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VITA E MORTE SECONDO CHI CREDE E CHI NON CREDE

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    00 5/23/2015 3:57 PM

    Woody Allen: «non credo a Dio,
    devo distrarmi per non disperare»

    Woody AllenE’ disarmante l’onestà del celebre regista Woody Allen, ben capace di trasmettere nei suoi film il cinismo nichilista che lo contraddistingue da tempo.

    Spesso al centro mediatico anche per la sua vita privata, nel 1992 la donna con cui aveva una relazione, Mia Farrow, affermò che la piccola figlia Dylan le raccontò di essere stata vittima di unabuso sessuale da parte di Allen. Poco tempo dopo la donna trovò delle fotografie pornografiche della figlia Soon-Yi scattate da Allen, il quale ammise di avere una relazione con la figliastra. Effettivamente nel 1997 Allen sposò la figliastra 19enne. L’anno scorso Dylan, 28 anni, ha ribadito le accuse di violenza sessuale da parte del padre.

    In una recente intervista, ne avevamo parlato, il regista aveva affermato«Riesco a sopravvivere distraendomi. È una via di fuga, lo so, ma funziona. È il mio modo di illudermi e tenermi occupato per non cadere nella disperazione di fronte al lato più oscuro delle cose. Posso correre sul mio tapis roulant ogni mattina e mangiare cibi sani, ma alla fine la morte verrà a prendermi».

    Pochi giorni fa ha ribadito il suo pensiero spiegando di concepire l’uomo come un essere «fragile e incapace di accettare la realtà, la morte, il non senso della vita, il nulla che inghiottirà lui, il mondo, il sole, l’universo… Shakespeare, Michelangelo, Beethoven… Tutto destinato a sparire. E allora, per cercare di andare avanti l’uomo si inventa delle illusioni, la religione, la politica, la speranza che, in cielo o in terra, ci sarà un Paradiso. Idee che nulla hanno a che vedere con la ragione, ma che talvolta servono. Non a caso la maggior parte dei sopravvissuti ai campi di sterminio erano comunisti convinti oppure cattolici. Anche se non ha fondamento, la fede aiuta a campare». Lui invece, che di fede non ne ha, è costretto a distrarsi continuamente dall’urgenza della vita: «Fare film è la mia distrazione meravigliosa. Sul set sono io a decidere storie, amori, vita e morte. E quando non giro vado al cinema. Un’ora e mezza con Fred Astaire allontana l’incubo delle malattie, dell’ospizio, della fine».

    E’ apprezzabile l’onestà di Allen che non inventa una illusoria noncuranza delle domande esistenziali, dello stringere del destino, del senso religioso che richiama costantemente l’uomo a fare i conti con il significato dell’esistenza. Ha anche ragione quando sostiene che se l’uomo si affida alla religione o al Paradiso come via di fuga dalla crudeltà della vita sta vivendo un’illusione che nulla a che vedere con la ragione. Tuttavia non si è accorto che definendo irrazionale questo tentativo di scappare dalla realtà è finito con ammettere l’irrazionalità della sua stessa fuga quando si rifugia nell’arte del cinema.

    L’accusa di credere in Dio per scongiurare la morte deriva dal pensiero di Freud e Feuerbach ma, come ha ben spiegato il gesuita e psicologo Giovanni Cucci nel libro Esperienza religiosa e psicologia (Elledici 2009), «non è così, altrimenti l’uomo potrebbe sempre condurre le cose a suo piacimento e la crisi non lo toccherebbe mai: esiste invece l’esperienza dell’aridità, la richiesta a Dio di venire, di farsi conoscere, l’attesa per la sua rivelazione» (p. 252). Oltretutto, come abbiamo già detto più volte, tale accusa cade nell’errore di scambiare la causa con uno degli effetti: la fede nel Dio cristiano nasce grazie alla Sua rivelazione all’uomo che ha reso la vita piena di senso, “qui e ora”.  Se poi la fede aiuta anche a vivere meglio il momento della morte grazie alla speranza dell’Aldilà questo è un effetto secondario, non certo la causa della sua origine. Anche l’essere più caritatevoli e attenti ai bisognosi rispetto a prima è solitamente una caratteristica di chi si converte al cristianesimo, ma nessuno giustamente afferma che l’occuparsi dei poveri è la causa dell’origine della fede. Le conseguenze non vanno confuse con la causa e viceversa.

    La letizia del cuore di chi ha incontrato Cristo non è un’illusione, permette davvero di affrontare la vita nella sua interezza senza doversi rifugiare nel cinema, nella droga e in altri idoli e surrogati di Dio, che non mantengono la promessa di distrarci davvero dal nostro io. Anche noi possiamo invitare Allen a “venire a vedere” in prima persona, così come Gesù disse ai primi due discepoli. Questo è il metodo cristiano: invitare gli altri a sperimentare e coinvolgersi in prima persona«Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì, dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”» (Gv 1,36-39).


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    00 7/12/2018 5:09 PM

    Nuovo studio:
    se è l’ateismo ad essere rassicurazione di fronte alla morte…

    Risale a Epi­curo e Lucrezio, prima, e Sigmund Freud, David Hume e Bertrand Russell, poi, la “tesi del comfort”, secondo cui la fede religiosa è un’invenzione di rassicurazione, di compensazione, di scongiuro di fronte alla paura dell’ignoto e della morte. Oggi, però, uno studio ha certificato il contrario: l’oppio dei popoli sarebbe anche l’ateismo, la mancanza di fede.

    Piccola premessa: nemmeno lo stesso padre della psicanalisi credeva molto nella sua stessa interpretazione della fede, tanto che formulò a se stesso un’obiezione: «se la religione fosse davvero riuscita a rendere felice la maggioranza degli uomini, a consolarli, a riconciliarli con la vita, a nessuno verrebbe in mente di aspirare ad un mutamento dell’attuale situazione» (S. Freud, L’avvenire di un’illusione, Boringhieri 1990, p.74). Invece il cuore dell’uomo rimane inquieto, in ricerca. Ed anche il credente ha bisogno di approfondire ogni giorno il rapporto con il Padre, la sete di significato non si esaurisce con l’incontro cristiano ma, anzi, è potenziata di fronte ad una Presenza e una risposta che è già e non ancora.

    In secondo luogo, per quanto riguarda la teoria del confort sulla religione, non si mette affatto in dubbio né che l’esistenza di un limite ultimo, insuperabile, sia la grande occasione data all’uomo per riflettere di più sul mistero e sull’immeritato dono della vita, né che una fede pienamente vissuta porti a considerare anche la morte come “sorella”, come recita il Cantico delle Creature di San Francesco. Ma questo, come abbiamo già sottolineato, andrebbe visto come uno dei tanti effetti -e non, la causa– del concepire la realtà come disegno buono del Creatore. Ad esempio, spesso è stato rilevato che le persone religiose sono anche le più caritatevoli, ma nessuno sosterrebbe mai che la generosità è la causa della religione: semmai è, anch’essa, una delle conseguenze.

    Il tutto andrebbe infine rivisto alla luce di una meta-analisi, pubblicata sulla rivista Religion, Brain and Behavior, sulla relazione tra ansia da morte e credo religioso. I ricercatori hanno analizzato 100 articoli peer-review pubblicati tra il 1961 e il 2014, contenenti informazioni su circa 26.000 persone in tutto il mondo. I risultati hanno mostrato che sia le persone altamente religiose che coloro che si identificavano come atee, avevano meno paura della morte.

    Il dott. Jonathan Jong, ricercatore presso l’Institute of Cognitive and Evolutionary Anthropology della Coventry University e uno degli autori dell’indagine, ha dichiarato: «Questo complica sicuramente la vecchia visione secondo la quale le persone religiose hanno meno paura della morte rispetto alle persone non religiose. Potrebbe anche essere che l’ateismo fornisce un confortodalla morte, o che le persone che non hanno paura della morte non sono costrette a cercare la religione».

    Emerge un’altra volta l’inadeguatezza della tesi che vorrebbe ridurre la religione a mero rifugio consolatorio al problema della morte anche perché, secondo tale studio, sarebbe in buona compagnia con la non religiosità. Annullando così la tesi illuminista. Per quanto ci riguarda, è vero esattamente l’opposto: la fede è la soluzione più adeguata al problema della vita, al qui e ora, poiché l’ultimo passo della ragione è riconoscere ed ammettere che l’esistenza rimanda continuamente ad un Mistero, senza il quale la realtà stessa si consuma nella sua effimerità e non ha in sé un senso razionalmente ed umanamente all’altezza delle radicali esigenze umane di compiutezza e felicità. E questo rimane vero sia con la morte in fondo al cammino che in una ipotetica esistenza priva di limiti temporali. Il problema dell’uomo non è tanto la morte, quanto la vita.


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    Credente.
    00 2/2/2019 6:33 PM

    Un commento al “senso della morte” di chi non crede



    significato morireSenso della morte. Un commento alle parole del filosofo non credente Salvatore Natoli, per il quale il senso della morte degli atei è lasciare se stessi in eredità a chi resta. Un rispettabile pensiero che però non ha la forza di reggere ad uno sguardo più attento.


     


    Da questa avventura che è la vita, nessuno di noi ne uscirà vivo. La morte è ciò che nega tuttoquanto si è affannosamente costruito, è ciò che nega il senso, è l’assenza. Quale senso può avere questo enorme limite, se non una profonda ingiustizia che sminuisce ogni azione umana, resa inutile dalla ghigliottina di una data di scadenza che, prima o poi, la cancellerà?


     


    “Il senso della morte è lasciare traccia di sé”, dice il filosofo ateo. Ma non basta.


    E’ interessante leggere l’opinione del filosofo Salvatore Natoli, ordinario dell’Università Milano-Bicocca, un non credente “pensante”, come direbbe il card. Carlo Maria Martini. All’avvio di un tour di incontri e letture sul tema “Il morire e la morte”, ha spiegato che «il senso della morte è un darsi in eredità a chi è stato importante per noi nella vita, è fondamentale non morire soli, sapendo che la propria vita verrà ceduta, passerà, ad un altro, o ad altri, con cui si è stabilita una vera relazione durante la vita».


    E’ con profondo rispetto che ci accostiamo a queste parole, un tentativo onesto di sfidare l’insensatezza dell’esistenza. Eppure un pensiero emerge spontaneo: sapere di lasciare traccia di sé in chi rimane, forse può essere significativo per un importante filosofo come il prof. Natoli ma non a tantissimi suoi lettori che, come altre miliardi di persone, moriranno soli, senza figli, senza legami importanti, senza qualcuno che si ricordi veramente di loro. Il laico “senso della morte” risulta così poco convincente per l’uomo comune, non ha la forza di reggere, non ha ragioni valide adeguate alla realtà.


    Ma anche per i pochi “eletti” che riusciranno a lasciare se stessi in eredità a qualche persona per qualche tempo dopo la loro scomparsa, davvero le gioie, le speranze, i dolori, le fatiche, le lotte quotidiane, la sofferenza dell’esistenza possono riempirsi di un significato solo alla luce della speranza che, forse, saranno ricordate e apprezzate da qualcuno? Davvero la vita dei nostri predecessori, dei nostri nonni o genitori scomparsi, ha avuto un senso solo perché qualcosa di loro è rimasta nella nostra memoria? Almeno per un breve periodo, fino a quando il tempo non sbiadirà il ricordo.


    Molta stima per il filosofo e per chiunque si sofferma su queste riflessioni, ma il senso della vita e della morte in una prospettiva totalmente immanente è destinato a rimanere un no-senso. E’ più crudelmente realista Jean-Paul Sartre quando definisce l’esistenza una parentesi tra due nulla, una effimera scintilla tra il non c’ero e il non ci sarò, una collocazione accidentale di atomi fonda «le salde fondamenta di un’inesorabile disperazione», secondo Bertrand Russell (A Free Man’s Worship, Portland 1923).


     


    Fede e ragione, così la realtà diventa segno tangibile del Mistero.


    Se dall’immanenza si passa invece alla trascendenza, le cose cambiano in modo radicale. Il dono della fede è innanzitutto un dono alla ragione, perché ne potenzia la capacità di intercettare l’eternità che già vive nella realtà: il suo essere voluta da Qualcuno, il suo essere creata e perciò amata. La percezione che tutto è dato per me e non c’è nulla a cui io sono estraneo.


    E’ anch’essa un’illusione? No, perché la verità è che la verità cambia o, per meglio dire diversamente: è vero/reale solo ciò che cambia. Nessuna illusione riempie il cuore umano, rende felice l’esistenza, collima con il bisogno di significato che ci abita da sempre, abbandona alla serenità e alla positività, diviene ragionevole certezza su cui costruire il proprio cammino. Di un’illusione non si può fare esperienza tangibile e innegabile come invece i cristiani fanno, quando non riducono la fede ad uno sforzo mentale ma incontrano il Mistero nei volti di coloro che Dio ha chiamato come testimoni. La fede non è illusione perché non è il prodotto dalle nostre esperienze interiori ma è un evento che ci viene incontro dal di fuori, e fa sperimentare ogni giorno che la realtà è segno che rimanda ad un Altro.


    Solo vivendo consapevolmente la compagnia cristiana si fa esperienza, qui e ora, della presenza fisica di Dio, solo attraverso lo sguardo e il comportamento che Egli suscita in coloro che ci sono stati messi accanto nel cammino che si conosce chi è Cristo. «Dio è il presupposto fondamentale di ogni realismo», scriveva Ratzinger (Introduzione al cristianesimo, p.12) ed il teologo belga Ignace de la Potterie insegnava che quella cristiana non è affatto una fede cieca, ma un’intelligenza dei segni che sa comprendere la verità profonda dei fatti che accadono e sa conoscere la verità tramite i testimoni credibili. Così, «è naturale per l’uomo scoprire la verità intellegibile a partire da fenomeni sensibili» (Tommaso D’Aquino).


     


    La vita e la morte hanno un significato convincente solo in una prospettiva trascendente.


    Sull’esperienza tangibile di una Presenza nell’oggi l’esistenza acquista un significato eterno, che oltrepassa l’ostacolo della morte. Questa non sarà più l’ultima parola, ogni episodio accadutoci vive già una prospettiva di eternità, ogni relazione ed ogni fatica umana si appoggia sulla certezza del senso, non del dubbio o dell'”inesorabile disperazione”. E, sopratutto, è alla portata di chiunque, anche di chi muore solo, dimenticato e sconosciuto, senza nessuno a cui “lasciare in eredità se stessi”, secondo le parole citate inizialmente del filosofo Salvatore Natoli. Anche questo individuo, dimenticato da tutti già quando è in vita, vive una morte colma di senso perché abbracciata dall’Eterno.


    Dalla risposta alla domanda sulla realtà di Dio dipende l’intera vita umana, se rispondiamo positivamente il “senso del mondo” (e della morte) potrà dirsi fondato, ma andrà cercato fuori da esso. Se non rispondiamo, l’incertezza ci dominerà e il dubbio sarà l’unica compagnia. Se invece rispondiamo negativamente, si sarà costretti a precostituirsi un alibi per giustificare la nostra presenza nel cosmo. «E a questo scopo non sarà certo sufficiente il puro caso, che può forse risultare una spiegazione accettata dalla scienza, ma mai una ragione per vivere e morire serenamente» (R. Timossi, Prove logiche dell’esistenza di Dio, Marietti 2005, p. 20).

    fonte : UCCR


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    Credente.
    00 12/10/2019 9:54 PM

    «L’universo è privo di significato, procreare è una crudeltà»(?)




    «Se il Cristo non è risorto», ha scritto Ludwig Wittgenstein, «si è putrefatto nella tomba come ogni uomo. Allora è un maestro, come chiunque altro, e non può più essere d’aiuto: e noi siamo di nuovo in esilio, soli. Siamo, per così dire, in un inferno dove possiamo soltanto sognare, separati dal cielo come da un soffitto» (Pensieri diversi, Adelphi 1980, p. 68).


    E se questa è la condizione in cui siamo chiamati a vivere, per quale sadico motivo dovremmo buttare in questa tragica esistenza un figlio? Troviamo lucidamente coerente, nella sua disperazione, il filosofo vegano David Benatar, direttore del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Città del Capo (Sudafrica) e uno dei principali sostenitori del movimento denatalista (o anti-natalista): «essere nati non è sempre un danno, ma è sempre un danno molto serio», ha affermato nel suo libro Better Never to Have Been: The Harm of Coming Into Existence (Oxford University Press 2008).


    «La vita è una processione di “frustrazioni e irritazioni”», afferma. «Stare nel traffico, in fila, compilare moduli, avere sempre fame o sete, o dobbiamo andare in bagno, spesso sperimentiamo “disagio termico” o siamo stanchi e incapaci di fare il riposino. Soffriamo di pruriti, allergie e raffreddori, dolori mestruali o vampate di calore. Coloro che amano il proprio lavoro possono avere aspirazioni professionali che rimangono insoddisfatte. Le persone vogliono essere guardate, sentirsi più giovani, eppure invecchiano senza sosta. Hanno grandi speranze per i loro figli, che puntualmente si dimostrano una delusione, in un modo o nell’altro. Quando quelli vicini a noi soffrono, soffriamo a nostra volta. Quando muoiono, qualcosa muore dentro di noi». E uccidersi, conclude, è ancora peggio che vivere.


    Le persone a volte si chiedono se la vita vale la pena di essere vissuta. Benatar pensa che sia meglio fare domande secondarie: vale la pena continuare a vivere? Sì, perché la morte è cattiva. Vale la pena iniziare la vita? Assolutamente no. «Non dovremmo introdurre nel mondo nuovi esseri senzienti». Il mondo è un inferno e concorda con il Buddha, per il quale l’esistenza è l’unica causa della vecchiaia e della morte: se l’uomo si rendesse conto di questo, smetterebbe immediatamente di procreare. «Ogni coppia può decidere di non avere un figlio: un’enorme quantità di sofferenza evitata. Avere un figlio è abbastanza orribile, vista la situazione in cui si troverà ad essere». La vita è come un’opera teatrale che non vedevi l’ora di vedere, secondo la sua analogia. Hai comprato il biglietto e hai partecipato allo spettacolo, che però risulta scadente. Se avessi saputo in anticipo che non era quello che pensavi, non avresti perso tempo. Le migliori esperienze nella vita compensano le cattive? No, replica Benatar, il dolore è quasi sempre peggiore della bontà del piacere (e dura più a lungo).


    Il valore della riflessione di Benatar è quello di mostrare quanto sia per nulla soddisfacente al cuore dell’uomo un significato posticcio, fintamente ottimista, contingente, dell’esistenza. Quello per cui è sufficiente essere al mondo e non nuocere agli altri, realizzare i propri sogni, essere in pace con se stessi, cercare di rendere il mondo un posto migliore, lasciare un buon ricordo di noi ai posteri. Tutte menzogne, o la vita viene vinta da un’Infinito che la abbraccia -qui e ora-, oppure “siamo di nuovo in esilio”. «Ci vorrebbe la carezza del Nazareno», disse il grande cinico Enzo Jannacci, poco prima della sua sorprendente conversione.


    Che il nichilismo coerente dell'”antinatalismo” sia necessariamente legato ad una problematica religiosa, è lo stesso Benatar a riferirlo: «la vita umana è cosmicamente priva di significato: noi esistiamo in un universo indifferente, forse persino un “multiverso”, e siamo soggetti a forze naturali cieche e prive di scopo. In assenza di significato cosmico, solo il significato “terrestre” rimane – e c’è qualcosa di circolare nel sostenere che lo scopo dell’esistenza dell’umanità è che gli umani si aiutino l’un l’altro». Che poi non si distanzia di molto dalla convinzione ateista Richard Dawkins: «L’universo che osserviamo ha precisamente le proprietà che ci aspetteremmo se, in fondo, non vi è alcun disegno, nessuno scopo, nessun male, nessun bene, nient’altro che una cieca, spietata indifferenza» (The God Delusion, Mariner Books 2008).


    Si potrebbe dire che Benatar è semplicemente un Dawkins onesto e coerente con se stesso. Forse entrambi, prima o poi, arriveranno dove è giunto Wittgenstein: «Posso rifiutare tranquillamente la soluzione cristiana al problema della vita. Tuttavia con questo non si risolve il problema della mia vita, perché io non sono né buono, né felice. Non sono redento» (Diari segreti, Laterza 2001).