OMELIE SULLA GENESI di Origene

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00Sunday, March 9, 2014 2:58 PM

 


Origene

Omelia prima sulla Genesi



 


La creazione


1. In principio Dio fece il cielo e la terra (Gen 1,1). Qual è il principio di tutte le cose, se non il nostro Signore e salvatore di tutti, Cristo Gesù, il primogenito di tutta la creazione (cfr 1 Tim 4,10; Col 1,15)? In questo principio, dunque, cioè nel suo Verbo, Dio fece il cielo e la terra, come dice anche l'evangelista Giovanni all'inizio del suo Vangelo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Tutte le cose furono fatte per mezzo di lui, e senza di lui nulla fu fatto (Gv 1, 1-3). Dunque qui non parla di un qualche principio temporale, ma dice che nel principio, cioè nel Salvatore, sono stati fatti il cielo e la terra, e tutte le cose che sono state create.


 


La terra poi era invisibile e informe, e le tenebre erano sopra l'abisso, e lo Spirito di Dio si librava sulle acque (Gen 1,2). La terra era invisibile e informe prima che Dio dicesse: Sia la luce, e prima chedividesse la luce dalle tenebre, come mostra la successione del discorso. Poiché in quel che segue comanda che sia il firmamento e lo chiama cielo, quando giungeremo a quel punto diremo la ragione della differenza fra cielo e firmamento, e perché anche il firmamento sia stato chiamato cielo.


Ora poi dice: Le tenebre erano sopra l'abisso (Gen 1,2). Qual è l'abisso? Certamente quello nel quale staranno il diavolo e i suoi angeli (cfr Ap 9,11; 11,7; 20,3; 2 Pt 2,4; Giuda, 6). E questo è indicato in maniera molto evidente anche nel Vangelo, quando si dice del Salvatore: I demoni che scacciava lo pregavano che non comandasse loro di andare nell'abisso (Lc 8,31).


Per questo dunque Dio dissolse le tenebre, come dice la Scrittura: E Dio disse: Sia la luce; e la luce fu. E Dio vide che la luce era buona, e Dio divise la luce dalle tenebre, e Dio chiamò la luce giorno e chiamò le tenebre notte. E fu sera e fu mattina, un giorno (Gen 1, 3-5). Secondo la lettera, Dio chiama la luce giorno, e le tenebre notte. Ma secondo l'intelligenza spirituale, vediamo che cosa significhi il fatto che, quando in quell'inizio, di cui abbiamo detto sopra, Dio fece il cielo e la terra e disse anche che fosse la luce, divise la luce dalle tenebre, e chiamò la luce giorno e le tenebre notte, e disse che fu sera e fu mattina, non disse giorno primo, ma disse: Un giorno. Il tempo, poiché non c'era ancora prima che fosse il mondo, incomincia a essere dai giorni che seguono. Infatti il secondo, il terzo, il quarto giorno, e tutti gli altri, cominciano a designare il tempo.


 


 


E Dio fece il firmamento


2. E Dio disse: Sia il firmamento in mezzo all'acqua, e divida acqua da acqua. E cosi fu; e Dio fece il firmamento (Gen 1, 6-7). Mentre già prima Dio aveva fatto il cielo, ora fa il firmamento. Infatti fece prima il cielo, di cui dice: Il cielo è mio trono (Is 66,1)poi fa il firmamento, cioè il cielo corporeo. Poiché ogni corpo è indubbiamente solido e consistente, ed è questo chedivide l'acqua che è sopra il cielo dall'acqua che è sotto il cielo. Infatti, poiché tutte le cose che Dio avrebbe fatto constavano di spirito e corpo, per questo motivo si dice che in principio, e prima di tutte le cose, è stato fatto il cielo, cioè ogni sostanza spirituale, sopra la quale Dio riposa come su un trono regale. Questo cielo, poi, cioè il firmamento, è corporeo. Perciò, mentre quel primo cielo, che abbiamo detto spirituale, è la nostra anima, la quale anch'essa è spirito, cioè il nostro uomo spirituale, che vede e riconosce chiaramente Dio, questo cielo corporeo, che è chiamato firmamento, è il nostro uomo esteriore, che vede corporalmente. Come dunque il firmamento è stato chiamato cielo, poiché divide le acque che sono sopra di esso da quelle che sono sotto, così anche l'uomo, che è stato posto nel corpo, qualora sappia dividere e discernere quali sono le acque superiori, sopra il firmamento, e quali quelle sotto il firmamento, anch'egli potrà chiamarsi cielo, cioè uomo celeste, secondo la parola dell'apostolo Paolo che dice: La nostra vita è nei cieli (Fil 3, 20). Ecco dunque qual è il contenuto di queste parole della Scrittura: E Dio fece il firmamento, e divise le acque che sono sopra il firmamento da quelle che sono sotto il firmamento. E Dio chiamò il firmamento cielo, e Dio vide che era buono, e fu sera e fu mattina, secondo giorno (Gen 1, 7-8).


Ciascuno dì voi si sforzi dunque di imparare a dividere l'acqua che è sopra da quella che è sotto; affinché, conseguendo l'intelligenza dell'acqua spirituale e la partecipazione a quell'acqua che è sopra il firmamento, tragga fuori dal suo ventre fiumi di acqua viva zampillante per la vita eterna (cfr Gv 7,38; 4,14): nettamente segregato e separato dall'acqua che è sotto, cioè dall'acqua dell'abisso, nella quale si dice che sono le tenebre, nella quale abitano ilprincipe di questo mondo, il dragone nemico e i suoi angeli, come sopra è stato indicato (cfr 1 Cor 2,6.8; Ef 2,2; Ap 20,2). E' dunque partecipando di quell'acqua superiore, della quale si dice che è sopra i cieli, che ogni fedele diventa celeste: quando cioè abbia il suo spirito nelle cose alte ed eccelse, non avendo pensieri terreni, ma interamente celesti, cercando le cose dell'alto, dove è il Cristo alla destra del Padre (Col 3,1). Allora, anch'egli sarà da Dio ritenuto degno di quella lode che qui è scritta: E Dio vide che ciò era buono. Infine, anche le cose che sono descritte nel seguito del discorso riguardo al terzo giorno, devono intendersi secondo la medesima interpretazione. Dice infatti: E Dio disse: Si raduni l'acqua che è sotto il cielo in una massa unica, ed appaia l'asciutto. E cosi fu (Gen 1,9).


Sforziamoci dunque di raccogliere l'acqua che è sotto il cielo e di rigettarla da noi, affinché, fatto questo, appaia l'asciutto, che sono le nostre opere compiute nella carne: in modo che gli uomini, vedendo le nostre opere buone, glorifichino il nostro Padre che è nei cieli (Mt 5,16). Giacché, se non separeremo da noi queste acque che sono sotto il cielo, cioè i peccati e i vizi del nostro corpo, il nostro asciutto non potrà apparire, né avere fiducia di accedere alla luce. Chiunque infatti opera il male odia la luce, e non viene alla luce [...], in modo che in essa si manifestino le sue opere, e si veda se sono state compiute in Dio (Cfr. Gv. 3, 20-21, 1, 5.9-11). E questa fiducia non ci sarà data, se non rigettando e separando da noi, come acque, i vizi del corpo, che sono la materia dei peccati. Fatto ciò, il nostro asciutto non rimarrà asciutto, come si mostra da quel che segue. Dice infatti: E si radunò l'acqua che è sotto il cielo nei suoi ammassi, ed apparve l'asciutto. E Dio chiamò l'asciutto terra, e gli ammassi delle acque chiamò mari (Gen 1,9-10). Come dunque questo asciutto, dopo aver separato da sé l'acqua, nel modo che abbiamo detto sopra, non rimase più asciutto, ma viene chiamatoterra, così anche i nostri corpi, se si farà tale separazione, non rimarranno asciutto, ma si chiameranno terra, perché potranno ormai portare frutto per Dio. Giacché in principio Dio fece il cielo e la terra, e poi il firmamento l'asciutto; chiamò il firmamento cielo, dandogli il nome di quel cielo che aveva creato prima, e l'asciutto lo chiamò terra, per il fatto che gli dava la facoltà di portare frutti. Se dunque qualcuno, per sua colpa, rimane ancora arido, e non porta alcun frutto, ma spine e triboli, come se portasse esca per il fuoco, anch'egli, secondo quel che produce, diventa esca per il fuoco (cfr Gen. 3, 18; Eb. 6, 8; Is. 9, 18); ma se, con il suo zelo e diligenza, avendo separato da sé le acque dell'abisso, che sono i pensieri dei demoni, si è mostrato terra fruttifera, deve sperare cose simili: di essere anch'egli introdotto da Dio nella terra stillante latte e miele (cfr. Es. 3, 8; 33, 3).


 


 


La terra che produce i frutti


3. Consideriamo poi da quel che segue quali siano i frutti che Dio comanda di produrre a quella terra, cui egli stesso ha fatto grazia del nome. Dice: E Dio vide che ciò era buono, e Dio disse: Produca la terra erba da fieno, che semina seme secondo la sua specie e secondo la sua somiglianza, e alberi da frutto che fanno frutto, il cui seme è in loro, secondo la loro somiglianza sopra la terra. E cosi fu (Gen 1, 10-11).


Secondo la lettera sono manifesti i frutti che produce la terra, non l'asciutto; ma nuovamente rapportiamolo anche a noi. Se già siamo divenuti terra, se non siamo piùasciutto, rendiamo a Dio frutti abbondanti e svariati, per avere anche noi la benedizione dal Padre che dice: Ecco l'odore del figlio mio è come l'odore di un campo rigoglioso, che il Signore ha benedetto (Gen 27,27), e si compia in noi quel che dice l'Apostolo: La terra che spesso riceve la pioggia che cade su di lei, e genera erba utile a quelli che la coltivano, riceverà benedizioni da Dio; ma quella che produce spine e triboli, è riprovata, prossima alla maledizione, e finirà nel fuoco (Eb 6, 7-8).


 


 


I semi in noi stessi


4. E la terra produsse erba da fieno, che semina seme secondo la sua specie e secondo la sua somiglianza, e alberi da frutto che fanno frutto, il cui seme in loro fa frutto, secondo la sua specie, sopra la terra. E Dio vide che ciò era buono. E fu sera, e fu mattina, terzo giorno (Gen 1, 12-13). Non solo comanda alla terra di produrre erba da fieno, ma anche seme, affinché sempre possa portare frutto; e non solo comanda alberi da frutto, ma anche che fanno frutto, il cui seme è in loro, secondo la loro specie, cioè tali che sempre possano portare frutto dai semi che hanno in sé. Anche noi, dunque, dobbiamo così sia portare frutto che averne i semi in noi stessi, cioè contenere nel nostro cuore i semi di tutte le opere buone e di tutte le virtù, affinché, avendoli ben fissi nelle nostre anime, da essi ormai compiamo secondo giustizia ogni atto che ci si presenti. Questi infatti sono i frutti di quel seme, i nostri atti, che promanano dal buon tesoro del nostro cuore (cfr Lc 6,45). Se ascoltiamo sì la parola, e dall'ascolto subito la nostra terra produce l'erba, ma quest'erba, prima di giungere alla maturazione e al frutto, si dissecca, la nostra terra sarà chiamata sassosa; se invece le parole dette si radicano più profondamente nel nostro cuore, in modo da portare frutto di opere e da avere in sé i semi di quelle future, allora veramente la terra di ciascuno di noi porta frutto secondo il suo potere: quale il cento, quale il sessanta, quale il trenta per uno (cfr Mt 13, 20-23). Ma ci pare giusto e necessario dare anche l'ammonimento che il nostro frutto non abbia in alcuna parte zizzania, cioè loglio, che non sia lungo la via (cfr Lc 8,5), ma sia seminato nella via stessa, in quella che dice: Io sono la via (Gv 14,6)affinché gli uccelli del cielo (cfr Mt 13,4; Lc 8,5) non divorino i nostri frutti né la nostra vigna. Se poi qualcuno di noi avrà meritato di essere vigna, veda di non produrre spine invece di uva (cfr Is 5,6); perché altrimenti non sarà più potata, né zappata, e non sarà dato alle nubi il comando di far piovere sopra di lei, ma al contrario sarà lasciata abbandonata, cosi che crescano sopra di essa le spine (cfr Is 5, 1-7).


 


 


I luminari nel firmamento


5. Invero, dopo queste cose, il firmamento può ormai anche essere adornato di luminari. Dice infatti Dio: Ci siano luminari nel firmamento del cielo, affinché facciano luce sopra la terra, e dividano il giorno dalla notte (Gen 1,14). Come in questo firmamento, che già era stato chiamato cielo, Dio comanda che ci siano luminari, per dividere il giorno dalla notte, cosi può accadere anche a noi, se solo ci sforziamo di essere chiamati e di diventare cielo: avremo dei luminari in noi, che ci illumineranno: Cristo e la sua Chiesa. Egli infatti è laluce del mondo (Gv 8,12), che illumina anche la Chiesa della sua luce. Come infatti della luna si dice che riceve la luce dal sole, cosi che mediante essa anche la notte può essere illuminata, allo stesso modo la Chiesa, ricevuta la luce di Cristo, illumina tutti coloro che si trovano nella notte dell'ignoranza. Se uno ottiene di diventare figlio di Dio (cfr Rm 8,14),cosi da camminare nel giorno, in santità (Rm 13,13), da figlio del giorno e figlio della luce ( 1 Ts 5,5), questi è illuminato dal Cristo stesso, come il giorno dal sole.


 


 


I giorni e gli anni


6. E siano come segni per i tempi, i giorni e gli anni; e risplendano nel firmamento del cielo, per far luce sopra la terra. E cosi fu (Gen 1, 14-15). Come questi luminari visibili del cielo sono stati posti come segni per i tempi, i giorni e gli anni, per far luce dal firmamento del cielo a quanti sono sopra la terra, allo stesso modo Cristo, illuminando la sua Chiesa, dà dei segni, mediante i suoi precetti, affinché chi riceve il segno sappia come sfuggire all'ira che sta per venire (1 Ts 1,10; cfr Mt 3,7; Lc 3,7), cosi che quel giorno non lo incolga come il ladro ( 1 Ts 5,4),ma piuttosto possa giungere all'anno gradito al Signore (Is 61,2). Cristo dunque è la luce vera, che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1,9)illuminata dalla sua luce, la Chiesa diventa essa stessa luce del mondo, illuminando coloro che sono nelle tenebre (cfr Rm 2,19), come attesta il Cristo stesso ai suoi discepoli, dicendo: voi siete la luce del mondo (Mt 5,14). Questo mostra che Cristo è luce degli apostoli, gli apostoli luce del mondo; giacché essi,non aventi macchia o ruga o alcunché di simile, sono la vera Chiesa, come dice anche l'Apostolo: affinché egli presenti a sé gloriosa la Chiesa, non avente macchia o ruga o alcunché di simile ( Ef 5,27).


 


 


Il luminare maggiore e minore


7. E Dio fece i due grandi luminari, il luminare maggiore a governo del giorno, e il luminare minore a governo della notte, e le stelle. E Dio li pose nel firmamento del cielo, affinché facciano luce sopra la terra, e reggano il giorno e la notte, e dividano la luce


dalle tenebre. E Dio vide che ciò era buono. E fu sera, e fu mattina, quarto giorno ( Gen 1, 16-19).Come si dice del sole e della luna che sono i grandi luminari nel firmamento del cielo, cosi anche in noi il Cristo e la Chiesa. Ma poiché Dio ha posto nel firmamento anche le stelle, vediamo quali siano le stelle anche in noi, cioè nel cielo del nostro cuore. Mosè è in noi una stella che fa luce e ci illumina con i suoi atti; e Abrahamo, Isacco, Giacobbe, Isaia, Geremia, Ezechiele, David, Daniele e tutti coloro dei quali la Sacra Scrittura dà testimonianza che piacquero a Dio. Come infatti una stella differisce dall'altra nella gloria cosi anche ogni santo diffonde in noi la sua luce, secondo la sua grandezza; e come il sole e la luna illuminano i nostri corpi, cosi Cristo e la Chiesa illuminano le nostre anime. Tuttavia siamo così illuminati se non siamo ciechi nell'anima: infatti, come chi è cieco negli occhi del corpo non può ricevere la luce del sole e della luna, per quanto ne sia illuminato; così anche Cristo concede la sua luce alle nostre anime, ma allora soltanto ci illuminerà, se in nessun modo lo impedisce la cecità dell'anima. Posto che questo accada, occorre in primo luogo che quelli che sono ciechi seguano il Cristo, dicendo ed esclamando: Figlio di David, abbi pietà di noi (Mt 9,27), affinché, ricevendo da lui anche la vista, possano in seguito essere irraggiati dallo splendore della sua luce.


In verità, non tutti quelli che vedono sono illuminati dal Cristo in egual maniera, ma ciascuno lo è secondo la misura con cui è capace di ricevere la forza della luce. E come gli occhi del nostro corpo non sono illuminati dal sole in egual maniera, ma, quanto più uno sarà salito in alto e avrà contemplato il suo sorgere dalla visuale di un osservatorio più elevato, tanto più riceverà del suo splendore e calore; così anche la nostra anima, quanto più in alto e in maniera sublime si sarà avvicinata al Cristo, e si sarà esposta più da vicino allo splendore della sua luce, con tanto più grande magnificenza e chiarezza sarà irraggiata dalla sua luce, come dice egli stesso per mezzo del Profeta: Avvicinatevi a me, e io mi avvicinerò a voi, dice il Signore (Zc 1,3); e dice ancora: Io sono un Dio che si avvicina, non un Dio da lontano (Ger 23,23).


Tuttavia non ci accostiamo a lui tutti allo stesso modo, ma ciascuno secondo la propria capacità (Mt 25,15). Infatti, o ci accostiamo a lui con le folle, ed egli ci ristora mediante le parabole, semplicemente perché non veniamo meno per via per i molti digiuni (cfr Mt 13,34; 15,32; Mc 8,3)ovvero sediamo ai suoi piedi sempre e incessantemente, liberi solo per ascoltare la sua parola, in nulla inquietandoci per un servizio molteplice, ma scegliendo la parte migliore, che non ci sarà tolta (cfr Lc 10, 39-42).


Certamente, coloro che cosi accedono a lui, ottengono molto di più della sua luce. Se, come gli apostoli, non ci allontaniamo da lui in nulla, ma restiamo sempre con lui in tutte le sue tribolazioni (Lc 22,28), allora, in segreto, egli ci spiega e chiarisce le cose che ha detto alle folle, e ci illumina molto più chiaramente (Mc 4,34).


Se poi uno è tale da potere anche salire con lui sul monte, come Pietro, Giacomo e Giovanni (cfr Mt 17,1-8 e par.), questi sarà illuminato non solo dalla luce di Cristo, ma anche dalla voce del Padre suo.


 


 


Rettili e volatili


8. E Dio disse: Producano le acque rettili di anime vive, e volatili volanti sopra la terra, lungo il firmamento del cielo. E cosi fu (Gen 1,20). Secondo la lettera, per il comando di Dio sono prodotti dalle acque rettili e volatili, e impariamo da chi sono state fatte le cose che vediamo; ma consideriamo come queste stesse cose avvengano nel firmamento del nostro cielo, cioè nella solidità della nostra anima e del nostro cuore. Ritengo che, se la nostra anima sarà illuminata dal nostro sole, il Cristo, in seguito verrà il comando dì produrre dalle acque che sono in lei rettili e volatili volanti, cioè di far emergere in piena luce i pensieri buoni e i pensieri cattivi, affinché vi sia il discernimento fra quelli buoni e quelli cattivi, che, entrambi, procedono dal cuore (cfr Gv 3, 20-21; Ef 5,13; Mc 7, 20-23).


Infatti dal nostro cuore emergono, come da acque, pensieri buoni e cattivi. Ma noi, per la parola e il comando di Dio, portiamoli, gli uni e gli altri, al cospetto e al giudizio di Dio, affinché, illuminati da lui, possiamo discernere il bene dal male, cioè separiamo da noi le cose che strisciano sulla terra e arrecano sollecitudini terrene; ma le cose migliori, cioè ivolatili, lasciamoli volare non solo sopra la terra, ma anche lungo il firmamento del cielo; e questo, affinché consideriamo a fondo in noi il significato e la natura delle cose terrene e di quelle celesti, e possiamo anche comprendere quali, fra i rettili, siano in noi nocivi.


Se abbiamo guardato una donna con concupiscenza (Mt 5,28), ciò è in noi un rettile velenoso; ma se in noi ci sono sensi casti, anche se la padrona egiziana si innamora di noi, diventiamo uccelli e, lasciando in sua mano le vesti di Egitto, voleremo via dalle insidie oscene (Gen 39,7 ss.).


Se in noi c'è un istinto che ci eccita al furto, è un rettile pessimo; ma se c'è la inclinazione, pur avendo solo due monetine, a offrirle nel tesoro di Dio (Lc 21,2) per avere misericordia, questa inclinazione è uccello che non pensa per nulla alle cose terrene, ma tende, col volo, al firmamento del cielo.


Se ci viene un pensiero che ci persuade che non dobbiamo sopportare i tormenti del martirio, è un rettile velenoso; ma se ci sale [in cuore] il pensiero e la volontà di combattere per la verità fino alla morte, questo è uccello che si stacca dalla terra al cielo.


Allo stesso modo, anche riguardo alle altre specie di peccati o virtù, dobbiamo provare e discernere quali siano i rettili e quali i volatili che si comanda alle nostre acque di produrre per il discernimento al cospetto di Dio.


 


 


Cetacei ed animali


9. E Dio fece i grandi cetacei, e ogni anima di animali che strisciano, che le acque fecero uscire secondo la loro specie, e ogni volatile pennuto secondo la sua specie (Gen 1,21).


Pure riguardo a queste cose, dobbiamo fare la stessa considerazione espressa riguardo alle cose precedenti, che dobbiamo produrre anche grandi cetacei animali che si muovono secondo la loro specie. Ritengo che in questi grandi cetacei siano indicati i pensieri empi e i sentimenti scellerati contro Dio. E nondimeno tutte queste cose si devono produrre al cospetto di Dio, e porre davanti a lui, per dividere e separare il bene dal male, affinché ogni cosa riceva dal Signore il suo posto, come si mostra nel seguito del discorso.



 


 


Crescete e moltiplicatevi


10. E Dio vide che erano cose buone, e le benedì dicendo: crescete e moltiplicatevi, e riempite le acque che sono nel mare, e si moltiplichino i volatili sopra la terra. E fu sera e fu mattina, quinto giorno (Gen 1, 21-23). Comanda dunque che i grandi cetacei e ogni animale che ha vita e si muove, che le acque produssero, dimorino nel mare, dove abita anche quel dragone, che Dio ha plasmato perché ci si diverta (Sal 104[103], 26).


Comanda poi che si moltiplichino gli uccelli sopra la terra, che un tempo fu l'asciutto, ma ormai è chiamata terra, come sopra abbiamo spiegato.


Ma uno potrebbe chiedere come mai i grandi cetacei e i rettili siano interpretati in male, e i volatili in bene, dal momento che di tutti è stato detto: E Dio vide che erano cose buone. Proprio le cose che si oppongono ai santi sono bene per loro, perché, una volta che le hanno vinte, essi diventano più gloriosi presso Dio. Così, quando il diavolo chiese che gli fosse dato potere contro Giobbe, attaccando battaglia da nemico, questo gli fu motivo di duplice gloria dopo la vittoria; lo mostra il fatto che ricevette al doppio i beni che aveva perduto nel presente, per riceverli senza dubbio allo stesso modo anche in cielo (Gb 1,9 s.; 42,10).


 


Dice l'Apostolo: Nessuno riceve la corona, se non chi ha lottato secondo le regole (2 Tm 2,5). Invero, come ci sarebbe lotta, se non ci fosse chi resiste? Non si riconoscerebbe quanto sia grande la bellezza e lo splendore della luce, se non l'interrompesse l'oscurità della notte. Come si loda la castità degli uni, se non perché si condanna l'impudicizia di altri? Come si esalterebbero gli uomini forti, se non ci fossero dei deboli e vili? Se prendi qualcosa d'amaro, il dolce attira lodi maggiori; se guardi il nero, ti apparirà più gradevole il chiaro: in breve, dalla considerazione del male, risulta più luminosa la bellezza del bene. Per questo, di tutte queste cose la Scrittura dice: E Dio vide che erano buone.


Perché non è scritto: e Dio disse che erano buone, ma: Dio vide che erano buone? Vide cioè la loro utilità, e il motivo per cui, pur essendo tali di per sé, potevano tuttavia rendere ottimi i buoni. Per questo, dunque, disse: Crescete e moltiplicatevi, e riempite le acque che sono nel mare, e si moltiplichino i volatili sopra la terra, affinché, come sopra abbiamo detto, nel mare ci fossero i grandi cetacei e i rettili, e sopra la terra i volatili.


 


 


Tutte le cose visibili fatte mediante il Verbo


11 E Dio disse: Produca la terra animali viventi secondo la loro specie: quadrupedi e rettili e bestie della terra secondo la loro specie. E cosi fu. E Dio fece le bestie della terra secondo la loro specie, e tutti i rettili della terra secondo la loro specie. E Dio vide che erano cose buone (Gen 1, 24-25).


Secondo la lettera non c'è alcun problema: infatti si dice in maniera chiara che sono stati creati da Dio animali, quadrupedi, bestie, serpenti, sopra la terra; ma non è cosa inutile applicare queste cose a quanto abbiamo esposto sopra, secondo l'intelligenza spirituale.Là è stato detto: Producano le acque rettili di anime vive, e volatili volanti sopra la terra, lungo il firmamento del cielo (Gen 1,20); qui dice: Produca la terra animali viventi secondo la loro specie; quadrupedi e rettili e bestie della terra secondo la loro specie. Riguardo a quel che è prodotto dalle acque, abbiamo detto che è da intendersi come i movimenti e i pensieri della nostra anima, che sono prodotti dal profondo del cuore; ma ora le parole: Produca la terra animali viventi secondo la loro specie, quadrupedi, rettili, bestie sopra la terra secondo la loro specie, penso indichino le passioni del nostro uomo esteriore, carnale e terreno. Così non ha indicato alcun volatile, parlando di queste cose della carne, ma solo quadrupedi, rettili e bestie della terra; e, secondo quel che dice l'Apostolo, che nella mia carne non dimora il bene (Rm 7,18), e la sapienza della carne è nemica di Dio (Rm 8,7), queste sono le produzioni della terra, cioè della nostra carne, riguardo alle quali insegna ancora l'Apostolo: Mortificate le vostre membra che sono sulla terra: fornicazione, impurità, impudicizia, avarizia, idolatria, e le altre cose(Col 3,5).


Mentre dunque erano fatte tutte queste cose visibili, per il comando di Dio, mediante il suo Verbo, e si andava formando questo immenso mondo visibile, si mostrava anche insieme, mediante la figura dell'allegoria, quali cose potevano adornare il mondo più piccolo, cioè l'uomo: allora, ecco, l'uomo stesso è creato, secondo quanto è mostrato in seguito.


 


 


Facciamo l'uomo


12. E Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza, e abbia il dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sugli animali, sulla terra intera, e su tutte le creature che strisciano sopra la terra (Gen 1,26). Secondo quanto abbiamo spiegato sopra consegue che un uomo tale, quale lo abbiamo descritto, vuole esercitare il dominio sulle bestie già menzionate, sugli uccelli, rettili, quadrupedi, e su tutti gli altri; e abbiamo spiegato in qual modo queste cose si devono intendere allegoricamente, quando abbiamo detto che all'acqua, cioè alla sua anima, si comanda di produrre sentimenti spirituali, e alla terra di far scaturire sentimenti carnali, affinché l'anima li domini, e non sia da essi dominata.


Dio infatti vuole che l'uomo, questa grande opera di Dio (Ef 2,10), per il quale anche il mondo intero è stato creato, non solo sia immacolato e immune dalle cose dette sopra, ma anche le domini.


Consideriamo ormai, dai discorsi stessi della Scrittura, quale sia l'uomo.


Tutte le altre creature divengono per un comando di Dio, poiché dice la Scrittura: E Dio disse: Sia il firmamento; e Dio disse: Si raduni l'acqua che è sotto il cielo in una massa unica ed appaia l'asciutto; e Dio disse: Produca la terra erba da fieno (cfr Gen 1,6; 1,9; 1,11); dice cosi anche negli altri casi. Ma vediamo quali sono le cose che ha fatto Dio stesso, e da queste riconosciamo quale sia la grandezza dell'uomo.


 


In principio Dio fece il cielo e la terra; parimenti:


 


E fece i due grandi luminari (cfr Gen 1,1; 1,16); e ora di nuovo: Facciamo l'uomo. Solo in questi casi l'opera è attribuita direttamente a Dio, non negli altri; solamente del cielo e della terra, del sole, della luna e delle stelle, e ora dell'uomo, si dice che sono stati fatti da Dio; di tutte le altre cose, che sono state fatte per suo comando. Da ciò dunque considera quanta sia la grandezza dell'uomo, che viene eguagliato a elementi così grandi ed eminenti, che ha la gloria del cielo, per cui anche gli viene promesso il regno dei cieli (cfr Mt 5,3 ss.)che ha anche la gloria della terra, dal momento che spera di entrare in una terra buona, la terra dei vivi, stillante latte e miele (cfr Es 33,3), che ha la gloria del sole e della luna, avendo la promessa di risplendere come il sole nel regno di Dio (Mt 13,43).


 


 


L'uomo immagine di Dio


13. Vedo ancora più eminente nella condizione dell'uomo quel che non trovo detto altrove: E Dio fece l'uomo, lo fece a immagine di Dio (Gen 1,27). Questo non lo troviamo attribuito nè al cielo, nè alla terra, nè al sole, nè alla luna, e quindi questo uomo, che dice fatto a immagine di Dio, non lo intendiamo in quanto corporeo: giacché non la figura del corpo contiene l'immagine di Dio, nè è detto dell'uomo corporeo che è stato fatto, bensì plasmato, come sta scritto in seguito.


Dice infatti: E Dio plasmò l'uomo, cioè lo modellò, dal fango della terra (Gen 2,7); questo poi, che è stato fatto ad immagine di Dio, è il nostro uomo interiore, invisibile, incorporeo, incorruttibile, immortale: in tali aspetti, infatti, si vede più convenientemente l'immagine di Dio.


Se invero qualcuno ritiene che sia stato fatto ad immagine e somiglianza di Dio questo uomo corporeo, sembra indurre che Dio stesso sia corporeo e di forma umana: concetto di Dio manifestamente empio. Quindi questi uomini carnali, che non hanno l'intelligenza della divinità, se in qualche luogo leggono nelle Scritture, riguardo a Dio, che il cielo è mio trono, e la terra sgabello dei miei piedi (Is 66,1), immaginano che Dio abbia un corpo così grande, da pensarlo assiso in cielo e che arriva coi piedi fino a terra. Hanno questa opinione, perché non hanno orecchie tali da poter degnamente ascoltare, riguardo a Dio, le parole di Dio, che riferisce la Scrittura.


Infatti la parola: Il cielo è mio trono, la si intende degnamente di Dio, quando si sappia che Dio ha riposo e dimora in coloro la cui vita è nei cieli (Fil 3,20)mentre in coloro che ancora conducono una vita terrena, si trova la parte estrema della sua provvidenza, il che è indicato allegoricamente nel nome di piedi. Che se per caso alcuni di questi mostrano zelo e desiderio di diventare celesti per la perfezione della vita e l'elevatezza dell'intelligenza, anch'essi diventano trono di Dio, fatti in anticipo celesti per il servizio e la vita; sono essi che dicono: Ci ha risuscitati con il Cristo, e ci ha fatti consedere nelle sedi celesti (Ef 2,6).


Ma anche quelli, il cui tesoro è nel cielo (Mt 19,21) possono essere detti celesti e trono di Dio, poiché il loro cuore è là dove è il loro tesoro (Lc 12,34); e Dio non solo riposa sopra di loro, ma anche abita in loro.


Se invero uno può diventare tanto grande da poter dire: Cercate la prova del Cristo che parla in me? (2 Cor 13,3), in lui Dio non solo abita, ma si muove.


Per questo tutti i perfetti, fatti celesti, anzi divenuti cieli, narrano la gloria di Dio, come dice il salmo (19[18],2); per questo infine anche gli apostoli, che erano cieli, sono mandati a narrare la gloria di Dio, e ricevono il nome di Boanerges, cioè figli del tuono (Mc 3,17), affinché crediamo che essi sono veramente cieli per il potere dei tuono.


Dunque Dio fece l'uomo, lo fece a immagine di Dio (Gen 1,27). Bisogna che noi vediamo qual è questa immagine di Dio, e ricerchiamo a somiglianza della immagine di chi sia stato fatto l'uomo. Infatti non ha detto: Dio fece l'uomo a sua immagine e somiglianza, ma lo fece a immagine di Dio.


Qual è dunque l'altra immagine di Dio, a somiglianza della quale immagine è stato fatto l'uomo, se non il nostro Salvatore? Egli è il primogenito di tutta la creazione (Col 1,15); di lui è stato scritto che è splendore della luce eterna, e figura chiara della sostanza di Dio (Eb 1,3), lui, che anche dice di sé: Io sono nel Padre e il Padre è in me, e: Chi ha visto me, ha visto anche il Padre (Gv 14,10.9).


Infatti, come chi vede l'immagine di qualcuno, vede colui, del quale è l'immagine, così anche mediante il Verbo di Dio (Gv 1,1), che è l'immagine di Dio, si vede Dio. Così si avvera quel che ha detto: Chi ha visto me, ha visto anche il Padre.


Dunque l'uomo è stato fatto a somiglianza dell'immagine di lui, e per questo il nostro Salvatore, che è l'immagine di Dio, mosso da misericordia per l'uomo, che era stato fatto a somiglianza di lui, vedendo che, deposta la sua immagine, aveva rivestito l'immagine del maligno, mosso da misericordia, assunta l'immagine dell'uomo, venne a lui, come attesta anche l'Apostolo, dicendo: Essendo nella forma di Dio, non considerò rapina l'essere eguale a Dio, ma annientò se stesso, assumendo la forma dello schiavo, e, ritrovato nel sembiante come uomo, umiliò se stesso fino alla morte (Fil 2, 6-8).


Quanti dunque accedono a lui, e si sforzano di diventare partecipi dell'immagine spirituale, mediante il loro progresso, si rinnovano ogni giorno, secondo l'uomo interiore (2 Cor 4,16) a immagine di colui che li ha fatti; cosi da poter diventare conformi al corpo del suo splendore (Fil 3,21), ma ognuno a misura delle proprie forze.


Gli apostoli si trasformarono, a somiglianza di lui, fino al punto che egli disse di loro: Vado al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro (Gv 20,17). Già egli stesso aveva pregato il Padre per i suoi discepoli, che fosse resa loro la primitiva somiglianza, quando dice:Padre, concedi che, come io e tu siamo uno, così anch'essi siano uno in noi (cfr Gv 17, 21-22).


Dunque guardiamo sempre questa immagine di Dio, per poter essere trasformati a sua somiglianza.


Se infatti l'uomo, fatto a immagine di Dio, guardando - contro natura - l'immagine del diavolo, è diventato per il peccato simile a lui, molto di più, guardando l'immagine di Dio, a somiglianza della quale è stato fatto da Dio, mediante il Verbo e la potenza di lui, riceverà quella forma [di lui], che gli era stata data per natura. E nessuno, vedendo che la sua somiglianza è più col diavolo che con Dio, disperi di potere di nuovo ricuperare la forma dell'immagine di Dio, poiché il Salvatore non è venuto a chiamare a penitenza i giusti, ma i peccatori (Lc 5,32; Mt 9,13). Matteo era pubblicano, e certamente la sua immagine era simile al diavolo, ma, venendo alla immagine di Dio, il Signore e Salvatore nostro, e seguendola, si trasformò a somiglianza della immagine di Dio. Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni, suo fratello, erano pescatori (cfr Mt 4,21.18), e uomini illetterati (Atti 4,13)e certo allora avevano più somiglianza con l'immagine del diavolo, ma, seguendo anch'essi 1'immagine di Dio, divennero simili ad essa, come anche gli altri apostoli. Paolo era persecutore dell'immagine stessa di Dio (1 Tim 1,13)ma appena poté scorgerne la grazia e la bellezza, vedutala, fu trasformato a tal punto a somiglianza di essa, da dire: Cercate la prova del Cristo che parla in me? (2 Cor 13,3).


 


 


 


Maschio e femmina li fece


14. Maschio e femmina li fece, e li benedì Dio, dicendo: Crescete e moltiplicatevi, e riempite la terra, e dominate su di essa (Gen 1,27-28). Sembra conveniente, in questo punto, ricercare, secondo la lettera, come, non essendo ancora stata fatta la donna, la Scrittura dica: Li fece maschio e femmina. Forse, penso io, a motivo della benedizione, con cui li ha benedetti, dicendo:Crescete e moltiplicatevi, e riempite la terra, prevenendo quel che sarebbe accaduto, dice:Maschio e femmina li fece, giacché in verità l'uomo non poteva crescere e moltiplicarsi, se non con la donna. Dunque, affinché si credesse che la sua benedizione senza dubbio si sarebbe attuata, dice: Maschio e femmina li fece.


In questo modo l'uomo, vedendo che il crescere e moltiplicarsi conseguiva dal fatto che gli veniva unita la donna, poteva avere una speranza più sicura nella benedizione divina. Infatti, se la Scrittura avesse detto: Crescete e moltiplicatevi, e riempite la terra, e dominate su di essa, non aggiungendo: Maschio e femmina li fece, [l'uomo] sarebbe stato per lo meno incredulo alla benedizione divina, come anche Maria, alla benedizione con cui veniva benedetta dall'angelo dice: Come lo saprò? poiché non conosco uomo (Lc 1,34)


O forse: poiché di tutte le cose fatte da Dio si dice che sono congiunte e unite, come cielo e terra, sole e luna; così dunque, per mostrare come anche l'uomo sia opera di Dio, e sia stato creato con armonia e unione adeguata, dice, prevenendo: Maschio e femmina li fece.


Abbiamo detto ciò riguardo al problema che può essere suscitato dalla lettera.


 


 


Lo spirito e l'anima dell'uomo


15. Ma vediamo anche secondo l'allegoria come l'uomo sia stato fatto maschio e femmina, a immagine di Dio.


Il nostro uomo interiore consta di spirito e anima: si dice maschio lo spirito, l'anima si può denominare femmina; se essi hanno mutua concordia e consenso, unendosi scambievolmente, crescono e si moltiplicano, e generano figli: i buoni sentimenti, le idee e i pensieri utili, mediante i quali riempiono la terra e la dominano; cioè, assoggettato a sé il sentimento della carne, lo volgono a migliori disposizioni, e lo dominano, s'intende quando in nulla la carne insolentisce contro il volere dello spirito.


Invero, se l'anima, congiunta allo spirito, e, per cosi' dire, a lui coniugalmente unita, ora si volge ai piaceri del corpo e piega il suo sentire ai godimenti carnali, e ora sembra obbedire ai salutari ammonimenti dello spirito, ora cede ai vizi della carne: un'anima siffatta, come contaminata dall'adulterio col corpo, non si può dire che cresca e si moltiplichi legittimamente, poiché la Scrittura designa come imperfetti i figli degli adulteri (cfr Sap 3,16). Infatti un'anima simile, la quale, lasciata da parte l'unione con lo spirito, si prostra tutta al sentire della carne e ai desideri del corpo, come distoltasi da Dio spudoratamente, si sentirà dire che: La faccia ti è diventata faccia di meretrice, senza pudore ti sei resa per tutti (Ger 3,3). Dunque sarà punita come meretrice, e si comanda che i suoi figli siano preparati per il massacro (Is 14,21).


 


 


I santi e i peccatori


16. E dominate sui pesci del mare, e sui volatili del cielo, e sui giumenti, e su tutti [gli animali] che sono sopra la terra, e sui rettili che strisciano sopra la terra (Gen 1,28).


Abbiamo già interpretato queste cose secondo la lettera, avendo detto che Dio disse:Facciamo l'uomo, e il resto, quando dice: E domini sui pesci del mare e sui volatili del cielo (Gen 1,26)e le altre cose.


Ma secondo l'allegoria, mi sembra che nei pesci, nei volatili, negli animali e rettili della terra, siano indicate le cose, delle quali non senza motivo abbiamo sopra parlato, cioè, o le cose che procedono dal sentire dell'anima e dalla riflessione del cuore, o quelle che scaturiscono dai desideri del corpo e dai movimenti della carne. Invero i santi, conservando in sé stessi la benedizione di Dio, dominano queste cose, muovendo tutto l'uomo secondo il volere dello spirito; invece i peccatori sono piuttosto dominati da queste stesse cose, che scaturiscono dai vizi della carne e dai piaceri del corpo.


 


 


Le passioni del corpo


17. E Dio disse: Ecco, vi ho dato ogni erba seminale, che semina il seme che è sopra tutta la terra, e ogni albero che ha in sé frutto di seme seminale: saranno di cibo a voi, a tutte le bestie della terra, a tutti i volatili del cielo, e a tutti i rettili che strisciano sulla terra, che hanno in sé anima di vita (Gen 1, 29-30).


Il contenuto letterale di questo discorso indica chiaramente che in principio fu permesso da Dio che si usassero come cibo erbe, cioè legumi e frutti degli alberi; in seguito, con l'alleanza fatta con Noè dopo il diluvio, è data agli uomini facoltà di cibarsi di carni (cfr Gen 9,3 ss). Ne spiegheremo più rettamente i motivi nei punti propri.


Secondo l'allegoria, peraltro, nell'erba della terra e nei suoi frutti, accordati come cibo agli uomini, possono intendersi le passioni del corpo: a mo' di esempio, l'ira e la concupiscenza sono germi corporali; i frutti, ossia le opere, di tali germi, sono comuni a noi, esseri razionali, e alle bestie della terra.


Infatti, quando ci adiriamo per la giustizia, cioè per castigare chi pecca e correggerlo a salvezza, ci cibiamo di questo frutto della terra, e l'ira del corpo, mediante la quale reprimiamo il peccato, ristabiliamo la giustizia, diviene nostro cibo.


E perché non ti sembri che noi traiamo queste considerazioni dal nostro sentire piuttosto che dall'autorità della divina Scrittura, ritorna al libro dei Numeri, e ricorda quel che fece il sacerdote Finees, il quale, avendo veduto una meretrice della gente di Madian aderire con amplesso impuro a un uomo di Israele, sotto gli occhi di tutti, riempito dall'ira dello zelo divino, afferrata una spada, li trapassò entrambi nel petto (Num 25, 7-8)questo atto gli fu computato da Dio a giustizia, poiché il Signore dice: Finees ha placato il mio furore, e gli sarà computato a giustizia (cfr Num 25, 11-13; Sal 106 [105], 30-31)


Dunque, questo cibo terreno dell'ira, diventa nostro cibo, quando ne usiamo spiritualmente per la giustizia. Se invece si produce l'ira in maniera non spirituale, tale da castigare gli innocenti e da ribollire contro coloro che non peccano in nulla, questo sarà il cibo delle bestie della campagna, dei serpenti della terra e degli uccelli del cielo. Infatti di questi cibi si nutrono anche i demoni, che si pascono delle nostre cattive azioni e le favoriscono.


Dimostrazione di un'opera siffatta è Caino, che, adirato per la gelosia, ingannò il fratello innocente (Gen 4,8).


Similmente dobbiamo pensare anche riguardo alla concupiscenza, e alle singole passioni di tal genere.


Infatti, quando l'anima nostra brama e viene meno per il Dio vivente (Sal 84[83],3)la concupiscenza è nostro cibo; ma quando guardiamo con concupiscenza la donna d'altri, o bramiamo qualcosa del prossimo (cfr Mt 5,28; Es 20,17)la concupiscenza diventa cibo bestiale; può servire di esempio la concupiscenza di Acab e l'azione di Gezabele riguardo alla vigna di Nabot di Iezreel (cfr 1 Re, 21).


Certamente è da considerarsi la prudenza della Sacra Scrittura anche nell'uso delle parole; avendo essa detto, riguardo agli uomini, che Dio disse: Ecco vi ho dato ogni seme seminale, che è sopra la terra, e ogni albero, che è sopra la terra: vi sarà di cibo (Gen 1,29)riguardo alle bestie non ha detto: Diedi loro tutte queste cose in cibo, ma: Sarà loro di cibo (Gen 1,30),affinché, secondo il senso spirituale che abbiamo esposto, si comprenda che queste passioni sono state date da Dio all'uomo, e che tuttavia Dio predice che saranno anche cibo per le bestie della terra.


Dunque la divina Scrittura ha usato una parola prudentissima; essa infatti afferma che Dio dice agli uomini: Vi ho dato queste cose in cibo, ma quando poi passa alle bestie, dice con un significato non più di comando, ma di predizione, che queste cose saranno di cibo anche per le bestie, gli uccelli, i serpenti.


Ma noi, secondo la parola dell'apostolo Paolo, prestiamo attenzione alla lettura, per potere, come egli stesso dice, ricevere il sentimento di Cristo (1 Cor 2,16)e conoscere le cose che ci sono state donate da Dio (1 Cor 2,12)e, delle cose che sono state date a noi per cibo, non facciamo cibo di porci o di cani (cfr Mt 7,6)ma formiamole tali in noi, da essere degni di ricevere, nella dimora del nostro cuore, il Verbo e Figlio di Dio che viene con il Padre suo e vuole abitare presso di noi nello Spirito Santo (Gv 14,23), del quale prima dobbiamo essere tempio per la santità (1 Cor 6,19).


A lui gloria per gli eterni secoli dei secoli. Amen.



Credente.
00Sunday, March 9, 2014 3:00 PM
Origene

Omelia seconda sulla Genesi



 


L arca di Noè


 


1. Incominciando a trattare dell'arca, che fu costruita da Noè secondo l'ordine di Dio, per prima cosa vediamo quanto si dice di essa secondo la lettera, e, nel presentare i problemi che molti sono soliti proporre, ricerchiamone anche le soluzioni da quello che ci hanno tramandato gli antichi, di modo che, gettate tali fondamenta, possiamo risalire dal racconto storico al senso mistico e allegorico dell'intelligenza spirituale, e, se in queste cose è racchiuso un mistero, scoprirlo, rivelandoci il Signore la scienza della sua parola.


In primo luogo, dunque, esponiamo quanto è stato scritto: E il Signore disse a Noè: Il tempo di ogni uomo è venuto davanti a me, poiché la terra è stata riempita di iniquità da parte loro; ed ecco, io distruggerò loro e la terra. Fatti dunque un'arca di legni quadrati, nell'arca farai dei nidi, e la spalmerai di bitume di dentro e di fuori. E farai l'arca cosi: combinando la sua lunghezza di trecento cubiti con la sua larghezza di cinquanta cubiti e la sua altezza di trenta cubiti, farai l'arca, e in alto la completerai per un cubito. Farai poi all'arca una porta laterale; la parte inferiore [la farai] a due scompartimenti, la parte superiore a tre (Gen 6, 13-16).


E poco dopo dice: E Noè fece tutte le cose che gli aveva comandato il Signore Dio, cosi fece (Gen 6, 22).


Indaghiamo dunque in primo luogo come si debba intendere l'aspetto stesso e la forma dell'arca.


Per quel che appare da questa descrizione, penso che si elevasse dal basso dai quattro angoli, e contraendosi e restringendosi poco per volta verso la sommità, fosse compaginata fino allo spazio dì un cubito. Infatti è detto così, che era alla base di trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza, costruita per trenta cubiti di altezza, ma culminante in un vertice ristretto, largo e lungo un cubito.


All'interno poi, la parte inferiore è costruita a due scompartimenti, cioè contiene due stanze, mentre la parte superiore è a tre scompartimenti, cioè a dire costruita a tre stanze. Ma queste abitazioni distinte sembrano fatte per poter dividere più facilmente in singoli abitacoli i diversi generi di animali e di belve, e per separare dalle bestie feroci quelle mansuete e senza forza.


Dunque, queste abitazioni distinte si chiamano nidi. Si dice che le tavole di legno erano quadrate, in modo da poter essere adattate più facilmente le une alle altre, e, con la inondazione del diluvio, si frenasse tutto l'impeto delle acque, essendo protette le giunture dal bitume spalmato di dentro e di fuori.


Ci è stato tramandato, e non senza verosimiglianza, che la parte inferiore, che sopra abbiamo detto costruita doppia, e che anche separatamente è stata chiamata a due scompartimenti, ad eccezione della parte superiore, detta a tre scompartimenti, fosse doppia per questo motivo: per il fatto che tutti gli animali trascorsero un intero anno nell'arca, e quindi era necessario provvedere per tutto l'anno il nutrimento, e non solo il nutrimento, ma anche disporre luoghi per gli escrementi, in modo che né gli animali stessi, né soprattutto gli uomini, fossero infastiditi dal puzzo del letame.


Dunque si tramanda che lo spazio inferiore, nel fondo, fosse destinato e adibito per necessità di tal genere, mentre la parte superiore, e ad essa contigua, serviva per conservare gli alimenti. Giacché sembrava necessario introdurre dal di fuori animali per le bestie alle quali la natura ha dato di pascersi di carni, così che, cibandosi delle loro carni, potessero conservare la vita, per assicurare la prole; mentre per altre si conservassero altri alimenti, richiesti dall'uso naturale.


Dunque si tramanda che le parti inferiori, dette a due scompartimenti, fossero state distinte per questi usi; mentre le parti superiori erano destinate ad abitacolo delle fiere e degli animali: il piano più basso serviva da covile alle bestie feroci e selvagge, e ai serpenti, mentre le stanze superiori contigue servivano da stalla agli animali più miti; sopra tutti, poi, era collocata in alto l'abitazione per gli uomini, poiché essi, per l'onore e la ragione, sono al di sopra di tutte le cose, di modo che, come si dice che l'uomo, per la ragione e la sapienza, ha il dominio su tutte le cose che sono sulla terra, così anche fu collocato in luogo più elevato e al di sopra di tutti gli esseri animati, che erano nell'arca.


Riportano ancora che la porta, come si è detto fatta di lato, fosse in quel punto per avere sotto di sé le parti inferiori, dette a due scompartimenti, e quelle dette parti superiori a tre scompartimenti, fossero chiamate così rispetto alla posizione della porta: entrando da li, tutti gli animali si spartivano con le divisioni convenienti, ciascuno al proprio posto, secondo quanto abbiamo detto sopra.


Ma la protezione della porta stessa non si serve più di mezzi umani. Infatti, in che modo, dopo che la porta fu chiusa, e fuori dell'arca non c'era alcun uomo, la porta poté essere cosparsa di bitume dal di fuori, se non certamente per opera della potenza divina, affinché le acque non entrassero per l'ingresso, non protetto da mano d'uomo?


Per questo, dunque, la Scrittura, dopo aver detto riguardo a tutte le altre cose che Noè fece l'arca, e introdusse gli animali, e i figli, e le loro mogli, riguardo alla porta non dice che Noè chiuse la porta dell'arca; ma che: Il Signore Iddio chiuse dal di fuori la porta dell'arca, e cosi fu il diluvio (Gen 7, 16-17).


Notiamo tuttavia che, dopo il diluvio, non si dice che Noè apri la porta, ma lafinestra, quando mandò fuori il corvo, per vedere se era cessata l'acqua sopra la terra (Gen 8, 6-8).


Riguardo poi al cibo che Noè introdusse nell'arca per tutti gli animali e le bestie, che erano entrati con lui, senti quel che dice il Signore a Noè: Prendi per te da tutti i cibi commestibili, radunali presso di te, e serviranno per te e per loro da mangiare (Gen 6,21).


E che Noè abbia eseguito il comando del Signore, ascoltalo dalla Scrittura: E Noè fece tutte le cose che gli aveva comandato il Signore Dio, cosi fece (Gen 6,22). Quanto al fatto che la Scrittura non riferisca nulla riguardo ai luoghi che abbiamo detto distinti per gli escrementi degli animali, ma lo dice la tradizione, appare opportuno che ci sia stato il silenzio su questo, perché la ragione ne mostrava sufficientemente le conseguenze; e poiché meno convenientemente poteva adattarsi alla intelligenza spirituale, giustamente la Scrittura ne tacque, essa che applica piuttosto le sue narrazioni alle interpretazioni allegoriche.


Tuttavia, per quel che riguarda la necessità delle acque e del diluvio, nessun'altra forma avrebbe potuto essere data all'arca più conveniente e più adatta, in modo che dalla sommità, come da un tetto culminante in una cima ristretta, diffondesse i rovesci delle piogge, e, con le basi nelle acque, ferma nella sua stabilità quadrata, non potesse piegarsi né essere sommersa, né per la spinta dei venti, né per l'impeto dei flutti, né per l'agitarsi degli animali che erano dentro.


 


 


La scienza geometrica


 


2. Ma a tutte queste cose, messe insieme con tanta sapienza, c'è chi muove obiezioni, e soprattutto Apelle, che fu discepolo di Marcione, ma inventore a sua volta di una eresia maggiore di quella ricevuta dal maestro. Poiché egli vuole mostrare a tutti i costi che gli scritti di Mosè non contengono in sé alcuna sapienza divina, né alcuna operazione di Spirito Santo, esaspera questo tipo di discorso e dice che in alcun modo avrebbe potuto accadere che così poco spazio potesse accogliere tanti generi di animali e il loro nutrimento, tale da bastare per un anno intero.


Si dice che nell'arca sono introdotti due a due dagli animali immondi, cioè due maschi e due femmine - questo significa la ripetizione -, e sette a sette da quelli mondi (Gen 6, 19; 7, 2), cioè sette paia: come poté accadere ciò con un tale spazio, del quale è scritto che poteva appena accogliere quattro elefanti soltanto?


Dopo aver formulato questo rifiuto per ciascun aspetto, aggiunge come conclusione queste parole: dunque è sicuro che è una favola inventata, e, se è così, certo questa Scrittura non è da Dio. Ma, di fronte a queste cose, offriamo alla conoscenza degli uditori quanto abbiamo imparato da uomini sapienti, esperti delle tradizioni ebraiche, e dagli antichi maestri.


Dicevano dunque gli antichi che Mosè, il quale, secondo la testimonianza della Scrittura, era stato allevato in tutta la sapienza egiziana (At 7,22)mise a questo punto il numero dei cubiti secondo la scienza geometrica, nella quale gli egiziani sono particolarmente abili. Per i geometri, infatti, secondo il valore che nel loro linguaggio si chiama potenza, da un solido e quadrato l'uno corrisponde a sei cubiti, se è considerato in modo generale, e a trecento, se inteso minutamente. E, se si tiene conto di tale valore, nella misura di quest'arca si troveranno spazi così grandi in lunghezza e larghezza, da poter contenere veramente i germi di rigenerazione di tutto il mondo, e le semenze di risurrezione di tutti gli esseri animati.


Siano dette queste cose, riguardo al senso del fatto storico, contro coloro che si sforzano di impugnare le Scritture dell'Antico Testamento, come se contenessero cose impossibili e irrazionali.


 


 


L'edificazione spirituale


 


3. E ora, supplicando in primo luogo colui che, solo, può togliere il velo dalla lettura dell'Antico Testamento (cfr 2 Cor 3, 12-16), proviamo a indagare che cosa contenga anche di edificazione spirituale questa magnifica costruzione dell'arca.


Io penso dunque, per quel che la piccolezza del mio intendimento può afferrarne, che quel diluvio, per mezzo del quale allora fu quasi posta fine al mondo, sia figura di quella fine del mondo che veramente ci sarà. L'ha dichiarato anche il Signore stesso, dicendo: Come infatti nei giorni di Noè compravano, vendevano, costruivano, prendevano marito e moglie, e venne il diluvio, e mandò tutti in perdizione; così sarà anche la venuta del figlio dell'uomo (cfr Lc 17, 26-27): con il che, evidentemente, indica nell'identica figura del diluvio, che ha preceduto, anche la fine del mondo, che dice che avverrà.


Come dunque allora fu detto a quel Noè di costruire l'arca e di introdurvi con sé non solo i figli e i parenti, ma anche gli animali di vario genere, così anche al nostro Noè, il quale veramente è il solo giusto e il solo perfetto, il Signore Gesù Cristo, è stato detto dal Padre, alla fine dei tempi, di costruirsi un arca di tavole quadrate, e di darle le misure perfette per i sacramenti celesti. Lo indica il salmo, quando dice:Chiedimi, e ti darò le genti come tua eredità, e in tuo possesso i confini della terra (Sal 2, 8).


Costruisce dunque l'arca, e in essa fa dei nidi, cioè come delle stanze, in cui accogliere gli animali di vario genere; riguardo a queste anche il profeta dice: Va', popolo mio, entra nelle tue stanze, nasconditi per un poco, fino a che passi il furore della mia ira (Is 26, 20).


Dunque si paragona questo popolo, che è salvato nella Chiesa, a tutti quelli, uomini e animali, che furono salvati nell'arca; ma poiché non è di tutti unico il merito e unico il progresso nella fede, per questo anche quell'arca non offre a tutti un unica dimora, ma vi sono scompartimenti doppi al di sotto, e scompartimenti a tre stanze al di sopra, e in essa si distinguono dei nidi, per mostrare che anche nella Chiesa, benché tutti siano racchiusi in un'unica fede, e lavati in un unico battesimo, tuttavia il progresso non è il solo e il medesimo per tutti, ma ciascuno nel suo ordine (1 Cor 15,23).


Quelli che vivono immersi nella scienza spirituale, e sono idonei non solo a governare sé stessi, ma anche ad ammaestrare gli altri, e se ne trovano proprio pochi, sono figura di quei pochi che si salvano con Noè stesso, e sono suoi parenti stretti, allo stesso modo che il nostro Signore, il vero Noè, il Cristo Gesù, ha pochi parenti, pochi figli e congiunti, partecipi della sua parola e capaci di sapienza. Questi sono coloro che sono posti nel piano più alto, e collocati in cima all'arca.


La moltitudine degli altri animali irragionevoli, e anche delle belve, sta nei piani inferiori, soprattutto quelli la cui feroce crudeltà non è stata placata dalla dolcezza della fede; un po' al di sopra di questi stanno coloro che, sia pure di minore spiritualità, tuttavia hanno grandissima semplicità e innocenza.


Così, quelli che salgono i singoli gradini delle dimore, giungono fino a Noè, che significa riposo, o giusto, che è il Cristo Gesù.


Infatti non conviene a quel Noè ciò che dice il padre suo Lamec: Costui ci darà riposo dalle opere e dalle afflizioni delle nostre mani, e dalla terra, che il Signore Iddio ha maledetto (Gen 5, 29). Giacché, in che modo sarebbe vero che Noè avrebbe dato riposo a Lamec e alla gente che c'era allora sulla terra, o in che modo hanno avuto fine pene e affanno ai tempi di Noè, o come è stata tolta alla terra la maledizione che il Signore aveva dato, quando piuttosto si manifesta più grande anche l'ira divina, e si riporta che Dio dice: Mi pento di aver fatto l'uomo sopra la terra, e dice ancora: Distruggerò ogni carne che è sopra la terra (cfr Gen 6, 6-7)e, come segno massimo del culmine del peccato è data la perdizione dei viventi?


Ma se guardi al nostro Signore Gesù Cristo, del quale è detto: Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo (Gv 1, 29)e ancora: Fatto per noi maledizione, per redimerci dalla maledizione della legge (cfr Gal 3, 13)e che dice egli stesso: Venite a me, voi che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò, e troverete riposo per le vostre anime (cfr Mt 11, 28-29)troverai che è lui che veramente ha dato riposo agli uomini, e ha liberato la terra dalla maledizione con cui la maledì il Signore Iddio. Dunque, al Noè spirituale, che ha dato riposo agli uomini e ha tolto il peccato del mondo, viene detto: Ti farai un'arca di legni quadrati (Gen 6, 14).


 


 

 


I legni quadrati


 


4. Consideriamo dunque che cosa siano i legni quadrati. Quadrato è quel che non vacilla da nessuna parte, ma, ovunque lo rivolti, sta saldo di una stabilità sicura e forte: sono questi i legni che sopportano tutto il peso degli animali, al di dentro, e dei flutti, al di fuori. E io ritengo che, nella Chiesa, essi siano i dottori, i maestri, i custodi zelanti della fede, i quali, all'interno, confortano il popolo con la parola dell'ammonimento e la grazia della dottrina, e insieme, con la potenza della parola e la sapienza dello spirito, resistono a quanti attaccano dal di fuori, pagani ed eretici, che sollevano i flutti dei problemi e le tempeste delle dispute.


Vuoi poi vedere che la divina Scrittura conosce legni spirituali? Ricordiamo quel che è scritto nel profeta Ezechiele: E avvenne, nell'undicesimo anno, nel terzo mese, nel primo giorno del mese, la parola del Signore mi fu rivolta dicendo: Figlio dell'uomo, dì al Faraone, re di Egitto, e alla sua gente: A chi ti paragoni nel tuo orgoglio? Ecco Assur, cipresso del Libano, magnifico di rami, fitto per l'ombra, sublime in altezza; la sua cima fu in mezzo alle nubi, l'acqua lo nutri, l'abisso lo esaltò, e portò a lui tutti i suoi fiumi, ed estese le sue correnti a tutti gli alberi della campagna. Per questo la sua altezza si elevò al di sopra di ogni albero della campagna (Ez 31, 1-5). E poco dopo dice: Molti cipressi e pini, nel paradiso di Dio, non sono simili ai suoi rami, né vi assomigliarono gli abeti; nessun albero divenne come lui nel paradiso di Dio, e ne furono gelosi tutti gli alberi del paradiso di delizie di Dio (cfr Ez 31, 8-9).


Comprendi di qual tipo di alberi parla il profeta, e di qual genere? Come potrebbe descrivere un cipresso del Libano, cui non potrebbero essere paragonati tutti gli alberi che sono nel paradiso di Dio? E alla fine aggiunge anche questo, che tutti gli alberi, che sono nel paradiso di Dio, sono stati presi da gelosia per esso, mostrando evidentemente che, secondo l'intelligenza spirituale, si parla in senso mistico di quei legni che sono nel paradiso di Dio, dal momento che mostra esserci in loro una certa gelosia verso gli alberi che sono nel Libano.


Ragion per cui, per fare anche questa digressione, considera se per caso anche quella parola per cui sta scritto: Maledetto da Dio ognuno che pende dal legno (Dt 21, 23), non debba intendersi nello stesso senso dell'altra, detta altrove: Maledetto l'uomo, che ripone la sua speranza nell'uomo (Ger 17, 5).


Giacché noi dobbiamo pendere solo da Dio, e da nessun altro, anche se si parli di qualcuno che proviene dal paradiso di Dio, come dice anche Paolo: Anche se noi, o un angelo del cielo, vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema (Gal 1, 8).


Ma di questo altrove.


Intanto hai visto quali siano i legni quadrati, che sono posti dal Noè spirituale come muro e presidio, per quelli che sono al di dentro, dai flutti che sopravvengono dal di fuori; e questi legni sono spalmati di bitume di dentro e di fuori (Gen 6, 14).


Infatti l'architetto della Chiesa, il Cristo, non vuole che tu sia come quelli che al di fuori appaiono giusti agli uomini, ma al di dentro sono sepolcri di morti (cfr Mt 23, 27), ma vuole che tu sia al di fuori santo nel corpo, e al di dentro puro nel cuore, da ogni parte prudente, e protetto dalla virtù della castità e dell'innocenza: questo è essere spalmato di bitume di dentro e di fuori.


 


 


Lunghezza, larghezza e profondità


 


5. Dopo di che si richiama la lunghezza, la larghezza e l'altezza dell'arca, e si danno qui dei numeri consacrati a grandi misteri; ma, prima di trattare dei numeri, vediamo che cosa significhino lunghezza, larghezza, altezza. In un passo l'Apostolo, parlando più misticamente del mistero della croce, dice cosi: Affinché sappiate quale sia la lunghezza, la larghezza e la profondità (cfr Ef 3, 18). La profondità e l'altezza indicano la stessa cosa, soltanto che l'altezza sembra misurare lo spazio dal basso all'alto, mentre la profondità comincia dall'alto e scende fino al basso.


Ne viene di conseguenza che lo Spirito di Dio, sia attraverso Mosè che attraverso Paolo, annuncia le figure di grandi misteri: infatti Paolo, dal momento che predicava il mistero della discesa di Cristo, ha nominato la profondità quasi a indicare colui che scende dall'alto al basso; Mosè invece, poiché indica la reintegrazione di coloro che, mediante il Cristo, sono richiamati dalla morte e dalla perdizione del mondo, come dalla strage del diluvio, dalle cose inferiori a quelle eccelse e celesti, trattando della misura dell'arca non menziona la profondità, ma l'altezza, come per l'ascendere da cose terrene e umili a cose celesti ed eccelse.


Si stabiliscono anche i numeri: trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza, trenta di altezza: trecento è tre volte il numero di cento, e il numero di cento appare sotto ogni riguardo pieno e perfetto, e avente in sé il mistero di una creatura tutta spirituale, come leggiamo negli Evangeli, quando è detto: Uno aveva cento pecore, e una di queste si perse, e, lasciate le novantanove sui monti, discese a cercare quella che si era perduta, e, trovatala, la riportò sulle sue spalle, e la mise insieme con le altre novantanove, che non si erano perdute (cfr Lc 15, 4-5 e Mt 18, 12-13).


Dunque questo cento, numero di una creatura tutta spirituale, poiché non sussiste da se stesso, ma procede dalla Trinità, e ha ricevuto la lunghezza della vita, cioè la grazia della immortalità, dal Padre, per il Figlio e lo Spirito Santo, per questo viene stabilito triplicato, in quanto cresce fino alla perfezione per la grazia della Trinità, e ristabilisce in trecento, mediante la conoscenza della Trinità, colui che per ignoranza era caduto dai cento.


La larghezza ha in sé il numero cinquanta, sacro alla remissione e al perdono; infatti, secondo la legge, al cinquantesimo anno avveniva la remissione, cioè, se uno aveva venduto un possesso, lo ricuperava; se, da libero, era stato ridotto in schiavitù, ricuperava la libertà; il debitore riceveva il condono, l'esule ritornava alla patria (cfr Lv 25). Dunque, il Noè spirituale, il Cristo, ha collocato il numero cinquanta della remissione nella larghezza della sua arca, cioè nella sua Chiesa, nella quale libera dalla perdizione il genere umano. Infatti, se non avesse elargito ai credenti la remissione dei peccati, non si sarebbe diffusa per tutto il mondo la larghezza della Chiesa.


Il numero dell'altezza, poi, trenta, racchiude un mistero simile al trecento; quest'ultimo viene dal moltiplicare tre volte cento, trenta da tre volte dieci; la somma poi di tutta la costruzione si riporta all'uno, poiché uno [è] Dio padre, dal quale tutte le cose, e uno il Signore (cfr 1 Cor 8, 6), una è la fede della Chiesa, uno il battesimo, uno il corpo e uno lo spirito (cfr Ef 4, 6.5.4), e tutte le cose concorrono al fine unico della perfezione di Dio.


Ma anche tu, che ascolti queste cose, se ti applichi con libertà di spirito alle Sacre Scritture, troverai che sotto i numeri trenta e cinquanta si celano molti grandi accadimenti.


A trent'anni Giuseppe è tratto fuori dal carcere, e riceve il potere su tutto l'Egitto, per stornare, con divina preveggenza, il flagello della imminente carestia (cfr Gen 41, 46); si riferisce che a trent'anni Gesù, venuto al battesimo, vide i cieli aperti, e lo Spirito di Dio venire su di lui in forma di colomba (cfr Lc 3, 21-23; Mc 1, 10); così anche si incominciò a manifestare per la prima volta il mistero della Trinità; troverai molte altre cose simili a queste.


Troverai anche che il cinquantesimo giorno era la festa per la consacrazione delle nuove messi (cfr Dt 16, 9 ss.), e che dalle spoglie dei Madianiti si preleva per il Signore la cinquantesima parte (cfr Num 31, 30.37).


Troverai ancora che Abrahamo vince la gente di Sodoma con trecento uomini (cfr Gen 14, 14), e Gedeone riporta vittoria con i trecento che lambiscono l'acqua con la lingua (cfr Gdc 7, 6-8).


Quanto poi alla porta, essa non è collocata né frontalmente, né di sopra, ma lateralmente e trasversalmente, poiché è il tempo dell'ira divina: infatti il giorno del Signore è giorno d'ira e di furore (cfr Gl 2, 2.11; Ml 3, 2.23; Na 1, 6; Ap 6, 17), come sta scritto; e anche se si trova che alcuni si salvano, tuttavia molti, riprovati per quel che si meritano, sono distrutti e periscono; così la porta è posta di traverso, per mostrare quel che è detto dal Profeta: Se camminerete con me di traverso, anch'io camminerò con voi con ira di traverso (cfr Lv 26, 27-28).


Dopo di che vediamo anche se quella designazione distinta di parti inferiori a due scompartimenti e di parti superiori a tre scompartimenti (Gen 6, 16), non sia per caso quel che dice l'Apostolo: Nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio, delle cose celesti, terrestri e infernali (Fil 2, 10)così nell'arca le parti inferiori sarebbero simbolo di quel che l'Apostolo dice cose infernali, quelle superiori ad esse contigue sarebbero le cose terrestri, e le superiori poi, a tre scompartimenti, tutte insieme le cose celesti, ma distinguendo in esse i meriti di coloro che, secondo l'apostolo Paolo, possono salirefino al terzo cielo (cfr 2 Cor 12, 2).


E i tanti nidi, perché molti ce ne sono nell'arca, indicano che presso il Padre ci sono molte dimore (cfr Gv 14, 2).


Quanto agli animali, alle bestie feroci e domestiche, e agli altri diversi esseri animati, quale altra figura dobbiamo ritenerne se non quella che mostra Isaia, quando dice che, nel regno di Cristo, il lupo va al pascolo insieme con l'agnello, la pantera con il capretto, il leone con il bue, e che i loro piccoli mangiano insieme la paglia, e che, ancor più, un bimbo piccolo - tale senza dubbio come diceva il Salvatore: Se non vi convertirete e non diventerete come questo fanciullo, non entrerete nel regno di Dio (cfr Mt 18, 3) - stenderà la mano nella caverna dei serpenti e non ne avrà alcun male? (cfr Is 11, 6-8).


O anche la figura, che Pietro ci insegna ormai esistente nella Chiesa, quando riferisce di aver veduto una visione, nella quale tutti i quadrupedi e le bestie della terra e i volatili del cielo erano contenuti nell'unico lenzuolo della fede, attaccato agli angoli dei quattro Evangeli (cfr At 10, 11-12).


 


 


Gli scompartimenti


 


6. Invero, poiché l'arca, che ci sforziamo di descrivere, è costruita, per comando di Dio, non solo a due scompartimenti, ma anche a tre, sforziamoci anche noi di aggiungere alla duplice spiegazione precedente anche una terza, secondo l'ordine di Dio.


La prima interpretazione, precedente, quella storica, è come il fondamento posto alla base; la seconda, quella mistica, è superiore e più elevata; se possiamo, tentiamo di aggiungervene una terza, quella morale. Il fatto stesso che non abbia detto soltanto a due scompartimenti, e poi abbia taciuto, né soltanto a tre scompartimenti, e poi abbia smesso, ma abbia detto a due scompartimenti, e poi abbia aggiunto a tre scompartimenti, sembra non essere privo di mistero per l'esposizione stessa, cui attendiamo. Infatti i tre scompartimenti indicano questa triplice interpretazione; ma poiché non sempre nelle Scritture divine può sussistere la logica storica, ma a volte viene meno, come, per esempio, quando si dice: Nascono spine in mano all'ubriaco (Pr 26, 9) e si dice del tempio costruito da Salomone: Non si è udita nel tempio di Dio la voce del martello e della scure (1 Re 6, 7)e ancora nel Levitico, quando si comanda che i sacerdoti esaminino e purifichino la lebbra dei muri, delle pelli, delle tessiture (cfr Lv 14, 34; 13, 48): per questi, e altri esempi simili a questi, l'arca è composta non solo a tre scompartimenti, ma anche a due scompartimenti, affinché sappiamo che, nelle divine Scritture, non sempre è inserito un triplice significato esegetico, poiché non sempre ci accompagna la storia, ma a volte troviamo soltanto un senso duplice.


Sforziamoci dunque di trattare anche della terza possibilità interpretativa, secondo il genere morale.


Se c'è qualcuno che, fra il crescere del male e l'inondare dei vizi, può convertirsi dalle cose passeggere, periture e caduche, all'ascolto della parola di Dio e dei comandamenti celesti, costui edifica nel suo cuore l'arca della salvezza, e consacra in sé, per cosi dire, la biblioteca della parola divina, collocandovi come lunghezza, larghezza e altezza: la fede, la carità, la speranza. Estende la fede nella Trinità alla lunghezza e immortalità della vita, fonda la larghezza della carità nei sentimento del perdono e della benevolenza, innalza l'altezza della speranza alle cose celesti ed eccelse; infatti, camminando sulla terra, ha la sua vita nei cieli (cfr Fil 3, 20); riferisce all'uno la somma delle sue azioni. Infatti sa che tutti corrono, ma uno solo riceve la palma (1 Cor 9, 24), cioè chi non è stato molteplice per la mutevolezza dei pensieri e l'instabilità dell'animo. Però costruisce questa biblioteca non con legni rozzi e grossolani, ma con legni quadrati e diritti secondo la linea della giustizia, cioè non con gli autori del mondo, ma con i libri dei profeti e degli apostoli.


Giacché sono essi che, sgrossati da diverse prove, tagliati via e recisi tutti i vizi, portano in sé la vita quadrata e bilanciata da ogni parte.


Infatti gli autori dei libri del mondo possono esser detti alberi eccelsi alberi ombrosi - infatti Israele è accusato di aver fornicato sotto ogni albero alto e frondoso (cfr 2 Re , 17, 7 ss) -, poiché essi parlano certo con una eloquenza elevata e ornata, ma tuttavia non si sono comportati in conformità alle loro parole; per questo non possono essere chiamati legni quadrati (cfr Gen 6, 14), poiché in loro non quadrano vita e parola.


Tu, dunque, se fai un'arca, se metti insieme una biblioteca, falla con gli scritti dei profeti e degli apostoli, e di quelli che li hanno seguiti con fede rettilinea; cioè fallaa due scompartimenti a tre scompartimenti.


Apprendi da essa le narrazioni storiche, da essa riconosci il mistero grande, che si adempie nel Cristo e nella Chiesa (cfr Ef 5, 32); da essa intendi anche come emendare i costumi, tagliare via i vizi, purificare l'anima, e spogliarla da ogni vincolo di prigionia, riponendo in essa nidi e nidi di diverse virtù e progressi.


Certo la spalmerai di bitume di dentro e di fuori (Gen 6, 14), avendo la fede nel cuore, esprimendola con la confessione della bocca (cfr Rm 10, 9), avendo al di dentro la scienza, al di fuori le opere, al di dentro il cuore puro, al di fuori vivendo con corpo casto.


Dunque in quest'arca, sia che la intendiamo come biblioteca dei libri divini, sia come l'anima fedele, provvisoriamente secondo il genere morale, devi introdurre pure animali di ogni genere, non solo mondi ma anche immondi.


Possiamo dire facilmente che per animali mondi si possono intendere la memoria, l'erudizione, l'intelligenza, la ricerca e il discernimento delle cose che leggiamo, e altre cose simili a queste; è difficile invece pronunziarsi sugli animali immondi, nominati a due a due (Gen 6, 19).


Per quanto possiamo osare riguardo a punti così difficili, ritengo che necessariamente si dicano immonde la concupiscenza e l'ira, che si trovano in ogni anima, in quanto servono all'uomo per peccare; ma per il fatto che né senza la concupiscenza si rinnova la successione della posterità, né senza ira può sussistere correzione e disciplina alcuna, esse sono dette necessarie e da conservarsi. E, benché appaia che abbiamo discusso queste cose non con la ragione morale ma naturale, tuttavia per quel che poteva soddisfare al presente, ne abbiamo trattato per edificazione. Certo, se qualcuno potrà con libertà di spirito riscontrarsi e confrontarsi con la Scrittura divina, e applicare cose spirituali a cose spirituali (cfr 1 Cor 2, 13), non ci nascondiamo che troverà in questo passo molti segreti di un mistero profondo e arcano, che ora non possiamo far emergere in piena luce sia per la brevità del tempo che per non stancare chi ascolta.


Tuttavia scongiuriamo la misericordia di Dio onnipotente, di farci non solo ascoltatori della sua parola, ma anche operatori (Gc 1, 22), e di far ricadere anche sopra le nostre anime il diluvio della sua acqua, e di cancellare in noi quel che egli sa che deve essere cancellato, e di vivificare quel che ritiene debba essere vivificato, per Cristo nostro Signore e per il suo Spirito Santo.


A lui gloria per gli eterni secoli dei secoli. Amen.


Credente.
00Sunday, March 9, 2014 3:01 PM
Origene

Omelia terza sulla Genesi



 


La circoncisione di Abrahamo


 


1. Poiché in molti passi della divina Scrittura leggiamo che Dio parla agli uomini, e per questo i Giudei, ma anche alcuni dei nostri, ritennero che Dio dovesse esser concepito quasi come un uomo, cioè contrassegnato da membra e aspetto umani, mentre i filosofi disprezzano queste cose come mitiche e nate a somiglianza di invenzioni poetiche, mi pare opportuno in primo luogo fare un piccolo discorso su queste cose, e poi passare a quel che è stato proclamato.


In primo luogo, dunque, il nostro discorso è per coloro i quali, essendo al di fuori, fanno strepito intorno a noi con arroganza, dicendo che al Dio eccelso, invisibile, incorporeo, non si addice avere passioni umane. Dicono: Se gli attribuite l'uso della parola, gli attribuirete senza dubbio anche la bocca, la lingua e le altre membra, mediante le quali si adempie la funzione del parlare; e, se è così, ci si è allontanati dal Dio invisibile e incorporeo; e, mettendo insieme molti argomenti di tal sorta, non lasciano in pace i nostri.


Con l'aiuto delle vostre preghiere, pertanto, affronteremo brevemente queste cose, come il Signore ce lo concederà.


 


Dio ha cura delle cose umane


 


2. Allo stesso modo che professiamo Dio incorporeo, onnipotente, invisibile, così confessiamo come dogma sicuro e incrollabile che egli ha cura delle cose umane, e che nulla si compie né in cielo né in terra al di fuori della sua provvidenza.


Ricorda che abbiamo detto che nulla si compie senza la sua provvidenza, non: senza la volontà. Giacché molte cose si compiono senza la sua volontà, nulla senza la provvidenza.


Infatti è mediante la provvidenza che egli procura, dispensa, provvede le cose che accadono, mentre è mediante la volontà che vuole o non vuole qualcosa. Ma ne parleremo altrove; questa esposizione, infatti, sarebbe troppo lunga e diffusa.


Dunque, per il fatto che professiamo Dio come colui che tutto provvede e dispensa, ne consegue che egli indica quel che vuole e quel che occorre agli uomini: se non lo indicasse, non provvederebbe all'uomo, e non si potrebbe credere che si dia cura delle cose degli uomini.


Dio, dunque, indica agli uomini quel che vuole che facciano, e con quali sentimenti, in particolare, dobbiamo dire che lo indica? Non forse con quelli che hanno e conoscono gli uomini? Per esempio, se dicessimo che Dio tace, ritenendolo conveniente alla sua natura, come si potrebbe pensare che egli abbia indicato qualcosa mediante il silenzio? Ma si dice che ha parlato, affinché, sapendo gli uomini che, mediante questo mezzo, conoscono l'uno la volontà dell'altro, possano riconoscere che le parole trasmesse loro dai profeti, sono indizi della volontà di Dio. Certo non si comprenderebbe come in esse si trovi la volontà di Dio, se non si dicesse che egli ha detto quelle cose, poiché non si ha esperienza né conoscenza che fra gli uomini si possa indicare una qualche volontà mediante il silenzio.


Ma, di nuovo, non diciamo queste cose cadendo nell'errore dei Giudei, o anche di alcuni dei nostri, che errano con loro, così che, non potendo la fragilità umana sentir parlare di Dio altrimenti che mediante realtà e parole note, riteniamo per questo che Dio agisca anche con membra simili alle nostre e aspetto umano. Questo è estraneo alla fede della Chiesa.


Ma si dice che Dio ha parlato all'uomo o con l'ispirazione nel cuore di ciascuno dei santi, o facendo giungere al loro orecchio il suono della voce.


Allo stesso modo, quando indica che gli è noto quel che uno dice o fa, dice di avere udito; quando indica che abbiamo compiuto qualcosa di ingiusto, dice di essere adirato; quando ci rimprovera di essere ingrati verso i suoi benefici, dice di pentirsene, indicando queste cose per mezzo di questi sentimenti, propri dell'uomo, ma senza tuttavia far uso di quelle membra che sono della natura del corpo. Giacché la sua sostanza è semplice, non composta di membra, legami, sentimenti, ma tutto quel che si compie per le divine potenze, o viene presentato col nome di membra umane, o si enuncia per mezzo di sentimenti noti e comuni, affinché gli uomini possano capirlo. In questo modo si dice che Dio si adira, ascolta, parla.


Infatti, se si definisce la voce umana come aria colpita, cioè percossa dalla lingua, anche la voce di Dio può essere detta aria colpita dalla forza o dalla volontà divina.


Da qui deriva che, quando si dà una voce che viene da Dio, non giunge agli orecchi di tutti, ma l'ascoltano solo quelli cui interessa, perché tu comprenda che il suono non è trasmesso dal battito della lingua - altrimenti tutti l'udrebbero -, ma è regolato dalla guida di un cenno celeste.


Tuttavia, si riferisce che spesso la parola di Dio è stata rivolta ai profeti, ai patriarchi, e ad altri santi, anche senza suono di voce, come ci insegnano ampiamente tutti i sacri libri: per dirla in breve, in questi casi l'anima illuminata dallo Spirito di Dio si plasma in parole. E quindi, sia che Dio abbia manifestato la sua volontà in questo modo, o in quello che abbiamo detto sopra, si dice che ha parlato.


Dunque, secondo questa intelligenza, trattiamo ora di alcune delle cose che sono state proclamate.


 


I responsi ad Abrahamo


 


3. Molti responsi sono dati da Dio ad Abrahamo, ma non tutti sono diretti alla medesima persona: giacché certuni lo sono ad Abramo, certi altri ad Abrahamo, cioè alcuni dopo il mutamento del nome, altri mentre ancora era chiamato col nome di nascita.


Il primo oracolo rivolto da Dio ad Abramo, prima del mutamento del nome, dice:Esci dalla tua terra, dalla tua parentela, e dalla casa di tuo padre (Gen 12, 1), e il resto; ma qui non viene dato alcun ordine riguardo al patto di Dio e alla circoncisione: giacché non poteva, in quanto era ancora Abramo, e portava il nome della nascita carnale, ricevere il patto di Dio e il segno della circoncisione.


Ma quando uscì dalla sua terra e dalla sua parentela allora gli furono rivolti responsi più sacri, in primo luogo: Non sarai più chiamato Abramo, ma Abrahamo sarà il tuo nome (Gen 17, 5); allora ricevette anche il patto di Dio, e la circoncisione, segno della fede(cf Rm 4, 11), che non avrebbe potuto ricevere finché era nella casa paterna, fra i congiunti secondo la carne, e quando ancora era chiamato Abramo.


Ma, sia lui che la sposa, non furono neppure chiamati anziani, fino a che fu nella casa del padre, coabitando nella carne e nel sangue; ma dopo che partì di là, meritò di essere chiamato sia Abrahamo che anziano; dice infatti: Erano entrambi presbiteri, cioè anziani, Abrahamo e la sua veneranda sposa, e avanzati negli anni (Gen 18, 11).


Quanti prima di loro vissero vite ben più lunghe di anni, novecento e più anni, alcuni vissero fino a poco prima del diluvio, eppure nessuno di questi è stato chiamato anziano.


Infatti, con tale nome, non fu chiamata in Abrahamo la vecchiezza del corpo, ma la maturità del cuore.


Così dice il Signore anche a Mosè: Scegliti degli anziani, che tu stesso sappia che sono anziani (Num 11, 16). Consideriamo con maggiore diligenza la voce del Signore, per vedere cosa significhi questa aggiunta: Che tu stesso sappia che sono anziani. Forse che, riguardo a uno che mostrava l'età senile del corpo, non appariva chiaro agli occhi di tutti che era presbitero, cioè anziano? E perché dunque soltanto a Mosè, al profeta così grande e di tal genere, è comandato questo discernimento particolare, che siano scelti non quelli che conoscono gli altri uomini, né quelli che riconosce la gente inesperta, ma quelli che eleggerà il profeta ripieno di Dio? La disposizione, dunque, non riguarda il loro corpo, non l'età, ma l'anima.


Tali dunque erano i beati anziani Abrahamo e Sara. E per prima cosa vengono loro mutati i nomi di famiglia, assegnati dalla nascita carnale.


 


Avendo infatti Abrahamo novantanove anni, gli apparve Dio, e disse: Io sono Iddio, sii gradito al mio cospetto, e sii irreprensibile, e porrò il mio patto fra me e te. E Abrahamo cadde sulla sua faccia e adorò Dio, e Dio gli parlò dicendo: Io sono, ecco il mio patto con te, e sarai padre di una moltitudine di genti, e in te saranno benedette tutte le genti, e il tuo nome non sarà più chiamato Abramo, ma il tuo nome sarà Abrahamo (Gen 17, 1-5). E, avendo dato questo nome, subito soggiunge: Porrò il mio testamento fra me e te, e il tuo seme dopo di te. E questo è il patto che osserverai fra me e te, e il tuo seme dopo di te (Gen 17, 7)e aggiunge ancora:


 


Sarà circonciso ogni vostro maschio, e circonciderete la carne del vostro prepuzio (Gen 17, 13).


 

La circoncisione


 


4. Poiché siamo giunti a questi passi, voglio ricercare se il Dio onnipotente, che ha il dominio del cielo e della terra, volendo stabilire il patto con un uomo santo, riponeva l'apice di un così grande commercio nel fatto che venisse circonciso il prepuzio della sua carne e della progenie che sarebbe venuta da lui. Infatti il mio patto sarà sulla tua carne (Gen 17, 13)il Signore del cielo e della terra (cf Gen 24, 3)attribuiva dunque questo come titolo d'onore del patto eterno a colui che, unico, aveva scelto fra tutti i mortali? E in queste sole cose i maestri e i dottori della sinagoga ripongono la gloria dei santi; ma, se volete, venite e ascoltate in qual modo la Chiesa del Cristo, la quale per mezzo del Profeta aveva detto: Molto sono stati onorati da me i tuoi amici, o Dio (Sal 139)onori gli amici del suo sposo, e quanta gloria attribuisca ad essi, nel raccontarne le gesta.


Dunque, ammaestrati dall'apostolo Paolo, diciamo che, allo stesso modo che molte altre cose accadevano come figura e immagine della verità futura (cf 1 Cor 10, 11), così anche la circoncisione carnale era figura della circoncisione spirituale, della quale era ben giusto e conveniente che il Dio della gloria (Sal 29, 3) desse agli uomini i precetti.


Ascoltate dunque come Paolo, dottore delle genti nella fede e nella verità (1 Tm 2, 7), ammaestra la Chiesa riguardo al mistero della circoncisione del Cristo. Dice: Vedete l'incisione - parla dei giudei, incisi nella carne -, infatti la circoncisione siamo noi, che serviamo a Dio nello spirito, e non riponiamo fiducia nella carne (Fil 3, 2-3).


Questa è una delle parole di Paolo sulla circoncisione; ascoltane un'altra: Non infatti colui che visibilmente è giudeo, né la circoncisione che è visibile nella carne, ma colui che nel segreto è giudeo, per la circoncisione del cuore, nello spirito, non nella lettera (Rm 2, 28-29):non ti sembra più giusto parlare di tale circoncisione, a proposito dei santi e amici di Dio, piuttosto che di una mutilazione della carne?


Non vorremmo che la novità del discorso spaventasse non solo i Giudei, ma anche qualcuno dei nostri fratelli. Sembra che Paolo, introducendo il discorso dellacirconcisione del cuore, presuma l'impossibile: come può accadere che si circoncida un membro che, coperto delle viscere interiori, resta nascosto agli sguardi stessi degli uomini?


Ritorniamo dunque alla parola dei profeti, affinché, per la vostra preghiera, si illuminino gli argomenti in questione.


Il profeta Ezechiele dice: Ogni straniero incirconciso di cuore e incirconciso di carne, non entrerà nel mio santuario (Ez 44, 9); e parimenti, in altro luogo, con rimprovero non minore, il Profeta dice: Tutti gli stranieri sono incirconcisi nella carne, ma i figli di Israele sono incirconcisi nel cuore (Ger 9, 26): si mostra dunque che, se uno non è circonciso nel cuore, anche se circonciso nella carne, non entrerà nel santuario di Dio.


 


La circoncisione delle orecchie


 


5. Ma sembrerà che io sia prigioniero delle mie argomentazioni. Infatti, proprio per questa testimonianza del Profeta, il giudeo subito mi incalza e dice: ecco, il Profeta indica l'una e l'altra circoncisione, della carne e del cuore; non resta spazio per l'allegoria, se si richiedono entrambe le circoncisioni.


Se mi aiuterete con le vostre preghiere, affinché si degni la parola del Dio vivo (1 Pt 1, 23) di assistere l'aprirsi della nostra bocca (Ef 6, 19), potremo, con la sua guida, uscire, attraverso lo stretto cammino di questo problema, agli ampi spazi della verità, poiché, riguardo alla circoncisione della carne, dobbiamo confutare non solo i Giudei carnali, ma anche alcuni di quelli che sembrano avere accolto il nome del Cristo, e tuttavia ritengono sia da ricevere la circoncisione carnale, come gli Ebioniti, e quanti errano per una simile mancanza di discernimento.


Serviamoci dunque delle testimonianze dell'Antico Testamento, alle quali essi ricorrono volentieri. Sta scritto nel profeta Geremia: Ecco, questo popolo è incirconciso di orecchie (Ger 6, 10)ascolta, Israele, la voce del Profeta; ti muove un grande rimprovero, ti imputa una grande colpa. Di questo ti si accusa: di essere incirconciso nelle orecchie; e perché, sentendo queste parole, non hai usato il ferro per le tue orecchie, incidendole? Dio ti incolpa e ti condanna, poiché non hai le orecchie circoncise: infatti non permetto che tu ti rifugi nelle nostre interpretazioni allegoriche, che Paolo ci ha insegnato. Perché ti fermi nel circoncidere? Taglia le orecchie, tronca le membra, che Dio ha creato per l'utilità dei sensi e l'ornamento dell'essere umano; giacché tu intendi cosi le parole divine!


Ma ti farò anche un altro esempio, cui non potrai contraddire.


Nel passo dell'Esodo, in cui noi, nei codici della Chiesa, abbiamo scritto che Mosè risponde al Signore dicendo: Signore, provvedi un altro da mandare; infatti io sono di esile voce e tardo di lingua, voi avete negli esemplari ebraici: Io sono incirconciso di labbra (cf Es 4, 13. 10). Ecco, secondo i vostri esempi., che dite più veri, avete la circoncisione delle labbra.


Se dunque, secondo voi, Mosè dice di essere ancora indegno, perché non è circonciso di labbra, certamente questo indica che è più degno e santo colui che è circonciso di labbra. Usate dunque la falce anche per le labbra, e tagliate le pelli della bocca, giacché vi è gradito un simile intendimento delle lettere divine.


Che se riconducete la circoncisione delle labbra ad allegoria, e dite non meno allegorica e in figura la circoncisione delle orecchie, come mai non ricercate l'allegoria anche nella circoncisione del prepuzio?


Ma lasciamo da parte quelli che, alla maniera degli idoli, hanno orecchie e non odono, e hanno occhi e non vedono (Sal 115, 6. 5); ma voi, o popolo di Dio, e popolo scelto come acquisizione per narrare le potenze del Signore (cf 1 Pt 2, 9-10), accogliete la degna circoncisione della parola di Dio nelle vostre orecchie, nelle labbra, nel cuore, nel prepuzio della vostra carne, e assolutamente in tutte le vostre membra.


Siano circoncise le vostre orecchie secondo la parola di Dio, così da non accogliere la voce del nemico, da non udire le parole del malèdico e del bestemmiatore, da non essere aperte alle calunnie, alla menzogna, all'irritazione. Siano tappate e chiuse, per non ascoltare il giudizio del sangue (cf Is 33, 15), essere aperte a canzoni impudiche, a melodie di teatro; non accolgano nulla di osceno, ma si distolgano da ogni spettacolo corrotto.


E' questa la circoncisione con la quale la Chiesa del Cristo circoncide le orecchie dei suoi infanti; e queste sono le orecchie, credo, che il Signore ricercava nei suoi ascoltatori dicendo: Chi ha orecchie da ascoltare, ascolti (Mt 13, 9). Infatti nessuno può ascoltare con orecchie incirconcise e immonde le pure parole della sapienza e della verità.


Passiamo, se volete, anche alla circoncisione delle labbra. Penso che sia incirconciso di labbra (Es 6, 30) colui che non l'ha fatta ancora finita con le parole stolte, con le scurrilità, che oltraggia i buoni, che accusa il prossimo, che fomenta le liti, che muove calunnie, che mette in conflitto i fratelli fra loro con parole false, che pronuncia cose vane, sciocche, mondane, impudiche, turpi, ingiuriose, insolenti, blasfeme, e altre cose, che sono indegne di un cristiano. Ma, se uno trattiene la sua bocca da tutte queste cose, e regola i suoi discorsi con giudizio (Sal 112, 5), reprime la loquacità, frena la lingua, modera le parole, costui è detto a buon diritto circonciso di labbra.


Ma anche quelli che parlano altezzosamente iniquità e protendono la lingua fino al cielo (cf Sal 73, 8-9), come fanno gli eretici, si devono chiamare incirconcisi e immondi di labbra, mentre circonciso e mondo è colui che parla sempre la parola di Dio, e proferisce la sana dottrina, fortificata dalle regole evangeliche ed apostoliche.


In tal maniera, dunque, si dà nella Chiesa di Dio anche la circoncisione delle labbra.


 


Alleanza eterna fra Dio e l'uomo


 


6. Ora, secondo la nostra promessa, vediamo in qual modo debba essere assunta anche la circoncisione della carne.


Nessun dubbio che questo membro, in cui è il prepuzio, serva alle funzioni naturali dell'unione carnale e della generazione. Dunque: chi si comporta riguardo a moti siffatti nel tempo opportuno, non oltrepassa i limiti imposti dalle leggi, non conosce altra donna se non la legittima sposa, e anche ad essa si unisce solo per avere prole in giorni stabiliti e leciti, costui si può dire circonciso nel prepuzio della sua carne. Ma chi si lascia andare ad ogni lascivia, e disordinatamente inclina ad amplessi diversi e illeciti, ed è trasportato senza freno nel gorgo di ogni libidine, costui è incirconciso nel prepuzio della sua carne.


La Chiesa del Cristo, invero, rafforzata dalla grazia di colui che per lei è stato crocifisso, non solo si astiene dai talami illeciti e nefandi, ma anche da quelli permessi e leciti, e, come vergine sposa del Cristo, fiorisce di vergini caste e pudiche, nelle quali si è compiuta la vera circoncisione del prepuzio della carne, e veramente si custodisce intatto nella loro carne il patto di Dio, il patto eterno.


Ci resta da accennare anche alla circoncisione del cuore. Chi ribolle di desideri osceni e di turpi brame, e, per dirla in breve, commette adulterio nel cuore (Mt 5, 28), èincirconciso di cuore (cf Ez 44, 9)ma anche chi conserva nell'anima sentimenti eretici, e formula nel cuore affermazioni blasfeme contro la scienza di Cristo, costui èincirconciso di cuore; chi invece custodisce pura la fede nella schiettezza della coscienza, è circonciso di cuore; di lui si può dire: Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio (Mt 5, 8).


Quanto a me, similmente, oso aggiungere anche questo alle parole profetiche, che, come bisogna essere circoncisi nelle orecchie, nelle labbra, nel cuore, e nel prepuzio della carne, secondo quanto abbiamo detto sopra, così forse hanno bisogno di circoncisione anche le nostre mani, i nostri piedi, vista, odorato, tatto. Infatti, perché l'uomo di Dio sia perfetto in tutto, sono da circoncidersi tutte le membra, così le mani: dalle rapine, dai furti, dalle stragi, e aprirsi soltanto alle opere di Dio.


Sono da circoncidersi i piedi, che non siano veloci a spargere il sangue (cf Sal 14, 3) e non entrino nel consesso dei maligni (Sal 1, 1), ma vadano solo per comando di Dio.


Sia circonciso anche l'occhio, per non bramare le cose altrui, per non guardare una donna con concupiscenza (cf Es 20, 17; Mt 5, 28)chi, lascivo e curioso, vaga con gli sguardi sulle forme femminee, è incirconciso di occhi.


Chi, sia che mangi sia che beva, come comanda l'Apostolo, mangia e beve a gloria di Dio (cf 1 Cor 10, 31), è circonciso nel gusto; mentre colui il cui Dio è il ventre (cf Fil 3, 19)ed è schiavo dei piaceri della gola, potrei dire che ha il gusto incirconciso.


Chi contiene il buon odore del Cristo (2 Cor 2, 15), e ricerca nelle opere di misericordial'odore soave (cf Gen 8, 21; Lv 1, 9; ecc.), ha l'odorato circonciso; invece chi avanzacosparso dei migliori unguenti (Am 6, 6), dobbiamo chiamarlo incirconciso nell'odorato.


Ma anche ogni singolo membro, se è soggetto, nella sua funzione, ai comandamenti di Dio, può dirsi circonciso; se invece si abbandona alla lussuria, al di là delle leggi prescrittegli da Dio, è da ritenersi incirconciso. Penso sia questo quel che ha detto l'Apostolo: Come infatti avete offerto le vostre membra per servire all'iniquità per l'iniquità, così ora offrite le vostre membra per servire alla giustizia per la santificazione (Rm 6, 19).


Quando le nostre membra servivano alla iniquità, non erano circoncise, e non c'era in esse il patto di Dio; ma quando hanno incominciato a servire alla giustizia per la santificazione (cf Rm 6, 19), si adempie in esse la promessa che è stata fatta ad Abrahamo. Allora infatti viene sigillata in loro la legge di Dio e il suo patto.


Questo è veramente il sigillo della fede (cf Gen 17, 11; Rm 4, 11), che contiene il patto dell'alleanza eterna fra Dio e l'uomo; questa è la circoncisione che, mediante Gesù, fu data al popolo di Dio con coltelli di pietra (Gs 5, 2). E qual è il coltello di pietra, e quale la spada, con cui è stato circonciso il popolo di Dio? Ascolta quel che dice l'Apostolo: Viva è la parola di Dio, efficace, e più acuta di ogni spada acuta dall'una e dall'altra parte, e giunge fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; e discerne i pensieri e le intenzioni del cuore (Eb 4, 12); questa è dunque la spada, con la quale dobbiamo essere circoncisi, e della quale dice il Signore Gesù: Non sono venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada (Mt 10, 34): non ti sembra più degna questa circoncisione, e che in essa si debba collocare il patto di Dio?


Confronta, se ti fa piacere, queste nostre cose con le vostre favole giudaiche e turpi narrazioni, e vedi se in quelle vostre, o non piuttosto in queste che sono annunciate nella Chiesa del Cristo, si osservi la circoncisione che viene da Dio; se non ti accorgi e capisci da te stesso che la circoncisione della Chiesa è onorevole, santa, degna di Dio, mentre la vostra è turpe, sconcia, deforme, e che preferisce la volgarità anche nell'attitudine e nell'aspetto.


Dice Dio ad Abrahamo: Sarà la circoncisione e il mio patto sulla tua carne (Gen 17, 13). Se tale sarà la nostra vita, così proporzionata e composta in tutte le sue membra, che tutti i nostri movimenti si svolgano secondo la legge di Dio, veramente sarà sulla nostra carne il patto di Dio (cf Gen 17, 13).


Con questo abbiamo percorso brevemente l'Antico Testamento, per confutare coloro che confidano nella circoncisione della carne, e, insieme, per edificare la Chiesa del Signore.


 


Il patto di nostro Signore


 


7. Passo ora al Nuovo Testamento, in cui è la pienezza di tutte le cose, e quindi voglio mostrare come anche noi possiamo avere sopra la nostra carne il patto del nostro Signore Gesù Cristo. Infatti non basta che tali cose si dicano solo nominalmente e a parole, ma bisogna adempiere con i fatti. Dice l'apostolo Giovanni: Ogni spirito che confessa che Gesù è venuto nella carne, è da Dio (1 Gv 4, 2); e che dunque? Se uno che pecca e non agisce rettamente confessa che Gesù è venuto nella carne, ci sembrerà che confessi nello Spirito di Dio? Questo non è avere il patto di Dio sulla carne, ma nella voce. A lui si dice subito: Ti sbagli, o uomo, il regno di Dio non è nella parola, ma nella potenza (1 Cor 4, 20).


Sto cercando come sarà il testamento del Cristo sopra la mia carne. Se mortificherò le mie membra, che sono sulla terra (cf Col 3, 5)avrò il patto del Cristo sopra la mia carne; sesempre porterò intorno nel mio corpo la morte di Gesù Cristo (cf 2 Cor 4, 10) nel mio corpo c'è il patto del Cristo, poiché, se soffriamo insieme, insieme anche regneremo (2 Tm 2, 12); se sarò piantato a somiglianza della sua morte (cf Rm 6, 5) mostro che il suo patto è sulla mia carne.


A che giova che io dica che il Cristo è venuto soltanto in quella carne che ha assunto da Maria, e non mostri che è venuto anche in questa mia carne? Allora solamente lo mostro, se, come prima ho offerto le mie membra per servire all'iniquità per l'iniquità, ora le volgerò e le offrirò per servire alla giustizia per la santificazione (cf Rm 6, 19).


Mostro che il patto di Dio è nella mia carne, se potrò dire con Paolo che sono con-crocifisso con il Cristo; vivo non più io, ma vive in me il Cristo (Gal 2, 19-20), e se potrò dire, come egli diceva: Io poi porto le stigmate del mio Signore Gesù Cristo nel mio corpo (Gal 6, 17): veramente mostrava che il patto di Dio era sulla sua carne, lui che diceva:Chi ci separerà dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù? La tribolazione, l'angoscia, il pericolo, la spada? (Rm 8, 35. 39).


Infatti, se confessiamo soltanto con la voce Gesù Signore, e non mostriamo che il patto di lui è sulla nostra carne secondo quanto abbiamo esposto sopra, sembrerà che anche noi facciamo qualcosa di simile ai Giudei, che pensano di confessare Dio soltanto per il segno della circoncisione, ma lo negano con i fatti.


Conceda dunque a noi il Signore di credere con il cuore, di confessare con la bocca (cf Rm 10, 9)di provare con le opere che il patto di Dio è sulla nostra carne, affinché gli uomini, vedendo le nostre opere buone, diano gloria al nostro Padre che è nei cieli (cf Mt 5, 16),per Gesù Cristo, nostro Signore, al quale è la gloria nei secoli dei secoli. Amen (Gal 1, 5).


Credente.
00Sunday, March 9, 2014 3:03 PM
Origene

Omelia quarta sulla Genesi



 


Di quel che è scritto: Dio apparve ad Abrahamo


 


1. Abbiamo ascoltato la proclamazione di un'altra visione di Dio ad Abrahamo, avvenuta in questo modo: Iddio apparve ad Abrahamo, mentre era seduto all'entrata della sua tenda, presso il querceto di Mambre. Ed ecco tre uomini stettero su di lui, e, guardando coi suoi occhi, Abrahamo vide, ed ecco tre uomini su di lui, ed egli usci incontro a loro, eccetera(Gen 18, 1-2).


In primo luogo, se vi sembra il caso, paragoniamo questa visione con quella che avvenne a Lot.


 


Tre uomini vengono ad Abrahamo, e stanno su di lui; da Lot vengono due, e si siedononella piazza (cf Gen 19, 1)guarda se le cose non avvengono in proporzione al merito per un disegno dello Spirito Santo. Certo Lot era di gran lunga inferiore ad Abrahamo; se non gli fosse stato inferiore, non si sarebbe separato da Abrahamo, e non gli avrebbe detto: Se tu vai a destra, io a sinistra; se tu vai a sinistra, io a destra (Gen 13, 9); e se non gli fosse stato inferiore, non gli sarebbero piaciute la terra e la dimora con i Sodomiti.


Vengono dunque ad Abrahamo tre uomini, a mezzogiorno, e da Lot ne vengono due, e alla sera: giacché Lot non era capace di accogliere l'intensità della luce meridiana; mentre Abrahamo fu capace del pieno fulgore di quella luce.


Vediamo ora come Abrahamo e Lot accolgano quelli che vengono a loro, e confrontiamo i preparativi per l'ospitalità dell'uno e dell'altro. Però, nota per prima cosa che ad Abrahamo, assieme ai due angeli, si presentò anche il Signore, mentre da Lot vanno soltanto i due angeli. E cosa dicono? Il Signore ci ha mandato a distruggere la città, e a mandarla in rovina (cf Gen 19, 13): dunque egli accolse quelli che possono dare la rovina, e non accolse colui che può salvare; Abrahamo, invece, accolse sia colui che salva, che quelli che mandano in perdizione.


Consideriamo ora in che modo ciascuno accolga.


 


Abrahamo vide, e corse loro incontro (Gen 18, 2): guarda come Abrahamo è continuamente operoso e alacre nel servizio. Egli stesso corre incontro, e, dopo essere andato incontro, ritorna in fretta alla tenda e dice alla sua moglie: Affrettati alla tenda (Gen 18, 6)vedi nei singoli gesti quale sia la prontezza di colui che accoglie: ci si affretta in tutto, tutto appare urgente, non si fa niente adagio adagio.


Dice dunque a Sara sua moglie: Affrettati alla tenda, e impasta tre misure di fior di farina, facendone delle focacce cotte sotto la cenere (Gen 18, 6); in greco la parola è egkryfìas, che indica pani celati o nascosti.


 


Egli poi corse alla stalla e prese un vitello (Gen 18, 7)quale vitello? forse il primo che gli capitò? Non è così, ma un vitello buono e tenero (cf Gen 18, 7): anche se fa tutte le cose in fretta, sa bene quali cose, speciali e grandi, siano da offrirsi a Dio e agli angeli.


Prese dunque, o scelse dalla mandra, un vitello buono e tenero e lo diede al servo; il servo si affrettò a prepararlo (Gen 18, 7): corre lui, si affretta la moglie, è celere il servo, non c'è alcun pigro nella casa del sapiente.


Apparecchia dunque il vitello, insieme con i pani e la focaccia, ma anche latte e burro: questo è il servizio di ospitalità di Abrahamo e di Sara.


Consideriamo ora quel che fa Lot: egli non ha né fior di farina, né pane mondo, ma farina; non conosce le tre misure di fior di farina, e non può apparecchiare per i visitatori le egkryfìas, cioè i pani nascosti e mistici.


 


Si lavino i vostri piedi


 


2. Continuiamo intanto a vedere come si comporta Abrahamo con i tre uomini chestettero su di lui (cf Gen 18, 2)considera cosa significhi il fatto stesso che vengono su di lui, non contro di lui. Poiché davvero si era assoggettato alla volontà di Dio, si dice che Dio sta su di lui; apparecchia i pani impastati con tre misure di fior di farina:accolse tre uomini, impastò i pani con tre misura di fior di farina; tutto quel che fa è mistico, tutto è pieno di misteri.


Apparecchia il vitello, ecco un altro mistero; e il vitello non è duro, ma buono e tenero; e che cosa è tanto tenero e buono quanto colui che si umiliò per noi fino alla morte (cf Fil 2, 8)pose l'anima sua per i suoi amici (cf 1 Gv 3, 16; Gv 15, 13)Egli è ilvitello ingrassato, che il Padre immola per accogliere il figlio pentito (cf Lc 15, 23).Infatti egli ha tanto amato il mondo, da dare il suo figlio unico per la vita del mondo (Gv 3, 16).


E il sapiente sa bene chi accoglie: corre incontro ai tre, e uno solo adora, a uno solo parla: Scendi dal tuo servo, e ristorati sotto l'albero (Gen 18, 3-4).


Ma come mai aggiunge di nuovo, quasi parlando a uomini: Si prenda dell'acqua, e si lavino i vostri piedi (Gen 18, 4)?


Con ciò Abrahamo, padre e maestro delle genti, ti insegni come devi accogliere gli ospiti, e che tu lavi i piedi agli ospiti, tuttavia anche questo è detto in mistero: sapeva infatti che i sacramenti del Signore non si compiono se non nella lavanda dei piedi (cf Gv 13, 6)ma non gli sfuggiva la severità del precetto detto dal Salvatore: Se non vi accoglieranno, scuotete anche la polvere, che si è attaccata ai vostri piedi, in testimonianza per loro. In verità vi dico che, nel giorno del giudizio, ci sarà più tolleranza per la terra di Sodoma che per quella città (cf Mc 6, 11 e Mt 10, 15).


Voleva dunque prevenire, e lavare i piedi, che per caso non ci restasse un po' di polvere, che potesse essere riserbata per il giorno del giudizio, da scuotersi a testimonianza dell'incredulità. Per questo dunque il sapiente Abrahamo dice: Si prenda dell'acqua, e si lavino i vostri piedi.


 


Sotto l'albero di Mambre


 


3. Vediamo ora quel che è detto in seguito: Abrahamo poi stava ritto presso di loro, sotto l'albero (Gen 18, 8). Procuriamoci orecchie circoncise per tali narrazioni; non è da credersi che stesse tanto a cuore allo Spirito Santo di scrivere nei libri della legge dove stava Abrahamo. Quale utilità c'è per me, che sono venuto ad ascoltare, che cosa insegna lo Spirito Santo all'umanità, se ascolterò che Abrabamo stava sotto l'albero? Ma vediamo quale sia l'albero sotto cui stava Abrahamo, e offriva un convito al Signore e agli angeli.


Dice: Sotto l'albero di Mambre (cf Gen 18, 1)Mambre nella nostra lingua significa visione o perspicacia: vedi quale, e di che genere, è il luogo, in cui il Signore può tenere un convito? Si è compiaciuto della visione e della perspicacia di Abrahamo: infatti era puro nel cuore, così da poter vedere Dio (Mt 5, 8).


Dunque in tali luoghi, e in un cuore simile, il Signore può tenere un convito con i suoi angeli. In effetti, un tempo i profeti erano chiamati veggenti (cf 1 Sam 9, 9).



 


Dov'è Sara?


 


4. Che cosa dunque dice il Signore ad Abrahamo? Dov'è Sara, tua moglie? E lui: Eccola, risponde, nella tenda. E dice il Signore: Verrò sicuramente da te a un certo tempo, e proprio in questo tempo, Sara tua moglie avrà un figlio. Sara ascoltava, stando dietro la porta della tenda, dietro ad Abrahamo (cf Gen 18, 9-10).


Imparino le donne dall'esempio dei patriarchi, imparino, dico, le donne, a seguire i loro mariti; infatti non senza motivo è stato scritto che Sara stava dietro Abrahamo, ma per mostrare che, se l'uomo va avanti verso il Signore, la moglie deve seguirlo; dico cioè che la donna deve seguire, se vede il suo marito stare presso il Signore.


Del resto eleviamoci a un grado più alto di intelligenza, e diciamo che, in noi, l'uomo è il senso spirituale, e la donna, a lui congiunta come a marito, è la nostra carne. Dunque la carne segua sempre il senso spirituale, e non si giunga mai a tal punto di pigrizia, che il senso spirituale, ridotto in schiavitù, obbedisca alla carne che ondeggia nella lussuria e nei piaceri.


Sara stava dietro Abrahamo: ma in questo tratto possiamo anche cogliere l'aspetto mistico, se consideriamo come, nell'Esodo, Dio andava avanti, di notte nella colonna di fuoco, e di giorno nella colonna di nube (cf Es 13, 21)e la sinagoga del Signore andava dietro, dopo di lui. Così anche intendo che Sara seguiva, o stava dietro Abrahamo.


Cosa dice dopo? Erano entrambi presbiteri, cioè anziani, e avanzati negli anni (Gen 18, 11): per quel che riguarda l'età del corpo, molti prima di loro avevano condotto una vita molto più longeva per gli anni, ma nessuno è stato chiamato presbitero; per cui si vede che tale nome è attribuito non in ragione della longevità, ma della maturità.


 


Il Signore è disceso


 


5. E che dunque accadde dopo un tale e tanto convito, offerto da Ahrahamo al Signore e agli angeli sotto l'albero della visione?


Gli ospiti se ne vanno. Abrahamo poi li accompagnava e camminava con loro. E il Signore disse: Non posso celare ad Abrahamo, mio servo, quel che farò, poiché Abrahamo diventerà un popolo grande e numeroso, e in lui saranno benedette tutte le genti della terra. Sapeva infatti che avrebbe dato ordini ai suoi figli, e avrebbero osservato le vie del Signore, per fare giustizia e giudizio, affinché il Signore adempisse con Abrahamo quel che gli aveva rivelato. E disse: Il clamore di Sodoma e di Gomorra è giunto al colmo, e i loro peccati sono troppo grandi. Dunque sono disceso per vedere se sono giunti al grado estremo, secondo il loro stesso clamore, arrivato fino a me; o se altrimenti, per saperlo (Gen 18, 16-21).


Queste sono le parole della Scrittura divina: vediamo dunque ora che cosa, in esse, si debba degnamente comprendere.


 


Sono disceso per vedere: quando sono trasmessi messaggi ad Abrahamo, non si dice che Dio discende, ma che sta su di lui, come abbiamo spiegato sopra: Stettero tre uomini su di lui (Gen 18, 2); ma ora, che si tratta di peccatori, è detto che Dio discende.


Sta' attento a non intenderlo come una ascensione e discesa nello spazio; questo si trova spesso nelle lettere divine, per esempio nel profeta Michea: Ecco, il Signore è uscito dal suo santo luogo, è disceso e camminerà sopra le alture della terra (Mic 1, 3). Si dice dunque che Dio discende, quando si degna di aver cura della fragilità umana; e questo dobbiamo pensano in maniera speciale del nostro Signore e Salvatore, il quale non stimò una rapina l'essere uguale a Dio, ma annientò se stesso, assumendo la forma dello schiavo (Fil 2, 7)dunque è disceso. Nessuno è salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo, che è in cielo (Gv 3, 13).


Infatti il Signore è disceso, non solo per curare, ma anche per portare ciò che è nostro: Infatti assunse forma di schiavo, ed essendo egli invisibile per natura, in quanto eguale al Padre, tuttavia prese una forma visibile, e fu trovato nel sembiante come uomo (cf Fil 2, 7). Ma, anche quando discese, per alcuni è in basso, per altri invece ascese ed è in alto. Infatti, scelti alcuni apostoli, salì in un monte eccelso, e là si trasfigurò davanti a loro (cf Mc 9, 1): dunque, per coloro che ammaestra riguardo ai misteri del regno dei cieli (cf Mt 13, 11), è in alto; ma per le folle e i Farisei, ai quali rimprovera i peccati, è in basso, ed è là con loro, ov'è l'erba (cf Mt 14, 19).


Non avrebbe potuto trasfigurarsi in basso, ma sale in alto con quelli che hanno potuto seguirlo, e là si trasfigura.


 


Il Signore conosce quelli che sono suoi


 


6. Dunque sono disceso, per vedere se i peccati sono giunti al grado estremo, secondo il loro clamore, arrivato fino a me; o se altrimenti, per saperlo (Gen 18, 21).


Sulla base di questo discorso, gli eretici sogliono impugnare il mio Dio, dicendo: Ecco, il Dio della legge non avrebbe saputo quel che accadeva a Sodoma, se non fosse disceso per vedere, e non avesse mandato inviati a saperlo. Ma noi, ai quali è stato dato l'ordine di combattere le battaglie del Signore, affiliamo contro di loro laspada della parola di Dio e avanziamo contro di loro a battaglia; stiamo in campo cinti ifianchi nella verità, e, presentando lo scudo della fede (cf Ef 6, 14-17), riceviamo i dardi velenosi delle loro dispute, e rivolgiamoli di nuovo contro di loro, diligentemente librati.


Infatti queste sono le battaglie del Signore, combattute da David e dagli altri patriarchi. Resistiamo contro di loro per i nostri fratelli: Infatti per me è meglio morire (cf 1 Cor 9, 15) piuttosto che rapiscano e facciano preda di qualcuno dei miei fratelli, e con scaltre insinuazioni di parole, facciano prigionieri i fanciullini e lattanti in Cristo (cf 1 Cor 3, 1). Infatti con i perfetti non potranno venire alle mani, né oseranno attaccare battaglia: noi dunque, per prima cosa pregando il Signore, con l'aiuto delle vostre orazioni, intraprenderemo contro di loro la battaglia della parola.


Diciamo dunque con franchezza che, secondo le Scritture, Dio non conosce tutti. Dio non conosce il peccato, e Dio non conosce i peccatori, ignora quanti sono estranei a lui. Ascolta la Scrittura che dice: Conosce il Signore quelli che sono suoi, e: Si allontani dall'iniquità chiunque invoca il nome del Signore (2 Tm 2, 19 (cf Num 16, 5). Il Signore conosce i suoi, ma non conosce gli iniqui e gli empi. Ascolta il Salvatore che dice:Allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità, non vi conosco (Mt 7, 23). E ancora Paolo dice: Se vi è fra voi un profeta o uomo spirituale, riconosca che le cose che scrivo sono del Signore. Ma chi non lo conosce, non è conosciuto (1 Cor 14, 37-38).


Queste cose poi le diciamo non avendo di Dio una nozione blasfema, come fate voi, o attribuendogli ignoranza, ma intendiamo così, che coloro le cui azioni sono indegne di Dio, siano giudicati anche indegni della conoscenza di Dio. Dio non si degna di conoscere colui che si è distolto da lui, e lo ignora; per questo l'Apostolo dice: Chi non lo conosce, non è conosciuto .


Ora dunque, tale significato ha quello che si dice di coloro che abitano a Sodoma: così che, se, secondo il clamore, salito a Dio, i loro peccati sono giunti al grado estremo (cf Gen 18, 21), siano giudicati indegni della conoscenza di Dio; se invece c'è in loro una qualche conversione, o se almeno dieci fra loro saranno trovati giusti (cf Gen 18, 32), di nuovo il Signore li conoscerà.


Per questo ha detto: O se altrimenti, per saperlo (Gen 18, 21). Non ha detto: per conoscere che cosa fanno, ma per conoscere loro, e per farli degni della mia conoscenza, se troverò fra loro alcuni giusti, alcuni penitenti, alcuni tali che io debba conoscerli. E alla fine, poiché non fu trovato alcuno che si pentisse, alcuno che si convertisse, all'infuori di Lot, egli solo è riconosciuto, egli solo è liberato dall'incendio (cf Gen 19). Neppure i generi, avvertiti, lo seguono, neppure i vicini e i parenti, nessuno volle conoscere la clemenza di Dio, nessuno rifugiarsi nella sua misericordia; perciò anche nessuno è riconosciuto.


Queste cose siano dette contro coloro che parlano altezzosamente iniquità (Sal 73, 8).


Quanto a noi, adoperiamoci che tali siano i nostri atti, tale la nostra vita, che siamo ritenuti degni della conoscenza di Dio, che egli si degni di conoscerci, che siamo ritenuti degni della conoscenza del Figlio suo Gesù Cristo, e della conoscenza dello Spirito Santo, affinché, conosciuti dalla Trinità, anche noi meritiamo di riconoscere pienamente, totalmente e perfettamente, il mistero della Trinità, rivelandolo a noi il Signore Gesù Cristo, al quale è la gloria e il dominio nei secoli dei secoli. Amen (cf 1 Pt 4, 11).


Credente.
00Sunday, March 9, 2014 3:07 PM
Origene

Omelia ottava sulla Genesi



Abrahamo offre suo figlio Isacco


1. Porgete orecchio, o voi che vi siete avvicinati a Dio, che vi credete fedeli, e considerate con grande diligenza come viene messa a prova la fede dei fedeli, dalla lettura che ci è stata proclamata.


 


E avvenne, dopo queste parole, che Iddio tentò Abrahamo, e gli disse: Abrahamo, Abrahamo. Ed egli disse: Eccomi (Gen 22, 1). Osserva bene le parole scritte, una per una: in ciascuna, infatti, se uno sa scavare in profondo, troverà un tesoro; e forse, anche dove non pensa, sono nascosti i gioielli preziosi dei misteri.


Quest'uomo prima si chiamava Abramo, e da nessuna parte leggiamo che Dio lo abbia chiamato con questo nome, o gli abbia detto: Abramo, Abramo. Infatti non poteva essere chiamato da Dio con un nome destinato a essere cancellato, ma lo chiama con il nome che egli stesso gli ha donato (Gen 17, 5)e non solo lo chiama con questo nome, ma anche lo ripete.


E quando egli ha risposto: Eccomi, gli dice: Prendi il tuo figlio carissimo, che ami, Isacco, e offrilo a me. Va' in un luogo elevato, e là offrilo in olocausto su uno dei monti che ti mostrerò (Gen 22, 2). Dio stesso poi spiega perché gli ha dato un nome e lo ha chiamato Abrahamo: Poiché ti ho posto padre di molte genti (Gen 17, 5). Dio gli fece questa promessa quando aveva il figlio Ismaele, ma gli promise che tale promessa si sarebbe compiuta nel figlio che sarebbe nato da Sara. Aveva dunque infiammato i suoi desideri per l'amore di un figlio non solo a motivo della discendenza, ma anche per la speranza delle promesse.


Ma ora gli è ingiunto di offrire in olocausto al Signore su uno dei monti questi, nel quale sono state riposte per lui queste promesse grandi e mirabili, questo figlio, dico, nel quale il suo nome è stato chiamato Abrahamo.


Come reagisci tu a queste cose, o Abrahamo? Quali pensieri, e di qual genere, si agitano nel tuo cuore? Da Dio è uscita una voce per vagliare e mettere alla prova la tua fede. Cosa rispondi a queste cose? Cosa pensi? Cosa rimetti in discussione? Forse che rivolgi in cuor tuo il pensiero: se in Isacco mi è stata fatta la promessa, e ora lo offro in olocausto, resta che io non debba sperare più in quella promessa? O pensi piuttosto, e dici che è impossibile che mentisca colui che ha promesso, e che, qualunque cosa accada, la promessa resterà?


Davvero, io che sono il minimo (cf 1 Cor 15, 9)non sono capace di scrutare i pensieri di un così grande patriarca, e non posso sapere quali pensieri gli abbia mosso, quale sentimento gli abbia arrecato la voce di Dio, che si era manifestata per tentarlo, quando gli comandò di uccidere il figlio unico. Ma poiché lo spirito dei profeti è soggetto ai profeti (1 Cor 14, 32), l'apostolo Paolo che, per opera dello Spirito, credo, aveva appreso quale sentimento, quale consiglio portasse in sé Abrahamo, li indicò dicendo: Per la fede Abrahamo non esitò, nell'offrire l'unico figlio, nel quale aveva ricevuto le promesse, pensando che Dio è potente a risuscitarlo anche dai morti (Eb 11, 17. 19). L'Apostolo ci ha dunque rivelato i pensieri dell'uomo fedele, e cioè che già allora, in Isacco, ebbe il suo inizio la fede nella risurrezione. Abrahamo dunque sperava che Isacco sarebbe risorto, e credeva che sarebbe accaduto quel che ancora non si era verificato. Come dunque possono essere figli di Abrahamo (Gv 8, 37), coloro che non credono che si sia compiuto nel Cristo quello che egli credette sarebbe accaduto in Isacco?


Anzi, per esprimermi più chiaramente, Abrahamo sapeva di prefigurare un'immagine della verità futura, sapeva che dal suo seme sarebbe nato il Cristo, il quale avrebbe dovuto essere offerto come vera vittima di tutto il mondo, e sarebbe risorto dai morti.


 


In Isacco le promesse


 


2. Ma intanto ora Dio tentava Abrahamo, e gli dice: Prendi il tuo figlio carissimo, che ami (Gen 22, 1-2)non gli era bastato aver detto figlio, ma aggiunge anche carissimo; sia pure, ma perché aggiunge ancora: che ami? Considera la gravità della tentazione: mediante questi dolci e cari nomi, di nuovo e più volte ripetuti, sono eccitati i sentimenti del padre, affinché, essendo ben desta la memoria dell'amore, la destra del padre sia trattenuta nell'immolare il figlio, e tutta la milizia della carne faccia lotta contro la fede dell'anima.


Prendi, dice dunque, il tuo figlio carissimo, che ami, Isacco sia pure, Signore, che tu ricordi il figlio al padre; aggiungi anche carissimo di colui che comandi di uccidere; basti questo al supplizio del padre; di nuovo aggiungi anche che ami; pure in questo siano triplicati i supplizi del padre; ma che bisogno c'è ancora che tu ricordi ancheIsacco? Forse che Abrahamo non sapeva che quel suo figlio carissimo, colui che egli amava, si chiamava Isacco? Ma perché si aggiunge ciò a questo punto? Perché Abrahamo si ricordasse che gli avevi detto: In Isacco si chiamerà per te la discendenza, e in Isacco saranno per te le promesse (cf Gen 21, 12; Rm 9, 7-8; Eb 11, 18; Gal 3, 16.18; 4, 23).Viene anche ricordato il nome, affinché subentri la disperazione nei confronti delle promesse che erano state fatte in questo nome.


Ma tutto questo, perché Iddio tentava Abrahamo.


 


Il luogo elevato


 


3. E dopo ciò? Va' in un luogo elevato, su uno dei monti che ti mostrerò, e là offrilo in olocausto (Gen 22, 2); considerate dai particolari come si accresce la tentazione: Va' in un luogo elevato; forse che Abrahamo, con il fanciullo, non poteva essere condotto prima a quel luogo elevato, ed essere collocato prima sul monte, scelto dal Signore, e lì essergli detto di offrire il suo figlio? Ma prima gli viene detto che deve offrire il suo figlio, e poi gli è comandato di andare in un luogo elevato e di salire sul monte. A che mira ciò?


A che, mentre cammina, mentre fa la strada, per tutta la via sia lacerato dai pensieri, e a tratti sia tormentato dall'urgenza del comando, a tratti dall'affetto riluttante per l'unico figlio.


Per questo, dunque, gli è comandata anche la via, anche l'ascesa del monte, perché in tutti questi passi possano ampiamente misurarsi a battaglia i sentimenti e la fede, l'amore di Dio e l'amore della carne, la grazia delle cose presenti e l'attesa delle future. E' mandato dunque in un luogo elevato, e il luogo elevato non basta per il patriarca che deve compiere per il Signore un'opera così grande, ma gli viene comandato anche di salire su un monte, ossia che, elevatosi per la fede, abbandoni le cose terrene e ascenda alle cose celesti.


 


Il terzo giorno


 


4. Si levò dunque Abrahamo al mattino, e mise il basto alla sua asina, e tagliò la legna per l'olocausto. E prese il suo fglio Isacco e due servi, e giunse al luogo che Dio gli aveva detto, il terzo giorno (Gen 22, 3-4). Si levò Abrahamo al mattino (con l'aggiunta al mattino, ha forse voluto mostrare che un principio di luce splendeva nel suo cuore), mise il basto alla sua asina, preparò la legna, prese con sé il figlio. Non riflette, non mette in discussione, non comunica ad alcun uomo la sua intenzione, ma subito affretta il viaggio.


 


E giunse al luogo che il Signore gli aveva detto, il terzo giorno: tralascio ora quale mistero contenga il terzo giorno; considero la sapienza e il consiglio di colui che tenta.


E così nelle vicinanze non c'era alcun monte, benché tutto accadesse fra i monti, ma il cammino si prolunga per tre giorni, e per tre giorni le viscere del padre sono tormentate dai pensieri ricorrenti, cosi che per tutto questo spazio tanto lungo il padre guardava il figlio, mangiava con lui, e per tante notti il fanciullo riposava nelle braccia del padre, gli si stringeva al petto, gli giaceva in grembo.


Vedi fino a qual punto aumenta la tentazione.


Il terzo giorno, poi è sempre stato adatto ai misteri: infatti anche il popolo, uscito dall'Egitto, offre a Dio il sacrificio il terzo giorno, e si purifica nel terzo giorno; il terzo giorno è quello della risurrezione del Signore; e molti altri misteri sono racchiusi in questo giorno (cf Es 19, 16; 24, 5; Mt 27, 63; Mc 8, 31).


 


Dio è potente


 


5. Guardando, Abrahamo vide il luogo di lontano, e disse ai suoi servi: sedetevi qui con l'asina, io e il fanciullo andremo fin là, e, quando avremo adorato, ritorneremo a voi (Gen 22, 4-5).Lascia i servi; infatti i servi non potevano salire con Abrahamo al luogo dell'olocausto, che Dio gli aveva mostrato.


Dice dunque: Voi sedete qui, io e il bambino andremo, e, quando avremo adorato, ritorneremo a voi. Dimmi, Abrahamo, dici il vero ai servi, che adorerai e ritornerai con il bambino, o menti? Se dici il vero, dunque non farai olocausto di lui; se menti... a un così grande patriarca non si addice mentire. Dunque, quale intenzione manifesta in te questa parola?


Dico il vero, afferma, e offro il fanciullo in olocausto; per questo infatti porto anche con me la legna, e con lui ritornerò a voi, perché credo, e questa è la mia fede: Che Dio è potente a risuscitarlo anche dai morti (Eb 11, 19).


 


Isacco figura del Cristo


 


6. Dopo ciò, Abrahamo prese la legna per l'olocausto, vi pose sopra Isacco suo figlio, e prese nelle sue mani il fuoco e la spada, e si avviarono insieme (Gen 22, 6). Per il fatto che Isacco si porta lui stesso la legna per l'olocausto, è figura del Cristo che si portò lui stesso la croce (Gv 19, 17); e tuttavia portare la legna per l'olocausto è compito del sacerdote; diviene cosi insieme vittima e sacerdote.


Ma anche l'aggiunta: E si avviarono tutti e due insieme , si riferisce a ciò: infatti, mentre Abrahamo, che si accingeva a sacrificare, portava il fuoco e il coltello, Isacco non va dietro a lui, ma con lui, affinché appaia che egli, con lui, parimenti funge da sacerdote.


Cosa avviene dopo questo? Isacco disse ad Abrahamo suo padre: Padre (Gen 22, 7). In questo momento la voce che proviene dal figlio è una tentazione. Infatti come pensi che il figlio, che doveva essere immolato, abbia scosso le viscere paterne con questa voce? E benché Abrahamo fosse così inflessibile in grazia della fede, tuttavia anch'egli ricambiò una parola d'affetto e disse: Cosa c'è, figlio? E lui: Ecco il fuoco e la legna, ma dov'è la pecora per l'olocausto? (Gen 22, 7). Abrahamo rispose: Dio stesso si provvederà la pecora per l'olocausto, figlio (Gen 22, 8).


Mi commuove la risposta di Abrahamo, così attenta e cauta; non so quel che vedeva in spirito, perché non riguardo al presente, ma al futuro dice: Dio stesso si provvederà la pecora al figlio che gli domanda del presente, risponde le cose future. Infatti il Signore stesso si provvederà la pecora nel Cristo, poiché anche la sapienza stessa si è edificata una casa (Pv 9, 1), ed egli ha umiliato se stesso fino alla morte (Fil 2, 8); e troverai che tutto quello che leggi del Cristo, è stato fatto non di necessità, ma liberamente.


 


Costanza nel proposito


 


7. Proseguirono dunque entrambi, e giunsero al luogo che Dio gli aveva detto (Gen 22, 8-9).


A Mosè, giunto al luogo che il Signore gli aveva mostrato, non è consentito di salire, ma prima gli viene detto: Sciogli il legaccio dei calzari dai tuoi piedi (Es 3, 5); ad Abrahamo ed Isacco non è detto nulla di simile, ma salgono, e non depongono i calzari. In ciò, forse, il motivo è che Mosè, benché fosse grande (Es 11, 3), tuttavia veniva dall'Egitto, e vi erano alcuni legami di mortalità annodati ai suoi piedi; invece Abrahamo e Isacco non hanno nulla di ciò, ma giungono al luogo. Abrahamo edifica l'altare, pone sopra l'altare la legna, lega il fanciullo, si prepara a scannare (cf Gen 22, 9-10).


Siete in molti, nella Chiesa di Dio, che ascoltate queste cose e siete padri. Pensate che qualcuno dì voi, dalla narrazione stessa del fatto acquisti tanta costanza e forza d'animo, che, se per caso perde un figlio per la morte comune e che spetta a tutti, anche se è unico, anche se è amato, prenda come esempio Abrahamo, e si ponga davanti agli occhi la sua grandezza d'animo? Eppure da te non si richiede questa grandezza d'animo, da legare proprio tu il figlio, da forzarlo tu stesso, da essere tu a preparare la spada, da scannare tu l'unico figlio. Non ti sono domandati tutti questi servizi.


Sii almeno costante nel proposito e nell'animo: saldo nella fede offri lieto il figlio a Dio; sii sacerdote della vita del tuo figlio; giacché non conviene piangere al sacerdote che immola a Dio.


Vuoi vedere che questo ti è richiesto? Dice il Signore nel Vangelo: Se foste figli di Abrahamo, certo fareste le opere di Abrahamo (Gv 8, 39). Ecco, questa è l'opera di Abrahamo. Fate le opere che ha fatto Abrahamo, ma non con tristezza, giacché Dio ama chi dà con gioia (2 Cor 9, 7). Che se anche voi sarete tanto pronti per Dio, anche a voi si dirà: Sali a una terra elevata e al monte che io ti mostrerò; e là offrimi il tuo figlio (Gen 22, 2). Non nelle profondità della terra, non nella valle del pianto (Sal 84, 7), ma nei monti alti ed eccelsi offri il tuo figlio. Mostra che la fede in Dio è più forte degli affetti della carne. Infatti Abrahamo amava Isacco suo figlio, ma all'amore della carne antepose l'amore di Dio, e fu trovato non nelle viscere della carne, ma nelle viscere di Cristo (Fil 1, 8), cioè nelle viscere del Verbo di Dio, della verità, della sapienza.


 


Non risparmiò il proprio figlio


 


8. Dice: E Abrahamo stese la sua mano, per prendere la spada, e scannare il suo figlio. E l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo, e disse: Abrahamo, Abrahamo. Ed egli disse: Eccomi. E disse: Non mettere la tua mano sopra il fanciullo, e non fargli niente [di male]. Ora infatti so che tu temi Dio (Gen 22, 10-12). Riguardo a questo discorso ci si obietta di solito che Dio dice che ora sa che Abrahamo teme Dio, come se prima lo avesse ignorato.


Dio lo sapeva, e non gli era nascosto, in quanto è colui che conosce tutte le cose prima che siano (Dn 13, 42), ma per te sono state scritte, poiché anche tu, certo, hai creduto a Dio, ma se non compirai le opere della fede (cf 2 Ts 1, 11), se non sarai obbediente in tutti i comandamenti, anche i più difficili, se non offrirai il sacrificio e non mostrerai che non preferisci a Dio né il padre, né la madre, né i figli (cf Mt 10, 37), non si riconoscerà che temi Dio, e non si dirà di te: Poiché ora so che tu temi Dio(Gen 22, 12).


Dobbiamo poi considerare che si riferisce che un angelo dice queste cose ad Abrahamo, e che nel seguito questo angelo appare chiaramente come il Signore . Per cui ritengo che, come fra noi uomini fu trovato nel sembiante come uomo (Fil 2, 7), così anche fra gli angeli sia stato trovato nel sembiante come angelo. E, seguendo il suo esempio, gli angeli nel cielo si rallegrano per un solo peccatore che faccia penitenza (Lc 15, 10), e si gloriano dei progressi degli uomini. Essi hanno come l'incarico delle nostre anime, e a loro, mentre ancora siamo piccoli, siamo affidati come a tutori e amministratori fino al tempo stabilito dal padre (cf Gal 4, 3-2). Dunque, essi stessi, ora, riguardo al progresso di ciascuno di noi dicono: Ora so che tu temi Dio.


Per esempio, se ho il proposito del martirio, non per questo l'angelo mi potrà dire:Ora so che tu temi Dio; poiché il proposito dell'anima è noto solo a Dio. Ma se accederò ai combattimenti, proferirò la bella confessione (1 Tm 6, 12), sosterrò senza vacillare tutte le prove che mi verranno inflitte, allora l'angelo, come per confermarmi e darmi forza, potrà dire: Ora so che tu temi Dio.


Ma in verità queste cose sono state dette ad Abrahamo, ed è stato proclamato che egli teme Dio. Perché? Perché non ha risparmiato il suo figlio. E noi ora rapportiamo questo alle parole dell'Apostolo, ove dice di Dio: Egli che non risparmiò il proprio Figlio, ma lo consegnò per noi tutti (Rm 8, 32). Vedi che Dio lotta con gli uomini con magnifica liberalità: Abrahamo offri a Dio un figlio mortale, che non sarebbe morto; Dio, per gli uomini, consegnò alla morte il Figlio immortale.


Che diremo noi di fronte a queste cose?


 


Che cosa renderemo al Signore, per tutto quello che egli ci ha donato (cf Sal 116, 12)?


Iddio Padre, per noi, non risparmiò il proprio Figlio .


Secondo te, chi di voi udrà una buona volta la voce dell'angelo che dice: Ora so che tu temi Dio, poiché non hai risparmiato il tuo figlio , la tua figlia, o la tua moglie, o non hai risparmiato il denaro, o gli onori del secolo e le ambizioni del mondo, ma hai disprezzato tutto, e tutto hai stimato come sterco, per guadagnare Cristo (Fil 3, 8)hai venduto tutto, e l'hai dato ai poveri e hai seguito la parola di Dio (cf Mt 19, 21)? Secondo te, chi di voi udrà dall'angelo parole di tal genere?


Intanto, Abrahamo ode questa voce e gli viene detto: Poiché non hai risparmiato il tuo figlio diletto per me.


 


Cristo patisce nella carne


 


9. E volgendosi indietro a guardare, Abrahamo vide coi suoi occhi, ed ecco un ariete era impigliato per le corna in un roveto (Gen 22, 13).


Abbiamo detto, mi pare, in precedenza, che Isacco era figura del Cristo, ma qui anche l'ariete sembra altrettanto figura del Cristo; vale la pena di conoscere come l'uno e l'altro convengano al Cristo, sia Isacco, che non è stato sgozzato, sia l'ariete, che è stato sgozzato.


Il Cristo è il Verbo di Dio, ma il Verbo si è fatto carne (Ap 19, 13; Gv 1, 14): per un aspetto, dunque, il Cristo è dall'alto, per un altro è assunto dall'umana natura e dall'utero verginale. Infatti il Cristo patisce, ma nella carne; e ha sopportato la morte, ma nella carne, di cui è figura l'ariete; come diceva anche Giovanni: Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che prende il peccato del mondo (Gv 1, 29).


Quanto al Verbo, rimase nella incorruzione (cf 1 Cor 15, 42), e questo è il Cristo secondo lo Spirito, di cui è immagine Isacco: perciò egli stesso è vittima e sacerdote. Infatti secondo lo Spirito offre la vittima al Padre, secondo la carne egli stesso viene offerto sull'altare della croce, poiché, come è stato detto di lui: Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che prende il peccato del mondo (Gv 1, 29), così è stato detto di lui: Tu sei sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedec (Sal 110, 4).


Dunque l'ariete è impigliato per le corna in un cespuglio (Gen 22, 13).


 


Il Signore ha veduto


 


10. Dice: E prese l'ariete, e l'offri in olocausto al posto di Isacco suo figlio, e Abrahamo chiamò il nome di quel luogo: Il Signore ha veduto (Gen 22, 13-14).


Per chi sa ascoltare queste cose, si spalanca con evidenza la via dell'intelligenza spirituale; infatti, tutte le cose che si sono compiute giungono alla visione; giacché è detto che il Signore ha veduto.


La visione, poi, che il Signore ha veduto, è nello spirito, affinché anche tu veda in spirito queste cose che sono state scritte, e, come in Dio nulla è corporeo, così anche tu non intenda nulla di corporeo in tutte queste cose, ma generi anche tu nello spirito il figlio Isacco, quando incomincerai ad avere il frutto dello spirito, la gioia, la pace (Gal 5, 22).


Questo figlio, tuttavia, allora soltanto lo genererai, se, come è stato scritto di Sara che erano cessati a Sara i corsi delle donne (Gen 18, 11), e allora generò Isacco, parimenti anche nella tua anima cessi ciò che è femminile, così che tu non abbia più nella tua anima nulla di muliebre e di effeminato, ma ti comporti virilmente (cf Dt 31, 6)e virilmente cinga i tuoi fianchi, se il tuo petto sarà difeso dalla corazza della giustizia, se ti rivestirai dell'elmo della salvezza e della spada dello spirito (cf Ef 6, 14. 17).


Se dunque verrà meno ciò che è femminile nella tua anima, genererai dalla tua moglie - la virtù e la sapienza -, un figlio: la gioia e la pace.


Generi poi la gioia, se tutto stimerai gioia, quando ti imbatterai in varie tentazioni (Gc 1, 2),e offrirai questa gioia in sacrificio a Dio; e quando ti avvicinerai lieto a Dio, ti renderà nuovamente quello che avrai offerto, e ti dirà: Di nuovo mi vedrete, e gioirà il vostro cuore, e nessuno vi toglierà la vostra gioia (cf Gv 16, 22. 17).


Così dunque riceverai moltiplicato quel che avrai offerto a Dio.


Qualcosa di simile, anche se sotto altra figura, è riportato negli Evangeli, quando è detto in parabola che un tale ricevette una mina, per trafficarla e guadagnare il denaro per il padre di famiglia (cf Lc 19, 12 ss. e Mt 25, 14 ss.); ma se tu ne porterai cinque moltiplicate in dieci, saranno donate e concesse proprio a te. Senti infatti quel che dice: Prendete a questi la mina, e datela a quello che ne ha dieci (Lc 19, 24).


Così dunque sembra che traffichiamo per il Signore, ma i guadagni del commercio sono ceduti a noi; e sembra che offriamo vittime al Signore, ma esse sono ridonate a noi che offriamo. Dio infatti non ha bisogno di nessuno, ma vuole che noi siamo ricchi, desidera il nostro profitto in ogni cosa.


Questa figura ci è mostrata anche in quel che si è compiuto per Giobbe: anch'egli infatti, essendo ricco, perdette tutto per Dio. Ma poiché sopportò bene i combattimenti della pazienza, e fu magnanimo in tutto quello che patì, e disse: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; come è piaciuto al Signore, cosi è accaduto, sia benedetto il Nome del Signore (Gb 1, 21)vedi, alla fine, ciò che si scrive di lui: Ricevette il doppio di tutto quello che aveva perduto (Gb 42, 10).


Vedi cosa vuol dire perdere qualcosa per Dio? Riceverla per te moltiplicata. Ma a te, gli Evangeli promettono qualcosa di più abbondante: ti offrono il centuplo, e per di più la vita eterna (cf Mt 19, 29 e par.) in Gesù Cristo nostro Signore, al quale è la gloria e il dominio nei secoli dei secoli. Amen (1 Pt 4, 11).


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