S.Agostino: vita, opere, riflessioni su un grande dottore della Chiesa

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AmarDio
00Monday, February 1, 2010 11:58 PM

Questo grande dottore della Chiesa, convertitosi dopo aver conosciuto tutte le variabili della vita, è di una attualità sorprendente e riesce a tutt'oggi a parlare a tutte le età con una grande freschezza.

E anche le opere scritte, hanno sempre attirato, ispirato tanti, CREDENTI e non credenti, diventando fonte di citazione autorevole che arricchisce ogni dialogo.

Comunque un campione della fede e un faro donatoci dal Signore
.

AmarDio
00Saturday, February 27, 2010 8:45 PM
POSSIDIO
VITA DI SANT'AGOSTINO
Prefazione
Precedenti e propositi dell'autore

1. Per ispirazione di Dio creatore e reggitore dell'universo, memore del proposito di servire nella fede, per grazia del Salvatore, la Trinità divina e onnipotente, e già da laico e ora nell'ufficio episcopale desiderando giovare all'edificazione della santa e vera chiesa cattolica di Cristo Signore con tutto ciò che ho ricevuto d'ingegno e di parola, non ho voluto passare sotto silenzio ciò che, della vita e dei costumi di Agostino, predestinato e a suo tempo rivelato ottimo vescovo, in lui vidi e da lui udii.
2. Infatti avevo letto e appreso che anche prima di me questo era stato fatto da pie persone appartenenti alla santa madre chiesa: essi, ispirati dallo spirito divino, con la lingua e lo stile di cui ognuno era fornito fecero sapere sia a voce sia per iscritto, a quanti fossero desiderosi di apprendere tali cose sia con gli orecchi sia con gli occhi, quali e quanti uomini avessero meritato di vivere e di perseverare nel mondo fino alla morte secondo la grazia del Signore che è comune a tutti.
3. Perciò anche io, ultimo di tutti i ministri, con la fede non simulata (1 Tim. 1, 5) con la quale i fedeli debbono servire e riuscire graditi a Dio e a tutti i buoni, ho intrapreso a narrare, secondo che Dio me lo concederà, la nascita, il progresso e la meritoria fine di quel venerabile uomo, esponendo quanto ho appreso e constatato proprio da lui, poiché per molti anni sono stato a suo stretto contatto.
4. E prego la somma maestà di poter perseguire e portare a termine questo compito che ho intrapreso, in maniera da non offendere la verità del padre delle luci (Giac. 1, 17) e da non deludere per qualche parte la carità dei buoni figli della chiesa.
5. Non racconterò tutte quelle notizie che lo stesso beato Agostino ha esposto nei suoi libri delle Confessioni riguardo a se stesso, quale egli sia stato prima di ricevere la grazia e come viva dopo averla ricevuta.
6. Egli agì così, come dice l'Apostolo (2 Cor. 12, 6), perché nessuno avesse di lui stima superiore a quanto sapeva di lui o da lui aveva appreso. Così egli, secondo il suo costume, non veniva meno alla santa umiltà, cercando la gloria non sua ma del suo Signore per la propria liberazione e per i doni che già aveva ricevuto e chiedendo le preghiere dei fratelli per quelli che desiderava ricevere.
7. In verità, come è stato affermato dall'autorità dell'angelo, è bene tener celato il segreto del re, ma è lodevole manifestare e glorificare le opere del Signore (Tob. 12, 7).


Vita e attività di Agostino (cc. 1-18)
Dalla nascita al battesimo

1. 1. Nacque nella provincia d'Africa, nella città di Tagaste, da genitori dell'ordine dei curiali, di onesta condizione e cristiani. Fu da loro allevato ed educato con ogni cura e anche con notevole spesa, e fu inizialmente istruito nelle lettere profane, cioè in tutte quelle discipline, che chiamano liberali.
1. 2. Così insegnò prima grammatica nella sua città e poi retorica a Cartagine, capitale dell'Africa. Successivamente insegnò anche al di là del mare, a Roma e a Milano, dove allora risiedeva la corte dell'imperatore Valentiniano II.
1. 3. In questa città era allora vescovo Ambrogio, uomo eccellente fra i migliori e sommamente gradito a Dio. Questi predicava molto frequentemente la parola di Dio nella chiesa, e Agostino seduto in mezzo alla gente lo stava a sentire con la massima attenzione.
1. 4. In effetti, tempo prima quando era ancora giovane a Cartagine, Agostino era stato sviato dall'errore dei Manichei: perciò assisteva alle prediche di Ambrogio con più attenzione degli altri, per vedere se fosse detta qualcosa a favore o contro quell'eresia.
1. 5. E per clemenza di Dio liberatore, che ispirò il cuore del suo sacerdote, avvenne che certe questioni riguardanti la legge fossero risolte in senso avverso all'errore dei Manichei; così Agostino gradualmente fu istruito, e a poco a poco per benevolenza divina quella eresia fu cacciata dal suo animo. In poco tempo fu confermato nella fede cattolica e in lui nacque l'ardente desiderio di progredire nella religione per ricevere l'acqua della salvezza nei giorni della Pasqua che erano prossimi.
1. 6. Così, grazie all'aiuto divino, per opera di un vescovo di tale levatura quale era Ambrogio, Agostino ricevette la dottrina della chiesa cattolica, apportatrice di salvezza, e i sacramenti divini.


Rinuncia al mondo per donarsi a Dio

2. 1. Subito nel più intimo del cuore abbandonò ogni speranza che aveva riposto nel mondo, senza più ricercare moglie né figli della carne né ricchezza, né onori mondani, ma deliberò di servire Dio insieme con i suoi, studiandosi di essere di quel gregge, cui il Signore si rivolge con queste parole: Non temete, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha voluto dare a voi il regno. Vendete ciò che possedete e fate elemosina: fatevi borse che non invecchiano, un tesoro che non viene meno nei cieli, ecc. (Lc. 12, 32 s.).
2. 2. Quel santo uomo desiderava fare anche quanto dice ancora il Signore: Se vuoi essere perfetto, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, e vieni, seguimi (Mt. 19, 21). Desiderava edificare sul fondamento della fede: non legna fieno e paglia, ma oro argento e pietre preziose (1 Cor. 3, 12).
2. 3. Aveva allora più di 30 anni e gli restava solo la madre: essa stava sempre con lui e gioiva del proposito che egli aveva intrapreso di servire Dio più che se avesse avuto nipoti carnali. Suo padre infatti era morto.
2. 4. Comunicò perciò agli scolari, cui faceva lezione di retorica, che si provvedessero un altro maestro, poiché egli aveva stabilito di servire a Dio.


Vita monastica e prime fiamme di zelo apostolico

3. 1. Ricevuta la grazia, insieme con altri concittadini e amici che ugualmente servivano a Dio, volle tornare in Africa, alla sua casa e ai suoi campi. Tornato, vi rimase circa tre anni; e dopo aver ceduto quei beni, insieme con quelli che gli erano vicini viveva per Dio, con digiuni preghiere buone opere, meditando notte e giorno la legge del Signore.
3. 2. E tutto ciò che Dio faceva comprendere a lui che meditava e pregava, egli faceva conoscere a presenti e assenti con discorsi e libri.
3. 3. In quel tempo uno di coloro che sono chiamati agenti d'affari, che risiedeva ad Ippona, un buon cristiano timorato di Dio, ebbe conoscenza della buona fama di cui Agostino godeva e della sua dottrina, e desiderò ardentemente di poterlo vedere, avanzando la promessa che, se avesse meritato di ascoltare la parola di Dio dalla bocca di quello, avrebbe potuto disprezzare tutte le cupidigie e le lusinghe di questo mondo.
3. 4. Poiché questo fu fedelmente riferito ad Agostino, egli desiderando che un'anima fosse liberata dalle insidie di questo mondo e dalla morte eterna, senza indugiare andò subito in quella città, vide quell'uomo e gli parlò molte volte e lo esortò, per quanto Dio gli concedeva, a mettere in pratica il voto che aveva fatto a Dio.
3. 5. Quello prometteva di farlo di giorno in giorno, ma non lo mise in pratica allora, quando Agostino stava lì. Ma certamente non potette rimanere inutile e senza effetto ciò che la divina provvidenza operava in ogni luogo per mezzo di un tale strumento puro e onorevole, utile al Signore e adatto per ogni opera buona (Rom. 9, 2 1; 2 Tim. 3, 17).


Sacerdote per forza

4. 1. In quel tempo esercitava l'ufficio di vescovo nella comunità cattolica di Ippona il santo Valerio. Mentre egli un giorno parlava al popolo di Dio circa la scelta e l'ordinazione di un prete e l'esortava in proposito, perché così richiedeva la necessità della chiesa, frammisto in mezzo al popolo assisteva Agostino, sicuro e ignaro di ciò che stava per succedere: infatti egli era solito - come ci diceva - non frequentare soltanto le chiese che sapeva prive di vescovo
4. 2. Allora alcune persone, che conoscevano la dottrina di Agostino e i suoi propositi, gettategli le mani addosso, lo tennero fermo e, come suole accadere in casi del genere, lo presentarono al vescovo perché fosse ordinato, mentre tutti unanimi in quel proposito chiedevano che così si facesse. Mentre insistevano con grande entusiasmo e clamore, egli piangeva a calde lacrime: alcuni - come egli stesso ci riferì -interpretarono tali lacrime come manifestazione di superbia e cercavano di consolarlo dicendo che certo egli era degno di maggiore onore, ma che comunque l'esser prete lo avvicinava alla dignità episcopale.
4. 3. Invece l'uomo di Dio - come ci disse - osservava la cosa più a fondo e gemeva prevedendo i molti e grandi pericoli che sarebbero derivati alla sua vita dal governo e dall'amministrazione della chiesa: per tal motivo piangeva. Ma infine la cosa si compì secondo quanto voleva il desiderio del popolo.


Predicatore

5. 1. Fatto prete, subito istituì un monastero accanto alla chiesa e cominciò a vivere con i servi di Dio secondo il modo e la norma stabiliti al tempo degli apostoli. Soprattutto, in quella società nessuno doveva avere alcunché di proprio ma tutto per loro doveva essere in comune, e ad ognuno doveva esser dato secondo le proprie necessità: proprio questo egli aveva già fatto precedentemente, allorché era tornato d'oltre mare a casa sua.
5. 2. Il santo Valerio, che lo aveva ordinato, com'era uomo pio e timorato di Dio, esultava e rendeva grazie a Dio di aver esaudito le sue preghiere. Diceva che molto spesso aveva pregato che per volontà divina gli fosse concesso un uomo che fosse in grado di edificare la chiesa di Dio con la parola di Dio e con retta dottrina: infatti egli si riconosceva poco adatto a questa incombenza, in quanto era greco ed era poco versato nella lingua e nelle lettere latine.
5. 3. Egli affidò al suo prete l'incarico di spiegare in chiesa il Vangelo alla sua presenza e di predicare frequentemente, contro quella che è la consuetudine delle chiese d'Africa: per tal motivo alcuni vescovi lo criticavano.
5. 4. Ma quell'uomo venerabile e previdente, ben sapendo che nelle chiese d'Oriente così si faceva comunemente e provvedendo all'utilità della chiesa, non si curava delle critiche dei detrattori, purché fosse compiuto dal prete ciò ch'egli sapeva non poter esser fatto da lui vescovo.
5. 5. in tal modo la lampada accesa e ardente, posta sul candelabro, dava luce a tutti coloro che stavano nella casa (Gv. 5, 35; Mt. 5, 15). La fama di questo fatto si diffuse rapidamente, e alcuni preti, seguendo il buon esempio e ottenutane facoltà dai loro vescovi, cominciarono a predicare al popolo in presenza del vescovo.


Disputa col manicheo Fortunato

6. 1. In quel tempo ad Ippona la peste dei manichei aveva infettato e contagiato molti sia cittadini sia stranieri, sviati e tratti in errore da un prete della setta, di nome Fortunato, che lì risiedeva ed operava.
6. 2. Allora alcuni cristiani, cittadini di Ippona e stranieri, sia cattolici sia anche donatisti, vanno dal prete Agostino e gli chiedono d'incontrare quel prete manicheo, ch'essi credevano dotto, e di discutere con lui intorno alla legge.
6. 3. Quello, che - com'è scritto - era pronto a rispondere ad ognuno che gli chiedesse spiegazioni intorno alla fede e alla speranza ch'è rivolta a Dio e ch'era in grado di esortare con sana dottrina e di confutare chi contraddiceva (1 Pt. 3, 15; Tit. 1, 9), non si sottrasse; chiese però se anche quello fosse d'accordo.
6. 4. Allora quelle persone riferirono subito ciò a Fortunato, chiedendo ed insistendo che neppure egli rifiutasse. Infatti Fortunato aveva già conosciuto a Cartagine il santo Agostino, quando questo era ancora implicato nel suo stesso errore, e temeva di entrare in discussione con lui.
6. 5. Tuttavia costretto soprattutto dalle insistenze dei suoi e spinto da un senso di vergogna, promise d'incontrare Agostino e di venire a discussione con lui.
6. 6. S'incontrarono nel giorno e nel luogo stabilito, dove si erano radunati molti che erano interessati alla questione e gran folla di curiosi: gli stenografi aprirono le tavolette e cominciò la discussione nel primo giorno per concludersi nel successivo.
6. 7. In essa il dottore manicheo -come riferiscono gli atti - non fu in grado di confutare la posizione cattolica e non riuscì a confortare con argomenti validi la dottrina manichea. Alle ultime battute si ritirò, dichiarando che avrebbe discusso insieme con i suoi superiori gli argomenti che non era riuscito a confutare: se neppure essi ci fossero riusciti, egli avrebbe provveduto alla sua anima. In tal modo tutti coloro che lo ritenevano capace e dotto, giudicarono che egli non aveva avuto alcuna efficacia nel difendere la sua setta.
6. 8. Fortunato, pieno di vergogna, successivamente partì da Ippona e non vi fece più ritorno. Così, grazie a questo uomo di Dio, quell'errore fu cacciato via dagli animi di tutti coloro che o erano stati presenti o assenti erano venuti a conoscenza di quel che si era svolto, mentre veniva confermata e rafforzata la veritiera dottrina cattolica.


Con la parola e gli scritti risolleva le sorti della Chiesa

7. 1. Agostino insegnava e predicava, in privato e in pubblico, in casa e in chiesa, la parola di salvezza (Atti, 13, 26) con piena fiducia contro le eresie che erano fiorenti in Africa, specialmente contro i donatisti, i manichei e i pagani. Faceva ciò sia scrivendo libri sia improvvisando discorsi, circondato da indicibile ammirazione e lode dei cristiani, che tutto ciò non tacevano, ma appena potevano lo divulgavano.
7. 2. Così per dono divino la chiesa cattolica cominciò in Africa a risollevare il capo che per lungo tempo aveva avuto oppresso a terra, sviata e pressata dal vigoreggiare degli eretici, soprattutto perché i partigiani di Donato ribattezzavano grandi folle di Africani.
7. 3. Questi suoi libri e discorsi, che scaturivano e derivavano da mirabile grazia divina ed erano sorretti sia da abbondanza di argomenti razionali sia dall'autorità delle sacre scritture, gli stessi eretici correvano ad ascoltarli insieme con i cattolici, spinti da intenso ardore: chiunque voleva e ne aveva possibilità, si valeva di stenografi che trascrivevano ciò che veniva detto.
7. 4. E ormai di qui si diffondevano e si mettevano in evidenza per tutta l'Africa l'insigne dottrina e il soavissimo odore di Cristo (2 Cor. 2, 15; Ef. 5, 2); venuta a sapere tutto questo, ne godeva anche la chiesa di Dio al di là del mare: infatti, come quando patisce un solo membro, insieme patiscono tutte le membra, così quando un membro viene glorificato, gioiscono insieme tutte le membra (1 Cor. 12, 26).


È ordinato vescovo coadiutore d'Ippona

8. l. Ma il beato Valerio, ormai vecchio, che più degli altri esultava e rendeva grazie a Dio per avergli concesso quello speciale beneficio, considerando quale sia l'animo umano, cominciò a temere che Agostino fosse richiesto come vescovo da qualche altra chiesa rimasta priva di pastore, e così gli fosse tolto. E ciò sarebbe già accaduto, se il vescovo, che era venuto a sapere la cosa, non lo avesse fatto trasferire in un luogo nascosto, sì che quelli che lo cercavano non riuscirono a trovarlo.
8. 2. Il santo vecchio, vieppiù timoroso e ben consapevole di essere ormai molto indebolito per le condizioni del corpo e per l'età, scrisse in modo riservato al primate di Africa, il vescovo di Cartagine: faceva presente la debolezza del corpo e il peso degli anni e chiedeva che Agostino fosse ordinato vescovo della chiesa d'Ippona, sì da essere non tanto suo successore sulla cattedra bensì vescovo insieme con lui. Di risposta ottenne ciò che desiderava e chiedeva insistentemente.
8. 3. Qualche tempo dopo, essendo venuto Megalio, vescovo di Calama e allora primate della Numidia, per visitare dietro sua richiesta la chiesa d'Ippona, Valerio, senza che alcuno se l'aspettasse, presenta la sua intenzione ai vescovi che allora si trovavano lì per caso, a tutto il clero d'Ippona ed a tutto il popolo. Tutti si rallegrarono per quanto avevano udito e a gran voce e col massimo entusiasmo chiesero che la cosa fosse messa subito in atto: invece il prete Agostino rifiutava di ricevere l'episcopato contro il costume della chiesa, mentre era ancora vivo il suo vescovo.
8. 4. Allora tutti si dettero a persuaderlo, dicendo che quel modo di procedere era d'uso comune e richiamando esempi di chiese africane e d'oltremare a lui che di tutto ciò era all'oscuro: infine, pressato e costretto, Agostino acconsentì e ricevette l'ordinazione alla dignità maggiore.
8. 5. Successivamente egli affermò a voce e scrisse che non avrebbe dovuto essere ordinato mentre era vivo il suo vescovo, perché questo era vietato dalla deliberazione di un concilio ecumenico, che egli aveva appreso soltanto dopo essere stato ordinato: perciò non volle che fosse fatto ad altri ciò che si doleva essere stato fatto a lui.
8. 6. Di conseguenza si adoperò perché da concili episcopali fosse deliberato che coloro che ordinavano dovevano far conoscere a coloro che dovevano essere ordinati o anche erano stati ordinati tutte le deliberazioni episcopali: e così fu fatto.


Attività antidonatista

9. l. Diventato vescovo, Agostino predicava la parola di salvezza eterna (Atti, 13, 26) con più insistenza ed entusiasmo e con autorità maggiore, non più soltanto in una regione ma dovunque gli chiedevano di venire, con alacrità e diligenza, mentre la chiesa del Signore si sviluppava e fioriva sempre di più. Egli era sempre pronto a dare spiegazione a chi lo richiedesse sulla fede e sulla speranza in Dio; e le sue parole e gli appunti presi soprattutto i donatisti d'Ippona e dei paesi vicini li riferivano ai loro vescovi.
9. 2. Costoro ascoltavano e talvolta cercavano di replicare qualcosa: ma o venivano confutati proprio dai loro seguaci ovvero le risposte erano riportate ad Agostino. Questi, quando le apprendeva, con pazienza e dolcezza e - com'è scritto (Fil. 2, 12) - con timore e tremore provvedeva alla salvezza di quegli uomini, dimostrando che quei vescovi non erano riusciti a confutare proprio niente e che invece era veritiero e manifesto ciò che crede e insegna la fede della chiesa di Dio. In tal modo egli si adoperava costantemente, giorno e notte.
9. 3. Scrisse anche lettere private ad alcuni vescovi eminenti di quella setta ed a laici, dando spiegazioni e esortando ed ammonendo che o si emendassero da quell'errore ovvero venissero a discussione.
9. 4. Ma quelli, che non avevano fiducia nella loro causa, non vollero neppure rispondere ma presi dall'ira e dal furore dicevano che Agostino era seduttore e ingannatore di anime. Gridavano così in pubblico e in privato e affermavano anche nelle loro prediche che quello doveva essere ucciso come un lupo per la difesa del gregge, e che senza dubbio bisognava credere che Dio avrebbe rimesso tutti i peccati a quelli che fossero riusciti in tale impresa, senza timore di offendere Dio e di doversi vergognare davanti agli uomini. Allora Agostino si dette da fare perché tutti venissero a conoscere che quelli diffidavano della loro stessa causa e che, invitati ad un pubblico dibattito, non avevano avuto il coraggio di presentarsi.


Conquiste e persecuzioni

10. 1. In quasi tutte le loro chiese i donatisti avevano un genere di uomini incredibilmente perversi e violenti, che solevano andare in giro facendo professione di continenza. Si chiamavano circumcellioni e si trovavano in numero molto ingente in quasi tutte le regioni d'Africa.
10. 2. Essi, istruiti da malvagi dottori, con sfrontata audacia e illecita temerarietà non avevano riguardo né per i loro compagni di setta né per gli estranei: contro ogni diritto impedivano alla gente di procedere nelle cause giudiziarie, e se qualcuno non obbediva, gli arrecavano danni gravissimi e violenza. Armati con armi di diverso genere, imperversavano per le campagne e i villaggi e non temevano di arrivare fino allo spargimento di sangue.
10. 3. Così, mentre la parola di Dio era predicata con zelo e si trattava di pace con coloro che avevano odiato la pace, costoro senza ragione facevano violenza a quanti parlavano di queste cose.
10. 4. E poiché la verità si faceva sempre più forte contro la loro dottrina, quanti dei donatisti avevano volontà e possibilità si staccavano in maniera più o meno manifesta dalla loro setta e aderivano alla pace e all'unità della chiesa con quanti dei loro potevano convincere.
10. 5. Perciò i circumcellioni, vedendo diminuire gli aderenti al loro errore e invidiando l'incremento della chiesa, accesi ed esaltati da ira grandissima, cominciarono a fare intollerabili persecuzioni contro quelli che aderivano all'unità della chiesa: aggredivano di notte e di giorno gli stessi vescovi cattolici e i ministri della chiesa e distruggevano ogni cosa.
10. 6. Così ridussero a mal partito molti servi di Dio con le percosse, ad alcuni gettarono negli occhi calce con aceto, altri uccisero. Per tal motivo questi donatisti che erano soliti anche ribattezzare vennero in odio perfino ai loro.


Il monastero d'Ippona fucina di apostoli. Scritti di Agostino

11. l. Progredendo intanto l'insegnamento divino, coloro che nel monastero servivano a Dio sotto la guida del santo Agostino e insieme con lui, cominciarono ad essere ordinati preti della chiesa di Ippona.
11. 2. Così di giorno in giorno s'imponeva e diventava più evidente la verità della predicazione della chiesa cattolica, e così anche il modo di vita dei santi servi di Dio, la loro continenza e assoluta povertà: perciò dal monastero che quel grande uomo aveva fondato e fatto prosperare con gran desiderio (varie comunità) cominciarono a chiedere e ricevere vescovi e chierici, sì che allora prima ebbe inizio e poi si affermò la pace e l'unità della chiesa.
11. 3. In fatti circa dieci uomini santi e venerabili, continenti e dotti, che io stesso ho conosciuto, il beato Agostino, richiesto, dette a diverse chiese, alcune anche molto importanti.
11. 4. D'altra parte costoro, che dal loro santo modo di vita venivano a chiese di Dio diffuse in vari luoghi, si dettero ad istituire monasteri, e poiché cresceva lo zelo per l'edificazione della parola di Dio, preparavano a ricevere il sacerdozio fratelli, che furono messi a capo di altre chiese.
11. 5. Pertanto progrediva per mezzo di molti e in molti la dottrina di fede salutare, di speranza e di carità insegnata nella chiesa, non solo in tutte le parti d'Africa ma anche nelle regioni d'oltremare: infatti con la pubblicazione di libri, tradotti anche in greco, grazie a quel solo uomo, con l'aiuto di Dio, tutto il complesso della dottrina cristiana venne a conoscenza di molti.
11. 6. Allora - com'è scritto - il peccatore a veder questo s'adirava, digrignava i denti e si struggeva (Sal. 111, 10); invece i tuoi servi - secondo quanto sta scritto - erano in pace con quelli che odiavano la pace e quando parlavano erano combattuti da quelli senza motivo (Sal. 119, 7).


Attentati contro Agostino e contro Possidio

12. 1. Alcune volte circumcellioni armati tesero insidie lungo le strade al servo di Dio Agostino, quando egli richiesto andava a visitare, istruire, esortare le comunità cattoliche, il che egli faceva molto di frequente.
12. 2. Una volta avvenne che quei sicari persero l'occasione in questo modo: successe, certo per provvidenza divina e comunque per errore dell'uomo che faceva da guida, che il vescovo insieme con i suoi compagni arrivarono per altra strada al luogo ove erano diretti, e grazie a questo che dopo seppe essere stato un errore sfuggì alle mani degli empi e insieme con tutti gli altri rese grazie a Dio liberatore. E quelli secondo il loro modo di fare non risparmiavano né laici né chierici, come testimoniano i documenti ufficiali.
12. 3. A tal proposito non si deve passare ora sotto silenzio ciò che a gloria di Dio fu fatto contro questi donatisti ribattezzatori grazie all'attività di sì illustre uomo nella chiesa e al suo zelo per la casa di Dio.
12. 4. Uno di coloro che egli dal suo monastero e dal suo clero aveva dato a varie chiese come vescovi, visitava la diocesi della chiesa di Calama affidata alle sue cure e predicava ciò che aveva appreso contro l'eresia donatista in favore della pace della chiesa. In tale occasione, egli durante il cammino cadde nell'insidia dei circumcellioni che lo assalirono insieme con i suoi compagni e, derubatili degli animali e delle loro cose, lo coprirono di ingiurie e di gravissime percosse.
12. 5. Perché il progresso della pace nella chiesa non fosse ostacolato da avvenimenti di tal fatta, il difensore della chiesa, che aveva la legge dalla sua, non passò il fatto sotto silenzio. Allora Crispino, ch'era il vescovo donatista nella città e nella regione di Calama, uomo conosciuto e dotto e di età avanzata, fu condannato a pagare una multa stabilita dalle leggi contro gli eretici.
12. 6. Ma quello presentò opposizione e al cospetto del proconsole disse di non essere eretico: allora, poiché il difensore della chiesa si era ritirato , si presentò la necessità per il vescovo cattolico di fare opposizione e dimostrare che quello era proprio ciò che aveva negato di essere. Se infatti quello fosse riuscito a nasconderlo, addirittura avrebbero potuto credere eretico il vescovo cattolico, poiché quello negava di essere ciò che era, e così da questa trascuratezza sarebbe potuto derivare ai deboli motivo di scandalo.
12. 7. Allora, grazie alle insistenze pressanti del vescovo Agostino di beata memoria, i due vescovi di Calama ebbero una pubblica discussione e per tre volte parlarono l'un contro l'altro sulle divergenze della loro fede, mentre grande era l'attesa dell'esito da parte di tutte le comunità cristiane a Cartagine e nell'intera Africa: per sentenza scritta del proconsole Crispino fu dichiarato eretico.
12. 8. Il vescovo cattolico intercesse per lui perché non pagasse la multa, e la sua richiesta fu esaudita. Ma poiché quell'ingrato si era appellato all'imperatore, questi dette alla richiesta la dovuta risposta: di conseguenza fu ordinato che in nessun luogo dovevano esserci eretici donatisti e contro di essi dovevano aver vigore tutte le leggi che erano state emanate contro gli eretici.
12. 9. Perciò il giudice, il tribunale e Crispino stesso furono condannati a pagare al fisco dieci libbre d'oro ciascuno, poiché non si era preteso il pagamento della multa. Ma subito allora i vescovi cattolici, e soprattutto Agostino di beata memoria, si dettero da fare perché quella condanna fosse rimessa dalla generosità del principe, e con l'aiuto del Signore ci riuscirono. Di questa sollecitudine e di questo santo zelo la chiesa si giovò molto.


Frutti di unità e di pace

13. l. Per tutto ciò che Agostino operò in difesa della pace della chiesa il Signore qui gli concesse la palma e presso di sé gli riservò la corona di giustizia (2 Tim. 4, 8). Così, con l'aiuto di Cristo, di giorno in giorno sempre di più aumentava e si diffondeva l'unità della pace e la fratellanza della chiesa di Dio.
13. 2. Questo si verificò soprattutto dopo la conferenza che tutti i vescovi cattolici tennero a Cartagine insieme con i vescovi donatisti, per ordine del gloriosissimo e religiosissimo imperatore Onorio, che per tale incombenza aveva mandato come giudice in Africa dalla sua corte il tribuno e notaio Marcellino.
13. 3. In questo dibattito i donatisti, completamente confutati e convinti di errore dai cattolici, furono condannati dalla sentenza del giudice; e dopo il loro appello la risposta del piissimo imperatore condannò quegli iniqui come eretici.
13. 4. Per questo motivo vescovi donatisti col loro clero e col loro popolo entrarono più del solito in comunione con i cattolici, e aderendo alla pace cattolica sopportarono molte persecuzioni da parte dei loro, fino all'amputazione delle membra e all'uccisione.
13. 5. E tutto quel bene, come ho già detto, ebbe inizio e si realizzò per opera di quel santo uomo, con cui erano d'accordo e cooperavano gli altri nostri vescovi.


Recriminazioni dei donatisti e vittoria sul loro vescovo Emerito

14. 1. D'altra parte, anche dopo la conferenza che fu tenuta con i donatisti, non mancarono alcuni di costoro i quali affermarono che ai loro vescovi non era stato permesso di esprimersi con completezza in difesa della loro parte presso l'autorità che aveva presieduto la causa, perché il giudice in quanto cattolico favoriva la sua parte.
14. 2. Ma essi, dopo la sconfitta, avanzavano questo argomento come un pretesto, poiché gli eretici anche prima della controversia sapevano che il giudice era cattolico, e quando erano stati invitati da lui con atto pubblico a presentarsi alla discussione, invece di accettare, avrebbero potuto rifiutare l'incontro, poiché ritenevano quello non imparziale.
14. 3. Tuttavia la provvidenza di Dio onnipotente fece sì che tempo dopo Agostino di beata memoria si trovasse a Cesarea, città della Mauretania, dove lo aveva fatto andare, insieme con altri vescovi, una lettera della sede apostolica, per provvedere ad alcune necessità della chiesa.
14. 4. In tale circostanza Agostino ebbe occasione di vedere Emerito, il vescovo donatista di quel luogo che nella conferenza era stato importante difensore della sua setta, e con lui discusse pubblicamente sempre sullo stesso argomento, in chiesa alla presenza di appartenenti alle due comunità. Poiché (i donatisti) sostenevano che Emerito nella conferenza non aveva potuto dire tutto, Agostino richiamandosi agli atti ufficiali, lo invitò a non aver esitazione a parlare in quella occasione, in cui non c'era divieto da parte della pubblica autorità, e a non rifiutare di difendere con coraggio la sua parte proprio nella sua città, alla presenza di tutti i suoi concittadini.
14. 5. Ma né questa esortazione né la pressante insistenza dei parenti e dei concittadini lo convinsero ad accettare: eppure quelli gli promettevano di ritornare nella sua comunione, anche a rischio dei loro beni e della loro salute temporale, purché egli riuscisse ad aver la meglio sulla posizione cattolica.
14. 6. Ma quello non volle né fu capace di dir di più di quanto è contenuto in quegli atti, se non solo questo: « Ormai gli atti contengono ciò che i vescovi hanno fatto a Cartagine, se abbiamo vinto ovvero siamo stati vinti ».
14. 7. E un'altra volta, poiché il notaio lo spingeva a rispondere, disse: « Fa' tu »; e poiché taceva e così fu a tutti evidente la sua sfiducia, da tutto ciò la chiesa di Dio risultò aumentata e rafforzata.
14. 8. Chi poi vorrà conoscere più a fondo la sollecitudine e l'operosità di Agostino di beata memoria in difesa della condizione della chiesa di Dio, potrà esaminare il resoconto di quei fatti: troverà qui quali argomenti Agostino abbia proposto, e con quali abbia invitato e spinto il suo avversario, dotto eloquente e rinomato, a dire ciò che volesse in difesa della sua parte, e riconoscerà come quello sia stato vinto.

AmarDio
00Saturday, February 27, 2010 8:46 PM
Attività antimanichea. Perde il filo del discorso e guadagna un'anima

15. 1. Ricordo ancora, non solo io ma anche altri fratelli che allora vivevano con noi nella chiesa d'Ippona insieme con quel santo uomo, che una volta mentre eravamo insieme a tavola, egli disse:
15. 2. « Vi siete accorti come oggi in chiesa la mia predica, dall'inizio alla fine, si sia svolta contro quella ch'è la mia abitudine, perché non ho spiegato completamente il tema che avevo proposto, ma l'ho lasciato in sospeso? ».
15. 3. Gli rispondemmo: « Infatti ricordiamo di esserci meravigliati in quel momento ». E lui: « Credo - disse - che proprio per mezzo della mia dimenticanza e del mio errore il Signore abbia voluto ammaestrare e risanare qualcuno del popolo che è nell'errore, poiché nelle sue mani siamo noi e le nostre parole.
15. 4. Infatti, mentre trattavo alcuni punti della questione che avevo proposta, con una digressione mi sono inoltrato in un altro argomento, e così, senza spiegare fino in fondo quella questione, preferii terminare la predica polemizzando contro l'errore dei manichei, piuttosto che continuando a trattare l'argomento che avevo iniziato ».
15. 5. Uno o due giorni - se non sbaglio - dopo questi fatti si presenta un commerciante di nome Fermo e alla nostra presenza si getta gemendo ai piedi di Agostino che stava nel monastero: fra le lacrime scongiurò il vescovo di pregare insieme con i santi il Signore per i suoi peccati, confessando di aver seguito la setta dei manichei e di essere vissuto in quella per molti anni. Per di più aveva versato inutilmente forti somme di danaro ai manichei, soprattutto a quelli che essi definiscono gli eletti. Ma trovandosi poco prima in chiesa, per misericordia divina, era stato richiamato sulla retta via dalla predica di Agostino ed era diventato cattolico.
15. 6. Allora il venerabile Agostino in persona e noi che eravamo lì presenti gli chiedemmo di indicarci con precisione quale punto soprattutto di quella predica avesse fatto effetto su di lui; e mentre egli riferiva e tutti noi richiamavamo alla mente la trama del discorso, ammirammo con stupore il misterioso disegno di Dio per la salvezza delle anime, glorificammo il suo santo nome e benedicemmo colui che opera la salvezza delle anime quando vuole, donde vuole e come vuole, per mezzo di strumenti consapevoli e inconsapevoli.
15. 7. Da quel momento quell'uomo abbracciò la norma di vita dei servi di Dio e lasciò il commercio. Poiché si segnalava per i suoi progressi fra i membri della chiesa, mentre era in un'altra regione, per volere di Dio richiesto e pressato diventò prete, conservando e custodendo la sua santa norma di vita. E forse egli, che si è stabilito in un paese oltre mare, è ancora vivo.


Smaschera i Manichei e li converte

16. 1. A Cartagine poi alcuni manichei, di quelli che chiamano eletti ed elette, furono sorpresi da Orso, procuratore della casa imperiale, ch'era di fede cattolica, e tradotti in chiesa da lui stesso, furono interrogati dai vescovi alla presenza degli stenografi.
16. 2. Fra i vescovi c'era anche Agostino di beata memoria, che più degli altri conosceva quella nefanda setta: perciò gli riuscì di mettere in luce i loro riprovevoli errori con citazioni tratte dai libri che i manichei hanno in uso, e così li indusse a confessare le loro bestemmie. Quegli atti ufficiali misero altresì in luce, per confessione di quelle donne, cosiddette elette, le pratiche indegne e turpi che essi secondo il loro perverso costume erano soliti commettere.
16. 3. Così lo zelo dei pastori procurò incremento al gregge del Signore e lo difese in maniera adeguata contro i ladri e i predoni.
16. 4. Agostino ebbe anche una pubblica disputa nella chiesa d'Ippona con un certo Felice, del numero di quelli che i manichei chiamano eletti, alla presenza del popolo e degli stenografi che trascrivevano ciò che veniva detto. Dopo il secondo o il terzo dibattito quel manicheo, vedendo confutati la vanità e l'errore della sua setta, si convertì alla nostra fede e passò alla nostra chiesa, come risulta anche dalla lettura degli atti.


Contraddittorio col vescovo ariano Massimino

17. l. Provocato da un certo Pascenzio e poiché lo richiedevano persone di alta condizione, Agostino ebbe a Cartagine una pubblica discussione con costui. Era questi un conte della casa imperiale, di fede ariana, esattore molto severo del fisco, che si valeva del suo potere per contrastare duramente e sistematicamente la fede cattolica, e con le sue spiritosaggini e la sua autorità tormentava e maltrattava molti sacerdoti di Dio un po' sempliciotti nella loro fede.
17. 2. Ma l'eretico rifiutò in modo assoluto che si portassero le tavolette e lo stilo, che il nostro maestro richiese con grande insistenza prima e durante il dibattito. Quello negava, sostenendo che per timore delle leggi dello stato non voleva mettersi a rischio con questa trascrizione: tuttavia Agostino vedendo insieme con altri vescovi che erano presenti che quel modo di fare era accetto a coloro che assistevano, cioè che si disputasse in modo privato senza che alcunché fosse messo per iscritto, accettò il dibattito. Predisse comunque ciò che poi si verificò: che, terminata la riunione, ciascuno, in assenza di documentazione scritta, sarebbe stato libero di sostenere di aver detto ciò che non aveva detto e di non aver detto ciò che aveva detto.
17. 3. Discusse con Pascenzio: sostenne la sua dottrina, ascoltò ciò che sosteneva l'avversario, con valido ragionamento e con l'autorità delle scritture insegnò e dimostrò i fondamenti della nostra fede, dimostrò poi che le proposizioni di Pascenzio non erano suffragate da alcuna evidenza né dall'autorità della sacra scrittura e le confutò.
17. 4. Ma quando le due parti si divisero, quello ancor più adirato e furente andava diffondendo molte menzogne per sostenere la sua fede erronea, vantandosi che Agostino, da tanti esaltato, era stato sconfitto da lui.
17. 5. Poiché queste vanterie erano ormai divulgate, Agostino fu costretto a scrivere a Pascenzio, pur senza fare i nomi di quelli che avevano disputato per riguardo al timore che aveva Pascenzio, e nelle lettere espose fedelmente ciò che le due parti avevano detto e fatto: se quello avesse negato, egli a comprovare i fatti aveva molti testimoni, cioè quelle persone di alta condizione che erano state lì presenti.
17. 6. Alle due lettere che gli erano state indirizzate, a stento quello ne inviò una sola di risposta, nella quale era solo capace di insultare piuttosto che dare dimostrazione della sua dottrina. Tutto ciò può esser provato a chi vuole e sa leggere.
17. 7. Ancora con un vescovo ariano, di nome Massimino, che era venuto in Africa con i Goti, Agostino ebbe una pubblica discussione ad Ippona, per desiderio e richiesta di molti, alla presenza di persone importanti: ciò che le due parti esposero, sta scritto.
17. 8. Se gl'interessati vorranno leggere con attenzione, senza dubbio esamineranno sia ciò che afferma l'astuta e irragionevole eresia per sviare ed ingannare, sia ciò che professa e insegna la chiesa cattolica sulla divina Trinità.
17. 9. Ma quell'eretico, tornato da Ippona a Cartagine, in forza della grande loquacità di cui aveva dato prova nel dibattito, si vantava falsamente di essere uscito di qui vincitore. E poiché tutto ciò non poteva essere esaminato e valutato facilmente da persone non versate nelle sacre scritture, più tardi Agostino ricapitolò per iscritto tutto quel dibattito, presentando una per una le obiezioni e le risposte. Fu così messo in chiaro che quello non aveva saputo rispondere alle obiezioni di Agostino, e furono fatte pure alcune aggiunte, poiché nel ristretto tempo del dibattito Agostino non aveva potuto dire e far trascrivere tutto. infatti quell'uomo perfido aveva fatto in modo che il suo ultimo intervento, protratto molto in lungo, occupasse tutto lo spazio di tempo che rimaneva.


Attività antipelagiana. Frutti delle sue fatiche. Gli scritti

18. 1. Anche contro i pelagiani, nuovi eretici del nostro tempo, abili polemisti che con arte sottile e nociva scrivevano e parlavano ovunque potevano, in pubblico e nelle case private, Agostino ebbe a che fare per circa 10 anni: a tal riguardo scrisse e pubblicò molti libri e molto spesso predicò in chiesa al popolo su questo errore.
18. 2. Poiché questi perversi con grande attività cercavano di attirare alla loro perfidia anche la sede apostolica, in maniera pressante anche concili di vescovi africani si adoperarono perché i papi della città santa, prima il venerabile Innocenzo e dopo il beato Zosimo suo successore, si convincessero quanto quella dottrina dovesse essere respinta e condannata dalla fede cattolica.
18. 3. Quei vescovi di sede tanto importante in tempi diversi condannarono i pelagiani e li separarono dalle membra della chiesa, e con lettere inviate alle chiese d'Africa, d'Oriente e d'Occidente, stabilirono che quelli dovevano essere condannati ed evitati da tutti i cattolici.
18. 4. Anche il piissimo imperatore Onorio, informato di questo giudizio emanato contro i pelagiani dalla chiesa cattolica di Dio, si uniformò ad esso e con alcune sue leggi li condannò e decretò che quelli dovevano essere considerati eretici.
18. 5. Per cui alcuni di loro, che si erano allontanati dal grembo di santa madre chiesa, vi sono ritornati e altri ancora vi ritornano, mentre si fa strada e prevale sempre di più contro quel detestabile errore la verità della retta fede.
18. 6. Quell'uomo memorabile era un importante membro del corpo del Signore, sempre sollecito e vigile per tutto ciò che riuscisse utile alla chiesa universale.
18. 7. Per volontà divina gli fu concesso di godere già in questa vita il frutto delle sue fatiche, innanzitutto nella regione della chiesa d'Ippona, cui specificamente egli era a capo, e anche nelle altre parti d'Africa: infatti vedeva che sia per opera sua sia di quelli che egli stesso aveva dato come vescovi la chiesa del Signore si era amplificata e incrementata, e godeva che manichei donatisti pelagiani e pagani in gran parte erano venuti meno e si erano uniti alla chiesa di Dio.
18. 8. Favoriva gli studi e i progressi di tutti i buoni e se ne rallegrava, e piamente e santamente tollerava certe mancanze di disciplina dei fratelli, mentre s'addolorava della malvagità dei cattivi, sia di quelli nella chiesa sia fuori della chiesa; gioiva sempre, come ho detto, di ciò che recava giovamento alle cose del Signore e s'addolorava per ciò che recava loro danno.
18. 9. Molti libri furono da lui composti e pubblicati, molte prediche furono tenute in chiesa, trascritte e corrette, sia per confutare i diversi eretici sia per interpretare le sacre scritture ad edificazione dei santi figli della chiesa. Queste opere furono tante che a stento uno studioso ha la possibilità di leggerle e imparare a conoscerle.
18. 10. D'altra parte, per non defraudare di nulla chi ha brama di parole di verità, ho stabilito con l'aiuto di Dio di allegare alla fine di questo libro anche l'indice di quei libri, prediche e lettere. Una volta che lo avrà letto, chi ama più la verità di Dio che le ricchezze temporali potrà scegliersi l'opera che vorrà da leggere e conoscere e potrà chiederne copia anche alla biblioteca d'Ippona, dove troverà esemplari più corretti, ovvero cercherà dove potrà. Così trascriverà e conserverà le opere che avrà trovato e senza gelosia le darà da trascrivere anche a chi glielo chiederà.


Agostino nella vita di ogni giorno (cc. 19-27)
Agostino giudice

19. 1. Agostino seguiva anche il consiglio dell'Apostolo che dice: Chi di voi ha una lite con un altro, oserà appellarsi al giudizio degl'infedeli e non dei santi? Ignorate forse che i santi giudicheranno il mondo? E se voi giudicherete il mondo, non siete capaci di giudicare cose dappoco? Non sapete che giudicheremo gli angeli? Ma allora non giudicheremo tanto più le cose del mondo? Perciò, se giudicherete fra di voi cose del mondo, mettete a presiedere coloro che nella chiesa contano di meno. Vi parlo così per vostra vergogna. Non c'è fra di voi qualche persona saggia, che possa giudicare fra i suoi fratelli? E invece il fratello viene a giudizio col fratello, e questo davanti agli infedeli? (1 Cor. 6, 1 ss.).
19. 2. Richiesto perciò da cristiani e da persone di ogni religione, ascoltava le cause con religiosa attenzione: aveva sempre presente l'affermazione di uno che diceva che preferiva giudicare fra persone sconosciute piuttosto che fra amici: infatti mediante un equo giudizio di uno sconosciuto si poteva fare un amico, mentre invece avrebbe perso l'amico, cui avesse dovuto dar torto nel giudizio.
19. 3. Con continuità ascoltava le cause e giudicava, talvolta fino all'ora di colazione, altre volte per l'intera giornata rimanendo a digiuno; e in quest'attività considerava il valore delle anime cristiane, quanto ciascuno progredisse nella fede e nei buoni costumi, ovvero regredisse.
19. 4. Sapeva cogliere il momento opportuno per spiegare alle parti la verità della legge divina e l'inculcava in loro, insegnando e rammentando il modo di conseguire la vita eterna. Da coloro per i quali attendeva a quest'attività non richiedeva altro se non l'obbedienza e la devozione cristiana, che è dovuta a Dio e agli uomini, e riprendeva i peccatori alla presenza di tutti, perché gli altri ne avessero timore.
19. 5. Svolgeva tale attività quasi come sentinella stabilita dal Signore alla casa d'Israele (Ez. 3, 17; 33, 7), predicando la parola e insistendo a tempo debito e non debito, riprendendo esortando rimproverando con ogni pazienza e dottrina (2 Tim. 4, 2), dedicandosi soprattutto ad istruire quelli che erano adatti ad insegnare anche agli altri.
19. 6. Richiesto anche da alcuni di occuparsi di loro questioni temporali, mandava lettere a varie persone. Ma riteneva un peso questa occupazione che lo distoglieva da attività più importanti: infatti gli era gradito discutere sempre delle cose di Dio, sia in pubblico sia in discussione fraterna e familiare.


Sollecitudine e discrezione nei rapporti con le autorità

20. 1. Sappiamo anche che egli, pur richiesto da persone a lui molto care, non scrisse lettere di raccomandazione alle autorità civili: a tal proposito soleva dire che si doveva osservare la massima di un sapiente, del quale è scritto che, in considerazione del suo buon nome, non aveva concesso molto agli amici; e di suo poi aggiungeva che per lo più il potente che concede qualcosa preme per il contraccambio.
20. 2. Quando poi, pregato, vedeva che era necessario intercedere, lo faceva così dignitosamente e discretamente che non soltanto non risultava fastidioso o molesto, ma addirittura era oggetto d'ammirazione. Così una volta, presentatasi la necessità, egli scrisse a suo modo ad un vicario d'Africa, di nome Macedonio, per raccomandare un postulante; e il vicario, dopo aver esaudito la richiesta, gli rispose così:
20. 3. « Ammiro moltissimo la tua sapienza sia nei libri che hai pubblicato sia in questa lettera che non hai ritenuto gravoso inviarmi per intercedere a favore di chi si trovava in strettezze.
20. 4. Infatti quelli contengono tanto acume, scienza e santità che nulla vi è di superiore ad essi; la lettera poi è scritta con tanta discrezione che, se non accordassi ciò che chiedi, dovrei ritenere che la colpa è mia e non dipende dalla difficoltà della questione, signore meritatamente venerabile e padre degnissimo.
20. 5. Infatti tu non insisti, come fanno quasi tutti quelli di qui, per ottenere ad ogni costo ciò che chiede l'interessato; ma ciò che ti sembra opportuno chiedere ad un giudice stretto da tante preoccupazioni, questo tu chiedi con quella delicatezza che fra i buoni è la più efficace per ottenere cose difficili. Perciò ho accordato ciò che chiedevano le persone che hai raccomandato: del resto già prima avevo dato loro motivo di sperare ».


Concili e ordinazioni

21. l. Quando poteva, prendeva parte ai concili episcopali celebrati nelle diverse province`, ricercando in essi non il suo interesse ma quello di Gesù Cristo (Fil. 2, 21), perché la fede della santa chiesa non riportasse danno e perché alcuni vescovi e chierici, scomunicati a ragione o a torto, fossero assolti oppure rimossi.
21. 2. Nelle ordinazioni dei vescovi e dei chierici riteneva che si dovessero seguire il consenso della maggior parte dei fedeli e la consuetudine della chiesa.


Semplicità di vita e libertà di spirito. Carità sopra tutto

22. 1. Le sue vesti, i calzari, la biancheria da letto erano di qualità media e conveniente, né troppo di lusso né di tipo troppo scadente: infatti a tal proposito gli uomini son soliti o far troppa esibizione oppure vestirsi troppo poveramente, ricercando in ambedue i casi il proprio vanto, non l'utile di Gesù Cristo (Fil. 2, 21).
22. 2. Invece Agostino, come ho detto, teneva una via di mezzo, non eccedendo né da una parte né dall'altra (Num. 20, 17). Usava di una mensa frugale e parca, che però fra la verdura e i legumi aveva qualche volta anche la carne, per riguardo agli ospiti o a qualcuno che non stava bene, e aveva sempre il vino: infatti Agostino conosceva e ripeteva le parole dell'Apostolo: Ogni creatura di Dio è buona e niente bisogna rifiutare di quel che si accetta con rendimento di grazie: infatti questo viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera (1 Tim. 4, 4 s.).
22. 3. E lo stesso beato Agostino dice nelle Confessioni: « Non temo l'immondezza del cibo, ma l'immondezza della cupidigia. So che a Noè fu permesso di mangiare ogni genere di carne che potesse servire da cibo (Gen. 9, 2 ss.), che Elia fu rifocillato con la carne (1 Re, 17, 6), che Giovanni, la cui astinenza era oggetto di meraviglia, non fu contaminato dagli animali che gli servivano da cibo, cioè le cavallette (Mt. 3, 4). So invece che Esaù fu sedotto dal desiderio di lenticchie (Gen. 25, 29 ss.), che Davide si rimproverò per il desiderio dell'acqua (2 Sam. 23, 15 ss.), e che il nostro re fu tentato non con la carne ma col pane (Mt. 4, 3). E anche il popolo nel deserto meritò di essere rimproverato non perché aveva desiderato carne ma perché per desiderio di carne aveva mormorato contro il Signore (Num. 11, 1 ss.) » (Conf., X, 46).
22. 4. Quanto al bere vino, l'Apostolo scrive così a Timoteo: Non bere soltanto acqua, ma fa' uso anche di un po' di vino per il tuo stomaco e le tue frequenti malattie (1 Tim. 5, 24).
22. 5. Usava d'argento soltanto i cucchiai, ma il vasellame per portare i cibi a tavola erano o di terracotta o di legno o di marmo, e ciò non per povertà ma di proposito.
22. 6. Fu sempre molto ospitale. E durante il pranzo aveva più cara la lettura o la discussione che non il mangiare e il bere. Contro quella pessima abitudine degli uomini teneva qui questa iscrizione:

Chi ama calunniare gli assenti,
sappia di non esser degno di questa mensa.

Ammoniva così ogni invitato ad astenersi da chiacchiere superflue e dannose.
22. 7. Una volta che alcuni vescovi che gli erano molto amici si erano dimenticati della scritta e parlavano in maniera contraria ad essa, Agostino indignato li riprese aspramente, dicendo che o quei versi dovevano essere cancellati dalla mensa o che egli si sarebbe alzato in mezzo al pranzo e se ne sarebbe andato in camera sua. Possiamo testimoniare questo episodio io ed altri che prendevamo parte a quel pranzo.


Carità e disinteresse

23. l. Si ricordava sempre dei compagni di povertà e dava loro attingendo a quel che serviva per sé e per coloro che abitavano insieme con lui, cioè dalle rendite dei beni della chiesa e anche dalle offerte dei fedeli.
23. 2. Per evitare che questi beni - come di solito avviene - fossero fonte di odiosità nei confronti dei chierici, egli soleva dire al popolo di Dio che avrebbe preferito vivere delle loro offerte piuttosto che sobbarcarsi la cura e l'amministrazione di quei beni: perciò egli era pronto a cederli ai fedeli, sì che tutti i servi e i ministri di Dio vivessero così come nel Vecchio Testamento si legge che chi serviva all'altare, aveva parte del medesimo (Deut. 18, 1 ss.; 1 Cor. 9, 13). Ma i laici non vollero mai accettare quella proposta.


Amministrazione dei beni della Chiesa

24. 1. Delegava e affidava a turno ai chierici più abili l'amministrazione e tutti i beni della casa annessa alla chiesa, senza tenere per sé né chiave né anello, e quelli che erano stati preposti alla casa segnavano tutte le entrate e le uscite. Il rendiconto gli veniva letto alla fine di ogni anno, perché egli sapesse quanto si era ricevuto e quanto si era distribuito o rimanesse da distribuire. Ma in molti affari dava fiducia all'amministratore piuttosto che verificare i conti precisi e documentati.
24. 2. Non volle mai comprare casa, campo o villa, ma se qualcuno spontaneamente donava qualcosa di tale alla chiesa o lo affidava a titolo di deposito, non rifiutava ma diceva di accettare.
24. 3. Sappiamo però che rifiutò alcune eredità, non perché sarebbero state inutili ai poveri ma perché riteneva giusto ed equo che esse venissero in possesso dei figli o dei parenti o dei genitori dei defunti, ai quali quelli morendo non le avevano voluto lasciare.
24. 4. Un tale fra i cittadini d'Ippona di alta condizione, che viveva a Cartagine, volle donare una proprietà alla chiesa d'Ippona, e fatto il documento, mentre tratteneva per sé l'usufrutto, lo mandò senz'altro ad Agostino di beata memoria. Egli accettò volentieri l'offerta, rallegrandosi con quello perché provvedeva alla sua salvezza eterna.
24. 5. Ma dopo alcuni anni, mentre io mi trovavo Per caso presso di lui, ecco che il donatore manda per mezzo di suo figlio una lettera con la quale pregava di restituire a suo figlio il documento di donazione, mentre diceva di distribuire ai poveri 100 soldi.
24. 6. Quando il santo venne a conoscenza della lettera, si addolorò che l'uomo o aveva simulato la donazione ovvero si era pentito della buona opera, e tutto quanto poté e Dio suggerì al suo cuore, addolorato per questa resipiscenza, disse a rimprovero e correzione di quello.
24. 7. Subito restituì il documento che quello aveva mandato spontaneamente e che non era stato né desiderato né richiesto, rifiutò la somma di danaro e con la lettera di risposta riprese e rimproverò come si doveva quell'uomo, ammonendolo a dare umilmente soddisfazione a Dio per quella ch'era simulazione o iniquità, per non uscir di vita con un peccato così grave.
24. 8. Spesso diceva anche ch'è più sicuro per la chiesa ricevere legati di defunti piuttosto che eredità che potevano riuscire fonti di preoccupazioni e danni, e che i legati dovevano essere piuttosto offerti che non richiesti.
24. 9. Egli non accettava alcun deposito, ma non lo proibiva ai chierici che volessero accettarli.
24. 10. Non si applicava con zelo e passione ai beni che la chiesa aveva in proprietà o in possesso, ma era maggiormente interessato e dedito alle realtà più importanti dello spirito, anche se talvolta si distoglieva dalla meditazione delle cose eterne per dedicarsi a quelle temporali.
24. 11. Ma dopo averle disposte ed ordinate, lasciatele da parte come cose noiose e moleste, riportava l'animo alle realtà interiori e superiori, sia che meditasse nell'indagine delle realtà divine sia che dettasse qualcosa che avesse già trovato in argomento sia che correggesse ciò ch'era stato già dettato e trascritto. Per far questo, lavorava di giorno e vegliava di notte.
24. 12. Egli era come quella piissima Maria, ch'è simbolo della chiesa celeste: di lei è scritto che sedeva ai piedi del Signore intenta ad ascoltare la sua parola; e poiché la sorella si lamentò di lei perché non l'aiutava mentre essa era occupata in gran da fare, si sentì dire: Marta, Marta, Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta (Lc. 10, 39 s.).
24. 13. Non ebbe mai interesse a nuove costruzioni, evitando di applicare in questioni del genere l'animo che voleva aver sempre libero da ogni molestia temporale. Non impediva però coloro che volessero costruire, purché non in maniera troppo lussuosa.
24. 14. Talvolta, quando mancava danaro alla chiesa, comunicava al popolo dei fedeli che egli non aveva di che distribuire ai poveri.
24. 15. Per aiutare prigionieri e gran quantità di poveri, fece spezzare e fondere alcuni vasi sacri e distribuì il ricavato a chi ne aveva bisogno.
24. 16. Non avrei ricordato questo episodio, se non sapessi che esso contrasta l'opinione di alcuni uomini che pensano secondo la carne. Del resto anche Ambrogio di venerabile memoria ha detto e scritto che in tali strettezze senz'altro si deve fare così.
24. 17. Talvolta Agostino, parlando in chiesa, ricordava che i fedeli trascuravano la cassa dei poveri e quella della sacrestia, dalla quale si provvede ciò ch'è necessario per l'altare: a tal proposito una volta mi riferì che, mentre egli era presente, anche il beato Ambrogio aveva trattato in chiesa lo stesso argomento.


Autorità paterna. La legge del perdono

25. l. I chierici stavano sempre con lui nella stessa casa e venivano nutriti e vestiti con una sola mensa e con spese comuni.
25. 2. Perché nessuno, troppo proclive a giurare, incorresse anche nello spergiuro, predicava su questo argomento in chiesa al popolo e ai suoi intimi aveva proibito di giurare, anche a tavola. Se uno avesse mancato, perdeva una bevanda di quelle stabilite: infatti era prefissato il numero dei bicchieri di vino per quelli che vivevano e pranzavano con lui.
25. 3. Mancanze di disciplina e trasgressioni dei suoi dalla regola retta e onesta tollerava e rimproverava quanto conveniva ed era necessario: a tal proposito insegnava specialmente che nessuno doveva piegare il suo cuore a parole cattive per cercare scuse ai suoi peccati (Sal. 140, 4).
25. 4. Ammoniva pure che se uno offriva il suo dono all'altare e lì si fosse ricordato che un suo fratello aveva qualcosa contro di lui, avrebbe dovuto lasciare il dono all'altare e andare a riconciliarsi col fratello e solo allora sarebbe dovuto tornare all'altare e offrire il dono (Mt. 5, 23 s.).
25. 5. Se poi uno aveva qualcosa contro un suo fratello, lo doveva trarre da parte: se quello gli avesse dato ascolto, avrebbe guadagnato quel suo fratello; in caso contrario, avrebbe fatto ricorso ad una o due persone. Se poi quello non avesse tenuto in alcun conto neppure costoro, si sarebbe fatto ricorso alla chiesa: se quello non avesse obbedito neppure a questa, sarebbe stato per lui come un pagano e un pubblicano (Mt. 18, 15 s.).
25. 6. Aggiungeva anche che al fratello che peccava e chiedeva perdono bisognava rimettere il peccato non sette volte ma settanta volte sette, come ciascuno chiede ogni giorno al Signore di perdonarlo (Mt. 18, 21 s.; 6, 12).


Presìdi della castità

26. 1. Nessuna donna frequentò mai la sua casa né vi rimase per qualche tempo, neppure la sua sorella germana, che vedova consacrata a Dio per molto tempo fino al giorno della sua morte fu preposta alle serve del Signore, e neppure le figlie di suo fratello ch'erano parimenti consacrate a Dio: eppure i concili episcopali avevano fatto eccezione per queste persone.
26. 2. Affermava a tal proposito che certo non poteva sorgere alcun sospetto a causa della sorella e delle nipoti che fossero vissute insieme con lui; però, poiché quelle non avrebbero potuto vivere insieme con lui senza la compagnia di altre donne loro amiche e sarebbero venute a visitarle anche altre donne di fuori, a causa di queste poteva nascere motivo di scandalo per i più deboli (1 Cor. 8, 9; Rom. 14, 13). Infatti qualcuno di quelli che stavano insieme col vescovo o con qualche chierico potevano cedere a tentazioni umane a causa di tutte quelle donne che abitavano insieme o usavano recarsi lì, ovvero inevitabilmente sarebbe stato diffamato dai malvagi sospetti degli uomini.
26. 3. Perciò affermava che mai donne debbono vivere nella stessa casa con i servi di Dio, anche castissimi, per evitare - come ho detto - che tale esempio costituisse motivo di scandalo o di offesa per i deboli. Egli poi, se veniva invitato da qualche donna a visitarla e salutarla, non si recava mai da quella senza la compagnia di chierici, e mai parlò con esse da solo a sole, neppure se si doveva trattare qualche questione riservata.

AmarDio
00Saturday, February 27, 2010 8:46 PM
Carità e prudenza. Umiltà e confidenza in Dio

27. 1. Nel visitare seguiva la norma stabilita dall'Apostolo (Giac. 1, 27), di non visitare se non gli orfani e le vedove che si trovavano in strettezze.
27. 2. Se poi veniva richiesto dai malati di pregare per loro il Signore in loro presenza e di imporre loro le mani, si recava senza indugio.
27. 3. Non visitava monasteri femminili se non in caso di urgente necessità.
27. 4. Diceva che nella vita e nei costumi dell'uomo di Dio si dovevano seguire i consigli che egli aveva appreso da Ambrogio di santa memoria: non cercare moglie per nessuno, non raccomandare chi vuole fare la carriera militare, stando al proprio paese non accettare inviti a pranzo.
27. 5. Spiegava così i motivi di ognuno di questi consigli: per evitare che i coniugi, venuti a lite, maledicessero colui per la cui opera si erano uniti (perciò il sacerdote doveva limitarsi ad intervenire richiesto dai due che erano già d'accordo, per confermare e benedire il loro accordo); per evitare che, comportandosi male colui che era stato raccomandato al servizio militare, la colpa ricadesse su chi l'aveva raccomandato; per evitare infine che uno, frequentando troppo i banchetti nel suo paese, smarrisse la misura della temperanza.
27. 6. Ci disse anche di aver udito una risposta quanto mai sapiente e pia di quell'uomo di beata memoria che si trovava alla fine della vita, e molto la lodava e magnificava.
27. 7. Quell'uomo venerabile giaceva nella sua ultima malattia e alcuni fedeli di alta condizione, che stavano intorno al suo letto e lo vedevano sul punto di passare dal mondo al Signore, si lamentavano che la chiesa restasse priva dell'opera di un tale vescovo sia nella predicazione sia nell'amministrazione dei sacramenti e lo pregavano fra le lacrime che chiedesse al Signore un prolungamento della vita. Ma quello rispose loro: « Non ho vissuto in maniera tale da dovermi vergognare di vivere fra voi: ma neppure temo di morire, perché abbiamo un buon Signore ».
27. 8. In tale risposta il nostro Agostino ormai vecchio ammirava ed approvava la ponderatezza e l'equilibrio delle parole. Infatti le parole di Ambrogio « ma neppure temo di morire, perché abbiamo un buon Signore » dovevano essere intese nel senso che non si doveva credere che egli, perché fiducioso nella sua purezza di costumi, prima aveva detto: « Non ho vissuto in maniera tale da dovermi vergognare di vivere fra voi ». Aveva detto così in riferimento a ciò che gli uomini possono conoscere di un uomo; ma in riferimento all'esame della giustizia divina confidava soprattutto nel buon Signore, al quale anche nella orazione quotidiana da lui insegnata diceva: Rimettici i nostri debiti (Mt. 6, 12).
27. 9. Riferiva anche di frequente una risposta su questo argomento, data da un suo collega di episcopato a lui molto amico: mentre quello era sul punto di morire, Agostino era andato a visitarlo; quello con la mano aveva fatto un gesto per indicare che stava per uscire dal mondo ed Agostino gli aveva risposto che per la chiesa era necessario che egli potesse ancora vivere: allora quello, perché non si credesse che era trattenuto dal desiderio di questa vita, aveva replicato: « Se mai, bene. Ma se una volta, perché non ora? ».
27. 10. E Agostino ammirava e lodava questa risposta, che era stata data da un uomo certo timorato di Dio ma nato e cresciuto in campagna e che non aveva fatto molte letture.
27. 11. Certo costui era in contrasto con i sentimenti di quel vescovo, di cui riferisce così il santo martire Cipriano nella lettera che scrisse sulla pestilenza: « Poiché uno dei nostri colleghi di episcopato, prostrato dalla malattia e turbato dall'avvicinarsi della morte, chiedeva per sé un prolungamento della vita, mentre pregava così ed era quasi morto gli si presentò un giovane venerabile per dignità e maestà, di alta statura e di aspetto splendente. Era tale che vista umana a stento poteva osservarlo con gli occhi carnali mentre stava vicino a colui che stava per uscire dal mondo; ma invece proprio costui lo poteva scorgere. E quel giovane con voce che fremeva per l'indignazione dell'animo disse: "Avete paura di soffrire, non ve ne volete andare: che cosa farò per voi?" » (Cipr., Mort., 19).


Ultime vicende e morte (cc. 28-31)
Revisione dei libri. Orrori dell'invasione vandalica e assedio d'Ippona

28. 1. Poco tempo prima della morte fece una revisione dei libri che aveva composto e pubblicato, sia quelli che aveva scritto ancora da laico appena si era convertito, sia quelli che aveva composto quando era prete e vescovo: tutto quello che in essi notò che era stato scritto in difformità della regola di fede, quando egli non era ancora bene al corrente delle norme della chiesa, tutto ciò fu da lui rivisto e corretto. Perciò egli scrisse anche due libri, che si intitolano Revisione dei libri.
28. 2. Si lamentava anche che alcuni libri gli erano stati portati via da certi fratelli prima che egli li avesse accuratamente corretti, anche se poi li aveva corretti in un secondo tempo. Sorpreso dalla morte, lasciò incomplete alcune opere.
28. 3. Poiché voleva essere utile a tutti, a quelli che possono leggere molti libri e a quelli che non possono, dal Vecchio e dal Nuovo Testamento estrasse passi contenenti precetti e divieti e, premessa una prefazione, li raccolse in un volume: così chi volesse leggerlo, vi avrebbe riconosciuto quanto fosse obbediente a Dio o disobbediente. Volle intitolare questa opera Specchio.
28. 4. Poco tempo dopo, per volontà e disposizione divina avvenne che un grande esercito, armato con armi svariate ed esercitato alla guerra, composto dai crudeli nemici Vandali e Alani, cui s'erano uniti Goti e gente di altra stirpe, con le navi fece irruzione dalle parti trasmarine della Spagna in Africa.
28. 5. Gli invasori attraverso tutta la Mauretania passarono anche nelle altre nostre province e regioni, e imperversando con ogni atrocità e crudeltà saccheggiarono tutto ciò che potettero fra spogliazioni, stragi, svariati tormenti, incendi e altri innumerevoli e nefandi disastri. Non risparmiarono né sesso né età, neppure i sacerdoti e i ministri di Dio, neppure gli ornamenti, le suppellettili e gli edifici delle chiese.
28. 6. Tali crudelissime violenze e devastazioni quell'uomo di Dio vedeva e pensava che esse fossero avvenute ed avvenissero non come pensavano gli altri uomini: ma poiché le considerava in modo più profondo e vi ravvisava soprattutto il pericolo e la morte delle anime (infatti sta scritto: Chi aggiunge scienza aggiunge dolore, e un cuore intelligente è un tarlo per le ossa [Eccli. 1, 18; Prov. 14, 30; 25, 20]), ancor più del solito le lacrime furono il suo pane giorno e notte ed egli ormai nella estrema vecchiaia conduceva e sopportava una vita amara e luttuosa più degli altri.
28. 7. Infatti l'uomo di Dio vedeva le città distrutte, e nelle campagne insieme con gli edifici gli abitanti o uccisi dal ferro nemico o fuggiti e dispersi, le chiese prive di sacerdoti e ministri, le vergini consacrate e i continenti dispersi da ogni parte: di costoro alcuni eran venuti meno fra le torture; altri erano stati uccisi con la spada; altri ridotti in schiavitù, persa ormai l'integrità e la fede dell'anima e del corpo, servivano i nemici con trattamento duro e cattivo.
28. 8. Nelle chiese non si cantavano più inni e lodi a Dio; in molti luoghi le chiese erano state bruciate; erano venuti meno nei luoghi a ciò consacrati i sacrifici solenni dovuti a Dio; i sacramenti divini o non venivano richiesti oppure non potevano essere amministrati a chi li richiedeva, perché non si trovava facilmente il ministro.
28. 9. Coloro che si erano rifugiati nelle selve montane e in grotte e caverne o in altro riparo erano stati alcuni sopraffatti e catturati, altri erano privi di mezzi di sostentamento a punto tale da morire di fame. 1 vescovi e i chierici che per grazia di Dio o non avevano incontrato gl'invasori o erano riusciti a sfuggir loro, spogliati di ogni cosa mendicavano nella miseria più nera, né era possibile aiutarli tutti in tutto ciò di cui abbisognavano.
28. 10. Di innumerevoli chiese a mala pena solo tre per grazia di Dio non sono state distrutte, quelle di Cartagine, Cirta e Ippona, e restano in piedi le loro città, protette dal presidio divino e umano (ma dopo la morte di Agostino anche Ippona, abbandonata dagli abitanti, fu incendiata dai nemici).
28. 11. E Agostino, in mezzo a tali sciagure, si consolava con la sentenza di un sapiente che dice: « Non sarà grande colui che ritiene gran cosa il fatto che cadono alberi e pietre e muoiono i mortali ».
28. 12. Era molto saggio, e perciò piangeva ogni giorno a calde lacrime tutte queste sciagure. Si aggiunse ai suoi dolori e ai suoi lamenti il fatto che i nemici vennero ad assediare Ippona, che fino allora era rimasta indenne, poiché si era occupato della sua difesa l'allora conte Bonifacio con un esercito di Goti alleati. I nemici l'assediarono strettamente per quasi 14 mesi e le chiusero anche la via del mare.
28. 13. Qui mi ero rifugiato anch'io insieme con altri colleghi d'episcopato e fummo insieme con lui per tutto il tempo dell'assedio. Molto spesso parlavamo fra noi e consideravamo che davanti ai nostri occhi Dio poneva i suoi tremendi giudizi, e dicevamo: Sei giusto, Signore, e retto è il tuo giudizio (Sal. 118, 137). Tutti insieme addolorati, gemendo e piangendo, pregavamo il Padre della misericordia e Dio di ogni consolazione (2 Cor. 1, 3) perché si degnasse confortarci in quella tribolazione.


Ultima malattia e ultime opere buone

29. 1. Un giorno, mentre pranzavamo con lui e parlavamo di questi argomenti, egli ci disse: « Sappiate che in questi giorni della nostra disgrazia ho chiesto a Dio questo: o che si degni di liberare la nostra città dall'assedio dei nemici; o, se la sua volontà è diversa, che renda forti i suoi servi per poter sopportare questa volontà; ovvero che mi accolga presso di sé, uscito dal mondo».
29. 2. Così diceva e ci istruiva, e quindi, insieme con lui, noi tutti e tutti quelli che stavano in città pregavamo allo stesso modo il sommo Dio.
29. 3. Ed ecco, durante il terzo mese dell'assedio si mise a letto con la febbre e questa fu l'ultima malattia che l'afflisse. Né il Signore negò al suo servo il frutto della sua preghiera: infatti egli ottenne a suo tempo ciò che con preghiere miste a lacrime aveva chiesto per sé e per la città.
29. 4. Venni anche a sapere che, quando era prete e vescovo, egli era stato richiesto di pregare per alcuni energumeni che soffrivano, ed egli fra le lacrime aveva pregato Dio, e i demoni si erano allontanati da quegli uomini.
29. 5. Parimenti, mentre era malato e stava a letto, venne da lui un tale con un suo parente malato e lo pregò di imporre a quello la mano perché potesse guarire. Agostino gli rispose che, se avesse avuto qualche potere per tali cose, in primo luogo ne avrebbe fatto uso per sé. Ma quello replicò che in sonno aveva avuto un'apparizione e gli era stato detto: « Va' dal vescovo Agostino perché imponga a costui la sua mano, e sarà salvo ». Appreso ciò egli non indugiò a fare quel che si chiedeva, e il Signore subito fece andar via guarito quel malato dal suo letto.


Consigli al vescovo Onorato sulla condotta del clero di fronte agli invasori

30. 1. A tal proposito non debbo passare sotto silenzio che, mentre sovrastava la minaccia dei nemici, Onorato, santo uomo nostro collega di episcopato nella chiesa di Tiabe, per lettera chiese ad Agostino se, quando i Vandali si avvicinavano, i vescovi e i chierici dovessero allontanarsi dalle loro chiese oppure no. E con la sua risposta Agostino mise in evidenza ciò che si dovesse soprattutto temere da quei distruttori del mondo romano.
30. 2. Ho voluto inserire questa lettera nel mio scritto: infatti è molto utile e necessaria perché i sacerdoti e i ministri di Dio sappiano come comportarsi.
30. 3. «Al santo fratello e collega nell'episcopato Onorato, Agostino augura salute nel Signore. Avendo mandato alla tua carità una copia della lettera che avevo scritto al fratello Quodvultdeus, nostro collega nell'episcopato, credevo di aver soddisfatto alla richiesta che mi avevi fatto col chiedermi consiglio su che cosa dobbiate fare in questi pericoli che sono sopraggiunti ai nostri giorni.
30. 4. Infatti, anche se quella lettera che scrissi era breve, ritengo di non aver omesso alcunché, che possa essere sufficiente scrivere da parte di chi risponde e leggere da parte di chi chiede. Dissi infatti che non si doveva imporre divieto a coloro che, se possono, desiderano trasferirsi in luoghi fortificati, ma che non si dovevano spezzare i legami del nostro ministero, con i quali ci ha legati l'amore di Cristo, sì che non dovevamo abbandonare le chiese, alle quali dobbiamo prestare servizio.
30. 5. Ecco come scrissi in quella lettera: " Poiché il nostro ministero è così necessario al popolo di Dio che esso non deve rimanerne privo, nel caso che una parte anche piccola di esso rimanga dove siamo noi, a noi non resta che dire al Signore: Sia Dio il nostro protettore e la nostra difesa (Sal. 30, 3) ".
30. 6. Ma questo consiglio non ti soddisfa, se - come scrivi - tu temi di operare in contrasto col comando del Signore che ci dice che bisogna fuggire di città in città; ricordiamo infatti le sue parole: Quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra (Mt. 10, 23).
30. 7. Ma chi può credere che con questo consiglio il Signore abbia inteso che restasse privo del necessario servizio, senza il quale non può vivere, il gregge che egli si è acquistato col suo sangue?
30. 8. Non ha fatto così egli stesso quando ancor fanciullo, portato dai genitori, fuggì in Egitto? Ma egli non aveva ancora radunato chiese che noi possiamo dire essere state da lui abbandonate.
30. 9. Che forse l'apostolo Paolo non fu calato attraverso una finestra in una cesta, per non essere preso dal nemico, e così riuscì a sfuggirgli? Ma rimase forse priva del necessario servizio la chiesa che stava lì e non fu fatto quanto era necessario dai fratelli che lì rimanevano? Infatti l'Apostolo agì così proprio perché lo volevano i fratelli, per conservare alla chiesa se stesso, che il persecutore cercava specificamente.
30. 10. Perciò i servi di Cristo, ministri della sua parola e del suo sacramento, agiscano come egli ha comandato o permesso. Fuggano senz'altro di città in città, quando qualcuno di loro è cercato nominativamente dai persecutori, in maniera tale che la chiesa non sia abbandonata dagli altri che non sono ricercati allo stesso modo, ma questi somministrino nutrimento ai loro conservi, che essi sanno non poter vivere altrimenti.
30. 11. Ma quando il pericolo è comune per tutti, vescovi chierici e laici, coloro che hanno bisogno degli altri non siano abbandonati da quelli di cui essi hanno bisogno. Perciò o si trasferiscano tutti insieme in luoghi fortificati, ovvero coloro che debbono necessariamente rimanere non siano abbandonati da coloro che debbono loro fornire quanto è necessario alla vita religiosa: sopravvivano allo stesso modo o patiscano allo stesso modo ciò che il Padre di famiglia avrà voluto ch'essi patiscano.
30. 12. Se poi alcuni soffrono di più e altri meno, ovvero tutti allo stesso modo, sempre si potrà vedere chi sono coloro che soffrono per gli altri, quelli cioè che, pur potendosi sottrarre con la fuga a questi mali, hanno preferito restare per non abbandonare gli altri nelle necessità. In tal modo si dà soprattutto prova di quell'amore che l'apostolo Giovanni raccomanda con queste parole: Come Cristo ha dato per noi la sua vita, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (1 Gv. 3, 16).
30. 13. Infatti coloro che fuggono ovvero non possono fuggire perché impediti da qualche loro necessità, se sono presi e soffrono, soffrono per sé stessi, non per i loro fratelli. Invece coloro che soffrono perché non hanno voluto abbandonare i fratelli che avevano bisogno di loro per la salvezza in Cristo, questi senza dubbio danno la loro vita per i fratelli.
30. 14. Quanto poi alle parole che abbiamo udito da un vescovo: "Se il Signore ci ha comandato di fuggire in quelle persecuzioni in cui si può ottenere il frutto del martirio, non dobbiamo tanto più fuggire i patimenti che non danno frutto, quando c'è un'incursione di barbari ostili": consiglio vero e accettabile, ma solo da parte di chi non è vincolato da un ufficio della chiesa.
30. 15. Infatti se uno, pur potendo fuggire, non fugge dinanzi alle stragi dei nemici per non abbandonare il ministero di Cristo senza il quale gli uomini non possono né diventare cristiani né vivere come tali, questo mette in pratica l'amore, più di colui che fugge pensando a sé e non ai fratelli e che pur poi preso non nega Cristo e ottiene il martirio.
30. 16. Che cosa è poi quel che hai scritto nella tua prima lettera? Dici infatti: "Se poi dobbiamo rimanere nelle chiese, non vedo in che cosa gioveremo a noi o al popolo nel vedere gli uomini cadere davanti ai nostri occhi, le donne violentate, le chiese incendiate, noi stessi venir meno sotto i tormenti, quando cercano da noi ciò che non abbiamo".
30. 17. Dio può prestare ascolto alle preghiere della sua famiglia e tener lontani i mali che noi temiamo: ma a causa di questi mali, che sono incerti, non deve esser certo l'abbandono del nostro ministero, senza il quale è certa la rovina del popolo nelle cose non di questa vita ma di quell'altra, di cui ci dobbiamo prender cura in maniera incomparabilmente più attenta e sollecita.
30. 18. Infatti se fosse cosa certa che questi mali che temiamo sopravvengono nei luoghi nei quali ci troviamo, di qui fuggirebbero prima tutti coloro a causa dei quali noi dobbiamo rimanere e così ci libererebbero dalla necessità di rimanere. Nessuno infatti sostiene che i ministri di Dio debbono rimanere là dove non c'è nessuno cui prestare la propria opera.
30. 19. In tal senso alcuni vescovi sono fuggiti dalla Spagna, poiché il popolo in parte si era disperso nella fuga, in parte era stato ucciso, in parte era morto durante l'assedio, in parte era stato disperso in servitù. Ma molti di più sono stati i vescovi che, poiché rimanevano nelle loro sedi coloro a causa dei quali essi pure dovevano rimanere, sono restati anch'essi esposti agli stessi innumerevoli pericoli. E se alcuni hanno abbandonato i loro fedeli, proprio questo noi diciamo che non si deve fare. infatti costoro non sono stati ispirati dall'autorità divina ma sono stati o tratti in inganno da errore umano o sopraffatti da umano timore.
30. 20. Come mai infatti essi ritengono che si debba ubbidire fedelmente al comando divino, quando leggono che si deve fuggire da una città nell'altra, ma invece non hanno in orrore il mercenario che vede venire il lupo e fugge, perché non si preoccupa delle pecore (Gv. 10, 12) ? Perché mai queste due sentenze, che sono proprio del Signore, quella che permette e comanda la fuga, e quella che la rimprovera e la condanna, essi non cercano di interpretarle in modo che non risultino fra loro in contraddizione, come effettivamente non lo sono?
30. 21. E in che modo questo può farsi se non facendo attenzione a ciò che ho già detto sopra? Cioè che, se la persecuzione minaccia i luoghi nei quali siamo, i ministri di Dio debbono fuggire, quando o lì non ci siano più fedeli, cui prestar servizio, ovvero il necessario servizio può essere espletato da altri che non hanno lo stesso motivo per fuggire.
30. 22. Così fuggì l'Apostolo, come sopra ho ricordato, calato in una cesta, perché proprio lui era ricercato dal persecutore, mentre non si trovavano in tale necessità gli altri, che perciò si guardarono bene dall'abbandonare il servizio della chiesa. Così fuggì il santo Atanasio, vescovo di Alessandria, poiché l'imperatore Costanzo desiderava catturare proprio lui e la comunità cattolica che rimaneva ad Alessandria non veniva abbandonata dagli altri ministri.
30. 23. Ma quando il popolo resta e invece fuggono i ministri e finisce il servizio, che cosa sarà quest'azione se non la riprovevole fuga dei mercenari, che non si danno cura delle pecore? Infatti verrà il lupo, non un uomo ma il diavolo, che spesso ha persuaso ad apostatare i fedeli cui mancava la quotidiana amministrazione del corpo del Signore. Così, a causa non della tua scienza ma della tua ignoranza, fratello, perirà il debole per il quale è morto Cristo.
30. 24. Per quanto poi riguarda coloro che in tale distretta non sono tratti in fallo dall'errore ma sono vinti dalla paura, perché piuttosto essi, con l'aiuto del Signore misericordioso, non combattono coraggiosamente contro il loro timore? Così eviteranno che tocchino loro mali incomparabilmente più gravi, che perciò sono molto più da temere.
30. 25. Ciò avviene dove arde l'amore di Dio e la cupidigia del mondo non esala il suo fumo. Dice infatti l'amore: Chi è debole ed io non son debole? Chi viene scandalizzato ed io non brucio? (2 Cor. 11, 29). Ma l'amore viene da Dio: preghiamo che ci sia concesso da colui da cui viene comandato. Perciò temiamo che le pecore di Cristo siano colpite nell'animo dalla spada dello spirito del male più che siano uccise dal ferro nel corpo, che - quando che sia e come che sia - dovrà morire.
30. 26. Temiamo che, corrotto il senso interiore, venga meno la purezza della fede, più che le donne vengano violentate nella carne: infatti la pudicizia non viene violentata dalla violenza, se si conserva nell'anima, perché neppure la carne è violentata se la volontà di chi subisce non gode turpemente della sua carne, ma senza acconsentire sopporta ciò che fa un altro.
30. 27. Temiamo che, a causa del nostro abbandono, si estinguano le pietre vive, più che alla nostra presenza vengano incendiate le pietre e la legna degli edifici materiali. Temiamo che, prive dell'alimento spirituale, siano uccise le membra del corpo di Cristo, più che le membra del nostro corpo siano oppresse e tormentate dall'aggressione del nemico.
30. 28. Non perché questi malanni non debbano essere evitati, quando è possibile: ma perché debbono piuttosto essere sopportati, quando non possono essere evitati senza empietà. A meno che uno non voglia sostenere che non è empio il ministro, che sottrae il servizio necessario. alla pietà proprio allora quando è più necessario.
30. 29. O forse, quando si arriva a questo estremo pericolo e non c'è possibilità alcuna di fuggire, non pensiamo quanta gente di ogni sesso e di ogni età si rifugia in chiesa: alcuni che chiedono il battesimo, altri la riconciliazione, altri anche l'azione penitenziale, e tutti conforto e celebrazione e distribuzione dei sacramenti?
30. 30. E se qui mancano i ministri, quanta rovina colpisce coloro che escono da questa vita o non rigenerati o non assolti? Quanto sarà il dolore dei fedeli per i loro cari che non potranno insieme con loro godere il riposo della vita eterna? Quanto infine il pianto di tutti, e quante bestemmie da parte di alcuni, per l'assenza del servizio e dei ministri?
30. 31. Osserva quali effetti produca la paura dei mali temporali e quanto facilmente essa sia causa di mali eterni. Se invece ci sono i ministri, si viene incontro alle necessità di tutti secondo le capacità che Dio concede: alcuni sono battezzati, altri riconciliati, nessuno è privato della comunione col corpo del Signore, tutti sono consolati edificati esortati a pregare Dio, il quale può tener lontani tutti i mali che uno teme: tutti pronti ad ambedue le sorti, sì che, se non può passare da loro questo calice, si compia la volontà di colui che non può volere alcunché di male (Mt. 26, 42).
30. 32. Certamente ormai tu vedi ciò che scrivesti di non vedere, cioè quanto bene venga al popolo cristiano, se nei mali che ci affliggono non gli manca la presenza dei ministri di Dio; e vedi anche quanto nuoccia la loro assenza, quando essi cercano il loro vantaggio, non quello di Gesù Cristo (Fil. 2, 21), e non hanno quell'amore del quale è stato detto: Non cerca ciò ch'è suo (1 Cor. 13, 5), e non imitano colui che ha detto: Non cercando ciò ch'è utile a me ma ciò ch'è utile a molti, perché siano salvi (1 Cor. 10, 33).
30. 33. Questo non si sarebbe sottratto alle insidie del principe persecutore, se non avesse voluto conservarsi in vita per gli altri, ai quali egli era necessario. Per questo dice: Sono stretto da due parti, desiderando andarmene ed essere con Cristo: sarebbe infatti molto meglio; ma è necessario rimanere nella carne a causa di voi (Fil. 1, 23).
30. 34. A questo punto uno potrebbe osservare che, all'approssimarsi di tali sciagure, i ministri di Dio debbono fuggire per conservarsi all'utilità della chiesa nell'attesa di tempi più tranquilli. Giustamente alcuni fanno così, quando non mancano altri che possano attendere al servizio ecclesiastico in vece loro, sì che il servizio non venga abbandonato da tutti: abbiamo detto sopra che così agì Atanasio. Quanto infatti egli sia stato necessario per la chiesa e quanto a questa abbia giovato il fatto che quello sia restato in vita, lo sa bene la fede cattolica, che dalla parola e dall'abnegazione di quell'uomo fu difesa contro gli eretici ariani.
30. 35. Ma quando il pericolo è di tutti, e c'è più da temere che, se uno fa così, ciò venga attribuito non all'intenzione di provvedere alla chiesa ma alla paura di morire, e col cattivo esempio della fuga uno nuoce di più di quanto potrebbe giovare col sopravvivere per il servizio, allora assolutamente non ci si deve comportare così.
30. 36. Infatti, per evitare che fosse estinta, come sta scritto, la luce d'Israele, il santo Davide non si espose ai pericoli della battaglia (2 Sam. 21, 17), ma agì così perché fu pregato dai suoi, non di propria iniziativa. Altrimenti avrebbe spinto ad imitarlo nella viltà molti, i quali avrebbero pensato che egli agiva così non in considerazione dell'utilità degli altri, ma solo perché turbato per il suo pericolo.
30. 37. Qui ci si presenta un'altra questione, che non va tralasciata. Abbiamo visto che non è da trascurare l'opportunità che alcuni ministri di Dio fuggano all'approssimarsi di qualche devastazione, al fine che siano salvi quelli che possano prestare il servizio a quanti dopo il flagello potranno trovare superstiti: ma allora come ci si deve comportare nel caso che si preveda la morte di tutti, se qualcuno non fugge?
30. 38. Che cosa diremo se quel flagello imperversa soltanto col fine di perseguitare i ministri della chiesa? Dovrà forse essere abbandonata dai ministri che fuggono quella chiesa che pur sarebbe lasciata in abbandono da quelli miseramente periti? Ma se i laici non sono ricercati a morte, essi in qualche modo possono nascondere i loro vescovi e i loro chierici, secondo che li aiuterà colui in cui potere è ogni cosa, che può con la sua mirabile potenza salvare anche quelli che non fuggono.
30. 39. Ma noi ricerchiamo che cosa dobbiamo fare, proprio perché non si creda che attendendo miracoli divini in ogni cosa tentiamo il Signore. Certo questa tempesta, in cui è comune il pericolo di laici e chierici, non è come quella che minaccia comune pericolo ai marinai e ai commercianti che stanno su una nave. Non voglio pensare che questa nostra nave sia considerata così dappoco che la debbano abbandonare tutti i marinai, e perfino il nocchiero, se si possono salvare passando su una scialuppa o anche a nuoto.
30. 40. Per coloro infatti che temiamo periscano per il nostro abbandono, noi temiamo non la morte temporale, che quando che sia sopravverrà, ma la morte eterna, che può venire, se uno non sta attento, ma può anche non venire, se uno sta attento.
30. 41. Nel comune pericolo di questa vita perché dobbiamo credere che, dovunque ci sarà un'incursione di nemici, lì moriranno tutti i chierici e non anche tutti i laici, sì che finiscano di vivere insieme anche coloro cui i chierici son necessari? Ovvero, perché non dobbiamo sperare che alla pari di alcuni laici resteranno in vita anche alcuni chierici, che potranno amministrare a quelli il necessario servizio?
30. 42. Eppure, volesse il cielo che fra i ministri di Dio ci fosse gara per chi di loro debbano rimanere e chi di loro debbano fuggire, perché la chiesa non resti deserta o per la fuga di tutti o per la morte di tutti! Certo tale gara ci sarà fra loro se tutti ardono di amore e tutti sono graditi all'Amore.
30. 43. Che se questa contesa non potrà esser risolta in altro modo, io credo che coloro che debbono restare e coloro che possono fuggire vadano estratti a sorte. Infatti coloro i quali diranno che essi preferiscono fuggire o sembreranno pavidi, perché non hanno voluto sopportare la sciagura incombente, o presuntuosi, perché hanno giudicato sé stessi più necessari, sì da dover esser salvati.
30. 44. D'altra parte, forse proprio i migliori sceglierebbero di dare la vita per i fratelli, e così con la fuga si salverebbero quelli la cui vita è meno utile, perché minore è la loro abilità nel consigliare e nel dirigere. Proprio questi ultimi, se sapessero ragionare piamente, si dovrebbero opporre a coloro che sarebbe opportuno restassero in vita e che invece preferiscono morire piuttosto che fuggire.
30. 45. Perciò, com'è scritto, il sorteggio mette fine alle contestazioni e decide fra i potenti (Prov. 18, 18). È meglio infatti che in tali incertezze decida Dio piuttosto che gli uomini, sia che voglia chiamare al frutto del martirio i migliori e risparmiare i deboli, sia che voglia rendere costoro più forti per sopportare i mali e sottrarli a questa vita, perché la loro vita non può essere utile alla chiesa quanto la vita di quelli. Certo si metterà in opera un mezzo poco usato, se si farà questo sorteggio: ma se si farà così, chi oserà biasimarlo? Chi non lo loderà adeguatamente, a meno che non sia inetto o invidioso?
30. 46. Se poi non si vuol fare una cosa di cui non c'è esempio, nessuno con la sua fuga deve privare la chiesa del servizio necessario e dovuto soprattutto in così grandi pericoli. Nessuno consideri tanto se stesso quasi che eccella per qualche grazia, e dica di esser più degno della vita e perciò della fuga. Chi infatti la pensa così ama troppo se stesso; e chi lo dice pure, risulta odioso a tutti.
30. 47. Alcuni poi ritengono che vescovi e chierici, non fuggendo in tali pericoli ma rimanendo dove sono, inducano in inganno i fedeli: questi infatti non fuggono perché vedono che restano i loro capi.
30. 48. Ma è facile evitare tale rimprovero e l'odiosità che ne potrebbe risultare, parlando ai fedeli in questo modo: « Non vi tragga in inganno il fatto che noi non fuggiamo di qui. Infatti rimaniamo qui non per noi ma proprio per voi, per non mancare di amministrarvi ciò che sappiamo essere necessario alla vostra salvezza, ch'è in Cristo. Anzi, se vorrete fuggire, liberate anche noi da questi vincoli che ci legano qui ».
30. 49. Ritengo che così si debba parlare, quando sembra veramente utile trasferirsi in luoghi più sicuri. Può accadere che, udite queste parole, qualcuno dica: "Siamo nelle mani di colui, la cui ira nessuno sfugge, dovunque vada, e la cui misericordia può trovare, dovunque sia", e non vuole andare, sia perché impedito da certe necessità sia perché non vuole affaticarsi a cercare un incerto rifugio non per metter fine ai pericoli ma solo per cambiarli: certamente costoro non debbono esser lasciati privi del servizio della religione cristiana. Se invece, all'udir quelle parole, preferiranno andar via, allora non debbono restare neppure quelli che restavano a causa loro, perché ormai lì non ci son più persone per le quali essi dovrebbero restare.
30. 50. Insomma: chiunque fugge in condizioni tali che la sua fuga non lasci la chiesa priva del necessario servizio, questi fa ciò che il Signore ha comandato o permesso. Ma chi fugge e così sottrae al gregge di Cristo gli alimenti che lo nutrono spiritualmente, questi è il mercenario che vede venire il lupo e fugge, perché non gl'interessa delle pecore (Gv. 10, 12).
30. 51. Ecco ciò che ho risposto, fratello carissimo, alle tue richieste, secondo quanto ho ritenuto vero e ispirato da sicuro amore: ma se tu troverai di meglio, non faccio obiezione al tuo pensiero. D'altra parte, non possiamo trovare meglio da fare in tali pericoli, se non pregare il Signore Dio nostro, perché abbia pietà di noi. Proprio questo, per dono di Dio alcuni uomini prudenti e santi hanno meritato di volere e di fare, cioè di non abbandonare le chiese, e non vennero meno al loro proposito a causa della lingua dei calunniatori.


Ultimi giorni e morte. Eredià di sante opere ed esempi. Congedo. L'eredità di Agostino. Riepilogo. Conclusione

31. 1. Quel sant'uomo, nella lunga vita che Dio gli aveva concesso per l'utilità e il bene della santa chiesa (infatti visse 76 anni, e circa 40 anni da prete e vescovo), parlando con noi familiarmente era solito dire che, ricevuto il battesimo, neppure i cristiani e i sacerdoti più apprezzati debbono separarsi dal corpo senza degna e adatta penitenza.
31. 2. In tal modo egli si comportò nella sua ultima malattia: fece trascrivere i salmi davidici che trattano della penitenza -sono molto pochi - e fece affiggere i fogli contro la parete, così che stando a letto durante la sua infermità li poteva vedere e leggere, e piangeva ininterrottamente a calde lacrime.
31. 3. Perché nessuno disturbasse il suo raccoglimento, circa dieci giorni prima di morire, disse a noi, che lo assistevamo, di non far entrare nessuno, se non soltanto nelle ore in cui i medici entravano a visitarlo o gli si portava da mangiare. La sua disposizione fu osservata, ed egli in tutto quel tempo stette in preghiera.
31. 4. Fino alla sua ultima malattia predicò in chiesa la parola di Dio ininterrottamente, con zelo e con forza, con lucidità e intelligenza.
31. 5. Conservando intatte tutte le membra del corpo, sani la vista e l'udito, mentre noi eravamo presenti osservavamo e pregavamo, egli - come fu scritto - si addormentò coi suoi padri, in prospera vecchiaia (1 Re, 2, 10). Per accompagnare la deposizione del suo corpo, fu offerto a Dio il sacrificio in nostra presenza, e poi fu sepolto.
31. 6. Non fece testamento, perché povero di Dio non aveva motivo di farlo. Raccomandava sempre di conservare diligentemente per i posteri la biblioteca della chiesa con tutti i codici. Quel che la chiesa aveva di suppellettili e ornamenti, affidò al prete che alle sue dipendenze curava l'amministrazione della casa annessa alla chiesa.
31. 7. Né durante la vita né al momento di morire trattò i suoi parenti, sia quelli dediti alla vita monastica sia quelli di fuori, nel modo consueto nel mondo. Quando viveva, dava a costoro, se era necessario, quel che usava dare agli altri, non perché avessero ricchezze ma perché non fossero poveri e non lo fossero troppo.
31. 8. Lasciò alla chiesa clero abbondante e monasteri di uomini e donne praticanti la continenza con i loro superiori; inoltre, biblioteche contenenti libri e prediche sia suoi sia di altri santi, dai quali si può conoscere quanta sia stata, per dono di Dio, la sua grandezza nella chiesa e nei quali i fedeli lo trovano sempre vivo. In tal senso un poeta pagano, disponendo che i suoi gli facessero la tomba in luogo pubblico ed elevato, dettò questa epigrafe:

Vuoi sapere, o viandante, che il poeta vive dopo la morte?
Ecco, io dico ciò che tu leggi: la tua voce è la mia.

31. 9. Dai suoi scritti risulta manifesto, per quanto è dato di vedere alla luce della verità, che quel vescovo caro e gradito a Dio visse in modo retto e integro nella fede speranza e carità della chiesa cattolica; e ciò possono apprendere quelli che traggono giovamento dalla lettura di ciò ch'egli scrisse intorno alla divinità. Ma io credo che abbiano potuto trarre più profitto dal suo contatto quelli che lo poterono vedere e ascoltare quando di persona parlava in chiesa, e soprattutto quelli che ebbero pratica della sua vita quotidiana fra la gente.
31. 10. Infatti fu non solo scriba dotto in ciò che riguarda il regno dei cieli, che tira fuori dal suo tesoro cose nuove e vecchie (Mt. 13, 52), e commerciante che, trovata una perla preziosa, vendette ciò che aveva e la comprò (Mt. 13, 15 s.): ma fu anche uno di quelli di cui è stato scritto: Così parlate e così fate (Giac. 2, 12), e di cui dice il Salvatore: Chi avrà fatto e insegnato così agli uomini, questo sarà detto grande nel regno dei cieli (Mt. 5, 19).
31. 11. Prego ardentemente la vostra carità, voi che leggete questo scritto, che insieme con me rendiate grazie a Dio onnipotente e benediciate il Signore, che mi ha concesso l'intelligenza (Sal. 15, 7) per volere e avere la capacità di trasmettere queste notizie alla conoscenza di uomini vicini e lontani del nostro tempo e di quello a venire. E pregate insieme con me e per me affinché, dopo esser vissuto, per dono di Dio, in dolce familiarità con quell'uomo per quasi 40 anni senza alcun contrasto, possa emularlo e imitarlo in questa vita, e in quella futura godere insieme con lui delle promesse di Dio onnipotente.
AmarDio
00Saturday, February 27, 2010 8:48 PM
ESPERIENZE PERSONALI

Do per scontata l'appartenenza del vescovo d'Ippona al novero dei mistici 1 e passo ad esporne le ragioni. Mi pare che queste possono riassumersi comodamente in tre: Agostino 1) fu un uomo di preghiera; 2) fu un uomo di preghiera contemplativa; 3) della preghiera contemplativa raggiunse i gradi più alti.

Vediamole un po' più attentamente.

1. - Agostino fu un uomo di preghiera

Per provarlo basta spigolare qua e là nelle sue opere, che sono quasi tutte in qualche modo autobiografiche, e aggiungere ad esse la Vita che scrisse Possidio. Ne risulta un uomo che ha fatto della preghiera l'alimento, dirò meglio, la vita della sua vita.

Ci fa sapere che da fanciullo scioglieva i nodi della sua lingua nella preghiera; era una preghiera interessata ma preghiera: " Ti pregavo, piccolino ma non con piccolo affetto, che tu mi evitassi le busse del maestro " 2.

Sulla soglia della giovinezza chiedeva a Dio la castità, anche se, sentendosi schiavo della passione, aggiungeva che non gli venisse data subito 3.

Ma quando cominciò a pregare veramente fu dopo la lettura dell'Ortenzio, che gli scoprì l'immenso orizzonte umano e la relazione costituzionale dell'anima con la sapienza immortale, con il divino. " Quel libro, devo ammetterlo - scrive nelle Confessioni - mutò il mio modo di sentire, mutò le preghiere stesse che rivolgevo a te, Signore, suscitò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri, svilì d'un tratto ai miei occhi ogni vana speranza e mi fece bramare la sapienza immortale con incredibile ardore di cuore " 4.

Divenuto, poco dopo, manicheo, prese parte con assiduità ed impegno ai canti e alle celebrazioni solenni di quella setta 5.

Quando, deluso dal manicheismo e riconosciuta ormai l'autorità della Chiesa cattolica, cercava di capire, tra grandi affanni, la natura e la causa del male, elevava al Signore i gemiti profondi della sua preghiera. " Quando, tacito, mi tendevo nello sforzo della ricerca, erano alte le grida che salivano verso la tua misericordia, i silenziosi spasimi del mio spirito. Tu conoscevi la mia sofferenza, degli uomini nessuno " 6. Non v'è poi chi non sappia quanti gemiti, quante lacrime, quante grida supplichevoli abbia sparso ed elevato al Signore, prima di prendere l'estrema decisione di lasciare ogni speranza terrena e consacrarsi a Dio: " Lanciavo grida disperate: fino a quando, fino a quando domani e domani? Perché non ora? Perché non in questa stessa ora la fine della mia vergogna? " 7. Si sa che la risposta divina venne con il Tolle, lege. A quella voce segui la, decisione di Agostino: " Tu mi convertisti a te così a pieno che non cercavo più né moglie né avanzamenti in questo secolo " 8.

Consacratosi a Dio, la sua divenne una vita di assidua e altissima preghiera. Con la scorta dei suoi scritti possiamo seguirlo nel terreno pellegrinaggio da Cassiciaco a Milano, ad Ostia Tiberina, a Roma, a Tagaste, a Ippona; e osservare che la nota dominante della sua vita fu sempre una sola: la preghiera, anche quando le esigenze dell'apostolato o, com'egli diceva, le esigenze dell'amore lo costringevano ad immergersi nelle attività esteriori.

a) Cassiciaco. Come trascorresse la giornata a Cassiciaco, dove si ritirò per prepararsi al battesimo, ce lo dicono gli scritti di quel periodo e, un po' più tardi, le Confessioni. La giornata cominciava e si chiudeva con la preghiera 9; la notte, per metà, trascorreva nella meditazione 10, bagnata spesso dalle lacrime 11; il giorno nella lettura della Scrittura 12 e nella recita dei salmi 13, oltre che nelle dispute di filosofia cristiana (da queste dispute sono nati i primi tre Dialoghi di Cassiciaco) e nelle cure delle cose domestiche 14. Saggio di queste letture e di queste meditazioni è la lunga e splendida preghiera che apre il dialogo dei Soliloqui, della quale ho parlato sopra. Ad essa va aggiunto quanto dicono le Confessioni sulla profonda commozione che produceva nel suo animo la lettura dei salmi.

" Quali grida, Dio mio, non lanciai verso di te leggendo i salmi di Davide, questi canti di fede, gemiti di pietà contrastanti con ogni sentimento d'orgoglio... Ardevo dal desiderio di recitarli, avessi potuto, al mondo intero... " 15.

b) Milano. Tornato a Milano per iscriversi tra i battezzandi, seguì con incredibile commozione le istruzioni, le celebrazioni, la preghiera della Chiesa milanese durante la Quaresima, che in quell'anno terminava con la veglia del Sabato Santo del 24-25 aprile. Ne abbiamo un'eco nelle parole delle Confessioni: " In quei giorni non mi saziavo di considerare con mirabile dolcezza i tuoi profondi disegni sulla salute del genere umano. Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi "inni e cantici", che risuonavano dolcemente nella tua Chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità, eccitandovi un caldo sentimento di pietà. Le lacrime che scorrevano mi facevano bene " 16.

c) Ostia Tiberina. Ricevuto il battesimo e messosi in viaggio per l'Africa, ad Ostia Tiberina, prima della morte della madre e insieme a lei, ebbe il dono ineffabile della celebre estasi, assistette ad occhi asciutti ai suffragi della Chiesa per sua madre e, rientrato in casa, si abbandonò al pianto e alla preghiera 17. Del resto le ultime parole di Monica morente non furono che queste: " Ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all'altare del Signore " 18.

d) Roma. Del tempo che passò a Roma dopo la morte di sua madre, dieci mesi circa, non sappiamo molto, perché Agostino copre di silenzio quel periodo, pur ricchissimo d'innumerevoli fatti, con le parole: " Tralascio molte cose, perché ho molta fretta " 19.

Sappiamo però che visitò molti monasteri allora sorgenti in Roma e dintorni, ammirando in essi l'assiduità alla preghiera e al lavoro e l'esercizio altissimo della carità 20.

e) Tagaste. Tornato in Africa e raggiunta Tagaste, farà proprio questo ideale. Di quel periodo di circa tre anni dice il primo biografo: " Viveva per Dio nei digiuni, nelle preghiere e nelle buone opere, meditando giorno e notte la legge del Signore; e della verità che Dio rivelava alla sua intelligenza nella meditazione e nell'orazione, egli faceva parte ai presenti e agli assenti ammaestrandoli con discorsi e libri " 21.

f) Ippona. Dopo questi tre anni sereni, anche se solo in parte, arrivò all'improvviso, ad Ippona, non cercato né desiderato ma temuto e fuggito, il sacerdozio 22 e poi, dopo qualche anno, l'episcopato. Questo brusco cambiamento di vita avrebbe potuto significare un cambiamento nell'ideale monastico; invece no: Agostino divenne sacerdote e poi vescovo, ma non rinunciò al monachesimo, solo allargò il suo ideale antico ad un servizio nuovo, quello pastorale. La preghiera restò al primo posto. Tant'è vero che dopo qualche anno di episcopato, sentendo che i gravi compiti episcopali gli impedivano di dedicarsi, come voleva, alla meditazione e alla preghiera, pensò di fuggirsene nella solitudine. " Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine ". Ma restò, nonostante tutto, sulla breccia, confortato dall'esempio di Cristo che insegnò a tutti a vivere per gli altri. " Ma tu - continua Agostino rivelandoci il suo tormento interiore e la soluzione adottata -, ma tu me lo impedisti, confortandomi con queste parole: Cristo morì per tutti affinché coloro che vivono non vivano più per se stessi, ma per chi morì per loro. Ecco, Signore, lancio in te la mia pena, per vivere: Contemplerò le meraviglie della tua legge " 23.

Così fu per tutta la vita. Chi volesse conoscere quanto intensa fosse la sua vita interiore e assidua la sua preghiera, non ha che da rileggere alcune pagine delle Confessioni, quelle, precisamente, che parlano della lotta contro la vana curiosità che distrae. In esse si accusa perfino di seguire con lo sguardo un cane che insegue una lepre o, stando in casa, una tarantola che cattura le mosche. È vero che prende spunto da questi fatti per lodare " il Creatore mirabile, ordinatore di tutte le cose ", ma, aggiunge, " altro è alzarsi prontamente, altro non cadere ". E conclude: " Il nostro cuore diventa un covo di molti difetti di questo genere, porta dentro di sé fitte caterve di vanità, che spesso interrompono e disturbano le nostre stesse preghiere. Mentre sotto il tuo sguardo tentiamo di far raggiungere fino alle tue orecchie la voce del nostro cuore, l'irruzione, chi sa da dove, di futili pensieri stronca un atto così grande " 24.

Da questa profonda e costante abitudine alla preghiera nacque, se ne può esser certi, l'idea originale di scrivere le Confessioni come una lettera a Dio, e l'uso di chiudere tutti i suoi discorsi, e non poche delle sue opere, con la preghiera. Delle Confessioni ho parlato sopra; dei discorsi è nota la preghiera di chiusura: " Rivolti al Signore... a lui... rendiamo amplissime grazie. Preghiamo con tutta l'anima la sua incomparabile misericordia " 25; per le altre opere basti ricordare la lunga preghiera finale della Trinità, così riccamente autobiografica 26, e quella, così piena di carità verso i manichei, del Due anime 27.

g) Ultima malattia. Ma dove il bisogno di pregare esplose in modo dominante ed esclusivo fu nell'ultima malattia. Lasciamo la parola al primo biografo. Scrive Possidio: " Si fece scrivere i salmi davidici che hanno per argomento la penitenza, e durante la malattia, dal letto in cui giaceva, guardava quei fogli posti sulla parete di rimpetto, leggeva e piangeva continuamente a calde lacrime " 28. Era sua convinzione, infatti, spiega il biografo, e la esprimeva nelle conversazioni familiari, che nessuno, semplice cristiano o vescovo, per quanto esemplare, deve uscire dal corpo senza una degna e adeguata penitenza.

E in quanto alla preghiera in genere, lo stesso biografo ci da questo significativo particolare. Scrive: " Per non essere disturbato da nessuno nel suo raccoglimento (nel suo raccoglimento che era insieme atteggiamento di penitente e di contemplativo), circa dieci giorni prima di uscire dal corpo pregò noi presenti di non lasciare entrare nessuno nella sua camera fuori delle ore in cui i medici venivano a visitarlo o quando gli si portavano i pasti. Il suo volere fu adempiuto esattamente: e in tutto quel tempo egli attendeva all'orazione " 29.

Così moriva Agostino, come, dalla conversione in poi, era vissuto: pregando. Egli attuò in sé quanto tante volte aveva scritto per gli altri sulla necessità e sul bisogno incessante della preghiera.

2. - Agostino fu un uomo di preghiera contemplativa

La preghiera può prendere diverse forme, che si riducono comodamente a cinque: di adorazione, di lode, di ringraziamento, di propiziazione, d'impetrazione. Ognuna di esse determina un atteggiamento particolare dello spirito di fronte a Dio: l'atteggiamento particolare che riconosce il suo Creatore è adorazione, quello dell'amante che ammira la bellezza eterna di Dio è lode, quello del povero che enuncia i benefici del sommo benefattore è ringraziamento, quello del peccatore che implora misericordia per i peccati e offre il sacrificio è propiziazione, infine quello del debole e dell'infermo che sa di non poter evitare il peccato senza l'aiuto della grazia e di non poter ottenere i beni necessari a questa vita senza chiederli a Dio, e li chiede umilmente e fiduciosamente, è implorazione.

Ora, di questi cinque atteggiamenti, i primi tre appartengono alla preghiera che ho chiamato di contemplazione, gli altri due alla preghiera che chiamerò di domanda: i primi cominciano qui in terra e durano in eterno, i secondi durano quanto dura la vita presente soggetta al bisogno e al peccato. Il vescovo d'Ippona, se da una parte ha difeso tenacemente contro i pelagiani la necessità di preghiera di domanda - tanto necessaria quanto è necessaria la grazia adiuvante -, e la fece sua con umile e fiduciosa insistenza, dall'altra raccomandò e praticò come un bisogno istintivo la preghiera che adora, loda, ringrazia, quella sola che fanno i beati nel cielo.

1) Preghiera di adorazione. L'adorazione è l'atteggiamento di colui che conosce e riconosce Dio che adora e sente e confessa di aver ricevuto e di ricevere tutto da lui: la consistenza dell'essere, la luce del conoscere, la fonte dell'amore. Dio infatti è tutto questo, per l'uomo: Agostino lo dice e lo ridice 30.

L'adorazione dunque suppone la trascendenza divina e l'azione creatrice. Il vescovo d'Ippona ha molto meditato e scritto sull'una e sull'altra che costituiscono insieme uno dei temi centrali del suo pensiero; ne ha meditato e scritto filosoficamente, teologicamente e spiritualmente. Per quest'ultimo aspetto basta rileggere gli ultimi libri delle Confessioni, che prendono in esame i primi versetti della Genesi i quali cominciano, com'è noto, con la sublime affermazione: In principio Dio creò il cielo e la terra. Quante pagine ha scritto su queste poche parole! Nel libro 12º, per esempio, proclama alto le tre grandi verità che Dio gli ha fatto risuonare fortemente nel cuore: riguardano l'eternità di Dio, la creazione delle cose dal nulla, l'impossibilità che una creatura sia coeterna al Creatore 31.

Da ciò deriva l'atteggiamento di adorazione, che è il primo ossequio dovuto a Dio e il fondamento dell'umiltà cristiana, un atteggiamento, perciò, che tocca le radici stesse del nostro essere ed è insieme profondo, ammirato e gioioso. Si rilegga la preghiera dei Soliloqui che comincia appunto così: " O Dio, creatore dell'universo... "; descrive gli effetti dell'azione creatrice per cui sono tutte le cose che da sé non sarebbero, riconosce che da Dio, in Dio e per mezzo di Dio sono vere, belle, sapienti e buone tutte le cose che sono tali, cioè vere, belle, sapienti e buone, ed esprime la trascendenza divina e la creazione con queste parole che danno i brividi: " O Dio, sopra del quale non c'è nulla, fuori del quale non c'è nulla, senza del quale non c'è nulla ". Oppure in modo positivo: " O Dio, sotto il quale è il tutto, nel quale è il tutto, col quale è tutto... ascoltami... " 32

Per questo egli cerca solo il suo Dio e a lui solo vuole essere soggetto. Ecco, nella sua preghiera, le parole che suonano come una solenne professione: " Ormai te solo io amo, te solo seguo, te solo cerco e sono disposto ad essere soggetto a te soltanto, poiché tu solo con giustizia eserciti il dominio e io desidero essere di tuo diritto " 33. In esse il lettore noterà, oltre i temi dell'amore e della ricerca, quelli della totale appartenenza e del servizio, così vicini all'adorazione.

Segno visibile dell'adorazione, il sacrificio. Agostino ha parlato a lungo anche di questo, esponendone la nozione, le proprietà, e le relazioni; le relazioni con Dio, a cui solo il sacrificio viene offerto; con Cristo, che è insieme sacerdote e sacrificio, ed è appunto sacerdote perché sacrificio; con la Chiesa, che offre se stessa a Dio per mezzo di Cristo. Ma qui va notata l'insistenza agostiniana nel chiarire che il sacrificio visibile è " sacramento o segno sacro " del sacrificio invisibile che è l'uomo stesso, è la Chiesa universale. Infatti, " tutta la città redenta, cioè l'assemblea comunitaria dei santi, si offre a Dio come sacrificio universale per mezzo del sommo sacerdote " 34. Questo sacrificio invisibile consiste prima di tutto nell'umile atteggiamento d'adorazione verso Dio. Era l'atteggiamento abituale di Agostino.

In spirito di adorazione del volere divino accettò il sacerdozio - " Il servo - disse allora - non deve contraddire al suo padrone " 35- e, diventato vescovo, restò, come si è detto sopra, sulla breccia nonostante tutto 36

Fu sua abitudine scrutare attentamente e compire in tutto, adorando, la volontà di Dio 37. Diceva al suo popolo e teneva egli stesso come programma per sé che " piace a Dio colui al quale piace Dio ", non Dio nella sua infinita bellezza, ché questo è scontato, ma Dio nella sua adorabile volontà, che spesso è contraria alla nostra 38.

2) Preghiera di lode. All'adorazione si aggiunge la lode che ne è come il prolungamento. Se l'adorazione è l'atteggiamento di chi si inchina di fronte alla suprema maestà di Dio creatore e ne riconosce l'ineffabile perfezione, la lode è propria di chi dirigendo lo sguardo a quella maestà, a quella perfezione, tenta scrutarne l'infinita bellezza, e, perché non lo può, l'ammira, la canta, la esalta, la annuncia, la ama. Il grande negotium (impegno, attività) dei santi nel cielo è la lode di Dio. Quante volte lo ripete Agostino commentando i salmi! Sollecitato dal testo dei salmi, di quelli che invitano a lodare Dio, e sono molti, nonché dal suo bisogno interiore, ne parla spesso con emozione, in modo da rivelarci e il senso delle Scritture e le sue esperienze interiori 39. " La somma opera dell'uomo è questa: lodare Dio " 40. Perciò, dice altrove: " Quale sarà la tua occupazione se non lodare colui che ami e far sì che altri lo amino con te? " 41. La lode si trasforma in canto, e il canto, quanto non si può esprimere a parole, diventa giubilo 42.

Il canto nuovo, proprio del popolo nuovo, si esprime, se così si può dire, in due parole: Amen e Alleluia. La prima, che vuol dire "adesione", "accettazione", "riconoscimento", appartiene all'adorazione; la seconda, che è un grido di esortazione, alla lode. Tutta la nostra azione sarà questa: dire Amen e Alleluia. Lo diremo con " insaziabile sazietà ", e diremo Alleluia perché diremo Amen 43.

Si noti quest'ultimo particolare: l'Alleluia dipende dall'Amen, cioè la lode dall'adorazione. Solo infatti chi è un vero adoratore di Dio, cioè ne adora l'eterna maestà e la santa volontà, può intonare il cantico di lode.

Che poi questa fosse la disposizione abituale di Agostino, lo dimostra non solo l'insistenza sull'argomento, che è sempre indice d'interesse e di propensione interiore, ma lo dimostrano soprattutto le sue Confessioni. Queste, rivelando il loro tema fondamentale, cominciano così: " Tu sei grande, Signore, e ben degno di lode, grande la tua virtù e la tua sapienza incalcolabile. E l'uomo vuole lodarti, una particella del suo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l'uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te " 44.

E all'inizio del libro nono, il libro della liberazione e dell'estasi: " Hai spezzato le mie catene, ti offrirò un sacrificio di lode. Ti lodi il mio cuore, la mia lingua; tutte le mie ossa dicano: "Signore, chi simile a te?". Così dicano, e tu rispondimi, di' all'anima mia: "La salvezza tua io sono" " 45. Terminando poi la sua opera, torna sulla lode di Dio associando ad essa, con un concetto cosmico, tutto l'universo che loda Dio mediante l'uomo: " Le tue opere ti lodano affinché ti amiamo, e noi ti amiamo affinché ti lodino le tue opere... " 46. Non per nulla Agostino, come si è visto, riassume nel tema della lode - lode a Dio per i beni concessi e per i peccati perdonati - tutto il contenuto delle sue Confessioni 47.

3) Preghiera di ringraziamento. All'adorazione e alla lode va unito il ringraziamento. Questo approfondisce sia l'una che l'altra e completa l'atteggiamento contemplativo dell'uomo verso Dio, quello che non dura la breve stagione della nostra vita ma dura in eterno, offrendo materia inesauribile alle vibrazioni dell'anima che ama e vuol cantare le lodi di Dio. Infatti la virtù della gratitudine suppone tre cose: il riconoscimento dei benefici ricevuti, l'atteggiamento di lode e rendimento di grazie, la volontà di retribuire il benefattore per i suoi benefici; non già, trattandosi di Dio, retribuire nel piano del fatto, ché non si può aggiungere nulla alla sua perfezione né offrire alcunché che egli non ci abbia offerto, ma sul piano dell'affetto, dell'adesione, del servizio.

Il primo atto esige uno studio profondo dei benefici di Dio, naturali e soprannaturali. Agostino l'ha fatto: egli è il filosofo della creazione e il teologo della grazia, e perciò il maestro spirituale, il cantore della virtù della gratitudine e della preghiera di ringraziamento. Sarebbe facile dimostrarlo con molti testi. Ne basti uno, ma ricco di contenuto. Lo traggo da una lettera in cui difende l'uso dei monaci di salutarsi, incontrandosi, con le parole Deo gratias. " Per mezzo delle loro lingue la tua carità grida nel cuore dei fedeli: "Sia ringraziato Dio" con voce più potente di quella con cui essi la fanno penetrare nelle orecchie. Poiché, che cosa di meglio potremmo recare nel cuore e pronunciare con la bocca e manifestare con la penna se non: "Sia ringraziato Dio"? Non potrebbe dirsi nulla di più conciso, nulla udirsi di più lieto, nulla comprendersi di più significativo, nulla compiersi di più utile di questa esclamazione. Sì, ringraziamo Dio... " 48.

Nulla dunque è più bello, più caro, più fruttuoso del sentimento interiore espresso con queste semplici parole: " Sia ringraziato Dio ". Di esso restano monumento perenne le Confessioni. Il lettore passi da queste pagine a quelle agostiniane. Rilegga, per esempio, l'inizio del l. 8º, quello della conversione, che comincia: " Dio mio, fa' ch'io ricordi per ringraziartene e ch'io confessi gli atti della tua misericordia nei miei riguardi... " 49, o la fine del l. 10º, dove esclama: " Quanto ci amasti, o Padre buono... " e ricorda l'opera di Cristo, per noi vittorioso e vittima, sacerdote e sacrificio 50. Ricorderò inoltre alcune commosse parole dell'ultimo libro della Città di Dio a proposito dei beati che cantano in cielo le misericordie del Signore: " Non v'è dubbio che di questo cantico in gloria della grazia di Cristo, dal cui sangue siamo stati liberati, nulla sarà più giocondo a quella città " 51.

3. - Agostino fu un uomo che nella preghiera contemplativa raggiunse i gradi più alti.

Non v'è dubbio, dunque, che il vescovo d'Ippona fu un uomo contemplativo; contemplativo, dico, in mezzo alle indefesse attività dell'apostolato. Aveva raggiunto una bella sintesi, anche se non priva di tensioni 52, tra l'otium sanctum (vita contemplativa) e il negotium iustum (apostolato) o, che è lo stesso, tra la caritas veritatis (amore della verità) e la necessitas caritatis (esigenze dell'amore), sintesi che ha il suo epicentro non tanto nella preghiera di petizione quanto nella veritatis delectatio (godimento della verità), che vuol dire ricerca di Dio, adorazione, lode, ringraziamento, amore; un amore non ancora fruente ma sempre siziente, insaziabilmente siziente.

Tutto sta nel sapere ora quale grado di contemplazione abbia conseguito in realtà. È l'aspetto più intimo della sua esperienza. A scrutarlo ci aiutano, come sempre, le Confessioni, le quali, con grande umiltà ma con altrettanta sincerità, ci rendono trasparente il suo animo. I testi non sono molti, ma rivelatori. Essenzialmente tre, dei quali uno descrive un tentativo e uno scacco, un secondo rappresenta un privilegiato successo, il terzo infine rivela lo stato abituale del suo animo e i frequenti doni di Dio.

Il primo, dicevo, descrive un tentativo che finì in uno scacco, il tentativo dell'estasi cosiddetta plotiniana: avvenne infatti dopo aver letto i platonici e sotto la spinta dell'entusiasmo per aver scoperto il volto autentico, quello spirituale o intelligibile, della verità. Ecco come la descrive: " Nel ricercare la ragione per cui apprezzavo la bellezza dei corpi... scoprii al di sopra della mia mente mutabile l'eternità immutabile e vera della verità. E così salii per gradi dai corpi all'anima, che sente attraverso il corpo, dall'anima alla sua potenza interna, cui i sensi del corpo comunicano la realtà esterna, e che è la massima facoltà delle bestie. Di qui poi salii ulteriormente all'attività razionale, al cui giudizio sono sottoposte le percezioni dei sensi corporei; ma poiché anche quest'ultima mia attività si riconobbe mutevole, si sollevò fino all'intelletto. Distolse quindi il pensiero dalle sue abitudini, sottraendosi alle contraddizioni della fantasia turbinosa, per rintracciare sia il lume da cui era pervasa quanto proclamava senza alcun esitazione che è preferibile ciò che non muta a ciò che muta, sia la fonte da cui deriva il concetto stesso dell'immutabilità, concetto che in qualche modo doveva possedere, altrimenti non avrebbe potuto anteporre con certezza ciò che non muta a ciò che muta. Così giunse, in un impeto della visione trepida, all'Essere stesso ". " Ma - aggiunge sconfortato - non fui capace di fissarvi lo sguardo ". Un'esperienza fallita, dunque, che però gli lasciò nell'animo un amoroso ricordo e un grande rimpianto. Continua infatti: " Quando, rintuzzata la mia debolezza, tornai tra gli oggetti consueti, non riportavo con me che un ricordo amoroso e il rimpianto, per così dire, dei profumi di una vivanda che non potevo ancora gustare " 53.

Non è qui il caso di parlare dell'utilità di questo tentativo e di questo fallimento. Essi lo indussero ad approfondire un problema a cui aveva pensato poco o nulla fino allora, un problema centrale nel cristianesimo e centrale poi nel pensiero e nella vita di Agostino: la meditazione di Cristo.

Per ciò che qui ci riguarda, esso dimostrò ad Agostino che non c'è possibilità di godere di Dio se non per mezzo di Cristo. " Cercavo la via per procurarmi forza sufficiente a goderti, ma non l'avrei trovata, finché non mi fossi aggrappato al mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, che è soprattutto Dio benedetto nei secoli. Egli ci chiama e ci dice: "Io sono la via, la verità e la vita" (Gv 14, 6); egli mescola alla carne il cibo che non avevo forza di prendere, poiché il Verbo si è fatto carne affinché la tua sapienza, con cui creasti l'universo, divenisse latte per la nostra infanzia " 54.

Scoperto il senso genuino del mistero del Verbo incarnato 55 e aggrappatosi ad esso, cioè a Cristo Dio-uomo, Agostino aveva trovato la via per salire in alto, molto in alto nelle vie della contemplazione. Fu il caso di quella che, descritta mirabilmente nelle Confessioni, è rimasta nella storia della pietà cristiana col nome di estasi di Ostia. Non si trattò di un tentativo e di un scacco, ma d'un dono ineffabile della grazia che fece pregustare ad Agostino e a sua madre, per un momento, quasi un battito del cuore, le gioie dei beati nel cielo, dove l'uno e l'altra, ritornando fra le cose usuali, lasciarono avvinta la parte più alta dell'anima 56.

Ecco la parte essenziale del celebre racconto agostiniano. " Conversavamo, dunque, soli con grande dolcezza. Dimentichi delle cose passate e protesi verso quelle che stanno innanzi, cercavamo fra noi, alla presenza della verità, che sei tu, quale sarebbe stata la vita eterna dei santi... Condotto il discorso a questa conclusione: che di fronte alla giocondità di quella vita il piacere dei sensi fisici, per quanto grande e nella più grande luce corporea, non ne sostiene il paragone, anzi neppure la menzione; elevandoci con più ardente impeto d'amore verso l'Essere stesso, percorremmo su tutte le cose corporee e il cielo medesimo, onde il sole, la luna e le stelle brillano sulla terra. E ancora ascendendo in noi stessi con la considerazione, l'esaltazione, l'ammirazione delle tue opere, giungemmo alle nostre anime e anch'esse superammo per attingere la plaga dell'abbondanza inesauribile, ove pasci Israele in eterno col pascolo della verità, ove la vita è la Sapienza, per cui si fanno tutte le cose presenti e che furono e che saranno, mentre essa non si fa, ma tale è oggi quale fu e quale sempre sarà; o meglio, l'essere stato e l'essere futuro non sono in lei, ma solo l'essere, in quanto eterna, poiché l'essere stato e l'essere futuro non è l'eterno. E mentre ne parlavamo e anelavamo verso di lei, la cogliemmo un poco con lo slancio totale della mente e sospirando vi lasciammo avvinte le primizie dello spirito, per ridiscendere al suono vuoto delle nostre bocche, ove la parola ha principio e fine " 57.

Questa sublime esperienza fu per Monica 58 una preparazione all'incontro definitivo con il suo Signore - morì infatti pochi giorni dopo - e per Agostino una luce e una forza che l'accompagnarono per tutta la vita, guidandolo nelle speculazioni teologiche e accendendo in lui il desiderio di "vedere" il volto di Dio.

Sappiamo, poi, che quell'esperienza non restò isolata. C'è un'altra pagina delle Confessioni che apre un varco sulla vita quotidiana di Agostino e ci permette di scorgerne, come per un baleno, le profondità dello spirito. Ci parla dell'abitudine di rifugiarsi, per cercare conforto e per impedire che le occupazioni lo opprimessero, nella meditazione della Scrittura: è la sua gioia. Ecco le sue parole: " Spesso faccio questo, è la mia gioia, e in questo diletto mi rifugio, allorché posso liberarmi dalla stretta delle occupazioni. Ma fra tutte le cose che passo in rassegna consultando te, non trovo un luogo sicuro per la mia anima, se non in te. Soltanto lì si raccolgono tutte le mie dissipazioni, e nulla di mio si stacca da te. Talvolta mi introduci in un sentiero interiore del tutto sconosciuto e indefinibilmente dolce, che, qualora raggiunga dentro di me la sua pienezza, sarà non so cosa, che non sarà questa vita. Invece ricado sotto i pesi tormentosi della terra. Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell'abitudine " 59.

È difficile dire meglio. Basterebbe questa pagina per iscrivere il vescovo d'Ippona tra i mistici che hanno goduto di doni speciali. È chiaro che qui non si tratta di solo sforzo personale, come in un'ascensione filosofica, ma d'intervento di Dio: " Talvolta m'introduci in un sentimento interiore del tutto sconosciuto... ". È chiaro altresì che questo intervento non è ordinario, ma altissimo, tanto alto che, se fosse cresciuto ancora un poco, questa vita, com'egli dice bellamente, non sarebbe stata più questa vita. C'è anche, quasi conferma della straordinarietà del dono, la ricaduta tra le cose usuali, le cure di quaggiù delle quali sentiva, dopo il godimento sia pure momentaneo di tanta dolcezza, più amaramente il peso: " Ma ricado sotto i pesi tormentosi della terra ".

Il lettore non manchi di osservare i due avverbi: "spesso" e "talvolta". Il primo indica l'abitudine dell'elevazione amorosa della mente di Dio allo scopo di raccogliere o, per dir così, porre in Lui tutto il proprio essere; il secondo l'intervento divino speciale, che è straordinario sia per l'intensità che per la rarità. Non ci vuol molto per applicare a questa esperienza agostiniana il termine di contemplazione infusa usata dagli scolastici. Con ciò non si vuol stabilire un paragone, ma si vuol richiamare un'espressione efficace ed inequivocabile, benché posteriore, per dire che Agostino non fu solo un grande metafisico e un meditativo entusiasta, bensì anche un contemplativo che della contemplazione raggiunse i gradi più alti, chiamati appunto, dagli scrittori di mistica, della contemplazione infusa.

Da questa esperienza nascono tante pagine vibranti del vescovo d'Ippona che trovano ancor oggi, dopo tanti secoli, le vie dell'intelligenza e del cuore. Uno studio attento di esse, allo scopo di ritrovare i frutti di questi doni speciali, rivelerebbe gli aspetti più belli della personalità di Agostino: la profondità metafisica, la sicurezza teologica, l'austerità ascetica, forte e insieme moderata, la luminosità mistica, e, soprattutto, la religiosità commossa del convertito. Si vede bene che chi parla o scrive attinge non solo ai suoi studi, sacri e profani, o alle sue intuizioni, ma anche alle sue esperienze del divino. Ne ho detto qualcosa altrove e rimando a quelle pagine 60. Del resto quel che sono per dire è conferma di quanto si è detto. Dopo l'esperienza, la dottrina; anzi, si può dire, dall'esperienza la dottrina.
AmarDio
00Saturday, February 27, 2010 8:50 PM
ASPETTI QUALIFICANTI DELLA SPIRITUALITÀ AGOSTINIANA

Anche la dottrina, anzi soprattutto questa, è ampia, profonda, illuminante: Agostino è un grande maestro di vita spirituale che ama guidare il suo gregge e i suoi lettori a scoprire gli inesauribili tesori della perfezione cristiana. Non potremmo fare che accenni, rimandando alle opere indicate sopra e alle altre molte che Agostino scrisse. Del resto nelle opere agostiniane non si trova mai solo teologia e filosofia ma anche, sempre, dottrina spirituale.

Questa si può esporre in più modi, o ricordandone le qualità o illustrandone i temi. Nel primo caso, bisognerebbe parlare degli aspetti che la distinguono, che sono: trinitario, cristologico, ecclesiologico, antropologico, escatologico, biblico. Nel secondo, seguire Agostino mentre costruisce pietra su pietra l'edificio della vita spirituale, ne ricorda le aporie, ne consolida i fondamenti, ne mostra la sintesi, ne indica le vette.

Il primo modo ricollega la vita spirituale ai grandi misteri cristiani e apre gli immensi orizzonti della rivelazione sui quali il vescovo d'Ippona spaziò a suo agio, il secondo ne indica la struttura e le grandi ascese.

Per essere completi bisognerebbe parlare dell'uno e dell'altro. Non potendolo fare estesamente nei due modi, dedicherò un accenno al primo e mi soffermerò un po' più a lungo sul secondo.

Gli aspetti qualificanti della spiritualità agostiniana nascono tutti dalle relazioni profonde che legano la spiritualità ai misteri della rivelazione cristiana. Essi, questi misteri, entrano tanto profondamente nella vita spirituale che questa non sarebbe specificatamente cristiana, né crescerebbe verso la perfezione, se non trovasse in essi la luce, la forza, l'alimento, la gioia. Agostino lo ha illustrato e ridetto in tutti i toni e in tutti i modi.

1) Prima di tutto il mistero trinitario. Il lettore di queste pagine rilegga quelle profonde e luminose del vescovo d'Ippona sulla Trinità. Ne ho detto qualcosa sopra. Qui val la pena di ricordare, ancora una volta, la sua esperienza, citando alcune parole della bella preghiera che chiude quell'opera 1. Vi si dice: " Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede - la fede trinitaria -, per quanto ho potuto, per quanto mi hai concesso di potere, ti ho cercato e ho desiderato di vedere con l'intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato. Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa' sì che non cessi di cercarti per stanchezza ma cerchi sempre la tua faccia con ardore. Dammi tu la forza di cercare... Davanti a te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa... Fa' che mi ricordi di te che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quanto tu mi abbia riformato interamente... ".

Questa preghiera rivela meglio di ogni altro argomento l'aspetto essenzialmente trinitario della spiritualità agostiniana e il suo orientamento decisamente contemplativo.

2) L'altro aspetto, non meno essenziale, è quello cristologico, che deriva, poi, dal primo. Cristo infatti è la rivelazione del Padre e la via per tornare al Padre. In lui il Padre ci ha dimostrato " quanto ci ha amato e quali ci ha amati; quanto ci ha amato, cioè con amore infinito, perché non disperassimo; quali ci ha amati, cioè mentre eravamo peccatori, perché non insuperbissimo " 2. Cristo è tutto, per noi: via e patria, via come uomo, patria come Dio; per mezzo di lui andiamo a lui 3. " La nostra scienza è Cristo, la nostra sapienza è lo stesso Cristo. È Lui che introduce in noi la fede che concerne le cose temporali, Lui che ci rivela le verità concernenti le cose eterne. Per mezzo di Lui andiamo a Lui, per mezzo della scienza tendiamo alla sapienza senza mai allontanarci, tuttavia, dal solo e medesimo Cristo in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza " 4.

Per capire tutta la portata di questo testo occorre tener presente il posto che occupa nel pensiero agostiniano il binomio scienza e sapienza, un binomio che abbraccia tutta la vita e resta in ogni caso fondamentale per l'antropologia.

Infatti " alla sapienza appartiene la conoscenza intellettiva delle cose eterne, alla scienza invece la conoscenza razionale delle cose temporali " 5. Posta questa distinzione, è chiaro che la contemplazione appartiene alla sapienza, non alla scienza; ma la scienza, se non vuole essere deviante, deve condurre alla sapienza.

3) La centralità di Cristo porta con sé la centralità della Chiesa, che è la terza prerogativa della spiritualità agostiniana, pur essa essenziale oltre che indispensabile.

Non è il caso di esporre qui l'ecclesiologia agostiniana così ampia e profonda da costituire, con la dottrina del Christus totus, il centro del suo pensiero teologico. Qui basti ricordare le due prerogative della Chiesa che egli mette particolarmente in rilievo: la Chiesa è maestra, la Chiesa è madre. Perché maestra, dobbiamo ascoltarla con pia e fedele devozione; perché madre, dobbiamo amarla con tutto l'affetto del cuore. Così fece Agostino, e così insegnò a fare.

" Amiamo il Signore Dio nostro - dice al suo popolo -, amiamo la sua Chiesa: Dio come padre, la Chiesa come madre... nessuno può offendere la sposa e meritare l'amicizia dello sposo " 6. È appunto questo amore che dà la misura dei doni dello Spirito Santo, e perciò del progresso nella perfezione cristiana.

Agostino non ha dubbi: " Siamo convinti, o fratelli, che uno possiede lo Spirito Santo nella misura in cui ama la Chiesa di Cristo " 7.

Dall'amore nasce la disponibilità al servizio che Agostino considera l'impegno fondamentale del cristiano, impegno che conduce alle forme più alte dell'eroismo. Ne diede egli stesso l'esempio e ne illustrò la natura nei riguardi soprattutto del sacerdozio 8.

4) Altro aspetto della spiritualità agostiniana che costituisce il clima e, per dir così, la molla occulta delle ascensioni interiori, è la grazia che restaura nell'uomo l'immagine di Dio, scolorita, oscurata, deformata, ferita, asservita dal peccato. L'uomo immagine di Dio è il punto d'incontro della filosofia, teologia, spiritualità del vescovo d'Ippona. Su questo argomento vertono molte pagine della Trinità (particolarmente i ll. 14º e 15º) e tutta la controversia pelagiana sulla natura della giustificazione e la necessità della grazia adiuvante.

Su questa linea dell'immagine di Dio, " stampata immortalmente nella natura dell'anima " 9 ma deturpata dal peccato e bisognosa di rinnovamento, si svolge tutto il cammino della vita spirituale dal momento della giustificazione fino alle vette della contemplazione. Infatti la somiglianza dell'immagine al suo esemplare, che è Dio-Trinità, non sarà perfetta se non quando sarà perfetta la visione di Dio 10, verso la quale è orientata la nostra vita e, in maniera più specifica, la preghiera contemplativa.

5) Ne segue - e vale la pena di mettere in rilievo quest'altro aspetto su cui Agostino ha insistito non meno che sugli altri - che la vita e la spiritualità cristiana hanno una dimensione essenzialmente escatologica. Questa dimensione egli diede alla grande opera sulla Città di Dio, che è la Chiesa, la quale " dallo stesso Abele, il primo giusto ucciso dall'empio fratello, e successivamente fino alla fine di questo mondo, avanza pellegrinando tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio " 11.

La stessa dimensione diede anche all'opera catechistica sul Modo di catechizzare i principianti, destinata ad insegnare ai neofiti come " ascoltando credano, credendo sperino, e sperando amino " 12.

Del resto questa dimensione è insita nella natura stessa della giustificazione, la quale è essenzialmente, se non esclusivamente, escatologica. Sarà infatti piena e totale quando tutto l'uomo, corpo compreso, sarà partecipe della beata immortalità e della indefettibile visione di Dio.

A questa traiettoria escatologica si conforma, con varietà di particolari e profondità di intuizione, tutta la dottrina spirituale del vescovo d'Ippona.

6) Non vorrei terminare questo rapido accenno dedicato agli aspetti, che ritengo qualificanti, della spiritualità agostiniana senza indicare quello biblico, che anima e colora di sé tutti gli altri ed é, forse più degli altri, modernissimo. La spiritualità agostiniana è biblica nel senso più forte della parola, non solo perché si alimenta costantemente della meditazione della Scrittura - si sa quale commovente passione avesse Agostino per questa meditazione a cui dedicava tutti i momenti liberi del suo tempo e di cui ci ha lasciato indimenticabili esempi nelle Confessioni 13 -, ma anche perché trae dalla Scrittura l'esempio delle virtù e lo specchio della vita 14 e ne segue il movimento che converge tutto verso il Cristo e verso la carità. La Scrittura infatti ha due temi fondamentali: " Narra Cristo e raccomanda la carità "
Credente.
00Monday, April 19, 2010 12:16 PM
Dalle Confessioni di s.Agostino: Da ascoltare

Coordinatrice
00Monday, April 30, 2012 10:03 PM
La vita di Agostino con gli occhi della madre Monica
Credente.
00Friday, August 31, 2012 12:54 PM

Pontifex.Roma“L’uomo non vive di solo pane ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Pane spirituale, la dottrina di Cristo ! Pane spirituale, l’Eucarestia, il corpo di Cristo ! Questo pane non è meno necessario all’anima di quello che lo è il pane materiale per il corpo. La liturgia sa quello che vuol dire sottolineando alla Comunione della Messa dei Dottori, il versetto del Vangelo di San Luca dove il “prudente e fedele servitore” è presentato “come colui al quale il Signore ha confidato la sua propria famiglia, per distribuire ad ognuno, a tempo debito, il pane in abbondanza”. Distributore di pane ! La funzione ispira il rispetto, l’attesa, la gratitudine. Il rispetto ? È che è nobile e buono dare del pane a chi ne ha bisogno, per nutrire il suo corpo e non farlo morire , ma ancor  più quando si tratta di alimentare la sua anima e di assicurargli la verità e la salvezza eterna ! L’attesa ? Il bisogno dell’uomo ed il servizio per soddisfarlo sono legati. Il corpo ha fame. Anche ...

... l’anima ha fame. E la fame suscita l’attesa dello sfamarsi.

La gratitudine ? L’uomo perbene non dimentica chi gli ha dato il pane di conforto e vivificante. Ed ancor lì, a meno di ingratitudine, vi è un grazie da dire  per il sostegno dato al corpo. Vi è una riconoscenza superiore ancora per il pane dell’anima e dello spirito, da parte dell’uomo intelligente, da parte del cristiano vero.

Chi dunque ha più e meglio distribuito il pane  soprannaturale del vescovo di Ippona ?

Sant’Agostino (354-430) vescovo vicino al suo popolo, pensatore acutissimo, scrittore, teologo, esegeta, filosofo, i suoi scritti sono un tesoro della Patrologia cristiana. La sua creazione della regola comunitaria nella Chiesa è un fondamento sul quale i secoli successivi hanno potuto elevare un’alta torre senza schiacciare la base teologica fornita dal vescovo di Ippona. Agostino è considerato uno dei padri della Chiesa d’Occidente, insieme ad Ambrogio, Gregorio Magno e Girolamo, nonché uno dei più grandi teologi e filosofi della Chiesa. A renderlo famoso è stata la sua immensa produzione letteraria, una enorme quantità di discorsi e scritti tra i quali i più celebri sono “ La città di Dio”, un’apologia del cristianesimo e “Le Confessioni”, la sua autobiografia che rappresenta anche uno dei grandi capolavori di tutti i tempi. Agostino apprezzava la fede semplice di sua madre Monica che la Chiesa festeggia il 27 agosto, ma era convinto che il credente dovesse crescere nella conoscenza della fede e ripensarla criticamente per non essere travolto dagli errori e dalle critiche. Agostino era convinto che l’amore genuino di Dio e del prossimo nasce solo dalla verità conosciuta attraverso la ragione e la fede. Il nucleo del suo pensiero teologico ruota attorno al tema del peccato e della Grazia divina, intesa come unica, autentica fonte da cui attingere la salvezza. Agostino è stato un intellettuale vicino ai poveri, ai quali distribuiva tutte le offerte che riceveva e giunse persino a fondere i sacri vasi di metallo per soccorrere i bisogni dei poveri. Accoglieva le persone dimentico di se stesso a tal punto da passare intere giornate senza mangiare. Vedeva nel sacerdozio e nell’episcopato non un titolo di onore ma un dovere di servizio tanto da essere stato il primo ad autodefinirsi “servo dei servi di Dio”.

La Provvidenza si serve delle anime secondo i suoi disegni. La corruzione in gioventù, gli errori dottrinali di Agostino, prima della sua conversione, hanno provocato una reazione di santità  in lui, dovuta alle preghiere ed alle lacrime della sua santa madre, Monica, ed alla sua  corrispondenza alla grazia divina.

Con questi titoli di Buon Pastore e di Dottore, egli è stato e resta nella Chiesa di Dio uno di quelli che hanno distribuito in abbondanza il pane delle anime che sono la dottrina e la santità.

Dacci, Signore, di unirci a te con tutti i mezzi forniti alla nostra buona volontà dalla tua Provvidenza  e di trovare nella persona e nell’opera di Agostino, un esempio ed un arricchimento di vita soprannaturale per le nostre anime e la nostra attività al tuo servizio.

Don Marcello Stanzione 

Coordinatrice
00Thursday, August 28, 2014 7:39 AM
Sant' Agostino Vescovo e dottore della Chiesa

28 agosto

Tagaste (Numidia), 13 novembre 354 – Ippona (Africa), 28 agosto 430


Sant'Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia - attualmente Souk-Ahras in Algeria - il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un'educazione cristiana, ma dopo aver letto l'Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant'Ambrogio. L'incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche - quest'ultime riflettono l'intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita - sono tutt'ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all'età di 76 anni. (Avvenire)

Patronato: Teologi, Stampatori

Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino

Emblema: Bastone pastorale, Libro, Cuore di fuoco
Martirologio Romano: Memoria di sant’Agostino, vescovo e insigne dottore della Chiesa: convertito alla fede cattolica dopo una adolescenza inquieta nei princípi e nei costumi, fu battezzato a Milano da sant’Ambrogio e, tornato in patria, condusse con alcuni amici vita ascetica, dedita a Dio e allo studio delle Scritture. Eletto poi vescovo di Ippona in Africa, nell’odierna Algeria, fu per trentaquattro anni maestro del suo gregge, che istruì con sermoni e numerosi scritti, con i quali combatté anche strenuamente contro gli errori del suo tempo o espose con sapienza la retta fede.


Agostino è uno degli autori di testi teologici, mistici, filosofici, esegetici, ancora oggi molto studiato e citato; egli è uno dei Dottori della Chiesa come ponte fra l’Africa e l’Europa; il suo libro le “Confessioni” è ancora oggi ricercato, ristampato, letto e meditato.
“Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo…. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace”; così scrive Agostino Aurelio nelle “Confessioni”, perché la sua vita fu proprio così in due fasi: prima l’ansia inquieta di chi, cercando la strada, commette molti errori; poi imbroccata la via, sente il desiderio ardente di arrivare alla meta per abbracciare l’amato.
Agostino Aurelio nacque a Tagaste nella Numidia in Africa il 13 novembre 354 da una famiglia di classe media, di piccoli proprietari terrieri, il padre Patrizio era pagano, mentre la madre Monica, che aveva avuto tre figli, dei quali Agostino era il primogenito, era invece cristiana; fu lei a dargli un’educazione religiosa ma senza battezzarlo, come si usava allora, volendo attendere l’età matura.
Ebbe un’infanzia molto vivace, ma non certamente piena di peccati, come farebbe pensare una sua frase scritta nelle “Confessioni” dove si dichiara gran peccatore fin da piccolo. I peccati veri cominciarono più tardi; dopo i primi studi a Tagaste e poi nella vicina Madaura, si recò a Cartagine nel 371, con l’aiuto di un facoltoso signore del luogo di nome Romaniano; Agostino aveva 16 anni e viveva la sua adolescenza in modo molto vivace ed esuberante e mentre frequentava la scuola di un retore, cominciò a convivere con una ragazza cartaginese, che gli diede nel 372, anche un figlio, Adeodato.
Questa relazione sembra che sia durata 14 anni, quando nacque inaspettato il figlio; Agostino fu costretto, come si suol dire, a darsi una regolata, riportando la sua condotta inconcludente e dispersiva, su una più retta strada, ed a concentrarsi negli studi, per i quali si trovava a Cartagine.
Le lagrime della madre Monica, cominciavano ad avere un effetto positivo; fu in quegli anni che maturò la sua prima vocazione di filosofo, grazie alla lettura di un libro di Cicerone, l’”Ortensio” che l’aveva particolarmente colpito, perché l’autore latino affermava, come soltanto la filosofia aiutasse la volontà ad allontanarsi dal male e ad esercitare la virtù.
Purtroppo la lettura della Sacra Scrittura non diceva niente alla sua mente razionalistica e la religione professata dalla madre gli sembrava ora “una superstizione puerile”, quindi cercò la verità nel manicheismo.
Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo.
Ultimati gli studi, tornò nel 374 a Tagaste, dove con l’aiuto del suo benefattore Romaniano, aprì una scuola di grammatica e retorica, e fu anche ospitato nella sua casa con tutta la famiglia, perché la madre Monica aveva preferito separarsi da Agostino, non condividendo le sue scelte religiose; solo più tardi lo riammise nella sua casa, avendo avuto un sogno premonitore, sul suo ritorno alla fede cristiana.
Dopo due anni nel 376, decise di lasciare il piccolo paese di Tagaste e ritornare a Cartagine e sempre con l’aiuto dell’amico Romaniano, che egli aveva convertito al manicheismo, aprì anche qui una scuola, dove insegnò per sette anni, purtroppo con alunni poco disciplinati.
Agostino però tra i manichei non trovò mai la risposta certa al suo desiderio di verità e dopo un incontro con un loro vescovo, Fausto, avvenuto nel 382 a Cartagine, che avrebbe dovuto fugare ogni dubbio, ne uscì non convinto e quindi prese ad allontanarsi dal manicheismo.
Desideroso di nuove esperienze e stanco dell’indisciplina degli alunni cartaginesi, Agostino resistendo alle preghiere dell’amata madre, che voleva trattenerlo in Africa, decise di trasferirsi a Roma, capitale dell’impero, con tutta la famiglia.
A Roma, con l’aiuto dei manichei, aprì una scuola, ma non fu a suo agio, gli studenti romani, furbescamente, dopo aver ascoltate con attenzione le sue lezioni, sparivano al momento di pagare il pattuito compenso.
Subì una malattia gravissima che lo condusse quasi alla morte, nel contempo poté constatare che i manichei romani, se in pubblico ostentavano una condotta irreprensibile e casta, nel privato vivevano da dissoluti; disgustato se ne allontanò per sempre.
Nel 384 riuscì ad ottenere, con l’appoggio del prefetto di Roma, Quinto Aurelio Simmaco, la cattedra vacante di retorica a Milano, dove si trasferì, raggiunto nel 385, inaspettatamente dalla madre Monica, la quale conscia del travaglio interiore del figlio, gli fu accanto con la preghiera e con le lagrime, senza imporgli nulla, ma bensì come un angelo protettore.
E Milano fu la tappa decisiva della sua conversione; qui ebbe l’opportunità di ascoltare i sermoni di s. Ambrogio che teneva regolarmente in cattedrale, ma se le sue parole si scolpivano nel cuore di Agostino, fu la frequentazione con un anziano sacerdote, san Simpliciano, che aveva preparato s. Ambrogio all’episcopato, a dargli l’ispirazione giusta; il quale con fine intuito lo indirizzò a leggere i neoplatonici, perché i loro scritti suggerivano “in tutti i modi l’idea di Dio e del suo Verbo”.
Un successivo incontro con s. Ambrogio, procuratogli dalla madre, segnò un altro passo verso il battesimo; si ipotizza che sia stato convinto da Monica a seguire il consiglio dell’apostolo Paolo, sulla castità perfetta, e che sia stato convinto pure a lasciare la moglie, la quale secondo la legge romana, essendo di classe inferiore, era praticamente una concubina, rimandandola in Africa e tenendo presso di sé il figlio Adeodato (ci riesce difficile ai nostri tempi comprendere questi atteggiamenti, così usuali per allora).
A casa di un amico Ponticiano, questi gli aveva parlato della vita casta dei monaci e di s. Antonio abate, dandogli anche il libro delle Lettere di S. Paolo; ritornato a casa sua, Agostino disorientato si appartò nel giardino, dando sfogo ad un pianto angosciato e mentre piangeva, avvertì una voce che gli diceva ”Tolle, lege, tolle, lege” (prendi e leggi), per cui aprì a caso il libro delle Lettere di S. Paolo e lesse un brano: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rom. 13, 13-14).
Dopo qualche settimana ancora d’insegnamento di retorica, Agostino lasciò tutto, ritirandosi insieme alla madre, il figlio ed alcuni amici, ad una trentina di km. da Milano, a Cassiciaco, in meditazione e in conversazioni filosofiche e spirituali; volle sempre presente la madre, perché partecipasse con le sue parole sapienti.
Nella Quaresima del 386 ritornarono a Milano per una preparazione specifica al Battesimo, che Agostino, il figlio Adeodato e l’amico Alipio ricevettero nella notte del sabato santo, dalle mani di s. Ambrogio.
Intenzionato a creare una Comunità di monaci in Africa, decise di ritornare nella sua patria e nell’attesa della nave, la madre Monica improvvisamente si ammalò di una febbre maligna (forse malaria) e il 27 agosto del 387 morì a 56 anni. Il suo corpo trasferito a Roma si venera nella chiesa di S. Agostino, essa è considerata il modello e la patrona delle madri cristiane.
Dopo qualche mese trascorso a Roma per approfondire la sua conoscenza sui monasteri e le tradizioni della Chiesa, nel 388 ritornò a Tagaste, dove vendette i suoi pochi beni, distribuendone il ricavato ai poveri e ritiratosi con alcuni amici e discepoli, fondò una piccola comunità, dove i beni erano in comune proprietà.
Ma dopo un po’ l’affollarsi continuo dei concittadini, per chiedere consigli ed aiuti, disturbava il dovuto raccoglimento, fu necessario trovare un altro posto e Agostino lo cercò presso Ippona.
Trovatosi per caso nella basilica locale, in cui il vescovo Valerio, stava proponendo ai fedeli di consacrare un sacerdote che potesse aiutarlo, specie nella predicazione; accortasi della sua presenza, i fedeli presero a gridare: “Agostino prete!” allora si dava molto valore alla volontà del popolo, considerata volontà di Dio e nonostante che cercasse di rifiutare, perché non era questa la strada voluta, Agostino fu costretto ad accettare.
La città di Ippona ci guadagnò molto, la sua opera fu fecondissima, per prima cosa chiese al vescovo di trasferire il suo monastero ad Ippona, per continuare la sua scelta di vita, che in seguito divenne un seminario fonte di preti e vescovi africani.
L’iniziativa agostiniana gettava le basi del rinnovamento dei costumi del clero, egli pensava: “Il sacerdozio è cosa tanto grande che appena un buon monaco, può darci un buon chierico”. Scrisse anche una Regola, che poi nel IX secolo venne adottata dalla Comunità dei Canonici Regolari o Agostiniani.
Il vescovo Valerio nel timore che Agostino venisse spostato in altra sede, convinse il popolo e il primate della Numidia, Megalio di Calama, a consacrarlo vescovo coadiutore di Ippona; nel 397 morto Valerio, egli gli successe come titolare.
Dovette lasciare il monastero e intraprendere la sua intensa attività di pastore di anime, che svolse egregiamente, tanto che la sua fama di vescovo illuminato si diffuse in tutte le Chiese Africane.
Nel contempo scriveva le sue opere che abbracciano tutto il sapere ideologico e sono numerose, vanno dalle filosofiche alle apologetiche, dalle dogmatiche alle morali e pastorali, dalle bibliche alle polemiche. Queste ultime riflettono l’intensa e ardente battaglia che Agostino intraprese contro le eresie che funestavano l’unità della Chiesa in quei tempi: Il Manicheismo che conosceva bene, il Donatismo sorto ad opera del vescovo Donato e il Pelagianesimo propugnato dal monaco bretone Pelagio.
Egli fu maestro indiscusso nel confutare queste eresie e i vari movimenti che ad esse si rifacevano; i suoi interventi non solo illuminarono i pastori di anime dell’epoca, ma determinarono anche per il futuro, l’orientamento della teologia cattolica in questo campo. La sua dottrina e teologia è così vasta che pur volendo solo accennarla, occorrerebbe il doppio dello spazio concesso a questa scheda, per forza sintetica; il suo pensiero per millenni ormai è oggetto di studio per la formazione cristiana, le tante sue opere, dalle “Confessioni” fino alla “Città di Dio”, gli hanno meritato il titolo di Dottore della Chiesa.
Nel 429 si ammalò gravemente, mentre Ippona era assediata da tre mesi dai Vandali comandati da Genserico († 477), dopo che avevano portato morte e distruzione dovunque; il santo vescovo ebbe l’impressione della prossima fine del mondo; morì il 28 agosto del 430 a 76 anni. Il suo corpo sottratto ai Vandali durante l’incendio e distruzione di Ippona, venne trasportato poi a Cagliari dal vescovo Fulgenzio di Ruspe, verso il 508-517 ca., insieme alle reliquie di altri vescovi africani.
Verso il 725 il suo corpo fu di nuovo traslato a Pavia, nella Chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro, non lontano dai luoghi della sua conversione, ad opera del pio re longobardo Liutprando († 744), che l’aveva riscattato dai saraceni della Sardegna.


Autore: Antonio Borrelli
Credente.
00Sunday, May 17, 2015 11:01 PM
Agostino, il santo della Grazia

di Maurizio Schoepflin
Sant'Agostino (354-430) è stato uno dei massimi protagonisti della storia della cultura occidentale: la sua testimonianza di uomo e di pensatore ha lasciato una traccia feconda e indelebile non soltanto nella tradizione cristiana, della quale è uno dei più straordinari maestri, ma nell'intera civiltà dell'Occidente. Numerosi sono i motivi del filosofare agostiniano che hanno rivestito eccezionale importanza nella storia del pensiero: molti di questi conservano una suggestiva attualità e su alcuni di essi soffermeremo la nostra attenzione, ben sapendo che il patrimonio di sapienza lasciatoci dal santo dottore africano è pressochè inesauribile.
Con un'intensità riscontrabile in pochi altri casi, in Agostino la dimensione esistenziale e quella affettiva si intrecciano inestricabilmente con quella religiosa e con quella filosofica: fede e ragione, ricerca della verità e conquista di essa, invocazione e riflessione, lettura e dialogo, scrittura polemica e preghiera appassionata, amore e amicizia, spirito e carne si incontrano e si scontrano nella vita di Agostino, entrano in conflitto, si compenetrano, si attraggono, si respingono, fino a trovare una sintesi suprema nella pace interiore raggiunta da chi, come insegna san Paolo, ha combattuto e portato a termine la buona battaglia del Vangelo.
La fede a cui Agostino approdo, dopo anni di errori e di sofferenze e in seguito ad una straordinaria conversione, fece tutt'uno con la sua vita, e non casualmente lo scritto suo più celebre e coinvolgente sono le Confessioni, documento palpitante di un'esistenza caratterizzata da una profonda ansia di ricerca e coronata dall'approdo appagante alla Verità.
Per Agostino 1'uomo porta nel cuore un'inquietudine che lo spinge verso Dio: guardandosi dentro (ad Agostino si deve la scoperta della realtà e del valore dell'interiorità), ognuno si rende conto che è Dio ad averlo creato e che soltanto tornando a Lui potrà trovare la propria realizzazione più autentica. In questo cammino, un aiuto importante può venire dalla filosofia, perchè - rammenta Agostino - è necessario capire per credere e credere per capire: sarà comunque la fede a illuminare definitivamente 1'uomo e a dargli le risposte alle quali il suo cuore anela.
A questo riguardo, e interessante ricordare la grande importanza riconosciuta alla preghiera da parte di Agostino, che non esitò ad attribuire alla costante appassionata orazione della madre Monica (venerata dalla Chiesa come Santa) il suo ritorno sulla retta via della fede: pregare significa rendersi conto che la sapienza umana è insufficiente per ottenere la salvezza e la beatitudine derivanti dall'incontro con il Signore. Sulla via di questo incontro, 1'uomo trova un grave ostacolo: è il peccato, di cui Agostino sottolineo con chiarezza la drammatica e distruttiva presenza nella vita e nella storia degli uomini; è il peccato - ci dice il Santo Vescovo di Ippona - non è vincibile senza 1'intervento di Dio che ci dona la Grazia. Con le sue sole forze, 1'uomo non potrà mai salvarsi: su ciò Agostino rimase sempre assolutamente fermo, convinto che soltanto la Croce di Cristo e il suo sacrificio salvifico hanno riaperto all'uomo le porte del Cielo.
Seguendo questa linea di riflessione, si comprende perchè Agostino abbia sostenuto che la Grazia divina non cancella la libertà umana, bensì la valorizza appieno: infatti, soltanto in virtù della Grazia di Dio 1'uomo può perseverare nel bene e non usare male il libero arbitrio, il quale, a causa del peccato originale, è costantemente insidiato dall'errore. Dunque, la vera libertà, la libertà in senso pieno, è quella che, potenziata dall'intervento salvifico divino, sceglie il bene e lo compie, innalzando 1'uomo verso il suo destino soprannaturale e allontanandolo dal peccato in cui la debolezza della sua volontà rischia continuamente di farlo cadere. In sintesi: la Grazia ci rende capaci di amore, dell'amore autentico, che è la carità evangelica.
In ultima analisi, dunque, per Agostino la ricerca di Dio e il cammino verso di Lui diventano una questione di amore. Vera sintesi di libertà e grazia, 1'amore si presenta pertanto come il movente del nostro ricongiungimento con Dio: si tratta dell'amore rettamente inteso e finalizzato all'obbedienza ai precetti evangelici, non certo dell'amore falso e sregolato - sperimentato da Agostino prima della conversione - che spinge 1'uomo verso 1'eccessivo attaccamento alle creature e alle realtà terrene, distogliendolo dall'autentica carità che riconosce in Dio il suo sommo oggetto.
Tra i valori che più si avvicinano all'amore, e che da esso traggono linfa vitale, vi è l'amicizia: Agostino visse in modo particolarmente appassionato il sentimento dell'amicizia e la sua vita ne fu sempre segnata, anche se soltanto dopo la conversione egli ne comprese appieno il significato, quando la forza redentrice di Dio elevò pure quel sentimento, rendendo autenticamente saldi i rapporti amicali. Per Agostino, dunque, anche le relazioni umane traggono senso e sapore dalla fede in Dio e il ritrovamento del Padre diventa, nel medesimo tempo, ritrovamento dei fratelli. Egli ha, per così dire, chiuso il cerchio: l'ansia di Dio lo ha ricondotto fra le braccia del suo Signore; ora sa qual è il senso della vita e allarga il suo sguardo fino a comprendere gli altri nell'amore e, attraverso 1'amore, pregusta il premio eterno che lo attende in Paradiso.

BIBLIOGRAFIA

E. Gilson, Introduzione allo studio di Sant'Agostino, Marietti, Casale Monferrato 1983.
A. Trapè, Introduzione, in Sant'Agostino, Le Confessioni, Città Nuova, Roma 1975.
M. Schoepflin [a cura di], II "De Magistro" di Sant'Agostino e il tema dell'educazione nel cristianesimo antico, Paravia, Torino 1994.
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