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LA CHIESA SECONDO RATZINGER

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    00 3/10/2013 6:32 AM

    LA CHIESA SECONDO RATZINGER

    Quella «nuova coscienza» che arriva da Guardini

    di Carlo M. Fedeli

    04/03/2013 - Le ultime parole di Benedetto XVI ai porporati, citando il teologo veronese, suo maestro. «La Chiesa non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino, ma una realtà vivente… E il suo cuore è Cristo». Ecco da dove nasce questa sintonia

    Salutando giovedì scorso i Cardinali, Benedetto XVI ha voluto consegnare loro, come ultimo atto della sua testimonianza e del suo magistero, «un pensiero semplice» sulla Chiesa e il suo mistero, un pensiero - ha detto - che «mi sta molto a cuore».

    Per esprimerlo si è lasciato aiutare da due espressioni di Romano Guardini. La prima proviene dalla raccolta di meditazioni La Chiesa del Signore, pubblicata nel 1965, l’anno in cui Guardini compiva ottant’anni e i Padri del Concilio Vaticano II approvavano la costituzione Lumen Gentium (il Papa ha accennato alla dedica personale di Guardini, che gli è stato maestro e amico: essa gli rende «particolarmente care» le parole di questo libro). La Chiesa «non è un’istituzione escogitata e costruita a tavolino, ma una realtà vivente… Essa vive lungo il corso del tempo, in divenire, come ogni essere vivente, trasformandosi… Eppure nella sua natura rimane sempre la stessa, e il suo cuore è Cristo». La seconda espressione è la parte finale dell’affermazione con cui, agli inizi della sua carriera di docente, Guardini aprì una serie di conferenze su Il senso della Chiesa, pronunciate nell’ottobre del 1922 a Bonn, al convegno annuale dell’associazione dei laureati cattolici: «La Chiesa si risveglia nelle anime».

    Il saluto ai cardinali ha suscitato in me un intenso moto di commozione, che, se si può dire, ha come ingigantito la bellezza dell’udienza del giorno prima. Anzitutto perché ho visto affiorare nelle parole del Papa la stessa movenza di sguardo e di pensiero, accaduta a Guardini nel comporre e nel dare alle stampe, mentre si svolgeva il Concilio, le meditazioni su La Chiesa del Signore. In apertura del libro Guardini parla infatti di un «anello ideale» che le unisce alle conferenze del 1922; poi passa a descrivere il percorso e le vicende (anche storiche ed ecclesiali, oltre che personali) attraverso cui è maturata in lui la coscienza della Chiesa come realtà che «si fonda e si regge su qualcosa che è al di là dell’umano», e come «la realizzazione continua di qualcosa che non può essere il risultato di soli presupposti naturali». Ecco: nell’ultima udienza e nel commiato dai cardinali anche Benedetto XVI abbraccia con lo sguardo la strada compiuta in prima persona dall’inizio del pontificato a oggi. E la descrive - con un’intensità di tratto e di espressioni che, credo, non dimenticheremo più - come cammino di sempre più profonda conoscenza e certezza della Chiesa come «corpo vivo» e come «mistero»: come realtà vivente che non è «mia», dice il Papa, né «nostra», ma «Sua»: la Chiesa del Signore.

    Il secondo motivo di commozione ha a che fare con la forma e il contenuto della riflessione e dell’insegnamento di Guardini - non solo sulla Chiesa, ma in generale. Come dice espressamente nella prima meditazione, per rispondere alla domanda «Ma che cosa è la Chiesa?» egli non vuole «cominciare dai concetti», ma «vedere che cosa è accaduto». È lo stesso metodo da cui erano nate le conferenze del 1922 (che furono presto pubblicate con una specifica dedica «alla gioventù cattolica»), e da cui sono sgorgati anche tutto l’insegnamento universitario e la predicazione di Guardini. Qual è il frutto più imponente e più fecondo di questo metodo, di questa intelligenza della realtà che nasce dalla fede? È la possibilità offerta alle generazioni di studenti che andavano alle sue lezioni, come pure a quanti lo ascoltavano parlare in pubblico o leggevano i suoi libri, di scoprire il cristianesimo come «una cosa nuova», diversa da quanto si poteva ricavare dagli schemi di pensiero tradizionali o dalle definizioni consuete: in breve, come diversa da ciò che credevano già di sapere.

    Ma non è stato così anche per noi, e per tutti, fin dalla prima omelia di papa Benedetto? A ogni immagine e a ogni espressione che egli ha ripreso dal Vangelo, dalla vita degli apostoli, dalle opere dei Padri e dei Dottori della Chiesa, dalla testimonianza dei santi e dei martiri, ci siamo sentiti portati per mano davanti al cristianesimo come avvenimento presente - come un figlio accompagnato dal papà o dalla mamma a fare un’esperienza nuova. Sorpresi e stupiti davanti a un particolare, a una vibrazione o a un nesso fra le cose, a una parola o a un atteggiamento di Gesù o di qualcun altro, cui non avevamo mai prestato attenzione. E perciò sollecitati a ritrovare quell’apertura dello sguardo e quella tensione del cuore, in cui si gioca tutto l’essere, il conoscere e la religiosità dell’uomo. E poi, man mano che il filo conduttore del pontificato è diventato sempre più luminoso (nel magistero ordinario, nei viaggi apostolici, nei volumi dedicati a Gesù, nell’indizione dell’Anno della Fede), ecco il pensiero dominante: l’invito a riscoprire nella persona del Signore, nella sua vita e nel suo destino l’essenza del cristianesimo.

    L’essenza del Cristianesimo è il titolo di uno dei più bei scritti di Guardini, uno dei più importanti - insieme a La fine dell’epoca moderna - anche per la persona di don Giussani e per la storia di Comunione e Liberazione. Viene di lì, infatti, l’affermazione secondo cui «nell’esperienza di un grande amore tutto si raccoglie nel rapporto Io-Tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». Guardini la formula in apertura del saggio, nel capitoletto intitolato “La questione”. Il suo paragrafo conclusivo inizia così: «Da ultimo il cristianesimo non è una teoria della Verità, o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale.Questo è costituito da Gesù di Nazareth, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino – cioè da una personalità storica». Sta qui l’elemento distintivo della pretesa cristiana: nell’esigenza che «la persona unica di Gesù diventi per l’uomo la realtà religiosa decisiva».

    Torniamo al saluto ai cardinali. La terza ragione di commozione consiste nella profondità storica e teologica del collegamento fra le due affermazioni di Guardini. Esso, infatti, proietta un raggio penetrante di luce sulla storia della Chiesa nel Novecento, e insieme sul suo futuro. Poco tempo dopo essere stato chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Ratzinger contribuì con un saggio al volume La Chiesa del Concilio, pubblicato a metà degli anni Ottanta dal Dipartimento Teologico dell’Istra di Milano, allora guidato da don Angelo Scola, don Benedetto Testa e Francesco Botturi. In quel saggio egli partì dall’affermazione iniziale delle conferenze su Il senso della Chiesa - la quale, nella sua formulazione completa, dice: «Un processo d’incalcolabile portata è iniziato: la Chiesa si risveglia nelle anime». E indicò in essa, o meglio nella realtà che Guardini voleva porre all’attenzione degli ascoltatori, la radice storica dalla quale aveva preso il via il moto di riforma e di maturazione ecclesiale che, prima in poche esperienze, poi sviluppandosi gradualmente e dilatandosi nel corpo ecclesiale sarebbe infine affiorato nella coscienza di Giovanni XXIII, diventando in lui la sorgente ispiratrice dell’indizione del Concilio Vaticano II.

    Ci sarebbero ancora molte cose da dire sugli scritti di Guardini da cui il Papa ha tratto le parole per il suo congedo. Chi volesse rileggerli avvertirà molte volte quella vibrazione di amore a Cristo e alla Chiesa, in cui don Giussani e Benedetto XVI ci sono testimoni e maestri. E potrà comprendere più a fondo la valenza che la fede viva ha come fattore della storia, personale e di tutti, della Chiesa e del mondo. Come afferma quest’altro passo, insieme sintetico e profetico, de La Chiesa del Signore: «L’ora storica in cui noi viviamo verrà un giorno definita come quella in cui l’uomo ha maturato nella sua coscienza in forma decisiva che cosa è “mondo” e che cosa è lui nel mondo. È anche l’ora in cui la Chiesa si rinnova nella coscienza di ciò che essa è e di come l’uomo esiste in lei. Il Concilio si porrà la seconda delle questioni ben consapevole della sua importanza; ma con ciò sarà automaticamente posta anche la prima, ed entrambe si chiariranno a vicenda. La risposta alle due questioni e il loro rapporto reciproco determinerà per lungo tempo la storia avvenire. Le meditazioni di questo libro vogliono compiere e vivere tale presa di coscienza, e forse pure, nella misura delle sue possibilità, in qualche modo contribuire al grande evento».

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    00 7/23/2013 7:31 AM

    IL SEGRETO DI APARECIDA

    Posted: 21 Jul 2013 01:19 AM PDT

    Sulla copertina di “Time”, uscita mentre il Santo Padre è in viaggio per il Brasile, c’è una sua foto con questo titolo: “The People’s Pope”. Cioè il Papa della gente o meglio “il Papa del popolo”.

    Si può dire in effetti che Francesco incarna, nel suo esempio, nel suo insegnamento, nella sua storia e nella sua figura di pastore quella “vera teologia della liberazione” che per anni Joseph Ratzinger e Giovanni Paolo II hanno annunciato.

    Mentre mostravano gli errori della “teologia della liberazione” che si era diffusa negli anni Settanta in Sudamerica, quella di teologi come Gustavo Gutierrez, Camillo Torres, i fratelli Leonardo e Clodoveo Boff, poi Jon Sobrino e altri, che s’illudevano di realizzare il Vangelo abbracciando le analisi marxiste, la lotta di classe e la rivoluzione. Un errore drammatico.

     

    LA SVOLTA DI BOFF

     

    Di recente proprio uno di loro, Clodoveo Boff, è intervenuto per dare ragione alla Chiesa di Ratzinger, di Giovanni Paolo II e quindi – lo vedremo – di Bergoglio.

    L’11 marzo ha rilasciato un’intervista, al giornale brasiliano “Folha de S. Paulo”, annunciata con questo titolo: “Irmão de Leonardo Boff defende Bento 16 e critica Teologia da Libertação”.

    Clodoveo Boff, facendo riferimento a quanto scrisse l’allora cardinale Ratzinger, dice: “egli ha difeso il progetto essenziale della teologia della liberazione: l’impegno per i poveri a causa della fede. Allo stesso tempo, ha criticato l’influenza marxista. La Chiesa non può avviare negoziati per quanto riguarda l’essenza della fede: non è come la società civile dove la gente può dire quello che vuole. Siamo legati ad una fede e se qualcuno professa una fede diversa si autoesclude dalla Chiesa. Fin dall’inizio ha avuto chiara l’importanza di mettere Cristo come il fondamento di tutta la teologia”.

    Invece “nel discorso egemonico della teologia della liberazione”, riconosce Clodoveo Boff, “ho avvertito che la fede in Cristo appariva solo in background. Il ‘cristianesimo anonimo’ di Karl Rahner era una grande scusa per trascurare Cristo, la preghiera, i sacramenti e la missione, concentrandosi sulla trasformazione delle strutture sociali”.

    Il teologo ha concluso con un ricordo personale molto significativo: “Negli anni ’70 il card. Eugenio Sales mi ha ritirato la certificazione per l’insegnamento della teologia presso l’Università Cattolica di Rio. Sales mi ha affabilmente spiegato: ‘Clodoveo, penso che ti sbagli. Fare del bene non basta per essere cristiani, l’essenziale è confessare la fede’. Aveva ragione, infatti la Chiesa è diventata irrilevante. E non solo essa, ma Cristo stesso”.

    Se dunque “quella” teologia della liberazione è naufragata, insieme ai sistemi marxisti, è cresciuta  la “vera” teologia della liberazione. Proprio Ratzinger ne è stato un forte promotore e Bergoglio ne è il frutto maturo.

    E qui si scopre di nuovo il filo rosso che lega i due uomini di Dio. E’ noto infatti che Bergoglio fu in America Latina uno dei più accorati sostenitori di questa via indicata dalla Chiesa, cioè l’abbraccio dei poveri, sia nella vita materiale che in quella spirituale, la denuncia delle ingiustizie profonde che opprimevano tanti popoli, ma con l’annuncio del Vangelo e non dell’ideologia marxista.

    Quel legame porta fino al Conclave del marzo scorso. E’ proprio il viaggio di papa Francesco in Brasile, per la Giornata mondiale della gioventù, che permette di scoprirlo. Lo ha fatto notare Lucio Brunelli con un articolo sul sito “Terre d’America” di Alver Metalli.

     

    TUTTO COMINCIA CON MARIA

     

    Brunelli, sottolineando “l’insolito destino” che “continua a legare il papa regnante e il papa emerito” – oltre all’affetto e alla stima personale – indica un luogo significativo: il santuario mariano di Aparecida, che è il cuore cristiano del Brasile.

    E’ lì, ai piedi della Madonna, che papa Francesco andrà a pregare il 24 luglio prima di recarsi all’appuntamento con due milioni di giovani. E proprio in quel santuario si era recato Benedetto XVI il 13 maggio 2007, attorniato da una folla immensa. Perché ad Aparecida era in corso la quinta conferenza generale dell’episcopato dell’America Latina e dei Caraibi.

    “Fu quell’assemblea” spiega Brunelli “a consacrare la figura dell’arcivescovo di Buenos Aires, Bergoglio, come leader continentale della Chiesa latinoamericana. La sua reputazione di uomo di Dio era già nota. La sua condotta di vita, lo spazio che riservava alla preghiera, il rifiuto del lusso e l’attenzione evangelica ai poveri, erano tratti ben conosciuti da molti suoi confratelli. Non a caso molti di loro lo avevano già votato nel conclave del 2005. Ma ad Aparecida i vescovi latinoamericani (e non solo loro) scoprirono anche le capacità di ‘governo’ di Bergoglio”.

    Egli infatti era stato eletto alla presidenza della commissione che doveva scrivere il documento finale, un compito delicato perché doveva indicare la strada per una Chiesa complessa, nel continente più cattolico del mondo e proprio mentre erano in corso tumultuosi cambiamenti (il baratro del default argentino, l’impetuosa crescita economica brasiliana).

    Bergoglio riuscì a far esprimere in armonia tutte le diverse sensibilità e – dice Brunelli – “valorizzò insieme la devozione popolare e le istanze più autentiche della teologia della liberazione, depurata dalla crosta ideologica degli anni 70”.

    Nell’omelia che pronunciò lì ad Aparecida il 16 maggio 2007, dopo la partenza di papa Benedetto, si vede davvero in anticipo  – sottolinea Brunelli – tutto papa Francesco:  “Lo Spirito proietta la Chiesa verso le periferie, non solo le periferie geografiche del mondo conosciuto della cultura, ma le periferie esistenziali. Lo Spirito ci giuda, ci conduce sulla strada verso ogni periferia umana: quella della non conoscenza di Dio … dell’ingiustizia, del dolore, della solitudine, della mancanza di senso… ”.

    In una successiva intervista a “30 Giorni” ringraziò esaltò papa Benedetto per aver voluto valorizzare il contributo di tutti. Poi concluse: “Il documento di Aparecida non si esaurisce in se stesso, non chiude, non è l’ultimo passo, perché l’apertura finale è sulla missione. L’annuncio e la testimonianza dei discepoli. Per rimanere fedeli bisogna uscire. Rimanendo fedeli si esce. Questo dice in fondo Aparecida ”.

    Brunelli osserva: “Non è azzardato affermare che proprio ad Aparecida si nasconda parte del segreto dell’elezione di Bergoglio al soglio pontificio. Furono alcuni cardinali brasiliani, a partire dal suo amico Claudio Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo, i primi a promuovere la sua candidatura durante l’ultimo conclave. Molti forse ricordano la foto di Francesco, dopo l’elezione, su un mini bus insieme ad altri allegri porporati. Seduto accanto a lui c’era il cardinale di Aparecida, Raymundo Damasceno Assis. ‘Nel momento in cui scattarono quella foto – ci ha confidato – ricordavamo con il nuovo papa il clima fraterno vissuto durante l’assemblea dei vescovi del continente, e lo stavo giusto invitando a tornare ad Aparecida, in occasione della Giornata mondiale della gioventù’ ”.

    Il nuovo papa disse subito sì: voleva tornare lì da Maria, colei da cui tutto comincia.

     

    PAROLA DI NEMICO

     

    Proprio il nemico giurato di Bergoglio, l’intellettuale argentino Horacio Verbitsky, quello che ha definito il nuovo papa “una disgrazia, per l’Argentina e per il Sudamerica”, fa capire che Francesco, atteso in Brasile da un mare di persone, sarà un vero segno di rinascita cristiana.

    Infatti ha irosamente dichiarato al “Fatto quotidiano” che “il suo populismo di destra è l’unico che può competere con il populismo di sinistra. Immagino che il suo ruolo nei confronti del nostro continente sarà simile a quello di Wojtyla verso il blocco sovietico del suo tempo, sebbene ci siano differenze fra le due epoche e i due uomini. Bergoglio combina il tocco populista di Giovanni Paolo II con la sottigliezza intellettuale di Ratzinger. Ed è più politico di entrambi”.

    Significa che è e sarà un grande Papa. Né di destra né di sinistra: di Cristo.

     Antonio Socci