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L'ATTO DI FEDE secondo la Chiesa Cattolica

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    Coordinatrice
    00 4/18/2011 9:31 PM

    L'ATTO di FEDE
    secondo la Chiesa

     

    In questo capitolo vedremo
    -     cos'è l'atto di fede cristiano (cattolico)

    a) nei primi ascoltatori degli apostoli
    b) negli uomini di oggi
    c) negli apostoli, che hanno fatto un atto di fede in Gesù;

    -      analizzeremo le reazioni possibili dell'ascoltatore di fronte all'annuncio  della fede cristiana;
    -      tratteremo della fede come dono di Dio.

    Appendice: informazioni sugli apostoli

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    Coordinatrice
    00 4/18/2011 9:32 PM
    Introduzione
    Gesù è risorto o no?

    Possiamo ora farci un'opinione nostra?


    Prima di affrontare il nostro problema, crediamo utile premettere alcune considerazioni sull'atto di fede in generale.
    Atto di fede è accettare come vera un’affermazione che per noi non è evidente, non è controllabile, non è dimostrabile, fidandoci dell’attendibilità delle persone che la sostengono.
    Per fare questo è necessario però che il contenuto dell'affermazione non sia assurdo per noi.
    Normalmente si arriva alla decisione di accettare qualcosa d'inevidente dopo aver analizzato il "testimone" per vedere se fornisce "garanzie" sufficienti di credibilità e cioè se conosce bene le cose che dice (competenza) ed è onesto nel dirle (onestà).
    La valutazione se le garanzie offerte del testimone siano "sufficienti" è soggettiva, dipende dalla persona che sceglie se fidarsi o no.

     

    *       Applichiamo alla risurrezione di Gesù.
    Poiché noi non siamo testimoni diretti di essa, la nostra domanda diventa: coloro che l'hanno raccontata sono degni di fiducia? Che "garanzie" portano?

     Si noti che la situazione è diversa a seconda che si parli
    -     degli immediati ascoltatori degli apostoli
    -     degli uomini di oggi.
          Faremo perciò due trattazioni separate.

     

    2. La fede dei discepoli degli apostoli


    Quando gli apostoli hanno predicato la risurrezione di Gesù, i loro ascoltatori si sono domandati:
    «Costoro stanno dicendo il vero riguardo a Gesù? Sono persone degne di fiducia? Che garanzie di credibilità offrono?» (Cfr. Atti 2,37; 7,54; 8,6.12.34-37; 10,44-46; 11,20-24; c. 13-14; c. 16-19...).
    Il metodo attraverso il quale potevano ricavare una risposta era diverso a seconda che essi fossero stati ebrei o pagani.

    a) Per gli ebrei:
    Avendo sentito gli apostoli affermare che Gesù era morto e risorto «secondo le Scritture» (1 Cor 15,3-5; At 2; 10; 13; 17,1-4), e che quindi era il messia atteso, non avevano che da controllare le Scritture per vedere se le affermazioni degli apostoli corrispondevano a verità (Atti 13,42-45; 14,1-3; 17,3-4.11-12).
    E poiché per gli ebrei religiosi le Scritture erano (e sono tuttora) accettate come parola di Dio, qualora la loro indagine fosse risultata positiva, avevano gli elementi "sufficienti" per poter aderire al Cristianesimo e di fatto molti aderirono (per es. Atti 2,41; 5,14.28; 6,1.7; cfr. anche Lc 24, 25-27 e Gv 5, 44) e aderiscono anche oggi.

    b) Per i pagani:
    I pagani, che non avevano le "Scritture" da consultare, non potevano fare altro che cercare di stabilire se gli apostoli meritassero o non meritassero fiducia in relazione a quello che annunciavano e cioè verificare
    -     se non si fossero ingannati (competenza);
    -     se non volessero ingannare (onestà).

    Per poterlo fare adeguatamente, dovevano analizzare:
    -     la coerenza del messaggio in se stesso,
    -     la coerenza di vita degli apostoli, il loro disinteresse, il loro coraggio nell’affrontare le persecuzioni, ed eventualmente ottenere conferme da qualche altro testimone.

    A volte a spingere i pagani a credere interveniva anche qualche «fatto miracoloso», che serviva, secondo il libro degli Atti di apostoli, a confermare quanto gli apostoli andavano dicendo (es. Atti 13,12; 14,8-20).

    Il libro degli Atti molte volte chiama in causa anche l’azione di Dio (dello Spirito Santo) per «toccare il cuore» degli ascoltatori e farli credere. Per i cristiani questo intervento è verissimo. Valga come prova per es. Atti 13,48: «quanti erano preordinati alla vita eterna, credettero». Tuttavia dal punto di vista storico un intervento di Dio non è dimostrabile e quindi una corretta esposizione dei fatti non deve qui prendere in considerazione questo intervento.

    Di fatto molti pagani hanno giudicato "sufficienti" le garanzie fornite dagli apostoli e perciò hanno scelto di fidarsi di loro e di aderire quindi al Cristianesimo.

     

    In sintesi:

    l’atto di fede dei diretti ascoltatori degli apostoli è stato un atto di fiducia negli apostoli per ciò che riguarda la loro testimonianza su Gesù. Li hanno conosciuti e li hanno giudicati testimoni attendibili.

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    Coordinatrice
    00 4/18/2011 9:33 PM
    3. L’atto di fede dei cristiani di oggi

    Chi ascolta oggi l'annuncio della risurrezione non può non chiedersi: « Ma questa asserita risurrezione sarà avvenuta realmente?».

    Si tratta di un fatto eccezionale e per di più senza testimoni diretti, un fatto al di fuori dell'esperienza comune (gli apostoli non dicono di avere visto Gesù risorgere, ma di averlo visto già risorto).

    Inoltre noi, educati dal materialismo, siamo spinti con più facilità rispetto agli antichi a pensare che con la morte finisca tutto.

    Tuttavia due sole risposte sono possibili sul piano storico:

    o Gesù è risorto, o non è risorto.

    Qualcuno potrebbe tentare di liquidare subito il problema, affermando che la risurrezione è scientificamente impossibile e quindi non può essere successa.
    Poiché non si riesce (per ora?) a ripetere in laboratorio una risurrezione su cui fare studi e analisi, è chiaro che non possiamo collocare il discorso su questo piano.Uno scienziato serio dovrebbe dire: Io non so che cosa sia possibile in natura. Prima fammelo succedere e poi io lo prenderò in considerazione
    .

    Dobbiamo pertanto collocarci sul piano storico.

    Il problema allora si riduce a questo:

                Chi, come noi, non ha conosciuto gli apostoli, ma ha a disposizione i documenti del Nuovo Testamento e pochi altri documenti, come deve regolarsi? Come deve interpretare i testi: secondo la scuola tradizionale, o secondo la scuola critica, o secondo la scuola mitica, oppure accettare la malafede degli apostoli?


    a) L’atto di fede: atto di fiducia nella Chiesa

    Secondo i cattolici, l’atto di fede è prima di tutto un atto di fiducia nella Tradizione (sia orale, sia scritta), cioè nella comunità cristiana (Chiesa).

          Cristiano è colui che decide di fidarsi della Chiesa che

    -     abbia valutato con sufficiente spirito critico le persone degli apostoli e le loro testimonianze orali e scritte;

    -     abbia scelto quei testi che erano veramente conformi alla loro predicazione (cfr. canone del N.T., pag. 46 e segg.);

    -     abbia fedelmente trasmesso i testi lungo i secoli (cfr. trasmissione del N.T., pag 58 e segg.);

    -     li abbia correttamente interpretati, secondo quanto veramente volevano dire;

    -     ne abbia ininterrottamente trasmessa anche l’interpretazione.

    Fidarsi della Chiesa non vuol dire accettare che, lungo i secoli, tutti i singoli cristiani (e la gerarchia in particolare) abbiano sempre vissuto coerentemente con i testi che hanno predicato. Vuol solo dire accettare che essa abbia conservato e trasmesso correttamente la vera tradizione apostolica, sia orale, sia scritta.

    Secondo i cattolici (e anche secondo altri gruppi cristiani come ortodossi, anglicani,...) la fede cristiana non può essere un atto di fiducia nei testi, ma prima di tutto deve essere un atto di fiducia nella comunità cristiana che li ha prodotti.
    Il Cristianesimo, infatti, è sorto verso il 30, mentre i primi documenti cristiani che possediamo sono posteriori al 50. Perciò il Cristianesimo c’era già quando i documenti non c’erano ancora.

     

    b) Le argomentazioni a favore della storicità della risurrezione

                Basandosi dunque sui testi del Nuovo Testamento, i cristiani (cattolici) hanno dovuto prima di tutto rispondere alle negazioni della scuola critica e della scuola mitica e poi portare ragioni positive a favore della risurrezione di Gesù.

    NB. La "scuola ebraica" che sostiene la malafede degli apostoli verrà trattata più avanti.

     

    1.    Risposte alla scuola critica

                Dall’esame dei racconti evangelici della risurrezione, si vede che i testi, pur con qualche divergenza e contraddizione, nella sostanza intendono raccontare che Gesù è veramente risorto.

    Benché non raccontino il fatto della risurrezione (nessun discepolo l’ha visto), raccontano che almeno alcuni discepoli/discepole

    -     hanno visto Gesù morto e l’hanno sepolto;

    -     hanno trovato il suo sepolcro vuoto (...però c'erano i lini);

    -     hanno visto Gesù nuovamente vivo (apparizioni) e da ciò hanno dedotto che egli era risorto.

    La scuola critica ha cercato di contestare questi dati (sempre però partendo dal presupposto della buona fede degli apostoli, che si sarebbero sbagliati nell’interpretare i fatti visti).

    1) Quanto alla morte di Gesù: è difficile accettare che non ci sia stata, sia per l’esperienza che i romani avevano in fatto di crocifissione e sia per il colpo di lancia (colpo di grazia) inferto al costato di Gesù (Gv 19,31-35).

    2) Quanto al sepolcro trovato vuoto: è difficile pensare allo sbaglio di sepolcro. Gli evangelisti infatti mettono in evidenza che le donne, che la domenica mattina hanno trovato il sepolcro vuoto, sono le stesse che il venerdì sera hanno osservato dove il corpo di Gesù era stato deposto: cfr. Mc 15,47; Lc 23,55-56; Mt 27,61.

    Il fatto poi che i vangeli presentino come testimoni della tomba vuota delle donne, la cui testimonianza era vista con diffidenza presso gli ebrei, rende inverosimile un’invenzione tardiva del sepolcro vuoto. L'avrebbero fatto trovare vuoto da uomini.

    Stando poi al vangelo secondo Matteo (27,64 e 28,13), persino gli avversari di Gesù, cioè gli ebrei non cristiani, ammettono che la sua tomba fosse vuota: fanno infatti girare la voce che i suoi discepoli, venuti di notte, rubarono il cadavere (cfr. Gv 20,3-10).

    Spesso si fa anche l'ipotesi del trafugamento del cadavere.
    Essa è fatta soprattutto in ambiente ebraico: cfr. Mt 28,13 e Dialogo con Trifone di Giustino.
    - Se così fosse, i discepoli (almeno alcuni) non sarebbero in buona fede (come vorrebbe la scuola critica).
    - Questa ipotesi però contraddice il racconto di Giovanni, testimone oculare, il quale, dalla collocazione dei lini nel sepolcro, quel mattino concluse che non avevano potuto rubare il cadavere, ma che Gesù era risorto (Gv 20,1-11).
    - Per poter sostenere questa affermazione, occorrerebbe aver trovato il cadavere di Gesù. Cosa che non avvenne.
    - Il trafugamento di un cadavere era reato grave sia per la legge ebraica, sia per quella romana. E tuttavia non si ha notizia di processi contro cristiani per tale reato.

    3) Quanto alle apparizioni di Gesù risorto occorre notare: siamo sicuri che siano proprio avvenute? Non potrebbe essersi trattato di allucinazione collettiva, di ipnosi, di sosia...?

    -     I documenti ci dicono che gli apostoli stessi si sono posti il problema di essere di fronte ad allucinazioni o simili (cfr. Lc 24,36-43; il caso di Tommaso - Gv 20,24-29) e che l’hanno risolto a favore della risurrezione.

    E non vale obiettare: «Ma i testi che possediamo sono scritti da cristiani», perché in storia un documento si deve accettare come vero fino a quando non si prova il contrario.
    Perché negare agli autori cristiani quel credito di buona fede che si concede a tutti gli altri storici? La malafede va provata! E poi gli apostoli sono diventati «cristiani» (cioè seguaci di Cristo) proprio dopo aver visto Lui risorto.

    -     Le apparizioni, narrate da molte fonti (l’elenco più completo è in 1 Cor 15,3-10), non erano previste, né attesedagli apostoli, , anzi furono accolte con dubbi ed incredulità (Mt 28,17; Mc 16,11.13.14; Lc 24,11.36-43; Gv 20,24-29).

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    Coordinatrice
    00 4/18/2011 9:34 PM

    2. Rilievi alla scuola mitica

    -      Affermare che la risurrezione è un «mito», un modo di dire, usato dagli apostoli per dire qualcos’altro, va provato.

    -      Occorre anche demolire la testimonianza di Paolo in 1 Cor 15 che dice:

    «apparve a più di 500 fratelli in una volta sola, molti dei quali sono ancora vivi...» e poi «apparve anche a me».

    Non si fa così anche oggi per provare un fatto?

    -     Paolo conosce perfettamente il greco, l’ebraico e l’aramaico. Resta difficile accettare che abbia capito male quanto i primi apostoli volevano dire.

     

    3. Le ragioni a favore della storicità dei racconti

    a) È possibile che gli apostoli abbiano inventato, sia pure in buona fede, la risurrezione?

    Quest'ipotesi urta contro alcuni dati di fatto:

    -     la risurrezione non era attesa.

    Gli annunci di Gesù sulla sua risurrezione non determinarono nessuna cosciente aspettativa negli apostoli: cfr. Mc 8,31; 9,9; 9,31; 10,34; 14,25-28-62; Lc 11,29-30; 13,32; 17,26-27; Mt 12,40; 24,27-39; Gv 2,19;...

    Un testo fra tutti:

    «Quando poi discesero dal monte, Gesù comandò loro (cioè a Pietro, Giacomo e Giovanni) di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, fino a quando il Figlio dell’uomo non fosse risuscitato dai morti. Essi osservarono l’ordine, ma intanto si chiedevano tra loro che cosa significasse quel "risorgere dai morti"» (Mc 9,9-10).

                Nel giudaismo infatti la risurrezione era attesa - e neanche da tutti (cfr. Mt 22,23; At 23,6) - alla fine dei tempi e non subito dopo la morte (cfr. Gv 11,24).

    -     Come mai gli apostoli, che pure vogliono far credere la risurrezione, non la raccontano mai, come invece fa per es. il vangelo di Pietro (apocrifo)?

    -     Perché gli apostoli o i loro discepoli non si preoccupano di rendere credibile la loro testimonianza, armonizzando le narrazioni della risurrezione in modo da eliminare almeno le divergenze e le contraddizioni più palesi?

    -     Perché raccontano di aver trovato il sepolcro già aperto, cosa che avrebbe potuto far sospettare l’asportazione del cadavere? Non sarebbe stato più spettacolare dire che la pietra era al suo posto, magari coi sigilli intatti, e far risorgere Gesù nel momento in cui viene tolta la pietra?

    -     Che cosa ci guadagnavano ad inventare la risurrezione? A che pro sopportare tutte le fatiche della predicazione (2 Cor 11)? Perché perdere la fama, il lavoro, le amicizie, i beni? Perché rischiare la scomunica da parte dei capi ebrei? Perché accettare di andare davanti ai tribunali?

    -     Che cosa avrebbero potuto fare di più per testimoniare la loro convinzione nella risurrezione? Lasciarono il lavoro, la famiglia, la patria. Girarono il mondo (almeno alcuni di cui abbiamo notizie sicure), subirono persecuzioni... fino a morire. Chi glielo faceva fare? Solo il fanatismo? E perché allora raccontano di aver dubitato, oppure che Tommaso volle controllare (Gv 20)?

    -     Come spiegare che, mentre da giovani abbandonarono Gesù, da vecchi, col decadere degli entusiasmi, ebbero il coraggio di dare la vita per lui?

    -     Le apparizioni di Gesù, allucinazioni di fanatici? E come mai si hanno solo in un tempo limitato (poche settimane)? Il fanatismo era terminato?

    b)  La testimonianza di Paolo di Tarso: da persecutore che era, si è convertito, quando ha visto Gesù risorto (At 9,1-22; 22,6-16; 26,12-18; Gal 1,11-24; 1 Cor 15,8).

                Questa testimonianza ha un notevole peso e non è facile da demolire, perché è sostenuta da tutta la vita di Paolo, con quanto egli ha fatto e sofferto per il nome di Gesù.

    Un testo per tutti:

    "Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Fil 1,21).

                Certo si deve concludere che Paolo era una persona convinta. Ed è difficile spiegare la sua convinzione con un semplice colpo di sole sulla via di Damasco!

    * Si noti però che questi argomenti (ed altri che si potrebbero portare), quantunque forti, non sono tali da dimostrare la risurrezione.

                Se così fosse, tutti gli intelligenti sarebbero cristiani e tutti gli stupidi no!

                Per la risurrezione non si possono portare prove, ma solo garanzie, indizi. Ne consegue che l’atto di fede sarà sempre un atto libero (= non costretto dall’evidenza), ma non stupido (perché ci sono garanzie).

                Valutare se gli apostoli meritano fiducia è sempre un atto di notevole complessità, sia perché gli elementi da analizzare sono molti (tutti i documenti delle prime chiese e la loro trasmissione), sia soprattutto perché, nello stabilire il peso da attribuire ad ogni singolo elemento, interviene in modo decisivo la persona che lo valuta, con tutta la sua esperienza, ma anche con tutta la sua soggettività. Per questo nessun elemento sarà decisivo per convincere, in quanto, con un po’ di buona volontà, potrà sempre essere interpretato anche in altro modo.

                D’altra parte nessuno potrà forse mai dimostrare con argomenti inoppugnabili che i motivi su cui si fonda la fiducia verso una persona sono falsi.

                La «forza» degli argomenti che vengono portati non sta in ciascuno di essi (presi singolarmente potrebbero infatti essere scalzati), ma forse nella loro «convergenza» (card. Newman, fine 1800).

    Non stupisca questa affermazione, quasi che la somma di molti argomenti incerti possa dare la certezza. Sembra che in questioni storiche la cosa stia proprio così: di per sé un solo testimone veritiero è tanto attendibile quanto mille, eppure mille testimoni, ciascuno dei quali può sbagliare, ci danno una garanzia maggiore che non uno solo, soprattutto se si vede che sono indipendenti l'uno dall'altro.

                Da quanto detto si deduce che la fede non potrà essere «dimostrata». Se così fosse, sarebbe ancora fede? Nell’atto di fede infatti intervengono sempre dei fattori arazionali che influiscono notevolmente sul giudizio.

                Credere non sarà mai un atto razionale (= dimostrabile razionalmente) o irrazionale (= assurdo), sarà solo un atto ragionevole, altrettanto ragionevole quanto il non credere.

                Pascal diceva: «A volte il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce».

    In sintesi:

    l’atto di fede degli uomini di oggi implica due passi successivi:

    1)   fiducia nella Chiesa che abbia tramandato bene il genuino insegnamento degli apostoli e ne garantisca la fedele conservazione nel Nuovo Testamento;

    2)   fiducia negli apostoli che dicano il vero quando affermano che Gesù è risorto e raccontino le cose da lui dette e fatte.

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    Coordinatrice
    00 4/18/2011 9:34 PM

    4. L’atto di fede degli apostoli

    L'atto di fede del cristiano negli apostoli implica:

    -      l’accettazione della loro persona come degna di fiducia;

    -      l'accettazione di quanto essi hanno detto su Gesù.

    Tra le loro affermazioni c’è anche questa: Gesù è il Figlio di Dio. Dunque tutte le sue parole sono vere. Egli risponde, a nome di Dio, al nostro problema del senso della vita.

    Questo però gli apostoli non lo constatarono, ma lo credettero sulla parola di Gesù.

    Anch’essi dunque fecero un atto di fede in Gesù.

    Vediamo meglio.

    Secondo quanto ci riferiscono i documenti del Nuovo Testamento, gli apostoli sentirono Gesù che diceva:

    -         «Sono il Figlio di Dio» (Mt 16,16-17; Mc 14,61-62; Mt 26,63-64; Gv 10,36);
    -         «Prima che Abramo fosse, Io sono» (Gv 8,58);
    -         «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6);

    e molte frasi simili.

    Però queste affermazioni relative alla coscienza che Gesù aveva di se stesso, non saranno mai «dimostrabili» come vere, perché non sono evidenti.

    Esse inoltre sono inaccettabili da un ebreo (tant’è vero che a volte gli ebrei presero i sassi per lapidare Gesù, come bestemmiatore. Cfr. per es. Gv 10,31).

    Per questo gli apostoli, nel sentirle, si domandarono: «Ma costui dice il vero? non sarà forse pazzo? o bestemmiatore?» E chiesero a Gesù: «Che garanzia/segno ci porti di essere quello che dici e di agire a nome di Dio?».

    E Gesù rispose dando loro due garanzie complementari:

    a) Nel vangelo secondo Matteo presentò il segno di Giona:

          «Come Giona era nel ventre del cetaceo tre giorni e tre notti, così sarà il figlio dell’uomo nel cuore della terra tre giorni e tre notti» (Mt 12,40. Cfr Lc 11,29).

          Il figlio dell'uomo è Gesù stesso.

    Si noti però che nel vangelo secondo Marco (8,11-13) Gesù si rifiuta di dare un segno.

    b) Nel vangelo secondo Giovanni offrì il segno del tempio:

    «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere (lett. lo sveglierò)» (Gv 2,19)

    e l’autore commenta:

              «Egli parlava del tempio del suo corpo. Perciò quando risuscitò dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo e credettero alla Scrittura e alle parole che aveva pronunciato Gesù» (Gv 2, 21).

    Entrambe le garanzie si riferiscono alla sua risurrezione.

    Ma gli apostoli a tutta prima non gli credettero. Infatti, quando Gesù fu arrestato e crocifisso, tutti (o quasi) lo abbandonarono. Quando poi videro Gesù risorto e si convinsero che era proprio lui,

    -     ritennero sufficiente la garanzia della sua risurrezione;

    -       credettero che veramente fosse quanto aveva detto di essere, cioè il Figlio di Dio;

    -       decisero di fidarsi di lui e di accettarlo come il maestro della loro vita, anche perché, rileggendo alla luce della risurrezione di Gesù l'Antico Testamento, che essi ritenevano Parola di Dio, trovarono in esso delle conferme che egli fosse il messia: 1 Cor 15,3-5; Gv 2,22; 20,8-9; ecc.

    Classico è l’esempio di Tommaso che, dopo aver visto Gesù risorto, concluse:

               «Il Signore mio e il Dio mio»

    ed il commento di Gesù:

              «Poiché hai visto me, hai creduto. Beati coloro che, pur non avendo visto, hanno creduto» (Gv 20,28).

    Da allora gli apostoli si impegnarono a vivere come Gesù aveva insegnato.

     

    In sintesi:

    gli apostoli accettarono che Gesù fosse il Figlio di Dio, perché, dopo che egli lo disse e fu messo a morte, risorse. 

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    00 4/18/2011 9:35 PM

    5. La struttura dell’atto di fede oggi

    In base a quanto si è detto e per sintetizzare, l’atto di fede oggi si sviluppa attraverso i seguenti passaggi:

    1)   atto di fiducia nella Chiesa, che abbia conservato bene l’insegnamento degli apostoli, selezionando e tramandando senza manipolazioni i libri che lo contenevano e interpretandoli secondo quanto gli autori volevano dire;

    2)   atto di fiducia (attraverso la Chiesa)  negli apostoli, che abbiano tramandato bene quanto Gesù ha fatto e detto e, in particolare, la risurrezione di Gesù;

    3)   atto di fiducia (attraverso gli apostoli) in Gesù, che sia veramente quello che ha detto d’essere, cioè il Figlio di Dio, il Cristo, poiché l'ha garantito con la risurrezione;

    4)    atto di fiducia (attraverso Gesù) in Dio, Padre di Gesù e Padre di tutti gli uomini, che abbia risposto definitivamente al problema del senso della vita umana.

    Come già notato, nessuno di questi passaggi è dimostrabile razionalmente e,  tuttavia nessuno è assurdo.

    Questo è lo schema teorico di un corretto atto di fede cristiano, secondo il Cattolicesimo.
    Tuttavia molte persone, che pure sono cristiane, non arrivano alla fede in Gesù seguendo questa linea in modo cosciente, ma attraverso una «catena di fiducia».
    Caso tipico, ma non unico, è quello del bambino che si fida della mamma, la quale si fida del parroco, il quale si fida del suo professore di teologia...
    Come si vede, ognuno accetta la testimonianza di un altro in cui ha fiducia.
    Che dire di questa situazione?

    È un vero atto di fede e per molti spesso è l’unico possibile; tuttavia basta che un solo anello della catena si spezzi, perché la fede crolli. Spesso per es. succede che un cristiano, dopo un bisticcio con un prete, abbandoni la fede. Proprio per evitare questo inconveniente e comunque per economizzare il più possibile la fiducia, ha senso mettersi a studiare i documenti del Nuovo Testamento in modo che la fiducia si appoggi il più possibile sugli apostoli e non su intermediari. Solo in questo modo si può credere che Gesù è il Cristo, senza essere disturbati dal comportamento a volte poco coerente di certi cristiani attuali o passati. Gesù infatti è risorto (o non è risorto) indipendentemente dal comportamento dei cristiani di oggi o di ieri.
    Un fatto di 2000 anni fa non può essere cancellato da fatti che sono venuti dopo.
    Tuttavia attraverso gli autori dei fatti poco edificanti che sono avvenuti dopo, allora la persona è tentata di rifiutare o mettere in dubbio il fatto antico.

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    Coordinatrice
    00 4/18/2011 9:36 PM

    6. Le reazioni dell’ascoltatore

    Come mai, davanti all’annuncio della risurrezione, alcuni credono ed altri no?

    Per rispondere a questa domanda analizziamo quali sono le possibili reazioni dell’ascoltatore:

     

    Vediamo meglio i singoli casi:

    1.   «Non mi interessa»

          Chi risponde così lo fa

    -     o per orgoglio (dice di accettare solo quello che è razionale),
    -     o per moda,
    -     o per non impegnarsi in una ricerca che potrebbe portarlo a cambiar vita,
    -     o perché è condizionato da un’educazione anticlericale,
    -     o ancora perché non riesce a vedere in che cosa la risurrezione di Gesù tocchi oggi la sua vita...

          Comunque il discorso con lui è provvisoriamente chiuso. Lo studio del Cristianesimo può rivestire per lui solo un interesse culturale.

    2.      «Approfondisco»

          In questo caso la persona riflette più a fondo su tutta la questione, onde prendere una decisione e può arrivare ad una conclusione (sia pure non definitiva), oppure rimanere nel dubbio:

     

     


    a)      «concludendo»

          Se la persona ritiene che i dati raccolti siano sufficienti per prendere una decisione, ha terminato la sua ricerca, almeno fino a quando fatti nuovi nella sua vita vengano a riaprire da capo tutta la questione.

          La conclusione può essere: vedo che devo credere, oppure vedo che non devo credere:

    -       «Vedo che devo credere»
          Questa conclusione da molti teologi (compreso Tommaso d’Aquino) è chiamata «illuminazione», dono di Dio (v. oltre).
          A questa persona resta poi il dovere di tradurre la sua fede in vita cristiana coerente (fede esplicita).

    -      «Vedo che non posso credere»
          Secondo il Cristianesimo anche questo atteggiamento è corretto, se nasce da buona fede (Rom. 14) e se la persona si comporta coerentemente con la verità che ha scoperto, anche se tale verità non coincide col Cristianesimo.

    Si parla in questo caso di fede implicita o di buona fede.

     

    b)      «rimanendo nel dubbio»

          Il dubbio è lo stato di una persona che non sa decidersi da quale parte stare, in quanto o ritiene che gli elementi raccolti non siano ancora sufficienti per prendere una decisione e ne attende altri più convincenti, oppure ha il timore di non averli ancora analizzati a sufficienza.

    A questo proposito occorre far notare che
    -    non c’è da sperare che in futuro le prove siano migliori, perché ci sarà sempre da fare un atto di fiducia nei testimoni e tale atto sarà sempre libero (= non costretto dall’evidenza);
    -    il rimanere nel dubbio può essere un modo comodo per evitare una decisione impegnativa;
    -    il giudizio positivo o negativo che uno dà può essere sempre rivisto, qualora una più matura esperienza e riflessione suggerissero la scelta contraria;
    -    a volte lo stato di dubbio è semplicemente un rifiuto della libertà dell’atto di fede: si vogliono delle prove tali che «costringano» a credere. Così facendo, si impone alla realtà delle cose di essere come vogliamo noi... e questo è assurdo.
    Questo atteggiamento si ha, per esempio, quando si dice: «Se Gesù è risorto, perché non compare qui ora? Solo così crederò».
    Si può rispondere: chi assicura che sia proprio Gesù quello che eventualmente comparisse? E che diritto si ha di esigere un «miracolo» per credere?

    Il dubbio poi può essere di due tipi, motivato o immotivato:

    1.      dubbio motivato
          Si ha quando ci sono ragioni che fanno sospendere il giudizio.

          Altrimenti si tratta di

    2.      dubbio immotivato
          Si ha quando non ci sono ragioni di dubitare. In genere nasce dalla paura di errare nel prendere una decisione, dalla paura di "buttarsi" in Dio, di impegnarsi in una vita senza certezze razionali assolute.

    Come giudicare queste situazioni di dubbio?

    Il dubbio è una situazione umana possibile.

    Secondo il Cristianesimo, è accettabile solo se accompagnata dalla volontà di risolvere o di vincere il dubbio.

    In pratica però, chi è nel dubbio non può agire: fino a quando non dirà sì agli apostoli (facendo così un atto di fede), di fatto dice no.

    *  Possiamo ora rispondere alla domanda iniziale: «Perché alcuni credono e altri no?»

    Davanti all’annuncio della risurrezione alcuni non credono, perché

    -     o l'evangelizzazione è stata fatta a loro malamente (errori nella predicazione o difetti nel predicatore);

    -     o non ne è stata vista la credibilità (limiti o precedenti esperienze negative nei confronti della Chiesa da parte dell'ascoltatore);

    -     o, pur avendone vista la credibilità, non vogliono credere, perché non vogliono cambiar vita.

    Secondo il Cattolicesimo, solo in quest’ultimo caso vi è colpa morale nell’ascoltatore (malafede).


    Precisazione

    Fede e salvezza secondo il Cattolicesimo

    Per tranquillizzare una persona che, in buona fede, ritiene di non dover credere, ma si sente in colpa o ha paura di essere "dannata" se non crede agli apostoli, qualora, in buona fede, ritenesse di non dover credere, precisiamo qual è il rapporto tra fede e salvezza secondo il Cattolicesimo:

    -     tutti gli uomini sono chiamati da Dio alla salvezza, cioè alla vita eterna con Lui:

          "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi" (1 Tim 2,4);

    -     non tutti  però sono chiamati alla fede esplicita in Gesù:

    *     non lo è colui a cui il vangelo non è stato predicato;

    *     non lo è colui a cui è stato predicato in modo incomprensibile o inaccettabile;

    *     non lo è colui che non l'ha capito o l'ha capito male;

    -     la salvezza effettiva dipende dalla buona fede (Rom 14), cioè dal comportamento coerente con la verità scoperta.

          D'altra parte non si può pretendere che una persona si comporti secondo una verità sconosciuta o non conosciuta come tale.

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    00 4/18/2011 9:37 PM

    7.     La fede dono di Dio

    Spesso si sente affermare che la fede è «dono di Dio».

    Che dire di questa affermazione?

    Essa può essere intesa nel senso che Dio a qualcuno concede la fede e ad altri no, secondo i suoi "imperscrutabili" disegni.

    Ma questo sarebbe contraddittorio. Infatti

    -     se «senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Ebrei 11,6), Dio, dando la fede a chi vuole, salverebbe solo chi vuole: negazione della libertà dell’uomo;

    -     se «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi» (1 Tim 2,4), dovrebbe dare a tutti la fede.

    Ma come mai non tutti ce l’hanno? (cfr. Gv 6,64: «Ci sono fra voi alcuni che non credono»).

    Queste osservazioni fanno pensare che la frase «la fede è un dono di Dio» debba essere intesa in un altro senso.   

    Secondo il Cristianesimo

                            è dono di Dio che

    1.   egli stesso abbia mandato Gesù e lo abbia fatto risorgere;

    2.      qualcuno abbia visto Gesù risorto e abbia comunicato la notizia ad altri, altrimenti sarebbe andata perduta;

    3.   altri abbiano tramandato integra la testimonianza dei primi testimoni;

    4.      l’annuncio dei fatti di Gesù sia giunto all'ascoltatore in modo credibile, in un terreno ben preparato da una precedente educazione favorevole.

    Così la persona ha potuto vedere la credibilità dell'annuncio ("posso credere") e che era onesto credere ("devo credere" - questo è chiamato dai teologi: "illuminazione!").

     *    Però, dopo questa serie di doni di Dio, la decisione se vivere coerentemente la fede cristiana o no spetta esclusivamente alla persona, in tutta la sua libertà.

    In sintesi:

    dire che la fede è un dono di Dio equivale a dire che Dio mette certe persone nella condizione di fare un atto esplicito di fede. Se non lo fanno sono colpevoli.

    E che ne è di quelli che Dio non mette in queste condizioni? Cioè non dà loro il dono? Forse che si dannano?

    A volte qualche teologo ha risposto di sì, citando una frase di Gesù: «Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo. Chi non crederà, sarà condannato» (Mc 16,16).

    Tuttavia, siccome nel Cattolicesimo è stata più volte condannata la teoria della predestinazione alla dannazione da parte di Dio, la frase di Mc 16,16 si deve intendere così:

    chi, vedendo che deve credere,

    -     crederà e sarà battezzato, sarà salvo;

    -     non crederà, sarà condannato

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    Coordinatrice
    00 4/18/2011 9:37 PM

    8. L’eresia

    Chi sceglie di prestare fiducia ad un testimone, sceglie di accettare per vero tutto quanto il testimone ritiene essenziale nella sua testimonianza.

    Se perciò, tra le notizie che il testimone racconta, si fa una scelta di accettarne alcune e non altre (in greco a‡resij-éresis = scelta, da cui la parola eresia), la si fa in base ad un criterio soggettivo di ciò che è plausibile o no. In questo caso il metro della verità non è la parola del testimone, ma il proprio criterio personale. E questo non è un atto di fiducia nel testimone. E dunque non è fede.

    Operare una scelta di ciò che piace o no nella testimonianza apostolica e, indirettamente, nelle parole di Gesù, equivale a rifiutare la fede cristiana.

    Chi infatti ha scelto di prestare fiducia agli apostoli quando raccontano un fatto colossale come la risurrezione, non dovrebbe avere difficoltà ad accettare tutte le affermazioni che gli apostoli hanno fatto su Gesù e che essi stessi hanno giudicato importanti.

    E poi, sulla garanzia della risurrezione, non dovrebbe avere difficoltà ad accettare come vero tutto quanto disse Gesù e gli apostoli tramandarono, anche se ciò implica un effettivo «salto nel buio». Prendere solo ciò che piace e lasciare ciò che non piace non è fidarsi di Gesù, ma di se stessi e quindi non è fede cristiana.

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    Credente.
    00 12/1/2014 3:17 PM
    LE CARATTERISTICHE DELLA FEDE
    di Filomena Fabbri


    La fede è luce. Dio viene nel cuore dell'uomo per portare luce: "Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre" (Giovanni 12,46). La Rivelazione viene a cercare l'uomo sul suo stesso terreno, lo insegue nelle sue profondità interiori, quelle che molte volte egli sigilla per paura di essere vulnerabile. Dio ha voluto assumere la vita umana per far sentire ancora di più la sua vicinanza all'uomo.

    Il Verbo si è fatto carne, si è sporcato di terra, ha toccato con mano tutte le situazioni che l'uomo vive ricordandogli che la natura umana non può fare a meno di amare e dare fiducia. Amare, infatti, significa dare fiducia, perché la vita è un continuo atto di fede. Un bambino quando nasce non può far nulla, se non dare fiducia, anelare alla sua mamma e al suo papà. Colui che crede, nell'accettare il dono della fede è rivestito di una luce nuova, è trasformato in una creatura nuova, diventa figlio nel Figlio.

    La fede però non è un trofeo o un punto di arrivo; è invece un punto di partenza. Dal momento in cui si accoglie il dono della fede il cristiano comincia un cammino tutto nuovo, pieno di sorprese, dove non mancano nemmeno le difficoltà. La vera relazione che l'uomo stringe con Dio necessita di un dinamismo, di una continua conoscenza, di una continua scoperta, di un continuo affidarsi e abbandonarsi, di un continuo "esodo": un'avventura condivisa che vede Dio agire con l'uomo e nell'uomo.

    Per nutrie e rafforzare questa fede è necessario mantenere il cuore "vulnerabile" all'amore di Dio, non smettere di nutrirsi della Parola di Dio, dei sacramenti, della preghiera sia individuale sia comunitaria, per una crescita che porta alla santità della vita, a un amore che non è solo in verticale, ma anche in orizzontale, e cioè capace di abbracciare tutta l'umanità.

    -- La fede è una grazia. Quando san Pietro confessa che Gesù è "il Cristo, il Figlio del Dio vivente", Gesù gli dice: "Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli" (Matteo 16,17).

    -- La fede è un atto umano. "Non è contrario né alla libertà né all'intelligenza dell'uomo far credito a Dio e aderire alle verità da lui rivelate" (Catechismo della Chiesa cattolica n. 154). Nella fede, l'intelligenza e la volontà umane cooperano con la grazia divina.

    -- La fede è certa, più certa di ogni conoscenza umana, perché si fonda sulla Parola stessa di Dio, il quale non può mentire. "Non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero" (Concilio Vaticano I). "Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio" (Gaudium et spes n. 36).

    -- La fede è libera. Per essere umana, la risposta della fede data dall'uomo a Dio dev'essere volontaria: "Nessuno può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua volontà. Infatti l'atto di fede è volontario per sua stessa natura" (Dignitatis umane n. 10).

    -- La fede è inizio della vita eterna. Ci fa gustare come in anticipo la gioia e la luce della visione beatifica, fine del nostro pellegrinare. Allora vedremo Dio "faccia a faccia" (1Corinzi 13,12), "così come egli è" (1Giovanni 3,2).
    sources: CREDERE