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NATURALISMO ED EVOLUZIONISMO

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    00 3/1/2013 11:38 PM

    L’argomento evolutivo contro il naturalismo

    Nel 1993, il filosofo Alvin Plantinga, professore emerito di filosofia alla University of Notre Dame e presidente del Dipartimento di Filosofia al Calvin College, proponeva un’originale formulazione dell’idea che la negazione aprioristica di un Creatore sia fondamentalmente irrazionale. Il ragionamento di Plantinga èuniversalmente noto come “Evolutionary Argument Against Naturalism” -EAAN(“argomento evolutivo contro il naturalismo”). Oggi, dopo essere passato indenne attraverso quasi venti anni di severo scrutinio, Plantinga ripropone l’EAAN nel suo ultimo libro, “Where the Conflict Really Lies: Science, Religion and Naturalism” (Hardback 2011). Cominciamo con l’osservare che Plantinga definisce il naturalismo come la posizione filosofica che non ammette l’esistenza di un Dio personale e che implica ilmaterialismo, vale a dire l’idea che gli esseri umani non hanno “un Sé, un’anima o un ego immateriali” e che “sono fatti in tutto e per tutto di carne e sangue e ossa”. Ora, secondo il filosofo è questa concezione, e non la fede, a essere in conflitto con la scienza. Per poter comprendere il nucleo dell’EAAN è necessaria una piccola digressione “tecnica”.

    Il ragionamento dipende infatti in maniera essenziale dal concetto di “defeater”, che indica – nel contesto dell’epistemologia – una convinzione che, se provata vera, implicherebbe direttamente o indirettamente la falsità di un’altra convinzione. Per i nostri scopi, tradurremo “defeater” con l’espressione “un confutante”. Ecco un esempio: abbiamo appena comprato un termometro T – che naturalmente riteniamo affidabile – quando veniamo a sapere che esso è stato prodotto da una certa fabbrica F, che appartiene a un matto il cui unico obiettivo nella vita è di boicottare la società industriale. A tale scopo, costui introduce apposta molti strumenti difettosi nella linea di produzione. Pertanto, dato che noi non abbiamo alcun modo di conoscere il rapporto tra il numero dei termometri buoni e quello dei termometri difettosi, la logica ci suggerisce di buttare a mare tutte le temperature fin qui rilevate da T, perché non abbiamo più la ragionevole certezza che esse siano attendibili! In definitiva, l’affermazione “La probabilità P che T sia affidabile, sapendo che T è stato fabbricato da F, è molto bassa o indeterminata” costituisce unconfutante della nostra convinzione iniziale che T sia un valido strumento di misura.

    Passiamo adesso a esaminare l’argomento evolutivo di Plantinga. Assumeremo che le nostre facoltà cognitive (memoria, percezione, pensiero razionale e così via) si possono ritenere affidabili se le loro conseguenze risultano in maggioranza vere. Come si sa, secondo le attuali teorie evolutive tutte le innumerevoli caratteristiche delle attuali forme di vita – comprese dunque le nostre capacità cognitive – sarebbero comparse attraverso meccanismi quali la selezione naturale e la deriva genetica, che agiscono sulle fonti di variazione (come le mutazioni genetiche casuali). La selezione naturale elimina la maggior parte di queste mutazioni, ma qualcuna mostra di avere valore di sopravvivenza e aumenta l’adattamento. Queste ultime, perciò, si diffondono nella popolazione e persistono nel tempo. È bene sottolineare che, secondo Plantinga, questo schema evolutivo è perfettamente compatibile con l’idea teista che Dio ci abbia creati a Sua immagine e somiglianza, e in particolare dotati della capacità di acquisire conoscenza. La teoria dell’evoluzione, in effetti, prevede soltanto che le mutazioni genetiche siano casuali, intendendo con ciò che esse non devono essere implicite nella struttura dell’organismo, che di norma non devono giocare un ruolo positivo nella sua capacità di sopravvivere, ed eventualmente che non devono essere prevedibili; ma essa non può escludere la possibilità che tali mutazioni siano in realtà causate, orchestrate e predisposte da Dio. Come è facile capire, questa forma di evoluzione teista è totalmente equivalente a quella ateista, alla luce delle prove scientifiche oggi disponibili. Quindi, secondo Plantinga, la teoria dell’evoluzione in sé non è in contraddizione con l’idea che Dio ci abbia creati in modo tale che le nostre facoltà cognitive siano affidabili (perfettamente in grado, cioè, di“adeguare l’intelletto alla realtà”).

    Ma se il naturalismo è vero, Dio non esiste, e pertanto non vi è nessuno che sovrintende al nostro percorso evolutivo. Il che ci porta dritti alla questione cruciale, quella intorno a cui ruota l’EAAN: quanto è probabile che le nostre capacità cognitive siano affidabili, data la loro origine evolutiva e supponendo vero il naturalismo? Ebbene, la risposta più logica per chi sostiene il naturalismo dovrebbe essere “molto poco”, come comprese lo stesso Darwin: «Mi sorge sempre l’orrido dubbio se le convinzioni della mente umana, che si è sviluppata dalla mente degli animali inferiori, siano di qualche valore o in qualche modo attendibili. Chi riporrebbe la sua fiducia nelle convinzioni della mente di una scimmia – se pure esistono delle convinzioni in una tale mente?». Il “Dubbio di Darwin” è stato ribadito in tempi più recenti da Patricia Smith Churchland, che lo ha sottoscritto in pieno. In sintesi, esso nasce  dalla una semplice considerazione: dal momento che la selezione naturale si limita a premiare i comportamenti che aumentano l’adattamento, non ha alcuna importanza se le convinzioni che stanno alla base di quei comportamenti sono vere false. Basandoci solo sulla teoria dell’evoluzione, in pratica, non possiamo dire nulla di positivo sulla veritàdelle conclusioni a cui possono portare i nostri processi intellettivi. Se infatti accettiamo ilriduzionismo materialista implicito nel naturalismo, ogni comportamento è causatoesclusivamente da processi cerebrali deterministici, quindi dalla “neurologia sottostante” (per così dire). È questa neurologia ad essere adattiva, e per il naturalismo essa è l’unica fonte delle convinzioni: dal punto di vista dell’adattamento, però, non è necessario che queste siano vere, purché consentano la sopravvivenza dell’individuo.

    Un esempio divertente è fornito da Plantinga. Immaginiamo di osservare un nostro ipotetico antenato pre‑umano, Paul. Si avvicina una tigre; il comportamento più appropriato è naturalmente la fuga. Ora, Paul pensa che la tigre sia un enorme gattone amichevole, e decide di giocarci; è convinto però che il modo migliore per farlo sia di farsi inseguire senza lasciarsi mai acchiappare. Quanto alla sopravvivenza, Paul è a posto; quanto all’aderenza con la realtà, lo è indubbiamente di meno! Di fatto, per ogni comportamento che produce adattamento sono possibili diversi contenuti mentali – corrispondenti a convinzioni diverse, alcune delle quali vere e alcune false – che, nell’ottica del materialismo, non sono in relazione causale con esso. Perciò, data la selezione darwiniana e il naturalismo, possiamo conservativamente stimare pari a circa il50% la probabilità che fosse vera ogni data convinzione che si andava via via fissando, nel corso dell’evoluzione, nella struttura neurale della nostra specie. In effetti, dando per scontato il naturalismo, è logico concludere che l’affidabilità complessiva dei nostri processi mentali deve essere effettivamente molto scarsa. Del resto, non avendo informazioni certe su come siano andate realmente le cose, l’unica alternativa scientificamente valida che ci rimane è la sospensione del giudizio: in altre parole, dovremmo ammettere di non poter dire niente di sicuro sull’affidabilità delle nostre facoltà cognitive.

    A questo punto, possiamo esprimere in forma analitica le considerazioni fin qui esposte. Indichiamo con R la proposizione “Le nostre facoltà cognitive sono affidabili”, con N “Il naturalismo è vero”, e con E “Ci siamo evoluti in modo neo‑darwiniano” (non è difficile individuare nella congiunzione N&E quella forma di scientismo che pretende di spiegare ogni aspetto della vita umana attraverso il paradigma di caso e necessità). Indichiamo infine con P(R/N&E) la probabilità che le nostre facoltà cognitive siano affidabili, dati il naturalismo e il neo‑darwinismo, e con D la proposizione “P(R/N&E) è molto piccola o indeterminata” (che, per quanto detto sopra, consegue da N&E). Ebbene, è evidenteche se si accetta N&E e si comprende che D è vera, quest’ultima risulta essere unconfutante di R: in altri termini, siamo costretti a dubitare di tutte le nostre convinzioni – inclusa ovviamente N&E. In quanto confutante di R, perciò, D lo è anche della stessa N&E!  Insomma, lo scientismo – nella variante N&E – risulta essere una convinzione auto‑confutante, vale a dire una concezione che non è possibile sostenere razionalmente. In sostanza, se si accetta il naturalismo non ha senso credere nell’evoluzionismo darwiniano, e viceversa. Se d’altra parte fosse vero il teismo (la negazione del naturalismo), Dio potrebbe aver predisposto e diretto l’evoluzione in maniera tale che dovessero comparire sulla Terra, a tempo debito, creature dotate di affidabili facoltà cognitive; in questo caso, non si rileverebbe alcuna contraddizione logica con le osservazioni scientifiche.

    Concludendo, dall’analisi di Plantinga si deduce che naturalismo e neo‑darwinismo sono in conflitto, poiché non è ragionevolmente possibile accettare entrambi. Dato dunque che il neo‑darwinismo è una parte di fondamentale importanza della scienza moderna, dovremmo prendere atto che si comincia a delineare un profondo conflitto tra naturalismo e scienza… mentre continua a non essercene alcuno tra fede e scienza.

    Michele Forastiere e Antonio Ballarò

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    00 3/1/2013 11:41 PM

    Il naturalismo porta all’uso improprio della scienza

    Dna umano
     
    di Giorgio Masiero*
    *fisico

     

    Il 28 febbraio 1953, Francis Crick e James Watsonconvocarono all’Eagle pub di Cambridge i giornalisti e un gruppo di amici, cui annunciarono di “aver scoperto il segreto della vita” nella doppia elica del DNA. Si brindò a birra e whisky, come richiedeva l’evento. Nel 1976, Crick alzò il tiro e proclamò: “Lo scopo ultimo della biologia moderna è spiegare la coscienza in termini di chimica e fisica”, un risultato “raggiungibile in una generazione”. Sappiamo com’è andata la storia: lungi dall’aver trovato i segreti della vita e della coscienza, la biologia non sa ancora come funziona il DNA, e manco come si piega una proteina. Crick cercò poi conforto nella panspermia.

    L’euforia le sparò grosse. Ma il Guiness fu toccato nel 1983, quando Stephen Hawkingfece il saltino di passare dal calcolo della funzione d’onda dell’atomo d’idrogeno a quella del mondo intero. In meccanica quantistica, appena siano coinvolte una decina di particelle (quindi già a partire dagli atomi più leggeri), non si può risolvere l’equazione di campo, nemmeno approssimativamente al computer, perché la memoria richiesta dal calcolo supera la massa-energia di tutto l’Universo. Le particelle del mondo sono dell’ordine di ~1082 e si comprende che per la sua impresa titanica Hawking dovette ricorrere ad una serie di congetture arbitrarie. Inoltre, il sistema quantistico che il cosmologo di Cambridge pretese di osservare è per definizione inseparabile dal cervello del suo osservatore e ciò crea qualche problema sul significato della funzione d’onda e dei suoi autovalori. Imperterrito, da modelli matematici che avrebbe rimasticato per 29 anni fino alla pensione, il nostro eroe arrivò alla conclusione che l’Universo emerse un bel dì “per caso, dal niente”, per la produzione improvvisa di materia (positiva) consentita da un debito di altrettanta energia (negativa) gravitazionale. Insomma, in Principio fu un Derivato finanziario confezionato, come i prodotti attuali più sofisticati della City (40 minuti di treno da Cambridge), in un formulario matematico compreso solo dagli addetti…, o non piuttosto lo strafalcione metafisico di confondere il “niente” con il vettore corrispondente all’autovalore minimo d’un’equazione? Oggi, si è perso il conto degli articoli e dei libri di “divulgazione scientifica” che hanno annunciato la soluzione della questione filosofica per eccellenza – perché c’è qualcosa piuttosto che niente – e la superfluità d’un Creatore anche nel caso d’un Universo contingente: il solo Hawking ne ha ricavato 8 best seller, l’ultimo dei quali è stato da me commentato da me commentato qui.

    Se tralasciamo le megalomanie (scusabili in menti geniali focalizzate per un’intera vita su un obiettivo), ogni giorno ci vengono annunciate “scoperte” minori riguardanti pillole della felicità e geni dell’onestà, intervallate dallo scoop canonico sulle “tracce di vita” aliena. A spiegazione della gragnuola di speculazioni (quando non vere e proprie fole, tipo: “È stato trovato un nuovo numero primo, e non uno qualsiasi, ma il più grande!” sulCorriere di qualche settimana fa) spacciate per scienza, ho proposto in passato due cause: la ricerca di visibilità da parte di strutture tecno-scientifiche in affanno e l’incapacità di molti ad ammettere i limiti statutari, o anche solo l’ignoranza attuale, delle scienze naturali su alcune questioni. Il valore della visibilità per un settore, come la ricerca, fortemente dipendente dagli stanziamenti pubblici si spiega da sé: in una competizione inferocita dalla crisi economica in Occidente, la tendenza a vendere la fantasia per scienza non è più l’eccezione da noi di qualche ramo deviato, ma una pandemia diffusa dal corto circuito coi media. Ma cosa c’è dietro l’altro fronte, quello dell’onniscienza conclamata?

    Secondo Ludwig Wittgenstein “la filosofia limita il campo disputabile della scienza naturale”, talché se s’ignora che questa ha una frontiera si possono confondere le fantasie con la realtà. Ma dove sta la frontiera della scienza naturale? Attingo alla fonte purissima del suo inventore: Galileo Galilei. Nella lettera del 1 dicembre 1612 a Mark Welser, Galileo scrive che l’approccio scientifico rifugge da speculazioni filosofiche sull’essenza delle cose, limitandosi ai dati misurabili e cercando relazioni numeriche (in linguaggio moderno: le “teorie”) secondo le regole della matematica. “Perché, o noi vogliamo specolando tentar di penetrar l’essenza vera ed intrinseca delle sustanze naturali; o noi vogliamo contentarci di venir in notizia d’alcune loro affezioni. Il tentar l’essenza, l’ho per impresa non meno impossibile e per fatica non meno vana nelle prossime sustanze elementari che nelle remotissime e celesti. […] Ma se vorremo fermarci nell’apprensione di alcune affezioni, non mi par che sia da desperar di poter conseguirle anco nei corpi lontanissimi da noi, non meno che ne i prossimi”.

    L’essenza vera ed intrinseca” delle cose che la scienza deve rinunciare ad indagare è ciò che sta sotto, nascosto ai sensi e anche agli strumenti; ciò per cui una cosa è quella che è e non un’altra: compreso, il fine, o il senso della cosa. “Affezioni” invece, sono gli aspetti visibili con i sensi e codificabili in numeri, e così uguali per tutti. Il baratto tra essenze ed affezioni comporta vantaggi e svantaggi. La matematizzazione della Natura operata dall’auto-restrizione ai soli dati misurabili diventa in fisica il calcolo dei rapporti delle forze e degli scambi delle energie in gioco nelle trasformazioni osservate. L’esattezza del numero fornisce una descrizione dell’ordine naturale che abilita il ricercatore a fare predizioni e, collocando le fasi della trasformazione osservata in una successione logica e ottimale riguardo ai consumi di energia e di tempo, lo abilita a dominare le forze della Natura, replicando il fenomeno in applicazioni tecnologichePerò la descrizione scientifica paga il prezzo di rinunciare alla ricerca di scopo (o finalità o intenzione) che, a partire dall’esperienza che ognuno di noi vive dalla nascita, impronta ogni azione umana e senza cui non si dà una completa conoscenza di ciò che accade. Insomma, la rivoluzione scientifica galileiana consiste nell’applicazione alle modalità cognitive umane di un filtro matematico che spreme dalle “sustanze” le “affezioni”, così sostituendo alle parole i numeri e rinunciando ad indagare finalità e senso. “Intorno ad altre più controverse condizioni delle sustanze naturali” provvederà la filosofia, liquida Galileo la questione.

    4 secoli dopo la lettera di Galileo a Welser c’è ancora chi fa confusione tra filosofia e scienza. Telmo Pievani nella sua lettera aperta del 12 gennaio u.s. ad Enzo Pennettascrive: “Il ‘non senso’ dell’evoluzione, cioè la sua mancanza di una direzione finalistica, appare a mio avviso limpidamente dalle conoscenze scientifiche attuali”. Pievani non è un tecnico, come Crick e Hawking portati per inerzia ad estrapolare le loro ricerche specialistiche a speculazioni sull’intero Universo; è un “filosofo della biologia”, con cattedra all’università dove Galileo trascorse “li diciotto anni migliori di tutta la mia età”. Egli dovrebbe per mestiere vigilare sui confini tra scienza e filosofia stabiliti dal fisico pisano e ribaditi dal logico austriaco, ad impedire scorribande da una parte all’altra. E invece che fa?Confonde la prima, che per suo metodo non si occupa di senso, con la seconda, che è la sola sede legittimata a porre le domande che lo riguardano; mischia la teleonomia, che è il piano di ricerca delle cause efficienti appartenente alla biologia, con la teleologia che è lo spazio di speculazione delle cause finali proprio della filosofia. Pievani pretende che siano “le conoscenze scientifiche attuali” a mostrare l’evidenza del “non senso dell’evoluzione”, come chi si stupisse di non vedere l’intero spettro luminoso attraverso lenti filtranti! Io invece ho la “limpida apparizione” opposta: riscontro nell’evoluzione dell’Universo culminata nella specie umana – “la sola specie nell’universo capace di utilizzare un sistema logico di comunicazione simbolica” (Jacques Monod) – una biogenesi coestensiva alla cosmogenesi fin dai primi istanti del Big Bang, rappresentata da una geometrica freccia di senso, con coda a 14 miliardi di anni fa e punta a 140.000… Ma non dirò che questa intuizione mi deriva dalle “conoscenze scientifiche”. Ammetto senz’altro che si tratta di un’interpretazione della mia Weltanschauung.

    Una Weltanschauung “è qualcosa di totale e universale a un tempo, […] consiste di idee, manifestazioni supreme ed espressioni totali dell’uomo, […] delle posizioni ultime che l’anima occupa, […] delle forze che la muovono” (Karl Jaspers). Tutti hanno diritto ad una propria Weltanschauung. E a tutti i docenti universitari, darwinisti e no, può accadere di confondere la propria concezione del mondo con un fatto o una teoria scientifica: perché, diciamo la verità, la tecno-scienza è bella per chi ne legge, ammaliante per chi la pratica, utile a tutti; ma la concezione di vita è molto di più: solo questa ci scalda l’anima… e nei risultati scientifici ci trascina a trovare un conforto alle nostre scelte esistenziali. C’è però una differenza, almeno di stile, tra Weltanschauung e ideologia militante. Quando la confusione tra metodi e domini disciplinari impronta intere pagine della cosiddetta divulgazione scientifica (vedi, sulla scia ritardata dei new atheist loro maestri, “Creazione senza Dio” di T. Pievani, o “La scienza non ha bisogno di Dio” di E. Boncinelli), gli autori usano impropriamente risultati scientifici per propagandare la loro visione naturalistica. Una concezione uguale e contraria a quella creazionisticad’Oltreoceano da essi tanto criticata: entrambe usano infatti un assunto (l’esistenza o assenza di Disegno nella biosfera) per proporre una teoria dell’evoluzione (il creazionismo o il darwinismo) fuori dal canone galileiano.

    Lobby e pregiudizi, questi due parassiti della scienza moderna furono segnalati 50 anni fa da Imre Lakatos. Mostrando maggiore realismo rispetto al suo maestro, Lakatos corresse l’“ingenuità” popperiana d’un progresso scientifico guidato solo dalla competizione epistemica tra teorie, con la dimostrazione che la scienza avanza anche tramite lo scontro 1) di gruppi e programmi, legati a interessi economici e 2) di contrapposte Weltanschauung, che fanno da scenario concettuale generale alle teorie più vicine allo Zeitgeist di ogni epoca.

    Da una quarantina d’anni, un numero crescente di scienziati – biologi, fisici, matematici, medici, chimici, computer scientist, epistemologi,… –, nelle scuole medie attratti dalla semplicioneria darwiniana, se ne sono gradualmente emancipati dopo la laurea. Da S. Kauffman a C. Woese, da G. Dover a L. Kruglyak, da L. Margulis a S. Newman, da J. Fodor a M. Piattelli Palmarini a E. Jablonka a E. Koonin a T. Nagel, essi hanno toccato sul campol’inadeguatezza esplicativa d’un paradigma bidimensionale, recintato da caso e selezione naturale. Superando i “dogmi” della Sintesi cosiddetta moderna – basati su una fisica antica, quella contemporanea a Darwin, secondo cui le ultime particelle hanno proprietà esclusivamente meccaniche – stanno ricercando ulteriori dimensioni, basate sulla complessità e l’elettrodinamica quantistica, ed anche su nuovi principi. Divertito davanti ai tentativi con cui i darwinisti del XX secolo insistevano a cercare i “segreti della vita” nella fisica del XIX, David Bohm scriveva nel 1969: “Proprio quando la fisica si allontana dal meccanicismo, la biologia e la psicologia vi si avvicinano. Se questo trend continua, accadrà che la biologia guarderà agli esseri viventi ed intelligenti come a meccani, mentre la fisica considererà la materia inanimata troppo complessa e sottile da cadere nelle categorie limitate del meccanicismo”.

    Perché insistono anche nel XXI secolo? Perché, lakatosianamente, hanno una visione naturalistica del mondo da difendere contro ogni coerenza e da diffondere contro ogni resistenza; e per questo ideale supremo ogni mezzo è buono, compreso l’uso improprio della scienza.

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    00 5/5/2013 3:42 PM

    Alvin Plantinga: l’evoluzione è in conflitto con il naturalismo

    Alvin PlantingaIl filosofo Alvin Plantinga è stato recentemente premiatocon il prestigioso Nicholas Rescher Prize for Contributions to Systematic Philosophy, rilasciato dai dipartimento di Filosofia, Storia e Filosofia della scienza dell’Università di Pittsburgh.

    Plantinga, professore Emerito di Filosofia presso l’Università di Notre Dame, è considerato uno dei più importanti filosofi cristiani in attività ed è un peccato che soltanto pochi suoi libri siano tradotti in italiano. L’influente filosofo Thomas Nagel ha ampiamente utilizzato il lavoro di Plantinga nel suo recente libro
    “Mind and Cosmos: Why the Materialist Neo-Darwinian Conception of Nature Is Almost Certainly False” (Oxford University Press 2012), e lo stesso filosofo non credente ha pubblicato anche una recensione positiva dell’ultimo libro di Plantinga “Where the Conflict Really Lies: Science, Religion, and Naturalism” (Oxford University Press 2012).

    Molto interessante nel pensiero di Plantinga è l’aver confutato il naturalismo a partire dalla verità dell’evoluzione biologica, la sua tesi resiste indenne da vent’anni. Recentemente, invitato alla University Presbyterian Church, ha avuto occasione di parlarne: «La teoria evoluzionistica contemporanea non è incompatibile con la credenza teistica e con il cristianesimo, se Dio avesse voluto usare il darwinismo come un processo per la creazione, avrebbe potuto farlo». Ad essere incompatibile con l’evoluzione è invece il naturalismo (cioè il pensiero ateo applicato alla scienza) ogni qual volta si ritiene che le nostre facoltà cognitive, come la percezione e il ragionamento, sono affidabili.

    Una spiegazione approfondita di questa affascinante riflessione è stata offerta su UCCR dal prof. Michele Forastiere. Quanto è probabile che le nostre capacità cognitive siano affidabili, data la loro origine evolutiva? Lo stesso Charles Darwin diceva: «Mi sorge sempre l’orrido dubbio se le convinzioni della mente umana, che si è sviluppata dalla mente degli animali inferiori, siano di qualche valore o in qualche modo attendibili. Chi riporrebbe la sua fiducia nelle convinzioni della mente di una scimmia – se pure esistono delle convinzioni in una tale mente?». Dal momento che la selezione naturale si limita a premiare i comportamenti che aumentano l’adattamento, non ha alcuna importanza se le convinzioni che stanno alla base di quei comportamenti sono vere o false. Basandoci solo sulla teoria dell’evoluzione e dell’adattamento, come fanno i sostenitori del naturalismo riduzionista, non possiamo dire nulla di positivo sulla verità delle conclusioni a cui possono portare i nostri processi intellettivi.

    Naturalismo ed evoluzione sono in conflitto, dunque, perché non è ragionevolmente possibile accettare entrambi. Al contrario, non vi è alcun conflitto tra fede e scienza, tra evoluzione e creazione. T. Dobzhansky, coautore della cosiddetta “sintesi moderna”,infatti spiegava«E’ sbagliato ritenere creazione ed evoluzione come alternative che si escludono a vicenda. Io sono un creazionista e un evoluzionista. Evoluzione è il modo con cui Dio o la Natura creano».

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    00 5/5/2013 3:43 PM

    I limiti del naturalismo
    e la rinascita della filosofia cristiana

    William Lane Craig e Alvin PlantingaDavvero interessante l’articolo del filosofo e teologo William Lane Craig apparso recentemente sulWashington Post. L’argomento è una critica alnaturalismo, prendendo spunto dall’iniziativa dell’American Humanist Association di promuovere un sito web per bambini, fornendo un punto di vista naturalistico (o ateo) sulla scienza, la sessualità, e altri argomenti. 

    Il naturalismo è fortemente sostenuto dal movimento dei “New Atheist”, che Lane Craig definisce «un fenomeno pop culturale privo intellettualmente di muscoli e beatamente ignorante della rivoluzione che ha avuto luogo nella filosofia accademica. Nei miei dibattiti con filosofi e scienziati naturalistici sono stato francamente sbalordito dalla loro incapacità di confutare i vari argomenti su Dio e fornire argomenti convincenti per il naturalismo»

    Inoltre, ha continuato, il naturalismo deve affrontare gravi problemi di esistenza. Il filosofo Alvin Plantinga ha infatti sostenuto in modo convincente che il naturalismo non può nemmeno essere razionalmente affermato perché se è vero il naturalismo, allora la probabilità che le nostre facoltà conoscitive siano affidabili è piuttosto bassa (la questioneè stata affrontata anche sul nostro sito web)In brevi parole: se il naturalismo fosse vero, non potremmo avere alcuna fiducia sulla verità delle nostre facoltà conoscitive, dunque anche la credenza del naturalismo in sé. Così, il naturalismo sembra avere una falla che lo rende incapace di essere razionalmente affermato.

    Ma l‘umanista, prosegue il filosofo, ha problemi ancora maggiori. Secondo lui i valori morali oggettivi sono fondati sugli esseri umani e questo è in contraddizione sia con il teismo -il quale sostiene che i valori morali oggettivi sono fondati in Dio-, sia con il nichilismo, -il quale sostiene che i valori morali sono infondati e quindi in ultima analisi soggettivi e illusori-. «L’umanista», ha quindi concluso, «è impegnato in una lotta su due fronti: da una parte contro i teisti e dall’altra parte contro i nichilisti. In particolare, egli deve dimostrare che, anche in assenza di Dio, il nichilismo non sarebbe vero». 

    William Lane Craig ha anche citato uno studio di Quentin Smith, docente presso il Dipartimento di Filosofia della Western Michigan University, intitolato La metafilosofia del Naturalismo, nel quale si spiega come la comunità filosofica oggi -al contrario del secolo scorso- sia in maggioranza formata da teisti cristiani«con più di cinque riviste dedicate al teismo filosofico o alla filosofia della religione». La maggioranza dei filosofi naturalisti «ha reagito ignorando l’aumento di desecolarizzazione della filosofia, procedendo a lavorare nella propria area di specializzazione». Ha dunque riconosciuto Smith: «Dio non è “morto” in ambito universitario, è tornato in vita alla fine del 1960 ed ora è vivo e vegeto nella sua roccaforte accademica: il dipartimento di filosofia».

    Lo stesso Lane Craig ha a sua volta confermato: «La rinascita della filosofia cristiana è stata accompagnata da una rinascita di interesse per gli argomenti dell’esistenza di Dio, basati sulla ragione e sulle sole prove, senza la risorsa della rivelazione divina. Tutti gli argomenti tradizionali per l’esistenza di Dio, come quelli cosmologici, gli argomenti teleologici, morali e ontologici, e nuovi argomenti, trovano intelligenti difensori nell’articolato panorama filosofico contemporaneo».

     
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    00 5/5/2013 3:46 PM

    Dalle coincidenze dell’universo
    la confutazione del naturalismo

    Nucleosintesi 
    di Giorgio Masiero*
    *fisico

     

    Si sente dire spesso che l’immensità dell’Universo prova l’esistenza d’innumerevoli altre forme di vita nelle galassie, cui filosofeggiando si fa seguire come corollariol’irrilevanza cosmica dell’esistenza umana. È un fatto scientifico, invece, che una vita fondata sulla chimica del carbonio (com’è la nostra) o su qualsiasi altro supporto fisico, non potrebbe esistere in un mondo più piccolo. E che, nonostante tutte le risorse profuse in un secolo nelle rispettive ricerche, non abbiamo il minimo indizio di vita aliena, né la minima idea di come si sia originata quella nostrana.

    È del 1929 la scoperta da parte di Edwin Hubble dell’espansione dell’Universo, rivelata dallo spostamento verso il rosso dello spettro luminoso delle galassie lontane. Da essa si poté desumere che la grandezza dell’Universo (una quindicina di miliardi di anni luce) è strettamente legata alla sua età (una quindicina di miliardi di anni). Dall’altro lato, a partire da un lavoro di Hans Bethe del 1939, la fisica nucleare sa che le stelle hanno un ciclo di vita durante il quale i nuclei d’idrogeno, di cui sono inizialmente composte, si fondono progressivamente ad assemblare tutti gli elementi della tavola di Mendeleev fino al ferro. Quest’attività della durata di 10 miliardi di anni circa si chiama nucleosintesi stellare. Anche gli atomi che compongono il nostro corpo, in particolare gli elementi ossigeno, carbonio, azoto e fosforo del DNA, furono sintetizzati nella fornace di un’antica stella, tra le prime nate dopo il Big Bang, in un lavorio durato 10 miliardi d’anni. Nell’esplosione finale, durante cui apparvero gli elementi chimici più pesanti, si staccò il frammento che è la nostra Terra e noi uomini siamo forme pensanti, organizzate sul fango di quella proto-stella ormai svanita.

    Fra 5 miliardi di anni, quando avrà esaurito il suo combustibile nucleare, anche il nostro Sole uscirà dalla sequenza principale di produzione. Simile ad una cipolla dagli strati contenenti ordinatamente tutti gli isotopi dall’idrogeno al ferro 56, esso si dilaterà allora a “gigante rossa”, inghiottendo la Terra e i pianeti più interni. Gli oceani terrestri bolliranno a milioni di gradi e ogni forma di vita terrestre, ammesso che sia sopravvissuta fino ad allora, scomparirà nell’inferno di plasma. Qualche centinaio di milioni di anni dopo, la gigante rossa esploderà come una bolla di sapone in supernova, producendo gli isotopi più pesanti e disperdendo nello spazio il suo magazzino di prodotti chimici finiti, dall’idrogeno all’uranio.

    Un Universo più piccolo di 10 di miliardi di anni luce non avrebbe l’età per aver ospitato il ciclo completo di una stella e pertanto non conterrebbe corpi celesti freddi con gli atomi necessari alla vita, ma solo fornaci nucleari in ebollizione e nubi sparse d’idrogeno e di elio. Facciamoci quattro conti in tasca:

    • Una decina di miliardi di anni per la nucleosintesi e l’esplosione in supernova della proto-stella;
    • mezzo miliardo di anni per il raffreddamento del frammento Terra, il suo aggancio ad un Sole nuovo di zecca e la precipitazione dell’abiogenesi dei primi batteri;
    • 3,5 miliardi di anni per la speciazione, culminata in Homo sapiens sapiens;
    • Totale: 14 miliardi di anni (e un Universo grande 14 miliardi di anni luce).

    Aveva dunque ragione Gilbert K. Chesterton a dire che l’Universo non è affatto grande per noi, ma “è pressappoco il buco più piccolo in cui un uomo può ficcare la sua testa”. Solo chi non si rende conto della complessità fisica della materia-energia, della complessità chimica della vita nella complessità del suo habitat fisico, e del mistero dell’Io umano può credere il contrario…

    Come avviene la sintesi degli elementi nelle stelle? Si è scoperto che questo è un processo accuratamente confezionato al momento del Big Bang da una serie di coincidenze nei valori di alcune costanti fisiche. Altrove ho spiegato che, come la nube degli elettroni intorno al nucleo atomico ha configurazioni energetiche discrete, anche il sistema dei protoni e dei neutroni nel nucleo (i nucleoni) si dispone su livelli quantizzati, a righe nitidamente osservabili. Quando i nucleoni passano da un livello energetico ad uno più basso viene emessa energia e, all’opposto, l’immissione dall’esterno di energia può favorire la transizione del nucleo ad un livello più alto. Questa chimica nucleare a livelli quantizzati è alla base della catena di reazioni che avvengono nelle stelle.

    Naturalmente la prima reazione che accade al centro di una stella giovane, in seguito alla pressione della gravitazione, è la fusione d’idrogeno in elio, con un’emissione di energia che momentaneamente allenta la pressione. Però la riserva d’idrogeno sarebbe destinata a svanire velocemente se poi, alla contrazione gravitazionale con densità di decine di tonnellate per litro, non corrispondesse anche una salita della temperatura a un centinaio di milioni di gradi, che fa scattare una seconda reazione nucleare: la fusione di elio in carbonio. La fisarmonica di reazioni esotermiche decongestionanti, seguite da contrazioni, seguite da aumento di temperatura e nuove reazioni sintetizzatrici di nuovi elementi chimicie passanti sempre per la produzione del carbonio, scandisce lo schema della sintesi di elementi sempre più pesanti nelle caldere stellari. Tuttavia, perché la fusione di elio in carbonio (3 He4 → C12) avvenga, è necessaria la concomitanza di 3 coincidenze.

    Prima coincidenza. La fusione diretta per collisione di 3 isotopi dell’elio è un evento troppo improbabile per dar luogo ad una significativa produzione di carbonio. Resta la strada indiretta che passa attraverso la produzione intermedia di berillio: prima 2 atomi di elio fondono in berillio (2 He4 → Be8), e poi la collisione di un atomo di elio con il berillio produce il carbonio: He4 + Be8→ C12. Perché ciò avvenga però, è necessario che l’isotopo di berillio abbia la durata di vita “giusta”, abbastanza lunga rispetto alla frequenza delle collisioni tra nuclei d’elio e alla loro durata (così da consentire anche la seconda reazione, che lo trasforma in carbonio), ma non troppo lunga da esser un elemento quasi stabile (e rendere la reazione violenta al punto da esaurire tutta la riserva d’idrogeno in berillio, senza produzione di altri elementi). Ebbene è risultato che il berillio ha una longevità di ~10-17 secondi, che è lunga rispetto ai tempi d’urto dei nuclei di elio (~10-21 s) ed ottimale per la produzione del carbonio e degli elementi successivi.

    Seconda coincidenza. La longevità del berillio è una condizione necessaria, ma non sufficiente alla produzione di carbonio. Perché la fusione nucleare avvenga effettivamente, occorre che la somma dei livelli energetici dei nuclei di elio e berillio reagenti (7,37 MeV) sia leggermente inferiore al livello energetico del carbonio prodotto: solo così la reazione entra in “risonanza” e, con un piccolo ammontare di energia extra fornita dal calore di caldera, precipita. Ebbene, si è trovato che il livello quantico dell’isotopo 12 del carbonio è 7,66 MeV, appena superiore a quello dei reagenti! Se esso fosse inferiore, la reazione non potrebbe accadere; se la sua superiorità fosse più marcata, la reazione sarebbe rara. Con questi valori, essa accade e produce abbondante carbonio.

    Terza coincidenza. La storia spericolata del carbonio non finisce qui. Sul neonato ora incombe la minaccia di una repentina eliminazione, con la sua trasformazione in ossigeno: He4 + C12 → O16. L’evento (catastrofico per l’apparizione di futuri osservatori) può essere controllato solo se il livello quantico dell’isotopo 16 dell’ossigeno è leggermente inferiore alla somma dei livelli dei reagenti (7,16 MeV). Ciò che, come il lettore ormai ha desunto dal fatto di essere vivo, risulta puntualmente: 7,12 MeV è infatti il livello energetico dell’ossigeno, con un’inferiorità giusto dello 0,6%.

    Ecc., ecc., in una serie di altre, felici concomitanze per gli elementi chimici successivi. Come si spiegano queste coincidenze stellari senza cui, come notò per primo Fred Hoyle nel 1953, non esisterebbe la vita? In ultima istanza scientifica, esse derivano dai rapporti di forza dei campi fisici e di massa di nucleoni ed elettroni. Una ventina di Numeri che a priori,in ipotetici universi, potrebbero essere qualsiasi, nel nostro Universo invece hanno fin dal Big Bang i valori necessari per la (futura) comparsa di osservatori come noi umani. Né potrebbe essere altrimenti, se siamo qui a rilevarlo! Questa ovvia considerazione si chiama “principio antropico” (debole) ed è un’assunzione scientifica, capace di predizioni controllabili. Per es., con riferimento alla seconda coincidenza del carbonio, Hoyle primaprevide col principio antropico l’esistenza di una risonanza dell’isotopo C12 “intorno ai 7,7 MeV” e solo dopo furono sperimentalmente cercate e misurate le righe che confermarono la sua predizione.

    La cosa sorprendente però è un’altra: è la sintonizzazione “ultrafine” di questi Numeri, stante nel fatto che una minima variazione dei loro valori al Big Bang avrebbe reso impossibile qualsiasi forma di vita. Se uno solo dei Numeri – che infine regolano i giochi di fisica, chimica e biologia – fosse appena diverso, l’Universo sarebbe un singolo buco nero, o un insieme di buchi neri, o una polvere di particelle non interagenti, o sarebbe costituito di solo elio, e così via. In tutti i casi l’uniformità del paesaggio (ad entropia costante, quindi senza trasformazioni termodinamiche, quindi zero chimica, quindi no metabolismi) impedirebbe ogni forma di vita immaginabile. Per dare un’idea della finezzadella sintonia, dirò solo che se la costante di gravitazione o d’interazione nucleare debole gW fossero diverse per 1 parte su 1050, noi non saremmo qui.

    Dalla sintonia fine io traggo una confutazione del naturalismo: il nostro Universo fisico non è una realtà chiusa, auto-esplicativa. Ogni spiegazione della sintonia fine infatti, può solo poggiarsi sull’esistenza di una seconda realtà inosservabile, che “trascende” l’Universo fisico in cui viviamo. Questa realtà metafisica si riduce infine a 2 opzioni: o un’Agenzia Trascendente Razionale (che tutti chiamano “Dio”) ha creato questo Universo, ordinandolo fin dal principio per la vita; o un’Agenzia Trascendente Cieca ha prodotto infiniti universi paralleli (il “multiverso”), con leggi fisiche e costanti cosmologiche disparate, e noi per caso ma necessariamente ci troviamo in una (rara) isola abitabile. Se, nel primo scenario, la scienza consiste nello scoprire le leggi di Natura – che vuol dire “conoscere i pensieri di Dio” (A. Einstein) –, mi chiedo: che cosa significa “scienza” per chi crede nel multiverso?