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SIGNIFICATO DEI VARI TEMPI LITURGICI

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    00 10/5/2010 11:40 AM

    La liturgia è attività della Chiesa peregrinante sulla terra e vivente nel tempo; le sue celebrazioni come si dispiegano in uno spazio così si svolgono in un tempo. Come vi sono luoghi sacri in cui si riunisce l’assemblea, così vi sono i tempi sacri per le celebrazioni liturgiche.

     

     

    Ma come il culto cristiano è, per sé, svincolato da spazi determinati, così esso non è “schiavo” di tempi o epoche imposte da necessità a lui estrinseche. S. Paolo riprende i Galati perché “osservano mesi, giorni e tempi e anni, confidando in questi elementi miseri ed impotenti” (Gal. 4,8—11). Libera da questa servitù, la Chiesa organizza il suo culto in giorni e secondo epoche che ricevono il loro vero significato dal rapporto con i grandi avvenimenti della storia della salvezza. Come già il popolo ebraico, così la Chiesa ha una concezione storica, e non cosmica, del tempo sacro.

     

    1. La Pasqua e il senso della festa cristiana

     

    L’avvenimento fondamentale del Cristianesimo è la Pasqua del Signore, cioè il suo passaggio dal mondo al Padre, nella dolorosa Passione e nella gloriosa Risurrezione. Con l’ingresso del Cristo nel Cielo hanno già inizio i tempi escatologici, i tempi ultimi annunciati dai Profeti. Con la Chiesa il Regno di Dio è già inaugurato e l’eternità è già inserita nel tempo. E’ iniziato il sabato etérno, diranno i Padri, affermando che il cristiano è sempre in festa, perché il Signore ha promesso di essere sempre presente offrendo ai suoi fedeli la possibilità di vivere sempre in unione con lui. Si arrivava persino a sostenere che per i cristiani è inutile organizzare feste; ma in ciò si vede una intenzione polemica contro i giudei e, specialmente, i pagani che riducevano tutta la religione alla osservanza delle feste sacre.

    In verità la Chiesa apostolica ha un giorno, ogni sette, che vede la comunità raccolta per celebrare, nell’Eucaristia, la Risurrezione del Signore. Il primo giorno della settimana, chiamato ben presto giorno del Signore, domenica, diventa il giorno commemorativo della Pasqua. La domenica è così la festa cristiana per eccellenza. “Secondo una tradizione apostolica, che ha origine dallo stesso giorno della Risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quel giorno che si chiama giustamente domenica. In questo giorno infatti i fedeli devono ritrovarsi insieme perché, ascoltando la Parola di Dio e partecipando all’Eucaristia, facciano memoria della Passione, della Risurrezione e della Gloria del Signore Gesù e rendano grazie a Dio che li ha generati nella speranza viva per mezzo della Risurrezione di Gesù Cristo dai morti (1 Pt 1,3). Perciò la domenica è la festa primordiale, e come tale sia proposta e fatta penetrare nella pietà dei fedeli, in modo che risulti anche giorno di gioia e di riposo dal lavoro” (C.L. art. 106).

    Fra le domeniche dell’anno ha particolare rilevanza quella in cui si commemora con particolare solennità la Risurrezione del Signore, unitamente alla sua Passione (C.L. art. 102). Il “passaggio” del Cristo viene celebrato annualmente nel “triduum paschale” che, introdotto dalla Messa a ricordo della istituzione della Eucaristia il giovedì santo, occupa il venerdì santo nella commemorazione della Morte e culmina nella Veglia che, con la Messa, inaugura il tempo pasquale della gioia e della grazia. Le solennità pasquali sono il tempo privilegiato della liturgia della Chiesa. Da esse prende avvio il tempo pasquale di cinquanta giorni, concluso dalla festa di Pentecoste. La Chiesa si prepara alla celebrazione del mistero pasquale con la Quaresima.

    La Pasqua, tanto nella celebrazione settimanale che in quella annuale, è la festa cristiana per eccellenza. Il riferimento alla domenica si organizza la settimana, in cui risalteranno i giorni di mercoledì e venerdì, legati, secondo antichissima tradizione, alla passione del Signore. Ancora oggi il venerdì, con l’impegno di mortificazione, richiama a tutti i cristiani il sacrificio della Croce. Nelle quattro Tempora, mercoledì e venerdì hanno speciale liturgia eucaristica. Sulla Pasqua annuale si organizza, come abbiamo visto, il ciclo liturgico principale.

    La Chiesa però non si sofferma solo nella meditazione degli avvenimenti pasquali del Signore. “Nel corso dell’anno poi, distribuisce tutto il Mistero di Cristo, dall’Incarnazione e dalla Natività fino alla Ascensione, al giorno di Pentecoste e dell’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore” (C.L. art. 102). Questa attesa ha la sua espressione liturgica nell’Avvento, che prepara la festa del Natale. La celebrazione del Mistero della “venuta del Signore nella carne e nella gloria” (Natale ed Epifania) costituisce il secondo ciclo liturgico dell’anno.

    Lungo l’anno la Chiesa celebra le feste della Vergine Maria, Madre di Gesù, e dei Santi. In queste feste non si perde di vista il mistero centrale del culto, che viene visto nella sua concreta realizzazione in Maria e nei Santi. “Nella celebrazione di questo ciclo annuale dei misteri di Cristo, la Santa Chiesa venera con particolare amore Maria Santissima Madre di Dio, congiunta indissolubilmente con l’opera della salvezza del Figlio suo... La Chiesa ha inserito nel corso dell’anno anche la memoria dei Martiri e degli altri Santi... Nel loro giorno natalizio infatti la Chiesa proclama il mistero pasquale realizzato nei Santi che hanno sofferto con Cristo e con Lui sono glorificati. . .“ (C.L. art. 103 — 104).

    Tutte le feste della Chiesa hanno quindi qualche rapporto con la Pasqua del Cristo, poiché proclamano la realizzazione del mistero pasquale in un avvenimento o in una persona (Maria o i Santi), e ne assicurano l’attuazione nella comunità ecclesiale.

     hiesa soltanto quelle che celebrano Santi di importanza universale” (C.L. art. 111)

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    00 10/5/2010 11:40 AM

    2. Il giorno liturgico

     

    La celebrazione di una festa si concentra in una o più azioni sacre, ma per sè caratterizza tutta una giornata. L’elemento base della divisione del tempo liturgico è il giorno, preso nella sua determinazione cronologica corrente: dalla mezzanotte alla mezzanotte ma in pratica si è tornati alla concezione giudaica dalla sera del sabato alla mezzanotte della domenica. Ciò che differenzia il giorno liturgico da quello profano é l’insieme delle azioni liturgiche compiute dalla Chiesa, allo scopo di santificare lo scorrere del tempo. Queste azioni sono principalmente: il Sacrificio eucaristico e la preghiera pubblica della Chiesa, l’Ufficio divino.

    “L’Ufficio divino, secondo la tradizione cristiana, è ordinato a santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode divina” (C.L. art. 84).

    Le diverse “ore” di cui si compone si distribuiscono nella giornata con questo ordine: “Le Lodi, come preghiera del mattino, e i Vespri, come preghiera della sera, sono il duplice cardine dell’ufficio quotidiano, e perciò debbono essere ritenute le ore principali e come tali celebrate.”; durante il giorno le “ore” di Terza, Sesta, Nona, corrispondenti alle ore 9, 12, 15, sono chiamate “ore minori”; Compieta chiude la giornata. L’ora di mattutino è celebrata durante la notte, nelle comunità che hanno il coro; ma essa sarà riformata in modo da poter essere recitata convenientemente nel momento più opportuno della giornata. (C.L. art. 89)

    La Messa può essere celebrata in ore diverse, per la comodità dei fedeli. In questi ultimi anni si sono introdotte le Messe vespertine, anche nei giorni feria li. I giorni liturgici in cui non si celebra una festa (del Signore, di Maria, o di un Santo) prendono il nome di “ferie”. Col nome di “vigilia” si intende un giorno liturgico che precede una festa, ed ha nei riguardi di questa ruolo di preparazione. Alcune feste (Natale, Pasqua, Pentecoste,) hanno un’ottava, quasi prolungamento per una settimana della meditazione e della gioia della Chiesa.

    La liturgia santifica il giorno con l’ufficio divino, la cui recita è doverosa solo per i sacerdoti ed alcune comunità religiose. Da esso non sono però esclusi i fedeli. “Procurino i pastori d’anime che le “ore” principali, specialmente i vespri, siano celebrate in chiesa con la partecipazione di tutti, nelle domeniche e nelle feste più solenni. Si raccomanda che gli stessi laici recitino l’Ufficio divino o con i sacerdoti, o riuniti tra loro, e anche da soli” (C.L. art. 100).

    Il Concilio auspica che si componga qualche piccolo “ufficio”, sullo schema del l’ufficio divino.

    Nella pietà cristiana ci sono altre forme semplici per santificare la giornata, nei momenti principali del suo svolgimento. La “Didachè”, libro della fine del primo secolo, prescrive ai cristiani di recitare il Pater al mattino, a mezzogiorno e alla sera. Anche la recita dell’”Angelus”, in questi tre momenti, associa i fedeli ad una comune preghiera nel ricordo dei misteri della Incarnazione e Redenzione (specialmente nella orazione).

     

    3. Tempi e feste dell’anno liturgico

     

    Il “Codice delle rubriche” del 1960 ha introdotto una divisione più logica dell’anno liturgico, ed una terminologia più significativa. Il documento conciliare prevede la possibilità di una riforma, “conservando o riprendendo gli usi e le disposizioni tradizionali dei tempi sacri, secondo le condizioni della nostra epoca”. Si raccomanda che si “mantenga la natura originale delle feste per alimentare debitamente la pietà dei fedeli nella celebrazione dei misteri della Redenzione cristiana, ma soprattutto nella celebrazione del mistero pasquale.” (C.L. art. 107). E’ opportuno conoscere la divisione dell’anno liturgico secondo il Messale romano attualmente in vigore.

     la C

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    00 10/5/2010 11:41 AM

    A) Tempo di Avvento

     

    B) Tempo natalizio, che comprende:

    a) Tempo di Natale, dai primi vespri di Natale, sino al 5 gennaio

    b) Tempo dell’Epifania, dai primi vespri dell’Epifania, sino al 13 gennaio (Commemorazione del Battesimo di Gesù).

     

    C) Tempo quaresimale, che comprende:

    a) il Tempo di Quaresima, dal mercoledì delle ceneri al sabato avanti la prima domenica di Passione

    b) il Tempo di Passione, che include la Settimana santa e, in questa, il “triduum sacrum”, comprendente il Giovedì, il Venerdì e Sabato santi. Il “triduum”, e perciò tutto il tempo quaresimale, ha termine prima della Messa della Veglia pasquale.

     

    D) Tempo pasquale, che inizia con la Messa della Veglia pasquale e si estende sino al sabato dell’ottava di Pentecoste, e che comprende:

    a) il Tempo di Pasqua

    b) il Tempo dell’Ascensione, dai primi vespri dell’Accensione sino alla vigilia di Pentecoste

    c) l’Ottava di Pentecoste, dai primi vespri di Pentecoste sino al sabato successivo.

     

    Non vi è quindi un Tempo di Pentecoste, ma una serie di domeniche “per annum” che si numerano a partire dalla Pentecoste.

    Le feste dei Santi si succedono secondo il calendario liturgico, in giorni fissi dell’anno. Esse possono quindi sovrapporsi alle domeniche o cadere in importanti periodi liturgici. In alcuni secoli le feste dei Santi avevano acquistato tale importanza da eliminare la liturgia domenicale e quella quaresimale.

    Il Vaticano II afferma: “L’animo dei fedeli sia indirizzato prima di tutto verso le feste del Signore, nelle quali, nel corso dell’anno, si celebrano i misteri della salvezza. Perciò l’Ufficio proprio del tempo abbia il suo posto conveniente sulle feste dei Santi, in modo che sia debitamente celebrato l’intero ciclo dei misteri della salvezza”. (C.L. art. 108). Dato il gran numero dei Santi sempre crescente, il Concilio ha disposto: “Perchè le feste dei Santi non abbiano a prevalere sulle feste che commemorano i. misteri della salvezza, molte di esse siano lasciate a ciascuna Chiesa particolare o Nazione o Famiglia religiosa; siano invece estese a tutta

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    00 10/5/2010 11:45 AM
    S.Em.R. Card. Ennio ANTONELLI, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia

    Raccomandare e promuovere con appropriati sussidi l'ascolto comunitario della Parola di Dio nelle famiglie e la condivisione delle esperienze vissute. Per poter collegare più facilmente le parole scritte con Gesù Cristo, la Parola vivente, seguire l'anno liturgico attraverso il Vangelo del giorno o almeno quello della domenica, sottolineando in esso una frase da ricordare e da vivere durante la giornata o durante la settimana. Non occorre molto tempo; pochi minuti bastano per pregare e ascoltare insieme, per prendere un impegno comune da attuare nelle attività e relazioni quotidiane e da ricordare al momento opportuno nel dialogo familiare spontaneo. Se invece si fa un solo incontro settimanale di ascolto della Parola, esso può essere più prolungato e può costituire una preparazione o una continuazione e applicazione della Messa domenicale in parrocchia.
    NelI'Instrumentum laboris si dice che i misteri del Rosario sono «forma semplice e universale di ascolto orante della Parola» (parte I, Cap. III, n. 26). Per accentuare e rendere più consapevole questo ascolto sarebbe opportuno aggiungere ufficialmente all'enunciazione di ogni mistero una breve citazione biblica appropriata: ad es., al primo mistero gaudioso (l'Annunciazione) aggiungere «Eccomi sono la serva del Signore»(Lc 1,38).
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    00 10/5/2010 11:45 AM
    S.E.R. Mons. Juan Bautista GAVILÁN VELÁSQUEZ, Vescovo di Coronel Oviedo (PARAGUAY)

    L’uomo e la donna dei nostri popoli vivono oggi oppressi e dispersi; è diventato per loro difficile sviluppare la propria capacità di ascolto nella vita quotidiana. Se spostiamo lo scenario sul piano religioso ecclesiale, la necessità e l’urgenza sono ancora maggiori. Per tutto ciò crediamo che la pratica dell’ascolto tra gli uomini e le donne del nostro tempo sia della massima importanza. Ascolto a partire dalle necessità e sofferenze, come faceva Gesù, il Maestro. Come servitori del Popolo di Dio la nostra grande responsabilità è di favorire la capacità di ascolto e, soprattutto, l’ascolto della Parola Incarnata, ovvero Gesù Cristo stesso.
    Il nostro popolo ha bisogno di incoraggiamento, di speranza, perché ha “fame... d’ascoltare la
    parola del Signore” (Amos 8, 11). E siccome la fede della Chiesa nasce dall’ascolto attento e fiducioso della Parola, ci proponiamo di raddoppiare gli sforzi nell’offerta dell’ascolto della Parola. Siamo consapevoli della necessità di rendere più agili i sussidi e di agenti pastorali. E, se le circostanze lo esigessero, di “abbandonare le strutture antiquate che ormai non aiutano la trasmissione della fede” (Documento di Aparecida, 365)
    Ci proponiamo di restituire al Popolo di Dio la Parola di speranza, di giustizia, di pace e amore. Vogliamo sottolineare l’importanza di piccoli gruppi di persone che si fortifichino mutuamente con l’ascolto della Parola di Dio e costruire così comunità e famiglie più vive e che siano testimoni.
    Queste iniziative richiederanno a tutti e a ciascun membro della Chiesa un impegno maggiore
    in due direzioni: una, nella formazione degli agenti per tutti i livelli e, in particolare, per curare la formazione dei seminaristi, come pure la formazione permanente dei presbiteri, laici e Vescovi, nello spirito della pastorale della Parola, sottolineando la testimonianza; in secondo luogo, nei sussidi pratici, fare in modo che la partecipazione segua il principio: “poco, ma con tutti”.
    Non confidiamo nelle nostre forze umane per raggiungere i nostri obiettivi, ma solo nel Signore: “sulla tua parola getterò le reti” (cf Luca 5, 5).
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    00 10/5/2010 11:49 AM
    NT124
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    00 10/5/2010 12:02 PM

    - S.E.R. Mons. Ignatius Ayau KAIGAMA, Arcivescovo di Jos (NIGERIA)

    1. Il Sinodo sulla Parola di Dio offre a oltre un miliardo di cattolici la possibilità di sviluppare una devozione più profonda per le Sacre Scritture; di essere un “vangelo vivente” per gli altri.
    2. Il segno della croce sulla fronte, sulle labbra e sul cuore alla lettura del Vangelo significa che la Parola deve essere assorbita dalla mente, radicarsi nel cuore ed essere proclamata. L’effatà al battesimo, che significa ascolto e proclamazione, deve diventare parte integrante del battesimo.
    3. In Africa diciamo che Dio ci ha dato due orecchie e una sola bocca per ascoltare di più. Il progresso tecnologico può rendere molto difficile l’ascolto. La distrazione causata dalla povertà e dalla preoccupazione per le cose essenziali della vita, ma anche l’eccessiva ricchezza, rendono molto difficile ascoltare durante la Messa. I Pastori dovrebbero parlare dei fedeli e delle sfide a più livelli della loro vita nell’omelia.
    4. La parola di Dio deve fornire gli ingredienti per una vita cristiana autentica. È però triste che, quando sorgono questioni etniche o politiche, anche coloro che condividono la stessa Parola di Dio e l’Eucaristia prendano violentemente in mano le armi gli uni contro gli altri: o la Parola non ha nessuna importanza nella loro vita, oppure è superficiale a causa di pratiche sincretistiche e l’appartenenza anche ad altri culti.
    5. Suggerimenti: I Pastori devono insegnare la lettura personale delle Scritture, affinché i cristiani vi possano trovare Gesù come dialogo con Dio. In Nigeria incoraggiamo a possedere la Bibbia anche coloro che non sanno leggere. In alcuni casi è un pre-requisito per il battesimo, il matrimonio e la cresima. Esortiamo i cattolici che ne hanno i mezzi a donare delle Bibbie, i genitori a regalare la Bibbia ai figli per il battesimo e a custodirla, poi, per il bambino fino a quando saprà leggere. Incoraggiamo a custodire e a condividere la Bibbia in casa e tra i membri della famiglia. Le edizioni cattoliche della Bibbia sono costose e dovrebbero essere rese disponibili e abbordabili con la traduzione in un numero maggiore di lingue indigene. È necessario formare insegnanti della Bibbia, catechisti e traduttori. Dovrebbe esservi una catechesi biblica settimanale, come quella del Santo Padre. I movimenti ecclesiali dovrebbero iniziare gli incontri leggendo la Bibbia. La condivisione del Vangelo nel vicinato deve essere incoraggiata. La lettura personale quotidiana di passi della Bibbia può radicare il cristiano nei valori del Vangelo e portare una trasformazione economica, politica e sociale a casa e sul lavoro.
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    00 2/17/2012 11:12 PM

    Nel tempo in cui incomincia a determinarsi l'esigenza di un periodo di preparazione alle feste della manifestazione del Signore, la Chiesa aveva già fissato le modalità di preparazione alle feste pasquali. Nel IV secolo il tempo pasquale e quaresimale avevano già assunto una configurazione vicinissima a quella attuale.

    L'origine del tempo di Avvento è più tardiva, infatti viene individuata tra il IV e il VI secolo. La prima celebrazione del Natale a Roma è del 336, ed è proprio verso la fine del IV secolo che si riscontra in Gallia e in Spagna un periodo di preparazione alla festa del Natale.

    Per quanto la prima festa di Natale sia stata celebrata a Roma, qui si verifica un tempo di preparazione solo a partire dal VI secolo. Senz'altro non desta meraviglia il fatto che l'Avvento nasca con una configurazione simile alla quaresima, infatti la celebrazione del Natale fin dalle origini venne concepita come la celebrazione della risurrezione di Cristo nel giorno in cui si fa memoria della sua nascita. Nel 380 il concilio di Saragozza impose la partecipazione continua dei fedeli agli incontri comunitari compresi tra il 17 dicembre e il 6 gennaio.

    In seguito verranno dedicate sei settimane di preparazione alle celebrazioni natalizie. In questo periodo, come in quaresima, alcuni giorni vengono caratterizzati dal digiuno. Tale arco di tempo fu chiamato "quaresima di s. Martino", poiché il digiuno iniziava l'11 novembre. Di ciò è testimone s. Gregorio di Tours, intorno al VI secolo.

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    2 - Il significato teologico

     

     

    La teologia dell'Avvento ruota attorno a due prospettive principali. Da una parte con il termine "adventus" (= venuta, arrivo) si è inteso indicare l'anniversario della prima venuta del Signore; d'altra parte designa la seconda venuta alla fine dei tempi.

    Il Tempo di Avvento ha quindi una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all'attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.

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    3 - L'attuale celebrazione

     

     

    Il Tempo di Avvento comincia dai primi Vespri della domenica che capita il 30 novembre o è la più vicina a questa data, e termina prima dei primi Vespri di Natale. E' caratterizzato da un duplice itinerario - domenicale e feriale - scandito dalla proclamazione della parola di Dio.

    1. Le domeniche

    Le letture del Vangelo hanno nelle singole domeniche una loro caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell'Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia. Le letture dell'Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo.

    2. Le ferie

    Si ha una duplice serie di letture: una dall'inizio dell'Avvento fino al 16 dicembre, l'altra dal 17 al 24. Nella prima parte dell'Avvento si legge il libro di Isaia, secondo l'ordine del libro stesso, non esclusi i testi di maggior rilievo, che ricorrono anche in domenica. La scelta dei Vangeli di questi giorni è stata fatta in riferimento alla prima lettura. Dal giovedì della seconda settimana cominciano le letture del Vangelo su Giovanni Battista; la prima lettura è invece o continuazione del libro di Isaia, o un altro testo, scelto in riferimento al Vangelo. Nell'ultima settimana prima del Natale, si leggono brani del Vangelo di Matteo (cap. 1) e di Luca (cap. 1) che propongono il racconto degli eventi che precedettero immediatamente la nascita del Signore. Per la prima lettura sono stati scelti, in riferimento al Vangelo, testi vari dell'Antico Testamento, tra cui alcune profezie messianiche di notevole importanza.

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    4 - La novena di Natale

     

     

    Come si è appena visto, il tempo di Avvento guida il cristiano attraverso un duplice itinerario: "È tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all'attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi" (Norme per l'anno liturgico e il calendario, 39: Messale p. LVI). Nella liturgia delle prime tre domeniche e nelle ferie sino al 16 dicembre si può notare l'insistenza sul tema della seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi, mentre nei giorni compresi tra il 17 e il 24 tutta la liturgia è ormai tesa verso la celebrazione della nascita del Figlio di Dio. La novena di Natale cade pienamente nel secondo periodo dell'Avvento.

    Le novene sono celebrazioni popolari che nell'arco dei secoli hanno affiancato le "liturgie ufficiali". Esse sono annoverate nel grande elenco dei "pii esercizi". "I pii esercizi - afferma J. Castellano - si sono sviluppati nella pietà occidentale del medioevo e dell'epoca moderna per coltivare il senso della fede e della devozione verso il Signore, la Vergine, i santi, in un momento in cui il popolo rimaneva lontano dalle sorgenti della bibbia e della liturgia o in cui, comunque, queste sorgenti rimanevano chiuse e non nutrivano la vita del popolo cristiano".

    La novena di Natale, pur non essendo "preghiera ufficiale" della Chiesa, costituisce un momento molto significativo nella vita delle nostre comunità cristiane. Proprio perché non è una preghiera ufficiale essa può essere realizzata secondo diverse usanze, ma un indiscusso "primato" spetta alla novena tradizionale, nella notissima melodia gregoriana nata sul testo latino ma diffusa anche nella versione italiana curata dai monaci benedettini di Subiaco.

    La domanda che ogni operatore pastorale dovrebbe porsi di anno in anno è: "come posso valorizzare la novena di Natale per il cammino di fede della mia comunità?".

    Può infatti capitare che tale novena continui a conservare intatta la caratteristica di "popolarità" venendo però a mancare la dimensione ecclesiale, celebrativa e spirituale. Tali dimensioni vanno recuperate e valorizzate per non far scadere la novena in "fervorino pre-natalizio".

    1. Recupero della dimensione ecclesiale-assembleare

    Pur non essendo - come si è detto - una preghiera ufficiale della Chiesa, la novena può costituire un momento ecclesiale molto significativo. Molti vi partecipano perché "attratti" dalla "novena in latino" (le chiese in cui la si canta in "lingua ufficiale" sono gremite!) e vi si recano per una forma di godimento personale che pone radici nella nostalgia dei tempi passati e non nel desiderio di condividere un momento di approfondimento della propria fede. È bene che i partecipanti prendano coscienza che sono radunati per una celebrazione che ha lo scopo di preparare il cuore del cristiano a vivere degnamente la celebrazione del Natale.

    2. Recupero della dimensione celebrativa

    La novena di Natale è molto vicina alla celebrazione dei vespri. Va pertanto realizzata attraverso una saggia utilizzazione dei simboli della preghiera serale: la luce e l'incenso. È bene che vi sia una proclamazione della parola e una breve riflessione. L'intervento in canto dell'assemblea va preparato e guidato. È utile ricordare che l'esposizione del SS. Sacramento col solo scopo di impartire la benedizione eucaristica - usanza frequente nelle novene di Natale - è vietata (Rito del culto eucaristico n. 97).

    3. Recupero della dimensione spirituale

    La novena di natale è una "antologia biblica" ricca di nutrimento per lo spirito. È quindi l'occasione per proporre non una spiritualità devozionale ma ispirata profondamente dalla Parola di Dio. Non è l'occasione per fare "bel canto" ma per lasciarsi coinvolgere esistenzialmente dalla Parola di Dio cantata.

    Enrico Beraudo
    www.alleluja.net

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    00 2/17/2012 11:16 PM

    1 - Natale-Epifania

     

     

    "Natale, Natale" era, sul finire del Medioevo, un grido di gioia, una delle acclamazioni preferite della folla esultante.

    I due poli che racchiudono il tempo di Natale costituiscono un segno di comunione fra le Chiese d'Oriente e d'Occidente, perché l'Epifania è una delle festività che l'Oriente celebra con più solennità: è stata istituita alla fine dell'era delle persecuzioni per commemorare la manifestazione del Signore nella carne (Epifania significa: apparizione, illuminazione, manifestazione, chiarezza, ed è vicina al termine teofania); la festività è centrata sulle tre manifestazioni di Gesù nel mondo: l'adorazione dei Magi, la teofania del battesimo e il primo miracolo a Cana, su sollecitazione della Vergine; la festività del Natale è stata istituita in Occidente più o meno alla stessa epoca, ma per commemorare la nascita nella grotta a Betlemme. La Chiesa d'Oriente ha ripreso la festività del Natale dall'Occidente; la Chiesa d'Occidente ha ripreso l'Epifania dall'Oriente, conservandone il nome greco, ma ciascuna delle due metà della Chiesa conserva le sue preferenze.

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    2 - I temi

     

     

    Il tempo di Natale comincia con l'apertura della festività, la sera della vigilia del 25 dicembre, e arriva fino alla domenica che segue l'Epifania, dedicata alla commemorazione del Battesimo del Signore. Nella liturgia latina, Natale è la celebrazione della gioia dell'Incarnazione, ma in relazione con l'eterna nascita (la generazione senza inizio) del Verbo di Dio che era presso il Padre. Di qui l'importanza data al prologo di san Giovanni.

    Per l'Epifania, l'Occidente ha conservato dell'Oriente soprattutto la manifestazione ai pagani nell'adorazione dei Magi, dal momento che la celebrazione del battesimo è oggetto di una festività particolare. Gli aspetti umani del mistero, divenuti tanto cari all'Occidente (celebrazione dell'infanzia, della maternità divina, adorazione dei pastori, mistero della Santa Famiglia) hanno ciascuno il proprio posto, così come la commemorazione del massacro degli innocenti e le molte festività dei santi (santo Stefano, san Giovanni Evangelista).

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    00 2/17/2012 11:20 PM

    Le Ceneri: il segno della conversione

     

    L'origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell'antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali. Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l'evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: "da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all'assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all'assoluzione".

    La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell'imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l'importanza di questo segno.

    La teologia biblica rivela un duplice significato dell'uso delle ceneri.

    1 - Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell'uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere..." (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: "Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere" (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell'uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).

    2 - Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: "I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere" (Gio 3,5-9). Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: "Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore" (Gdt 4,11).

    La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: "Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" e "Convertitevi, e credete al Vangelo". Adrien Nocent sottolinea che l'antica formula (Ricordati che sei polvere...) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi...) esprime meglio l'aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio. Lo stesso liturgista propone una soluzione rituale molto significativa: "Se la cosa non risultasse troppo lunga, si potrebbe unire insieme l'antica e la nuova formula che, congiuntamente, esprimerebbero certo al meglio il significato della celebrazione: "Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai; dunque convertiti e credi al Vangelo".

    Il rito dell'imposizione delle ceneri, pur celebrato dopo l'omelia, sostituisce l'atto penitenziale della messa; inoltre può essere compiuto anche senza la messa attraverso questo schema celebrativo: canto di ingresso, colletta, letture proprie, omelia, imposizione delle ceneri, preghiera dei fedeli, benedizione solenne del tempo di quaresima, congedo.

    Le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma sarà opportuno indicare una celebrazione comunitaria "privilegiata" nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.

    Enrico Beraudo
    www.alleluja.net

     

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    Coordinatrice
    00 2/17/2012 11:22 PM

    1 - Sette volte sette giorni

      Il Tempo di Pasqua dura cinquanta giorni, sette volte sette giorni, una settimana di settimane, con un domani; e il numero sette è un'immagine della pienezza (si pensi al racconto della creazione nel primo capitolo della Genesi), l'unità che si aggiunge a questa pienezza moltiplicata apre su un aldilà. È così che il tempo di Pasqua, con la gioia prolungata del trionfo pasquale, è divenuto per i padri della Chiesa l'immagine dell'eternità e del raggiungimento del mistero del Cristo. Per Tertulliano alla fine del secondo secolo, la cinquantina pasquale è il tempo della grande allegrezza durante il quale si celebra la fase gloriosa del mistero delle redenzione dopo la risurrezione del Cristo, fino all'effusione dello Spirito sui discepoli e su tutta la Chiesa nata dalla Passione del Cristo. Secondo sant'Ambrogio: "I nostri avi ci hanno insegnato a celebrare i cinquanta giorni della Pentecoste come parte integrante della Pasqua".

    A ciò che un solo giorno è troppo breve per celebrare, la Chiesa consacra cinquanta giorni, che sono estensione della gioia pasquale; il digiuno è stato sempre bandito in questo periodo, anche dai più austeri degli asceti. I cinquanta giorni sono come una sola domenica

     

     


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    2 - Tempo di gioia

     

     

    Gioia, rendimento di grazie, celebrazione della luce e della vita, tale è il tempo pasquale. Evidentemente, l'ottava di Pasqua ha un carattere più pronunciato di allegrezza e di meditazione sul fatto della risurrezione del Cristo e della nascita del cristiano nel battesimo, che è una partecipazione alla vita risuscitata del Cristo, mediante una nuova nascita e un pegno della risurrezione futura. Ma tutta la cinquantina ha più o meno questo carattere: vi si canta continuamente l'Alleluia.

    Sono privilegiati gli epiloghi evangelici delle manifestazioni di Gesù dopo la risurrezione, ma anche, secondo san Giovanni, il suo ultimo discorso, gli ultimi insegnamenti sul comandamento dell'amore, l'unione intima fra lui e suo Padre, la promessa di un altro consolatore, lo Spirito di verità, la grande preghiera sacerdotale per l'unità.

    Nel quarantesimo giorno si celebra l'Ascensione di Cristo al cielo, e i giorni che seguono sono una lunga preghiera per la venuta dello Spirito, in unione con i discepoli e Nostra Signora del Cenacolo.

    [Edited by Coordinatrice 2/17/2012 11:23 PM]
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    Coordinatrice
    00 2/17/2012 11:30 PM

    LA FERIA

    Sul termine latino "feria", singolare di "feriae" (che designa le celebrazioni, i giorni di festa, il riposo), la Chiesa ha coniato l'aggettivo "feriale" per designare i giorni della settimana, poiché per il cristiano ogni giorno è una festa; dunque anche il tempo ordinario è, per lui, qualcosa di straordinario, perché la sua vita è trasformata; essa è nascosta con Cristo.

    Dom Cozien, abate di Solesmes, parlava spesso del suo amore per l'ordinario perché esso è la trama di una vita straordinariamente ricca; nell'aggettivo "ordinario" c'è l'idea di ordine, della perfetta armonia rispetto al disegno di Dio, del mettere in ordine l'insieme delle nostre azioni conformemente al piano divino che è tutto d'amore. Ne risulta la pace che è, secondo san Tommaso, la "tranquillità dell'ordine", cioè la stabilità di quando ogni cosa è al posto giusto.

    "Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù". È il programma di vita cristiana che san Paolo tracciava per i Filippesi (Fil 4,6-7); e continuava così; "In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri". Questo passo definisce bene cosa sia il tempo ordinario. Dopo la celebrazione dei grandi misteri di Cristo, giunge il tempo della Chiesa, il tempo di mettere in pratica tutti i suoi insegnamenti e di meditare la sua parola. È per questo che i vangeli del tempo ordinario riprendono volta per volta ciascuno dei Sinottici per meditare la vita di Cristo e il suo messaggio, alla luce di ciascuno degli evangelisti e nella sua propria prospettiva.

    TEMPO DI SPERANZA

    Il tempo ordinario è un periodo di attesa e di speranza; da qui la scelta del colore liturgico. Fra le diverse domeniche si pongono alcune grandi festività, meditazione sul mistero della Trinità, quello dell'Eucaristia, quello dell'amore del Cuore di Gesù; quindi le grandi feste dei santi: san Giovanni Battista, santi Pietro e Paolo, san Michele e, soprattutto, Santa Maria nelle sue grandi solennità. Questo tempo liturgico sfocia nella celebrazione della Chiesa trionfante nella festività di Tutti i Santi, della Chiesa militante nella festa della Dedicazione, e si prega per la Chiesa sofferente (i morti al purgatorio); si celebra quindi Cristo Re.


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    Coordinatrice
    00 2/20/2012 8:37 AM
    MERCOLEDI` DELLE CENERI E TEMPO DI QUARESIMA

    Verso la metà del II secolo, compare la preparazione alla Pasqua, intesa allora come ricordo della morte salvifica di Cristo (Venerdí Santo). Alcune Chiese, in Gallia, rispettano il digiuno il Venerdí Santo, le altre anche il Sabato Santo e alcune persino il Giovedí Santo o addirittura il Mercoledí Santo. I fedeli in Africa, come quelli di Roma, sono tenuti al digiuno il Venerdí Santo e il Sabato Santo. La Chiesa d`Egitto conosce il digiuno settimanale, ma anche qui c`è una certa libertà.
    La preparazione di quaranta giorni alla festa di Pasqua viene introdotta all`inizio del IV secolo e comincia con la prima domenica di Quaresima. Con il passare del tempo, nasce la convinzione che il digiuno costituisca la piú importante e quasi l`unica forma di preparazione alla Pasqua. Dato che la domenica non si digiunava, era necessario spostare l`inizio della Quaresima aggiungendo i giorni che mancavano. Questo avveniva gradualmente e dal VII secolo il Mercoledí delle Ceneri segna l`inizio del periodo preparatorio alla Pasqua. L`imposizione delle ceneri compare nel secolo IX ed è collegata con la penitenza pubblica. Con la scomparsa di quest`ultima, i sacerdoti cominciano ad imporre le ceneri su tutti i fedeli.
    Le prime testimonianze della solenne benedizione delle ceneri risalgono al secolo X. La Chiesa d`Oriente ha prolungato il periodo di preparazione ad otto settimane e questo ha indotto anche la Chiesa d`Occidente a prolungare il periodo di preparazione con altre tre domeniche prima della Quaresima.
    Il periodo della Quaresima ha una ricchissima storia nella liturgia. Costituiva dapprima il tempo della definitiva preparazione dei candidati al Battesimo, amministrato nella Vigilia di Pasqua. I riti legati a questa preparazione venivano chiamati «scrutini». Dal V secolo, a Roma, erano noti tre scrutini pubblici nella terza, quarta e quinta domenica. Si trasmettevano ai candidati i quattro Vangeli, la professione di fede e la preghiera del Signore. Alla preparazione cosí organizzata, prendeva parte la comunità dei credenti e in questa maniera la preparazione al Battesimo degli uni diventava per gli altri l`occasione di meditare sul proprio Battesimo.
    Il periodo di preparazione di quaranta giorni è il periodo della penitenza, che col tempo fu ridotta principalmente al digiuno. Il digiuno, inizialmente facoltativo, diventa abitudinario e dal secolo IV viene definito con le prescrizioni di luogo, che nel Medioevo diventeranno obbligatorie per tutti. Completavano il digiuno, la preghiera e l`elemosina. La Chiesa di Roma ha istituito la liturgia delle stazioni, che col tempo venne accolta in molte città vescovili. Il papa, nei giorni della Quaresima, celebrava la Messa nelle diverse chiese dell`Urbe con la partecipazione del clero e di molti fedeli. In alcuni giorni, ci si radunava in una delle chiese, donde col canto delle litanie ci si recava alla chiesa della stazione per celebrare l`Eucaristia.
    Le ultime due settimane della Quaresima erano dedicate alla meditazione della Passione del Signore. La lettura del Vangelo di san Giovanni dimostra la lotta di Cristo con i farisei e preannuncia la morte del Salvatore. Nella coscienza dei fedeli, la meditazione della Passione di Cristo divenne dominante nella spiritualità di tale periodo. E` noto finora il costume di velare i quadri e i crocifissi negli ultimi giorni della Quaresima.
    Le parole di san Paolo: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2Cor 5,20; 6,2), dimostrano che cos`è la Quaresima per la Chiesa e per ogni credente. Ecco il tempo della salvezza, perché stiamo vivendo il mistero del Figlio di Dio, che muore per noi sulla Croce. La Chiesa in questi giorni prende coscienza di partecipare alla grande opera di redenzione del mondo, intrapresa da Cristo. Il cristiano invece vive piú profondamente la realtà del proprio Battesimo: in questo sacramento è morto insieme con Cristo e insieme con lui è risorto a nuova vita, ha raggiunto veramente la salvezza.
    In questo periodo di salvezza, la Chiesa fin dai primi tempi si nutre abbondantemente della Parola di Dio, del pane che viene dalla bocca di Dio, per rafforzare la sua fede, come unico mezzo capace di introdurci nella realtà divina. «Convertitevi, e credete al Vangelo». «Lasciatevi riconciliare con Dio!». La Chiesa rivolge queste parole a tutti i credenti. La salvezza di Dio è accessibile a ciascun uomo, la potenza della redenzione di Cristo può abbracciare ciascuno, occorre però l`apertura del cuore, la disponibilità ad accogliere il dono del cielo, la risposta decisa. Il peccato costituisce un ostacolo. Di fronte alla grandezza dei doni di Dio, ci rendiamo conto in questi giorni del male commesso, della nostra debolezza, fragilità e peccaminosità. Questa presa di coscienza avviene sia nella Chiesa, quale comunità, sia nelle sue membra. Il tempo della Quaresima è il momento della conversione, dello staccamento dal peccato, il momento del cambiamento del cuore e del modo di pensare. La conversione cosí concepita esige il sacrificio, il rinnegamento di se stesso, la lotta contro se stesso. Il tempo del pentimento e della conversione è, comunque, anzitutto il tempo del perdono da parte di Dio e il tempo della misericordia di Dio. Dio chiama alla conversione e perdona a chi glielo chiede, è molto paziente verso i peccatori. Da qui sorge la preghiera assidua, piena di fiducia e di speranza. Il tempo della Quaresima, cosí inteso, è un tempo di intensa vita spirituale, di lotta contro se stessi e contro le forze del male; è il tempo dell`avvicinamento a Cristo.
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    Coordinatrice
    00 5/15/2012 8:42 AM
    SOLENNITA` DELL` ASCENSIONE DEL SIGNORE

    Originariamente, la Chiesa celebrava l`Ascensione del Signore insieme con la solennità della Pentecoste. Conosce questa prassi la Chiesa di Gerusalemme ancora alla fine del secolo IV. Nel giorno lella Pentecoste, nel pomeriggio, i fedeli si recavano al Monte degli Ulivi dove, nella chiesa che ricordava l`Ascensione del Signore, si leggevano i brani della Sacra Scrittura riguardanti l`Ascensione, nonché si cantavano le antifone e gl`inni. Nella seconda metà del secolo IV l`Ascensione del Signore costituisce già una festa a parte e viene celebrata quaranta giorni dopo la Risurrezione; nel V secolo, è già comunemente conosciuta. Ne parla san Giovanni Crisostomo. Sant`Agostino scrive, che «il giorno di oggi viene festeggiato in tutto il mondo». Si sono conservate le omelie del papa Leone Magno pronunziate in questo giorno. Nel canone romano della Messa si ricorda l`Ascensione di Cristo chiamandola «gloriosa», ed i Sacramentari romani contengono formulari di Messa per questo giorno. Nel Medioevo, compare la processione, che doveva ricordare il cammino di Cristo con i discepoli verso il Monte degli Ulivi, quasi ad esprimere l`entrata trionfale del Salvatore in Cielo.
    Nella cattedrale di Milano si innalzava il cero pasquale per simboleggiare l`Ascensione del Signore ed in alcune chiese tedesche si innalzava la Croce. Il costume della processione dura ancora oggi.
    Dopo la sua Risurrezione, Cristo si manifestava ai discepoli ed ai loro occhi si è innalzato al Cielo. Lui, nostro Signore e Signore di tutto, il vincitore del peccato e della morte, oggi ascende al Cielo. Ha adempiuto l`opera di salvezza e adesso siede alla destra del Padre. E il Mediatore tra Dio e gli uomini e perciò, andando via, non ha lasciato l`uomo nell`abbassamento: egli ci precede nella patria celeste, in lui la nostra natura umana è stata già introdotta nella gloria. L`Ascensione di Gesú al Cielo è la nostra vittoria: ci dà la speranza che insieme con lui saremo nella stessa gloria. Siamo i membri del suo Corpo, per questo saremo uniti a Colui che è il nostro Capo.
    L`Ascensione al Cielo del Signore è l`inizio della glorificazione dell`uomo, ma è anche l`impegno nella nuova vita. Giorno dopo giorno, dobbiamo cercare le cose di lassú, innalzarci con lo spirito alla vera patria, vivere desiderando il Cielo dove si trova Cristo, quale primo degli uomini. Il Cristo, che è salito al Cielo, rimane con noi tutti i giorni: vive nella sua Chiesa e attraverso la Chiesa continua l`opera della salvezza. Il Cristo salito al Cielo ritornerà nell`ultimo giorno, lo vedremo venire di nuovo.