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CREDENTI E COERENTI NELLA VIA INDICATA DA CRISTO

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    Credente.
    00 9/14/2010 8:46 AM
    La vita perfetta
    1. Tutti i cristiani, cioè i discepoli di Gesù Cristo, in qualunque
    stato e condizione si trovino, sono chiamati alla perfezione,
    perché sono chiamati al Vangelo, che è legge di perfezione.
    A tutti ugualmente il divino Maestro disse: «Siate perfetti
    come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48).

    2. La perfezione del Vangelo consiste nel pieno adempimento
    dei due comandamenti della carità: di Dio e del prossimo.
    Qui nasce il desiderio e lo sforzo che il cristiano compie per essere
    portato in Dio totalmente: con tutti i suoi affetti e con tutte
    le opere della sua vita, per quanto è possibile in questo mondo.
    Gli è stato infatti comandato: «Amerai il Signore Dio tuo con
    tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente
    » e «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22,37.39).

    3. Per ottenere questa perfezione di amore a cui il discepolo
    di Gesù Cristo deve tendere continuamente, vi sono tre
    mezzi utilissimi: la professione di un’effettiva povertà, castità e
    ubbidienza.
    Questi, però, non sono precetti per ogni cristiano, ma solo consigli
    dati dal Vangelo, adatti a rimuovere ogni ostacolo dalla
    mente, dal cuore e dalla vita del cristiano, così che possa occuparsi
    totalmente dell’amore del suo Dio e del prossimo.

    4. La professione dei tre consigli evangelici forma quella
    che viene chiamata perfezione religiosa. Questa non è di tutti i
    cristiani, ma solo dei generosi discepoli di Gesù che si spogliano
    effettivamente delle ricchezze, dei piaceri e della propria
    volontà, per essere più liberi di dare tutto il loro amore a Dio e
    al prossimo.

    5. Il religioso, cioè il cristiano che professa i tre consigli evangelici
    dell’effettiva povertà, castità e ubbidienza, deve orientare
    questi tre mezzi ad accrescere la perfezione dell'amore,
    la stessa perfezione cui sono chiamati tutti i suoi fratelli, gli altri
    cristiani.

    6. Il cristiano che aspira alla perfezione dell’amore di Dio
    senza professare i consigli evangelici (è stato dedicato all'amore
    di Dio nel santo Battesimo, e lo ha promesso a Dio) deve
    guardarsi, come dice san Tommaso, dal disprezzare tutto ciò
    che attiene alla pratica dei consigli evangelici (Summa II,II, q.
    186,2). Anzi, deve riconoscerli ottimi, e amarli. Deve desiderare
    di avere egli stesso quell’animo generoso e quell'intelligenza
    spirituale della verità che spinge l’uomo alla pratica di mezzi
    così adatti a liberare il cuore da tutte le preoccupazioni e gli intralci
    che impediscono di dirigere tutta la mente e tutta la vita
    in Dio nella carità. Chi vive nella vita comune può essere tentato
    qualche volta di non apprezzare pienamente questi consigli
    divini, perché un suggerimento segreto dell’amor proprio lo
    trattiene dal riconoscere in sé una generosità inferiore a quella
    degli altri. Invece soltanto con l’umiltà egli piacerà pienamente
    al suo Dio e completerà quanto gli manca di generosità e di
    conoscenza spirituale, perché l’umiltà lo mantiene giustamente
    in un sentire basso di sé, sapendo di avere nel regno di Dio uno
    stato molto meno nobile di quello religioso.

    7. La carità perfetta, autentica perfezione di ogni cristiano,
    poiché porta tutto l’uomo nel suo Creatore, può definirsi una
    consacrazione totale o sacrificio che l’uomo fa di se stesso a
    Dio, imitando quanto fece il suo Figlio unigenito, il nostro Redentore
    Gesù Cristo.
    Per questa consacrazione egli propone di avere come scopo ultimo
    di tutte le sue azioni solo il culto di Dio, e di non professare
    né cercare altro bene o gusto sulla terra se non in ordine al
    bene di piacere a Dio e di servirlo.

    8. Così il vero cristiano che desidera tendere alla perfezione
    a cui è chiamato, deve proporsi di seguire sempre, in tutte le
    azioni della propria vita, ciò che ritiene più gradito al suo Dio e
    che torna a sua maggior gloria e volontà.

    9. Ora, per conoscere che cosa è conforme alla volontà di
    Dio nella condotta della propria vita, egli deve avere sempre
    davanti agli occhi e sempre meditare tra sé lo spirito del suo
    divino Maestro e i suoi divini insegnamenti.

    10. Questi insegnamenti divini riguardano due punti
    focali ai quali tutto il Vangelo può essere ricondotto. Essi sono:
    A - il fine dell’agire, che il cristiano deve aver sempre presente
    per seguirlo con la semplicità della colomba; e a questo scopo
    cercherà di formarsene la più chiara e distinta idea;
    B - i mezzi con cui egli può, con la prudenza del serpente, ottenere
    il fine.

    NOTA
    Circa il fine, il cristiano deve proporsi e meditare continuamente
    tre massime fondamentali. E altre tre massime deve
    proporsi e meditare circa i mezzi. In tutto sei massime, che sono
    le seguenti:
    1. Desiderare unicamente e infinitamente di piacere a Dio,
    cioè di essere giusto.
    2. Orientare tutti i propri pensieri e le azioni all'incremento
    e alla gloria della Chiesa di Gesù Cristo.
    3. Rimanere in perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene
    per disposizione di Dio riguardo alla Chiesa di Gesù Cristo,
    lavorando per essa secondo la chiamata di Dio.
    4. Abbandonare se stesso nella Provvidenza di Dio.
    5. Riconoscere intimamente il proprio nulla.
    6. Disporre tutte le occupazioni della propria vita con uno
    spirito di intelligenza.
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    Credente.
    00 8/16/2015 2:23 PM
    Quattro cose dei cattolici che possono scandalizzare chi non crede

    "Molti cattolici non conoscono la Bibbia”, “molti cattolici usano anticoncezionali”, “la religione di molti cattolici è morta”...

    Non c'è niente di nuovo in queste e in altre critiche simili, soprattutto se hai trascorso un po' di tempo difendendo la fede cattolica in Internet o da un'altra parte.

    Ad ogni modo, mi rattristano ugualmente, almeno per una ragione importante: sono assolutamente, innegabilmente e scandalosamente vere.

    Sì, noi cattolici siamo peccatori come qualsiasi altra persona, e il nominalismo contagia qualunque religione.

    Ma possiamo fare meglio. Abbiamo la pienezza del Vangelo di Gesù Cristo e l'accesso completo alla sua grazia infinita. Dovremmo adeguarci a uno standard più elevato.

    È importante osservare che nessuno dei problemi che elenco qui sono inerenti al cattolicesimo in sé, perché derivano da cattolici che non vivono la propria fede. Ancor di più, nessuno di questi problemi è applicabile a tutti i cattolici, almeno non in modo significativo. Tutte queste cose, tuttavia, sono applicabili a un numero di cattolici sufficiente a provocare scandalo nei non cattolici, dando loro facili ragioni per non prendere sul serio il cattolicesimo.

    Non pretendo di non essere parte del problema. Lo sono. Ma mi piacerebbe anche essere parte della soluzione. Per questo, ecco quattro cose che purtroppo noi cattolici facciamo e che scandalizzano a ragione i non cattolici, e che dobbiamo migliorare per offrire il Vangelo al mondo in modo più idoneo.

    1. Non parlare abbastanza di Gesù
    Viene rappresentato sulla croce al centro della maggior parte delle chiese cattoliche, è il suo Vangelo che siamo incaricati di portare fino ai confini della terra ed è misteriosamente presente sull'altare ad ogni Messa. Gesù è assolutamente al centro della fede cattolica, inizio e fine di tutto.

    Almeno si suppone che lo sia.

    Questo problema è enorme e può essere esagerato. Anche tra i fedeli cattolici, a volte sembra che possiamo passare molto tempo parlando della Chiesa, del clero, del papa, della Messa, degli insegnamenti morali, dei sacramenti, di Maria e dei santi – tutte cose importanti –, ma menzionare difficilmente Gesù.

    Lo ammetto: i cristiani evangelici a volte segnano un punto a loro favore quando dicono che tutte queste cose possono essere una distrazione. E hanno ragione a scandalizzarsi di questo.

    Ovviamente la soluzione non è l'altro estremo, stabilendo una sorta di minimalismo, ma avere un ordine appropriato delle cose. I cattolici devono seguire l'insegnamento della loro Chiesa e mettere Gesù al di sopra di tutto, perché Egli è Dio incarnato e l'unico che può salvarci. Tutto il resto esiste solo per aiutare ad avvicinarci a Lui e deve essere considerato come tale.

    2. Non conoscere le Scritture
    “L'ignoranza delle Scritture è l'ignoranza di Cristo”.

    Non è la citazione di un predicatore fondamentalista della Bibbia, ma del santo e dottore della Chiesa del IV secolo Girolamo. È citato anche nella Dei Verbum, la Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione promulgata dal Concilio Vaticano II nel 1965.

    Sembra che molti cattolici siano ignoranti su Cristo.

    La Chiesa cattolica è d'accordo con i nostri fratelli e le nostre sorelle protestanti sul fatto che la Bibbia è la Parola di Dio ispirata e inappellabile in tutto ciò che afferma.

    È la via principale mediante la quale impariamo cose su Cristo e sul cammino di salvezza.

    Noi cattolici abbiamo la Bibbia e siamo incoraggiati a conoscerla, ma la maggior parte di noi non la conosce.

    3. Dissentire dall'insegnamento della Chiesa
    Può sembrare contraddittorio, ma si riferisce in particolare a quegli insegnamenti con cui altri cristiani o non cristiani non sono d'accordo.

    Perché dovrebbero prendere sul serio l'insegnamento cattolico quando sembra che non lo facciano neanche i cattolici stessi?

    Pur essendo un laico, offro umilmente questo pensiero, visto che molti protestanti me l'hanno espresso: è difficile per alcuni non cattolici prendere sul serio la presunta autorità dei vescovi (un aspetto essenziale del cattolicesimo) quando sembra che essi permettano una grande discrepanza.

    Quando parlo con i miei amici evangelici della fede, posso indicare tutta la confusione e disunione che la sola scriptura provoca nei protestanti e poi mostrare che il magistero cattolico offre la soluzione – almeno in via di principio. Si ha l'impressione che i nostri vescovi permettano spesso grande disaccordo, confusione e disunione su temi importanti, mentre i protestanti hanno la sola scriptura. Perché, dicono, un vescovo è buono se in realtà non protegge la fede e mantiene un'apparenza di ordine? Questo può facilmente far sì che i protestanti accantonino la necessità del Magisterium, affermando che ciò che hanno i cattolici non è migliore di quello che hanno loro.

    4. Non vivere l'insegnamento della Chiesa
    Questo aspetto è simile al numero tre, e si riduce a questo: nessuno è attratto dall'ipocrisia.

    Questo messaggio non ha grande importanza, ma noi cattolici possiamo sempre usare questo promemoria. Sì, tutti pecchiamo e nessuno è perfetto, non importa quale religione professi. Ma ci stiamo almeno provando? La nostra fede fa qualche differenza?

    È un eufemismo dire che la Chiesa ha atteggiamenti morali controculturali, ma la sua testimonianza si riduce enormemente quando sembra che noi cattolici non cerchiamo di viverli. Non ispira i non cattolici a elevarsi all'eroica virtù richiesta dagli insegnamenti della Chiesa il fatto che i cattolici non sembrino neanche provarci.

    Abbiamo bisogno di una riforma
    Non è mia intenzione far sì che la gente resti solo nella Chiesa in sé. La Chiesa è la Chiesa di Cristo, indipendentemente dalla fedeltà (o mancanza di essa) dei suoi membri in un determinato momento. Ed esistono fedeli cattolici che stanno facendo cose meravigliose.

    Ma abbiamo bisogno di una riforma. Non uno scisma, ma una vera riforma, allo stile di quella modellata dai santi, in cui possiamo rinnovare la nostra dedizione alla fede cattolica. È allora che possiamo, in modo efficace, rispettare il comandamento di Cristo, e il primo proposito dell'esistenza della Chiesa: portare il Vangelo della salvezza al mondo intero.
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    Credente.
    00 8/16/2015 2:50 PM
    ragazza con cartello libertà di espressione

    Non combattere un male è rendersi corresponsabili



    Non è giusta la litigiosità all’interno dell’ambiente cattolico perché è in contraddizione con il messaggio di Gesù che ha pregato perché tutti siano uno come Egli nel Padre e il Padre in Lui, e ha indicato nella misericordia ciò che ci fa simili al Padre, addirittura “perfetti” (Mt,5). Queste motivazioni non sono applicabili all’aperta critica che i cristiani hanno il dovere di esercitare verso la cultura dominante sentimental-pagana. Si dice giustamente che non bisogna “alzare la voce”, che bisogna essere convincenti verso chi non crede, e non solo per chi già crede: il che è vero quando si discorre sul piano culturale. Ma quando si è sul piano politico, di formulazioni di leggi che hanno incidenza sui costumi di vita, il discorso cambia. Se i cattolici restano zitti e cortesi la società diventerà selvaggia più della giungla più nera. Quanti cattolici hanno votato a favore del divorzio perché non si può imporre l’indissolubilità a tutti? Una delicatezza fuori luogo che ha portato ad una svalutazione del matrimonio e ha aperto la strada all’aborto e al resto. Ora c’è chi vuole imporre ai minori teorie “gender” fin dalle scuole primarie. I genitori, cristiani o no, devono protestare perché a loro compete questo aspetto formativo. In materia di educazione, di vita, di famiglia, di libertà di religione occorre reagire politicamente perché non siamo in un salotto ma stiamo determinando le condizioni di vita dei nostri figli. Occorre pregare, parlar chiaro e agire con efficacia.

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    Credente.
    00 4/25/2016 8:52 AM

    QUANDO TACERE  E' UN ATTO DI CARITA'

    In mezzo alle controversie che circondano la recente esortazione apostolica di papa Francesco, Amoris Laetitia, una sezione straordinaria è stata quasi completamente trascurata. Nel capitolo 4, “L’amore nel matrimonio”, il Santo Padre offre una toccante esegesi di un brano che viene letto spesso nei matrimoni: l’inno alla carità di San Paolo, tratto dalla seconda Lettera ai Corinzi.

    Il testo trascende il matrimonio, è la misericordia in azione. L’amore che San Paolo celebra come la virtù più grande e più duratura dev’essere lo standard per ogni rapporto umano. È per questo che le riflessioni di papa Francesco (nei paragrafi 112-113 della Amoris Laetitia) sulla frase “la carità tutto scusa” mi hanno conquistato.

    In primo luogo si afferma che “tutto scusa” (panta stegei). Si differenzia da “non tiene conto del male”, perché questo termine ha a che vedere con l’uso della lingua; può significare “mantenere il silenzio” circa il negativo che può esserci nell’altra persona. (…) Nel difendere la legge divina non bisogna mai dimenticare questa esigenza dell’amore(112).

    Non si tratta, allora, di una bella cosa opzionale da mettere in pratica, ma di un’esigenza specifica dell’amore: “Tieni a freno la lingua”. Ben più spesso di quanto mi piaccia ammettere, il gesto misericordioso, il gesto amorevole da compiere è rimanere in silenzio.

    Non è una nozione nuova. La Lettera di Giacomo non risparmia colpi sul potere distruttivo del discorso non misericordioso tra i primi cristiani.

    Così anche la lingua: è un piccolo membro e può vantarsi di grandi cose. Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta può incendiare! Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle nostre membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dalla Geenna (Giacomo 3, 5-6)

    Oggi modificheremmo la descrizione di Giacomo includendo anche le cose scritte al computer o sui dispositivi elettronici, ugualmente suscettibili all’incendio infernale e ugualmente capaci di infiammare di malizia la vita.

    Ecco allora solo alcune delle tante situazioni in cui devo praticare la misericordia tenendo a freno la lingua – ed espiando per le volte in cui non l’ho fatto.

    • Quando devo avere l’ultima parola. Che sia una discussione con un familiare per stabilire di chi sia un certo compito o chi lo abbia iniziato o una discussione politica on-line, so raramente quando fermarmi, ma nell’amore e nella misericordia non si tiene il punteggio (o dove saremmo mai noi peccatori?) Nessuno di noi ha ragione il 100% delle volte, e raramente le cose di cui discutiamo sono importanti anche al 10%. C’è un motivo per cui diciamo che certe persone sanno perdere – perché mostrano la grazia con il modo in cui mantengono la propria pace.
    • Quando mi lascio catturare da un pettegolezzo piccante. Papa Francesco definisce il fremito del pettegolezzo, soprattutto su qualcuno che non ci piace, “gioia oscura”. Confesso che mi tenta ancor più della cioccolata fondente, ma parlare male degli altri è gettare un fiammifero su una collina arida per la siccità. San Filippo Neri consigliò a una donna incline al pettegolezzo di spennare una gallina e poi di riprendere tutte le penne che aveva sparso per la strada, mostrandole come fosse difficile riparare alle maldicenze gettate in mezzo alla gente. Tenere a freno la mia lingua spesso significa rifiutarsi attivamente di ascoltare o di leggere pettegolezzi.
    • Quando penso di essere acuta. Sono cresciuta nella tipica famiglia irlandese in cui il sarcasmo era il presunto linguaggio dell’amore. Ci si aspettava che ci indurissimo di fronte alle provocazioni. La mia arguzia ha una punta acida che ha fatto pagare il suo scotto nei rapporti. InMolto rumore per nulla di Shakespeare, ai personaggi l’arguzia costa cara. “O Dio messere”, dice Benedick su Beatrice, “ecco una pietanza che non mi piace: io non posso sopportare Madonna Lingua”. Può essere troppo tardi per non essere quel piatto, ma posso lavorare sul rifiutarmi di servirlo su base quotidiana.
    • Quando cerco di essere d’aiuto! È una trappola in cui cadono molti di noi, cercando di far fronte al silenzio, alla tristezza o alle necessità altrui con un fiume di consigli non richiesti. In quasi ogni situazione di questo tipo, la risposta misericordiosa e che aiuta davvero è un silenzio ricettivo, una presenza che ascolta. Troppo spesso, invece, reagisco con link a siti web medici, psicanalisi amatoriale o (cosa peggiore di tutte) aneddoti su come la mia esperienza sia stata ben peggiore. Ciascuna di queste risposte non rispetta la persona che dico di aiutare. Ho bisogno di un promemoria – forse da mettere sulla scrivania – che mi dica di stare zitta e pregare.

    In questo Anno Giubilare, e anche dopo, cercherò di tenere a freno la lingua, tacendo per misericordia. Pregherai per me? Sì, tu. Proprio ora.





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    Credente.
    00 4/25/2016 9:03 AM

    Le volevo chiedere che cosa sia la carità e come si attivi


    Quesito


    La saluto.
    Volevo chiedere un’informazione sulla carità.
    Che cosa bisogna fare per metterla in pratica, e come si definisce? 
    Poi, la carità attiva verso il prossimo, in quali modi si opera?
    La saluto, augurandole piena felicità.
    Stefano


    Risposta 

    Caro Stefano,
    1. parlando di carità, molto spesso si cade in un equivoco. Si pensa che la carità consista nel fare del bene o l’elemosina.
    Il concetto di carità invece è infinitamente più ricco.

    2. Secondo la Sacra Scrittura la carità indica il modo proprio di amare di Dio.
    Proprio perché è un amore infinitamente più alto e più santo di quello dell’uomo, a questo amore si è dato un nome nuovo. Lo si chiama carità.

    3. Poiché però Dio ha voluto donare agli uomini questa sua maniera divina di amare infondendola nei cuori di chi lo accoglie, la carità, oltre ad indicare il modo proprio di amare di Dio, indica anche il modo proprio di amare di coloro che hanno ricevuto questo dono da parte di Dio.
    Che Dio ci abbia donato il suo modo di amare è chiaro dalla Sacra Scrittura: “l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). E anche: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché la carità è da Dio: chiunque ha la carità è generato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7).

    4. Ecco pertanto una la bella definizione della carità, così come l’ha presentata un grande biblista del nostro tempo, il domenicano C. Spicq: “La carità indica il modo di amare tipico di Dio, e il modo di amare di coloro che sono stati gratificati di questo dono da parte di Dio”.

    5. Per conoscere come sia fatta la carità bisognerebbe guardare come è fatto l’amore di Dio.
    Dalla sacra Scrittura emerge che l’amore di Dio ha queste quattro caratteristiche: 
    Primo, è un amore di predilezionepreferenziale. Dio governa ciascuno di noi come fosse il preferito.
    Secondo, diversamente dall’amore umano spesso basato sul sentimento e l’attrazione, la carità è un amore di libera scelta. Dio ci ama anche se non abbiamo nulla di affascinante.
    Terzo, è un amore che non si contenta di essere nel cuore, ma è un amore che tende ad esprimersi con parole e azioniconvenienti. 
    Quarto, trattandosi di un amore divino che proviene dal cielo (Rm 5,5), è accompagnato da un sentimento gioioso, che quasi pregusta la beatitudine.

    6. Queste quattro caratteristiche dovrebbero essere presenti sempre in ognuno di noi, che ha ricevuto il dono della carità, il dono di amare col cuore di Dio, col cuore di Cristo.

    7. Circa la seconda domanda (come si attivi di fatto la carità) va detto che si esprime secondo le necessità del prossimo, ma sapendo che il bene più grande che possiamo dargli è Dio.
    Sarà necessario dargli anzitutto ciò che gli permette di stare in piedi e vivere una vita dignitosa: il pane materiale. Ma il nostro amore non si arresta qui, proprio perché amiamo il prossimo col cuore di Dio.
    Proprio per questo San Tommaso dice: “Il prossimo viene amato d’amore di carità per il fatto che in lui vive Dio e perché in lui viva Dio. Di conseguenza è chiaro che con lo stesso abito di carità amiamo Dio e il prossimo. Però se amassimo il prossimo per se stesso e non per amore di Dio, il nostro amore apparterrebbe a un altro ordine: per esempio all’amore naturale o politico (e non sarebbe amore di carità)” (Quaest. disp. de caritate, a. 4).

    Forse per la seconda risposta desideravi qualcosa di più pratico: ma il principio che ti ho espresso è sufficiente a illuminare e a dirigere i nostri rapporti col prossimo.
    Ti saluto, ti ricordo al Signore e ti benedico.
    Padre Angelo


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    Credente.
    00 10/20/2017 2:01 PM
    La fede in Dio non è un fatto che si impone universalmente e obbligatoriamente. Di fatto esistono credenti e non credenti e i loro rapporti non sempre sono improntati a rispetto e ad amore vicendevole.
    Molti credenti pensano che ogni persona onesta può conoscere Dio senza esitazione e difficoltà e concludono dicendo che gli atei sono o degli stupidi o dei disonesti. A favore della loro affermazione citano la parola di Dio e il magistero della Chiesa. "In realtà l’ira si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa" (Rm 1,18-21). "Il sacro concilio professa che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della umana ragione dalle cose create" (DV 6).

    Ma bisogna fare i conti con la mediocrità dei credenti e dei cristiani in particolare: i credenti e le loro chiese presentano spesso un volto di Dio deformato e inaccettabile. Lo dice il magistero della Chiesa: "Senza dubbio, coloro che volontariamente cercano di tenere lontano Dio dal proprio cuore e di evitare i problemi religiosi, non seguendo l’imperativo della loro coscienza, non sono esenti da colpa; tuttavia in questo campo, anche i credenti spesso hanno una certa responsabilità. Infatti l’ateismo deriva da cause diverse e tra queste va annoverata anche una reazione critica contro le religioni e, in alcune regioni, proprio anzitutto contro la religione cristiana.
    Per questo nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti, in quanto per aver trascurato di educare la propria fede, e per una presentazione fallace della dottrina, o anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione" (Gs 19).