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GESU' CRISTO: SIGNORE DEL COSMO E DELLA STORIA

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    00 10/13/2012 7:29 AM

    Dalla lettera di s.Paolo ai Filippesi 2,5

    Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,

    6 il quale, pur essendo di natura divina,
    non considerò un tesoro geloso
    la sua uguaglianza con Dio;

    7 ma spogliò se stesso,
    assumendo la condizione di servo
    e divenendo simile agli uomini;
    apparso in forma umana,

    8 umiliò se stesso
    facendosi obbediente fino alla morte
    e alla morte di croce.

    9 Per questo Dio l'ha esaltato
    e gli ha dato il nome
    che è al di sopra di ogni altro nome;

    10 perché nel nome di Gesù
    ogni ginocchio si pieghi
    nei cieli, sulla terra e sotto terra;

    11 e ogni lingua proclami
    che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

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    00 10/13/2012 7:35 AM

    Pontifex.RomaIL SIGNORE E' UNO SOLO,  GESU' E' IL SIGNORE

    San Paolo innalzato misteriosamente fino al “terzo cielo” ebbe modo di contemplare gli aspetti più insondabili della realtà divina. Egli conobbe in via del tutto eccezionale i sacri arcani custoditi dagli angeli e le rispettive gerarchie celesti che regolano e governano i cieli e la terra, i Principati, le Potestà, le Virtù (1 Cor 15, 24) ed i Troni (Col 1, 16), poste sotto il trono dell’Altissimo. L’Apostolo delle genti alluse in terza persona a questa sua particolare esperienza, probabilmente vissuta tra la conversione sulla via di Damasco e l’arrivo a Corinto, nella lettera ai fedeli della capitale dell’Attalia: <<Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa … fu rapito fino al terzo cielo … Questo uomo fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare>> (2 Cor 12, 2). L’intensità di tale rivelazione sui “cieli aperti” dovette per forza di cose provocare in Paolo un ulteriore accentramento di tutto il suo essere in Dio,  dopo quello già avvenuto sulla via di Damasco. Egli infatti vide svelarsi in modo incomprensibile il mistero di tutta la realtà centrata in Dio, come intorno ad un Centro universale ed unico, dal quale e nel quale trova origine e fine ogni cosa. L’esperienza fu così grandiosa e straordinaria che il Signore gli assegnò subito un’afflizione: <<una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi perché io non vada in superbia>> (2 Cor 12, 7). L’eco del misterioso evento descritto nella Seconda Lettera ai Corinti risuona anche nell’inno cristocentrico inviato ai santi della città di Efeso, nel quale l’Apostolo delle genti afferma il telos o fine divino <<di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra>> (Ef 1, 10). Cristo infatti è stato posto da Dio alla sua destra nel vertice dei cieli, al di sopra degli angeli: <<di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione>> (ivi 1, 20-22).

    Quando Paolo celebra la gloria del Cristo Signore, che riempie l’intero universo, sembra voler anche indicare il passaggio da una concezione antropocentrica della realtà a quella soprannaturale cristocentrica. Come se in proporzione alla fede in Cristo (la Scrittura cresce con il suo lettore, diceva san Gregorio Magno), corrispondesse una precisa visione anche del mondo fisico. Del resto: <<Noi tutti a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore>> (2 Cor 3, 18).

    In Cristo, che si è definito Via, Verità e Vita, l’alfa e l’omega di tutto, si risolve ogni dinamica universale, il telos di ogni movimento, inteso in senso lato. Come attorno ad un Centro universale assoluto, Vertice supremo trascendente, tutta la creazione pulsa e gravita intorno alla divinità di Cristo in una sorta di moto centripeto e centrifugo, un exitus ed un reditus non solo spirituale. È il Verbo infatti che imprime al tutto come “causa efficiente” la virtù di muoversi ed evolvere, attuando le fasi e gli eventi che consentono l’evoluzione della vita biologica e spirituale, fino alla determinazione del passaggio dalle prospettive antropocentriche a quelle teocentriche.

    Non è che l’Apostolo delle genti abbia voluto definire una forma geometrica del cosmo, ponendo Cristo al vertice della creazione in relazione agli angeli, come in un luogo trascendente, seduto in modo simbolico alla destra di Dio, nel senso esclusivo di causa efficiente e finale del tutto. Tuttavia i suoi inni cristocentrici sembrano alludere ad un’immagine metafisica del cosmo, intesa come riflesso della dimensione teologica nella realtà sensibile.

    Per mettere a fuoco quella che sembra essere l’immagine del cosmo paolino, occorre innanzitutto predisporre un capovolgimento radicale del comune modo di concepire la dimensione naturale in senso scientifico ed antropologico. Ora infatti <<la nostra conoscenza è imperfetta … vediamo come in uno specchio, in maniera confusa>> (1 Cor 13 9, 12). Sappiamo peraltro che la sapienza umana è condannata da Dio (Is 29, 14) che <<ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti … perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio>> (1 Cor 1, 27).

    La cosmologia che pone il principio primo dell’esistenza e della conoscenza in Cristo richiede pertanto un superamento della visione scientifica della realtà, per giungere ad un’immagine della stessa pienamente cristocentrica. Del resto, siamo spronati dall’Apostolo a non conformarci <<alla mentalità di questo secolo>>, in gran parte determinata dall’autorità della scienza dell’immanente, ma a trasformarci rinnovando la nostra mente <<per poter discernere la volontà di Dio>> (Rm 12, 1-2). Ossia, il sottomettere il tutto a suo Figlio unigenito, <<come sgabello dei suoi piedi>> (Salmo 110, 1).

    Questa affermazione rappresenta senz’altro un modo di dire. Tuttavia, indica anche che i piedi del Signore poggiano, in senso metaforico, in ogni punto all’interno del suolo terrestre, ovviamente sferico. La “sfera universale” avente come “centro” l’Essere sussistente (Esse ipsum) del quale partecipa tutta la realtà, rappresenta l’immagine teologica che più rispecchia l’ordine cosmologico, alla luce della cristologia paolina.

    L’immagine assume un ulteriore significato metafisico, considerando il globo universale dal punto di vista endosferico e non esosferico. Intendendo per così dire “il tutto” come interno alla Terra e non esterno. Come invece è stata considerata la realtà celeste dalle cosmologie che si sono succedute nel corso dei secoli. Compresa quella aristotelico-tomista che poneva la terra al centro del mondo e Dio nella sfera esterna dell’empireo.

    La cosmologia cristocentrica paolina ribalta questo dato iniziale della conoscenza, ponendo invece Cristo Via, Verità e Vita nel luogo nevralgico della sfera universale, ove si manifesta la sua Gloria. La terra in questo senso può intendersi come il bordo esterno della creazione, lo sferoide che contiene al suo interno il tutto, come limite della realtà non accessibile alle sfere infere escluse dal Regno dei cieli ed aperte nell’indefinito esterno.

    La Terra come Tempio universale nel cui interno staziona come in un tabernacolo la Gloria di Dio, è un’immagine cosmologica che capovolge il tradizionale modo di intendere la realtà celeste e terrestre. Siamo infatti soliti interpretare il tutto “umanamente”, come esterno alla terra. Appare dunque un’assurdità considerare il cosmo come l’interno di un uovo il cui guscio è rappresentato dal suolo terrestre. Si è convinti che l’universo sia infinito, isotropo, omogeneo, che le distanze fra stelle e galassie siano enormi ed esprimibili in “anni luce”, come se un “anno luce” fosse una distanza reale come il metro. La scienza ha imprigionato la nostra mente all’interno delle sue conclusioni.

    San Paolo alla luce della sapienza divina allude invece ad una struttura gerarchica e finita dello spazio fisico. Egli attraversò tre cieli. E tre cieli corrispondono alla terna dei cori angelici, a loro volta strutturati in tre sottocori, indagati da san Tommaso d’Aquino alla luce dell’opera di Dionigi l’Areopagita, De Caelesti hyerarchia, sul ruolo delle gerarchie angeliche nell’ambito universale.

    D’altra parte, San Tommaso pone l’esistenza delle creature angeliche come un fattore indispensabile per giungere alla conoscenza della realtà, perché se l’universo deve rappresentare Dio, allora <<è necessario che nella scala degli esseri ve ne siano di puramente intellettuali, quindi incorporei e perciò anche senza materia, perché l’intendere è operazione del tutto immateriale>> (Somma T., I, q. 50, 1-2).

    Gli angeli pertanto sono in gradi di trasmettere agli uomini visioni simboliche o illuminazioni dirette, poiché in genere gli esseri dei gradi inferiori vengono ricondotti a Dio per mezzo degli esseri dei gradi superiori. Questo perché <<gli esseri più alti del genere inferiore appaiono vicini al genere superiore e viceversa>> (Cont. Gent. III) secondo i principi della gerarchia celeste.

    In questo senso, gli angeli partecipano agli uomini immagini adeguate alle loro qualità. Come quando nella “notte santa” si aprirono i cieli ed essi apparendo ai pastori proclamarono il Gloria in excelsis Deo. O come quando san Paolo, <<con il corpo o senza corpo, lo sa Dio>> (2 Cor 12, 3), venne innalzato fino al vertice della creazione. In quello che costituisce il Centro ontologico della realtà universale, ove risiede la Gloria inaccessibile di Dio, fonte eterna di pace per gli uomini di buona volontà.

    Giancarlo Infante

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    00 12/10/2012 3:54 PM

    GESÙ SIGNORE DELLA STORIA

     

     

     

    Gesù è il Signore della storia”. Cosa significa questa affermazione? Cosa significa che Gesù Cristo è Signore della storia, del mondo, dell’umanità, Lui che dopo tre anni di annuncio del Vangelo è misteriosamente morto in croce? Lui che negli ultimi istanti di vita è stato abbandonato anche da suoi amici? Lui che non ha voluto eliminare il dolore, le sofferenze, le contraddizioni del mondo ma anzi, questo dolore ha dovuto viverlo tutto, fino in fondo, fino alla fine?

    Non è una contraddizione? Non è contraddittorio affermare la signoria di un uomo che pur dicendosi Dio è stato ucciso e vilipeso dal mondo? E poi, perché se Lui è Dio non elimina il male, il dolore, la fatica, la sofferenza? Perché dovrebbe essere Signore se ancora oggi bambini innocenti vengono uccisi da mani criminali? Se milioni di persone ancora oggi cadono vittime della fame, della miseria, dell’indigenza in quello che i più chiamano “il Sud del mondo”? Se un’intera regione può essere spazzata via da un disastro naturale come fu oramai più di un anno fa la terribile esperienza dello tsunami nel sud est asiatico? Se soltanto poco più di mezzo secolo fa il mondo si auto-distrusse in quella che fu ritenuta l’ultima grande e sconvolgente guerra mondiale? Se ancora oggi altre guerre spazzano via intere popolazioni in Africa, un continente sempre più in crisi ed incapace di risolvere le infinite contraddizioni insite al suo interno? Se le religioni vengono ancora - e sottolineiamo ancora - usate come giustificazione per annientare chi è ritenuto nemico, chi la pensa in modo diverso da sé, o semplicemente chi è diverso da sé? E poi, ed è questo forse l’interrogativo che più di tutti ha attinenza con l’oggi: come si può dire che Gesù Cristo è il Signore della storia se un piccolo bambino di nome Tommaso viene rapito e poi barbaramente ucciso, lui innocente e senza colpe?

    In questo Speciale cerchiamo di rispondere a questi interrogativi. E per questo, non possiamo fare altro che provare a dire cosa significhi davvero “la signoria di Cristo”. Perché è soltanto capendo, comprendendo la sua signoria che possiamo in qualche modo imparare a stare dentro le contraddizioni, dentro le sofferenze, come fece Cristo più di duemila anni fa. Lui, che nonostante fosse Dio, visse fino in fondo il male del mondo, lo assunse in sé, su di sé, decise di essere uomo come tutti gli uomini e di divenire anche Lui vittima innocente per la salvezza di tutti. Al male, insomma - ed è questo il significato della signoria di Cristo che da subito vogliamo svelare - anche se sembra non esserci risposta razionale, vi è una risposta. Ed è quella che dà Cristo: «Uomo - sembra dire Cristo -, io non sono venuto a togliere il male, ma a viverlo e a dirti che il male può essere vissuto come offerta a Dio, può essere vissuto per Dio perché Lui lo usi per il bene del mondo. Io, uomo, ho fatto così. Ho accettato di soffrire come te affinché la mia sofferenza venisse usata da Dio per salvare il mondo. Ho sofferto ed è stato proprio nel momento della massima sofferenza che ho mostrato al mondo la mia regalità, quella di un Dio che preferisce abbassarsi per amore, piuttosto che imporsi, farsi ultimo per tutti piuttosto che primeggiare. È così che sono Signore, perché sono, o uomo, tuo servo. Il dolore, il male, la sofferenza sono misteriosamente parte di questo mondo. Ma nel mondo il dolore può essere vissuto come offerta d’amore ed è qui che io sono stato Signore perché morendo per te ho dimostrato di possedere davvero ogni cosa perché ogni cosa ho portato a Dio, ogni cosa ho salvato, e tutto il mio dolore ho offerto nella mani del Padre».

    In questo Speciale, vogliamo provare a mostrare questa signoria di Cristo sul mondo, lasciando parlare alcune persone che oggi hanno provato a dire la loro, a presentare una loro visione. Quindi intendiamo offrire una panoramica storica che copre il lungo periodo che va dal pontificato di Benedetto XV a quello oggi in corso di Benedetto XVI, per cercare di scoprire come i vari Pontefici hanno parlato al mondo della signoria di Cristo. «Gesù è Signore della storia» scrisse Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica, la Redemptor hominis. Ed egli, in tutto il suo pontificato, non mancò mai di parlare all’uomo di Cristo quale principe e Signore del mondo. La sua signoria è una signoria di amore che non disdegna di abbassarsi e di farsi ultimo per venire incontro alle miserie e alle sofferenze dell’uomo. Giovanni Paolo II mostrò bene questa signoria di Cristo non soltanto con le parole, ma anche con i fatti, con l’accettazione eroica della sofferenza e della malattia fisica negli ultimi anni della sua vita. Egli fu il Pontefice che parlò di Cristo Signore della storia in Bangladesh, tra gli ultimi della terra. Ma anche in Nicaragua, tra i sandinisti a Lui ostili, oppure tra le favelas brasiliane. Egli parlò della salvezza che viene solo e soltanto da Cristo ai capi popolo, ai governanti, ed anche ai dittatori delle varie ideologie del XXº secolo i quali, cercando di salvare l’uomo senza Dio, altro non hanno fatto che uccidere l’uomo pur senza riuscire ad uccidere Dio.

    Ma in tutto il XXº secolo fino ad oggi, alba del terzo millennio, la voce dei vari Pontefici è stata faro sicuro per la vita e la fede di milioni di persone. Pur in terre vessate da atroci sofferenze o ricoperte di benessere ed opulenza, ovunque la Chiesa grazie ai successori di Pietro ha sempre ricordato chi sia il vero Salvatore e Liberatore dell’uomo e del mondo. La voce dei vari Pontefici non si è mai stancata di parlare e questa breve carrellata vuole essere un omaggio a loro, alla loro instancabile voce e, nel contempo, a tutte quelle persone (pensiamo ai missionari, ai sacerdoti, ai religiosi ma anche a tanti, e ancora tanto semplici, fedeli) che hanno avuto l’intelligenza di ascoltarla.

     

     

     

    • GESÙ, SIGNORE DELLA STORIA NELLE TRAGEDIE UMANE

     

    Il prezzo pagato da Cristo: intervista a Chiara Lubich

    Tsunami: le parole di Giovanni Paolo II

    Tommaso Onofri: la riflessione dell’Azione Cattolica

    Don Andrea Santoro: “Voleva solo ripercorrere le vie di Cristo”

     

     

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    00 12/10/2012 3:55 PM
    • GESÙ, SIGNORE DELLA STORIA DA BENEDETTO XV A BENEDETTO XVI

     

    Dio è Amore e per questo Signore della storia: il senso della prima Enciclica di Benedetto XVI

    Gesù al centro della storia: il programma dell’intero pontificato di Giovanni Paolo II

    Anche se una mamma dimenticasse il suo bambino, Dio non dimenticherà il suo popolo”: la risposta di Giovanni Paolo I ai problemi sociali della storia

    Umanesimo plenario e rispetto dell’ordine stabilito da Dio, ovvero le proposte di Paolo VI e Giovanni XXIII per lo sviluppo dei popoli

    Se la retta via è stata smarrita, è necessario far ritorno al Signore sia nella vita pubblica sia in quella privata: l’esortazione di Pio XII contenuta nella Optatissima pax

    La Chiesa ha il diritto ed anche il dovere di indirizzare con le proprie opinioni la vita sociale, politica ed economica di un Paese affermò Pio XI

    Benedetto XV, il Papa della pace in un mondo in guerra

     

     

     

    • GESÙ SIGNORE DELLA STORIA, PROCLAMATO A TUTTI I POPOLI

     

    Roma brucia, Pio XII a braccia aperte tra i romani al Verano. Dentro il conflitto mondiale, l’esempio di grandi santi martiri, tra cui padre Massimiliano Kolbe

    Giovanni Paolo II a Cuba, nella terra di Fidel Castro: «Sono venuto come messaggero della verità e della speranza»

    Le due visite di Giovanni Paolo II in Nicaragua: il Vangelo di Cristo annunciato senza stancarsi delle incomprensioni

     

     

     

     

    GESÙ, SIGNORE DELLA STORIA NELLE TRAGEDIE UMANE

     

    Il prezzo pagato da Cristo: intervista a Chiara Lubich

     

    Roma (Agenzia Fides) – “Gesù è Signore della storia”: di questo tema parliamo con Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari.

     

    Gesù è Signore della storia nonostante sia morto in croce?

    Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Eloquenti più d’un trattato, queste parole di Gesù dischiudono il segreto della vita. Non c’è gioia di Gesù senza dolore amato. Non c’è risurrezione senza morte. Gesù qui parla di sé, spiega il significato della sua esistenza. La sua morte sarà dolorosa, umiliante. Perché morire, proprio Lui che s’è proclamato la Vita? Perché soffrire, Lui che è innocente? Perché essere calunniato, schiaffeggiato, deriso, inchiodato su una croce, la fine più infamante? E soprattutto perché Lui, che ha vissuto nell’unione costante con Dio, si sentirà abbandonato dal Padre suo? Anche a Lui la morte fa paura; ma essa avrà un senso: la risurrezione. Era venuto a radunare i figli di Dio dispersi, a rompere ogni barriera che separa popoli e persone, ad affratellare uomini tra loro divisi, a portare la pace e costruire l’unità. Ma c’è un prezzo da pagare: per attrarre tutti a sé dovrà essere innalzato da terra, sulla croce. Ed ecco la parabola, la più bella di tutto il Vangelo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. È Lui quel chicco di grano».

     

    Come possiamo noi cristiani, contribuire a rendere visibile nel mondo la signoria di Cristo sulla storia?

    In questo tempo di Pasqua egli ci appare dall’alto della croce, suo martirio e sua gloria, nel segno dell’amore estremo. Lì tutto ha donato: il perdono ai carnefici, il Paradiso al ladrone, a noi la madre e il suo corpo e il suo sangue, la vita sua, fino a gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Scrivevo nel 1944: “Sai che tutto ci ha donato? Che poteva darci di più un Dio che, per amore, sembra dimenticarsi di essere Dio?”. E ha dato a noi la possibilità di diventare figli di Dio: ha generato un popolo nuovo, una nuova creazione. Il giorno di Pentecoste il chicco di grano caduto in terra e morto già fioriva in spiga feconda: tremila persone, d’ogni popolo e nazione, diventano “un cuore solo e un’anima sola”, poi cinquemila, poi...

    Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Questa Parola dà senso anche alla nostra vita, al nostro soffrire, al nostro morire, un giorno.

    La fraternità universale per la quale vogliamo vivere, la pace, l’unità che vogliamo costruire attorno a noi, è un vago sogno, una chimera se non siamo disposti a percorrere la stessa via tracciata dal Maestro”.

     

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    00 12/10/2012 3:56 PM

    Che cosa significa, nel quotidiano, seguire la via tracciata dal Maestro, per portare, con Lui “molto frutto”?

    Ha condiviso tutto di noi. Si è addossato le nostre sofferenze. Si è fatto con noi tenebra, malinconia, stanchezza, contrasto... Ha provato il tradimento, la solitudine, l’essere orfano… In una parola si è fatto “uno con noi”, facendosi carico di quanto ci era di peso. Così noi. Innamorati di questo Dio che si fa nostro “prossimo”, abbiamo un modo per dirgli che gli siamo immensamente grati per il suo infinito amore: vivere come ha vissuto Lui. Ed eccoci a nostra volta “prossimi” di quanti ci passano accanto nella vita, volendo esser pronti a “farci uno” con loro, ad assumere una disunità, a condividere un dolore, a risolvere un problema, con un amore concreto fatto servizio. Gesù nell’abbandono s’è tutto dato; nella spiritualità che s’incentra in Lui, Gesù risorto deve risplendere pienamente e la gioia deve darne testimonianza».

     

    Tsunami: le parole di Giovanni Paolo II

     

    Nella prima domenica del 2005, Giovanni Paolo II ha parlato della speranza del Natale, più forte, a suo dire, delle difficoltà in cui è immersa la vita di ogni uomo. Sono giorni tristi in tutto il mondo, scosso dalla violenza della natura che ha spazzato via la vita di migliaia di uomini nel sud-est asiatico. Sono giorni di dolore anche per il Papa che, nonostante la tragedia e la morte, riesce a guardare più in là e, con poche parole, andare al nocciolo della questione.

    Dov’era Dio quando migliaia di persone venivano spazzate via dalla violenza distruttrice dello Tsunami? Questa è la domanda che sta dietro le parole pronunciate da Giovanni Paolo II nel discorso letto prima della recita dell’Angelus. Una domanda che tutti gli uomini, credenti o no, si sono posti in quei terribili giorni di dolore, una domanda a cui la Chiesa non può sottrarsi di rispondere. Il Papa ha voluto prendere di petto l’interrogativo e, già pronunciando le sue prime parole, ha provato a dare una sua risposta al quesito. Innanzitutto, ha detto il Papa, «in questa prima domenica del nuovo anno risuona nuovamente nella liturgia il Vangelo del giorno di Natale: il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Ecco, allora, da dove cominciare a guardare i terribili fatti di quei giorni: dalla presenza fatta di carne e sangue di Dio che un giorno di duemila anni fa è venuto ad abitare vicino all’uomo. Vicino, come può essere un amico che abita nel portone accanto o nel condominio attiguo a quello in cui abitiamo noi.

    «Il Verbo di Dio - ha continuato il Papa - è la Sapienza eterna, che opera nel cosmo e nella storia; Sapienza che nel mistero dell’Incarnazione si è rivelata pienamente, per instaurare un regno di vita, di amore e di pace». Ecco allora perché il Figlio di Dio è venuto ad abitare vicino all’uomo: per instaurare, lui che è Sapienza eterna, un regno di vita, amore e pace. Ma dove sono questa vita, questo amore e questa pace? Come può Dio dire di volere il bene se centinaia di bambini vengono trucidati in un asilo di Beslan, se migliaia di innocenti muoiono per la violenza di un’onda distruttrice? «La fede - ribadisce il Papa - ci insegna che anche nelle prove più difficili e dolorose, come nelle calamità che hanno colpito nei giorni scorsi il sud-est asiatico, Dio non ci abbandona mai: nel mistero del Natale è venuto a condividere la nostra esistenza». Una risposta che soltanto apparentemente sembra eludere la domanda ma che, in verità, ne dà la risposta più piena e profonda perché ribadisce la vicinanza di Dio all’uomo, una vicinanza resa evidente dall’incarnazione di Cristo, una vicinanza che non ha preteso di togliere il dolore e la sofferenza dal mondo, ma ha voluto assumerla su di sé, fino in fondo, fino al calice tremendo della croce bevuto a piene sorsate da Cristo per amore di ogni uomo.

    Lo stesso Papa, con la sofferenza fisica della sua malattia, per anni ha parlato della presenza di Cristo dentro ogni sofferenza, una presenza che è compagna dell’uomo nelle circostanze più avverse e terribili. Certo, è la fede che insegna all’uomo questa verità ed è soltanto con lo sguardo della fede che questa verità può essere scoperta in tutta la sua forza e potenza.

    Gesù è colui che morendo ha lasciato agli uomini il comandamento di amarsi gli uni gli altri come Lui ci ha amato. «È nell’attuazione concreta di questo suo comandamento che Egli fa sentire la sua presenza» ha detto ancora il Papa. «Questo messaggio evangelico dà fondamento alla speranza di un mondo migliore a condizione che camminiamo nel suo amore. All’inizio di un nuovo anno, ci aiuti la Madre del Signore a fare nostro questo programma di vita».

    Tommaso Onori: la riflessione dell’Azione Cattolica

     

    Nei giorni successivi al ritrovamento senza vita del corpo del piccolo Tommaso Onofri, l’Azione Cattolica coraggiosamente decide di parlare dell’accaduto e riporta le parole di Benedetto XVI il quale, di fronte al sangue versato da un piccolo innocente, ha chiesto di pregare per tutti coloro che sono caduti e cadono quotidianamente vittime della violenza. Di fronte allo spargimento del sangue innocente, insomma, il Cristianesimo presenta il suo Dio, anch’egli caduto vittima innocente, al quale rivolgersi con fiducia pur dentro la disperazione. «In questo amaro fine settimana - spiegano i responsabili dell’AC - , dopo circa un mese di angoscia e di trepidazione, abbiamo appreso con profonda tristezza la tragica conclusione del sequestro del piccolo Tommaso Onofri. Fin dal primo giorno della sua misteriosa scomparsa ci siamo più volte interrogati sulle ragioni ed il movente di un simile rapimento. Sicuramente ci siamo anche chiesti, mentre la cronaca ci riportava gli indizi e le ipotesi degli inquirenti, quali motivazioni avrebbero potuto mai spingere qualcuno a strappare un bambino così piccolo ed ammalato, come “Tommy”, all’affetto dei suoi genitori e del suo fratellino. Intanto il tempo è trascorso inesorabile, mescolando in ciascuno di noi sentimenti talvolta contrastanti: paura, preoccupazione, sdegno, ma anche speranza, preghiera, fiducia. Alla fine è arrivata la notizia che non avremmo mai voluto sentire: Tommaso, nonostante fosse così piccolo e così indifeso, è stato comunque ucciso.

    Le modalità e le ragioni che hanno provocato questo folle omicidio rendono ancor più difficile riuscire ad accettare una simile verità. È qui che ci domandiamo che senso possa avere questo e perché tutto ciò è accaduto. Come laici cristiani che vivono la propria fede, attraverso l’esperienza dell’Azione Cattolica, sappiamo che il Signore ci chiama ad affrontare con coraggio il male che spesso tormenta il mondo e la nostra stessa esistenza. Il male, anche quello più duro da accettare, non può certo spegnere quella speranza che, invece, ci spinge a non disperare mai dell’infinita misericordia di Dio verso le nostre povertà e i nostri limiti.

    In questo momento gran parte del nostro Paese è rimasto profondamente turbato da questa terribile vicenda che ci sconvolge e ci invita a riflettere tutti. Durante questi trenta giorni “Tommy” è stato il figlio, il fratellino, il piccolo nipote di ciascuno di noi. In queste ore di comprensibile sconforto, il Santo Padre ha invitato ogni credente alla preghiera per Tommaso e per tutte le piccole vittime della violenza e della cattiveria umana. Ci uniamo anche noi a questo appello di Benedetto XVI e crediamo sia giusto non lasciare che la storia di Tommaso passi senza aver consegnato alle nostre coscienze un insegnamento importante: la vita, soprattutto quella dei più piccoli, è un dono prezioso che viene da Dio e và difeso sempre. Ci auguriamo che la morte di “Tommy”, a soli diciotto mesi dalla sua nascita, abbia avuto un senso e che la nostra umanità non si macchi più di simili atrocità».

     

     

    Don Andrea Santoro: “Voleva solo ripercorrere le vie di Cristo”

     

    Don Andrea Santoro, sacerdote romano in missione in Turchia, è stato assassinato il 5 febbraio scorso mentre pregava nella sua chiesa a Trebisonda. Era andato in Turchia per portare l’annuncio del Vangelo di Cristo a tutte le popolazioni del paese, consapevole delle diverse religioni, culture, tradizioni lì presenti. Non voleva imporre il proprio credo a gli altri ma semplicemente mostrare come la signoria del Dio in cui lui credeva - il Dio di Gesù Cristo - fosse una signoria d’amore, che si piega di fronte all’uomo e lo ama così come egli è. «Don Andrea - ha spiegato Maddalena Santoro, sua sorella, giovedì 6 aprile in piazza San Pietro durante un incontro del Papa con i giovani della diocesi di Roma in vista della Giornata Mondiale della Gioventù che si sarebbe svolta a livello diocesano la domenica successiva - ha amato la Parola di Dio più di qualunque altra cosa al mondo, ha cercato di conformare la sua vita a Cristo e di ripercorrere le sue vie». «Io mi sento prete per tutti - ha raccontato Maddalena ripetendo parole di don Andrea -. Dio ama i musulmani, gli ebrei, i cristiani. Questo amore guida i nostri occhi. E sappiamo che questo amore ha guidato anche i suoi passi verso il Medio Oriente, una terra verso cui siamo debitori». «Il perdono per coloro che hanno ucciso don Andrea che è sgorgato dal cuore di nostra madre e di tutti noi - ha aggiunto la sorella del sacerdote - nasce anch’esso dalla meditazione e dall’assimilazione della Parola di Dio. Che questo perdono, unito al suo sacrificio, contribuisca all’unità delle confessioni cristiane e alla crescita del dialogo tra le diverse religioni del Medio Oriente». Ecco la signoria di Cristo. Ecco Cristo che nella persona di un sacerdote si lascia uccidere per amore e nel momento della morte salva, con l’amore, il mondo e il suo male.

     

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    00 12/10/2012 3:57 PM

    GESÙ, SIGNORE DELLA STORIA DA BENEDETTO XV A BENEDETTO XVI

     

     

    Dio è Amore e per questo Signore della storia: il senso della prima Enciclica di Papa Benedetto XVI

     

    Che Gesù sia il Signore della storia lo ha evidenziato bene il Santo Padre Benedetto XVI, laddove, nella sua prima enciclica Deus Caritas Est, ha parlato della signoria di Cristo sul mondo, una signoria di amore. In un mondo, quello contemporaneo, sempre più secolarizzato e relativista dove ognuno vuole essere padrone di se stesso, Papa Benedetto XVI propone invece la totale obbedienza al Dio di Gesù Cristo. È Lui il vero Signore della storia e soltanto chi si apre a Lui può divenire permanentemente libero. In una società in cui tutti vogliono essere liberi, l’assenza sempre più evidente di Dio dalla vita delle persone, rende tutti schiavi della moda, del consumismo, della mentalità dominante, schiavi, e non invece liberi, come il Dio cristiano permette di essere.

    L’enciclica di Benedetto XVI è rivolta ad un occidente opulento, benestante che tuttavia si ritrova quotidianamente a dover fare i conti con una totale incapacità di riconoscersi dipendente da qualcuno, da qualcosa. Dio è stato eliminato e ognuno è oggi schiavo di se stesso, dei propri piaceri, delle proprie illusioni. All’occidente Benedetto XVI ricorda la necessità che tutti ritornino a riconoscersi figli, dipendenti dal vero Signore della storia. Chi vuole tornare ad essere libero è a Cristo che deve guardare. Chi vuole tornare ad essere uomo compiuto è figlio che deve cercare di essere.

    L’enciclica si rivolge anche al Sud del mondo, a quei paesi oggi sempre più poveri e che faticano a crearsi condizioni sociali ed economiche dignitose. Anche a loro Benedetto XVI ricorda che Dio è amore e che anche Lui, in Gesù Cristo, ha patito le medesime sofferenze. Non è una magra consolazione, quanto la vera essenza della vita. Ciò che davvero conta, infatti, non è il benessere o la carestia, quanto semmai vivere la propria condizione di vita come offerta a Cristo, come donazione di sé a Lui che per primo si è donato per tutti. L’uomo deve lottare per avere condizioni di vita migliori ma nello stesso tempo deve offrire il proprio presente a Cristo come Lui offrì il suo al Padre.

    Dio è amore e con esso Egli intende investire il mondo. La prima enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est, presenta al mondo un Dio che intende reggere le sorti del mondo con il suo amore. Il programma del Dio cristiano, dunque, non è innanzitutto un programma sociale, un programma di giustizia così come l’uomo la intende, ma è un programma che intende mostrare la signoria amorevole di Dio sull’uomo. Gesù, nel primo testo firmato dal Santo Padre Benedetto XVI, viene presentato come Signore della storia ma la sua signoria è qui un abbassamento, un umiliarsi, uno spogliarsi di sé per farsi tutto in tutti. È questa la signoria di Cristo che Benedetto XVI spiega bene nella prima parte del suo testo. Il Cristianesimo, dice Benedetto XVI, approfondisce il significato che l’antica Grecia dava all’amore, e al posto della parola “eros” che stava a significare l’amore «per eccellenza» «tra uomo e donna», usa la parola “agape” «per esprimere un amore oblativo». È questa la «nuova visione», la «novità essenziale» portata dal Cristianesimo. Essa non è da intendersi quale rifiuto dell’eros e della corporeità - anche se tendenze di tal genere ci sono state -. L’eros, infatti, è stato posto nella natura dell’uomo da Dio, e come tale non va eliminato, ma, semmai disciplinato. Esso - spiega Papa Ratzinger - «ha bisogno di disciplina, di purificazione e di maturazione per non perdere la sua dignità originaria e non degradare a puro “sesso”, diventando una merce». Dove l’amore inteso come unione di eros e agape trova la sua forma più radicale? In Gesù Cristo. Egli - spiega il Papa - «è l’amore incarnato di Dio», ed è in Lui che «l’eros-agape raggiunge la sua forma più radicale». «Nella morte in croce, Gesù, donandosi per rialzare e salvare l’uomo, esprime l’amore nella forma più sublime». E ancora: «A questo atto di offerta Gesù ha assicurato una presenza duratura attraverso l’istituzione dell’Eucaristia, in cui sotto le specie del pane e del vino dona se stesso come nuova manna che ci unisce a Lui. Partecipando all’Eucaristia, anche noi veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione. Ci uniamo a Lui e allo stesso tempo ci uniamo a tutti gli altri ai quali Egli si dona; diventiamo così tutti “un solo corpo”. In tal modo amore per Dio e amore per il prossimo sono veramente fusi insieme. Il duplice comandamento, grazie a questo incontro con l’agape di Dio, non è più soltanto esigenza: l’amore può essere “comandato” perché prima è donato».

    Ecco allora che nella seconda parte dell’enciclica, il Santo Padre spiega come questo amore «oblativo» si mostra nella storia, nella vita pratica di tutti i giorni, nelle difficoltà e nelle incongruenze che ogni uomo quotidianamente è chiamato a vivere. La signoria di Cristo sul mondo, insomma, si esplica nella carità, un’attività che, se giustamente interpretata, «deve rispecchiare l’amore trinitario». Tale attività, tuttavia, pur presente da sempre nella Chiesa, ha subìto fin dal secolo XIX, «un’obiezione fondamentale»: «essa - scrive il Pontefice - sarebbe in contrapposizione con la giustizia e finirebbe per agire come sistema di conservazione dello status quo».

    Sostanzialmente l’obiezione che si fa alla Chiesa è che «con il compimento di singole opere di carità» essa «favorirebbe il mantenimento del sistema ingiusto in atto» rendendolo in qualche modo sopportabile e «frenando così la ribellione e il potenziale rivolgimento verso un mondo migliore». «In questo senso - scrive ancora Papa Ratzinger - il marxismo aveva indicato nella rivoluzione mondiale e nella sua preparazione la panacea per la problematica sociale, un sogno che nel frattempo è svanito». Alla questione sociale e in particolare al marxismo - lo ha ricordato Benedetto XVI -, il magistero pontificio ha risposto subito con l’Enciclica “Rerum novarum” di Leone XIII (1891) e poi con la trilogia di Encicliche sociali di Giovanni Paolo II: “Laborem exercens” (1981), “Sollicitudo rei socialis” (1987), “Centesimus annus” (1991). Alle problematiche sociali, insomma, la Chiesa ha risposto con l’elaborazione di una sua dottrina sociale «molto articolata, che propone orientamenti validi ben al di là dei confini della Chiesa». Ma, ammonisce il Pontefice, «la creazione, di un giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica, quindi non può essere incarico immediato della Chiesa». La dottrina sociale cattolica, infatti, non intende conferire alla Chiesa un potere sullo Stato, ma semplicemente purificare ed illuminare la ragione, «offrendo il proprio contributo alla formazione delle coscienze, affinché le vere esigenze della giustizia possano essere percepite, riconosciute e poi anche realizzate». Tuttavia, «non c’è nessun ordinamento statale che, per quanto giusto, possa rendere superfluo il servizio dell’amore». E così ecco ribadito da Papa Ratzinger il valore del principio di sussidiarietà con l’annotazione che laddove «lo Stato vuole provvedere a tutto», esso «diventa in definitiva un’istanza burocratica che non può assicurare il contributo essenziale di cui l’uomo sofferente - ogni uomo - ha bisogno: l’amorevole dedizione personale». E ancora: «Chi vuole sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in quanto uomo». 

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    00 12/10/2012 3:58 PM

    Gesù al centro della storia: il programma dell’intero pontificato di Giovanni Paolo II

     

    Giovanni Paolo II ha fatto scoprire al mondo vessato dalle dittature e dalla povertà la vera signoria di Cristo. Egli proponendo instancabilmente Cristo ed avendo cieca fede in Lui, ha potuto abbattere i muri che dividevano l’occidente libero da quello dei regimi nazional-socialisti. Egli, grazie ad una fede certa, ha potuto abbattere muri che si pensava impossibile abbattere. Il suo metodo è sempre stato quello di parlare al mondo di Cristo, come il Signore che sa parlare al cuore dell’uomo. Cristo parla all’uomo. Parla al dittatore che pensa di poter cambiare il mondo con il proprio potere, e parla al perseguitato che nonostante atroci sofferenze morali e corporali ha fede in Cristo, nella sua silenziosa vittoria. Alla fine Cristo trionfa sempre e le sofferenze non sono un’obiezione quanto semmai la condizione misteriosa attraverso cui Cristo stesso può davvero trionfare. Non c’è spiegazione razionale nella sofferenza. Vi è semplicemente imitazione di Cristo, assunzione su di sé del dolore e certezza che alla fine il bene non può che trionfare.

    È nella sua prima enciclica, la Redemptor hominis, che Giovanni Paolo II parla di Gesù Cristo «redentore dell’uomo», «centro del cosmo e della storia». «A Lui - scrive Giovanni Paolo II - si rivolgono il mio pensiero e il mio cuore in questa ora solenne, che la Chiesa e l’intera famiglia dell’umanità contemporanea stanno vivendo». La Redemptor hominis, promulgata il 4 marzo 1979, a pochi mesi dall’elezione di Karol Wojtyla a Pontefice, segna e determina le linee guida e il programma dell’intero pontificato del Papa polacco. All’inizio la riflessione si concentra sulla realtà della Chiesa; il Papa si pone nel solco del magistero del Vaticano II e dei suoi più immediati predecessori, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo I, e mette in luce il mistero della redenzione in Gesù Cristo, fondamento della realtà ecclesiale e «stabile principio e centro permanente» della sua missione.

    La Chiesa cioè, è chiamata a portare Cristo redentore all’uomo, che solo nel Verbo incarnato può trovare la luce che illumini il suo mistero; Giovanni Paolo II non parla qui dell’uomo astratto, ma reale, concreto e storico. Un uomo che, nel mondo contemporaneo, «vive sempre più nella paura», minacciato dal frutto stesso «del lavoro delle sue mani, del suo intelletto, delle tendenze della sua volontà»: da un progresso senza leggi etiche, dallo sfruttamento della terra senza una razionale e onesta pianificazione, da una tecnica che spesso è in contrasto con il suo progresso morale e spirituale, da una civiltà materialista che lo rende schiavo e da un totalitarismo che nega i suoi diritti naturali, in particolare quello alla libertà religiosa. A queste a volte drammatiche situazioni si deve aggiungere la ingiusta e sempre più vasta separazione del mondo in ricchi e poveri, generata dall’ «abuso della libertà, che è legato proprio a un atteggiamento consumistico non controllato dall’etica. Un atteggiamento che limita anche la libertà degli altri, cioè di coloro che soffrono rilevanti deficienze e vengono spinti verso condizioni di ulteriore miseria e indigenza».

    A tutte queste situazioni, a queste “paure” e sfide, il Santo Padre risponde nell’enciclica proponendo Cristo Gesù Signore del cosmo e della storia, Cristo Gesù come la risposta alle necessità dell’uomo contemporaneo. «Cristo rivela pienamente l’uomo a se stesso» scrive Giovanni Paolo II nella Redemptor hominis. Il Cristianesimo, quindi, non è una dottrina, un insegnamento filosofico, ma è un avvenimento, e cioè un incontro con il Figlio di Dio, con Colui che può dare senso alla vita. Alle problematiche, quindi, che da secoli investono l’umanità, Giovanni Paolo II propone come risposta non una rivoluzione sociale, bensì la presenza di Cristo compagno e amico dell’uomo.

    Da questa nuova prospettiva sulla natura umana, originata dalla fede, nasce un “umanesimo autentico”, una concezione dell’uomo che ne sottolinei il valore e la dignità, e nel contempo anche il pericolo, sempre presente, di perdere la propria grandezza, nella dimenticanza della relazione con Dio ed esaltazione dell’autonomia umana. L’uomo realizza se stesso, la promessa contenuta nella sua natura, solo rispettando la verità di sé, quindi nel riconoscere la dipendenza dal Padre e nell’incontro con il Figlio.

    Giovanni Paolo II, partendo da questa concezione, si pone in dialogo con le problematiche sociali, etiche e filosofiche del mondo contemporaneo, proponendo un nuovo umanesimo, fondato nella fede in Gesù Cristo, in cui emerge con forza la strenua difesa della vita, della libertà e della ragione dell’uomo.

    La Redemptor hominis trovò suo compimento nella Dives in misericordia e nella Dominum et vivificantem, le due encicliche, rispettivamente sulla misericordia di Dio e sullo Spirito Santo, che completano la riflessione di Giovanni Paolo II sulle Persone della Santissima Trinità. La Dives in misericordia, firmata il 30 novembre 1980, inizia con queste parole: «Dio ricco di misericordia è colui che Gesù Cristo ci ha rivelato come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce l’ha manifestato e fatto conoscere». L’amore misericordioso di Dio, cominciato già «nel mistero stesso della creazione» e continuato nell’esperienza di tradimento e perdono del popolo ebraico, viene pienamente svelato nel Figlio, Gesù Cristo, nella sua morte e resurrezione. Il figlio della parabola del “figliol prodigo” è visto come immagine dell’«uomo di tutti i tempi», cosciente di avere «sciupato» la sua figliolanza, di avere perso la sua dignità e la verità di sé; i beni perduti vengono restituiti dal Padre al di là di ogni giustizia in un abbraccio amoroso.

    «Nella parabola del figliol prodigo non è usato neanche una sola volta il termine giustizia, così come nel testo originale non è usato quello di misericordia; tuttavia il rapporto della giustizia con l’amore, che si manifesta come misericordia, viene con grande precisione inscritto nel contenuto della parabola evangelica. Diviene più palese che l’amore si trasforma in misericordia, quando occorre oltrepassare la precisa norma della giustizia: precisa e spesso troppo stretta».

    Giovanni Paolo II non si ferma ad una interpretazione dei testi biblici e a una riflessione teologica, ma presenta i risvolti sociali di questo rapporto fra amore misericordioso e giustizia. In una società in cui l’uomo è pieno di paura e inquietudine per «il male sia fisico che morale», che minaccia direttamente «la libertà umana, la coscienza e la religione», la «giustizia da sola non basta» a costruire la nuova «civiltà dell’amore»; occorre permettere «a quella forza più profonda che è l’amore di plasmare la vita umana nelle sue varie dimensioni».

    Bisognerà aspettare il 1986 per l’enciclica Dominum et vivificantem, una vera e propria esortazione, in vista del Grande Giubileo dell’anno 2000, alla Chiesa occidentale, perché tenga in maggiore considerazione la terza Persona della Trinità, e al mondo, affinché accolga il dono dello Spirito Santo.

    Lo Spirito Santo è un «dono di Cristo» e continua nella storia la Sua opera redentrice: «Tra lo Spirito Santo e Cristo sussiste, dunque, nell’economia della salvezza, un intimo legame, per il quale lo Spirito Santo opera nella storia dell’uomo come un altro consolatore, assicurando in maniera duratura la trasmissione e l’irradiazione della buona novella, rivelata da Gesù di Nazaret».

    La Sua effusione è vista come «nuova comunicazione salvifica di Dio», un «nuovo inizio in rapporto al primo, originario inizio del donarsi salvifico di Dio, che si identifica con lo stesso mistero della creazione».

    Giovanni Paolo II sottolinea qui con forza il bisogno che ha il mondo di accogliere l’opera dello Spirito, che agisce nella Chiesa, per riconoscere il proprio peccato e i «segni e segnali di morte», come la corsa agli armamenti nucleari, l’indifferenza di fronte alla povertà, il mancato rispetto della vita, il terrorismo; per accettare il bisogno di redenzione e costruire una società più giusta.

     

     

    Anche se una mamma dimenticasse il suo bambino, Dio non dimenticherà il suo popolo”: la risposta di Giovanni Paolo I ai problemi sociali della storia

     

    Nel suo breve pontificato, il Santo Padre Giovanni Paolo I, nel messaggio letto per la recita dell’Angelus di domenica 10 settembre 1978, ha voluto spiegare che Dio, nonostante le tribolazioni dei popoli di tutto il mondo, non si dimentica mai di stare vicino all’uomo. Egli non risolve con la bacchetta magica i problemi, ma si premura di essere uomo accanto ad altri uomini, sofferente accanto ai sofferenti, tribolato accanto ai tribolati. «A Camp David, in America - spiegò in quell’occasione Giovanni Paolo I -, i Presidenti Carter e Sadat e il Primo Ministro Begin stanno lavorando per la pace nel Medio Oriente. Di pace hanno fame e sete tutti gli uomini, specialmente i poveri che nei turbamenti e nelle guerre pagano di più e soffrono di più; per questo guardano con interesse e grande speranza al convegno di Camp David. Anche il Papa ha pregato, fatto pregare e prega perché il Signore si degni di aiutare gli sforzi di questi uomini politici. Io sono stato molto ben impressionato dal fatto che i tre Presidenti abbiano voluto pubblicamente esprimere la loro speranza nel Signore con la preghiera. I fratelli di religione del Presidente Sadat sono soliti dire così: “C’è una notte nera, una pietra nera e sulla pietra una piccola formica; ma Dio la vede, non la dimentica”. Il Presidente Carter, che è fervente cristiano, legge nel Vangelo: “Bussate e vi sarà aperto, chiedete e vi sarà dato. Non un capello cadrà dalla vostra testa senza il Padre vostro che è nei cieli”. E il Premier Begin ricorda che il popolo ebreo ha passato un tempo momenti difficili e si è rivolto al Signore lamentandosi dicendo: “Ci hai abbandonati, ci hai dimenticati!”. “ No! - ha risposto per mezzo di Isaia Profeta - può forse una mamma dimenticare il proprio bambino? Ma anche se succedesse, mai Dio dimenticherà il suo popolo”. Anche noi - continuò Giovanni Paolo I - che siamo qui, abbiamo gli stessi sentimenti; noi siamo oggetto da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo che ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. È papà, più ancora è madre. Non vuol farci del male; vuol farci solo del bene, a tutti. I figlioli, se per caso sono malati, hanno un titolo di più per essere amati dalla mamma. E anche noi se per caso siamo malati di cattiveria, fuori di strada, abbiamo un titolo di più per essere amati dal Signore».

    Dio, insomma, (questo ha detto Giovanni Paolo I in uno dei pochi discorsi che ha pronunciato nel corso del suo breve pontificato) non risponde all’uomo con parole vacue o programmi di aiuto impossibili a realizzarsi, ma risponde donando il proprio infinito amore di padre che non dimentica nessuno dei suoi figli.

     

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    00 12/10/2012 3:59 PM

    Umanesimo plenario e rispetto dell’ordine stabilito da Dio: le proposte di Paolo VI e Giovanni XXIII per lo sviluppo dei popoli

     

    Per Papa Paolo VI l’uomo, in ogni tempo, può svilupparsi, può compiersi, può portare frutto soltanto se si apre a Dio. «Senza dubbio - scrisse Papa Paolo VI nell’enciclica Populorum progressio -, l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano». Per Paolo VI, dunque, non vi è umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto, nel riconoscimento d’una vocazione, che offre l’idea vera della vita umana. «Lungi dall'essere la norma ultima dei valori - scrive ancora il Santo Padre -, l'uomo non realizza se stesso che trascendendosi. Secondo l'espressione così giusta di Pascal: “L'uomo supera infinitamente l'uomo”».

    Le disuguaglianze economiche, sociali e culturali troppo grandi tra popolo e popolo provocano tensioni e discordie, e mettono in pericolo la pace. Ma la pace, ammonisce Paolo VI, non si riduce a un'assenza di guerra, frutto dell'equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini. E allora, ecco che per Paolo VI, Cristo riconosciuto e predicato nella vita di tutti i giorni, diviene il vero artefice del compimento dell’uomo. È soltanto Cristo posto al centro della vita che può dare senso alla storia. Egli, viene a soccorrere gli ultimi, i poveri, non togliendo loro la fatica della vita, ma dandone ad essa un senso, un significato.

    Anche Papa Giovanni XXIII, nell’indimenticabile enciclica Pacem in terris, si adoperò per descrivere la possibilità che nel mondo regni la pace, quella vera, e cioè quella di Cristo. Essa, lungi dall’essere una mera assenza di problematiche e difficoltà, nasce innanzitutto all’interno del cuore dell’uomo, chiamato a riconoscere in ogni cosa quell’«ordine stabilito da Dio»: «La convivenza fra gli esseri umani - scrive Papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris - , non può essere ordinata e feconda se in essa non è presente un’autorità che assicuri l’ordine e contribuisca all’attuazione del bene comune in grado sufficiente. Tale autorità, come insegna San Paolo, deriva da Dio: "Non vi è infatti autorità se non da Dio" (Rm 13,1-6). Il testo dell’Apostolo viene commentato nei seguenti termini da San Giovanni Crisostomo: "Che dici? Forse ogni singolo governante è costituito da Dio? No, non dico questo: qui non si tratta infatti di singoli governanti, ma del governare in se stesso. Ora il fatto che esista l’autorità e che vi sia chi comanda e chi obbedisce, non proviene dal caso, ma da una disposizione della Provvidenza divina" (In Epist. ad Rom., c. 13, vv. 1-2, homil XXIII). Iddio, infatti, ha creato gli esseri umani sociali per natura; e poiché non vi può essere "società che si sostenga, se non c’è chi sovrasti gli altri, muovendo ognuno con efficacia ed unità di mezzi verso un fine comune, ne segue che alla convivenza civile è indispensabile l’autorità che regga; la quale, non altrimenti che la società, è da natura, e perciò stesso viene da Dio" (Enc. Immortale Dei di Leone XIII)».

     

     

    Se la retta via è stata smarrita, è necessario far ritorno al Signore sia nella vita pubblica sia in quella privata: l’esortazione di Pio XII contenuta nella Optatissima pax

     

    Papa Pio XII fu il Papa che raccolse il testimone della Chiesa durante il dramma della Seconda Guerra mondiale. Ripetuti i suoi interventi per la pace, per quella pace che si fonda solo ed esclusivamente sulla croce di Cristo, sulla sua signoria mostrata in croce. «La pace desideratissima - scrisse il 18 dicembre del 1947 nella Optatissima Pax -, che deve essere la tranquillità dell’ordine e la tranquilla libertà, dopo le cruente vicende di una lunga guerra ancora oscilla incerta, come tutti notano con tristezza e trepidazione, e tiene come sospesi in un’ansia angosciosa gli animi dei popoli; mentre invece in non poche Nazioni - già devastate dal conflitto mondiale e dalle rovine e dalle miserie che ne sono state la conseguenza dolorosa - le classi sociali vicendevolmente agitate da un acre odio, con innumerevoli tumulti e turbolenze, minacciano, come tutti vedono, di scalzare e sovvertire gli stessi fondamenti degli stati». Che fare, si domanda Pio XII? Come rispondere alle paure che la fine di una guerra tremenda ancora portava con sé? «Ricordino tutti - spiegò il Santo Padre - che quella congerie di mali, che negli anni trascorsi abbiamo dovuto sopportare, si è abbattuta sull'umanità principalmente perché la divina religione di Gesù Cristo, che è fautrice di mutua carità tra i cittadini, i popoli e le genti, non regolava, come sarebbe stato necessario, la vita privata, domestica e pubblica. Se dunque, per questo allontanamento da Cristo, la retta via è stata smarrita, è necessario far ritorno a Lui sia nella vita pubblica sia in quella privata; se l'errore ha ottenebrato le menti, è necessario ritornare a quella verità, che essendo stata divinamente rivelata, indica il cammino che conduce al cielo; se finalmente l'odio ha apportato frutti mortiferi, occorre riaccendere quell'amore cristiano che può da solo sanare tante piaghe mortali, superare tanti paurosi pericoli, addolcire tante angosciose sofferenze».

    Per il Papa, dunque, il male dell’uomo esiste per un suo libero allontanamento da Dio, per un non riconoscimento di Dio quale vero Signore del mondo e della storia. «Egli - continuò Pio XII parlando di Cristo - illumini con la sua luce celeste le menti di quelli che spesso, piuttosto che mossi da ostinata malizia, sono tratti in inganno da errori ammantati dalle piacevoli apparenze della verità; egli reprima e plachi negli animi l'odio, componga le discordie, faccia rivivere e crescere la carità cristiana. A coloro che godono di molti beni, egli insegni una provvida generosità verso i poveri; a coloro poi che tribolano per le loro condizioni povere e disagiate, egli, con il suo esempio e con il suo aiuto, apporti le spirituali consolazioni e li conduca a desiderare soprattutto quei beni celesti, che sono i beni migliori e che non verranno mai meno. Nelle presenti angustie,

    Noi confidiamo molto nelle preghiere dei bambini innocenti, che il divin Redentore in mode particolare accoglie e predilige. Innalzino dunque essi verso di lui, durante le solennità natalizie, le loro candide voci e le loro esili manine, simbolo dell'interiore innocenza, implorando pace, concordia, mutua carità. E oltre alle fervide preghiere uniscano quegli esercizi di pietà cristiana e quelle offerte generose, con le quali la divina giustizia, offesa da tante colpe, possa essere placata, e in pari tempo gli indigenti possano ricevere - nella misura che le disponibilità di ciascuno permette - gli opportuni aiuti.

    Abbiamo piena fiducia, venerabili fratelli, che con solerte impegno e diligenza, di cui abbiamo tante prove, voi farete sì che queste Nostre paterne esortazioni siano attuate e ottengano felici frutti e che tutti, in modo speciale i fanciulli, corrispondano, con volenteroso trasporto, a questi Nostri inviti che voi farete vostri. Confortati da questa soave speranza, sia a voi singolarmente e universalmente venerabili fratelli, sia ai greggi affidati alle vostre cure, impartiamo con effusione d'animo l'apostolica benedizione, quale attestato della Nostra paterna benevolenza e auspicio delle grazie celesti».

     

     

    La Chiesa ha il diritto ed anche il dovere di indirizzare con le proprie opinioni la vita sociale, politica ed economica di un Paese affermò Pio XI

     

    Papa Pio XI, al secolo Achille Ratti, governò la Chiesa dal 1922 al 1939. Sono anni in cui in varie parti del pianeta le dittature di stampo socialista hanno preso piede. Il Pontefice, in molti suoi interventi, risponde a quanto sta accadendo ammonendo le Nazioni e i loro governati a che si lasci entrare Dio nella politica e nella società perché una politica ed una società senza Dio risultano per forza di cose a-morali. Nell’enclica Quadragesimo Anno, del 15 maggio 1931, egli parla di una problematica ancora presente ai giorni nostri e cioè del «diritto» e del «dovere» che la Chiesa ha «di giudicare con suprema autorità» le questioni sociali ed economiche» delle Nazioni. Certo - spiegò Pio XI - «non vuole nè deve la Chiesa senza giusta causa ingerirsi nella direzione delle cose puramente umane. In nessun modo però può rinunziare all’ufficio da Dio assegnatole, d’intervenire con la sua autorità, non nelle cose tecniche, per le quali non ha né i mezzi adatti né la missione di trattare, ma in tutto ciò che ha attinenza con la morale. Infatti in questa materia, il deposito della verità a Noi commesso da Dio e il dovere gravissimo impostoCi di divulgare e di interpretare tutta la legge morale ed anche di esigerne opportunamente ed importunamente l’osservanza, sottopongono ed assoggettano al supremo Nostro giudizio tanto l’ordine sociale, quanto l’economico.  Sebbene l’economia e la disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggino sui principi propri, sarebbe errore affermare che l’ordine economico e l’ordine morale siano così disparati ed estranei l’uno all'altro, che il primo in nessun modo dipenda dal secondo. Certo, le leggi, che si dicono economiche, tratte dalla natura stessa delle cose e dall'indole dell'anima e del corpo umano, stabiliscono quali limiti nel campo economico il potere dell'uomo non possa e quali possa raggiungere, e con quali mezzi; e la stessa ragione, dalla natura delle cose e da quella individuale e sociale dell'uomo, chiaramente deduce quale sia il fine da Dio Creatore proposto a tutto l’ordine economico».

    Per Pio XI, insomma, le verità delle fede cristiana devono entrare a giudicare la vita di una società, perché una morale che non venga riferita a Dio, non è vera morale. «E ove a tal legge da noi fedelmente si obbedisca - spiegò ancora il Pontefice riferendosi alla legge divina che per sua natura è superiore alla legge degli uomini -, avverrà che tutti i fini particolari, tanto individuali quanto sociali, in materia economica perseguiti, si inseriranno convenientemente nell'ordine universale dei fini, e salendo per quelli come per altrettanti gradini, raggiungeremo il fine ultimo di tutte le cose, che è Dio, bene supremo e inesauribile per se stesso e per noi».

     

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    00 12/10/2012 4:00 PM

    Benedetto XV, il Papa della pace in un mondo in guerra

     

    Papa Benedetto XV fu il Pontefice che si dovette misurare con lo scoppio, drammatico, della prima guerra mondiale. Il dramma della guerra - né poteva essere diversamente - è la costante angoscia che assilla Benedetto XV durante l’intiero conflitto. Fin dalla prima Enciclica - Ad beatissimi Apostolorum del 1 novembre 1914 - quale «Padre di tutti gli uomini» egli denuncia che «ogni giorno la terra ridonda di nuovo sangue e si ricopre di morti e feriti». E scongiura Prìncipi e Governanti a considerare lo straziante spettacolo presentato dall’Europa: «il più tetro, forse, e il più luttuoso nella storia dei tempi». Purtroppo, la sua reiterata invocazione alla pace, recuperata dal Vangelo di Luca - «Pace in terra agli uomini di buona volontà» - resta inascoltata. Quali i motivi? Egli stesso ne identifica i principali: la mancanza di mutuo amore fra gli uomini, il disprezzo dell’autorità, l’ingiustizia dei rapporti fra le varie classi sociali, il bene materiale divenuto unico obiettivo dell’attività dell’uomo.

    È a guerra finita, nell’enciclica Pacem Dei munus del 23 maggio 1920, che Benedetto XV chiede espressamente che tutti gli uomini nel nome di Cristo si riconoscano fratelli. Purtroppo, anche se le armi internazionali per lo più tacciono, gli odi di partito e di classe si esprimono con drammatica violenza in Russia, in Germania, in Ungheria, in Irlanda e in altri paesi. La sventurata Polonia rischia di essere travolta dagli eserciti bolscevichi; l’Austria «si dibatte tra gli orrori della miseria e della disperazione» scrive il Pontefice il 24 gennaio 1921, implorando l’intervento dei Governi che si ispirano ai princìpi di umanità e di giustizia; il popolo russo, colpito dalla fame e dalle epidemie, sta vivendo una delle più spaventose catastrofi della storia, al punto che - come annota Benedetto XV in un’Epistola del 5 agosto 1921 - «dal bacino del Volga molti milioni di uomini invocano, dinanzi alla morte più terribile, il soccorso dell’umanità»

    Solo una fede autentica ed illimitata può guidare l’azione del Papa Della Chiesa, chiamato ad operare in uno dei periodi più difficili e drammatici della storia umana. Ebbe pochissime soddisfazioni. Prima di morire constata con legittimo compiacimento che gli Stati accreditati presso la Santa Sede - quattordici al momento della sua elezione - sono saliti a ventisette. Ed apprende altresì che l’11 dicembre 1921 è stata inaugurata in una pubblica piazza di Costantinopoli una statua a lui dedicata, ai piedi della quale è scritto: «Al grande Pontefice della tragedia mondiale - Benedetto XV - Benefattore dei popoli senza distinzione di nazionalità - o di religione - in segno di riconoscenza - l’Oriente».

     

     

    GESÙ SIGNORE DELLA STORIA, PROCLAMATO A TUTTI I POPOLI

     

     

    Nel corso degli ultimi cento anni, tante sono state le occasioni che i Pontefici hanno avuto per proclamare “Gesù, Signore della storia” a tutti i popoli, anche a quelli per storia e tradizione apparentemente più lontani dalla fede cattolica. In tante situazioni, anche di fronti a drammi sconvolgenti l’umanità, sempre le parole dei vari Pontefici non hanno voluto mancare di ricordare che Gesù Cristo, in qualunque situazione, è e rimane Signore di tutti, perché tutto e tutti vuole investire con il suo amore. Ricordiamo qui tre situazioni particolari nelle quali i Pontefici, senza paura, testimoniarono in situazione difficili la regalità del Signore sul mondo, una regalità di verità e di amore.

     

     

    Roma brucia, Pio XII a braccia aperte tra i romani a San Lorenzo. Dentro il conflitto mondiale, l’esempio di grandi santi martiri, tra cui padre Massimiliano Kolbe

     

    Gesù Signore della storia sotto i bombardamenti. La testimonianza più impressionante in questo senso, la diede Papa Pio XII nel corso della Seconda Guerra mondiale. Era il 19 luglio 1943 e al quartiere San Lorenzo, caddero le bombe. Pio XII uscì dal Vaticano subito, prima ancora che venisse dato il segnale del cessato allarme, e si recò tra la gente colpita nel quartiere Tiburtino. I testimoni oculari di questa visita del Pontefice, raccontano di un Pio XII commosso che in mezzo a una folla di povera gente che piangeva e pregava voleva testimoniare come anche nei momenti tristi e bui della storia, Cristo stia accanto all’uomo e soffra insieme a lui. Pio XII stringeva le mani delle persone che gli stavano più vicine e sembrava non riuscisse a staccarsi da loro.

    Il mondo era sconvolto dal secondo conflitto mondiale. Migliaia e migliaia i morti. La ferocia del nazismo che si scagliava contro popolazioni inermi, incolpevoli. Dov’era Dio in tutto questo? Era Dio, in questa situazione, davvero il Signore della storia? Dove? Come? Anche qui, l’esempio del Papa che arriva al Verano dopo i bombardamenti e apre le braccia al cielo e agli uomini, fa comprendere molto. Il Signore non è il padrone del mondo. Egli semmai è colui che dà senso al mondo. Egli è presente nel mondo, dentro le guerre, le miserie, le infamie, le ingiustizie più atroci e si fa compagno di ogni situazione. Pio XII non volle fare altro che questo. Essere vicino, presente, dentro le sofferenza della gente. Cristo Signore del mondo soffre con l’uomo e vince il male perché lo trasforma in bene. In che senso? Nel senso che il male, la sofferenza e la fatica rimangono, ma queste possono essere vissute come offerta al Padre perché dai cieli usi di questa sofferenza offerta per redimere, salvare il mondo.

    Il Signore della storia è dentro le sofferenze nel senso che realmente soffre anche Lui con l’uomo e usa di questa sofferenza per la conversone, la salvezza, di altri uomini. Beninteso, le tragedie della Seconda Guerra mondiale rimangono tali, nessuno può eliminarle, ma dentro queste tragedie vi sono stati uomini che hanno comunque vissuto alla luce di Cristo, loro vero Signore dentro la storia, presenza a cui offrire ogni cosa.

    Ne è esempio lampante il santo martire padre Massimiliano Kolbe il quale, trovatosi in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra mondiale, con lo stupore di tutti i prigionieri e degli stessi nazisti, uscì dalle file dei detenuti e si offrì in sostituzione di uno dei condannati a morte, il giovane sergente polacco Francesco Gajowniezek. In questa maniera inaspettata ed eroica padre Massimiliano scese con i condannati nel sotterraneo della morte, dove, uno dopo l’altro, i prigionieri morirono, consolati, assistiti e benedetti da un santo. Fu la sua morte la sconfitta di Cristo o piuttosto la dimostrazione che Cristo regna laddove vi è morte e disperazione? Il 14 agosto 1941, Padre Kolbe terminò la sua vita con un’iniezione di acido fenico. Il giorno seguente il suo corpo venne bruciato nel forno crematorio e le sue ceneri sparse al vento. Il 10 ottobre 1982, in piazza San Pietro, Giovanni Paolo II dichiarò “Santo” Padre Kolbe, proclamando che “San Massimiliano non morì, ma diede la vita….”. Ecco il segreto della signoria di Cristo: Re è chi dà la vita per gli altri, dentro le incredibili ingiustizie del mondo.

     

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    Credente.
    00 12/10/2012 4:01 PM

    Giovanni Paolo II a Cuba, nella terra di Fidel Castro: «Sono venuto come messaggero della verità e della speranza»

     

    Nel gennaio 1998 Giovanni Paolo II riesce ad arrivare nell’isola di Cuba, governata da Fidel Castro. Lì il Pontefice parlò di Gesù Cristo, vero redentore del cuore dell’uomo ed auspicò che la sua visita potesse aiutare il popolo cubano a restaurare «l’uomo come persona nei suoi valori umani, etici, civici e religiosi» e a renderlo capace «compiere la sua missione nella Chiesa e nella società».

    Nel suo discorso di congedo all’aeroporto di La Habana (25 gennaio 1998) egli spiegò di essere arrivato a Cuba come successore dell’Apostolo Pietro e seguendo il mandato del Signore: «Sono venuto come messaggero della verità e della speranza - disse Giovanni Paolo II -, a confermarvi nella fede e a lasciarvi un messaggio di pace e di riconciliazione in Cristo. Per questo vi incoraggio a continuare a lavorare insieme, animati dai principi morali più alti, affinché il noto dinamismo che contraddistingue questo nobile popolo produca abbondanti frutti di benessere e di prosperità spirituale e materiale a beneficio di tutti». E ancora: «A quanti abitano nelle città e nelle campagne, ai bambini, ai giovani e agli anziani, alle famiglie e a ogni persona, fiducioso che continueranno a conservare e a promuovere i valori più autentici dell’anima cubana che, fedele all’eredità dei propri avi, deve saper mostrare, anche nelle difficoltà, la sua fiducia in Dio, la sua fede cristiana, il suo legame con la Chiesa, il suo amore per la cultura e le patrie tradizioni, la sua vocazione alla giustizia e alla libertà. In tale processo, tutti i cubani sono chiamati a contribuire al bene comune, in un clima di rispetto reciproco e con un profondo senso di solidarietà».

    A Cuba il Santo Padre non ebbe paura di parlare dei «sistemi ideologici ed economici succedutisi negli ultimi secoli», i quali - disse - «hanno spesso enfatizzato lo scontro come metodo, poiché contenevano nei propri programmi i germi dell’opposizione e della disunione. Questo ha condizionato profondamente la concezione dell’uomo e i rapporti con gli altri. Alcuni di questi sistemi hanno preteso anche di ridurre la religione alla sfera meramente individuale, spogliandola di ogni influsso o rilevanza sociale». In tal senso, Giovanni Paolo II ricordò come uno Stato moderno non possa fare dell’ateismo o della religione uno dei propri ordinamenti politici. Lo Stato, lontano da ogni fanatismo o secolarismo estremo, deve per Papa Wojtyla promuovere un clima sociale sereno e una legislazione adeguata, «che permetta ad ogni persona e ad ogni confessione religiosa di vivere liberamente la propria fede, esprimerla negli ambiti della vita pubblica e poter contare su mezzi e spazi sufficienti per offrire alla vita della Nazione le proprie ricchezze spirituali, morali e civiche». «D’altro canto - disse ancora il Santo Padre -, in vari luoghi si sviluppa una forma di neoliberalismo capitalista che subordina la persona umana e condiziona lo sviluppo dei popoli alle forze cieche del mercato, gravando dai propri centri di potere sui popoli meno favoriti con pesi insopportabili. Avviene così che, spesso, vengono imposti alle Nazioni, come condizione per ricevere nuovi aiuti, programmi economici insostenibili. In tal modo si assiste, nel concerto delle Nazioni, all’arricchimento esagerato di pochi al prezzo dell’impoverimento crescente di molti, cosicché i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri».

     

     

    Le due visite di Giovanni Paolo II in Nicaragua: il Vangelo di Cristo annunciato senza stancarsi delle incomprensioni

     

    Nel 1983 Giovanni Paolo II decise di recarsi in Centro America. Qui fece tappa in Nicaragua. Fu uno dei viaggi più drammatici del Pontefice che non ebbe paura di portare la parola di Dio in un Paese governato da un regime sandinista. Durante la celebrazione della Messa, nella piazza 19 de Julio, a Managua, accadde un fatto incredibile. Al Papa, di fatto, venne impedito di parlare. L’impianto dei microfoni, infatti, venne manipolato. Il rito eucaristico profanato. La gente tenuta lontana, cancellata nelle dirette televisive. Il regime sandinista era già qualche anno che aveva avuto il sopravvento nel Paese. Esso sosteneva la nascita di una Iglesia popular, ispirata alla «teologia della liberazione», che propugnava una rilettura del Vangelo in chiave marxista per andare incontro alle ansie di giustizia di milioni di poveri. Il Santo Padre andò in Nicaragua proprio in quella difficile congiuntura politica ed ecclesiale. Il Centro America, inoltre, e in particolar modo il Nicaragua, era un’area ad alto rischio, caldissima, essendo diventato uno dei maggiori scenari del confronto ideologico tra capitalismo e comunismo. E il Nicaragua era appunto l’epicentro dello scontro egemonico fra Stati Uniti e Unione Sovietica.

    E così, nell'attimo stesso in cui il Pontefice arrivò in quel Paese, si mise in moto la Grande Strumentalizzazione. Esisteva un vero e proprio «piano» per ostacolare la visita, e per screditare il Papa agli occhi della popolazione, facendolo apparire come filoamericano e contro invece il sandinismo e suoi eroi. Più tardi, raccontò tutto un ex dirigente di una sezione della Sicurezza, Miguel Bolanos: «Davanti al palco c’erano soltanto 400 “addomesticati”. La grande folla si trovava molto più indietro... Al momento convenuto, il comandante Calderon fece un segnale. E allora la sei “madri di martiri”, insieme con le “turbas” (miliziani addestrati per le azioni di disturbo), recitarono il copione, salirono sul palco...». Il Papa dovette difendersi da solo, urlando «Silenzio! Silenzio!», e replicando agli slogan degli attivisti.

    Ma Giovanni Paolo II non si diede per vinto. Sicuro di dover portare anche in quel Paese il messaggio che solo Cristo salva l’uomo e lo rende definitivamente libero, più di dieci anni dopo tornò in Nicaragua. Era il febbraio del 1996. Il sandinismo non solo era stato sconfitto alle elezioni, ma aveva perduto il favore popolare essendo venuti a galla gli intrallazzi economici di molti dei suoi dirigenti. E il Papa ricordò la precedente visita con poche parole, ma estremamente significative: «Non riuscii ad incontrare realmente la gente». E nell’incontro avuto con i giovani del Paese disse: «Dinanzi a un mondo di apparenze, di ingiustizie e di materialismo che ci circonda, vi esorto tutti, ragazzi e ragazze del Venezuela, a operare, con responsabilità e gioia, una scelta fondamentale per Cristo nella vostra vita: Giovani, aprite le porte del vostro cuore a Cristo! Egli non delude mai. Egli è la Via della pace, la Verità che ci rende liberi e la Vita che ci riempie di gioia». (P.L.R.) (Agenzia Fides 29/4/2006)