Freeforumzone mobile

L'ANIMAZIONE MUSICALE LITURGICA

  • Posts
  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:12 PM

    1. Gli animatori musicali

            L’animazione musicale è uno dei settori più delicati di tutta la celebrazione e può coinvolgere un numero cospicuo di ministri.

         Da qualche tempo è diventato di uso comune parlare di animazione e di animatori di assemblea. Tale terminologia si può applicare a tutti coloro che svolgono un ruolo particolare nell’assemblea per l’assemblea: dal sacerdote al lettore, dal diacono al direttore del canto ecc. Il concetto di animazione pone in risalto la funzione dinamica e vitale dei ministeri e servizi che si esplicano nella celebrazione.

    [Edited by Credente. 9/3/2010 11:27 PM]
  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:15 PM

    L’animazione non è principalmente una tecnica speciale da porre in atto affinché l’assemblea compia meccanicamente determinati gesti previsti dal rituale, ma è un servizio che ha come scopo prioritario quello di condurre tutti i fedeli a vivere interiormente, nel modo più attivo e consapevole possibile, il rito che si compie esteriormente. Gli animatori non sono quindi persone che intendono rivendicare competenze personali da fare valere di fronte agli altri, ma sono ministri (cioè “servi”) che con disponibilità e impegno si pongono a servizio della comunità dei fedeli, a seconda delle circostanze, delle necessità e delle possibilità che di volta in volta si presentano. Sotto questa luce va vista e compresa anche la figura dell’animatore musicale.

    Cerchiamo di definire il ministero dell’animatore musicale richiamando i peculiari fondamenti ecclesiologici, liturgici e pastorali.

    Anzitutto è un ministero di fatto riconosciuto dall’autorità ecclesiastica. I documenti liturgici menzionano con frequenza il salmista, i cantori, la schola cantorum e gli strumentisti, ponendo in evidenza il senso del loro servizio e le modalità proprie degli interventi liturgici di ciascuno. L’animatore musicale svolge il suo ministero perché è la Chiesa a chiamarlo e a inviarlo a compiere tale ufficio. Egli offre il suo operare non a titolo personale ma per mandato della Chiesa che lo invia a servire l’intera assemblea. L’esercizio di ogni ministero - quindi anche quello dell’animatore musicale - ha come fonte primaria Dio stesso. È lui che concede talenti e innumerevoli doni che servono non per essere contemplati con orgoglio e vanagloria, ma per porli a servizio degli altri. È quindi giusto che l’animatore musicale risponda a questa vera e propria vocazione con generosità e amore.

    Dalla definizione generica di animatore musicale passiamo a una concreta identificazione. Come prima cosa è bene dire che gli animatori musicali sono parecchi e di varie tipologie: sono tanti quanti sono i servizi musicali che vengono esplicati nelle celebrazioni liturgiche. In secondo luogo è importante chiarire che essi sono parte dell’assemblea. Questo vale non solo per l’animatore musicale ma per qualsiasi animatore liturgico! Nessuno può dimenticare la propria appartenenza all’intera assemblea, pena il mettersene irrimediabilmente fuori, diventandone un corpo estraneo e spesso di disturbo, facilmente soggetto a crisi di rigetto. L’assemblea, essendo il principale soggetto celebrante, deve essere considerata il termine ultimo dell’azione degli animatori musicali. Nelle celebrazioni interviene con parti proprie, non delegabili, se non eccezionalmente. Per meglio realizzare e armonizzare il canto dell’intera assemblea è importante l’ufficio di alcuni ministri specializzati quali sono gli animatori musicali.

    Queste prime ed essenziali battute circa gli animatori musicali pongono in evidenza la necessità di curare non superficialmente questo settore della pastorale liturgica. Urge sempre più, anche in questo ambito, un adeguato impegno formativo generalmente disatteso, sia a livello parrocchiale che a livello diocesano. Quanti volessero approfondire l’argomento possono utilizzare proficuamente il libro di Eugenio Costa edito dalle edizioni San Paolo: Celebrare cantando. Manuale pratico per l’animatore musicale nella liturgia.

    [Edited by Credente. 9/3/2010 11:31 PM]
  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:16 PM

    2. Il coro liturgico

    Il numero più cospicuo di persone impegnate nell’animazione liturgico-musicale si concentra nei cori parrocchiali che, con maggiore o minore impegno e competenza, si pongono a servizio delle assemblee celebranti. È bene soffermasi a riflettere su questa struttura ministeriale affinché possa essere sempre meglio valorizzata.

    Cerchiamo innanzitutto di fornire una definizione di coro liturgico. Per coro liturgico intendiamo qualunque gruppo di cantori costituito per iniziare, educare, guidare un’assemblea che celebra in canto e per raggiungere quelle note di solennità e di bellezza che aiutano il fedele a vivere il clima della festa.

    A partire da questa definizione possiamo proporre un’analisi più ampia e dettagliata.

    Il coro è l’attore liturgico specializzato nel canto di gruppo; esso corrisponde al gruppo base animatore del canto rituale. Dal punto di vista strettamente musicale, un coro può essere di varia struttura:

    · a una voce:

    - UNICA: solo voci bianche, solo femminili, solo maschili

    - MISTA: voci bianche+ maschili, femminili+maschili

    · a 2,3,4 o più voci:

    - PARI: solo voci bianche, solo femminili, solo maschili

    - MISTE o DISPARI: voci bianche+maschili, femminili+maschili

    Circa le funzioni del coro liturgico è bene dire che esse si esplicano attraverso alcuni compiti specifici.

    1 - Introdurre, sostenere, alternare e animare il canto di tutta l’assemblea.

    2 - Arricchire alcuni canti con forme polifoniche (ad esempio all’inizio e alla comunione).

    3 - Sovrapporsi a più voci mentre l’assemblea canta all’unisono (ad esempio l’Alleluia e il Santo).

    4 - Sostituire l’assemblea quando essa non sia in grado di rendere bene un determinato rito (ad esempio l’inno Gloria a Dio). In questo caso l’assemblea partecipa con l’ascolto. È importante non assolutizzare e non prediligere questa funzione del coro che potrebbe andare a discapito dell’assemblea celebrante e della stessa liturgia. L’istruzione Musicam Sacram (5/3/1967) ricorda che: “non è da approvarsi l’uso di affidare per intero alla sola “schola cantorum” tutte le parti cantate del “Proprio” e dell’“Ordinario”, escludendo completamente il popolo dalla partecipazione nel canto” (n. 16). Il coro può intervenire in maniera appropriata nei momenti in cui l’assemblea è in movimento, ad esempio durante la distribuzione dell’Eucaristia: l’assemblea in movimento canta meno volentieri e, comunque, con maggiore difficoltà.

    5 - Creare un momenti di meditazione, ad esempio dopo la proclamazione del Vangelo o dopo la distribuzione dell’Eucaristia.

    Il coro assume quindi una chiara importanza liturgica poiché costituisce uno stimolo e un aiuto ritmico-melodico per tutta l’assemblea, affinché la Parola che si fa canto possa risuonare nella sua esattezza e nella sua bellezza, esprimendo nel miglior modo la verità che essa contiene.

    Esso inoltre è il mezzo indispensabile per realizzare una forma di differenza-contrasto (pochi-tutti) che esprima l’immagine vera della Chiesa che è articolata, non statica né uniforme. Non è da sottovalutare anche il fatto che il coro liturgico è un’opportunità determinante per creare varietà, qualità, vivacità di forme musicali rituali in conformità con l’articolazione rituale di tutta la celebrazione.

    Il coro non deve essere mai elemento estraneo, di contorno, di lusso e meno ancora deve appropriarsi tutti i canti della celebrazione.

    Per compiere bene questo servizio sarà pure indispensabile trovare il luogo più idoneo all’interno dell’aula della chiesa. Non è cosa da sottovalutare, e... non solo per “motivi acustici”, il coro infatti è parte integrante dell’assemblea, e il luogo nel quale svolge il proprio ministero deve porre in risalto tale appartenenza (Cfr. Musicam Sacram, 23).

    3. A proposito di cori parrocchiali...

    È molto difficile, se non addirittura impossibile, trovare una comunità ecclesiale sprovvista di un gruppo di persone, anche limitato nel numero, che presti il suo impegno per l’animazione delle celebrazioni attraverso il canto. Possiamo dire che ogni parrocchia ha almeno un coro, e spesso più di uno. Il modo in cui un coro nasce e svolge il suo servizio varia profondamente a seconda della maturità (o immaturità) ecclesiale e spirituale raggiunta da ciascuno dei suoi membri. Proviamo a descrivere una prima tipologia di coro parrocchiale. Il tono può apparire scherzoso, ma non ha alcuna intenzione di esserlo. È chiaro che il riferimento a situazioni veramente realizzatesi è puramente casuale. Il problema di fondo è che tali situazioni si realizzano troppo spesso.

    Un gruppo di zelanti cantori — di diverse età e magari nostalgici di antiche e fauste liturgie durante le quali, nei tempi della giovinezza, avevano cantato “tutto” il repertorio perosiano — decide di ricostituire una corale. Si chiede il “permesso” al parroco e, ottenutolo (o strappatolo) si dà il via alle prove. Prima difficoltà da superare: ottenere dal parroco un locale adeguato per incontrarsi. Ottenuto il locale e fatte le debite precisazioni (Parroco: “Questa sala potreste utilizzarla, ma... mi raccomando... non fate tanto chiasso, non concludete in orari “proibitivi”, e... se potete datemi una mano... le lampadine sono alimentate dalla corrente elettrica!”. Responsabile coro “Sarà fatto!”) il coro incomincia a crearsi un repertorio base a partire dai testi dell’ordinario (Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus, Agnus Dei) in rigorosissima lingua originale (latino e greco) ed espressi attraverso le forme musicali che sono andate per la maggiore sino alla riforma liturgica del Vaticano II (questi sono gli autori più visitati: Perosi, Campodonico, Caudana, Tosi, Oltrasi. Per coloro che vogliono ardire di più, c’è spazio anche per Palestrina). Più si va avanti con le prove e più i coristi hanno l’impressione di essere “bravi”, finché possono finalmente osare di “apparire in pubblico”. In realtà “in pubblico” non appaiono mai perché l’unico posto nel quale possono cantare durante la celebrazione è dietro l’altare maggiore: l’organo e lì! Il coro prosegue le sue attività: mai un invito al parroco per avere qualche incontro formativo, qualche momento di spiritualità, mai e poi mai la richiesta di aiuto per capire meglio come si realizza un repertorio di canti per la liturgia, ambiguo o fasullo l’inserimento nella comunità... Il tempo passa, non sempre i cantori diventano molto più “bravi” di quanto non lo fossero dopo la quinta o la sesta prova, il repertorio liturgico-musicale tende, più che a crescere e maturare, a cristallizzarsi e a rivelarsi inefficace dal punto di vista celebrativo. Intanto nelle parrocchie vicine cresce la fama di cotal complesso musicale che tutti ne parlano e specialmente tutti lo vorrebbero. È così che il “disponibilissimo” parroco incomincia ad avere i suoi dubbi, e viene a sapere per le solite ma provvidenziali “vie traverse” che il suo coro ha avuto modo di esibirsi più volte anche fuori porta, mentre in parrocchia lo si vede solo per alcune feste comandate... Una sera arriva dal parroco un gruppo di persone sedicenti “responsabili del coro parrocchiale”. Uno di essi ha in mano un fascicoletto di circa venti pagine: è il tanto agognato “regolamento” o “statuto” che finalmente chiarirà ogni cosa (reclutamento delle voci, prove di canto, circostanze nelle quali ci si deve “esibire” in parrocchia, scadenze da rispettare quando si è invitati a prestare servizio, funzione ed elezione del direttore e del presidente, funzione dell’organista, eventuale “giurisdizione” del parroco...) e sul quale il parroco “deve” apporre un’autorevole firma...

    Pare inutile continuare la descrizione e tanto meno proporre alcun commento. L’invito rivolto ai lettori è quello di fare un esercizio personale: rileggere l’articolo apparso su questa rubrica nel numero precedente (n. 25, del 23/6/1996: Il coro liturgico) e tentare comprendere quali sono le caratteristiche che un coro di questo tipo è stato incapace di incarnare. Buon lavoro!

    [Edited by Credente. 9/3/2010 11:32 PM]
  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:16 PM

    4. Gruppi giovanili e animazione musicale

    Lo scorso mese di giugno ci siamo lasciati mentre si iniziava una riflessione sui cori parrocchiali. Una prima tipologia di coro già presa in considerazione metteva in evidenza il rischio di lasciarsi prendere da un fare nostalgico ed arcaico nell’impostare un gruppo di animazione musicale. I motivi di questo atteggiamento sono da ricercare in una coscienza ecclesiale immatura, nella scarsa sensibilità verso le esigenze della liturgia rinnovata, nella superficialità con la quale si è soliti porsi dinanzi a diversi settori della pastorale parrocchiale. Cerchiamo ora di riflettere su un altro “gruppo di canto” tipico delle nostre comunità: il cosiddetto “coro dei giovani”.

    Nonostante si consolidi nel tempo la domanda di molti adulti (e di numerosi parroci) “ma i giovani cosa fanno in parrocchia?”, dobbiamo dire che, in molte comunità, le celebrazioni assumono ancora una certa vitalità grazie all’intraprendenza e alla buona volontà di molti giovani. Gli appassionati del “coro degli adulti” hanno però le proprie recriminazioni da avanzare: Ma perché non provano a riascoltare le loro esecuzioni? Queste chitarre fanno solo chiasso! Cantano solo per esibirsi! Cantassero gli inni bellissimi dei nostri tempi... Non possiamo dire che le lamentele che qua e là si innalzano siano tutte infondate, ma è senz’altro utile chiarire alcuni concetti di fondo.

    Un attento osservatore si renderà conto che spesso il gruppo dei giovani è “usato” nel ruolo di coro. Una cosa infatti è la pastorale giovanile, un’altra è la pastorale liturgica, anche se tra queste può e deve nascere un connubio assai fecondo. Spesso, proprio perché mettere su una équipe di animazione liturgica comporta impegno e fatica, si “responsabilizza” un gruppo già esistente. Purtroppo generalmente all’attribuzione di una responsabilità spesso non corrisponde una formazione adeguata né degli animatori, tanto meno degli appartenenti al gruppo. Non ci si deve quindi meravigliare se talora il servizio liturgico reso da un gruppo giovanile possa risultare inadeguato. Come quindi rilanciare l’impegno dei giovani che vogliono rendersi disponibili a un servizio di animazione liturgico-musicale? Ecco qualche consiglio.

    1. Comprendere che il servizio liturgico non ha come fine esclusivo la realizzazione di un’attività di gruppo, ma è a favore dell’assemblea alla quale ci si rivolge.

    2. Se un gruppo giovanile porta avanti anche un’attività di coro dovrà dedicare del tempo alla formazione liturgico-musicale dei suoi membri, acquisendo competenza e sensibilità liturgica.

    3. È indispensabile entrare nell’ordine di idee che l’esperienza celebrativa del gruppo non può essere automaticamente proiettata sulle liturgie dell’intera comunità parrocchiale. Può quindi capitare che un canto “funzioni” ottimamente in un contesto celebrativo di gruppo ma che non sortisca alcun effetto positivo in una celebrazione domenicale parrocchiale. Come pure uno strumento musicale adatto per l’accompagnamento in un ambiente raccolto e limitato risulti inadeguato in una grande chiesa.

    4. Sarà utile abbandonare un tipico atteggiamento che indulge alla “ripetizione” delle esperienze liturgiche. Può infatti capitare che un gruppo condivida esperienze celebrative in altre comunità, venendo a contatto con altri stili e altri repertori. Ciò genera in molti il desiderio di “ripetere” l’esperienza nel proprio ambiente comunitario che spesso è profondamente diverso da quello col quale si è venuti in contatto. I risultati sono spesso negativi o insignificanti.

    5. È anche importante abbandonare un certo atteggiamento sentimentalistico che conduce molti gruppi giovanili a vivere le esperienze liturgiche con superficialità e con forme di partecipazione fini a se stesse perchè scarsamente illuminate dal cammino di fede che il gruppo dovrebbe compiere.

    6. Se il gruppo giovanile innalzerà il proprio tenore spirituale e di coscienza ecclesiale i frutti del proprio impegno di animazione liturgica non tarderanno a realizzarsi.

    [Edited by Credente. 9/3/2010 11:33 PM]
  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:17 PM

    5. La spiritualità dell’animatore musicale

    Dopo aver presentato una prima serie di considerazioni sull’animazione liturgico-musicale e sulla funzione ministeriale del coro, può essere opportuno proporre qualche riflessione sulla spiritualità dell’animatore musicale della liturgia, con la convinzione che più alto sarà il tenore di spiritualità dei nostri animatori liturgici e più efficace potrà risultare il loro impegno ministeriale.

    Spesso, privilegiando gli aspetti tecnici della formazione degli animatori musicali, ci si dimentica di ciò che è più importante: il cammino di fede.

    Proponiamo un brano del libro di Mimmo Falco “Servite il Signore nella gioia”: può essere un primo punto di riferimento per “tonificare” il cuore e di coloro che prestano il proprio servizio nella liturgia.


    Il tema della “spiritualità dell’animatore musicale della liturgia” può apparire alquanto insolito. Quando parliamo di questo ministro, infatti, siamo soliti riferirci ai suoi compiti, dimenticando o dando per scontato il cammino che egli, come cristiano, è chiamato a percorrere. Non dobbiamo dimenticare, però, che l’animatore musicale è prima di tutto un credente e, proprio in virtù di questo, svolge il suo ministero. Non è quindi da trascurare l’aspetto spirituale di questa figura.

    La propria disponibilità è premessa indispensabile per avviarsi su questa strada. Fino a quando considereremo la nostra fede come un fatto scontato, sarà molto difficile decidersi per il primo passo. Per chi lavora in parrocchia è facile credere che sia sufficiente il “fare” qualcosa di concreto, di pratico, come testimonianza della propria fede.

    Se siamo disposti a prendere in seria considerazione questa dimensione spirituale, penso che il primo passo da fare sia quello di chiedersi quale tipo di rapporto viviamo con il Signore e col suo Corpo che è la Chiesa. Se si tratta, cioè, di un rapporto che ci coinvolge o se, piuttosto, è un rapporto formale, a scadenze settimanali o, ancora, come quello che viviamo con persone che conosciamo ma con le quali non abbiamo alcunché da condividere, se non un semplice saluto. È un rischio che tutti corriamo e dal quale anche l’animatore deve difendersi. Infatti, può spesso accadere che la preoccupazione degli aspetti strettamente tecnici del proprio ruolo, prevalga sull’attenzione all’esperienza di fede che si fa.

    Prima di invitare l’assemblea a cantare, l’animatore deve avere già dentro di sé il desiderio di esprimere la lode al Signore. Questo desiderio è frutto di un rapporto profondo e costante con Lui. È l’esperienza di chi, come il salmista, può dire al Signore: “Hai messo più gioia nel mio cuore di quando abbondano vino e frumento” (Salmo 4,8). È la gioia incontenibile di chi sperimenta nella propria limitatezza la grandezza di Dio e, giorno dopo giorno, è disposto a consumare tutte le sue energie perché questo rapporto non tramonti mai. Tutti siamo chiamati a vivere questo rapporto con il Signore alimentandolo con la preghiera e attraverso il compito che ci è affidato.

    Se cominceremo a preoccuparci non soltanto di cosa e come far cantare l’assemblea, ma anche e prima di tutto di come fare per vivere il nostro rapporto autentico con il Signore, saremo già a metà del cammino e l’essere animatori della liturgia sarà veramente un “servire il Signore nella gioia””.

    MIMMO FALCO,

    Servite il Signore nella gioia.

    Per una spiritualità dell’animatore musicale della liturgia,

    Progetto Vallisa, Bari 1990, pp. 5-7

    6. Musica religiosa, sacra o liturgica?

    A partire dalla riforma liturgica conciliare è nata una nuova e specifica musicologia che nel corso dell’ultimo trentennio ha cercato di far chiarezza non solo sulle tematiche principali della musica rituale, ma anche sui termini che tale disciplina è solita utilizzare. Un passo importante è la distinzione tra musica religiosa, sacra e liturgica.

    La Costituzione conciliare sulla liturgia introduce in questo modo il capitolo VI, sulla musica sacra: “La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica, sia dando alla preghiera un’espressione più soave e favorendo l’unanimità, sia arricchendo di maggior solennità i riti sacri” (SC 112).

    L’istruzione del “Consilium” e della S. Congr. dei Riti Musicam Sacram (5/3/1967), esplicita ulteriormente il concetto di musica sacra: “Musica sacra è quella che, composta per la celebrazione del culto divino, è dotata di santità e di bontà di forme. Sotto la denominazione di musica sacra si comprende, in questo documento: il canto gregoriano, la polifonia sacra antica e moderna nei suoi diversi generi, la musica sacra per organo e altri strumenti legittimamente ammessi nella liturgia, e il canto popolare, cioè liturgico e religioso” (n. 4).

    Per quanto le affermazioni di Sacrosanctum Concilium e Musicam Sacram siano ricche e significative non chiarivano assolutamente la diversità terminologica cui sopra si accennava. L’unico documento che tenta di distinguere la specificità della musica religiosa, sacra e liturgica è una lettera della Sacra Congregazione per il Culto Divino che ha come titolo Concerti nelle chiese (5/11/1987).

    Il termine musica religiosa indica quella musica che “si ispira al testo della Sacra Scrittura o della liturgia o che richiama a Dio, alla Vergine Maria, ai Santi o alla Chiesa” (Concerti nelle chiese, n. 9). Si tratta di musica non composta per la liturgia ma che solo prende ispirazione dalla religiosità e di questa si fa voce. Per musica sacra si intende “quella che è stata composta per la liturgia, ma che per motivi contingenti non può essere eseguita durante una celebrazione liturgica” (Concerti nelle chiese, n. 9). Di conseguenza la musica liturgica sarebbe quella che “può essere eseguita” durante una celebrazione.

    La difficoltà sta’ nel distinguere con chiarezza la musica sacra dalla musica liturgica ovvero quella “eseguibile” durante le celebrazioni. Quali sono infatti i “motivi contingenti” che conducono a non ammettere brani di musica sacra nelle attuali celebrazioni? In realtà non è bene procedere con l’atteggiamento di chi deve “purificare” una determinata prassi musicale nella liturgia. Pertanto più che cercare le motivazioni che inducono a non utilizzare certa musica, sarà utile comprendere le caratteristiche che la musica e il canto devono avere affinché possano contribuire alla realizzazione delle celebrazioni secondo la liturgia rinnovata.

    Per ora ci basta aver compreso che:

    - la musica liturgica è sacra e religiosa, ma la sua caratteristica imprescindibile è quella di essere a servizio della liturgia;

    - la musica sacra è religiosa, ma ciò non significa che essa sia necessariamente liturgica, per quanto possa esserlo stata in tempi passati o lo sia tuttora in altri ambienti culturali ed ecclesiali;

    - la musica religiosa non può confondersi né con quella sacra né con quella liturgica, poiché non ha, né mai ha avuto, una finalità celebrativa.

    [Edited by Credente. 9/3/2010 11:34 PM]
  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:19 PM

    7. Quale musica è “liturgica”?

    La vera musica liturgica è quella dotata di caratteristiche tali che le consentano di porsi al servizio dell’assemblea celebrante e della verità dei riti. Tutta la riforma liturgica ha come punto di riferimento imprescindibile la riscoperta della celebrazione come atto del “corpo mistico di Gesù Cristo”, cioè del capo e delle sue membra (cf. Sacrosanctum Concilium 7). Da questo principio teologico si irradiano numerose conseguenze pastorali, prima fra tutte la necessità della piena partecipazione dei fedeli radunati in assemblea (cf. SC 27.30). Sotto questa spinta innovatrice anche la musica liturgica ha dovuto compiere un cammino di conversione ecclesiale e culturale. Dopo più di trent’anni di riforma liturgica, tale cammino non può assolutamente considerarsi ultimato: anche in questo caso la conversione si realizza con pazienza e costante disponibilità al necessario cambiamento, nel rispetto delle capacità culturali e della maturazione spirituale ed ecclesiale di ogni fedele. Detto questo si può comprendere come la domanda circa la “vera musica liturgica” non trova risposta nella ricerca di nuovi repertori, ma nella disponibilità a compiere questo cammino di conversione teologico-ecclesiale e culturale.

    Ci si chiederà immediatamente come possa destreggiarsi un animatore musicale delle nostre assemblee parrocchiali dinanzi ad una situazione così aleatoria, e quali possano essere le linee operative concrete per compiere scelte accurate nel vasto campo della produzione musicale. Ecco quindi delle indicazioni utili per discernere tra musica e musica, tra rito e rito, tra assemblea e assemblea.

    1. Studiare la liturgia per comprendere la “ritualità” della musica. Questo è il primo è imprescindibile passo: comprendere la liturgia, il significato della celebrazione cristiana nel suo insieme e il valore proprio dei singoli riti. Conoscendo il senso e lo scopo dei riti è più facile trovare il materiale celebrativo-musicale che meglio realizza o accompagna una determinata sequenza celebrativa. Molti bravi musicisti (strumentisti, solisti, cori...) che si “concedono” alla “musica di chiesa” non hanno capito nulla della celebrazione nella quale intervengono con la propria scienza musicale. Di molti di questi può dirsi che sono “come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna” (1Cor 13,1). Se non si conosce la liturgia, la musica non può essere a suo servizio, ma sarà fine a se stessa.

    2. Studiare le forme musicali per porle a servizio della liturgia. Non basta conoscere la liturgia, bisogna avere dimestichezza con le forme e i generi della musica per discernere la “celebrabilità” dei materiali musicali. Se, ad esempio, si comprendesse che il “Signore pietà” è un testo litanico e che ad esso deve corrispondere un’adeguata forma musicale litanica, attraverso questa invocazione si esprimerebbe debitamente l’insistenza del cuore povero che si rivolge a Dio per implorare il suo perdono. È senz’altro meno efficace realizzare l’atto penitenziale con un Kyrie espresso in un’ampollosa forma contrappuntistica, più vicina al mottetto e assai distante dalla litania. Una forma musicale inadeguata può snaturare una sequenza celebrativa, realizzando un rito nel quale finalità simbolico-liturgica, struttura letteraria e forma musicale entrano in contrasto.

    3. Studiare la propria assemblea per creare un repertorio “celebrabile”. La musica ha un ambito di “liturgicità” e “celebrabilità” determinato dall’assemblea. È anzitutto la comunità celebrante che deve esprimere i propri interventi rituali attraverso la musica. Se le forme musicali non sono fruibili dall’assemblea vanno evitate. Si tratta di una fruibilità che tiene conto dell’intervento diretto dei fedeli, laddove il rito lo esige affinché possa realizzarsi coerentemente e secondo verità. Se l’assemblea è chiamata alla partecipazione attraverso l’ascolto, la fruibilità della musica passa per la piena comprensione dei testi espressi in canto. In questo caso si pone il problema della lingua e delle forme polifoniche non a servizio della Parola ma solo dell’estetica musicale.

    8. I canti dell’ “ordinario” e del “proprio”

    Il termine latino “ordinarius” indica “ciò che è secondo l’ordine”. Quando si parla di “ordinario della Messa”, si intendono le parti invariabili della celebrazione eucaristica. Si tratta quindi di parti fisse con le quali si realizzano diverse sequenze rituali della Messa. Alcuni canti fissi sono comunemente noti come “canti dell’ordinario”: 1) Signore pietà, 2) Gloria, 3) Credo, 4) Santo, 5) Agnello di Dio, 6) Congedo (La messa è, finita...). È chiaro che si tratta di una distinzione “tradizionale”, tipica della liturgia preconciliare. Tanti altri interventi in canto fanno parte dell’attuale ordinario, fra questi l’anamnesi (Mistero della fede...) e il Padre nostro.

    Prima della riforma liturgica operata promossa e attuata dal Concilio Vaticano II, l’animazione musicale della Messa consisteva nell’“esecuzione” di questi brani dell’ordinario. La composizione stessa della “messa” come genere musicale riguardava esclusivamente questi testi liturgici: Kyrie, Gloria, Sanctus, Agnus Dei. Il Credo, nella tradizione gregoriana, era considerato come composizione a sé stante.

    Questo tipo di prassi liturgico-musicale aveva come punto di riferimento esclusivo il canto e il testo cantato, non il rito e il senso liturgico che quel canto, anche in rapporto agli altri riti, deve assumere. Cantare “durante” la messa era relativamente facile, infatti, appresa una “messa”, questa poteva essere eseguita in tutte le circostanze. Si metteva così in atto una liturgia ripetitiva e stereotipata.

    Un primo effetto della riforma liturgica è la riscoperta di altri elementi celebrativi comunemente chiamati “canti del proprio”: 1) antifona o canto di ingresso, 2) salmo responsoriale, 3) canto al vangelo, 5) antifona o canto d’offertorio, 6) antifona o canto di comunione. Si comprese infatti che la Messa era costituita da una grande ricchezza di sezioni rituali spesso trascurate. La valorizzazione dei canti del proprio pone le sue radici nella rinnovata attenzione per la Parola di Dio nella vita della Chiesa e soprattutto nella sua liturgia. Questi canti infatti altro non sono che dei brani della parola di Dio.

    Questo allargamento degli “spazi musicali” nella celebrazione produsse, nei decenni passati, un’alacre attività da parte di tanti musicisti, ma suscitò l’inventiva di altrettanti “compositori” dalle competenze limitate o inesistenti, sia dal punto di vista musicale che liturgico. È in questo momento che inizia un certo imbarazzo nella scelta dei canti più adatti e qualitativamente più adeguati alle diverse celebrazioni e alle varie ricorrenze liturgiche.

    Il lento cammino di assimilazione del rinnovamento liturgico ha fatto sì che si andasse al di là di questa distinzione tra canti dell’ordinario e canti del proprio, che apre all’intelligenza dei diversi testi liturgici realizzabili in canto ma non indica un criterio di scelta. Infatti non basta aver preso coscienza dei diversi e significativi momenti liturgici eseguibili in canto, bisogna partire dal rito che devo celebrare per comprenderlo e realizzarlo nel miglior modo possibile all’interno della mia assemblea. Non è assolutamente sufficiente sapere che “si può cantare il Signore pietà” e pertanto lo si esegue! Bisogna piuttosto comprendere i riti penitenziali della messa e trovare il modo più adeguato per farli celebrare all’assemblea che si intende animare. Ancora una volta si deve affermare che per compiere una regia liturgico-musicale corretta bisogna partire dalla comprensione dei riti e dalle caratteristiche della propria assemblea.

    Il criterio della scelta dei canti in base all’assemblea è confermato anche da Principi e norme per l’uso del messale romano: “Nelle celebrazioni si dia grande importanza al canto, tenuto conto della diversità culturale delle popolazioni e della capacità di ciascun gruppo anche se non è sempre necessario cantare tutti i testi che per la loro natura sono destinati al canto” (n. 19).

  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:20 PM

    9. Cantare i “riti di accoglienza”

    La messa è costituita da due momenti rituali fondamentali: la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica. Questi due parti sono “incorniciate” dai riti di introduzione e dai riti di conclusione. Iniziamo a considerare questi diversi momenti della messa dal punto di vista dell’animazione musicale. Il punto di partenza della nostra riflessione è costituito dai riti di introduzione. I praenotanda del messale descrivono così questi riti: “La parti che precedono la Liturgia della Parola (...) hanno un carattere di inizio, di introduzione e di preparazione. Scopo di questi riti è che i fedeli, riuniti insieme, formino una comunità, e si dispongano ad ascoltare con fede la parola di Dio ed a celebrare degnamente l’Eucaristia” (PNMR 24). La prima parte dei riti di introduzione potrebbe essere definita “riti di accoglienza”. Essa è costituita dal canto di ingresso, dal segno della croce e dal saluto.

    1. Il canto di ingresso. Questo canto si prefigge quattro scopi fondamentali: a) dare inizio alla celebrazione, b) favorire l’unione dei fedeli riuniti, c) introdurre nel mistero del tempo liturgico o della festività, d) accompagnare la processione del sacerdote e dei ministri (Cf. PNMR 25). Tali funzioni non sempre possono essere concomitanti, ma è importante che il canto che dà inizio alla celebrazione costituisca un primo coinvolgimento assembleare che ponga in evidenza l’unione non solo fisica dei fedeli, li introduca in un ambiente accogliente e li disponga a realizzare un’esperienza di fede veramente comunitaria. Sarà dunque opportuno utilizzare un canto ben noto o facilmente apprendibile affinché tutti vi possano prendere parte con la propria partecipazione. In tempi particolari è bene proporre un canto-segno che caratterizzi tutto il periodo liturgico che si sta celebrando. Ciò è utile soprattutto nei tempi cosiddetti “forti” (Avvento, Natale, Quaresima, Pasqua). Purtroppo ci si espone facilmente alla tentazione della novità frenetica: ogni domenica un canto diverso. Questo comporta confusione, difficoltà di partecipazione da parte dell’assemblea, enorme impegno tecnico (prove del coro, dei solisti e dell’assemblea, utilizzazione di strumenti adeguati, ampio repertorio...). Spesso ci si chiede quali siano i criteri da seguire per la scelta del canto di ingresso. Anzitutto non si può prescindere dalle caratteristiche già indicate, inoltre è necessario prendere coscienza dei contenuti teologico-spirituali di tutta le celebrazione. L’antifona di ingresso (da proclamare solo se non si esegue una canto, anche se testualmente non fosse affine all’antifona) è il primo punto di riferimento. Sarebbe opportuno consultare anche il “Graduale romanum” o il “Graduale simplex” (sono i libri di canto gregoriano per le parti dell’ordinario e del proprio della celebrazione eucaristica) per constatare l’indicazione del salmo da accompagnare all’antifona. Altro punto di riferimento fondamentale sono le lettura bibliche che, prime fra tutte le sequenze celebrative, tematizzano la liturgia.

    2. Il segno della croce. Tutta la liturgia si fonda sul mistero della croce e della risurrezione di Cristo, per questo le celebrazioni cristiane iniziano sempre con questo segno. I fedeli si segnano insieme al presidente che pronuncia o canta da solo le parole “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” che evocano la fede battesimale dei presenti. L’assemblea pronuncia o canta il suo primo intervento acclamante: amen! La realizzazione in canto del segno di croce e dell’amen assembleare è senz’altro più pregnante e realizza una partecipazione più ricca (e soprattutto veramente acclamante) da parte dei fedeli.

    3. Il saluto. La formula più comune del saluto è “Il Signore sia con voi” e la successiva risposta “E con il tuo spirito”. È un augurio gioioso da parte del presidente nei riguardi dei fedeli i quali acclamano contraccambiandolo. Questo dialogo rivela la profonda natura della liturgia che mistero nel quale Dio si dona attraverso la mediazione dei suoi ministri e a tale dono risponde la fede del popolo. Anche in questo caso il canto consente una realizzazione più coerente e coinvolgente.

    10. Kyrie eleison!

    Kyrie eleison: Signore, abbi pietà! Due brevi parole in lingua greca per implorare la misericordia divina. Un intervento scarno, essenziale, immediato, che esprime in maniera istintiva il desiderio di essere accolti dall’abbraccio di bontà di Cristo. Si tratta di una breve litania attualmente situata dopo l’atto penitenziale o al suo interno. Ecco cosa dice a riguardo l’introduzione al messale: “Dopo l’atto penitenziale ha inizio il Kyrie eleison, a meno che non sia già stato detto durante l’atto penitenziale. Essendo un canto col quale i fedeli acclamano il Signore e implorano la sua misericordia, di solito viene eseguito da tutti, in alternanza tra il popolo e la schola o un cantore. Ogni acclamazione di solito si dice due volte; ma non si esclude che, in considerazione dell’indole delle diverse lingue o della composizione musicale o di circostanze particolari, sia ripetuto un maggior numero di volte, o intercalato da un breve “tropo”. Se il Kyrie eleison non viene cantato, si recita” (PNMR 30).

    Poiché ci si trova di fronte a una delle tre litanie della celebrazione eucaristica (1.Kyrie eleison, 2.Preghiera dei fedeli, 3.Agnello di Dio) è bene soffermarsi a riflettere più a fondo su questo genere letterario e musicale. La litania è una forma di preghiera collettiva, consistente di solito in una serie di invocazioni brevi e diverse l’una dall’altra, proclamate da un ministro (presidente, diacono, lettore) e alternate a una breve formula di risposta dei fedeli. Musicalmente ha i caratteri di un recitativo su una o più corde musicali terminanti con una cadenza alla quale segue l’incalzante risposta assembleare. Forme litaniche sono state composte, secondo un semplice stile omofono da G. Pierluigi da Palestrina, Orlando Lasso e Claudio Monteverdi; W.A. Mozart musicò, con una sonorità particolarmente ricca, le Litanie lauretane per quattro voci, orchestra e organo.

    L’esecuzione litanica del Kyrie eleison è stata riscoperta recentemente, dopo secoli di attività compositiva che aveva reso questo testo dell’ordinario secondo forme musicali differenti ma mai litaniche. È tipica la forma fugata o comunque contrappuntistica che caratterizzò le stesse messe di Lorenzo Perosi. Attualmente si indulge ancora con molta frequenza a “comporre” dei Signore pietà secondo forme non litaniche. La ritualità di tale invocazione risulta pertanto alterata. L’insistenza della risposta assembleare ha una forte valenza simbolica ed espressiva che non può essere resa se non con la forma proposta-solo/risposta-tutti. Non basta cantare un testo liturgico, bisogna associare ad esso la forma musicale più adatta affinché il possa realizzarsi efficacemente e coerentemente. Si deve ancora una volta constatare la tendenza (tipicamente italiana) di esprimersi in canto secondo lo schema esecutivo tutto/tutti, che massifica, crea pesantezza e monotonia, non pone in rilievo la differenziazione ministeriale della liturgia, non conferisce il giusto ritmo alla celebrazione.

    Si è accennato al fatto che il Kyrie eleison anziché seguire l’atto penitenziale possa costituirlo. Si tratta della terza formula dell’atto penitenziale (Messale Romano, p. 296 ss.) che è realizzata dal Signore pietà “tropato”. Le invocazioni a Cristo sono arricchite da un “tropo” cioè da uno sviluppo letterario che esprime suppliche particolari (ad esempio: Signore, mandato dal Padre a salvare i contriti di cuore [tropo], abbi pietà di noi). Il fatto che il Kyrie sia tropato non fa decadere la caratterizzazione litanica di questo testo.

    Anche a livello strumentale il Signore pietà deve essere espresso tenendo conto della natura del rito. È opportuno un accompagnamento discreto, che dia il giusto risalto alle parole cantate dal solista o da un piccolo gruppo di cantori, e sostenga con decisione, ma non con enfasi, il breve intervento dell’assemblea. Nessuno chiede perdono urlando e a “suono di tromba”, ma con voce sommessa, che sgorga da un cuore umile e penitente.

  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:21 PM

    11. Gloria in excelsis Deo!

    Dall’aria sommessa e austera dell’atto penitenziale, passiamo all’atmosfera esaltante dell’inno di lode. Il “Gloria in excelsis Deo” è l’unico inno della celebrazione eucaristica. Si tratta di un testo teologicamente molto ricco, espresso in prosa ritmica, come il “Te Deum”. È probabile che il Gloria apparve nella messa con il diffondersi della festa del Natale che a Roma fu introdotta nel IV secolo. Fino al X secolo l’intonazione del Gloria fu privilegio esclusivo del vescovo. Le prime estensioni ai semplici presbiteri si riscontrano a partire dal secolo XI. Il rinnovamento liturgico ha valorizzato la pregnanza contenutistica e rituale di questa solenne dossologia: “Il Gloria è un inno antichissimo e venerabile con il quale la Chiesa, radunata nello Spirito Santo, glorifica e supplica Dio Padre e l’Agnello” (PNMR 31). Il testo rivela chiaramente il contenuto trinitario:

    1. Coro angelico tratto da Lc 2,14;

    2. Glorificazione a Dio Padre Onnipotente;

    3. Supplica al “Figlio unigenito che toglie il peccato e siede alla destra del Padre”;

    4. Epilogo trinitario: riconoscimento di Gesù Cristo come “il solo Signore”, con lo Spirito Santo, nella gloria di Dio Padre.

    Il Gloria è un canto-rito, non ha lo scopo di accompagnare una sezione celebrativa, ma costituisce un rito autonomo. A motivo della sua solennità, caratterizza solo alcune circostanze specifiche: “Lo si canta o si recita nelle domeniche fuori del tempo di Avvento e Quaresima; e inoltre nelle solennità e feste, e in particolari celebrazioni più solenni” (PNMR 31).

    Il Gloria ha suscitato sempre una significativa attività compositiva da parte dei musicisti. Non solo è stato musicato come parte dell’intera “messa” (Kyrie, Gloria, Sanctus, Agnus dei), ma spesso è stato oggetto specifico di composizione, costituendo una parte a sé stante. Si pensi, ad esempio, al notissimo Gloria in Do maggiore di A. Vivaldi.

    Essendo un inno l’aspetto musicale è strettamente associato al testo. S. Agostino, commentando il salmo 72, afferma: “Se c’è la lode, e lode di Dio, ma poi manca il canto, non c’è affatto l’inno”. È tipico dell’inno coniugare testo e musica. Pensiamo al esempio agli inni patriottici. Si può rinunciare al canto del testo, ma non all’ascolto della musica; e mai abbiamo sentito recitare durante la consegna delle medaglie olimpioniche: “Fratelli d’Italia...”. Pertanto la recitazione del Gloria limita assai la significatività del rito che tale inno intende realizzare. Non ci deve quindi meravigliare il fatto che l’introduzione al Messale Romano “conceda” che sia cantato anche dalla sola schola (Cf PNMR 31). È opportuno sottolineare il fatto che si tratti di una concessione, infatti fin dalle origini questo inno è stato un testo tipicamente assembleare, ma perse tale caratteristica a motivo delle sempre più elaborate forme compositive polifoniche che non consentirono l’intervento dei fedeli.

    Attualmente l’animazione musicale dovrà farsi carico di tenere ben legate la solennità e l’assemblearità del Gloria. In tempi recenti sono apparse nuove soluzioni musicali dotate di facili ma efficaci formule acclamanti da destinare all’intervento dell’assemblea, affidando alla schola le altre parti. Il conosciutissimo Gloria del repertorio multilingue di Lourdes è da considerare un modello molto significativo.

    La ricchezza musicale del Gloria deve essere posta in giusto rilievo da un adeguato uso degli strumenti. Di certo una chitarra in arpeggio e/o un flauto dolce non sono in grado di realizzare un accompagnamento significativo, soprattutto negli interventi assembleari. È necessaria una sonorità ricca, che sottolinei l’aspetto acclamante di tale inno. Particolarmente efficace è l’ausilio di “ottoni” (soprattutto trombe e magari anche tromboni) per realizzare un preludio che fin dall’inizio crei un’atmosfera solenne e coinvolgente, e per sottolineare gli interventi dell’assemblea. Agli strumenti si aggiungeranno gli opportuni inserimenti polifonici del coro.

    12. La Parola di Dio e la risposta dell’uomo

    L’aspetto più sublime della dignità dell’uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l’uomo è invitato al dialogo con Dio. Se l’uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore, non cessa di dargli l’esistenza; e l’uomo non vive pienamente secondo verità se non riconosce liberamente quell’amore e se non si abbandona al suo Creatore”. Così si esprime la Gaudium et spes al n. 21 per descrivere il rapporto dialogico tra Dio e l’uomo. Fin dalle origini la manifestazione di Dio all’uomo rivela tale carattere dialogico. Alla fedeltà di Dio deve corrispondere una risposta fedele da parte dell’uomo. Il popolo dell’alleanza è quindi “popolo della risposta”, comunità aperta al dialogo.

    Nel libro dell’Esodo leggiamo: “Aveva detto a Mosè: “Sali verso il Signore tu e Aronne, Nadab e Abiu e insieme settanta anziani d’Israele; voi vi prostrerete da lonta­no, poi Mosè avanzerà solo verso il Signore ma gli altri non si avvici­neranno e il popolo non salirà con lui”. Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose insieme e disse: “Tutti i comandamenti che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!”. Mosè scrisse tutte le parole del Signore, poi si alzò di buon mattino e costruì un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popo­lo. Dissero: “Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo esegui­remo!”. Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: “Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha con­cluso con voi sulla base di tutte queste paro­le!”” (Es 24,1-8).

    Nel capitolo ottavo del libro di Neemia viene presentata una “celebrazione della Parola”. Anche in questo brano il popolo interviene ponendosi in un atteggiamento di ascolto e di dialogo con il Signore: “Tutto il popolo si radunò come un solo uomo sulla piazza davanti alla porta delle Acque e disse ad Esdra lo scriba di portare il libro della legge di Mosè che il Signore aveva dato a Israele. (...) Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque , dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci di intendere; tutto il popolo porgeva l’orecchio a sentire il libro della legge. Esdra lo scriba stava sopra una tribuna di legno che avevano costruito per l’occasione (...). Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutto il popolo; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore Dio grande e tutto il popolo rispose: “Amen, amen”, alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra davanti al Signore”.

    Anche nella liturgia la parola di Dio suscita la risposta dell’uomo. Nella liturgia della parola della celebrazione eucaristica tale risposta si esprime con i cosiddetti “canti tra le letture”: il salmo responsoriale, l’acclamazione al vangelo e, nelle poche circostanze in cui è prevista, la sequenza. Ma l’intervento dialogico dell’assemblea si esprime anche con le acclamazioni che concludono le letture (Parola di Dio. Rendiamo grazie a Dio / Parola del Signore. Lode a te o Cristo), con la professione di fede e con la preghiera dei fedeli. È importante notare che tutti questi interventi assembleari trovano la loro giusta espressione nel canto, il quale contribuisce in modo tutto speciale ad unire menti e cuori affinché i fedeli possano rispondere comunitariamente agli appelli della parola di Dio.

  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:22 PM

    13. Il salmo responsoriale

    È stata già posta in evidenza la dimensione dialogica della celebrazione liturgica e soprattutto di quella parte della messa nella quale viene proclamata la parola di Dio. Si potrebbe parlare di una “responsorialità liturgica” che intende manifestare lo stupore e l’adesione a Dio che si comunica all’uomo attraverso la parola e i sacramenti. Il salmo responsoriale è un momento privilegiato di risposta assembleare. L’introduzione al lezionario ne pone in rilievo il valore: “Il salmo responsoriale, chiamato anche graduale, essendo parte integrante della liturgia della Parola, ha grande importanza liturgica e pastorale. Si devono pertanto istruire con cura i fedeli sul modo di accogliere la Parola che Dio rivolge loro nei salmi e di volgere i salmi stessi in preghiera della Chiesa. Senza dubbio questo avverrà più facilmente se sarà promossa tra il clero ed estesa con opportuna catechesi a tutti i fedeli una più approfondita conoscenza dei salmi nel significato che assumono quando sono cantati nella liturgia” (n. 19).

    Il salmo responsoriale è strettamente legato soprattutto alla lettura che lo precede, non è quindi opportuno indulgere ad arbitrarie sostituzioni, non si tratta di un canto qualsiasi ma di una appropriata risposta assembleare a un preciso invito della parola di Dio. A tale scopo “potranno recare un certo aiuto brevi monizioni che illustrino la scelta del salmo e del ritornello e la loro concordanza tematica con le letture” (Introduzione al lezionario, n. 19).

    Nonostante l’uso comune di proclamare in lettura il salmo responsoriale, l’introduzione al lezionario indica come “norma” (Cf n. 20) l’esecuzione in canto: “Il canto del salmo o anche del solo ritornello è un mezzo assai efficace per approfondire il senso spirituale del salmo stesso e favorirne la meditazione” (n. 21). Inoltre vengono proposte due modalità esecutive: il modo diretto e il modo responsoriale.

    Il modo diretto elimina la responsorialità, infatti il salmo viene cantato di seguito dal salmista o dall’assemblea, senza l’intervento col ritornello. Si tratta di una forma esecutiva da non prediligere.

    Il modo responsoriale — afferma l’introduzione al lezionario — è quello, sempre che sia possibile, da preferirsi, allorché il salmista o il cantore del salmo ne pronunzia i versetti, e tutta l’assemblea partecipa col ritornello” (n. 20).

    Le modalità esecutive del salmo responsoriale esigono l’esercizio di un ruolo ministeriale ben preciso identificabile nel “salmista”. Nel documento pastorale dei vescovi italiani I ministeri nella Chiesa a proposito si afferma: “Il cantore-salmista è un ministero conosciuto dalla tradizione e richiesto dalla liturgia. Accanto ad un impegno costante ed ecclesiale esige una conoscenza dei testi e delle celebrazioni” (n. 39b). La specifica competenza di questo ministro è richiesta dall’introduzione al messale: “Per adempiere convenientemente il suo ufficio, è necessario che il salmista possegga l’arte del salmodiare e abbia una buona pronuncia e una buona dizione” (PNMR 67).

    Il salmista è “servo” della Parola. Non basta una voce impostata, è necessario anzitutto saper proporre in canto la parola di Dio e non tanto esibire una “bella voce”. È quanto mai inopportuna una impostazione vocale melodrammatica. Il primato della Parola è ancora una volta da confermare. I versi salmodici devono essere proposti in canto attraverso la giusta valorizzazione degli accenti delle parole e della pronuncia delle sillabe. Il testo deve fluire attraverso il canto e non deve essere frammentato: ogni parola ha un suo valore preciso nel contesto di una frase e ogni sillaba nell’espressione di ogni singola parola. La proposta del ritornello deve essere chiara e coinvolgente, deve cioè suscitare l’intervento immediato dell’assemblea. Tutto ciò prevede un’attività di preparazione ben accurata ed esclude in ogni modo l’opportunità di improvvisare l’esecuzione in canto del salmo responsoriale.

    14. Alleluia!

    Il termine “alleluia” è una acclamazione in lingua ebraica che significa “lodate il Signore”. “Hallelù” è l’imperativo del verbo “halal” che significa lodare, celebrare, esaltare. “Yah” invece è una forma contratta del termine esteso “Yahvè”, il nome divino. Una breve espressione letteraria attraverso la quale l’uomo eleva a Dio con immediatezza la propria lode e il proprio stupore. Nell’Antico Testamento è riscontrabile almeno 28 volte, soprattutto nei salmi (26 volte: Sl 105-107; 111-114; 116-119; 135-136; 146-150). Nel Nuovo Testamento questa acclamazione è presente solo nell’Apocalisse (4 volte). È importante sottolineare il fatto che l’espressione “alleluia” nei testi biblici ha sempre un riferimento più o meno esplicito a un contesto celebrativo, e corrisponde ad un intervento corale del popolo o di una grande folla (Cf 1Cr 16,36; Tb 13,18; Ap 19,1-6). Si tratta quindi di un “gesto” liturgico privilegiato anche nell’ambito del contesto biblico. La liturgia giudaica fa grande uso di questa acclamazione e la prassi celebrativa cristiana la eredita proprio da questo ambiente cultuale.

    Trattandosi di un intervento acclamante l’Alleluia deve esprimere una reazione immediata dell’assemblea. La musicologa Maria Stella Grandi riassume schematicamente le caratteristiche della “realizzazione orale tipica” dell’acclamazione:

    1. consenso orale espresso nella forma del “grido”;

    2. consenso collettivo tendente a coinvolgere tutti i presenti;

    3. partecipazione emotiva, con lo scopo di dar voce alle emozioni;

    4. ripetitività incalzante dell’intervento vocale;

    5. brevità dell’intervento, per non disperdere l’espressività.

    L’acclamazione-grido non è esclusiva degli ambienti cultuali, essa è riscontrabile anche in altri ambiti “rituali” posti in atto da grandi folle, si pensi ad esempio alle partite di calcio nei grandi stadi dove la ripetitività dei gesti e degli interventi corali dei presenti ha una finalità acclamante.

    L’introduzione al lezionario presenta l’acclamazione alleluiatica prima del vangelo come un rito a sé: “Anche l’Alleluia o, secondo il tempo liturgico, il versetto prima del vangelo, costituisce “un rito a sé stante”, col quale l’assemblea dei fedeli accoglie e saluta il Signore che sta per rivolgere ad essa la sua Parola, ed esprime col canto la sua fede. Al canto dell’Alleluia e del versetto prima del vangelo tutti devono stare in piedi, in modo che non solo il cantore o il coro che lo intona, ma tutto il popolo unisca nel canto le sue voci” (n. 23).

    Oltre avere una finalità rituale propria, l’Alleluia si può sovrapporre ad un altro gesto liturgico: la processione dell’evangeliario (libro dei vangeli splendidamente ornato e distinto dai libri delle altre letture) verso la sede della proclamazione (ambone). In questo caso l’intervento acclamante deve essere sufficientemente lungo e articolato per accompagnare tutta la processione. È utile notare che l’Alleluia può sostituire anche l’acclamazione che segue la proclamazione del vangelo, così come è indicato dal nuovo messale romano nella prima melodia per il rito della messa (ultima riga di pag. 1059).

    Musicalmente l’Alleluia deve essere caratterizzata da una sonorità ricca, immediata e coinvolgente. Non basta cantare il termine “alleluia”, è fondamentale il “modo” in cui lo si canta: l’intento è quello di “compiere un gesto liturgico” e non di “pronunciare in canto una parola”. Per la realizzazione di un’acclamazione alleluiatica prolungata è preferibile una forma litanica ritmica che consenta uno scambio di interventi tra assemblea e solista (o piccolo coro). La formula esecutiva “solo-tutti” contribuisce alla realizzazione di un gesto acclamante molto ricco e appropriato. L’uso degli strumenti deve essere senza fronzoli ma incisivo. Un preludio breve può risultare di grande effetto nel suscitare l’immediato intervento dell’assemblea. L’aspetto ritmico-melodico è di fondamentale importanza: un’Alleluia trascinata in maniera pesante o insicura nel suo sviluppo snatura la finalità stessa di tale acclamazione.

  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:23 PM

    15. Benedetto sei tu, Signore...

    Proseguendo l’itinerario di approfondimento sull’animazione musicale nella Messa siamo ormai giunti alla liturgia eucaristica. Iniziamo a prendere in considerazione la musica e il canto durante la preparazione dei doni, sequenza rituale spesso definita impropriamente col termine “riti di offertorio” o semplicemente “offertorio”.

    Scopo della preparazione dei doni è portare all’altare il pane e il vino che diventeranno il Corpo e il Sangue di Cristo (Cf PNMR 49). Questo rito è così strutturato: 1) preparazione dell’altare; 2) processione dei doni; 3) duplice preghiera di benedizione con intervento assembleare (“Benedetto sei tu, Signore...”, “Benedetto nei secoli il Signore”); 4) incensazione dei doni (facoltativa); 5) abluzione del presbitero (il sacerdote si lava le mani in segno di purificazione interiore); 6) Invito alla preghiera e assenso assembleare (“Pregate, fratelli...”, “Il Signore riceva dalle tue mani...”); 7) Orazione sulle offerte.

    L’introduzione al Messale propone un’indicazione specifica per l’animazione musicale di questi riti: “Il canto all’offertorio accompagna la processione con la quale si portano i doni; esso si protrae almeno fino a quando i doni sono stati deposti sull’altare. Le norme che regolano questo canto sono le stesse che per il canto di ingresso (n. 26). L’antifona di offertorio, se non si canta, viene tralasciata” (PNMR 50). Qui sorge subito un problema: sfogliando il messale non si trova alcun testo denominato “antifona di offertorio”, fatta eccezione della Messa in cena Domini del Giovedì santo per la quale è indicato il canto Ubi caritas. L’antifona di offertorio con le rispettive indicazioni salmodiche sono reperibili esclusivamente nei libri di canto gregoriano come il “Graduale Romanum”. Altri dubbi nascono dal fatto che non viene determinato con precisione il momento esecutivo di tale antifona: si tratta di un canto esclusivamente processionale, visto che è regolato dalle stesse norme del canto di ingresso? Può protrarsi anche durante la preghiera di benedizione pronunciata dal sacerdote? Può essere espressa in canto la preghiera di benedizione presidenziale con il successivo intervento acclamante dell’assemblea?

    Prima di fornire delle risposte tecniche è utile sottolineare che la riforma conciliare ha restituito al rito di preparazione dei doni la debita sobrietà allo scopo di non enfatizzare un momento liturgico che ha uno scopo principalmente “pratico” (disporre tutto ciò che sarà utile per la liturgia eucaristica) ma anche “simbolico” (l’offerta dei doni è simbolo della disponibilità dei fedeli di offrire tutta la propria esistenza a Dio). A tale sobrietà rituale deve corrispondere un’animazione musicale discreta e non ampollosa.

    Veniamo a una serie di indicazioni pratiche per facilitare la scelta e l’esecuzione del canto.

    1) Il testo. Il testo deve ispirarsi possibilmente all’antifona e al salmo del Graduale Romanum o del Graduale Simplex. In alternativa è bene scegliere un canto che esprima lode e benedizione a Dio per i doni elargiti all’umanità (un numero considerevole di salmi e cantici può esprimere efficacemente tali contenuti) o che ponga in risalto la disponibilità dell’uomo ad offrire se stesso e i doni della terra a colui dal quale li ha ricevuti. Nulla vieta che si canti la preghiera di benedizione e l’acclamazione assembleare, per quanto non siano mai stati pubblicati dei repertori specifici; è comunque una prassi da evitare perché renderebbe prolisso il rito.

    2) La musica. La musicalità del canto deve corrispondere alla semplicità che, come si è già detto, caratterizza tutti i riti di preparazione dei doni. Il canto inoltre può essere sostituito da un fondo musicale strumentale che dia risalto alla gestualità dell’assemblea e del presidente nell’accogliere e nell’offrire i doni. Tale fondo musicale è opportuno soprattutto durante l’incensazione dei doni.

    3) Il momento. Il canto può essere eseguito durante la processione dei doni per interromperlo prima della preghiera di benedizione. Poiché le parole di benedizione possono essere recitate sottovoce, il canto può protrarsi anche durante tutto il rito, purché venga concluso in prossimità dell’abluzione delle mani. Non è bene creare un lungo tempo di attesa prima dell’invito alla preghiera a motivo del prolungarsi del canto. Il canto di offertorio infatti non è fine a se stesso, ma “funzionale” ai riti che accompagna, pertanto deve essere concluso entro la fine del rito.

    16. È veramente giusto renderti grazie

    Concluso il rito di preparazione dei doni con la preghiera sulle offerte ha inizio la preghiera eucaristica. Si giunge così al “momento centrale e culminante dell’intera celebrazione. (...) Il Sacerdote invita il popolo a innalzare il cuore verso il Signore nella preghiera e nell’azione di grazie, e lo associa a sé nella solenne preghiera, che egli, a nome di tutta la comunità, rivolge a Padre per mezzo di Gesù Cristo. Il significato di questa preghiera è che tutta l’assemblea si unisca insieme con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell’offrire il sacrificio” (PNMR 54). Gli elementi principali della preghiera eucaristica sono: 1) l’azione di grazie (prefazio), 2) l’acclamazione (santo), 3) l’epiclesi (“manda il tuo Spirito a santificare...”), 4) il racconto dell’istituzione (“nella notte in cui fu tradito...”), 5) l’anamnesi (ricordo della passione, risurrezione e ascensione di Gesù), 6) l’offerta (la “vittima immacolata”, ovvero il pane e il vino divenuti Corpo e Sangue di Cristo, viene offerta al Padre nello Spirito Santo), 7) le intercessioni (preghiera per la Chiesa, per i vivi e per i defunti) 8) la dossologia finale (“Per Cristo, con Cristo...).

    La prima parte della preghiera eucaristica è costituita dal “prefazio” e dal “santo”. La messa prende il nome proprio da questa sequenza rituale, eucaristia infatti significa “rendimento di grazie”. Ecco lo schema tipico del prefazio applicato a quello della seconda preghiera eucaristica:

    1) Dialogo introduttivo: “Il Signore sia con voi. E con il tuo Spirito. In alto i nostri cuori. Sono rivolti al Signore. Rendiamo grazie al Signore nostro Dio. È cosa buona e giusta” (Saluto, invito ad una attiva partecipazione spirituale, invito al rendimento di grazie).

    2) Protocollo o formula iniziale: “È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Padre santo, per Gesù Cristo, tuo dilettissimo Figlio” (Rendimento di grazie al Padre per la mediazione di Cristo).

    3) Embolismo o sviluppo centrale: “Egli è la tua Parola vivente, per mezzo di lui hai creato tutte le cose, e lo hai mandato a noi salvatore e redentore, fatto uomo per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria. Per compiere la tua volontà e acquistarti un popolo santo, egli stese le braccia sulla croce, morendo distrusse la morte e proclamò la risurrezione” (Motivo del rendimento di grazie).

    4) Protocollo o formula finale: “Per questo mistero di salvezza, uniti agli angeli e ai santi, cantiamo a una sola voce la tua gloria:” (Unione con la Chiesa celeste per innalzare l’inno di lode)

    5) Santo: “Santo, Santo, Santo...” (Lode universale a Dio).

    Dal punto di vista musicale ci troviamo dinanzi al nucleo celebrativo più significativo di tutta la messa. In molti prefazi è espressa l’intenzione di ringraziare il Signore col “canto di lode”, e tutti terminano con l’invito esplicito a cantare la gloria di Dio attraverso l’acclamazione del “santo”. Pur avendo tale rilevanza musicale il prefazio è generalmente recitato. Il canto dell’azione di grazie necessita da parte del ministro di una buona capacità verbo-melodica che presuppone una preparazione di base al canto recitativo. Una cosa è certa: il canto del prefazio non può essere improvvisato anche quando fosse acquisita una certa dimestichezza con le melodie recitative proposte dal messale (pp. 1062-1071; 1114-1115). È da prediligere una declamazione solenne e decisa a un canto scialbo e stentato. Il prefazio è tutto proteso, letterariamente e musicalmente, verso l’acclamazione assembleare finale: “Tutta l’assemblea, unendosi alle creature celesti, canta o recita il Santo” (PNMR 55b). Anche per questa acclamazione si deve dire quanto già affermato qualche settimana fa’ a proposito del “Gloria”: privata dell’aspetto musicale e assembleare (non può essere eseguita dal solo coro!) è irrimediabilmente impoverita e non realizza appieno la propria finalità rituale.

  • OFFLINE
    Credente.
    00 9/3/2010 11:24 PM

    17. Come si apprende un canto liturgico?

    I gruppi parrocchiali di animazione liturgico-musicale non sempre hanno sufficienti capacità per gestire delle prove di canto efficaci. La sicurezza esecutiva del coro è il fondamento di un buon intervento assembleare. Ecco qualche consiglio per rendere un servizio musicale sempre più efficiente e coinvolgente. È importante far notare che le indicazioni che verranno presentate sono da indirizzare al coro e non all’assemblea, in quanto per questa le prove vanno impostate in maniera decisamente diversa.

    Spesso le prove per l’apprendimento di un canto non sono attività di facile realizzazione. Per poter insegnare un canto bisogna prima possederlo. Ciò significa che l’animatore dovrà studiarlo nei dettagli, prevedendo eventuali difficoltà di realizzazione. La prima necessità è quella di fare propria la linea melodica. Se l’animatore sa leggere la musica gli sarà abbastanza facile passare dalla musica scritta alla musica cantata, altrimenti - come vedremo in seguito - dovrà cercare qualche rimedio alternativo.

    Ecco alcuni consigli pratici.

    a. È bene curare prima di tutto la preparazione da parte dell’animatore. Un gruppo di persone che cantano mal sopporta incertezze, lungaggini e imprecisioni.

    b. Le prove inizino con la lettura del testo letterario, spiegandone il contenuto, le parole di non immediata comprensione (attenzione ai fanciulli!), le immagini simboliche, traducendo parole o testi espressi in altra lingua (latino, greco, ebraico... ad es.: Kyrie eleison, amen, maranatah, alleluia, shalom, abbà...).

    c. Segue la proposta del canto, in parti o per intero, da parte dell’animatore. Si raccomanda una ripetizione frequente dei passaggi più difficili.

    d. Se lo si ritenesse necessario si può procedere a una lettura ritmica del testo verbale (recitare le parole secondo lo schema ritmico del canto), specialmente se si presentassero movimenti particolarmente ostici.

    e. Si passa quindi a curare la linea melodica. L’animatore, dopo aver proposto il canto nella sua interezza, lo divide in singole frasi (musicali e letterarie) di senso compiuto, da far ripetere una o più volte fino al sicuro apprendimento. Man mano che si procede si uniscono le parti.

    f. Dopo un apprendimento sommario l’animatore ripropone da solo il canto o una sua parte (strofa o ritornello) mentre gli altri ascoltano.

    g. A questo punto tutti possono ripetere il canto.

    Chi non sa leggere la musica deve imparare il canto per imitazione, da un cd, da un nastro o da qualche altro animatore. In ogni caso, se si vuol realizzare un buon apprendimento, è importante ricorrere alla registrazione originale o a una interpretazione veramente fedele allo spartito. Bisogna allontanare la presunzione di aver imparato un canto perché lo si è sentito una volta incontrando un gruppo esterno o durante una celebrazione.

    Ma vediamo concretamente come procedere.

    a. Come abbiamo già detto, è bene premettere una prova preliminare da parte dell’animatore che deve precedere l’audizione dell’intero gruppo. Si tratta di un ascolto molto attento, che non si lascia ingannare dalle esecuzioni proposte nelle registrazioni originali. Certi arrangiamenti vocali e strumentali non aiutano a cogliere l’esattezza della linea melodica da riprodurre in canto.

    b. Come abbiamo affermato precedentemente, anche in questo caso le prove iniziano con la lettura del testo letterario, spiegandone il contenuto e le parole di non immediata comprensione.

    c. Durante le prove si farà uso del registratore, che comunque dovrà essere accompagnato dall’intervento dell’animatore. Si assicuri un’audizione completa del canto, da ripetersi anche più volte.

    d. In seguito si invita a cantare sopra la registrazione, prima a voce bassa poi più sostenuta, fino ad un buon apprendimento.

    e. Anche in questo caso è bene suddividere il canto in piccole parti per perfezionarle.

    18. Canto e musica nel settimana santa

    Il 16 gennaio 1988, la Congregazione per il culto divino pubblicò la lettera circolare “Paschalis solemnitatis”, sulla preparazione e la celebrazione delle feste pasquali (Cf Enchiridion Vaticanum 11[7-119] pp. 12-67). Si tratta di un documento che non propone nuove linee celebrative ma cerca di richiamare le idee teologiche e pastorali fondamentali “allo scopo di far celebrare nel miglior modo i grandi misteri della nostra salvezza e per agevolare la fruttuosa partecipazione di tutti i fedeli” (n. 5). La circolare prende in considerazione il lungo arco di tempo liturgico che va’ dal mercoledì delle ceneri alla domenica di Pentecoste, percorrendo così tutto il ciclo pasquale.

    A proposito del canto liturgico nella settimana santa e soprattutto nel triduo pasquale, il documento propone un testo diffuso che è opportuno prendere in considerazione per esteso:

    Il canto del popolo, dei ministri e del sacerdote celebrante riveste una particolare importanza nella celebrazione della settimana santa e specialmente del triduo pasquale, perché è più consono alla solennità di questi giorni e anche perché i testi ottengono maggiore forza quando vengono eseguiti in canto.

    Le conferenze episcopali, se già non vi abbiano provveduto, sono invitate a proporre melodie per i testi e le acclamazioni, che dovrebbero essere eseguite sempre in canto. Si tratta dei seguenti testi: a) l’orazione universale il venerdì santo nella passione del Signore; l’invito del diacono, se viene fatto, o l’acclamazione del popolo; b) i testi per mostrare e adorare la croce; c) le acclamazioni nella processione con il cero pasquale e nello stesso “preconio”, l’“Alleluia” responsoriale, le litanie dei santi e l’acclamazione dopo la benedizione dell’acqua.

    I testi liturgici dei canti, destinati a favorire la partecipazione del popolo, non vengano omessi con facilità; le loro traduzioni in lingua volgare siano accompagnate dalle rispettive melodie. Se ancora non sono disponibili questi testi in lingua volgare per una liturgia cantata, nel frattempo vengano scelti altri testi simili ad essi. Si provveda opportunamente a redigere un repertorio proprio per queste celebrazioni, da adoperarsi soltanto dorante il loro svolgimento. In particolar modo siano proposti:

    a) i canti per la benedizione e processione delle palme e per l’ingresso nella chiesa; b) i canti per la processione dei sacri oli; c) i canti per accompagnare la processione delle offerte nella messa della cena del Signore e l’inno per la processione con cui si trasporta il santissimo sacramento nella cappella della reposizione; d) le risposte dei salmi nella veglia pasquale e i canti per l’aspersione con l’acqua.

    Siano preparate melodie adatte a facilitare il canto per i testi della storia della passione, del “preconio” pasquale e della benedizione con l’acqua battesimale.

    Nelle chiese maggiori venga adoperato il tesoro abbondante della musica sacra sia antica che moderna; sempre però sia assicurata la debita partecipazione del popolo” (n. 42).

    Il messale romano (pp. 1088-1105) propone un repertorio musicale per alcune celebrazioni del triduo pasquale. Per il venerdì santo vengono proposte le melodie per la preghiera universale e per l’ostensione della croce. Per la veglia pasquale abbiamo i testi in musica per la processione del cero, l’annuncio pasquale (“preconio” o “exultet”), il canto dell’alleluia responsoriale, le litanie dei santi, la benedizione dell’acqua battesimale o lustrale, l’assenso alla professione di fede, il primo prefazio pasquale e il congedo alleluiatico. È importante notare che le nuove melodie sono arricchite da alcune inserzioni acclamanti da affidare all’assemblea, affinché anche i fedeli possano prendere parte attivamente alle celebrazioni e soprattutto nei testi più teologicamente più articolati e particolarmente lunghi, come l’“exultet” della veglia pasquale o la grande preghiera universale del venerdì santo.