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Le leggi della MORALE confutano l'ateismo

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    00 12/4/2015 11:37 PM

    L’ateismo confutato dalle leggi della Morale


    Ispirato liberamente, tradotto liberamente, e rielaborato dalle argomentazioni dei teologi e apologeti William Lane Craig (“On Guard” cap. 6), Frank Turek e Doug Powell.


    -Premessa 1: Se Dio non esiste, doveri e valori morali oggettive non   esistono
    -Premessa 2: Doveri e valori morali oggettive esistono
    -Conclusione: Dunque Dio esiste

    Premessa 1
    Se Dio non esiste, doveri e leggi morali oggettive non esistono

    Due distinzioni importanti: Valore (bene/male) e Dovere (giusto/sbagliato)
    La prima premessa “Se Dio non esiste, doveri e valori morali oggettivi non esistono” necessita di due importanti distinzioni da fare prima di ragionare sulla veridicità della premessa stessa:

    1) Valori e Doveri
    I Valori hanno a che fare con ciò che è bene e male. I Doveri morali hanno a che fare con ciò che è giusto o sbagliato. Si può credere a prima vista che “bene” e “giusto” siano la stessa cosa come si può credere che lo sia anche “male/cattivo” e “sbagliato”, ma se si riflette si capisce che non è così.
    I doveri hanno a che fare obblighi morali, con quello che si dovrebbe o non dovrebbe fare. Ma ovviamente non si è moralmente obbligati a fare qualcosa solo per il fatto che sarebbe bene farlo. Per esempio, sarebbe bene diventare un medico, ma nessuno è moralmente obbligato a diventarlo. Così come sarebbe anche un bene diventare un costruttore edile o un agricoltore o un ambasciatore. Inoltre, esistono casi in cui una persona può dover agire in modo vincolato (limitato), potendo scegliere tra azioni cattive, ma di per sé costui non avrebbe sbagliato in quanto non avrebbe potuto scegliere altro che tra azioni cattive.
    C’è quindi una differenza tra bene e male (buono e cattivo) e giusto e sbagliato. Buono e cattivo hanno a che fare con un qualcosa di meritevole, mentre giusto e sbagliato hanno a che fare con di qualcosa moralmente obbligatorio.

    2) Oggettivo e Soggettivo
    Con il termine “oggettivo” si intende “non dipendente dalle opinioni delle persone”. Per “soggettivo” si intende “dipendente dalle opinioni delle persone”.
    Dunque quando si dice che ci sono valori morali oggettivi equivale a dire che qualcosa è bene o male nonostante ciò che pensino gli uomini riguardo a esso.
    Dire che abbiamo doveri morali oggettivi equivale a dire che certe azioni sono giuste o sbagliate nonostante ciò che le persone pensano.
    Per esempio sostenere che l’Olocausto fosse oggettivamente sbagliato, è dire che fosse sbagliato, nonostante i Nazisti credessero che fosse giusto, e sarebbe stato sbagliato anche se i Nazisti avessero vinto la Seconda Guerra Mondiale e avessero avuto successo nello sterminare o fare un lavaggio del cervello a chiunque avesse avuto un’idea diversa dalla loro in modo che tutti credessero che l’Olocausto fosse una cosa giusta.
    La premessa 1 afferma quindi che, se non esiste Dio, i valori e doveri morali non possono essere oggettivi nel senso sopra indicato.

    Difesa della Premessa 1
    Valori morali oggettivi necessitano l’esistenza di Dio.
    Tradizionalmente i valori morali sono sempre stati basati su Dio che è il Bene Supremo. Ma se Dio non esistesse, quale sarebbe il fondamento dei valori morali? In particolare, perché si dovrebbe pensare che gli esseri umani abbiano un valore morale intrinseco?

    La più diffusa forma di ateismo è il naturalismo, che consiste nell’idea che tutto ciò che esiste è solo ciò che è spiegato o spiegabile dalle nostre migliori teorie scientifiche. Ma la scienza è moralmente neutra; non si possono trovare valori morali in una provetta. Ne segue dunque che i valori morali non esistono davvero; sono solamente un’illusione degli esseri umani.
    Se pur l’ateo fosse disposto ad andare oltre ai limiti della scienza, perché pensare, data una visione del mondo atea, che gli essere umani abbiano un valore morale intrinseco?
    Dal punto di vista naturalistico, i valori morali sono solamente il prodotto di evoluzione biologica e/o del condizionamento sociale. Così come alcuni tipi di scimmie dimostrano comportamenti cooperativi e auto-sacrificali originati dalla pressione della selezione naturale che ha fatto sì che questi comportamenti fossero vantaggiosi per la sopravvivenza, anche i loro cugini Homo Sapiens mostrerebbero lo stesso comportamento per la stessa ragione. Come risultato di una pressione socio-biologica, alle origini dell’uomo nacque quindi una sorta di moralità condivisa con la funzione di perpetuare la nostra specie. Dal punto di vista ateistico non c’è nulla degli Homo Sapiens che rende la moralità oggettivamente vera.
    Se dovessimo nuovamente ripartire dall’origine della storia dell’evoluzione umana, potremmo adesso ritrovarci con un insieme diverso di leggi morali. Come disse lo stesso Darwin nell’ “Origine dell’Uomo” :
    “Se … l’uomo fosse allevato precisamente sotto le stesse condizioni delle api, senza ombra di dubbio le nostre femmine non sposate come le api lavoratrici crederebbero che uccidere i loro fratelli sia un dovere sacro, e le madri farebbero di tutto per uccidere le loro figlie fertili; e a nessuno verrebbe in mente di interferire” (L’Origine dell’uomo e la selezione sessuale, Charles Darwin, seconda edizione, 1909, p. 100).
    Seguendo questa linea di pensiero, pensare che gli esseri umani siano speciali e che la loro moralità sia realmente oggettiva vorrebbe dire credere in modo ingiustificato che la propria specie sia la migliore.
    Quindi se non c’è nessun Dio, considerare la nostra moralità evolutasi dall’ Homo Sapiens come vera, è una credenza da rimuovere. Se si toglie Dio dal quadro umano, si rimane con una creatura scimmiesca su un granello nell’universo, circondato da polvere stellare, e con l’illusione di avere un’importanza, un valore e una grandezza morale.


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    00 12/4/2015 11:38 PM

    Doveri morali oggettivi necessitano l’esistenza Dio
    Se non c’è nessun Dio quale base ci rimane per i doveri morali? Dal punto di vista ateistico gli esseri umani sono solamente animali, e gli animali non hanno nessun reciproco dovere morale. Quando uno squalo bianco forzatamente copula con una femmina, anche se le impone l’atto sessuale non si può parlare di stupro. Le azioni animali non sono né obbligatorie e né vietate.
    Se quindi Dio non esiste, perché pensare che abbiamo alcuna obbligazione morale di fare qualcosa? Chi o cosa impone su di noi i doveri morali? Da dove vengono? È difficile capire perché dovrebbero essere qualcosa altro che una nostra impressione soggettiva risultante da condizionamenti sociali e famigliari. Alcune azioni come l’incesto e lo stupro potrebbero non essere biologicamente e socialmente vantaggiose e quindi nel corso dello sviluppo umano sarebbero diventate un tabù. Ma non c’è assolutamente nulla (se Dio non esiste) che possa far vedere come l’incesto o lo stupro siano veramente sbagliati. Questo comportamento è continuamente presente nel regno animale. Il violentatore che si scontra con la condivisa moralità del momento non fa altro che agire “fuori moda”, esattamente come se al giorno d’oggi un uomo gridasse ad alta voce a tavola. Se non c’è nessun “legislatore” non esiste nessuna legge morale oggettiva a cui noi dobbiamo ubbidire.

    Obiezioni alla premessa 1

    1) Confondere la domanda
    Molto probabilmente quando si presenta la prima premessa ad un ateo si riceverà una risposta con tono quasi indignato: “Stai forse dicendo che tutti gli atei sono cattive persone?!”
    Dobbiamo aiutare gli atei a far capire che questa è una grandissima incomprensione dell’argomento.
    La domanda NON è: “Possiamo riconoscere valori e doveri morali oggettivi senza credere in Dio?”. Non c’è alcuna ragione per la quale uno debba credere in Dio per riconoscere che, per esempio, dobbiamo amare i nostri figli.
    La domanda NON è: “Possiamo formulare un sistema di etica senza riferirci a Dio?” Se il non credente riconosce il valore intrinseco dell’essere umano non c’è alcuna ragione per credere che non si possa formulare un codice etico di comportamenti, con cui generalmente un credente concorderebbe, al di fuori del fatto che il non credente non terrà conto degli obblighi morali che un credente ha verso Dio.
    Però, la vera domanda è: “Se Dio non esiste, esistono valori e doveri morali oggettivi?”. Dunque la domanda non riguarda la necessità della credenza in Dio per la morale oggettiva, ma riguarda la necessità dell’esistenza di Dio (indipendentemente dal fatto che una persona creda un Lui o meno).
    Dunque la credenza in Dio non è necessaria per l’esistenza della morale oggettiva, l’esistenza di Dio sì.

    2) Il dilemma di Eutifrone
    Un’altra obiezione molto frequente tra i non credenti è quella consistente nel dire che alludere a Dio come causa della presenza della moralità umana comporti una contraddizione intrinseca, o meglio, un dilemma; chiamato con il nome del personaggio presente nei dialoghi di Platone.
    In poche parole questo è il dilemma: Qualcosa è buono perché Dio lo vuole? O Dio vuole qualcosa perché è buono? Se si dice che qualcosa è bene perché Dio vuole che sia tale, allora ciò che è bene diventa arbitrario. Dio avrebbe potuto volere che l’odio fosse bene (inteso sia come sia giusto che buono) e allora saremmo stati moralmente obbligati ad odiarci l’uno con l’altro. Questo sembra insensato.
    Alcuni valori morali sembrano essere necessari. Ma se si dice che Dio vuole qualcosa poiché è bene, allora ciò che è bene o male è indipendente da Dio. In quel caso, valori e doveri morali esistono indipendentemente da Dio, ciò che contraddirebbe la premessa 1.
    Risposta al dilemma di Eutifrone: Non dobbiamo confutare nessuna delle due opzione del dilemma, infatti esso è un falso dilemma! Esiste una terza opzione per spiegare la moralità con Dio: Dio vuole qualcosa perché Lui stesso è buono. Cosa vuol dire questo? Significa che la natura stessa di Dio è lo standard del bene e i Suoi comandamenti sono espressioni della Sua natura. In breve i nostri doveri morali sono determinati dai comandamenti di un Dio giusto e amorevole.
    Quindi, i valori morali non sono indipendenti da Dio perché la natura stessa (la sua figura, il suo carattere) di Dio definisce ciò che è buono. Dio è essenzialmente compassionevole, buono, giusto, imparziale ecc. La Sua natura è lo standard morale che definisce bene e male, i suoi comandi necessariamente riflettono la sua natura morale, dunque non sono arbitrari. Quando un ateo chiede: “Se Dio comandasse la pedofilia, saremmo obbligati ad abusare sessualmente i bambini?”, è come se chiedesse “Se ci fosse un cerchio quadrato, la sua area sarebbe il quadrato (l alla seconda) di uno dei suoi lati?”: non ci sarebbe alcuna risposta, in quanto ciò che suppone la domanda è logicamente impossibile. Infatti il dilemma di Eutifrone ci presenta una falsa scelta e non dovremmo essere imbrogliati da essa. Il bene/male è determinato dalla natura stessa di Dio e il giusto/sbagliato è determinato dalla Sua volontà.
    Dio vuole qualcosa poiché Lui è buono e qualcosa è giusto perché Lui lo vuole.

    3) Il moralismo platonico: i valori morali semplicemente esistono.
    Platone credeva che il bene semplicemente esistesse di per sé, come una sorta di Idea auto-esistente. In seguito pensatori cristiani fecero corrispondere il Bene di Platone con la natura morale di Dio. Platone però credeva che il Bene esistesse semplicemente di per sé. Qualche ateo potrebbe dire che i valori morali come la giustizia, l’amore e la compassione esistono e basta senza alcun fondamento. Possiamo chiamare questa visione “moralismo platonico ateistico”. Questa obiezione non nega la seconda premessa (il fatto che valori e doveri morali oggettivi esistano), ma non le fonda in Dio.
    Risposta al moralismo platonico ateistico: Primo, il moralismo platonico ateistico non è intellegibile. Che cosa vuol dire che, per esempio, il valore morale delle giustizia “esiste”? È facile pensare che una persona sia giusta, ma credere che la giustizia esista anche in assenza delle persone è contro intuitivo, infatti i valori sembrano proprietà di persone, ed è difficile concepire che la giustizia possa esistere come un’astrazione. Per definizione le proprietà non esistono senza la sostanza (termine filosofico che appunto indica ciò che possiede le proprietà) a cui appartengono. Infatti, dato che l’oggetto astratto “Giustizia” non è esso stesso giusto, ne consegue che in assenza di persone la giustizia non esiste!
    Inoltre, un problema per il moralismo platonico ateistico è la sua intellegibilità, non c’è infatti nessun motivo per il quale dovremmo essere in grado di venire a conoscenza di questo regno astratto. Perché dovremmo credere di avere qualche misterioso accesso intuitivo a oggetti di un mondo astratto?
    Secondo, questa visione non fornisce nessuna base per i doveri morali. Ammesso e non concesso che valori morali come la giustizia, la lealtà, il perdono, la pazienza semplicemente “esistano e basta”, come è possibile che questo porti a degli obblighi morali? Perché, per esempio, una persona dovrebbe essere compassionevole? Chi o cosa pone un tale obbligo per la persona? Bisogna notare che in questa visione anche vizi morali come avidità, odio, ozio e avarizia esistono di per sé come astrazioni. Ma perché mai saremmo obbligati ad allinearci con un gruppo di queste astrazioni piuttosto che un altro? Il moralismo platonico ateistico, mancando di un legislatore morale, non ha nessuna base per obbligazioni morali.
    Terzo, è fantasticamente improbabile che i ciechi processi evolutivi abbiano “catapultato nell’esistenza” proprio quel tipo di esseri che corrispondono a quell’esistenza astratta di valori morali. Ciò sembra una coincidenza incredibile. È come se l’insieme dei valori astratti “sapesse” che stavamo per apparire sulla faccia della terra. È di gran lunga più realistico pensare che sia l’esistenza della morale sia il mondo naturale siano sotto l’autorità di un Dio che ci ha dato sia le leggi della natura che quelle della morale, invece che pensare che queste due realtà indipendenti si siano mescolate casualmente.


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    00 12/4/2015 11:39 PM

    4) L’umanismo testardo: Tutto ciò che contribuisce alla prosperità dell’umanità è buono.
    Questa obiezione consiste nel dire che qualsiasi cosa che faccia bene all’umanità è buona, e tutto ciò che la penalizza è cattivo, e questa è la fine della storia.
    Risposta all’ “umanismo testardo”: Fermarsi al “ciò che fa bene all’umanità” come spiegazione della moralità incontra molti problemi.
    Primo, questo concetto è del tutto arbitrario. Una volta ammessa la veridicità dell’ateismo, perché si dovrebbe pensare che ciò che porta ad una fioritura dell’umanità sia migliore di ciò che porta alla distruzione di essa. Perché pensare che aiutare la razza umana sia di un valore più alto che aiutare qualsiasi altro animale. Perché fare del male ad un membro della nostra specie dovrebbe essere male?
    Questo tentativo prova a spiegare l’oggettività della moralità senza però giustificare il motivo per il quale il tutto sia oggettivo.
    Secondo, questa obiezione è fortemente implausibile. Questa obiezione infatti porta a credere che le proprietà morali come la bontà e la cattiveria necessariamente si colleghino a specifiche situazioni. Per esempio la proprietà della bontà sarebbe necessariamente collegata ad una madre che cura un bambino, come la proprietà della cattiveria necessariamente sarebbe connessa ad un uomo che picchia sua moglie. L’argomentazione atea consiste quindi nel credere che le proprietà morali sono una diretta conseguenza delle proprietà puramente materiali. Tutto questo sembra incredibilmente implausibile: perché credere innanzitutto che queste strane proprietà morali come la bontà esistano? E per di più che siano necessariamente collegate a specifici eventi e situazioni naturali?
    D’altro canto, con Dio, si ha un vero fondamento delle leggi morali. Possiamo, senza Dio, arrivare a spiegare le leggi morali fino ad un certo punto (come ad esempio credere che tutto ciò che contribuisce alla prosperità dell’umanità è buono, ma andando a ritroso, si arriverà ad un punto in cui non si potrà giustificare la credenza in una moralità oggettiva), ma è solamente Dio la realtà ultima in cui sussistono le leggi della moralità, per la Sua natura. Dio per definizione è il miglior essere concepibile, ed un essere che è il fondamento di tale moralità è più grande di colui che semplicemente la condivide.
    In conclusione il teismo è l’unica spiegazione ad una moralità oggettiva, e non soggettiva e arbitraria. Adesso vediamo se la moralità è realmente oggettiva.

    Difesa della Premessa 2
    Valori e doveri morali esistono
    1) La nostra esperienza morale indica che leggi morali esistono: infatti credere nella nostra esperienza morale, equivale a credere nei nostri cinque sensi. Infatti in genere ognuno crede ai propri cinque sensi, noi crediamo che esista un mondo fisico esterno a noi, proprio per questo. I sensi non sono infallibili, ma ciò non vuol dire che non esista un mondo esterno e fisico che mi circonda. Per lo stesso motivo, in assenza di motivi per i quali un persona debba diffidare della sua esperienza morale, ognuno dovrebbe accettare ciò che tale esperienza dice, in particolare riguardo a ciò che è giusto, sbagliato, buono e cattivo. Quasi chiunque implicitamente ammette l’oggettività delle leggi morali conferita dalla nostra esperienza personale, infatti quasi chiunque crede che lo stupro sia sbagliato.
    Azioni come lo stupro, la tortura, e l’auso di minori, non sono solo socialmente inaccettabili, ma sono abominazioni morali. Come anche la bontà, il sacrificio per il prossimo, la generosità sono veramente buoni.
    Le persone che non riconoscono questo sono semplicemente handicappate, ovvero hanno la stessa limitazione del cieco che non riesce a vedere il mondo fisico. Non c’è nessun motivo per il quale una persona che non sia in grado di riconoscere queste leggi debba influenzare la credibilità di esse, proprio come un cieco non deve convincerci che il mondo esterno non esista.
    Ricordiamoci infatti, che accettare il soggettivismo equivale letteralmente a dire che non esistono leggi morali.
    Chi rifiuta l’esistenza di una legge morale, crede veramente che non esista alcuna differenza tra accarezzare un bambino ed ucciderlo dopo averlo torturato?
    Per fare degli esempi chiari, quando gli atei ci ricordano casi di abuso sessuale di preti nei confronti di bambini, sono obbligati ad accettare l’esistenza di delle leggi morali; tutte le volte che un ateo combatte per i “diritti” dei gay, presuppone che esistano delle leggi morali.
    Gli atei sono quindi costretti a negare la propria esperienza morale, senza nessun motivo razionale per credere che essa non sia valida.
    L’unico motivo per il quale noi riusciamo a dire ciò che è sbagliato e ciò che è giusto, buono o cattivo, è perché “usufruiamo” della natura di un essere trascendente. Pensate a tre cartine dell’Italia: la prima dalla forma autentica, la seconda leggermente distorta e la terza completamente caratterizzata da una immagine dell’Italia irriconoscibile. Come facciamo noi a sapere quale delle due diverse assomiglia di più all’originale? Beh, è proprio perché conosciamo l’originale! Il relativista nega l’esistenza dell’originale, o meglio, crede che ognuno abbia la sua propria cartina originale, diversa e non migliore delle altre.
    Quando uno si chiede: “Era più brava Madre Teresa o Hitler?” implicitamente valutiamo queste due persone con uno standard oggettivo che non può che essere la natura di Dio.
    Come disse C.S. Lewis: “. The moment you say that one set of moral ideas can be better than another, you are, in fact, measuring them both by a standard, saying that one of them conforms to that standard more nearly than the other. But the standard that measures two things is something different from either. You are, in fact, comparing them both with some Real Morality, admitting that there is such a thing as a real Right, independent of what people think, and that some people’s ideas get nearer to that real Right than others. Or put it this way. If your moral ideas can be truer, and those of the Nazis less true, there must be something — some Real Morality — for them to be true about.”

    2) Le leggi morali sono innegabili: Le persone che negano l’esistenza della moralità, credono infatti di avere il diritto di poterle negare; inoltre tali persone vogliono che chiunque li considerino come un essere umani, anche se inevitabilmente, essendo relativisti, devono negare ogni valore ed importanza oggettiva intrinseca all’essere umano. Divertente è il seguente aneddoto: un giorno in un dibattito sulla moralità, uno spettatore si alzò dalla seria, urlando: “Non esiste la moralità!”, il cristiano che teneva il dibattito, allora si alzo e prese una pistola a salve e gliela puntò dicendo “siediti o ti ammazzo”. Chiaramente, per lo spettatore, ciò che il cristiano stava facendo era palesemente sbagliato, ma per le sue personali presupposizioni non potè dirlo.
    Ogni persona infatti che nega la moralità, ne fa poi uso, cercando di convincere l’altro della sua visione (se tutto è soggettivo e non c’è un “vero” perché farlo?), cercando di spiegare che anche lui ha il “diritto” di pensarla come vuole.

    3) Le nostre reazioni indicano la presenza delle leggi morali: Ogni persona agisce come se esistessero leggi morali, e questo si vede anche dalla reazione dei relativisti alle ingiustizie. Ogni persona, agisce come se esistessero delle regole da seguire; che poi questa sua percezione di regola coincida con quella degli altri non importa, ognuno crede di sostenere il giusto oggettivo (es. sia i pro vita che gli abortisti credono di difendere un diritto oggettivo).
    Per verificare questo, potete trattare male un relativista, e vedere la sua reazione (scherzavo, non fatelo), la sua reazione sarà certamente negativa. Ma perché? Perché reagire ad una cosa che non è sbagliata, ma bensì soggettiva?
    La reazione di qualunque uomo indica che abbiamo un’innata presenza di queste leggi.
    Un esempio molto forte è la reazione che il popolo americano ebbe nei confronti delle torri gemelle. Tutti erano disperati. Qualche relativista potrebbe dire che gli arabi erano felici, ma lo sarebbero stati veramente se due aeri si fossero scontrati contro due dei loro grattacieli?


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    00 12/4/2015 11:42 PM

    Obiezioni alla moralità oggettiva: L’obiezione sociobiologica alla nostra esperienza morale
    Detto questo, qual è l’unica carta rimasta per confutare questa prova? E’ dare un motivo per non credere che la nostra esperienza morale sia affidabile. Alcuni relativisti infatti sostengono che l’origine sociobiologica della moralità dimostri l’infondatezza della nostra esperienza morale. Secondo queste persone infatti le credenze morali provengono dal condizionamento sociale ed il processo evoluzionistico che abbiamo subito.
    Risposta alla obiezione sociobiologica alla nostra esperienza morale
    Chiaramente questa argomentazione non fa nulla per screditare la seconda premessa, ovvero il fatto che leggi morali esistano. Infatti la verità di una credenza non dipende da come la si sia venuta a credere. Avremmo potuto arrivare e conoscere le leggi della moralità aprendo dei cioccolatini con la cartina contenete una frase sulla moralità, e nulla toglie che quelle frasi possano essere potenzialmente vere. La verità di una cosa non dipende da come la si sia venuta a conoscere. L’obiezione sociobiologica al massimo prova che la nostra percezione e comprensione dei valori e dei doveri morali oggettivi e quindi trascendentali sia cambiata. Ma se le leggi morali sono gradualmente scoperte e non inventate, allora la nostra percezione graduale e fallace di quei valori non scredita nè più e nè meno di quanto i nostri sensi screditino la realtà fisica del mondo fisico.
    Chi avanza questa obiezione commette una “fallacia genetica”. Questo è il termine appropriato per identificare tutti quei ragionamenti erronei dovuti al fatto che si creda che l’origine di un’idea identifichi la verità di quell’idea. Per esempio: “L’unico motivo per il quale una persona crede che la democrazia sia corretta è perché tale persona è cresciuta in uno stato democratico”, quindi la sua opinione sulla democrazia è falsa. Ma come tutti possiamo capire la non razionalità del motivo per il quale si viene a credere in una cosa non influisce sulla razionalità della cosa in questione.
    Quindi, al massimo l’obiezione sociobiologica, scredita la nostra giustificazione per credere che le leggi morali siano vere, ma non la loro veridicità. Se le nostre leggi morali provenissero dall’aver letto delle frasi sul fondo di una scatola di cereali, queste frasi, potrebbero essere vere come potrebbero essere false, ma nel caso fossero vere non avremmo una giustificazione per credere a tale leggi.
    Quindi, riformulando l’obiezione, si potrebbe dire che le nostre credenze morali sono inaffidabili (e non false a priori) perché modellate da processi evolutivi, infatti non possiamo porre confidenza in un processo che non punta alla verità, ma solamente alla sopravvivenza. La nostra moralità sarebbe quindi selezionata in base alla sua capacità di far sopravvivere e riprodurre un organismo, e non in base alla sua verità. Quindi non potremmo sapere se siano vere o false.
    Ma è veramente così? Ci sono due errori logici in questa obiezione riformulata:
    1) Primo, assume che l’ateismo sia vero. Se non ci fosse Dio, di conseguenza ciò che crediamo sia morale sarebbe selezionato da processi evolutivi solamente per la loro influenza sulla sopravvivenza, e non per la loro veridicità. Abbiamo infatti ribadito questo concetto nella difesa della prima premessa. Se Dio non esistesse allora la causa socio-biologica sarebbe vera, e ciò che crediamo morale sarebbe semplicemente un’illusione. Ma è ovvio che questo non è motivo per credere che la causa socio-biologica sia vera. D’altro canto se Dio esiste, allora è altamente probabile che Lui voglia che noi abbiamo credenze morali fondamentalmente corrette e allora o guiderebbe il processo evolutivo a produrre tali credenze o ce le infonderebbe dentro ognuno di noi (Romani 2:15 Bibbia). Andando oltre l’assunzione che l’ateismo sia vero, non abbiamo alcuna ragione per negare ciò che la nostra esperienza morale ci dice. Abbiamo invece ragione per credere che le leggi morali siano vere.
    2) Secondo, l’obiezione è auto-contraddittoria. Assunta la veridicità del naturalismo, tutte le nostre credenze, non solo le leggi morali, sarebbero un prodotto dell’evoluzione e di condizionamento sociale. Dunque la visione evoluzionistica porta allo scetticismo riguardo alla conoscenza in generale. Ma questo è auto-contraddittorio poiché poi dovremmo essere scettici della stessa visione evoluzionista (inclusa l’interpretazione evoluzionistica della moralità), poiché anche essa stessa sarebbe un prodotto dell’evoluzione e del condizionamento sociale!

    Difesa della Conclusione: Se le due premesse sono vere, lo è anche la conclusione, quindi Dio esiste.
    Anche se la conclusione non deve essere difesa poiché segue logicamente dalle premesse, ci teniamo ad approfondire l’ultima parte dell’argomento.
    Quindi oltre al fatto che le premesse siano vere, ci sono altri motivi per credere che le leggi morali debbano avere come causa Dio? La risposta è sì, ma prima di capire il perché bisogna capire più a fondo che cosa sono appunto queste leggi morali.
    Le leggi morali sono:
    Prescrittive
    Un comando
    Universali
    Oggettive
    Autorevoli

    a) Le prescrizioni e comandi sono una forma di comunicazione, e la comunicazione può avvenire solo tra menti.
    b) Poiché la morale si tratta di un comando, esso deve avere uno scopo e una volontà, la fonte della morale dunque dovrà avere anch’essa uno scopo e una volontà
    c) Poiché la morale è universale e trascende l’individuo, la società, e il tempo, la fonte della moralità dovrà essere universale e trascendente
    d) Poiché la morale è autorevole, essa deve provenire da una autorità, e un’autorità può solo essere una persona (in senso filosofico non fisico/biologico)
    e) Questa Persona deve avere il potere di imporre il suo volere morale su di noi e darci un’abilità di riconoscere la Sua volontà attraverso l’intuizione, dunque è potente
    Riepilogando: La causa dell’esistenza di leggi prescrittive, che esprimono un comando, universali, oggettive e autorevoli devono provenire da una causa: a) Dotata di una mente b) dotato di volontà c) trascendente d) personale e) potente. Questa causa è Dio.

    Infatti una variante interessante ed efficace della formulazione del Moral Argument, prende in considerazione proprio quest’ultimo ragionamento, la formulazione della prova è la seguente:
    1) Ogni legge ha un suo legislatore (che sia penale, civile o trascendente e morale)
    2) Leggi morali esistono
    3) Quindi esiste anche un legislatore di queste leggi. Questo legislatore è Dio.

    Ama Dio con tutto il cuore in quanto è moralmente perfetto, poiché il nostro criterio per il quale giudichiamo qualcosa di morale dipende dalla loro verosomiglianza con la sua natura (ricordarsi esempio delle cartine dell’Italia). Questa prova ci permette di sapere, oltre al fatto che Dio esista, che questo Dio non solo è moralmente perfetto, ma che la sua natura è il criterio di bontà e i suoi comandi criterio dei doveri morali. Molti non credenti rigettano l’esistenza di una verità morale oggettiva perché ne riconoscono l’implicazione: se ci fossero verità morali oggettive che trascendono tempo, spazio e culture quale sarebbe la loro derivazione? Quale causa trascendente oggettiva potrebbe spiegare adeguatamente queste leggi? Credo che la risposta ormai sappiate darla.


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    Credente.
    00 12/4/2015 11:43 PM

    Altre obiezioni e confusioni:


    1) Moralità oggettiva vs cambiamenti di comportamento
    Molti relativisti confondono il comportamento stesso con le leggi morali: confondono che cosa “è” con che cosa “dovrebbe essere”. Che cosa fa una persona è infatti soggetto a cambiamento, ma che cosa avrebbero dovuto fare/essere no. Questa è infatti la differenza tra sociologia e moralità: la prima è descrittiva e soggetta a cambiamento, la seconda prescrittiva ed immutabile.
    Detto questo, l’obiezione consistente nel dire che la moralità non è oggettiva perché è cambiata è una obiezione erronea.
    Ho sentito dire innumerevoli volte, specialmente quando si tocca il tanto dibattuto ed importantissimo tema della concezione di sessualità e castità cattolica: la persona alla fine esce sempre con una fase simile a questa “Ma dai! Siamo nel 21° secolo! Che mentalità vecchia che hai!”, come se i comportamenti determino che cosa sia giusto e sbagliato (e buono/ cattivo).
    Prendiamo ad esempio l’omicidio per dimostrare l’assurdità di questa mentalità molto comune: ai giorni d’oggi, l’omicidio è molto più diffuso che cinquant’anni fa. Quanti relativisti oggi direbbero: “Adattati! Siamo nel 21° secolo!”

    2) Moralità oggettiva vs Percezione relativa su che cosa sia la morale
    Questa è forse l’incomprensione più comune: “Se la moralità è oggettiva, perché cambia la percezione di essa nella storia e tra le culture?” Con questa frase i relativisti vogliono dimostrare che in quanto la moralità cambia nel tempo e tra i popoli, essa non può essere trascendente, ma invece dipende dalle idee di ognuno quindi è soggettiva.
    Il problema di questa “obiezione” è che è infondata. Come dice la domanda stessa è solamente la percezione della moralità che cambia. Un esempio è quello del bambino zingaro che cresce vedendo gli altri rubare. Fino a quando non si porrà domande non capirà l’immoralità del gesto, ma, come accade spesso, crescendo egli si rende conto dell’immoralità delle sue azioni. Quando cambia la percezione per il “meglio” è come se il soggetto pian piano scoprisse veramente quel valore o quel comando. La moralità non è mai cambiata, solamente la sua percezione (che nessuno esclude possa essere influenzata da condizionamenti sociali e altro). La percezione delle leggi morali è relativa alla comprensione corretta o meno di una determinata situazione, mentre la morale è oggettiva. Gli schiavisti erano convinti di fare il bene, ma ciò non toglie che sbagliassero, indipendentemente da ciò che pensano gli altri.
    Non capire la distinzione tra percezione e leggi morali inoltre comporta a credere che esistano differenze morali enormi tra cultura e cultura, ma non è così: un esempio che certamente rende l’idea è quella della mucca indiana. Gli aderenti alla religione induista venerano le mucche, mentre noi occidentali le mangiamo. Questo, per qualche relativista, potrebbe essere un esempio di come i valori più basilari da noi percepiti sono diversi da quelli delle altre culture. La soluzione ovviamente sta nel fatto che la mucca è considerata da loro sacra non per un valore morale fondamentale, ma bensì per la loro credenza religiosa dell’incarnazione. Infatti, per loro, la mucca potrebbe possedere un’anima di un umano deceduto, ed è per questo che non le mangiano. Nel mondo occidentale noi non crediamo che le mucche possiedano anime umane e quindi le mangiamo. Detto questo cosa sembra essere una differenza morale è un accordo! Siamo infatti entrambi d’accordo sul fatto che mangiare nostra nonna sia sbagliato! In genere la percezione dei fatti può essere diversa (la mucca ha un’anima umana?) ma il valore o dovere morale no.

    3) I Dilemmi morali vs Moralità oggettiva
    Come detto prima le persone ammettono e distinguono il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, dalla reazione più che dalla loro azione. Quando una persona è vittima di un comportamento cattivo, non hanno alcun problema nel riconoscere la realtà assolutamente sbagliata di quella ingiustizia/cattiveria. Però anche se due vittime finiscono nel dissentire sulla moralità di una particolare cosa/azione, non vuol dire che la moralità sia relativa.
    Considerate il dilemma che molti professori usano per dimostrare la veridicità del relativismo morale: tre persone stanno cercando di sopravvivere su una scialuppa progettata per supportare solamente due persone; se una persona non viene gettata in mare, tutti e tre moriranno. La diversità di opinioni porta poi a pensare che non ci sia il giusto e lo sbagliato (e il buono e il cattivo)
    Ma i dilemmi morali non fanno altro che provare l’opposto: appunto che una moralità oggettiva esista! Infatti, se la moralità fosse relativa non ci sarebbe nessun dilemma. Senza una moralità non ci sarebbe un “diritto” alla vita e quindi non farebbe alcuna differenza il fatto che venga gettata la persona o che muoiano tutti e tre. Il motivo per il quale ci strappiamo i capelli per risolvere il dilemma è proprio perché conosciamo il valore della vita.
    Infatti possiamo notare come i valori ed i doveri più basici vengano universalmente accettati, ad esempio il dovere “non uccidere” è stato persino capito da Hitler, che dovette de-umanizzare la “razza” ebraica al fine di rendere giustificabile la loro uccisione. Anche i cannibali sono consapevoli del fatto che uccidere umani innocenti sia sbagliato, tanto è vero che anche loro non considerano umane le persone delle altre tribù (non escludo che poi esistano eccezioni).

    4) Moralità oggettiva vs Diverse opinioni
    Un esempio che spiega questa confusione è l’aborto. Alcuni dicono che la divergenza di opinioni è dovuta al relativismo. Ma il dibattito sull’aborto non fa che provare l’esistenza della moralità oggettiva: infatti anche le persone che dicono che l’aborto sia morale, lo dicono perché considerano un valore inderogabile la “libertà di scelta” di una madre sul suo figlio. La controversia sta quindi nel capire quale valore debba esser applicato: il diritto alla vita? Il diritto di scelta? Ma non viene messo in discussione il fatto che dei valori esistano.

    5) Fini comuni vs mezzi relativi
    Anche questo chiarimento aiuterà a capire quanto la legge morale sia accettata universalmente.
    Molti confondono il mezzo con il fine. Siamo tutti d’accordo infatti che debba esserci pace nel mondo (fine) ma questo non vuol dire che non ci possano essere credenze diverse sul mezzo con il quale raggiungere questo fine: sia i pacifisti che i militaristi ambiscono allo stesso fine.

    Amedeo Da Pra e Edoardo Da Pra


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    00 2/2/2017 1:09 PM

    La morale è innata, ora lo dice anche la scienza



    Legge morale«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me». A scriverlo fu il celebre razionalista Immanuel Kant, che mostrò quanto il suo pensiero fosse in questo caso vicino alla teologia cristiana.


    La morale è innata non è una costruzione dell’uomo, non è il costume della società ma è uguale in ognuno di noi. E’ una legge (la Chiesa parla di legge morale naturale), per l’appunto, che ogni uomo trova dentro di sé, un dono del Creatore che può usare chi ne è cosciente e chi guarda se stesso con onestà, libero da pregiudizi riduzionisti. Essa, dice il Catechismo cattolico«è iscritta e scolpita nell’anima di tutti i singoli uomini, esprime il senso morale originale che permette all’uomo di discernere, per mezzo della ragione, il bene e il male, la verità e la menzogna. Questa prescrizione dell’umana ragione, però, non è in grado di avere forza di legge, se non è la voce e l’interprete di una ragione più alta, alla quale il nostro spirito e la nostra libertà devono essere sottomessi».


    L’obiezione più antica a questa visione è che la morale sia un frutto dell’evoluzione e dunque, ultimamente, un’illusione. Posizione che oggi è stata prevalentemente abbandonata dal mondo scientifico, sostenuta soltanto dai reduci del naturalismo positivista (vedi Telmo Pievani): «secondo la pretesa naturalistica», ha spiegato Mario De Caro, celebre filosofo morale italiano, «la spiegazione biologica sarebbe in grado di dare conto delle origini evolutive della moralità e spiegare il contenuto stesso: confutazione. Le spiegazioni sono di tipo culturale non biologico. La morale non va rintracciata nel mondo animale, come ha detto infatti Darwin» (Siamo davvero liberi? Codice 2010). Per l’appunto, la tesi naturalista è stata sostituita con quella citata da De Caro: la morale è frutto di condizionamenti ambientali, culturali, sociali o religiosi.


    Eppure nemmeno questa tesi/obiezione è convincente. Lo ha spiegato e mostrato recentemente Paul Bloom, celebre psicologo dell’Università di Yale che, assieme ad altri due psicologi del laboratorio di cognizione infantile (Karen Wynn e Kiley Hamlin) hanno studiato la capacità di valutazione morale nei bimbi dai sei ai 10 mesi di età, concludendo che, già in quell’età i bambini manifestano un senso morale, una conoscenza del male e del bene, ben prima che la società/cultura abbia il tempo di “forgiarli”.


    Secondo l’equipe di Bloom, dai tre mesi di vita i bambini restano ad esempio più colpiti di fronte a scene di un comportamento ingiusto che da quelle dove tutti si comportano bene. Non sono moralmente indifferenti, ma tendono a sorridere e a battere le manine davanti a cose buone e belle, mentre tendono a fare grinze e girare la testa davanti a cose cattive o brutte. Bloom dice di poter provare che i neonati avvertono anche un forte stress quando vedono un individuo provare dolore. Secondo i tre docenti, quindi, i bambini nascono con un senso che gli permette di distinguere istintivamente il bene dal male, è qualcosa che deriva dalla stessa natura umana.


    «Non si può ridurre l’essere umano a una macchina che funziona solo secondo le leggi dell’ereditarietà biologica», ha spiegato Bloom, attaccando «l’attuale trend in psicologia e neuroscienza che sminuisce la scelta razionale a favore di motivazioni inconsce»In un articolo sull’Atlantic, Bloom ha anche attaccato i riduzionisti e i relativisti delle neuroscienze che considerano gli esseri umani come “marionette biochimiche“. «La natura deterministica dell’universo è pienamente compatibile con l’esistenza di deliberazione cosciente e del pensiero razionale con sistemi neurali che analizzano diverse opzioni, costruiscono catene logiche del ragionamento, ragionano attraverso esempi e analogie, e rispondono alle conseguenze previste delle azioni, comprese le conseguenze morali. Questi processi sono alla base di ciò che significa dire che le persone fanno delle scelte, e in questo senso, l’idea che noi siamo responsabili dei nostri destini rimane intatta».



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    00 2/2/2017 1:12 PM

    L’origine della morale:
    spiegazione scientifica e insegnamento della Chiesa

    moralePer “psicologia evoluzionista” si intende il tentativo di spiegare il nostro comportamento estendendo la teoria di Darwin sull’evoluzione delle specie alla società e alla cultura umana. Correlato ad esso c’è il tema dell’origine della moralità presente nell’uomo e, accanto ad esso, il tema del rapporto tra cervello e coscienza.

    E’ un campo davvero vasto, pesantemente viziato oltretutto da chi strumentalizza l’evoluzione biologica per fini ateistici e da chi, cogliendo una presunta pericolosità per il suo credo religioso, combatte le spiegazioni evolutive cercando di screditarne il valore. Bisogna quindi procedere con cautela evitando di cadere in uno dei due estremi.

    Senza dubbio nessuno prende davvero sul serio la spiegazione che la nostra esperienza morale -cioè la capacità di valutare il bene e il male, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato-, possa davvero essere il frutto solamente del risultato di una serie di casuali incidenti controllati dalla selezione naturale. Se davvero qualcuno ne fosse convinto, non potrebbe più ritenere affidabili i suoi giudizi morali, rendendosi impossibile la vita. In secondo luogo, come ha spiegato il filosofo della scienza Telmo Pievani«per giustificare l’utilità di meccanismi adattativi così rigidi e immutabili da essere al tempo stesso preistorici e attivi ancor oggi, l’ambiente avrebbe dovuto essere uniforme e duraturo», ed invece «abbiamo vissuto in ambienti instabili e imprevedibili, dove, più che moduli di comportamento innati e rigidi, servivano al contrario flessibilità e innovazione comportamentale». Per questo possono essere definite «imbarazzanti spiegazioni evolutive».

    Parlando più specificamente dell’origine della morale, non solo della spiegazione dei nostri comportamenti, anche in questo caso non vi è alcuna prova convincente che essa sia un prodotto dell’evoluzione biologica. Il biologo Jeff Schloss, docente presso la Westmon Academy, ha spiegato«Manca una spiegazione evolutiva pienamente adeguata della morale e non abbiamo una proposta evolutiva plausibile per le credenze morali associate ai nostri comportamenti. Ho realizzato una revisione della letteratura più recente e non riesco a trovare alcuna spiegazione coerente per le convinzioni morali o le intuizioni anche soltanto normative».

    Se è già decisamente controverso capire come dalla non-vita possa essere emersa la vita, ancora di più è comprendere come dalla non-morale possa essere emersa la morale e dalla non-coscienza la coscienza. Il celebre Charles Darwin, in “The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex” (p.19), ha ipotizzato che come diverse razze di cani o cavalli hanno sviluppato capacità diverse, così gradazioni distinte di capacità morali si sarebbero sviluppate anche tra le razze umane. Aggiungendo comunque: «Un essere morale è un essere in grado di paragonare le sue azioni e le sue motivazioni passate e future e di approvarle o disapprovarle. Non abbiamo ragioni di supporre che qualcuno degli animali inferiori abbia queste capacità» (p.88).

    Diversi evoluzionisti, come Francisco J. Ayala dell’Università della California, hanno sostenuto in modo convincente che «le norme morali sono prodotti dell’evoluzione culturale non di quella biologica, non esiste un comportamento morale negli animali» (F. Ayala, “L’evoluzione”, Jaca Book 2009, p.159). Molto interessanti, a questo proposito, anche le riflessioni di Mario De Caro, professore di filosofia morale presso l’Università Roma Tre: «secondo la pretesa naturalistica, la spiegazione biologica sarebbe in grado di dare conto delle origini evolutive della moralità e spiegare il contenuto stesso». Ma non è così, «le spiegazioni sono di tipo culturale non biologico» (in A. Lavazza, “Siamo davvero liberi?”, Codice Edizioni 2010, p.137). Tanto meno le convinzioni morali e la coscienza possono essere ridotte a epifenomeni del cervello, come spiegato dal filosofo Massimo Reichlin«La spiegazione della moralità non si può spiegare solamente con gli elementi di base del sistema neurale» (M. Reichlin, “Etica e neuroscienze”, Mondadori 2012, p.139-143). Importante il recente lavoro del neurochirurgo Massimo Gandolfini intitolato appunto: “I volti della coscienza. Il cervello è organo necessario ma non sufficiente per spiegare la coscienza” (Cantagalli 2013).

    Interessante il lungo elenco di ricerche in merito pubblicate nel volume “Esperienza religiosa e psicologia” (Elledici 2009) nel quale, oltre a confutare in modo ottimale la spiegazione di Sigmund Freud sull’origine della coscienza morale a partire dall’equilibrio dei divieti, si evidenzia come lo sviluppo morale è innatoindipendente dallo sviluppo cognitivo ed universale, tanto che Lawrence Kohlberg è riuscito a ritrovare in tutte le culture gli stessi aspetti o categorie di giudizio morale e di valutazione (confutando quindi il relativismo sociologico). L’argomento, come dicevamo, è dunque molto ampio e affascinante.

    L’unica certezza è quella di poter tranquillamente escludere una spiegazione puramente evolutiva della morale. Al massimo, come evidenzia la pubblicazione in merito della Stanford Encyclopedia of Philosophy, è possibile sostenere che siamo influenzati dalle pressioni evolutive, ma sempre mantenendo da esse indipendenza e autonomia. Non ci sono affatto spiegazioni causali convincenti non solo per l’altruismo (ad esempio verso gli estranei o, addirittura, i nostri nemici), ma neppure per i comportamenti che tuttavia sembrano più radicati nel mondo naturale, come la cura verso la prole«anche se è vero che le pressioni evolutive che favoriscono cura della prole hanno fortemente influenzato il nostro atteggiamento verso i nostri figli, non ne consegue che questa sia la spiegazione completa del perché crediamo di avere obblighi particolari di cura per i nostri figli e per il motivo per cui ci comportiamo così verso di loro. Essa può essere solo una parte della spiegazione».

    «I nostri giudizi morali e i comportamenti che ne derivano», si spiega ancora, «non possono solo essere considerati semplici upshots causali di alcune forze biologiche e psicologiche, alla pari dell’attività di cooperazione delle api o del risentimento delle scimmie cappuccine dopo ineguali ricompense a parità di lavoro». Questo perché quando l’uomo emette un giudizio esso è il frutto, non dell’istinto, ma di un ragionamento complesso e astratto: «Tutto questo complica il progetto esplicativo in relazione ai pensieri, ai sentimenti e alle azioni degli agenti razionali». Concludendo: «è plausibile che mentre molti dei nostri giudizi morali più riflessivi e motivati ​siano sotto il dominio generale dell’intelligenza, molti altri giudizi morali, meno riflessivi, sono in gran parte attribuibili a influenze evolutive».

    Secondo l’insegnamento della Chiesa«la legge naturale è iscritta e scolpita nell’anima di tutti i singoli uomini; essa infatti è la ragione umana che impone di agire bene e proibisce il peccato. […] Questa prescrizione dell’umana ragione, però, non è in grado di avere forza di legge, se non è la voce e l’interprete di una ragione più alta, alla quale il nostro spirito e la nostra libertà devono essere sottomessi. La legge naturale altro non è che la luce dell’intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce o questa legge Dio l’ha donata alla creazione». Come si evince, non c’è alcuna contraddizione tra queste verità morali e le più recenti conclusioni scientifiche.