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VITA di s.Teresa D'Avila

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    00 8/9/2013 4:04 PM

    Alcuni insegnamenti dalla vita di
    Santa Teresa d’Avila

    FRANCO MICHELINI-TOCCI

     

    Teresa d’Avila è una personalità che merita di essere considerata con attenzione da chiunque abbia interesse per la vita spirituale. Certo, un cristiano troverà nelle sue opere un linguaggio che gli è più familiare di altri, ma anche un buddhista o un induista, o chiunque altro, se vorrà cogliere il fondo del suo messaggio, troverà qualcosa di utile alla sua pratica, soprattutto dal punto di vista psicologico. Teresa è stata infatti, come lei stessa ci dice alla fine dell’autobiografia, una grande maestra spirituale, con una pratica di insegnamento affinata per tutta la vita. Una vita durata 67 anni, che si concluse nell’ottobre del 1582.

    La prima cosa che colpisce è la sua personalità, molto poco corrispondente alla visione edulcorata che la tradizione agiografica stende come un sudario su tutti i grandi canonizzati, col risultato di renderli lontani e inaccessibili, anziché farne modelli di vita per tutti. La chiesa sembra escludere l’idea che un santo possa sbagliare, cioè che possa essere umano, e così ogni volta che Teresa denuncia serenamente le sue colpe e le sue manchevolezze, troviamo a pie’ di pagina la nota di un pio commentatore impegnato a testimoniare con fervore che si sa bene che “non commise nessun peccato mortale”. Ma io preferisco credere a quello che Teresa, al pari della maggioranza degli altri santi, ci dice non soltanto sui propri sbagli, ma sugli sbagli che inevitabilmente possono toccare anche alle grandi personalità spirituali, almeno finché sono uomini e donne viventi sulla terra. Ecco le sue stesse parole:

     Queste anime hanno vivi desideri e ferme risoluzioni di non commettere imperfezioni di sorta, ma non senza che per questo lascino di commetterne molte, e anche peccati. Non però con avvertenza…Parlo dei peccati veniali, non dei mortali, dai quali si sperano libere, benché non con molta sicurezza, essendo possibile che ne abbiano qualcuno di occulto. 1

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    00 8/9/2013 4:07 PM


    PROLOGO

    1. Vorrei che, come mi hanno ordinato e concesso ampia facoltà di descrivere il mio modo di orazione e le grazie che il Signore mi ha fatto, mi avessero dato anche la libertà di parlare molto minutamente e con chiarezza dei miei grandi peccati e della mia spregevole vita: mi sarebbe stato di grande conforto; ma non l’hanno voluto, anzi mi hanno imposto molte restrizioni a questo riguardo. Chiedo, perciò, per amore del Signore, che chi leggerà questo scritto della mia vita tenga presente che essa è stata così miserabile che non ho trovato un santo, tra quelli che si convertirono a Dio, con cui consolarmi, perché vedo che, dopo la chiamata del Signore, essi non tornavano ad offenderlo. Io, invece, non solo diventavo peggiore, ma sembrava che facessi ogni sforzo per respingere le grazie che Sua Maestà mi faceva, come colei che si vedeva obbligata, poi, a servirlo in maggior grado, e capiva di non poter pagare neanche la minima parte di ciò che gli doveva.

    2. Sia sempre benedetto, per avermi aspettato tanto, colui che con tutto il mio cuore supplico di darmi la grazia di fare con assoluta chiarezza e verità questa esposizione che i miei confessori mi hanno ordinato (anche il Signore io so che lo vuole da molto tempo, senonché finora non ho osato tanto); il mio scritto sia a gloria e lode sua e giovi a me, perché d’ora innanzi i miei superiori, conoscendomi meglio, aiutino la mia debolezza, così che io possa soddisfare in parte, con i miei servigi, il mio debito verso il Signore, cui sia sempre resa lode da tutte le creature. Amen.

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    00 8/9/2013 4:08 PM
    Libro della vita
    Sezione 1
    CAPITOLO 1
    In cui descrive come il Signore cominciò a indirizzare la sua anima alla virtù fin dall’infanzia, e dell’aiuto che a tal fine rappresenta il fatto che siano virtuosi i genitori.
    1. L’aver genitori virtuosi e timorati di Dio, unitamente a tutto il favore che il Signore mi concedeva, mi sarebbe bastato per crescere buona, s’io non fossi stata tanto spregevole. Mio padre amava leggere buoni libri e ne teneva diversi in lingua volgare perché anche i suoi figli li leggessero. A causa di queste letture e della cura che mia madre aveva di farci pregare e di renderci devoti di Nostra Signora e di alcuni santi, cominciò a destarsi in me la pietà, credo all’età di sei o sette anni. Mi era di aiuto il vedere che i miei genitori non favorivano che la virtù; di virtù essi ne avevano molte. Mio padre era un uomo di grande carità verso i poveri e di grande umanità verso i malati e anche verso i servi; tanta, che non si poté mai ottenere ch’egli tenesse degli schiavi perché ne aveva una grande pietà. E quando una volta ebbe a trovarsi in casa nostra una schiava di suo fratello, la trattava affettuosamente come i suoi propri figli; diceva che gli era di una pena intollerabile il fatto che non fosse libera. Era molto sincero. Nessuno lo udì mai imprecare o mormorare. E fu sempre molto onesto.
    2. Anche mia madre aveva molte virtù, e trascorse la sua vita in gravi malattie. Grandissima la sua onestà; benché fosse di singolare bellezza, non diede mai occasione di pensare che vi facesse caso. Infatti, pur morendo a soli trentatré anni, già il suo modo di vestire era come quello di una persona attempata. Molto dolce e di notevole intelligenza. Soffrì molto nel corso della sua vita. Morì da vera cristiana.
    3. Eravamo tre sorelle e nove fratelli. Tutti, grazie a Dio, somigliavano in virtù ai genitori, tranne me, sebbene fossi la più amata da mio padre; e, prima ch’io cominciassi a offendere Dio, forse tale preferenza non era senza motivo; per questo provo una grande pena quando ricordo le buone inclinazioni che il Signore mi aveva donato, e quanto male seppi trarre profitto da esse.
    4. I miei fratelli, dunque, non mi intralciavano in nulla per distogliermi dal servire Dio. Ne avevo uno quasi della mia età, con il quale mi mettevo spesso a leggere le vite dei santi; era quello che più amavo, sebbene provassi grande amore per tutti, come tutti lo provavano per me. Nel vedere i martìri che le sante avevano sofferto per Dio, mi sembrava che comprassero molto a buon mercato la grazia di andare a godere di lui, e desideravo ardentemente morire anch’io come loro, non già per l’amore che mi sembrava di portargli, ma per godere presto dei grandi beni che leggevo esservi in cielo. E stando insieme con questo mio fratello, entrambi cercavamo di scoprire che mezzo potesse esserci a tal fine. Progettavamo, così, di andarcene nella terra dei mori, a mendicare per amore di Dio, nella speranza che là ci decapitassero. Credo che il Signore ci avrebbe dato il coraggio, in così tenera età, di attuare il nostro desiderio, se ne avessimo avuto i mezzi, senonché l’aver genitori ci sembrava il più grande ostacolo. Ci impressionava molto nelle nostre letture l’affermazione che pena e gloria sarebbero durate per sempre. Ci accadeva, pertanto, di passare molto tempo a parlare di quest’argomento e godevamo di ripetere molte volte: sempre, sempre, sempre! Nel pronunciare a lungo tale parola, piacque al Signore che mi restasse impresso nell’anima, fin dall’infanzia, il cammino della verità
    5. Da quando capii che era impossibile andare dove mi uccidessero per il mio Dio, decidemmo, con mio fratello, di fare gli eremiti; e in un grande orto della casa ci adoperavamo, come potevamo, a costruire eremi, servendoci di piccole pietre, che poi cadevano a terra. E così non trovavamo nessun espediente che fosse di aiuto al nostro desiderio; ora mi sento piena di devozione pensando come Dio mi avesse concesso così presto ciò che ebbi poi a perdere per colpa mia.
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    00 8/9/2013 4:09 PM
    6. Facevo elemosine come potevo, ma potevo poco. Cercavo la solitudine per recitare le mie preghiere, che erano molte, specialmente il rosario, di cui mia madre era assai devota, e per questo voleva che lo fossimo anche noi. Mi piaceva molto, quando giocavo con altre bambine, costruire monasteri e giocare «alle monachine». Mi sembra che io desiderassi esserlo, sebbene non nella stessa misura in cui desideravo le cose che ho già dette.
    7. Ricordo che quando morì mia madre avevo poco meno di dodici anni. Non appena cominciai a capire ciò che avevo perduto, mi recai angosciata davanti a un’immagine di Nostra Signora e la supplicai con molte lacrime di farmi da madre, mi sembra che questa preghiera, anche se fatta con semplicità, mi abbia giovato, perché in modo evidente ho trovato ascolto in questa Vergine sovrana ogni volta che mi sono raccomandata a lei e, alla fine, mi ha richiamata a sé. Mi fa soffrire, ora, vedere e pensare a che cosa fosse dovuto il non esser rimasta salda nelle buone aspirazioni iniziali.
    8. Oh, mio Signore!, poiché sembra che abbiate deciso che io mi salvi, piaccia alla Maestà Vostra che sia così; ma, avendomi elargito tante grazie come avete fatto, perché non ritenete conveniente – non per mio profitto, ma per vostra gloria – che non si macchiasse tanto la casa in cui di continuo dovevate dimorare? Mi affligge, Signore, anche dire ciò, perché so che la colpa fu tutta mia, in quanto non mi sembra, in realtà, che abbiate tralasciato di far nulla affinché io, fin da questa età, fossi totalmente vostra. Se voglio lamentarmi dei miei genitori, mi è ugualmente impossibile farlo, perché in essi non ho visto altro che bene e cura del mio bene. Fu appunto trascorsa quest’età quando cominciai a conoscere i doni di natura – che, a quanto si diceva, erano molti – elargitimi dal Signore e, mentre avrei dovuto rendergli grazie per essi, incominciai a servirmene per offenderlo, come ora dirò.
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    00 8/9/2013 4:09 PM
    CAPITOLO 2
    Tratta di come andò man mano perdendo queste virtù e di quanto importi, nella fanciullezza, frequentare persone virtuose.
    1. Mi sembra che la causa prima d’ogni mio male stia in quanto ora dirò. A volte considero quale errore commettano i genitori che non si adoperano in tutti i modi perché i loro figli abbiano sempre davanti agli occhi esempi di virtù. Infatti, pur essendo mia madre così virtuosa come ho detto, del positivo che aveva non appresi nulla o quasi nulla, giunta all’uso della ragione: molto male, invece, mi arrecò qualcosa in lei di meno perfetto. Era appassionata di libri di cavalleria, senza, però, ricevere da questo passatempo il danno che ne ricevetti io, perché non trascurava per esso il suo lavoro, procurandone solo il rapido disbrigo nell’intento di darsi alla loro lettura. E forse lo faceva per non pensare alle sue grandi sofferenze e occupare i suoi figli in modo che non si sviassero dietro altre cose. Questo, però, rincresceva tanto a mio padre che bisognava far attenzione perché non se ne accorgesse. Io cominciai a prendere l’abitudine di leggerli, e da quel piccolo suo difetto ebbero inizio il raffreddarsi dei miei buoni desideri e le mie manchevolezze in tutto il resto. Né mi sembrava che vi fosse alcun male nello spendere tante ore del giorno e della notte in così vana occupazione e di nascosto da mio padre. Me ne estasiavo a tal punto che, se non avevo un libro nuovo, non mi sembrava di avere alcuna gioia.
    2. Cominciai a portare abiti di lusso e a desiderare di piacere, cercando di far bella figura; a curare molto le mani e i capelli, a usare profumi e a far ricorso a tutte le possibili vanità, che erano molte, essendo io molto raffinata. Non avevo cattiva intenzione, perché non avrei voluto che mai nessuno offendesse Dio per causa mia. Ebbi per molti anni esagerata cura della mia persona e di altre ricercatezze nelle quali non scorgevo alcuna colpa. Ora so quanto nocive dovevano essere.
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    00 8/9/2013 4:09 PM
    Avevo alcuni cugini che soli godevano della libertà di accedere in casa, giacché altre persone non vi erano ammesse a causa della gran riservatezza di mio padre. Avesse voluto Dio che si fosse guardato anche da costoro, perché ora conosco il pericolo di frequentare, nell’età in cui si deve cominciare a coltivare la virtù, persone che, lungi dal capire la vanità del mondo, inducono anzi ad ingolfarsi in esso. Erano quasi della mia età, un po’ più grandi di me. Stavamo sempre insieme; mi amavano molto. La conversazione si svolgeva su ciò che faceva loro piacere; così ascoltavo la storia delle loro simpatie e delle loro fanciullaggini per nulla buone; e il peggio fu che l’anima si abituò a ciò che fu causa di tutto il suo male.
    3. Se mi fosse concesso dar consigli, direi ai genitori di fare molta attenzione, in questa età, alle persone che trattano con i loro figli, perché è un momento assai pericoloso, in cui la nostra natura è più portata al peggio che al meglio. Così accadde a me che avevo una sorella molto più grande di età, dalla cui bontà e onestà – che era molta – non imparavo nulla, mentre appresi tutto il male possibile da una parente che frequentava assiduamente la nostra casa. Era di un comportamento così leggero che mia madre aveva fatto di tutto per allontanarla, quasi presagisse il male che doveva venirmi da lei, ma disponeva di tante occasioni per introdursi da noi, che non v’era potuta riuscire. Affezionatami a questa parente, con lei si svolgevano la mia conversazione e le mie chiacchiere, perché non solo mi assecondava in tutti i passatempi che io desideravo, ma mi ci spingeva lei stessa, mettendomi anche a parte delle sue relazioni e vanità. Fino a quando cominciai a trattarla, che fu all’età di quattordici anni, o forse anche di più (voglio dire quando strinse con me tale amicizia che mi rese partecipe delle sue confidenze), non mi sembra che io avessi mai abbandonato il Signore per grave colpa, né perduto il timor di Dio, benché fosse più forte in me quello di mancare all’onore. Ciò, in verità, ebbe il potere di non farmi perdere del tutto l’onore, né mi sembra che in questo per nessuna cosa al mondo avrei potuto cambiare, né che ci fosse alcun amore umano che potesse indurmi a capitolare. Magari avessi avuto tanta forza per non andare contro l’onore di Dio quanta me ne dava il mio istinto per non perdere quello che credevo fosse l’onore del mondo! E non consideravo che lo perdevo per molte altre vie.
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    00 8/9/2013 4:10 PM
    4. Nel cercarlo ponevo, infatti, da persona vana, somma cura, ma non facevo ricorso a nessun mezzo necessario per conservarlo: cercavo solo con ogni attenzione di non perdermi del tutto. mio padre e mia sorella soffrivano molto di quest’amicizia e me la rimproveravano spesso. Ma siccome non potevano eliminare le occasioni dell’ingresso di tale parente in casa, le loro diligenze non approdavano a nulla, tanto più che la mia astuzia in materia di cose nocive era grande. Talvolta, mi spaventa il danno che arreca una cattiva compagnia; se non ne avessi fatto esperienza, non potrei crederlo così grave; credo che il male sia peggiore specialmente nell’età giovanile. Vorrei che i genitori imparassero dal mio esempio a far molta attenzione a questo riguardo. Quella compagnia, infatti, mi cambiò a tal punto che non mi restò quasi più nulla della mia indole e dei miei propositi improntati a virtù. Anzi, mi sembra che questa parente e un’altra persona, dedita allo stesso genere di passatempi, mi lasciassero un’impronta profonda delle loro miserie.
    5. Da ciò comprendo quanto vantaggio procuri una buona compagnia e sono convinta che se allora avessi frequentato persone virtuose, sarei rimasta salda nella virtù perché, potendo avere a quell’età chi mi avesse insegnato a temere Dio, l’anima sarebbe andata acquistando forze per non cadere. Invece, perduto interamente questo timore, mi rimase solo il sentimento dell’onore che mi tormentava in tutto quel che facevo anche se, appena pensavo che le mie azioni non si sarebbero risapute, mi arrischiavo a far cose che erano certamente e contro il mio onore e contro Dio.
    6. Dapprima – a quanto mi sembra – mi pregiudicarono le circostanze che ho detto, ma non dovette essere colpa di quella parente, bensì mia, perché in seguito per fare il male bastò la mia astuzia perversa, aiutata dalle serve che avevo, nelle quali trovavo buona disposizione a ogni genere di malizia. Se, invece, qualcuna mi avesse consigliato bene, forse ne avrei approfittato, ma erano accecate dall’interesse, come io dall’affetto. Eppure non ero mai incline a gravi colpe – perché aborrivo per natura cose disoneste –, ma solo a passatempi di una piacevole compagnia; senonché, esposta all’occasione, il pericolo era ovvio e compromettevo anche mio padre e i miei fratelli. Me ne liberò Dio in modo che si vide bene come si adoperasse contro la mia volontà perché non mi perdessi del tutto, sebbene il mio comportamento non potesse restare così segreto da non procurare molto scapito al mio onore e sospetti in mio padre. Infatti, dopo neanche tre mesi, mi pare, che mi ero data a questa vanità, mi condussero in un monastero del luogo, dove si educavano persone della mia condizione, sebbene non di così spregevoli abitudini come me. Ciò fu fatto con tale abile segretezza che soltanto io e qualche parente lo sapemmo, perché si attese una circostanza che non doveva far apparire imprevedibile tale decisione: quella del matrimonio di mia sorella, dopo il quale non era opportuno che io, già orfana di madre, restassi sola in casa.
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    00 8/9/2013 4:10 PM
    7. Era così grande l’amore che mio padre mi portava e così grande la mia abilità nel dissimulare che egli, non potendomi credere tanto colpevole, non mi fece mancare mai il suo affetto. Poiché era stato breve il tempo del mio traviamento, benché ne fosse trapelato qualcosa, probabilmente nessuno poteva affermare nulla di certo, anche perché io, temendo tanto per il mio onore, ponevo ogni mia cura nel far restare tutto segreto e non consideravo che non poteva esserlo per colui che tutto vede. Oh, mio Dio, quale danno reca al mondo non dare a questa riflessione la dovuta importanza e pensare che possa rimanere segreta una cosa che sia contro di voi! Sono sicura che si eviterebbero grandi mali se si capisse che quel che importa non è il guardarci dagli uomini, ma il guardarci dal dispiacere a voi.
    8. I primi otto giorni soffrii molto, e più perché mi sorse il sospetto che si fosse capita la mia vanità che non per trovarmi lì. Già, infatti, ero stanca di essa, e non mancavo d’avere gran timore di Dio quando gli recavo offesa, procurando di confessarmi subito. Dopo un’iniziale grande inquietudine, passati otto giorni – e credo anche meno – mi sentivo molto più contenta che in casa di mio padre, e altrettanto contente erano tutte di stare con me, perché Dio mi aveva fatto la grazia di riuscire sempre gradita, dovunque mi trovassi, e così ero molto amata. E benché io allora fossi molto contraria a farmi monaca, godevo nel veder tante buone suore, perché lo erano molto le religiose di quella casa, di grande modestia, pietà e raccoglimento. Ciò nonostante, il demonio non cessava di tentarmi, procurando che quelli di fuori mi disturbassero con messaggi. Ma siccome non era impresa facile, la persecuzione finì presto e la mia anima cominciò a riprendere le buone abitudini della mia prima età; capii, così, quanto sia grande la grazia che Dio concede a chi egli pone in compagnia dei buoni. Mi sembra che Sua Maestà andasse pensando e ripensando per quale via potesse volgermi a sé. Siate voi benedetto, Signore, che tanto mi avete sopportato! Amen.
    9. C’era una cosa che forse mi poteva essere di qualche discolpa – se di colpe non ne avessi avute tante – ed è che trattavo con chi mediante il matrimonio mi sembrava che potesse far finire tutto bene. Inoltre, informandomi dal mio confessore e da altre persone circa molte cose, mi sentivo dire che non andavo contro Dio.
    10. Con noi educande dormiva una monaca per mezzo della quale, come ora dirò, sembra che il Signore abbia voluto cominciare a illuminarmi.
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    00 8/9/2013 4:11 PM
    CAPITOLO 3
    In cui si parla di come influì la buona compagnia a risvegliare i suoi pii desideri e in che modo il Signore cominciò a illuminarla sull’inganno in cui era caduta.
    1. Cominciando, così a gustare la buona e santa compagnia di questa monaca, godevo di sentirla parlare così bene di Dio, perché era una grande santa, molto saggia; credo che la gioia di ascoltare tali discorsi non mi sia mai venuta meno. Prese a raccontarmi come ella fosse giunta a farsi monaca soltanto per aver letto ciò che dice il Vangelo: Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. Mi parlava del premio che il Signore concede a coloro che lasciano tutto per lui. Questa buona compagnia cominciò a sradicare da me le abitudini create dalle cattive compagnie, a ricondurre il mio pensiero a desideri di cose eterne e ad annullare in parte la grande avversione che avevo per la vita del chiostro, divenuta, anzi, grandissima. Così, se vedevo qualcuna versare lacrime quando pregava, o dare altri segni di virtù, ne avevo grande invidia, perché il mio cuore era così duro a questo riguardo che, se avessi letto tutta la passione, non avrei versato una lacrima; e ciò mi faceva soffrire.
    2. Stetti un anno e mezzo in questo monastero, migliorandomi molto. Cominciai a recitare non poche orazioni vocali e a supplicare tutti di raccomandarmi a Dio affinché mi suggerisse lo stato in cui avrei dovuto servirlo. Tuttavia desideravo che non fosse quello monacale e che a Dio non piacesse ispirarmi proprio questo, sebbene temessi anche il matrimonio. Allo scadere del tempo in cui rimasi qui, già propendevo di più ad esser monaca, anche se non in quella casa, per certe pratiche di maggior rigore che avevo poi saputo che vi si osservavano e che erano, a mio giudizio, eccessive. Mi confermavano in questa opinione alcune delle più giovani, mentre se fossero state tutte di un unico parere, ne avrei tratto gran profitto. Inoltre avevo una grande amica in un altro monastero, il che influiva a che non mi facessi monaca, se monaca dovevo essere, se non dove stesse lei: badavo, insomma, più a compiacere il mio istinto naturale e la mia vanità che a procurare il bene dell’anima mia. Questi buoni pensieri di essere monaca mi venivano solo a volte, e poi se ne andavano, così che io non potevo convincermi a diventarlo.
    3. Nel frattempo, sebbene io non trascurassi di prendere le mie medicine, il Signore, il cui vivo desiderio di dispormi allo stato che più a me si conveniva aveva più potere d’ogni medicina, mi mandò una così grave malattia che dovetti tornare a casa di mio padre. Quando fui guarita, mi condussero a far visita a una mia sorella – che abitava in un borgo – il cui amore per me era così grande che, se avessi assecondato il suo desiderio, non avrei mai dovuto lasciarla. Suo marito mi voleva egualmente molto bene, per lo meno mi circondava di attenzioni, e anche di questo devo essere molto grata al Signore, perché dappertutto mi ha sempre fatto trovare affetto, mentre io l’ho ricambiato di tutto da quella che sono.
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    00 8/9/2013 4:11 PM
    4. Lungo la strada abitava un fratello di mio padre, vedovo, molto saggio e di grandi virtù, che il Signore andava disponendo per sé tanto che, sebbene in età avanzata, lasciò tutto quello che possedeva, si fece religioso e finì la sua vita in modo tale che credo goda ormai di Dio. Volle che mi trattenessi alcuni giorni con lui. La sua occupazione era quella di leggere buoni libri in volgare, e la sua conversazione aveva quasi sempre per argomento Dio e la vanità del mondo. Desiderava che io gli leggessi quei libri e, quantunque essi non mi piacessero, mostravo di averne diletto, perché ho sempre procurato di accontentare chiunque, anche se ciò dovesse pesarmi, tanto che, mentre tale inclinazione in altri sarebbe stata virtù, in me è stata un gran difetto, perché molte volte agivo sconsideratamente. Oh, Dio mio! per quali vie Sua Maestà mi andava disponendo allo stato in cui desiderava servirsi di me, tali che, senza che io volessi, mi costrinse a vincere me stessa! Sia benedetto per sempre! Amen.
    5. Anche se i giorni in cui mi trattenni lì furono pochi, in virtù di quanto operavano nel mio cuore le parole di Dio, lette o ascoltate, e la buona compagnia, riuscii man mano a capire la verità delle cose che mi colpivano da bambina, cioè il nulla del tutto, la vanità del mondo, la brevità della vita, e a temere, se fossi morta, di andare a finire nell’inferno. E sebbene la mia volontà non fosse ancora incline allo stato monacale, capii ch’era lo stato migliore e più sicuro; pertanto, a poco a poco, mi confermai nella decisione di abbracciarlo.
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    00 8/9/2013 4:12 PM

    6. Trascorsi tre mesi in questa lotta, incoraggiando me stessa con questo ragionamento: le fatiche e la sofferenza della vita religiosa non potevano superare le pene del purgatorio e, avendo io ben meritato l’inferno, non era poi molto vivere come in purgatorio, tanto più che, dopo, sarei andata diritta in cielo, e questo era il mio desiderio. Così, in tale slancio ad abbracciare uno stato, mi sembra che a spingermi fosse più un timore servile che l’amore. Il demonio mi insinuava, per dissuadermi, l’impossibilità di sopportare i disagi della vita religiosa, delicata com’ero. Da ciò mi difendevo ricordando le pene sofferte da Cristo, di fronte alle quali non era gran cosa che io soffrissi un poco per lui. Dovevo certo anche pensare – ma di quest’ultima riflessione non mi ricordo – ch’egli mi avrebbe aiutato a sopportare tali pene. In quei giorni fui assalita da molte tentazioni.
    7. Ero stata colta, oltre che da attacchi di febbre, da gravi svenimenti, perché ho avuto sempre ben poca salute. Mi rianimò l’essere divenuta ormai amante di buoni libri. Lessi le lettere di san Girolamo che m’incoraggiarono tanto da farmi decidere a dire a mio padre quanto mi proponevo. Ciò significava quasi prender l’abito religioso, essendo io così ligia al punto d’onore che non credo sarei mai tornata indietro per nessuna ragione, una volta detta una parola. Egli mi amava talmente che non riuscii in nessun modo ad ottenere il suo consenso, né mi valsero le preghiere di persone che indussi a parlargli. Tutto quel che si poté ottenere da lui fu che dopo la sua morte avrei potuto fare ciò che volessi. Io già temevo di me stessa: che, cioè, la mia debolezza non mi facesse tornare indietro; pertanto, non mi sembrò conveniente tale indugio e cercai di conseguire il mio scopo per altra via, come ora dirò.
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    00 8/9/2013 4:12 PM
    CAPITOLO 4
    Dice come il Signore l’aiutò a vincere se stessa per prendere l’abito religioso e parla delle molte malattie che Sua Maestà cominciò a mandarle.
    1. Nel tempo in cui maturavo queste decisioni, avevo persuaso un mio fratello a farsi religioso, parlandogli della vanità del mondo, ed entrambi ci accordammo d’andare un giorno, di buon mattino, al monastero dove stava quella mia amica che io amavo molto. Riguardo a quest’ultima determinazione, mi sentivo così decisa che sarei andata in qualunque monastero ove pensassi di servire meglio Dio o dove mio padre l’avesse voluto, perché ormai non davo alcuna importanza al mio benessere, ma miravo soprattutto alla salvezza della mia anima. Ricordo bene, a dire il vero, che quando uscii dalla casa di mio padre, provai tanto dolore che non credo di sentirlo maggiore in punto di morte: mi sembrava che tutte le ossa mi si slogassero perché, non avendo ancora raggiunto un amor di Dio capace di rimuovermi dall’amore del padre e dei parenti, dovevo far solo ricorso a una forza così grande che, se il Signore non mi avesse aiutato, le mie considerazioni non sarebbero bastate a farmi andare avanti. In quel momento egli mi diede forza per vincere me stessa in modo che potei realizzare il mio progetto.
    2. Quando vestii l’abito, subito il Signore mi fece capire quanto favorisca coloro che si fanno forza per servirlo. Nessuno, però, sospettava tanta lotta in me, in cui si vedeva solo una incrollabile risoluzione. Subito fui così felice d’aver abbracciato la vita monastica, che tale gioia non mi è mai venuta meno fino ad oggi, perché Dio cambiò l’aridità della mia anima in grandissima tenerezza. Mi davano molta gioia tutte le pratiche della vita religiosa; è bensì vero che a volte mi accadeva di spazzare in ore che prima ero solita occupare nel fare sfoggio di ornamenti, ma appunto ricordandomi che ero ormai libera da tutto ciò, provavo una gioia sconosciuta tale che me ne stupivo e non riuscivo a capire da dove provenisse. Quando ripenso a questo, non c’è cosa che mi si possa presentare, per quanto difficile sia, che esiterei ad affrontare. Perché ormai so, avendone fatto esperienza in molti casi, che se mi sforzo, in principio, di prendere la decisione di fare una cosa (giacché, essendo in onore di Dio, fino dal principio egli vuole – per nostro maggior merito – che l’anima provi quello sgomento, e quanto più grande esso sia, tanto maggiore e più dolcemente gradito, se si riesce a vincerlo, sarà, dopo, il premio), anche in questa vita Sua Maestà mi dà la ricompensa con tali doni che solo chi ne gode può saper valutare. Di questo ho fatto esperienza, come ho detto, e anche in cose molto gravi; pertanto, non consiglierei mai – se fossi persona capace di dar consigli – che, di fronte all’insistenza di una buona ispirazione, si tralasci di seguirla per paura: se si agisce chiaramente soltanto per Dio non c’è da temere alcun danno, essendo egli onnipotente. Sia per sempre benedetto! Amen.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 4:13 PM
    3. Sarebbero dovute bastare, o mio sommo Bene e mio riposo, le grazie che fin qui mi avevate fatto, guidandomi con la vostra pietà e grandezza, attraverso tante vicende, a uno stato così sicuro e a una casa dove erano molte serve di Dio, dalle quali potevo prendere esempio, per crescere nel vostro servizio. Non so come proseguire, quando ricordo la cerimonia della mia professione, l’estrema decisione e la gioia con cui la celebrai e lo sposalizio che contrassi con voi. Non posso dirlo senza lacrime, e dovrebbero essere lacrime di sangue, e il cuore mi si dovrebbe spezzare, né sarebbe troppo dolore di fronte alle offese che in seguito vi recai. Mi sembra, ora, di aver avuto ragione a non volere una così grande dignità, visto che dovevo usare tanto male di essa. E voi, mio Signore, per quasi vent’anni in cui usai male di questa grazia, voleste essere l’offeso, perché io potessi migliorare. Sembra, mio Dio, che io non facessi altro se non promettervi di non mantener nulla di ciò che vi avevo promesso, anche se allora non era questa la mia intenzione; ma le mie azioni erano poi tali che non so più quali fossero le mie intenzioni, e da questo si vede meglio chi siete voi, mio Sposo, e chi sono io. E, in verità, molte volte il dolore per le mie grandi colpe è temperato dalla gioia che mi dà il pensiero che si possa conoscere la vostra infinita misericordia.
    4. In chi, o Signore, essa può risplendere come in me, che ho tanto offuscato con le mie cattive azioni le immense grazie che avevate cominciato a farmi? Povera me, mio Creatore, che se voglio discolparmi, non posso addurre nessuna scusa, né v’è alcuno che abbia colpa all’infuori di me! Poiché se io avessi ricambiato anche in parte l’amore che cominciavate a dimostrarmi, non avrei più potuto amare altri che voi, e con questo si sarebbe rimediato a tutto. dal momento che non meritai tanta fortuna, mi giovi ora, o Signore, la vostra misericordia.
    5. Il cambiamento di vita e di cibi mi fece male alla salute, e anche se la mia gioia era molta, ciò non fu una sufficiente difesa. Cominciarono ad aumentare gli svenimenti, e fui colta da un così violento mal di cuore da fare spavento a chi assisteva agli attacchi, con l’aggiunta di molti altri mali. Così passai il primo anno in cattive condizioni di salute, ma non mi sembra di aver offeso molto il Signore nel corso di esso. E, siccome il male era tanto grave da farmi restar di solito quasi fuori dei sensi – e alcune volte del tutto priva di conoscenza –, mio padre si adoperava con ogni premura a cercare un rimedio; ma, non essendo riusciti a darglielo i medici di qui, mi fece portare in un luogo che aveva gran fama circa la guarigione di altre malattie, ove gli dissero che avrebbero guarito anche la mia. Mi accompagnò quella monaca amica di cui ho parlato, che era un’anziana della casa. Nel monastero in cui stavo non c’era impegno di clausura.
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    00 8/9/2013 4:14 PM
    6. Rimasi lì quasi un anno, e per tre mesi soffrendo enormi tormenti a causa delle cure cui venni sottoposta, cure così forti che io non so come riuscii a sopportarle; alla fine, nonostante la mia pazienza, il mio fisico, come dirò, non poté resistere oltre. La cura doveva cominciare all’inizio dell’estate, ed io ero andata lì al principio dell’inverno. Tutto questo tempo rimasi in casa di quella sorella che, come ho detto, abitava in un villaggio lì vicino, aspettando presso di lei il mese di aprile, perché la vicinanza del luogo mi evitava di andare troppo avanti e indietro.
    7. Durante il viaggio di andata, quel mio zio di cui ho detto che abitava lungo la strada, mi diede un libro intitolato Terzo abbecedario, che cerca d’insegnare l’orazione di raccoglimento. Anche se in questo primo anno avevo letto buoni libri (poiché altri non volli più leggerne, ormai esperta del danno che mi avevano arrecato), non sapevo come procedere nell’orazione, né come raccogliermi; pertanto, mi rallegrai molto di averlo e decisi di seguire quel metodo con tutto il mio impegno. Poiché il Signore mi aveva ormai dato il dono delle lacrime e mi piaceva leggere, cominciai a raccogliermi un po’ in solitudine, a confessarmi spesso, e a indirizzarmi per quel cammino, avendo come guida quel libro, perché io un maestro, voglio dire un confessore che mi capisse, non l’avevo trovato, quantunque lo cercassi, e neanche riuscii a trovarlo nei vent’anni che seguirono. Ciò mi fu causa di molto danno facendomi tornare spesso indietro, e anche esponendomi al rischio di perdermi del tutto; mentre un buon confessore mi avrebbe almeno aiutato a sottrarmi alle occasioni di offendere Dio. Sua Maestà cominciò a concedermi tante grazie in questo inizio che, giunto il termine del tempo in cui mi trattenni qui (trascorsi quasi nove mesi in questa solitudine), benché non fossi così esente dall’offendere Dio come il libro consigliava e trascurassi molte cose, sembrandomi quasi impossibile tanta vigilanza, mi guardavo, però, dal commettere peccato mortale, e fosse piaciuto a Dio che lo avessi fatto sempre! Invece tenevo in poco conto i peccati veniali procurando così la mia rovina. Il Signore, dunque, cominciò a favorirmi tanto in questa via, che mi faceva grazia di concedermi un’orazione di quiete e qualche volta pure quella di unione, anche se io non intendevo che cosa fossero né l’una né l’altra, né il loro grande valore, mentre credo che per me sarebbe stato un gran bene saperlo. È vero che l’orazione di unione durava ben poco, non so se appena un’Ave Maria, ma ne restavano in me così grandi effetti che, pur non avendo in quel tempo neppure vent’anni, mi sembrava di tenere il mondo sotto i piedi. Ricordo, pertanto, che mi facevano pena quelli che lo seguivano, fosse anche solo in cose lecite. Mi sforzavo quanto più potevo di tenere presente dentro di me Gesù Cristo, nostro Bene e Signore: era questa la mia maniera di pregare; così se pensavo a qualche momento della sua passione, me lo rappresentavo interiormente. Ciò nonostante spendevo la maggior parte del tempo a leggere buoni libri, che erano tutto il mio diletto. Dio, infatti, non mi ha dato la capacità di usare dell’intelletto, né di giovarmi dell’immaginazione, così ottusa in me che, nonostante gli sforzi per rappresentarmi – come procuravo di fare – l’umanità del Signore, non ci riuscivo mai. E sebbene attraverso l’incapacità do servirsi dell’intelletto, perseverando, si giunga più presto alla contemplazione, la via è però assai faticosa e penosa perché, se la volontà resta inattiva e manca all’amore un oggetto che lo occupi con la propria presenza, l’anima resta come immobile e senza appoggio, e gran pena producono la solitudine e l’aridità, e grandissima lotta i pensieri.
    8. Alle persone che si trovano in questa condizione è necessaria una maggiore purezza di coscienza che non a quelle capaci di usare l’intelletto; perché chi riflette a ciò che è il mondo e a ciò che si deve a Dio, a quanto egli ha sofferto e a quanto poco lo si serve, e a ciò che dà in premio a chi lo ama, ne trae utile insegnamento per difendersi da pensieri e occasioni pericolose; ma chi non può giovarsi di questa capacità è più esposto a pericoli e bisogna che si dia molto alla lettura, perché da sé non può trarre alcun insegnamento. È quanto mai faticoso questo modo di procedere; e se il direttore spirituale costringe a sopprimere la lettura (che aiuta molto il raccoglimento di chi procede nel modo suddetto, anzi gli è necessario leggere, anche se poco, almeno al posto dell’orazione mentale che non può fare), se, dico, si è costretti a stare gran tempo in orazione senza questo aiuto, sarà impossibile rimanervi a lungo e, insistendo, se ne avrà danno alla salute, perché costa molta fatica.
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    00 8/9/2013 4:14 PM
    9. Ora, mi pare di capire che fu il Signore a disporre che io non trovassi chi potesse darmi insegnamenti, perché [se mi avessero vietato l’aiuto del libro] credo che mi sarebbe stato impossibile durare diciotto anni in questo stato e in quest’aridità, per l’incapacità, come dico, di ragionare. In tutto questo tempo, a meno che non fosse dopo la comunione, io non osavo mai cominciare l’orazione senza un libro, giacché la mia anima temeva di farlo priva di tale aiuto, come se dovesse combattere contro molti nemici esterni. Con questo rimedio, che era come una compagnia o uno scudo in cui avrei ricevuto i colpi dei molti importuni pensieri, mi sentivo rincuorata, perché l’aridità non era il mio stato ordinario, ma sopravveniva sempre quando mi mancava un libro. Allora, l’anima restava subito sconvolta e i pensieri si disperdevano: con la lettura li raccoglievo di nuovo e mi sentivo l’anima come accarezzata. Spesso non c’era bisogno d’altro che di aprire il libro; a volte leggevo poco, a volte molto, secondo la grazia che il Signore mi faceva. A me sembrava, in quei primi tempi di cui parlo, che, avendo i libri e in certo modo la possibilità d’isolarmi, non ci sarebbe stata alcuna occasione pericolosa che potesse rimuovermi da tanto bene, e credo che, con l’aiuto di Dio, sarebbe stato così, se avessi avuto un maestro spirituale o altra persona che mi avesse insegnato a fuggire le occasioni sul nascere e mi avesse fatto uscire da esse al più presto, se vi fossi entrata. Mi sembrava infatti che, se allora il demonio mi avesse assalito apertamente, in nessun modo sarei tornata di nuovo a peccare. Ma egli fu tanto astuto e io così vile, che tutte le mie risoluzioni mi giovarono poco; moltissimo, invece, quando mi posi al servizio di Dio, per sopportare le terribili malattie che mi colpirono, con quella grande pazienza che Sua Maestà mi diede.
    10. Molte volte, pensando, piena di ammirazione, alla infinita bontà di Dio, la mia anima si dilettava di vedere la sua magnificenza e misericordia. Sia egli sempre benedetto, avendo io costatato chiaramente che non tralascia di premiare, anche in questa vita, ogni mio buon desiderio. Per quanto meschine e imperfette fossero le mie opere, questo mio Signore le andava migliorando, perfezionando e avvalorando, e subito occultava colpe e peccati. Permette anche, Sua Maestà, che si accechino coloro che me li hanno visti commettere e glieli toglie dalla memoria; indora le colpe; fa risplendere una virtù che egli stesso pone in me, quasi costringendomi a mantenerla.
    11. Ma voglio ritornare a quanto mi è stato comandato di scrivere, tanto più che, se volessi dire minutamente come il Signore agiva con me in quest’inizio, sarebbe necessaria un’intelligenza ben diversa dalla mia per esaltare ciò che gli devo a tale riguardo e mettere in evidenza la mia profonda indegnità e ingratitudine nell’averlo dimenticato completamente. Sia egli sempre benedetto per avermi tanto sopportata! Amen.
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    00 8/9/2013 4:14 PM
    CAPITOLO 5
    Prosegue nel parlare delle gravi malattie che ebbe, della pazienza che il Signore in esse le diede, e in che modo trasse dal male il bene, come si vedrà da un fatto che le accadde nel luogo dove si recò per curarsi.
    1. Dimenticavo di dire che nell’anno del noviziato soffrii grandi inquietudini per cose in se stesse di poca importanza; ma è che, molte volte, venivo ripresa senza avere alcuna colpa. Io lo sopportavo a mala pena e con assoluta imperfezione, anche se la grande gioia di essere monaca finiva con il farmi sopportare tutto. siccome mi vedevano cercare la solitudine e talvolta piangere, a causa dei miei peccati, pensavano che si trattasse di scontentezza e se lo dicevano fra loro. Ero attaccata a tutte le pratiche religiose, ma non potevo soffrirne nessuna che comportasse disprezzo. Godevo di essere stimata, ero accurata in quel che facevo. Tutto mi sembrava virtù, anche se questo non mi servirà di discolpa, perché sapevo bene come cercare in tutto la mia soddisfazione, e poi l’ignoranza non annulla la colpa. Di qualche scusa mi può essere il fatto che il monastero non aveva basi di molta perfezione; io, da misera creatura, me ne andavo dove stava la mancanza e trascuravo ciò che v’era di buono.
    2. Vi era, allora, una monaca affetta da una gravissima malattia assai dolorosa, perché si trattava di alcune fistole che le si erano aperte nel ventre a causa di un’ostruzione intestinale, attraverso le quali mandava fuori ciò che mangiava. Ne morì presto. Io vedevo tutte aver paura di quel male; a me destava grande invidia la sua pazienza e chiedevo a Dio che, se mi dava la stessa pazienza, mi mandasse pure tutte le malattie che volesse. Mi sembra che non ne temesse alcuna, essendo così disposta a guadagnare beni eterni, che ero decisa a conquistarmeli con qualunque mezzo. E ciò mi stupisce, non avendo ancora, a mio avviso, un amor di Dio quale mi sembra d’averlo avuto dopo che incominciai a praticare l’orazione, ma solo una luce che mi faceva apparire di poca stima tutto quanto finisce, e di molto pregio i beni che si possono guadagnare con il sacrificio di quanto ha fine, perché sono beni eterni. Anche in questo mi diede ascolto Sua Maestà, perché prima che fossero trascorsi due anni ero in tali condizioni che, sebbene non si trattasse di un male di quel genere, non credo che sia stata meno penosa e tormentosa la malattia da me sofferta per tre anni, come ora dirò.
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    00 8/9/2013 4:15 PM
    3. Giunto il tempo d’iniziare la cura che stavo aspettando nel luogo dove, come ho detto, mi trovavo con mia sorella, mi condussero via di lì, con ogni riguardo e con tutte le comodità possibili, mio padre, mia sorella e quella monaca mia amica che era partita con me e che mi amava moltissimo. Qui il demonio cominciò a turbare la mia anima, anche se Dio seppe trarre da ciò molto bene. C’era un ecclesiastico che risiedeva in quel luogo dove andai a curarmi, di ottima condizione sociale e di grande intelligenza; era anche colto, se pur non eccedeva in cultura. Cominciai a confessarmi da lui, avendo sempre amato le lettere, anche se gran danno spirituale mi arrecarono i confessori semidotti in quanto non riuscivo ad averli mai di così buona istruzione come era mio desiderio. Ho visto per esperienza che è meglio, se si tratta di uomini virtuosi e di santi costumi, che non ne abbiano nessuna, anziché poca, perché in tal caso né essi si fidano di sé, ricorrendo a chi abbia una buona preparazione culturale, né io mi fido di loro. Un vero dotto non mi ha mai ingannato. Nemmeno gli altri credo che mi volessero ingannare, salvo che non ne sapevano di più. Io, invece, pensando che sapessero, ritenevo di non dover far altro che prestare loro fede, tanto più che mi davano consigli di una certa larghezza, cioè che indulgevano a una maggiore libertà; d’altronde, se mi avessero stretto un po’ i freni, io, miserabile qual sono, ne avrei cercato altri. Ciò che era peccato veniale mi dicevano che non era alcun peccato; ciò che era peccato gravissimo e mortale mi dicevano che era peccato veniale. Questo mi arrecò tanto danno che non è superfluo parlarne qui, per prevenire altre persone di così gran male; di fronte a Dio capisco che non mi serve di giustificazione, giacché era sufficiente che le cose di per sé non fossero buone perché dovessi guardarmene. Credo che a causa dei miei peccati Dio permise che essi s’ingannassero e ingannassero me. Io ingannai molte altre dicendo loro le stesse cose che erano state dette a me. Trascorsi in questa cecità credo più di diciassette anni, finché un padre domenicano molto dotto mi aprì gli occhi su molte cose, e i padri della Compagnia di Gesù mi disingannarono del tutto, riempiendomi di spavento con il rimproverarmi così cattivi inizi, come dirò in seguito.
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    00 8/9/2013 4:15 PM
    4. Quando dunque cominciai a confessarmi dal suddetto ecclesiastico, egli mi si affezionò molto, perché allora, a partire da quando mi ero fatta suora, io avevo poco da confessare in confronto alle colpe che ebbi in seguito. La sua non era un’affezione sconveniente, ma per il fatto d’essere eccessiva, finiva con il non essere buona. Sapeva bene che non mi sarei indotta per nessun motivo a far nulla di grave contro Dio, e anch’egli mi assicurava lo stesso di sé e così discorrevamo parecchio. Ma allora, immersa in Dio come ero, ciò che mi faceva più piacere era parlare di cose a lui attinenti; e, poiché ero tanto giovane, il costatarlo riempiva di confusione il mio interlocutore il quale, per il grande affetto che lo legava a me, cominciò a rivelarmi la rovina della sua anima. E non era poca cosa, perché da quasi sette anni si trovava in una situazione assai pericolosa, avendo una relazione con una donna di quello stesso luogo; e ciò nonostante continuava a celebrare la Messa. Il fatto era ormai così noto che egli aveva perduto l’onore e la fama, ma nessuno osava redarguirlo. Io ne ebbi molta compassione, perché lo amavo molto, essendo allora questa la mia grande leggerezza e cecità, di ritenere virtù il serbarmi grata e fedele a chi mi amava. Sia maledetta tale fedeltà che si estende fino a far violare quella verso Dio! È una pazzia diffusa nel mondo che rese pazza anche me: dobbiamo a Dio tutto il bene che ci viene fatto e stimiamo virtù non rompere un’amicizia, anche se si tratta di andare contro di lui. Oh, cecità del mondo! Fosse a voi piaciuto, Signore, che io mi dimostrassi molto ingrata verso tutti, e non lo fossi stata minimamente contro di voi! Ma, per i miei peccati, è avvenuto proprio contrario.
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    00 8/9/2013 4:16 PM
    5. Cercai di sapere di più, informandomi meglio presso i suoi familiari; conobbi più a fondo la gravità del suo danno morale, ma vidi che il pover’uomo non aveva tanta colpa, perché quella donna sciagurata gli aveva fatto alcuni sortilegi mediante un piccolo idolo di rame, che gli aveva raccomandato di portare al collo per amor suo, e nessuno era riuscito a farglielo togliere. A dire il vero, io non credo a queste storie dei sortilegi, ma dico quello che ho visto per avvisare gli uomini di guardarsi dalle donne che cercano di adescarli in tal modo, e di esser convinti che, avendo esse perduto ogni pudore di fronte a Dio (mentre più degli uomini sono tenute a rispettarlo), non possono meritare la minima fiducia. Infatti non badano a nulla pur di conseguire il loro intento e assecondare quella passione che il demonio pone nel loro cuore. Benché io sia stata tanto miserabile, non sono mai caduta in alcuna colpa di tal genere né ho mai avuto l’intenzione di far del male né, anche se l’avessi potuto, avrei voluto forzare la volontà di qualcuno ad amarmi, perché da questo mi preservò il Signore; ma se mi avesse abbandonato avrei commesso anche riguardo a ciò il male che commettevo riguardo al resto, perché di me non c’è assolutamente da fidarsi.
    6. Non appena seppi questo, dunque, cominciai a dimostrargli più amore. La mia intenzione era buona, ma non il mezzo di cui mi servivo; nell’intento di fare il bene, infatti, per quanto grande fosse, non dovevo lasciarmi andare neanche al minimo male. Di solito gli parlavo di Dio; questo doveva giovargli, ma credo che più utile allo scopo fu il fatto che egli mi amasse molto. Per farmi piacere, invero, si decise a darmi l’idoletto, che io feci gettare subito nel fiume. Appena se ne fu liberato, cominciò – come chi si svegli da un lungo sonno – a ricordarsi a poco a poco di tutto quello che aveva fatto in quegli anni e, spaventato di se stesso, dolendosi della sua perdizione, finì con il detestarla. Nostra Signora dovette aiutarlo molto, perché era molto devoto della sua concezione, la cui ricorrenza era da lui celebrata solennemente. Infine, cessò del tutto di vedere quella donna, e non si stancava di render grazie a Dio per averlo illuminato. Morì allo scadere esatto di un anno dal giorno in cui l’avevo conosciuto. Si era adoperato già molto nel servire Dio, perché nel suo affetto per me non scorsi mai nulla di male, quantunque potesse essere forse più puro, ma ebbe anche tali occasioni che, se non avesse tenuto ben presente Dio, l’avrebbe offeso molto gravemente. Come ho già detto, quello ch’io capivo essere peccato mortale, non l’avrei fatto davvero, e ritengo che la costatazione di questa mia fermezza abbia contribuito al suo amore per me. Credo, infatti, che tutti gli uomini preferiscano le donne che vedono inclini alla virtù, e anche per quel che riguarda l’affezione terrena, credo che le donne ottengano da essi di più con questo mezzo, come dirò in seguito. Sono sicura che egli si sia salvato. Morì serenamente e del tutto fuori di quella situazione; sembra che il Signore l’abbia voluto salvare con questo mezzo.
    7. Rimasi in quel luogo tre mesi, con grandissime sofferenze, perché la cura fu più forte di quel che consentisse la mia costituzione fisica. Dopo due mesi, a forza di medicine, ero ridotta quasi in fin di vita, e il mal di cuore ch’ero andata a curarmi era molto più forte, tanto che a volte mi sembrava che me lo dilaniassero con denti aguzzi, e si temé che si trattasse di rabbia. A causa della estrema mancanza di forza (non potendo, per la gran nausea, cibarmi di nulla che non fosse liquido), della febbre che non subiva interruzione, spossata oltre ogni dire, perché mi avevano dato una purga ogni giorno quasi per la durata di un mese, ero così consumata che mi si cominciarono a rattrappire i nervi, con dolori talmente intollerabili che non potevo aver riposo né giorno né notte e in più avevo una tristezza molto profonda.
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    00 8/9/2013 4:16 PM
    8. Di fronte a questo bel guadagno, mio padre mi ricondusse a casa, dove tornarono a visitarmi i medici. Tutti mi diedero per spacciata perché dicevano che, oltre a tutto il resto, ero anche tisica. Di ciò m’importava poco; i dolori erano il mio tormento, perché li avevo in tutto il corpo, dalla testa ai piedi; quelli dei nervi sono intollerabili, a detta dei medici, e siccome i miei nervi si rattrappivano tutti, certamente – se io non ne avessi perduto il merito per colpa mia – sarebbe stato un duro ma meritorio tormento. Rimasi in questo grave stato circa tre mesi, durante i quali mi pareva impossibile che si potessero sopportare tanti mali insieme. Ora me ne stupisco e ritengo come una somma grazia del Signore la pazienza che egli mi diede, perché si vedeva chiaramente che mi veniva da lui. Mi giovò molto in questo l’aver cominciato a far orazione e l’aver letto la storia di Giobbe nei Moralia di san Gregorio, con la quale il Signore volle forse prevenirmi, affinché io potessi sopportare tutto con rassegnazione. Il mio colloquio era sempre con lui; pensavo spesso, ripetendole, a queste parole di Giobbe: Se abbiamo ricevuto i beni dalla mano del Signore, perché non ne accetteremo anche i mali?. E mi sembrava che mi dessero coraggio.
    9. Giunse la festa della Madonna di agosto; il mio tormento durava dall’aprile ed era stato assai maggiore negli ultimi tre mesi. Sollecitai la confessione, perché amavo sempre molto confessarmi spesso. Pensarono che tale richiesta fosse dovuta alla paura di morire e mio padre non mi lasciò confessare per non darmi altro dolore. Oh, esagerato amore della carne che, quantunque si trattasse dell’amore di un padre cattolico fervente – lo era infatti molto, e la sua non certo ignoranza –, avrebbe potuto arrecarmi un grave danno! Quella notte ebbi una crisi che mi fece restare fuori dei sensi quattro giorni o poco meno. In questo frattempo, mi amministrarono il sacramento dell’unzione e, pensando che spirassi da un momento all’altro, non facevano che indurmi a recitare il Credo, come se io potessi capire qualcosa. A volte, dovettero ritenermi proprio morta, tanto che dopo mi trovai perfino la cera sugli occhi.
    10. Il dolore di mio padre per non avermi fatto confessare era grande; molte le sue lacrime e le sue preghiere. Benedetto sia colui che si degnò di ascoltarle! Quando già da un giorno e mezzo, infatti, nel monastero era aperta la mia sepoltura in attesa della salma, e in un convento dei nostri frati fuori di città era stato celebrato l’ufficio dei defunti, il Signore si compiacque di farmi riprendere conoscenza. Volli subito confessarmi e mi comunicai con molte lacrime; esse, però, a mio giudizio, non provenivano solo dal dolore e dal pentimento di avere offeso Dio, il che sarebbe bastato a salvarmi, se non bastava il fatto di essere stata tratta in inganno da coloro che mi avevano detto come alcune colpe non fossero peccati mortali, mentre poi ho visto con certezza che lo erano. Continuavo infatti ad avere dolori insostenibili, tanto da perdere spesso la conoscenza, anche se credo di aver fatto una confessione completa, accusandomi di tutto ciò in cui capivo d’aver offeso Dio, giacché Sua Maestà, fra le altre grazie, mi ha concesso anche quella di non aver mai tralasciato di confessare, dopo la mia prima comunione, alcuna cosa che credessi peccato, sia pure veniale. Ma, senza dubbio, la mia salvezza sarebbe stata molto in pericolo, se fossi morta allora, sia per il fatto che i confessori erano ben poco istruiti, sia perché io ero una miserabile, sia per molte altre ragioni.
    11. È la pura verità se dico che, giunta a questo punto e considerando come il Signore mi abbia quasi risuscitata, mi sembra d’essere così sbigottita da stare quasi tremando dentro di me. Mi pare che sarebbe stato bene, anima mia, che tu considerassi il pericolo da cui il Signore ti aveva liberato, e se l’amore non bastava a farti cessare di offenderlo, avresti almeno dovuto farlo per timore, potendo egli mille altre volte darti la morte in occasioni più pericolose. Credo di non esagerare molto nel dire «mille altre volte» anche se chi mi ha imposto di essere moderata nel parlare dei miei peccati, debba rimproverarmene: sono già abbastanza abbelliti. Io lo prego per amore di Dio di non togliere nulla di quanto riguarda le mie colpe, poiché in esse si vedono di più la magnificenza di Dio e la sua pazienza verso un’anima. Sia egli per sempre benedetto! Piaccia a Sua Maestà che io muoia piuttosto che cessare mai d’amarlo!
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    00 8/9/2013 4:17 PM
    CAPITOLO 6
    Ove si dice quanto Teresa fu debitrice al Signore per averle dato la rassegnazione nelle sue grandi sofferenze, come ella prese per mediatore e avvocato il glorioso san Giuseppe e quanto ciò le giovò.
    1. Dopo quei quattro giorni di crisi, rimasi in tale stato che solo il Signore può conoscere gli insostenibili tormenti di cui soffrivo: mi sentivo la lingua a pezzi a furia di mordermela, la gola chiusa da soffocarmi per non aver inghiottito nulla e per la grande debolezza, così che neanche l’acqua poteva passarvi; mi pareva di essere tutta slogata, con un grandissimo stordimento; tutta rattrappita, diventata come un gomitolo – perché tale fu il risultato del tormento di quei giorni –, senza poter muovere, se non mi aiutavano gli altri, né piede, né mano, né testa, neanche fossi stata morta; mi pare che potessi muovere solo un dito della mano destra. Per di più non si sapeva come aiutarmi perché tutto il corpo mi doleva tanto da non poter sopportare d’essere toccata. Se mi dovevano spostare, mi muovevano in due persone, dentro un lenzuolo, l’una da capo e l’altra da piedi. Rimasi n questo stato fino alla Pasqua di risurrezione. C’era di buono solo il fatto che, quando mi lasciavano in pace, spesso i dolori cessavano, e quel po’ di riposo bastava per farmi credere di star bene, temendo che mi dovesse venir meno la pazienza. Perciò fui molto felice quando mi sentii libera da così acuti e continui dolori, anche se i brividi di freddo della quartana doppia, che mi perdurava fortissima, erano insopportabili. Avevo, inoltre, una grandissima nausea.
    2. Sollecitai subito con tanta insistenza il mio ritorno al monastero, che fui ricondotta lì. Così accolsero viva colei che aspettavano morta, ma il corpo era peggio che morto, da far pena a vederlo. Indicibile il punto di magrezza a cui ero giunta: non mi erano rimaste che le ossa. Durai in questo stato più di otto mesi; il rattrappimento, anche se andava migliorando, continuò per quasi tre anni. Sopportai tutto con grande rassegnazione e, tranne nei primi tempi, con grande gioia, perché ogni cosa mi sembrava un nonnulla, paragonata ai dolori e ai tormenti sofferti prima; ero molto rassegnata al volere di Dio, anche se avesse dovuto lasciarmi sempre in quello stato. Mi sembra che tutta la mia ansia di guarire fosse dovuta al desiderio di stare da sola in orazione, com’era mia abitudine, cosa che in infermeria non potevo fare. Mi confessavo assai spesso. Parlavo molto di Dio, così che tutte ne restavano edificate e si stupivano della pazienza che il Signore mi concedeva, giacché sembrava impossibile, senza l’aiuto di Sua Maestà, che io potessi sopportare tanto male con tanta gioia.
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    00 8/9/2013 4:18 PM
    3. Gran cosa fu l’avermi egli dato la grazia dell’orazione, con la quale mi faceva capire in cosa consistesse l’amarlo. In quel breve periodo di tempo vidi nascere in me nuove virtù (sebbene non così forti da esser sufficienti a farmi sempre operare con rettitudine), come il non parlar male di nessuno, nemmeno in cose di poco conto, evitando di regola ogni mormorazione e tenendo ben presente che non dovevo volere né dire di altri quello che non volevo si dicesse di me. Rispettavo questa norma con somma cura, in qualunque occasione mi trovassi, benché non in modo così perfetto che alcune volte, quando si trattava di un’occasione superiore alle mie forze, non trasgredissi il mio proposito; ma di solito era così. E convinsi tanto di ciò quelle che stavano o trattavano con me, che ne contrassero anch’esse l’abitudine. Si capiva che dove ero io le spalle stavano al sicuro. Della stessa stima godevano le persone con le quali io avevo amicizia o vincolo di parentela o alle quali insegnavo; ciò nonostante, in altre cose devo rendere ben conto a Dio del cattivo esempio che davo.
    Sia compiaccia Sua Maestà di perdonarmi, per essere stata causa di tanti mali, anche se l’intenzione non era così cattiva come poi apparivano le opere.
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    00 8/9/2013 4:18 PM
    4. Rimasi desiderosa di solitudine, amante di trattare e parlare di Dio e, se trovavo con chi farlo, ciò mi dava più gioia e distrazione che tutta la squisitezza – o, per meglio dire, la grossolanità – delle conversazioni mondane. Mi comunicavo e confessavo molto più spesso e desideravo farlo. Ero appassionata alla lettura di buoni libri e provavo un così profondo pentimento di aver offeso Dio, che molte volte non osavo – ricordo – fare l’orazione, perché temevo come un gran castigo l’enorme pena che avrei provato per averlo offeso. Questa pena andò poi crescendo fino a tal punto che non saprei a quale tormento paragonarla; e non era dovuta né poco né molto al timore, mai, ma all’impossibilità di sopportare il pensiero della mia ingratitudine, non appena ricordavo le grazie che il Signore mi faceva nell’orazione e vedevo quanto male lo ripagavo. M’irritavano le molte lacrime che versavo per le mie colpe, considerando la scarsa ammenda che ne facevo, se non bastavano né propositi, né la sofferenza in cui mi vedevo a non farmi ricadere, non appena se ne presentasse l’occasione: mi sembravano lacrime mendaci e mi sembrava che, cosciente di quanta grazia mi faceva il Signore nell’accordarmele, procurandomi un così profondo pentimento, la colpa, dopo, fosse più grave. Cercavo però subito di confessarmi e così, a mio giudizio, facevo da parte mia quello che potevo per ritornare in grazia. Tutto il danno stava nel fatto di non evitare radicalmente le occasioni e nello scarso aiuto che mi davano i confessori; se, invece, mi avessero prospettato il pericolo che correvo e l’obbligo che avevo di non continuare in quelle relazioni, senza dubbio, credo, mi sarei salvata, perché in nessun modo avrei potuto sopportare d’incorrere in peccato mortale solo un giorno, se ne fossi stata consapevole. Tutti questi segni del timore di Dio mi vennero dall’orazione, e per la maggior parte erano intessuti d’amore, perché non mi si presentava mai il pensiero del castigo. Tutto il tempo in cui fui ammalata ebbi gran cura della mia coscienza, quanto ai peccati mortali. Oh, mio Dio, desideravo tanto la salute per meglio servirvi, ed essa, invece, fu la causa di ogni mio male!
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    00 8/9/2013 4:19 PM
    5. Nel vedermi, dunque, tutta rattrappita e in così giovane età, e nel vedere in che stato mi avevano ridotto i medici della terra, decisi di ricorrere a quelli del cielo perché mi guarissero, desiderando ancora la salute, anche se tiravo avanti con molta allegria. Pensavo talvolta che se, stando bene, mi dovevo dannare, era meglio che restassi così; tuttavia, pensavo anche che con la salute avrei potuto servire meglio Dio. Questo è il nostro errore, non abbandonarci totalmente nelle mani del Signore, il quale sa meglio di noi quanto ci conviene.
    6. Cominciai a far celebrare Messe e a recitare orazioni approvate [dalla Chiesa], giacché non sono mai stata amante di certe devozioni praticate da alcune donne – con cerimonie che io non ho mai potuto soffrire e che a loro ispiravano religioso rispetto (in seguito si è capito che non erano convenienti perché superstiziose) – e presi per avvocato e patrono il glorioso san Giuseppe, raccomandandomi molto a lui. Vidi chiaramente che questo mio padre e patrono mi trasse fuori sia da quella situazione, sia da altre più gravi in cui erano in gioco il mio onore e la salvezza dell’anima mia, meglio di quanto io non sapessi chiedergli. Finora non mi ricordo di averlo mai pregato di un favore che egli non mi abbia concesso. È cosa che riempie di stupore pensare alle straordinarie grazie elargitemi da Dio e ai pericoli da cui mi ha liberato, sia materiali sia spirituali, per l’intercessione di questo santo benedetto. Mentre ad altri santi sembra che il Signore abbia concesso di soccorrerci in una singola necessità, ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe ci soccorre in tutte. Pertanto, il Signore vuol farci capire che allo stesso modo in cui fu a lui soggetto in terra – dove san Giuseppe, che gli faceva le veci di padre, avendone la custodia, poteva dargli ordini – anche in cielo fa quanto gli chiede. Lo hanno costatato alla prova dei fatti anche altre persone, alle quali io dicevo di raccomandarsi a lui, e ce ne sono ora molte ad essergli diventate devote, per aver sperimentato questa verità.
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    00 8/9/2013 4:19 PM
    7. Cercavo di celebrarne la festa con tutta la solennità possibile, piena di vanità più che di spirito di devozione, perché volevo che si facesse tutto alla perfezione, con molta ricercatezza, pur essendo animata da buona intenzione. Era proprio questo il mio male: che quando il Signore mi faceva la grazia di poter compiere qualcosa di buono, lo riempivo di imperfezioni e di molti errori; invece, per il male, le ricercatezze e le vanità, mi adoperavo con ogni ingegnosa cura e diligenza. Il Signore mi perdoni. Vorrei persuadere tutti ad essere devoti di questo glorioso santo, per la grande esperienza dei beni che egli ottiene da Dio. Non ho conosciuto persona che gli sia sinceramente devota e gli renda particolari servigi, senza vederla più avvantaggiata nella virtù, perché egli aiuta molto le anime che a lui si raccomandano. Già da alcuni anni, mi pare, nel giorno della sua festa io gli chiedo sempre qualcosa e sempre mi vedo esaudita. Se la mia richiesta esce un po’ dalla retta via, egli la raddrizza per il mio maggior bene.
    8. Se avessi autorità di scrittrice mi dilungherei a raccontare molto minuziosamente le grazie che questo glorioso santo ha fatto a me e ad altre persone, ma per non oltrepassare i limiti che mi sono stati imposti, in molte cose sarò più breve di quanto vorrei, in altre più lunga del necessario; agirò, insomma, come chi ha poca discrezione in tutto ciò che è bene. Solo chiedo, per amor di Dio, che ne faccia la prova chi non mi credesse, e vedrà per esperienza di quale giovamento sia raccomandarsi a questo glorioso patriarca ed essergli devoti. Dovrebbero amarlo specialmente le persone che attendono all’orazione, giacché non so come si possa pensare alla Regina degli angeli nel tempo in cui tanto soffrì con Gesù Bambino, senza ringraziare san Giuseppe per essere stato loro di grande aiuto. Chi non dovesse trovare un maestro che gli insegni l’orazione, prenda questo glorioso santo per guida e non sbaglierà nel cammino. Piaccia a Dio che io non abbia sbagliato nell’arrischiarmi a parlarne perché, anche se mi professo a lui devota, nel modo di servirlo e di imitarlo ho sempre mancato. È stato lui a fare sì che io potessi alzarmi e camminare, e non essere più rattrappita; io, invece, da quella che sono, lo ricambiai con l’usar male di questa grazia.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 4:20 PM
    9. Chi avrebbe detto che sarei ritornata così presto a cadere, dopo tante grazie di Dio, dopo che Sua Maestà aveva cominciato a darmi virtù tali che per se stesse m’incitavano a servirlo, dopo essermi vista quasi morta e in così gran pericolo di dannarmi, dopo essere risuscitata anima e corpo, con grande meraviglia di tutti coloro che mi vedevano viva? Che è ciò, Signor mio? Dobbiamo vivere una vita così piena di pericoli? Mentre scrivo questo, mi sembra che con il vostro aiuto e per vostra misericordia potrei dire, anche se non con la stessa perfezione, ciò che ha detto san Paolo: Non sono più io che vivo, ma voi, mio Creatore, che vivete in me, per il fatto che da alcuni anni, a quanto mi è dato d’intendere, voi mi reggete con la vostra mano, sì ch’io vedo dai desideri e propositi, di cui in qualche modo in questi anni ho dato prova, attuandoli in molte circostanze, di non far nulla contro la vostra volontà, neppure la minima cosa. Certo, credo di arrecare ugualmente molte offese a Vostra Maestà senza rendermene conto. Credo anche, però, di essere risolutamente decisa a non trascurare nulla di quanto mi si presenti di fare per amor vostro, e in alcune circostanze voi mi avete aiutato a riuscirvi. Non amo il mondo né cosa alcuna che gli appartenga, né credo che mi allieti nulla che non venga da voi; il resto mi appare, anzi, come una pesante croce. È vero che mi posso ingannare, e forse non ho i sentimenti che ho detto; ma voi certo vedete, mio Signore, che a me non sembra di mentire e temo – con tutta ragione – che non abbiate di nuovo ad abbandonarmi, perché ormai so fin dove arrivino la mia debole forza e la mia scarsa virtù se voi non continuate sempre a darmela aiutandomi a non lasciarvi. Piaccia a Vostra Maestà di non abbandonarmi neanche adesso in cui mi sembra rispondere al vero quanto ho detto di me. Non so come si desideri vivere, essendo tutto così incerto. Mi pareva ormai impossibile abbandonarvi interamente, mio Signore; ma, poiché tante volte vi ho abbandonato, non posso cessar di temere, ben sapendo che non appena vi allontanavate un poco da me, stramazzavo a terra. Siate benedetto per sempre, anche se io vi abbandonavo, voi non mi lasciaste mai così totalmente che io non tornassi a rialzarmi, con l’aiuto della vostra mano. E spesso, Signore, io non la volevo, né volevo capire che molte volte voi mi chiamavate di nuovo, come ora dirò.
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    00 8/9/2013 4:20 PM
    CAPITOLO 7
    Racconta in che modo andò perdendo le grazie che il Signore le aveva fatto e quale vita dissipata cominciò a condurre. Parla dei danni che derivano dalla mancanza di una stretta clausura nei monasteri di religiose.
    1. Così, dunque, di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione, cominciai a espormi a tali tentazioni e ad avere l’anima così guasta da tante vanità, che mi vergognavo di tornare ad avvicinarmi a Dio, con quella particolare amicizia, che è data dall’orazione; a questo contribuì il fatto che, aumentando i peccati, cominciò a mancarmi il gusto e il piacere delle pratiche di virtù. Io vedevo molto bene, o Signore, che ciò mi veniva a mancare, perché io mancavo a voi. Fu questo, appunto, il più terribile inganno che il demonio poteva tramarmi sotto l’apparenza dell’umiltà: cominciai a temere di fare orazione, vedendomi senza alcuna speranza di salvezza. Mi sembrava meglio seguire i molti, poiché quanto a essere spregevole, ero tra le peggiori creature, e recitare le preghiere d’obbligo vocalmente, piuttosto che darmi alla pratica dell’orazione mentale ed avere tanta familiarità con Dio, io che meritavo di stare con i demoni e che ingannavo la gente, perché esteriormente mantenevo buone apparenze. Di questo non si può incolpare la casa in cui stavo, perché con la mia astuzia mi adoperavo a godere di una buona opinione, pur non fingendo consapevolmente spirito cristiano, perché in materia d’ipocrisia e vanagloria, grazie a Dio, non ricordo di averlo mai offeso, per quanto io sappia; al primo impulso di farlo, provavo tanto dolore che il demonio se ne andava sconfitto e io restavo con la vittoria. Perciò a questo riguardo mi ha tentato sempre ben poco. Ma se, per caso, Dio avesse permesso che mi tentasse in ciò così fortemente come in altre cose, anche qui sarei caduta; Sua Maestà, però, finora mi ha preservato da questo (sia per sempre benedetto), anzi mi affliggeva molto godere di una buona opinione, conoscendo l’intimo dell’animo mio.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 4:21 PM
    2. Il fatto di non essere considerata tanto miserabile dipendeva dal vedere che, pur essendo così giovane e fra tante occasioni, mi ritiravo spesso in solitudine a pregare e a leggere molto, che parlavo di Dio, che amavo far dipingere la sua immagine in molti luoghi, avere un oratorio e provvederlo di ciò che potesse ispirare devozione, che non mormoravo, e altre cose del genere, tutte con l’apparenza di virtù. Io poi, vana com’ero, sapevo dare importanza a quelle esteriorità che il mondo suole tenere in pregio, e per questo mi concedevano maggiore e più ampia libertà che non alle suore più anziane, e riponevano grande fiducia in me! Infatti, non credo che sarei mai giunta ad abusare di questa libertà e a far nulla che non fosse permesso, come parlare nel monastero attraverso fori o pareti, o di notte, né lo feci mai, perché il Signore mi sostenne con la sua mano. A me, che consideravo attentamente e seriamente molte cose, sembrava assai mal fatto il mettere a rischio per la mia cattiveria l’onore di tante religiose le quali, invece, erano buone, come se fosse ben fatto il resto che facevo! A dire il vero, però, il male inerente a questa ultima riflessione non era così grave come il male di cui ho parlato prima, benché fosse anch’esso grave.
    3. Credo, pertanto, che mi fu di gran danno non stare in un monastero di clausura, perché la libertà di cui le buone religiose potevano godere tranquillamente (non erano tenute a privarsene, non essendovi l’impegno della clausura), per me, che sono vile, sarebbe stata certamente causa di finire all’inferno, se il Signore, con tanti mezzi d’aiuto, con tante sue specialissime grazie, non mi avesse tratto fuori da questo pericolo. E così mi sembra che un monastero di donne senza clausura rappresenti un grandissimo pericolo in quanto, nei confronti di quelle desiderose d’una vita rilassata, è piuttosto la strada per andare all’inferno che un rimedio per la loro debolezza. Questo non si pensi di riferirlo al mio monastero, perché in esso sono tante le religiose che servono con profonda sincerità e con assoluta perfezione il Signore che Sua Maestà, nella sua infinita bontà, non può tralasciare di aiutarle; e poi non è dei più liberi e vi si osserva compiutamente la Regola; quanto ho detto si riferisce ad altri che io conosco e ho visto.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 4:21 PM
    4. Mi fa proprio una gran pena che il Signore abbia bisogno di ricorrere a particolari richiami – e non una volta, ma molte – perché quelle monache si salvino, tenuto conto di come sono autorizzati in tali monasteri gli onori e le distrazioni mondane e di quanto siano male intesi i loro obblighi. Piaccia a Dio che non reputino virtù ciò che è peccato, come molte volte facevo io; è, infatti, tanto difficile per loro capirlo, che ci vuole proprio la mano del Signore. Se i genitori accettassero il mio consiglio, direi ad essi che, non volendo badare a collocare le proprie figlie dove sia loro aperta la strada della salvezza, ma dove trovano più pericolo che nel mondo, badino almeno al loro onore e preferiscano maritarle molto umilmente che metterle in simili monasteri, a meno che abbiano assai buone propensioni, e piaccia a Dio che ne traggano vantaggio; oppure se le tengano in casa ove, se vogliono comportarsi male, la cosa non potrà restare nascosta se non poco tempo, e invece lì molto di più, finché il Signore non scopre ogni cosa; e allora non danneggiano solo se stesse, ma tutte. A volte quelle poverette non hanno nessuna colpa, perché seguono la strada che si trovano aperta davanti. Fa pena anzi, che molte, volendo appartarsi dal mondo e pensando di andare a servire il Signore e di allontanarsi da ogni pericolo, si trovino in mezzo a dieci mondi, senza sapere come difendersi né premunirsi, poiché la giovane età, la sensualità e il demonio le invitano e le inducono a far cose che sono proprie del mondo, in quanto vedono che lì tali cose sono stimate buone, per così dire. Mi sembra di poterle paragonare in parte ai disgraziati eretici, che si accecano volontariamente, facendo credere di seguire la via giusta e di esserne convinti, senza peraltro esserlo, perché nell’intimo una voce dice loro che è errata.
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    Coordinatrice
    00 8/9/2013 4:22 PM
    5. Oh, che enorme disgrazia, che enorme disgrazia è quella degli ordini religiosi – sia di uomini sia di donne – dove non si osserva la Regola, dove, in uno stesso monastero si seguono due strade: una di virtù e di religione, l’altra di rilassamento, e tutt’e due quasi ugualmente battute. Anzi, ho detto male ugualmente, perché per i nostri peccati è più battuta quella più imperfetta la quale, essendo più larga, è preferita. Quella della vera religione è così poco praticata che il frate o la suora che devono cominciare a seguire con impegno la loro vocazione hanno più da temere dai propri familiari che da tutti i demoni e devono avere più cautela e dissimulazione nel parlare dell’amicizia che desiderano stabilire con Dio, che non di altre amicizie e di altri desideri che il demonio introduce nei monasteri. Io non so perché ci meravigliamo che ci siano tanti mali nella Chiesa, quando coloro che dovevano essere i modelli da cui tutti imparassero virtù hanno così profondamente cancellata l’impronta lasciata dallo spirito dei santi negli ordini religiosi. Piaccia alla divina Maestà di porvi il rimedio che vede necessario! Amen.
    6. Quando, dunque, incominciai a intrattenermi in queste conversazioni (non credendo – visto che esse erano in uso – che doveva venirmene all’anima il danno e la distrazione che poi capii dovuti ad esse, e sembrandomi che un’abitudine così comune come era, in molti monasteri, quella delle visite non avrebbe fatto più male a me che alle altre che pur vedevo buone, ma non consideravo che erano molto migliori di me e che quanto per me era un pericolo, per altre lo era assai meno, sebbene un po’ credo che lo fosse, se non altro per il tempo male speso), mentre stavo con una persona appena conosciuta, il Signore volle farmi capire che quelle amicizie non mi giovavano e volle ammonirmi e illuminarmi nella mia grande cecità. Mi si presentò davanti Cristo con un aspetto molto severo, facendomi conoscere quanto fosse addolorato di ciò. Lo vidi con gli occhi dell’anima più chiaramente di come potessi vederlo con quelli del corpo, e la sua immagine mi rimase così impressa che, pur essendo trascorsi da questa visione più di ventisei anni, mi sembra di averla ancora presente. Rimasi assai spaventata e turbata, tanto da non voler più vedere la persona con cui stavo parlando.
    7. Mi fu di gran danno non sapere che si potesse vedere anche senza gli occhi del corpo e il demonio, confermandomi in questa opinione, mi fece credere che era impossibile, che era un’illusione, e che poteva essere opera di satana, e altre cose del genere, sebbene, in fondo, mi restasse l’impressione che fosse opera di Dio e non un inganno. Siccome, però, questo non mi garbava, cercavo di smentire me stessa. Così io, poiché non osavo parlarne con nessuno e in seguito fui di nuovo molto importunata a questo riguardo, ricevendo l’assicurazione che non c’era alcun male nel vedere quella tale persona, che non ci rimettevo l’onore, anzi lo guadagnavo, tornai alla stessa conversazione di prima e ne praticai anche altre, dopo questa, essendo stati molti gli anni in cui mi prendevo questa ricreazione pestilenziale che, peraltro – standoci dentro – non mi pareva così cattiva com’era, anche se a volte vedevo chiaramente che non era buona; ma nessuna mi procurò tanto sviamento come questa che ho detto, perché vi ero molto attaccata.