anime e incrinare una civiltà, come i cattivi esempi e gli scandali personali. Bisogna rendersi conto che se queste cose esistono, continueranno ad esistere anche in un mondo cristiano. Malgrado ciò, è evidente la differenza (e si tratta anche di una differenza di natura), fra un mondo cristiano come quello del medioevo e un mondo di idolatria, come quello dell'antichità, e ancor più un mondo di apostasia come quello che tenta di costituirsi da due secoli a questa parte. In un mondo cristiano notiamo per prima cosa che gli uomini vengono rigenerati divinamente per la loro appartenenza alla Chiesa gerarchica, anziché beneficiare semplicemente di visite della grazia attraverso strutture religiose e una civiltà che, di per se stesse, sono in opposizione alla grazia. Inoltre, in un mondo cristiano, quali possano essere le debolezze individuali, gli uomini vengono sospinti, sorretti, innalzati da costumi e istituzioni il cui principio animatore è conforme al diritto e al Vangelo. Ma questo non è affatto il principio che anima i costumi e le leggi in un mondo d'idolatria e soprattutto di apostasia.
    Irriducibile per la sua trascendenza soprannaturale alla città terrena, sulla quale non tralascia tuttavia di far scendere i suoi benefizi, la Chiesa è in completa opposizione alla città di Satana, alle tre concupiscenze e alla loro proliferazione naturale, ossia al mondo che rigetta il Vangelo, che è organizzato e costituito su simile rifiuto e per il quale il Signore non ha mai pregato: sia il " mondo " antico dell'idolatria, sia il " mondo " moderno che tende a divenire il mondo dell'apostasia. Quanto al " mondo " medievale, bisogna sottolineare che i princìpi del rifiuto della vita della grazia e della vita della Chiesa che erano certamente attivi in quell'epoca, non avevano però il mezzo di istituzionalizzarsi e di aumentare così le loro devastazioni e i loro danni; ma quel " mondo " esisteva. La Chiesa dei preti e dei santi lo combatteva con tutte le sue forze, cioè con l'infallibile insegnamento del magistero e l'eroismo dei servitori del Signore, conducendo contro di esso una guerra implacabile. Anche se il mondo di quel tempo non aveva ancora inventato le istituzioni, che avrebbero dato al suo rifiuto di Dio la forza della legge o il prestigio dell'idea, ciò non impediva che il suo rifiuto di Dio fosse vivo, che si alimentasse alle tre concupiscenze senza mai saziarsi.
    Gli scrittori di spiritualità delle grandi epoche della cristianità ce lo hanno ripetuto abbastanza nei loro immortali insegnamenti sul disprezzo del mondo. Ciò che essi ci svelano sulla lotta contro le concupiscenze rimane sempre valido. Per l'applicazione della loro dottrina esiste però una differenza fra il nostro secolo e quelle epoche della cristianità.
    Nel nostro tempo come nel loro, ci si insegna a disprezzare noi stessi e a lottare contro le cattive tendenze. Ma dobbiamo farlo senza cessare di opporci, a seconda delle nostre condizioni e della nostra missione, alle istituzioni e ai costumi il cui principio animatore non è più cristiano e il cui spirito è talvolta quello dell'apostasia. Di questa nuova condizione di distacco inferiore non potevano tenere conto i grandi autori cristiani del medioevo e dell'era classica. Essa non esisteva alla loro epoca, è una particolarità del nostro tempo. Ne deriva che la loro dottrina, in se stessa, non è da cambiare. Si tratta solamente d'inserirla nelle prospettive attuali. Il loro insegnamento è stato formulato mentre regnava ancora, in qualche modo, un ordine temporale cristiano. Si tratta di impadronirci di questo insegnamento, farlo nostro, in una situazione molto diversa poiché dobbiamo tentare di ristabilire, secondo la nostra situazione e il nostro stato, un ordine temporale che sia nuovamente conforme alla legge di Cristo. In ogni caso, e qualunque siano le congiunture storiche della città umana e della Chiesa, il mondo basato sul rifiuto di Dio esisterà sempre, persino quando, fortunatamente, non sarà istituzionalizzato. Esisterà sempre e sempre dovremo combatterlo per rimanere fedeli al Signore. Ciò significa che la dottrina mistica degli autentici scrittori di spiritualità sarà sempre attuale e non cesserà mai di esserci di prezioso aiuto.
    Dopo aver posto la città di Dio in rapporto al mondo considerato sia come civiltà sia come principio di peccato, è logico dedurne che il dialogo della Chiesa col mondo, di cui oggi tanto si parla, non potrà mai essere quello di due interlocutori su un piano di parità, in qualsiasi modo si intenda il mondo. Le prime cose che colpiscono nell'incontro fra la Chiesa e il mondo sono la trascendenza della Chiesa e la sua irriducibilità. Per quanto materna possa essere, la Chiesa rimane sempre la città santa che discende dal cielo, da Dio, che raggiunge l'uomo nel segreto del suo cuore per purificarlo e divinizzarlo in Cristo. Ne risulta quindi che l'incontro della Chiesa col mondo non potrà mai assomigliare a quello di due cortesi compagni che inizino un dialogo da pari a pari, una sera d'estate, sotto gli alberi di un giardino pubblico. Il solo incontro autentico e salutare della Chiesa con il mondo è quello dei confessori senza macchia, dei dottori inflessibili, delle vergini fedeli e dei martiri invincibili, ricoperti della tunica scarlatta intinta nel sangue dell'Agnello.
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    00 9/9/2011 6:15 PM
    Dato che in seno alla civiltà, qualunque essa sia (anche nei paesi della cristianità). Satana è all'opera e riesce ogni tanto a stabilire più o meno saldamente il suo regno (giungendo in tal modo a pervertirla), è impossibile per il cristiano vivere nel mondo come testimone o apostolo di Gesù Cristo senza dovere, un giorno o l'altro, separarsi dal mondo, rinnegandolo su determinati punti. Ma quando deve separarsene? Su quale punto deve rinnegarlo?
    Dobbiamo separarci dal mondo quando non possiamo fare come vuole il mondo senza offendere Cristo; separarcene il giorno in cui Satana ci tenderà una trappola servendosi di persone o di cose del mondo. In ciò è racchiusa l'intera storia dei martiri e dei confessori. E la nostra Chiesa continua ad essere la Chiesa dei confessori e dei martiri: martiri della fede che hanno difeso di fronte al mondo la verità rivelata che il mondo rifiutava; che hanno preferito essere esclusi dal mondo, essere messi a morte, piuttosto che rinunciare a lottare contro le false dottrine e le correnti di pensiero eretiche o aberranti; martiri della castità, che si sono separati da un mondo impudico per affermare che le realtà della carne e del corpo provengono da Dio; martiri della fedeltà alla sede di Pietro, come Tommaso Moro, che hanno rifiutato una società che stava passando in blocco allo scisma. Per non parlare dei confessori, dei martiri, delle vergini, delle donne pie. Ci basti sapere che la Chiesa, in mezzo al mondo, è sempre la Chiesa dei confessori, dei martiri e delle vergini, come resta la Chiesa dei sacerdoti e della gerarchia apostolica. Indivisibilmente l'una e l'altra; indivisibilmente la Chiesa dei sacerdoti e dei santi. Infatti, trasmettendo al mondo la luce e le grazie di Gesù Cristo attraverso il ministero dei sacerdoti, la Chiesa non cessa mai di suscitare dei santi.
    Per quanto riguarda i rapporti tra la Chiesa e il mondo, una delle peggiori illusioni dei cristiani del nostro tempo (e qualche volta anche di cristiani molto generosi) consiste nel chiedere alla Chiesa e alla fede cristiana un vastissimo interesse al punto di vista terreno. A prima vista, la cosa può sembrare giusta. Ma dobbiamo invece cominciare col renderci conto e ammettere che il grande interesse della Chiesa e della fede, il loro primo specifico interesse, verte su di un punto di vista non terreno, ma soprannaturale, eterno, celeste. La Chiesa e la fede prestano indubbiamente un effettivo interesse alla visuale terrena, come è testimoniato dall'esistenza delle famiglie cristiane e dai tentativi e successi di un'arte e di una filosofia cristiane, di una civiltà cristiana. Ma queste sono soltanto delle conseguenze, benché siano semplicemente normali e debbano essere perseguite da chi è impegnato in determinate condizioni di vita. Ne deriva che il vero effetto della fede è di darci un'altra visuale, oltre a quella terrena, di farci percepire i misteri che non sono di questo mondo, di darci una speranza che superi all'infinito ogni ordinamento umano. (Comprendo perfettamente che la speranza derivante dalla fede rinsalderà la naturale speranza nella edificazione, sempre molto imperfetta, di una città giusta. Ma, in ultima analisi, la speranza teologale è di un altro ordine).
    Potrete dirmi, essendo stati iniziati a una certa forma di spiritualità: " Ma infine, io vivo nel profano, mi dibatto fra problemi terreni, devo allevare una famiglia e far quadrare un bilancio. Può la fede presentare realmente un grande interesse per queste realtà terrene? E poi, per passare a un piano molto più vasto, mi permetterà di collaborare all'avvento di un'umanità finalmente libera e affratellata, in cui saranno vinte la fame e l'ignoranza, e sarà messo un termine definitivo allo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, agli abusi dei ricchi e dei potenti? ". Vi ricorderò (poiché certo già lo sapete), che la fede ci insegna in primo luogo che vi sono altre realtà al di là di quelle contingenti, e che sono infinitamente superiori: le tre Persone divine che ci chiamano a partecipare alla loro beatitudine per mezzo del sangue sparso sulla croce dal Figlio di Dio fatto uomo, il nostro Redentore. Ci insegna poi a essere fedeli a Dio anche nelle cose terrene; ma perché ciò avvenga, non dobbiamo limitarci ad esse, porvi le nostre ultime speranze, lasciarci trasportare dai sogni di un messianismo terreno. La distanza fra la Chiesa e il mondo è infinita, anche con un mondo che, vivificato dalla Chiesa, tenda a realizzare un giusto ordine. La Chiesa è irriducibile al mondo come la grazia lo è nei confronti della natura.
    Quando santa Giovanna d'Arco si dedicava alla missione temporale della consacrazione del re di Francia, non credeva certo che la restaurazione del legittimo monarca avrebbe trasformato la Francia in una specie di paradiso. Nei suoi confronti sarebbe ridicolo parlare di millenarismo. Essa pensava semplicemente che Dio volesse sulla terra un ordine politico giusto e vi si dedicava con tutta l'anima per amore di Dio. Ma sapeva anche che un abisso separa l'ordine politico, anche se giusto, dal regno soprannaturale. I legami, le intercomunicazioni vive e incessanti fra i due regni, non ne annullano là distanza infinita.
    La fede si interessa alle realtà terrene facendocele assumere in conformità alla legge di Dio, se questo è il nostro compito. (E l'assumerle in questo modo implica il rispettare la loro natura e il rinunciare a noi stessi per amore di Dio). La fede ci preserva poi dall'attendere l'età dell'oro, un millenium, come se il mondo, il temporale, il profano si potessero confondere poco alla volta con la Gerusalemme celeste.
    L'illusione millenarista si presenta spesso ai nostri giorni sotto un aspetto particolarmente strano. Ci si immagina che le istituzioni terrene, poveramente, pesantemente terrene, saranno soppresse a poco a poco dalla carità e dalla generosità cristiane. Si sogna, ad esempio, una carità che sopprimerebbe a poco a poco le ineguaglianze sociali, la necessità di difendere il proprio paese e di possedere delle forze armate. Si considerano le cose temporali nell'utopica prospettiva di un'innocenza sentimentale, in prospettive avveniristiche e angelistiche. Non si tiene presente che la carità e la generosità cristiane incominciano con l'accettazione dei mezzi ineluttabili dell'esistenza temporale e politica, cercando di vivificarli e di renderli più puri, ben lungi dal farli sparire e annullarli.
    E questi mezzi, malgrado ogni sorta di rinnovamento, rimangono immutabili nella loro essenza, immutabili come la nostra natura nella sua condizione di caduta e di redenzione; essi si chiamano proprietà privata, famiglia, strutture intermediarie con le loro libertà e franchigie, gerarchie sociali con le loro distinzioni e privilegi, difesa della patria che, agli estremi, può includere la guerra.
    Pertanto è necessario rifiutare ogni millenarismo, ma con preoccupazione delle cose terrene per amore di Dio (e nell'oblio di se stessi): il cristiano impegnato nelle contingenze della vita deve tenere presenti le due mete.
    Si potrà forse obiettare che con simili premesse sarà piuttosto difficile trovare il coraggio per dedicarsi seriamente ad opere terrene. Avremo questo coraggio se Dio ce lo chiede e se il cuore è saldo in lui, per seguirne la volontà, non desiderando altro che essergli graditi, non cercando altrove la propria pace, il proprio riposo, il proprio supremo aiuto. È impossibile essere orientati in tal modo verso Dio, tendervi con tutte le forze se non sappiamo chi è Dio e cos'è il suo regno e se incominciamo a confonderlo con le cose terrene, anche le migliori e, a maggior ragione, con i sogni e le utopie: come quella, ad esempio, di un'evoluzione, di una trasformazione progressiva dell'umanità che dovrebbe venire liberata da ogni conflitto e da ogni ingiustizia, evoluzione che metterebbe fine alla nostra miserabile condizione di figli di Adamo.
    Se la fede non ci fa prima discernere, e quindi ammettere praticamente, l'infinita distanza che separa il regno di Dio dalla città terrena, il mondo della santa Chiesa (intendo dire santa Chiesa e non gli ambienti ecclesiastici in cui il mondo ha talora una parte preminente), se non possediamo fermamente questa idea rivelata, soprannaturale, della distanza infinita fra le cose del cielo e quelle della terra, allora la nostra fede è debole, e noi rischiamo di non vedere più le cose della terra alla luce di quelle del cielo e di non trattarle dal punto di vista della vita eterna e dell'amore di Dio. Così, quando le cose della terra verranno a mancarci, a deluderci, a tradirci, rischieremo di essere preda dello scoraggiamento, a meno che, in mancanza della luce e della speranza celesti, una specie di frenesia umana ci faccia trascurare le delusioni e i tradimenti, le lacrime e il sangue degli uomini e giunga persino a decuplicare e a galvanizzare le nostre forze, ossessionati dalla visione di non so quale umanità del futuro, trasfigurata, ultra-umana. Ma questa specie di furia generata dall'utopia è da un lato sconosciuta alle debolezze, agli abbattimenti dell'uomo " carnale " e dall'altro è opposta all'eroismo dei santi.
    Ciò che suscita maggiore avversione nella spiritualità teilhardiana, è la confusione dei piani: il Dio In-Avanti coincide col Dio In-Alto, secondo una particolarissima terminologia. Ne deriva questa inammissibile conclusione: porre mano alle cose della terra (di una terra supposta in evoluzione e in cosmogenesi), in altre parole, servire " il Dio dell’In-Avanti ", è identico di per sé all'unione soprannaturale con il vero Dio. Ora, l'ultimo dei cristiani, che conosca bene il catechismo, sa che l'occuparsi delle cose di questa terra non rappresenta, di per sé, l'esercizio delle virtù teologali. Quindi, l'oggetto di tale occupazione, e le virtù relative, sono terrene e non soprannaturali. Se, come dev'essere, questa occupazione è espressione di una anima ispirata, innalzata dalle virtù teologali, unita a Dio, che ha scelto Dio come bene supremo, che si affida a lui con una scelta d'amore, allora è certo che tale occupazione contribuisce al regno di Dio. Ma non di per se stessa. Sono cose elementari: basta distinguere, come ci insegna la fede, la Chiesa dal mondo, la città di Dio da quella terrena.
    Sarebbe troppo lungo descrivere gli errori che derivano da una simile confusione iniziale tra il mondo e la Chiesa. Ne indico qualcuno molto rapidamente. Si osa pretendere che la Parusia verrà a coronare dall'alto una "spinta storica" e uno sforzo civilizzatore a cui non mancava che questo.
    In realtà, l'avvento glorioso del Signore è di un ordine del tutto differente da quello delle civiltà e del loro progresso, reale o presunto. Come l'entrata di ciascuno degli eletti nel paradiso viene a coronare non lo sviluppo di talenti umani, ma una vita vissuta al livello delle beatitudini (realizzata d'altronde molto spesso attraverso l'impiego di doni naturali), così l'avvento di Gesù Cristo nella sua gloria verrà a coronare le lotte supreme e le supreme fedeltà della sua Chiesa militante: fedeltà che si compirà del resto in mezzo a una " ascesa storica " (se si può parlare di ascesa per una degenerescenza), in mezzo a una anticiviltà inimmaginabilmente perversa e apostata.
    Il motivo, il solo motivo che ci sia rivelato sulla Parusia è quello della difesa degli eletti in mezzo ad un pericolo senza confronto, affinché essi siano salvati, malgrado lo scatenamento dell'iniquità (Mt. 24,22-24). Dove avete letto, in quale versetto della Scrittura, o in quale decreto conciliare, che la Parusia s'iscriva nel prolungamento del progresso (supposto) della civiltà e della " ascesa storica "? Con simili teorie togliete alla Parusia la sua irriducibile realtà, ne fate la meta ineluttabile di una salita che deriva da questo mondo, mentre si tratta di un intervento gratuito e onnipotente del Figlio dell'Uomo senza alcun rapporto conseguenziale con le energie, le risorse e i progressi di questo mondo. (Essa si iscrive nella vita della Chiesa di cui è la consumazione. Non si iscrive sulla linea della vita, o della ascesa, della città terrena come tale). E se svuotate in tal modo la realtà della Parusia e il suo mistero, è perché prima avete svuotato un altro mistero, quello del regno di Dio, che avete assorbito nel divenire storico e cosmico.
    Assieme alla Parusia viene misconosciuto il governo divino e la sua ragione definitiva, definitivamente splendente. Alcuni pretendono che Dio governi il mondo e lo faccia durare per permettere i progressi tecnici, la idilliaca fraternità fra i popoli, l'avvento di un'umanità trasfigurata. Quindi il Dio che ci ha creati ed elevati all'ordine soprannaturale, che ha permesso il peccato, che ha sacrificato il suo divin Figlio, nato dalla Vergine, per il riscatto delle nostre colpe, quel Dio, che è l'unico Dio, non avrebbe altra mira nel suo governo provvidenziale che permettere la messa a punto di tecniche e di macchine, la costruzione di non so quale organizzazione sociale! Per sostenere simili teorie bisogna possedere una ben povera concezione di Dio. Per proporle in merito al governo divino della storia, bisogna non aver meditato i maggiori avvenimenti che domineranno per sempre la storia dell'uomo: la creazione, la caduta e il peccato originale, l'incarnazione redentrice; bisogna ignorare di aver respinto le basilari nozioni del catechismo più elementare. In realtà, Dio governa il mondo per la gloria di suo Figlio Gesù Cristo, per l'accrescimento del corpo mistico che è la santa Chiesa, per la santificazione degli eletti.
    Noi ammettiamo senza difficoltà che la storia degli uomini sulla terra abbia anche una ragion d'essere terrena; riconosciamo che il Signore Dio, con la propagazione e la durata della nostra specie, voglia permettere agli uomini di usare le loro ricchezze naturali, stabilire una civiltà meno discordante dalla loro propria dignità, migliorare in una certa misura la loro dimora passeggera sulla terra. Però non è questo lo scopo primo, essenziale, fondamentale della storia umana. Questa finalità terrena è essenzialmente subordinata alla finalità celeste e soprannaturale; non può pretendere di sostituirvisi. D'altronde, la finalità terrena non può essere considerata esattamente se non tenendo conto della nostra condizione di peccatori, senza lasciarci fuorviare dalla chimerica speranza di abolire questa condizione.
    E se Dio fa durare il mondo "propter electos" (in grazia degli eletti), è forse perché essi potranno un giorno essere tali senza ricorrere alle prove della loro adesione a Cristo, invece di riceverle semplicemente, come grazie da far fruttificare in santità? Questo mutamento in senso millenaristico avrà come conseguenza per i cristiani l'abolizione della condizione dolorosa e militante, conseguente alla prima colpa? La fede ci risponde che se la storia si prolunga "propter electos", gli eletti verranno sempre al mondo feriti in Adamo e non potranno guarire che per la loro conformità a Cristo, nell'amore e attraverso la croce. Tutte le iniquità e le manovre della città del demonio (la quale, con la città di Dio, influisce necessariamente sulle civiltà), tutti i suoi successi apparenti sono permessi - non voluti - per l'edificazione della Gerusalemme celeste. Come lo canta magnificamente l'inno della Dedicazione:
    Tunsionibus, pressuris
    expoliti lapides
    suis coaptantur locis
    per manus Artificis;
    Disponuntur permansuri
    sacris aedificiis.

    Da molti anni insegno ai cristiani laici che da quando la città di Dio eterna vive in mezzo alla città carnale peritura e combatte giorno e notte per strappare gli uomini alla città del demonio, sentieri della santità passano veramente attraverso le loro attività profane. Ma ciò non significa dichiarare che le attività profane siano di per se stesse teologali. Le attività che hanno per oggetto le cose terrene divengono una via di unione a Dio soltanto nella misura in cui sono occasione di amore e di rinuncia, invito alla carità e al sacrificio, appello alla lotta contro noi stessi, il demonio e il mondo. Che facciate il pittore o l'agricoltore, il giornalista o il poeta, per poco che siate cristiani, saprete che la vostra attività deve certamente portarvi ad avvicinarvi a Dio, ad approfondire la vostra vita spirituale.
    Ma saprete anche che ciò sarà possibile soltanto a determinate condizioni: la prima delle quali è di concedervi il tempo di raccogliervi nel Signore, di frequentare i sacramenti, di pregare la Madonna; bisogna che abbiate il senso profondo della totalità divina, in unione con Gesù Cristo; bisogna poi che abbiate il senso delle norme proprie della vostra attività e che tentiate onestamente di metterle in atto, malgrado le illusioni, i sofismi, le pressioni della città del demonio che in mille modi cerca di farvele dimenticare e di falsarle. È infine importante che usiate soltanto dei mezzi puri.
    Le attività terrene divengono (come dev'essere) un cammino verso Dio soltanto se vi sforzerete di applicare alla lettera l'insegnamento rivelato più formale sulla distinzione fra il regno di Dio e i beni della terra, la vita terrena e la vita eterna. " II tempo della vita è breve, sicché d'ora in poi quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che sono contenti, come se non lo fossero; quelli che comprano come se non possedessero; e quelli che usano di questo mondo, come se non ne godessero, perché gli apparenti beni di questo mondo passano " (1 Cor. 7,29-31). " Non abbiamo quaggiù una dimora definitiva, ma siamo in cerca di quella futura " (Ebr. 13,14). " Chi ama la sua vita, la perde; e chi odia la sua vita in questo mondo la salverà per la vita eterna " (Gv. 12,25). " Se uno vuoi venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua " (Lc. 9,23). " Che gioverebbe a un uomo guadagnare tutto il mondo, se perdesse l'anima sua? O che cosa potrà dare in cambio della propria anima? " (Mt. 16,26). Si tratta di indicazioni spirituali, comandamenti, che implicano dati dogmatici sulla separazione fra la santa Chiesa e il mondo, fra la città celeste e le città di quaggiù.
    Riassumerò il concetto di questa meditazione, trascrivendo le parole di un amico:
    Se per molti uomini la fede non sembra avere alcun rapporto con la vita terrena, o perlomeno alcun interesse per questa vita, è perché essa esige di vivere concretamente questa vita non da uomo carnale ma lasciandoci guidare dallo spirito di Gesù Cristo (e quindi dimenticando noi stessi); essa esige che anziché "godere di questo mondo", "ne usiamo come se non ne usassimo...".
    Non bisogna neppure cedere all'illusione di un'edificazione del regno dei cieli sulla terra, secondo la quale Dio e Cristo, già fin da adesso, vi sarebbero presenti come " tutto in tutti ", la fede ci obbliga invece a ricordare che, fino all'ultima sera inclusa, la zizzania e il buon grano cresceranno insieme, e che non bisogna lasciarsi tentare dall'illusione di una crescita progressiva di una società pienamente umana, perfettamente al riparo dalle influenze della città del demonio...
    Cristo non è venuto tra noi per correggere il divenire storico delle società umane; senza dubbio, per il fatto di esser venuto a riscattarci, la sua azione soprannaturale e salvifica è subordinata a una certa restaurazione delle società umane in rapporto alla loro finalità naturale. Tuttavia, Cristo non è stato inviato dal Padre a restaurare il divenire storico della società politica.

    A tutto questo, un cappellano mi faceva la seguente obiezione: " Ma se le cose stanno così, l'avventura del cristiano è decisamente sbiadita, tutt'altro che esaltante ". Esaltante per le tre concupiscenze no di certo, gli risposi; ciò che conta è che venga vivificata dall'amore vero e quindi conforme all'ordine divino (che evita la confusione dei piani, che non confonde mai le attività temporali con la vita teologale). Solo allora gli sforzi, i tentativi saggi ed onesti sul piano terrestre non conosceranno sosta, malgrado le sconfitte, grazie alla fedeltà a Dio e nel suo amore; la croce quotidiana verrà portata con dolcezza e coraggio; e la pienezza dell'unione a Dio si riverserà in definitiva in doni meravigliosi sulle cose temporali. In tutti i tempi l'esempio dei santi ce ne ha dato la prova. Questa fedeltà nell'ordine vale infinitamente di più, sullo stesso piano temporale, di tutte le " avventure esaltanti " basate sulla illusione e sulla confusione dei piani.

  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/9/2011 6:16 PM
    CAPITOLO SECONDO - Luce dall’Apocalisse

    Si possono trovare strane, complicate e a volte persino sconcertanti le visioni, sempre grandiose, dell'Apocalisse di san Giovanni. Non si può però accusarle di fornire un'idea millenarista o progressista della storia. In esse non si trova una sola allusione, per quanto sottile la si supponga, a una ascesa degli esseri umani verso una super-umanità, né a una trasfigurazione della Chiesa militante in una Chiesa dove non ci siano più peccatori o che cessi di essere un bersaglio agli attacchi delle due Bestie. Sotto qualsiasi forma si presenti, il mito del progresso è totalmente estraneo alle rivelazioni del veggente di Patmos; questo mito, come vedremo, viene anzi distrutto dalle sue rivelazioni. A maggior ragione, nella prospettiva dell'apostolo Giovanni, ispirato dal Signore, è impensabile l'eresia ultramoderna secondo la quale la costruzione dell'umanità attraverso la ricerca, la scienza e l'organizzazione finirebbe ben presto per identificarsi con la Chiesa di Dio.
    Scorgeremo nell'Apocalisse soltanto lo scatenarsi dei flagelli, il loro boato vendicatore quando si abbattono duri e rapidi come enormi chicchi di grandine sugli uomini empi e sacrileghi, e ancor più sui potenti persecutori e sui loro formidabili imperi ? Senza dubbio castighi e punizioni fanno parte integrante dell'Apocalisse; tuttavia, ne sono solo una parte e non la più essenziale. La parte sostanziale, la più significativa, quella che l'apostolo ispirato intende soprattutto insegnare, mi sembra possa riassumersi in due verità fondamentali. Prima verità: sovranità di Cristo su tutti gli avvenimenti della vita del mondo e della Chiesa; in effetti, egli è degno di ricevere il libro della storia e " di aprirne i sigilli poiché è stato messo a morte e ci ha riscattati col suo sangue; - perché è il Primo e l'Ultimo e vive nei secoli dei secoli, tenendo in mano le chiavi della morte e dell'inferno " (5,5-9; 1,5-17-18). L'altra verità è quella della vittoria di Cristo sul demonio e i suoi fautori, e del prolungamento di questa vittoria nella Chiesa e nei suoi santi; ma a questo punto dobbiamo fare molta attenzione poiché questa vittoria, lungi dal sopprimere la croce e renderla inutile, si realizza soltanto attraverso la croce. "Dicite in nationibus quia Dominus regnavit a ligno".
    Allo stesso modo l'Apocalisse mette subito fine a quel sogno talvolta infantile e tenero, ma forse più spesso vile e odioso, che fa sperare per la vita del cristiano una fedeltà a Cristo senza tribolazioni e per l'avvenire della Chiesa un fervore di santità che non dovrebbe più subire dall'esterno la persecuzione del mondo, né all'interno i tradimenti dei falsi fratelli e talvolta persino del clero e dei prelati. Il millenium incantatore non giungerà mai nel tempo. L'esclusione definitiva e totale degli empi e dei perversi è differita all'ultimo giorno, quando risuonerà la sentenza inesorabile: " Fuori i cani, gli avvelenatori, gli impudichi, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica le menzogna " (22,15). Da qui fino ad allora possiamo rendere testimonianza a Gesù soltanto immergendo la nostra veste nel sangue di quell'Agnello divino che " ci ha amati e ci ha riscattati dai nostri peccati ". Non andremo a lui senza attraversare il torrente della grande tribolazione.
    Sovranità di Cristo, vittoria di Cristo prolungata nei suoi eletti per mezzo della croce; su questi due maggiori insegnamenti riporto qualcuno dei versetti più significativi.
    In primo luogo sul pieno potere di Cristo: " E quando l'ebbi veduto (il Figlio dell'Uomo), io caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli pose sopra di me la sua destra e mi disse: non temere; io sono il Primo e l'Ultimo, il Vivente. Ho subito la morte, ma ecco, ora son vivo nei secoli dei secoli e tengo le chiavi della morte e dell'inferno " (1,17-18). Davanti all'Agnello immolato, " i quattro Viventi e i ventiquattro vegliardi... cantavano un cantico nuovo dicendo: Tu sei degno di prendere il libro [il libro di tutte le cose che dovranno avvenire] e di aprirne i sigilli, perché sei stato sgozzato e hai riacquistato a Dio, col tuo sangue, uomini da ogni tribù, e lingua e popolo e nazione... " (5,9). " E vidi subito apparire un cavallo bianco, e colui che vi stava sopra aveva un arco, e gli fu donata una corona; e partì vincitore per riportare nuove vittorie " (6,2). I dieci re " non hanno che un medesimo pensiero e la loro potestà e la loro forza la mettono a disposizione della Bestia. Essi faranno guerra all'Agnello, ma l'Agnello li vincerà, perché egli è il Signore dei signori e il re dei re, e con lui vinceranno i suoi, i chiamati, gli eletti, i fedeli " (17,13-14),
    Ecco ora qualche passaggio sul trionfo di questi eletti e di questi fedeli, che verrà riportato attraverso la croce e che rappresenta il compimento della vittoria di Cristo. " Poi uno dei vegliardi prese la parola, dicendomi: Questi che sono avvolti in vesti bianche, chi sono e da dove sono venuti? Ed io gli risposi: Signore mio, tu lo sai. Ed egli mi disse: Questi sono coloro che vengono dalla gran tribolazione, e hanno lavato le loro vesti e l'hanno fatte bianche nel sangue dell'Agnello. Per questo stanno dinanzi al trono di Dio, e giorno e notte gli rendono il loro culto nel suo tempio... L'Agnello che sta in mezzo al trono sarà loro pastore, e li guiderà alle fonti delle acque della vita, e Iddio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi " (7,13-17). "...L'accusatore dei nostri fratelli [Satana], colui che giorno e notte li accusava davanti al nostro Dio, è precipitato. Ora, essi l'hanno vinto in virtù del sangue dell'Agnello e con la parola della loro testimonianza, ed hanno disprezzato la loro vita fino al punto di accettare la morte " (12,10-11). " E vidi come un mare di cristallo misto di fuoco, e coloro che avevano vinto la Bestia, la sua statua e il numero del suo nome, stavano in piedi sul mare di cristallo con le arpe di Dio. E cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell'Agnello, dicendo: Grandi e meravigliose sono le opere tue, o Signore, Dio onnipotente! Giuste e vere sono le tue vie, o Re delle genti. Chi non ti temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Sì, tu solo sei Santo e tutti i popoli verranno e si prostreranno dinanzi a te, perché i tuoi giudizi sono divenuti manifesti! " (15,2-4). " ...E vidi pure le anime di coloro che furono martirizzati a cagione della testimonianza resa a Gesù e per il Vangelo di Dio, e tutti quelli che non avevano adorato la Bestia né la sua statua, né avevano ricevuto la sua impronta sulla loro fronte e sulle mani; questi vissero e regnarono con Cristo per mille anni... Questa è la prima risurrezione " (20,4-,5).
    Questi versetti ci illuminano e ci riconfortano. Non dimentichiamo però che sono tratti da grandi visioni allegoriche. È qui, in queste visioni colme di dottrina e di insegnamento sotto forma di allegoria, è qui che l'Apocalisse lascia ancor meglio intravedere la propria portata; ed è attraverso la dottrina che si sprigiona dalle visioni, che essa esercita ancor più la sua mirabile virtù consolatrice e pacificatrice.
    Possiamo affrontare immediatamente il dodicesimo capitolo, nel quale vengono tracciati gli immensi affreschi che si collegano più particolarmente alla storia della Chiesa. Fin lì, dopo le meravigliose lettere ai sette vescovi dell'Asia, era piuttosto la storia del mondo ad essere inquadrata; si trattava in gran parte, anche se non esclusivamente, delle vendette divine sul mondo colpevole e della preservazione degli eletti in mezzo a tutti i flagelli, nel corso dei secoli (poiché è certo che il numero sette, attribuito ai sigilli misteriosi dei castighi divini, abbraccia la successione dei secoli nel suo insieme, fino all'ultimo giorno).
    Il capitolo dodicesimo dunque, ci mostra una di fronte all'altro la Donna e il Drago. La Donna, tutta pura, rilucente di santità, rivestita di sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo; il Drago tutto arrossato dal sangue dei martiri, orgoglioso e feroce, apparentemente invincibile, ma che accumulerà sconfitte su sconfitte. Prima sconfitta: il Bambino messo al mondo dalla Donna, cioè dalla Vergine Maria, e che il Drago si prepara a divorare, gli viene invece subito sottratto; in altre parole, il Figlio di Dio, nato da Maria, che ha sofferto la passione, è glorificato dalla risurrezione e dall'ascensione (12,4-5),
    Deluso, il Drago volge il proprio furore contro i discepoli di Gesù, ma non tarda a subire una seconda disfatta: è a questo punto che si ode una grande voce nel cielo: " Ecco venuta finalmente la salvezza, la potenza, il regno del nostro Dio e la sovranità del suo Cristo; perché è stato precipitato l'accusatore dei nostri fratelli... [l'antico serpente che viene chiamato Demonio e Satana]; essi lo hanno vinto in virtù del sangue dell'Agnello ".
    Attaccando allora la Donna, che qui rappresenta la Chiesa, il Drago si troverà giocato, deriso, vinto, per la terza volta. " E quando il Drago vide ch'era stato precipitato sulla terra, perseguitò la Donna... E furono date 1alla Donna le due ali della grande aquila affinché volasse nel deserto... E dalla sua bocca il serpente gettò dietro alla Donna tant'acqua come un fiume per farla trascinare via dal fiume. Ma la terra venne in aiuto alla Donna, spalancò la sua bocca e inghiottì il fiume ".
    Perseverando nel non volersi dichiarare vinto, il Drago cominciò a fare la guerra " a quelli che restavano della progenie di lei ", vale a dire ai cristiani. Ma continuerà a perdere.
    Sconfitta irrimediabile, già preannunziata dal paradiso terrestre. È a quest'ultimo che ci fa risalire la visione dell'Apocalisse, quando per la prima volta la Donna e il Drago si trovarono di fronte. Pensiamo al giardino dell'Eden, la sera del primo peccato e della prima contrizione. Il Drago era là. Era riuscito nella sua odiosa impresa di fuorviare i progenitori della razza umana. C'era anche la madre di colei che ci doveva risollevare: Eva, tremante, ferita dal pentimento, rannicchiata presso Adamo. E Dio disse a Eva, in presenza del demonio che pensava di aver compromesso per sempre la salvezza, la grazia e la felicità della nostra specie: " Metterò un'inimicizia fra te e la Donna, fra la tua razza e la sua, e lei ti schiaccerà la testa ".
    Questo fu il Proto-Vangelo. Ma il Vangelo definitivo doveva mantenere questa promessa molto più di quanto si sarebbe potuto prevedere o desiderare. Si tratta della differenza fra la profezia e la realizzazione: la realizzazione supera di gran lunga la profezia in meraviglie e splendori. O, per meglio dire, la profezia nascondeva splendori che non si potevano sospettare prima della realizzazione. La Donna dell'Apocalisse è della discendenza di Adamo ed Eva, come era stato profetizzato, ma è contemporaneamente la donna benedetta fra tutte, la madre di Dio. È la discendenza della Donna che schiaccia il Drago, com'era stato profetizzato; ma il Figlio di Maria è anche Figlio di Dio; è fra noi e siede alla destra del Padre (12,5). La vittoria è riportata con una completezza di cui certamente Adamo e Eva non sospettavano, di cui nessuno poteva avere in anticipo un'idea adeguata.
    Quando san Giovanni annotava la visione del Drago e della Donna, l'ora della vittoria, invocata per millenni da innumerevoli supplici, era giunta. Il tempo annunciato per secoli, nell'oscurità della legge di natura, prefigurato per duemila anni nella penombra della legge scritta con Adamo, Mosè e i Profeti, quel tempo della pienezza dei tempi si levava finalmente sugli uomini; era portato dall'immacolata concezione della Vergine, e soprattutto dall'incarnazione del Verbo che l'immacolata concezione preparava.
    Diciamo pienezza dei tempi per due ragioni: in primo luogo perché da quando il Figlio di Dio si è fatto uomo, abbiamo per sempre, in lui, la pienezza della grazia e della verità; poi, perché il suo potere plenario non cessa di manifestarsi nel guidare i fedeli, nonostante le peggiori insidie, alla pienezza della vita divina, fino al giorno in cui il demonio sarà definitivamente respinto " nello stagno di fuoco e di zolfo " e reso incapace di qualsiasi azione al di fuori. Intendiamo per pienezza dei tempi il tempo benedetto in cui Dio ci accorda in Gesù Cristo i suoi doni e la sua pienezza, mentre ha conferito a Gesù Cristo la potenza plenaria per farci partecipare ai suoi doni, liberarci dal peccato, introdurci in cielo.
    Il gran giorno non deve essere più atteso; con la nascita, la morte, la glorificazione di Gesù Cristo, la data suprema è già giunta; di quest'ordine non ve ne saranno altre. Ci sarà, c'è, uno sviluppo di ciò che fu compiuto in quelle ineffabili ore del tempo umano, ma non ci sarà mai più l'inizio di un'altra era, un'era che potrebbe portare qualcosa di radicalmente nuovo in rapporto all'incarnazione redentrice. Péguy lo ha cantato nella sua meditazione di fronte al presepio:
    La solenne disputa del giorno e della notte segnava in quel silenzio un'invisibile tregua
    E IL TEMPO SOSPESO IN QUELL'UMILE CAPANNA
    frastagliava i contorni di un'ora unica e breve.
    Il tempo era realmente sospeso, nel senso che il suo antico corso si era fermato a quel punto. Era lì che finiva.
    E le strade di ieri e quelle di oggi
    confluivano unite A QUELLA POVERA CULLA.
    È anche di lì che iniziava un tempo che possiamo definire immutabilmente nuovo, nel senso che la novità dell'incarnazione redentrice, la nuova " economia " sarebbe stata permanente e definitiva, mai sostituita da un'altra più stupenda, più traboccante di generosità, come era stata sostituita l'economia della vecchia legge. E il sangue che doveva essere versato sulla croce, è " il sangue del testamento nuovo ed eterno ", come dicono ogni giorno i sacerdoti sul calice del vino; e lo ripeteranno fino all'ultimo giorno, fino alla Parusia: "donec veniat".
    Così la pienezza dei tempi è giunta con la nascita, la morte e la risurrezione del Signore. Perciò san Paolo scriveva ai Galati (4,4): " Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò suo Figlio, fatto da una donna e nato sotto la legge, affinché riscattasse quelli che erano soggetti alla legge, e noi ricevessimo l'adozione di figli. E la prova che voi siete figli sta nel fatto che Dio mandò lo spirito del Figlio suo nei vostri cuori, il quale grida: Abba! Che significa Padre ". E anche agli Efesini (1,10): Dio ha voluto " nella pienezza dei tempi... instaurare tutte le cose in Cristo ". E ancora ai cristiani di Corinto (1 Cor. 10,11): " Noi, che siamo giunti nella pienezza dei tempi ". E Gesù dichiarava ai suoi discepoli (Lc. 10,24): " Molti profeti e molti re hanno desiderato vedere quello che voi vedete e non l'hanno veduto, udire quello che voi udite e non l'hanno udito ". Infatti " da Mosè fu data la legge; da Gesù Cristo è stata fatta la grazia e la verità " (Gv. 1,17).
    Siamo entrati negli ultimi tempi, i tempi del Verbo di Dio incarnato, dello Spirito Santo inviato, della Chiesa fondata. Senza dubbio c'è un inizio a questi ultimi tempi, quando Elisabetta giunse al sesto mese e l'angelo Gabriele venne inviato da parte di Dio alla Vergine Maria. Gli ultimi tempi vengono aperti dal fiat della Madonna. Conosceranno un'ultima fioritura " quando comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'Uomo... e vedranno il Figlio dell'Uomo venire sulle nubi del cielo con gran potenza e gloria " per risuscitarci, per giudicarci tutti, instaurare i nuovi cieli e la nuova terra, ridurre i demoni e gli uomini dannati all'impotenza totale e " gettarli nello stagno della seconda morte " (Mt. 24; 1 Cor. 15; Ap. 20). Qualunque sia il numero dei secoli che si susseguono all'interno degli ultimi tempi, fra il loro inizio e la conclusione, questi tempi restano gli ultimi: non saranno sostituiti da tempi nuovi. Noi ci troviamo per sempre nel tempo messianico, quello dell'incarnazione redentrice e di Maria madre di Dio e degli uomini.
    Tutta la successione della storia fino alla consumazione dei secoli, sta solo a spiegare ciò che fu dato una volta per tutte, e non certo per inventare un nuovo genere di dono. La successione dei secoli è in una dipendenza che possiamo definire intrinseca nei confronti dell'incarnazione redentrice, e serve a rivelarne le ricchezze, a permettere agli eletti di moltiplicarsi, a manifestare la varietà multiforme della loro partecipazione all'amore e alla croce di Gesù, a testimoniare la maternità spirituale della santa Vergine. Del fiume della storia che scorre ai piedi della Madonna, potremmo dire, citando i versi di Péguy:
    E questo fiume di sabbia e questo fiume di gloria
    è qui solo per baciare il vostro augusto manto.
    I tempi sono compiuti; è suonata l'ora della misericordia e della insuperabile liberalità del Padre dei cieli nei confronti della specie umana: " Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma che l'ha sacrificato per tutti noi, come non sarà disposto a darci ogni altra cosa insieme con lui? " (Rom. 8,32). Senza dubbio la Parusia, il secondo avvento del Figlio dell'Uomo, deve portare un mutamento inimmaginabile. Come possiamo infatti immaginare il corpo glorificato, interamente trasparente, di un'anima tutta santa? Come possiamo immaginare quella nuova terra in cui gli uomini saranno come angeli, " poiché né gli uomini avranno moglie, né le donne marito " ? (Mt. 22,30). Ma quali possano essere le proprietà miracolose dello stato che seguirà il giudizio ultimo, non si produrranno cambiamenti essenziali. Poiché l'essenziale è la visione di Dio, fioritura plenaria della grazia santificante. E a questo culmine di felicità e di gloria abbiamo accesso attraverso il sacrificio di Cristo. Ciò che ci verrà dato dopo la Parusia, non sarà che il Cristo che ci fu dato dal presepio, dal calvario e dalla risurrezione: il Cristo che ci fu dato una volta per tutte e che farà esplodere la sua vittoria in pienezza, lasciando traboccare tutta la potenza del suo amore in ognuno dei suoi fratelli e nel corpo mistico che si sarà formato nel corso dei tempi, " in mezzo alla grande tribolazione ".
    L'evocazione del Drago e della Donna nel dodicesimo capitolo dell'Apocalisse si applica non solo alla Vergine madre di Dio ma anche alla santa Chiesa che imita la Vergine. Come Maria difatti è sempre circondata dalla sua intercessione, la Chiesa è santa, " senza macchia né ruga ", legata a Gesù Cristo come sua sposa, "sponsa Christi"; e generatrice di santi: "mater Ecclesia". Sul destino di questa Chiesa fatta a immagine di Maria e che, come la Madonna, è rappresentata dalla Donna, l'apostolo Giovanni ci svela dei profondi misteri. Ci dice che la Chiesa, perseguitata dal Drago, si nasconde nel deserto; la sua esistenza cioè è prima di tutto segreta, contemplativa, ritirata in Dio, infinitamente distante dalla vita secondo il mondo; in effetti, la Chiesa vive principalmente della vita teologale che la fa vivere in Dio. Nascosta così in Dio, per la carità che la raccoglie in Dio e per i poteri gerarchici che possiede in maniera inammissibile al fine di dispensare indefettibilmente la grazia, a questo doppio titolo ritirata dal mondo e come protetta in un deserto, non deve temere gli attacchi del Drago, in anticipo votati all'insuccesso, poiché la regione in cui la Chiesa ha trovato asilo, cioè la regione della vita edificata nel Signore, la difende come un deserto inaccessibile, un rifugio inespugnabile. Dalla sua fondazione, la Chiesa ha ricevuto " le due ali della grande aquila " per volare al luogo del suo rifugio; lì è al sicuro fino all'ultimo giorno, assistita dallo Spirito di Gesù, nutrita, riconfortata dal suo corpo e dal suo sangue sotto le specie eucaristiche.
    Che cosa fa allora il Drago? Irritato dal proprio insuccesso, recluta alleati per lanciarli contro la Chiesa. Per mezzo loro proseguirà la lotta; una lotta senza respiro che si svolge per quarantadue mesi: in altre parole, per tutta la durata dei tempi storici.
    Si apposta sull'arena del mare (12,18). Vede salire dal fondo dell'abisso una Bestia enorme e mostruosa a cui comunica le sue forze e la sua grande potenza; senza indugiare oltre, la Bestia si scatena (13,1-10).
    Tradotta correttamente, questa allegoria significa che il demonio si introduce nel potere politico allo scopo di volgerlo contro la Chiesa. Il primo degli imperi da lui utilizzati per l'esecuzione della sua volontà di persecuzione è l'impero romano. San Giovanni lo indica come la Bestia del mare poiché Roma, nei confronti dell'isola di Patmos, sorge sull'altra sponda del Mediterraneo; e, poiché Roma è edificata su sette colli, la Bestia del mare viene rappresentata con sette teste (" le sette teste sono le colline sulle quali è assisa " [Babilonia], 17,9).
    Così il demonio si introduce nella città politica al fine di combattere con più efficacia la Chiesa e i santi. Ha incominciato servendosi di Roma, e da allora non ha mai smesso. Dopo la caduta dell'impero, quando si instaurò poco alla volta una cristianità, ossia una città relativamente sana, onesta, retta e sottomessa alla Chiesa, il demonio non fu più in grado, come prima, di servirsi delle istituzioni per porre in atto i suoi disegni; le istituzioni, bene o male, erano conformi alla giustizia e permeate di spirito cristiano. Che cosa faceva allora il demonio? Tentava di distogliere i re e gli uomini dall'ideale di giustizia cristiana che era quello della città. Tuttavia, finché la città, nell'insieme, rimaneva cristiana, non diveniva in quanto tale uno strumento dal demonio; non si identificava con la Bestia del mare. Ma da due o tre secoli a questa parte la città politica ha assunto nuovamente le caratteristiche della Bestia rifiutandosi di riconoscere Cristo e la sua Chiesa, è nuovamente persecutrice, sia apertamente che con sistemi camuffati. Tuttavia, diversa in ciò dalla Roma pagana, la città moderna non è al servizio dell'idolatria ma piuttosto dell'apostasia: un genere di apostasia che all'occasione possiede la capacità di nascondersi sotto definizioni cristiane. Di modo che la Bestia è più pericolosa ora che all'epoca di san Giovanni.
    Ma la Bestia del mare non è sola; un'altra l'aiuta, ed è la Bestia della terra (13,11-18). Imperversa ai giorni nostri più che nei primi secoli, al tempo in cui san Giovanni scriveva la sua opera. Nonostante le tregue momentanee, non sarà sconfitta che alla fine del mondo. Questa Bestia della terra, secondo i più autorevoli commentatori, simboleggia i falsi dottori e le false dottrine, le gerarchie con il loro Vangelo deformato, i portavoce dell'apostasia (sia che neghino il contenuto della rivelazione, sia che, con una erudita alchimia, sapiente e ipocrita, lo alterino e lo corrompano pur mantenendo intatte talune apparenze); da due secoli sono venuti a confondere il Vangelo sia con la predicazione di una libertà utopistica e sfrenata, come nel diciannovesimo secolo, sia, come nella nostra epoca, con la predicazione di un incessante progresso e di un'evoluzione indefinita, in direzione di un ultra-umano che sempre si allontana.
    È così che si presenta, secondo il dodicesimo capitolo dell'Apocalisse, l'antagonismo fra il Drago e la Donna. Quindi il demonio conduce la lotta non solo in persona, ma anche per mezzo di due ausiliari formidabili: in primo luogo le istituzioni politiche e poi i falsi profeti; da una parte le forze dell'autorità, la legge, il potere politico, dall'altra il prestigio e la seduzione dell'intelligenza, il sistema, i falsi dogmi o l'arte corrotta.
    Evidentemente, tutte queste precisazioni non sono contenute nel testo, ma si basano su di esso, gli sono conformi, come potremo facilmente convincerci con una paziente e attenta lettura dei commentatori cristiani più autorevoli.
    Ai commentatori mi limito ad aggiungere un'evocazione, d'altronde rapidissima, delle manifestazioni successive delle due Bestie, di ciò che nel corso della storia si presenta come una loro incarnazione. Spero con questo di non tradire il libro ispirato: ed ecco perché. Gli immensi affreschi coi quali l'apostolo Giovanni ci descrive il governo del mondo e la vittoria del Signore, sono in qualche modo ciclici e riepilogativi. Riprendono alcuni temi immutabili, che sviluppano e arricchiscono ogni volta, ma, nella sostanza, i temi essenziali non mutano; possono essere enumerati come segue: impero sovrano di Dio e del suo figlio Gesù glorioso su tutta la serie degli avvenimenti; evangelizzazione che nulla riesce ad arrestare; intercessione dei santi della Chiesa trionfante; ritorno instancabile delle persecuzioni ma sconfitta finale, certa, dei persecutori; vittoria degli eletti attraverso la sofferenza e la croce; intervento continuo degli angeli beati per castigare i persecutori e per sostenere e preservare i santi. Questi temi non mutano, ma ogni volta che tornano attraverso i ventidue capitoli, l'illustrazione ne diviene più evidente e lampante. Penso si possa concluderne che gli avvenimenti che compongono la trama della storia del mondo e della Chiesa presentano caratteristiche essenziali immutabili, anche se non si ripetono mai nella stessa maniera.
    Gli avvenimenti della storia del mondo e della Chiesa non sono avvenimenti di trasformazione totale e indefinita che supererebbero la natura della Chiesa e quella della città in uno sforzo di ascesa irrefrenabile e allucinante verso una umanità e una Chiesa sempre migliori. Questa concezione è solo un mito hegeliano e teilhardiano. La dottrina rivelata, e in particolare quella che si sprigiona dall'Apocalisse, è in realtà tutt'altra, e persino contraria. La sacra dottrina, confermata d'altronde dall'esperienza, ci dimostra che gli avvenimenti della storia della Chiesa sono sempre fatti di evangelizzazione, anche se i popoli evangelizzati sono differenti a seconda delle epoche, delle razze e delle lingue; troviamo sempre persecuzioni e tradimenti, ma anche sempre la vittoria dei martiri, dei confessori e delle vergini; a loro volta, queste persecuzioni o questi tradimenti prendono sempre la forma di attacchi o di manovre dovuti sia al potere politico (ufficiale o nascosto), sia ai profeti di menzogna e ai dottori d'illusione e di confusione. Evidentemente, gli attacchi e le manovre delle due Bestie cambiano nel corso dei secoli e la vittoria riportata ogni volta dalla Chiesa su di esse appare sempre sotto aspetti nuovi, non ancora intravisti. È in questo senso che vi è dell'irreversibile, ma né la persecuzione né la vittoria, nei loro elementi costitutivi, sono irreversibili. Al contrario, i loro caratteri essenziali si ritrovano invariabilmente, con notevole costanza.
    Lo affermo perché è vero, ma anche perché da ogni parte si cerca di imporci il contrario, o meglio, perché la Bestia della terra impiega ogni astuzia e innumerevoli pressioni per portarci a pensare che tutto sarebbe in trasformazione e in divenire; che, per esempio, la Chiesa del concilio di Trento con il suo insegnamento, la sua liturgia e la sua concezione dell'apostolato non sarebbe più attuale. Dovremmo ormai costruire una Chiesa del secolo XX, totalmente diversa da quella del XVII e che aprirebbe a sua volta la via alla Chiesa dei secoli XXI e XXII, che a sua volta non avrebbe in comune con la precedente che uno slancio vertiginoso verso un neocristianesimo mai raggiunto, ma sempre più abbagliante e straordinariamente favoloso.
    La Bestia della terra ci dice anche che è finita la divisione con il mondo e la sua ostilità. La Chiesa coesisterebbe ormai pacificamente con un mondo che, quasi senza volerlo e come spontaneamente, finirebbe col coincidere con essa senza esserle più ostile: perlomeno, nella misura in cui essa si fosse spogliata di ogni autorità giuridica e di ogni carità trascendente.
    Siamo avvolti dalle nebbie del progressismo. Si continua a parlarci di storia, ma si è perso il senso dei caratteri fondamentali della storia: infatti, anche se si pone prevalentemente l'accento sull'irreversibile (ed è vero che la successione degli avvenimenti è irreversibile), si dimenticano le virtualità ben determinate e precise che i diversi avvenimenti della città terrena e della Chiesa di Dio continuano a manifestare, lungi dal distenderle senza fine. Il successivo e l'irreversibile hanno nascosto lo stabile e il permanente.
    Se siamo circondati dalle nebbie del progressismo è a causa di un grave peccato: l'orgoglio. L'uomo ha voluto sostituirsi a Dio, e non soltanto a titolo individuale ma anche per mezzo di un nuovo tipo di società che si è accanito a erigere. E, poiché l'esperimento è stato inconcludente e la società si è rivelata colma di deficienze, la realizzazione di una società ideale è stata allora rimandata a un futuro che si allontana all'infinito. L'avvenire della società in costruzione: ecco ciò che ha preso il posto di Dio. È un mito divorante che ha sempre ragione poiché parla, comanda, edifica e travolge non in nome di criteri e di leggi verificabili - tratti da una natura ben conosciuta, avente una finalità assegnata e fissa - ma nel nome di un futuro che assume tutti i contorni di un sogno chimerico, che è ogni giorno differito un po' più lontano.
    L'Apocalisse ci insegna invece che la storia della Chiesa è senza dubbio una storia, uno svolgersi irreversibile e non una specie di ingranaggio d'orologeria che gira in tondo; ma anche che questa storia, mai identica e di una bellezza che si rinnova senza sosta, presenta tuttavia dei caratteri fissi e immutabili: in particolare l'evangelizzazione che nulla potrebbe arrestare; e poi l'ostilità, sia dichiarata che mascherata, del Drago e delle due Bestie contro la Donna; infine, la vittoria di Cristo e dei Beati.
    In realtà, l'ostilità del Drago si rivela in definitiva impotente. E, anche se i figli della Donna devono sopportare terribili sofferenze, essi risultano vincitori in mezzo alla pene e agli stessi tormenti. Come la Chiesa, loro madre, sfugge al Drago poiché si trova su un altro piano, così essi sono posti su un piano diverso e non rischiano di essere vinti; per lo meno coloro che intendono seguire l'Agnello, che arrivano persino a dare testimonianza del martirio e che " hanno disprezzato la loro vita fino al punto di accettare la morte " (12,11). Coloro, insomma, che vivono le virtù teologali con tanta profondità da aggrapparsi inflessibilmente alla croce di Gesù. Gli altri, "i vili e gli increduli" (21,8) sono vinti dal demonio. Così, i cristiani che rimangono fedeli a Gesù sono sicuri di riportare con lui la vittoria sul Drago.
    Ecco come termina la battaglia, ecco la fine della lotta delle due Bestie contro la Chiesa: " Poi io vidi l'Agnello che stava in piedi sul monte Sion, e con lui centoquarantaquattromila persone che avevano scritto in fronte il suo nome e quello del Padre suo... E cantavano un cantico nuovo davanti al trono, dinanzi ai quattro Viventi e ai vegliardi, e nessuno poteva imparare il cantico se non i centoquarantaquattromila riscattati dalla terra. Son quelli che non si sono macchiati con donne, poiché sono vergini " (14,1-4). Sono puri perché hanno consacrato a Gesù Cristo la loro anima e il loro corpo, ed è questo l'ovvio significato del versetto; ma sono puri anche nel senso che hanno conservato la loro anima nella santità di Dio, non hanno prostituito la loro vita al culto del Drago e delle Bestie (o si sono pentiti prima di morire). Quei centoquarantaquattromila non solo sono puri e senza macchia, ma trionfano per mezzo della croce di Gesù; infatti avanzano " dopo aver attraversato [il torrente] della grande tribolazione, dopo aver lavato e rese bianche le loro vesti nel sangue dell'Agnello. Per questo stanno in piedi davanti al trono di Dio e dinanzi all'Agnello, avvolti in bianche vesti e con palme nelle loro mani. E l'Agnello sarà loro pastore, e li guiderà alle fonti delle acque della vita, e Iddio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi " (7,14-9-17).
    Per quanto riguarda la Bestia del mare, la città politica passata alle dipendenze di Satana, la grande Babilonia, la superba prostituta inebriata del sangue dei martiri di Gesù (18,5-6), essa crolla in pochi minuti, come la pietra enorme che l'angelo solleva e precipita nel fondo degli oceani (18,21). Babilonia tenta di risollevarsi nell'intero corso della storia, ma i crolli sono numerosi quanto i tentativi di ricostruzione. E così sarà sempre. Il demonio e le due Bestie non sono sul punto di prendere in mano i destini del mondo; è all'Agnello immolato e glorificato, che ne è il padrone sovrano, che essi sono stati consegnati.
    Il demonio e le due Bestie non stanno per superare definitivamente le loro sconfitte e per vincere; spesso, può sembrare che si riprendano; si potrebbe persino affermare che il trionfo sia dalla loro parte, ma non è che una apparenza. Alla fine, il demonio e le due Bestie " verranno gettati nello stagno di fuoco e di zolfo, e saranno tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli " (20,10); non tenteranno più di far crollare gli argini né di ricominciare i loro giochi satanici di persecuzione e di corruzione.
    Da adesso ad allora il loro trionfo è solo apparente. In effetti si tratta di un trionfo che non potrebbe essere attribuito al demonio, come se questi riuscisse veramente a riportare qualche vittoria su Gesù Cristo, come se Gesù potesse essere sconfitto. A questo proposito occorre prestare la massima attenzione per non rimanere ingannati dal linguaggio, per non immaginare la lotta di Satana contro Gesù Cristo come se si trattasse di una guerra fra due qualsiasi monarchi di questo mondo, che come tali sono entrambi due semplici creature. Infatti il demonio è, sì, una personalità creata (un puro spirito, ribelle e condannato), ma non lo è Gesù Cristo, che è lo stesso Verbo di Dio. Ne deriva che la lotta di Satana contro di lui non può essere paragonata alle guerre che avvengono fra due grandi di questa terra.
    In realtà, le possibilità del demonio si chiamano peccato mortale, inferno e dannazione, perdita definitiva della grazia e della pace. Una perdita e una privazione talmente spaventose, così totali, non possono venire definite "vittoria" se non molto impropriamente.
    Si dice che il demonio trionfa quando induce gli uomini a sottrarsi volontariamente alla grazia di Cristo, alla vita e alla gioia, come egli stesso, per primo, vi si è sottratto volontariamente. Non si tratta però di un successo riportato su Dio, ma piuttosto di una volontaria rinuncia ai premi ineffabili che Dio riserva a coloro che ama.
    Bisogna inoltre rendersi conto che in Cristo non esiste mai carenza di grazia e di potere, tanto da metterlo in condizioni di inferiorità quando egli viene rifiutato o combattuto dagli uomini. Cristo non può essere sconfitto. Il peccato non è mai la risultanza di una sua inferiorità. Quando gli uomini lo rifiutano o persino lo combattono, l'inferiorità e la sconfitta sono dalla loro parte e sono orribili: gli uomini si sottraggono a una grazia che era del tutto sufficiente e si privano così dei doni celesti. Non vincono; perdono in maniera atroce.
    Con queste indicazioni, anche se molto rapide, possiamo comprendere che la guerra di Satana contro Gesù Cristo e i suoi santi non deve essere concepita sul tipo delle altre guerre; neppure la vittoria è dello stesso genere; in realtà, essa non appartiene al demonio; l'essere vittorioso non è una prerogativa di Satana, ma di Gesù Cristo.
    Per tornare alla sublime visione dei centoquarantaquattromila che hanno riportato la vittoria sul demonio e sui suoi fautori, ricordiamo prima di tutto il carattere peculiare di questa vittoria: si è compiuta non perché essi sono stati dispensati dalla croce, ma perché l'hanno accettata con amore. Ritroviamo qui, anche se presentata da un diverso punto di vista, la dottrina delle beatitudini. La beatitudine, come la vittoria, è accordata non ai discepoli che fanno di tutto per sfuggire le privazioni, il dolore e le persecuzioni, ma a quelli che li accettano per amore di Dio. Beati coloro che hanno lo spirito di povertà... Beati coloro che piangono... Beati coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia...
    Questa è la strada delle beatitudini. Il viaggiatore che vi si è inoltrato non cammina mai solo, poiché il Signore fa quella strada con lui, anche quando è nascosto o rimane in silenzio. D'altronde, qualunque siano le contrarietà o gli imprevisti del cammino, il fedele non sarà mai preda di uno smarrimento totale; sente vicinissimo il mormorio di una fonte viva; trova da dissetarsi anche quando il luogo è arido e il sole è rovente. Come scriveva san Giovanni della Croce: "Questa fonte eterna è ben nascosta, ma so da dove sgorga e scorre, anche se è notte". È il Signore stesso che fa zampillare una sorgente nel momento opportuno, per il viandante fedele.
    Dopo l'annunciazione, la passione e la pentecoste, ci troviamo nella pienezza dei tempi. La Sposa è discesa dal cielo, venendo da Dio, abbigliata per il suo Sposo. Dio ha eretto il suo tabernacolo tra gli uomini, essi sono diventati il suo popolo, il popolo della nuova ed eterna alleanza (21,1-4,10-11). Questa pienezza dei tempi ha una storia che è di una novità imprevedibile, che appare nel corso dei secoli, degli anni e dei giorni, inattesa e riposante quanto il volto degli innumerevoli santi che Dio suscita nel giardino della sua Chiesa. Ma la novità della storia si fonda sulla permanenza della natura. D'altronde, anche se i santi non sono mai intercambiabili, la loro santità è invariabilmente una vittoria attraverso la croce.
    Così la Chiesa sviluppa la sua storia all'interno della pienezza dei tempi e si affretta a incontrare lo Sposo, non prestandosi ad alcun mutamento sacrilego, ma innalzando, mentre si prolunga il suo pellegrinaggio sulla terra, lo stesso canto di vittoria e la stessa implorazione suggeriti dallo Spirito Santo; il timbro di voce è ogni giorno nuovo, ma l'implorazione non cambia e il canto di vittoria è lo stesso. Allo stesso modo, nella sua acclamazione alla Vergine, la Chiesa innalza sempre lo stesso Magnificat, il cui accento però è sempre nuovo, di generazione in generazione.
    Questi sono i punti principali della dottrina dell'Apocalisse sulla storia misteriosa dell'immutabile Chiesa di Dio.
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    00 9/9/2011 6:16 PM
    CAPITOLO TERZO – La crescita dell’apostasia

    Ad eccezione del popolo ebreo - popolo dell'Alleanza e delle promesse - tutti i popoli antichi erano immersi nell'idolatria; tutte le antiche civiltà, anche quella greco-romana che era la più permeata di ragione e di giustizia, erano costruite nelle tenebre di una religione aberrante e alla "ombra di morte ". Il Figlio di Dio, nato dalla Vergine e redentore del mondo per mezzo del suo sangue, doveva portare la luce e la grazia: "illuminare his qui in tenebris et in umbra mortis sedent, ad dirigendos pedes nostros in viam pacis ", come cantava Zaccaria, il padre di san Giovanni Battista. "Fecit potentiam brachio suo", cantava a sua volta la Madonna nel Magnificat.
    La prima manifestazione della potenza di Cristo glorioso fu di colpire l'impero del demonio, di riunire tutti coloro che erano disposti ad accoglierlo attraverso la fede in una Chiesa santa, messaggera della grazia nei sacramenti, depositari fedeli della rivelazione, infallibilmente ispirata e assistita dallo Spirito Santo che risiede in essa.
    La Chiesa con il sangue dei martiri, la purezza delle vergini, la forza dei confessori, le ragioni indistruttibili dei dottori - non con un qualsiasi dialogo fra buoni compagni, da pari a pari - la Chiesa doveva sconfiggere l'idolatria e far sorgere in mezzo a tutte le vicissitudini narrateci dalla storia una civiltà cristiana. Ne rimangono pur sempre alcune vestigia, ben vive.
    Sin dai primi secoli vi furono in seno alla Chiesa alcuni cristiani, e sovente dei preti (il cui spirito era tutt'altro che mediocre ma il cui orgoglio era ancora maggiore), i quali vollero rifare la dottrina della Chiesa e la sua disciplina in maniera diversa da come Gesù le aveva istituite e il suo Spirito le aveva difese assistendo con la sua ispirazione la gerarchia apostolica. Essi si richiamavano sempre a Cristo, ma negavano che fosse consustanziale al Padre o che la Vergine Maria fosse realmente la Madre di Dio. Erano le grandi eresie di Ario e di Nestorio. Molto più tardi, nel secolo sedicesimo, dopo la relativa stabilità della Chiesa nel medioevo, un'altra grande eresia, il protestantesimo, avrebbe a sua volta devastato la Chiesa. Esattamente come le eresie dei secoli IV e V, essa si rifaceva a Cristo; la sua originalità consisteva nel respingere l'organizzazione gerarchica della Chiesa e la presenza reale del Signore nel sacramento dell'altare; la Scrittura è sufficiente a istruire e a guidare senza ricorrere al magistero; così come la fede, senza le opere, basta a salvare. Che si chiamassero Ario, Nestorio o Eutiche, Martin Lutero o Giovanni Calvino, tutti questi eretici dei secoli scorsi, fino al sedicesimo, affermavano e mantenevano una Chiesa distinta dal mondo: irriducibile di diritto al temporale e alle città terrene; una Chiesa il cui scopo, nonostante ogni sorta di compromessi, non consisteva che nei beni celesti, nella vita eterna e nella giustificazione dell'anima che quaggiù la prepara. Nessuno di questi eretici avrebbe mai immaginato che la sfera propria e irriducibile della Chiesa non fosse rappresentata dal trascendente, dalle cose di lassù e dalla vita in Cristo. Anche quando rifiutavano la gerarchia apostolica, essi tentavano, con una contraddizione molto significativa, di ristabilire un simulacro di gerarchia, di ministri consacrati, che in una certa misura avrebbero avuto una funzione a parte. Bene o male, questi eretici si sforzavano di mantenere una Chiesa distinta dal mondo. Non sarebbe mai venuto loro in mente che la civiltà, gli sconvolgimenti degli imperi e tutto il divenire dell'umanità fossero gli elementi costitutivi della Chiesa; o, perlomeno, che in ciò essa fosse preformata; che prendesse l'avvio da quel punto verso realizzazioni imprevedibili sempre diverse, le quali avevano in comune fra di loro solo la spinta verso un avvenire dell'umanità sempre più libero, più popolare, più pacifico, più tecnicamente perfezionato.
    Gli eretici antichi non avevano ancora immerso Dio e Cristo nella storia umana, confuso Dio immutabile e tre volte santo e il suo Figlio incarnato, Gesù Cristo, col mondo in fase di organizzazione e con l'umanità che, almeno in apparenza, s'impadronisce dei meccanismi della materia, della vita e della società. Simili aberrazioni dovevano sorgere dagli spiriti di falsi profeti moderni. Gli antichi eretici erano in rivolta contro la fede e la Chiesa su questo o quel punto della rivelazione, non erano apostati dalla fede e dalla Chiesa. Non avevano tentato di trasferire la Chiesa, di abbassarla, di immergerla in una sfera che non è quella della vita eterna, dei beni celesti e della loro preparazione sulla terra. Qualunque fosse la necessaria illuminazione e purificazione delle realtà terrene attraverso la luce e la grazia divine, gli antichi eretici erano lontanissimi dal pensare che l'oggetto proprio della fede e della Chiesa consistesse nelle realtà terrene e nella loro trasformazione. Essi peccavano dunque per eresia; ai giorni nostri è il demone dell'apostasia che avanza verso i fedeli con passi felpati, e un gran numero di essi ha incominciato a socchiudergli la porta della propria anima.
    Se rileggiamo, per esempio, gli articoli della Lega di Smalcalda, redatti da Lutero nel secolo sedicesimo, e li confrontiamo con un certo capitolo di un autore contemporaneo ben noto, coglieremo pienamente la differenza di religione. Gli articoli della Lega sono innegabilmente eretici, ma definiscono una " religione ", la collocano; non la riducono a ciò che rappresenta un campo radicalmente opposto (anche se la religione vi fa sentire la sua influenza): il campo della trasformazione dell'universo. Le pagine di Teilhard de Chardin, che riportiamo più sotto, non formulano un'eresia sulla fede, ma ci traggono di colpo fuori dalla fede; fede e religione vengono alterate e fatte consistere in un'evoluzione e trasformazione della società umana e della città terrena. Trasformazione che viene del resto concepita secondo i sogni abnormi di un falso messianismo, riveduti e corretti per un'epoca di progresso tecnico e di potenza illimitata dello stato.

    Come, dunque, possiamo prevedere gli sviluppi futuri della fede terrena?
    Senza dubbio, sotto forma di una lenta concentrazione della forza d'adorazione umana attorno a un cristianesimo giunto gradualmente allo stato di " Religione per la Ricerca e lo Sforzo ". Il primo grande avvenimento che si dovrà produrre (indubbiamente un avvenimento che è già in corso) sarà lo scisma fra i credenti e i non credenti nell'Avvenire del Mondo: questi ultimi logicamente perduti per ogni Credo (svuotato di ogni funzione e oggetto) e per ogni conquista (divenuta priva di interesse e valore); i primi, biologicamente trascinati ad aderire a un unico organismo religioso nel quale la Fede nel Mondo si presenta con i due caratteri di coerenza indefinita ai fatti e di coestensione alla durata che contraddistinguono le cose reali. Il Mondo deve convenirsi nella sua massa, oppure deperirà per necessità fisiologica. E, se si convertirà, sarà per convergenza attorno a una Religione dell'Azione che si rivelerà gradualmente identica e sottomessa al Cristianesimo fedelmente prolungato fino al limite di se stesso.
    In altre parole, il cristianesimo prolungato fino al limite di se stesso si riassorbe nel divenire cosmico o sociale. Non ha un oggetto specificatore infinitamente distinto dal mondo e dal soprannaturale.
    In presenza di questo conflitto fra la fede cristiana e la fede moderna, che cosa dobbiamo fare per salvare il Mondo?
    a) Una prima soluzione consisterebbe nel respingere, condannare e sopprimere (se possibile) la nuova religione come una proliferazione diabolica. Questo metodo è stato infatti tentato, ma con risultati che non potevano che essere cattivi dal punto di vista positivo.
    Arrestare il movimento moderno è soltanto un tentativo impossibile {poiché tale movimento è legato allo sviluppo stesso della coscienza umana), ma un simile gesto avrebbe in sé qualcosa di ingiusto e di anticristiano: per quanto condannabili possano essere molte forme prese dalla " fede nel Mondo ", queste procedono da un innegabile sforzo di fedeltà alla vita (vale a dire all'azione creatrice di Dio), che devono essere rispettate. Infatti il movimento, che non è altro se non una trasformazione che si opera nella "anima naturaliter religiosa " dell'intero genere umano, ha già penetrato, come era inevitabile, lo stesso Cristianesimo. I cristiani, a seguito di un cambiamento inerente alla massa umana di cui fanno parte, già non possono più adorare esattamente come avveniva una volta (prima dell'apparizione dello Spazio e del Tempo).
    In altri termini: l'adorazione cristiana deve cambiare poiché non si indirizzerà più allo stesso oggetto divino (Dio e suo Figlio Gesù Cristo) che è stato rivelato una volta per tutte.

    b) Ne deriva che allo spirito si prospetta un'altra soluzione, più soddisfacente e più efficace della " condanna ";. E sarebbe la seguente: scoprire e dimostrare che, nella sua essenza, la moderna " Religione della Terra " altro non è che uno slancio verso il Cielo che s'ignora, di modo che le energie che sembravano tanto minacciose per la Chiesa, costituiscano al contrario un flusso nuovo capace di ravvivare il vecchio fondo cristiano. Non condannare, ma battezzare e assimilare. È chiaro che il Mondo nascente (il solo che conti), sarebbe virtualmente convertito in un solo colpo se si riconoscesse che la nuova divinità che adora è precisamente il Dio cristiano più profondamente concepito.
    Questa congiunzione dei due astri divini, è possibile? Sì, lo credo.
    Il mondo nascente, ossia l'insieme delle forze di civilizzazione (e di perversione) che sono all'opera nel mondo, vale a dire la città terrena in divenire, impregnata dei veleni della città del demonio e peraltro sollecitata dalla grazia: tutto ciò, indistintamente, è quanto deve essere assimilato alla santa Chiesa.
    Sotto l'influenza dei poteri quasi magici che la Scienza gli conferisce per guidare la marcia dell'Evoluzione, è inevitabile che l'Uomo moderno si senta legato all'Avvenire, al Progresso del Mondo da una specie di religione spesso tacciata (penso a torto) di neopaganesimo. Fede in qualche prolungamento evolutivo del Mondo interferente con la fede evangelica in un Dio creatore e personale; mistica neoumanista d'un In-Avanti che si scontra con la mistica cristiana dell'In-Alto: in questo apparente conflitto fra la vecchia fede in un Dio trascendente e una giovane " fede " in un Universo immanente, si situa esattamente (se non vado errato), attraverso ciò che ha di più essenziale, sotto la sua duplice forma scientifica e sociale, la crisi religiosa moderna. Fede in un Dio e fede nell'Uomo o nel Mondo... Le due Fedi (Fede in Dio e Fede nell'Uomo), lungi dall'opporsi l'una all'altra, rappresentano al contrario le due componenti essenziali di una mistica umano-cristiana completa,.. Insomma, è impossibile andare In-Alto senza spostarsi In-Avanti. Su tale punto, il Pensiero cristiano - avendo approfondito nello spazio di una generazione, sotto la pressione del pensiero profano, le nozioni di Partecipazione e di Incarnazione - è quasi giunto ormai ad armonizzarsi al nostro tempo, per il maggior sollievo delle anime credenti e non credenti, e certamente per la più alta gloria di Dio. E non stiamo certo esagerando l'importanza di questo primo successo.
    Ma l'oggetto della nostra religione è soprannaturale e celeste. Rendere migliori le condizioni della vita terrena è compito diretto e principale non della Chiesa, ma della civiltà illuminata dalla Chiesa. D'altra parte questo vivere-meglio, propriamente terreno, è molto più un riflesso della rettitudine morale (sul piano personale e politico) che delle scoperte scientifiche, anche se l'importanza della scienza non è trascurabile.
    Alle teorie di padre Teilhard de Chardin, o ad altre opinioni non meno abnormi, abbiamo già risposto per l'essenziale, esponendo la grande distinzione, basata sulla Scrittura, fra la Chiesa e il mondo. Ma è ora opportuno dare una risposta più dettagliata esaminando le diverse posizioni moderne incompatibili con la fede.
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    00 9/9/2011 6:17 PM
    CAPITOLO QUARTO - Miti e sofismi riguardanti la storia

    1. Il mito della storia, divinizzata e beatificante.

    Respiriamo un'aria satura di hegelianesimo. Numerosi preti, in articoli eruditi o in modeste conferenze, sembrano volerci irretire in un diffuso hegelianesimo. Anche se non affermano chiaramente, come Hegel, che Dio è immerso nella storia e si compie con la storia, cionondimeno parlano come se lo pensassero. Pur non osando dire grossolanamente che la Chiesa è in uno stato di dipendenza intrinseca nei confronti delle grandi "correnti storiche”, lasciano intendere che essa vi si dovrebbe allineare modificandosi a loro piacimento. Conferiscono alla storia un ruolo messianico e mescolano il regno di Dio con la storia così concepita.
    La storia - essi affermano - si sforza di superare l'antagonismo tra razze e popoli, tra schiavi e padroni e infine tra la natura e lo spirito, con una dominazione luminosa dello spirito sulla natura. Essa cerca di vincere tutto ciò che ferisce e sminuisce l'uomo, di far trionfare la vita sulla morte e su quanto può provocare la morte, malattia e decadenza della vecchiaia; di far prevalere la verità sull'errore o le superstizioni e la conoscenza sull'ignoranza; di far regnare la giustizia invece dell'ingiustizia e un ordine razionale al posto del caso, delle abitudini e delle passioni. È un lento parto di un'umanità libera. Ma esprimendoci in questo modo (modo che potrebbe forse condividere anche un marxista) noi non facciamo altro che tradurre concretamente l'idea cristiana della salvezza e del regno di Dio, visti dalla parte in cui sono rivolti all'uomo e inglobano il suo bene ultimo.
    In questa veemente tirata percepiamo un'eco indebolita della " Leggenda dei secoli ". L'infiammato cantore del progresso aveva già celebrato " l'immenso movimento di ascesa dell'umanità verso la luce, dai tempi di Eva, madre degli uomini, fino alla Rivoluzione, madre dei popoli,.. Il fiorire del genere umano di secolo in secolo, l'uomo che sale dalle tenebre verso l'ideale, la trasfigurazione paradisiaca dell'inferno terreno, lo sbocciare lento e supremo della libertà ".
    Ascesa dell'umanità verso la luce, lento parto di una umanità libera grazie allo sforzo della storia, identificazione dell'umanità generata dalla sorte con il regno di Dio visto sotto una certa visuale: che cosa c'è di cristiano in tutto ciò? Il regno soprannaturale, trascendente, è stato abbassato al piano dei regni terreni, che si suppongono in stato di indefinito perfezionamento.
    Il corso dei secoli, o " lo sforzo della Storia ", come ci viene detto, non ha affatto l'incarico di generare lentamente un'umanità libera che si confonderebbe col regno di Dio; in primo luogo perché il regno di Dio sarà sempre a una distanza infinita della città terrena, anche se onesta, giusta e libera; e poi perché la città terrena, anche se giusta, sarà sempre copiosamente intrisa d'iniquità. Il corso dei secoli non può porvi rimedio. Lo "sforzo della Storia " non può far nascere uomini esenti dal peccato originale e dalle tre concupiscenze. È fuori di dubbio che la città terrena ha per meta di far regnare la giustizia al posto dell'ingiustizia, di stabilire un ordine in cui vengano rispettate la dignità della persona, le libertà e i diritti dei corpi intermedi. Ma è la città politica che può ottenere tutto ciò, grazie al valore delle persone e all'onestà delle istituzioni, non la storia in se stessa, quasi che la storia in se stessa fosse una persona che si sforzi di realizzare il bene e la giustizia. D'altra parte la città politica non riesce a realizzare (in proporzioni d'altronde sempre insufficienti) il fine per il quale esiste, se non nella misura in cui accetta l'ordine del Creatore, "qualem Deus auctor indidit", secondo l'enciclica "Graves de communi", e all'espressa condizione di lasciarsi illuminare e correggere dalla città di Dio. Se il male viene contenuto, se viene instaurato un ordine giusto, non è certo per merito dello sviluppo storico in se stesso, ma per la fedeltà senza deroghe (tenendo conto, naturalmente, dell'epoca e delle circostanze) a una regola naturale e immutabile e con l'obbedienza ai lumi della santa Chiesa. Il divenire storico, il susseguirsi dei secoli permettono alla città terrena di far valere le ricchezze spirituali della nostra natura - o di sviluppare alcune possibilità di tradimento - ma non di giungere al fiorire supremo della libertà, di dar vita a poco a poco a un'umanità perfettamente libera.
    È soltanto un sogno assegnare questo fine alla città terrena e proporle come mezzo per giungervi lo sforzo della storia e la successione dei secoli. Ed è un sogno che offende Gesù Cristo, nostro redentore, poiché viene rifiutata la sua croce, si pretende di abolirla in virtù del progresso storico.
    Questo mito della storia beatificante ed infine divinizzante, come non è vero per la città politica, così non lo è per la città di Dio. La storia è accordata alla Chiesa al fine di rendere esplicite, malgrado i peccati dei suoi figli o in occasione di persecuzioni provenienti dall'esterno, le ricchezze definitive di grazia e di verità che il Signore ha deposte in essa; è così che si prepara alle nozze dell'eternità, quando sarà completo il numero degli eletti e l'odio del Drago, dopo essere giunto al parossismo, verrà condannato a un'eterna impotenza. Ecco la ragion d'essere definitiva della successione dei secoli. Tale successione, tale divenire non sono accordati alla Chiesa per farla sfuggire un giorno agli attacchi del mondo e alla malizia del demonio, ne per dispensarla dal portare nel suo seno dei poveri peccatori che deve guarire e santificare, come se un giorno non dovesse più essere contraddistinta dal segno della croce.
    Anziché perderci in teorie di non so quale " parto d'una umanità libera ", guardiamo verso il Signore che governa la sua Chiesa, dopo averla dotata di ricchezze eterne e averle fatto il dono di conoscere anch'essa l'umiliazione e la crocifissione. Il corso dei secoli non è di troppo per vivere di queste ricchezze e far rifulgere tutte le bellezze di questo stato di prova e di umiliazione: esso, ad ogni modo, è ben lungi dal farla sparire insensibilmente.

    2. Un'espressione equivoca: crescita della storia.

    Se parliamo di una crescita naturale, per esempio di un agnello o di un chicco di grano, non possiamo farci illusioni sui limiti di questo sviluppo. Una natura è determinata, limitata; la sua crescita consiste nel raggiungere misure che sono fisse, senza essere rigide. Sappiamo che l'agnello, dopo aver incominciato a succhiare il latte dalla pecora, brucherà molto presto l'erba, poi crescerà coprendosi di abbondante lana e infine verrà ucciso per essere mangiato, a meno che (caso raro) non muoia di vecchiaia. Comunque, la sua crescita non è più indefinita della sua natura. Quando dico crescita di un agnello, non lascio adito a nessun sogno di progresso infinito. Se, invece, dico crescita della storia, per il fatto che la storia non è una natura, corro indubbiamente il rischio di farmi delle illusioni e di illudere gli altri; è esattamente come se dicessi crescita del divenire, senza far allusione al divenire di una cosa o dell'altra, al divenire di una certa natura determinata. Il divenire ha solo il limite della natura che denuncia; se non faccio allusione a tale natura, non alludo neppure ai limiti del suo divenire; mi espongo al rischio di pensare che il divenire sia illimitato.
    E non credo che introdurre le parole "bene" o "male" chiarifichi molto le cose e ci prevenga a sufficienza nei confronti dell'illusione del progresso indefinito.
    I termini bene o male, buono e cattivo, non ricevono un limite che dalla natura alla quale sono riferiti: un uomo buono o cattivo, un angelo buono o cattivo. Ma nell'espressione " crescita della storia nel bene o nel male " non specifico delle nature. La porta rimane aperta all'illimitato. Se, al contrario, dico: crescita dell'uomo nel bene, in ciò che è bene per lui secondo le sue facoltà intellettuali o affettive; come se dico: crescita della società nel bene, in ciò che è bene per una società di uomini riscattati, secondo le istituzioni che si convengono a detta società; se mi esprimo in tal modo, sono chiaro e metto subito termine al sogno di una crescita senza limiti; poiché le facoltà dell'uomo non sono estensibili all'infinito, sulla via di divenire angeliche, così come le istituzioni della società non sono sulla via di adattarsi ad esseri angelici e immacolati. Parimenti, la crescita della Chiesa non rischia di essere indefinita poiché la Chiesa è un'essenza determinata; l'ordine soprannaturale dal quale proviene, non cambia nulla; la Chiesa è una certa essenza particolare, è la società santa che vive nella grazia eristica; una simile società, sotto pena di non essere niente, è dotata di poteri giuridici che senza dubbio sono apportatori di grazia, ma non cessano di essere giuridici; una simile società è santa poiché riceve la santità da Cristo, santità ben precisa e determinata che non è modificabile; tutto sta nel parteciparvi.
    Come accade che la crescita della società nell'ordine del bene viene contenuta in limiti certi e invalicabili, così si verifica per la decadenza e la corruzione. Il progresso della società, nel guastare le anime e corromperle (supponendo che il termine progresso sia adatto), nell'arte di abbrutire o pervertire, non rischia di essere indefinito, di annientare la libertà, benché possa deviarla terribilmente; non rischia di sopprimere la grazia onnipotente di Dio, di impedire ai santi di esistere, di abolire ed eliminare la santa Chiesa; tuttavia, per la malizia degli uomini e della società, la Chiesa può essere ridotta ad un " piccolo avanzo ". Ciò che è certo; ciò che volevo far capire è che non esiste crescita illimitata ne nel bene ne nel male; per essere immunizzati da un simile sogno, è meglio usare un linguaggio appropriato e lasciar quindi da parte le metafore ingannatrici di crescita della storia nel bene o nel male.
    È preferibile parlare in maniera da lasciar capire che il divenire, nell'ordine del bene come del male, è limitato dalla natura cui si rapporta: limitato da questa natura.
    Attraverso un'attenta osservazione potremo renderci conto che la società, nella misura in cui si lascia manovrare dal demonio, perfeziona con il passare dei secoli i suoi metodi malvagi; ma una riflessione non meno attenta ci dà la convinzione che questo perfezionamento dei metodi di scandalo o di abbrutimento cozza in limiti invalicabili.
    Vero è che negli ultimi giorni del mondo le tenebre e il male avranno raggiunto dimensioni spaventevoli, a tal punto che la fede sarà quasi scomparsa dall'umanità. Ne rimarrà tuttavia ancora un po' e vi saranno ancora dei grandi santi, anche se rari e ridotti a vivere lontani da tutto; poiché "le porte dell'inferno non prevarranno".
    La parabola del Vangelo, che parla della crescita della zizzania e del buon grano per tutto l'anno, fino alla mietitura, non suggerisce tuttavia una crescita indefinita del mondo. Se abbiamo osservato come cresce il grano in un campo, insieme alle erbacce, da Ognissanti a san Giovanni, non possiamo avere alcun dubbio sui limiti di questa crescita; sappiamo che il grano come le erbacce devono raggiungere l'altezza prevista dalla loro natura, ma non possono andare oltre.

    3. Il mito del progresso indefinito; la verità dei rinnovamenti.

    Come rimanere insensibili a un certo progresso? In campo meccanico apprezziamo la rapidità dei mezzi di trasporto inventati da due secoli a questa parte. Siamo felici quando vediamo guarire, grazie a nuove terapie, dei poveri infermi che una volta sarebbero stati votati a una morte orribilmente dolorosa. In altro campo, possiamo ammirare le scoperte dell'archeologia e della storia e, in generale, il perfezionamento nelle ricerche sul passato dell'umanità, per non parlare degli sviluppi raggiunti dall'agricoltura e dalle industrie di ogni tipo. Tuttavia, una cosa che mi colpisce quanto il progresso è la sua contropartita: il pesante, massacrante prezzo da cui è gravato.
    Anche nel settore, evidentemente meno importante, della padronanza dell'uomo sulla natura e sul mondo materiale, è necessario ancora molto tempo affinché l'avanzata sia rettilinea. È fuori dubbio che l'uomo (fino a un certo punto) ha vinto le distanze e si sposta a un ritmo che ha del prodigioso: ma non è meno vero che la sua facoltà di attenzione è rimasta invariata. Il tempo che gli è necessario per commuoversi alla vista di un paesaggio, per assorbire il fascino di una regione o di un paese, in breve, il tempo dell'attenzione umana non è progredito dall'epoca delle vetture a cavalli. L'uomo ha compiuto enormi progressi nella velocità con cui effettua i suoi viaggi, ma non nei mezzi per trarre un profitto spirituale dai suoi viaggi. Il progresso dei mezzi di locomozione non ha proporzionalmente comportato dei progressi in umanità. Potremmo fare considerazioni del genere sulla terapeutica, sulla coltivazione della terra o sulle industrie di ogni genere. Anche se ci siamo liberati di alcune schiavitù che erano connesse alla nostra condizione carnale – diciamo alla nostra condizione umana dopo il peccato - per contro, abbiamo trovato altre schiavitù nell'ordine stesso della condizione carnale. E soprattutto il progresso in campo utilitaristico, nelle macchine e nelle tecniche, è divenuto per esseri così fragili e peccatori quali noi siamo la fonte di una tentazione particolarmente violenta di prometeismo e di messianismo terreno. La nostra civiltà, nel suo insieme, soccombe a questa tentazione; sono rari coloro che resistono. È necessario un immenso amore di Dio per imporsi la mortificazione e il regime ascetico che sono indispensabili quando si vuole usare delle comodità moderne, secondo la saggezza cristiana.
    Considerando la storia nel suo insieme, ciò che mi colpisce molto più del progresso meccanico o scientifico, nel dominio di una natura in disarmonia con l'uomo dopo il peccato, ciò che soprattutto ammiro sono le nuove manifestazioni dell'eterno, l'originalità che esplode quotidianamente nella realizzazione dell'immutabile.
    Osserviamo, per esempio, una famiglia cristiana. Non so se il focolare cristiano dei nostri giorni sia veramente progredito in confronto a quello del tempo della Vergine Maria e dell'incarnazione o di santa Giovanna d'Arco: ma la cosa di cui sono certo è che le note caratteristiche del focolare cristiano, pur rimanendo le stesse, presentano un aspetto nuovo. La maniera in cui vengono espressi l'affetto, il pudore, il rispetto è di una novità imprevedibile; ma sono sempre le stesse virtù essenziali del focolare cristiano che in fondo ci colpiscono.
    Potremmo fare delle analoghe osservazioni per la parrocchia, con le sue leggi permanenti, il suo culto eucaristico, la sua fraternità e la sua coerenza. Finché ci saranno delle parrocchie, queste leggi resteranno in vigore, ma in maniera diversa nel corso dei secoli. Nel tempo dell'agricoltura motorizzata, l'aspetto di una parrocchia di campagna non è lo stesso dell'epoca, ancora vicina, dei carri trainati dai buoi e delle carrette. Tuttavia rimane sempre la fisionomia di una parrocchia e non di quella di un seminario o di un convento. Nel campo di ciò che è profondamente umano, vicino alla vita interiore, come la famiglia o la parrocchia, ciò che mi sembra da sottolineare non è tanto il progresso quanto il rinnovamento.
    Per essere chiari, diciamo che in questo campo un progresso decisivo venne realizzato con la venuta di Nostro Signore. Infatti, a partire dalla vita della sacra Famiglia a Nazareth, dalle nozze di Cana, poi dalla consacrazione delle vergini agli inizi della Chiesa, i costumi domestici e la vita familiare sono stati elevati a un livello di purezza, di pietà e di dolcezza che erano sconosciute all'antichità pagana e persino ebraica. Ma tale progresso venne realizzato una volta per tutte, come la venuta dello stesso Salvatore; tutti i perfezionamenti che si sono potuti verificare partendo da quel periodo assolutamente unico, non toccano più l'essenza delle cose. Per contro, da quando questo progresso è stato concesso alle case e alle famiglie degli uomini, grazie all'incarnazione del Figlio di Dio, quanto sono state diverse le realizzazioni, le manifestazioni imprevedibili della nobiltà e della purezza nei focolari cristiani!
    Le considerazioni sul progresso nell'ordine delle cose temporali sono molto spesso ingannevoli. Si insiste sul progresso in un settore alquanto particolare, come per esempio la medicina, ma si trascura, come ho già fatto notare, l'esistenza di una contropartita. Si dimentica soprattutto di constatare che non ne deriva automaticamente un progresso nell'onestà dei costumi e nel retto vivere; e lo stesso si può dire per la riflessione filosofica e per la saggezza. In seguito ai parziali progressi conseguiti nei diversi campi, la civiltà è ora forse più consona al nostro ordine morale, meno ingiusta, meno portata all'impudicizia e alla profanazione? È più incline al rispetto della donna e del bambino, dell'orfano, del vecchio o del povero? Bisogna ammettere di no. Basta guardarci intorno per constatare che il progresso avvenuto nei costumi, nelle usanze e nelle istituzioni non è affatto correlativo al progresso medico o tecnico. Ai nostri giorni la donna può sì disporre di un'auto e servirsi di comodi elettrodomestici, ma non è affatto più onorata, più rispettata né, in definitiva, più tranquilla e felice che ai tempi di Bianca di Castiglia.
    Osserviamo i quadri di Le Nain, il pittore degli umili del secolo XVII. L'artista ha rappresentato famiglie contadine in un'epoca in cui i lavori dei campi non erano certo meccanizzati. Ebbene, le figure di quei contadini o artigiani riflettono un equilibrio e una dignità che non si notano molto spesso negli agricoltori contemporanei. Perché quella calma, quella gravità, quella pace impresse sui volti? Senza dubbio perché i contadini che ritraeva conservavano ancora, quasi intatto, il patrimonio delle virtù cristiane portate nelle Gallie più di quindici secoli prima dai primi vescovi e dai primi martiri. Senza queste virtù cristiane non avremmo mai conosciuto quella pace del cuore, quella sicurezza di fronte alle avversità, quella forza d'animo che trasfigurano e innalzano le deboli virtù umane, che rendono la vita di quaggiù, " in questa valle di lacrime ", benché disseminata di prove, né odiosa né disperata. Sui nobili visi di Le Nain sono impresse virtù umane innalzate dalla grazia. E se rifiutassimo la testimonianza del pittore, potremmo ricorrere ai documenti scritti, alle carte di famiglia sulla nascita, il matrimonio e la morte in Francia prima della Rivoluzione. Ci renderemmo conto che le virtù umane e teologali erano appannaggio ordinario di una civiltà cristiana ancora vigorosa. Ciò che intendo dire è che il vero progresso nelle cose umane consiste prima di tutto nel vivere rettamente, il che è intimamente legato alla fede cristiana e alla redenzione. Soltanto dopo che il Figlio di Dio si è fatto uomo per la nostra salvezza, dopo che la Chiesa ha iniziato a diffondere le ricchezze del Vangelo, gli uomini hanno raggiunto (benché in maniera imperfetta) un'onestà di vita e persino una felicità (fra le lacrime e i sacrifici) che prima non esistevano e che non potevano esistere finché il genere umano era avvolto dalle tenebre e non era stato riconciliato col suo Creatore, attraverso il sacrificio della croce. Il balzo decisivo, per quanto riguarda la decenza dei costumi e il retto vivere, è stato realizzato con la venuta del Signore e la fondazione della Chiesa. In quel momento è stata varcata una soglia e non ne restano altre da attraversare fino al ritorno glorioso del Signore. Da allora le realtà che compongono la trama della vita umana hanno saputo qual era il loro significato ultimo: il lavoro e l'amore, l'educazione dei bambini, la cura dei malati e dei vecchi, l'autorità del capo e la lealtà dei sudditi, la protezione degli innocenti e il castigo dei colpevoli; insomma, le realtà fondamentali della vita di questo mondo hanno imparato a porsi di fronte al Crocifisso, alla Messa e ai sacramenti. Abbiamo ormai compreso come queste realtà potessero cessare di essere fonte di disperazione per divenire sante e luminose.
    La venuta di Cristo e la fondazione della Chiesa sono dei misteri ultimi, non penetrabili. La luce che ci dispensano e il progresso che hanno determinato sono egualmente, per la parte essenziale, ultimi e impenetrabili. Ciò che le generazioni umane devono fare non è inventare una formula di rette vivere diversa da quella che deriva dal Vangelo, ma piuttosto di dare a questa formula una versione originale, poiché essa proviene dalla loro vitalità più autentica, più segreta. Che tale originalità apporti talora un progresso, è cosa certa; ma tale progresso consiste nel realizzare meglio le virtualità di un dato preesistente e non nel creare un dato differente. Anche se pensassimo che su questo o quel punto i costumi familiari dei focolari cristiani di oggi siano progrediti nei confronti di quelli del secolo XIII, non dimentichiamoci che sono rimasti immutati nell'essenziale. La famiglia cristiana non deve essere inventata.
    La stessa cosa si può dire per l'ordine civico. Come scriveva san Pio X quando colpiva il " Sillon " nel 1910: "La civiltà cristiana non è più da inventare, e neppure la nuova città da erigere nelle nuvole. Essa è stata, essa è: è la civiltà cristiana, è la città cattolica. Non si tratta che di instaurarla e restaurarla senza sosta sulle sue fondamenta naturali e divine contro gli attacchi sempre rinnovati della malsana utopia, della rivolta e dell'empietà ". Che si tratti dei diritti del cittadino o di quelli dello Stato, dei diritti dei corpi intermedi o di quelli della Chiesa, esistono su questi e altri punti, dal tempo dell'incarnazione, da quando la Chiesa ha goduto della libertà in seno alla città temporale, delle istituzioni civili degne dell'uomo. Istituzioni che devono essere realizzate secondo le necessità e le risorse della nostra epoca (il che può apportare alcuni progressi in uno o nell'altro campo), ma che non si può pensare di creare di tutto punto come se, per la parte essenziale, esse si trovassero ancora nel nulla. Lanciarsi con i rivoluzionari in questa folle impresa da demiurgo, significa gettarsi in sconvolgimenti senza fine, spaventosi e sterili.
    Esaminiamo ora tutto ciò che vi è di modestia e di vitalità in questi rinnovamenti autentici, che sono in qualche modo degli accrescimenti. In effetti, rinnovamenti di questa specie si realizzano soltanto quando l'uomo ha raccolto con pietà le ricchezze autentiche che gli furono trasmesse, se ha avuto la forza necessaria per portarle con sé e farle fruttificare con le sue personali risorse. Molto spesso, soprattutto da due secoli a questa parte, l'atteggiamento che prevale è purtroppo del tutto diverso: è un atteggiamento di orgoglio, d'impotenza e di bramosia, caratteristico dei sovvertimenti rivoluzionari.
    Che cosa si nasconde in molti rivoluzionari? Un orgoglio forsennato che rifiuta i valori umani più incontestabili per la sola ragione che sono trasmessi e che bisognerebbe avere l'umiltà di accogliere; e questo orgoglio va di pari passo con l'impotenza a comunicare con queste ricchezze e a valorizzarle; si preferisce allora distruggerle o corromperle. Si tocca la vetta del male quando l'orgoglio, impotente e devastatore, osa rifarsi al Vangelo, pretende di giustificarsi con la rivelazione divina e legittimarsi, ad esempio, in nome della beatitudine dei poveri, della misericordia per i peccatori, dell'universalità della redenzione che, nel Cristo, " non opera distinzioni " fra ebrei o greci. Certamente, questa dottrina evangelica è la verità stessa, ma tolta dalla sua sfera soprannaturale diviene una menzogna infinitamente pericolosa; il Vangelo viene completamente falsato dall'orgoglio dei rivoluzionari. L'orgoglio, sotto qualsiasi forma si presenti, non è mai lodevole; ma l'orgoglio dell'impotente che si ammanta del mantello evangelico è particolarmente spaventoso.
    Dicevamo che, per compiere un rinnovamento degno di questo nome, è importante che l'uomo metta a frutto l'eredità trasmessa con le sue forze più vive e più intime. Altrimenti, il rinnovamento non si compie. È la sclerosi. Di fronte a una simile inerzia, i sovvertimenti rivoluzionari avranno partita vinta.
    È veramente una disgrazia quando la buona dottrina, i sani costumi e i princìpi della saggezza vengono insegnati e difesi da pigri o, ancor peggio, da profittatori. Allora, degli esseri pieni di vita e di vigore, desiderosi di impiegare le proprie energie al servizio di una nobile causa, ansiosi di dedicarsi ad essa anche con rischio, si vedono messi da parte, senza una seria ragione, da " tradizionalisti " abulici o interessati. " Soprattutto, che nulla si muova e che non ci venga richiesto un dispendio supplementare di energia, un nuovo sforzo di virtù! ".
    Scartati, messi alla porta, gli esseri ardenti e generosi non riescono a capacitarsi del motivo per cui la tradizione (o perlomeno coloro che la proteggono) non voglia impiegare la loro giovane forza, soprattutto perché hanno compreso immediatamente che le intemperanze della loro generosità e vitalità non sono la ragione determinante per cui sono stati messi in disparte; ciò che non viene loro scusato, più delle imprudenze e della stessa generosità, è il fuoco di cui ardono.
    Rischiano in tal modo di venire scandalizzati da quelle famose buone tradizioni che, almeno in apparenza, fanno corpo con l'inerzia o con miseri interessi. Possono arrivare a pensare che la vita, l'originalità e il rischio siano incompatibili con i buoni costumi e la sana dottrina; da qui a gettarsi a corpo morto in sfrenate innovazioni, e persino in violenze rivoluzionarie, il passo può essere breve.
    Il deviamento dovuto alla pigrizia e allo sfruttamento delle migliori tradizioni è una delle cause non trascurabili delle rivoluzioni. Non è però la causa determinante. Per credere una cosa simile bisognerebbe non essere coscienti della terribile gratuità delle forze del male, bisognerebbe ignorare che per l'uomo l'odio per l'autorità è una triste conseguenza della sua natura decaduta.
    Tuttavia esiste un accordo fondamentale fra la vera tradizione e le forze vive, generose e creatrici. Le risorse della vita, per la loro realizzazione e la loro diffusione, chiedono di votarsi al servizio dell'autentica tradizione. Qualche volta possono essere esaudite. Ed è così che vengono alla luce rinnovamenti fecondi.
    Se consideriamo ora la Chiesa e non più la città politica, come ci apparirà il progresso? Anche qui, la cosa che più ci colpisce è la novità nella partecipazione a ciò che è stato dato una volta per tutte. Con questa partecipazione, nuova e originale in ogni cristiano e in ogni generazione di cristiani, sono rese esplicite alcune ricchezze della redenzione; in questo senso si compie certamente un progresso, ma non è che si inventino altre ricchezze: non si scopre la rivelazione di un dato nuovo, non si aggiungono nuovi sacramenti. Non si giunge alla santità per una strada che non sia tracciata dal Vangelo. Così, nel campo del culto, le benedizioni del santissimo Sacramento ci hanno portati a venerare con maggiore pienezza il mistero della reale presenza eucaristica: in ciò rappresentano un progresso, ma non ci inducono certo a venerare chissà quale mistero, ad esempio quello di un Cristo evolutore o di un Cristo cosmico. Inteso in questo senso, il progresso non rappresenterebbe che una corruzione. Parimenti, nella vita spirituale, una Giovanna d'Arco ha posto in una luce sconosciuta sino al secolo XV la via del sacrificio nelle responsabilità temporali, e in questo senso possiamo parlare anche qui di progresso; ma esso non consiste assolutamente (ed è evidentissimo) nel fatto che Giovanna d'Arco avrebbe scoperto una santità diversa da quella del Vangelo per coloro che esercitano delle responsabilità temporali e sono colpiti dall'insuccesso e dal tradimento. Un'altra santità da scoprire non esiste, poiché Gesù è il solo santo, " Tu solus sanctus ", e da lui deriva ogni santità. L'unica cosa da fare è di lasciarsi plasmare dalla sua azione, lasciarsi purificare e santificare dallo Spirito Santo. Solo allora, per l'ennesima volta, rifulgerà la novità imprevedibile degli effetti della sua grazia e l'immutabile Magnificat verrà cantato con un timbro di voce non ancora udito.
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    Credente.
    00 9/9/2011 6:18 PM
    4. Il sofisma del senso della storia.

    È ormai divenuto corrente leggere o ascoltare delle frasi che possono essere riassunte così: " L'avvenire che si prepara è irresistibile e irreversibile; il tuo dovere di uomo e di cristiano consiste nell'impegnarti in direzione dell'avvenire e anche di accelerarlo ".
    In sostanza: " Sacrificio incondizionato o piuttosto fervida cooperazione alle esigenze del Moloch dell'avvenire o dell'evoluzione, o persino (dicono alcuni) del Moloch della mutazione della specie ". Si sostiene il principio che il socialismo, il sincretismo religioso, l'occultismo e l'erotismo rappresentino le soluzioni dell'avvenire agli eterni problemi dell'uomo. Su queste soluzioni, ci si rifiuta di formulare un giudizio morale, dichiarando semplicemente che esse sono ineluttabili, mentre veniamo spinti ad assecondarle con tutte le nostre forze. Mi parlate delle novità che dovranno realizzarsi ineluttabilmente e che stanno già preparandosi. Benissimo. Ma in primo luogo, dato che sono ancora un uomo, desidero formulare un giudizio sulla validità di queste novità e confrontarle con la legge morale. Quando si tratta dell'occultismo, del socialismo e cose simili, affermo - in nome della imprescrittibile fede morale - che si tratta di aberrazioni, di mostruosità, di forme particolarmente orribili di disumanizzazione, e non ne voglio sentir parlare.
    E, se mi obietterete che il mio rifiuto non ha alcuna importanza poiché ciò che definisco disumanizzazione (ed è veramente tale) si produrrà ineluttabilmente per esigenza del futuro, posso rispondervi che il vostro è un ragionamento da sofista, poiché l'avvenire, in quanto tale, non ha esigenze; non è l'avvenire (in quanto tale) che potrebbe avere l'idea e la volontà di disumanizzare gli uomini; sono le persone, persone raggruppate in società o appartenenti a partiti e sette, che hanno la pretesa di utilizzare il corso della storia per disumanizzarci. E, poiché si tratta della volontà di semplici uomini, anche se organizzati in sètte o partiti, questa volontà può essere fronteggiata dalla volontà di altri uomini, dai saggi e dai santi, dalla santa Chiesa che li raduna, dalla società cristiana che tentano di instaurare. Non esiste un avvenire onnipotente capace di imporre la disumanizzazione: esistono degli uomini, deboli, mutevoli e mortali (e convertibili) che vogliono impiegare l'avvenire per disumanizzarci. La loro potenza non è sovrumana e non possiede un potere ineluttabile.
    A questo punto alcuni potranno obiettare: ma se al loro potere si aggiunge quello del demonio che da loro le idee e riduce la loro perversa volontà a un'arma al suo servizio?... Ebbene! Anche se accadesse ciò, e certo capiterà e. si è già verificato, come dice la Scrittura, anche in simile eventualità dimenticate forse che Satana " sarà cacciato fuori " (Gv. 12,31), che la Chiesa di Gesù Cristo ci sostiene, ci illumina e ci rende agguerriti, quali possano essere le forze dell'inferno?
    Alla volontà degli empi si contrappone la volontà dei santi. Ma si potrà rispondere: e se i santi venissero a mancare, se la loro decisione vacillasse, se la loro perseveranza barcollasse... L'obiezione non tiene conto di un dato capitale. Non si ricordano le formali promesse di Gesù Cristo: egli rimane con la sua Chiesa fino alla fine dei secoli, egli abita per sempre la città santa colmandola di grazie sacramentali, della luce e della carità del Paraclito. In tal modo nascono i santi nella sua Chiesa, ossia dei fedeli il cui amore è sufficientemente ardente per tener fronte al male e alla persecuzione.
    Poiché tali sono le certezze del cristiano (ed è sulla fede che in definitiva si basano), egli non è certo sul punto di piegare le ginocchia di fronte a questo mito di un sedicente avvenire ineluttabile (forzatamente perverso), che si ha la pretesa di imporgli con continui sofismi e persino con un sofisma a due tempi. (In un primo tempo, l'avvenire viene identificato in una specie di demiurgo dotato di onnipotenza, mentre si tratta invece di una semplice volontà umana; in un secondo tempo vengono misconosciute l'onnipotenza di Cristo e la sua grazia sempre operante nelle anime sante che rifiutano di lasciarsi fuorviare).

    5. Il sofisma della storia umana battezzata storia sacra.

    C'è una storia sacra; l'abbiamo studiata con il catechismo. Ricordiamo quei racconti straordinari con le grandi immagini che li illustravano. Vedo ancora la figlia del Faraone che raccoglie il piccolo Mosè abbandonato alla corrente del fiume e la cui culla si era arenata su una riva del Nilo, trattenuta dai giunchi; vedo il Mar Rosso che si è aperto, smettendo di fluire, e la grande moltitudine che avanza cantando, come attraverso un'enorme trincea, fra due pareti di mare immobile; vedo anche gli ebrei in un deserto di sabbia e di pietre che si affaccendano a raccogliere la manna nei panieri. E altre immagini ancora che mi sono rimaste impresse nella memoria.
    Ma che cosa devo dedurne? Qual è la conclusione che i nostri maestri ci insegnavano a trarre? Soltanto una: era la storia di un popolo, assolutamente privilegiato, per mezzo del quale Dio Padre preparava la salvezza, che ci avrebbe data in Gesù Cristo, suo Figlio; una storia raccontata nella sacra Scrittura ed il cui compimento è Gesù Cristo, nostro Signore. Vi furono Abramo e i patriarchi, Mosè, Davide e i profeti; poi, al termine di tutto, colui che essi annunciavano e da cui ogni cosa proviene, Gesù Cristo, la stalla di Betlemme, la croce del Calvario, la risurrezione e le lingue di fuoco della pentecoste; " Gesù Cristo al quale guardano i due Testamenti: l'antico come attesa, il nuovo come proprio modello, ambedue come loro centro ". Con Gesù Cristo finisce la sacra Scrittura, poiché tutto è rivelato; la storia sacra, nel senso comune del termine, è davvero compiuta poiché la pienezza della grazia è ora accordata agli uomini nell'ambito della Chiesa, e non se ne aggiungerà un'altra; è la storia della Chiesa che incomincia, ossia la partecipazione infinitamente varia, ed ogni giorno rinnovata, alle ricchezze che abbiamo ricevuto in Gesù Cristo. Da Gesù Cristo in poi c'è la storia della Chiesa che riceve tutto da Gesù Cristo e " grazia su grazia "; c'è la storia delle città sottomesse alla Chiesa e trasformate in sue nemiche, c'è " il mistero d'iniquità " che è all'opera e continua la sua storia tentando di pervertire le città e d'insinuarsi nella Chiesa. Ma non v'è più storia sacra nel significato che si da di consueto a questo termine: preparazione della salvezza in Gesù Cristo e realizzazione della salvezza con l'incarnazione redentrice. Questa preparazione della salvezza si realizzava con le rivelazioni fatte a un popolo eletto, con alcuni avvenimenti figurativi esclusivi di quel popolo, col culto celebrato in quel popolo.
    Non ci troviamo di fronte a un'insignificante questione di vocabolario, ma a molto di più: è in causa la realtà stessa del mistero cristiano. Infatti, se è vero, come ci viene ripetuto da qualche tempo - persino durante le settimane religiose - che ogni avvenimento, per il fatto di essere nelle mani di Dio, meriti di venire ritenuto storia sacra, se è vero che " lo stesso e unico Spirito che parlava attraverso il libro dell'Esodo, continua oggi a forgiare la storia umana ", allora sarebbe logico concluderne che, attraverso gli avvenimenti della storia umana, lo Spirito Santo ci porta e fa progredire la rivelazione nella Chiesa come ha fatto nel popolo eletto con gli avvenimenti dell'Esodo. Attraverso gli avvenimenti della storia umana, la Chiesa riceverebbe non so quale incalcolabile supplemento di luce e di grazia che ora le mancano; sarebbe votata a continui mutamenti. Ma da questo punto di vista risulterebbe che tutto non ci sarebbe stato dato da Gesù Cristo. Mi sembra estremamente grave, oltre che aberrante, scrivere e predicare che le vere dimensioni del messaggio evangelico vengono rivelate alla Chiesa dagli avvenimenti e per mezzo della storia umana. La verità è tutt'altra, poiché le vere dimensioni del Vangelo sono state rivelate dallo Spirito di Dio nel giorno della pentecoste, e gli avvenimenti che sono seguiti sono stati soltanto un'occasione per renderle esplicite. È un'esplicitazione che si compie in virtù dello Spirito di Dio e non attraverso gli avvenimenti.
    "Elevare la storia umana alla dignità di causa efficiente della rivelazione e della salvezza, porta necessariamente ad affogare la rivelazione nel flusso e riflusso delle trasformazioni della storia umana, a dissolvere la salvezza nella storia umana e a svuotarla del suo contenuto. Come si può sostenere che lo stesso Spirito, che guidava e faceva progredire la storia sacra, risiede ora nella storia umana con lo scopo di procurare la salvezza? È nella Chiesa che risiede lo Spirito Santo con la grazia e la luce che vengono date alla Chiesa nella sua pienezza. È attraverso la Chiesa che lo Spirito Santo da la salvezza e non per mezzo della storia umana. Altrimenti, la Chiesa non è più la Chiesa, messaggera unica della redenzione.
    È anche un sofisma pretendere che la storia umana "riveli il volto di Dio". In realtà, è la Chiesa che rivela agli uomini, con la fedeltà della sposa, questo adorabile volto. La Chiesa lo rivela poiché è depositarla della rivelazione e della grazia del Signore; la storia umana no.
    In quanto all'idea tradizionale che " Dio ci parla attraverso gli avvenimenti ", essa viene spesso interpretata ai nostri giorni in modo strano e persino falso, come se Dio, per mezzo degli avvenimenti, ci suggerisse di cedere al " flusso storico " più forte e vantaggioso, e di abbandonarci al " movimento della storia ". Dove portino questi propositi è ben noto; ci dicono che, poiché Dio si manifesta per mezzo degli avvenimenti e poiché il comunismo è uno dei maggiori avvenimenti del nostro secolo, non dobbiamo opporci ad esso ma, al contrario, assecondarlo opportunamente. Il sofisma è evidente: Dio, infatti, si manifesta con gli avvenimenti, ma a condizione che portiamo nei nostri cuori la sua luce soprannaturale per discernerli. Privati di simile luce obiettiva, immutabile e rivelata, non possiamo comprendere ciò che Dio attende da noi negli avvenimenti né cogliere il cenno che Dio ci ha fatto, anche perché Dio si manifesta in due maniere differenti e persino contraddittorie, sia attraverso gli avvenimenti, sia con le " correnti storiche ". A seconda della natura degli avvenimenti, natura che è valutata dalla ragione e dalla fede, Dio ci chiede o di opporci con tutte le nostre forze e di resistervi sino alla. morte, o di avere l'umiltà e la semplicità di cooperarvi secondo i nostri mezzi. Ma come è possibile discernere la natura degli avvenimenti e riconoscervi l'invito di Dio, se non possediamo la luce divina che li trascende e li giudica? Questa concezione dell'avvenimento come segno di Dio non è da respingere, ma deve essere energicamente svincolata dal mito della storia che la deforma e la corrompe. Finché continueremo a confondere corrente storica e redenzione, avvenimento storico e salvezza, storia umana e città di Dio, finché immagineremo una sorta di identificazione fra la storia della città di Dio e quella delle città politiche (o persino, al limite, la storia dell'Antichiesa), finché verremo irretiti in queste confusioni, saremo incapaci di capire come Dio ci parli attraverso gli avvenimenti.
    " Se Dio ci desse di sua mano dei maestri, oh! Come bisognerebbe obbedir loro di buon grado! La necessità e gli avvenimenti lo sono innegabilmente ". Quando Pascal scriveva questa riflessione nel " Mistero di Gesù ", non intendeva dire che dobbiamo cedere alla corrente della storia. Lui, che si opponeva alla corrente storica del lassismo e la cui indignazione ardeva nelle " Provinciali ", era lontanissimo dall'immaginare (come i falsi profeti dei nostri tempi che rappresentano le correnti storiche del momento) l'espressione infallibile della santa volontà di Dio al di fuori di un giudizio secondo i criteri della fede.
    Del resto, per riuscire a giudicare praticamente secondo i dettami della fede tanto le contingenze della vita come le vicissitudini del nostro secolo, per scoprire veramente l'invito di Dio, bisogna possedere una salda volontà di operare nel senso della generosità più vasta e della carità perfetta. Senza questa disposizione d'animo, la nostra prudenza rimarrebbe molto incerta, il nostro discernimento dell'invito divino rischierebbe di essere illusorio e disastroso. Se la nostra scelta profonda, anche se quasi inconscia, fosse stata quella della facilità, del proprio interesse, della volontà di potenza, se fossimo mancati in tal modo all'appuntamento con Gesù crocifisso, con la sua luce e il suo amore, è molto dubbio che riusciremmo a comprendere ciò che ci chiede nei confronti degli avvenimenti; non saremmo capaci, in simile circostanza, di abbandonarci a lui secondo il suo volere, affinché " tutto cooperi al bene di coloro che ama " (poiché ha nelle sue mani gli avvenimenti, con tutte le loro circostanze, per questo fine supremo che è il bene degli eletti). A questo proposito, l'esempio dei santi è più che mai rivelatore. Se i santi fondatori, come san Domenico e san Giovanni della Croce, se i santi Dottori o i santi re hanno risposto (propriamente parlando) non all'invito del loro tempo ma all'invito di Dio per il loro tempo, è soprattutto perché si erano votati completamente a Dio e ardevano di una carica eroica.
    Per concludere con il sofisma della storia umana divinizzata, possiamo dire che nulla è più dannoso per la fede, più rovinoso per la vita spirituale e l'azione apostolica del guardare la storia umana supponendo che lo Spirito di Dio vi si trovi nascosto, e che esso ci apparirà e ci detterà la condotta da tenere. Al contrario, se ascoltiamo l'insegnamento della Chiesa che trascende la storia umana, se ci applichiamo nella conoscenza dei dogmi della fede, se i criteri di quest'ultima verranno da noi interiorizzati con una vita di sacrificio e di amore, allora – osservando serenamente gli avvenimenti - saremo in grado di scoprire ciò che il Signore attende da noi nei loro confronti, quale dovrà essere il nostro atteggiamento e come poter dare una risposta piena d'onore e d'amore. Questo tradizionale atteggiamento cristiano di fronte agli avvenimenti e in mezzo alle vicissitudini della storia, è esattamente il contrario di quello hegeliano o progressista; infatti coloro che seguono Hegel o il progressismo, spesso, a loro insaputa, incominciano col trascurare la dottrina immutabile della Chiesa e a sottovalutare i dogmi dichiarati; decretano che sono superati e suscettibili di revisioni; osservano la storia umana per cogliervi, come hanno la pretesa di affermare, " lo Spirito di Dio che la forgia ". Che nostro Signore Gesù, unico salvatore degli uomini e re sovrano dei secoli, che la Vergine Maria, nostra madre e nostra regina, vittoriosa di tutte le battaglie di Dio, preservino i cristiani, sia preti che laici, dal cadere vittime dei prestigi tenebrosi di quell'idolo moderno che è la storia umana.
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    Credente.
    00 9/9/2011 6:19 PM
    CAPITOLO QUINTO – Gli ultimi giorni del mondo

    Sono convinto che il Signore, di fronte al mondo attuale in preda all'apostasia, ci chieda di non lasciarci prendere dalla paura o dall'angoscia: "Nolite timere, pusillus grex" (Non temere, piccolo gregge); "Confidite, ego vici mundum" (Coraggio, io ho vinto il mondo). Non penso tuttavia che ci chieda di sfuggire ogni angoscia, ogni timore, lui che tremava di paura nella sua santa agonia e piangeva su Gerusalemme infedele, irrimediabilmente votata alla vendetta divina " per non aver saputo riconoscere il tempo in cui era stata visitata ". So che vi sono dei cristiani più che soddisfatti e senza la minima inquietudine di fronte alla nostra attuale situazione. Ma la loro soddisfazione non è secondo il volere di Cristo. Essa deriva da un compromesso con il mondo e, in primo luogo, da un rifiuto di guardarlo in faccia per paura di riconoscervi l'opera del demonio e di doversi ricordare della croce di Cristo. Mentre tanti battezzati vivono nell'inconsapevolezza dei sacramenti che hanno ricevuto e sono inseriti in istituzioni laiche e talvolta atee; mentre la persecuzione, scientificamente organizzata, ha assunto con il comunismo un'ampiezza senza precedenti; mentre un numero sempre maggiore di preti divengono scettici sul loro sacerdozio, dubitando della sua grandezza divina come della sua assoluta necessità e celebrano senza dignità i santi misteri; mentre la lussuria insolente e priva di limiti progredisce ovunque e moltiplica i suoi stratagemmi per ossessionare e abbrutire i deboli mortali, insomma, " mentre le tenebre si propagano sulla faccia della terra ", si trovano dei preti e dei laici che ritengono che le cose non vadano poi troppo male e che abbiamo torto a inquietarci. Parlano e agiscono come se fossero corazzati, blindati di soddisfazione. E forse, in realtà, lo sono. Che cosa sarebbe necessario per aprire loro gli occhi sull'enormità del peccato, per far andare in pezzi la loro corazza di inebetimento?
    Alla vista di questo mondo, che è edificato contro la fede, che è esattamente organizzato per perdere le anime senza darlo a vedere, neutralizzandone le reazioni, alla vista di un tale mondo ci capita di essere all'inizio spaventati e di non riuscire a superare questa prima impressione. Come possiamo non cedere alla tentazione di fuggire o di disperare? Non v'è che un rimedio: raddoppiare la fede; ripetere continuamente l'invocazione del Vangelo: " Signore, io credo, ma aumentate la mia fede ", e pregare senza mai stancarci la Madonna di aiutarci a proseguire il cammino:
    Vitam praesta puram,
    iter para tutum,
    ut videntes Jesum
    semper collaetemur.
    Insegnandoci a guardare a Gesù, la Vergine Maria ci renderà capaci di proseguire il cammino nella pace e nella gioia inferiore, anche se la strada diventasse ancora più accidentata di quanto non lo sia oggi. Ed è indubbio che un giorno diverrà ancora più impraticabile, poiché è predetto. È predetto che la grande apostasia deve essere consumata dall'insieme delle nazioni mentre sorgerà l'Anticristo, " l'uomo del peccato ". Ma il Signore sarà il padrone di quell'ultimo periodo dei tempi storici, come lo è di quello presente e come lo era dei secoli della cristianità.
    Di tale verità, la Vergine corredentrice ci renderà del tutto certi.
    Iter para tutum,
    ut videntes Jesum
    semper collaetemur.
    Rileggiamo ora le Scritture ispirate che profetizzano l'apostasia generale:
    Nessuno vi inganni in alcun modo, perché prima [dell'avvento del Signore] bisogna che venga l'apostasia, si manifesti l'Uomo del peccato, il figlio della perdizione l'avversario che si innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio o che è oggetto di venerazione al punto di sedersi egli nel tempio di Dio, proclamando se stesso come Dio. Non vi ricordate che vi dicevo queste cose quando ero in mezzo a voi? E voi ben sapete che cosa ora lo trattiene, in modo che egli si manifesterà solo al tempo opportuno. Già infatti il mistero dell'iniquità è in azione; è necessario solo che chi lo trattiene ora sia tolto di mezzo. Allora verrà l'Empio che il Signore Gesù ucciderà col soffio della sua bocca, e annienterà con lo splendore della sua venuta. Questo empio, in virtù della potenza di Satana, verrà accompagnato da ogni sorta di portenti, di segni e di prodigi menzogneri, e da tutte le seduzioni che presenta l'iniquità per quelli che si perdono, perché non hanno voluto accogliere l'amore della verità, che li avrebbe salvati. Per questo Dio permette che la potenza del Maligno li faccia smarrire sì che essi credano alla menzogna, affinché tutti coloro che non hanno creduto alla verità, ma si sono compiaciuti nell'iniquità, vengano condannati (2 Tess. 2,3-12)
    Un quadro degli ultimi giorni, egualmente drammatico anche se meno esplicito su alcuni punti, era stato descritto da san Matteo:
    Gesù rispose loro: state attenti che nessuno vi seduca. Perché molti verranno in nome mio a dire: Io sono il Cristo! E sedurranno molti... E, per il moltiplicarsi dell'iniquità, in molti si raffredderà la carità. Ma chi avrà saputo perseverare sino alla fine, questi sarà salvo. E questo Vangelo del regno sarà predicato in tutto il mondo, per essere in testimonianza a tutte le nazioni. E allora verrà la fine... Perché vi sarà allora una tribolazione sì grande, quale non vi fu mai dal principio del mondo fino ad ora, né mai vi sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, non scamperebbe anima viva; ma, in grazia degli eletti, saranno abbreviati quei giorni. Allora, se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui! Oppure: È là!, non gli credete; perché sorgeranno dei falsi cristi e dei falsi profeti che faranno dei grandi portenti e dei prodigi da sedurre anche gli eletti, se fosse possibile. Ecco, ve l'ho predetto). Se adunque vi diranno: Ecco, è nel deserto, non vi andate; Ecco, è nell'interno della casa, non ci credete; perché, come il lampo esce da levante e si mostra sino a ponente, così pure sarà la venuta del Figlio dell'uomo. Dovunque vi sarà il cadavere, quivi si raduneranno le aquile (Mt. 24,4-5,12-14,21-28).
    Anche in quegli anni, che difficilmente possiamo immaginare, il Signore terrà nelle proprie mani tutte le cose. Una delle prove più palpabili, è che non permetterà alle tenebre della grande apostasia di ricoprire il mondo prima che la luce del Vangelo non abbia brillato su tutti i popoli (Mt. 24,14); d'altra parte la grande apostasia non gli impedirà di liberare il popolo ebreo dalla sua cecità millenaria e di ricondurlo all'unità della Chiesa (Rom. 11).
    L'enormità dello scandalo negli ultimi giorni del mondo non diminuirà la potenza del Signore di modo che per i cristiani che vivranno allora non vi sarà vero motivo di perdersi di coraggio; a maggior ragione dobbiamo rimanere saldi e fiduciosi, noi che non siamo esposti a pericoli così estremi, anche se il nostro tempo, con i nuovi poteri di cui dispongono le due Bestie, è forse una prova generale dei tempi dell'Anticristo. Ma per chi ha la fede, non v'è motivo di non aver fiducia.
    Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima; temete piuttosto colui che può far perdere anima e corpo nella geenna. Non si vendono forse due passerotti per un soldo? Eppure, nemmeno uno di essi cadrà in terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque: voi siete ben più di molti passerotti (Mt. 10,28-31).
    E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma non andrà perduto neppure un capello della vostra testa: con la vostra perseveranza salverete le anime vostre! (Lc. 21,17-19).
    Troveremo forza e consolazione nella fede e nelle parole della fede. "Consolamini invicem in verbis istis" (1 Tess. 4,18): è nella parola di Dio stesso che troveremo il conforto. Quanto alle parole soltanto umane, esse ci irriterebbero maggiormente, soprattutto quando vogliono convincerci che il nostro secolo non è peggiore di altri. È falso. Esistono una novità e un progresso nel male. Le forze dell'inferno non furono mai scatenate con una potenza così estesa, così feroce. Non è di tutti i tempi, ma solo del nostro, che l'ateismo si è imposto in paesi cattolici e a popoli formati per la maggior parte di battezzati. È tipica del nostro tempo la mancanza di Dio e di Cristo, questa mancanza che è peggiore della idolatria e che rappresenta il marchio satanico impresso sulle istituzioni e sul modo di vivere. Se volete dirci parole di conforto e di speranza, ricordateci piuttosto che questo mondo, organizzato per rendere Dio assente, non può tuttavia impedire che vengano celebrate delle messe e che la dottrina della verità sia insegnata da maestri fedeli; indicateci i segni indiscutibili per cui le porte dell'inferno non riusciranno a prevalere e il Signore non cesserà di manifestarsi, ma non tentate di farci passare per rosa o grigio ciò che è nero come l'inchiostro. Non possiamo sostenere, contro l'evidenza dei fatti, che le due Bestie non hanno aumentato il loro potere dai tempi di Celso o di Marc'Aurelio, da quelli di Calvino o della grande Elisabetta. La verità è che la loro forza, anche se accresciuta, è in definitiva nulla se paragonata all'onnipotenza dell'Agnello, e di fronte ai baluardi della città santa.
    La missione di Bernanos fu di denunciare la cospirazione diabolica del nostro mondo contro ogni vita di preghiera, di proclamare che un tale mondo soffocava le anime in gran numero o le gettava nella disperazione.
    Non è difficile notare gli stridori delle sue collere e deplorare un tono che non sempre è giusto. Ma sarà più utile unirci a lui nel fare attenzione alla novità e alla gravità del male che ci intossica. Stiamo egualmente in guardia, poiché a partire da una certa acutezza nella percezione del male, quando si sono rifiutate le confortevoli illusioni di un'inconsapevolezza più o meno volontaria, non rimangono possibili che alcuni atteggiamenti: la preghiera o la predicazione dei santi; il gelido silenzio dei disperati; l'ansimare di paura o il clamore di coloro che, essendo sfuggiti per un soffio alla disperazione, non sono ancora abbastanza pacificati nella preghiera per far sentire contemporaneamente parole vendicatrici e apportatrici di pace. Se è vero che Bernanos non aveva abbastanza santità per sopportare senza cedimenti la visione che aveva di fronte, preferisco, anziché fargliene un rimprovero, guardare bene in faccia il male contro il quale egli si indigna. Dopo tutto, Bernanos non fa che esprimere a suo modo ciò che Pio X aveva già scritto con la serena maestà di Sommo Pontefice, nella sua enciclica " E supremi apostolato cathedra ", nell'alba inquietante del secolo XX. E Pio X era un santo, scriveva nella pace della preghiera e con la luce dello Spirito di Dio:
    Giacché veramente contro il proprio Creatore " fremettero le genti e i popoli meditarono cose vane" (Sal. 2,1), talché è comune il grido dei nemici di Dio: " Allontanati da noi " (Giob. 21,14). E conforme a ciò, vediamo nei più degli uomini estinto ogni rispetto verso Iddio Eterno, senza più riguardo al suo supremo volere nelle manifestazioni della vita privata e pubblica; che anzi, con ogni sforzo, con ogni artifizio si cerca che fin la memoria di Dio e la sua conoscenza sia del tutto distrutta. Chi tutto questo considera, bene ha ragione di temere che siffatta perversità di menti sia quasi un saggio e forse il cominciamento dei mali, che agli estremi tempi son riservati, che già sia nel mondo il figlio di perdizione, di cui parla l'Apostolo (2 Tess. 2,5). Tanta infatti è l'audacia e l'ira con cui si perseguita dappertutto la religione, si combattono i dogmi della fede e si adopera sfrontatamente a sterpare, ad annientare ogni rapporto dell'uomo con la divinità!
    E all'inizio dell'Enciclica il Papa ci confidava:
    ... Ci atterrivano, sopra ogni altra cosa, le funestissime condizioni in che ora versa l'umano consorzio. Giacché chi non iscorge che la società umana, più che nelle passate età, trovasi ora in preda a un malessere gravissimo e profondo che, crescendo ogni dì di più e corrodendola sino all'intimo, la trae alla rovina? Voi comprendete, o venerabili Fratelli, quale sia questo morbo: l'apostasia di Dio...
    Da parte sua, nel 1937, Pio XI scriveva nella "Divini Redemptoris": "Per la prima volta nella storia vediamo con immenso dolore una rivolta metodicamente calcolata e organizzata contro tutto ciò che è divino ".
    Quando apparirà l'Anticristo, verrà effettivamente raggiunto il colmo dell'orrore profetizzato dall'Apostolo. Una profezia che ci fa fremere ma che non per questo cessa di essere vera. Gli avvenimenti che annuncia devono indubbiamente verificarsi. Del resto, i testi di san Paolo non si potrebbero mai interpretare in senso figurato o allegorico. La Scrittura infallibile annuncia avvenimenti del tutto reali e determinati: apostasia generale e venuta dell'Anticristo. La Scrittura non entra in tutti i dettagli, né negli ultimi particolari, ma sulla realtà dei fatti è di una chiarezza estrema. Ma perché le cose devono giungere a questo estremo e perché ci è stato detto? Non è pericoloso esporci a sterili inquietudini? Non sembra: anche questa rivelazione ci è molto salutare.
    Infatti essa mette fine ai sogni del messianismo carnale. Dopo aver letto questo testo nell'ambito della fede, diventa impossibile immaginare che il propagarsi del Vangelo possa giungere a poco a poco a eliminare le persecuzioni della Chiesa provenienti dall'esterno e i tradimenti organizzati dal di dentro. Le due Bestie non disarmeranno mai quaggiù; al contrario, perfezioneranno le loro armi e svilupperanno la loro tattica col progredire della storia verso il suo termine. Quindi non possiamo più guardare ai secoli (o forse solo agli anni) futuri per cercarvi riposo e consolazione. Il nostro pensiero del futuro ci porta piuttosto, naturalmente se teniamo presente ciò che ci è stato predetto, a ricordarci dell'eterno, a volgere la nostra speranza verso la patria celeste e il re immortale dei secoli, a ripetere con maggiore fermezza l'ultimo passo del Credo della messa: "Expecto resurrectionem mortuorum et vitam venturi saeculi".
    Perciò, al fine di condurci a vivere al livello del cielo, è stato bene che il Signore ci istruisse sulla maniera in cui il mondo doveva finire e a qual punto quest'ultimo sarebbe stato posseduto dal demonio. Facciamo tuttavia attenzione all'esatta portata di tale profezia: il mondo sarà posseduto dal demonio poiché il maligno disporrà di un potere di traviamento mai ottenuto fino ad allora, non perché sarà divenuto capace di annullare gli effetti della redenzione e di sopprimere l'azione della Chiesa; il mondo sarà posseduto dal demonio poiché quest'ultimo sarà riuscito a pervertire nella mente di moltissimi cristiani le verità della fede e a farle dimenticare (forse servendosi di gerarchie parallele); non perché avrà travolto il trono di Pietro, abolito ogni predicazione ortodossa, o accecato gli uomini di buona volontà che non desiderano che vedere; il mondo sarà posseduto dal demonio poiché al maligno sarà permesso di nuocere fino al limite estremo, non perché cesserà di essere incatenato da Cristo vincitore. Il maligno rimane per sempre impotente su " coloro che hanno disprezzato la loro vita fino al punto di accettare la morte " (Ap, 12,11).
    Gli ultimi giorni del mondo, per quanto possano essere pericolosi, tenebrosi e sordidi, rimangono ancora dei giorni di redenzione: tempi che restano inclusi nella pienezza dei tempi. Così la pienezza della luce e dell'amore donata agli uomini una volta per tutte in Gesù Cristo, non ci verrà mai più tolta; così come il potere di Gesù Cristo non cesserà mai di far sentire la sua sovranità plenaria per il bene degli eletti: queste sono le due verità che dobbiamo indefettibilmente ricordare quando rileggiamo le profezie sulla fine dei secoli.
    D'altronde, se meditiamo i testi così come sono stati scritti, vediamo che la tenerezza del Signore e l'efficacia del suo aiuto sono espresse con una chiarezza che non ammette esitazioni. Come non esserne rassicurati?
    Perché vi sarà allora una tribolazione sì grande, quale non vi fu mai dal principio del mondo fino ad ora, ne mai vi sarà. E se quei giorni non fossero abbreviati, non scamperebbe anima viva; ma in grazia degli eletti saranno abbreviati quei giorni (Mt. 24,21-22).
    E sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma non andrà perduto neppure un capello della vostra testa: con la vostra perseveranza salverete le anime vostre! (Lc. 21,17-19).
    Le mie pecore nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può rapirle di mano al Padre mio (Gv. 10,28-29).

    Quando la Scrittura parla della fine del mondo, annuncia gli avvenimenti ultimi di una storia che col natale, la pasqua e la pentecoste è entrata nella pienezza dei tempi e non certo un'era nuova posta fuori da tale pienezza. A questo punto dobbiamo notare la differenza fra la prima venuta del Salvatore e il suo glorioso ritorno. I giorni della sua prima venuta si contraddistinguono da quelli che li hanno preceduti non solo per l'intensità delle grazie accordate ma anche per la natura del dono che ci è stato fatto, poiché il Padre del cielo, oltre ad accordarci grazie sovrabbondanti, ha anche amato il mondo fino a donargli il Figlio suo, pieno di grazia e di verità. Ecco perché l'incarnazione del Verbo rimane senza paragone nei confronti delle visite di Dio che l'hanno preceduta. Ecco anche perché il peccato degli ebrei, quando rifiutarono il Messia, fu più grave, senza paragone, in rapporto ai peccati commessi fino ad allora, poiché è il Figlio di Dio che hanno crocifisso, colmando così la misura dei peccati dei loro padri (Mt. 25,32). Ma la santità del Verbo Incarnato fu infinitamente gradita a Dio, tanto da avere ragione della malvagità dei carnefici e dei bestemmiatori. La santità di Gesù nella passione riscattava ampiamente ogni peccato di quel popolo, come tutti i peccati degli uomini, e guadagnava in anticipo la conversione di Israele.
    La venuta del Signore è quindi realizzata una volta per sempre. È cosa fatta, non verrà mai revocata. Il Verbo si è fatto carne ed abita in noi. Da allora tutti i secoli, senza eccezione, compresi quelli della fine dei secoli, sono inclusi, racchiusi nell'effusione plenaria della grazia. E non esisterà una diversità di natura, tanto nel bene come nel male, fra gli ultimi giorni e gli altri. Ma vi sarà tuttavia una differenza, in primo luogo nell'intensità del male e nella sua estensione: il che spiega perché tali giorni siano situati a parte e siano stati oggetto di una particolare rivelazione. Esisterà anche una differenza nella maggiore sollecitudine con la quale Dio circonderà i suoi eletti, " abbreviando persino quei giorni in grazia loro "; e non possiamo dubitare che la Vergine Maria proteggerà allora i cristiani con cura ancora più materna e gelosa.
    Poiché siamo certi che Dio adegua le grazie maggiori a prove e tentazioni maggiori, siamo altrettanto sicuri che i cristiani che vivranno quelle ore veramente particolari nella storia della pienezza dei tempi, potranno dire come i loro fratelli dei secoli anteriori e persino con più sicurezza:
    Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada?... Ma in tutto questo noi siamo più che vincitori, per mezzo di colui che ci ha amati. Sono sicuro del resto che né la morte, né la vita, né gli angeli, né i principati, né il presente, né l'avvenire, né potenza, né altezza, né profondità, né qualsiasi altra creatura ci potranno separare dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù Signore nostro (Rom. 8,35-49).
    D'altronde, se dalle apparizioni di importanza mondiale risulta chiaramente che la Vergine Maria interviene ancor più per la salvezza degli uomini quanto più questi si dedicano agli ultimi preparativi della grande apostasia, possiamo pensare che essa si dimostrerà ancor più nostra madre e regina nostra quando la defezione sarà quasi generale e la consumazione dei secoli molto vicina. Per cui gli ultimi giorni, per quanto spaventosi possano essere, non solo verranno abbreviati in grazia degli eletti, ma saranno anche protetti come i giorni precedenti e persino di più: verranno salvaguardati nel cuore divino del redentore onnipotente e in quello immacolato della Madonna.
    Detto questo, ci chiederemo forse perché il Signore, padrone degli uomini e dei tempi, abbia fissato le tappe della storia così come ha fatto, come è riportato nelle sacre Scritture. Se crediamo al suo amore, afferriamo senza difficoltà la ragion d'essere degli interventi misericordiosi: creazione nello stato di giustizia originale, promessa di un redentore dopo il primo peccato, vocazione di Adamo e, sopra ogni cosa, l'incarnazione del Verbo, in seno alla Vergine Immacolata; e infine, la pasqua e la pentecoste. Tuttavia, se l'amore infinito e propriamente soprannaturale ci spiega il susseguirsi delle misericordie, che cosa ci spiegherà le tappe dell'infedeltà? Sappiamo che il peccato, con i suoi sforzi e tentativi, ha dei limiti invalicabili; soprattutto il peccato non è in grado di abolire gli effetti della redenzione, ne la santa Chiesa. Ma perché il Signore ha permesso che si sviluppasse in manifestazioni ogni volta più mostruose fino alla venuta dell'Anticristo, sino all'avvento dello “Uomo del peccato "? Se si leggono attentamente le Scritture, si vedrà che l'approfondirsi della perversità appare innegabile. Quando l'umanità, ferita in Adamo, si moltiplicava all'insegna della legge di natura ed era visitata in quella semioscurità da una grazia che la orientava misteriosamente verso Cristo ("Veni, expectatio gentium et desideratus earum") già in quei primi tempi della nostra specie la maggior parte dei popoli si allontanò da Dio per perdersi poco alla volta in un'idolatria dalle credenze assurde e dai riti abominevoli. Poi, quando il Signore, per impedire che l'accecamento divenisse totale e per preparare il mondo alla venuta del Figlio suo, si riservò un piccolo popolo che prese per mano e di cui egli stesso forgiò l'educazione, quel popolo benedetto, nel momento stesso in cui il Figlio di Dio diventato uomo gli era dato, rifiutò di accoglierlo, ad eccezione di un "piccolo avanzo".
    Allora il Signore respinse per un periodo di tempo Israele, chiamò le nazioni idolatre e le fece entrare nella Chiesa; ma subito, il " mistero dell'iniquità " si insinuò nelle comunità dei convertiti. Essi, pur non ritornando agli idoli del paganesimo, cadono nell'eresia e forse già si preparano all'apostasia. La prima epistola di san Giovanni, proprio all'inizio della conversione dei pagani e della loro entrata nella Chiesa, afferma senza ambagi:
    Figlioli, è l'ultima ora e, come avete sentito, l'Anticristo viene: anzi ecco fin d'ora son già molti gli anticristi: da questo possiamo capire che è l'ultima ora. Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri (1 Gv. 2,18-19).
    Ogni spirito che non confessa Gesù, non è da Dio, ed è quello dell'Anticristo, di cui avete saputo che viene, anzi fin d'ora è già nel mondo (1 Gv. 4,3).
    Veramente l'ultima condizione di questi convertiti del paganesimo era " peggiore della prima " (Mt. 12,45). A lungo contenuta, saldamente imbavagliata dai grandi santi che fiorirono nella Chiesa e dalle oneste strutture di una civiltà cristiana, l'apostasia è infine riuscita da quattro secoli, ma soprattutto dopo la Rivoluzione, a espandere qua si ovunque la sua virulenza; ai giorni nostri, è penetrata "in sinu et gremio Ecclesiae", come afferma san Pio X (e certamente non per colpa della Chiesa). E, anche se non siamo sufficientemente santi, non affermeremo che il progresso dell'apostasia debba sempre verificarsi necessariamente per colpa nostra. Sarebbe ingenuo dimenticare l' "odio oderunt me gratis" (Gv. 15,25). Però non siamo ancora al termine; il male deve ancora dilatarsi, al punto che, nonostante la conversione di Israele, che certamente avverrà, la grande apostasia s'impadronirà degli uomini e apparirà l'Anticristo. " Quando ritornerà il Figlio dell'Uomo, troverà a malapena la fede sulla terra " (Lc. 18,8). Ci chiediamo: perché questo progredire dell'iniquità, questo progredire nel rifiuto? Una spiegazione di questo permesso divino al peccato degli uomini, con i suoi livelli successivi, va cercata, nonostante le apparenze, nell'amore. In verità, Dio ci governa con un sistema che tiene conto anzitutto della nostra libertà e che meglio conviene alla nostra fede. E questa è una prova d'amore.
    Senza dubbio, se Dio governasse le creature libere servendosi di prodigi, in modo da impedire sempre agli esseri defettibili di tradirlo, e se questi esseri fossero infallibilmente immunizzati nei confronti del loro nulla originario, la storia della nostra specie non avrebbe conosciuto questa serie di prevaricazioni. Tuttavia, è stato un trattamento di favore il fatto di chiamarci ad andare verso di lui così come siamo, senza dispensarci tuttavia dal correre i rischi ai quali la nostra natura defettibile ci espone e senza esentarci dalle pene meritate col peccato. D'altronde, questa era la via preferibile per la fede e la vita spirituale. In effetti, la fede è obbligata a divenire più forte quando deve essere esercitata nelle tenebre e malgrado ogni sorta di apparenze contrarie. Ugualmente, il nostro attaccamento a Cristo è portato a divenire più intenso e vigoroso quando la potenza divina del Signore non è lampante e le due Bestie sembrano dominare il presente e reggere il futuro.
    È quindi preferibile per la purezza della fede, della speranza e dell'amore, che gli elementi negativi non siano eliminati dalla nostra lunga storia, di modo che, nella condotta dell'umanità come nella santificazione di ciascuno di noi, il nostro Dio meriti veramente il nome di Dio nascosto. "Tu es Deus absconditus, Deus Israèl": il fatto che si celi è segno di un amore maggiore, poiché ci invita in tal modo a cercarlo con più impegno, più umiltà e fiducia.
    In ogni caso, a meno di un governo divino del tutto prodigioso, non riusciamo ad immaginare come l'umanità, nel corso dei secoli, si sarebbe potuta sottrarre alle maggiori defezioni citate dalla Scrittura. Defezioni che rimangono libere, evidentemente; ma a meno di una Provvidenza quasi eccezionale, come si sarebbero potute evitare? Solo una sorta di miracolo avrebbe potuto impedire al popolo ebreo, malgrado i suoi privilegi, di concepire in maniera tanto orgogliosa e carnale la propria elezione fino ad arrivare al rifiuto di Cristo. Solo una specie di prodigio avrebbe impedito al fermento dell'eresia di penetrare già nelle prime comunità cristiane. Questo rifiuto della luce totale proveniente da Cristo, non poteva che provocare un accecamento peggiore di quello dell'idolatria. Infine, senza l'aiuto di un miracolo, come avrebbe potuto il rifiuto della luce non giungere fino alla apostasia? E come i suoi fautori non si sarebbero accaniti per renderla universale? (Cosa che capiterà effettivamente, poiché è annunciato: forse per mezzo di un sistema di pensiero e di uno strumento di pressione di cui il modernismo può farci intravedere la potenza e la perfidia).
    Comunque, pensiamo che anche per la Chiesa si realizzerà la parola sconvolgente, il "sinite usque huc" riportato dall'evangelista Luca nel racconto della passione (Lc. 22,51 ).
    Ma ciò non diminuisce il nostro obbligo di far fronte agli assalti diabolici. A nessun prezzo dobbiamo scendere a patti col nemico col pretesto che guadagnerà ancora terreno. Il dovere della resistenza e della fedeltà rimane imperioso. Noi siamo come gli apostoli che dovevano rimanere fedeli nell'ora della " potenza delle tenebre ", anche se è stato predetto che tale ora suonerà infallibilmente, mentre le forze del male giungeranno all'estremo: "sinite usque huc".
    Tuttavia, benché il sistema secondo il quale Dio ci governa non sia miracoloso, non bisogna sottovalutare l'importanza del miracolo. Infatti la vita della Chiesa è illuminata da radiosi miracoli; e i seguaci fedeli di Gesù Cristo scorgono nella propria vita degli interventi per così dire straordinari che li colmano di riconoscenza e di umiltà. Ma i miracoli, per loro natura, rimangono un fatto eccezionale.
    Tutte queste argomentazioni, però, questi ragionamenti, anche se ci recano un certo aiuto, non saranno sufficienti nell'ora della tentazione e della lotta. Essi non sostituiscono né la preghiera né la santa Messa ne il rosario e la liturgia. I loro effetti sono modesti se non sfociano in un approfondimento della nostra preghiera. Se continuiamo la riflessione teologica è perché la crediamo capace, in una certa misura, di fortificarci nella fede in vista della lotta e di incamminarci sulla via della preghiera.
    Comprendiamo perfettamente che cosa significhino, nel mondo in cui ci troviamo, l'aspetto negativo della storia e la preparazione dell'Anticristo. Ci rendiamo anche conto che il Signore rimane con noi e che la Chiesa non verrà mai a mancare. Ma per giungere a saperlo senza tentennamenti, per non perderci di coraggio, per continuare a far fronte, dobbiamo aggiungere alla riflessione teologica una costante invocazione o, per meglio dire, la teologia deve renderci inclini alla preghiera e all'invocazione: " Io credo, Signore, ma aumenta la mia fede. Vergine Maria, prega per noi. Vieni, Signore Gesù ".



    EPILOGO - L'implorazione della Sposa e la risposta del Signore

    E lo Spirito e la Sposa dicono " Vieni ". E chi ascolta dica pure: "Vieni...". "Sì, vengo presto" (Ap. 22,17-20).
    " Sì, vengo presto ". Non sembra esservi nulla di oscuro nella risposta del Signore. Però, quando si tratta del suo avvento glorioso, la sua venuta è differita a un futuro che ci sfugge. Ma allora che cosa significa la sua ferma risposta all'implorazione della sua Sposa e come dobbiamo interpretarla?
    Si può affermare senza ombra di dubbio che la Parusia è molto vicina: per Dio, "mille anni non sono più di un solo giorno". Ma dal nostro punto di vista, il secondo avvento, l'avvento di gloria, sembra allontanarsi nel tempo. Sono già trascorsi due millenni da quando la Chiesa proclama; "Et iterum venturus est cum gloria judicare vivos et mortuos". Innumerevoli "Te Deum", sotto le vòlte di tutte le cattedrali, non hanno cessato di far risuonare, dai tempi di sant'Ambrogio, il versetto solenne: "Judex crederis esse venturus", e ciò nonostante siamo ancora in attesa del Giudice supremo. In simile situazione, mi sembra che la promessa così confortante di una pronta venuta, pur indicando certamente il ritorno glorioso di Gesù Cristo, debba suggerire anche un'altra specie di visita, del tutto diversa.
    Si tratta della morte di ciascuno di noi, della nostra ultima ora, di quella visita temibile di Gesù nostro Signore che verrà a cercarci "come un ladro"? Indubbiamente. E in tal senso, è proprio vero che la sua venuta non tarda. Soltanto alcuni anni ci separano dall'ora della morte. La vita di ogni uomo sta nel cavo di una mano; scorre veloce, come l'acqua che raccogliamo alla fontana e che scivola subito via fra le dita. Ma per l'acqua possiamo sempre ritendere la mano e prenderne altra, mentre invece non è lo stesso per la vita. La sua scomparsa è irreparabile. Perciò è esatto affermare che il Signore non tarda a venire.
    Che il Maestro venga al cadere del giorno, o nelle tenebre della notte o al canto del gallo all'alba, il suo ritorno non è mai differito per troppo tempo. Speriamo di non esser trovati addormentati, di farci trovare pronti. E che la " santa Madre di Dio preghi per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte ", affinché la nostra sorte immortale, subito dopo l'ultimo respiro, sia con la Vergine immacolata, con Gesù, suo figlio, con il Padre e lo Spirito Santo, gli angeli e i beati.
    Oltre che al suo secondo avvento e alla nostra morte, la promessa di Gesù di giungere senza tardare mi sembra riferirsi anche alla sua azione nella Chiesa e alle manifestazioni del suo governo sovrano.
    Il Signore è presente nella Chiesa, ma non smette di venirvi. Se pensiamo per esempio all'offerta misteriosa che egli in ogni messa fa del suo corpo immolato "per la moltitudine umana in remissione dei peccati", è evidente che egli giunge senza tardare, che non cessa di rendersi presente per ciascuno di coloro che vogliano offrirsi con lui e riceverlo; "Veni, Domine, noli tardare", supplicava il profeta nel vecchio Testamento e il Signore rispondeva alla sua preghiera. Ma nel "testamento nuovo ed eterno", dopo che il Verbo si è fatto carne, questa invocazione viene esaudita oltre ogni limite presentito da profeti e patriarchi. Ogni prete che celebri la messa, ogni fedele che vi assista e faccia la comunione, scopre in una gran pace a qual punto la sua attesa sia già colmata. In verità, egli giunge prontamente, di persona, sotto le specie eucaristiche (viene anche con gli altri sacramenti, benché in maniera differente da quella dell'eucaristia).
    Viene come maestro di verità, come Verbo apportatore di luce, in occasione delle grandi proclamazioni dogmatiche della sua Chiesa. La sua presenza è resa più sensibile e manifesta, si rinnova in qualche modo con le dichiarazioni infallibili dei concili, le definizioni "ex cathedra" dei successori di Pietro, le condanne solenni che depurano in modo definitivo i dogmi della fede, che edificano un bastione inespugnabile contro le astuzie e le macchinazioni del Principe delle tenebre. Tuttavia, anche al di fuori dei fatti solenni o straordinari, nella vita quotidiana della sua Chiesa e nella semplice diffusione della santa dottrina per mezzo dei suoi ministri fedeli, il Signore attualizza la sua presenza e rinnova la sua venuta. (Come abbiamo già detto, è evidente che queste diverse venute non hanno il significato di una evoluzione progressista; si tratta di un rinnovamento, di un approfondimento di ciò che fu dato una volta per tutte). Cristo, per mezzo dello Spirito Santo, suggerisce alla Chiesa tutto ciò che aveva già detto (Gv. 14,26) poiché ci ha fatto conoscere " tutto ciò che ha udito dal Padre suo " (Gv. 15,15). E non resta nulla da aggiungere. O meglio, come dice san Giovanni della Croce, ci fa " entrare più a fondo nella densità "; nella densità della sua vita e del suo amore. Ma questa vita e questo amore risiedono pienamente in lui, di modo che neppure in questo caso si tratta di superare o di far evolvere.
    Ciò che non dobbiamo dimenticare quando parliamo della celebrazione dei sacramenti - e soprattutto dell'eucaristia - o dell'illuminazione per mezzo della dottrina, è che simili venute del Signore, che sono visibili e sensibili, sono subordinate alla sua venuta invisibile nelle nostre anime. Tutta la struttura visibile della Chiesa, che è divina e indispensabile, i poteri gerarchici con le loro funzioni determinate e necessarie, sono subordinati alla grazia invisibile (ma che si tradurrà con opere ben visibili), all'accrescimento della fede, della speranza e della carità.
    A ogni progresso delle virtù teologali nella nostra anima corrisponde una nuova venuta del Signore. " Ecco, io sto alla porta e busso: se uno sente la mia voce e mi apre [compiendo dei gesti di un più grande amore] io entrerò da lui [con una nuova venuta] e cenerò con lui e lui con me " (Ap. 3,20).
    Ma non è solo in questo modo che il Signore giunge prontamente. Bisogna proporre un'interpretazione più sconcertante del suo ritorno, di quel "marana tha" che era la forma di saluto tra i primi cristiani. Mi sembra che si possa anche tradurre: Quando una moltitudine di deboli innocenti o forse semicolpevoli viene trascinata nello stesso turbine in cui vi sono alcuni apostati forsennati, anche quando la folla dei minores, fuorviata più o meno volontariamente, viene colpita insieme al piccolo gruppo dei majores che hanno prevaricato con diabolica lucidità, si può sempre affermare che il Signore viene. O ancora: egli viene attraverso le persecuzioni che si abbattono sulle nazioni cristiane, mentre tanti fedeli sono impreparati o tiepidi. Per mezzo di tutti questi avvenimenti che ci sconcertano, è lui che ci raggiunge. Per quanto possa sembrare sorprendente a prima vista, tale interpretazione appare legittima se teniamo conto che il Signore " fa cooperare tutte le cose al bene di coloro che ama ", ordina tutto per il bene dei suoi eletti e, per prima cosa, le croci. Non sembri arbitraria la seguente parafrasi dell'Apocalisse:
    Vedete la parte considerevole che hanno il Drago e le due Bestie nella diffusione della menzogna e dello scandalo. Sentite i loro furiosi latrati. Ma non abbiate paura, non sono loro i padroni; sono tenuti al guinzaglio e vinti in anticipo. In occasione del loro terribile scatenarsi, Gesù va incontro alla sua Chiesa al fine di prepararla per il giorno del suo avvento glorioso. Resta il padrone degli avvenimenti e fortifica ciascuno di noi per farci riportare la vittoria. " Non permetterà che si perda uno solo di questi piccoli che credono in lui ". E viene subito. Non nel senso che il suo ritorno glorioso sia immediato, ma perché prepara subito la Chiesa al suo ritorno glorioso, anche se regnano le tenebre più fitte e l'apostasia s'impadronisce di tutta la terra. La Chiesa ne è talmente certa da cantare nella veglia del Sabato Santo: "Et nox illuminatio mea in deliciis meis"; e ancora, con il salmista: "Probasti cor meum et visitasti nocte" (Hai messo il mio cuore alla prova e l'hai visitato nella notte, Sal. 16). E san Giovanni della Croce diceva: " II Signore ha sempre svelato ai mortali i tesori della sua saggezza e del suo Spirito. Ma li rivela maggiormente ora che la malizia si rivela di più.
    Un cuore semplice, un'anima illuminata dalla fede e che veneri con ardore la croce di Cristo saprà riconoscere la sua venuta in situazioni analoghe a quelle dei cristiani di Roma del secolo XVI che, dopo il saccheggio della città da parte dei lanzichenecchi luterani, vennero venduti come bestiame ai Turchi e ai Mori, mercanti di schiavi e seguaci di Maometto. Eroici nella fede e nell'amore, quei cristiani, ridotti in schiavitù ma inaccessibili all'apostasia, non dubitarono mai che il Signore non venisse prontamente, e dalle loro anime non venne sradicata la pace.
    Scrivo queste cose senza alcuna illusione sulla profondità inaudita di miseria e d'angoscia legate a un simile eroismo, sulla qualità segretissima di una pace interiore che rimane viva in mezzo a tali orrori. Non ignoro affatto che la sorte di molti nostri fratelli nella fede è certamente peggiore di quella dei cristiani vittime del sacco di Roma sotto papa Clemente VII. Non provo nessuna attrattiva per un qualsiasi e non ben definito romanticismo del martirio. Riconosco l'importanza inestimabile, per la salvezza delle anime, della stabilità delle nazioni cristiane, con la giustizia delle loro istituzioni e la vera libertà della Chiesa.
    Ma scorgo anche la perfezione della fedeltà che può realizzarsi in mezzo all'angoscia; penso che quando il Signore invia dei castighi sulla terra non lo fa solo per punire i colpevoli, ma per trarre, dal coraggio dei santi, una testimonianza di fedeltà che non era ancora salita fino a lui. E la stessa cosa la si può affermare per le persecuzioni.
    Soltanto una tale valutazione dei castighi divini o delle persecuzioni, permette di sfuggire alla vertigine della disperazione di fronte ai grandi tormenti che si scatenano con una stupidità bestiale, quelle ondate spaventose che ingoiano senza vedere e senza udire tanti innocenti insieme ai malvagi. Senza dubbio, l'ondata è cieca, ma è tenuta in pugno dal Signore che sa, che vede e che governa per il bene degli eletti. Soprattutto in queste ore tenebrose, egli illumina le anime di buona volontà, le riconforta, le lega a sé indefettibilmente. Dal profondo di queste anime lacerate, frantumate nella parte più intima, sale una preghiera talmente umile e veemente alla quale il Signore non resiste: e scende in loro dando la forza di vincere i nemici. Gli sforzi della menzogna e della malvagità, incessantemente rinnovati lungo il corso della storia, non servono in definitiva che a ottenere dai servi di Dio una nuova forma di fedeltà. Una fedeltà nella tormenta e nella notte è l'effetto certo della visita del Signore. " Sì, giungo presto ". È dunque in tal modo che la Chiesa chiede al Signore di prepararla alle sue visite, al suo glorioso ritorno, quando il numero degli eletti sarà completo e sarà raggiunta la loro perfezione; e il Signore l'esaudisce prontamente, sebbene in maniera molto nascosta, giungendo a lei attraverso la tribolazione che è sempre grande, ahimè! ma che raggiunge talora un'ampiezza smisurata.
    (Molti non sanno più riconoscere il Signore quando egli visita, con i flagelli della giustizia, una città o un popolo che ha prevaricato; molti non credono più agli interventi della giustizia divina. Con il pretesto che il Vangelo annuncia la liberazione e la misericordia, trovano inammissibile parlare di castighi celesti: una simile concezione sarebbe superata e retrograda. La verità è diversa. Se è indubbio che il tempo della redenzione è un tempo di misericordia e di liberazione, è altrettanto certo che i colpi della giustizia sono molto spesso necessari per riportare i malvagi sul sentiero della dolcezza e della misericordia. Ricordiamoci del buon ladrone e che il suo esempio ci illumini. È molto probabile che non avrebbe ottenuto il perdono e provato gli effetti della misericordia di Gesù se non fosse stato punito e se non avesse finito col riconoscere la mano di Dio nella propria punizione).
    "Vengo senza tardare". Cerchiamo anche di capire che la venuta del Signore assume a volte un carattere miracoloso. Abbiamo già detto che non è con un regime prodigioso che egli regge il mondo; e, anche quando la sua venuta non riveste aspetti straordinari, egli non cessa di rispondere all'implorazione della sua Chiesa. Tuttavia, di quando in quando, si manifesta per mezzo di prodigi e fatti straordinari: ciò è necessario per impedire alle porte dell'inferno di prevalere.
    Sono indispensabili l'apparizione del "labarum" e la vittoria di Ponte Milvio, la disfatta dei Catari a Muret e la sconfitta dei Turchi e dei Mori a Lepanto, affinché la Chiesa conservi quel minimo di libertà temporale richiesta per dispensare la grazia divina. È anche inevitabile, per impedire che i cristiani siano soffocati dal peso delle istituzioni e delle propagande antinaturali e laiciste, che la Vergine immacolata, con solenni apparizioni, chiami tutto il suo popolo - l'immensa moltitudine dei battezzati - alla conversione, al pentimento e alla preghiera. Senza gli interventi miracolosi di Maria, madre della Chiesa, diventerebbe in certo modo impossibile alla comunità dei fedeli volgersi verso Gesù Cristo.
    Perciò, le visite miracolose del Signore Gesù e della Madonna che le annuncia, sono indispensabili per sorreggere la vita della Chiesa e prepararla alla Parusia. Chi di noi, rendendosi conto che le tenebre si estendono sulla faccia della terra e che il nostro mondo si è organizzato per perdere le anime piano piano, senza che nessuno vi trovi a ridire, chi di noi, conscio del ratto che la grande apostasia si avvicina, non invocherebbe Gesù di accordarci prima una visita miracolosa, non fosse altro per i castighi che abbiamo meritato? E se non lo facesse, se non ci accordasse altre forme di vittoria se non quella di farci continuare nelle tenebre, rimarremmo in pace, malgrado tutto, avendo la certezza che, anche senza miracolo, egli giunge presto.
    Crediamo che una di queste venute più prodigiose, più consolanti, si manifesterà con la conversione del popolo da cui egli è uscito carnalmente, quel popolo ebreo che è veramente unico, che è fra tutti benedetto, ma anche fra tutti infedele e punito. Il suo irrigidimento si prolunga da quasi due millenni. La Scrittura ci preannuncia che il Signore lo ricondurrà sulla retta via, ma ignoriamo le modalità di questa reintegrazione. Può darsi, ad esempio, che quando il popolo d'Israele entrerà a far parte della Chiesa venga decimato, ridotto a un piccolissimo numero di componenti, mentre tutte le altre nazioni avranno subito un'incredibile diminuzione a seguito di qualche guerra o cataclisma? Lo ignoriamo e le nostre congetture al riguardo non sono poi molto importanti. Quello che conta è di affrettare con la nostra preghiera la conversione di Israele, del popolo da cui il Figlio di Dio ha tratto la sua origine carnale, il popolo della Vergine immacolata e dei dodici apostoli. Che il Signore, ad ogni messa, si degni di ricordarsi di nostro padre Abramo che gli offrì simbolicamente quel sacrificio che ormai noi gli offriamo nella realtà e riconduca a sé la discendenza naturale del primo patriarca: "Supra quae propitio ac sereno vultu respicere digneris...".
    Vieni, Signore Gesù. E abbiamo la certezza che verrai. Che la tua visita sia fulgida o che rimanga celata nella notte, vieni immancabilmente. Non respingere mai la preghiera della tua Sposa; non deludere mai la sua attesa. Quando non concedi ciò che ti chiediamo, accordaci ciò che preferiremmo se fossimo già ammessi alla tua presenza per contemplarti. "Tu sei vicino a coloro che ti invocano, a coloro che ti chiamano nella verità" (Sal. 144).
    Vieni, Signore Gesù. - Sì, vengo senza tardare.