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L'ORIGINE DELLA VITA

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    00 2/19/2014 9:44 PM




    L’articolo originale pubblicato su Science è intitolato “Many Paths to the Origin of Life“, su Le Scienze è stato trattato in “Lo stato dell’arte delle teorie sull’origine della vita“, dove giustamente viene colta l’occasione per fare il punto della situazione sulle attuali conoscenze riguardo l’origine della vita. Nel titolo di Science viene subito dichiarato che esistono molti percorsi per spiegare l’origne della vita, si tratta di un’affermazione che non può che colpire chi si interessa dell’argomento, ma leggiamo direttamente le parole di Le Scienze:


     


    L’origine della vita sulla Terra è ancora un mistero. E non perché si sappia troppo poco, ma perché non si riesce a decidere quale abbia effettivamente avuto luogo tra i diversi meccanismi che, secondo le ipotesi e i risultati sperimentali, sono in grado di sostenere l’emergere di composti organici, la loro autoreplicazione e infine l’integrazione in una cellula biologica del materiale genetico.


    È questa la sintesi dello stato dell’arte sulle teorie dell’origine della vita proposta da Jimmy Gollihar dell’Università del Texas a Austin e colleghi dell’Albert Einstein College of Medicine a New York, in un articolo di commento pubblicato su “Science”.


    Esistono dunque troppi “cammini” che risulterebbero tutti ugualmente soddisfacenti per sostenere l’emergere non solo l’emergere dei composti organici, come avvenuto per gli aminoacidi nell’esperimento di Miller, ma anche la loro autoreplicazione e persino l’integrazione in una cellula del materiale genetico. In realtà l’esperimento di Miller ha consentito di riprodurre in laboratorio solo degli aminoacidi a partire da sostanze di base possibilmente presenti nell’atmosfera primordiale:


     



    Ma l’esperimento di Miller – Urey riuscì a formare solo una miscela racemica di aminoacidi (cioè di aminoacidi di forma speculare di cui solo una, la L, è presente negli organismo viventi) e di alcuni altri composti organici, ma in modo troppo semplicistico si giunge alla conclusione che la questione dell’origine delle molecole necessarie alla vita è praticamente risolta:


    Ricostruita così a grandi linee la sintesi prebiotica dei composti organici, si apre però il problema di delineare un meccanismo plausibile per l’inizio dell’autoreplicazione delle molecole.


     Incredibilmente, nello stesso articolo, poche righe dopo parlando dell’ipotesi dl cosiddetto “mondo a RNA” viene negato quanto appena detto:


     In questa ricostruzione mancherebbe solo una buona disponibilità dei “mattoni elementari” da cui sintetizzare l’RNA, in particolare lo zucchero ribosio. 


    E qui s’incontrano notevoli difficoltà teoriche. Con processi prebiotici, infatti, il ribosio si può sintetizzare in quantità limitate, e la sua vita media in ambiente acquoso è estremamente breve.


     Da ciò discendono due spiegazioni alternative: il ribosio si è formato in condizioni desertiche, come quelle della superficie di Marte, oppure l’RNA primordiale faceva a meno del ribosio (era una sorta di pre-RNA).


     L’appena dichiarata ricostruzione della sintesi prebiotica cade quindi di fronte alle difficoltà che pone la ricostruzione della sintesi del ribosio indispensabile per ottenere l’RNA (acido ribonucleico). Le difficoltà di ottenere il ribosio nelle stesse condizioni della Terra primordiale ipotizzate da Miller sono talmente insormontabili da spingere gli scienziati ad ipotesi fantascientifiche come quella che il ribosio si sia formato su Marte in situazione desertica e poi sia giunto sulla Terra dove invece in condizioni umide si erano nel frattempo formati gli aminoacidi. Va detto con grande franchezza, credere in questa specie di catena di montaggio interplanetaria richiede un’attitudine del tutto irrazionale che finisce col dare ragione al titolo del libro del trio Giorgio Vallortigara, Telmo Pievani, Vittorio Girotto che si intitola appunto “Nati per credere“. Solo che a differenza di quanto sostenuto dai tre autori i veri creduloni non sono i creazionisti ma coloro che accettano come possibili questi viaggi interplanetari del ribosio che poi, arrivato con una migrazione di massa sulla Terra, si sarebbe incorporato nelle basi azotate pronte ad accoglierlo nella giusta sequenza. Al confronto i miracoli di s. Gennaro sono roba da principianti.


     


    L’alternativa rimanente sarebbe quella di un pre-RNA che faceva a meno del ribosio che poi sarebbe aggiunto in un secondo tempo. A questo punto proponiamo un gioco agli amici sostenitori di quest’ipotesi: servendosi della figura seguente provate a montare una catena di pre-RNA (ma anche DNA) senza il ribosio:



    Ma l’esperimento di Miller – Urey riuscì a formare solo una miscela racemica di aminoacidi (cioè di aminoacidi di forma speculare di cui solo una, la L, è presente negli organismo viventi) e di alcuni altri composti organici, ma in modo troppo semplicistico si giunge alla conclusione che la questione dell’origine delle molecole necessarie alla vita è praticamente risolta:


    Ricostruita così a grandi linee la sintesi prebiotica dei composti organici, si apre però il problema di delineare un meccanismo plausibile per l’inizio dell’autoreplicazione delle molecole.


    Incredibilmente, nello stesso articolo, poche righe dopo parlando dell’ipotesi dl cosiddetto “mondo a RNA” viene negato quanto appena detto:


    In questa ricostruzione mancherebbe solo una buona disponibilità dei “mattoni elementari” da cui sintetizzare l’RNA, in particolare lo zucchero ribosio.


    E qui s’incontrano notevoli difficoltà teoriche. Con processi prebiotici, infatti, il ribosio si può sintetizzare in quantità limitate, e la sua vita media in ambiente acquoso è estremamente breve.


    Da ciò discendono due spiegazioni alternative: il ribosio si è formato in condizioni desertiche, come quelle della superficie di Marte, oppure l’RNA primordiale faceva a meno del ribosio (era una sorta di pre-RNA).


    L’appena dichiarata ricostruzione della sintesi prebiotica cade quindi di fronte alle difficoltà che pone la ricostruzione della sintesi del ribosio indispensabile per ottenere l’RNA (acido ribonucleico). Le difficoltà di ottenere il ribosio nelle stesse condizioni della Terra primordiale ipotizzate da Miller sono talmente insormontabili da spingere gli scienziati ad ipotesi fantascientifiche come quella che il ribosio si sia formato su Marte in situazione desertica e poi sia giunto sulla Terra dove invece in condizioni umide si erano nel frattempo formati gli aminoacidi. Va detto con grande franchezza, credere in questa specie di catena di montaggio interplanetaria richiede un’attitudine del tutto irrazionale che finisce col dare ragione al titolo del libro del trio Giorgio Vallortigara, Telmo Pievani, Vittorio Girotto che si intitola appunto “Nati per credere“. Solo che a differenza di quanto sostenuto dai tre autori i veri creduloni non sono i creazionisti ma coloro che accettano come possibili questi viaggi interplanetari del ribosio che poi, arrivato con una migrazione di massa sulla Terra, si sarebbe incorporato nelle basi azotate pronte ad accoglierlo nella giusta sequenza. Al confronto i miracoli di s. Gennaro sono roba da principianti.


    L’alternativa rimanente sarebbe quella di un pre-RNA che faceva a meno del ribosio che poi sarebbe aggiunto in un secondo tempo. A questo punto proponiamo un gioco agli amici sostenitori di quest’ipotesi: servendosi della figura seguente provate a montare una catena di pre-RNA (ma anche DNA) senza il ribosio:



    Immagine della coevoluzione di proteine ed RNA nei ribosmomi (da PlosOne)


    L’immagine dell’evoluzione contemporanea di ribosomi e proteine pone un problema logico che ricorda quello dell’uovo e la gallina: se le proteine che interagiscono con l’RNA erano presenti casualmente nel brodo primordiale, come avrebbe potuto l’RNA incorporare poi la sequenza che le codifica per produrle?


    Ovviamente lo studio ha subito suscitato obiezioni. Così, Russell Doolittle, dell’Università della California a San Diego, ha osservato: “E’ un articolo molto coinvolgente e provocatorio di uno dei ricercatori più innovativi e produttivi nel campo dell’evoluzione delle proteine”, tuttavia, lascia perplessi “l’idea che alcune delle prime proteine siano state prodotte prima dell’evoluzione del ribosoma come sistema di produzione delle proteine”: se le proteine fossero più antiche della macchina ribosomiale che oggi produce la maggior parte di esse, in che modo “le sequenze di amminoacidi di queste prime proteine sarebbero state state ‘ricordate’ e inserite nel nuovo sistema”?


    Quello che dunque emerge da quest’analisi è il fatto che sull’origine delle prime molecole si conosce pochissimo, e che quel pochissimo risale ad ormai più di sessant’anni fa.


    Ma cosa si può dire sulle fasi successive della comparsa della vita sulla Terra? Ecco le conclusioni riportate su Le Scienze:


    In definitiva, spiega Gollihar, il merito dell’esperimento orginale di Miller è stato quello di aver individuato un percorso plausibile per l’origine della vita sulla Terra, le cui singole fasi attendono di essere chiarite con le moderne tecniche sperimentali.


    L’altro grande capitolo, quello della cellularizzazione del materiale genetico, è invece un ambito ben al di là delle speculazioni che attualmente è possibile formulare.


    E così, contrariamente a quanto detto all’inizio dell’articolo su Le Scienze, non esistono cammini diversi per spiegare la comparsa della vita sulla Terra, siamo lontanissimi dal capire come sono comparse e quali fossero le prime molecole autoreplicanti.


    E siamo lontanissimi dal poter ipotizzare cosa sia successo dopo, quando si è trattato di passare da molecole autoreplicanti alle cellule. Su questo l’accordo con le conclusioni di Gollihar non avrebbe potuto essere più totale:


    quello della cellularizzazione del materiale genetico, è invece un ambito ben al di là delle speculazioni che attualmente è possibile formulare“


    Quest’ultima frase fa onore all’onestà intellettuale di uno scienziato, una frase che però dovrebbe essere estesa a tutte le teorie attuali non solo sull’origine della vita ma anche su quella delle specie.




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    00 7/10/2014 11:41 PM




    biologia-molecolare-tumore-alla-prostata-fotoI limiti della biologia molecolare
    La ricerca scientifica si sviluppa in 3 fasi principali, analoghe a quelle che scandiscono il rapporto di un bambino con un giocattolo. Per prima cosa il bambino prende dimestichezza con l'oggetto, imparando ad usarlo in tutte le sue potenzialità. Ciò corrisponde in scienza empirica alla fase "aristotelica" di primo esame della natura, con la raccolta dei dati e la catalogazione: si osservano i fenomeni per separarli in categorie, classi e generi, al cui interno vengono raggruppati secondo il numero crescente di analogie. Si cominciano così ad intravedere regolarità in natura accanto alla varietà; schemi che si ripetono, pur nel cambiamento. La scienza chiama leggi naturali le regolarità che estrae dalle osservazioni.
    Poi interviene la seconda fase, nell'una e nell'altra attività. Il bambino curioso vuol capire come funziona il giocattolo, così lo apre rompendolo in tanti pezzi. Altrettanto fa il ricercatore analizzando il fenomeno nelle sue componenti e queste nei loro costituenti, ecc. Lo scopo di entrambi è derivare il funzionamento del sistema intero dalle proprietà degli elementi più piccoli cui possono arrivare e dalle loro relazioni. Con l'intuizione, l'uno e l'altro si creano una teoria di come funzionano le cose, che all'inizio è soltanto una congettura di come le cose potrebbero funzionare, nel giocattolo o in natura.


    C'è solo un modo che ha il bambino per sapere se ha compreso almeno in parte il funzionamento del giocattolo ed è quello di ricostruirlo ricombinando i pezzi. Allo stesso modo lo scienziato può riconoscere se la sua congettura è una teoria scientifica oppure una storia come tante solo tramite il test, che consiste nella replica sperimentalmente controllata del fenomeno (o di un fenomeno correlato al primo, quando questo non sia replicabile perché unico o remoto[ii]). Questa è la terza fase, cruciale in scienza sperimentale, ahimè dimenticata dai fantasiosi narratori che hanno una risposta facile, e soprattutto incontrollabile, per ogni problema difficile.

     

     

    imagesLe basi quantistiche della vita

    Nella Parte I ho descritto 4 fatti inspiegabili della biologia molecolare classica:
    1.l'accadere in vivo di reazioni chimiche che non si osservano in vitro;
    2.la velocità di molte reazioni biochimiche, nettamente superiore rispetto alle stesse reazioni in laboratorio;
    3.l'elevatissima efficienza di molte reazioni biochimiche, traccia diretta di fenomeni quantistici; e, più strabiliante di tutti,
    4.la presenza di codici organici, che guidano i cicli chimici nell'organizzazione funzionale a più livelli della vita.
    Questi problemi rientrano nella questione dell'attenzionalità, che nomina quella caratteristica dei sistemi viventi per cui tutte le loro più minuscole componenti – a cominciare dalle particelle subatomiche, come vedremo – utilizzano le risorse dell'ambiente in un'organizzazione coordinata di miriadi di operatori per costruire, conservare e riprodurre i sistemi. L'attenzionalità è nella scienza moderna il concetto corrispondente in filosofia classica all'anima vegetativa, com'era chiamato il principio basico della vita, condizione dell'accrescimento, della nutrizione e della riproduzione. Tutte le specie, dagli archaea all'uomo, si supportano sulle funzioni vegetative.
    L'attenzionalità rivela la presenza nella cellula, accanto al regime caotico descritto dalla statistica chimica, di un regime ordinato che può essere guidato solo da un campo fisico. Abbiamo visto anche che l'attenzionalità (e con essa la comparsa di forme esclusivamente vegetative di vita, ovvero l'abiogenesi) si potrebbero spiegare, se si riuscisse a risalire ad una struttura molecolare che derivi la sua individualità da una relazione tra due generi di processi fisico-chimici auto-organizzativi, dipendenti l'uno dall'altro. A questo punto si tratta di affiancare all'azione di smontaggio dell'organismo prodotta dalla biologia molecolare il metodo inverso della teoria quantistica dei campi (TQC), per provare a rimontare il "giocattolo". Solo così si può sperare di superare l'angustia del riduzionismo che, rimuovendo dall'analisi della materia vivente la sua complessità, abdica a spiegare la vita ed anche solo a definirla.


    Ora viene la pars construens: mi riprometto di descrivere – usando un linguaggio comprensibile ad uno studente di liceo – alcune delle più recenti ricerche di biologia e chimica integrate con la fisica quantistica, volte ad individuare i due tipi di processi intrecciati che sono all'origine dell'attenzionalità della vita. L'interdisciplinarità di biologia, chimica e fisica si basa su una concezione fisico-strutturalistica del fenomeno "vita" e le sue teorizzazioni producono predizioni sperimentalmente controllabili (corroborate, come vedremo nell'ultima Parte). Questa concezione si candida comenuovo paradigma scientifico della biologia del XXI secolo, alternativo alle speculazioni poetiche succedutesi per millenni nella storia umana. In particolare, lo strutturalismo fisico è alternativo al darwinismo, che è una superstizione storico-funzionalistica ferma al meccanicismo della (falsificata) fisica classica e costituzionalmente priva, come abbiamo visto nella Parte I, di predittività.

    Alla ricerca del campo fisico che crea l'ordine biologico
    Capita ancora d'udire in ambienti anti-evoluzionisti che l'ordine e l'auto-organizzazione del vivente siano violazioni patenti del secondo principio della termodinamica, con l'immediato corollario che la vita sarebbe un fenomeno in contrasto con le leggi della fisica o comunque ad essa sfuggente. Ciò non è vero, come ho spiegato in un articolo dedicato al rapporto tra entropia e biologia.
    Già nella materia inanimata, seppure in misura molto meno spettacolare che nell'animata, avvengono fenomeni di comparsa d'ordine in apparente opposizione alla termodinamica. Uno di questi era usato dai cercatori d'oro per filtrare il metallo prezioso dal miscuglio minerale: agitando la miscela, essi sfruttavano il campo gravitazionale per separare le particelle più pesanti, che andavano nel fondo del setaccio, da quelle più leggere, che emergevano in superficie, con l'effetto anti-entropico di riordinare i minerali del miscuglio. Mentre nei casi comuni l'agitazione d'una miscela allo stato liquido provoca il veloce raggiungimento della massima entropia perché accelera la distruzione di eventuali isole d'ordine generatesi per scarsa diffusione, nei microaggregati la stessa operazione è localmente anti-entropica in quanto esalta l'effetto ordinante della forza di gravità. Altri casi di anti-entropia locale, possibile grazie alla presenza di gradienti di energia gravitazionale, sono la formazione di vortici ordinati, i fenomeni atmosferici, l'erosione differenziale di rocce a diversa composizione di durezza, ecc. In generale, nei fenomeni inanimati ad apparizione d'ordine, è sempre l'interazione di un campo di forze ("driving field", o campo pilota) con la materia a guidare l'evoluzione anti-entropica di un sistema aperto[ii], a prezzo dell'accelerazione entropica degli altri sistemi energeticamente comunicanti col primo. Complessivamente comunque, nell'unione di tutti i sistemi comunicanti, l'entropia aumenta in continuazione. Ciò stabilisce la freccia del tempo e l'irreversibilità dei processi naturali: "Tu non puoi, o mortale esistenza, discendere due volte il medesimo fiume, né occupare due volte il medesimo stato, ma per rapido scambio di ardore ogni cosa si scinde e si aggrega, non prima né dopo ma nel medesimo tempo, si unisce e si disfa, compare e scompare" (Eraclito[iii]).
    Alcuni fenomeni eclatanti con apparizione improvvisa, per scatto di fase, di ordine stabile nella materia inanimata richiedono l'intervento di campi diversi dal gravitazionale e le spiegazioni della TQC. Per es., i cristalli. Abbassando lentamente la temperatura, a 0 °C interviene con discontinuità un cambio di stato dell'acqua: le goccioline precipitano in fiocchi di neve dalle infinite forme, geometricamente regolari, con l'esagono come tema costante (Fig. 1). Altre sostanze precipitano (ad altre temperature) in altre geometrie: cubi, prismi, romboedri, ecc. La fisica spiega la comparsa di quest'ordine con un principio: a date condizioni di temperatura e pressione, la configurazione delle particelle di ogni cristallo è quella di valore minimo dell'energia del campo elettromagneticoprodotto dal moto delle stesse particelle. Cosicché, la simmetria stabile del cristallo non è che un ordine pre-esistente nel campo elettromagnetico, il quale nella precipitazione della materia allo stato solido emerge parzialmente a livello macroscopico. Il "continuismo" – la concezione laplaciana dei piccoli passi come descrizione esaustiva dei processi naturali – è una delle tante assunzioni della meccanica classica falsificate dai fatti sperimentali.
    Altri fenomeni fisici spettacolari che nei cambi di stato (aeriforme → liquido ↔ solido, ma non solo) svelano a livello macroscopico simmetrie naturali profonde sono la superconduttività, la superfluidità, i cristalli liquidi, l'antiferromagnetismo, la ferroelettricità, ecc. In generale, l'ordine che ogni volta emerge è codificato nelle proprietà di simmetria matematica di campi fisici, rotta spontaneamente dopo l'interazione contingente[iv] con la materia e con l'ambiente. La "rottura spontanea della simmetria" è un termine tecnico allusivo al fatto che non tutte le simmetrie possedute dal campo si trasferiscono allo stato finale del sistema aperto, andando alcune perdute nel suo attualizzarsi. In questo modo, l'ordine che emerge a livello macroscopico è predetto dalla TQC come l'esito necessario del flusso energetico tra specifiche strutture atomiche soggette a campi dotati di simmetrie pre-esistenti che almeno in parte si conservano.

    Il paradigma strutturalistico della biologia del XXI secolo

    Nei precedenti due articoli ho descritto alcune questioni insolubili dalla biologia molecolare ed esaminato i risultati cui è giunta l'interdisciplinarità tra biologia, chimica e fisica quantistica, suscettibili di risolverle.

    Tra questi:

    1.l'acqua alle concentrazioni e temperature degli organismi viventi si ripartisce in due fasi, una con un moto ordinato delle molecole e l'altra con un moto caotico. Le molecole nel primo stato, oscillanti in tanti "domini di coerenza", producono un campo el

    Neettromagnetico del range efficace di una cellula;
    2.l'azione a lunga distanza del campo sul complesso delle molecole organiche spiega la velocità, la selettività e l'efficienza dei processi chimici che avvengono nella cellula;
    3.la rimodulazione della frequenza del campo operata dal feedback delle reazioni chimiche è all'origine dell'informazione direttamente eseguibile contenuta nei cicli organici. Il campo elettromagnetico dell'acqua è il driving field dell'ordine dei viventi;
    4.i vortici ordinati dei plasmi elettronici presenti nei domini di coerenza modulano finemente il campo elettromagnetico (così selezionando con precisione le reazioni chimiche) e accumulano l'energia di ionizzazione per liberare gli elettroni necessari alle reazioni redox;

    5.la dinamica coerente a più livelli del sistema complessivo dei domini può essere relata all'organizzazione gerarchica dell'organismo pluricellulare;
    6.l'intreccio sinergico tra il campo elettromagnetico e la struttura molecolare – l'entanglement tra elettrodinamica e chimica – giustifica l'attenzione vitale.
    Tenuto conto della banda di frequenza (appartenente all'infrarosso) del campo elettromagnetico prodotto dall'acqua, solo alcune molecole possono entrare nei domini di coerenza; quelle che oscillano a frequenze diverse ne vengono respinte. Il meccanismo di attrazione e di repulsione, idrofilo ed idrofobico, dipende dallo spettro delle biomolecole. Il campo può dirigere con una definizione di frazioni di micron nelle due direzioni, dentro e fuori, ogni molecola di frequenza vicina alla sua. Alle molecole più grosse l'accesso al dominio è negato: esse aderiranno alle superficie di separazione formando le membrane, la cui polarizzazione negativa verso l'esterno si spiega con la struttura del campo.
    Nessun ciclo vitale appare prodotto dal caso, né necessitato da interposizioni intenzionali, ma ogni successione ordinata di reazioni biochimiche è interpretabile come esito di uno schema diacronico che scandisce la variazione della frequenza del campo elettromagnetico dell'acqua nel suo entanglement con le altre molecole organiche, lo spettro di ognuna essendo emerso dalla nucleosintesi stellare come combinazione esatta dei valori delle costanti cosmologiche al Big Bang.


    I meccanicisti non lo sanno: se tutto fosse affidato agli urti casuali (rettilinei, per il principio classico d'inerzia), nessuna collezione di particelle, in nessun intervallo di tempo per quanto grande, potrebbe aggregarsi in un organismo vivente, che è un sistema complesso, diversificato in poche forme e configurazioni stabili. Un demiurgo sarebbe necessario ad ogni stadio di ogni ontogenesi. Un teismo interventista alla Malebranche è ironicamente corollario del materialismo atomistico.
    Aveva ragione Szent-Györgyi a predire: "L'acqua è la matrice della vita"[ii]. 2.500 anni prima, Talete di Mileto l'aveva intuito: "Le piante e gli animali non sono che acqua condensata e in acqua si risolveranno dopo la morte"[iii]. Così come hanno torto coloro che, nel XXI secolo, parlano ancora di reazioni casuali oppure d'informazione irriducibile alla fisica.
    Ci proponiamo ora, in questa terza ed ultima Parte, di mostrare altre predizioni corroborate di queste teorizzazioni e di accennare ad alcune applicazioni tecnologiche.
    Prime corroborazioni ed applicazioni
    Le ricerche di biologia quantistica sono agli inizi e richiederanno ancora un lungo lavoro, teorico e sperimentale. Gli studi, i risultati e la bibliografia cui accennerò non hanno uno scopo esaustivo dello stato dell'arte, ma solo esemplificano l'interesse crescente della ricerca scientifica e dei fondi d'investimento verso questo campo interdisciplinare.
    Il teorema della coerenza elettrodinamica applicato all'acqua liquida ha intanto permesso di spiegare – oltreché velocità, selettività ed efficienza delle reazioni chimiche intracellulari – in modo spettacolare le principali proprietà fisico-chimiche anomale dell'acqua, note da sempre per il loro stretto legame con la vita e del tutto incomprensibili negli schemi della fisica classica:


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    00 10/21/2014 6:23 PM




    A due anni di distanza dalprimo articolosu CS riguardo la mancanza di collegamenti tra Homo sapiens e i suoi presunti antenati, aumentano gli elementi contro un’interpretazione gradualistica dell’evoluzione umana.


    La spiegazione neodarwiniana è sempre più inadeguata.


     


    Con un singolare tempismo si sono susseguite in pochi giorni due notizie che mettono seriamente in discussione la ricostruzione dell’albero evolutivo della specie Homo sapiens. La prima, della quale ci siamo occupati ampiamente (vedi “Il cranio di Dmanisi: nonostante le smentite è un importante punto a sfavore della teoria neodarwiniana“), è quella relativa allo studio sui crani ritrovati a Dmanisi dai quali emerge il fatto che il presunto cespuglio evolutivo costituito da Homo rudolfensis, Homo habilis e Homo erectus è invece un unico ceppo del quale le tre presunte specie erano solo delle varietà.


     



    Come già detto questo fatto rende non graduale il passaggio a Homo sapiens rendendo sempre meno probabile la spiegazione gradualista neodarwiniana per questo caso.


    Come se non fosse già un problema notevole riuscire a spiegare un tale salto evolutivo, questo equilibrio punteggiato tra due specie troppo diverse tra loro e senza più passaggi intermedi, è giunto un secondo studio a complicare le cose. Il riferimento è a quanto riportato nell’articolo pubblicato suPNAS intitolato “No known hominin species matches the expected dental morphology of the last common ancestor of Neanderthals and modern humans“, che getta dei sospetti sul fatto che Homo heidelbergensis, Homo erectus e Homo antecessor, possano essere stati antenati di Homo sapiens e Homo neanderthalensis.  La notizia è stata riportata, stavolta senza alcun risalto da parte dei media, su Le Scienze nell’articolo del 22 ottobre intitolato “Più antico l’antenato comune di uomo moderno e Neanderthal“:


    Nessuna delle specie indicate come possibile ultimo antenato comune tra l’uomo moderno e l’uomo di Neanderthal aveva una morfologia dentale corrispondente a quella che dovrebbe caratterizzarlo. Il risultato, ottenuto dall’esame di oltre 1200 reperti fossili, indicherebbe che la divergenza fra le due specie risale ad almeno un milione di anni fa, in contrasto con le stime ottenute in base alle indagini biomolecolari…


    La divergenza fra le linee evolutive che hanno condotto all’uomo di Neanderthal e all’uomo moderno risalirebbe ad almeno un milione di anni fa, un’epoca decisamente anteriore a quella indicata dalle più accreditate stime ottenute sulla base dell’evoluzione del cranio (fra i 300.000 e i 400.000 anni fa) o delle indagini biomolecolari (circa 500.000 anni fa).


     


    Se dunque dal punto di vista del cranio e delle indagini biomolecolari si poteva pensare che la divergenza di neanderthalensis e sapiens fosse compatibile con un antenato di 300/500 mila anni fa, adesso si devono escludere i reperti risalenti a quell’epoca dall’albero genealogico di Homo sapiens e Homo neanderthalensis, come riportato ancora su Le Scienze:


    E’ così emerso, con un’alta affidabilità statistica, che nessuna delle specie candidate a questo ruolo – come Homo heidelbergensis , H. erectus e H. antecessor – ha una morfologia dentale corrispondente a quella che ci si aspetterebbe nell’ultimo antenato comune. 


     


    Se questo fosse confermato andrebbe ulteriormente potato quel cespugli evolutivo già sfrondato con il ritrovamento dei crani di Dmanisi:


     



    Oltre all’unificazione delle specie Homo cerchiate in nero dovremmo dunque ritenere non antenati di Homo sapiens e Homo neanderthalensis le specie cerchiate in rosso. 


    Ma poiché Homo erectus compare in entrambi i casi ci troviamo di fronte ad un insieme intersezione che unisce le qualità dei due insiemi, da questo deriva la seguente affermazione: Homo rudolfensis, Homo habilis e Homo erectus sono una sola specie, ma poiché erectus è incompatibile con l’evoluzione di Homo sapiens e Homo neanderthalensis, si tratta di una specie che non è progenitrice di quella umana.


    Ma non è tutto, come evidenziato nello schema non possono essere considerati progenitori della specie umana neanche Homo antecessor e Homo heidelbergensis, e quindi ci troviamo di fronte ad un Homo sapiens sempre più ‘venuto dal nulla’.


    Quel gradualismo dell’evoluzione umana che era diventato insostenibile con i crani di Dmanisi appare adesso improponibile. Le leggi dell’evoluzione neo-darwiniana appaiono del tutto inadeguate per spiegare l’evoluzione umana, proprio come, per altre motivazioni, aveva sostenutoAlfred Russel Wallace in “The Limits of Natural Selection as applied to Man” nel 1869, solo dieci anni dopo la pubblicazione dell’Origine delle specie di Darwin




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    00 10/26/2019 8:30 PM




    Siamo in alto mare sulla origine naturalistica della vita. La sua origine  naturalistica e' un pregiudizio  filosofico piu' che scienza realistica. Infatti tutti gli esperimenti scientifici  che creano in provetta tutte le componenti essenziali della vita e il loro assemblamento per creare le  condizioni necessarie alla la vita, sono artificiali e si creano  solo mediante procedimenti complessi e guidati dalla  intelligenza degli sperimentatori.


    Queste componenti possono essere aminoacidi, lipidi basi puriniche e pirimidiniche, RNA,. Se si mescolano a caso in una provetta queste componenti è impossibile che nasca una cellula vivente: solo per creare una membrana cellulare  non basta  avere fosfolipidi e colesterolo, ma devono essere nella dose giusta, inoltre la membrana è costituita da innumerevoli proteine specifiche che hanno funzione di pompa, per fare passare gli elementi chimici utili alla cellula, e per pomparli contro gradiente, canali fatti di proteine specifiche che fanno passare sodio, potassio , glucosio, aminoacidi, fosfolipidi. Tutto questo è evidente che non può avvenire per vie naturali,  ci vuole una intelligenza dietro. Inoltre il citoplasma di una cellula, anche quello di una cellula batterica è complicatissimo , con i ribosomi che sono macchine molecolari che fabbricano le proteine, i mitocondri , grazie a loro la cellula respira  bruciando l’ossigeno introdotto dall’esterno per bruciare le sostanze organiche cioè zuccheri, lipidi ed aminoacidi per scinderli, sviluppando energia che viene poi immagazzinata creando ATP che contiene l'energia immagazzinata ; questo avviene per opera di una proteina estremamente complessa chiamata ATP. Un altro organo della cellula è l'apparato del Golgi, una struttura con membrane che racchiudono vescicole che si scindono in altre vescicole più piccole che viaggiano attraverso dei filamenti fatti  da proteine specifiche allungate come dei binari ; queste vescicole contengono varie sostanze chimiche, in particolare ormoni aminoacidi , proteine destinate ad essere portate fuori dalla  cellula , oppure destinate ad andare in altri scompartimenti cellulari per svolgere funzioni specifiche. Come si può vedere la  cellula è di una complessità enorme: a  questo si aggiunge nella cellule eucariote il nucleo che racchiude il DNA che è la centrale di direzione e programmazione della cellula contenente tutti geni necessari alla costruzione della cellula .Il nucleo è rivestito da una membrana con dei pori che fanno passare varie sostanze chimiche o si chiudono per non farne passare altre. Infine esiste il più grosso problema per il darwinismo secondo il quale tutta la costruzione della cellula è determinata dal caso e dalla necessità (vedi Monod, lo scienziato autore del libro “il caso e la necessità”).In realtà gli elementi fondamentali della cellula sono le proteine: queste sono polimeri più o meno lunghi formati da una serie di venti tipi di aminoacidi diversi: ma la cosa importante è questa: per svolgere tutte le importanti funzioni(enzimatiche, strutturali, ecc.) è necessario che ci sia un esatto allineamento di vari aminoacidi :se cambia l'allineamento in punti critici della molecola, anche un solo aminoacido, la proteina, non funziona più, diventa perfettamente inutile. E’ come se si cambiassero a caso le lettere di un componimento: esso diventa incomprensibile. Si è tentato di mettere a caso gli aminoacidi in una proteina nella speranza che ne uscisse fuori qualcosa di funzionale. Purtroppo ne è uscito fuori o proteine instabili che cambiano conformazione continuamente oppure proteine stabili ma senza nessuna funzione utile alla cellula. In conclusione solo una intelligenza è capace di mettere assieme le giuste proteine per la cellula e poi la cellula stessa con tutte le proteine collegata per le moltissime sue funzioni.

    fonte: http://www.origini.info/argomento/biologia/489-nobile,-aiso,-darwin,-cellule,proteine,caos.html#