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LA MISTICA NEL PENSIERO E NELLA VITA DI EDITH STEIN

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    00 8/9/2013 6:19 PM


    Preghiera d'abbandono

    Lasciami, Signore,
    seguire ciecamente i tuoi sentieri,
    non voglio cercare di capire le tue vie:
    sono figlia tua.
    Tu sei il Padre della Sapienza
    e sei anche mio Padre,
    e mi guidi nella notte:
                                               portami fino a te.
    Signore, sia fatta la tua volontà:
    "Sono pronta",
    anche se in questo mondo
    non appaghi nessuno dei miei desideri.
    Tu sei il Signore del tempo,
    il momento ti appartiene,
    il tuo eterno presente lo voglio fare mio,
    realizza ciò che
    nella tua sapienza prevedi:
    se mi chiami all'offerta nel silenzio,
    aiutami a rispondere,
    fa che chiuda gli occhi
    su tutto ciò che sono,
    perchè morta a me stessa,
    non viva che per te.

    Chi sei dolce Luce?

    Chi sei, dolce Luce,
    che ricolmi il mio essere
    e rischiari
    l’oscurità del mio cuore?
    Mi conduci per mano
    come una madre
    e non mi abbandoni,
    altrimenti non saprei muovere
    più nemmeno un passo.
    Tu sei lo spazio
    che circonda
    il mio essere
    e lo prende con sé.
    Se si allontanasse da te,
    precipiterebbe nell’abisso
    del nulla
    nel quale tu
    lo elevi all’essere.
    Tu, più vicino a me
    di me stessa
    e più intimo
    del mio stesso intimo,
    eppure inafferrabile
    e inconcepibile,
    incontenibile in un nome:
    Spirito Santo-Amore Eterno.




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    00 8/9/2013 6:22 PM

    PONTIFICIA UNIVERSITA' LATERANENSE

     

    FACOLTA' DI FILOSOFIA

     

    LA MISTICA NEL PENSIERO E NELLA VITA

    DI EDITH STEIN

     

    PREMESSA

    Il tema della mistica mi ha sempre colpito e affascinato, e ho così deciso di dedicarmici in questo studio; anche sollecitato dalla poliedrica figura di Edith Stein, che ha saputo mettere insieme - come solo i Santi sanno fare - l'esigenze della nostra umanità con le profondità dei misteri divini.

    Il presente lavoro è stato svolto in tre parti, cercando di comprendere la mistica di Edith Stein nella sua unità, ossia di inserirla nei vari aspetti della sua vita, con particolare riferimento al martirio, punto culmine della sua esperienza e suggello di una vita tutta tesa alla ricerca della Verità in una donazione totale.

    A questo scopo i tre capitoli. Nel primo considero alcuni punti chiave della Scientia Crucis, che faranno da supporto al resto del testo.

    Nel secondo cercherò di situare la mistica in continuità fra un discorso filosofico e di fede, anche se - come vedremo - l'ineffabilità dell'esperienza mistica è totale.

    Nel terzo metterò in evidenza l'unità che realizza Edith fra la dottrina e la vita, ossia quell'autenticità, che caratterizza tutti i Santi.

    Il mio sarà per gran parte un lavoro di ricerca, vista la profondità dell'argomento trattato, (e a questo proposito ho fatto la scelta di inserire abbondanti citazioni), che vuole aiutare a comprendere meglio questo aspetto fondamentale della vita di Edith Stein; non mancherò comunque di proporre riflessioni personali.

    E certamente mi limiterò anche nella trattazione della stessa mistica, considerando solamente alcuni aspetti che più entrano a far parte dell'esperienza della Stein.

    Affido il presente lavoro alla stessa Edith Stein, affinchè molte persone si entusiasmino nella ricerca della Verità, di quel Dio di cui - ancora una volta - ci viene svelata l'Essenza più profonda: l'Amore! Amore crocifisso e Amore trinitario.

     

     

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    00 8/9/2013 6:24 PM

    INTRODUZIONE

     

     

     

    "In Edith Stein noi scopriamo un'esemplare indicazione proprio per coloro che si pongono di fronte al problema della fede e, in generale, ai problemi religiosi, da un punto di vista culturale. Fu donna di non comune ingegno e di notevolissima cultura. La sua evoluzione intellettuale passò attraverso lo studio e l'adesione, sia pure condizionata, ai canoni della filosofia di Husserl, dai quali riuscì a portarsi su quelli della filosofia cristiana perenne, che ella ravvisò nel Tomismo. Questo itinerario, si noti bene, non coincide con il passaggio dalla incredulità alla fede. Si può infatti accettare, sul piano filosofico, il pensiero aristotelico-tomistico, senza con questo raggiungere la fede, che essendo un traguardo superiore alle forze umane, è sempre e comunque un dono di Dio. E' chiaro però, che, una volta giunti al traguardo, noi possiamo volgere indietro lo sguardo per ritrovare, almeno con l'occhio, il sentiero che ci ha portati alla meta. Orbene, tale sentiero può apparire dritto o tortuoso, discontinuo o logico, coerente o paradossale.

    Nella Stein "convertita" alla fede cristiana, questo sentiero appare chiaro e lineare, quasi che finiti i gradini della sua ricerca filosofica, cominci la sua fede cristiana. Il che non significa che chiunque percorra un'esperienza culturale analoga a quella di Edith, giunga agli stessi risultati. Tuttavia, è significativo che il suo itinerario abbia avuto simile conclusione. E' lei stessa a scoprire, diciamo così, una certa continuità in tutto il suo processo speculativo, quasi che Husserl l'avesse tenuta per mano introducendola alla filosofia cristiana e, quindi, alla soglia della fede."1

    1LUIGI CARLO DI MUZIO, I giorni della verità, La vicenda di Edith Stein, La sorgente, Roma 1974, pp. 292-293.

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    00 8/9/2013 6:24 PM
    Questo brano del di Muzio ci fa vedere bene la continuità presente nella vita della Stein; e questa continuità è proprio ciò che desidero sottolineare in questo frangente (ma ci torneremo sopra anche in seguito); infatti anche la "vita mistica" di Edith non nasce, per così dire, dal nulla, ma conosce una continuità, fiorisce dalla sua persona, dal suo essere filosofo e soprattutto dalla sua fede e dal suo amore. Infatti nella mistica propriamente detta - come vedremo nella Scientia Crucis - l'iniziativa è tutta di Dio, il quale rispetta la persona (tema molto caro alla Stein) e, se così si può dire, "si fa conoscere come può essere conosciuto" dalla tal persona, "entra" nella persona, nei suoi schemi e nella sua personalità. A tal proposito ci è utile l'esperienza di altri mistici: pensiamo all'apparizione di Gesù a S.Margherita Maria Alacoque, in cui Gesù parla a Margherita in un francese non certo perfetto, ma è quel francese che Margherita può comprendere; analogamente nell'apparizione della Vergine a Lourdes, il linguaggio usato dalla Madonna è quello comprensibile a Bernadette Soubirous.
    E così avviene nella Stein: essa incontra Dio con il bagaglio della sua esperienza - culturale, filosofica, religiosa, umana - e Dio si fa incontrare "entrando" in questa esperienza, in questa vita concreta.
    Ci si potrebbe anche chiedere come mai Edith Stein tratti della mistica; sicuramente questo interesse le viene dalla sua esperienza religiosa e dal suo incontro con Dio (la mistica infatti è un aspetto imprescindibile all'interno del fatto religioso), ma uno stimolo gli è anche giunto attraverso la filosofia e in particolare la scuola fenomenologica.
    Edith infatti costata che l'esperienza mistica è presente lungo la storia (anche in religioni diverse dal Cristianesimo) ed è riferita da persone "affidabili"...dunque perchè - su un piano di ragione naturale - non credergli ?
    Allora, cogliendo la sollecitazione fenomenologica dell' "ontologia formale" analizza anche quest'ambito dell'esperienza umana.
    Questi aspetti mi sembrano di vitale importanza se si vuole penetrare nell'esperienza della Stein e capire almeno qualcosa della sua vita mistica, anche se ciò che si capisce è sempre molto poco quando si tratta del rapporto fra un'anima e Dio.
    Mi metto quindi in un atteggiamento di preghiera e mi accingo con molta trepidazione a questo lavoro e con un senso di grande rispetto, poichè capisco la portata e la profondità di questo mistero, il mistero dell'incontro di Dio con l'uomo, mistero essenzialmente d'amore.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:25 PM
    1- SCIENTIA CRUCIS



    Parlare di mistica in Edith Stein significa parlare della Scientia Crucis, il libro (rimasto incompleto a causa della morte) che lei ha scritto come commento ed interpretazione agli scritti e alla vita di S. Giovanni della Croce.
    Ma, per evitare fraintendimenti, lasciamoci subito chiarire dalla stessa Stein il significato che in quest'opera assume il termine "scienza":

    "Quando noi si parla d'una scienza della croce, la parola scienza non va intesa nel senso abituale solito: non si tratta d'una teoria, vale a dire d'un semplice complesso di proposizioni vere - reali o ipotetiche - né d'una costruzione ideale congegnata da un progresso logico del pensiero. Si tratta, invece, d'una verità già ammessa - una Teologia della croce - ma che è una verità viva, reale e attiva: seminata nell'anima come un granello di frumento, vi getta radici e cresce, dando all'anima un'impronta speciale e determinante nella sua condotta, al punto da risultare chiaramente discernibile all'esterno."1

    Nel suo studio non mancano però riflessioni e spunti personali:
    "Studiando S. Giovanni della Croce, essa tende a dare un'interpretazione personale e modernizzata delle leggi che regolano l'essere e la vita spirituale. Difatti, riassume queste leggi persino nel titolo Scienza della Croce, sviluppandole armonicamente e lasciando fluire dalla vita e dalle opere del Santo - come da una limpida e perenne fonte - i principi fondamentali della sua propria dottrina. Per altro, affinchè la sua presentazione resti in tutto e per tutto fedele alla verità, essa non omette mai di distinguere premurosamente gli asserti suoi personali dal pensiero autentico del Santo. (...) Stimolata dalla forza creativa del suo spirito e dalla gioia che ne trae, questa figlia di S. Giovanni della Croce allarga in un più ampio respiro il suo metodo di lavoro. Ecco perchè invece di limitarsi a commentare i testi del Santo, essa sviluppa ulteriormente la di lui dottrina della Croce fino ad enuclearne la filosofia della persona."2
    Non conosciamo con certezza se e quali esperienze mistiche abbia avuto la Stein, ma dalla forza e profondità dei suoi commenti e soprattutto dal suo martirio, possiamo addurre con sicurezza e gioia che Edith ha vissuto fino in fondo ciò che ha scritto e meditato, ha sperimentato quella "via della Croce", centro e culmine della dottrina e vita di S. Giovanni.
    "La vicenda di Edith Stein, specialmente nel suo ultimo decennio, è stata vissuta tutta sotto il segno della Croce; per cui ci offre un fulgido esempio di quell'unità tra dottrina e vita, che costituisce l'idea fondamentale dell'interpretazione steiniana. (...) Edith Stein, da vera figlia di S. Giovanni della Croce, ha lavorato in entrambi i settori, armonizzandoli in se stessa, e riuscendo a raggiungere questa doppia finalità: penetrazione della dottrina e traduzione in pratica delle realtà studiate. A questo proposito si può benissimo applicare a lei stessa quello che sin dalle prime pagine ella afferma di S. Giovanni della Croce: il teologo che elabora la Scienza della Croce è agevolato dal Santo che vive i principi scientifici enunciati...La vita personale intima della creatura che ha raggiunto l'unione mistica è un geloso segreto tra l'anima e Dio... Le opere del S. Dottore sono state manifestamente composte da un'anima già arrivata al traguardo."3
    I temi centrali della Scientia Crucis sono dunque la salita dell'anima verso Dio attraverso la crocifissione (notte attiva e passiva) e l'unione sponsale tra anima e Dio.
    "La Scienza della Croce ha una struttura chiara e lineare. Secondo il disegno dell'autrice, l'opera è suddivisa in tre parti, che recano il titolo: Il messaggio della Croce, La dottrina della Croce, Sulla via della Croce. Edith sviluppò le prime due parti. Della terza parte possediamo un ampio Frammento che, solo parzialmente, può considerarsi come svolgimento della conclusione del lavoro. Di fatto, proprio la parte che ella voleva intitolare Sulla via della Croce, fu scritta con l'inchiostro e con il sangue, con il pensiero e con il sacrificio della sua vita.
    Chi legge la Scienza della Croce ha l'obbligo di completare mentalmente la lettura, ripensando agli ultimi giorni di chi la scrisse: essi costituiscono - come sempre le pagine conclusive di un volume - la sintesi di tutto il suo pensiero e della sua fede, in una parola, della sua straordinaria coerenza tra pensiero ed azione, tra fede ed opere. E questa sintesi, appunto, è la sintesi della Croce."4
    Mi soffermerò soprattutto sul capitolo primo, "La Croce e la Notte" (pag. 61-77) e sulla parte che tratta delle differenti modalità dell'unione con Dio (capitolo secondo, "Spirito e fede - Morte e Risurrezione", pag. 188-203).
    Seguirò lo schema del libro, così da rendere più facile e ordinata la trattazione.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:25 PM
    1.1. Capitolo primo: "La Croce e la Notte"1

    Penso sia importante riportare per intero il testo della "Notte oscura", così da orientarci meglio e avere davanti ciò di cui si parla:

    1-In una notte oscura,
    Con ansie, d'amor tutta infiammata,
    O felice ventura!
    Uscìi né fui notata,
    Stando già la mia casa addormentata.

    2-Nel buio, e ben sicura
    Per la segreta scala, trasformata,
    O felice ventura!
    Nel buio, e ben celata,
    Stando già la mia casa addormentata.

    3-In quella venturosa
    Notte, in segreto che nessun vedea,
    Né io mirava cosa,
    Né luce o guida avea
    Fuori di quella che nel cor mi ardea.

    4-Sicura mi guidava,
    Essa che il sol meridian vincea,
    Là dove m'aspettava
    Chi ben io conoscea,
    In parte dove alcun non si scorgea.

    5-O notte che adducesti,
    Notte amabile più che mattinata,
    Notte che congiungesti
    L'Amato con l'Amata,
    Poi che l'Amata in lui fu trasformata!

    6-Sul mio petto fiorito,
    Che per Lui solo intatto io serbava,
    Ei ristette addormito,
    Ed io lo vezzeggiava,
    E il ventaglio de' cedri il ventilava.

    7-Allor che l'aura aprica
    Agitargli i capelli Ei si sentia,
    Con la sua mano amica
    Al collo mi ferìa,
    E tutti i sensi miei seco rapìa.2
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:26 PM
    Edith comincia a distinguere "Croce" e "Notte", e scrive:

    "La Croce è l'emblema di tutto quanto si riferisce - sul piano di causalità o di vicenda storica - alla croce di Cristo. La Notte invece è la insostituibile espressione cosmica riferentesi al mondo mistico, di S. Giovanni della Croce. La prevalenza del simbolo notte sta ad indicare che negli scritti del S.Dottore della Chiesa ha parlato non il teologo, quanto piuttosto il poeta e il mistico; anche se il teologo sorvegliava coscienziosamente pensieri ed espressione."1

    a) Introduzione al significato della Notte.

    Edith Stein commenta con molta profondità il significato giovanneo della "Notte", sottolineando l'importante differenza fra notte attiva (opera dell'uomo) e passiva (opera di Dio): l'anima per distaccarsi dai legami della sua natura sensibile deve lavorare con tutte le sue forze, ma se Dio non venisse in suo aiuto i suoi sforzi servirebbero a ben poco; ecco allora che è Dio stesso che introduce nella notte dello spirito - la più oscura - per portare l'anima all'unione con Sè.
    Il distacco dalle cose sensibili nelle notte attiva è il punto di partenza; questa rinuncia immerge nell'oscurità, nel nulla. Questo staccarsi dalle cose - sempre con la Grazia di Dio - se da un lato da l'impressione che ci manchi la terra sotto i piedi, dall'altro ci innesta in un strada buia: la via della fede.
    Questa è una via notturna, una conoscenza oscura. Anche il fine di questa via, cioè l'unione mistica con Dio, è una notte, in quanto Dio su questa terra ci resta sempre nascosto.

    "La fede...è il buio della mezzanotte, perchè a questo punto non solo è eliminata ogni attività dei sensi, ma persino ogni conoscenza intellettiva naturale."2





    b) La penetrazione attiva nella notte equivale a seguire la croce.

    Questo punto di partenza è chiamato dal S. Dottore "la notte oscura dei sensi".
    Non si tratta però di "annullare" l'esperienza sensitiva nel suo complesso - che, come dice la Stein, ci è indispensabile nella nostra vita terrena - bensì di mutare atteggiamento di fronte al mondo sensibile.
    E questo perchè ciò che è luce per l'uomo - comodità, piaceri, desideri - è tenebra per Dio.
    Se si vuole far spazio a Dio, bisogna

    "prendere la propria croce e abbandonarsi alla crocifissione".3

    "Che il predominio del fattore appetitivo nell'anima sia davvero la tenebra, viene dimostrato dettagliatamente: le concupiscenze stancano e tormentano l'anima, la offuscano, la macchiano e l'indeboliscono; inoltre, la derubano dello spirito di Dio, dal quale essa si stacca abbandonandosi così all'istinto animale. Dichiarare questa guerra o prendere la propria croce equivale ad entrare attivamente nella notte oscura."4
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:26 PM
    E S. Giovanni della Croce da alcuni consigli per intraprendere questa via; li possiamo ridurre a due :
    - Desiderio di imitare e conformarsi a Cristo in ogni cosa
    - Rinunziare a qualsiasi piacere sensibile che non sia a gloria di Dio.
    Ma questo non basta.

    "Siccome questo entrare attivamente nella notte dei sensi equivale ad addossarsi volontariamente la croce e a portarla poi con perseveranza, non c'è bisogno di commenti. Portando la Croce però non si muore. E per attraversare completamente la notte, l'uomo del peccato deve morire. Egli può abbandonarsi alla crocifissione, ma non può autocrocifiggersi. Ecco perchè l'operazione iniziata dalla notte attiva deve venir portata a termine dalla notte passiva, vale a dire da Dio stesso."1

    Scrive S. Giovanni al cap. 3 della Notte oscura:

    "Per quanto l'anima si affatichi, non potrà mai mediante i suoi sforzi purificarsi così a fondo da divenire né poco né tanto atta alla perfetta unione amorosa con Dio, se Egli stesso non vi mette mano purificandola sotto l'azione di questo oscuro fuoco."2

    c) La notte passiva è una crocifissione.

    C'è un altro tipo di notte, la vera notte oscura. Mentre nella notte attiva si provano le consolazioni della preghiera, delle mortificazioni (sempre con l'aiuto di Dio), nella notte passiva in cui Dio prende totalmente l'iniziativa, tutte le pratiche spirituali diventano insipide e persino ripugnanti.
    Edith, sempre riprendendo S. Giovanni, parla di "aridità purificatrice", che ha tre caratteristiche:
    - L'anima non trova nessun piacere in niente.
    - Pur provando disgusto nelle cose di Dio, domina tuttavia nell'anima il desiderio di Dio e la preoccupazione di servirlo (e ciò non si verificherebbe se l'aridità fosse causa di tiepidezza o di peccato).
    - L'anima non riesce più a meditare nel settore immaginativo e Dio gli si comunica non più attraverso i sensi (intelletto) ma attraverso lo spirito puro. E' la "contemplazione oscura".

    "Non è un'esagerazione quindi il qualificare le sofferenze delle anime in questo stato come una crocifissione. Nell'impossibilità di usare le proprie energie, esse risultano come inchiodate. (...) Si sforzano di agire come nello stadio precedente, ma non riescono a combinare nulla disturbando anzi la pace che Iddio crea in loro. Invece non dovrebbero far altro che 'conservare la pazienza perseverando nell'orazione, senza far nulla di propria iniziativa. L'unica cosa che hanno da fare è lasciare la loro anima libera, sgravata e franca da ogni nozione conoscitiva e da ogni pensiero, non curandosi di ciò che avranno da pensare o da meditare, contentandosi di un'attenzione amorosa e sopita in Dio, senza preoccupazione né tentativo né desiderio alcuno di gustarlo o di sentirlo'."3
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:27 PM
    La notte passiva purifica tutta la persona da ciò che non è amore, da ciò che non è Dio:

    "Se...si lasciassero andare tranquillamente alla contemplazione oscura, comprenderebbero di colpo ciò che afferma il secondo verso del Cantico della Notte: l'avvampare dell'amore. (...) Inizialmente, quest'avvampare dell'amore non si percepisce affatto. L'anima prova per lo più soltanto aridità e vuoto, angoscia e inquietudine. E, se intravvede una traccia di questa fiamma in via di sviluppo, ciò costituisce per lei una penosa tensione nostalgica verso Dio. Una dolorosa ferita d'amore. Solamente più tardi riconoscerà che Iddio la voleva purificare attraverso la notte dei sensi, sottomettendo questi sensi allo spirito."1

    La notte dei sensi è "la porta stretta" che conduce alla vita.

    "L'anima acquista la conoscenza di se stessa; giunge a scandagliare la propria miseria; non trovando più niente di buono dentro di sé, impara quindi a camminare incontro a Dio col massimo timore reverenziale. Infatti, solo adesso essa comincia a intravvedere la grandezza e la sublimità di Dio. E a renderglielo possibile è stata precisamente la liberazione da ogni spunto sensibile, che l'ha portata a ricevere l'illuminazione e a divenire ricettiva nei confronti della verità."2

    L'aridità ha così plasmato l'anima, l'ha forgiata secondo il volere di Dio. Nell'anima resta solo la preoccupazione di non dispiacere a Dio.
    Una nota interessante è ciò che la Stein ha scritto, e che si può benissimo applicare a lei stessa:

    "Quanto è più elevato il grado dell'unione amorosa a cui Dio la destina, tanto più profonda e persistente dovrà esserne la purificazione."3

    E per Edith è stato proprio così; Dio l'aveva destinata alle vette dell'amore e quindi della santità e per questo ha dovuto subire una profonda purificazione.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:27 PM
    Particolarmente penosa deve essere stata la purificazione dell'intelletto per una donna come lei, di non comune intelligenza; la sua è stata anche, per così dire, una "purificazione filosofica". Essa, per entrare nel Mistero della Croce che tanto ha studiato e meditato, ha dovuto passare per il "nulla" di S. Giovanni della Croce, ha dovuto "perdere tutto", anche e soprattutto la sua intelligenza, e questo per far posto "alla follia della Croce", fino al momento culmine del martirio.
    Ma su questo torneremo più avanti.

    1.2. Capitolo secondo: Le differenti modalità dell'unione con Dio ( pag.188-203 )

    La Stein comincia ricordando la distinzione che fa S. Giovanni riguardo le tre specie d'unione con Dio:
    - Dio inabita tutte le cose conservandole nell'essere.
    - Dio inabita nell'anima mediante la grazia.
    - Unione trasformante fra anima e Dio tramite l'amore perfetto.
    Dio nella Sua Onnipotenza può fare in ciascun anima ciò che vuole e quando vuole.

    "In ogni anima umana, Iddio abita anche in questa maniera. Le conosce sin dall'eternità, una per una, con tutti i segreti del loro essere, con tutte le fluttuazioni della loro vita. Esse sono in suo potere. Dipende da Lui abbandonarle a se stesse, al corso normale degli eventi terreni, oppure inserirsi con mano forte nel loro destino."1

    L'inabitazione mediante la grazia è possibile solo negli esseri personali e spirituali, poichè esige la libera accettazione di chi riceve la grazia.2
    Quindi Dio, secondo la grazia , non può in alcun modo abitare in un'anima affetta dal peccato e lontana da Dio stesso.
    Riporto ora per intero un bellissimo brano della Stein che ci apre un luminoso squarcio sul mistero dell'inabitazione di Dio nelle anime:
  • OFFLINE
    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:27 PM
    "L'anima in cui Dio abita mediante la grazia, non è una ribalta inerte e impersonale ove la vita divina agisce per conto suo, ma viene lei stessa attratta nell'orbita di questa vita. La vita divina è una vita trinitaria; è l'amore strabocchevole con cui il Padre genera il Figlio comunicandogli il suo Essere e col quale a sua volta il Figlio abbraccia questo Essere ridonandolo al Padre; è l'Amore in cui Padre e Figlio formano un'inscindibile unità, un'unità così stretta da portarli come a respirare insieme, dando così origine alla Terza Persona appunto 'per spirazione'. E' questo lo Spirito che mediante la grazia viene riversato nei cuori. Così l'anima vive la sua vita di grazia in virtù dello Spirito Santo, amando in Lui il Padre con l'amore del Figlio e il Figlio con l'amore del Padre."1

    Ora possiamo vedere in cosa si distinguono l'unione per via d'amore dall'inabitazione per via di grazia.
    Edith espone le teorie di S. Teresa d'Avila e di S. Giovanni della Croce.
    S. Teresa parla di "orazione unitiva", la quale consiste "in un rapimento dell'anima in Dio." Essa non si può conseguire con le sole forze umane, ma dipende tutta da Dio. Questa unione con Dio per mezzo dell'orazione unitiva è differenziata dall'inabitazione per via di grazia.

    "Tale supremo stadio consiste nella completa adesione della volontà umana a quella divina, attraverso il perfetto esercizio dell'amor di Dio e del prossimo."2

    L'orazione unitiva di S. Teresa però, non è ancora l'unione trasformante di cui parla S. Giovanni; l'orazione unitiva, dice Edith:

    "serve unicamente allo scopo di preparare l'anima a darsi perdutamente a Dio, risvegliando in lei un ardente desiderio di provare nuovamente il piacere dell'unione, di possederla in modo stabile e duraturo."3
  • OFFLINE
    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:28 PM
    La S. Madre Teresa e il S. Dottore parlano dell'inabitazione per via di grazia come di "fidanzamento mistico", mentre del possesso per via d'unione come di "matrimonio mistico"; ci sono alcune difficoltà di interpretazione e di terminologia rileva la Stein, ma:

    " - per quanto concerne il problema centrale di tutte le nostre presenti considerazioni - è decisivo il fatto che Giovanni affermi categoricamente l'esistenza d'una distinzione netta, essenziale, riscontrabile in ogni caso, tra il supremo stadio che può esser raggiunto mediante la grazia in coppia con la volontà, e il matrimonio mistico."1

    Edith, nel suo parallelismo fra S. Teresa e S. Giovanni, afferma che :

    " - malgrado le divergenze di carattere, di stile, di tipo di santità, di valorizzazione delle grazie mistiche eccezionali - nella concezione essenziale della vita interiore erano dello stesso pensiero."2

    Ed un'altra affermazione importante ci fa vedere che riassumendo le dottrine dei due Santi:

    "arriviamo a veder confermata l'idea che le tre modalità d'inabitazione divina sin qui studiate, non hanno unicamente differenze graduali bensì differenze specifiche."3

    E' vero che è sempre lo stesso Unico Dio trinitario che è presente nelle tre modalità d'inabitazione, ma è presente in modo diverso e la stessa inabitazione è di natura diversa, infatti, "quando in uno stesso essere creato si muta il modo d'inabitazione si ha realmente un cambiamento, non una giustapposizione di un modo all'altro. Allorchè un'anima riceve la grazia santificante, non è che Dio inabiti in essa in due diversi modi: l'inabitazione per essenza e quella per grazia sono fuse in uno."4
    La prima modalità d'inabitazione - anche se non si può parlare d'inabitazione in senso stretto - riguarda:

    "unicamente la relazione di dipendenza nell'essere, dipendenza per di più unilaterale, che non comporta affatto una vera e propria inserzione dell'uno nell'altro, e quindi nessuna inabitazione in senso stretto."5

    Questa specie di "inabitazione" è quindi comune ad ogni creatura.
    Nell'inabitazione mediante la grazia - che abbiamo visto essere possibile solo negli esseri personali e spirituali - la persona si dona volontariamente e quindi liberamente a Dio e lo accoglie in sé e il suo essere è compenetrato dall'Essere divino.
  • OFFLINE
    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:28 PM
    "Ma questa compenetrazione non è ancora completa. Per venire imbevuta sino a saturazione dall'Essere divino - e la perfetta unione amorosa consiste precisamente in questo - l'anima deve essere svincolata da qualunque altro essere: svuotata da ogni altra creatura e perfino da se stessa, come ribadisce insistentemente il S. P. Giovanni."1

    Per quanto riguarda l'unione trasformante è meglio lasciarci ancora guidare dalle stesse parole, peraltro bellissime, della Stein:

    "L'amore, nella sua più alta espressione, è una fusione di esseri in un mutuo e volontario abbandono: tale è la vita intima trinitaria di Dio. Mirano a questa consumazione, tanto l'amore creato che si strugge e desidera (...), quanto l'amore di Dio che si piega misericordioso sulla creatura (...). Mediante l'autopurificazione, la volontà umana affonda sempre più in quella divina; ma lo fa in maniera che il volere divino non viene sentito come una realtà presente, bensì accettato con fede cieca. Qui si che effettivamente esiste solo una differenza di grado tra l'inabitazione per via di grazia e l'unione per via d'amore. Nella dolorosa purificazione operata dal rovente fuoco amoroso di Dio, invece, è la volontà di Dio che penetra sempre più dentro quella dell'uomo, fino al punto di lasciarsi percepire come una genuina realtà presente. E qui, a mio modesto avviso, ci troviamo già di fronte ad un nuovo tipo di inabitazione, diverso, e non solo differente in gradazione dall'inabitazione per via di grazia."2

    Allora, precisamente a questa terza specie d'inabitazione corrisponde la "vocazione mistica", come la chiama la Stein.
    In questa progressiva unione d'amore, Dio concede all'uomo:

    "un incontro personale mediante un tocco, che è una presa di contatto nell'intimo; gli schiude il suo proprio intimo mediante speciali grazie che illuminano la Sua natura e i suoi segreti disegni; gli dona il Suo cuore, dapprima come fuggevole abbraccio d'un attimo nel corso d'un convegno personale (nell'orazione d'unione), poi come possesso stabile nel fidanzamento e nel matrimonio mistico."3

    Quali sono dunque le differenze sostanziali fra l'inabitazione per via di grazia e l'unione per via d'amore?
    Nella prima

    "è il principio emanativo della vita divina (se così si può dire) che viene a contatto entitativo con il principio originante della vita umano-spirituale, rendendosi percettibile come presenza. Restando però ancora nascosto nell'ombra e chiuso in se stesso."4
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:29 PM
    Nella seconda

    "nel corso dell'unione (caratterizzata dalle sue diverse gradazioni) si realizza davvero una fusione di esseri, che va dalla scaturigine prima della vita personale fino al mutuo abbandono dell'intera personalità."1

    Dunque è l'intimo dell'anima la sede di questo incontro con Dio, di questa unione mistica.
    Fondamentale è la libertà della persona per la realizzazione di questa unione.

    "Allo stesso modo è comprensibile come questo fondo intimo sia stato dato in dotazione all'anima con la completa libertà di disporne come meglio crede, perchè la dedizione amorosa è possibile soltanto ad un essere libero."2

    Notiamo anche da questi pochi stralci, la formazione umana e filosofica di Edith Stein con la sua insistenza sui temi di "persona" e "libertà".
    La conoscenza che si ha di Dio e di se stessi nell'unione mistica è un qualcosa di assolutamente nuovo, che ci apre nuovi orizzonti.

    "Dal momento che Dio le si dona nel matrimonio mistico, essa apprende a conoscerlo in un modo come prima d'allora non l'ha mai conosciuto, come per nessun'altra via l'avrebbe mai imparato a conoscere; senza dire che nemmeno la sua propria profondità intima era mai stata da lei scoperta prima d'allora."3

    E ancora: nella via per grazia si ha la donazione della volontà a Dio e quindi l'unificazione delle due volontà, ma non si raggiunge il cuore di Dio e ancor meno le Persone divine. Invece,

    "nell'abbandono amoroso del matrimonio spirituale non è soltanto la propria volontà che si subordina e si sottomette a quella divina: è addirittura la donazione divina che ci si fa incontro. Ecco perchè la dedizione incondizionata della propria persona è contemporaneamente il più ardito acquisto d'un titolo di proprietà, un titolo che sorpassa ogni intendimento umano. Giovanni della Croce lo sottolinea molto chiaramente, affermando che l'anima è qui messa in grado di dare a Dio ancor più di quanto vale lei stessa: arriva a offrire Dio a Dio che sta dentro di lei."4

    Questo però, nota giustamente Edith, non toglie l'individualità della persona ma anzi, la presuppone.

    Dunque, per concludere:

    "Il matrimonio mistico è una unione col Dio trino. Finchè però Iddio si limita a sfiorare leggermente l'anima nel buio e in segreto, questa non riesce a percepire che il contatto personale solo, senza arrivare a individuare se sia una sola persona ad agire su di lei o se siano in più. Quando invece essa, nella completa unione amorosa, viene del tutto assorbita nella vita divina, non può sfuggirle che si tratta ormai d'una vita trinitaria, e quindi di una presa di contatto con tutte e tre le Persone Divine."5
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:29 PM
    Con queste brevi pagine - seppur molto dense - della Scientia Crucis, abbiamo gettato una base su cui comprendere veramente cosa sia la mistica in Edith Stein.
    E ci bastano queste poche pagine - in confronto all'intera opera - per capire "il perchè" del martirio di Edith; martirio accettato e, oserei dire, "voluto".


    2-LA MISTICA FRA "RAGIONE E FEDE"
    "FILOSOFIA E TEOLOGIA"


    Ad un primo sguardo sembrerebbe che mistica e filosofia hanno poco a che fare...e forse è anche così: basti pensare a tanti Santi che pur non avendo una grande cultura, hanno avuto esperienze mistiche; ma abbiamo più volte ripetuto che l'esperienza mistica - e generalmente ogni esperienza di Dio - "cade" in una persona storica e concreta; e, Edith Stein era anche filosofo, e da questo non possiamo prescindere.
    Quindi, almeno in questo senso, si può trovare un contatto fra il filosofo E. Stein e la mistica E. Stein.
    Sappiamo che la Stein fu intensa collaboratrice di E. Husserl e filosofo attivo nella scuola fenomenologica; e, forse, l'esigenza fenomenologica di cogliere "il momento essenziale" di un dato ente, si manifesta anche nella vita spirituale della Stein, fra le mura del Carmelo; nella mistica infatti, per un dono di Dio, si coglie - almeno in parte - "Il Momento Essenziale" per eccellenza: Dio stesso.

    Allora è anche interessante notare l'evoluzione filosofica della Stein, che dopo la conversione - avvenuta nel 1922 - approda alla tradizione medievale e in particolare al tomismo; essa però non abbandona l'analisi fenomenologica, ma cerca una continuità fra S. Tommaso e il suo maestro Husserl.1
    "Non si tratta - questa è la mia tesi - di un cambiamento radicale dalla fenomenologia al tomismo, così è stato spesso interpretato il cammino filosofico della Stein (...), ma di una sintesi originale che certamente deve sacrificare qualche cosa dell'una e dell'altro, deve svolgere il percorso metodologico della fenomenologia in percorso metafisico e deve affrontare le questioni metafisiche in termini descrittivi fenomenologici."2
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    00 8/9/2013 6:29 PM
    Significativo è il fatto che anche nella stesura della Scientia Crucis, essa non tralascia la fenomenologia, ma se ne serve per descrivere ciò che i mistici carmelitani hanno riferito delle loro esperienze. Sappiamo infatti che il metodo fenomenologico è intuitivo-descrittivo e per questo forse si adatta meglio di ogni altro metodo all'ineffabilità dell'esperienza mistica; "si può notare che l'analisi fenomenologica si presenta come un ottimo strumento di chiarificazione della mistica; ciò è dimostrato proprio dal commento di E. Stein, la quale, muovendo dal linguaggio poetico e allusivo usato dai mistici, sa risalire all'esperienza che sta al fondo dell'anima. Si sa che la descrizione dei vissuti caratterizza l'indagine fenomenologica. Ai vissuti propri della esperienza mistica è rivolta l'attenzione della fenomenologa che ne coglie la peculiarità attraverso una sottile distinzione fra quelli che costituiscono il momento intellettuale, la sfera delle prese di posizione volontarie, ed anche la dimensione affettiva."1
    Tornando per un attimo a S. Tommaso, penso che egli abbia svolto un ruolo importante per l'introduzione della Stein nella mistica e per la considerazione della Verità. "...La Stein è riuscita a leggere attentamente San Tommaso, tenendo di fronte il pensiero moderno di Husserl, Scheler e Heidegger, la congenialità di Suor Benedetta con il testo dell'Aquinate, nasceva dal bisogno di approfondire ulteriormente quel concetto dell'essere come verità oggettiva, nel quale si era aperta per lei una luce che arrivava ad illuminare l'orizzonte sconfinato della fede...(...), se dalla fenomenologia di Husserl era stata avviata alla conoscenza, dal pensiero tomista era stata avviata alla vita."2
    Si può vedere una continuità fra i tre Santi che hanno inciso in modo particolare nella vita e nella "concezione" mistica di Edith: S. Tommaso, S. Giovanni della Croce, S. Teresa d'Avila.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:30 PM
    E' come se S.Tommaso avesse creato nell'anima della Stein quello spazio - la possibilità e la sensibilità - in cui si sono inserite le dottrine mistiche dei due S. Dottori...così Edith, affinata la sua recettività spirituale e intellettuale ha accolto con la massima efficacia lo stimolo mistico, portandolo al suo completo sviluppo.
    La filosofia cerca la verità, come la mistica per un certo verso.
    Anche se abbiamo visto e vedremo in seguito che nell'esperienza mistica viene coinvolta la persona nel suo essere più profondo e in modo tutto particolare, con un contatto esistenziale con la Verità stessa.
    La filosofia pura invece, si avvale del solo uso della ragione naturale, pur essendoci un coinvolgimento di tutta la persona.
    Anche qui allora possiamo vedere un punto d'incontro fra filosofia e mistica; dice Edith:

    "Dio è la verità. Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no..."1

    Edith sfrutta al massimo questa tendenza dell'uomo verso la Verità, essa che aveva detto:

    "La mia sete di verità era una preghiera continua."2

    E scriverà ancora nella Scientia Crucis:

    "Colui che cammina oltre la verità vive preferibilmente in questo centro interiore nel quale ha luogo l'attività investigativa dell'intelletto; se cerca di scovare sul serio la verità e non di accumulare meri dati conoscitivi disgiunti tra loro, talvolta si trova più vicino a Dio di quanto egli si possa immaginare, più vicino a questo Dio, che è la stessa verità e, conseguentemente, più vicino al proprio centro."3
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:30 PM
    Ma conosciamo anche l'interesse di Edith per la possibilità di una filosofia cristiana. E, la filosofia cristiana, apre gli orizzonti sulla Verità.
    La filosofia è per sua natura protesa alla ricerca della Verità, con cui si viene a contatto nell'esperienza mistica: ecco un altro legame fra filosofia e mistica, certo intesa nel suo senso più ampio.
    La filosofia, per essere cristiana, si serve delle verità rivelate come altrettante fonti di conoscenza; ma non per questo diventa teologia.
    Sentiamo la Stein:

    "Le verità fondamentali della nostra fede - relative alla creazione, al peccato originale, alla redenzione, al compimento finale - mostrano ogni ente in una luce per la quale appare impossibile che una filosofia pura, cioè una filosofia fondata unicamente sulla ragione naturale, sia in grado di darsi una vera compiutezza, cioè capace di produrre un perfectum opus rationis. Essa ha bisogno di venire integrata con apporti provenienti dalla teologia, senza per questo divenire teologia. Se è compito della teologia stabilire i fatti della Rivelazione come tali ed elaborare il loro significato proprio e il loro nesso, compito della filosofia è di mettere armonia tra ciò che essa ha elaborato con i suoi propri mezzi e ciò che le viene offerto dalla fede e dalla teologia, nel senso di una intellezione dell'essere basata sui suoi ultimi fondamenti. (...) Quando...la filosofia si imbatte in questioni cui non può rispondere con i propri mezzi (per esempio il problema sull'origine dell'anima umana) e fa quindi sue le risposte che trova nella dottrina di fede per giungere ad una più ampia conoscenza dell'ente, avremo allora una filosofia cristiana, che usa la fede come fonte di conoscenza. Essa non sarà più filosofia pura ed autonoma; ma non mi sembra giustificato ritenerla perciò teologia."1

    Ma la filosofia è limitata, in quanto limitata è la ragione umana; e limitata è anche la teologia, poichè mai esaurirà il suo compito di approfondimento della Rivelazione.
    Questo brano ci può illuminare.

    "La filosofia pura, intesa come scienza dell'ente e dell'essere nei loro fondamenti ultimi, è qualcosa di essenzialmente incompiuto, anche nel più alto grado pensabile di compimento, per quanto lontano possa giungere la ragione umana. Essa è anzitutto aperta alla teologia e può essere da questa integrata. Ma neppure la teologia è un sistema completamente definito e non potrà mai essere concluso. Essa si sviluppa storicamente come progressiva assimilazione concettuale e penetrazione del patrimonio rivelato trasmesso per tradizione. Inoltre, bisogna considerare che neppure la Rivelazione comprende in sé l'infinita pienezza della verità divina; Dio si comunica allo spirito umano nella misura e nel modo corrispondenti alla sua sapienza. Sta in lui ampliare la misura, sta in lui rivelarsi in una forma adatta al modo umano di pensare, al suo conoscere che si svolge passo passo, al suo modo di cogliere mediante concetti e giudizi: oppure dipende da lui l'elevare l'uomo al di sopra della sua modalità naturale di pensiero, ad una specie di conoscenza interamente diversa, facendolo partecipe di quella visione divina, che con un semplice sguardo abbraccia tutto. Il compimento pieno di ciò a cui mira la filosofia, come aspirazione verso la sapienza, è unicamente la stessa sapienza divina, quella visione semplice mediante la quale Dio abbraccia se stesso e tutto il creato. La più alta realizzazione raggiungibile da uno spirito creato - certo non con le sue proprie forze - è la visione beatifica, che Dio gli dona quando lo unisce a sé: esso viene a partecipare della conoscenza divina, partecipando della stessa vita divina. Durante la vita terrena, il massimo avvicinamento a questa altissima mèta è la visione mistica. C'è anche un grado preliminare, per il quale non è necessaria questa suprema elargizione di grazia, ed è la genuina fede viva."2
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:31 PM
    "La teologia mistica costituisce il culmine della conoscenza di Dio. Nel suo intento di far filosofia cristiana, Edith Stein desidera che nella sua filosofia sia presente 'la certezza della fede'. Per questo si appresta a far dialogare tra di loro i principi della ragione ed i principi della fede. Esiste, però, una terza via per conoscere Dio, la via 'dell'esperienza soprannaturale di Dio' (...). Essa segue itinerari diversi dai precedenti. La fede è una conoscenza oscura e suscita il desiderio di incontrare Dio in modo immediato e non mediato. L'esperienza di Dio si attua nell'unione con Lui, nell'incontro 'da persona a persona'. Questo incontro personale,... avviene nella parte più nascosta di sé: prende l'avvio dal sentimento intimo che Dio è presente in sé e si inoltra in un incontro costante sempre più profondo, nel modo in cui una persona sale una scala servendosi di tutti i pioli, dal più basso al più alto. Ogni grado ascendente implica una rivelazione più profonda di Dio. Dio si dona in modo sempre più completo e l'anima è invitata a concedersi in modo sempre più totale. L'anima scopre Dio e rivela se stessa. Il desiderio di incontrare Dio in modo definitivo diventa sempre più insaziabile fino a procurare quasi delle sofferenze fisiche. Quest'esperienza da persona a persona, nel modo in cui Dio la attua già in se stesso, sarà possibile solo dopo che l'anima avrà raggiunto una ulteriore purificazione del suo status vitae, nonostante Dio si riveli oltre le parole e oltre le apparenze, attraverso un contatto interiore che spinge l'anima a cercare nuove immagini. In questo interscambio da persona a persona, 'Dio rivela i suoi misteri e, nello stesso tempo, rende inaccessibili le imperscrutabilità dei suoi misteri.'"1
    Dunque, mi sembra di poter dire che la "vocazione" più alta della filosofia è proprio la mistica, intesa nel senso di vivo contatto con la Verità.
    Certo, qui entriamo nel puro ambito della fede; e la fede è "notte" per l'intelletto, come afferma S. Giovanni.
    L'intelletto per sua natura - e di conseguenza la filosofia - vuole capire, vuole "vederci chiaro", desidera la luce; la fede invece, che ci guida a Dio, alla Verità (a cui anela con forza la ragione umana), è tenebra per l'intelletto, poichè molte sue affermazioni e verità sembrano - e a volte sono - irrazionali.
    Pensiamo dunque a quanto profonda sia stata la purificazione di un intelletto così finemente sviluppato come quello della Stein... essa, in molte circostanze della sua vita - l'entrata al Carmelo, l'opposizione della madre alla sua conversione, la vicenda che l'ha portata al martirio, ecc... - si è dovuta mettere al "buio" della fede per trovare la Luce.

    "Accogliamo la fede sulla testimonianza di Dio e conseguiamo in tal modo conoscenze che non posseggono evidenza intellettiva; non possiamo accogliere le verità di fede come evidenti per se stesse, come verità necessarie di ragione o anche come fatti della percezione sensibile; non possiamo nemmeno dedurle secondo leggi logiche da verità immediatamente evidenti. Questo è il primo motivo per cui la fede è detta "luce oscura". Si aggiunge che essa, in quanto credere Deum e credere in Deum, tende sempre oltre tutto quello che è verità rivelata, verità da Dio atteggiata alla maniera della conoscenza umana, in concetti e giudizi, espressa in parole e proposizioni. Essa vuole più che singole verità su Dio, vuole lui stesso che è la Verità, Dio, intero, e lo coglie senza vedere, "anche se è notte".
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    00 8/9/2013 6:31 PM
    Questa è la più profonda oscurità della fede, contrapposta all'eterna luce, cui essa tende; e di questa doppia oscurità parla il nostro padre san Giovanni della Croce quando scrive: 'il progresso dell'intelletto consiste nello stabilirsi maggiormente nella fede, vale a dire nel mettersi sempre di più all'oscuro, giacchè la fede è tenebre per l'intelletto'. Ciò nonostante è un progredire, un uscire al di là di ogni singola conoscenza concettualmente afferrabile per penetrare nell'atto semplice del cogliere l'unica Verità; e per questo la fede è più vicina di ogni scienza filosofica e anche teologica alla Sapienza divina. Ma poichè è arduo per noi l'andare nel buio, ogni raggio di luce, che cada nella nostra notte come un preannuncio della luce futura, è un aiuto inestimabile per non smarrirci nel nostro cammino e anche la debole luce della ragione naturale può prestare validi servigi."1

    Dunque, l'intelletto che anela alla luce, alla piena verità, per conseguirla - ed ecco il paradosso - deve passare per le tenebre della fede.
    Come l'uomo, che anela alla vita piena e per conseguirla deve passare per la croce, per la morte "evangelica".
    Per la conoscenza diretta di Dio, la filosofia serve a poco, come a poco servono le capacità umane, anche solo per esprimere queste esperienze mistiche: "E le immagini sono necessarie per esprimere ciò che sta avvenendo nell'anima, anche se ciò che accade in essa supera e lascia indietro sia la facoltà intellettiva che quella immaginativa. Quando si arriva nella 'terra impraticabile' non servono gli strumenti conoscitivi umani, ma se si vuole comunicare questa condizione particolare, si riesce più adeguatamente a farlo attraverso termini legati all'esperienza naturale che assumono in tal caso una valenza simbolica, piuttosto che attraverso raffinate disquisizioni intellettuali."2
    Scrive la Stein:

    "Come Gesù, nel suo abbandono di morte, si consegnò nelle mani dell'invisibile e incomprensibile Iddio, così dovrà fare lei, gettandosi a capofitto nel buio pesto della fede, che è l'unica via battibile verso l'incomprensibile Iddio. Allora le verrà concessa la contemplazione mistica, il 'raggio di tenebra', la misteriosa sapienza di Dio, la conoscenza oscura e generica. Questa è la sola adatta all'incomprensibile Iddio, che accieca l'intelletto e gli si presenta sotto forma di tenebra. (...) Non è una mera accettazione del messaggio della fede, da noi udito, né un semplice scatto di conversione nei confronti di Dio - conosciuto solo per sentito dire - ma un'intima presa di contatto e un'esperienza di Dio."3
    Insomma, "l'ineffabilità dell'esperienza mistica comporta in realtà il superamento di ogni comprensione intellettuale e di ogni discorso e quindi il silenzio."4
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    00 8/9/2013 6:32 PM
    Questa è la più profonda oscurità della fede, contrapposta all'eterna luce, cui essa tende; e di questa doppia oscurità parla il nostro padre san Giovanni della Croce quando scrive: 'il progresso dell'intelletto consiste nello stabilirsi maggiormente nella fede, vale a dire nel mettersi sempre di più all'oscuro, giacchè la fede è tenebre per l'intelletto'. Ciò nonostante è un progredire, un uscire al di là di ogni singola conoscenza concettualmente afferrabile per penetrare nell'atto semplice del cogliere l'unica Verità; e per questo la fede è più vicina di ogni scienza filosofica e anche teologica alla Sapienza divina. Ma poichè è arduo per noi l'andare nel buio, ogni raggio di luce, che cada nella nostra notte come un preannuncio della luce futura, è un aiuto inestimabile per non smarrirci nel nostro cammino e anche la debole luce della ragione naturale può prestare validi servigi."1

    Dunque, l'intelletto che anela alla luce, alla piena verità, per conseguirla - ed ecco il paradosso - deve passare per le tenebre della fede.
    Come l'uomo, che anela alla vita piena e per conseguirla deve passare per la croce, per la morte "evangelica".
    Per la conoscenza diretta di Dio, la filosofia serve a poco, come a poco servono le capacità umane, anche solo per esprimere queste esperienze mistiche: "E le immagini sono necessarie per esprimere ciò che sta avvenendo nell'anima, anche se ciò che accade in essa supera e lascia indietro sia la facoltà intellettiva che quella immaginativa. Quando si arriva nella 'terra impraticabile' non servono gli strumenti conoscitivi umani, ma se si vuole comunicare questa condizione particolare, si riesce più adeguatamente a farlo attraverso termini legati all'esperienza naturale che assumono in tal caso una valenza simbolica, piuttosto che attraverso raffinate disquisizioni intellettuali."2
    Scrive la Stein:

    "Come Gesù, nel suo abbandono di morte, si consegnò nelle mani dell'invisibile e incomprensibile Iddio, così dovrà fare lei, gettandosi a capofitto nel buio pesto della fede, che è l'unica via battibile verso l'incomprensibile Iddio. Allora le verrà concessa la contemplazione mistica, il 'raggio di tenebra', la misteriosa sapienza di Dio, la conoscenza oscura e generica. Questa è la sola adatta all'incomprensibile Iddio, che accieca l'intelletto e gli si presenta sotto forma di tenebra. (...) Non è una mera accettazione del messaggio della fede, da noi udito, né un semplice scatto di conversione nei confronti di Dio - conosciuto solo per sentito dire - ma un'intima presa di contatto e un'esperienza di Dio."3
    Insomma, "l'ineffabilità dell'esperienza mistica comporta in realtà il superamento di ogni comprensione intellettuale e di ogni discorso e quindi il silenzio."4
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:33 PM
    Dunque, che differenza passa tra filosofia e mistica?
    Mi sembra di poter dire - dopo tutto quello fin qui accennato - che passa la stessa differenza, se mi è concesso usare quest'analogia, fra l'uomo e Dio... nel senso che la filosofia è la parte dell'uomo e la mistica è la parte di Dio.
    Da quanto scritto risulta evidente come l'autentica esperienza mistica sia puro dono di Dio; ma l'uomo deve fare tutta la sua parte di creatura - e vedremo come la Stein ha vissuto fino in fondo ciò che ha scritto - ossia deve coinvolgere tutto se stesso e mettere in moto le sue capacità - intelletto, volontà, creatività, ecc... - per accogliere questo Dio che fa sempre il primo passo verso l'uomo e che in Gesù ci ha donato tutto.
    Per questo fra filosofia e mistica s'inserisce la fede - sempre dono che va però desiderato e accolto - elemento indispensabile per una autentica esperienza mistica (tranne che per grazie particolari) ossia per un incontro personale col Dio Vivente.
    L'esperienza mistica, come già accennato, sembra proprio quel "momento particolare" che realizza già in terra, per quanto è possibile, tutte le aspirazioni del cuore umano, elevando le capacità e la stessa natura umana al suo massimo grado, in quanto Dio è la stessa realizzazione dell'uomo. Dio dunque, come principio e fine di ogni mistica.
    Con S. Agostino possiamo dire: " Tu hai fatto il nostro cuore per te e il nostro cuore non ha pace finchè non riposa in Te."
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    00 8/9/2013 6:33 PM

    3-LA MISTICA COME "DOTTRINA E VITA"



    Essenzialmente potremo riassumere cosa sia la mistica nella dottrina e nella vita di E. Stein in una frase: "vivere e amare la Croce".
    Per quanto riguarda la sua dottrina mistica, essa è contenuta nella Scientia Crucis come sappiamo, ed è quindi la stessa dottrina o quasi di S. Giovanni della Croce, mentre "la mistica vissuta" l'ha contempliamo soprattutto nel martirio.
    Ma sarebbe riduttivo fermarci al martirio, anche se, senza dubbio esso costituisce il punto centrale, l'unità perfetta fra dottrina e vita. La scelta della Croce ( interessante che la Stein sia definita come "La mistica della croce") deve essere rinnovata continuamente e sigillata con la vita:

    "...il predicare la croce sarebbe cosa vana, se non fosse in realtà espressione d'una vita vissuta in unione col Crocifisso."1

    E per prima la Stein stessa era convinta che la dottrina si conferma solo con la vita:

    "Si giunge a possedere una scientia crucis solo quando si sperimenta fino in fondo la croce. Di questo ero convinta fin dal primo istante, perciò ho detto di cuore: 'ave, crux, spes unica!'..."2

    Allora fermiamoci un attimo a considerare i vari incontri con la croce che Edith ha avuto nel corso della sua vita; incontri dove ha appreso quella scienza della croce, che ha poi esposto e che l'hanno preparata all'incontro supremo, alla partecipazione piena alla morte redentiva di Cristo.
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    00 8/9/2013 6:33 PM
    Si può anche dire infatti che la Scientia Crucis - almeno per quanto concerne il suo cammino di fede - sia stata come il punto di arrivo della sua vita terrena e il punto di partenza di quella celeste.

    Per motivi di brevità, non mi soffermo a parlare delle prove vissute da Edith nella sua prima giovinezza, quali il difficile rapporto con la madre e con l'ambiente scolastico.1
    Ma eventi importanti sono la sua conversione al cattolicesimo e la decisione di entrare al Carmelo; queste scelte hanno trovato forti opposizioni in famiglia e sono state causa di molte sofferenze.
    Molto più dura è stata la prova causata dall'avanzare dell'antisemitismo, che ha poi raggiunto quelle tragiche conseguenze che tutti conosciamo. Ma lei che aveva parlato della Croce come via di salvezza e redenzione, accetta tutto e prende su di sé le sofferenze del popolo ebreo, in spirito di fede e d'amore, e "decide con forte virilità d'animo di affrontare come sua la 'dura prova' riservata agli ebrei. Certamente Edith era in ciò aiutata dall'impulso dinamico del temperamento che impegnava tutte le sue energie a incamminarsi verso un 'ideale' di mistica immolazione. Su quale via l'avrebbe condotta il Signore? nel 1933 non poteva sapere quale sacrificio le verrà chiesto. Ma gli avvenimenti esterni, l'impossibilità di continuare l'insegnamento e il lavoro scientifico nella linea fenomenologica husserliana - Husserl era ebreo - cristallizza progressivamente in lei un orientamento interiore in maniera chiara, cosciente, forte, una chiamata a intercedere davanti a Dio per il suo popolo e ad offrirsi per esso. E per attuarla sceglie le vie più ardue e i modelli che più rispondono al suo anelito, anzitutto Gesù Cristo che vinse il male prendendolo su di sé nella forma della croce. Questo atteggiamento di Edith è fondamentale per capire in lei una vera mistica della croce.
    (...) Ciò fece che dinanzi alle prime dolorose esperienze 'nessuno udì da lei in lamento. Ma era impressionante vedere il suo volto chiuso, addolorato e disfatto', scrive una studentessa del Marianum. 'Già allora si scorgeva nei suoi tratti un barlume del mistero che più tardi espresse nel suo nome di religione 'della Croce' ."2
    Edith dunque, non solo accetta la Croce, ma sceglie la Croce - ed ecco che i suoi commenti a S. Giovanni "diventano carne" - si offre a Dio quale vittima per il suo popolo. Ancora una volta il sigillo della croce (pensiamo alla notte attiva e passiva che abbiamo trattato) s'imprime su Edith per dare autenticità alle sue parole. Illuminanti sono alcuni testi-preghiere che ci rivelano l'ampiezza e lo spessore della sua scelta della Croce.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 6:34 PM
    "Domenica di Passione, 26.3.1939

    Cara madre, mi permetta di offrire me stessa al cuore di Gesù quale vittima d'espiazione per la vera pace: affinchè cessi il dominio dell'anticristo, possibilmente senza una seconda guerra mondiale e possa venire instaurato un nuovo ordine. Vorrei farlo ancor oggi, poichè è l'ora x. So di essere un nulla, ma Gesù lo vuole, ed Egli chiamerà certamente molti altri in questi giorni."1

    Il 9 giugno scrive il suo testamento che termina con queste parole:

    "Fin d'ora accetto la morte che Dio mi ha riservato con perfetta sottomissione alla sua santissima volontà e con gioia. Prego il Signore che accolga la mia vita e la mia morte a suo onore e lode, secondo tutte le intenzioni del Cuore sacratissimo di Gesù, di Maria e della Santa Chiesa, specialmente per la conservazione, per la santificazione e il perfezionamento del nostro Ordine, segnatamente dei Carmelitani di Colonia e di Echt, come espiazione per l'incredulità del popolo ebraico, affinchè il Signore 'sia ricevuto dai suoi' e il suo regno venga con gloria, per la salvezza della Germania e la pace del mondo; infine per i miei congiunti, vivi e defunti e tutti quelli che Dio mi ha dato: che nessuno vada perduto."2

    "In Edith Stein la croce, considerata nell'aspetto simbolico di continua sofferenza, portata avanti con forza e fede, si trasforma, attraverso l'intimo contatto con colui che sul legno della croce ha compiuto l'opera di salvezza, in mezzo per superare la stessa sofferenza e accende in lei un immenso desiderio di inabissarsi nel suo mistero. Ogni incontro con la croce diventa in lei un'esperienza sempre più profonda della sofferenza come dimensione mistica della sua vita. Nel suo ultimo biglietto, scritto alla sua madre priora poco prima della deportazione ad Auschwitz-Birkenau, scrive: 'Ave crux, Spes unica. La scienza della croce non si comprende se non quando la si sperimenta in sé '. Poche parole che formano la sintesi di una 'scientia crucis' vissuta, che aveva studiata prima con la volontà di giungere a una fenomenologia esistenziale intesa come mistica penetrazione dell'amore di Cristo rivelatosi nel mysterium crucis. (...) Teresa benedetta della Croce. Un nome che racchiude tutta la sua vocazione carmelitana nella Chiesa, culminante nell'olocausto, nell'atto sublime di donazione, come Cristo sulla croce, per la salvezza del suo popolo e per la pace del mondo."3
    Tutta la vita mistica di Edith scaturisce dall'incontro con la Croce, segno del più grande amore di Dio per l'uomo.
    "L'ardente desiderio di vivere la stessa vita del Cristo vivente in lei, per ricambiare l'amore che egli le ha manifestato e, soprattutto, perchè egli possa donarsi attraverso di lei, le fa scegliere una vita austera, mortificata, di lunghe ora di preghiera silenziosa e inabissata nei misteri della passione. Comincia a praticarla già prima della sua entrata al Carmelo, vedendo nell'imitazione del Signore crocifisso quasi la condizione del suo 'camminare in una vita nuova' (Gal. 6,4). Gli avvenimenti esterni, le grazie particolari che riceve durante la Settimana Santa dal 1928 al 1933 passata sempre nell'abbazia di Beuron, portano a una progressiva interiorizzazione del suo desiderio di unirsi a Cristo morto in croce, fino ad assumere una profondità mistica. Con immenso dolore costata come 'il sangue di Cristo' cade di nuovo sul suo popolo. E sente che lei deve accogliere tutta la sofferenza degli ebrei per offrirla a Dio con l'offerta della sua vita."4
    Ma come abbiamo visto, la croce non è mai fine a se stessa, ma porta sempre all'unione con Dio, al "matrimonio mistico" di cui Edith a tanto parlato... anzi, più la crocifissione è totale, più perfetta sarà l'unione sponsale col Redentore.
    "L'essere la sposa dell'Agnello è un pensiero che fin dalla Pasqua 1933 si profila in Edith e l'accompagna per anni. In occasione della rinnovazione dei voti (14 settembre 1940), si sforza di far risuonare nelle consorelle queste 'misteriose parole che nascondono il senso altrettanto profondamente misterioso della nostra santa vocazione:... Sono venute le nozze dell'Agnello... Quelli che il Redentore chiama a spezzare tutti i vincoli naturali - famiglia, patria e campo di azione - per appartenere a Lui solo, sono uniti a Lui da un legame sponsale più forte che non la comune folla dei redenti. Per tutta l'eternità apparterranno in modo particolare all'Agnello, seguendolo, dovunque vada, e intoneranno il canto delle vergini, che nessun altro può cantare' (cf. Ap 14,4). Ma l'anima che ha scelto come Sposo 'l'Agnello che è stato ucciso,...deve lasciarsi inchiodare sulla sua croce. I chiodi sono i tre voti, e con quanta più disponibilità l'anima si lascerà distendere sulla croce sopportando i colpi di martello, tanto più sperimenterà l'intima unione con il Crocifisso. Così la crocifissione diventerà per lei una festa nuziale'."5
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    00 8/9/2013 6:34 PM
    Edith, che in occasione della rinnovazione dei voti religiosi aveva scritto:

    "Gesù crocifisso deve essere l'oggetto di ogni tua brama, di ogni tuo desiderio, di ogni tuo pensiero."1

    ha veramente vissuto tutto ciò fino alla fine, fino ad identificarsi col Cristo Martire.
    Come dicevo nell'Introduzione, le grazie di Dio entrano in una persona reale, concreta; così tutta la persona di E. Stein è coinvolta in questa battaglia di fedeltà alla Croce, "predicata" e vissuta.
    "Se la lettura della vita di S. Teresa d'Avila ha portato Edith Stein a 'incontrarsi con la verità, la verità assoluta che soddisfa allo stesso tempo spirito e cuore', la lettura di S. Giovanni della Croce e specie il suo studio orientato a 'cogliere' la dottrina del mistico Dottore del Carmelo 'nell'unità del suo essere... realizzata dal mistero della croce', ha intensificato in lei l'inserimento vitale nella Chiesa mediante la partecipazione al mistero della croce e risurrezione di Cristo. (...) Come cristiana ed ebrea anela a giungere nella Chiesa alla massima configurazione a Cristo mediante una vita interamente immersa nella croce, vivendo in una specie di martirio interiore liberamente scelto, ma in preparazione al martirio di sangue. (...) Non è difficile applicare le parole di Edith, con le quali cerca di interpretare il mysterium crucis in Giovanni della Croce, alle aspirazioni più intime di lei che è decisa ad imboccare la medesima via battuta dal mistico dottore del Carmelo. Con lui si inoltra nella notte dei sensi e in quella dello spirito, ancora 'più buia della prima', ma indispensabile per avanzare verso l'unione con Dio."2
    Edith, con l'offerta della sua vita, ha sperimentato

    "la passione pura di un'anima distaccata da se stessa e unita al Crocifisso,... un cuore completamente dimentico si sé e lanciatosi a corpo perduto nel Cuore del Salvatore."3
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    00 8/9/2013 6:35 PM
    CONCLUSIONE



    Si potrebbero scrivere molte altre pagine e riportare altri testi bellissimi e affascinanti della Stein - e per questo rimandiamo alla lettura della Scientia Crucis e della bibliografia -, ma l'essenziale, mi sembra, è stato detto.

    Edith è stata una donna autentica, che ha creduto e vissuto ciò che credeva; fino in fondo, fino all'immolazione.
    Possiamo imparare da lei questa autenticità, questo amore per Gesù crocifisso che apre ad ogni uomo l'orizzonte infinito della Verità: Dio uno e trino.
    Vogliamo così concludere con una sua preghiera:

    "Fa che io percorra, Signore, la vie che sono tue.
    Non voglio sapere dove mi guidi, sono tuo figlio.
    Sei tu, Padre della saggezza, anche Padre mio.
    Conducimi pure nella notte,
    Conducimi a te.
    Signore, fa che accada ciò che vuoi, io sono pronto.
    Anche se tu non acquieti mai il mio desiderio nel tempo della vita.
    Sei tu il Signore del tempo, l'ora è tua.
    L'eternità sia, poi, mia.
    Avvera tutto come hai previsto.
    Se tu, silenzioso, solleciti al sacrificio,
    Aiuta anche a compierlo.
    Fa che sia consapevole del mio piccolo io,
    E che, morto a me stesso, viva solo per te."



    BIBLIOGRAFIA



    Ales Bello A., Fenomenologia dell'essere umano, lineamenti di una filosofia al femminile, Città Nuova, Roma 1992.

    Ales Bello A., Il linguaggio della mistica nella Scientia Crucis, in Il silenzio e la parola da Eckhart a Jabés, a cura di M. Baldini e di S. Zucal, Morcelliana, Brescia 1989, pp. 173-179.

    Ales Bello A., L'itinerario filosofico di Edith Stein, Studium, giugno-agosto, Roma 1986, pp. 455-466.

    Di Muzio Luigi Carlo, I giorni della verità, La vicenda di Edith Stein, La Sorgente, Roma 1974.

    Edith Stein: mistica e martire, a cura di L. Borriello, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.

    Edith Stein, vita e testimonianze, a cura di W. Herbstrith, Città Nuova, Roma 1987.

    Edith Stein, Scientia Crucis, studio su S. Giovanni della Croce, Editrice Ancora Milano 1960.

    Edith Stein, La ricerca della verità, dalla fenomenologia alla filosofia cristiana, a cura di Angela Ales Bello, Città Nuova, Roma 1993.

    Edith Stein, La scelta di Dio, Lettere 1917-1942, Città Nuova, Roma 1973.

    Edith Stein, La mistica della Croce, scritti spirituali sul senso della vita, Antologia a cura di W. Herbstrith, Città Nuova, Roma 1985.




    INDICE



    Premessa..................... pag. 2

    Introduzione................ pag. 3

    1. Scientia Crucis......... pag. 5

    1.1. Capitolo primo: "La croce e la notte".. pag. 7

    a) Introduzione al significato della notte......... pag. 9

    b) La penetrazione attiva nella notte equivale
    a seguire la croce................................. pag. 10

    c) La notte passiva è una crocifissione....... pag. 11

    1.2. Capitolo secondo: "Le differenti modalità
    dell'unione con Dio"...................... pag. 13

    2. La mistica fra "ragione e fede"
    "filosofia e teologia".................. pag. 20

    3. La mistica come "dottrina e vita" pag. 28

    Conclusione................... pag. 34

    Bibliografia.......................... pag. 35

    Indice........................... pag. 37