PREGARE IL PADRE NOSTRO

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Credente.
00Wednesday, April 12, 2017 12:18 PM

Anche noi siamo figli di Papà!: commento meditato sul Pater Noster


Il Padre Nostrosintesi di tutto il Vangelo (Tertulliano, De oratione, 1), è l'orazione domenicale (cioè "preghiera del Signore") per eccellenza, perché insegnataci da Cristo stesso (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2765) in risposta alla richiesta dei suoi discepoli: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1).


Se passi in rassegna tutte le parole delle preghiere contenute nella S. Scrittura, per quanto io penso, non ne troverai una che non sia contenuta e compendiata in questa preghiera insegnataci dal Signore (Sant'Agostino, Lettera a ProbaEpistulae, n. 130). Esempio di perfetta armonia, nel Padre Nostro non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell'ordine in cui devono essere desiderate: cosicché questa preghiera non solo insegna a chiedere, ma plasma anche tutti i nostri affetti (San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, q. 83, a. 9).


Un primo approccio al Padre Nostro ci porta a considerare il susseguirsi di tre impegni e tre richieste, con i quali l'uomo si impegna prima ad essere come secondo la volontà di Dio e poi chiede quel che occorre per le sue necessità materiali e spirituali:



  1. L'impegno alla testimonianza: sia santificato il tuo nome

  2. L'impegno alla fedeltà: venga il tuo regno

  3. L'impegno all'amore: sia fatta la tua volontà


  1. La richiesta del sostegno di Dio: dacci oggi il nostro pane quotidiano

  2. La richiesta del perdono dei peccati: rimetti a noi i nostri debiti

  3. La richiesta della Salvezza: non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male


Se il discorso della montagna è dottrina di vita, l'Orazione domenicale è preghiera, ma nell'uno e nell'altra lo Spirito del Signore dà una nuova forma ai nostri desideri, ai moti interiori che animano la nostra vita. Gesù ci insegna la vita nuova con le sue parole e ci educa a chiederla mediante la preghiera (CCC, 2764).


Il Padre Nostro è una preghiera tanto mirabile quanto forse data per scontata, recitata forse ogni giorno, ma spesso frettolosamente. Per questo un secondo approccio non può che condurci in un viaggio che ci avvicina al Padre Nostro parola per parola.


Credente.
00Wednesday, April 12, 2017 12:19 PM

Padre


Sin dalla sua prima parola, Cristo mi introduce in una nuova dimensione del rapposto con Dio. Egli non è più solo il mio "Dominatore", il mio "Signore" o il mio "Padrone" nostro. È mio Padre. E io non sono solo servo, ma figlio. Mi rivolgo dunque a Te, Padre, con il rispetto dovuto a Colui che è anche quelle cose, ma con la libertà, la fiducia e l'intimità di figlio, consapevole di essere amato, fiducioso anche nella disperazione e nel mezzo della schiavitù del mondo e del peccato. Lui, il Padre che mi chiama, in attesa del mio ritorno, io il figliol prodigo che tornerà a Lui pentito.


nostro


Perché non solo Padre mio o dei "miei" (la mia famiglia, i miei amici, il mio ceto sociale, il mio popolo,...), ma Padre di tutti: del ricco e del povero, del santo e del peccatore, del colto e dell'illetterato, che tutti chiami instancabilmente a Te, al pentimento, al Tuo amore. "Nostro", certamente, ma non confusamente di tutti: Dio ama tutti ed ognuno singolarmente; Egli è tutto per me quando sono nella prova e nel bisogno, è tutto mio quando mi chiama Sé con il pentimento, la vocazione, la consolazione. L'aggettivo non esprime un possesso, ma una relazione con Dio totalmente nuova; forma alla generosità, secondo gli insegnamenti di Cristo; indica Dio come comune a più persone: non c'è che un solo Dio ed è riconosciuto Padre da coloro che, mediante la fede nel Suo Figlio unigenito, da Lui sono rinati mediante l'acqua e lo Spirito Santo. È la Chiesa questa nuova comunione di Dio e degli uomini (CCC, 2786, 2790).


che sei nei Cieli


Straordianariamente altro rispetto a me, eppure non lontano, anzi ovunque nell'immensità dell'universo e nel piccolo del mio quotidiano, Tua mirabile creazione. Questa espressione biblica non significa un luogo, come potrebbe essere lo spazio, bensì un modo di essere; non la lontananza di Dio, ma la sua maestà e pur se Egli è al di là di tutto è anche vicinissimo al cuore umile e contrito (CCC, 2794).


Credente.
00Wednesday, April 12, 2017 12:20 PM

sia santificato il tuo nome


Sia cioè rispettato ed amato, da me e dal mondo intero, anche attraverso di me, nel mio impegno a dare il buon esempio, a condurre il Tuo Nome anche presso chi ancora non lo conosce veramente. Chiedendo sia santificato il tuo nomeentriamo nel disegno di Dio: la santificazione del Suo nome, rivelato a Mosè e poi in Gesù, da parte nostra e in noi, come anche in ogni popolo e in ogni uomo (CCC, 2858).


Quando diciamo: "Sia santificato il tuo nome", eccitiamo noi stessi a desiderare che il nome di lui, ch'è sempre santo, sia considerato santo anche presso gli uomini, cioè non sia disprezzato, cosa questa che non giova a Dio ma agli uomini (Sant'Agostino, Lettera a Proba).


venga il tuo regno


Si compia nei nostri cuori e nel mondo la Tua Creazione, la Beata Speranza, e torni il nostro Salvatore Gesù Cristo! Con la seconda domanda la Chiesa guarda principalmente al ritorno di Cristo e alla venuta finale del regno di Dio, ma prega anche per la crescita del regno di Dio nell'«oggi» delle nostre vite (CCC, 2859).


Quando diciamo: "Venga il tuo regno", il quale, volere o no, verrà senz'altro, noi eccitiamo il nostro desiderio verso quel regno, affinché venga per noi e meritiamo di regnare in esso (S. Agostino, ibid.).


sia fatta la tua volontà


Che è volontà di Salvezza, anche nella nostra incomprensione delle Tue vie. Aiutaci ad accettare la Tua volontà, riempici di fiducia in Te, donaci la speranza e la consolazione del Tuo amore e unisci la nostra volontà a quella del Figlio Tuo, perché si compia il Tuo disegno di salvezza nella vita del mondo. Noi siamo radicalmente incapaci di ciò, ma, uniti a Gesù e con la potenza del Suo Santo Spirito, possiamo consegnare a Lui la nostra volontà e decidere di scegliere ciò che sempre ha scelto il Figlio suo: fare ciò che piace al Padre (CCC, 2860).


come in cielo, così in terra


Perché il mondo, anche attraverso di noi, Tuoi indegni strumenti, sia plasmato ad imitazione del Paradiso, ove sempre viene fatta la Tua volontà, che è vera Pace, Amore infinito ed eterna Beatitudine nel Tuo volto (CCC, 2825-2826).


Quando diciamo: "Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra", noi gli domandiamo l'obbedienza, per adempiere la sua volontà, a quel modo che è adempiuta dai suoi angeli nel cielo. (S. Agostino, ibid.).


Credente.
00Wednesday, April 12, 2017 12:21 PM

Dacci oggi il nostro pane quotidiano


Pane nostro e di tutti i fratelli, superando il nostro settarismo e i nostri egoismi. Dacci il vero necessario, nutrimento terreno per il nostro sostentamento, e liberaci dai desideri inutili. Sopra ogni cosa donaci il Pane di vita, Parola di Dio e Corpo di Cristo, Mensa eterna preparata per noi e per molti fin dall'inizio dei tempi (CCC, 2861).


Quando diciamo: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano", con la parola oggi intendiamo "nel tempo presente", in cui o chiediamo tutte le cose che ci bastano indicandole tutte col termine "pane" che fra esse è la cosa più importante, oppure chiediamo il sacramento dei fedeli che ci è necessario in questa vita per conseguire la felicità non già di questo mondo, bensì quella eterna. (S. Agostino, ibid.).


rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori


Imploro la Tua misericordia, conscio che essa però non può giungere almio cuore, se non so perdonare anch'io ai miei nemici, sull'esempio e con l'aiuto di Cristo. Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono (Mt 5,23) (CCC, 2862).


Quando diciamo: "Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori", richiamiamo alla nostra attenzione che dobbiamo chiedere e fare per meritare di ricevere questa grazia (S. Agostino, ibid.).


e non ci indurre in tentazione


Non abbandonarci in balìa della strada che conduce al peccato, lungo la quale, senza di Te, saremmo perduti. Tendi la mano e afferraci (cfr Mt 14,24-32), inviaci lo Spirito di discernimento e di fortezza e la grazia della vigilanza e della perseveranza finale (CCC, 2863).


Quando diciamo: "Non c'indurre in tentazione", ci eccitiamo a chiedere che, abbandonati dal suo aiuto, non veniamo ingannati e non acconsentiamo ad alcuna tentazione né vi cediamo accasciati dal dolore (S. Agostino, ibid.).


ma liberaci dal male


Insieme a tutta la Chiesa Ti prego di manifestare la vittoria, già conseguita da Cristo, sul «principe di questo mondo» che si oppone personalmente a Te e al Tuo disegno di Salvezza, perché Tu possa liberarci da chi tutta la Tua Creazione e tutte le Tue creature ha in odio e tutti vorrebbe veder persi con sé, ingannando i nostri occhi con velenose delizie, fino a che per sempre il principe di questo mondo sarà gettato fuori (Gv 12,31) (CCC, 2864).


Quando diciamo: "Liberaci dal male", ci rammentiamo di riflettere che non siamo ancora in possesso del bene nel quale non soffriremo alcun male. Queste ultime parole della preghiera del Signore hanno un significato così largo che un cristiano, in qualsiasi tribolazione si trovi, nel pronunciarle emette gemiti, versa lacrime, di qui comincia, qui si sofferma, qui termina la sua preghiera (S. Agostino, ibid.).


Amen.


così sia, secondo la Tua volontà (CCC, 2865).


Credente.
00Saturday, December 1, 2018 11:11 PM

Non abbandonarci alla tentazione
una modifica approvata dal card. Giacomo Biffi

Bergoglio cambia il Padre Nostro? Una falsità, lo studio per una miglior traduzione del “non indurci in tentazione” iniziò nel 1988 con il sostegno di numerosi biblisti, tra cui il card. Biffi. Nel 2007 fu approvata ufficialmente con il placet di Benedetto XVI. Non è dunque una “trovata” di Papa Francesco.

 

Il nuovo ritornello è: “Dopo 2000 anni Bergoglio cambia il Padre Nostro. Lo si ripete instancabilmente nel network dei blog dei cattolici-protestanti, nemici del Papa e della Chiesa. Ma non è vero. La necessità di una miglior traduzione di una frase contenuta nell’antica preghiera nacque nel lontano 1988, fu studiata e sostenuta da insigni biblisti, tra cui il card. Giacomo Biffi, e nel 2007 i vescovi italiani votarono all’unanimità per modificare il “non indurci in tentazione”, con l’esplicita approvazione dell’allora pontefice, Benedetto XVI. Oggi Papa Francesco, per uniformità e coerenza, ha esteso la modifica anche nell’uso liturgico.

Bergoglio era ancora un lontano e poco conosciuto vescovo argentino quando la Chiesa ratzingeriana scelse ufficialmente di introdurre la formula: “non abbandonarci alla tentazione”. Ne abbiamo parlato approfonditamente qualche mese fa ma, dato che la polemica è riemersa in questi giorni, è utile sapere che tale modifica venne richiesta ancora prima, anche dall’allora arcivescovo di Bologna, il card. Giacomo Biffi. Un pastore saggio e stimato e, suo malgrado, un punto di riferimento degli attuali giornalisti antipapisti, totalmente disinformati della storia della Chiesa.

Disse infatti il card. Biffi: «Questo è il senso che anche sant’Ambrogio attribuisce a quelle parole del Padre Nostro, per questo sono d’accordo con la nuova traduzione». Lo ha ricordato l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, anch’egli presente quando fu votata al Consiglio permanente della CEI la nuova traduzione della preghiera insegnata da Gesù. Siamo nell’anno 2000 ed il Papa regnante era Giovanni Paolo II, in quella occasione «la posizione del più insigne teologo del Consiglio permanente, Biffi, coincise con quella del più insigne biblista, l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini», ha detto mons. Betori. «È noto che non sempre le posizioni dei due porporati italiani fossero coincidenti. In quel caso concordarono per la versione che non traduce letteralmente marestituisce il senso profondo di quelle parole che nel verbo italiano “indurreˮ lasciavano pensare a un Dio che quasi ci forza a cadere in tentazione».

I lavori sullo studio della “modifica” del Padre Nostro iniziarono addirittura nel 1988, esattamente trent’anni fa, quando fu istituto un gruppo di lavoro di 15 biblisti, coordinati da 3 vescovi e con la collaborazione di altri 60 biblisti. Tra essi, come già detto, parteciparono anche Martini e Biffi. L’allora sottosegretario della CEI, mons. Betori, ricorda oggi:

«Eravamo nell’anno 2000 e io fui presente a quella seduta, che ricordo molto bene, in quanto sottosegretario della Cei. Il fatto che sia Biffi che Martini avessero approvato questa traduzione fu considerata una garanzia per il Consiglio permanente, e poi per tutti i vescovi italiani, della bontà della scelta effettuata. Nell’esprimere la sua approvazione alla nuova versione ricordo che Biffi fece esplicito riferimento all’interpretazione di sant’Ambrogio della frase sulla tentazione. La scelta del Consiglio permanente fu quella di intervenire solo dove fosse assolutamente necessario per la correttezza della traduzione. Nel caso del Padre Nostro prevalse l’idea che fosse ormai urgente correggere il “non indurreˮ inteso ormai comunemente in italiano come “non costringereˮ. L’inducere latino (o l’eisfèrein greco) infatti non indica “costringereˮ, ma “guidare versoˮ, “guidare inˮ, “introdurre dentroˮ e non ha quella connotazione di obbligatorietà e di costrizione che invece ha assunto nel parlare italiano il verbo “indurreˮ. Quest’ultimo sembra attribuire a Dio una responsabilità – nel “costringerciˮ alla tentazione – che non è teologicamente fondata. Si scelse allora la traduzione “non abbandonarci allaˮ che ha una doppia valenza: “non lasciare che noi entriamo dentro la tentazioneˮ ma anche “non lasciarci soli quando siamo dentro la tentazioneˮ».

Mons. Betori era invece segretario della CEI nel 2008, quando la traduzione divenne ufficiale dopo l’approvazione della Congregazione per il Culto Divino del novembre 2007, allora guidata dal prefetto Francis Arinze, e con specifica approvazione da parte del Pontefice allora regnante, Benedetto XVI e fu così pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana. Papa Francesco ha quindi semplicemente ripreso la volontà dei suoi predecessori e del card. Giacomo Biffi e, per uniformità e coerenza, ha esteso la “nuova versione” nell’uso liturgico.

Come cattolici siamo stati educati ad accogliere le decisioni dalla Santa Madre Chiesa, a mettere i nostri passi nel cammino tracciato dai successori degli Apostoli. La fede “adulta” non ci interessa, la ribellione nemmeno. Anche se dovessimo essere in disaccordo, come devoti cattolici ogni mattina liberamente scegliamo che l’amore alla nostra effimera opinione non vale più di quello verso la Chiesa, prosecuzione del volto di Cristo nella storia, pur con tutti i limiti dei pastori è sorretta e guidata dallo Spirito Santo. Ci basta sapere che insigni biblisti e tre pontefici abbiano sostenuto la necessità di modificare quella frase e, dopo anni di studio, riuniti in assemblea i vescovi italiani votarono a favore all’unanimità (202 favorevoli, 1 contrario).

Non faremo parte del gruppetto di “cattolici adulti” che per ripicca ideologica e rancore esistenziale continuerà ad usare la vecchia formula del Padre Nostro, esibendo la aperta ribellione sui social network e generando disorientamento e confusione nei loro amici e negli stessi figli e/o nipoti che invece verranno educati alla “nuova”, fino a che la “vecchia” sarà un lontano ricordo. La storia e i protestanti passano e si dimenticano, la Chiesa resta.


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