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EVOLUZIONE E ORIGINE DELL'UOMO

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    00 9/2/2010 10:27 PM

    PIER CARLO LANDUCCI

    La verità sull'evoluzione e l'origine dell'uomo

    _______________________


    INDICE

    IMPARZIALITA' E PRECONCETTI

    FALSIFICAZIONI ED EQUIVOCI

    DUE DISTINTI PROBLEMI

    ANATOMIA COMPARATA

    PALEONTOLOGIA

    EMBRIOLOGIA

    GENETICA

    I PRESUNTI FATTORI EVOLUTIVI

    IMPOSSIBILITA' DELL'EVOLUZIONE SPONTANEA

    GRANDE PROVA SPERIMENTALE CONTRO LA EVOLUZIONE

    L'INTERVENTO DIVINO


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    00 9/2/2010 10:28 PM

    Nella grande Esposizione internazionale di Parigi, dopo la prima guerra europea, un vasto salone fu dedicato al radicale evoluzionismo. Una enorme scritta lo additava all'ammirazione del pubblico, ammonendo che riallacciare l'uomo a tutta la catena degli animali inferiori, mentre sconvolgeva la fantasia, era l'unica ipotesi che appagava la ragione.

    Dopo circa mezzo secolo di insistenza e divulgazione sull'origine totalmente evolutiva delle specie e dell'uomo, la fantasia non è più sconvolta e trova, in genere, la cosa assolutamente naturale. Ma è appagata la verità scientifica e la ragione? O, rispetto a quella scritta, si sono invertite le parti?

    Di fronte ai grossi ed eruditi volumi sull'argomento, questo libretto mira al solo vantaggio di presentare in modo concentrato la problematica essenziale, per facilitare l'orientamento del lettore.

    PIER CARLO LANDUCCI


    __________________

    IMPARZIALITA' E PRECONCETTI


    Imparzialità critica cattolica


    La Bibbia narra, nel primo libro (chiamato appunto Genesi) cioè origine, nascita), l'origine del mondo e dell'uomo. Esso presenta tutto l'universo come creato da Dio in sei giorni, nell'ultimo dei quali fu creata la prima coppia umana, Adamo ed Eva. Vi si narrano anche le susseguenti genealogie di patriarchi e di popoli che sembrerebbero indicare un'antichità del genere umano di nemmeno 10.000 anni. Ciò sembra in flagrante contrasto con i dati scientifici circa l'antichità dell'universo in evoluzione, che sarebbe dell'ordine dei 10 miliardi di anni e circa l'antichità dell'uomo che si calcola a milioni di anni. Ma, quanto ai tempi, è un contrasto solo apparente. Circa l'antichità dell'universo e dell'uomo non si poteva attendere infatti dalla rivelazione della Scrittura un trattato scientifico che sarebbe stato intempestivo, incomprensibile e inutile, prima dello sviluppo della diretta ricerca scientifica.

    Quei "giorni" del Genesi simboleggiano il succedersi degli sterminati tempi dell'evoluzione cosmica (dando un ordine di successione corrispondente, secondo vari studiosi - quali il grande astronomo Giuseppe Armellini, 1887-1958 - a quello dell'evoluzione naturale), secondo le leggi naturali preordinate dal Creatore, integrate, all'occorrenza, dai suoi saltuari interventi diretti. E quelle "genealogie", pur essendo vere, includono lunghissimi salti di anelli intermedi. (Come, per esempio, se dicessimo di essere stati generati dal bisnonno, omettendo le due generazioni intermedie, e così via.)

    Nessuna inconciliabilità quindi tra scienza e Bibbia, quanto alla durata dei tempi.

    Ma, a parte i tempi, è da chiedersi ora se l'evoluzionismo, patrocinato da gran parte della scienza moderna, ossia la spontanea e continua trasformazione della natura dal più semplice e meno perfetto al più complesso e più perfetto, fino alla comparsa dell'uomo, sia conciliabile con l'intervento del Creatore, quale è rivendicato da una buona filosofia e soprattutto dalla narrazione biblica. E' da chiedersi cioè se siano tra loro conciliabili - filosoficamente e biblicamente - un qualche vero evoluzionismo e un qualche vero creazionismo.

    Una conciliazione teorica è effettivamente possibile: e senza alcuna stiracchiatura. Niente logicamente può opporre la scienza all'affermazione della filosofia classica, confermata dalla narrazione biblica, dell'iniziale creazione dal nulla dell'universo da parte di Dio (1). L'oggetto diretto della scienza infatti è il mondo, in quanto già esistente, non la causa del suo primo esistere (come "proto-materia", cioè iniziale ammasso di materia, forse idrogeno).

    Una volta ammesso, d'altra parte, questo iniziale atto creativo, non può creare logicamente difficoltà qualche ulteriore, integrativo, intervento diretto del Creatore, che appaia necessario per spiegare, per esempio, lungo il naturale processo evolutivo, il salto al piano della vita, poi a quello della sensitività animale e infine a quello della razionalità umana. Quest'ultimo intervento divino per la comparsa dell'uomo costituisce un punto fondamentale della narrazione del Genesi.

    L'evoluzione si potrebbe pertanto concepire inserita nelle leggi della natura, secondo la preordinazione divina. Dio stesso avrebbe dato alla materia un iniziale impulso evolutivo, cioè un dinamismo iniziale (sulle cui qualità ora non mi soffermo), capace di attualizzare, via via - opportunamente integrato dai suddetti diretti interventi creativi - tutte le successive crescenti perfezioni. Questa concezione risolverebbe la fondamentale obiezione filosofica contro l'evoluzione: che cioè dal meno non può sgorgare il più. La causa proporzionata di tale "più" sarebbe quell'impulso iniziale, congiuntamente a quegli interventi integrativi. Sotto certi aspetti anzi risulterebbe esaltata la necessità e la meravigliosa potenza del Creatore. Anche la stessa creazione diretta dell'uomo, secondo la descrizione e Genesi, potrebbe essere interpretata come risultato della preordinata evoluzione in quanto al corpo, eccetto qualche opportuna integrazione, e dell'immediata creazione e infusione dell'anima razionale.

    Eliminato quindi il contrasto con la fede, il pensiero cattolico si trova libero e imparziale nella sua valutazione dell'evoluzionismo, così inteso. L'accusa al pensiero cattolico di antievoluzionismo preconcetto, è dunque falsa, come del resto è comprovato dai non pochi illustri cattolici evoluzionisti.

    E' con questa imparzialità critica che scrivo queste pagine.


    Impossibile imparzialità miscredente


    Opposta è la situazione per gli studiosi e scienziati materialisti, i quali, pur non essendo la maggioranza, hanno posizioni privilegiate nel campo pubblicitario e finiscono per dare il tono all'opinione pubblica. Ai miscredenti, in senso radicale, quali sono gli atei, vanno aggiunti gli scienziati che, pur non essendo atei, escludono per principio l'intervento di Dio nelle cose naturali. Per i più coerenti di essi tutte le cose sono sgorgate da evoluzione spontanea, guidata cioè puramente dal caso. Ed è questo l'evoluzionismo comunemente insegnato come certo nei testi, nelle riviste, nelle scuole, alla radio. Quanto all'origine della materia primordiale qualche astronomo ha pensato addirittura a una sua continua creazione dal nulla, che avvenne e proseguirebbe ad avvenire da sé, senza Creatore: così, per esempio, Fred Hoyle, della Università di Cambridge, che ne fece clamorosa propaganda intorno al 1950. Ma su quest'ultimo argomento e su tale assurda ipotesi gli evoluzionisti, di solito, preferiscono tacere.

    Siccome tali scienziati mostrano molta precisione e rigorosa imparzialità in tutte le loro ricerche sperimentali, così da farsi guidare in esse soltanto dai fatti, danno l'impressione di essere ugualmente imparziali e obiettivi e guidati soltanto dalla verità delle cose quando proclamano e diffondono questo evoluzionismo spontaneo della natura: "Se lo affermano tali scienziati - pensa la gente - vuol dire che è vero, vuol dire che i fatti hanno parlato chiaro".

    Ma è un grande equivoco. Su questo punto, in realtà, l'autorità di tali scienziati sfuma. Manca il suo fondamento principale che è l'imparzialità ed obiettività delle affermazioni, in quanto dedotte veramente dai fatti. Essi, a riprova dell'evoluzionismo, adducono bensì dei fatti (di cui valuteremo in seguito la poca consistenza). Ma lo fanno a difesa di una tesi preconcetta, abbracciata a priori, per necessità, mancando loro la alternativa critica che hanno invece i credenti. Esclusa infatti materialisticamente, per principio, l'esistenza o comunque l'intervento di Dio nella creazione e nella guida dell'universo, tali scienziati non hanno altra possibilità per spiegare la comparsa successiva di tutti gli esseri che supporre uno spontaneo processo evolutivo, puramente guidato dal caso. Prima cioè della ricerca dei fatti con cui tentano di convalidare l'evoluzionismo, questo è da essi necessariamente postulato in conseguenza dell'aprioristica esclusione dell'intervento o della esistenza stessa del divino Creatore. (Esclusione aprioristica perché non se ne dà alcuna prova: è noto che nessun ateo è mai riuscito a provare che Dio non esiste.)

    Tipica è una aprioristica e ristretta giustificazione di questi scienziati: dicono di escludere, nell'evoluzione della natura, un ipotetico intervento da fuori del mondo perché non sarebbe sperimentabile. Ma non tengono conto che ciò che non è sperimentabile direttamente lo può essere indirettamente, attraverso gli effetti. Dalla realtà sperimentale di questi si risale alla realtà della loro causa.


    Ecco la leale confessione, ad esempio, di uno dei maggiori biologi moderni, Jean Rostand (1894-1977), accademico di Francia. Egli riconosce che l'evoluzionismo "lascia deliberatamente senza risposta la formidabile questione dell'ordine della vita" e propone delle soluzioni illusorie al problema non meno formidabile della natura (cioè del modo di attuazione) delle trasformazioni evolutive"; dichiara che ci troviamo, a questo riguardo, "forse in una situazione peggiore del 1859 [quando fu pubblicato il famoso libro di Darwin sulla origine evolutiva delle specie]" e che la natura vivente apparisce come ancora più stabile, più fissa, più ribelle alle trasformazioni". Ciò nonostante egli proclama l'evoluzionismo quale "unica ipotesi razionale", perché esclude la "creazione diretta", che egli non vuole assolutamente ammettere; e dichiara di crederci fermamente, non vedendo il mezzo di fare altrimenti" (dal Figaro Litteraire, 20 aprile 1957).

    Ed ecco il biochimico, premio Nobel, Jacques Monod (1910-1976) nel suo libro Il caso e la necessità (1970), che ha fatto tanto chiasso: "La pietra angolare del metodo scientifico è il postulato della obiettività della natura", "postulato indimostrabile, ma consustanziale alla scienza", il quale consiste nell'esclusione di qualsiasi "finalità" o "progetto", antecedente al puro risultato del caso", qualsiasi progetto cioè impresso dal di fuori, dal Creatore. Con che egli esclude, in nome della obiettività, la elementare obiettività della esigenza di un sapientissimo Artefice di quelle strutture naturali che l'analisi sperimentale ha mostrato così mirabilmente organizzate da non poter derivare dal puro caso: la solita esclusione preconcetta, che egli riconosce infatti "indimostrabile".

    Per l'Enciclopedia Treccani, similmente, l'evoluzione va ammesso soprattutto per non cadere, altrimenti, nella "creazione diretta" (D. Rosa). Tale posizione è sostanzialmente confermata nella II Appendice della stessa Enciclopedia da G. Montalenti. Questi ha ribadito anche in una recente polemica (1976) di dovere aderire all'evoluzionismo per non cadere in ipotesi "miracolistiche" (come egli chiama, inesattamente, il necessario intervento del Creatore); e ciò ha ripetuto anche in un dibattito organizzato dall'Istituto Internazionale di Genetica e Biofisica di Napoli del C.N.R. (24 giugno 1977). Sulla stessa linea è il prof P. Brignoli di Aquila, il quale, in uno sdegnoso articolo, dopo aver tacciato l'Italia d'ignoranza di "stampo medievale" circa le "scienze naturali", oppone all'antidarwinista, professore di Genetica, G. Sermonti, a modo di "dilemma": "Che il mondo si sia sviluppato, così come é, da solo" è l'unica alternativa al "creazionismo" il quale non deve prendersi ovviamente nemmeno in considerazione (Il Tempo, 22 luglio 1977; si vedano anche 17 marzo, 6 luglio 1977).

    Non per niente nel succitato dibattito di Napoli un ascoltatore, professore di filosofia, rilevò le soggiacenti pregiudiziali "ideologiche" e perfino "religiose" della discussione. Un altro affermò esplicitamente che l'evoluzionismo, puramente regolato dal caso, più che essere una dottrina derivata dai fatti è - viceversa ­ una preconcetta ideologia filosofica e ideologica che va alla ricerca di fatti naturali su cui sostenersi (di quale consistenza vedremo in seguito).

    Mentre dunque, come ho detto sopra, di fronte all'evoluzionismo adeguatamente integrato, il credente è libero nella scelta, il materialista no. Vere o false che siano le prove, questi deve necessariamente prenderle per vere, volendo escludere a priori la trascendenza della vita - nei suoi vari gradi - e l'intervento del Creatore.


    Noncuranza evoluzionista di ogni critica


    La mancanza d'imparzialità critica dell'evoluzionismo materialista è sottolineata dalla passionalità e dal dogmatismo con cui si contrappone all’antievoluzionismo (più o meno tacciato di arretratezza scientifica e morale e di "oscurantismo medievale") e dalla noncuranza di ogni critica. Eppure questa viene da scienziati antievoluzionisti di grande valore.

    A niente valgono, in realtà, per questi evoluzionisti, oltre la smentita dei fatti (che vedremo), i giudizi contrari ampiamente motivati degli scienziati antievoluzionisti. E' la classica ostinazione delle idee preconcette. Basterebbe ricordare tra gli oppositori dell'evoluzionismo materialista il celebre biologo Louis Vialleton (1859-1929), il cui volume L'origine degli esseri viventi - L'illusione trasformista (1929) fu un colpo di fulmine nel campo evoluzionista: "Il trasformismo meccanicista - egli dice - è assolutamente incapace di spiegare la formazione del mondo vivente"; "la parola creazione ch'era stata bandita dal linguaggio biologico deve ritrovarvi posto"; "l'illusione trasformista ha resistito a molti attacchi. Oggi ancora essa persiste sull'ammasso di rovine del Lamarckismo e del darwinismo". (Prevedeva egli che non solo avrebbe persistito fino ad oggi, ma si sarebbe universalmente diffusa?) Il genetista Giuseppe Sermonti ha potuto intitolare un suo articolo: Requiem per Darwin . Il paleontologo Roberto Fondi dell'Università di Siena ha reagito al "piatto e insulso conformismo all'ideologia accademica ufficiale" e ha potuto scrivere, a seguito di un incontro a due (col Sermonti) sul tema: L'evoluzione è in crisi?, dietro invito del "Centro Internazionale di Comparazione e Sintesi" (12 marzo 1977), che "la concezione evoluzionistica della vita deve essere considerata come scientificamente fallita" e deve essere "collocata a riposo nel museo delle ipotesi cadute" (Il Tempo) 22 luglio 1977); in una conferenza, all'Università di S. Tommaso in Roma, ha ribadito tutto ciò (5 febbraio 1978). W. H. Thompson, nel centenario del celebre libro di Darwin, ha denunciato gli evoluzionisti che "difendono una dottrina che non sono capaci di definire scientificamente e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, cercando di mantenere il credito davanti al pubblico con la soppressione della critica e la eliminazione delle difficoltà". R. Poliss ha lamentato il "rischio di ricevere l'ostracismo scientifico per chi assuma una posizione polemica [contraria] sul tema dell’evoluzione".

    Gli evoluzionisti non mollano, anche se qualcuno fa delle oneste ammissioni. D. Rosa riconosce bensì, nell'Enciclopedia Treccani la "insufficienza delle prove dirette"; vari anni dopo G. Montalenti, nella II Appendice della stessa Enciclopedia, riconosce l'esistenza di una certa "opinione diffusa" che "la biologia moderna abbia in qualche modo sconfessato la teoria della evoluzione"; il succitato Rostand ha potuto parlare - come abbiamo visto - di "situazione peggiore di quella del 1859 (data del libro di Darwin)". Tutti restano però combattivamente evoluzionisti, per la preconcetta esclusione dell'intervento creatore.

    E sentenziamo dogmaticamente. Per Juliam Huxley (1887-1963) (2), scrittore e biologo, primo direttore generale della UNESCO, l'evoluzionismo non è più una teoria, ma un fatto. G. de Beer del British Museum chiama "ignorante e sfrontato" chi cerchi impugnare le conclusioni di Darwin. G. Hardin del California Institute of Technology giudica soggetti da psichiatra chi non onori Darwin. Il premio Nobel P. Crick riferendosi a una nota personalità che era scettica sulla "importanza decisiva della selezione naturale" spiega tale scetticismo come riflesso di "difficoltà logiche e filosofiche di ogni specie". Dirò, tra poco, di Teilhard de Chardin.


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    00 9/2/2010 10:30 PM

    Il martellamento evoluzionista a tappeto


    Dogmatismo pieno in tutte le opere più o meno divulgative, televisive, ecc. Per esempio, secondo la Enciclopedia delle scienze De Agostini, "l'idea evoluzionista è sostenuta da ampie prove; i risultati della genetica inoltre la confermano al di là di ogni dubbio". Secondo l'Enciclopedia delle scienze e della tecnica, Mondadori, "la teoria della evoluzione ha ricevuto dalla genetica la dimostrazione decisiva": mentre, come vedremo, è vero precisamente il contrario.

    Non v'è settore, nel piano della divulgazione, in cui non venga immancabilmente o affermata o presupposta la verità della evoluzione radicale, come dato ormai acquisito dalla scienza. Qualche mese fa alla TV per i ragazzi, quando un docente ha mostrato l'immagine dei globuli rossi del sangue di rana con i nuclei, ha subito spiegato, con sicurezza, che tale anomalia dipendeva dal fatto che quei globuli non si erano ancora "evoluti" come quelli del sangue umano che non hanno nucleo. E così via. L'opinione pubblica non ha in generale, ormai più dubbi in proposito.


    Penetrazione dell'idea nel campo cattolico


    La forza di questa pressione psicologica, esercitata da una così unanime divulgazione, è sintomaticamente indicata dalla notevole penetrazione dell'idea evoluzionista anche in campo cattolico, in conseguenza dell'alta considerazione in cui giustamente sono tenuti gli sviluppi delle scienze. Si è finito per pensare infatti che si tratti di vera acquisizione scientifica. Vedemmo, d'altra parte, che, con le debite integrazioni, l'evoluzione è compatibile con fondamentali principi filosofici e con gli stessi dati della fede.

    Tuttavia, come effetto del martellamento evoluzionista, l'accettazione di tale dottrina si è spinta, anche nel campo cattolico, sempre più avanti. Ci si è preoccupati sempre meno di quelle necessarie integrazioni e si sono accettate enunci azioni sempre più generali. Tale principio evolutivo si è inoltre proiettato, come fattore fondamentale dell'esistenza, in tutti gli altri settori, antropologico, morale, sociale, culturale, ecc.

    Indubbiamente anche il fascino dell'idea, quell'apparente grandiosità e semplicità unitaria del suo dinamismo e progressismo, quel senso di liberazione dalla fissità delle cose e delle leggi, ha facilitato la penetrazione di tale dottrina nel campo cattolico, sospingendo anche taluni oltre i limiti delle verità di fede.


    Agli estremi è giunto Teilhard de Chardin (1881­1955), gesuita, geologo e paleontologo di valore (ma non altrettanto valido biologo e tanto meno filosofo e teologo), che ha riassunto tutto l'universo in un'unica visione evolutiva monistica, per cui "esiste soltanto la materia che [evolutivamente] diventa spirito" (in La Energia umana). Egli è emblematico del dogmatismo evoluzionista, addirittura fanatico: "Non esiste più la questione trasformi sta [nel senso più radicale]", "gli scienziati sono tutti oggi d'accordo" v'è, per l'evoluzione, "la certezza del radar"! (da Il fenomeno umano). E' emblematico anche per il distacco tra l'ideologia e i fatti, come è, del resto, di tutto il movimento evoluzionista. Egli infatti per spiegare l'evoluzione, accettata a priori, ipotizza misteriose potenzialità immanenti della materia, sottratte 'a qualsiasi controllo sperimentale: una pura tautologia. Giustamente perciò Rostand, da questo punto di vista, colloca "Teilhard fuori della scienza, in quanto puramente congetturale e che sfugge ad ogni tentativo di verifica", appellandosi ad "energie misteriose" non sperimentabili; perciò - conclude Rostand - "Teilhard non ha gettato alcuna luce sul grande problema dell'evoluzione organica" (Una mistificazione, Roma 1967).

    Ma anche il campo cattolico più ponderato si è fatto non poco influenzare (3), benché vi si stia oggi delineando una forte reazione. Questa, del resto, si va delineando anche fuori del campo cattolico.


    Evoluzionismo politico


    Scrivendo, nel sopraccitato articolo, contro le critiche del prof. Sermonti, l'evoluzionista prof. Brignoli termina, inaspettatamente, con un richiamo alle "implicazioni sociali e politiche" dell'evoluzionismo. Vi sono, di fatto, implicazioni marxiste.

    E' un'altra effettiva componente del preconcetto evoluzionista. Alla pregiudiziale materialista del marxismo che esclude ogni intervento creatore si aggiunge il mito, pure marxista, del potere umano di trasformare, evolutivamente, a fondo, la natura, mediante il nuovo assetto sociale, in conformità al "materialismo dialettica". Così si spiega la tragicommedia del biologo russo Trofim Lysenko (1898-1976). Divenne Presidente dell'Accademia Lenin di Scienze agrarie (1938), al posto del grande genetista e agronomo N. I. Vavilov, che fu defenestrato (perché accusato di essere ligio alla scienza borghese e di avere quindi danneggiato l'agricoltura) ed esiliato in Siberia, dove morì (1942). Sfruttando tale alta posizione, si oppose a fondo, in nome della rivoluzione di Marx e Lenin e della particolare "approvazione di Stalin", alla classica dottrina genetica. Questa afferma, sulla base della costante esperienza, che i cambiamenti ("caratteri acquisiti") prodotti negli individui per influsso dell'ambiente (pigmentazioni, sviluppo di muscoli, amputazioni, ecc.) non possono essere trasmessi alle generazioni successive (cioè divenire "caratteri ereditari"), restando regolata la 'ereditarietà dei caratteri da certe costanti leggi, scoperte da Mendel. Lysenko invece sostenne - sulla linea dell'orticultore russo LV. Micurin (1855­1935) - la trasmissione di quei cambiamenti "acquisiti", ottenuti artificialmente mediante modificazioni di ambienti, nutritizie, innesti, selezioni di semi. Vi insisté, nonostante clamorosi insuccessi pratici, presentando tale principio come il segreto della evoluzione delle specie. Considerando anche l'uomo frutto dell'ambiente, promise lo sviluppo in Russia di una razza umana infinitamente superiore. Fu salutato come il "liberatore della biologia dalle contaminazioni reazionarie". Animò per molti anni la persecuzione dei genetisti classici - e anche di personalità di altri settori scientifici - distruggendone Istituti e pubblicazioni. Quasi trent'anni di fanatismo e oscurantismo evoluzionista. Fallite le sue vane promesse, cadde in disgrazia alla morte di Stalin (1953). Riabilitato da Kruscev (1960), fu definitivamente allontanato alla caduta di questi (1964).

    Simile è il caso della ben nota biologa russa Olga Borisovna Lepesbinskaja (1871-1963), che divenne capo della sezione di evoluzione della materia vivente dell'Accademia di medicina (1949). Fu grande protetta di Lysenko, con cui si allineò dottrinalmente, e di Stalin stesso. Anch'essa si lanciò contro i biologi "reazionari". Sostenne, contro le scoperte di Pasteur, la possibile generazione spontanea di microrganismi, come gli infusori da infusi di fieno; sostenne anche la generazione di cellule viventi da albume di uovo e di veri e propri vasi sanguigni dal tuorlo; senza dire di un suo metodo di ringiovanimento umano con bagni in acqua e soda: tutte cose rivenute oggi prive di ogni serietà scientifica. In cambio - come ella stessa scrisse - ebbe un "intimo e caro" incoraggiamento telefonico da Stalin. Di questi lodò l’"assennato consiglio", la "grande cristallina chiarezza", il "grande potere di previsione scientifica", per cui "tutte le complesse questioni dei problemi erano un libro aperto e lo schema di sviluppo della scienza progressista sovietica era chiaro fin nei particolari" (G. Goglia, Osservatore Romano, 1° aprile 1977).

     


    FALSIFICAZIONI ED EQUIVOCI


    Esperienze


    Prima di affrontare più direttamente il problema è utile puntualizzare ancor meglio la psicosi di "partito preso" di certi evoluzionisti, ricordando alcune famose falsificazioni fatte da scienziati, dietro lo schermo della apparente obiettività scientifica.

    Molto significativi sono anche alcuni celebri equivoci, che pure esemplificherò in questo capitolo.

    Il celebre zoologo Ernesto H. Haeckel (1834­1919) fu uno dei più appassionati sostenitori di Darwin e propagatore del più radicale evoluzionismo materialista inteso in tutta la linea: dalla spontanea formazione della "monera", (dal gr. moneres, unico) primo grumo vivente, precellulare, fino all'uomo. Egli presentò e divulgò, come principale prova della evoluzione stessa, quella che chiamò "Legge biogenetica fondamentale" (1866), secondo cui gli stadi di sviluppo embrionale di un individuo ("ontogenesi") ricapitolano gli stadi di sviluppo della sua specie, a partire dalle specie inferiori ("filogenesi"). Tale legge risulterebbe provata dalla rassomiglianza dei primi stadi dell'embrione umano con quelli degli animali inferiori.

    A parte che tali esterne rassomiglianze (come vedremo) non dimostrano niente, Haeckel, per avvalorare la sua tesi, compi sugli schemi e le fotografie sperimentali embriologiche, da lui presentate, delle falsificazioni che furono denunciate da A. Brass e A. Gemelli (Le falsificazioni di Ernesto Haeckel, Firenze 1911).

    Paolo Kammerer (1880-1926), brillante biologo viennese, diede nel 1909 e poi confermò, dopo molte esperienze sue e di altri (queste ultime però sempre negative), davanti agli scienziati della Società linneiana di Londra, nel 1923, la clamorosa notizia di avere ottenuto sperimentalmente la trasmissione ereditaria, cioè per generazione, di caratteri acquisiti da individui per esigenze ambientali: ciò in conformità della vecchia teoria del Lamarck, considerata allora cardine dell'evoluzione. Soprattutto presentò un rospo della specie che compie l'accoppiamento fuori dell'acqua, il quale, obbligato a compierlo in acqua, avrebbe sviluppato certe callosità. digitali caratteristiche delle specie che si accoppiano in acqua, le quali servono per tenere la femmina. Alla seduta di Londra era presente uno dei fondatori della genetica classica, W. Bateson (1861-1926), che insinuò la possibilità di una frode: poteva essere stato iniettato inchiostro di china sotto la pelle del rospo, dando l'apparenza delle callosità. Ma a Mosca spirava naturalmente corrente favorevole. Nel 1925 (primo anno di Stalin) Kammerer fu chiamato a fondarvi un Istituto di Biologia sperimentale. Sennonché nel 1926 un accurato esame microscopico, condotto con l'autorizzazione del Direttore dell'Istituto di biologia sperimentale di Vienna, scoprì che veramente era stato iniettato sotto la pelle l'inchiostro di china. Qualche settimana dopo Kammerer si uccise.

    Il Bathybius Haeckelii. Ho sopra accennato alla "monera" di Haeckel, primo grumo vivente, da lui ipotizzato, che si sarebbe, via via, evoluto fino all'uomo. Ed eccoci, se non proprio a una mistificazione, a un colossale equivoco. Nel 1868 il grande zoologo T. H. Huxlei (1825-1895), fervente sostenitore del darwinismo, scandagliando le profondità oceaniche, estrasse una sostanza colloidale, gelatinosa, trasparente, che presentava lenti movimenti. La interpretò quale "monera" ossia prima formazione di materia vivente, a conferma dei principi di Haeckel. In onore di questi la chiamò Bathybius ("vivente delle profondità") Haeckelii ("di Haeckel"). Ma non si trattava, in realtà - come provò, qualche anno dopo, W. Thomson (spedizione oceanografica sul Challenger: 1872-1876) - che di un precipitato colloidale di solfato di calcio, prodotto dall'aggiunta di alcole all'acqua marina per conservare il materiale raccolto. Da notare che, mentre Huxley ne prese atto, Haeckel si ostinò a negarlo.

    I semi di S. Leduc. La suggestione della ipotizzata "monera" era così tenace che fecero clamore perfino gli apparenti semi, che Leduc formò con pura gelatina, solfato di rame e zucchero. Gettati in soluzione di gelatina e ferrocianuro di potassio, emettevano delle specie di radici e fronde, come piantine (1910-1912). Ma non era, al solito, che un semplice effetto fisico d'incorporazione della soluzione, per osmosi.


    Reperti fossili ingannatori


    Il Pitecantropo. Il nome vuol dire (dal greco: pìthe­cos-ànthropos) "scimmia-uomo". Questo essere fu preannunciato e così chiamato dall'Haeckel. Avrebbe dovuto essere l'anello evolutivo di transizione tra la scimmia e l'uomo. Il naturalista olandese M.E. Dubois (1854-1941 ) pretese di averlo effettivamente scoperto in una campagna di scavi (1890-82) appositamente intrapresi nell'isola di Giava (per cui oggi viene piuttosto chiamato l’"uomo di Giava").

    Ma si trattò di una sola calotta cranica che suggeriva una cubatura intermedia tra quelle delle scimmie e dell'uomo - calotta che lo stesso scopritore ammise in seguito poter essere quella di un gibbone - e di un femore certamente umano trovato a 15 metri di distanza che arbitrariamente fu attribuito al medesimo individuo, il quale sarebbe risultato un mostruoso gigante microcefalo, inammissibile. Altri reperti non chiarirono la cosa. Vi furono discussioni senza fine. Lo stesso Dubois cambiò più volte e a lunga distanza di anni, parere. Un bel sogno.


    ***


    L'uomo di Piltdown. In questa località dell'Inghilterra meridionale alcuni scavi fecero trovare frammenti di due crani con caratteri primitivi, una mandibola nettamente scimmiesca e due denti (1909-1915). Dal geologo dilettante Charles Dawson che li raccolse e da A.S. Woodward, direttore dei British Museum furono attribuiti al medesimo individuo. Esso presentava caratteri misti umano scimmieschi, quali appunto doveva avere il tanto ricercato anello di congiunzione tra gli antropoidi e l'uomo. L’epoca fu fissata a circa 300.000 anni or sono. Contribuì alla scoperta anche Teilhard de Chardin. Fu chiamato Eoanthropus ("uomo dell'aurora") Dawsoni (dal nome dello scopritore). Tali resti costituirono per quarant'anni un particolare titolo di gloria del Museo Britannico. V'era stato anche, a garanzia di autenticità, uno studio accurato del Tedesco Weinert, venti anni dopo la scoperta. L'Enciclopedia Treccani li dà come sicuri, con ampia trattazione.

    Ma una revisione compiuta da una commissione scientifica nel 1953 scoprì che i pezzi erano stati presi da un fossile umano e da un giovane orango recente, erano stati opportunamente trattati per simulare l'antichità e poi artificiosamente ivi sotterrati, come il mistificatore stesso infine confessò. Un comunicato dell'Accademia delle Scienze sigillò tale responso (accolto bensì, ma questa volta con un solo brevissimo cenno, nella terza Appendice Treccani).

    Fu definita la più grande mistificazione scientifica del secolo.


    ***


    L'uomo di Pechino (Sinantropo). E' il ritrovamento fossile forse più studiato dai paleontologi. Vi è largamente legato il nome di Teilhard de Chardin. Intorno al 1930 nella cava di Choukoutien, vicino a Pechino, furono trovati i resti di oltre una trentina d'individui di caratteristiche umane estremamente primitive. Risalivano a circa tre centinaia di migliaia di anni (Pleistocene medio). Era il famoso anello di congiunzione. Nei testi è ordinariamente dato come sicuro.

    Ma con quanta imparzialità critica? Il primo scopritore, il medico e biologo canadese Black Davidson (1885-1934) era un evoluzionista entusiasta, smanioso di trovare questa nuova specie uomo-scimmia; era così ricco di fantasia che credette di averla scoperta fin dall'inizio, in base al ritrovamento di un solo dente; era così poco preoccupato del rigore scientifico che nel modellare, in base a quei reperti, una mandibola di adulto, di cui vantò la somiglianza con le mandibole umane, riunì due eterogenee porzioni, una di giovane e una di adulto, come rilevò il suo successore, l'antropologo F. Weidenreich (1873-1948). Tutti gli originali, forse per vicissitudini belliche, sono spariti e gli scavi sono stati proseguiti con l'unica garanzia dell'autorità comunista, interessata a valorizzare questa gloria di Pechino. Tutte le misure sono state fatte non su calchi dei pezzi originari, ma su modelli plasmati dal succitato Black, in base a parziali resti cranici (calotte craniche, ossa mascellari, denti), da cui Black ed altri trassero disparate capacità craniche (Black 960, Weidenreich 915, Teilhard oltre 1000). Colpo di scena quando furono trovati anche dei fossili di uomini attuali, centinaia di pietre di quarzo affumicate ed enormi mucchi di cenere (non solo "tracce" di fuoco, come è riportato ancor oggi nei libri). Dopo accurati sopralluoghi l'ipotesi del Sinantropo fu scartata dal grande Paleontologo H. Breuil (1877-1961). Il geopalentologo e antropologo B. M. Baule (1861­1942) definì tale ipotesi "fantastica".

    In realtà tutto lascia supporre che sul luogo vi fosse una grande cava e una fornace per la fabbricazione della calce, in età di pieno sviluppo umano. Quei fossili pienamente umani erano gli operatori. I crani più piccoli erano di grosse scimmie, cadute sotto i loro colpi: essi presentano infatti i segni di colpi contundenti; e tutti hanno un buco, probabilmente per estrarne il gustoso cervello.

    Quello che Teilhard de Chardin chiamò il "cugino" del Pitecantropo sembra che vi si ricolleghi effettivamente nel sogno.


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    L'uomo di Neanderthal. Questo tipo di vero uomo è certamente esistito, centinaia di migliaia di anni fa. E' così chiamato per la prima scoperta di una sua calotta cranica, nella "Valle di Neander" della Prussia renana, nel 1856. Se ne sono scoperti poi molti in varie zone, come in Francia a Chapelle-aux-Saints, dove nel 1908 fu trovato uno scheletro quasi completo.

    Ma anche qui non manca l'equivoco. Il grande M. Boule ne fece una ricostruzione che è restata classica ed è riprodotta in tutti i testi, con la testa pendente alquanto in avanti, a modo abbastanza scimmiesco. Ma è stato un errore. Sergio Sergi (1878-1972) ha dimostrato che Boule aveva innestato male il cranio, per mancanza di alcuni frammenti e che in realtà la testa di quell'uomo era eretta come quella dell'uomo moderno.

    Il sogno del pre-uomo sfugge sempre più. Le recentissime scoperte paleontologiche, di cui parlerò in seguito, lo confermano.

     

    Evoluzionismo arcaico


    Molti pensano alla dottrina evoluzionista come ad espressione di dinamismo, di progresso, di novità, in contrapposto alla staticità e antichità della concezione fissista e creazionista. In realtà essa è invece, per molti aspetti, un ritorno al passato, in contrasto con il progresso scientifico.

    L'evoluzionismo cosmico generale rientra nelle più antiche concezioni del pensiero filosofico, come quella dei pitagorici, secondo i quali il cosmo sarebbe sospinto da una interiore tendenza verso il progresso; e, già prima, Esiodo se l'era rappresentato come un immenso organismo sospinto da slancio vitale (siamo nel VII s.a. Cr.). Teilhard de Chardin non ha fatto che ripresentare oggi qualcosa di simile.

    Ebbe anche credito tra buoni pensatori credenti, - prima e dopo Darwin - supposto l'intervento iniziale di Dio (oltre che in altri opportuni momenti), rendendo cioè Dio, in qualche modo, fonte e guida dell'evoluzione stessa. Si può risalire, per esempio, ai "principi seminali" di S. Agostino (354-430) (benché d'interpretazione un poco oscura) e a S. Gregorio Nisseno (335-394): "Dopo la creazione della materia, una sorta d'impulso divino imprime al mondo un'evoluzione che mette capo alla produzione dei vegetali e degli animali, i quali non erano contenuti se non virtualmente nella creazione primitiva" (da M. Périer, Le Transformisme) Beauchesne, 1938). Più tardi si può ricordare il dotto gesuita A. Kircher (1601-1680) e poi il grande naturalista G. Buffon (1707­1788) per i quali tutti i viventi potevano derivare da poche specie iniziali. Quanto ai naturalisti Richard Owen (1804-1892) e G. Mivart (1827-1900), erano grandi avversari di Darwin solo in quanto sottoponevano la evoluzione alla diretta guida dell'Essere supremo.


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    Credente.
    00 9/2/2010 10:32 PM

    Questo evoluzionismo universale, scendendo ai fatti concreti, s'imbatte fatalmente nel problema dell'origine della vita, che esso è obbligato a risolvere come naturale transito della materia alla vita, per generazione spontanea: intesa questa, dai più coerenti, come qualcosa che possa sempre ripetersi. Per quelli che credono all'impulso divino dato all'evoluzione, essa è fatta dipendere da un intrinseco potere infuso nella materia, senza però un atto creativo diretto. Questo è l'aspetto più arcaico dell'evoluzionismo a cui ho accennato.

    Anassimandro (VI s.a. Cr.) riteneva che dall'umido abbiano avuto origine i primi viventi acquatici e da essi gli uomini. Aristotele, S. Agostino, S. Tommaso l'ammisero. Era opinione comune che mosche insetti, vermi, rane, anguille, perfino topi, derivassero da sostanza in decomposizione o dalla melma, sia pure in virtù di forze naturali e potenzialità immesse dal Creatore (4).

    Finalmente è scientificamente crollato questo mito della generazione spontanea: ma non senza tenacissime resistenze di buona parte dell'antico mondo scientifico. Fu merito di Francesco Redi (1628-1698) di escluderla per gl'insetti, del sacerdote Lazzaro Spallanzani (1729­1799), uno dei più illuminati fondatori della biologia moderna, di escluderla per gli infusori, e di Louis Pasteur (1882-1895), tenacemente avversato dal pur dotto naturalista P.A. Pouchet, di escluderla anche per i batteri. Risultò quindi confermato e generalizzato lo aforisma: "omne vivum e vivo", ogni vivente da vivente.

    Il moderno evoluzionismo ha fatto un bel passo indietro.


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    DUE DISTINTI PROBLEMI


    Dopo le preliminari considerazioni precedenti entriamo ora nel vivo del problema, tenendo ben presente, per una soluzione critica veramente imparziale, lo evoluzionismo radicale che esclude qualsiasi intervento creativo, e risolve tutto nel gioco fisico-chimico della materia, senza alcuna intelligenza direttrice.

    Questo, di fatto, è l'unico evoluzionismo concepibile dai materialisti. E' chiaro infatti che, escluso per principio un Essere trascendente (ed escluse anche misteriose forze immanenti gratuitamente affermate e non sperimentabili della materia), non si può pensare che a un processo evolutivo meccanicistico e spontaneo della materia stessa. Abbiamo visto antecedentemente che nell'accettare questo evoluzionismo lo scienziato materialista non può essere veramente imparziale e libero. Egli non ha altro scampo che in questa dottrina.

    Tali scienziati, pur obbligati nella scelta dalla loro aprioristica pregiudiziale, fanno naturalmente di tutto per cercare di giustificarla in base all'esperienza, anche s,e poi confessano, in genere, lealmente, gli insuccessi della loro ricerca, come già vedemmo.

    In questi tentativi di giustificazione vanno ben distinti due problemi. Uno riguarda il fatto della asserita evoluzione, l'altro il meccanismo che l'avrebbe prodotta. In generale questi evoluzionisti dichiarano che le prove del fatto sono ormai sicure, mentre resta tuttora incerto il modo, ossia il meccanismo che l'avrebbe prodotto.

    Analizziamo ora, una ad una le pretese prove sicure del fatto. Poi analizzeremo il presunto meccanismo.

    Le prove fondamentali del fatto sarebbero date dalla anatomia comparata, che ha scoperto le rassomiglianze e gradualità strutturali dei viventi e gli organi "rudimentali"; la paleontologia che avrebbe mostrato il succedersi progressivo, nei lunghissimi tempi antichi, delle specie, dalle meno alle più perfette; l'embriologia, che sottolineerebbe l'unità di origine; la genetica che da un lato sottolineerebbe ancor più tale unità e dall'altro permette di ottenere, di fatto, variazioni sperimentali.



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    ANATOMIA COMPARATA


    Gradualità e rassomiglianze dei viventi


    Limito la considerazione al regno animale che più interessa perché comprende l'uomo.

    Il fatto primario che risalta in questo mondo vivente e che avvinse Darwin, padre dell'evoluzionismo moderno, è che catalogando centinaia di milioni di diverse specie estinte e viventi si ottiene una meravigliosa scala di esseri che, a piccoli gradini, vanno dalla unicellulare ameba alle scimmie antropomorfe e all'uomo. Come spiegare l'esistenza di tale sconfinata varietà e gradualità di specie, talora anche così vicine tra loro? Non è naturale spiegarlo con il fatto di un lento processo evolutivo, secondo varie linee di trasformazione, una delle quali è giunta fino all'uomo?

    Ma v'è di più. Tale unità di origine evolutiva sembra validamente confermata dalle impressionanti rassomiglianze delle strutture di base - anche in viventi disparatissimi - per le funzioni di respirazione, nutrizione, generazione, movimento, per le strutture scheletriche, lo sviluppo ,embrionale, ecc. Per esempio, si pensi alla suggestiva corrispondenza ("omologia") di struttura e articolazione dello scheletro delle braccia umane e delle ali degli uccelli. Le due parti dell'arto superiore umano sono il braccio, con l'omero articolato alla scapola, e l'avambraccio, con la coppia ossea radio e ulna, articolata al gomito, in modo da ruotare solo in avanti: la medesima successione e articolazione di ossa si nota nell'uccello. Per la mano, articolata all'avambraccio, con le sue 24 piccole ossa, 8 nel polso (carpo), 5 nel palmo (metacarpo) e 14 nelle dita (falange, falangina e falangetta) la corrispondenza viene bensì a mancare. Ma non del tutto, perché, al termine del1a coppia ossea si articola nell'ala dell'uccello, in altro modo idoneo, il lungo sostegno osseo longitudinale, in cui si ritrovano appunto alcune vestigia del carpo, del metacarpo e delle falangi.

    A ben riflettere però, tale scala di perfezioni e tali rassomiglianze dei viventi non provano minimamente un processo evolutivo di formazione. Tutto ciò anzi si inquadra molto meglio nella opposta prospettiva creazionista.

    Supposta infatti la creazione di una varietà di esseri, essi debbono ovviamente presentare diversità di perfezioni, in modo da costituire, confrontati tra loro, una scala graduale. Mentre però nell'ipotesi evolutiva dovrebbero necessariamente prodursi (come rivedremo più a lungo in seguito), lungo il lento cammino, numerose specie di transizione non ancora completate e quindi mal formate, esse debbono invece mancare del tutto nell'ipotesi della creazione. E questo infatti risulta in realtà. Anche la minima Ameba risulta, nel suo modo di essere, perfetta.

    Quanto, in particolare, alle rassomiglianze strutturali di base esse non potevano mancare, in una "economia" creativa di vasta concezione, per una varietà di esseri destinati a vivere sul medesimo pianeta. Ma, mentre l'ipotetica produzione evo