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ARTICOLI INTERESSANTI DI ANTONIO SOCCI

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    00 10/30/2013 6:55 AM

    FRANCESCO E QUEL COLLOQUIO CON SCALFARI


    C’è confusione e smarrimento, in alcune aree del cattolicesimo, per i primi mesi di papa Francesco. E c’è chi – lefebvriano più o meno confesso – soprattutto tramite la rete soffia sul fuoco di questo malessere, per alimentare il dissenso e per amplificare i dubbi, delegittimando il papa.



     


    Tutto fa brodo per attaccare Francesco, perfino il colore delle scarpe o il fatto che dica “Buongiorno” e “Buon pranzo”. Ogni inezia viene guatata col sospetto di eterodossia e di infedeltà alla tradizione.


    Ma degli atti ufficiali del suo magistero se ne infischiamo. Nemmeno considerano il documento più importante che finora ha firmato, la sua prima enciclica, la “Lumen fidei”, dove fa completamente sua la meditazione sulla fede di papa Benedetto. E lo scrive apertamente.


    Così pure snobbano il suo magistero quotidiano. Per esempio anche in questi giorni più volte ha esaltato la famiglia e il matrimonio e in una serie di altri interventi ha ribadito l’insegnamento della Chiesa sulla vita, dal suo inizio alla sua fine naturale.


    Inoltre ha fatto pubblicare dal Prefetto dell’ex S. Uffizio un documento sull’accesso ai sacramenti dei divorziati-risposati che ribadisce tutto il magistero cattolico di sempre (documento che deve aver deluso non poco i modernisti).


    Ma tutto questo non è considerato. Mentre il Papa da settimane viene “impiccato” (moralmente) a una battuta attribuitagli da Eugenio Scalfari nel corso di un colloquio privato che poi è stato pubblicato sulla “Repubblica” il 1° ottobre. Si tratta di quelle due righe sulla coscienza, il bene e il male.


     


    DUE RIGHE ESPLOSIVE


     


    Da settimane nella rete (e in qualche giornale) ribolle il malcontento di certi cattolici che, scandalizzati, sollevano sospetti sul Papa per quelle due righe.


    Nessuno di loro sembra porsi la domanda più ovvia: papa Francesco pensa veramente che ognuno possa decidere da solo cosa è bene e cosa è male e autogiustificarsi così?


    Possibile che il Papa professi un’idea per la quale non avrebbe più alcun senso né essere cristiani, né credere in Dio (tantomeno fare il papa)?


    E’ evidente che si tratta di una colossale baggianata. Qualunque persona in buonafede si rende conto facilmente che è assurdo aver alimentato tanta confusione per quelle due righe.


    Se poi qualcuno, più sospettoso, continuasse ad vere dei dubbi gli basterebbe, per chiarirsi le idee, ascoltare il magistero quotidiano di Francesco.


    Anche venerdì scorso, in quella splendida catechesi sulla confessione, ha detto l’esatto opposto; e la confessione – com’è noto – è uno dei suoi temi preferiti, su cui torna continuamente.


    Un tema tipico della tradizione cattolica e ben poco frequentato da modernisti e progressisti. Come la devozione alla Madonna e la lotta alla corruzione del diavolo, su cui Francesco torna spesso.


    Ma chi sta col “randello” del pregiudizio in mano, con l’unico obiettivo di coglierlo in fallo, non sente ragioni, si attacca a ogni pretesto ed è sempre pronto a colpire.


    Il fondamentalista non riflette su come quella frase sia stata veramente detta dal Papa e magari su com’è stata capita e riportata da Scalfari, non coglie la circostanza colloquiale, né il fatto che Bergoglio parla in una lingua che non è la sua e che non padroneggia alla perfezione.


    Infine tutto andrebbe valutato alla luce del vero e costante magistero ufficiale di papa Francesco. Il “mestiere” del Papa è uno dei più difficili e delicati al mondo, tanto più oggi sotto i costanti riflettori dei media.


     


    RETROSCENA


     


    Merita comprensione chi, abituato a frequentare le periferie di Buenos Aires come un parroco che porta conforto ai più derelitti, si è trovato d’improvviso sotto i riflettori del mondo a ricoprire il ministero di Vicario di Cristo.


    Concediamogli almeno il tempo di prendere le misure. Bergoglio viene dall’Argentina e non conosce né la Curia né l’Italia, tantomeno i  media.


    E’ un generoso, uno che va verso l’altro desideroso di abbracciarlo, che cerca di partire dai semi di verità che trova nell’interlocutore e da lì fare dei passi verso la luce di Cristo.


    Non so cosa il papa sapesse di Scalfari e come si sia svolto quell’incontro. Però una volta che il malinteso si è prodotto il papa ha cercato di evitare equivoci.


    A padre Lombardi è stato detto di far presente che quell’intervista non era stata da lui rivista, è uscita dalla penna di Scalfari dopo una chiacchierata informale. Soprattutto – come padre Lombardi ha sottolineato – essa non fa parte in alcun modo del magistero di papa Francesco.


    Ma anche in questo caso ci sono i “troppo zelanti” che l’indomani, il 2 ottobre, hanno rilanciato quell’intervista addirittura sull’Osservatore romano.


    Pare che il papa se ne sia rammaricato e che il 4 ottobre, durante la visita ad Assisi, se ne sia lamentato col direttore Gian Maria Vian. C’è anche un video che probabilmente immortala proprio la protesta di papa Francesco per quell’improvvida iniziativa.


    Il Papa si è reso conto che è facile essere strumentalizzato dai media.


    Per questo un pezzo da novanta della Segreteria di Stato, il monsignore americano Peter Brian Wells, il 18 ottobre scorso, in un evento pubblico ha invitato ad attingere direttamente ai testi del magistero del Pontefice perché “le parole di papa Francesco sono spesso diverse da quelle che gli vengono attribuite da certi organi di stampa”.


    Certo, in Vaticano c’è un problema di comunicazione. Ma non da oggi: anche Benedetto XVI incappò nel doloroso malinteso di Ratisbona. Dipende molto dai media, da loro superficialità, approssimazioni o dalla malafede del pregiudizio. Ma non è tutta colpa dei media.


    I cristiani – in primis i pastori – di fronte all’epoca dei media onnipresenti devono far tesoro dell’esortazione di Gesù, il quale mandando i suoi apostoli nel mondo prescrive loro di essere “candidi come colombe”, ma anche “prudenti come serpenti” (Mt 10,16).


    Oggi poi alla forzatura di certi media che attribuiscono arbitrariamente a Francesco un profilo “sovversivo”, fanno da sponda – come dicevo – certi fondamentalisti che alimentano all’interno della cristianità la stessa idea. Il disorientamento che si produce così non va sottovalutato.


    Anche un sociologo attento come Massimo Introvigne ha lanciato l’allarme, mettendo in guardia dal rischio di imboccare la via che porta allo scisma.


    Perché la sofferenza è manifestata soprattutto da buoni cattolici ed ecclesiastici finora fedeli al papa che dicono di sentirsi orfani di Benedetto XVI.


     


    IL VERO RATZINGER


     


    Fedeli che però, spesso, hanno male interpretato il magistero di papa Benedetto, si son sentiti una minoranza dalla parte della ragione, contro una maggioranza dalla parte del torto.


    Sia pure in buona fede ne hanno dato un’interpretazione politica, quella che divide anche la Chiesa fra progressisti e conservatori. Non capendo che Ratzinger, come papa Francesco, trascendeva del tutto questa logica.


    Sono buoni cattolici che hanno ideologizzato arbitrariamente certi sacrosanti contenuti del magistero di Ratzinger, come le cose importanti e preziose che egli ha insegnando sulla liturgia.


    Papa Francesco ha detto che non ha nessuna intenzione di cancellare il “motu proprio” di papa Benedetto che liberalizza la liturgia tradizionale, quindi dovrebbe essere esente dalle loro critiche, ma viene bersagliato egualmente, accusato di dare poca importanza alla liturgia, fino a contestazioni ridicole, come quella di chi lo rimprovera di non portare le scarpe rosse che sarebbero simbolo dei piedi piagati di Cristo crocifisso.


    Questi sedicenti ratzingeriani infine dimenticano che papa Benedetto ha proclamato fin dall’inizio la sua affettuosa sequela al nuovo papa e ha ricordato a tutti – alla vigilia del Conclave – il fondamento del cattolicesimo: “Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura”.


    Se non si crede questo, come ci si può dire cattolici?


     Antonio Socci


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    00 11/4/2013 8:35 AM

    MARXISTI, RADICALI E SOCIALISTI FOLGORATI DA RATZINGER


    Posted: 01 Nov 2013 03:02 AM PDT



    Quello di Ratzinger è stato un “tentativo eroico di arginare la forma postmoderna dell’Anticristo”. A pronunciare queste parole – in riferimento al magistero di Benedetto XVI sui grandi temi etici e antropologici – è stato uno dei più importanti pensatori marxisti dei nostri anni, Mario Tronti, già fondatore teorico dell’operaismo e impegnato politicamente nel Pci, poi nel Pds e nel Pd.


    Sorprendente è anche il luogo in cui Tronti è intervenuto, sabato 26 ottobre. Si trattava della Nona edizione degli “Incontri di Norcia” della Fondazione Magna Carta.


     ACCADDE A NORCIA


     L’evento infatti ruotava attorno a due testi d’ispirazione ratzingeriana: il “Manifesto di Norcia”, lanciato nel 2011 da Gaetano Quagliariello, Eugenia Roccella e Maurizio Sacconi, che intendeva parlare al centrodestra; e il manifesto dei cosiddetti “Marxisti-ratzingeriani”, scritto da Giuseppe Vacca, Mario Tronti, Pietro Barcellona e Paolo Sorbi che parlava alla sinistra democratica.


    Il punto d’incontro di intellettuali così diversi per storia e per appartenenza politica è proprio Joseph Ratzinger.


    Sia la sua lezione come vero gigante della cultura contemporanea, sia il suo magistero come papa Benedetto XVI. Infatti il titolo del convegno  di quest’anno era “Ratzinger oltre Ratzinger”.


    Si converrà che in un Paese come l’Italia un simposio del genere – per di più nel nome del papa emerito – è un avvenimento eccezionale. Che dovrebbe far clamore. Ancora di più se si tengono presenti le storie personali dei protagonisti.


    Quagliariello viene da una militanza radicale e dalla cultura liberale. Maurizio Sacconi dal mondo del socialismo riformista. Eugenia Roccella fu una militante radicale e femminista (tutti e tre sono oggi parlamentari del Pdl).


    Dall’altro lato Giuseppe Vacca è stato lo storico togliattiano del Pci ed è Presidente della Fondazione Gramsci. Mario Tronti è – come ho detto – uno dei maggiori filosofi marxisti italiani ed è stato dirigente del Pci e parlamentare del Pds e oggi del Pd; Pietro Barcellona (purtroppo recentemente scomparso, ma ha rappresentato un pilastro essenziale di questo gruppo) è stato un intellettuale autorevole e deputato del Pci (nel 2010 rese noto il suo avvicinamento alla fede cattolica).


    Infine il sociologo Paolo Sorbi si è formato nella famosa facoltà di sociologia di Trento insieme a Renato Curcio e Mara Cagol, quindi – dalla militanza politica e intellettuale nella sinistra – è passato anni fa al cattolicesimo.


    Come si vede nemmeno uno proviene dal tradizionale associazionismo cattolico o comunque da aree contigue. Al contrario, per anni tutti hanno militato intellettualmente e politicamente in mondi opposti alla Chiesa.


    Quindi è clamoroso che si ritrovino oggi nella riflessione sul pensiero di Ratzinger e specialmente su quei temi che più – in questi anni – hanno caratterizzato i pronunciamenti del magistero cattolico.


     


    UN APPELLO


    Non che, negli scorsi decenni, non vi siano stati importanti intellettuali laici e anche marxisti che hanno convenuto con la Chiesa sui temi etici più scottanti. In controtendenza con la deriva radicale e nichilista presa dalle culture dominanti.


    Penso alle posizioni di Max Horkeimer – fondatore della Scuola di Francoforte – contro la pillola, bocciata nell’Humanae vitae di Paolo VI (proprio mentre tanti intellettuali cattolici cominciarono a dissentire dal Papa).


    O penso alle posizioni contro l’aborto che assunsero prima Pier Paolo Pasolini e poi Norberto Bobbio. O al dialogo fra Joseph Ratzinger e Jurgen Habermas.


    Tuttavia l’incontro di Norcia rappresenta una grossa novità. Per la prima volta compare sulla scena un gruppo di intellettuali, di culture e appartenenze politiche laiche e molto diverse, che insieme si appropriano di quella riflessione etica che finora ha caratterizzato il discorso della Chiesa.


    E che insieme parlano ai diversi schieramenti politici suonando l’allarme sull’“emergenza antropologica” che rischia di affondare la nostra civiltà.


    Infatti il convegno di Norcia si è concluso con una dichiarazione comune di tutte queste personalità che andrebbe letta attentamente.


    In questa Italia lacerata da una sorta di guerra civile permanente essi avvertono “la necessità nella dimensione politica di un umanesimo condiviso quale è stato disegnato, per credenti e non credenti, dalla tradizione cristiana e dalla Costituzione repubblicana”.


    Poi sottolineano che siamo dentro “una vera e propria emergenza antropologica” e affermano che “le funzioni di governo sono investite di responsabilità in relazione al valore della vita, della famiglia naturale, della libertà educativa, alla luce anche dei nuovi comportamenti sociali”.


    Sottolineo, fra le altre cose, il felice ingresso del tema della libertà di educazione. Infine i firmatari della dichiarazione rivolgono un appello al Parlamento:


    “Noi invitiamo il Parlamento ad una moratoria legislativa sui temi eticamente sensibili con lo scopo di sostituire il conflitto ideologico con il reciproco ascolto tra sostenitori delle diverse tesi in funzione di soluzioni unificanti e non divisive la società italiana. Ed invitiamo i grandi partiti che hanno in corso processi di verifica interna, destinati a concludersi emblematicamente nello stesso giorno (8 dicembre), a misurarsi con i temi antropologici nella ricerca di una comune base etica della nazione”.


    A me pare un evento davvero significativo. Qualcosa che dovrebbe catalizzare l’attenzione dei media.


    Invece accade che personalità così autorevoli, dalle storie così significative e lontane dalla Chiesa, che oggi individuano nell’insegnamento di Papa Ratzinger il punto di riferimento per pensare il presente (in alcuni casi anche arrivando alla fede personale), passino del tutto inosservate sia ai media laici che all’establishment clericale.


    I primi troppo impegnati a celebrare quotidianamente il nulla, i secondi – penso al Cortile dei gentili – troppo desiderosi di accodarsi alla pochezza nichilista delle mode mondane.


     UN’ITALIA MIGLIORE


     Eppure il cammino che ha portato a Norcia questi due gruppi è serio, è un percorso intellettuale forte, profondo. E si radica nelle culture storiche di questo Paese (il marxismo, il radicalismo, il socialismo e il liberalismo), che si incontrano – a sorpresa – su quel terreno bimillenario che è il cattolicesimo.


    Il loro dunque è un appello che meriterebbe l’attenzione dei media. Perché fa intravedere davvero la possibilità di un’Italia totalmente diversa. Non più lacerata dai conflitti che oggi occupano le pagine dei giornali, tanto feroci quanto culturalmente miseri.


    Con intelligenza Giuseppe Vacca, nella sua relazione a Norcia, ha colto la continuità fra Ratzinger e papa Francesco nell’enciclica “Lumen fidei”, scritta a quattro mani dai due pontefici. Proprio partendo da un passaggio di quell’enciclica Vacca afferma il valore sociale e pubblico della predicazione cristiana.


    Se, infatti, “l’età moderna iniziò dal ‘come se Dio non esistesse’ che accompagnava l’emergere dalle guerre di religione dello Stato-nazione europeo, che relegava le religioni in uno spazio proprio… a conclusione del ciclo storico dello Stato-nazione come soggetto egemonico della modernità, dinanzi al rischio della ‘catastrofe antropologica’, può essere il ‘come se Dio esistesse’ il principio di una nuova alleanza tra fede e ragione? Se il contenuto della fede” dice Vacca “è il sapere dell’amore, un sapere che non si attinge da nessun’altra esperienza, ma solo dal riconoscimento dell’Altro, non solo è storicamente giustificato il ruolo pubblico della religione, ma è anche necessario che quel sapere venga trasmesso e insegnato”.


    Questa può essere l’alba di una vera rivoluzione culturale.


     Antonio Socci


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    00 11/11/2013 7:51 AM

    LA RAGAZZA CHE FU COMUNISTA. ED E’ IN CERCA DI SE STESSA (E DI DIO).


    Posted: 08 Nov 2013 02:31 AM PST



    Ciascuno vede il mondo attraverso le proprie ferite. Ma feriti lo siamo tutti. Perciò, nella sincerità della narrazione di una cicatrice o di una piaga aperta, ci si scopre fratelli.


    Solidali pure se si è fatto un itinerario del tutto diverso e si hanno altre storie nel cuore e altre lacerazioni nella carne.


    “Mio nonno era comunista” (pp. 134, euro 10, Effigi) affascina per questa sincerità. Non cinica, ma leale e dolorosa. Malgrado il titolo e la copertina dove fa capolino il Bobo di Staino, quello di Monica Granchi non è un pamphlet politico.


    E’ un delicato, ironico, struggente romanzo autobiografico che racconta l’itinerario interiore di una ragazzina, nata nel mitico ’68, che diventa donna in una famiglia popolare, di militanti comunisti, a Siena, tra gli anni Sessanta e il Duemila.


    Proprio gli anni  in cui il Pci di Berlinguer in Italia, dal più vasto successo (nel 1984 addirittura primo partito del Paese), crolla fino alla sparizione del 1990.


    Proprio gli anni in cui il socialismo reale passa dalla massima espansione planetaria al collasso (ma i paesi dell’Est sono appena rammentati dall’autrice che semmai legge Kerouac e sogna l’America, detestata dal nonno comunista).


    Anni vissuti a Siena, che non era solo una delle città più rosse d’Italia, ma anche la strana e bella città del Palio (se ne parla di sfuggita), oggi famosa soprattutto per il caso Monte dei Paschi.


    Un’adolescenza vissuta fra la mitica sede del Pci di viale Curtatone (le Botteghe oscure della città toscana), le aule del Liceo Galilei e quelle della facoltà di Lettere (luoghi del cuore che mi accomunano all’autrice).


    ALTRI RIPENSAMENTI


     Questo autunno 2013 è un po’ il tempo del ripensamento e della perplessità per la generazione che entrò nel Pci dopo il ‘68, affascinata dal carisma introverso di Enrico Berlinguer.


    E’ appena uscito il libro di Michele Serra, “Gli sdraiati”, che mostra lo smarrimento dei padri di fronte al mistero dei figli, ma in particolare quello dei “padri progressisti” che pretendevano di saperla sempre lunga su tutto e si ritrovano in casa degli incomprensibili alieni.


    E’ un libro a volte tenero e poetico e, anche se esce dalla penna brillantissima dell’intellettuale che non si mette davvero in discussione, il Mistero della vita attraversa le sue pagine, è nella bellezza delle colline, nei silenzi, nei fiori e nel volto dei figli.


    Il libro di Francesco Piccolo, “Il desiderio di essere come tutti”, uscito anch’esso in questi giorni, sembra uno scavo più politico. La pretesa appartenenza al “Club dei giusti”, che da sempre caratterizza gli intellettuali di Sinistra, capaci solo di “indignarsi” e non di trovare soluzioni, è sottoposta a uno sguardo molto severo.


    Piccolo si pone domande scomode, s’interroga sul perché in quel Club “mai nessuno metta in discussione le idee” o “si chieda se c’è qualcosa che non funziona” o “perché gli altri riescano a penetrare i desideri di una quantità di gente superiore alla nostra. Mai che andiamo a curiosare chi sono, cosa fanno, se nascondono una virtù che non abbiamo. Siamo assolutamente sicuri di aver ragione e che gli altri hanno torto, ma si ravvederanno”.


    Sono due libri che disegnano, come ha scritto Concita De Gregorio, “la parabola triste di una sinistra perduta”. Ma Serra e Piccolo appartengono a quell’élite che nel “Palazzo” del Partitone – ricorda ironicamente Monica Granchi – stava all’ultimo piano: gli intellettuali.


     LA RAGAZZINA


     Lei invece è la ragazzina della portineria, la nipote del nonno comunista che per anni è stato il centralinista e portiere-tuttofare della sede del partito, nella rossa Siena.


    Lei è la ragazzina che se ne stava su un tavolino a fare i compiti o i disegni, mentre il nonno – all’ingresso – smistava un gran traffico di militanti e dirigenti.


    La ragazzina per la quale quelle “botteghe oscure” senesi erano una grande famiglia che non c’è più. E che – da adolescente, con tutto il parentado – lavorerà ogni estate per un mese alla Festa dell’Unità.


    Il suo è un diario intimo che diventa autobiografia collettiva solo di rimbalzo. L’autrice infatti non concede quasi nulla alla storia ufficiale. L’unico evento pubblico è la morte di Berlinguer. Ma anch’esso è vissuto come dramma interiore.


    Tutto in queste pagine è intimo, è un emergere dell’anima e dei suoi incontenibili desideri di libertà in spazi troppo angusti e incapaci di decifrare quel grido, che esplode già dalla lettura adolescenziale di una vita di Vittorio Alfieri.


    La libertà è il grido di un’anima che si sente esiliata. O negata. Già, l’anima Con un’impietosa battuta, a proposito dei quadri di una parente, l’autrice sospira: “nessun sentimento abitava quelle tele in cui riconoscevo solo abili copie senz’anima. Ma l’anima era un concetto sopravvalutato per i comunisti”.


     L’ANIMA


     Non che la protagonista non sia stata una convinta militante, solo che non poteva trovarsi appagata dall’aspirazione della famiglia operaia, appena inurbata (una di quelle famiglie che dal 1945 hanno portato il Pci a Siena a percentuali altissime): il sogno di avere finalmente un (modesto) appartamento, un salotto ammobiliato, un televisore e figli col titolo di studio.


    Tutte mete sacrosante, riconosce l’autrice, aspirazioni nobilissime della povera gente, a cui il Partito cercava di provvedere come un padre di famiglia. Un’aspirazione alla dignità o semplicemente al benessere.


    Ma mete piccolo-borghesi (seppure chiamate “uguaglianza”) che, raggiunte, non esauriscono la vastità del desiderio umano, così sentito dalla protagonista adolescente, che si trova a constatare: “credo che una dose di infelicità fosse connaturata all’idea stessa di comunismo. Come una tassa da pagare”.


    In realtà era il limite della politica in sé, e per la protagonista il Partito era la politica. Perché – nonostante le illusioni del passato – non può essere la politica a rispondere all’invincibile esigenza di felicità che sale dall’anima.


    La politica non parla a quella profondità insondabile e misteriosa, abitata da domande vertiginose, quella profondità dove ci si scopre soli e bisognosi di “essere speciali”, di sentirsi amati.


    E’ da quelle profondità che l’anima grida anche con linguaggi estremi e drammatici, come l’anoressia della protagonista, a 16 anni. O accende il suo cuore quando legge Baudelaire, Pavese o Pessoa…


    Così, in “Mio nonno era comunista”, la politica torna al suo posto, limitato e laico: quello di “tentare di risolvere i problemi”. Nulla di più. Mentre “per mio nonno il comunismo era stato come una religione. Di sicuro era stato la nostra famiglia allargata”.


     PANORAMI DI FELICITA’


     Tuttavia nell’arcipelago di famiglie, zie, nonni e nipoti che popola il libro, fa capolino anche un altro orizzonte religioso, quello dei bisnonni paterni, “i miei nonni cattolici”.


    Da loro, nella campagne di Scansano, la protagonista trascorse i primi sei anni felici della vita. I ricordi sono struggenti: il latte appena munto, le uova benedette di Pasqua…


    “Ci sostenevamo. Ci facevamo compagnia. I grandi badavano ai più piccoli e i più piccoli aiutavano gli anziani. O forse era che eravamo cattolici. Quella parte della mia famiglia lo era. E anch’io, per volontà di mia nonna, sono stata battezzata. Ma il nostro era un cattolicesimo intimo, alla buona. Lontano dalle punizioni severe. Più attento all’idea di misericordia che a quella di peccato. Lontano soprattutto dal rigore. Rigore che la mia famiglia comunista aveva invece fatto suo”.


    Purtroppo, per l’autrice, quella misericordia resta solo un remoto ricordo di infanzia, una specie di sogno felice.


    Che non è mai diventato – come invece è accaduto a me, negli stessi luoghi – un incontro, un incontro vivo nell’età delle grandi domande, un incontro capace di trovarti quando ti perdi negli abissi della giovinezza.


    Però le ferite di questo libro – così ben scritto – sono anche feritoie da cui si possono intravedere di lontano panorami diversi, terre sognate, mari mai attraversati, paesaggi dove i boccioli di un tempo fioriscono.


     Antonio Socci


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    00 11/17/2013 6:55 PM

    IL VATICANO METTE FINE AGLI EQUIVOCI. CANCELLATA L’ “INTERVISTA” DI SCALFARI
    Posted: 16 Nov 2013 03:25 AM PST
    Quando sulla prima pagina di “Libero” – domenica 27 ottobre – è uscito un mio articolo con questo titolo: “Papa Francesco pentito dell’intervista a Scalfari”, le reazioni sono state di sufficienza e pure di polemica. Ieri è arrivata invece la conferma indiretta: avevamo ragione noi.

    Ma ricostruiamo tutta la vicenda perché attorno a quell’intervista è nato il primo, vero problema del pontificato di Francesco. Anzi, un dramma. Un caso per il quale si è addirittura paventata l’ipotesi di uno scisma.



    UNO STRANO SCOOP



    Tutto risale al 1° ottobre quando “Repubblica” esce con uno scoop che fa il giro del mondo: una lunga intervista di Eugenio Scalfari a papa Francesco.

    La cosa era già in sé strana perché è noto che Bergoglio ha sempre diffidato delle interviste e da vescovo non ha mai voluto farne. In effetti leggendo si capisce subito che non si era trattato tecnicamente di una vera e propria intervista.

    Tutto era nato come un incontro privato e un colloquio cordiale, dovuto all’affabilità del pontefice che ama dialogare pure con i più lontani (per mostrare ai cristiani che bisogna uscire dalle sacrestie e andare a cercare tutte le pecorelle uscite dall’ovile). Tale colloquio era stato poi riprodotto da Scalfari come intervista.

    I dubbi si moltiplicavano subito leggendo alcune frasi di quell’intervista attribuite al papa. Frasi pressoché esplosive. In particolare quando Scalfari riporta questa sua domanda: “Santità, esiste una visione del Bene unica? E chi la stabilisce?”.

    Il fondatore di “Repubblica” scrive che questa sarebbe stata la risposta di Bergoglio: “Ciascuno di noi ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene”.

    Parole che fanno saltare sulla sedia molti, perché vengono interpretate subito come se il papa considerasse l’individuo la fonte e il tribunale del Bene e del Male.

    Una concezione in base alla quale chiunque potrebbe giustificare le sue malefatte, perfino i suoi crimini, sostenendo che li ha compiuti per una causa buona.

    E’ evidente che un’idea del genere è agli antipodi di tutta la dottrina cattolica e anche dell’Antico Testamento (basti pensare al Decalogo) dove il Bene e il Male sono oggettivi, non possono essere inventati dall’uomo. Sono dati da Dio anche nella coscienza e a quella voce l’uomo deve obbedire.

    Anche il Concilio Vaticano II afferma: “Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale deve invece obbedire” (Gaudium et spes, n. 16).



    POLEMICHE



    Immediatamente sono scoppiate dure polemiche dal fronte tradizionalista che hanno insinuato addirittura che il papa fosse eterodosso.

    Si sono atteggiati a giudici del Pontefice senza nemmeno chiedersi se davvero quelle parole erano state pronunciate dal Papa in quella forma e se era mai possibile che egli professasse quelle idee.

    Molti non avevano concesso al papa nemmeno il beneficio del dubbio considerando la sua poca dimestichezza con la lingua italiana, l’informalità di un colloquio e magari anche il fraintendimento da parte di Scalfari che poteva non aver compreso bene il concetto o averlo riportato in modo impreciso.

    Dunque da un lato c’è stata la sollevazione dei tradizionalisti. Dall’altro lato il mondo laicista che esultava come se il papa si fosse convertito al relativismo.



    PUZZA DI BRUCIATO



    Un importante editorialista di “Repubblica” è arrivato a scrivere che “nemmeno i protestanti più devoti si spingerebbero tanto lontano. I protestanti si sono limitati ad eliminare i preti in quanto tramite tra l’individuo e il suo creatore. Le parole di papa Francesco lasciano pensare invece che quella di eliminare lo stesso Dio potrebbe rappresentare un’opzione legittima”.

    Era chiaro che c’era qualcosa che non quadrava e che era meglio non berla. Ma buona parte del mondo clericale, invece di applicare un sano discernimento razionale, ha amplificato quell’intervista, prendendo “Repubblica” per oro colato, come se nulla ci fosse da chiarire e precisare. Nessuno ha difeso il Papa.

    Eppure è stato subito evidente che al papa era stato attribuito un pensiero che egli non poteva neanche concepire. Anzitutto era evidente alla logica e al buon senso, perché il papa non poteva affermare un’idea che contraddiceva totalmente tutto il suo magistero quotidiano, la sua enciclica e la sua stessa fede cattolica.

    In secondo luogo è stato evidente che non si doveva prendere l’intervista per oro colato quando padre Lombardi precisò che essa non era da considerarsi un atto del magistero di papa Francesco.

    Ovviamente non era possibile che Lombardi facesse una simile precisazione di sua iniziativa.

    Infine l’evidenza si rafforzava quando – interpellato confidenzialmente da qualche giornalista – padre Lombardi spiegava che quell’intervista non era stata rivista dal pontefice.



    OSSERVATORE E AVVENIRE



    Noi poi abbiamo saputo che durante la visita pontificia ad Assisi, il 4 ottobre, il papa aveva rimproverato il direttore dell’Osservatore romano, Gian Maria Vian, perché – con eccesso di zelo – aveva riprodotto quell’intervista sul giornale vaticano: l’abbiamo scritto in quell’articolo del 27 ottobre.

    Ci sembrava ormai chiarissimo che il Papa non si riconosceva in quell’intervista.

    Invece la notizia della reprimenda di Assisi (che era stata pure filmata) è caduta nel silenzio. Solo un’agenzia e un giornale degli Stati Uniti l’hanno rilanciata. In Italia nulla di nulla.

    Anzi, dalle colonne di “Avvenire”, il corsivista che si firma “Rosso malpelo”, si è scagliato sul titolo di “Libero” (“Papa Francesco pentito dell’intervista a Scalfari”) definendolo “sfacciato”.

    E’ tipico di un certo mondo cattoprogressista impancarsi a censori: sfacciati saremmo noi che – pressoché da soli – abbiamo difeso il Papa…

    Poi “Rosso malpelo” saliva in cattedra e confondeva le idee proprio su quel tema, delicatissimo, della coscienza, mostrando di aver letto male anche la “Gaudium et spes”.

    Anche dal mondo tradizionalista mi sono arrivati attacchi per quell’articolo: “se fosse vero quello che scrive Socci” mi è stato obiettato “cioè che il papa ha protestato in quanto non voleva che l’Osservatore romano riproducesse quell’intervista, perché sul sito internet ufficiale del Vaticano quell’intervista c’è tuttora? Perché non l’ha fatta togliere?”.



    FINE DEGLI EQUIVOCI



    Ieri è arrivata la risposta. E’ stata decisa infatti la cancellazione di quell’intervista dal sito ufficiale del Vaticano, che qualcuno – con eccesso di zelo – aveva riprodotto. Dopo la reprimenda all’”Osservatore romano”, arriva la vistosa e significativa “cancellazione” dal sito vaticano.

    Padre Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, ha spiegato che “il testo (dell’intervista) è attendibile nel suo senso generale ma non nelle singole formulazioni virgolettate, non essendo stato rivisto parola per parola”.
    Traduzione: quella frase attribuita a Bergoglio, su cui sono scoppiate tante polemiche, così com’è formulata non riflette il pensiero del Papa.

    Nessuno più la consideri farina del suo mulino. E’ e resta semplicemente un resoconto pubblicato da Scalfari su “Repubblica”.
    “In questo senso – ha aggiunto il portavoce vaticano – si è ritenuto più corretto limitarne la valenza alla sua natura giornalistica, senza inserirlo fra i testi papali consultabili dal sito del Vaticano”.

    In pratica – ha aggiunto il portavoce – “si è trattato di una messa a punto della natura di quel testo, su cui era sorto qualche dibattito”. Infine padre Lombardi ha spiegato che “responsabile per il sito internet del Vaticano” è la Segreteria di Stato, dunque è in Segreteria di Stato che fu decisa la pubblicazione e sempre lì è stata disposta anche la cancellazione.

    Da notare, en passant, che da circa una settimana si è insediato il nuovo Segretario di Stato, monsignor Parolin. Un fatto significativo che mette fine a un’epoca e ne inizia una nuova.

    Il nuovo capo della diplomazia vaticana e della Curia rappresenta un importante supporto per la missione di papa Francesco.



    Antonio Socci
  • OFFLINE
    Coordinatrice
    00 11/22/2013 7:49 AM

    I MALINTESI DI SCALFARI…


    Eugenio Scalfari non deve aver digerito la cancellazione dal sito del Vaticano della sua “intervista” al Papa. E nella sua interminabile omelia domenicale ha ribadito che “Francesco ha teorizzato in varie occasioni la libertà di coscienza dei cristiani come di tutti gli altri uomini e la loro libera scelta tra quello che ciascuno di loro ritiene sia il Bene e quello che ritiene sia il Male. E portando avanti il Vaticano II (Francesco) ha deciso di dialogare con la cultura moderna”.



     


     I DUE EQUIVOCI


     La sommarietà di queste frasi mostra che Scalfari non ha le idee chiare. Ma con l’espressione “in varie occasioni” cerca di dire che anche nella lettera scritta dal Papa il 4 settembre, in risposta a un suo articolo del 7 agosto, Francesco diceva sulla coscienza la stessa cosa che lui gli ha attribuito nell’intervista del 1° ottobre (quella cancellata dal sito vaticano).


    Invece si sbaglia. La domanda posta da Scalfari nel suo articolo agostano era infatti la seguente: “se una persona non ha fede né la cerca, ma commette quello che per la Chiesa è un peccato, sarà perdonato dal Dio cristiano?”.


    La risposta è “no”, ma Scalfari ha creduto invece di sentire “sì”. Perché un tale malinteso? Per due ragioni.


    La prima. Scalfari equivoca sull’atteggiamento del Papa che invece di freddarlo con un secco “no”, lo prende per mano e fraternamente gli mostra la verità e la via del perdono.


    Infatti Francesco gli risponde dicendo che “la cosa fondamentale” è “che la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito”.


    Già questo è eloquente.


    Poi il Papa aggiunge che “per chi non crede in Dio la questione sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha fede, c’è quando si va contro la coscienza” che bisogna “ascoltare e obbedire”.


    Qui scopriamo la seconda ragione dell’equivoco. Scalfari non ha compreso la complessa e delicata dottrina cattolica sulla coscienza e la confonde con “l’opinione”, ovvero ciò che uno decide che sia Bene o Male.


    Ma quando il Papa parla di “coscienza” intende tutt’altra cosa, ovvero “la legge scritta da Dio nell’intimo” dell’uomo, “una legge che non è lui a darsi, ma alla quale deve obbedire” (sto citando il Concilio Vaticano II che Scalfari evoca, ma senza conoscerlo).


    In sostanza papa Francesco con quella risposta rimandava al n. 1864 del Catechismo della Chiesa Cattolica, laddove parla del “peccato contro lo Spirito Santo”, cioè l’unico che non può essere perdonato. Il Catechismo recita infatti:


    “La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna”.


    Scalfari dunque equivoca. Ma a me stupisce pure che egli possa coltivare quell’idea la quale, di per sé, spazza via anche ogni tipo di etica laica.


    Se infatti il Bene e il Male non sono oggettivi, ma sono definiti da ciascuno a proprio arbitrio, non si vede in base a cosa si possano condannare certe infamie o grandi criminali come Hitler e Stalin, perché costoro potrebbero sempre giustificarsi sostenendo di aver seguito la propria idea di Bene.


     UOMINI ALLA RICERCA


     L’equivoco di Scalfari ha tratto molti in inganno. Qualcuno, nel mondo cattolico, ha storto il naso perché il Papa ha dialogato con un potente intellettuale che ha sempre manifestato la sua avversità alla Chiesa.


    Ma Francesco aveva colto due spiragli importanti nell’articolo di Scalfari. Il primo laddove scrive: “sono un non credente che è da molti anni interessato e affascinato dalla predicazione di Gesù di Nazaret”.


    Il secondo spiraglio sta proprio nella domanda – sopra citata – sulla possibilità di avere il perdono di Dio per “una persona che non ha fede né la cerca” e che “commette quello che per la Chiesa è un peccato”.


    In riferimento al primo tema Francesco ha testimoniato accoratamente il suo personale incontro con Cristo che non è solo uomo, ma si proclama e si dimostra tangibilmente Dio, dunque il Salvatore.


    Sulla seconda domanda il Papa ha colto un’ansia sulla sorte eterna che vive anche chi si proclama ateo. Scalfari sembra sincero in entrambi i casi.


    Rischia però di cadere in un autoinganno, quello di cercare risposte compiacenti con le sue opinioni.


    Sembra che cerchi una qualche rassicurazione, dal Vicario di Cristo, perché – in fin dei conti – se c’è poi qualcosa la prospettiva dell’inferno, cioè di un tormento senza fine e senza scampo, non è proprio simpatica. Nemmeno per chi si dice ateo.


    All’intellettuale ateo papa Francesco ha teso fraternamente la mano e con umiltà lo ha esortato a lasciarsi abbracciare dalla Misericordia di Dio.


    Perché, come ha detto Gesù a santa Faustina Kowalska (evocata dal Papa all’Angelus di domenica):  “Chi non vuole passare attraverso la porta della misericordia, deve passare attraverso la porta della Mia giustizia”.


    E con la giustizia di Dio non si scherza. Certo, Scalfari è un navigatore di lungo corso, un uomo che si è dimostrato abilissimo a destreggiarsi in tutte le epoche. Solo che con il Padreterno la scaltrezza umana non funziona.


     COSA DAVVERO DICE IL CONCILIO


     Il Concilio Vaticano II – si badi bene, proprio il Concilio che Scalfari evoca – afferma che per salvarsi occorre entrare nella Chiesa:


    “questa Chiesa peregrinante è necessaria alla salvezza. Solo il Cristo, infatti, presente in mezzo a noi nel suo corpo che è la Chiesa, è il mediatore e la via della salvezza; ora egli stesso, inculcando espressamente la necessità della fede e del battesimo (cfr. Gv 3,5), ha nello stesso tempo confermato la necessità della Chiesa, nella quale gli uomini entrano per il battesimo come per una porta”.


    A questo punto il Concilio proclama:


    “Perciò non possono salvarsi quegli uomini, i quali, pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria, non vorranno entrare in essa o in essa perseverare” (Lumen Gentium n. 14).


    Naturalmente ciò non riguarda chi non ha potuto conoscere il Vangelo:


    “Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano (…) di condurre una vita retta” (Lumen Gentium, n. 16).


    Per chi invece ha conosciuto l’annuncio cristiano e lo rifiuta o lo tradisce il Concilio cita un passo di san Paolo che giudica e condanna i costumi del suo tempo, così simili a quelli di oggi:


    l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia (…) poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato (…); essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e così non hanno capito più nullaMentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili”.


    L’Apostolo aggiunge:


    Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore”.


    Infine conclude:


    poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno… pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (Rm, 1, 18-32).


    C’è di che tremare e meditare. Per tutti.


     


    Antonio Socci



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    Coordinatrice
    00 11/25/2013 12:11 PM

    SE I GIOVANI NON DICONO PIU’ “TI AMO!”


    Prima la “scoperta” dei femminicidi. Poi quella della prostituzione minorile a Roma e non solo. Si è detto che sono patologie della nostra società.



    Ma la fisiologia dei rapporti affettivi, ciò che oggi consideriamo la normalità, qual è? Siamo certi che sia sana e felice?


    Mi ha colpito una lettera – rimasta senza risposta – di uno studente del primo anno di liceo classico, uscita su “Repubblica”. Era titolata: “Perché tra noi liceali non si usa più ‘ti amo!’ ”.


     PAROLONI?


     Lo studente, Marco D.G., scrive: “ho notato che le parole ‘ti amo’ stanno progressivamente scomparendo tra i giovanissimi: diverse persone le ritengono ‘paroloni’, fastidiosi, estranei, barocchi e patetici”.


    Poi spiega che i suoi coetanei, i quali non usano più queste espressioni d’amore, lo fanno “per motivazioni molto tristi”.


    Che lui riassume così: “l’amore, a questa età, non esiste, non è importante, non deve essere importante. Sarà qualcosa che verrà più tardi. Dopotutto, mi dice una mia cara amica a proposito delle sue vicissitudini, ‘se smetti di amare vuol dire che non hai amato’. Tutti ragionamenti  in larga parte appoggiati e incentivati da parenti, più o meno stretti. Questo modo d’agire non vuol dire sminuire gli amori di quest’età? Non è sbagliato?”.


    Può essere giusto il realismo di chi fa capire al figlio adolescente che la “cottarella” è solo una piccola scintilla dell’immenso mistero che è l’amore. Ma la lettera dello studente forse coglie anche un altro fenomeno: un cinismo diffuso.


     


    RIDOTTI A CORPI


     


    Dopo un’epoca che ha inflazionato la parola “amore”, applicandola assurdamente a una guerra dei sessi che ha lasciato e lascia a terra morti e feriti (non solo in senso metaforico), si è passati a un tale scetticismo che quasi esclude in partenza la “folle” possibilità di amare ed essere amati.


    Così abbiamo una giovane generazione ipersessualizzata a cui è precluso l’amore vero e perfino l’uso della parola amore, mentre tutti gli usi del corpo sono permessi, anzi sono imposti come obbligo: alcune liceali intervistate da “Porta a porta”, lunedì, spiegavano come sia diventata una vergogna sociale essere ancora vergini a 16 anni.


    Si vuole che sia una generazione di corpi senz’anima. E’ il prodotto della generazione del ’68 e della sua unica, vera rivoluzione: la rivoluzione sessuale (che poi è il vertice del consumismo contro cui, a parole, si battevano).


    E questo è l’esito: il panorama di rovine che abbiamo davanti, un colossale discount planetario del sesso che ha l’aspetto di un campo di battaglia cosparso di feriti, di schiavi e di schiave.


     


    LIBERTA’ O DEVASTAZIONE?


     


    La famosa “liberazione sessuale” aveva promesso la felicità. Ma quella che vediamo è una società ammalata, infelice e violenta. E che non sa più cos’è l’amore. Tanto che consiglia di “rassegnarsi” già a 17 anni.


    Si avvera la “profezia” di Max Horkeimer, il fondatore della Scuola di Francoforte, che, pur provenendo dal marxismo, dette ragione all’Humanae vitae di Paolo VI sostenendo che “la pillola”, cioè la trasformazione della sessualità in consumo di corpi sempre disponibili, come una merce di supermercato, sarebbe stata “la morte dell’amore” e quindi dell’eros, trasformando Romeo e Giulietta “in un pezzo da museo”.


    Questa devastazione sta davanti agli occhi di tutti. Mi ha colpito, ad esempio, ciò che, qualche settimana fa, ha scritto Piero Ottone nella rubrica che tiene sul “Venerdì di Repubblica”.


    Ottone, come si sa, dopo il licenziamento di Spadolini, nel 1972, diventò direttore del “Corriere della sera” per portare clamorosamente a sinistra, in sintonia con la ventata rivoluzionaria, l’antico giornale della borghesia liberale (è appunto per questo che Indro Montanelli si sentì costretto ad andarsene e a fondare “Il Giornale”).


    Ebbene, Ottone, da distaccato osservatore, qualche settimana fa ha scritto: “nel giro di mezzo secolo, il costume sessuale è cambiato in modo sensazionale (…). Libertà sessuale, un segno di progresso, dunque?”.


    Il suo giudizio è opposto: “si può vedere nella libertà oggi imperante (…) il segno della graduale disintegrazione della civiltà… L’abolizione delle regole, il ritorno alla licenza assoluta è un nuovo segno di declino”.


    Questa è oggi la sua pesante sentenza: “disintegrazione della società”, “declino”. Ma non avevano promesso – con l’abbattimento dei tabù – il paradiso in terra?


    Eppure già allora qualcuno l’aveva predetto e continua a ripeterlo. Ma oggi come ieri si prende gli sberleffi e gli anatemi di quel “progressismo adolescenziale” che – come dice papa Francesco – è al servizio del “pensiero unico”.


    Però non basta lamentare l’oscurità dei tempi. Io voglio qui testimoniare – soprattutto pensando allo studente di cui ho citato la lettera all’inizio – che, nonostante tutto, ci sono luoghi dove il grande abbraccio dell’amore vero fra uomo e donna si insegna, si scopre e si vive.


     


    GIUSSANI SULL’AMORE


     


    Mi ha colpito, durante una presentazione del mio libro “Lettera a mi figlia”, ascoltare un giovane sacerdote, don Andrea Marinzi, che paragonava la mia primogenita e la vicenda che sta vivendo da quattro anni, alla figura della Maddalena quando, nel Vangelo, per il suo Gesù, ruppe il vasetto d’alabastro contenente un preziosissimo olio profumato per ungere i capelli del Maestro, tanto amato, “e tutta la casa si riempì di quel profumo”.


    Don Andrea attribuiva a don Giussani questa immagine e l’altroieri ho trovato proprio questa sua pagina nella biografia che gli ha dedicato Alberto Savorana. E’ la cosa più bella – secondo me – che sia mai stata scritta sull’amore umano.


    A quel tempo, attorno al 1952, Giussani era un giovane prete che non aveva ancora iniziato la storia di CL, ma – confessando in una parrocchia di Milano – attirava l’interesse di molti studenti.


    Lui restava però colpito dalla superficialità dei loro legami affettivi senza nostalgia, da quel passare da una ragazza all’altra inseguendo soltanto un piccolo piacere effimero. E non la donna amata, non l’amore della vita.


    Per questo annota in un suo appunto che così:


    “il senso della vita si ottunde e il cerchio resta chiuso, freddo, attorno a noi: egoismo. Non si cerca più la persona per la quale sola l’anima si spacca e si apre: si dona. Si sacrifica… La Maddalena spaccò il vaso di alabastro: ‘sciupò’ il profumo, lo donò. Ogni dono è perdita. Amare veramente una persona appare come uno sciupare: se stessi, energie, tempo, calcolo, tornaconto, gusti. Gli altri, al gesto della Maddalena, scrollarono il capo: ‘pazza! Senza criterio! Senza interesse!’. Ma in quella sala solo lei ‘viveva’, perché solo amare è vivere (…). Quell’aprirsi ad altri: agli altri, a tutti gli altri – attraverso la scorza rotta del proprio io, solitamente c’è un viso che ha funzione di spaccare la corteccia del nostro egoismo, di tenere aperta questa meravigliosa ferita, quel viso è il suscitatore e lo stimolatore del nostro amore; il nostro spirito si sente fiorire di generosità al suo contatto, ed attraverso a quel viso si dona, a fiotti, agli altri, a tutti gli altri, all’universo”.


    Si può pensare che sia utopistico ciò che scrive Giussani, si può ritenere che nessuno sia capace di amare così, ma non si può negare che tutti, proprio tutti, nel profondo del cuore desiderano essere amati così.


    E che questo miracolo sia possibile lo fa intuire la conclusione di Giussani, facendo intravedere Gesù Cristo:


    “quel viso è il riverbero umano di Lui. Se quel viso è lontano, la sua nostalgia, oh, non intorpidisce l’attività. La vera nostalgia di lui è la più dinamica malia, è il più potente richiamo alle energie perché compiamo il nostro dovere così da renderci più degni di chi amiamo. Soffrire per Ciò”.


    Questi sono i maestri di umanità di cui abbiamo bisogno, noi, i feriti di questo campo di battaglia che è la modernità.


    Giussani, papa Francesco, uomini che ci affascinano mostrando cosa sono l’amore, il perdono e la grandezza dell’essere uomini e donne. E’ così che ci sorprende la gioia. Quella autentica.


     Antonio Socci


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    Coordinatrice
    00 12/3/2013 9:46 AM

    PROUST E IL SEGRETO DELLE CATTEDRALI
    (CHE QUESTA EUROPA NON CONOSCE PIU’)

    Inabissato nei sondaggi al 15 per cento di (im)popolarità, il minimo storico, François Hollande è contestato per i suoi fallimenti politici (sciopero nelle scuole) ed economici (il Pil è in calo e la ripresina è abortita).

    Perfino con la legge Taubira (adozioni a coppie gay) si è trovato contro una sorprendente maggioranza popolare.

    Così cerca diversivi. E’ il vecchio trucco dei governanti che si inventavano una guerra per distrarre dai loro disastri. Hollande a settembre voleva a tutti i costi la guerra alla Siria, ma è saltata perché si sono messi di traverso il Papa e la Russia.

     MORTE DELLE CATTEDRALI

     Ora ha tirato fuori un’idea surreale: la “festa della laicità” da istituire il 9 dicembre. Perché il calendario delle festività è “troppo cristiano”.

    Una trovata che, anche nella scelta della data, si rifà all’offensiva anticlericale del 1905 e ricorda l’abolizione di tutte le festività cristiane (e perfino del suono delle campane) decretato dai rivoluzionari dopo il 1789.

    Al tempo di Robespierre in nome della “tolleranza” furono massacrati preti e suore, fu macellata la Vandea cattolica e le cattedrali – definite “indecenti e ridicole” – furono profanate e devastate (Cluny e Citeaux che avevano fatto la storia d’Europa furono ridotte a rovine fumanti).

    Nel 1905 la legge sulla separazione fra stato e chiesa puntava a sconsacrare le splendide cattedrali medievali di Francia e a confiscare i beni ecclesiastici.

    Si arrivò quasi a progettare ferrovie che guarda caso dovevano passare per forza su antiche chiese romaniche in mezzo alla campagna.

    Mentre se ne discuteva, nel 1904, sul “Figaro”, fu pubblicato un bellissimo articolo di Marcel Proust, intitolato “La morte delle cattedrali”.

     CONCHIGLIE

     Nel suo pezzo – riproposto in questi giorni dal sito “piccolenote.it” – lo scrittore (che si diceva ateo/agnostico) si mostrava inorridito davanti all’idea di trasformare le cattedrali francesi in “semplici e gelidi pezzi da museo”.

    Egli considerava agghiacciante un futuro in cui la Francia scristianizzata sarebbe stata simile a “una spiaggia dove gigantesche conchiglie cesellate sarebbero apparse arenate, vuote ormai della vita che in esse aveva abitato e incapaci di recare all’orecchio che si chinasse su di esse il vago rumore di un tempo”.

    Sottolineo questa metafora delle cattedrali come conchiglie perché ha un valore decisivo, come vedremo, per la sua “Recherche”.

    Proust dunque rifiutava la trasformazione delle chiese in musei, con gelidi riti laici che avrebbero fatto rimpiangere i riti cattolici e “quanto dovevano essere belle queste feste ai tempi in cui erano i sacerdoti che celebravano le messe… perché avevano, nella virtù di questi riti, la stessa fede degli artisti che scolpirono le cattedrali”.

    Del resto “lo splendore della liturgia cattolica forma un tutto unico con l’architettura e la scultura delle nostre cattedrali”.

    Proust aggiungeva che “mai uno spettacolo paragonabile a questo, uno specchio gigantesco della scienza, dell’anima e della storia fu offerto agli sguardi e all’intelligenza dell’uomo… si può dire che una rappresentazione di Wagner a Bayreuth è poca cosa accanto alla celebrazione della messa grande nella Cattedrale di Chartres”.

    Proprio l’articolo sulle antiche cattedrali ci mette sulle tracce del “segreto” della “Recherche” il cui primo volume fu pubblicato nove anni dopo, il 14 novembre 1913, esattamente cento anni fa.

    Non a caso l’opera proustiana è piena di evocazioni delle tante cattedrali francesi, da Chartres, ad Amiens, da Bourges a Troyes e tante altre.

     ROMANZO-PELLEGRINAGGIO

     Il segreto della “Recherche” ha cominciato a essere scoperto – a mio avviso – da un studioso italiano di Proust, Alberto Beretta Anguissola.

    Il quale anni fa ha pubblicato un volumetto, “Proust e la Bibbia”, dove faceva emergere il “criptotesto” della “Recheche”, quel “corso d’acqua sotterraneo che affiora solo qua e là”, ma – se compreso – diventa una formidabile chiave di lettura.

    Si tratta appunto di “riferimenti ‘giganteschi’ – allusioni esplicite o implicite alla Bibbia, ai simboli cristiani e alla liturgia cattolica. La ‘ricerca del tempo perduto’ è un pellegrinaggio proprio come quelli che, facendo tappa a Illiers-Combray, milioni di uomini compirono nel corso dei secoli per raggiungere Santiago di Compostela. Lungo gli itinerari prestabiliti dalla fede” osserva Beretta Anguissola “si poteva allora incontrare di tutto. C’erano ladri e assassini; c’erano turisti curiosi di cose belle e cose strane; c’erano avventurieri bizzarri; c’erano uomini devastati dal senso di colpa che avrebbero fatto di tutto per sentirsi perdonati da Dio e dagli uomini (quindi da se stessi); c’erano uomini e donne che avevano smarrito il senso dell’esistenza, ne avevano perso il gusto e si sentivano radicalmente falliti, incapaci – come Nicodemo – di rinascere e di incontrare la salvezza; c’erano inoltre uomini e donne pieni di fede, speranza e carità che avevano deciso di santificarsi pellegrinando. La ‘ricerca del tempo perduto’ è tutte queste cose messe insieme”.

    Per questo “i riferimenti religiosi e biblici” hanno “nel romanzo-pellegrinaggio di Proust un’importanza speciale”.

    In fondo “recherche”, ricerca, non è altro che l’antica “Quest”, la ricerca di Dio. Ma Proust compie questa ricerca della salvezza – nella babele del suo tempo e della vita – su una traccia precisa: i luoghi e i riti cristiani, i segni di una bellezza ineguagliabile e piena di Misericordia.

     MADELEINE

     Beretta Anguissola inizia così il suo studio:

    “Chi come Proust ha creduto di portare in sé una duplice maledizione (omosessuale, ebreo) e ha vissuto tale condizione senza illusioni estetizzanti, lucidamente, cosa avrà provato quando, per compiere un vasto lavoro di traduzione e commento di un libro di Ruskin, ‘La Bibbia d’Amiens’, si è messo a leggere e rileggere intensamente Vecchio e Nuovo Testamento? Cosa avrà pensato leggendo il Salmo 21 (‘Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?’) o il ‘Miserere’ o il quarto canto del Servo di Jahvè in Isaia? Non possiamo saperlo. Non sappiamo se si commosse vedendo che le maledizioni possono essere, per chi ci crede, segno e prova della predilezione divina. Ma di tutte queste cose restano profonde tracce nel romanzo ‘Alla ricerca del tempo perduto’. Chi lo ha letto tutto” spiega Beretta Anguissola “ricorderà che, nell’ultimo volume, il Tempo viene ‘ritrovato’ (e insieme a esso sono recuperati in extremis il senso della vita come vocazione e il valore della scrittura) in un modo assai singolare”.

    In pratica il Narratore si trova a un ricevimento e, indietreggiando per fare spazio a un’auto, “inciampa in una pietra difettosa, mal squadrata, del selciato. A questo punto è invaso da una misteriosa felicità”.

    Rammenta di aver vissuto una circostanza simile e una voce dentro di lui grida: “Afferrami al volo, se ne hai la forza, e cerca di risolvere l’enigma di felicità ch’io ti propongo”.

    La salvezza che arriva da una “pietra di scarto”. Immediato il riferimento alla profezia cristologica di Isaia: il Crocifisso, la Vittima, la pietra scartata dai costruttori che diventa pietra angolare, fondamento della bella costruzione. E’ l’incontro fortuito che spalanca la salvezza.

    Ecco in effetti la “lettura” che ce ne offre Proust:

    “Proprio, a volte, nel momento in cui tutto sembra perduto giunge l’avvertimento che può salvarci; abbiamo bussato a tutte le porte che non danno su niente, e la sola attraverso la quale si può entrare, e che avremmo cercato invano per cento anni, l’urtiamo senza saperlo, e si apre”.

    E ricordate la famosa “madeleine” di Proust? E’ ben più di un biscotto che evoca il passato del protagonista. A forma di “coquille Saint-Jacques” è segno del cammino di Santiago e di quelle “conchiglie” che nell’articolo del 1904 erano le cattedrali francesi. Infatti subito dopo ricorda la chiesa del suo villaggio natale, Saint-Jacques di Illiers.

    In quelle “conchiglie” c’è la perla perduta, la salvezza. Con buona pace di Hollande e di questa Europa laicista. 

    Antonio Socci

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    Coordinatrice
    00 12/9/2013 7:09 PM

    ITALIA, COME TRAMONTA UNA NAZIONE
    Posted: 08 Dec 2013 01:26 AM PST
    L’appello lanciato dalle pagine del “Mulino” da tre importanti intellettuali, lo storico Ernesto Galli Della Loggia, il filosofo Roberto Esposito e il letterato Alberto Asor Rosa, meriterebbe una grande discussione. Anche da parte delle élite politiche.

    Se non altro per la singolarità di una denuncia-documento che lega insieme personalità così diverse per orientamento culturale e politico.



    DECADENZA



    Cosa dice quel documento? Lamenta che siamo “al punto limite” della dissoluzione culturale del Paese. Indica i maggiori punti di criticità nel sistema formativo.

    Rileva che s’impone l’ “urgenza” di un cambiamento per la formazione umanistica dei giovani, il cui collasso produce, come conseguenza, la decadenza identitaria e civile del Paese che diventa decadenza economica e politica.

    Le discipline tecnico-scientifiche e l’economia – affermano i tre – sembrano orami le uniche forme di sapere. E dominano perfino nelle valutazioni scolastiche ed universitarie delle scienze umane, (anche la retorica esterofila dell’inglese e dello “studiare all’estero” sradica intere generazioni dal passato e dai luoghi dell’identità italiana).

    L’Appello dice molte cose sacrosante sulla scuola. Anche se ci sarebbe da chiedersi dov’erano questi intellettuali (in particolare i due “di sinistra”, perché Galli della Loggia si fece sentire) quando la pedagogia progressista, padrona nella scuola italiana, teorizzava che era meglio educare i ragazzi con i videogiochi che con la Divina Commedia.



    SUICIDIO EUROPEO



    I tre intellettuali criticano pure il fatto che ormai “l’alfa e l’omega della politica sia l’economia”, tanto che oggi “l’Europa della crisi economica” è “anche l’Europa della crisi politica”.

    Verissimo. Ma – a parte il fatto che tale argomento suona un po’ strano per chi, dei tre, è stato (e forse è ancora) marxista – viene da chiedere: quando – negli anni Novanta – è stata imposta all’Europa questa gabbia tutta fatta di parametri economici e di moneta unica, dov’erano questi intellettuali?

    E cosa scrivevano sui giornali gli accademici e gli umanisti?

    Qualcuno ricorda che, negli anni Novanta, opporsi all’Europa dei tecnocrati e criticare la moneta unica come un esperimento da “apprendisti stregoni” significava condannarsi quasi alla morte civile?

    E si è mai levata una voce dal coro degli intellettuali illuminati per denunciare il fatto che la cessione di quote enormi di sovranità degli stati avveniva quasi all’insaputa dei popoli e fuori dalla legittimazione esplicita dei cittadini elettori?

    E – in quell’ubriacatura conformista di parametri economici e di moneta unica – quanti intellettuali italiani si sono battuti per chiedere un’unificazione europea fondata anzitutto su basi culturali e spirituali?

    Quanti hanno fatto sentire la loro voce perché nella Costituzione europea fossero richiamate le radici giudaico-cristiane dell’Europa?

    Forse Galli Della Loggia è fra i rarissimi. Ma gli altri?



    CATTOLICESIMO RIMOSSO



    Giustamente ieri su “Avvenire”, Adriano Fabris, pur dicendosi d’accordo con tanti argomenti dei tre intellettuali, ha sollevato un’obiezione: com’è possibile che un appello per il ritrovamento della cultura umanistica e delle nostre radici culturali non contenga alcun riferimento alle religioni e in particolare “all’apporto che la tradizione ebraico-cristiana ha dato in Occidente alla definizione dell’umano”?

    Lo stesso Umanesimo del Quattrocento è nato nell’ambito cristiano. Per non dire della letteratura, della lingua, dell’arte, dell’architettura e dell’urbanistica delle nostre città.

    Il documento ripete la solita solfa dell’identità italiana che – in mancanza di uno stato unitario – sarebbe vissuta per secoli solo nella lingua e nella letteratura.

    Ma dall’alba della lingua italiana, con san Francesco, ai pilastri della letteratura (Dante, Tasso, Manzoni), tutto risplende di cattolicesimo. La verità (negata) è che l’identità italiana, per secoli, è stata data dal cattolicesimo.

    Se infatti una nazione è identificata, manzonianamente, da unità di lingua, di storia e di religione (“una d’arme, di lingua, d’altare,/ di memorie, di sangue e di cor”), bisogna dire che da noi c’era solo religione.

    Perché al momento dell’Unità, nel 1861, solo il 2,5 per cento della popolazione parlava l’italiano (cioè il toscano come lingua nazionale) e due terzi di essi erano appunto i toscani. Gli stessi Savoia, che conquistarono militarmente il Paese e furono i primi re d’Italia, parlavano francese.

    E la storia e l’economia erano ben divergenti perché “il Piemonte era economicamente più integrato alla Francia che alla Sicilia. E quest’ultima era integrata più all’Inghilterra che alla Lombardia” (Ruggiero Romano, Paese Italia. Venti secoli di identità).

    Ciò che nel Risorgimento si chiamava Italia – come ha osservato il laico Sergio Romano – era unito solo da una cosa: il cattolicesimo.

    Aver fatto un’unità per via militare contro questa identità nazionale ha avuto conseguenze nefaste. E nefasta è ancora una cultura – di diversa derivazione – che si trova unita solo nel dimenticare queste radici.

    I tre intellettuali lamentano la colpevole “rimozione del passato” perpetrata nel nostro Paese, ma poi sono loro stessi i primi a rimuovere il cattolicesimo, che permea tutta la cultura e la storia d’Italia.

    Come si fa a sostenere che ”il ‘politico’ è indubbiamente la chiave interpretativa della cultura italiana”? Non è un modo per protrarre ancora l’errore fatale che fu perpetrato dall’inizio dell’unità statuale italiana?

    Parlare oggi per pagine e pagine di “umanesimo” riducendo la questione alla solita geremiade dei docenti delle facoltà umanistiche, che si sentono ormai in serie B rispetto alle facoltà tecnico-scientifiche, è davvero provinciale.



    EMERGENZA UOMO



    Da intellettuali di quella autorevolezza ci aspetteremmo almeno che mettessero a tema – con la fine del sapere umanistico nelle scuole – la fine dello stesso umanesimo nel discorso pubblico e nella cultura dominante, dove ormai il nichilismo ha spazzato via tutti i fondamentali, dal valore della vita umana alla stessa identità, dalla natura alla ragione.

    Ben altro spessore (ne ho parlato su queste colonne) ha la denuncia fatta da tre intellettuali marxisti come Mario Tronti, Giuseppe Vacca e Pietro Barcellona dell’ “emergenza antropologica” che rischia di affondare la nostra civiltà.

    E infatti costoro – definiti dalla stampa “marxisti ratzingeriani” – hanno saputo individuare nel magistero della Chiesa il punto di resistenza più forte e profondo all’attuale “dittatura del relativismo” e della tecnocrazia.

    Anch’essi hanno denunciato la pericolosa pretesa della tecnologia e della scienza su ciò che è umano, ma hanno saputo riconoscere che la Chiesa è depositaria di un sapere sull’uomo che salva la sua libertà, la sua dignità e la sua integralità.

    La Chiesa che fece germogliare l’arte italiana, la sua letteratura, le sue istituzioni (dalle università agli ospedali), la Chiesa che partorì l’umanesimo stesso, è oggi sulla breccia, quasi da sola, a difendere – con l’umanesimo – anche l’umano, perfino l’umano. Che oggi è in discussione.

    Va detto che almeno uno dei tre firmatari dell’appello, ovvero Galli Della Loggia, ne è ben consapevole, perché da anni ne scrive (con notevole coraggio civile). Tuttavia l’appello pubblicato sul “Mulino” non ne reca traccia.

    E la quasi totalità della “cultura italiana” lo ignora o lo nega. Se mai fosse possibile tale cultura è quasi più avvilente della politica italiana. Parafrasando Giacomo Noventa sul fascismo, la cancellazione della nostra identità umanistica, non è un errore “contro” la cultura italiana, ma un errore “della” cultura italiana.

    Quindi sarebbe auspicabile che appelli come quelli del “Mulino” iniziassero con un “mea culpa” anziché con un atto d’accusa. E magari si concludessero con un profondo ripensamento autocritico di quelle culture (gentiliana, crociana, gramsciana, illuminista, azionista, nichilista) che hanno sempre dettato legge.
  • OFFLINE
    Coordinatrice
    00 12/17/2013 11:59 AM

    QUELLO CHE I MEDIA NON VI DICONO


    Posted: 15 Dec 2013 04:48 AM PST



    Non dico che l’apparato mediatico mondiale sia un congegno di sistematica disinformazione. Non voglio dirlo. Però sono insopportabili la sua ipocrisia e il suo doppiopesismo. Per le notizie che tace, ma anche per quelle che dà con enfasi e per le mitologie che crea.


    E’ la società dello spettacolo “politically correct” di cui Hollywood è il tempio.


     


    MANDELA E LE RISATE DI OBAMA


     


    L’ultimo mito che ha costruito e celebrato è quello di Nelson Mandela. Il quale ha indubbi meriti politici, ma lui per primo avrebbe rifiutato di paragonarsi a Gesù Cristo, accostamento che invece è stato fatto da qualcuno della Bbc.


    L’establishment occidentale prima ha sostenuto il regime razzista dell’Apartheid. Quando poi non era più digeribile e si rischiava di tenere fuori dal mercato globale le immense ricchezze minerarie del Sudafrica (anzitutto l’oro) si è trovato un leader della lotta alla segregazione, Mandela appunto (in precedenza ritenuto un mezzo terrorista), che ha avuto la saggezza politica di accettare e guidare – nel nome della riconciliazione – un’uscita pacifica da quel regime, senza bagni di sangue, rese dei conti o processi.


    Cosicché la maggioranza nera ha ottenuto il potere politico, mentre la minoranza bianca si è tenuta il potere economico.


    Mandela non è stato un santo, ma si è dimostrato un vero leader e uno statista. Come tutti i politici ha avuto le sue ombre e ha fatto i suoi errori, però ha sopportato anni di carcere e gli va riconosciuta una gran dignità.


    Lascia a desiderare invece quella dell’Occidente “politically correct” considerando le foto che hanno immortalato Obama (pure con Cameron), allo stadio di Johannesburg, durante la commemorazione del leader sudafricano: ha sghignazzato continuamente facendo il cascamorto con la bionda premier danese, tanto da suscitare l’irritazione della moglie Michelle.


    E’ così che l’Occidente liberal “piange” la scomparsa di Mandela?


    Del resto che i media abbiano costruito, sui suoi 27 anni di carcere, un martirologio ipocrita lo dimostra il fatto che poi, gli stessi media, sono stati e restano indifferenti a detenzioni più lunghe e orribili di quella di Mandela. Drammi tuttora in corso.


     


    DA 50 ANNI IN CARCERE


     


    Faccio qualche esempio. Monsignor Giacomo Su Zhimin, vescovo cattolico di Baoding (Hebei), ha trascorso 41 anni in lager e prigioni varie, “senza alcuna accusa e senza alcun processo” (come scrive l’agenzia dei missionari del Pime, Asianews).


    Egli rappresenta quell’inerme popolo cristiano che, sotto il comunismo, subisce più dell’apartheid: ottantenne, ha passato metà della sua vita in prigione ed è tuttora incatenato, ma non si sa dove e il regime si rifiuta di dare qualsiasi informazione, anche alla famiglia. Tanto il mondo se ne infischia.


    Infatti da noi nessuno ne ha mai sentito parlare. C’è qualche giornale che ne abbia raccontato la storia? C’è un solo statista – magari di quelli, anche italici, che sono pappa e ciccia col regime cinese – che ne ha chiesto la liberazione, o almeno qualche notizia?


    C’è una mobilitazione internazionale per lui? Le cosiddette organizzazioni umanitarie hanno fatto iniziative sul suo caso? Qualcuno lo ha mai candidato al Nobel? Hanno promosso per lui concerti di solidarietà o iniziative come il “Mandela day”?


    Gli hanno intitolato palazzetti dello sport come il “Mandela Forum” di Firenze? Star della musica, del cinema e della politica sono andati a incontrarlo? Si sono fatti film su di lui o almeno reportage televisivi?


    Nulla di nulla. Nessuno da noi conosce neppure la sua faccia e il suo nome. Totalmente ignorato.


    Eppure quest’uomo buono e grande, abbandonato da quei media che poi beatificano Mandela, non ha mai fatto politica, ma ha solo chiesto diritti umani e libertà religiosa.


    E non ha predicato odio e violenza, ma solo l’amore di Cristo. Non cerca e non vuole alcun potere. Sa che non lo aspetta né la libertà, né il Nobel, né una poltrona da Capo di Stato, né gli applausi di Hollywood e gli onori del mondo. Ma solo la morte in qualche lurida e fredda prigione, nell’indifferenza generale. Eppure non rinnega la sua fedeltà a Cristo e al suo popolo. Lui sì che è un santo e un martire.


    Ma nessuno in Occidente si sogna, per lui, di andare a disturbare i crudeli despoti cinesi da cui, anzi, tutti gli statisti e gli gnomi del potere economico si recano per baciare la pantofola.


    Un caso analogo è quello di monsignor Cosma Shi Enxiang, vescovo cattolico di Yixian. A 90 anni di età ne ha passati 52 fra lager, prigioni e lavori forzati. La sua via crucis cominciò nel 1957. L’ultima volta è stato arrestato il 13 aprile del 2001 e da allora non se ne sa più nulla.


    Si potrebbe continuare con altre vittime. Ma non c’è solo la Cina di fronte alla quale l’Occidente è pavido e servile come davanti al nuovo padrone del mondo.


     


    ALTRI APARTHEID DIMENTICATI


     


    Ricordo il caso di Asia Bibi, la donna cattolica pakistana, poverissima, madre di quattro figli, che da quattro anni e mezzo è detenuta in condizioni subumane ed è stata condannata a morte solo per essersi dichiarata cristiana e aver rifiutato la conversione all’Islam.


    I cristiani del Pakistan vivono in condizioni peggiori dei neri del Sudafrica durante l’apartheid. Ma per loro e per Asia Bibi nessuno si batte e i media se ne infischiano.


    Le situazioni di apartheid in cui vivono i cristiani o altri gruppi umani non fanno notizia e non suscitano scandalo. Lo ha dimostrato anche un caso di questi giorni.


    E’ accaduto che in India – per iniziativa di un leader nazionalista indù – un tribunale ha reintrodotto la norma che punisce col carcere la pratica omosessuale.


    Chi ha difeso gli omosessuali? La Chiesa cattolica. Il cardinale Gracias, arcivescovo di Mumbai, ha attaccato questa sentenza opponendosi a chi criminalizza i gay.


    In Occidente la decisione del tribunale ha fatto clamore, ma è passata quasi inosservata l’opposizione della Chiesa e anzi qualcuno ha messo (arbitrariamente) indù, cristiani e musulmani nello stesso fronte, d’accordo col tribunale. Non è così.


    Del resto la (giusta) sensibilità dei media occidentali in difesa dei gay indiani purtroppo non si nota in difesa dei dalit, i “senza casta”, i “paria” (che significa “oppressi”), quelli che nell’antica religione indù erano considerati meno degli animali.


    Infatti nessuno scandalo internazionale è scoppiato per la manifestazione, tenutasi mercoledì a New Delhi, per i diritti dei dalit cristiani e musulmani, durante la quale la polizia ha picchiato vescovi, sacerdoti e religiosi e ha addirittura arrestato l’arcivescovo monsignor Anil JT Couto.


    I dalit cristiani sono anch’essi in condizioni uguali o peggiori dei neri sudafricani sotto l’apartheid. Ma nessuno grida allo scandalo. Eppure la Costituzione indiana sulla carta avrebbe abolito le caste.


    Ma i dalit, circa 200 milioni, sono rimasti in condizioni miserrime e vittime di tanti abusi. Per questo molti di loro si sono convertiti al cristianesimo e all’Islam, per avere dignità umana e liberarsi dall’orribile teologia induista delle caste.


    Queste conversioni hanno scatenato le violente reazioni degli indù. Inoltre il Parlamento indiano ha riconosciuto diritti solo ai dalit che restavano nell’induismo. Niente ai dalit cristiani e musulmani.


    “Una discriminazione che viola la Costituzione”, ha dichiarato il presidente della Conferenza episcopale indiana. Ma per questo regime di apartheid tuttora praticato dalla democrazia più grande del mondo, nessuno si scandalizza. Nessuno propone sanzioni.


    Intanto i vescovi cattolici vengono arrestati per la loro lotta in difesa dei dalit proprio negli stessi giorni in cui il mondo, i potenti della terra e i media esaltano Mandela e la sua lotta all’apartheid sudafricano.


    La Chiesa disprezzata e bistrattata dall’Occidente laico e dai suoi media, continua – oggi, come ieri e come sempre – a difendere tutti gli oppressi da ogni apartheid. E lo fa pagandone le conseguenze, cioè persecuzioni, sofferenze e tanti martiri.


    C’è qualcuno, nei media, che se ne accorgerà? 


    Antonio Socci



  • OFFLINE
    Coordinatrice
    00 12/21/2013 1:42 PM

    L’ULTIMA TROVATA: LA VITA NON ESISTE. IL MONDO INONDATO DI NICHILISMO E LO STUPORE PER DIO CHE SI FA UOMO…
    Posted: 20 Dec 2013 12:21 AM PST
    Forse nessuno ve l’ha ancora comunicato, ma voi non siete vivi. Pensate di esserlo, ma “in realtà” non lo siete. Nessuno lo è (se lo venisse a sapere il computer dell’Inps non erogherebbe più pensioni).

    Mi spiace dare la ferale notizia, che potrebbe mandare di traverso il panettone di Natale ai più sensibili. Del resto nemmeno il sottoscritto è vivente. Anzi, è la vita stessa che non esiste.

    A fare il clamoroso “scoop” è stata una delle più blasonate riviste scientifiche del mondo, “Scientific American”. Un articolo del numero datato 2 dicembre infatti parla chiaro fin dal titolo: “Why Life Does Not Really Exist”.



    L’ASSURDO



    Come sono arrivati – questi pensatori – a fare una così straordinaria scoperta? La sintesi degli argomenti è fornita dal sommario dell’edizione italiana della rivista, ovvero “Le Scienze”.

    Eccolo qua: “Malgrado secoli di discussioni, esperimenti, riflessioni e progressi scientifici, nessuna delle definizioni di ‘vita’ proposte finora riesce a discriminare in modo netto e soddisfacente fra ciò che chiamiamo animato e ciò che consideriamo inanimato. Forse perché il vero elemento comune delle cose che definiamo vive non è una loro proprietà intrinseca, ma la nostra percezione di esse”.

    Se ho ben capito il passaggio logico è questo: siccome non si è ancora trovata una definizione di vita, la vita non esiste.

    In effetti l’articolo della rivista scientifica così argomenta: “Perché definire la vita è così frustrante e difficile? Perché scienziati e filosofi hanno fallito per secoli nel trovare una proprietà fisica specifica o un insieme di proprietà che separi nettamente i vivi dagli inanimati? Perché una proprietà simile non esiste. La vita è un concetto che abbiamo inventato. Al livello più fondamentale, tutta la materia esistente è una disposizione degli atomi e delle particelle che li costituiscono. Queste disposizioni ricadono in un immenso spettro di complessità, da un singolo atomo di idrogeno a una cosa intricata come il cervello umano”. Finora abbiamo diviso il mondo in animato e inanimato, “ma questa suddivisione non esiste al di fuori della mente”.

    Quindi, per questi scienziati, vostro figlio – che corre e grida in bicicletta, facendo un gran baccano – è vivo quanto il pezzo di ferro arrugginito che sta nella discarica.



    DOVE STA L’ERRORE



    La filosofia che sta dietro a questi ragionamenti, mi pare la seguente: ciò che io non so definire o non comprendo, non esiste. Ciò che supera le mie capacità di conoscere ed esprimere è una fantasia astratta.

    Questa mentalità è parente di quella positivista che Albert Einstein stroncò così: “Io non sono un positivista. Il positivismo stabilisce che quanto non può essere osservato non esiste. Questa concezione è scientificamente insostenibile, perché è impossibile fare affermazioni valide su ciò che uno ‘può’ o ‘non può’ osservare. Uno dovrebbe dire: ‘Solo ciò che noi osserviamo esiste’. Il che è ovviamente falso”.

    Noi comuni mortali, armati di semplice buon senso (ma confortati dalla compagnia di Einstein), potremmo pensare che quanto scrive la nota rivista sia assurdo e vagamente ridicolo. La bizzarria di un commentatore.

    Però c’è chi potrebbe indicare, alla base di quei ragionamenti, qualche filosofo importante.

    Tutto ruota – come anni fa insegnava don Luigi Giussani – attorno al concetto di ragione che si ha. Per certi moderni (quelli di “Scientific American”) la ragione è come una scatola dentro la quale deve entrare tutto. Quello che non c’entra, magari perché è più grande, non esiste.

    Per altre scuole di pensiero la ragione è come una finestra che si spalanca su un panorama che è più grande di lei. Quindi l’avventura della conoscenza è sempre un inoltrarsi nel mistero che ci avvolge e ci supera.

    E’ così che il pensiero umano ha scoperto sempre nuove cose. E – di stupore in stupore – cerca la ragione ultima dell’essere.



    NICHILISMO



    A dire la verità ci sono stati dei filosofi greci che somigliavano ai pensatori di “Scientific American”. Ricordate Zenone di Elea, quello che sosteneva che il movimento non esiste? Non somiglia a coloro che oggi annunciano che “la vita non esiste”?

    Il greco (i cui argomenti comunque non erano banali) fu confutato semplicemente da qualcuno che si alzò in piedi e prese a deambulare.

    Anche la rivista americana potrebbe essere confutata concretamente mostrando una persona viva e un morto: “contra factum non valet argumentum”.

    Tuttavia la replica è già contenuta nell’editoriale: “Non è che non ci siano differenze sostanziali tra esseri viventi e soggetti inanimati”, tuttavia “non troveremo mai una linea di demarcazione netta tra i due perché i concetti di vita e non-vita come categorie distinte sono proprio questo: concetti, non realtà”. Non è “una proprietà intrinseca” a rendere vive certe cose, ma “la nostra percezione di esse”.

    Chi continuasse a ritenere ostinatamente che fra suo figlio e una pietra c’è una differenza sostanziale e incolmabile, chi pensasse che una creatura umana vivente non è una mera disposizione di atomi, dovrebbe prendere atto che oggi la mentalità dominante è quella espressa in un aforisma di Nietzsche: “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”.

    Idea in base alla quale per esempio si potrebbe anche argomentare che la realtà non esiste, ma esiste solo la nostra percezione di essa (e non esiste neanche la scienza, che diventa una fantasia fra le altre).

    In effetti in base a questa mentalità ormai dominante oggi si sente teorizzare di tutto. La realtà si è persa e noi vaghiamo in un oceano di opinioni. A volte anche pazzoidi.

    Sempre Nietzsche nel suo “Anticristo” aveva scritto: “Noi non facciamo più discendere l’uomo dallo spirito, l’abbiamo rimesso tra gli animali”.

    Ora siamo andati oltre: l’uomo sta tra i minerali. Siamo meri grumi di atomi.

    Una clamorosa eterogenesi dei fini per una cultura moderna che proclamava di essere nata dall’Umanesimo e dal Rinascimento che mettevano l’uomo al centro dell’universo.

    Oggi l’essere umano vivente è un ferrovecchio da rottamare come una lavatrice obsoleta.

    Sommessamente segnalo che Umanesimo e Rinascimento nacquero nell’alveo cristiano. Perché è il cristianesimo il vero illuminismo che ha esaltato l’uomo, la sua razionalità e ha salvato l’oggettività della realtà.

    Senza questa radice, senza Dio – previde Chesterton – sparisce anche la realtà e si dovrà combattere per mostrare che i prati sono verdi e due più due fa quattro. Oggi siamo a questo punto.

    Antonio Socci
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    Coordinatrice
    00 12/25/2013 12:29 PM

    CARI AMICI PRETI, NON SIAMO NOI, MA E’ DIO CHE ESAGERA CON I REGALI…


    Posted: 24 Dec 2013 01:07 AM PST



    “Per molta gente l’oppio non è tanto stupefacente quanto un sermone pomeridiano”. Così Jonathan Swift – autore dei “Viaggi di Gulliver”, ma anche pastore protestante irlandese – iniziava una sua esilarante predica “Sul dormire in chiesa”.


    Ma il libro che anni fa l’ha riproposta col titolo “La predica tormento dei fedeli”, più che castigare la distratta indolenza dei cristiani, incenerisce la pochezza dei predicatori.


     


    OVVIO DEI POPOLI


     


    Nel giorno di Natale, quando le chiese si riempiono di persone, i celebranti danno il meglio, o peggio, di sé. Sarebbe quella una grande occasione di annuncio (come ha ricordato di recente papa Francesco nella sua esortazione “Evangelium gaudium”). Ma come viene usata?


    Joseph Ratzinger, anni fa, se ne uscì con una battuta che più o meno diceva: una prova della divinità della Chiesa sta nel fatto che la fede dei popoli sopravvive a milioni di omelie domenicali.


    Certo, a scorrere i diversi autori che dicono la loro, nel libretto sopra citato, si scopre che la “predica” è da tempo vissuta come anticipo delle penitenze del Purgatorio. Già don Giuseppe De Luca scriveva: “abbiamo annoiato il mondo, noi che dovevamo svegliarlo e salvarlo”.


    E lo scrittore cattolico Georges Bernanos: “Un prete che scende dal pulpito della verità con la bocca a culo di gallina, un po’ riscaldato, ma contento, non ha predicato, ma ha fatto tutt’al più le fusa”.


    E François Mauriac: “Non c’è nessun posto in cui i volti sono così inespressivi come in chiesa durante le prediche”.


    Ricordo che Bernanos nel “Diario di un curato di campagna” scrive: “Una cristianità non si nutre di marmellata più di quanto se ne nutra un uomo. Il buon Dio non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Ora, il nostro povero mondo rassomiglia al vecchio padre Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere, sul suo letame. Il sale, su una pelle a vivo, è una cosa che brucia. Ma le impedisce anche di marcire.”


    Tuttavia, se in tanti casi prevale la noia di un disincarnato perbenismo “politically correct”, in altri c’è un eccesso di sale che rende il piatto immangiabile. E finisce per aggiungere ustioni e dolori al povero Giobbe, già assai provato di suo.


     


    REGALI


     


    Accade quando i fedeli vengono investiti da invettive infuocate di improvvisati Savonarola che si sentono impegnati a castigare il mondo infame.


    Questo moralismo ha una versione “progressista” e una “tradizionalista”. Nel primo caso l’uditorio sarà messo sul banco degli accusati per le sue (presunte) colpe sociali, nel secondo per le sue (presunte) colpe spirituali. Comunque sono sempre ceffoni.


    In genere poi sotto Natale i predicatori moralisti di entrambe le obbedienze si trovano concordi nel martellare il povero, silente uditorio per il suo ripugnante consumismo.


    Tanti buoni parroci infatti si rivolgono a noi come se fossimo nababbi spendaccioni, ribaldi che vivono di lussi superflui e viziosi che trascorrono le feste in orge e gozzoviglie.


    L’invettiva “contro i regali” (ignara peraltro di quanto ha scritto Benedetto XVI sulla “cultura del dono”) è così abituale che viene ripetuta pigramente anche in anni come questo, che in realtà vede tutti al verde, alle prese con le bollette e le tasse. Altro che regali.


    Se questi predicatori – che peraltro non si vestono di peli di cammello e non si nutrono di locuste come il Battista – avessero un minimo di realismo capirebbero.


    Del resto, se nemmeno a Natale crescono i consumi, la crisi si aggrava. Allora serve a poco tuonare dal pulpito che tutti hanno diritto a una casa e a un lavoro…


    Temi utili però per continuare a recriminare anche dopo Natale. Ma perché inveire sempre verso quei poveri cristiani che vanno a messa e già devono sudare per far quadrare i bilanci familiari? Perché metterli sul banco degli accusati quando ci pensano già lo stato e il fisco a spolparli e vessarli in mille modi?


    Perché strapazzarli così anche là dove pensavano di incontrare e ascoltare un Dio che aspetta a braccia aperte i suoi figli, come un Padre pieno d’amore?


    Che triste e misera cosa un simile cristianesimo. Predicatori del genere – diceva Charles Péguy – sanno solo “lamentarsi e blaterare”, sono “medici ingiuriosi che se la prendono con il malato, avvocati ingiuriosi che se la prendono con il cliente; pastori ingiuriosi che se la prendono con il gregge”.


    E dire che avrebbero da dare al mondo la notizia più grande ed entusiasmante. La più consolante. Ma non se ne accorgono. O se la sono dimenticata: è il regalo che Dio ha fatto agli uomini.


    Lui sì che esagera con i regali. Lui sì che sciala e ci vizia, riempiendoci di beni. Infatti il Creatore non si è accontentato di darci l’esistenza, la terra, il cielo, i mari, le montagne, le stelle, i campi di grano, l’acqua, il fuoco, la luna e il sole. Ha fatto la follia di donarci il suo stesso cuore: suo figlio Gesù. Colui che paga per tutti noi.


    E’ per questo regalo impareggiabile che la gente semplice anche quest’anno varcherà la soglia della Chiesa. Per vedere il Dio bambino. Il Re che si è spogliato di tutte le sue ricchezze per fare ricchi noi. Cercano “la carezza del Nazareno”. Cercano il Bel Pastore che ha promesso consolazione a tutti gli affaticati e gli oppressi.


    E’ quel Gesù che, nel villaggio di Naim, pieno di compassione per la madre che aveva perso il figlio, prima di resuscitarglielo le sussurrò: “donna, non piangere!”. Per questo è venuto sulla terra, per dire a tutti: “amico, fratello, sorella, non piangere più. E non temere. Perché io sono qui con te”.


     


    CONSOLAZIONE


     


    Ecco come lo annunciava papa san Leone Magno:


    “Il nostro Salvatore, carissimi, oggi è nato: rallegriamoci! Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita, una vita che distrugge la paura della morte e dona la gioia delle promesse eterne. Nessuno è escluso da questa felicità: la causa della gioia è comune a tutti perché il nostro Signore, vincitore del peccato e della morte, non avendo trovato nessuno libero dalla colpa, è venuto per la liberazione di tutti. Esulti il santo, perché si avvicina al premio; gioisca il peccatore, perché gli è offerto il perdono; riprenda coraggio il pagano, perché è chiamato alla vita”.


    Come ha scritto don Julian Carron, se si è verificato l’impossibile – cioè Dio che si è fatto uomo – più “nessuno può dirsi abbandonato, dimenticato o condannato… il Signore vuole farci capire che a Lui tutto è possibile”.


    Il cambiamento della nostra vita, il cambiamento del mondo e qualunque altro miracolo.


    Un maestro di fede come don Divo Barsotti diceva:


    “Noi offendiamo Dio quando non chiediamo i miracoli! Noi non ci crediamo! Per questo non chiediamo. Parlo schiettamente. Guardate i santi: insistevano. Pensate a quello che diceva san Filippo Neri: ‘Noi dobbiamo costringere Dio a venire a compiere questo miracolo’. Aveva una forza che non si lasciava vincere dal fatto del silenzio di Dio, dal fatto che sembrava che Dio non ascoltasse la preghiera; insistevano fintanto che Dio non doveva piegarsi alla volontà dell’uomo”.


    Poi don Divo spiegava:


    “No, non è che Dio si pieghi alla volontà dell’uomo, ma Dio risponde alla preghiera  dell’uomo. Noi manchiamo contro il Signore quando non chiediamo i miracoli. Dobbiamo chiedere a Dio e non dobbiamo vergognarci di chiedergli tanto…Facciamo poche storie: non crediamo, non crediamo. Bene, non devo turbarmi, perché anche se anche avessi ammazzato, perché se anche avessi commesso un adulterio… se veramente io fossi il peggiore dei peccatori, posso io pensare che il mio peccato sia un limite alla Onnipotenza e alla Misericordia Divina?”.


    Infine don Barsotti aggiungeva:


    “Perché si stanca la pazienza di Dio? Perché non gli si chiede quello che noi possiamo desiderare. Se tu chiedi meno della creazione, tu vai all’Inferno, perché non chiedi quello che Lui ti dona. Lui ti dona Se Stesso. I santi chiedevano e chiedevano, fintanto che non avevano ottenuto”.


    Questa sì è una Buona Notizia. L’unica grande Notizia.


  • OFFLINE
    Coordinatrice
    00 1/11/2014 8:34 AM

    ATTENZIONE AL “FUMO DI SATANA” CHE FU DENUNCIATO DA PAOLO VI: RISCHIA DI TORNARE NEL TEMPIO DI DIO


     



    Il gesuita Antonio Spadaro è intervenuto sul “Corriere della sera” per spiegare che “il Papa non ha ‘aperto alle coppie gay’ come hanno titolato alcune agenzie. Il Papa non sta legittimando proprio nulla: nessuna legge, nessun comportamento che non corrisponda alla dottrina della Chiesa”.


    Parole finalmente chiare. Infatti è Gesù stesso nel Vangelo a insegnare ai suoi apostoli a dire sì, se una cosa è sì, e no se è no: “il resto viene dal Maligno” (Mt 5,37).


    Però se servono di continuo precisazioni e smentite vuol dire che i sì e i no sono vaghi e qualcosa deve essere messo a punto. Anche perché in tanti tirano la tonaca al nostro caro papa Francesco (Scalfari per esempio) e troppi ne travisano il messaggio.


    Spadaro – fatta la salutare smentita – ha provato a dare la sua interpretazione del magistero del papa per scongiurare altri fraintendimenti. C’è riuscito? No. Ecco perché.


     DOTTRINA SPADARO


     Ha detto che l’urgenza del momento è “la sfida educativa”. Una storia vecchia. Poi ha indicato un preciso target che dovrebbe essere al centro delle cure della Chiesa: “i figli di genitori divorziati  e i figli si trovano a vivere avendo come riferimento domestico due persone dello stesso sesso”.


    Il primo caso in effetti riguarda tanti ragazzi. Il secondo caso è statisticamente minimo e solo una certa subalternità culturale alle mode del momento può considerarla un’urgenza. Sarebbe più sensato dire che la Chiesa deve avere cura speciale di tutti i giovani. Tutti.


    Ma, secondo Spadaro, la Chiesa – con quei due tipi di giovani – sarebbe davanti a una sfida inedita e dovrebbe elaborare una nuove strategie pastorali.


    A me pare superficiale presentare come una novità assoluta l’esistenza di nuclei familiari non tradizionali: c’erano già nei primi tempi cristiani, sotto l’Impero romano e fra i popoli barbari, così come nelle terre di missione, nel corso dei secoli fino ad oggi (dove da sempre vige pure la poligamia).


    Perfino i matrimoni fra persone dello stesso sesso c’erano già 2000 anni fa, per l’élite imperiale. Nerone fece due matrimoni pubblici con uomini, una volta nella parte della moglie e una volta in quella del marito (secondo Svetonio prese come moglie lo schiavo Sporo dopo averlo fatto evirare). Anche l’imperatore Eliogabalo, secondo la Historia Augusta, sposò un uomo facendo la moglie.


    Di fronte ai costumi antichi non risulta che gli apostoli abbiano escogitato strategie pastorali per ogni caso, né che si siano chiesti “chi sono io per giudicare?”.


    Anzi, Paolo usò parole durissime e mise in guardia i cristiani dal conformismo delle mode e dalla cultura mondana. Lui voleva sapere una sola cosa: “Cristo crocifisso”. Che era considerato “una stoltezza” dal mondo pagano.


    Era disprezzato già agli inizi, non solo oggi come crede Spadaro. Ma ciò non indusse gli apostoli e san Paolo mettere la sordina ai “princìpi” come sembra suggerire Spadaro. Infatti proprio con quella “stoltezza” i cristiani conquistarono il mondo al Vangelo.


    Erano cristiani con una fede certa. Che forse a Spadaro non andrebbero bene visto che ha parole sprezzanti per la “piccola ed eletta schiera di ‘puri’ ” cioè i cattolici fedeli.


    Vogliamo una Chiesa dove quelli più fedeli sono estromessi e perseguitati, dove la Madonna è coperta di sarcasmi perché a Medjugorje “parla troppo”, mentre i vecchi arnesi del cattoprogressismo moderinista la fanno da padroni e da inquisitori?


    Spadaro fa poi un’altra osservazione: “Anni fa, parlando agli educatori, Bergoglio aveva scritto che le scuole cattoliche ‘non devono in alcun modo aspirare alla formazione di un esercito egemonico di cristiani che conosceranno tutte le risposte, bensì devono essere il luogo in cui tutte le domande vengono accolte, e dove, alla luce del Vangelo, si incoraggia la ricerca personale’ ”.


    Flash interessante, che però può essere interpretato erroneamente. Perché il cristianesimo non è la ricerca, ma è la Risposta diventata carne. L’errore da non ripetere è quello del post-Concilio quando si sostituì la fede con il dubbio e con l’incertezza. Cosa che portò al crollo più devastante della storia della Chiesa.


     IL GRIDO DI PAOLO VI


     Fu Paolo VI a denunciarlo, nel celebre discorso sul “fumo di Satana” del 1972:


    “Io debbo accusare la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto, non ci si fida più della Chiesa. Ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula vera della vita. E non avvertiamo di essere invece già noi padroni e maestri, è entrato il dubbio nelle coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce; nella Chiesa regna questo stato di incertezza”.


    Sarebbe tragico se oggi tornassimo a quella situazione cupissima da cui ci hanno faticosamente portato fuori Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger.


    Proseguendo il discorso del 1972 Paolo VI faceva questa constatazione:


    “si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza”.


    E Paolo VI indicò una causa satanica:


    “qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé. Noi vorremmo comunicarvi questo carisma della certezza che il Signore dà a colui che lo rappresenta anche indegnamente su questa terra”.


     LE PAROLE DI GIUSSANI


     All’unisono con questo “carisma della certezza” che deve avere il successore di Pietro (lo dice Paolo VI), furono le parole di don Luigi Giussani:


    “Questa è l’ombra più grave: è stato eretto e insegnato, e magari dal pulpito, che l’incertezza sia una virtù e che la certezza sia una violenza. Come se Dio fosse diventato uomo, fosse venuto in mezzo a noi per aumentare le nostre incertezze; eravamo capaci da soli di inquietudini e di confusioni! Egli è venuto dicendo: ‘Io sono la luce del mondo’…. Il recupero di questa certezza è l’opera che il Concilio si aspetta da chi lo medita e gli obbedisce con cuore fedele”.


    Proprio in don Giussani, uomo di Dio sensibile alle domande degli uomini (per questo si appassionava a Leopardi, Pavese o Kafka), troviamo il modo giusto di interpretare l’invito di Bergoglio a una Chiesa come “luogo in cui tutte le domande vengono accolte”.


    Infatti Giussani, che ha portato davvero l’annuncio alle “periferie esistenziali”, che partì proprio dalla scuola e dal problema educativo dei giovani e ne guidò migliaia alla fede certa, spiegava: “condividere il bisogno è l’unico modo per leggerlo, ma la lettura sarebbe mondana se non partisse dalla tradizione cristiana… l’inizio della presenza dentro l’ambiente non è l’ambiente, ma qualcosa che viene prima… l’annuncio non viene dalla nostra intelligenza nel dirimere le questioni, ma viene prima, è qualcosa che ci è dato”.


    E’ Gesù Cristo. Infatti Giussani conclude: “quando si dimentica che Cristo è la chiave di tutto, il cristianesimo diventa zero. La mentalità mondana si inserisce in noi per la paura di essere in minoranza, di non essere considerati al passo”.


    Dunque serve rileggere Paolo VI e Giussani più che Spadaro. Del resto Bergoglio apprezzò molto i libri di Giussani, il quale aveva spiegato perfettamente (con anni di anticipo) l’idea della Chiesa come ospedale da campo: “quell’ammalato che si doveva alzare, punta sui gomiti e non riesce. Ma se va lì sua madre o sua moglie o un’infermiera o il medico o un amico, e lo prende sotto braccio, poco o tanto può riuscire a camminare. Questa è l’immagine dell’uomo che cammina secondo il pensiero cristiano: l’uomo non può camminare se non abbracciato, se non sostenuto da Gesù Cristo. Dio è venuto nel mondo proprio esattamente per prenderci e farci camminare”.


    Da meditare e imparare.


     


    Antonio Socci


     



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    00 2/20/2014 8:34 AM

    ACCADE A BOLOGNA
    Posted: 18 Feb 2014 03:09 AM PST
    A volte accadono piccoli fatti che sono come lampi di luce nel buio. E folgorano i cuori immersi nella nebbia e i tempi cupi. E fanno capire e vedere la realtà assai più e meglio di tanti discorsi dei cosiddetti intellettuali o di coloro che dovrebbero illuminare il mondo.

    E’ accaduto a Bologna

    Mercoledì scorso, dopo una lunga malattia, è morto a 59 anni Roberto “Freak” Antoni, storico leader degli Skiantos, un gruppo musicale che viene classificato come “rock demenziale” e che nacque nella turbolenta Bologna del ’77, quella degli “indiani metropolitani” e di un’Italia che poi affogò negli anni di piombo.

    Freak Antoni, un artista divertente e poliedrico, rappresenta il rivolo creativo e surreale di quella stagione che a Bologna mise con le spalle al muro “da sinistra” il monolitico Pci di Zangheri e a Roma la Cgil di Lama. Freak era così ironico, dissacrante, cinico, poetico che non è possibile inquadrarlo negli schemi.

    D’altra parte quella rivolta giovanile dava voce alla delusione delle rivoluzioni mancate, al disgusto per gli apparati e finiva per esprimere sogni e utopie impolitiche, un grido di “felicità subito” che aveva natura inconsapevolmente religiosa.

    Tornò in quei giorni un motto del ’68 francese ricavato dal “Caligola” di Albert Camus. Diceva: “Soyez réalistes, demandez l’impossibile”. Era perfetto anche per la Bologna del ’77. Ma era lo slogan meno politico e più religioso che si potesse coniare.

    Infatti era stato un grande padre di cuori giovani, don Luigi Giussani a riprendere e valorizzare quelle parole di Camus: “Non è realistico che l’uomo viva senza agognare l’impossibile, senza questa apertura all’impossibile, senza nesso con l’oltre: qualsiasi confine raggiunga. Il Caligola di Camus – scrisse Giussani – parla di ‘luna’ o ‘felicità’ o ‘immortalità’. L’insaziabile non può che derivare da un inestinguibile. Un Destino di immortalità si segnala nell’umana esperienza di insaziabilità”.

    A Bologna è rimasto qualcosa di quella ventata creativa del ‘77. Io stesso ho letto a volte, qua e là, sui muri, delle scritte che mi ricordavano “Freak Antoni”.

    Vicino alla chiesa dei Servi – e a Nomisma – campeggiava un versetto biblico: “l’abisso chiama l’abisso”. E più in là, su un muro dell’Università, un memorabile: “Basta fatti, vogliamo parole”. Che – a ben pensarci – è geniale.

    La morte prematura di Freak Antoni naturalmente ha richiamato a Bologna tanti amici e colleghi. Venerdì scorso, quando il Comune ha allestito una camera ardente per rendergli omaggio, nella sala Tassinari, a Palazzo D’Accursio, si sono visti molti personaggi noti dello spettacolo: c’erano Elio e Rocco Tanica delle “Storie Tese”, Luca Carboni, Samuele Bersani, Gaetano Curreri, Andrea Mingardi, Fabio De Luigi, il comico Vito, Milena Gabanelli e poi è arrivato il sindaco Virginio Merola.

    Il quale ha detto alcune parole di commemorazione, in quell’atmosfera surreale e obiettivamente disperata, tipica di queste “camere ardenti”, tra volti tristi e straniti. Subito dopo si è fatta avanti una ragazza, una giovane studentessa di liceo.

    Era Margherita, la figlia di “Freak”. Con dolcezza e fermezza ha detto alcune cose che hanno fatto sentire a tutti un brivido.

    Un brivido di verità profonde che tutti conoscono in fondo al cuore, ma che tutti anche hanno rimosso e nascosto. Pure a se stessi.

    La ragazza ha ringraziato i presenti, ha ricordato come suo padre vivesse per quel suo lavoro, per il palco, per i concerti che in tanti giorni di festa lo hanno strappato alla famiglia.

    Margherita ha confessato di aver sofferto questa sua assenza, ma “adesso forse ho capito. Non so” ha detto guardando quei volti “se vi è mai capitato di sentirvi tristi. Ma tristi tristi, tanto tristi da chiedervi qual è il senso della vita, il perché delle cose. A me a volte capita. A mio padre capitava sempre. Siete tristi perché vi manca qualcosa, non è così? Altrimenti avreste l’animo appagato, soddisfatto. Ma che cosa manca?”.

    La domanda della ragazza per un istante ha fatto sentire tutti come messi a nudo. Poi ha proseguito: “Ognuno cerca di colmare il vuoto che sente. Mio padre lo colmava con la droga, con i concerti, con storie d’amore improponibili. Mio padre era uno triste, uno senza speranza, un infelice, un irrequieto”.

    Erano parole dette con profonda compassione e pietà. Margherita ha poi raccontato di aver trovato, l’altro giorno, nel portafoglio del padre, un biglietto dove aveva annotato questa frase: “perciò io non terrò la bocca chiusa, parlerò nell’angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell’amarezza del mio cuore”.

    Era una frase della Bibbia, del libro di Giobbe. Chissà quando e come Freak Antoni l’aveva sentita o letta e se l’era annotata, perché di certo la sentiva sua, perché esprimeva il suo dolore, la sua solitudine, le sue domande e il suo grido.

    Infatti Margherita l’ha commentata così: “mio padre era un grande perché gridava, perché non si accontentava, perché il suo desiderio di felicità era più grande di qualsiasi concerto, droga o storia d’amore”.

    Così, con una grazia che incantava e una pietà commossa, la giovane figlia ha descritto il senso religioso di questo padre artista irrequieto e scapigliato. E ha colto più e meglio di chiunque altro il suo genio. E il suo dolore.

    Ricordando una delle sue memorabili battute (“Dio ci deve delle spiegazioni”) Margherita ha concluso con la speranza che davvero “lassù gliele dia”.

    Poi, in tutta semplicità, a quella platea improbabile e sbigottita ha detto che voleva dire una preghiera per suo padre. E chi voleva poteva unirsi a lei. Ha recitato con alcuni amici l’Eterno riposo e un’Ave Maria e in quel momento una Misericordia infinita è scesa su tutti, in quella stanza, come un immenso e bellissimo panorama pieno di azzurro.

    E come sono sembrate goffe e ridicole le chiacchiere di certi intellettuali e di certi notabili dell’industria sui giovani di oggi.

    Se questo Paese ha una speranza, bisogna riconoscere che questa speranza ha il volto di Margherita e dei ragazzi e delle ragazze come lei. Che ci sono e sono molti più di quanto si immagini.

    Nei loro volti s’intravede una speranza, una certezza, una pietà che oggi sembrano impossibili. Come quella pace di Margherita davanti al dolore della morte. Talora l’impossibile per grazia accade.



    Antonio Socci
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    Coordinatrice
    00 4/8/2014 11:12 AM

    GLI OCCHI DI GESU’ (di fronte alla nostra morte…)


     



    Certo, i poeti e i profeti lo dicono con ben altra potenza. Ma anche quei protagonisti della cultura pop di oggi che sono i cantautori – menestrelli del duemila – a volta azzeccano un verso (o una canzone) che, sia pure in un mare di nichilismo, è come un lampo di luce sulla condizione umana.


    Penso all’ultimo successo di Vasco Rossi, “Dannate nuvole”, che parla della vita come “valle di lacrime” dove “tutto si deve abbandonare” perché “niente dura” e “questo lo sai, però non ti ci abitui mai. Chissà perché?”.


    Questa fragilità dell’esistenza, che davvero dura un soffio di vento e – dice la Bibbia – è come l’erba del campo (“al mattino fiorisce e alla sera è falciata e dissecca”), è la vera grande domanda che grava su di noi. Più incombente di qualsiasi problema quotidiano. Perché è la domanda sul senso della vita.


     


    STRUZZI


     


    Ma noi solitamente facciamo spallucce e mettiamo la testa sotto la sabbia. C’è una scambio di battute, nel film “La grande bellezza”, che è un simbolo perfetto del nostro tempo vacuo e superficiale.


    “Come stai , caro?”, chiede Jep Gambardella ad Andrea. E lui: “Male. Proust scrive che la morte potrebbe coglierci questo pomeriggio. Mette paura Proust. Non domani, non tra un anno, ma questo stesso pomeriggio, scrive”. La replica di Jep è questa: “Vabbè, intanto adesso è sera, dunque il pomeriggio sarebbe comunque domani”.


    E’ un cinismo compiaciuto che oggi è molto diffuso (ci si sente furbi e spiritosi a buttarla in battuta), ma che nasconde una disperata inermità.


    Del resto già Pascal diceva che gli uomini, non sapendo trovar rimedio alla morte, decisero, per rendersi felici, di non pensarci. Ma quale felicità? Quella del ballo sul Titanic? Più che una grande bellezza, una grande tristezza.


    Dev’esserci anche un qualche meccanismo psicologico che si è interiorizzato per evitare di guardare l’abisso. Freud sosteneva che “in fondo nessuno di noi crede alla propria morte”.


    Così quando arriva è troppo tardi per pensarci. Ma la si sconta vivendo, avvertiva il poeta. E specialmente vivendo la morte delle persone che amiamo.


    In quel caso – e capita a tutti – per un attimo, un’ora o un giorno il teatro delle chiacchiere e dei burattini che è la quotidianità scompare e ci si trova ammutoliti davanti alla realtà.


     


    I NOSTRI NANNI


     


    Pare che sia un evento privato di questo tipo, la morte della madre, avvenuta l’anno passato, ad aver ispirato il film che Nanni Moretti sta girando in questi giorni a Roma e che s’intitolerà appunto “Mia madre”.


    E’ già cominciata la solita solfa del set blindatissimo e però anche delle indiscrezioni da cui puntualmente filtra la trama. E’ stato Michele Anselmi sul “Secolo XIX” a parlarne.


    Protagonisti saranno i due figli di una madre anziana e malata: due fratelli interpretati da Moretti stesso (che arriva a licenziarsi per accudire la madre) e da Margherita Buy che nel film interpreta una regista “engagée” in via di separazione dal compagno e con una figlia adolescente.


    Margherita, la regista, è alle prese con un film di denuncia sociale sulla ristrutturazione e i licenziamenti in una fabbrica mentre la vita privata incombe e gli ultimi giorni della madre impongono le solite, drammatiche domande sul tenerla in ospedale o portarla a morire a casa.


    Si può immaginare la tipica fibrillazione nervosa del personaggio della Buy che non riesce a tenere insieme “l’impegno” del suo film sociale, dove la fabbrica in crisi è la metafora dell’Italia, i problemi scolastici della figlia, la separazione e il dramma di una madre morente.


    Del resto Anselmi scrive che “l’idea di Moretti, al di là del tirante drammaturgico della malattia, è interrogarsi su quella che ha definito ‘una crisi culturale e sociale che ci coinvolge tutti’ ”.


    Vedremo se e come il regista romano saprà farci stare di fronte alle domande immense suscitate dalla malattia e dalla morte. Vedremo se saranno solo dei pretesti narrativi, delle metafore per parlare del momento storico e sociale, o se lui avrà il coraggio di prendere di petto la questione di fondo: il senso del vivere e del morire.


    Ovviamente Moretti non è Bergman, né Tarkovskij. Però potrebbe sorprendere con un accento nuovo.


    Ha già affrontato il tema del dolore e della morte con “La stanza del figlio” (che vinse la Palma d’oro a Cannes nel 2001). Mostrò un certo talento, ma più che fare i conti col tema della morte mise in scena il problema dell’elaborazione del lutto. Più Freud che Leopardi.


     


    SCOPERTA


     


    Moretti dà spesso la sensazione di un “vorrei, ma non posso”. Regista di talento, sembra non riuscire mai a scappare dalle gabbie del conformismo, dai tic e dai pregiudizi della sua generazione. Conosce e pratica (molto bene) il registro dell’ironia, ma gli è sconosciuto lo sguardo profondo e lieve della poesia.


    E’ l’icona di una generazione che sembra incapace di essere libera, di mettersi veramente in discussione e di cercare la verità dovunque essa sia, anche fuori dal proprio frigorifero esistenziale.


    Azzardo una previsione. Specialmente se il film andrà alla mostra del cinema di Venezia, fra qualche mese la cultura dominante – cioè il salottismo borghese-sinistrese – scoprirà che esiste la morte (perché le cose esistono solo quando le scopre lei).


    Ne ciancerà con qualche serioso pistolotto per una decina di giorni e poi ordinerà un aperitivo passando ad altro. Che sia Renzi o Berlusconi, che sia l’ultima articolessa di Scalfari o papa Francesco.


    Infatti nel “banal grande” politically correct in cui tramonta stancamente questa generazione di vecchi vincenti, si riesce perfino a mitizzare Francesco snobbando tutto quello che lui accoratamente dona.


    Con i loro assordanti applausi evitano di ascoltare ciò che dice e perdono la grande occasione della loro vita: conoscere un’ignota Misericordia.


     


    LA SOLA SPERANZA


     


    Parafrasando Pessoa si può dire che la generazione pre e post Sessantottina ha perduto la fede cristiana per la stessa ragione per cui i suoi padri l’avevano avuta: senza sapere perché.


    C’è perfino chi – come Scalfari – ogni settimana sulla “Repubblica” riesce nella spericolata operazione di osannare Francesco e proclamarsi suo amico e seguace, ma senza considerare minimamente ciò che al Papa sta più a cuore: quella Misericordia che tanto commuove il suo cuore.


    Eppure proprio quella Misericordia è la grande bellezza (quella vera). Ed è la risposta alle domande più profonde.


    Perché può dar senso alla vita solo qualcosa – o meglio Qualcuno – che sa vincere la morte. Altrimenti è un imbroglio.


    Quella Misericordia – ha ripetuto papa Francesco – è un Uomo. L’unico che ha vinto la morte e la disperazione. La potenza e la bontà del suo sguardo hanno ridato la vita al figlio della vedova di Naim, alla figlia di Giairo, al suo amico Lazzaro.


    Incontrare (e seguire) quello sguardo è la più grande fortuna della vita.


    Ieri don Julian Carron, parlando davanti ad alcune migliaia di persone della Fraternità di CL, ha indicato proprio quello sguardo – Ojos de cielo, occhi di cielo – come la sola speranza: quegli occhi che ci tolgono dall’inferno dei nostri affanni e ci illuminano perché sono cammino e guida.


    Quegli occhi che fanno vivere tutto. E non fanno morire mai più coloro che si amano. Con Lui, caro Vasco, ogni bellezza dura. E per sempre.


     


    Antonio Socci




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    Coordinatrice
    00 4/14/2014 11:57 AM

    GRANDEZZA DI GIOVANNI PAOLO II.
    IL DOVERE DEI PAPI: DIFENDERE IL GREGGE DALLA DITTATURA DEL MONDO.

    Andrea Riccardi ha rivelato, in un suo libro, il contenuto della “deposizione” che il cardinale Carlo Maria Martini rese al processo per la canonizzazione di Karol Wojtyla.

    Le sue parole hanno fatto una triste impressione, non solo perché egli giudica inopportuna l’elevazione agli altari di Giovanni Paolo II (desideratissima invece dal popolo cristiano: avverrà in piazza San Pietro il 27 aprile prossimo). Ma soprattutto per il modo e per gli argomenti usati.

     CRITICHE

     C’è chi ha scritto che è stata “la vendetta del cardinal Martini”, che “opponendosi alla canonizzazione di Papa Wojtyla si è voluto prendere una rivincita”.

    Ma non voglio credere che il cardinale coltivasse (ri)sentimenti del genere, anche perché proprio Giovanni Paolo II lo aveva nominato arcivescovo di Milano, lo aveva creato cardinale e – come Ratzinger – aveva sempre avuto parole di stima personale nei suoi confronti.

    Qualche caduta di stile si nota, però, nella deposizione di Martini. Il quale critica Wojtyla, fra l’altro, per le sue nomine, precisando: “soprattutto negli ultimi tempi” (la sua fu una nomina dei primi tempi).

    Inoltre il prelato attacca Giovanni Paolo II per il suo appoggio ai movimenti ecclesiali. Questo livore martiniano contro le nuove realtà suscitate dallo Spirito Santo gli impedì di vedere quanto papa Wojtyla avesse rinnovato la Chiesa, valorizzando i carismi e gli impetuosi movimenti di rinascita della fede, che sono i veri frutti positivi del Concilio.

    Ci sono anche altre critiche di Martini, in quella deposizione, che sconcertano. Per esempio afferma che Giovanni Paolo II si pose “al centro dell’attenzione, specie nei viaggi, con il risultato che la gente lo percepiva un po’ come il vescovo del mondo e ne usciva oscurato il ruolo della Chiesa locale e del vescovo”.

    Questa desolante considerazione dimentica che papa Wojtyla dovette confortare nella fede e ridare coraggio a milioni di cristiani che negli anni Settanta erano perseguitati e incarcerati in Oriente e umiliati e silenziati in Occidente.

    Inoltre i pellegrinaggi di Giovanni Paolo II dettero un formidabile slancio missionario proprio alle chiese locali (basti pensare ai sedici viaggi in Africa e alla rinascita della fede che ne è seguita in quel continente).

    Martini riconosce pure qualche lato positivo a papa Wojtyla, per esempio “la virtù della perseveranza”, ma subito aggiunge che fu eccessiva perché decise di restare papa fino alla fine: “personalmente riterrei che aveva motivi per ritirarsi un po’ prima”.

    A dire il vero lo stesso Martini, concluso il suo episcopato milanese, per raggiungimento dell’età canonica, invece di ritirarsi a vita di preghiera, come aveva annunciato, intensificò il suo presenzialismo mediatico. E indurì le sue critiche alla Chiesa. Un comportamento che sconcertò molti fedeli.

    D’altra parte il cardinale di Milano, per tutto il pontificato di Wojtyla (e pure di Ratzinger), è stato esaltato dai media laicisti come il loro (anti)papa.

    E non si può dire che egli abbia fatto degli sforzi visibili per sottrarsi alle insidiose lusinghe di anticattolici, mangiapreti e miscredenti. I quali facevano a gara per osannarlo, intervistarlo e amplificare le sue critiche alla Chiesa.

     

    O CESARE O DIO

     

    Papa Wojtyla – col suo carisma personale e la sua fede accorata – ha affascinato i popoli, milioni di persone andavano a cercarlo per ascoltarlo. Però non è mai stato amato dai poteri di questo mondo. Anzi, è stato letteralmente detestato.

    Fin dall’inizio fu bollato come reazionario, anticomunista, bigotto, “troppo polacco” e via dicendo. Poi – vista la forza del suo carisma e l’amore che suscitava nelle folle – ritennero che non conveniva loro opporvisi frontalmente e cercarono di logorarlo in altri modi.

    Ma il grande Giovanni Paolo non ha mai annacquato la verità. Nel suo amore per Cristo e per gli uomini, ha sempre chiamato bene il bene e male il male.

    Joseph Ratzinger, con la sua recente testimonianza raccolta da Wlodzimierz Redzioch nel libro “Accanto a Giovanni Paolo II”, ha insistito proprio su questo:

    “Giovanni Paolo II non chiedeva applausi, né si è mai guardato intorno preoccupato di come le sue decisioni sarebbero state accolte. Egli ha agito a partire dalla sua fede e dalle sue convinzioni, ed era pronto anche a subire colpi. Il coraggio della verità è ai miei occhi un criterio di primo ordine della santità. Solo a partire dal suo rapporto con Dio è possibile capire anche il suo indefesso impegno pastorale. Si è dato con una radicalità che non può essere spiegata altrimenti”.

    Ratzinger già alla morte di Paolo VI, il 10 agosto 1978, disse:

    un Papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo. Paolo VI ha resistito alla telecrazia e alla demoscopia, le due potenze dittatoriali del presente. Ha potuto farlo perché non prendeva come parametro il successo e l’approvazione, bensì la coscienza, che si misura sulla verità, sulla fede”.

    Infatti, diventato lui stesso papa, Benedetto XVI, indifesa dei piccoli e dei poveri denunciò “la dittatura del relativismo”. E sempre affermò che il ministero di Pietro era legato al martirio.

    Un martirio fisico per i papi dei primi tre secoli. Un martirio morale per i papi di oggi (ma Wojtyla sparse anche il suo sangue).

    Non che i cristiani debbano cercare l’odio del mondo, ovviamente. Ma le “potenze dittatoriali” delle ideologie o del nichilismo sono realtà e minacciano o condizionano pesantemente la Chiesa.

    Gesù stesso nel discorso della montagna aveva ammonito i suoi a restare liberi e sottrarsi ai condizionamenti:

    Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6, 24-26). 

    I veri discepoli di Gesù infatti sono segno di contraddizione per i poteri mondani:

    “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo (…) il mondo vi odia. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 16, 18-20).

    Gesù arrivò a indicare ai suoi questa beatitudine:

    “Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli” (Lc 6, 20-23).

    Non significa che si debba cercare la persecuzione, ma che non si deve essere succubi dei poteri e delle ideologie di questo mondo. Pietro deve sempre insegnare che fra obbedire a Cesare e obbedire Dio, bisogna scegliere Dio.

     

    FRANCESCO E I MEDIA

     

    E non basta nemmeno dichiarare apertamente la scelta giusta, perché la “dittatura” del “politically correct” è insidiosa. Esemplare e inquietante è il modo in cui si piegano certe frasi di papa Francesco verso questo “pensiero unico”.

    Mentre vengono ignorati certi suoi interventi molto decisi, come quelli di venerdì scorso, contro l’aborto, l’eutanasia e per la famiglia naturale uomo-donna (“occorre ribadire il diritto del bambino a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare in relazione alla mascolinità e alla femminilità di un padre e di una madre”).

    Il Papa – in chiaro riferimento all’attualità – ha anche invitato a“sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli. A questo proposito” ha aggiunto “vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del “pensiero unico’ ”.

    Nella notte del “pensiero unico” queste parole sono luce e libertà per tutti come lo sono state quelle di Wojtyla e Ratzinger.

     Antonio Socci


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    Coordinatrice
    00 4/25/2014 7:41 AM

    LA LETTERA D’AMORE PER TE,
    SCRITTA COL SANGUE

    Il 9 aprile scorso, durante l’Udienza generale in Piazza San Pietro, una persona dalla folla ha gridato verso il Pontefice: “Papa Francesco, sei unico!”. Il Santo Padre gli ha risposto: “Anche tu, anche tu sei unico. Non ci sono due come te”.

    Con quella semplice battuta ha espresso una verità immensa, che caratterizza il cristianesimo. Infatti per il mondo il singolo è solo un numero, sostituibile con tanti altri, cioè sacrificabile al potere.

    Le ideologie moderne poi considerano come protagonisti della storia dei soggetti collettivi (la Razza, la Classe, la Nazione, l’Umanità) o entità astratte come il Mercato, il Capitale, il Partito e lo Stato.

     

    RIVOLUZIONE

     Invece con l’avvenimento cristiano accade qualcosa di rivoluzionario: l’unico Dio che scende sulla terra e ha pietà di ogni singola persona, specie del miserabile, del peccatore incallito, del malato, di ciascun uomo.

    Per compassione il Figlio di Dio lo abbraccia, lo risana, lo perdona, addirittura si inginocchia davanti a lui e gli lava i piedi (ovvero fa quello che facevano gli schiavi agli ospiti). Fino a morire per lui, per quel singolo essere (insignificante per il mondo).

    Davvero una rivoluzione, un totale capovolgimento dell’ordine costituito da millenni, da sempre basato sui sacrifici umani, in molte forme (a partire dallo schiavismo, fondamento delle economie antiche).

    Lo colse bene il più fiero avversario moderno del Nazareno, ovvero Friedrich Nietzsche che scrisse: “L’individuo fu tenuto dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare, ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani… La vera filantropia vuole il sacrificio per il bene della specie – è dura, è piena di autosuperamento, perché abbisogna del sacrificio dell’uomo. E questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo, vuole giungere appunto a far sì che nessuno venga sacrificato”.

    Noi neanche più ce ne rendiamo conto. Ma il cristianesimo è entrato nel mondo proclamando la fine di tutti i sacrifici umani.

    In quale modo lo ha fatto? Col sacrificio del Figlio di Dio. L’editto di liberazione è scritto sulla sua stessa carne.

    Lo ha spiegato il filosofo René Girard: Gesù è letteralmente “l’Agnello di Dio” (il capro espiatorio) che si offre in olocausto affinché tutti vengano liberati dalla schiavitù del male e nessun essere umano venga più sacrificato agli dèi della menzogna e della morte.

    Ma – attenzione – ancora una volta Gesù non si offre a quella morte orrenda per un’astratta Umanità, bensì per ogni singolo, per me che scrivo questo articolo, per te che leggi.

    La dottrina cattolica è arrivata ad affermare che, agli occhi di Dio, la salvezza di un singolo essere umano vale più dell’intero creato.

    E la mistica ci ha fatto scoprire che – in un modo misterioso – in quelle ore di atroci sofferenze Gesù pensò proprio a ognuno di noi, nome per nome, ai nostri volti. Uno per uno.

    Fa impressione accostare questa rivelazione dei mistici alle fasi del supplizio di Gesù.

    La Sindone ci dà la perfetta immagine fisica di quelle atroci torture che il Vangelo elenca in modo scarno, quasi freddo. Vediamole.

     

    LETTERA DI SANGUE

     

    Le tante tumefazioni sul volto sono i segni dei pugni sopportati (con gli sputi e gli insulti) nelle fasi concitate dell’arresto. Però il naso rotto, l’occhio gonfio e i sopraccigli feriti (evidenti sulla Sindone) sono anche la traccia della bastonata in faccia subita da Gesù durante l’interrogatorio del Sinedrio (Gv 18, 22-23).

    Poi c’è quell’inedita macellazione dei 120 colpi di flagello romano (a tre punte) che gli hanno devastato tutto il corpo strappandogli la carne in più di trecento punti (un supplizio del tutto anomalo anche per i crocifissi).

    Ma una delle cose più dolorose per Gesù è il peso ruvido della traversa della croce che, lungo il tragitto del Calvario, letteralmente gli scopre le ossa delle spalle provocando sofferenze indicibili.

    Poi Gesù avrà la testa trafitta da circa 50 lunghe spine (la corona beffarda dei soldati romani), qualcosa che non è umanamente sopportabile.

    Ma la Sindone mostra anche ferite al volto e alle ginocchia dovute alle cadute mentre andava al Calvario (avendo le braccia legate alla traversa della Croce, non poteva ripararsi la faccia).

    Infine le ferite dei chiodi, per la crocifissione, e le ore trascorse a respirare dovendosi appoggiare proprio sugli arti inchiodati.

    Bisognerebbe fissare una per una queste atroci sofferenze ricordando che in quel momento Gesù pensava a me e a te, sopportava tutto per me e te, al posto mio e tuo, perché non fossimo sacrificati alle crudeli divinità delle tenebre.

     

    SCOPERTE RECENTI

     

    In questi giorni si è saputo che un’équipe di studiosi veneti, lavorando sulla Sindone, ha scoperto altri particolari impressionanti.

    I ricercatori Matteo Bevilacqua, direttore del reparto di Fisiopatologia Respiratoria dell’Ospedale di Padova e Raffaele De Caro, direttore dell’Istituto di Anatomia Normale dell’Università di Padova, hanno lavorato insieme con Giulio Fanti, professore del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Ateneo padovano che già in passato ha pubblicato studi sulla Sindone che ne accreditano l’antichità.

    Dunque questi specialisti hanno provato a riprodurre ciò che fu inflitto all’uomo della Sindone: la simulazione ha comportato due anni di lavoro.

    Hanno concluso che le mani del crocifisso probabilmente furono bucate dai chiodi due volte, evidentemente perché non si riusciva a fissarle ai solchi già prefissati sulla croce.

    “Per i piedi invece la situazione cambia”, spiega Bevilacqua (le sue dichiarazioni sono riportate dal Mattino di Padova). “Il piede di destra aveva sia due chiodi che due inchiodature: era stato infilato un chiodo a metà piede per assicurare l’arto sulla trave, poi è stato infilato un altro chiodo lungo due centimetri per riuscire ad accavallare il calcagno del piede sinistro sulla caviglia del piede destro”.

    Atrocità che si aggiungono a quelle già note, riferite dai Vangeli. Del resto la crocifissione, nel caso di Gesù, “è stata particolarmente brutale” affermano questi specialisti “perché fatta su un soggetto paralizzato che aveva perso molto sangue e che era stato abbondantemente flagellato”.

    Ma perché l’uomo della Sindone era in parte “paralizzato”?

    Questi specialisti spiegano che la traversa della croce, di una cinquantina di chili, in una delle cadute avrebbe provocato un grave trauma al collo, con una lesione dell’innervazione e una conseguenze paralisi del braccio destro.

    Per questo i soldati romani costrinsero Simone di Cirene a portare la croce che Gesù non poteva più sostenere. I ricercatori padovani – i quali aggiungono che l’uomo della Sindone aveva pure una lussazione della spalla – spiegano anche le cause cardiache della morte.

     

    PROVA DELLA RESURREZIONE

     

    Tutti dati reperibili sulla Sindone che però porta anche le tracce della resurrezione. Per la connessione di questi tre dati.

    Primo: i medici legali che hanno lavorato in passato su quel lenzuolo hanno appurato che esso ha sicuramente avvolto il cadavere di un uomo morto per crocifissione.

    Secondo: gli scienziati americani dello Sturp che analizzò la Sindone, con strumenti assai sofisticati, conclusero che quel corpo morto non rimase dentro al lenzuolo più di 40 ore perché non vi è alcuna traccia di putrefazione.

    Terzo. Costoro accertarono che i contorni della macchie di sangue provano che non vi fu alcun movimento fra il corpo e il lenzuolo. Il mancato strappo dei coaguli ematici rivela che il corpo non si spostò, né fu spostato, ma uscì dal lenzuolo come passandovi attraverso.

    E con il misterioso sprigionarsi, dal corpo stesso, di una energia sconosciuta che ha fissato quell’immagine (tuttora senza spiegazione scientifica).

    Arnaud-Aaron Upinsky osservò che “la Sindone porta la prova di un fatto metafisico”. In effetti è la resurrezione di Gesù. Che ha sconfitto il male e la morte per ciascuno di noi. Uno per uno. E ci regala l’immortalità.

     

     

    Antonio Socci


  • OFFLINE
    Coordinatrice
    00 4/29/2014 11:26 PM

    OGGI LA CHIESA E’ IN FESTA. IN TERRA E IN CIELO.
    MA COSA SIGNIFICA PROCLAMARE I SANTI? SE IL MONDO LO CAPISSE…..

     

    Il popolo cristiano è giustamente in festa per la canonizzazione del grande Giovanni Paolo II e di Giovanni XXIII. E i giornali dedicano fiumi d’inchiostro all’evento che effettivamente è straordinario (con l’aggiunta di ore di programmazione televisiva).

     

    STRANI GIORNI

     

    Al di là dell’indubbia importanza dei due pontefici canonizzati, quello che si ricava da tanto parlare – a mio avviso – è questo: più il mondo si laicizza e più diventa clericale. Più si fa anticristiano e più si appassiona alle cose curiali. Più censura il fatto cristiano, più si elettrizza per il ceto ecclesiastico. Più diserta le chiese, più è attratto dalle sacrestie.

    Tanto che laiconi come Scalfari e Pannella smaniano per una telefonata di papa Bergoglio e vanno in brodo di giuggiole nello spifferarla, mentre “l’incallito miscredente” Odifreddi fa la ruota e va in sollucchero per una risposta al suo libro arrivatagli da Ratzinger, sebbene il papa emerito lo tratti da scolaretto.

    Fanno i mangiapreti e poi si liquefanno per l’emozione davanti al papa come il sarto manzoniano davanti al cardinal Borromeo.

    Il fenomeno era già evidente nella tv (specie nei talk show) e sui giornali dove da anni c’è un’invasione di ecclesiastici, proprio mentre c’è una totale censura dei contenuti della fede cristiana.

    In fondo è l’avverarsi di una predizione di Charles Péguy il quale – da vero convertito – vedeva avvicinarsi l’era nefasta in cui ci saremmo trovati stretti fra la curia clericale e quella anticlericale. Due curie solidali (anche perché vanno a braccetto con la mentalità dominante).

     I CRISTIANI

     Diverge poco il loro atteggiamento anche di fronte alle notizie sempre più agghiaccianti che arrivano dal mondo sulla sorte di tanti cristiani, ridotti in schiavitù, violentati, discriminati e massacrati (come in Corea del Nord, in Africa o in Pakistan): le loro ferite sono oggi le visibili ferite di Cristo crocifisso. Ed è  nella loro presenza umile ed eroica (penso alla povera Asia Bibi) che oggi è particolarmente visibile la presenza viva di Cristo.

    Lo sapeva e ce lo ha insegnato il grande Joseph Ratzinger che affermava:

    “Le vie di Dio sono diverse: il suo successo è la croce… non è la Chiesa di chi ha avuto successo ad impressionarci, la Chiesa dei papi o dei signori del mondo, ma è la Chiesa dei sofferenti che ci porta a credere, è rimasta durevole, ci dà speranza. Essa è ancora oggi segno del fatto che Dio esiste e che l’uomo non è solo un fallimento, ma può essere salvato”.

    Per questo Giovanni Paolo II proclamò tanti santi, proprio per indicare tante persone semplici che nella nostra vita quotidiana, fra noi, sono stati segno della presenza viva di Cristo.

    Rimanendo perlopiù sconosciuti ai media, al mondo o magari subendo disprezzo e persecuzioni, a volte pure dalla Curia (come accadde a padre Pio).

    Del resto lo stesso mondo laico occidentale – modello Obama – che si appassiona alle Curie e al mondo clericale (e che celebra il papa nelle copertine dei news magazine come “uomo dell’anno”), è quello che si mostra più lontano dai contenuti della fede.

    E a volte sempre più intollerante nei confronti dell’aperta e chiara presenza dei cristiani, fino a cercare di imbavagliarli come accade – in diverse forme – nell’Europa laicista attuale.

    Il fatto stesso che non la si veda e non faccia scandalo questa sottile persecuzione è il segno di quanto la si ritenga naturale, perfino giusta. Perciò è purtroppo prevedibile che essa diventi sempre più pesante.

    Un profeta del nostro tempo, don Luigi Giussani, già vent’anni fa la prefigurava:

    “Una persecuzione vera? È così. L’ira del mondo oggi non si alza dinanzi alla parola Chiesa, sta quieta anche dinanzi all’idea che uno si definisca cattolico, o dinanzi alla figura del Papa dipinto come autorità morale. Anzi c’è un ossequio formale, addirittura sincero. L’odio si scatena – a mala pena contenuto, ma presto tracimerà – dinanzi a cattolici che si pongono per tali