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ATANASIO DI ALESSANDRIA (295-373 d.C.)

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    00 6/18/2011 9:13 PM

    Atanasio DI ALESSANDRIA,  detto il Grande (in greco: Ἀθανάσιος, in latino: Athanasius; Alessandria d'Egitto, 295 circa - 2 maggio 373) fu patriarca di Alessandria d'Egitto (328-339). Il suo nome è legato alla Scuola teologica di Alessandria, assieme a Clemente e Origene.

    Le chiese copta, cattolica, ortodossa lo venerano come santo. La Chiesa cattolica lo annovera tra i 33 dottori della Chiesa. È ricordato inoltre nel calendario dei santi anglicano e luterano. La sua festa è celebrata concordemente da tutte le Chiese il 2 maggio.

     

    Biografia

    Vita e pensiero

    Atanasio nacque ad Alessandria d'Egitto alla fine del III secolo nel momento in cui stavano terminando le ultime grandi persecuzioni da parte dell’Impero romano e morì qualche anno prima dell’adozione da parte dello stesso impero del Cristianesimo come religione ufficiale. Crebbe nell'ambiente alessandrino, dove esisteva una rinomata scuola cristiana e molti cristiani considerati eretici, gnostici e numerosi i pagani, tra cui i devoti del dio Serapide.

    La vita di Atanasio fu legata al grande sforzo che la Chiesa cattolica dovette sostenere in quegli anni per definire la Trinità di Dio.

    Ancora diacono accompagnò il suo vescovo Alessandro al primo concilio di Nicea del 325, voluto dall'imperatore Costantino I per dirimere la questione sollevata dalla predicazione di Ario, anch'egli di Alessandria, circa la natura di Cristo. Con il termine in greco ὁμοούσιος (homoùsios, consostanziale), in quel concilio, si affermava in modo chiaro, la perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre, Verbo considerato dalla Chiesa cattolica "generato" e non "creato", in netta antitesi al pensiero di Ario che predicava invece la creazione del Verbo da Dio e quindi la negazione della divinità del Cristo.

       

    Ecco le parole con cui Atanasio affronta questo tema:

      « Il Verbo di Dio, immateriale e privo di sostanza corruttibile, si stabilì tra noi, anche se prima non ne era lontano. Nessuna regione dell'universo infatti fu mai priva di lui, perché esistendo insieme col Padre suo, riempiva ogni realtà della sua presenza. Venne dunque per amore verso di noi e si mostrò a noi in modo sensibile. Preso da compassione per il genere umano e la nostra infermità e mosso dalla nostra miseria, non volle rimanessimo vittime della morte. Non volle che quanto era stato creato andasse perduto che l'opera creatrice del Padre nei confronti dell'umanità fosse vanificata. Per questo prese egli stesso un corpo, e un corpo uguale al nostro perché egli non volle semplicemente abitare un corpo o soltanto sembrare un uomo. Se infatti avesse voluto soltanto apparire uomo, avrebbe potuto scegliere un corpo migliore. Invece scelse proprio il nostro. Egli stesso si costruì nella Vergine un tempio, cioè il corpo e, abitando in esso, ne fece un elemento per potersi rendere manifesto. Prese un corpo soggetto, come quello nostro, alla caducità e, nel suo immenso amore, lo offrì al Padre accettando la morte. Così annullò la legge della morte in tutti coloro che sarebbero morti in comunione con lui. Avvenne che la morte, colpendo lui, nel suo sforzo si esaurì completamente, perdendo ogni possibilità di nuocere ad altri. Gli uomini ricaduti nella mortalità furono resi da lui immortali e ricondotti dalla morte alla vita. Infatti in virtù del corpo che aveva assunto e della risurrezione che aveva conseguito distrusse la morte come fa il fuoco con una fogliolina secca. Egli dunque prese un corpo mortale perché questo, reso partecipe del Verbo sovrano, potesse soddisfare alla morte per tutti. Il corpo assunto, perché inabitato dal Verbo, divenne immortale e mediante la risurrezione, rimedio di immortalità per noi. Offrì alla morte in sacrificio e vittima purissima il corpo che aveva preso e offrendo il suo corpo per gli altri liberò dalla morte i suoi simili. Il Verbo di Dio a tutti superiore offrì e consacrò per tutti il tempio del suo corpo e versò alla morte il prezzo che le era dovuto. In tal modo l'immortale Figlio di Dio con tutti solidale per il comune corpo di morte con la promessa della risurrezione rese immortali tutti a titolo di giustizia. La morte ormai non ha più nessuna efficacia sugli uomini per merito del Verbo, che ha posto in essi la sua dimora mediante un corpo identico al loro. »
     
    (Discorso sull'incarnazione del Verbo, 8-9; PG 25, 110-111)

    Nella sua "Lettera a Marcellino", Atanasio testimonia dell'uso della chiesa antica cantare i Salmi nell'ambito del culto sia personale che comunitario, e ne spiega il motivo.[1]

    Esilio

    Atanasio fu per tutta la vita testimone e strenuo difensore di questo principio. A causa di questa sua testimonianza dovette subire almeno cinque esili negli anni che vanno dalla sua nomina a vescovo e patriarca di Alessandria d'Egitto nel 328 appena trentenne al 362. Oltre a questi, fu vittima di intrighi e calunnie[senza fonte] di ogni genere e per un certo momento venne persino abbandonato dal papa, anch’esso vittima di intrighi orchestrati e imposti dall’imperatore[senza fonte]. Per questo viene ricordato dalle Chiese cattolica, ortodossa e copta, come Athanasius contra mundum ("Atanasio contro il mondo"), per la sua incrollabile fedeltà a questi principi di fronte a tutto e a tutti.

    Nel suo primo esilio a Treviri tra il 335 e il 337 completò il suo doppio trattato Contro i Gentili – sull'Incarnazione, nel quale dava le sue ragioni della vera identità di Cristo, "vero Dio" e "vero uomo". In quel momento la cristianità si dibatteva per trovare la verità, con una Chiesa di Roma più ferma attorno a papa Giulio I sui principi del concilio di Nicea, mentre la Chiesa d’Oriente, più speculativa e culturalmente vivace, presentava molte facce che andavano dall’arianesimo puro a infinite sfumature del semi-arianesimo. Con la morte di Costantino nel 337, l'Impero fu diviso tra i suoi tre figli, tra cui Costanzo II, che si interessava di teologia. Come il padre, anche Costanzo si lasciò convincere da Eusebio di Nicomedia, capo dei semi-ariani, a combattere le teorie di Atanasio tacciandole di sabellianismo, eresia propugnata da Marcello d'Ancyra.

    In quel momento Costanzo non era ancora unico imperatore. Il fratello Costante I, che regnava in occidente, in accordo con papa Giulio I, riunì il concilio di Sardica (l'odierna Sofia) nel 343. Presente Atanasio e, in assenza del papa, sotto la direzione di Osio di Cordova, dopo il ritiro degli eusebiani, venne riaffermato il Credo Niceno e riabilitato Atanasio che poté rientrare nuovamente a Alessandria nel 346. L’anno precedente, in un concilio tenutosi a Mediolanum (Milano), la Chiesa d'occidente condannava le dottrine di Fotino di Sirmio e del suo maestro Marcello d'Ancyra.

    Nel 350 morì assassinato Costante e Costanzo rimase unico padrone dell'Impero. Eusebio di Nicomedia era morto così come Ario, ma due vescovi, Basilio di Ancira e Acacio di Cesarea, le cui dottrine erano state condannate nel concilio di Sardica, entrarono nelle grazie dell'imperatore e lo convinsero a indire tutta una serie di concili per porre fine all'eresia di Fotino di Sirmio, in realtà con l'obiettivo di far dire che la dottrina di Atanasio non era altro che un fotinianismo camuffato. Siccome in occidente le idee di Atanasio erano più sostenute, l'imperatore, spinto dai suoi consiglieri semi-ariani, moltiplicò in Italia e in Gallia i concili destinati a distruggere quella pretesa d’eresia, detta dei niceani, cioè dei sostenitore del Concilio di Nicea del 325. In questi concili i vescovi erano costretti a scegliere tra la condanna di Atanasio o l'esilio.

    Alla morte di papa Giulio I nel 352 gli successe Liberio che, non avendo accettato di condannare Atanasio, fu da prima esiliato a Beroea in Tracia (attuale Veria in Grecia) e poi sostituito da un antipapa di nome Felice II 355-365. Con vari concili indetti dall’imperatore tra il 351 e il 359 tenutisi a Sirmio, abituale residenza di Costanzo, si tentò di contrapporre varie formule a quella di Atanasio. Si andava dal termine più dissimile, quello degli Ariani che definivano Cristo in greco ἀνόμοιος (anomoios, dissimile dal Padre), chiamati anomei, al termine più vicino a quello di Atanasio, quello di ὁμοιούσιος (homoiousios, simile nella sostanza al Padre), sostenuto dagli omeousiani. Concetto intermedio era quello degli omei che si accontentavano di definirlo ὅμοιος (homoios, simile al Padre). Nel 358 si riuscì a far condannare da papa Liberio Atanasio per l’uso del termine consostanziale. Ancora vari concili si tennero nel più completo disordine e senza nessuna chiarezza fino alla morte dell’imperatore nel 361.

    Questo breve e travagliato periodo fece pronunciare a Sofronio Eusebio Girolamo la famosa frase: «L’universo gemette nello sbalordimento di vedersi diventato ariano!». Il nuovo imperatore Giuliano indicato dai cristiani come l' "Apostata", con il suo editto di tolleranza nei confronti di tutte le fedi e confessioni religiose del 361, permise a tutti i vescovi cristiani di fede non ariana di rientrare dall'esilio. Così anche per Atanasio, che negli ultimi esili si era dovuto rifugiare nel deserto presso gli anacoreti monaci del deserto già conosciuti in gioventù e che furono sempre molto ammirati da lui. Atanasio scrisse la vita di uno dei più famosi: sant'Antonio abate.

    Al termine di questa travagliata vita ebbe la soddisfazione di riuscire a convocare nel 362 nella sua Alessandria un concilio d'oriente che, con grande prova di larghezza d'animo, pose fine a tutte le dispute dogmatiche, facendo semplicemente rivivere i decreti del concilio di Nicea rifuggendo da qualsiasi discussione di termini. Moriva il 2 maggio del 373 nel suo letto, lui che aveva dovuto per buona parte della sua vita girovagare esiliato e profugo.

    Ma il suo corpo non aveva ancora finito di girovagare. Originariamente sepolto ad Alessandria, la sua salma comparve nel medioevo a Venezia, città famosa per l'incetta di reliquie. Ma il Patriarca copto di Alessandria, papa Shenouda III nel maggio del 1973 ottenne da papa Paolo VI la traslazione della salma presso la cattedrale copta di San Marco al Cairo in Egitto.

    Alla vita di Atanasio di Alessandria si ispirò il polemista tedesco Johann Joseph von Görres per l'opera polemico-apologetica "Atanasio, affari di Colonia" a favore dell'arcivescovo di Colonia, Clemens August Droste zu Vischering, imprigionato nel 1837 per aver difeso i principi della Chiesa cattolica contro lo Stato.

    Opere

    • Contro i Pagani
    • Il verbo incarnato
    • Deposizione di Ario
    • Luca 10:22
    • Lettera circolare
    • Apologia contro gli ariani
    • De Decretis
    • De Sententia Dionysii
    • Vita S. Antonii
    • Ad Episcopus Aegypti et Libyae
    • Apologia ad Constantium
    • Apologia de Fuga sua
    • Historia Arianorum
    • Quattro discorsi contro gli ariani
    • De Synodis
    • Tomus ad Antiochenos
    • Ad Afros Epistola Synodica
    • Historia Acephala
    • Lettere [2]
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    00 6/18/2011 9:16 PM

    Atanasio contestò Ario e gli ariani durante la maggior parte del quarto secolo. Ario insegnava che Cristo, il Logos, non fosse l’eterno Figlio di Dio, ma un essere subordinato. Queste concezioni erano un attacco alla dottrina della Trinità, alla Creazione, ed alla Redenzione. Atanasio affermava che le Scritture insegnano l’eterna figliolanza del Logos, la creazione diretta del mondo da parte di Dio, e la redenzione del mondo e degli uomini da parte di Dio in Cristo. Queste verità vengono esposte nel saggio: L’incarnazione della Parola di Dio, scritto quando Atanasio era appena un ventenne.

    Alessandro morì nel 328, e su grande richiesta, Atanasio venne nominato vescovo all’età di soli 33 anni. La vittoria di Nicea rimase pregiudicata per due generazioni, ed Atanasio era il punto focale dell’attacco ariano. L’arianesimo aveva nell’impero un grande seguito, come pure le simpatie di Costanzo, il successore di Costantino nel 337. La storia della Chiesa nel quarto secolo va di pari passo con gli avvenimenti della vita e del ministero pubblico di Atanasio. Egli venne perseguito attraverso cinque esili, comprendenti 17 anni di fughe e nascondimenti, non solo fra i monaci del deserto, ma spesso in Alessandria stessa, dove era protetto dal popolo. Durante un esilio, a Roma nel 339, egli stabilì forti legami con la Chiesa occidentale, che appoggiava la sua causa. Gli anni susseguenti li passò in pace ad Alessandria.

    Gli storici affermano che Atanasio, quasi da solo, salvò la Chiesa dall’intellettualismo pagano e che, per la sua tenacia e visione nel predicare un Dio e Salvatore, egli avesse preservato dalla dissoluzione l’unità e l’integrità della fede cristiana.

    La vastità dei suoi scritti è impressionante. Contra gentes, una confutazione del paganesimo e De Incarnatione, esposizione dell’incarnazione e dell’opera di Cristo, furono scritti presto nella sua vita (c. 318) e sono da considerarsi parti di un’unica opera. Pure importanti scritti dottrinali sono De Decretis e Expositio fidei. Saggi polemici e storici includono: Apologia contra arianos, Ad episcopos egypti, e De Synodis. Egli scrisse molti commentari su libri biblici. Vi sono numerosi altri scritti, incluse lettere, molte delle quali sono ancora accessibili.

    Egli discusse dottrine chiave come: la Creazione, l’Incarnazione, lo Spirito Santo, e la Trinità, l’opera di Cristo, il Battesimo e la Cena del Signore.

    Atanasio influenzò molto il movimento monastico, soprattutto in Egitto.

    (S. J. Mikolaski, in: J. D. Douglas, ed. The New International Dictionary of the Christian Church, Grand Rapids, MI: Zondervan, 1974, p. 67).