Freeforumzone mobile

L'ANIMA UMANA ESISTE ED E' IMMORTALE

  • Posts
  • OFFLINE
    Credente.
    00 11/8/2013 4:58 PM

    L'anima esiste ed è immortale (Prima parte)


    L'intelletto e la volontà non hanno un'origine materiale


    Roma,  (Zenit.orgMaurizio Moscone 

    La capacità di concettualizzare, come abbiamo visto precedentemente, non esiste negli animali, essendo specificamente umana. Tale capacità consente all’essere umano di  intus-legere, cioè di legger dentro i fenomeni o enti e di conoscerne l’essenza: l’essenza di un minerale o di una pianta o di un animale, ma anche l’essenza dell’uomo. Tutto il mondo che ci circonda è intellegibile, cioè conoscibile con l’intelletto umano, ed è sul fondamento dell’intellegibilità del realeche è possibile la scienza, la filosofia, l’arte e ogni conoscenza e attività umana.

    Newton avrebbe potuto scoprire la legge di gravità se essa non fosse iscritta nella natura? Aristotele avrebbe potuto dimostrare l’esistenza di Dio come atto puro, se non avesse intravisto nei fenomeni che studiava dei segni razionali che rimandavano a una Ragione assoluta? Munch avrebbe potuto dipingere il suo famoso quadro L’urlo se non avesse percepito il senso dell’esistenza nei suoi aspetti più drammatici?

    Tutta la realtà è intellegibile, cioè ha senso, e l’intelletto è la facoltà umana capace di cogliere il senso delle cose, cioè la loro intellegibilità.

    L’intelletto è la capacità di intuire il senso dei fenomeni, qualsiasi essi siano, e di riflettere su di essi e quindi di pensare e il pensiero, afferma Pascal, “costituisce la grandezza dell’uomo”[ii].

    Pascal riconosce non solo la debolezza e piccolezza umana, ma anche la sua grandezza, che consiste nel pensiero. Scrive:

    “L’uomo non è che una canna, il più debole della natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per schiacciarlo; un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo intero lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide perché egli sa di morire e conosce la superiorità che l’universo ha su di lui; l’universo invece non sa nulla.

    Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. […]”[iii].

    Il filosofo era consapevole della peculiarità del pensiero umano e della necessità del suo esercizio, per evitare che l’uomo si degradi, vivendo in maniera istintiva senza riflettere sulle cose.

    Scrive:

    “L’uomo è manifestamente fatto per pensare: in ciò è tutta la sua dignità e tutto il suo merito; e tutto il suo dovere è di pensare come si deve. […]

    Invece a che pensa il mondo? Mai a questo, ma a danzare, a suonare il liuto, a cantare, a comporre versi, a correre l’anello, ecc. a battersi, a farsi re, senza pensare a quel che significa essere re e a quel che significa essere uomo”[iv].

    L’uomo non soltanto può conoscere il senso della realtà, ma è anche consapevole di conoscere, è cioè autocosciente: sa di sapere.

    Il filosofo afferma questo concetto nel Pensiero 347, sopra citato, quando scrive che l’uomo “sa di morire e conosce la superiorità che l’universo ha su di lui; l’universo invece non sa nulla”.

    L’essere umano è il re dell’intero universo, essendogli superiore, poiché pensa l’universo, mentre quest’ultimo “non sa nulla”[v].

    Pascal analizzava “fenomenologicamente” l’essenza umana, la quale non è né animalesca né angelica, anche se, come vedremo, partecipa sia dell’una sia dell’altra, poiché l’essere umano è un animale razionale.

    Il filosofo scrive in proposito:

    “E pericoloso mostrare troppo all’uomo quanto egli sia uguale alle bestie, senza mostrargli la sua grandezza. E’ anche pericoloso fargli troppo vedere la sua grandezza senza la sua bassezza. E’ ancora più pericoloso lasciare che ignori l’una e l’altra. Ma è utilissimo prospettargli l’una e l’altra.

    Non bisogna che l’uomo creda di essere uguale alle bestie né agli angeli, né che ignori l’una cosa e l’altra, ma che conosca l’una e l’altra”[vi].

    Bisogna che l’uomo conosca gli animali per rendersi conto che ciò che lo differenza da essi è non soltanto la capacita di pensiero e di autocoscienza, ma anche la capacità di “scelta”.

    Spesso dal comportamento degli animali siamo erroneamente indotti a credere che essi ragionino e agiscano consapevolmente, mentre tutta la loro vita è di carattere istintivo.

    Giacon scrive a riguardo:

    “Gli animali, […] pur compiendo azioni, che talvolta sono da noi interpretate come procedenti da una conoscenza universale e da una spontaneità elettiva, hanno come principio di dette azioni soltanto istinti naturali del tutto materiali. La plasticità di questi istinti, che adatta le azioni alle circostanze, è sufficiente a spiegare il diverso comportamento delle medesime azioni”[vii].

    Tutte le attività dell’animale sono istintive: un cane affamato e in normali condizioni di salute necessariamente mangia, perché istintivamente determinato, mentre un uomo può non mangiare, perché, anche se affamato, ha scelto di digiunare.

    L’essere umano si autodetermina razionalmente; infatti, giudica i mali da evitare e i beni da perseguire e tra questi il bene particolare scelto dalla volontà. L’uomo possiede il libero arbitrio, il quale presuppone l’esercizio di due facoltà: l’intelletto e la volontà.

    Queste facoltà sono immateriali, quindi spirituali: chi ha mai pesato il concetto di peso? Chi ha mai visto la scelta di stare in piedi o seduto?

    Io ho il concetto di peso e sono consapevole che non ha niente di materiale come tutti i concetti che possiedo. Ugualmente sono consapevole di potere compiere molteplici scelte, anch’esse assolutamente immateriali.

    L’intelletto e la volontà sono immateriali, ma qual è la loro origine? La materia, come avviene per gli istinti animali?

    Porsi il problema dell’origine significa ricercare una causa. Questa indagine, se condotta fenomenologicamente, implica un’integrazione di carattere speculativo. La conoscenza speculativa è una conoscenza di “riflesso” è un vedere la realtà non in maniera diretta, ma indiretta; è come  guardare un’immagine allo specchio. E’ vera conoscenza come quando riconosco la realtà di oggetti percepiti non direttamente, ma indirettamente tramite uno specchio appunto.

    Il principio di causa è indispensabile per spiegare il perché dell’esistenza nell’essere umano di operazioni di carattere spirituale.

    Ciò che è spirituale può essere causato da ciò che è materiale? La materia può causare qualcosa di spirituale, cioè di immateriale?

    I filosofi scolastici medioevali rispondevano senza esitazione a tale quesito: “nemo dat quod non habet” (nessuno dà ciò che non ha), in ottemperanza al principio di non contraddizione, che è la legge fondamentale di tutta la realtà.

    Se l’intelletto e la volontà non hanno un’origine materiale, come si spiega la loro esistenza?

    La speculazione filosofica ha il compito di dare una risposta a questa domanda.

    (La seconda parte verrà pubblicata il prossimo sabato. Cinque parti precedenti questo articolo sono state pubblicate con il titolo: “Esiste l’anima?”) 

    *

    NOTE

     Vedi articoli precedenti pubblicati su Zenit, con il titolo: Esiste l’anima?.

    [ii] B. Pascal, Pensiero n. 346, in Idem, Pensieri, a cura di G. Mosca, Alberto Peruzzo Editore, Sesto San Giovanni (Mi) 1986,  p. 105.

    [iii] B. Pascal, Pensiero n. 347, cit., p. 105.

    [iv] B. Pascal, Pensiero n. 146, cit., p. 49.

    [v] Cfr. R. Coggi,  Dio creatore, gli angeli e l’uomo, cit., pp. 166-167.

    [vi] B. Pascal, Pensiero n. 418,  cit., p. 119.

    [vii] C. Giacon, Le grandi tesi del tomismo, Carlo Marzorati Editore, Como 1945, p. 185. Il corsivo è mio.

  • OFFLINE
    Credente.
    00 11/8/2013 5:01 PM

    L'anima esiste ed è immortale (Seconda parte)


    "Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce"


    (Zenit.orgMaurizio Moscone 


    Tutto ciò che è spirituale deve necessariamente avere una causa spirituale, perché c’è un salto ontologico tra l’ordine materiale e quello spirituale. Infatti, la differenza tra i due ordini è di carattere qualitativo e non quantitativo: operazioni essenzialmente immateriali non possono essere originate da una causa materiale, altrimenti sarebbe violato il principio di causalità e “il più verrebbe dal meno”.


    Deve quindi esserci un principio spirituale capace di compiere operazioni di natura immateriale, come sono gli atti razionali e liberi.


    Questo principio è l’anima spirituale o, semplicemente, lo spirito o anima umana.


    Van Steenberghen afferma che “Platone è stato così fortemente colpito dal contrasto tra le attività corporali e le attività spirituali dell’uomo, che ha creduto di doverle attribuire a  due sostanze antagoniste: per lui,  l’anima è una sostanza spirituale imprigionata in un corpo”.


    Il dualismo antropologico platonico, come vedremo, sarà superato da Aristotele e da San Tommaso, ma è importante rilevare come Platone fosse pienamente consapevole della differenza essenziale tra attività materiali e immateriali e  della necessità di affermare l’esistenza dell’anima spirituale, intesa come causa di queste ultime.


    L’anima umana è spirituale, a differenza da quella degli animali, e  la sua esistenza, come abbiamo visto è dimostrabile razionalmente[ii]. Oggi, però, per lo più si nega la sua realtà e si pensa che essa riguardi unicamente la fede cristiana.


    Presentare oggi una relazione su questo argomento in un convegno di filosofia significherebbe esporsi al ridicolo, poiché il concetto di anima è considerato un arcaismo ormai superato da secoli. Anche in teologia il termine è quasi scomparso e nella predicazione è raro sentire dei sacerdoti che affrontino i problemi riguardanti lo spirito umano, anche se di quest’ultimo dovrebbero parlare approfonditamente poiché la Chiesa insegna che Dio si è incarnato per salvare le anime.


    Come si spiega questo silenzio?


    Un rapido sguardo d’insieme del percorso filosofico dal periodo moderno a oggi può essere illuminante.


    Dalla filosofia greca fino a quella medioevale è raro trovare filosofi che neghino l’esistenza dell’anima spirituale, ad eccezione di Democrito, Epicuro e pochi altri. Nella filosofia moderna,  razionalisti come Cartesio e Leibniz affermano la sua esistenza, ma, tra gli empiristi, Hume riduce tutto il complesso dell’attività spirituale ad una successione di stati psichici.


    Il filosofo scrive in proposito:


    “[…] Osserviamo che lo spirito umano è veramente da considerare come un sistema di differenti percezioni o differenti esistenze che, legate insieme dal rapporto di causa ed effetto, si generano reciprocamente e si distruggono, si influenzano e si modificano l’una con l’altra. Le nostre impressioni fanno sorgere idee corrispondenti e queste, a loro volta producono altre impressioni. Un pensiero ne caccia un altro, trascina con sé un terzo, da cui viene espulso a sua volta”[iii].


    Kant, com’è noto, ha elaborato una geniale sintesi della filosofia razionalista e di quella empirista, e postula l’esistenza dell’anima immortale, ma non la dimostra avevano fatto Aristotele e San Tommaso.


    Tale esistenza è affermata per giustificare la vita morale e, in particolare, la vita “santa”, che non potendosi realizzare pienamente nell’al di qua, richiede, sul piano etico, l’esistenza dell’anima spirituale che deve progredire all’infinito e quindi deve essere immortale.


    Il filosofo scrive a riguardo:


    “La piena adeguazione della volontà alla legge morale è la santità, una perfezione di cui non è capace nessun ente razionale del mondo sensibile in nessun momento della sua esistenza. Poiché tuttavia è richiesta come praticamente necessaria, può essere trovata solo in un progresso all’infinito verso quella piena adeguatezza, ed è necessario, secondo i principi della ragione pratica, fare di siffatto progredire pratico l’oggetto reale della nostra volontà.


    Ma tale progresso infinito è possibile solo con il presupposto di una sopravvivenzainfinita dell’esistenza e personalità dello stesso ente razionale (che si chiama immortalità dell’anima). Dunque il sommo bene è praticamente possibile solo con il presupposto dell’immortalità dell’anima,; e quindi quest’ultima, in quanto inseparabilmente connessa con la legge morale, è un postulato della ragione pura pratica”[iv].


    Dopo Hume e Kant il problema dell’anima diverrà sempre più marginale nel pensiero filosofico.


    Nell’Idealismo la questione dell’anima umana non si pone neppure, perché il singolouomo non è considerato all’interno del sistema delle idee e l’essere umano è inteso come un fenomeno passeggero e transeunte del Dio-Pensiero, una goccia nell’oceano dell’Assoluto, che, alla sua morte in esso si scioglie.


    L’esistenzialismo, al contrario dell’Idealismo, pone al centro della sua riflessione la vita  concreta del singolo individuo con le sue angosce e inquietudini, ma i suoi rappresentanti più significativi Heidegger, Sarte, Jaspers misconoscono la realtà dell’anima, e definiscono l’essere umano come “rapporto all’essere”, “sentinella del nulla”, “autotrascendimento infinito ”.


    Il Marxismo nega ogni dimensione spirituale, sostenendo che l’essenza umana è materiale come quella degli animali.


    Secondo il Neopositivismo il concetto di “anima” non ha senso e per la Filosofia post-moderna e il Pensiero “debole” esso è una delle molteplici interpretazioni, succedutosi nel tempo, che è stata attribuita a un insieme di fenomeni umani.


    Nella cultura odierna si è affermata un’ermeneutica relativistica che non distingue più il vero dal falso, sostenendo che la verità assoluta non esiste perché non esiste il mondo reale, ma si danno soltanto “interpretazioni” della realtà.  Vattimo ripete spesso nelle sue opere questo enunciato di Nietzsche: “non ci sono fatti, solo interpretazioni” e aggiunge che questo “non è un enunciato metafisico oggettivo. Anche questo è <> un’interpretazione”[v].


    E’ possibile distanziarsi da questo modo relativistico di pensare, operando l’epoché fenomenologica, cioè la “messa tra parentesi” della cultura odierna? Mettere tra parentesi non significa negare che oggi si pensa così, ma affermare un modo diverso di rapportarsi ai fenomeni.


    Max Scheler ha affermato la realtà dello spirito umano mostrando  che esiste in ogni uomo una dimensione profonda, che chiama “cuore”, capace di ”sentire” (Fülen) i valori e di gerarchizzarli in modo oggettivo. Questo “sentire” non è niente di sentimentale, ma è un’intuizione della verità.


    Analogamente, il concetto di “cuore” non deve essere identificato con il  sentimento o con la volontà, ma deve essere inteso, agostinianamente, con l’interiorità dell’essere umano (“in interiore homine habitat veritas").


    Il cuore è il centro dell’essere umano, il quale, secondo Max Scheler, “prima di essere un ens cogitans o un ens volens, è un ens amans”[vi].


    Il filosofo afferma che l’uomo è un “essere spirituale” per la presenza del cuore e non dell’intelletto e della volontà, ma ciò significa non negare la realtà di queste facoltà, ma affermare che il cuore è il “luogo” nel quale si intrecciano tutte le dimensioni umane: intelletto, volontà, affettività e, come vedremo, corporeità.


    Max Scheler concorda con Pascal che “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce[…]”[vii], ma ciò significa dare spazio non al sentimentalismo, ma all’intuizione. Secondo il filosofo, l’essere umano avverte nel profondo della sua anima il desiderio di Dio poiché ricerca un amore infinito.


    Scrive:


    “Un amore per propria essenza infinito – per quanto esso sia sempre […]concretizzato nella particolare struttura del suo portatore – esige […] un bene infinito capace di appagarlo […].“Inquietum cor nostrum donec requiescat in te”. Dio e solo Dio può essere l’apice della struttura graduale e piramidale del regno degli aspetti degni di essere amati”[viii]


    Lo spirito umano desidera un amore infinito,  ma tale desiderio è sufficiente per affermare l’esistenza di Dio o è invece necessaria una dimostrazione razionale?


    Secondo Pascal “è il cuore che sente Dio, e non la ragione. Ed ecco cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione”[ix].


    Contrariamente a quanto sostenuto da Pascal, la ragione può dimostrare, come vedremo, l’esistenza di Dio movendo dall’esistenza dell’anima spirituale. Fede e ragione non si oppongono, ma si integrano vicendevolmente. 


    (La prima parte è stata pubblicata sabato 19 ottobre. La terza parte segue sabato 2 novembre)


    *


    NOTE


     F. van Steenberghen,  Le thomisme, Presses Universitaires de France, Vendome 1992, II ed., p. 89. La traduzione è mia.


    [ii] Secondo San Tommaso la conoscenza dell’esistenza dell’anima e delle sue proprietà è di carattere non intuitivo,  ma dimostrativo,  poiché “ non è […] per mezzo della sua essenza che l’anima si conosce, ma per mezzo del suo atto”( San Tommaso d’Aquino,  Somma Teologica, I,  LXXXVII, 1). 


    [iii] D. Hume, Treatise, I, IV, 6.


    [iv] I. Kant, Critica della ragione pratica,  a cura di A. M. Marietti, introduzione di G. Riconda, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1992, p. 405.


    [v] G. Vattimo,  L’età dell’interpretazione, in “Eidos”, 1 (2003), p. 17.


    [vi] M. Scheler, Ordo amoris, Morcelliana, Brescia 2008, p. 71.


    [vii] B. Pascal, Pensiero n. 277,  cit., p. 85.


    [viii] M. Scheler, Ordo amoris, cit., p.71.


    [ix] B. Pascal, Pensiero n. 278,  cit., p. 85.




  • OFFLINE
    Credente.
    00 11/8/2013 5:04 PM

    L'anima esiste ed è immortale (Terza parte)


    San Tommaso: se l'anima esiste, Dio esiste


    Oggi si è inclini a riferirsi al  “caso” o al “nulla” quando, per mancanza di conoscenza della metafisica, non si è in grado di dare una risposta  plausibile a un problema. Si dice, ad esempio, che l’universo è il frutto del caso, perché come scrive  Monod: "da un gioco completamente cieco tutto per definizione può derivare" [2]. Affermazioni di questo genere hanno lo stesso valore di chi dicesse che Dante Alighieri, per scrivere la Divina Commedia, ha mescolato tutte le lettere dell’alfabeto e mettendole insieme ha composto la sua magnifica opera letteraria.

    Hawking,  insieme ad altri astrofisici,  sostiene invece che il mondo è stato originato dal nulla. Melisso (V sec. a.C.), discepolo di Parmenide, affermava che ex nihilo, nihil: da nulla viene nulla. Infatti un’elementare riflessione  evidenzia che nulla è nulla nell’ambito della realtà, del pensiero, del linguaggio.

    Ogni realtà è qualcosa che è, quindi è un non-nulla.

    Ogni pensiero è qualcosa di pensato;  anche il concetto di nulla (non essere assoluto) è qualcosa.

    Ogni parola è qualcosa di detto; anche la parola nulla è qualcosa.

    Il nulla è tale sul piano ontologico, logico e linguistico: il nulla è nulla simpliciter.

    L’anima spirituale non può essere prodotta dal caso o dal nulla, qual è allora la sua origine?

    Una risposta è stata data da Platone, il quale era consapevole dell’immaterialità dell’anima umana e spiegava la sua origine appellandosi a quanto tramandato dall’Orfismo, secondo il quale le anime sono eterne, preesistono ai corpi nei quali si incarnano secondo la teoria della metempsicosi.

    Infatti, secondo il filosofo l’anima, dopo aver vissuto nell’al di là, si incarna ciclicamente più volte nel tempo: “l’anima - scrive Platone – è immortale e più volte rinata”[3].

    La metempsicosi è sostenuta non in virtù di una dimostrazione retta dal principio di contraddizione, ma mediante un atto di fede nell’Orfismo, cioè di una religione esoterica diffusa in Grecia dal VI secolo a. C., che professava la reincarnazione delle anime in esistenze terrene che si succedono nel tempo. Seguendo la mitologia orfica, Platone afferma che il guerriero Er, ucciso durante una battaglia, per volontà degli dei ritorna in vita e racconta che nell’al di là le anime vengono chiamate, tramite estrazione a sorte, dalla figlia di Necessità, Moira Lachesi, a scegliere il loro futuro terreno. Nella Repubblica di Platone è scritto infatti: “Anime effimere – dice la Moira Lachesi – è questo il principio di un altro periodo di quella vita che è un correre alla morte. […] Il primo tratto a sorte scelga per primo la vita alla quale poi dovrà di necessità essere legato”[4].

    Le anime, dopo aver bevuto l’acqua dell’Amelete, che è il fiume della dimenticanza, si incarnano nei corpi in cui si attuerà il tipo di esistenza che hanno scelto.

    La dottrina platonica non ha valore filosofico, perché è di carattere mitico-religioso e non è dimostrabile razionalmente.

    La filosofia cristiana ha risposto in modo adeguato al problema dell’origine con San Tommaso, perché anche Sant’Agostino non ha offerto una soluzione esauriente,  infatti il suo pensiero oscilla tra il “traducianesimo” (le anime dei figli sono originate da quelle dei genitori) e il “creazionismo” (l’anima è creata direttamente da Dio).

    Il filosofo scrive in proposito:

    “Per quello che riguarda l’origine dell’anima, sapevo che era stata fatta per essere unita al corpo, ma non sapevo allora come non so adesso, se essa discenda dal primo uomo oppure se  venga creata singolarmente per ciascun individuo”[5].

    Il traducianesimo è contrario alla ragione perché si dovrebbe affermare che una “parte” dell’anima dei genitori si è staccata per causare l’anima dei figli, così come un germe origina un corpo biologico, ma l’anima è una realtà semplice, quindi non ha parti. Oppure si dovrebbe sostenere la trasmutazione delle anime, ma ciò è indimostrabile.

    L’unica spiegazione plausibile consiste nell’affermare che l’anima è creata da una realtà assoluta essenzialmente spirituale, Dio, che,  in quanto tale, può donare lo spirito senza subire alcun mutamento.  L’anima umana, scrive San Tommaso, “non può essere prodotta che per creazione. Ora, solo Dio può creare”[6].

    L’esistenza di  Dio creatore può essere affermata, quindi, anche attraverso una via antropologica, oltre alle tradizionali cinque vie di stampo cosmologico[7].

    Nella filosofia moderna anche Cartesio afferma l’esistenza di Dio movendo dall’essere umano, ma il suo percorso speculativo  è molto diverso da quello di Tommaso, perché questi, a differenza di Cartesio, afferma l’esistenza del mondo come un dato di fatto e come punto di partenza della riflessione filosofica,  risale dalle operazioni conoscitive tramite le quali l’uomo conosce il mondo  all’esistenza dell’anima spirituale e da questa a Dio.

    Secondo Tommaso il percorso filosofico è il seguente: mondo – uomo – Dio; mentre per Cartesio, come vedremo, è: uomo – Dio – mondo.

    E’ importante conoscere l’antropologia di Cartesio perché, come ha ben documentato Canonico[8], questo filosofo, in antitesi con San Tommaso, sposta il centro della riflessione dall’essere al soggetto umano e “il pensiero diventa il fondamento di tutto il sapere e di tutta la realtà”[9].

    L’Autrice evidenzia nella sua opera che dall’antropologia dualistica cartesiana, secondo cui, come vedremo, l’uomo è la giustapposizione di due sostanze (res cogitans e res extensa) scaturiranno due correnti filosofiche di carattere soggettivistico e oggettivistico, presenti nella cultura odierna. 

    Inoltre, è da rilevare, che l’antropologia cartesiana è implicita in  tutte le teorie bioetiche “che distinguono  -  scrive  Spaemann -  l’essere umano dalla persona, identificando quest’ultima nell’essere umano cosciente, fino ad affermare, come sostiene Derek Parfit che <>”[10].

    (La secondo parte è stata pubblicata sabato 26 ottobre. La quarta parte segue sabato 9 di novembre)

    *

    NOTE

    [1] Vedi due articoli precedenti pubblicati su Zenit: L’anima esiste ed è immortale, parte prima e seconda.

    [2] J. Monod, Il caso e la necessità.  Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea, Mondadori,  Milano 1979, III ed., p.100.

    [3] Platone, Menone, 81 c.

    [4] Idem, Repubblica, X, 16, 621 b.

    [5]Sant’ Agostino, Ritrattazioni,  1,1

    [6]San Tommaso d’Aquino, Somma Teologica,  I, 90, 3. 

    [7] L’originalità della metafisica di San Tommaso è rappresentata, come sostiene Mondin, dalla “via dell’essere, senza questa via, non avremmo nessuna metafisica dell’essere ma soltanto della fenomenologia degli enti” (B .Mondin, L’umanesimo filosofico di S.Tommaso e il rinnovamento della Metafisica, Congresso Tomista Internazionale, Pontificia Accademia di San Tommaso – Società Internazionale Tommaso d’Aquino, Roma 21-25 settembre 2003).

    [8] Cfr. M. F. Canonico, Antropologie filosofiche del nostro tempo a confronto, Libreria Ateneo Salesiano, Roma  2001.

    [9] Ibidem, p. 18.

    [10] R. Spaemann,  Persone. Sulla differenza tra “qualcosa” e “qualcuno”, a cura di L. Allodi, Laterza, Bari  2005, p. 4. Il corsivo è mio.

  • OFFLINE
    Credente.
    00 6/15/2015 9:25 PM
    Uomo anima e corpo

    di Stefano Biavaschi

    "La persona umana creata a immagine di Dio, è un essere insieme corporeo e spirituale. Il racconto biblico esprime questa realtà con un linguaggio simbolico, quando dice che «Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l'uomo divenne un essere vivente» (Gn 2,7). L'uomo tutto intero è quindi voluto da Dio". (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 362)

    L' uomo rappresenta una grossa novità nella storia della formazione del mondo: si potrebbe dire la terza e la più grande.
    La prima novità era stata quell'incredibile balzo dal nulla alla materia, una materia ubbidiente alle leggi della fisica e della chimica, sempre più ordinata e complessa. La seconda novità era stata il salto dalla materia alla vita, non meno incredibile del primo, visto che subentra un nuovo ordine di cose, regolato da funzioni che ubbidiscono ad altre leggi: quelle della biologia. Con l'uomo però compare qualcosa nella storia del mondo i cui comportamenti non ubbidiscono per forza a leggi precostituite, abbiamo cioè un'entità libera, come non lo è mai stato ne l'elettrone (costretto a girare intorno al nucleo senza poter scegliere diversamente) e come non lo è mai stata l'ape (obbligata dal suo genoma ad andare mille volte al giorno dall'alveare al fiore). L'uomo, dal momento in cui si sveglia al mattino, "può fare una cosa e non farla, o farne una piuttosto che un'altra" (Catechismo di S. Pio X, n. 64).

    L'essere umano dunque si caratterizza per questa speciale libertà, per il possesso di una volontà e per una spiccata autocoscienza di sè: ha un io e sa di essere. Come Dio, è dunque persona. Inoltre l'uomo è caratterizzato dall' anima che "non muore col corpo, ma vive in eterno essendo spirituale" (Catechismo di S. Pio X, n. 62).

    Infine, l'essere umano appartiene ad un disegno molto particolare: "L'uomo ebbe da Dio l'altissimo destino di vedere e godere eternamente Lui, Bene infinito; e poichè questo è del tutto superiore alla capacita della natura, egli ebbe insieme, per raggiungerlo, una potenza soprannaturale che si chiama grazia santificante" (Catechismo di S. Pio X, n. 68).
    L'uomo dunque "era in uno stato felice, con destino e con doni superiori alla natura umana" ed oltre alla grazia aveva "l'esenzione dalle debolezze e miserie della vita e dalla necessità di morire, purchè non avesse peccato" (Catechismo di S. Pio X, nn. 67 e 69).

    Purtroppo quella stessa libertà che lo distingueva dalle altre creature del mondo fu rivolta al peccato, e l'uomo si trovò spogliato "della grazia e d'ogni altro dono soprannaturale" fino alla venuta di Cristo, senza il quale "a causa del peccato originale, doveva rimanere escluso per sempre dal paradiso" (Catechismo di S. Pio X, n. 75).
    Tutt'oggi l'uomo è ancora libero; certo "capace di fare anche il male, ma non lo deve fare, appunto per chè è male: la libertà deve usarsi solo per il bene" (Catechismo di S. Pio X, n. 65). Il bene è l'amore per gli altri ma anche quello verso di noi: della nostra anima infatti "dobbiamo avere la massima cura, perchè essa è in noi la parte migliore e immortale, e solo salvando l' anima saremo eternamente felici" (n.63).