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Perchè la Pasqua si celebra di Domenica?

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    00 3/29/2010 11:43 AM
    Per comprendere il motivo per cui la Pasqua viene celebrata di Domenica, occorre ripercorrere una tappa importante del cammino storico della Chiesa.
    Eusebio,  uno scrittore vissuto intorno al 380 d.C., che ha raccolto per primo la documentazione relativa ai primi secoli della Chiesa, ci permette di ricostruire i passaggi fondamentali che furono decisivi per la determinazione della celebrazione della Pasqua.

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    00 3/29/2010 11:45 AM
    23

    Dalla Storia Ecclesiastica di Eusebio libro V


    23. LA QUESTIONE ALLORA SOLLEVATA SULLA PASQUA

    1. A quel tempo fu sollevata una questione assai impor­tante, perché, seguendo una tradizione più antica, le diocesi di tutta l'Asia ritennero che, per la festa della Pasqua del Salvato­re, bisognasse osservare il quattordicesimo giorno della luna, giorno nel quale era stato ordinato agli ebrei di sacrificare l'a­gnello e che in esso, qualunque fosse il giorno della settimana, bisognava assolutamente porre fine ai digiuni 160. Invece la Chiese di tutto il resto del mondo non avevano l'abitudine di celebrare la Pasqua in questo modo e, richiamandosi alla tradi­zione apostolica, mantennero l'usanza, che si è conservata fino ad oggi, secondo cui non è opportuno porre fine al digiuno in un giorno diverso da quello della risurrezione del nostro Salva­tore.


    159 Eusebio si mostra fedele al suo proposito di ricordare solo quei ve­scovi che hanno lasciato degli scritti.

    160 La questione della Pasqua era stata già agitata nel corso del II sec e riguardava il tempo della sua celebrazione, dato che le chiese d'Asia, come gli ebrei, la celebravano la sera del 14 nisan, in qualunque giorno cadesse


    2. Su questa questione si svolsero numerosi sinodi ed as­semblee di vescovi e tutti, all'unanimità, formularono per lette­ra una norma ecclesiastica valida per i fedeli di ogni nazione, in base alla quale il mistero della risurrezione del Signore dai mor­ti non avrebbe dovuto essere celebrato in un altro giorno che la domenica e in quel giorno soltanto avremmo osservato la fine dei digiuni pasquali.

    3. E ancor oggi in nostro possesso una lettera di coloro che all'epoca si riunirono in Palestina sotto la presidenza di Teofilo, vescovo della diocesi di Cesarea e di Narciso, vescovo di Gerusalemme. Allo stesso modo esiste un'altra lettera di quanti per la stessa questione si riunirono a Roma, e che indica quale vescovo Vittore; un'altra ancora dei vescovi del Ponto, presieduti da Palmas 161 in quanto vescovo più anziano. C'era anche una lettera della cristianità della Gallia, di cui era vesco­vo Ireneo 162, 4. e ancora una dei vescovi dell'Osroene e delle città di quella regione 163; e specialmente quella di Bacchiilo, vescovo della Chiesa di Corinto, e poi quelle di moltissimi altri: essi espressero una sola identica opinione e deliberazione e die­dero lo stesso voto. Una sola fu la loro regola di condotta, quel­la che è stata detta.


    161 Palmas era già vescovo quando Dionigi (cf supra, IV, 23, 6) fu eletto vescovo di Corinto

    162 II passaggio è poco chiaro da escludere, comunque, che in Gallia, vi fosse una sola Chiesa governata da Ireneo

    163 Provincia cristiana dell'Oriente con capitale Edessa


    .


    11. Tra costoro anche Ireneo, avendo scritto in nome dei fratelli di cui era a capo in Gallia, da un lato ammonisce di celebrare soltanto di domenica il mistero della risurrezione del Signore, ma poi dall'altro, opportunamente, esorta Vittore a non escludere intere Chiese di Dio perché conservano una tradizione di antica consuetudine e continua quindi dicendo 171: 12. «La polemica non riguarda soltanto il giorno, ma anche la forma stessa del digiuno. Alcu­ni, infatti, credono che bisogna digiunare un solo giorno, altri due, altri più giorni ancora; alcuni, infine, calcolano il loro gior­no di quaranta ore, tra diurne e notturne. 13. E una simile di­versità nell'osservanza del digiuno non ha avuto origine ai no­stri giorni, ma molto prima, al tempo dei nostri predecessori, i quali, a quanto pare, senza badare all'eccessiva precisione, hanno confermato questa tradizione nella sua semplicità e nei suoi caratteri particolari, e la prescrissero per il futuro. Tutti costo­ro non vissero meno in pace e anche noi viviamo ora in pace-gli uni con gli altri e la differenza del digiuno conferma l'accordo della fede».

    14. A queste affermazioni, Ireneo aggiunge poi una consi­derazione che mi sembra opportuno riferire; eccola: «Tra loro vi furono anche i presbiteri anteriori a Sotero che guidò la Chiesa che tu governi ora, cioè Aniceto, Pio, Igino, Telesforo e Sisto, che non osservarono essi stessi (il quattordicesimo gior­no), ne imposero (la sua osservanza) a coloro che li seguivano. tuttavia non furono assolutamente meno in pace con coloro che giungevano tra loro dalle diocesi in cui esso veniva osservato Ciononostante l'osservarlo costituiva una divergenza ancora maggiore per coloro che non l'osservavano. 15. E non allonta­narono mai nessuno per questa ragione, ma anzi quegli stessi che non l'osservavano, (vale a dire) i presbiteri che ti hanno preceduto, inviavano l'Eucaristia a quelli delle diocesi che l'os­servavano. 16. E quando il beato Policarpo dimorò a Roma al tempo di Aniceto 172, pur avendo avuto tra loro piccoli contra­sti su altre questioni, subito si riconciliarono, dato che non desideravano essere in disaccordo su questo argomento. Aniceto, infatti, non riuscì a convincere Policarpo a non osservare ciò che 173 aveva sempre osservato con Giovanni, il discepolo del Signore nostro e con gli altri apostoli con cui era vissuto; ne Po­licarpo dal canto suo persuase Aniceto ad osservarlo, dato che quest'ultimo sosteneva che bisognava mantenere la consuetudine di coloro che erano stati presbiteri prima di lui. 17. Stando così le cose, si comunicarono l'un l'altro e nella chiesa Aniceto concesse l'Eucaristia a Policarpo, evidentemente per deferenza; essi si separarono l'uno dall'altro in pace, e vi fu pace nell'inte­ra Chiesa, sia per coloro che osservavano (il quattordicesimo giorno), quanto per coloro che non lo osservavano».

    18. E Ireneo fu degno del nome che portava 174, dato che fu paciere di nome e di fatto e sollecitò e si fece mediatore per la pace delle Chiese, poiché, in merito alla questione sollevata, mediante lettere trattò non solo con Vittore, ma anche, uno do­po l'altro, con numerosi altri responsabili di Chiese.


    25. accordo UNANIME SULLA pasqua 175

    1. Intanto i personaggi palestinesi che abbiamo or ora menzionato, cioè Narciso e Teofilo, e con loro Cassie, ve­scovo della Chiesa di Tiro e Claro, vescovo di quella di Tolemaide e tutti coloro che si erano riuniti con loro, analizzarono ampiamente la tradizione relativa alla Pasqua che era loro per­venuta dalla successione degli apostoli e, alla fine della loro let­tera, così aggiungono testualmente: «Fate in modo di mandare copie di questa nostra lettera ad ogni diocesi, affinchè non sia­mo responsabili di coloro che ingannano facilmente la propria anima. Vi informiamo che anche ad Alessandna celebrano la Pasqua lo stesso giorno in cui la celebriamo noi: essi, infatti, hanno ricevuto lettere mandate da noi a loro e viceversa, in mo­do da celebrare di comune accordo e insieme il santo giorno».



    171 Non ci sono purtroppo pervenute le lettere di Ireneo sulla questio ne pasquale che, a giudizio di qualche studioso, sembra fossero riunite in una raccolta 1/2 II viaggio di Policarpo a Roma dovrebbe datarsi al 154.

    173 Vale a dire il quattordicesimo giorno

    174 Ireneo, dal greco eiréne (= pace)

    175 II titolo del capitolo per la verità non risponde pienamente al suo contenuto, dato che in esso non si parla di un accordo «unanime», ma di un accordo tra la Chiesa di Alessandna e quelle palestinesi


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    Credente.
    00 3/31/2018 5:32 PM