DIZIONARIO TEOLOGICO

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00Thursday, August 15, 2013 12:12 PM
Molti termini che vengono spesso utilizzati nel linguaggio religioso servono ad esprimere interi concetti a volte complessi e non sono noti a tutti.
Per questo può aiutare questo dizionario che è espresso in forma semplice e può rendere comprensibili anche i termini più difficili.
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00Thursday, August 15, 2013 12:18 PM

A

Abbà. (inizio)

Termine familiare aramaico che vuol dire: padre (più esattamente: papà). Quando si trova nel NT (Mc 14,36; Rm 8,15; Gal 4,6), viene sempre aggiunto il termine greco equivalente. CfAdozione a figli di Dio.

Abito (Lat. " vestito "). (inizio)

L'abbigliamento distintivo indossato da uomini e donne che appartengono a congregazioni e ordini religiosi. Nella filosofia e nella teologia occidentale, per abito si intende qualche modificazione nel nostro interno che produce modelli regolari di comportamento buono o cattivo. Le virtù, come per esempio il coraggio, sono abiti buoni, mentre i vizi, come la viltà, sono abiti cattivi. La Scolastica occidentale chiamava la grazia santificante un abito creatosoprannaturale, perché

a) trasforma la nostra anima e le sue facoltà puramente naturali, e

b) sostiene le tre virtù teologali che superano le nostre capacità naturali.

Cf Grazia abituale; Vita religiosa; Scolastica; Soprannaturale; Virtù; Virtù teologali.

Abito infuso. (inizio)

Un abito buono elargito direttamente da Dio. Va distinto da un abito acquisito che cresce e matura gradualmente.

Accidente. (inizio)

Qualità che inerisce in una sostanza e non può esistere senza di essa, mentre non è indispensabile a quella sostanza. La filosofia aristotelica conosce nove classi di accidenti, fra cui la qualità, la quantità, lo spazio e il tempo. Cf Sostanza e accidenti; Transostanziazione.

Accolito (Gr. " seguace "). (inizio)

Cf Lettore; Tonsura.

Acemeti (Gr. " insonni "). (inizio)

Monaci che prendevano sul serio il precetto di Paolo: " Pregate incessantemente " (1 Ts 5,17). Vivevano in assoluta povertà e si alternavano a gruppi nella preghiera ventiquattr'ore su ventiquattro. Furono fondati dall'abate sant'Alessandro (circa 356 - circa 430). Difesero il Concilio di Calcedonia (451), ma in seguito furono ingiustamente accusati di essere nestoriani. Col loro centro di Costantinopoli, sopravvissero fino al secolo XIII, dopo aver mitigato la loro povertà e costruito una famosa biblioteca. L'ideale paolino ha ispirato anche contemplativi occidentali, in particolare istituti dediti all'adorazione perpetua. Sia l'Oriente che l'Occidente hanno ampiamente accettato il programma di Origene (circa 185 - circa 254) di unire la preghiera col lavoro necessario, di modo che l'intera vita diventi un " pregare incessante ". Cf Esicasmo; Liturgia delle Ore; Monachesimo; Preghiera.

Adamo (Ebr. " uomo "). (inizio)

È il termine biblico con cui è indicato il primo uomo, creato con Eva ad immagine di Dio (Gn 1,26-27), e il primario antenato di Gesù (Lc 3,38). Come Secondo o Nuovo Adamo (Rm 5,14; 1 Cor 15,45), il Cristo ha restaurato la stirpe umana nella rettitudine e nella vita perdute dal primo Adamo (cf DS 90l). Cf Eva; Giustificazione; Nuova Eva; Peccato originale; Poligenismo.

Adorazione. (inizio)

Il massimo atto di omaggio che viene rivolto solo a Dio (Es 20,1-4; Gv 4,23), nostro creatore, redentore e santificatore, che solo va " adorato e glorificato " (Simbolo Niceno). I credenti adorano Dio attraverso varie immagini (per es., la croce); adorano anche Cristo presente nell'Eucaristia (cf DS 600-601; FCC 7.336-7.337). Cf Croce; Icona; Latrìa; Venerazione dei santi; Culto.

Adozianismo. (inizio)

Eresia spagnola del secolo VIII, secondo cui Cristo, in quanto Dio, era vero Figlio di Dio per natura, ma in quanto uomo, era soltanto figlio adottivo di Dio (Cf DS 595; 610-615; FCC 4.075; 4.079). Gli esponenti principali furono: Elipando (circa 718-802), arcivescovo di Toledo, e Felice (morto nell'818), vescovo di Urgel. La dominazione islamica di Toledo, a quel tempo capitale della Spagna, e la teologia islamica di cui uno dei princìpi fondamentali è che Dio non può avere figli, furono il terreno propizio. Questa eresia aveva precedenti negli Ebioniti e nel monarchianismo dinamico che vennero associati all'adozianismo negli studi di Adolf von Harnack (1851-1930). Cf Ebioniti; Islamismo; Monarchianismo; Nestorianesimo.

Adozione a figli di Dio. (inizio)

È un modo col quale Paolo esprime i nuovi rapporti che hanno stretto con Dio coloro che sono stati redenti da Cristo. Non sono più schiavi del peccato, ma figli adottivi che gridano: " Abbà, Padre " (Rm 8,15; Gal 4,5-7). Sono credenti divenuti eredi con Cristo, il Figlio di Dio per natura (Rm 8,17; Gal 4,7). La loro adozione sarà perfetta con la risurrezione corporea (Rm 8,21-25). Cf Deificazione; Grazia abituale; Redenzione; Rigenerazione; Risurrezione.

Aftartodocetismo (Gr. " incorruttibilità " e " apparenza "). (inizio)

Eresia monofisita del VI secolo, fondata da Giuliano di Alicarnasso (morto dopo il 518). Sosteneva che fin dal primo momento dell'incarnazione, il corpo di Cristo era incorruttibile e immortale, ma aveva liberamente accettato di soffrire per la nostra salvezza. Cf Concilio di Calcedonia; Docetismo; Monofisismo.

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00Thursday, August 15, 2013 12:19 PM

Agàpe (Gr. " amore "). (inizio)

Termine caratteristico usato nel NT, specialmente nel Vangelo di Giovanni, nelle lettere di Paolo e di Giovanni, per designare l'amore di Dio (o di Cristo) verso di noi e, per derivazione, il nostro amore verso Dio e fra di noi (per es., Gv 15,12-17; 1 Gv 4,16; 1 Cor 13). Questo termine si applica anche al pasto che la cristianità primitiva prendeva in comune in connessione con l'Eucaristia. Cf Amore; Eucaristia.

Agiografia (Gr. " santi", " scritti "). (inizio)

Opere che narrano la vita dei Santi. Mentre si hanno scritti del genere già nel cristianesimo delle origini, l'agiografia, come iniziativa di studiosi, ha ricevuto un forte impulso da Giovanni van Bolland, S.J. (1596-1665). Il suo lavoro è stato continuato dai Gesuiti " Bollandisti ". Cf Martire; Santo.

Agnosticismo (inizio)

(Gr. " non conoscere "). Dottrina filosofica che afferma l'incapacità di conoscere qualcosa di certo intorno a Dio, all'" altro " mondo e alla vita dopo morte (cf DS 3475-3477; 3494-3495; GS 57). Nell'uso popolare, il termine abbraccia varie forme di scetticismo religioso. Cf Ateismo.

Agostinianismo. (inizio)

È il sistema filosofico e teologico di sant'Agostino di Ippona (354-430). Questa sintesi sottolinea:

a) la libera sovranità di Dio nell'elargire la grazia e

b) il primato dell'illuminazione di Dio nella conoscenza razionale.

Questo sistema si chiama alle volte Agostinismo per distinguerlo dall'agostinianismo che fu sviluppato da Egidio Romano (= Egidio di Roma, circa 1243-1306), della famiglia dei Colonna e allievo di Tommaso d'Aquino, e che divenne predominante tra gli Eremiti di sant'Agostino. Cf Grazia; Semi-pelagianesimo.

Akàthistos (Gr. " stando in piedi "). (inizio)

È uno dei più antichi e più belli inni di lode dell'Oriente bizantino alla Madre di Dio. Lo si canta stando generalmente in piedi (di qui il suo nome) durante l'Ufficio della vigilia del Sabato della quinta settimana della Quaresima dei Greci. La prima parte dell'inno è basata sul vangelo dell'infanzia di Luca, con l'aggiunta di alcuni elementi mutuati dai vangeli apocrifi e con la ripetizione di " Ave, Maria". La seconda parte contempla la nascita di Gesù e il suo impatto salvifico sul mondo intero. Cf Theotòkos.

Albigeismo. (inizio)

Eresia medievale che prese il nome dal suo centro, Albi, nella Francia meridionale. La redenzione veniva intesa come una liberazione dell'anima dalla carne. Ritenevano cattiva la materia e perciò respingevano l'incarnazione di Cristo, i sacramenti e la risurrezione dei corpi. Gli aderenti di questa eresia si dividevano in perfetti, che non si sposavano e conducevano una vita quanto mai austera, e credenti ordinari che vivevano una vita normale fino a quando non erano in pericolo di morte. Nel 1215, l'eresia fu condannata nel Concilio Lateranense IV (cf DS 800-802; FCC 6.060-6.062; 7.025). Cf Bogomili; Catari; Concilio Lateranense IV; Dualismo; Manicheismo.

Alessandria. (inizio)

Cf Teologia alessandrina.

Alleanza. (inizio)

Patto di amicizia di Dio con l'intera umanità rappresentata da Noè (Gn 9,8-17) e poi con Abramo e coi suoi discendenti (Gn 15,18; 17,1-22). Sul Sinai, Dio stabilì un'alleanza attraverso Mosè (Es 19,5-6; 24,7-8) e nei dieci Comandamenti sintetizzò i doveri con cui Israele avrebbe dovuto corrispondere (Es 20,1-17; Dt 5,1-21; Ger 11,1-8). I Profeti Maggiori annunciarono che la santità interiore sarebbe stata offerta ed effettuata da Dio (per es., Ger 31,31-34). L'Alleanza nuova ed eterna venne sigillata col Sangue di Cristo (Lc 22,20; 1 Cor 11,25; Eb 7,22; 8,8-13). Cf Berith; Decalogo.

Allegoria (Gr. " esprimere un significato diverso da quello letterale "). (inizio)

Interpretazione esauriente che non si ferma al detto narrativo che si palesa, ma cerca legami ulteriori e più profondi con la realtà (per es., l'allegoria della vigna in Is 5,1-7; Sal 80,9-17). In certi passi, san Paolo segue l'esegesi ebraica del suo tempo per interpretare allegoricamente l'AT (per es., Gal 4,21-31). A differenza degli scrittori antiocheni, Origene (circa 185 - circa 254) privilegiò il significato allegorico anziché quello letterale degli scritti narrativi dell'AT. Come altri Padri Latini, sant'Agostino (354-430) riconobbe sia il significato letterale sia quello allegorico delle Scritture. Cf Ermeneutica; Esegesi; Haggadah; Origenismo; Parabola; Sensi della Scrittura; Teologia alessandrina; Teologia antiochena.

Amartiologia (Gr. " studio del peccato "). (inizio)

È quel settore della teologia che studia il peccato e i suoi effetti sugli uomini. Cf Peccato.

Ambone. (inizio)

Leggìo dal quale si legge o si canta. Per molto tempo, l'ambone era praticamente scomparso come attrezzo liturgico ufficiale, in quanto lo spazio valido era monopolizzato dall'altare, dal pulpito e, nella cattedrale, dal trono del vescovo. Il Concilio Vaticano II ha contribuito al ritorno dell'ambone con l'insegnare che è Cristo che parla quando in chiesa si legge la Scrittura (SC 7).

Americanismo. (inizio)

Un movimento della fine del secolo XIX tra i Cattolici degli Stati Uniti aperti agli ideali migliori del puritanesimo americano, dell'illuminismo, dell'ecumenismo incipiente e della cultura contemporanea. Furono influenzati da p. Teodoro Isacco Hecker (1819-1888), fondatore dei Padri Paulisti. Nel 1899, la Santa Sede condannò l'americanismo (DS 3340-3346). Alcune tematiche dell'americanismo, come la libertà religiosa, furono in seguito sostenute dal Vaticano II (cf DH 2-8). Cf Concilio Vaticano II; Ecumenismo; Illuminismo; Libertà religiosa; Puritanismo.

Amore. (inizio)

Comportamento libero, auto-trascendente, vivificante ed unificante che ha la sua sorgente e il suo modello nella Beata Trinità. L'AT ripetutamente confessa Dio come il " partner " fedele e tenero dell'Alleanza con il Popolo da lui scelto. Questo è chiamato a rispondere con l'amare Dio (Dt 6,5) ed il prossimo (Lv 19,18). Gesù ha congiunto questi due comandamenti basilari (Mc 12,29-31), e ha insegnato che il nostro amore deve estendersi in particolare ai nemici e a quelli che si trovano in difficoltà speciali (Mt 5,43-48; 25,31-46; Lc 10,29-37). In quanto comandamento massimo e " nuovo " (Gv 13,13.34; cf 1 Cor 12,31-13,13), l'amore può anche comportare di morire per gli altri, come ha fatto Gesù (Gv 15,13; 1 Gv 3,16). L'iniziativa dell'amore di Dio verso noi peccatori rende possibile la nostra risposta di amore (Lc 15,3-32; Gv 3,16; Rm 5,6-8; 8,31-39; 1 Gv 4,19). Ci è dato lo Spirito dell'amore (Rm 5,5); siamo chiamati nella nuova comunità dell'amore (Ef 5,25-26.29); siamo invitati a partecipare all'amore divino che è la vita intima della Trinità (Gv 17,26). Cf Agàpe; Alleanza; Carità; Virtù teologali.

Anabattisti (Gr. " ribattezzatori "). (inizio)

Movimento del XVI secolo (diffuso specialmente in Germania, Olanda e Svizzera). Riteneva invalido il battesimo dei bambini e sosteneva perciò la necessità di " ribattezzare " gli adulti. Era composto di parecchi gruppi, il più famoso dei quali aveva come capo Thomas Münzer (circa 1490-1525) che guidò la " Rivolta dei contadini " (1522-1525). Un'altro gruppo di Anabattisti cercò di instaurare una forma di governo teocratico a Münster (1533-1535) con Jan Mattys e Giovanni di Leyden. Eredi degli Anabattisti sono i Mennoniti, discepoli di Menno Simons (1496-1561), diffusi soprattutto nel Nord America. Cf Battesimo dei bambini; Teocrazia.

Anacoretismo (Gr. " ritirarsi in solitudine "). (inizio)

Termine applicato a monaci orientali che vivono in solitudine come fanno gli eremiti nell'Occidente. Come i monaci occidentali, gli anacorèti possono essere collegati a un monastero. Cf Cenobiti; Monachesimo; Monte Athos.

Anàfora (Gr. " offrire "). (inizio)

È la preghiera eucaristica, o " canone " della Messa. Di solito comprende un dialogo introduttorio, il ringraziamento, le parole dell'istituzione dell'ultima Cena, l'anàmnesi, l'epìclesi, e la dossologia. I Siriani Orientali chiamano l'anafora " quddasha " (Siriaco " santificare "). In Oriente, porta il nome di un apostolo o di qualche altro santo. Cf Dossologia; Epìclesi; Preghiera eucaristica.

Anakephalàiosis (Gr. " ricapitolazione ", o " riunificare "). (inizio)

È un termine che, nella sua forma verbale, si riferisce a Cristo il quale riporta nel mondo ogni cosa all'unità (Ef 1,10). Su questa linea, certi Padri della Chiesa, come sant'Ireneo (circa 130 - circa 200) presentarono Cristo come Capo della Chiesa che porta a compimento il piano di Dio nella creazione e nella storia della redenzione.

Analisi della fede. (inizio)

È lo studio dei motivi che portano alla fede in Dio così come si è rivelato liberamente in Gesù Cristo. L'analisi di questi motivi mostra che l'auctoritas Dei revelantis (Lat. " l'autorità di Dio che rivela ") è il fattore decisivo per credere. Cf Esperienza religiosa; Fede; Mistero; Preamboli della fede.

Analogia (Gr. " proporzione "). (inizio)

È l'uso di un termine comune per designare realtà che sono somiglianti e dissimili sotto lo stesso aspetto (per es., " amore ", predicato di Dio e degli esseri umani). Il termine analogico va distinto:

a) dai termini equivoci: questi si hanno quando si usa una stessa parola per indicare realtà differenti (per es., il cane, animale, e il cane, costellazione);

b) e dai termini univoci, o termini perfettamente sinonimi: si tratta, in questo caso, di termini differenti che indicano una stessa e identica realtà (per es., il " re " e il " sovrano " per indicare il capo supremo di un regno). Cf Equivocità; Univocità.

Analogia dell'ente. (inizio)

In teologia, l'analogia regola il nostro parlare di Dio in termini umani e indica che nessuna informazione che ci venga comunicata in questo modo viola l'assoluto mistero di Dio. Come dice il Concilio Lateranense IV, qualsiasi somiglianza tra il Creatore e le creature è caratterizzata da una dissomiglianza ancora maggiore (cf DS 806; FCC 6.067). Esiste una differenza infinita tra l'affermazione " Dio è " e l'affermazione " le creature sono ". Cf Concilio Lateranense IV; Dio; Mistero; Theologia Crucis; Tomismo.

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00Thursday, August 15, 2013 12:21 PM

Analogia della fede. (inizio)

È un'espressione mutuata da Rm 12,6 e viene usata nella teologia cattolica per ricordare che un passo della Scrittura o un dato di fede va interpretato nel contesto dell'unica, intera e indivisibile fede della Chiesa (DS 3016, 3283; FCC 1.081, 2.019). Karl Barth (1886-1968) ha usato questa espressione per indicare la somiglianza e dissomiglianza che esistono contemporaneamente tra la decisione umana di credere e la decisione divina di elargire la grazia. Cf Fede; Grazia; Mistero; Theologia Crucis.

Anatema (Gr. " maledizione " o " oggetto che è maledetto "). (inizio)

Forma solenne di scomunica o esclusione dalla comunità. San Paolo usa questo termine contro chi predicasse un falso vangelo (Gal 1,9), o non volesse amare Cristo (1 Cor 16,22).

Anawim (Ebr. " gli afflitti "). (inizio)

I poveri privi di beni e di posizione sociale. Sebbene la povertà sia stata alle volte considerata frutto della pigrizia (Prv 10,4) e segno di disapprovazione di Dio, i profeti hanno reclamato la giustizia per gli oppressi (Is 10,2). Il termine anawim finì per designare coloro che ripongono la loro fiducia in Dio (Sof 2,3). Il re messianico cavalcherà un asinello come un povero (Zc 9,9; Mt 21,5). Nel canto del Magnificat, Dio abbraccia la causa dei poveri (Lc 1,46-55). Gesù elenca come prima beatitudine quella sui poveri (Mt 5,3; Lc 6,20). Cf Beatitudini; Povertà.

Angeli (Gr. " messaggeri "). (inizio)

Inviati spirituali di Dio, riconosciuti, sia pure in modo differente, dalla confessione ebraica, cristiana e islamica. Nelle tradizioni primitive dell'AT, gli angeli si distinguono difficilmente da Dio (Gn 16,7-13); il loro scopo è quello di essere mediatori tra Dio e gli uomini e di salvaguardare la trascendenza di Dio. L'insegnamento sugli angeli ebbe un grande sviluppo nel tardo giudaismo, dove appaiono i nomi di " Michele ", " Gabriele " e " Raffaele ". Nel NT, gli angeli hanno un ruolo importante (per es., Mt 1,20-24; Lc 2,9-15; Gv 20,12-13). Sono a servizio della salvezza dell'umanità (Eb 1,14). L'insegnamento della Chiesa distingue la realtà spirituale degli angeli da quella degli esseri corporei e afferma la loro esistenza personale (cf DS 3891; FCC 9.109) Sebbene gli angeli siano più agenti che oggetto della rivelazione, la Scrittura e il Magistero della Chiesa ritengono comunque certa la loro esistenza (cf DS 3320). Cf Angeli Custodi; Cori degli angeli.

Angeli custodi. (inizio)

Spiriti intelligenti, non materiali, incaricati da Dio di aver cura degli uomini (cf Mt 18,10; At 12,15). Nell'AT, gli Angeli proteggono i singoli (Tb 5,1-12,21; Sal 91,11-12), piccoli gruppi di persone (Dn 3,24-28), ed anche intere nazioni (Dn 10,13-21). Cf Angeli.

Angelologia. (inizio)

È quel trattato della teologia sistematica che studia la funzione, la natura e la gerarchia degli angeli, come anche il culto e l'iconografia che li concerne.

Anglicana. (inizio)

Cf Comunione anglicana.

Anglo-cattolicesimo. (inizio)

Termine che cominciò ad essere usato nella metà del secolo XIX per designare gli Anglicani della Chiesa Alta che in gran parte condividono le dottrine, le tradizioni e la prassi dei sacramenti dei Cattolici. Cf Ecumenismo; Movimento di Oxford.

Anima. (inizio)

È il principio spirituale degli esseri umani che sopravvive dopo la loro morte. Secondo l'AT, il nephesh (Ebr. " respiro di vita ") viene da Dio (Gn 2,7) e scompare con la morte. " Il mio nephesh " può significare: " me stesso ", o " l'anima mia " (Sal 3,2-3; cf Mc 8,34-36). Come i " Settanta ", così anche il NT, usa spesso il termine psyché (Gr. " anima ") per indicare il principio di vita (Rm 16,4; Fil 2,30). Verso la fine dell'AT, la lingua e il pensiero greco hanno introdotto il concetto dell'anima umana distinta dal corpo e dotata di immortalità da parte di Dio (Sap 3,1-9; 9,15; 16,13). Qua e là, il NT riflette un certo dualismo tra il corpo e l'anima (Mt 10,28; Lc 16,22; 23,43; 2 Cor 5,6-10; Fil 1,23; 1 Pt 1,9), ma pensa soprattutto agli esseri umani in quanto destinati alla risurrezione finale. Sotto l'influsso dello stoicismo, Tertulliano (circa 160 - circa 220) sembra aver ritenuto che l'anima fosse materiale, mentre Origene (circa 185 - circa 254), all'estremo opposto, pensava che le anime fossero non solo spirituali, ma anche preesistenti. San Tommaso d'Aquino (circa 1225-1274) intese l'anima come forma del corpo. Questo divenne l'insegnamento ufficiale nel Concilio di Vienne nel 1312 (DS 9O2; FCC 3.029). Contro il neo-aristotelismo di Pietro Pomponazzi (1464-1525), il Concilio Lateranense V insegnò nel 1513 l'individualità e l'immortalità dell'anima umana (DS 1440; FCC 3.031). Cf Animismo; Antropologia; Aristotelismo; Concilio di Vienne; Materia e Forma; Morte; Preesistenza; Reincarnazione; Risurrezione; Stoicismo; Vestigia Trinitatis; Vita dopo la morte.

Animismo (Lat. " anima ", " spirito "). (inizio)

Termine applicato una volta su larga scala per indicare la credenza di popoli primitivi secondo cui certe piante e oggetti materiali avrebbero un'anima o uno spirito proprio.

Anipostasia (Gr. " senza una ipostasi "). (inizio)

Termine usato per la natura umana di Cristo, la quale, pur essendo completa, tuttavia non sussiste propriamente come persona umana, o ipostasi, bensì nel Lògos divino. Cf Enipostasia; Ipostasi; Lògos; Neo-Calcedonianesimo; Persona.

Annullamento. (inizio)

Dichiarazione ufficiale di una sentenza ecclesiastica secondo cui un sacramento, specialmente un matrimonio o un'ordinazione presbiterale, nonostante tutte le apparenze contrarie, non è mai esistito, a causa di qualche impedimento, di una mancanza di consenso o di qualche difetto nell'osservare la forma o il procedimento specifico circa il matrimonio o l'ordinazione. Se viene riconosciuta la nullità di matrimonio, entrambe le parti sono libere di contrarre nuove nozze, ma soltanto " dopo che la sentenza che dichiarò la nullità del matrimonio in primo grado fu confermata in grado di appello con un decreto o con una seconda sentenza " (CIC can. 1684; cf cann. 1671-1685; 1708-1712). Cf Diritto Canonico; Matrimonio; Ordine; Validità.

Annunciazione. (inizio)

Si chiama così la solennità che celebra l'annuncio di Cristo portato a Maria dall'angelo Gabriele (Lc 1,26-38). Di origine bizantina, pare che questa festa sia stata celebrata a Roma fin dal VII secolo. La data del 25 marzo precede di nove mesi il Natale, data tradizionale, ma non fondata storicamente, della nascita di Gesù. Cf Avvento; Concepimento verginale; Natale.

Anomei (Gr. " dissimili "). (inizio)

Si chiamavano così gli Ariani estremisti della seconda generazione, con a capo Aezio (morto nel 370 circa) ed Eunomio (morto nel 394), secondo i quali il Figlio era soltanto la prima creatura ed era diverso quanto ad essenza dal Padre. Inoltre, Eunomio sosteneva che lo Spirito era semplicemente la più eccelsa creatura prodotta dal Figlio. Conseguentemente, i suoi discepoli battezzavano solo " nel nome del Signore ". Cf Arianesimo; Eunomianesimo; Filioque; Padri cappàdoci.

Anticlericalismo. (inizio)

Atteggiamento che nega alle autorità ecclesiastiche il diritto e il dovere di parlare di problemi politici connessi con la moralità pubblica, come anche un ruolo reale nella vita politica e socioculturale del paese. Cf Chiesa; Clericalismo, Clero; Teologia politica.

Antico Testamento. (inizio)

Quei libri sacri accettati dagli Ebrei e dai Cristiani come ispirati e canonici (NA 4). Gli Ebrei hanno una triplice divisione:

a) la Legge o il Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio);

b) i Profeti: la maggior parte dei libri storici e i profeti maggiori e minori (escluso Daniele); e

c) gli Scritti: comprendono libri come i Salmi, i Proverbi, Giobbe e Daniele.

La Chiesa riconosce alcuni altri libri come la Sapienza di Salomone e Giuditta. Si hanno così 45 libri dell'AT (o 46 se la Lettera di Baruc è contata a parte da Geremia) che sono divisi nel modo seguente: il Pentateuco, i libri storici, la letteratura sapienziale e i profeti. Contro Marcione (morto verso il 160) e altri, la Chiesa ha sempre affermato che i libri dell'AT sono divinamente ispirati e appartengono al canone delle Scritture. Il Vaticano II ha sottolineato il valore permanente degli scritti dell'AT (DV 11, 14-15), i quali ricordano e interpretano la storia della preparazione per la venuta di Cristo e della sua Chiesa (DV 16; LG 2, 6; SC 5). Cf Bibbia; Canone delle Scritture; Ispirazione; Marcionismo; Nuovo Testamento.

Anticristo. (inizio)

L'avversario supremo di Cristo, connesso con la fine del mondo (1 Gv 2,18.22; 4,3) e personificato in quanti negano l'incarnazione (2 Gv 7). È stato anche identificato con " l'uomo iniquo " (2 Ts 2,3-10) e con " la bestia " (Ap 11,7; cf DS 916; 118; FCC 7.068). Cf Messia.

Antidoron (Gr. " al posto del dono "). (inizio)

Cf Eulogia.

Antimension (Gr. " al posto della mensa "). (inizio)

Cf Venerazione dei santi.

Antinomianismo (Gr. " contro la legge "). (inizio)

Disattenzione o addirittura disprezzo per la legge. Generalmente, questo comportamento può basarsi su ragioni filosofiche o teologiche; può derivare da un rifiuto psicologico dell'autorità, o essere semplicemente dettato da interessi economici. Già al tempo del NT, varie sette hanno sostenuto che i cristiani non erano più soggetti a nessuna legge, giustificando questo loro atteggiamento con un'interpretazione errata dell'insegnamento di Paolo (cf Rm 3,8.21), o appellandosi ad una guida speciale dello Spirito Santo che li liberava dai comuni obblighi morali. Cf Anabattisti; Gnosticismo; Legge.

Antiochia. (inizio)

Cf Teologia antiochena.

Antisemitismo. (inizio)

Ostilita contro gli Ebrei con sfondi razziali, religiosi e politici. Il Concilio Vaticano II respinse l'accusa fatta agli Ebrei di responsabilità collettiva per la morte di Gesù e deplorò " gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque " (NA 4). Cf Ebrei; Olocausto.

Antropocentrismo. (inizio)

Approccio alle questioni teologiche che prende l'umana esperienza come punto di partenza e guida conseguente. Quando questo approccio degenera fino a fare degli esseri umani il centro e l'unica misura di tutte le cose, l'antropocentrismo rende impossibile una teologia genuina. Cf Mistero; Teocentrismo; Teologia.

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00Thursday, August 15, 2013 12:22 PM

Antropologia. (inizio)

Interpretazione dell'esistenza umana (nella sua origine, natura e destino) alla luce della fede cristiana. Cf Creazione; Deificazione; Escatologia; Grazia; Immagine di Dio; Peccato originale; Protologia.

Antropomorfismo. (inizio)

Attribuire a Dio caratteristiche umane, sia fisiche (per es., il volto, la bocca, le mani) che emozionali (per es., il dispiacere, la gioia, l'ira). Cf Teologia Apofatica; Teologia Negativa.

Anziani. (inizio)

Uomini rivestiti di autorità nelle Sinagoghe ebraiche (Lc 7,3), nel Sinedrio di Gerusalemme (Mc 14,43.53; 15,1) e nelle comunità cristiane primitive (At 11,30; 14,23; 15,22). Alle volte, nel NT, " anziani ", o " presbiteri " sembrano essere sinonimi di ispettori o " vescovi " (Fil 1,1; Tt 1,5.7). Giovanni Calvino (1509-1564) distingueva tra " anziani maestri " (ordinati pastori) e " anziani governanti " (laici). Questa distinzione esiste ancora nelle Chiese Riformate e Presbiteriane. Cf Vescovo; Laico; Presbitero.

Apatia (Gr. " mancanza di passione o sofferenza "). (inizio)

Termine stoico usato qualche volta dai Padri della Chiesa per indicare la serenità che proviene dalla libertà da passioni cattive e dalla profonda unione con Dio. Cf Ascesi; Deificazione; Esicasmo; Impassibilità; Mortificazione; Stoicismo.

Apocatastasi (Gr. " restaurazione universale "). (inizio)

Teoria sviluppata da Origene (circa 185 - circa 254) e poi condannata come eretica, secondo cui gli angeli e gli uomini, anche i demoni e i dannati, saranno alla fine tutti salvi (Cf DS 409, 411; FCC 0.008). Cf Inferno.

Apocrifi (Gr. " nascosti ", o " non genuini "). (inizio)

Libri dell'AT scritti in greco (la maggior parte tra il 200 a.C. e il 70 d.C.), stampati nelle Bibbie cattoliche, ma spesso omessi in quelle protestanti. Comprendono libri come quello di Tobia, di Giuditta, del Siracide, della Sapienza e il 1o e 2o dei Maccabei (cf DS 213, 354). Cf Antico Testamento; Bibbia; Canone delle Scritture; Libri deuterocanonici; Vangeli apocrifi; Volgata.

Apollinarismo. (inizio)

Eresia cristologica sostenuta dal vescovo di Laodicea, Apollinare (circa 310 - circa 390). Preoccupato di difendere la piena divinità di Cristo contro gli Ariani, Apollinare intaccò la sua piena umanità col sostenere che Cristo non aveva spirito, ossia anima razionale, in quanto questa era sostituita dal Lògos divino (cf DS 146, 149, 151; FCC 4.023; 4.034). Il suo interesse principale era così quello di stabilire una stretta unità in Cristo, come appare dalla sua formula: " L'unica natura incarnata del Lògos ". Cf Arianesimo; Cristologia; Monofisismo.

Apologetica. (inizio)

Difesa razionale della fede cristiana circa Dio, Cristo, la Chiesa e la sorte comune degli uomini. Le argomentazioni possono essere rivolte agli aderenti di altre religioni, ai membri della comunità cristiane non cattoliche, ai membri dubbiosi della propria Chiesa, o semplicemente ai credenti che desiderano approfondire la consapevolezza della loro fede (cf 1 Pt 3,15). Cf Dialogo; Teologia fondamentale.

Apologisti. (inizio)

Nome dato a san Giustino Martire (circa 100 - circa 165), a san Teofilo di Antiochia (fine del II secolo), ad Atenagora (il quale verso il 177 rivolse la sua Apologia all'imperatore Marco Aurelio), a Taziano (morto verso il 160), e ad altri scrittori cristiani i quali difesero la fede contro le obiezioni degli Ebrei e dei pagani. Mentre alcuni, come Giustino, divennero i primi autori cristiani a fare un uso serio della filosofia, altri invece, come Taziano, si dimostrarono ostili alla filosofia greca. Gli apologisti offrivano alle persone colte del paganesimo un'esposizione della religione cristiana. Gli apologisti latini vennero un po' più tardi con Tertulliano (circa 160 - circa 220). Cf Filosofia; Padri Apostolici; Padri della Chiesa; Platonismo; Stoicismo.

Apophthegmata Patrum (inizio)

(Gr. Lat. " sentenze dei Padri "). Raccolta in greco di aneddoti e detti dei Padri del deserto d'Egitto e altrove che comprendono sant'Antonio Abate (circa 251-356), santa Sincletica (IV secolo) e Poemen (V secolo). A parte alcune stravaganze, l'opera è caratterizzata da saggezza e discrezione. Costituisce una fonte preziosa per le origini del monachesimo e per la vita spirituale cristiana. Cf Anacoretismo; Cenobiti; Monachesimo.

Apostasia (Gr. " distaccarsi "). (inizio)

Si trova questa parola nella traduzione greca dei Settanta (Ger 2,19) e in At 21,21 per descrivere la defezione dalla fede e l'allontanamento dalla comunità dei credenti. Nel linguaggio comune, indica l'abbandono completo e deliberato della fede da parte di cristiani battezzati. Si distingue così dalla semplice eresia e dallo scisma. Cf Eresia; Fede; Scisma.

Apostolicità. (inizio)

È l'identità di fede e prassi cristiana della Chiesa di oggi con la Chiesa degli Apostoli. Assieme all'unità, santità e cattolicità, il Simbolo Niceno-Costantinopolitano elenca l'apostolicità come una delle quattro " note " della Chiesa. Cf Cattolicità; Note (Segni) della Chiesa; Santità; Simbolo niceno.

Apostolo (Gr. " uno che è mandato ", " ambasciatore "). (inizio)

In senso stretto, si chiamano così i dodici discepoli scelti da Cristo (Mt 10,2; Lc 6,13-16), i quali resero testimonianza al suo ministero, alla sua morte e risurrezione con la potenza dello Spirito Santo (At 1,5.8). In un senso più largo, sono compresi come Apostoli: Paolo (1 Cor 9,1; Gal 1,1.17), Barnaba (At 14,4.14), Giacomo (1 Cor 15,7) ed altri (Rm 16,7) che servirono come guide nella missione originaria del cristianesimo e che furono investiti dell'autorità di Cristo nella fondazione della Chiesa (Ef 2,20). Cf Ministero petrino; Successione apostolica.

Apparizioni del Signore risorto. (inizio)

Si tratta di quella serie speciale di incontri col Gesù risorto, che costituirono il modo primario con cui i primi cristiani conobbero che era risorto dai morti. Apparve a persone singole, come Maria Maddalena (Mt 28,9-10; Gv 20,11-18), Pietro (1 Cor 15,5; Lc 24,34) e Paolo (1 Cor 9,1; Gal 1,12.16; At 9,1-19) e a gruppi, specialmente agli " Undici " (per es., Mc 16,7; Mt 28,16-20; 1 Cor 15,5,). Come indicano la 1 Cor 15,8; Gv 20,29 e altri testi del NT (per es., 1 Pt 1,8), le apparizioni del Cristo risorto furono esperienze riservate ai testimoni originari la cui predicazione e il cui ministero inaugurarono la missione cristiana e la Chiesa. Cf Apostolo; Ascensione; Risurrezione.

Appropriazioni (Lat. " fare proprio "). (inizio)

Attribuire ad una persona divina un'azione o un attributo che in realtà è comune alle tre Persone divine. Così, la creazione è attribuita per appropriazione al Padre, la redenzione al Figlio e la santificazione allo Spirito Santo. Di fatto, tutte le opere ad extra (Lat. " le azioni esterne ") sono comuni alle tre Persone divine (cf DS 545-546; 1330; FCC 6.072). Cf Attributi divini; Trinità immanente.

Archimandrita (Gr. " che guida un gregge "). (inizio)

Titolo dell'Oriente bizantino applicato al Superiore di un grande monastero o di un gruppo di monasteri. È usato anche come titolo onorifico per certi presbiteri celibi.

Arcidiacono. (inizio)

Originariamente, si chiamava così il capo del collegio dei diaconi, che faceva da vicario al vescovo nell'amministrazione e nella disciplina della diocesi. Il termine venne poi a designare un presbitero incaricato di funzioni importanti nella diocesi. Cf Diacono; Diocesi.

Arcivescovo. (inizio)

Titolo usato a partire dal IV o V secolo per vescovi di sedi particolarmente importanti, e in seguito applicato in Occidente per i metropoliti o capi di una regione ecclesiastica. Nella Chiesa Latina, il titolo di " arcivescovo " può essere puramente onorifico. In Oriente, i patriarchi vennero chiamati arcivescovi e in seguito il titolo fu esteso ai metropoliti. Cf Patriarca; Vescovo.

Argomenti per l'esistenza di Dio. (inizio)

Sono le vie filosofiche per dimostrare come la fede in Dio abbia un fondamento ragionevole. Una di queste vie, per esempio, è quella che parte dal finalismo cosmico per giungere ad una Mente ordinatrice (cf DS 3004, 3026; FCC 1.061, 1.064). Ben lungi dal sostituire la fede, questi argomenti vengono da una fede e da una esperienza di Dio che li precedono. Cf Argomento teleologico; Cinque Vie (Le); Dio; Esperienza religiosa; Mistero; Teologia naturale

Argomento cosmologico. (inizio)

Cf Argomenti per l'esistenza di Dio; Cinque Vie (Le).

Argomento ontologico. (inizio)

Questo modo di " dimostrare " l'esistenza di Dio è stato sviluppato da sant'Anselmo di Aosta (circa 1033-1109). Siccome ciò che intendiamo per " Dio " è " id quo nihil maius cogitari possit " (Lat. " ciò di cui non si può pensare nulla di più grande "), proprio l'idea di Dio esige l'esistenza obiettiva di Dio. Altrimenti, cadremmo in una contraddizione, in quanto saremmo capaci di immaginare qualcosa più grande di Dio, e precisamente un Dio che esiste. San Tommaso d'Aquino (circa 1225-1274), Immanuel Kant (1724-1804) e altri hanno respinto questo argomento in quanto passa indebitamente, secondo loro, dal livello del pensiero puro a quello dell'esistenza effettiva. Altri filosofi, invece, sia pure in modi differenti, hanno difeso questo argomento: René Descartes (Cartesio: 1596-1650), Baruch Spinoza (1632-1677), Goffredo Guglielmo Leibniz (1646-1716), Giorgio Guglielmo Federico Hegel (1770-1831). Più recentemente, alcuni hanno sostenuto che l'argomento ontologico, anziché essere una " prova ", non fa che spiegare la conoscenza implicita che abbiamo già di Dio. Cf Cinque Vie (Le); Ontologismo.

Argomento teleologico (inizio)

(Gr. " studio dei fini e degli scopi "). È l'argomento che parte dall'ordine che si costata nel mondo per affermare l'esistenza di Dio come Ordinatore e Causa finale di ogni cosa. In maniere differenti, Aristotele (384-322 a.C.), san Tommaso d'Aquino (circa 1225-1274) e molti altri hanno interpretato l'universo come rivelatore di finalità intelligenti e indicatore di Dio come fine ultimo di tutte le cose. Davide Hume (1711-1776) ha messo in discussione la causalità trans-empirica in genere; Immanuel Kant (1724-1804) ha contestato la possibilità di prove, in particolare per l'esistenza di Dio. L'argomento teleologico ha dovuto affrontare ulteriori obiezioni quanto Charles Darwin (1809-1882) spiegò il disegno biologico come la sopravvivenza dei più idonei. Le teorie meccanicistiche dell'ordine del mondo come semplice risultato di operazioni casuali delle forze naturali sono durate a lungo. Però, i recenti progressi in astronomia, biologia, fisica ed in altre scienze hanno mostrato quanto vasto e di grande portata sia l'ordine in un mondo che, a quanto pare, esiste solo da un tempo tutto sommato relativamente breve. Le probabilità contrarie ad un ordine così sbalorditivo che sarebbe emerso per puro caso dànno una nuova plausibilità all'argomento che postula un Ordinatore intelligente. Cf Argomenti per l'esistenza di Dio; Causalità; Cinque Vie (Le); Finalità.

Arianesimo. (inizio)

Eresia condannata nel Concilio di Nicea I (325). Il suo fautore fu un prete di Alessandria, Ario (circa 250 - 336), il quale sosteneva che il Figlio di Dio non era sempre esistito e perciò non era di natura divina, ma soltanto la prima creatura (cf DS 125-126, 130; FCC 0.503-0.504). Dopo aver turbato seriamente la pace della Chiesa fino al 381, l'Arianesimo sopravvisse in forma mitigata per parecchi secoli fra le tribù germaniche. Cf Anomèi; Concilio di Nicea I; Filioque; Omèi; Omooùsios; Semi-Arianesimo; Subordinazionismo.

Aristotelismo. (inizio)

Orientamento filosofico che ebbe la sua origine con Aristotele (384-322 a.C.), caratterizzato da un maggiore realismo della precedente e spesso rivale scuola platonica. Dopo essere stato disatteso e combattuto da alcuni Padri della Chiesa, l'aristotelismo con la sua etica, logica, teoria della causalità (con le sue quattro cause: efficiente, finale, formale e materiale) e visuale dell'anima umana come forma del corpo (e non prigioniera del corpo, come insegnava il platonismo), si affermò nel Medioevo col sostegno di filosofi arabi, di Mosè Maimonide (1135-1204) e di san Tommaso d'Aquino (circa 1225-1274). San Tommaso elaborò le sue prove dell'esistenza di Dio su una base aristotelica, ma difese l'immortalità naturale dell'anima, negata, a quanto pare, da Aristotele. Cf Anima; Causalità; Cinque Vie (Le); Neoplatonismo; Platonismo; Tomismo.

Armeni. (inizio)

Cf Cristianità armena.

Ars moriendi (Lat. " l'arte di morire "). (inizio)

Insegnamento del tardo Medioevo sul modo con cui i cristiani devono affrontare la morte. I libri su questo argomento, come per esempio quello di Giovanni Gersone (1363-1429), godettero di una grande popolarità ed influenzarono l'arte per le descrizioni della morte. Cf Morte.

Ascensione. (inizio)

È la salita al cielo del Cristo risorto per entrare nella gloria piena e definitiva " alla destra del Padre ", dove intercede per noi ed esercita la sua signoria sull'intero universo (cf DS 10-30; 189; FCC 5.004, 0.502, 5.006). L'Ascensione indica la chiusura delle apparizioni avvenute dopo la risurrezione (unica eccezione è il caso di Paolo) ed inaugura una nuova presenza di Cristo mediante lo Spirito Santo. Questa nuova presenza è la Chiesa con la sua missione nel mondo intero. Di qui, i due misteri vennero inizialmente celebrati insieme a Pentecoste, ma verso il 370 la festa dell'Ascensione venne fissata a quaranta giorni dopo la Pasqua (At 1,3). Cf Pentecoste; Risurrezione.

Ascesi (Gr. " esercizio "). (inizio)

Vie e modi adottati dai cristiani sotto l'azione dello Spirito Santo per purificarsi dal peccato e rimuovere gli ostacoli che si oppongono alla libera sequela di Cristo. L'ascesi genuina porta una crescita nella contemplazione e nell'amore di Dio e non è per nulla dannosa alla maturità personale e alla responsabilità sociale. Cf Contemplazione; Imitazione di Cristo; Mortificazione; Penitenza.

Assenso di fede. (inizio)

Confessione dell'autocomunicazione di Dio salvatore in Cesù crocifisso e risorto (per es., Rm 10,9). Questo comporta un impegno personale verso Cristo come Signore (per es., Rm 1,5; 1 Cor 12,3) ed una speranza fiduciosa nella futura risurrezione (Rm 6,8). Questo atto, libero e ragionevole, è reso possibile mediante la potenza dello Spirito Santo che dà ad ognuno la capacità di farsi battezzare e di entrare nella Chiesa. Cf Battesimo; Fede.

Assenso nozionale. (inizio)

Assenso puramente astratto a una verità senza afferrarla in pieno o senza essere afferrati dalla realtà di quella verità. Cf Teologia.

Assenso reale. (inizio)

Assenso pieno alla verità, specialmente a verità concrete più che a verità astratte. Notando come molti accettino solo nozionalmente le realtà mediate dalle verità concrete e dal linguaggio della rivelazione, John Henry Newman (1801-1890) rese popolare la distinzione tra assenso reale e assenso puramente nozionale. Cf Fede.

Assoluzione. (inizio)

Dichiarazione ai peccatori pentiti del perdono dei peccati personali per mezzo di Cristo (cf DS 1673; FCC 9.233). L'assoluzione può avere la forma indicativa (per es.: " Io ti assolvo "), o deprecativa (per es.: " Dio onnipotente abbia misericordia di noi e perdoni i nostri peccati "). Le formule di assoluzione degli Orientali sono generalmente deprecative (per es.: " Dio ti perdoni "). L'assoluzione costituisce una parte essenziale del sacramento della Riconciliazione e richiama il ministero di perdono di Cristo (Mt 18,21-35; Mc 2,1-12.15-17; Lc 5,17-26; 7,36-50; 15,1-32; 19,1-10; Gv 8,3-11) e il potere che ha lasciato alla Chiesa di " legare " e di " sciogliere " (Mt 16,19; 18,18; Gv 20,22-23). Nel Rito Latino, la formula dell'assoluzione suona così: " Dio, Padre di misericordia, che ha riconciliato a sè il mondo nella morte e risurrezione del suo Figlio, e ha effuso lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, ti conceda, mediante il ministero della Chiesa, il perdono e la pace. E io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ".

Coordinatrice
00Thursday, August 15, 2013 12:23 PM

Il Concilio di Trento (1545-1563) definì che l'assoluzione non è una semplice dichiarazione, ma è anche un atto giudiziale (DS 1684, 1709; FCC 9.245, 9.265).

L'assoluzione è data dal vescovo che è a capo di una diocesi e dai presbiteri ai quali egli abbia dato l'autorità di ascoltare le confessioni (cf DS 1323; FCC 9.217). Secondo il Codice di Diritto Canonico del 1983, " Coloro che godono della facoltà di ricevere abitualmente le confessioni sia in forza dell'ufficio, sia in forza della concessione dell'Ordinario del luogo di incardinazione o del luogo nel quale hanno il domicilio, possono esercitare la stessa facoltà ovunque, a meno che l'Ordinario del luogo, in un caso particolare, non ne abbia fatto divieto... " (Can.969, & 2; cf 959-960, 966). Si può impartire l'assoluzione in modo generale qualora " vi sia imminente pericolo di morte ed al sacerdote o ai sacerdoti non basti il tempo per ascoltare le confessioni dei singoli penitenti " (CIC 961 & 1, 1o). Però, a coloro che ricevono l'assoluzione in questo modo va detto che dovranno confessarsi individualmente appena sarà loro possibile. L'assoluzione all'inizio della Messa o durante la liturgia delle Ore è un sacramentale, non un sacramento. Cf Confessione; Diocesi; Epìclesi; Giurisdizione; Ordinario; Perdono dei peccati; Sacramento della penitenza; Sacramento; Sacramentale.

Assunzione della Beata Vergine Maria. (inizio)

Dogma definito nel 1950 dal Papa Pio XII secondo cui, terminato il corso della vita terrena, Maria fu assunta in cielo in anima e corpo (cf DS 3900-3904; FCC 5.027-5.030). Mentre Cristo " ascese " per virtù propria, Maria fu " assunta " dalla potenza di Dio. A partire dal V secolo, i cristiani d'Oriente celebravano la " kòimesis " (" dormizione ") della Beata Vergine Maria. Il termine " Assunzione " sostituì quello di " dormizione " quando Roma adottò la festa nel VII secolo. Cf Dogma.

Astinenza. (inizio)

Rinuncia ad attività di per sé legittime, come, per esempio, il mangiare carne. In Occidente, la Chiesa Cattolica prescrive l'astinenza dalle carni il Mercoledì delle Ceneri e ogni venerdì, specialmente i venerdì di Quaresima. Le Conferenze Episcopali possono, però, adattare questa prassi secondo le necessità del luogo (cf CIC 1249-1253). In Oriente, i giorni di astinenza sono molto più frequenti e sono di solito associati col digiuno. Cf Conferenze Episcopali; Digiuno; Quaresima.

Ateismo (Gr. " senza Dio "). (inizio)

Negazione dell'esistenza di Dio, in teoria o in pratica. Le molteplici forme di ateismo vanno da una indifferenza tollerante ad un rigetto militante, che varia a seconda del concetto particolare del Dio che viene rigettato e dell'ambiente socio-ecclesiale in cui si ingaggia il conflitto. Per un tempo più o meno lungo, è possibile essere atei in buona fede, ma il rifiuto consapevole del problema dell'esistenza di Dio è irresponsabile e degno di biasimo. Cf Agnosticismo; Dio; Mistero; Teologia Negativa.

Athos. (inizio)

Cf Monte Athos.

Attributi divini. (inizio)

Proprietà predicate di Dio sulla base del pensiero filosofico (per es., 'immutabilità) eo della rivelazione biblica (per es., la fedeltà). Essi esprimono, nei limiti dell'analogia, l'essenza ineffabile di Dio, da cui, in ultima analisi, non si distinguono realmente. Cf Analogia; Palamismo.

Attrizione (Lat. " rimorso "). (inizio)

Termine coniato nel XII secolo per indicare il dispiacere dei peccati commessi.

a) Questo dispiacere è causato dalla vergogna o dal timore dei castighi più che dall'amore verso Dio.

b) Qualche volta si chiama " dolore imperfetto ".

Il Concilio di Trento (1545-1563) insegnò che l'attrizione è sufficiente per la recezione fruttuosa del sacramento della Penitenza quando sia animata dalla speranza del perdono e dal proponimento di non peccare di nuovo (cf DS 1678). Cf Contrizione; Sacramento della penitenza.

Augusta (Augsburg). (inizio)

Cf Confessione di Augusta.

Autocefalo (Gr. " che ha la propria testa "). (inizio)

Termine usato specialmente per le Chiese rette dai propri Sinodi e che fanno parte della comunione delle Chiese Orientali Ortodosse. Tutti i patriarcati sono autocefali, ma non tutte le Chiese autocefale sono patriarcati. Per gli Ortodossi Orientali, il Patriarca di Costantinopoli gode di un primato d'onore, mentre un Concilio generale può legiferare per tutte le Chiese autocefale. Cf Chiese Orientali.

Autocomunicazione. (inizio)

Termine usato da idealisti tedeschi come G. G. F. Hegel (1770-1831) e poi adattato da teologi come Karl Rahner (1904-1984) e dal Concilio Vaticano II (DV 6) per designare l'automanifestazione e autodonazione di Dio nell'opera della rivelazione e della grazia. Cf Deificazione; Grazia; Idealismo; Rivelazione.

Autonomia (Gr. " auto-governo "). (inizio)

Termine usato spesso a partire da Immanuel Kant (1724-1804) per indicare il diritto di autodeterminazione nelle sfere della libertà morale e del pensiero religioso. Siccome questa indipendenza è esercitata in un universo creato e conservato nell'essere da Dio, la nostra autonomia può essere soltanto relativa. Cf Eteronomia; Illuminismo; Teonomia.

Autorità. (inizio)

L'aspettativa giustificata che un comando sarà eseguito o che un'affermazione sarà accettata come vera. Nella Chiesa, ogni autorità viene da Cristo e va esercitata sotto la guida dello Spirito Santo come un servizio, e non come un'affermazione di potere (cf Lc 22,24-27; LG 24). Cf Analisi della fede; Antinomianismo; Autonomia; Carismi; Eteronomia; Giurisdizione; Magistero; Obbedienza; Teonomia.

Avventisti del settimo giorno. (inizio)

Si tratta di un gruppo che si staccò dai principali Avventisti dopo che William Miller (1782-1849) ebbe annunciato che il 1844 sarebbe stato l'anno della fine del mondo e dell'avvento di Cristo. Ellen G. White (1827-1915) fu un personaggio di primo piano tra gli Avventisti del Settimo Giorno. Essi osservano il sabato anziché la domenica, praticano il battesimo degli adulti per immersione completa, si astengono dall'alcool e dal tabacco, e vivono nell'attesa della parusìa, senza, però, predire una data precisa per il ritorno di Cristo. Cf Avvento; Domenica; Parusìa; Sabato.

Avvento. (inizio)

Per i cristiani d'Occidente sono le quattro settimane che preparano al Natale e che formano l'inizio dell'anno liturgico. Sono caratterizzate dalla riduzione dei segni festivi: non si dice il Gloria (eccetto per la solennità dell'Immacolata Concezione); il colore liturgico è quello penitenziale, cioè, viola (eccetto la terza domenica di Avvento in cui si può usare il colore rosa). Il termine " Avvento " si riferisce anche alla " seconda venuta " di Cristo alla fine della storia. Cf Calendario liturgico; Gloria; Immacolata Concezione; Parusìa; Preparazione al Natale.

Azzimi (Gr. " senza lievito "). (inizio)

Pane sottile, cotto senza lievito (cf Gn 19,3). Lo si mangiava per una settimana intera nella festa dell'AT che commemorava l'esodo dall'Egitto (Es 23,15; 34,18). A motivo della sua fermentazione, il pane lievitato venne a simboleggiare la corruzione (Mt 16,6; 1 Cor 5,7). Secondo i vangeli sinottici, l'ultima Cena avvenne nel primo giorno della Festa degli Azzimi (Mt 26,17; Mc 14,12; Lc 22,7). Per questo motivo, i Latini usano per la Messa pane non lievitato. La maggior parte, delle Chiese Orientali, invece, segue san Giovanni che data l'ultima Cena e la crocifissione proprio prima che cominciasse la festa degli Azzimi (Gv 13,1; 18,28; 19,14). Questa differenza fu uno dei pretesti che occasionarono lo scisma del 1054 tra l'Oriente e l'Occidente. L'arcivescovo Leone di Acrida accusò i Latini di essere " azzimiti " o " infermentarii ", mentre gli Orientali vennero a loro volta soprannominati " prozimiti " o " fermentari ". Il Concilio di Firenze (1439) insegnò che si può usare per l'Eucaristia sia il pane non lievitato che quello lievitato (cf DS 1303). Tutti gli Orientali, eccetto gli Armeni e i Maroniti, usano pane lievitato. Cf Concilio di Firenze (Basilea, Ferrara); Pasqua ebraica.

B

Basilea. (inizio)

Cf Concilio di Basilea.

Battesimo (Gr. " lavare ", o " immergere "). (inizio)

Il sacramento fondamentale della " rinascita " che fa membri della Chiesa e perciò capaci di ricevere gli altri sacramenti. Lavati con l'acqua e consacrati dallo Spirito Santo (Gv 3,5; Mt 28,19), con la fede e il pentimento, i battezzati sono purificati dal peccato, diventano partecipi della morte e risurrezione di Cristo e cominciano in lui una nuova vita (Rm 6,3-11). Nei primi secoli, il battesimo era di solito seguito subito dalla confermazione e dalla comunione. Questa prassi è tuttora conservata dagli Ortodossi. Il battesimo è necessario per la salvezza, ma può essere sostituito dal battesimo di sangue (martirio), o dal battesimo di desiderio (il desiderio implicito o esplicito di essere battezzati; DS 1524; FCC 8.057). Cf Catecumeni; Carattere; Iniziazione; Sacramento.

Battesimo dei bambini. (inizio)

Si tratta dei bambini nati da genitori cristiani. Il NT insinua la pratica del battesimo dei bambini quando parla di intere famiglie che abbracciano la fede e che vengono battezzate (cf At 10,1-48; 16,15.33; 18,8; 1 Cor 1,16). Nel secolo III, troviamo san Cipriano (morto nel 258) e Origene (circa 185 - circa 254) che si richiamano esplicitamente al battesimo dei bambini, mentre Tertulliano (circa 160 - circa 225) contesta questa prassi. All'inizio del V secolo, il battesimo dei bambini sembra largamente diffuso per non dire universale. Al tempo della Riforma, prima gli Anabattisti, poi i Battisti e altri gruppi rigettarono il battesimo dei bambini come opposto alla scelta personale e consapevole per Cristo che è richiesta a ogni battezzato. D'altra parte, siccome tutti gli esseri umani sono chiamati alla salvezza eterna, la Chiesa afferma il diritto e il dovere di battezzare i bambini dei genitori cristiani (cf DS 2552-2562; 3296), purché almeno uno dei genitori sia d'accordo e vi sia la speranza che il bambino riceverà un'educazione cristiana (cf CIC 867-868). Il battesimo dei bambini può essere differito se ciò può servire a preparare i genitori ad assumere meglio le loro responsabilità di cristiani. Nella Chiesa d'Oriente, il battesimo dei bambini è seguito immediatamente dalla cresima e dall'Eucaristia. Il nuovo Rito della Chiesa Cattolica per il battesimo degli adulti segue questa prassi. I bambini, invece, ricevono solo il battesimo. La comunione e la cresima (in questo ordine) sono tramandati finché abbiano raggiunto almeno l'uso di ragione. CfAnabattisti; Battesimo; Battisti; Pelagianesimo; Sacramento.

Battesimo per aspersione. (inizio)

In casi urgenti, si asperge (anziché versare) tre volte il battezzando con acqua.

Battesimo per immersione. (inizio)

Questa forma di battesimo era una volta molto diffusa, mentre oggi si trova solo presso i Siriani sia orientali che occidentali. Consiste nel versare tre volte acqua sul battezzando mentre questi è già immerso nell'acqua o sta per immergersi. Cf Siriani Ortodossi.

Battesimo per immersione totale. (inizio)

È la forma di battesimo più comune tra gli Ortodossi Orientali e molti Battisti dell'Occidente. Il corpo intero del battezzando, o almeno il capo, è completamente sommerso tre volte nell'acqua. Cf Chiese Orientali.

Battesimo per infusione. (inizio)

È la forma di battesimo che consiste nel versare tre volte l'acqua sul capo del battezzando. Introdotto inizialmente per i malati che non potevano essere immersi nella piscina, questa forma è divenuta nel XIII secolo la forma comune di battesimo tra gli Occidentali.

Battisti. (inizio)

Membri di una Chiesa evangelica abbastanza grande che fa risalire le proprie origini all'inizio del secolo XVII, quando si staccò dalla Chiesa Anglicana. John Smyth (circa 1554-1612), chiamato l'" autobattezzatore ", perché battezzò se stesso, fondò la prima Chiesa Battista ad Amsterdam nel 1609. I Battisti riservano il battesimo per coloro che consciamente professano il pentimento dei propri peccati e la fede in Cristo. Conservano la relativa autonomia delle Chiese locali. Cf Anabattisti; Battesimo dei bambini; Evangelici.

Beati. (inizio)

In senso stretto, tutti coloro che sono stati ufficialmente beatificati. In senso largo, tutti coloro che sono in cielo. Cf Beatificazione.

Beatificazione. (inizio)

L'approvazione solenne per la pubblica venerazione dopo la morte di un cristiano che abbia esercitato in vita le virtù in grado eroico. Nel 1747, Benedetto XIV riservò al Papa il diritto di beatificare. Cf Canonizzazione.

 
Coordinatrice
00Thursday, August 15, 2013 12:24 PM

Beatitudini. (inizio)

Le otto (o nove) benedizioni pronunciate da Cristo nel Discorso della Montagna (Mt 5,3-11), che presentano delle analogie nell'AT (per es., Sal 1,1; Is 32,20) e sintetizzano la perfezione cui devono tendere tutti i cristiani. Nel " Discorso della Pianura ", parallelo in Lc 6,20-26, le quattro benedizioni, accoppiate con quattro maledizioni, sono più specifiche nelle loro esigenze. Le beatitudini, che presentano il Regno di Dio nelle sue esigenze e promesse fondamentali, hanno fornito ispirazioni a molti non cristiani. Cf Imitazione di Cristo; Regno di Dio.

Benedizione. (inizio)

Nell'uso cristiano, si intende con questo termine una dichiarazione autorevole, un'invocazione o una concessione di grazia e ratifica divina, accompagnata di solito da un segno di croce. CfBerakàh; Consacrazione; Sacramentale.

Benedizione (col Santissimo). (inizio)

Forma di devozione eucaristica che divenne comune in Occidente a partire dal VI secolo. Un'ostia consacrata è esposta sull'altare per l'adorazione. Dopo inni, preghiere e l'uso di incenso, il celebrante benedice l'assemblea tracciando un segno di croce con l'Ostia. CfBenedizione.

Berakàh (Ebr. " benedizione "). (inizio)

Preghiera ebraica di ringraziamento a Dio (per es., Gn 24,27; Sal 28,6). Il termine cristiano " eucaristia " traduce sostanzialmente il termine ebraico berakàh.

Berith (Ebr. " obbligo ", o " alleanza "). (inizio)

Concetto ebraico fondamentale che può originariamente aver significato semplicemente un obbligo imposto da Dio o (occasionalmente) una promessa fatta da Dio. In seguito, venne ad indicare un rapporto reciproco di alleanza tra Dio e il popolo eletto. Cf Alleanza.

Bestemmia (Gr. " danneggiare il buon nome "). (inizio)

Manifestare disprezzo verso Dio e le realtà religiose con parole, pensieri e azioni (cf Es 22,27; Lv 24,10-23).

Bibbia. (inizio)

Scritti sacri ispirati da Dio e che esprimono la fede ebraica e cristiana in un modo che è normativo per tutti i tempi. Cf Antico Testamento; Apocrifi; Canone delle Scritture; Critica biblica; Critica storica; Ermeneutica; Ispirazione; Libri deuterocanonici; Marcionismo; Nuovo Testamento.

Binitarismo. (inizio)

È un termine moderno con cui si indicano certe formule brevi di professioni di fede (per es., 1 Tm 2,5-6; Rm 4,24; 2 Cor 4,14) che nominano solo il Padre e il Figlio. Queste, naturalmente, si trovano anche accanto a formule trinitarie (per es., Mt 28,19; 2 Cor 13,13). Il binitarismo può anche significare quell'eresia che nega la divinità dello Spirito Santo e che ammette in Dio due sole persone. Cf Concilio Costantinopolitano I; Professione di fede; Trinità.

Bizantini. (inizio)

Cf Cristiani bizantini.

Bogomili (Slavo " cari a Dio "). (inizio)

Sètta dualista e doceta del Medioevo. Fu per un certo tempo appoggiata da Bisanzio. Si ritiene che i fondatori siano stati un prete di nome Geremia (bulgaro della metà del X secolo) e un certo Teofilo che fu molto attivo tra il 927 e il 950 (Bogomilo è la traduzione slava di Teofilo). Il disprezzo per la materia portò i Bogomili a rigettare:

a) l'AT (eccetto i passi profetici che si riferiscono a Cristo e i Salmi) e

b) varie pratiche " materiali " come la venerazione delle immagini (compreso il crocifisso), il battesimo di acqua, qualsiasi forma di battesimo dei bambini, e il matrimonio. L'unica preghiera ammessa era il Padre nostro.

La sètta si diffuse rapidamente nei Balcani, specialmente in Bulgaria, ma, con la venuta dei Turchi, molti suoi aderenti si fecero musulmani. I Bogomili influirono sull'origine degli Albigesi. Cf Albigeismo; Càtari; Docetismo; Dualismo; Gnosticismo; Manicheismo; Marcionismo; Priscillianismo.

Breviario. (inizio)

Nome che si dà in Occidente al libro o ai libri usati per la preghiera quotidiana dai sacerdoti e da altri. Contiene tutti i salmi, una varietà di inni, di letture della Scrittura, dei Padri e di altri scrittori spirituali (cf SC 83-101; PO 5, 13). Cf Liturgia delle Ore.

Buddismo (Sanscrito " illuminato "). (inizio)

È una religione del mondo, fondata in India da Siddharta Gautama Buddha (circa 563 - circa 483 a.C.). Esiste in due forme: il Buddismo Hinayana (Sanscrito " piccolo veicolo "), oTheravada (Pali " vecchia dottrina "): si trova in Birmania, nello Sri Lanka, in Tailandia e altrove. L'altra forma è il Buddismo Mahayana (Sanscrito " grande veicolo "): si trova in Cina, in Giappone, Corea, Mongolia, Tibet e altrove. Sotto l'albero Bodhi (l'albero dell'illuminazione), il principe Gautama divenne illuminato intorno alle quattro verità fondamentali:

a) l'esistenza umana è dolore;

b) la causa del dolore è il desiderio;

c) il dolore cessa con la liberazione da ogni forma di desiderio;

d) la cessazione del dolore può essere raggiunta attraverso la ottupla via della liberazione.

Questa ottupla via comprende: la retta conoscenza delle quattro verità enunciate, la retta intenzione, il retto parlare, il retto agire, la retta occupazione, il retto sforzo, il retto controllo delle sensazioni e delle idee, la retta concentrazione.

Questa via promette l'annientamento del dolore (il quale si nutre di desiderio) e porta alnirvana (Sanscrito " l'essere estinto "), ossia ad uno stato di pace completo (cf NA 2). Le scritture buddiste esistono in Pali (Sri Lanka) e in Sanscrito (India). Le due dottrine fondamentali del Buddismo sono:

a) quella del karma (Sanscrito " azione, fede "): credere che le azioni passate sono ricompensate o punite in questa vita o in vite successive;

b) la dottrina della rinascita o trasmigrazione delle anime.

Il Buddismo Mahayana, che sorse verso l'epoca di Cristo, insegna ai singoli non solo come si fa a raggiungere il nirvana, ma anche come si può diventare altrettanti Buddha e così salvare altri. Questa forma di Buddismo comprende il culto di vari dèi e diversi elementi sincretisti. Cf Reincarnazione; Religioni del mondo; Salvezza; Sincretismo; Zen.

 
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00Friday, August 16, 2013 10:52 PM

C

Caduta (La). (inizio)

È il racconto colorito di come Adamo e Eva disobbedirono deliberatamente a Dio e così perdettero la loro esistenza innocente e ideale (Gn 3,1‑24; cf Sap 2,23‑24; Rm 5,12‑18). La dottrina della caduta insegna che furono i primi esseri umani (non Dio) a portare il male morale nel nostro mondo. Questa situazione di peccato ha intaccato tutte le generazioni susseguenti e siamo stati redenti da Cristo. Cf Adamo; Eva; Peccato originale; Redenzione.

Calcedonia. (inizio)

Cf Chiese calcedonesi; Concilio di.

Calendario gregoriano. (inizio)

È la riforma del calendario operata dal papa Gregorio XIII con cui si passò dal 5 al 14 ottobre 1582. Il precedente calendario giuliano, stabilito da Giulio Cesare nel 46 a.C., non aveva tenuto conto che la terra, per fare il suo giro attorno al sole, oltre a 365 giorni, impiega sei ore di più. Al tempo della riforma gregoriana, il calendario risultava indietro di una decina di giorni. Per evitare errori in futuro, fu inserito un anno bisestile di 366 giorni ogni quattro anni e si stabilì che gli anni di ogni fine di secolo fossero anch'essi  bisestili  se  erano  divisibili  per 400. Mentre la riforma gregoriana ebbe effetti immediati nei paesi cattolici dell'Europa occidentale, l'Inghilterra e le colonie  d'America  l'accettarono  solo  nel  1752.  I  cristiani ortodossi cominciarono ad ammetterla solo nel 1924, ma continuarono a seguire il calendario giuliano per la Pasqua e le feste collegate con essa. Coloro che, come i  monaci  del  Monte  Athos, seguono  tuttora  il  calendario giuliano, sono adesso indietro di tredici giorni. Cf Calendario liturgico; Monte Athos.

Calendario liturgico. (inizio)

Il calendario usato dalle varie Chiese per regolare le celebrazioni settimanali, le feste mobili e quelle che cadono sempre nella stessa data. Cf Domenica; Liturgia; Liturgia delle ore; Natale; Pentecoste; Triduo pasquale; Vecchi cattolici.

Calice (Lat. « coppa »). (inizio)

Specie di bicchiere usato per contenere il vino che viene consacrato nella celebrazione eucaristica. In Occidente, i calici sono diventati più piccoli da quando l'assemblea ha cessato di ricevere la Comunione sotto le due specie. Questo venne ratificato dal Concilio di Costanza nel 1415 (cf DS 1198‑1200; FCC 9.091‑9.092). In Oriente, siccome i fedeli continuano a comunicarsi sotto le due specie, i calici sono rimasti più grandi. Cf Pisside.

Calvinismo. (inizio)

Ramo del Protestantesimo che risale al riformatore svizzero Giovanni Calvino (1509‑1564). All'interno delle Chiese protestanti, la sua teologia (caratterizzata dall'unità dell'Antico e del NT, dalla sottolineatura della sovranità di Dio, dalla predestinazione degli eletti al cielo e dei reprobi all'inferno, e dalla Chiesa come unità ben ordinata che vive in solidarietà), esercita tuttora un influsso notevole, anche se la sua teoria sulla duplice predestinazione è stata modificata. Cf Predestinazione; Presbiterianesimo; Protestante; Puritani; Riforma; Teocrazia; Teologia congregazionalista; Zwinglianesimo.

Canone. (inizio)

Termine tradizionale in Occidente per designare la preghiera eucaristica o anafora della Messa. Cf Anafora; Preghiera eucaristica.

Canone delle Sacre Scritture (Gr. « regola, unità di misura »). (inizio)

Elenco dei libri della Bibbia riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa come ispirati e normativi per l'insegnamento e la condotta. Tra le varie denominazioni cristiane, l'elenco differisce. CfApocrifi; Antico Testamento; Bibbia; Nuovo Testamento.

Canonici. (inizio)

Si chiamano così quei sacerdoti ai quali « spetta assolvere alle funzioni liturgiche più solenni nella chiesa cattedrale o collegiale », come anche « adempiere i compiti... affidati dal diritto o dal vescovo diocesano » (CIC 503; cf 503‑510). Cf Cattedrale; Giurisdizione; Ordinario; Vescovo.

Canonizzazione. (inizio)

Dichiarazione solenne e definitiva della Chiesa secondo cui un suo membro, defunto e già beatificato, fa parte dei santi del cielo e va perciò pubblicamente invocato e venerato (cf CIC 1186‑1190). Questa proclamazione è riservata alla Santa Sede.   Cf Beatificazione; Comunione dei santi; Santità; Santo.

Cantillazione. (inizio)

Cantare o recitare brani di poesia o di prosa (tolti spesso dalla Bibbia) durante le cerimonie liturgiche. È una prassi che è stata ereditata dall'ebraismo. Il Nuovo Testamento riporta inni cristiani (per es., Lc 1,46‑55; Fil 2,6‑11; 1 Tm 3,16) che sono anteriori agli scritti neotestamentari. Sant'Efrem Siro (circa 306‑373) ha composto inni per varie feste della Chiesa e per altre occasioni liturgiche per cui si è meritato il nome di « arpa dello Spirito Santo ». Attraverso sant'Ilario di Poitiers (circa 310‑367), la cantillazione sembra essersi diffusa dall'Oriente all'Occidente. Nei riti d'Oriente, la liturgia è sempre cantata e, in molti luoghi, per non dire tutti, sono ammessi solo gli strumenti a percussione. Cf Canto gregoriano; Liturgia.

Canto gregoriano. (inizio)

Musica del rito latino attribuita tradizionalmente al papa san Gregorio Magno (circa 540‑604), il quale ha forse contribuito al suo sviluppo a Roma. Il canto gregoriano è chiamato anche « canto fermo » in quanto non ha un ritmo complicato. È caratterizzato da una bellezza austera e da una disciplina che crea un'atmosfera di preghiera. Cf Cantillazione.

Cappadoci. (inizio)

Cf Padri Cappadoci.

Cappellano. (inizio)

Si dice di un presbitero che non è addetto ad una parrocchia, ma compie i servizi di chiesa per le Forze Armate, o per istituzioni, come, per esempio, scuole, ospedali, prigioni... (cf CIC 564‑572). Cf Parrocchia.

Carattere (Gr. « sigillo »). (inizio)

Segno spirituale e indelebile (DS 1303; 1609) che contrassegna tutti coloro che diventano membri di Cristo (mediante il battesimo e la confermazione) o suoi ministri (mediante l'ordinazione). Cf Res et Sacramentum; Sacerdoti; Sacramento; Sphraghìs.

Cardiognosi (Gr. « conoscenza del cuore »). (inizio)

Termine usato dai cristiani orientali per indicare le intuizioni del cuore umano e nel cuore umano nelle sue aspirazioni verso Dio, il quale vede nei cuori e non giudica secondo le apparenze esterne (cf 1 Sam 16,7; Ger 20,12). Gesù stesso conosceva i segreti del cuore umano (Mc 2,6‑8; Gv 2,25). Il penetrare nell'« interno dei cuori » (1 Pt 3,4) è compito del direttore spirituale, conosciuto in Russia come starez e in Grecia come gheron. Cf Cuore; Discernimento degli spiriti; Staretz.

Carismatico. (inizio)

In senso generale, si dice di ogni cristiano che è chiamato ed è favorito da Dio. In senso più specifico, il termine si riferisce a coloro che ricevono doni speciali dello Spirito Santo, come, per esempio, il celibato (1 Cor 7,7), il dono di compiere miracoli, il discernimento, il dono delle lingue (1 Cor 12,10). Cf Grazia; Pentecostali.

Carismi (Gr. « doni »). (inizio)

Doni speciali dello Spirito Santo, che vanno oltre a quelli strettamente necessari per la salvezza. Sono dati a individui o a gruppi per il bene della Chiesa e del mondo  (cf 1 Cor 12; LG 10‑12) e devono sempre essere animati dalla carità (1 Cor 13,1). Cf Glossolalia.

Carità. (inizio)

È la terza virtù teologale; presuppone le altre due (fede e speranza) e dà vita a tutte le virtù. Il suo oggetto primario è Dio; secondariamente, è diretta a noi e agli altri esseri umani (cf Dt 6,5; Gv 13,34; 1 Gv 4,7-5,4; 1 Cor 13,1). Cf Agàpe; Amore; Fede; Speranza; Virtù teologali.

Casistica. (inizio)

Applicazione di principi morali generali nel giudicare casi particolari nelle loro circostanze specifiche come ricerca della volontà di Dio. Cf Teologia morale; Probabilismo.

Castità. (inizio)

È quella virtù che rende gli esseri umani capaci di integrare la sessualità all'interno della loro personalità completa secondo la loro vocazione nella vita: per il celibato, mediante l'astensione completa; per gli sposati, mediante la fedeltà; per i non sposati, mediante l'autocontrollo. CfMatrimonio; Vita religiosa.

Catari (Gr. « puri »). (inizio)

Nome dato a diverse sètte (specialmente sètte del Medioevo in Francia, Germania e Italia) che ammettevano come membri soltanto quelli che fossero moralmente e dottrinalmente puri (cf DS 127; 800‑802; FCC 9.041, 6.060‑6.062, 7.025). Cf Albigeismo; Bogomili.

Catechesi (Gr. « insegnamento »). (inizio)

Nella Chiesa primitiva, indicava sia l'istruzione impartita a coloro che si preparavano al battesimo, sia i libri usati con questo intento. Oggi, la parola è applicata a qualsiasi istruzione intesa ad approfondire la fede cristiana, anche se viene data a quanti sono già battezzati (CIC 773‑780). In ultima analisi, la responsabilità della catechesi spetta all'intera comunità. CfCatecumeni; RICA.

Catechismo. (inizio)

Istruzione data ai candidati al battesimo come anche qualsiasi libro usato a questo scopo. Spesso, però, il termine si riferisce a manuali popolari che spiegano le verità fondamentali, gli insegnamenti morali e le preghiere, come il Catechismo della Chiesa Cattolica (uscito nel 1992).

Catecumenato. (inizio)

Nella Chiesa primitiva, si chiamava così quel periodo di preparazione al battesimo che culminava con gli scrutini o preghiere di unzioni nella terza, quarta e quinta domenica di Quaresima e con l'amministrazione effettiva del battesimo durante la Veglia Pasquale. In senso largo, questa prassi è stata rimessa in vigore per gli adulti (cf SC 64‑66) Cf Neocatecumenato; RICA; Triduo Pasquale.

Catecumeni. (inizio)

Si chiamavano così nella Chiesa primitiva quelli che si preparavano a ricevere i sacramenti dell'iniziazione cristiana. Occupavano un posto particolare durante la Liturgia della Parola. Poi, il diacono li congedava solennemente prima della preghiera dei fedeli. Cf Iniziazione; Liturgia della Parola; Messa dei catecumeni.

Cattedra (Gr. « sede »). (inizio)

Trono del vescovo nella sua cattedrale; è il segno più antico del suo ufficio, prima ancora che esistessero (in Occidente) gli emblemi episcopali come la mitra e l'anello. Con a fianco due sedie più basse per i presbiteri concelebranti, il trono del vescovo era posto dietro l'altare. Di lì, egli predicava e presiedeva l'Eucaristia. L'espressione « ex cathedra » si applica ai pronunciamenti solenni fatti dal Papa in forza della sua autorità suprema. La parola « sede » per una diocesi indica che essa possiede una sua « cattedra » episcopale. Cf  Diocesi; Infallibilità; Insediamento; Ordinario; Vescovo.

Cattedrale. (inizio)

 La Chiesa principale di una diocesi dove il vescovo ha il suo trono. Cf Diocesi; Insediamento; Vescovo.

Cattolicesimo. (inizio)

L'unità universale nella fede e nella prassi che viene spesso identificata con la Chiesa Cattolica Romana e che è rivendicata anche dagli Anglicani e dagli Ortodossi. Cf Chiese; Ecumenismo.

Cattolicesimo romano. (inizio)

Cf Cattolicesimo.

Cattolicità (Gr. « universalità »). (inizio)

Il carattere universale della Chiesa vera e indivisa che riunisce in un unico Popolo di Dio uomini di differenti razze, lingue e culture (cf LG 13). Cf Inculturazione; Note (segni) della Chiesa; Sobornost.

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00Friday, August 16, 2013 10:53 PM

Causalità. (inizio)

È l'influsso esercitato da un essere o da una parte di esso su un altro essere. La causa efficiente produce i suoi effetti su un essere che esiste già o porta all'esistenza un altro essere. La causa materiale è la « materia » con cui è fatta una cosa. La causa formale forma e organizza qualcosa, rendendola quello che è. La causa finale è il fine per cui è fatta una cosa. La causa esemplare serve da modello che va imitato nella produzione di un essere. Per indicare che l'attività divina e quella umana sono poste su piani differenti, Dio è chiamato Causa prima, nel senso che tutte le altre realtà dipendono da lui nel venire all'esistenza, nel continuare ad essere e nel loro agire. Le creature sono chiamate cause seconde, in quanto è solo nella loro radicale dipendenza da Dio che possono influire le une sulle altre. Cf Analogia; Argomenti per l'esistenza di Dio; Aristotelismo; Creazione; Materia e forma; Ontologismo.

Celibato. (inizio)

È la rinuncia al matrimonio per motivi religiosi. Le monache, i monaci e altri uomini e donne nella vita religiosa esprimono questo impegno con voto. Nella tradizione Latina, il celibato è richiesto ai candidati al sacerdozio; ai diaconi permanenti non è permesso sposarsi dopo l'ordinazione (CIC 247, 1037). Esiste anche un clero sposato tra i Cattolici Orientali. I sacerdoti e diaconi Ortodossi sono generalmente sposati, ma non possono sposarsi o risposarsi dopo l'ordinazione. In Oriente, i vescovi devono essere celibi. Cf Diacono; Sacerdoti; Voto.

Cena del Signore. (inizio)

Nome usato da alcuni Padri della Chiesa e comune fra i Protestanti per designare il pasto eucaristico istituito da Cristo nell'ultima cena. Nell'unica citazione neotestamentaria (1 Cor 11,20), « la cena del Signore » comprende sia il sacrificio eucaristico sia l'agape o pasto fraterno che seguiva. Cf Agape; Eucaristia; Liturgia; Messa; Settimana Santa.

Cenobiti (Gr. « che vivono in comunità »). (inizio)

Sono i religiosi professi d'Oriente che vivono in comunità e osservano la stessa regola spirituale. Cf Monachesimo; Monte Athos; Vita religiosa.

Cesaropapismo. (inizio)

È la prassi dello Stato che interferisce continuamente negli affari della Chiesa col pretesto di difendere gli interessi dei fedeli. Gli imperatori romani erano stati i pontefici massimi della religione pagana di stato. Quando si convertirono al cristianesimo, vennero meno tante volte al rispetto per l'autonomia del governo della Chiesa. Quando l'Impero sopravvisse primariamente in Oriente, i principi bizantini dominarono i patriarchi, specialmente nel periodo precedente alla crisi del 1054 tra l'Oriente e l'Occidente. Cf Chiesa e Stato; Sinfonia.

Chierico (Gr. « che è stato scelto », « erede »). (inizio)

Uno che ha ricevuto un ministero ecclesiastico con precisi diritti e doveri, superiori a quelli dei laici, ma differenti da quelli dei religiosi (cf CIC 232). Si diventa chierici col ricevere il diaconato. Cf Laico; Tonsura; Vita religiosa.

Chiesa (Gr. « cosa o edificio che appartiene al Signore »). (inizio)

È la Comunità fondata da Gesù Cristo e unta dallo Spirito Santo come il segno decisivo della volontà di Dio di salvare l'intera famiglia umana. La presenza di Dio che dimora tra gli uomini è espressa nella predicazione, nella vita sacramentale, nel ministero pastorale e nell'organizzazione di questa Comunità che consiste in una comunione di Chiese locali su cui presiede la Chiesa di Roma. Cf Corpo di Cristo; Note (Segni) della Chiesa; Popolo di Dio.

Chiesa Apostolica Assiriana d'Oriente. (inizio)

È quanto rimane oggi della Chiesa persiana o caldea, separatasi dalla grande Chiesa nel secolo V. È presente sia in Oriente che in Occidente. Questa comunità non risentì molto dell'influsso greco, in quanto, fondata nei primissimi tempi del cristianesimo, è con tutta probabilità originaria dalla Palestina e da Edessa. Divenne indipendente al tempo del Concilio di Efeso (431), da essa respinto, dopo aver già proclamato la propria indipendenza dal patriarcato di Antiochia nel 424 e aver stabilito il suo centro in Seleucia‑Ctesifone in Persia, fuori dell'Impero bizantino. Questa Chiesa considerò Teodoro di Mopsuestia (circa 350‑428) come il suo teologo guida. Il suo orientamento in cristologia fu elaborato da teologi di uno stesso pensiero che vennero espulsi da Edessa nel 489 dall'imperatore Zenone e si portarono in Persia. Questa Chiesa è denominata « Chiesa d'Oriente » per la sua posizione a Est dell'Impero romano. In seguito, per aver respinto Efeso, fu largamente conosciuta come « Chiesa nestoriana ». Oggi, i cattolici eredi di questa Chiesa sono chiamati « Caldei », mentre quelli che non sono in unione con Roma sono chiamati « Assiriani ». Cf Chiese Orientali; Concilio di Efeso; Cristiani Malabarici; Edessa; Nestorianesimo; Teologia antiochena; Tre Capitoli (I).

Chiesa e Stato. (inizio)

Con questo binomio, si intende il rapporto tra questi due enti che sono autonomi nel proprio ambito, ma che dovrebbero operare armoniosamente insieme per realizzare il bene integrale della società umana e per conservare una giusta libertà civile e religiosa. Mentre i membri della Chiesa in quanto tali non hanno il diritto di dettare leggi in faccende politiche, lo Stato e i suoi capi non dovrebbero pretendere di essere indipendenti dalla legge morale sostenuta dalla Chiesa (cf DH passim). Cf Chiesa; Fonti del Diritto Canonico Orientale; Libertà religiosa; Sinfonia.

Chiesa locale. (inizio)

La comunità riunita attorno al suo vescovo può essere chiamata « Chiesa » in senso pieno, finché è in comunione con le altre Chiese locali. Il NT applica il termine « Chiesa » sia alle comunità locali (At 8,1; 11,2; Rm 16,1; 1 Cor 1,2), sia all'intero corpo dei cristiani (Mt 16,18; Ef 1,22). Il Concilio Vaticano II insegna che mediante il vescovo della diocesi che presiede la liturgia, il Popolo di Dio è manifestato più visibilmente (cf SC 41‑42; LG 26; AG 19‑22). CfCattolicità; Chiesa; Eucaristia; Rito.

Chiesa ortodossa siriana. (inizio)

Nome dato alla Chiesa che fu aiutata da Severo (morto nel 538), Patriarca di Antiochia e teologo, a organizzarsi e a opporsi al Concilio di Calcedonia (451). Chiamata polemicamente « monofisita » per la sua opposizione alla formula  del  Concilio  riguardante  le  due  nature  di Cristo (più che le nature stesse), questa Chiesa prese il nome di « giacobita » dal vescovo Giacobbe Baradaeus (circa 500‑578). Ordinato vescovo di Edessa nel 542 dietro insistenza dell'imperatrice Teodora, Giacobbe andò in giro predicando e ordinando vescovi. Si coprì di cenci per evitare di essere catturato; di qui il soprannome di « Baradaeus » (« è rivestito di cenci »). La designazione « giacobiti » si trova per la prima volta nel Concilio di Nicea II (787), ma questa Chiesa ci tiene a denominarsi Ortodossa Siriana. Il suo capo porta il titolo di « Patriarca ortodosso siriano di Antiochia e di tutto l'Oriente » e risiede a Damasco, in Siria. La liturgia di questa Chiesa, che costituisce uno dei sette riti principali dell'Oriente, è conosciuta come « Siriana occidentale » (o « Antiochena »). Il rito siriano occidentale è quanto mai ricco. Ha almeno settanta anàfore eucaristiche e molti testi varianti per altre cerimonie. La principale liturgia eucaristica è quella di san Giacomo, che può risalire ai tempi degli Apostoli. Generalmente, la liturgia è celebrata in lingua volgare: l'arabo è usato nel Medio Oriente, il malayalam in India, e l'inglese negli Stati Uniti. Cf Anàfora; Chiese Orientali; Edessa; Monofisismo; Settimana Santa.

Chiesa pellegrina. (inizio)

È la Chiesa visibile, pellegrina, di questa terra. È distinta dalla Chiesa Sofferente (o Aspettante) costituita dalle Anime del Purgatorio, e dalla Chiesa celeste, o dei santi che sono già in Paradiso. Cf Paradiso; Purgatorio.

Chiesa siriana occidentale. (inizio)

È quella Chiesa che è chiamata spesso (con una punta polemica) Monofisita o (tenendo conto delle sue origini) Giacobita. Però, essa preferisce chiamarsi Chiesa Siriana Ortodossa Occidentale. Rappresenta una delle quattro correnti principali della tradizione siriana, e tutte e quattro hanno una forte tradizione monastica:

  a) la Chiesa siriana occidentale, col centro ad Antiochia;

  b) la Chiesa siriana orientale, col centro a Edessa;

  c) la Chiesa Melkita, che è unita a Roma e usa il greco nella liturgia;

  d) la Chiesa Maronita, unita a Roma e col suo centro nel Libano.

  Liturgicamente, la Chiesa siriana occidentale è estremamente ricca, nel senso che ha almeno settanta anafore eucaristiche e molti testi varianti per altre cerimonie. La principale liturgia eucaristica è quella di san Giacomo, che sembra risalire ai tempi apostolici. Le sue principali caratteristiche sono la cerimonia dell'incenso dopo la liturgia della Parola e una preghiera di congedo all'altare proprio alla fine. Questa liturgia è di solito celebrata nella lingua volgare: l'arabo è usato nel Medio‑Oriente; il malayalam in India; l'inglese negli Stati Uniti. Cf Anafora; Chiesa Apostolica Assiriana d'Oriente; Maroniti; Melkiti; Monofisismo; Settimana Santa.

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00Friday, August 16, 2013 10:54 PM

Chiese. (inizio)

Varie comunità cristiane che possono differire in fatto di estensione, di credenze, di liturgia e disciplina, ma hanno una certa unione fra di loro in quanto professano « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4,5; cf AG 19‑22; LG 26; CIC 368‑572; e OE e UR passim). CfChiesa; Chiesa locale; Ecumenismo.

Chiese calcedonesi. (inizio)

Originariamente, si intendevano tutte quelle Chiese che avevano accettato il Concilio di Calcedonia (451). Il termine è usato tuttora per le Chiese ortodosse d'Oriente che non si sono separate da Costantinopoli in seguito a questo Concilio. Cf Chiese Orientali; Concilio di Calcedonia; Ortodossi Orientali.

Chiese domestiche. (inizio)

Un movimento sorto dopo la Seconda Guerra Mondiale e che intendeva rivivere l'esperienza dei primi cristiani nella preghiera in comune e nell'Eucaristia celebrata nelle case (cf At 1,12‑14; 2,42.46). In alcuni casi, il movimento portò alla formazione di gruppi che si staccarono dalle Chiese istituzionali. Questo è stato assai raro nella Chiesa Cattolica in cui molti gruppi, regolari o spontanei, celebrarono con gioia la Messa nelle case. Cf Carismatici; Culto; Pentecostali.

Chiese non calcedonesi. (inizio)

Quelle Chiese che non accettarono il Concilio di Calcedonia (451). Cf Concilio di Calcedonia; Ortodossi Orientali.

Chiese orientali. (inizio)

Sono quelle Chiese che hanno subito una evoluzione graduale fino a diventare comunità indipendenti dopo la morte di Teodosio I (395), quando l'Impero romano si divise tra Oriente e Occidente. Ci sono quattro gruppi:

  1) La Chiesa Assiriana d'Oriente riconosce i primi due Concili generali, ma non Efeso (431) che condanna Nestorio. Per questo, i suoi aderenti sono chiamati comunemente Nestoriani.

  2) Le Chiese Ortodosse Orientali (« non‑calcedonesi ») riconoscono i primi tre Concili generali, ma non Calcedonia (451). I loro aderenti sono soliti essere chiamati « Monofisiti ». Questo gruppo comprende cinque Chiese indipendenti: le Chiese armene, copte, etiopiche, siriane ortodosse, come anche gli Ortodossi siriani dell'India, che sono a loro volta suddivisi in Ortodossi siriani autocefali del Malankar e una Chiesa autonoma sotto la direzione del patriarca siriano ortodosso di Damasco.

  3) Le Chiese Ortodosse Orientali la cui rottura con Roma risale convenzionalmente al 1054. Sono tutte in comunione fra di loro e riconoscono il Patriarca di Costantinopoli come il primo tra pari. Esse comprendono gli antichi patriarcati di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme; i nuovi patriarcati di Russia, Serbia, Romania, Bulgaria e Georgia; le Chiese autocefale di Cipro, Grecia, Polonia, Albania e Cecoslovacchia; e la Chiesa Ortodossa d'America, la cui autocefalia è riconosciuta da Mosca, ma non da Costantinopoli; le Chiese autonome del Monastero di santa Caterina (Sinai); e le Chiese Ortodosse di Filandia, Giappone e Cina. (Costantinopoli non riconosce la situazione autocefala concessa da Mosca alla Chiesa Ortodossa in Cecoslovacchia, ma riconosce questa Chiesa come autonoma. C'è un problema del genere che riguarda le Chiese Ortodosse autonome del Giappone e della Cina. Siccome furono fatte autonome da Mosca senza il consenso di Costantinopoli, questo patriarcato non le riconosce come tali).

  4) Le Chiese Cattoliche Orientali che sono in comunione con Roma. In parallelismo con la Chiesa Assiriana d'Oriente, ci sono le Chiese cattoliche Caldee e Malabariche. In parallelismo con le Chiese Ortodosse Orientali, ci sono le Chiese armene, copte, etiopiche, siriane e del Malankar. In parallelismo con le Chiese Ortodosse Orientali, abbiamo le Chiese melkite, ucraine, rutene, rumene, greche, bulgare, slovache e ungariche. Inoltre, ci sono i Cattolici bizantini nella ex‑Jugoslavia. Le Chiese maronite e italo‑albanesi cattoliche non corrispondono a nessun'altra Chiesa. Cf Autocefalo; Chiesa Ortodossa Siriana Occidentale; Chiesa Siriana; Cristiani; Cristianità Armena; Cristianità Copta; Cristianità Etiopica; Maroniti; Monofisismo; Nestorianesimo; Ortodossi Orientali; Patriarca.

Chiliasmo (Gr. « mille »). (inizio)

Movimento all'inizio del cristianesimo ed anche in seguito che interpreta Apocalisse 20,1‑5 come una promessa secondo cui, prima della fine del mondo, Cristo stabilirà un regno di mille anni coi santi che saranno già risorti dai morti (cf DS 3839). Cf Millenarismo.

Ciborio (Gr. « coppa che richiamava la forma della fava egiziana»). (inizio)

Baldacchino o conopeo che sovrasta l'altare in certe chiese antiche, come per esempio, san Clemente a Roma. Cf Pisside.

Cielo. (inizio)

Secondo la concezione delle religioni primitive, è il luogo nel firmamento o al di là di esso dove abitano gli dèi. La Bibbia rispecchia una cosmologia primitiva quando concepisce la volta celeste che poggia su colonne (Gb 26,11). La Bibbia parla del cielo come del luogo dove Dio siede in trono (Sal 11,4; 115,16) e dal quale scende (Es 19,18‑20), ma riconosce che « i cieli e la terra » non possono contenere Dio (cf Gn 1,1; 1 Re 8,27). Alla fine dei tempi, saranno creati cieli nuovi e una terra nuova (Is 65,17; 2 Pt 3,13; Ap 21,1-22,5). Il cielo è il « luogo », o meglio, lo stato dove i Beati abiteranno per sempre con Dio mediante l'umanità glorificata di Cristo (cf 1 Ts 4,17; Gv 14,3; 1 Pt 1,4). Cf Escatologia; Paradiso; Risurrezione; Visione beatifica; Vita dopo morte.

Cinque Vie (Le). (inizio)

Cinque argomenti per l'esistenza di Dio che si trovano nella Summa Theologiae di san Tommaso d'Aquino (circa 1225‑1274). Dal fatto del cambiamento (moto) nel mondo, la Prima Via deduce l'esistenza di un Primo Motore Immobile. La Seconda Via risale dalla nostra esperienza delle cause che producono effetti fino ad una Causa ultima non causata. La Terza Via osserva la contingenza del nostro universo e ritiene la necessità di una Causa Necessaria. La Quarta Via comincia coi gradi limitati di perfezione che si trovano nell'universo e giunge ad una prima Causa Illimitata. La Quinta Via osserva il disegno ordinato del mondo che si può spiegare unicamente mediante l'attività finalizzata di un divino Ordinatore. Le Cinque Vie sono state fortemente contestate da David Hume (1711‑1776), Immanuel Kant (1724‑1804) e da altri filosofi, ma offrono tuttora prospettive valide per la nostra conoscenza (limitata) di Dio. CfArgomenti per l'esistenza di Dio; Argomento teleologico;. Causalità; Finalità.

Circolo ermeneutico. (inizio)

Un concetto sviluppato, alle volte diversamente, da Martin Heidegger (1889‑1976), Rudolf Bultmann (1884‑1976), Hans‑Georg Gadamer (nato nel 1900) ed altri riguardo alla ricerca di significato dell'interprete. In una situazione storica particolare, e con una precomprensione di un dato testo, l'interprete comincia un « dialogo ». Il testo modificherà le questioni che gli sono poste, sfiderà le aspettative e perfino correggerà radicalmente i nostri presupposti. Nel dialogo con l'interprete, il testo e il suo messaggio conservano la loro priorità. Un documento del 1989 della Commissione Internazionale di Teologia (« L'interpretazione dei dogmi ») propose una « ermeneutica metafisica » come soluzione al pericolo di relativismo implicato nel circolo ermeneutico. Cf Ermeneutica.

Circoncisione. (inizio)

Recisione del prepuzio dei bambini per simboleggiare la loro ammissione nella comunità religiosa. Gli Ebrei praticavano questo rito per significare la loro alleanza con Dio (Gn 17,10‑14; Es 12,48; Lv 12,3). La Chiesa primitiva non volle imporre la circoncisione ai convertiti, in quanto questo rito è stato sostituito dal battesimo (At 15,5.28‑29; Gal 5,2‑6; 6,15; Col 2,11‑15). La Circoncisione di Nostro Signore viene ricordata nel vangelo del 1o gennaio. CfBattesimo; Ebraismo.

Circuminsessione (Lat. « sedersi attorno »). (inizio)

Cf Pericòresi.

Clericalismo. (inizio)

Tentativo del clero di far sentire la sua influenza sugli affari non ecclesiastici; approccio ai problemi pastorali e teologici che cerca di concentrare tutto nelle mani del clero. CfAnticlericalismo.

Clero (Gr. « parte eletta »). (inizio)

Nome collettivo per indicare i diaconi, sacerdoti e vescovi ordinati (cf CIC 232, 266). CfDiacono; Sacerdoti; Vescovo.

Codice dei canoni delle Chiese orientali (Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium). (inizio)

Questo Codice è stato promulgato dal papa Giovanni Paolo II (nato nel 1920) il 18 ottobre 1990. Come già nel 1927, dieci anni dopo la promulgazione del Codex Juris Canonici (= CIC) da parte del papa Benedetto XV (1914‑1922), la Congregazione per la Chiesa Orientale (oggi: Chiese Orientali) propose che queste Chiese avessero il loro proprio Codice. La proposta fu accettata dal papa Pio XI (1922‑1939) nel 1929. I primi schemi premevano su un eccessivo centralismo di Roma e su modelli di vita della Chiesa Latina. Dopo il Vaticano II, con la chiara consapevolezza di speciali tradizioni, diritti, privilegi e della disciplina sacramentale delle Chiese Orientali (OE 5‑23), Paolo VI (1963‑1978) istituì la nuova commissione per il Codice di Diritto Canonico delle Chiese Orientali. Nonostante l'ispirazione proveniente dalle fonti orientali e la consultazione dei patriarchi cattolici orientali, la principale fonte per questo Codice Orientale è rimasta il Codice Latino promulgato nel 1983. Gli schemi hanno suscitato discussioni circa il ruolo dei patriarchi e delle Chiese locali. È significativo sottolineare come il primo codice per le Chiese Orientali, il CCEO è stato generalmente recepito con rispetto. L'attuale Patriarca di Costantinopoli, Bartholomaios I, ha studiato diritto canonico al Pontificio Istituto Orientale (Roma), scrivendo la sua tesi dottorale (sul bisogno di riordinare i canoni della Chiesa Bizantina) sotto la direzione di P. Ivan _u_ek, che fu poi nominato segretario della commissione che ha preparato il CCEO. Cf Chiesa locale; Chiese Orientali; Patriarca.

 
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Codice di diritto canonico (CIC). (inizio)

È il codice legislativo più importante per la Chiesa Latina. Una revisione era stata prima annunciata dal papa Giovanni XXIII nel 1959, in vista del prossimo Concilio Ecumenico Vaticano II (1962‑1965). Il Codice fu steso dopo un'ampia consultazione collegiale di vescovi e conferenze episcopali (cf LG 9, 48). Il CIC promulgato dal papa Giovanni Paolo II nel 1983 contiene 1752 canoni disposti in sette libri (il primo CIC promulgato da Benedetto XV nel 1917 conteneva 2414 canoni divisi in cinque libri). Il Codice del 1983 ha inteso esprimere in termini giuridici l'insegnamento del Vaticano II e quello post‑conciliare. Cf Conferenza Episcopale; Corpus Juris Canonici; Diritto Canonico.

Codice giustinianeo. (inizio)

Cf Fonti del Diritto Canonico Orientale; Nomocanone.

Collegialità. (inizio)

La responsabilità per l'intera Chiesa condivisa dai vescovi in comunione tra di loro e con il capo del Collegio episcopale, il papa (LG 22‑23; CIC 336‑341). Il posto primario per l'esercizio di questa collegialità spetta ad un Concilio ecumenico, ma la collegialità è espressa anche, sia pure in grado minore, dalle conferenze episcopali e dai Sinodi. Cf Concilio Ecumenico; Conferenza Episcopale; Sinodo; Sobornost.

Colletta. (inizio)

È la prima preghiera variabile della Messa di rito latino, dopo il « Signore, pietà », o, nelle domeniche e feste, dopo il « Gloria ». Esprime quello che l'assemblea ha chiesto nella preghiera in silenzio. « Raccoglie », perciò, le preghiere e dà il tono alla festa particolare o al mistero che viene celebrato. Cf Gloria; Kyrie.

Colpa. (inizio)

Il fatto eo la consapevolezza di aver fatto qualcosa di male e quindi di essere colpevole. La colpa legale proviene dall'aver commesso un delitto (a cui sono connesse certe pene); la colpa etica, dall'avere trasgredito certe norme morali; quella religiosa, dall'aver offeso Dio col peccato. Gli scrupolosi possono sentirsi colpevoli anche quando, di fatto, non hanno peccato contro Dio. All'estremo opposto, i lassisti si ritengono innocenti anche quando offendono Dio e recano danni reali al prossimo. Cf Coscienza; Metànoia; Peccato.

Colpa collettiva. (inizio)

È la colpa attribuita ad una nazione intera, ad una famiglia, o ad un gruppo. Alle volte, si può parlare veramente di peccati in cui è coinvolta la stragrande maggioranza o praticamente un'intera società. Nondimeno solo una decisione personale rende qualcuno partecipe di simili colpe collettive che non possono essere imputate automaticamente agli innocenti (cf Dt 24,16; Ger 31,29‑30; Ez 18,2‑4). Cf Peccato originale.

Communicatio idiomatum (inizio)

(Lat. Gr. « intercambiabilità di proprietà »).

Gli attributi del Figlio di Dio incarnato sono intercambiabili a motivo dell'unione della divinità e dell'umanità nell'unica persona divina del Verbo Incarnato. Ciò vuol dire che gli attributi di una delle sue due nature possono essere predicati di lui anche quando lo si nomina in riferimento all'altra natura. Per esempio: « Il Figlio di Dio è morto sulla croce », « Il Figlio di Maria ha creato l'universo » (cf DS 251). Questo metodo di attribuzione richiede, però, alcune distinzioni per non confondere le due nature. Propriamente parlando, il Figlio di Dio in quanto Dio non è morto sulla croce; il Figlio di Maria in quanto uomo non ha creato l'universo. Cf Concilio di Calcedonia; Concilio Costantinopolitano II; Concilio di Efeso; Monofisismo; Unione Ipostatica; Trisagio.

Communicatio in sacris. (inizio)

Partecipare alla liturgia in una Chiesa diversa dalla propria. Da alcuni è chiamata « ospitalità eucaristica » quando riguarda soltanto la condivisione dell'Eucaristia. L'ecumenismo incoraggia a condividere la Parola di Dio, ma i sacramenti, e specialmente l'Eucaristia, normalmente esprimono (e promuovono) un'unione ecclesiale già presente (cf UR 8). In caso di necessità e in assenza di clero cattolico, i Cattolici possono confessarsi, comunicarsi e ricevere l'Unzione degli infermi da presbiteri Ortodossi (cf OE 26‑27). Molte Chiese protestanti desiderano estendere l'ospitalità eucaristica a ogni cristiano battezzato che crede che Gesù Cristo è il Signore e si accosta alla mensa eucaristica con le dovute disposizioni, in linea con la decisione espressa nel 1975 dalle Chiese Luterane Tedesche. Gli Anglicani sono generalmente molto aperti agli Ortodossi e ai Cattolici, poiché questi hanno una visione eucaristica simile alla loro. Gli Ortodossi, tuttavia, ritengono che ricevere l'Eucaristia implichi l'appartenenza alla loro Chiesa e perciò tendono a limitare l'ospitalità eucaristica ai casi di emergenza pastorale (per esempio, pericolo di vita), che deve essere giudicata su base di « economia ». Quando nel 1933, in occasione di un incontro tra Ortodossi e Anglicani, S. Bulgakov (1871‑1944) propose l'ospitalità eucaristica occasionale tra quelli che condividevano le medesime vedute eucaristiche, incontrò una forte opposizione. Tra la Chiesa Romana e la Chiesa Ortodossa Siriaca esiste un accordo del 1984, firmato dal papa Giovanni Paolo II e dal patriarca Ignazio Zakka I, che permette ai membri delle rispettive Chiese di valersi dell'ospitalità eucaristica quando sono impossibilitati di comunicarsi nelle loro proprie Chiese. Cf Chiese Orientali; Comunione anglicana; Eucaristia; Ortodossia; Protestante; Sacramento.

Compunzione. (inizio)

Il « rimorso di coscienza » causato dalla consapevolezza dei propri peccati. Dovrebbe portare ad un pentimento salutare e al perdono divino anziché ad una scrupolosità morbosa per le proprie colpe. Cf Attrizione; Contrizione; Metànoia; Virtù della Penitenza.

Comunione. (inizio)

Partecipare al Corpo di Cristo col ricevere l'ostia consacrata durante la Messa e con la dovuta preparazione (per es., dopo aver confessato i peccati gravi). Quando si riceve la Comunione in altre circostanze (per es., un malato a casa), non si deve ignorare il nesso con la Messa. La legge ecclesiastica prescrive che la Comunione sia ricevuta almeno una volta all'anno, ma non necessariamente sotto le due specie (cf DS 1198‑1200; FCC 9.091‑9.092; CIC 912‑923). CfEucaristia; Koinonia; Messa.

Comunione anglicana. (inizio)

Il nome viene usato almeno dopo la prima Conferenza di Lambeth del 1867 per indicare la comunione delle Chiese governate episcopalmente come province autonome, che sorse dalla riforma della Chiesa d'Inghilterra nel XVI secolo e che riconobbe l'autorità dell'arcivescovo di Canterbury. Essa comprese se stessa come la Chiesa dei Padri e mirò ad essere una via intermedia tra l'autorità papale e la riforma luterana. Dopo la « gloriosa rivoluzione » del 1688, i non‑giurati o membri della Chiesa d'Inghilterra (compresi nove vescovi) che si rifiutarono di giurare fedeltà ai nuovi governanti (Guglielmo e Maria) negoziarono senza successo l'unione con i patriarchi dell'Oriente Ortodosso e con la Chiesa russa (1716‑1725). Nel 1973 iniziò un dialogo ufficiale tra gli Anglicani e gli Ortodossi. Dopo una serie di dichiarazioni comuni (che espressero anche la volontà anglicana di togliere il « filioque » dal credo), il dialogo fu sospeso nel 1977 sulla questione dell'ordinazione delle donne. Nel 1980 iniziò una seconda fase di conversazioni bilaterali e nel 1989, con il vescovo Giovanni Zizioulas come nuovo presidente Ortodosso, è partita una terza fase in quella che ora è chiamata Commissione Internazionale per il Dialogo tra Anglicani e Ortodossi. L'enciclica del 1896 di Leone XIII, Apostolicae curae(che respinse la validità degli Ordini anglicani), non impedì, tuttavia, che venisse riaperto il dialogo tra Cattolici e Anglicani nelle Conversazioni di Malines (1921‑1925) (DS 3315‑3319; FCC 9.029; cf DS 2885‑2888; FCC 7.032‑7.034). Dopo che il Vaticano II riconobbe un « luogo speciale » alla comunione anglicana (UR 13) e, nel 1966, Paolo VI incontrò l'arcivescovo di Canterbury, Michael Ramsey, nel 1967 iniziò i lavori una Commissione Preparatoria Comune alla quale nel 1970 subentrò la Commissione Internazionale Anglicana e Cattolica Romana (ARCIC I). Questa produsse dichiarazioni comuni e chiarificazioni sull'Eucaristia, il ministero e l'ordinazione, e sull'autorità nella Chiesa. Tutti questi documenti furono pubblicati insieme nel « Rapporto Finale » del 1892. Costituita nel 1983, ARCIC II ha prodotto documenti sulla salvezza e la Chiesa e sulla Chiesa come comunione. Dal 1967 esiste a Roma un centro anglicano, il cui direttore rappresenta le province della Comunione Anglicana presso la Santa Sede. Con l'approvazione della Dichiarazione di Meissen nel 1991, il sinodo generale della Chiesa d'Inghilterra ha accettato un accordo di lavoro comune per l'unità visibile con le Chiese luterane d'Europa. Cf Chiese Orientali; Communicatio in sacris; Conferenza di Lambeth; Episcopaliani; Filioque; Luteranesimo; Metodismo; Padri della Chiesa; Puritani; Riforma (La); Trentanove articoli (I); Validità; Vescovo.

Comunione dei santi. (inizio)

L'unione spirituale che esiste tra Cristo e i cristiani, sia con quelli che sono già in Paradiso (o in Purgatorio), sia con quelli che vivono in terra (LG 49‑50). Cf Chiesa pellegrina; Cielo; Koinonìa; Purgatorio.

Comunione spirituale. (inizio)

Ricevere la comunione col desiderio quando la comunione effettiva non è possibile. Coloro che desiderano comunicare spiritualmente al Corpo di Cristo devono prepararsi come se stessero partecipando alla Messa (per es., col chiedere perdono dei loro peccati, col leggere la Bibbia e col formulare un atto perfetto di amor di Dio).

Comunità. (inizio)

È l'insieme dei cristiani riuniti per la preghiera, il ministero e la vita in comune. Cf Chiesa; Comunità di base; Parrocchia; Vita religiosa.

Comunità di base. (inizio)

Termine proveniente dall'America Latina per indicare quei numerosi gruppi locali di cristiani che cercano di rinvigorire la loro vita ecclesiale con la preghiera e lo studio delle Scritture in comune, col fare uso dei propri doni personali a servizio degli altri e con l'impegno nella comune azione sociale. Questi movimenti sono stati incoraggiati dalle Assemblee generali dei vescovi latinoamericani tenutesi a Medellín (Colombia) nel 1968 e a Puebla (Messico) nel 1979. I documenti di Puebla parlano di « Comunità ecclesiali di base », per distinguerle da altri gruppi che possono avere legami più tenui con le autorità ecclesiali. Cf Chiesa; Opzione per i poveri; Teologia della liberazione.

Concelebrazione. (inizio)

La celebrazione congiunta di uno stesso atto sacramentale da parte di parecchi ministri presieduti da un celebrante principale. Questa prassi, che si trova nella Chiesa primitiva, continuò in Oriente, mentre nel rito Latino era limitata a pochi casi come per l'ordinazione dei presbiteri. Il Concilio Vaticano II privilegiò la concelebrazione dell'Eucaristia nella Chiesa d'Occidente, ma non per questo abolì le cosiddette messe « private » o messe celebrate senza un'assemblea di fedeli (ma preferibilmente con un serviente). Il Concilio ribadì il carattere sociale dell'Eucaristia e l'unità del sacerdozio ministeriale, in particolare, l'unità del vescovo con i presbiteri della sua diocesi (SC 57‑58). Nelle Chiese Orientali, le messe « private » sono sconosciute, e la concelebrazione una volta al giorno allo stesso altare è la norma. CfCommunicatio in sacris; Unzione degli infermi.

Concepimento verginale di Gesù. (inizio)

L'atto con cui Maria concepì Gesù con la potenza dello Spirito Santo e senza l'intervento di un padre umano. Sulla base dei Vangeli (Mt 1,18‑25; Lc 1,26‑38), la tradizione cristiana e l'insegnamento del Magistero ordinario hanno sempre ritenuto che Gesù è stato concepito così. Questo insegnamento è perlomeno affermato implicitamente dal Simbolo apostolico: « Fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine ». Il fatto che Gesù sia nato da una donna sottolinea la sua umanità. Il fatto che sia stato concepito mediante uno speciale intervento dello Spirito Santo sottolinea la sua divinità. Egli è l'Emmanuele, il Dio con noi » (Mt 1,23). CfCristologia;  Incarnazione; Mariologia; Spirito Santo.

Conciliarismo. (inizio)

Teoria sorta al tempo del Grande Scisma (1378‑1417) mentre l'Occidente era diviso quanto a fedeltà tra due papi o addirittura tre. Questa teoria sosteneva che la massima autorità spetta ad un concilio ecumenico indipendentemente dal papa. Il Concilio Vaticano II colloca, invece, il Collegio episcopale con e sotto il papa. Cf Collegialità; Concilio di Basilea; Concilio di Costanza; Concilio Ecumenico; Concilio Vaticano II; Papa; Pentarchìa.

Conciliarità. (inizio)

Cf Sobornost.

Concilio costantinopolitano I (381). (inizio)

Concilio convocato dall'imperatore Teodosio I per rafforzare l'unità di fede dopo la lunga controversia ariana. Vi parteciparono 186 vescovi, tutti Orientali. Non furono rappresentati né il papa Damaso I né l'Occidente. Quando morì il primo presidente del Concilio, Melezio di Antiochia, san Gregorio Nazianzeno assunse per qualche tempo la presidenza, ma si dimise poco dopo. Il Concilio scelse allora come suo presidente Nettario, vescovo di Costantinopoli. Il Concilio affermò la divinità dello Spirito Santo contro gli Pneumatomachi e la piena umanità di Cristo contro gli Apollinaristi. Riconobbe alla sede di Costantinopoli il posto di onore nel cristianesimo dopo Roma. In seguito, questo Concilio fu riconosciuto come il secondo Concilio Ecumenico, grazie in parte a Calcedonia che promulgò il suo Simbolo (cf DS 150, 300; FCC 0.509). Cf Apollinarismo; Concilio di Calcedonia; Macedoniani; Pentarchìa; Pneumatomachi; Simbolo Niceno; Spirito Santo.

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Concilio costantinopolitano II (553). (inizio)

Questo quinto concilio generale fu convocato dall'imperatore Giustiniano I (527‑565) per portare pace nella Chiesa d'Oriente. Per sconfiggere i Monofisiti, Giustiniano invitò i 165 vescovi presenti (praticamente tutti Orientali) a condannare Teodoro di Mopsuestia (circa 350‑428), Teodoreto di Ciro (circa 393 ‑ 458 circa) e Iba di Edessa (435‑457) come nestoriani. Dopo forti pressioni, il papa Vigilio (morto nel 555) abbandonò la sua opposizione a queste decisioni e accettò il Concilio (cf DS 421‑438; FCC 4.019‑4.034). Cf Monofisismo; Neo‑calcedonianesimo; Nestorianesimo; Sinodo Trullano; Tre Capitoli (I).

Concilio costantinopolitano III (680‑681). (inizio)

L'imperatore Costantino IV convocò questo sesto Concilio generale per risolvere il problema del monotelismo. Il papa Agatone fu rappresentato da tre delegati che, però, non presiedettero. La presidenza fu assunta dall'imperatore. Il Concilio riaffermò la professione di fede di Calcedonia e insegnò, come corollario necessario, che in Cristo ci sono due volontà distinte (quella divina e quella umana) le quali, però, operano insieme in perfetta armonia morale (cf DS 550‑559). CfConcilio di Calcedonia; Concili Lateranensi; Monotelismo; Sinodo Trullano.

Concilio costantinopolitano IV (869‑870). (inizio)

È generalmente considerato dai Cattolici l'ottavo Concilio generale. Esso affermò il primato di giurisdizione di Roma; condannò l'iconoclasmo e cercò di sconfiggere i sostenitori di Fozio (circa 810 ‑ 895 circa). Questi fu poi nuovamente insediato, deposto di nuovo, ma venerato come santo dagli Ortodossi. Nel canone ventunesimo emanato dal Concilio, il papa Adriano II riconobbe per la prima volta la priorità di Costantinopoli su Alessandria (cf DS 650‑664; FCC 7.339‑7.341). Cf Iconoclasmo.

Concilio di Basilea (1431‑1449). (inizio)

Convocato dal papa Martino V (1417‑1431) e poi dal papa Eugenio IV (1431‑1447), questo Concilio subì l'influsso del conciliarismo del precedente Concilio di Costanza (1414‑1418). In parte per questo motivo e in parte perché la Chiesa greca era d'accordo perché si tenesse un concilio generale a Ferrara, il papa Eugenio IV ordinò che il Concilio venisse trasferito colà nel 1437. Una minoranza a Basilea ubbidì, ma la maggioranza rimase per eleggere un antipapa, Felice V. Questi mise a dura prova la pazienza dei cristiani d'Occidente i quali affermarono la loro fedeltà al papa Eugenio quando Basilea divenne scismatica. Felice V abdicò nel 1449. A parte alcuni punti conciliaristi inaccettabili, Basilea decretò una serie di riforme per la Chiesa (cf DS 1445). Cf Conciliarismo; Concilio di Costanza; Concilio di Firenze.

Concilio di Calcedonia. (inizio)

È il quarto concilio ecumenico. Si tenne nel 451 in una città chiamata oggi Kadi‑Köy (Turchia) sul Bosforo, di fronte a Costantinopoli. Il Concilio fu convocato per trattare dell'eresia monofisita di Eutiche (circa 378‑454). La sua forte opposizione a quanti dividevano Cristo in due figli sembra averlo portato all'errore opposto, cioè, a ridurre Cristo ad una sola natura, quella divina, o ad una terza natura originatasi dalle due nature e che sarebbe rimasta l'unica dopo l'incarnazione. Condannato nel 448 in un sinodo locale tenutosi a Costantinopoli, Eutiche era stato riabilitato l'anno seguente in un Sinodo di Efeso convocato dall'imperatore Teodosio II (401‑450). Il papa Leone I (440‑461) chiamò questo Sinodo un « latrocinio » per certi atti di violenza in esso compiuti e per la procedura non canonica che gli aveva sottratto il diritto di giudicare. Espresse il suo pensiero nel famoso Tomo a Flaviano, Patriarca di Costantinopoli (morto nel 449). Quando Teodosio morì in seguito ad una caduta da cavallo, l'imperatore Marciano, d'accordo col papa, convocò un nuovo Concilio a Calcedonia. Vi si riunirono dai 500 ai 600 vescovi, tutti Orientali, eccetto tre legati papali e due vescovi dell'Africa. I Padri conciliari condannarono Eutiche. Dioscoro, Patriarca di Alessandria (morto nel 454), che era stato il principale sostenitore del Sinodo di Efeso, fu deposto per avere osato scomunicare il papa Leone. Il Concilio affermò l'unica persona di Cristo in due nature, quella divina e quella umana. Confessò « un solo e medesimo Cristo, Figlio, Signore, Unigenito da riconoscersi in due nature senza confusione, senza cambiamento, senza divisione, senza separazione, in nessun modo tolta la differenza delle nature per ragione dell'unione, e anzi salva la proprietà dell'una e dell'altra natura concorrenti in una sola persona e sussistenza; non in due persone scisso e diviso, ma un solo e medesimo Figlio... » (DS 300‑302; FCC 4.012). Inoltre, il Concilio emanò 27 canoni di carattere disciplinare. Gerusalemme divenne un patriarcato, il quinto, ma il papa rifiutò di riconoscere il ventottesimo canone che assegnava a Costantinopoli, « la nuova Roma », ampi poteri di giurisdizione e la dichiarava seconda solo a Roma. Cf Concilio Costantinopolitano I; Concilio Costantinopolitano II; Concilio di Efeso; Eutichianesimo; Gerusalemme; Monofisismo; Tre Capitoli (I); Trisagio.

Concilio di Costanza (1414‑1418). (inizio)

È ritenuto generalmente come il sedicesimo concilio generale da parte dei Cattolici ed è stato convocato per risolvere il Grande Scisma (1378‑1417), nella cui ultima fase ben tre papi pretendevano l'ubbidienza dei Cristiani: Giovanni XXIII, che convocò il Concilio dietro le pressioni dell'Imperatore di Germania Sigismondo e che fu deposto dal Concilio; Gregorio XII, che si dimise; e Benedetto XIII, che fu deposto. Al posto di questi tre, fu eletto Martino V. Il Concilio condannò Giovanni Wycliffe (circa 1329‑1384) e Giovanni Hus (circa 1369‑1415) (DS 1151‑1195; 1201‑1279; FCC 9.093‑9.098, 7.063‑7.087). Questo Concilio definì anche che nell'Eucaristia Cristo è interamente presente sia nella specie del pane sia in quella del vino (DS 1198‑1200; FCC 9.091‑9.092). Cf Conciliarismo; Hussiti.

Concilio di Efeso. (inizio)

È il terzo concilio ecumenico e il primo di cui possediamo gli atti conciliari. Fu convocato dall'imperatore d'Oriente Teodosio II (408‑450) per dirimere la controversia suscitata da Nestorio, patriarca di Costantinopoli, che contestava il titolo « Theotòkos » (Gr. « Madre di Dio »), titolo popolare dato a Maria. Senza aspettare i legati papali o i vescovi siriani guidati da Giovanni, Patriarca di Antiochia (morto nel 441), san Cirillo di Alessandria (morto nel 444) aprì il Concilio il 22 giugno 431. Nestorio fu scomunicato e il suo insegnamento venne condannato. Efeso non coniò una nuova formula dogmatica, ma piuttosto sentenziò che la seconda lettera di san Cirillo a Nestorio era consona con la fede di Nicea (325). Cf DS 250‑268; FCC 4.003‑4.004). Col dichiarare Maria Madre di Dio, il Concilio riconobbe Gesù Cristo come « un'unica e stessa » persona divina. Questo insegnamento, che fu primariamente cristologico, aprì la via alla formula di Calcedonia (451). L'« ottavo » canone di Efeso riconobbe la Chiesa di Cipro come autocefala. Cf Apollinarismo; Chiesa Apostolica Assiriana d'Oriente; Concilio di Calcedonia; Concilio Costantinopolitano II; Nestorianesimo; Theotòkos; Tre Capitoli (I).

Concilio di Firenze (1438‑1445). (inizio)

Computato come il diciassettesimo concilio ecumenico dalla Chiesa Cattolica e qualche volta datato dal 1431 in quanto la prima parte del Concilio di Basilea fu una preparazione a quello di Firenze. Fu indetto dal papa Eugenio IV (1431‑1447) soprattutto per realizzare l'unione con la Chiesa greca. Si tenne a Ferrara (1438‑1439) quando giunsero i prelati greci e fu trasferito prima a Firenze nel 1439 e poi a Roma nel 1443. Il 6 luglio 1439 fu firmata la Bolla di unione coi Greci; il 22 novembre dello stesso anno fu raggiunta l'unione con gli Armeni. Il Concilio ottenne anche la riunione coi Copti, con gli Etiopici (4 febbraio 1442) e con altri cristiani orientali. Firenze ribadì l'insegnamento del « Filioque » (senza, però, imporlo ai Greci per quanto riguarda la recita del Credo). Il Concilio insegnò inoltre la visione immediata di Dio subito dopo la morte per quanti fossero senza peccati o fossero già purificati dai peccati commessi dopo il battesimo. Affermò il primato del papa (in termini piuttosto generici) e l'esistenza dei sette sacramenti (DS 1305‑1306, 1330‑1351; FCC 0.023‑0.024, 2.004‑2.005, 3.014‑3.015, 4.081, 6.072‑6.075, 7.029). Motivate in parte dalla paura delle conquiste turche, le unioni raggiunte a Firenze non durarono a lungo. Cf Chiese Orientali; Conciliarismo; Concilio di Basilea; Filioque; Primato; Processioni; Scisma.

Concilio di Lione I (1245). (inizio)

Fu convocato dal papa Innocenzo IV per trattare di ciò che egli chiamò nel discorso di apertura « le cinque piaghe della Chiesa »: lo stile di vita scandaloso di molti chierici e laici; la presa di Gerusalemme da parte dei Saraceni; la minaccia greca contro l'impero latino di Costantinopoli; l'invasione dell'Ungheria da parte dei Mongoli; il conflitto tra la Chiesa e l'imperatore Federico II. Oltre a ordinare ai Greci di uniformarsi di più al rito latino e dopo avere chiarito alcuni punti circa i sacramenti e il purgatorio (cf DS 830‑839), il Concilio depose l'imperatore accusato di eresia e di intromissione nei diritti della Chiesa. I Cattolici considerano questo Concilio come il tredicesimo concilio ecumenico. Cf Concilio Lateranense IV; Crociate.

Concilio di Lione II (1274). (inizio)

Fu convocato dal papa Gregorio X che voleva una Crociata (per liberare la Terra Santa dai Saraceni), un accordo coi Greci e una riforma per la Chiesa. Vi parteciparono grandi teologi, come san Bonaventura e sant'Alberto Magno. San Tommaso era stato invitato, ma morì nel viaggio, dopo aver portato a termine uno studio preliminare « circa gli errori dei Greci ». Nonostante una tassa imposta sulle entrate dei chierici, la Crociata non fu mai attuata. I legati dell'imperatore Michele VIII Paleologo firmarono una formula di unione (cf FCC 7.146). Questa fu celebrata il 6 luglio con il canto del Filioque ripetuto tre volte. L'unione, che in parte mirava a sedare la paura che Carlo di Angiò cercasse di restaurare l'impero latino di Costantinopoli, si rivelò effimera. La legislazione per la riforma della Chiesa comportò la soppressione di alcuni Ordini e regole severe da osservarsi quando i cardinali si riunivano per eleggere un nuovo papa. I Cattolici hanno di solito ritenuto il Concilio di Lione II come il quattordicesimo concilio ecumenico, ma nel 1974 Paolo VI ne parlò come di un « concilio generale dell'Occidente ». CfCrociate; Filioque.

Concilio di Nicea I (325). (inizio)

Il primo concilio ecumenico, convocato dall'Imperatore Costantino il Grande (morto nel 337), e tenutosi a Nicea (oggi, Iznik, in Turchia) per trattare dell'eresia ariana che minacciava di spezzare l'unità della Chiesa e dell'Impero romano. Ario, sacerdote alessandrino, aveva sostenuto che Cristo, ben lungi dall'essere pienamente e veramente divino, era semplicemente la prima creatura di Dio. Il Concilio rispose insegnando che Cristo è il Figlio « Unigenito » del Padre ed è omooùsios (Gr. « dello stesso essere » o « consostanziale ») col Padre (cf DS 125‑130; FCC 0.503‑0.504, 9.041‑9.042). Il Concilio riconobbe anche i diritti patriarcali di Alessandria, Antiochia e Roma e prescrisse per tutti la soluzione alessandrina circa la data di Pasqua. Una stella nascente del Concilio fu sant'Atanasio, divenuto poi vescovo di Alessandria (morto nel 373), che vi partecipò come arcidiacono e accompagnatore del suo vescovo Alessandro di Alessandria. Cf Arianesimo; Concilio Ecumenico; Omooùsios; Patriarca; Simbolo niceno.

Concilio di Nicea II (787). (inizio)

Concilio convocato dall'imperatrice reggente Irene e presieduto da Tarasio, Patriarca di Costantinopoli, con la partecipazione di circa 350 vescovi, fra cui una delegazione dell'Occidente. Trovandosi sotto il dominio islamico, i patriarchi di Alessandria, Antiochia, e Gerusalemme poterono mandare soltanto due monaci ciascuno. Nel condannare l'eresia iconoclasta (gr. « distruzione delle immagini »), il Concilio accolse una lettera mandata dal papa Adriano I e distinse fra prosk_nesis (gr. « venerazione ») o devozione manifestata alle immagini in quanto rappresentano Dio e i Santi, e latrìa (gr. « adorazione ») o culto dovuto a Dio solo. Il Concilio condannò anche la simonìa e dichiarò nulle e invalide le elezioni di vescovi fatte da autorità civili (cf DS 600‑609). Questo Concilio è ritenuto dai Greci Ortodossi come il settimo (ed ultimo) Concilio ecumenico. Esso forma come una sintesi e come l'epilogo dei sei concili precedenti. Cf Icona; Iconoclasmo; Sette concili ecumenici (I); Venerazione dei santi.

Concilio di Sardica (circa nel 343). (inizio)

Concilio tenutosi a Sardica (oggi, Sofia, capitale della Bulgaria) e convocato da Costante I, imperatore d'Occidente e da suo fratello Costanzo II, imperatore d'Oriente, per sedare un diverbio tra l'Oriente e l'Occidente causato dall'Arianesimo e dalla questione dell'ortodossia di sant'Atanasio di Alessandria (circa 296‑373). Dopo il loro arrivo, la maggior parte dei vescovi orientali affermarono di aver udito che il loro imperatore aveva riportato una vittoria e si ritirarono a celebrarla nella vicina Filippopoli. Gli Occidentali, sotto la presidenza di Osio di Cordova, proclamarono l'ortodossia di Atanasio e anche di Marcello di Ancira (= Ankara; Marcello morì nel 374 circa). Questo concilio è importante anche per i suoi canoni disciplinari, dove, tra l'altro, si ammetteva la possibilità di appello al papa (cf DS 133‑136; FCC 7.125‑7.126). Cf Arianesimo; Modalismo; Primato.

Concilio di Trento (1545‑1563). (inizio)

Fu convocato da Paolo III per venire incontro alla grande necessità di una riforma e tenuto nel Nord Italia, nella città di Trento. I cattolici lo classificano come il diciannovesimo concilio ecumenico. Il Concilio di Trento fu il grande concilio della Contro‑Riforma; portò precisazioni sulla dottrina cristiana e rinnovò la disciplina. È costituito di tre periodi. Le prime otto sessioni (1545‑1547) trattarono temi importanti sollevati dai Riformatori, come il rapporto tra la Scrittura e la Tradizione, il peccato originale, la giustificazione e i sacramenti (cf DS 1500‑1630; FCC 2.006‑2.010, 3.054‑3.060, 8.053‑8.116, 9.006‑9.019, 9.048‑9.061, 9.070‑9.072). La tensione fra l'imperatore Carlo V e Paolo III portò a una sospensione del Concilio. Questo venne ripreso sotto il papa Giulio III in un secondo periodo (1551‑1552). I lavori dalla sessione nona a quella quattordicesima comprendono i decreti sull'Eucaristia e sui sacramenti della Penitenza e dell'Estrema Unzione (chiamata oggi: « Unzione degli infermi ») (cf DS 1635‑1719; FCC 9.132‑9.159, 9.227‑9.271, 9.274‑9.284). A causa della rivolta di vari principi contro l'imperatore, il Concilio dovette ancora una volta essere sospeso, e infine si riunì in un terzo periodo (1562‑1563) sotto il papa Pio IV. Le sessioni da 15 a 25 definirono le dottrine riguardanti l'Eucaristia, i sacramenti dell'Ordine e del Matrimonio e il Purgatorio. Le misure disciplinari riguardavano questioni come la « forma » del matrimonio, le indulgenze, la necessità di un indice dei libri proibiti, e tutta una serie di riforme della Chiesa (cf DS 1725‑1861; FCC 9.160‑9.191, 9.288‑9.303, 9.344‑9.359, 9.363, 7.343‑7.347). I decreti del Concilio di Trento, approvati da Pio IV nel 1564 (cf DS 1862‑1870, FCC 0.518‑0.525) diedero una base solida e chiara per il successivo insegnamento della Chiesa, per la teologia, per le riforme istituzionali e per il rinnovamento spirituale. Cf Anabattisti; Battesimo; Calvinismo; Contro‑Riforma; Eucaristia; Forma del matrimonio; Giustificazione; Grazia; Luteranesimo; Protestante; Riforma (La); Sacramento; Sacramento della penitenza; Scrittura e Tradizione; Sola Fede; Sola Grazia; Sola Scrittura; Unzione degli infermi; Zwinglianismo.

Concilio di Vienne (1311‑1312). (inizio)

Questo Concilio fu convocato dal papa Clemente V (1264‑1314) e tenuto a Vienne, in Francia, nel Delfinato. Francese di nascita, il papa aveva trasferito la sede papale ad Avignone, nel Sud della Francia, nel 1309 e ivi i papi rimasero fino al 1377. Questo periodo fu chiamato la « cattività di Avignone ». Volendo appropriarsi i beni dei Templari, un ordine di soldati religiosi fondati da Ugo di Payens nel 1119, il re Filippo IV (« il Bello ») costrinse il papa e il Concilio a condannarli imbastendo false accuse di eresie e di immoralità. Il Concilio condannò inoltre le Beghine, suore che conducevano una vita comune semi‑religiosa, e la loro controparte maschile, i Begardi che sostenevano la possibilità di vedere Dio con gli sforzi naturali (cf DS 891‑899; FCC 7.058). Il Concilio impose un tributo per una crociata, ma il denaro finì nelle tasche di Filippo IV. Senza nominare Pietro Olivi (circa 1248‑1298), il capo dei Francescani spirituali, il Concilio condannò tutta una serie di proposizioni attribuite a lui; insegnò che Cristo realmente soffrì, perché aveva una natura umana completa; l'anima è la forma del corpo; il battesimo dei bambini è necessario per la salvezza (DS 900‑904; FCC 3.029). Concilio Ecumenico; Crociate; Visione beatifica.

Concilio ecumenico (generale). (inizio)

Assemblea straordinaria di vescovi della Chiesa universale i quali, con e sotto il papa, insegnano e legiferano collegialmente e possono anche pronunciarsi infallibilmente su problemi di fede e di costumi fondati sulla rivelazione. Sulla base di un primo elenco steso da san Roberto Bellarmino (1542‑1621), i Cattolici accettano comunemente ventun concili ecumenici dal Niceno I (325) al Vaticano II (1962‑1965). Secondo le norme attuali, spetta al papa convocare un Concilio, presiederlo personalmente o attraverso i suoi legati, determinarne il programma, estendere l'invito a persone che strettamente parlando non avrebbero il diritto a parteciparvi, e confermare i decreti del Concilio. Un Concilio ha bisogno di una nuova convocazione se il papa muore mentre il Concilio è ancora aperto (CIC 337‑341). CfConciliarismo; Conferenza Episcopale; Recezione; Sette Concili Ecuminici (I); Sinodo dei vescovi.

Concili lateranensi. (inizio)

Una serie di Sinodi e di Concili che si sono tenuti nel palazzo del Laterano, adiacente a san Giovanni in Laterano, cattedrale del vescovo di Roma. Nel primo millennio, tutti i concili ecumenici si sono tenuti in Oriente; però, alcuni Sinodi del Laterano hanno goduto di una certa importanza. Il primo fu convocato da Costantino il Grande contro i Donatisti e fu tenuto nel 313 sotto il papa Milziade. Per combattere il Monotelismo, un altro Sinodo famoso fu tenuto nel 649 sotto il papa Martino I, con l'appoggio di un grande teologo orientale, san Massimo il Confessore. Nel Medioevo, cinque concili del Laterano vennero ad essere ritenuti ecumenici dalla Chiesa Latina. Cf Concilio Ecumenico; Donatismo; Monotelismo; Sinodo.

Concilio lateranense I (1123). (inizio)

Fu convocato dal papa Callisto II per ratificare il Concordato di Worms, che pose termine al lungo conflitto delle investiture tra la Chiesa e lo Stato. Il punto dibattuto era il diritto degli imperatori e dei principi di consegnare ai vescovi le insegne del loro ufficio e di ricevere da loro un attestato di fedeltà. Il Concilio legiferò contro le investiture da parte delle autorità civili e mediante venti canoni cercò di riformare il clero (cf DS 710‑712). È considerato dalla Chiesa Cattolica il nono Concilio Ecumenico.

Concilio lateranense II (1139). (inizio)

Fu convocato dal papa Innocenzo II la cui elezione aveva provocato uno scisma. Questo Concilio condannò l'antipapa Anacleto II (morto nel 1138) e i suoi seguaci. Promulgò anche vari canoni contro l'usura e la simonia (cf DS 715‑716), e condannò coloro che simulassero i sacramenti o addirittura li rigettassero (cf DS 717‑718; FCC 9.035, 9.197). C'era anche una rappresentanza di Orientali. Dai Cattolici è ritenuto il decimo Concilio Ecumenico.

Concilio lateranense III (1179). (inizio)

Concilio voluto dal papa Alessandro II per assicurare la libertà nella Chiesa dopo che l'Imperatore Federico I (il Barbarossa) aveva sostenuto tre antipapi. Il decreto più importante richiedeva dai cardinali una maggioranza di due terzi per l'elezione del papa. Questo Concilio emanò anche decreti sul vincolo del matrimonio e sulla forma del battesimo (cf DS 751‑758). I Cattolici lo annoverano come l'undicesimo Concilio Ecumenico.

Concilio lateranense IV (1215). (inizio)

Il concilio più importante dell'Occidente nel Medioevo. Fu convocato dal papa Innocenzo III giunto al vertice del potere temporale della Chiesa. La sua legislazione mirò ad assicurare una società cristiana universale, un sogno nutrito dalla recente fondazione dell'Impero Latino e del patriarcato di Costantinopoli (1204‑1263). Dando per scontato che lo scisma fra Oriente e Occidente fosse finito, il Lateranense IV elencò i patriarcati in questo modo: Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Adottando misure contro gli Albigesi, i Catari e i Valdesi, il Concilio condannò anche alcune teorie di Gioacchino da Fiore (morto nel 1202). Si stabilì che i predicatori avessero un permesso speciale o « missio canonica » da parte del loro vescovo. La parola « transostanziazione » venne usata per descrivere il cambiamento effettuato dalla consacrazione durante la celebrazione eucaristica. Il Concilio vietò l'esistenza di nuovi Ordini religiosi, costringendo i Domenicani ad adottare una regola già vigente. Fu richiesta la confessione annuale per coloro che fossero caduti in qualche peccato mortale (cf DS 800‑820; FCC 6.060‑6.068, 7.025, 9.198‑9.200). Per i Cattolici questo è il dodicesimo Concilio Ecumenico. Cf Albigeismo; Crociate; Inquisizione; Giurisdizione; Transostanziazione; Valdesi.

Concilio lateranense V (1512‑1517). (inizio)

Convocato dal papa Giulio II (1443‑1513) per combattere certe forme di conciliarismo ed alcune teorie che sembravano negare l'individualità e l'immortalità dell'anima. Dopo la morte di Giulio II, succedette Leone X (1475‑1521). Furono stabilite alcune riforme molto utili, ma fu fatto ben poco per attuarle. La Chiesa si trovò così impreparata per la forte sfida che sorse proprio nell'anno in cui si chiuse questo Concilio: le 95 tesi pubblicate da Martin Lutero proprio nel 1517 (cf DS 1440‑1449; FCC 0.035‑0.037, 3.031‑3.032). Per i Cattolici il Concilio Lateranense V è il diciottesimo Concilio Ecumenico. Cf Conciliarismo; Luteranesimo; Riforma (La).

Concilio Vaticano I (1869‑1870). (inizio)

Convocato da Pio IX (papa dal 1846 al 1878) e con lo scopo di trattare molte tematiche fra cui le Chiese d'Oriente. I Patriarchi ortodossi erano stati invitati a partecipare al Concilio, ma declinarono l'invito. I lavori furono interrotti quando le truppe italiane occuparono Roma nel settembre 1870. Fino allora, il Concilio aveva prodotto due Costituzioni: Dei Filius (Lat. « Figlio di Dio ») in cui si trattava di Dio Creatore, della rivelazione, della fede e del rapporto tra la fede e la ragione (DS 3001‑3045; FCC 3.018‑3.025, 1.061‑1.090); e Pastor Aeternus (Lat. « il Pastore eterno »), sul primato e sull'infallibilità del papa (DS 3050‑3075; FCC 7.176‑7.199). Contro il fideismo e il tradizionalismo, la Dei Filius insegnò che dalle opere della creazione si poteva conoscere Dio con certezza. Nell'AT e nel NT c'è stata una rivelazione « soprannaturale » delle verità divine o misteri (al plurale). La definizione dell'infallibilità pontificia provocò lo scisma dei « Vecchi Cattolici » e fu bistrattata dal « Cancelliere di ferro » della Germania, Otto von Bismarck (1815‑1898) nel suo Kulturkampf (Tedesco « lotta culturale »), un tentativo di subordinare la Chiesa all'autorità civile (cf DS 3112‑3117). Il Vaticano I rafforzò la fede cattolica e l'autorità del papa, ma il suo insegnamento sulla rivelazione e sull'autorità papale dovettero essere completati dall'insegnamento del Vaticano II, rispettivamente sulla risposta personale all'autocomunicazione divina e sulla collegialità dei vescovi. Cf Fideismo; Infallibilità; Primato; Razionalismo; Rivelazione; Soprannaturale; Tradizionalismo; Ultramontanismo; Vecchi Cattolici.

Concilio Vaticano II (1962‑1965). (inizio)

Fu convocato dal papa Giovanni XXIII (1881‑1963; papa dal 1958) ed è ritenuto dai Cattolici il ventunesimo Concilio ecumenico. La prima sessione si tenne sotto il papa Giovanni XXIII e le altre tre sotto il papa Paolo VI (1897‑1978; papa dal 1963). Il Concilio intese realizzare un aggiornamento della vita della Chiesa e delle formulazioni dottrinali. Invece di definire nuovi dogmi, volle essere pastorale e promuovere la causa dell'unità dei cristiani e della famiglia umana. Il numero di vescovi non europei che vi parteciparono, fino allora mai così grande, portò Karl Rahner (1904‑1984) a dividere la storia del cristianesimo in tre periodi:

  a) la Chiesa delle origini coi Giudei‑cristiani;

  b) la Chiesa di una cultura specifica, Ellenica o Latina (Europea), che durò molti secoli;

  c) e la Chiesa di tutte le nazioni, che cominciò con il Vaticano II.

  Al Concilio parteciparono oltre duemila vescovi cattolici e osservatori non cattolici delle principali confessioni cristiane. Questo accrebbe il suo valore e fornì una buona piattaforma per il dialogo e un punto di riferimento per tutti. Il 7 dicembre 1965, Paolo VI e il patriarca ortodosso di Costantinopoli Atenagora pubblicarono una dichiarazione congiunta in cui espressero il rincrescimento per nove secoli di divisione e la speranza in una futura riconciliazione. Il primo dei sedici documenti del Concilio fu la Sacrosanctum Concilium (Lat. « Il sacro Concilio ») (4 dicembre 1963), Costituzione liturgica che decise la riforma della liturgia mediante

  a) un ritorno alle forme più antiche e più semplici e

  b) l'uso della lingua del posto.

  Il decreto Inter Mirifica (Lat. « Tra le meravigliose invenzioni ») (4 dicembre 1963) attirò l'attenzione sui mezzi di comunicazione sociale. La seconda sessione produsse la Costituzione dogmatica sulla Chiesa, Lumen gentium (Lat. « Luce delle genti »), una delle realizzazioni più importanti del Concilio. Fu approvata lo stesso giorno (21 novembre 1964), del decreto sulle Chiese Cattoliche Orientali, Orientalium Ecclesiarum (Lat. « Delle Chiese Orientali »), e del decreto sull'ecumenismo, Unitatis redintegratio (Lat. « Ristabilimento dell'unità »), documenti che affidavano alla Chiesa il lavoro ecumenico che doveva portare frutti nei successivi dialoghi ufficiali e non ufficiali. Nella quarta sessione, il Concilio emanò un decreto sul dovere pastorale dei vescovi, Christus Dominus (Lat. « Cristo Signore »), un documento che mirò a rinnovare le strutture sinodali nella Chiesa. Lo stesso giorno (28 ottobre 1965), il Concilio promulgò altri due decreti: Optatam totìus (Lat. « Auspicato rinnovamento di tutta la Chiesa »), sulla formazione dei presbiteri, e Perfectae caritatis (Lat. « Della perfetta carità ») sul rinnovamento della vita religiosa, e due dichiarazioni: Gravissimum educationis (Lat. « L'estrema importanza dell'educazione ») sull'educazione cristiana e Nostra aetate (Lat. « Nel nostro tempo ») sul rapporto positivo della Chiesa con le religioni non cristiane. Il 18 novembre 1965 il Vaticano II approvò ancora due documenti: Dei Verbum (Lat. « La Parola di Dio »), un importante contributo sulla rivelazione divina, che trattò anche della fede, della Scrittura, Tradizione, verità biblica, interpretazione dei Vangeli e ruolo delle Scritture nel rinnovamento della Chiesa intera. L'altro documento fu un decreto sull'apostolato dei Laici, Apostolicam actuositatem (Lat. « L'attività apostolica »). Il 7 dicembre 1965, uscirono gli ultimi quattro documenti del Concilio: una dichiarazione sulla libertà religiosa, Dignitatis humanae (Lat. « Della dignità umana »); un decreto sull'attività missionaria della Chiesa, Ad gentes (Lat. « Alle Genti »); un decreto sul ministero e la vita dei presbiteri, Presbyterorum Ordinis (Lat. « Dell'Ordine dei presbiteri ») e il testo più lungo del Vaticano II, Gaudium et spes (Lat. « Le gioie e le speranze »), una Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. L'8 dicembre 1965, il Concilio Vaticano II, il più grande evento nella vita della Chiesa Cattolica di questo secolo, si concludeva con una liturgia solenne. Cf Concilio ecumenico; Cristiani bizantini; Dogma; Lingua volgare; Sinodo; Sinodo dei vescovi.

Coordinatrice
00Friday, August 16, 2013 10:58 PM

Concorso divino (Lat. « cooperazione divina »). (inizio)

È la cooperazione necessaria e continua di Dio che rende le creature capaci di iniziare, continuare e compiere le loro azioni. Siccome le creature razionali commettono anche peccati, sorge il problema: Come va intesa la collaborazione di Dio in azioni che deliberatamente sono contrarie alla volontà divina? Cf Grazia; Libertà; Molinismo; Onnipotenza; Pelagianesimo; Sinergismo.

Concupiscenza. (inizio)

In genere, desiderio o avidità. Più specificamente, si riferisce al desiderio disordinato che proviene dal peccato originale e che rimane anche dopo il battesimo (cf DS 1515; FCC 3.059). Cf Concilio di Trento; Peccato originale.

Conferenza episcopale. (inizio)

Assemblea di vescovi cattolici di un determinato paese o di una data regione. Si tiene almeno ogni cinque anni per programmare collettivamente le iniziative pastorali che giovino al bene della Chiesa nell'intero territorio. Quando le decisioni ottengono la maggioranza dei due terzi e vengono confermate dalla Santa Sede, hanno forza di legge per l'intero territorio (cf CD 38; CIC 447‑459). Cf Collegialità; Motu Proprio; Vescovo.

Conferenze di Lambeth (inizio)

Assemblee di vescovi anglicani che cominciarono nel 1867 e sono ora tenute circa ogni dieci anni. Avvengono generalmente a Londra nella residenza dell'arcivescovo di Canterbury. Le decisioni di quese conferenze non sono di per sé vincolanti, ma hanno una vasta influenza, specialmente all'interno della comunità anglicana. Cf Comunione anglicana.

Conferenze panortodosse (Gr. « tutto ortodosso »). (inizio)

Movimento che mira a promuovere l'unità di azione nelle varie Chiese autocefale che costituiscono la Chiesa Ortodossa e a favorire i rapporti con le altre Chiese. La prima consultazione panortodossa avvenne a Costantinopoli nel 1923. La seconda, che si tenne sul Monte Athos nel 1930, discusse il programma per un futuro pre‑concilio panortodosso destinato a sua volta a preparare un Santo e Grande Concilio Panortodosso. La prima Conferenza Panortodossa fu tenuta nel 1961; la seconda, nell'isola di Rodi nel 1963, discusse sull'invio di osservatori al Concilio Vaticano II; la terza avvenne ancora a Rodi nel 1964 ed espresse ufficialmente l'avvìo del dialogo con la Chiesa Cattolica Romana. La quarta si riunì nel 1968 a Chambésy, presso Ginevra, e fu deciso di aprirvi un segretariato per preparare il futuro Grande Concilio e rivederne il programma. Temi come gli impedimenti matrimoniali, la riforma del calendario, il digiuno e la posizione delle Chiese Ortodosse fuori dai loro territori tradizionali vi figuravano come temi di primaria importanza. Un incontro preparatorio ebbe luogo nel 1971 ancora a Chambésy. Questo portò a tre conferenze Panortodosse pre‑conciliari (nel 1976, 1982 e 1986) tenutesi nello stesso luogo per discutere in profondità su questi temi e anche sui rapporti ecumenici con altre Chiese. Cf Chiese Orientali; Concilio Vaticano II; Dialogo; Ecumenismo.

Confermazione. (inizio)

Nome dato in Occidente a uno dei sette sacramenti, e precisamente al secondo dell'iniziazione cristiana. Il ministro impone le mani sui candidati e unge la fronte con il crisma dicendo: « Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono ». In Oriente, la confermazione, chiamata crismazione, è amministrata dal presbitero subito dopo il battesimo del bambino. In Occidente, la confermazione è amministrata dal vescovo, e per ragioni pastorali viene più tardi (per es., quando si ha l'uso di ragione, o nel periodo dell'adolescenza). I convertiti adulti, comunque, sono confermati immediatamente dopo il battesimo e prima di ricevere la prima comunione. L'Oriente riconosce la presenza del vescovo nel fatto che il crisma è stato benedetto da lui. In Occidente, il semplice presbitero può essere il ministro straordinario della Confermazione (cf CIC 882; 879‑896). Cf Battesimo; Carattere; Carismi; Crisma; Iniziazione; RICA; Sacramento; Spirito Santo.

Confessione. (inizio)

L'intero sacramento della penitenza, o quella parte di esso in cui i penitenti riconoscono i loro peccati davanti al sacerdote (CIC 959‑991; cf 915‑916). La confessione si compie di solito individualmente, ma l'assoluzione generale (o assoluzione di un gruppo senza premettervi la confessione) può essere data in certe circostanze (cf CIC 961). La confessione una volta all'anno è obbligatoria a tutti i cattolici che hanno raggiunto l'uso di ragione (CIC 989). La confessione dei peccati veniali è raccomandata, mentre i peccati gravi vanno tutti confessati (CIC 988): questo è un altro canone che dimostra come il Codice del 1983 parla di peccati « gravi » anziché di peccati « mortali ». Cf Assoluzione; Attrizione; Contrizione; Concilio Lateranense IV; Sacramento della Penitenza; Soddisfazione; Peccato.

Confessione di Augusta. (inizio)

È la prima esposizione confessionale della Chiesa luterana. Composta principalmente da Filippo Melantone e presentata a Carlo V nella Dieta di Augusta nel 1530, essa consiste in ventuno articoli che presentano in sintesi la dottrina essenziale di Lutero e sette articoli diretti contro abusi della Chiesa Romana. Nel 450o anniversario di questa Confessione (1980), il papa Giovanni Paolo II si unì ai vescovi di Germania nel riconoscere che la Confessione di Augusta esprime verità fondamentali della nostra comune fede cristiana. Cf Dialogo; Luteranesimo.

Confessione di Dositeo. (inizio)

Professione di fede approvata dal Sinodo di Gerusalemme del 1672 e riconosciuta come vincolante dalla Chiesa Ortodossa Orientale. Fu composta principalmente da Dositèo (1641‑1707), patriarca Ortodosso di Gerusalemme dal 1669, il quale si oppose all'influsso protestante sulla Chiesa Bizantina, e in particolare alle idee di Cirillo Lukaris. Cf Chiese Orientali; Ortodossia.

Confessione di Lukaris. (inizio)

Professione di fede di tendenza calvinista scritta dal patriarca di Costantinopoli Cirillo Lukaris (1572‑1638), il teologo più importante della Ortodossia Orientale dopo la caduta di Costantinopoli (1453). Sebbene sia stata ripetutamente condannata nella Chiesa Orientale, la confessione esercitò una notevole influenza sulla teologia ortodossa. Cf Calvinismo; Chiese Orientali; Teologia Orientale.

Confessione di Pietro Moghila. (inizio)

Professione di fede composta dal metropolita ortodosso di Kiev, Pietro Moghila (1597‑1646), in opposizione alle tendenze calviniste di Cirillo Lukaris. Approvata con alcune modifiche dal Sinodo di Jassy, nell'odierna Romania (1642) e dai principali patriarchi ortodossi nel 1643, questa confessione rimane il documento filo‑latino più importante che sia stato accettato dagli Ortodossi.

Confucianesimo. (inizio)

Credenze e pratiche provenienti dagli antichi classici cinesi e trasmessi in modo speciale da Confucio o K'ung Fu‑tzu (circa 550‑478 a.C.). È probabile che sia l'autore dell'ultimo dei cinque libri classici o « canonici »: il Shu King (documenti storici), il Shih King (poemi), il Li Ki (cerimonie e istituzioni), il Yi King, o libro del cambio, e gli Annali di Lu. Confucio approvò la religione tradizionale del suo tempo, privilegiando i rituali religiosi e credendo fermamente nel T'ien, una potenza cosmica suprema che assegna alle cose e agli esseri umani le rispettive sorti. Su questa base, Confucio sviluppò il suo insegnamento etico. Insistette sulla sincerità, sulla fedeltà ai principi, e sulla formazione alla gentilezza (jên) e al buon carattere. Insegnò che la bontà interiore è espressa pienamente in tutte le relazioni umane attraverso il decoro, la correttezza e l'osservanza dei riti (li). I segni della vera nobiltà sono la gentilezza, la pietà filiale, la fedeltà, la reciprocità, la corretteza e un armonioso equilibrio tra gli estremi. Dal 200 circa a.C. al 1912 d.C., il Confucianesimo fu la religione ufficiale di stato in Cina. Cf Buddismo; Taoismo; Zen.

Consacrazione. (inizio)

L'atto solenne con cui qualcosa o qualcuno è messo da parte per Dio. Le persone sono consacrate per i servizi sacri; gli edifici sono destinati al culto; il pane e il vino sono consacrati nel punto culminante della celebrazione eucaristica.

Consensus fidelium. (inizio)

Cf Sensus fidelium.

Consigli evangelici. (inizio)

Tre ideali radicali per il discepolato cristiano che comportano la scelta libera di una vita di povertà, celibato e obbedienza per amore del Regno di Dio (cf DS 1087‑1094, 1810, 3911; FCC 7.073‑7.074, 9.357; CIC 573; LG 43‑44). Cf Celibato; Perfezione; Povertà; Regno di Dio; Ubbidienza; Vita religiosa.

Consiglio ecumenico delle Chiese. (inizio)

Una riunione di Chiese che fu formata dal sorgere del Movimento Fede e Ordine e da quello Vita e Lavoro nella prima assemblea del Consiglio Ecumenico delle Chiese a Amsterdam nel 1948. L'intento princpale di questo Consiglio è quello di chiamare tutte le Chiese a raggiungere l'unità visibile in un'unica fede e in un'unica Eucaristia. Nello stesso tempo, il Consiglio Ecumenico considera se stesso come un'espressione provvisoria di quella unità e come il luogo d'incontro e di collaborazione tra le Chiese cristiane. Furono tenute assemblee generali ad Amsterdam (1948), a Evanston USA (1954), a Nuova Delhi (1961), a Uppsala (1968), a Nairobi (1975), a Vancouver (1983) e a Canberra (1991). Il Consiglio Ecumenico delle Chiese con sede a Ginevra comprende 314 Chiese che appartengono a varie tradizioni: Anglicani, Ortodossi e Protestanti. A partire dal 1965, la Chiesa Cattolica, pur non facendone parte, ha contatti regolari con il Consiglio Ecumenico mediante il gruppo di lavoro congiunto. Cf Dialogo; Ecumenismo; Fede e Ordine.

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00Friday, August 16, 2013 10:59 PM

Consostanziale. (inizio)

Cf Omooùsios.

Consostanziazione (inizio)

(Lat. « insieme alla sostanza »).

Teoria condannata dal Concilio di Trento (1545‑1563) secondo cui, dopo le parole della consacrazione eucaristica, la sostanza del pane e quella del vino continuerebbero ad esistere insieme al Corpo e al Sangue di Cristo (DS 1652; FCC 9.150). Cf Transostanziazione.

Contemplazione. (inizio)

Forma di preghiera silenziosa in cui la mente e l'immaginazione sono meno attive, mentre il credente guarda con amore Dio e i divini misteri. Quando la contemplazione proviene da un esercizio diligente, si chiama « acquisita ». Quando è semplicemente concessa come dono speciale di Dio, si chiama « infusa». Cf Meditazione; Preghiera.

Contingenza. (inizio)

Caratteristica degli esseri e degli eventi che non esistono o non accadono per necessità, ma unicamente in dipendenza, in ultima analisi, da Dio, l'unico Essere che esiste necessariamente.

Contrizione. (inizio)

È il dolore sincero dei peccati commessi accompagnato dal proposito di non peccare di nuovo (cf Sal 51; Lc 15,11‑32; 18,9‑14; DS 1676‑1678; FCC 9.236‑9.238). La contrizione è necessaria affinché il sacramento della penitenza sia valido (cf DS 1451‑1465; 1704; FCC 7.089‑7.091, 8.047‑8.049, 9.218‑9.226, 9.260). Cf Attrizione; Metànoia; Sacramento della penitenza.

Controriforma. (inizio)

Si chiama così la riscossa e la reazione della Chiesa Cattolica (dal 1520 circa alla fine della Guerra dei Trent'Anni nel 1648) alle forze della Riforma. Il termine, però, è problematico, in quanto notevoli sforzi per riformare la Chiesa erano stati intrapresi molto tempo prima che Martin Lutero iniziasse la sua protesta nel 1517. La Spagna era rimasta praticamente immune dal Protestantesimo, grazie in parte alle riforme già introdotte dal cardinale Francisco Ximénez de Cisneros (1436‑1517) e appoggiate dalla Corte di Spagna. In Italia, Girolamo Savonarola (1452‑1498) era morto per la causa della riforma ecclesiastica. Il Concilio Lateranense V (1511‑1517) aveva deciso di eliminare gli abusi. Dopo il trauma provocato dalla protesta di Lutero, le forze riformiste all'interno della Chiesa Cattolica guadagnarono comunque terreno. Sorsero nuovi Istituti religiosi come i Teatini, fondati da san Gaetano (1480‑1547) e da Giovanni Pietro Caraffa che divenne poi Paolo IV (1476‑1559), e i Cappuccini, fondati da Matteo da Bascio (morto nel 1552). Sebbene la maggior parte dei libri di testo dicano che sant'Ignazio di Loyola (1491‑1556) abbia fondato l'Ordine dei Gesuiti per combattere il Protestantesimo, questo non era comunque l'obiettivo principale quando ricevette l'approvazione pontificia (1540). Egli mirava piuttosto alla riforma della vita cattolica in Europa e all'apostolato nelle terre di missione. Più tardi, specialmente con san Pietro Canisio (1521‑1597), i Gesuiti si impegnarono maggiormente nel tenere unite nell'unica Chiesa Cattolica la Germania, l'Austria, la Polonia, l'Inghilterra e altri paesi. In seguito, tra i personaggi importanti della Controriforma, spiccano: san Filippo Neri (1515‑1595), san Carlo Borromeo (1538‑1584), san Francesco di Sales (1567‑1622) e Maria Ward (1585‑1645). Il Concilio di Trento ebbe un'importanza enorme nel restaurare eo nel riformare un'intera serie di punti dottrinali e di costumi della Chiesa. Una trattazione completa della Controriforma deve anche tener conto dell'influsso esercitato dai Collegi dei Gesuiti, dalla cultura barocca, dalle missioni nelle Americhe, in Asia ed in Africa, e dai regni di Carlo V (1500‑1558) e di Filippo II (1527‑1598) di Spagna. Cf Calvinismo; Concilio di Trento; Concilio Lateranense V; Inquisizione; Luteranesimo; Presbiterianesimo; Protestante; Puritani; Riforma (La); Tubinga e le sue scuole.

Controversia teopaschita (inizio)

(Gr. « sofferenza di Dio »).

È una controversia che durò dal V secolo fino a dopo il Costantinopolitano II (553) e che riguardava le asserzioni sul Figlio di Dio che soffre e muore per noi. Siccome Dio in quanto Dio non può soffrire, l'unione della natura divina e di quella umana nell'unica persona di Gesù Cristo giustifica la confessione di quei monaci Sciti che in una visita a Roma verso il 519 dichiararono: « Uno della Trinità ha sofferto ». Giovanni II tolse ogni ambiguità quando, nel 534, aggiunse « nella carne » come parte fissa della formula (cf DS 401; FCC 5.012). CfCommunicatio idiomatum; Concilio Costantinopolitano II; Sofferenza di Dio; Trisagio.

Conversione. (inizio)

Abbandonare l'affetto al peccato per ritornare a Dio in un modo che abbracci sia l'integrità della persona, sia il bene della comunità cristiana. La conversione è richiesta con la venuta del regno di Dio (Mc 1,15; Mt 4,17). Cf Metànoia.

Copti. (inizio)

Cf Cristianità copta.

Cori degli angeli. (inizio)

Si tratta del modo di classificare gli angeli in nove Cori. Questa classificazione va ben oltre i dati limitati della Bibbia. È diventata popolare per opera dello pseudo‑Dionigi, uno scrittore cristiano anonimo del V o VI secolo. I suoi nove Cori di Angeli furono suddivisi in gruppi di tre: i Serafini, i Cherubini e i Troni; le Dominazioni, le Virtù e le Potestà; i Principati, gli Arcangeli e gli Angeli. Cf Angeli; Angeli custodi.

Corpo di Cristo. (inizio)

Termine che indica:

  a) il corpo umano di Gesù;

  b) il Cristo risorto presente nell'Eucaristia;

  c) la Chiesa (o Corpo Mistico di Cristo) costituita da quanti sono incorporati a Cristo mediante il battesimo e lo Spirito Santo;

  d) la festa celebrata nel rito romano dopo la domenica della Trinità per onorare il Santissimo Sacramento.1 Cf Chiesa; Santissimo Sacramento.

Corpo mistico di Cristo. (inizio)

Cf Corpo di Cristo.

Corpus Domini (Lat. « Corpo del Signore »). (inizio)

Una festa della Chiesa d'Occidente che si celebra il giovedì o la domenica dopo la Solennità della Trinità e in cui si commemora il dono che Cristo fa di sé nell'Eucaristia. L'istituzione di questa festa deve molto alla beata Giuliana di Liegi (morta nel 1258). Cf Corpo di Cristo; Eucaristia; Santissimo Sacramento.

Corpus Iuris Canonici (inizio)

(Lat. « Corpo del Diritto Canonico »).

È la raccolta principale di leggi della Chiesa Cattolica fino a quando il papa Benedetto XV promulgò il Codice di Diritto Canonico nel 1917. Il Corpus Iuris Canonici fu composto in sei tappe:

  a) Graziano, un monaco di Bologna del XII secolo creò la disciplina del diritto canonico col mettere insieme in maniera sistematica leggi emanate da Concili, da papi e da Padri della Chiesa. Fece questo nella sua Concordia discordantium canonum (Lat. « Concordanza di canoni discordanti »), chiamata comunemente Decretum Gratiani (Lat. « decreto di Graziano ») (1141).

  b) Il papa Gregorio IX (circa 1148‑1241) incaricò il famoso canonista san Raimondo di Peñafort (1185‑1275) di completare il Decreto di Graziano. Si ebbe come risultato il Liber decretalium extravagantium (Lat. « Libro delle decretali non ancora incluse »). Quest'opera fu divisa in cinque libri e promulgata per autorità del papa.

  c) Bonifacio VIII (circa 1234‑1303) aggiunse un sesto libro nel 1298, il Liber sextus decretalium.

  d) In connessione con il Concilio di Vienne (1311‑1312), Clemente V (1264‑1314) aggiunse altre leggi. Queste decretali furono promulgate nel 1317 e sono note come Decretali Clementine.

  e) I decreti dil papa Giovanni XXII (1249‑1334) furono riuniti e pubblicati come Extravagantes Johannis XXII.

  f) Infine, le Extravagantes communes, o decretali papali emanate tra il 1261 e il 1471, entrarono nel Corpus Iuris Canonici che fu riveduto e promulgato dal papa Gregorio XIII (1502‑1585). Cf Codex Iuris Canonici.

Corredentrice. (inizio)

Questo titolo si applica a Maria per esprimere la sua cooperazione all'opera della salvezza. Pur rimanendo strettamente subordinata a Cristo che è l'unica fonte della grazia, Maria coopera all'Incarnazione (Lc 1,26‑38) e si unisce al sacrificio redentore del suo Figlio sulla croce (Gv 19,25‑27) (cf DS 3370; FCC 5.032). Cf Eva; Incarnazione; Nuova Eva; Redenzione; Riscatto.2

Corruzione totale. (inizio)

Con questo termine, i Calvinisti affermano che gli esseri umani sono stati radicalmente corrotti dal peccato originale. Cf Caduta (La); Calvinismo.

Coscienza. (inizio)

È la capacità di valutare e scegliere il proprio agire in base alla legge che Dio ha scritto nei nostri cuori (Rm 2,12‑16). La coscienza non va identificata semplicemente con la legge di Dio, perché può venire meno alla guida dello Spirito Santo per scrupolosità, o lassismo, o insensibilità. Cf Cuore; Teologia Morale.

Coscienza classica. (inizio)

È un'espressione forgiata da Bernard Lonergan (1904‑1984) per descrivere come la cultura condizioni la conoscenza nel suo progredire da una conoscenza ingenua ad una conoscenza filosofica. La coscienza classica è una forma sviluppata di conoscenza che ritiene una cultura come normativa e criterio supremo per giudicare le altre esperienze e espressioni culturali. Dopo aver dominato per parecchi secoli in Occidente, la coscienza classica ha ceduto il posto a una coscienza pluralistica, che è più descrittiva che normativa. In teologia, ciò vuol dire che molte risposte classiche, anche se non sono necessariamente invalidate, non possono più essere conservate come interpretazioni esclusive della fede cristiana. Cf Metodi in teologia; Pluralismo.

Cosmo (inizio)

(Gr. « mondo », « ornamento »).

L'universo nel suo complesso ordinato. Nel NT, la parola « cosmo » può indicare semplicemente le forze che reggono il nostro mondo (Gal 4,3), oppure il mondo in quanto ostile a Cristo (Gv 1,10). Nella teologia orientale, per cosmo si intende la bellezza del creato contrapposta alla bruttezza causata dal caos (cf Gn 1,1-2,4). Cf Doxa; Mondo; Teologia della bellezza.

Cosmologia. (inizio)

Interpretazione sistematica dell'universo nella sua origine fondamentale, nella sua natura, nel suo ordine e nel suo fine. Cf Argomento cosmologico; Creazione; Escatologia; Protologia.

Costantinopoli. (inizio)

Cf Concilio costantinopolitano.

Costanza. (inizio)

Cf Concilio di Costanza.

Creatura. (inizio)

Tutto ciò che non è Dio e che dipende nell'esistenza da Dio. Mentre tutte le creature partecipano della bontà divina (Gn 1,31), gli esseri umani sono stati creati ad immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26‑27) e si realizzano pienamente con l'amare sinceramente Dio e il prossimo. Cf Immagine di Dio.

Creazione. (inizio)

L'atto con il quale Dio con libertà sovrana e dal nulla ha dato vita e conserva nell'essere tutto ciò che esiste (DS 800; 3002; FCC 6.060, 3.019). La Bibbia è meno interessata al punto iniziale che al prodotto finale della creazione: l'universo creato per la gloria di Dio (per es., Is 43,7; Sal 8; cf DS 3025; FCC 3.025). Cf Causalità; Contingenza; Deismo; Evoluzionismo; Panteismo.

Creazionismo. (inizio)

  a) È la dottrina secondo cui ogni anima umana è creata direttamente da Dio (cf DS 3896; FCC 3.033) e non è generata dai genitori, come vorrebbe il traducianesimo.

  b) Il creazionismo (chiamato in questo caso anche « fissismo ») è la teoria che si oppone all'evoluzionismo. Secondo il creazionismo, o fissismo, i racconti del Genesi vanno intesi in maniera fondamentalista, cioè, alla lettera: il nostro universo è venuto all'esistenza mediante una serie di interventi divini ben separati. Cf Anima; Evoluzionismo; Fondamentalismo.

Credo. (inizio)

Cf Simbolo apostolico; Simbolo atanasiano.

Cresima. (inizio)

Cf Confermazione.

Crisma (Gr. « olio per ungere »). (inizio)

Nella Chiesa d'Occidente, indica l'olio che il vescovo consacra (assieme ad altri oli) il Giovedì Santo durante la Messa del Crisma al mattino. È composto comunemente di una mescolanza di olio d'oliva e di balsamo; viene usato nel battesimo e nella cresima, per consacrare presbiteri, vescovi, chiese e altari. Nella Chiesa d'Oriente, questo olio è chiamato myron (Gr. « olio per ungere »). La « crismazione » corrisponde a quello che la Chiesa Latina chiama sacramento della Confermazione. Cf Unzione.

Cristianesimo. (inizio)

È la religione di coloro che fanno parte delle Chiese e comunità cristiane. Cf Farsi cristiano.

Cristiani. (inizio)

I seguaci di Cristo. Questo termine fu usato per la prima volta ad Antiochia di Siria (At 11,26).

Cristiani anonimi. (inizio)

Termine usato da Karl Rahner (1904‑1984) per designare coloro che sono salvati dalla grazia di Cristo, anche se (non per colpa loro) rimangono non battezzati e fuori dalla comunità cristiana (cf LG 16 e GS 22). Il Rahner sviluppò questa espressione e questa tesi alla luce della volontà salvifica universale di Dio (1 Tm 2,4). Cf Chiesa; Salvezza.

Cristiani bizantini. (inizio)

ome che si dà comunemente ai cristiani che appartengono alla tradizione liturgica, canonica, spirituale e teologica che si formò quando, nel 330, Costantino il Grande trasportò la sua capitale da Roma a Bisanzio sul Bosforo e cambiò il nome di questa città in quello di Costantinopoli.

  a) Bizantini Greci. Rivendicando, a partire dal 381 e soprattutto nel 451, una posizione seconda soltanto a Roma, Costantinopoli divenne il centro indiscusso per la maggioranza dei cristiani dell'Oriente. Nel 1054, il suo patriarca e i legati del papa si scomunicarono reciprocamente. Dopo che i turchi espugnarono la città nel 1453, i patriarchi hanno continuato a godere un primato di onore su tutti gli Ortodossi Orientali. Nel 1965, il papa Paolo VI e il patriarca Atenagora tolsero reciprocamente la scomunica che comunque era stata spesso ignorata.

  b) Cristiani Bizantini‑Slavoni. Sono quei cristiani di tradizione bizantina che nella loro liturgia usano lo slavone della Chiesa antica anziché il greco. Ci sono Chiese in comunione con Costantinopoli (per es., i Russi, gli Ucraini, i Serbi, i Bulgari, i Ruteni, ecc.), e controparti che sono in comunione con Roma. La missione dei santi Cirillo e Metodio nell'863 diede inizio alla conversione al cristianesimo dei popoli slavi. Cirillo escogitò un alfabeto per la vecchia Chiesa slavonica, il Glagolitico, sostituito poi dall'alfabeto « cirillico », non creato dal santo, ma che da lui prese il nome, e che è tuttora in uso. Col battesimo del principe Vladimiro di Kiev nel 988, il cristianesimo divenne la religione ufficiale della Rus'di Kiev.

  c) Altri cristiani bizantini. Oltre ai bizantini di lingua greca e quelli di lingua slava, ci sono parecchi altri gruppi etnici che comprendono i Georgiani, alcuni Arabi e, più consistenti, i Rumeni che oggi costituiscono la seconda grande Chiesa ortodossa. Cf Chiese Orientali; Concilio di Calcedonia; Concilio Costantinopolitano I; Ruteni.

Cristiani di san Tommaso. (inizio)

Cf Cristiani Malabarici.

Cristiani malabarici. (inizio)

Sono gruppi di cristiani di rito orientale che risiedono nel Kerala (Sud‑Est dell'India). Sono noti come « cristiani di san Tommaso », in quanto ritengono di essere stati convertiti dall'apostolo san Tommaso e venerano la sua tomba nei pressi di Madras. Anticamente, facevano parte di quella che ora è chiamata la Chiesa (Assiriana) dell'Oriente, ma che era spesso nota come Chiesa nestoriana o caldea, o Chiesa Siriana Orientale (= Oriente dell'impero bizantino). Quando i Portoghesi giunsero in India, nel XVI secolo, i cristiani malabarici rinunciarono alla loro unione col patriarcato di Mesopotamia e abiurarono gli errori nestoriani nel Sinodo di Diamper nel 1599. Però, la latinizzazione del loro rito portò molti a separarsi da Roma. Sorsero così tre comunità principali:

  a) un gruppo si staccò da Roma nel 1653 e si unì alla Chiesa Siriana Ortodossa. È tuttora conosciuto da molti come la Chiesa Giacobita e usa la liturgia siriana‑occidentale;

  b) un gruppo si staccò da Roma nel 1652, ma ritornò nel 1662. Con leggere modifiche, fu loro permesso di usare la Liturgia nestoriana di Addai e Mari, caratterizzata dalle parole piene dell'epìclesi e dall'assenza delle parole dell'istituzione;

  c) un gruppo di Giacobiti si unirono a Roma nel 1930 e formarono la Chiesa (dell'Unione) Malancarese. Malankar è un altro nome che indica il Kerala. Hanno conservato la loro antica liturgia siriana e l'hanno tradotta in Malayalam.

  Cf Chiesa Apostolica assiriana d'Oriente; Epiclesi; Liturgia; Monofisismo; Rito.

 
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Cristianità. (inizio)

Nome collettivo dato ai criastiani, ai paesi cristiani e all'influsso culturale e religioso del cristianesimo.

Cristianità armena. (inizio)

È uno Stato diviso oggi tra la Turchia, l'ex Unione Sovietica e l'Iran. L'Armenia fa risalire la sua evangelizzazione agli apostoli Taddeo, Bartolomeo, Simone e Giuda. Sebbene il cristianesimo sia arrivato alla fine del I secolo, tuttavia la fondazione certa di questa cristianità va attribuita a san Gregorio l'Illuminatore (circa 260 ‑ circa 328). Egli convertì il re che proclamò il cristianesimo religione di Stato nel 301. Era la prima volta che succedeva una cosa del genere. La guerra impedì all'Armenia di mandare delegati al Concilio di Calcedonia (451). Rimase unita a Costantinopoli fino al 518 quando questo patriarcato finì per accettare Calcedonia. Dopo questa data, l'Armenia rimase non calcedonese. Durante le Crociate (1198) e nel Concilio di Firenze (1439), fu raggiunta un'unione temporanea con Roma (cf DS 1006‑1020; 1310‑1328; 1344‑1345; FCC 9.002‑9.005, 9.044‑9.047, 9.084‑9.086, 9.128‑9.131). Nel 1743, una parte della Chiesa Armena riconobbe il papa (cf DS 1534; FCC 8.067). Il suo primate, o Catholicos,risiede nel Libano. Cf Chiese Orientali; Concilio di Calcedonia; Concilio di Firenze; Monofisismo.

Cristianità copta (inizio)

(Arabo: « qubti », dal Gr. per « egiziano »).

È quella Chiesa che fa risalire le sue origini all'evangelista Marco il quale avrebbe subìto il martirio ad Alessandria nel 68 d.C. Verso la fine del II secolo, questa Chiesa assunse una sua identità propria e dopo il Concilio di Calcedonia (451) proseguì per la sua via col conservare una forma verbale di monofisismo. Da quando l'arabo è diventato la lingua del luogo, il copto, una forma tardo‑antica della lingua egiziana, è ora usato soltanto nella liturgia. Grazie agli sforzi per una comunione più ampia, una Chiesa copta che riconosce Roma è sorta verso la fine del XVIII secolo (cf DS 1330‑1353; FCC 6.072‑6.075; 2.004‑2.005; 7.027). Il compito che hanno da affrontare tutti i Copti è quello di mostrare come la loro forma di cristianesimo, ricco di monachesimo e di letteratura, può contribuire a contrastare il predominio dell'Islamismo in Egitto. Cf Chiese Orientali; Melkiti; Monofisismo; Ortodossi Orientali.

Cristianità etiopica. (inizio)

Fondata da due Siriani, san Frumenzio e Edesio, la Chiesa etiopica finì sotto il patriarca di Alessandria quando Frumenzio fu consacrato vescovo da sant'Atanasio di Alessandria. Il cristianesimo divenne presto religione di stato, con la capitale religiosa ad Axum e un metropolita o « abuna » (« padre nostro »). Mediante il collegamento egiziano e i « Nove Santi » probabilmente monaci siriani che erano venuti in Etiopia perché erano contrari al Concilio di Calcedonia (451), la Chiesa etiopica divenne non calcedonese in modo pacifico. L'unione raggiunta con Roma nel Concilio di Firenze (1442) fu di breve durata (cf DS 1330‑1353; FCC 6.072‑6.075; 2.004‑2.005; 7.027). La conversione dell'imperatore al cattolicesimo nel 1621 finì con la sua abdicazione nel 1632. Nel secolo XX, l'imperatore Hailè Selassiè riformò la Chiesa e promosse l'instaurazione di un patriarcato etiopico indipendente nel 1959. Il patriarcato Orientale Ortodosso di Alessandria ritiene di avere un primato d'onore sulla Chiesa etiopica. La cristianità etiopica orientale è caratterizzata da certi elementi giudaici, come la pratica della circoncisione e l'osservanza del sabato. La lingua usata per la liturgia è il classico Ge'ez. Un piccolo gruppo di cristiani etiopici in comunione con Roma forma la Chiesa Cattolica Etiopica, usa il rito etiopico, e, a partire dal 1961, ha la sua sede metropolita in Addis Abeba. CfAutocefalo; Chiese Orientali; Concilio di Calcedonia; Cristianità copta; Monofisismo; Ortodossi Orientali.

Cristo. (inizio)

Cf Messia.

Cristocentrismo. (inizio)

 È la focalizzazione sistematica di tutta la teologia e della vita devozionale sulla persona e l'opera di Gesù Cristo.

Cristo della fede. (inizio)

Espressione che vuole indicare il divario che esiste tra i risultati provenienti da uno studio puramente storico di Gesù e la posizione della fede che accetta Gesù come Figlio di Dio e Salvatore del mondo. Cf Gesù Storico.

Cristofania (inizio)

(Gr. « manifestazione dell'Unto »).

La rivelazione di Gesù come l'Unto di Dio, o Messia. Ciò accadde non solo nel battesimo di Gesù nel Giordano (Mt 4,16‑17; Mc 1,9‑11; Lc 3,21‑22) e nella sua Trasfigurazione sul Monte Tabor (Mt 17,1‑13; Mc 9,2‑8; Lc 9,28‑36), ma soprattutto nelle apparizioni pasquali. Cf Apparizioni del Signore risorto; Messia; Trasfigurazione; Unzione.

Cristologia. (inizio)

È l'interpretazione teologica di Gesù Cristo che approfondisce chi e che cosa è Gesù in sé per coloro che credono in lui. In modo meno sistematico, il NT contiene già vari approcci cristologici a Gesù. Cf Cristologia funzionale; Soteriologia; Unione ipostatica.

Cristologia dal basso. (inizio)

Tipo di cristologia che si sviluppa da un approfondimento della storia umana di Cristo, specialmente come viene presentata dai « Vangeli sinottici ». Cf Teologia antiochena; Cristologia del Logòs; Anthropos.

Cristologia dall'alto. (inizio)

Tipo di cristologia che viene sviluppato dal tema del Verbo o Figlio di Dio, preesistente, che scese nel nostro mondo (Gv 1,14). Cf Cristologia del Lògos‑Sarx; Teologia Alessandrina.

Cristologia del Logos‑anthropos (inizio)

(Gr. « Parola‑uomo »).

Si chiama così una cristologia dal basso, caratteristica di Teodoro di Mopsuestia (circa 350‑428) e della Scuola di Antiochia, interessata a difendere la piena umanità di Gesù Cristo. Siccome gli Antiocheni partivano dalla dualità delle nature (la piena natura umana di Cristo e la sua natura divina), dovevano affrontare la questione: Come la divinità e l'umanità di Cristo sono unite nell'unico soggetto agente? La loro cristologia poteva deviare abbandonando la reale unità di Cristo e finendo con l'ammettere due soggetti: il Verbo assumente e l'uomo Gesù che è assunto. Cf Concilio di Calcedonia; Cristologia dal basso; Nestorianesimo; Teologia alessandrina; Teologia antiochena.

Cristologia del Logos‑sarx (Gr. « Parola‑carne ». (inizio)

Una cristologia « dall'alto », caratteristica di Origene (circa 185 ‑ circa 254) e di san Cirillo di Alessandria (morto nel 444), centrata sul Lògos che, preesistente da tutta l'eternità, scese nel mondo. La scuola alessandrina riuscì generalmente a conservare la divinità genuina e la vera unità di Cristo come unico soggetto agente. Per alcuni Alessandrini, il punto più serio stava nel mostrare la sua umanità reale e affrontare la questione: Come ha potuto la Parola eterna di Dio assumere un modo di agire genuino e pienamente umano? Riguardo alla cristologia delLògos‑sarx nel suo rapporto con la cristologia del Lògos‑ànthropos, Alois Grillmeier (nato nel 1910) ha messo in evidenza che non è possibile identificarle rispettivamente con la cristologia alessandrina e quella antiochena, in quanto ci sono casi discordanti di non lieve importanza. CfConcilio di Efeso; Neo‑Caleedonesimo.

Cristologia discendente. (inizio)

Si distingue dalla « cristologia ascendente ». La cristologia « discendente sottolinea la divinità di Cristo. Questa distinzione non va confusa con un'altra distinzione: cristologia implicita e cristologia esplicita. Cf Cristologia dall'alto; Cristologia dal basso.

Cristologia funzionale. (inizio)

Una cristologia che si concentra sull'attività salvifica di Cristo e in questo modo coincide largamente con la Soteriologia. Tuttavia, implica necessariamente una cristologia ontologica che consideri chi e che cosa Cristo è in se stesso. Cf Cristologia; Soteriologia.

Critica biblica. (inizio)

Si chiama così la ricerca moderna di una comprensione più ricca della Bibbia seguendo, da parte degli studiosi, vari approcci. La critica testuale cerca di stabilire, fin dove è possibile, le parole originali della Scrittura. La critica storica si propone di chiarire la data, il primo contesto e l'intento di ogni libro biblico, servendosi dell'apporto di altre scritture e fonti esterne, come possono essere i reperti archeologici e la letteratura extra‑biblica. La critica delle forme analizza e classifica i generi del linguaggio e dello scritto biblico (per es., le parabole e i racconti di miracoli). La critica delle tradizioni indaga sul modo con cui sono entrate nei libri della Bibbia le tradizioni orali e scritte così come le possediamo ora. La critica delle redazioni studia:

  a) le motivazioni e i propositi degli autori biblici nel pubblicare le tradizioni ereditate e

  b) il significato e il messaggio che desideravano trasmettere ai loro specifici destinatari.

  La critica letteraria tratta del valore e dell'impatto dei testi biblici in quanto opere di letteratura (cf DS 3829‑3831; FCC 2.069). Cf Ermeneutica; Parabola; Quelle; Redaktiongeschichte; Sensi della Scrittura; Vangeli sinottici.

Critica storica. (inizio)

Cf Critica biblica.

Croce. (inizio)

Segno cristiano caratteristico, che esprime la morte di Cristo per la nostra salvezza ed è usato da Paolo per sintetizzare il suo messaggio (1 Cor 1,17‑18). La festa dell'Esaltazione della Santa Croce il 14 settembre, la venerazione della Croce il Venerdì Santo, il segno di croce e, nella tradizione latina, le Stazioni della « Via Crucis », sono alcuni dei tanti modi per ricordare la morte di Cristo in croce. Inoltre, la croce è sempre ricordata e ri‑presentata mediante i sacramenti della Chiesa. Cf Icona; Theologia Crucis.

Crociate (Lat. « croce »). (inizio)

Spedizioni militari intraprese dai cristiani d'Occidente per liberare dalla dominazione islamica la terra dove Gesù visse e morì. Tra il 1096, quando Pietro l'Eremita predicò la prima Crociata, e il 1270, quando quella che è comunemente considerata l'ultima Crociata terminò con la morte di san Luigi IX, ci furono cinque Crociate principali. Le spedizioni dei cristiani contro i Turchi continuarono nei secoli successivi. Le Crociate hanno acceso la fantasia di scrittori e pittori, ma i loro effetti negativi hanno prodotto una frattura profonda tra l'Oriente e l'Occidente. Nel 1204, quando i Crociati saccheggiarono Costantinopoli e fondarono l'Impero e il Patriarcato Latino, fu messo praticamente il sigillo allo scisma tra Roma e Costantinopoli. D'altra parte, è un fatto che le Crociate favorirono i contatti culturali. Cf Aristotelismo; Cristiani bizantini; Scisma.

Culto. (inizio)

Adorazione di Dio che si esprime nella lode, nel ringraziamento, nell'offerta di sé, nel pentimento e nell'impetrazione di grazie. Il culto personale di Dio può avvenire dovunque e in ogni tempo (Gv 4,21‑24). Il culto cristiano pubblico è la liturgia che è centrata su Cristo, il quale come Sommo Sacerdote ha offerto per la nostra salvezza il sacrificio della Nuova Alleanza (Eb 4,14-10,25). Il nostro culto consiste nel partecipare all'atto sacerdotale di Cristo per la nostra salvezza (SC 7) e questo comporta il sacrificio vivente della nostra esistenza quotidiana (Rm 12,1). Cf Adorazione; Alleanza; Iperdulìa; Liturgia; Liturgia delle Ore; Pasto cultuale; Preghiera impetratoria; Sacerdoti; Sacrificio; Virtù della penitenza.

Cuore. (inizio)

Per la Bibbia, è il centro interiore della conoscenza, dei sentimenti e delle decisioni dell'uomo (Is 65,14; Ger 24,7; Lc 2,19). Il cuore è la sede dei pensieri buoni e cattivi (Mc 7,21; Lc 6,45), e può essere la sede della sapienza (1 Re 3,12) e lo strumento della fede (Rm 10,10). Lo Spirito Santo abita nel cuore dei giustificati (Rm 5,5). Questo tema è sviluppato dai Padri ed è tuttora un concetto fondamentale per l'antropologia orientale. La Scolastica occidentale, pure apprezzando il valore biblico del termine, lo ritenne tuttavia troppo generico e preferì esprimersi in termini di facoltà dell'anima (intelletto, volontà, passioni). Cf Antropologia; Cardiognosi; Esicasmo; Preghiera del cuore; Preghiera di Gesù; Sacro Cuore; Scolastica.

 
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00Sunday, August 18, 2013 1:18 PM

D

Dannazione. (inizio)

(Lat. « condanna »).

La sorte di coloro che muoiono in peccato mortale senza pentirsi. Avendo radicalmente respinto Dio e i loro fratelli (Mt 25,31‑46), soffriranno per sempre le pene dell'inferno. CfGiudizio; Inferno; Riprovazione.

Decalogo  (Gr. « dieci parole »). (inizio)

I dieci comandamenti che sintetizzano le nostre responsabilità religiose e morali. Si trovano in due versioni: Es 20,1‑17 e Dt 5,6‑21. Gesù non ha abolito i dieci comandamenti, ma, fondandosi su Dt 6,4‑5 e Lv 19,18, li riassunse in termini di amore verso Dio, verso il prossimo e verso noi stessi (Mc 12,29‑31). Gesù ha anche affermato che l'osservanza del Decalogo può condurre al distacco perfetto e al discepolato (Mc 10,17‑21). Cf Amore; Imitazione di Cristo; Perfezione; Teologia morale.

Decime. (inizio)

Si tratta della decima (o altra) parte del prodotto della terra dato per il mantenimento del clero e per sostenere la missione della Chiesa mediante scuole, ospedali, aiuti ai bisognosi e opere di evangelizzazione. L'aiuto ai sacerdoti dell'AT e ai luoghi di culto (cf Gn 14,16‑20; Dt 12,6.11.17) era prescritto per legge (cf Nm 18,25‑32; Dt 14,22‑29). Il NT si limita a ritenere giusto che le comunità cristiane sostengano coloro che proclamano la Buona Novella (cf Mt 10,10; Lc 10,7; 1 Cor 9,7‑14; 1 Tm 5,18). Dopo la conversione dell'Europa al cristianesimo, le decime finirono per diventare tasse da pagare. Dove gli Stati non riconoscono più e non sostengono le Chiese in questo modo, la missione va sostentata con contributi volontari. CfChiesa e Stato; Giustizia; Koinonìa.

Dedicazione della chiesa. (inizio)

Rito solenne, riservato al vescovo, o al suo delegato, con cui un edificio viene adibito ad uso esclusivo del culto cristiano e indica così una presenza speciale di Dio e della Chiesa nel mondo. In Occidente, il rito consiste generalmente nella celebrazione dell'Eucaristia e in una cerimonia nella quale l'edificio viene benedetto e sono fissate nell'altare le reliquie dei santi. In Oriente, prima che venga celebrata la prima liturgia, l'altare è asperso di acqua santa e unto come nei riti dell'iniziazione. Cf Benedizione; Consacrazione; Iniziazione; Sacramentale.

De fide (Lat. « attinente alla fede »). (inizio)

Asserti teologici che hanno il massimo grado di certezza in quanto sono fondati sulla rivelazione divina e sono proclamati come tali dal Magistero autorevole della Chiesa. CfDogma; Magistero; Qualifica teologica.

Definizione ex cathedra  (Lat. « dal trono »). (inizio)

Definizione solenne e vincolante fatta dal papa con la sua piena autorità apostolica come pastore e maestro di tutti i cattolici (DS 3074‑3075; FCC 7.198‑7199) in materie rivelate che riguardano la fede e i costumi. Cf Cattedra; Infallibilità; Insediamento; Magistero; Papa.

Deificazione. (inizio)

Il fine dell'Incarnazione, secondo sant'Ireneo (circa 130 ‑ circa 200), sant'Atanasio (circa 296‑373) e altri Padri greci. Già creati a immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26), gli esseri umani sono chiamati per grazia a condividere la vita divina (2 Pt 1,3‑4). Cf Grazia; Incarnazione.

Deismo. (inizio)

Termine generico per indicare le teorie di molti scrittori inglesi, europei e americani dei secoli XVII e XVIII i quali in vari modi sottolineavano il ruolo della ragione in fatto di religione e negavano la rivelazione, i miracoli e qualsiasi azione provvidenziale nella natura e nella storia degli uomini. Cf Illuminismo; Miracoli; Provvidenza.

Demitizzazione. (inizio)

Si chiama così il tentativo di Rudolf Bultmann (1884‑1976) di tradurre nel linguaggio d'oggi ciò che egli chiamava mitologia biblica. Sebbene il termine comporti una eliminazione, l'intento di Bultmann era positivo: interpretare esistenzialmente i miti. Cf Ermeneutica; Esistenzialismo; Mito.

Demiurgo. (inizio)

(Gr. « artefice, artigiano »).

Nome usato da Platone (427‑347 a.C.) per indicare il divino architetto che plasmò il mondo secondo le idee eterne. Gli Gnostici riducevano il demiurgo a una divinità inferiore, responsabile della creazione dell'universo materiale che essi disprezzavano. Cf Creazione; Gnosticismo.

Demoni. (inizio)

Esseri spirituali che, nella tradizione giudaico‑cristiana, corrispondono ai diavoli, che sono angeli ribelli a Dio e intenti a danneggiare gli esseri umani. Cf Diavolo.

Demonologia. (inizio)

Lo studio dei demoni, della loro natura come angeli decaduti e della loro azione nel tentare e nel fare del male agli esseri umani. Cf Angeli; Angelologia; Esorcismo.

Denzinger. (inizio)

Raccolta di brani del Magistero della Chiesa, pubblicati per la prima volta da Heinrich Joseph Denzinger nel 1854. La sua trentacinquesima edizione, rivista da Adolf Schönmetzer, uscì nel 1973.

Tra gli altri suoi lavori va ricordata una raccolta ancora utile di testi di liturgia orientale, Ritus Orientalium, Coptorum, Syrorum et Armenorum (Würzburg, 1863‑1864).

Deposito della fede. (inizio)

Tutto ciò che Dio ha definitivamente rivelato mediante Cristo per la nostra salvezza, considerato come un tesoro affidato alla Chiesa affinché lo custodisca, lo interpreti e lo proclami fedelmente a tutti fino alla fine dei tempi (1 Tm 6,20; 2 Tm 1,12.14; cf DV 10; GS 62). Cf Magistero; Rivelazione; Tradizione.

Determinismo. (inizio)

 Interpretazione dell'universo secondo cui tutto succede inevitabilmente e senza alcun esercizio della libertà. La nostra esperienza di potere scegliere tra varie alternative contraddice questa visuale di realtà così rigidamente predeterminata. Cf Libertà; Predestinazione; Prescienza.

Deuterocanonici. (inizio)

Cf Libri deuterocanonici.

Devozione. (inizio)

Dedizione orante e affettiva che rende i credenti profondamente disponibili alla volontà di Dio. Cf Religione.

Devozioni. (inizio)

Preghiere e pratiche non liturgiche, come la Via Crucis e il Rosario, che sviluppano la vita spirituale del credente e approfondiscono le sue convinzioni religiose. Cf Liturgia; Preghiera; Rosario; Sacramentale.

Diaconessa. (inizio)

Donna che nella Chiesa primitiva esercitava un ministero simile a quello del diacono. Oltre ad avere cura dei malati e dei poveri, le diaconesse assistevano il ministro nei battesimi delle donne. L'ufficio di diaconessa scomparve nel Medioevo, ma ritornò in vigore nel secolo XIX presso gli Anglicani e i Protestanti. Cf. Comunione Anglicana; Protestante.

Diaconia (Gr. « servizio »). (inizio)

Termine del NT per indicare che il ministero e la missione nella Chiesa sono per il servizio della comunità (At 1,17.25; 21,9; Rm 11,13; 1 Tm 1,12). Il Concilio Vaticano II descrive in questo modo l'ufficio dei vescovi (LG 24). Cf Ministero.

Diacono (Gr. « servo »). (inizio)

Ispirandosi in parte ai sette uomini scelti per attendere alle necessità materiali della comunità di Gerusalemme (At 6,1‑6), il ministero dei diaconi è stato fiorente nei primi secoli della Chiesa. Poi, la loro importanza andò sempre più diminuendo, finché il diaconato si ridusse semplicemente ad essere uno stato intermedio prima del presbiterato. Il Concilio Vaticano II affermò la possibilità di ripristinare il diaconato permanente per uomini maturi e sposati (LG 29). Questa decisione cominciò ad attuarsi nel 1967. Oltre a compiti amministrativi e pastorali, i diaconi possono, quando siano autorizzati, battezzare, predicare, distribuire l'Eucaristia, assistere e benedire il matrimonio, dirigere il rito funebre della sepoltura. Cf Chierico; Clero; Ministero; Ordinazione.

Dialogo (Gr. « conversazione »). (inizio)

Discussione garbata tra individui che professano fedi differenti con l'intento di raggiungere o almeno di avvicinarsi ad un consenso. Il Concilio Vaticano II (1962‑1965) incoraggiò i cattolici al dialogo col mondo in genere (GS 85), coi membri delle religioni non cristiane (AG 16), con gli altri cristiani, sia con quelli delle Chiese Orientali (UR 14‑18) che con quelli delle Chiese d'Occidente che si sono staccate da Roma al tempo della Riforma (UR 19‑23). Il dialogo tra le religioni non cristiane è chiamato « interreligioso », mentre il dialogo tra Roma e le altre Chiese cristiane è chiamato « ecumenico » o « interconfessionale. Di quando in quando, vengono emanate delle direttive dai vari dicasteri del Vaticano. Riguardo alle Chiese Orientali, si distingue:

  a) il « dialogo della carità » che consiste in segni e gesti che esprimono la fede comune di entrambe le parti condivisa da tutti i membri del dialogo e il loro desiderio di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena comunione;

  b) il dialogo teologico ufficiale, chiamato alle volte « il dialogo della verità », in cui, attraverso discussioni dei rappresentanti delle varie Chiese, si cerca di raggiungere la piena comunione sui punti di fede e di vita sacramentale.

  Cf Concilio Vaticano II; Ecumenismo; Fede e Ordine, Religioni del mondo.

Diàspora (Gr. « dispersione »). (inizio)

Applicato inizialmente agli Ebrei deportati sotto gli Assiri (722 a.C.) ed i Babilonesi (597 a.C.), il termine finì per designare tutti gli Ebrei viventi fuori della Palestina (Gv 7,35), di cui un milione circa vivevano in Alessandria al tempo di Gesù. La traduzione dell'AT cosiddetta dei « Settanta » è opera di Ebrei di lingua greca della Chiesa di Alessandria. L'annuncio cristiano fuori della Terra Santa avvenne in un primo tempo in sinagoghe ebraiche (At 9,19‑20; 11,19; 13,5.14‑44; 17,12, ecc.). Con la distruzione del Tempio e il progresso del Cristianesimo, gli Ebrei della diàspora divennero più isolati e la loro religione si sviluppò nell'ebraismo talmudico del Medioevo e dei tempi moderni. Il NT usa invece il termine diàspora per i cristiani dispersi nel mondo e viventi in ambienti stranieri e alle volte ostili (Gc 1,1; 1 Pt 1,1). Le persecuzioni e emigrazioni dei tempi moderni hanno portato in larga scala una diàspora di Cristiani orientali. In Germania, la parola « diàspora » si riferisce a minoranze confessionali, sia di Cattolici che di Protestanti. Cf Chiesa; Missione; Settanta; Talmud.

Diavolo. (inizio)

(Gr. « accusatore » « tentatore »). Nome usato per indicare Lucifero o Satana, capo degli angeli ribelli. Le allusioni a Satana e ai suoi seguaci sono frequenti nella Bibbia (per es., Sap 2,24; Mt 25,41; Lc 10,18; Gd 6,9; Ap 12,9‑12; 16,14). Cf. Angeli; Demòni.

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Didachè  (Gr. « insegnamento »). (inizio)

Opera della fine del I secolo, compilata da un autore giudeo‑cristiano della Siria occidentale o dell'Asia Minore orientale. Presenta le vie che conducono alla vita o alla morte, come anche materiale riguardante il battesimo, il digiuno, la preghiera, i profeti e l'Eucaristia. Dopo gli scritti del NT, la Didachè e la Prima Lettera di Clemente sono i documenti più antichi che abbiamo sull'ordinamento della Chiesa. Cf Padri apostolici.

Digiuno. (inizio)

Astenersi dal cibo per motivi religiosi, come pentimento (Gl 1,14; Gn 3,7) o come preparazione ad una missione speciale (Mt 4,12; At 13,2‑3), accompagnato di solito dalla preghiera (At 14,23). Il digiuno può essere quantitativo (quando la quantità di cibo da consumare è limitata), o qualitativo (quando certi tipi di cibo, come la carne, non vengono presi (= astinenza). Dopo aver digiunato nel deserto (Lc 4,2), Gesù fu criticato durante il suo ministero perché non digiunava come i Farisei (Mt 11, 18‑19), e egli, a sua volta, criticò coloro che praticavano il digiuno con ipocrisia (Mt 6,16‑18; Lc 18,12). Nella tradizione latina, i Cattolici osservano il digiuno il Mercoledì delle ceneri e il Venerdì Santo come giorni obbligatori, mentre i cristiani orientali si preparano specialmente per la Pasqua, ma anche per il Natale, con un digiuno di quaranta giorni. Inoltre, essi digiunano, per es., dalla domenica dopo Pentecoste alla vigilia dei santi Pietro e Paolo come anche nei quattordici giorni che precedono il 15 agosto, la kòimesis (dormizione) di Maria. Cf Astinenza; Preparazione al Natale; Quaresima; Quattro Tempora; Settimana Santa.

Dio. (inizio)

È l'Essere supremo

  a) che va adorato e servito (Dt 6,4‑5),

  b) il quale, nella tradizione monoteista, è riconosciuto come personale, eterno, immutabile, onnisciente e creatore onnipotente.

  Secondo l'AT, il Dio unico e santo di Israele trascende il nostro mondo materiale e non si può rappresentare con immagini (Es 20,4; Lv 19,4; Dt 4,12.15‑24). Nello stesso tempo, Dio è sempre vicino al popolo eletto, lo ama con amore di alleanza e con la fedeltà misericordiosa di un padre (Gs 24; Is 46,1‑13; Os 2,14‑13). Con l'Incarnazione, l'auto‑comunicazione di Dio nella storia raggiunge il suo vertice nella rivelazione della Trinità. Nel Figlio e mediante lo Spirito che abita in essi, gli uomini sono adottati da Dio come figli (Gal 4,4‑6) e possono andare al Padre (Gv 14,6‑7). Sebbene l'AT avesse già accennato all'interesse di Dio per tutti i popoli (per es. Giona), Dio, nel NT, è rivelato come il Dio d'amore (1 Gv 4,7‑10.16) per tutti i popoli (Mt 28,19‑20; Rm 3,29‑30; 9,1-11,36). CfAlleanza; Attributi divini; Creazione; Incarnazione; Monoteismo; Politeismo; Teologi; Trascendenza.

Diocesi. (inizio)

(Gr. « sistemazione della casa », « amministrazione »)

  a) Divisione amministrativa dell'Impero Romano in seguito alla riorganizzazione dell'imperatore Diocleziano (circa 245‑316; imperatore dal 284 al 305). All'inizio del V secolo, c'erano quindici diocesi nell'Impero romano, diviso da allora in Oriente e Occidente.

  b) Quando il termine entrò nel vocabolario della Chiesa, il suo significato variò grandemente: da quella che oggi chiameremmo una parrocchia, ad una esarchìa o distretto ecclesiastico comprendente varie provincie.

  c) Nell'uso corrente, « diocesi », o « archidiocesi » si riferisce ad un territorio che sta sotto l'immediata giurisdizione di un vescovo o di un arcivescovo, che governa a nome proprio e non come vicario di qualche altro. Per questo, è chiamato « vescovo diocesano », o « ordinario ». Una diocesi corrisponde nelle Chiese d'Oriente ad una eparchìa. Il CIC dà questa definizione: « La diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale di un vescovo con la cooperazione del presbiterio, in modo che, aderendo al suo pastore e da lui riunita nello Spirito Santo mediante il Vangelo e l'Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare... » (CIC 369). Cf Arcivescovo; Eparchìa; Esarchìa; Ordinario; Patriarca; Santa Sede; Vescovo.

Dio tappabuchi. (inizio)

È un'espressione che si usa per denunciare l'errore di coloro i quali

  a) cercano Dio nei fenomeni di cui la scienza non riesce a dare spiegazione, e

  b) dimenticano che Dio è attivamente presente all'interno di tutti i processi del mondo creato.

Diritti umani. (inizio)

Si tratta di tutto ciò che spetta a rigore di giustizia agli esseri umani in quanto creati ad immagine e somiglianza di Dio e chiamati con lui alla vita eterna. Vanno annoverati tra questi: la libertà di coscienza, il diritto alla vita, al lavoro, al matrimonio, all'educazione e alla proprietà. Il terzo comandamento del Decalogo (Es 20,2‑17; Dt 5,6‑21) assicurò il riposo periodico per i lavoratori poveri e per gli schiavi. Molte leggi dell'AT e denunce dei profeti contro l'ingiustizia (2 Sam 11,1-12,14; Is 5,23) riguardano diritti umani fondamentali. L'AT chiede ripetutamente protezione per gli orfani, le vedove e gli stranieri (Dt 24,17‑22; 27,19). Nonostante l'uguaglianza fondamentale di tutte le persone in Cristo (Gal 3,28), il volto della vita cristiana è stato continuamente deturpato dalla schiavitù, dall'oppressione della donna, dall'antisemitismo e da altre offese contrarie ai diritti umani. D'altra parte, per molti secoli, i monaci e altri gruppi ecclesiali sono stati spesso gli unici a provvedere all'educazione, alla cura dei malati, degli emarginati e dei moribondi. La Magna Carta (1215), la Dichiarazione Americana dell'Indipendenza (1776) e la Dichiarazione dei diritti umani delle Nazioni Unite (1948) figurano tra le affermazioni più importanti che hanno espresso e incoraggiato una maggiore consapevolezza dei diritti umani. Tra i molti cristiani che hanno lottato per i diritti umani, bisogna ricordare: Bartolomé de las Casas (1484‑1566), William Wilberforce (1759‑1833), Daniel O'Connell (1775‑1847), il vescovo Guglielmo Emmanuele Ketteler (1811‑1877), il cardinale Enrico Edoardo Manning (1808‑1892), Martin Luther King, junior (1929‑1968), e i papi a partire da Leone XIII (1810‑1903). Il Concilio Vaticano II ricordò un lungo elenco di diritti umani (GS 27, 29, 66). In particolare, un intero documento (Dignitatis humanae) fu dedicato ai diritti delle persone e delle comunità in questioni religiosi attinenti con la libertà civile e sociale. Questo sviluppo nell'insegnamento della Chiesa fu preparato e incoraggiato da un teologo americano John Courtney Murray (1904‑1967). Cf Antropologia; Decalogo; Immagine di Dio; Libertà religiosa; Teologia femminista; Teologia nera.

Diritto canonico. (inizio)

Insieme di leggi codificate che vanno osservate dai Cattolici, sia individualmente, sia dai vari gruppi costituiti nella Chiesa. In particolare, si tratta del Codice promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983, che ha sostituito quello del 1917, e del Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, promulgato il 18 ottobre 1990. Cf Codice di Diritto Canonico; Codice dei Canoni delle Chiese Orientali; Corpus Iuris Canonici; Fonti del diritto canonico orientale; Nomocanone.

Discesa agli inferi. (inizio)

Termine tradizionale con cui si indica:

  a) il soggiorno di Cristo tra i morti dopo la sua morte sulla Croce;

  b) la sua vittoria sulla morte, che l'iconografia bizantina esprime spesso col raffigurare Adamo ed Eva liberati da Cristo. Praticamente, questa rappresentazione è l'icona caratteristica della Pasqua e è chiamata anche anàstasis (Gr. « risurrezione »). Cf Icona; Triduo pasquale.

Discernimento degli spiriti. (inizio)

Dono speciale che consiste nel rendere capaci di distinguere i carismi divini da influssi puramente naturali o diabolici (1 Cor 12,10). Per valutare se certi casi particolari provengono dallo Spirito di Dio o dallo spirito del male e dell'errore (1 Gv 4,1‑6), molti Padri della Chiesa e autori posteriori hanno suggerito certe norme, come quelle elaborate da sant'Ignazio di Loyola (1491‑1556), per coloro che fanno gli Esercizi Spirituali. Cf Carismi; Esperienza Religiosa; Prudenza.

Disciplina dell'arcano  (Lat. « disciplina del segreto »).(inizio)

Prassi della Chiesa primitiva che conservava il segreto sui riti e sugli insegnamenti più sacri, per accertarsi che i catecumeni e i pagani non li trattassero irriverentemente. CfCatecumenato.

Dittici. (inizio)

(Gr. « doppio, congiunto, doppia tavoletta scritta »).

I nomi di persone, vive e defunte, da leggersi durante l'Eucaristia, erano scritti originariamente su due tavolette di legno, unite con una cerniera. Di qui il nome di « dittici ». Il nominare persone di riguardo significava la comunione con loro, mentre il cancellarne i nomi dall'elenco significava la scomunica. L'uso dei dittici dei vivi esiste ancora nelle occasioni più solenni nei pontificali della liturgia bizantina. Cf Preghiere eucaristiche.

Divinizzazione. (inizio)

Cf Deificazione.

Docetismo. (inizio)

(Gr. « apparenza »).

Una delle prime eresie secondo cui il Figlio di Dio aveva solo un'apparenza umana. La realtà corporale di Cristo andava considerata celeste, o comunque un corpo solo apparente, mentre un altro, per esempio, Simone di Cirene avrebbe sofferto al suo posto. Contro le teorie docetiste, già respinte nel NT (1 Gv 4,1‑3; 2 Gv 7), la Chiesa insegnò che Cristo aveva preso da Maria un corpo autentico come il nostro e che aveva sofferto in modo umano reale (DS 76, 292, 1338, 1340‑1341; FCC 0.514, 4.008). Cf Cristologia; Teologia giovannea.

Dogma  (Gr. « opinione », o « decreto »). (inizio)

Verità divinamente rivelata, proclamata come tale dal Magistero autorevole e infallibile della Chiesa, e perciò con forza vincolante da allora e per sempre per tutti i fedeli (DS 3011; 3073‑3075; FCC 1.070, 7.198, 7.199; LG 25). Nonostante la loro grande importanza, i dogmi non sono la norma suprema. « Insieme con la Sacra Tradizione, la Chiesa ha sempre considerato e considera le divine Scritture come la regola suprema della propria fede » (DV 21), e questa regola suprema viene celebrata nel culto della Chiesa. Nella Chiesa Ortodossa, si intende per dogma un insegnamento conciliare (specialmente quello dei primi sette concili ecumenici), accettato da tutte le Chiese particolari in comunione fra di loro e destinato ad alimentare i fedeli nella liturgia e nella vita. Cf Concilio Ecumenico; Deposito della fede; Gerarchia delle verità; Magistero; Rivelazione; Sette Concili ecumenici.

Domenica  (Lat. « del Signore »; (inizio)

« Sunday », in inglese, significa: « il giorno del sole »; così pure « Sonntag » in tedesco). È il « Giorno del Signore » (Ap 1,10), giorno in cui i cristiani riposano dal lavoro per ricordare con gioia la risurrezione di Cristo (Mc 16,1‑2), la creazione del mondo da parte di Dio e la discesa dello Spirito Santo. Le Chiese d'Oriente chiamano la domenica « l'ottavo giorno » per ricordare come la risurrezione di Cristo ha rigenerato l'universo. Il NT ci dice che i cristiani si incontravano la domenica per celebrare l'Eucaristia (At 20,7; cf 1 Cor 16,2). All'inizio del II secolo, sia Ignazio di Antiochia che un governatore romano, Plinio il Giovane, ricordano che i cristiani si riuniscono in quel giorno per il culto. Il Concilio di Elvira, in Spagna (circa 306), stabilì con legge l'osservanza della domenica, e nel 321 Costantino il Grande prescrisse l'astensione dal lavoro in quel giorno. Il Diritto Canonico ribadisce l'obbligo di partecipare alla Messa e di astenersi « da quei lavori e da quegli affari che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo » (CIC 1246‑1247). Cf Avventisti del Settimo Giorno; Sabato.

Donatismo. (inizio)

Scisma sorto nel 311 circa in seguito all'ordinazione episcopale di Ceciliano di Cartagine per le mani di un vescovo (Felice d'Aptunga) che era accusato di essere stato un traditore durante la persecuzione dell'imperatore Diocleziano. I vescovi dissidenti scelsero invece Maggiorino, a cui succedette poi Donato; di qui, il nome di donatismo. Sembra che i donatisti abbiano negato la validità dei sacramenti amministrati da ministri indegni e abbiano affermato la necessità di un nuovo battesimo per i cristiani ricaduti in peccato (cf DS 123,705 e 913; FCC 9.040). Sant'Agostino di Ippona (354‑430) si oppose fermamente ai donatisti. Una « Conferenza » (Collatio) tenutasi a Cartagine nel 411 fiaccò questo movimento che finì per scomparire quando i Saraceni distrussero la Chiesa nord‑africana. Cf Novazianismo; Scisma; Validità.

Doni dello Spirito Santo. (inizio)

Sono i modi con cui lo Spirito di Dio si manifesta tra gli uomini. All'elenco del testo ebraico di Isaia 11,2‑3 (sapienza, intelligenza, consiglio, fortezza, conoscenza, timore del Signore), la Settanta e la Volgata aggiunsero la « pietà », raggiungendo così il dono settiforme. In origine, i sette doni erano visti come una descrizione poetica delle abbondanti benedizioni di Dio sul re messianico; in seguito vennero interpretati come grazie date ai cristiani mediante lo Spirito Santo che abita in loro. Cf Carismi; Glossolalia; Grazia; Messia; Settanta; Volgata.

Doni preternaturali. (inizio)

Doti speciali elargite alla natura umana di Adamo ed Eva oltre al dono fondamentale e soprannaturale della grazia. L'insegnamento ufficiale della Chiesa parlava di integrità (ossia assenza di concupiscenza) e di immortalità (DS 222, 370‑396, 1515‑1516, 1926, 1955, 1978, 2616‑2617, 3514; FCC 2.050, 3.049, 3.052‑3.053, 3.059‑3.060, 3.064‑3.066, 8.031‑8.038), mentre la riflessione teologica  suggeriva anche altri privilegi. Cf Concupiscenza; Giustizia originale; Paradiso; Peccato originale; Poligenismo; Soprannaturale.

Dossologia. (inizio)

Rendere gloria a Dio. I Salmi glorificano Dio frequentemente (Sal 8; 66; 150). Così fa pure il NT (Rm 16,27; 1 Tm 6,16; 1 Pt 4,11; Ap 4,11; 5,12).

  a) La Chiesa primitiva sviluppò quella che venne conosciuta come dossologia « gerarchica »: « Sia gloria al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo ». Quando gli Ariani ne abusarono per sostenere che il Figlio era inferiore al Padre e lo Spirito era inferiore al Figlio, san Basilio Magno (circa 330‑379) contribuì ad introdurre la formula « paritaria »: « Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo ». Quest'ultima dossologia divenne dominante ed è chiamata la « dossologia breve ». La dossologia « lunga », o « grande »: « Gloria a Dio nell'alto dei cieli...», è recitata o cantata nella Messa Latina (cf Lc 2,14).

  b) Un inizio dossologico di teologia, formata dal culto e dalla regola di preghiera, è stato sviluppato in Occidente da G. Wainwright (nato nel 1939) e da altri.

  Cf Gloria; Teologia Orientale.

Dottore della chiesa. (inizio)

Titolo dato a certi santi per il loro insegnamento ortodosso e eminente. A partire dal secolo VIII, l'Occidente riconobbe quattro Dottori eminenti: il papa Gregorio Magno (circa 540‑604), Ambrogio di Milano (circa 339‑397), Agostino di Ippona (354‑430) e Girolamo (circa 342‑420). Un secolo dopo, in Oriente, Basilio Magno (circa 330‑379), Gregorio Nazianzeno (328‑389) e Giovanni Crisostomo (circa 347‑407) furono riconosciuti come « i Tre Maestri Gerarchi e Ecumenici ». L'Occidente aggiunse Atanasio di Alessandria (circa 296‑373), in modo che l'Oriente avesse quattro dottori corrispondenti ai quattro dottori occidentali. Il papa Benedetto XIV (1675‑1758 ) elaborò le norme da seguire per dare ad uno il titolo di Dottore della Chiesa. Il papa Paolo VI aggiunse due donne sante all'elenco dei Dottori della Chiesa: santa Caterina da Siena (circa 1347‑1380)  e santa Teresa d'Avila (1515‑1582). CfPadri cappadoci; Tre Teologi.

Dottrina. (inizio)

È l'insegnamento del Magistero della Chiesa nelle sue molteplici forme. Esso intende comunicare non solo l'ortodossia della fede, ma anche nutrire la vita e la pietà cristiana. CfMagistero; Ortodossia.

Dottrina sociale. (inizio)

L'insegnamento della Chiesa circa i diritti e i doveri dei vari membri della società nei loro rapporti col bene comune, sia nazionale che internazionale. Il messaggio di conversione di Gesù invitava i benestanti ad avere cura dei poveri, storpi, zoppi e ciechi (Lc 14,12‑14). Il giudizio finale dovrebbe esortarci ora a venire incontro alle necessità materiali degli affamati, degli stranieri, dei nudi, malati e prigionieri (Mt 25,31‑46). Generalmente, il NT dimostra lo stesso interesse pratico per i bisognosi (At 4,32-5,11; Rm 12,8; 1 Cor 13,3; Eb 13,16; 1 Gv 3,17; Gc 1,27; 2,14‑17). Sant'Ambrogio (circa 339‑397), san Giovanni Crisostomo (circa 347‑407) e altri Padri della Chiesa hanno predicato lo stesso messaggio. Per secoli, le istituzioni della Chiesa sono state quasi sole a prendersi cura degli emarginati sociali, come le vedove, gli orfani, i malati e i prigionieri, e ad occuparsi dell'istruzione attraverso gli ordini monastici come i Benedettini. San Vincenzo de' Paoli (circa 1580‑1660), le Figlie della Carità, le Sorelle della Misericordia, Antonio Federico Ozanam (1813‑1853), Giuseppe de Veuster (1840‑1889), conosciuto come Padre Damiano, Adolfo Kolping (1813‑1865) e molti altri spesero la loro vita a venire incontro alle necessità dei poveri e dei sofferenti. La prima grande enciclica sociale fu quella di Leone XIII nel 1891 Rerum Novarum(Lat. « Delle cose nuove ») che trattò di problemi come quello del giusto salario e della proprietà privata. Quarant'anni dopo, nel 1931, Pio XI riprese questi temi e altri connessi nell'enciclica Quadragesimo Anno (Lat. « Nel quarantesimo anniversario »). L'enciclica di Giovanni XXIII Mater et Magistra (« Madre e Maestra ») aggiornò l'insegnamento sociale della Chiesa con un'occhiata all'intervento dello Stato a favore dei bisognosi, mentre nellaPacem in terris (« Pace sulla terra ») del 1963, auspicava un ordine sociale internazionale basato sul pieno rispetto dei diritti umani. Il Concilio Vaticano II parlò della libertà religiosa nella Dichiarazione Dignitatis humanae (1965). Lo stesso Concilio auspicò a tutti i livelli un ordine sociale più specifico e più giusto (GS 9, 63‑93), invitando tutti i membri della Chiesa a partecipare attivamente nelle cause sociali (AA 7,8,13). Sebbene la missione che Cristo ha dato alla Chiesa non riguardi primariamente il campo politico, economico e sociale, la fede religiosa accresce i nostri obblighi verso il prossimo bisognoso (GS 42). Nell'enciclicaPopulorum Progressio (« progresso dei popoli ») del 1967, Paolo VI affermò che il nome nuovo della pace doveva essere uno sviluppo economico attento alla persona umana nella sua integralità. La giustizia sociale, la solidarietà internazionale e i diritti umani sono temi costanti nell'insegnamento di Giovanni Paolo II. Li ha espressi soprattutto nell'enciclica sociale del 1981, Laborem exercens (« Esercitando il lavoro »), in quella del 1987, Sollicitudo rei socialis (« Interesse per il problema sociale ») e in quella del 1o maggio 1991,Centesimus annus (« Centesimo anno » dall'enciclica Rerum Novarum). Cf Enciclica; Giustizia; Opzione per i poveri; Diritti umani; Sussidiarietà; Teologia della liberazione; Teologia morale.

 
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00Sunday, August 18, 2013 1:20 PM

Doxa (Gr. « gloria »). (inizio)

La maestà sublime e lo splendore radioso di Dio rivelati nella storia d'Israele (specialmente nell'Esodo: Es 14,4.17‑18; 15,1‑21), attraverso la natura (Es 24,15‑17; Sal 104,31‑32) e nell'esperienza della santità divina (Is 6,1‑7). Luca collega la gloria di Dio con la nascita di Gesù (Lc 2,9), con la trasfigurazione (Lc 9,31‑32), con l'ingresso trionfale in Gerusalemme (Lc 19,38), con la risurrezione dai morti (Lc 24,26) e con l'Ascensione (At 1,9.11; 7‑55). Il Vangelo di Giovanni comincia con la contemplazione della gloria divina (Gv 1,14) che si rivela già nella vita di Cristo e specialmente nei suoi segni miracolosi (Gv 2,11). In Gesù Cristo rifulge la gloria divina (2 Cor 4,4‑6) e sarà pienamente manifesta alla fine (Tt 2,11‑13). La parola doxa è un'idea chiave per la teologia orientale ed esercita un influsso sempre crescente in Occidente. Cf Dio; Metodi in teologia; Rivelazione; Teologia della bellezza; Theologia Gloriae; Trasfigurazione.

Dualismo. (inizio)

Qualsiasi interpretazione della realtà che spieghi ogni cosa mediante due princìpi primordiali assolutamente indipendenti l'uno dall'altro. Un esempio di dualismo nella filosofia si trova, per esempio, in René Descartes (1596‑1650). Egli interpreta l'universo in termini di due princípi irriducibili, spirito e materia, anche se, in ultima analisi, ritiene che Dio abbia creato entrambi. Il dualismo teologico radicale propone due divinità antagonistiche, una buona ed una cattiva, come sostenevano i Manichei e alcuni Gnostici nella Chiesa primitiva, e, nel Medioevo, gli Albigesi e i Catari in Occidente, e i Bogomili in Oriente. Il Cristianesimo riconosce una dualità distinta tra l'anima e il corpo, e soprattutto tra Dio e l'universo creato, ma proclama che in Cristo tutto è stato riconciliato con Dio (2 Cor 5,18‑20). Cf Albigeismo; Bogomili; Catari; Gnosticismo; Manicheismo.

Dubbio. (inizio)

Incertezza o sospensione di  assenso intorno a qualche verità di fede o anche sulla fede nel suo complesso. L'affrontare onestamente questioni serie o punti difficili non costituisce un dubbio peccaminoso. Cf Assenso di fede; Fede.

Duotelismo.  (Gr. « due volontà »). (inizio)

Il Magistero della Chiesa riconosce in Cristo due volontà, appartenenti alle due nature di Cristo. Quantunque separate, la volontà divina e la volontà umana di Cristo operano insieme in una perfetta unità morale (cf DS 2531). Cf Concilio Costantinopolitano III; Monofisismo; Monotelismo.

E

Ebioniti  (Ebr. « uomini poveri »). (inizio)

Un gruppo ascetico di giudeo‑cristiani del I e II secolo. Essi ritenevano Gesù essere il figlio naturale di Maria e di Giuseppe, un semplice uomo sul quale lo Spirito Santo era sceso nel battesimo. Insistevano sull'adesione alla legge di Mosè e perciò respingevano san Paolo. CfCristologia; Encratiti.

Ebrei  (etimologia incerta). (inizio)

Il popolo che guidato da Mosè entrò nella Terra Promessa ad Abramo. Preferirono chiamarsi Israeliti, ossia figli di Israele, il nome che Dio diede a Giacobbe (Gn 32,28; 35,10). Furono chiamati Ebrei soprattutto dagli altri, e alle volte con disprezzo (cf Gn 43,32). Il termine « ebreo », arcaico (Gn 14,13), venne ad indicare le qualità fondamentali di un giudeo autentico (cf 2 Cor 11,22; Fil 3,5). « Ebreo » (ebraico) è anche la lingua classica, antica, in cui furono scritti quasi tutti i libri dell'AT. Questa lingua fu soppiantata dall'aramaico dopo l'esilio babilonese, e cessò di essere parlata come lingua comune verso il IV secolo a.C. È stata rivitalizzata come lingua ufficiale dello stato moderno d'Israele. Cf Antico Testamento; Giudaismo; Israele.

Ecclesiologia (Gr. « studio sulla Chiesa »). (inizio)

È quel settore della teologia che riflette sistematicamente sull'origine, sulla natura, sulle caratteristiche e sulla missione della Chiesa. Quantunque non sia possibile trovare un'ecclesiologia articolata nella Bibbia, il NT offre, però, varie immagini della Chiesa: Sposa di Cristo (Ef 5,25‑32; Ap 21,2; 22,17), Corpo di Cristo (Rm 12,4‑5; 1 Cor 12,12‑27; Ef 1,22‑23; Col 1,18.24), Popolo di Dio (1 Pt 2,10; Rm 9,25), Tempio dello Spirito Santo (1 Cor 3,16; 6,19), Famiglia e Dimora di Dio (Ef 2,19‑22) (cf LG 6‑8). Sant'Ireneo di Lione (circa 130 ‑ circa 200) nella sua lotta contro gli Gnostici, che sostenevano rivelazioni accessibili solo ad una élite, diede inizio ad una apologetica di criteri (note) della Chiesa riconoscibili da chiunque. San Cipriano di Cartagine (morto nel 258) scrisse il primo trattato sull'unità della Chiesa. Quasi tutte le rotture riguardanti l'unità della Chiesa vanno riferite, direttamente o indirettamente, alle differenti interpretazioni della sua visibilità. La Summa de Ecclesia di Giovanni da Torquemada (1388‑1468), zio del Grande Inquisitore, segnò lo sviluppo dell'ecclesiologia come una disciplina distinta, che poi accrebbe importanza a causa delle controversie della Riforma. La scissione fra Oriente e Occidente portò gli Ortodossi a sviluppare una ecclesiologia più pneumatologica per spiegare l'unione delle Chiese locali nella stessa fede. Notevoli influssi sulla crescita dell'ecclesiologia cattolica avvennero per opera di san Roberto Bellarmino (1542‑1621) e con l'insegnamento del Concilio Vaticano I (1869‑1870). In questo secolo, il movimento ecumenico, il Vaticano II e l'opera di teologi come Yves Congar (nato nel 1904), Avery Dulles (nato nel 1918), Karl Rahner (1904‑1984) e Jean‑Marie‑Roger Tillard (nato nel 1927) hanno contribuito al progresso di questa disciplina. Teologi Ortodossi come Nikolai Afanasiev (1893‑1966) e Giovanni Zizioulas (nato nel 1931) hanno sviluppato un'ecclesiologia centrata sull'Eucaristia. I temi più importanti dell'ecclesiologia comprendono: le origini della Chiesa nell'AT; il ministero di Gesù, la sua risurrezione dai morti, e l'effusione dello Spirito Santo; il rapporto tra Chiesa e Regno di Dio; la varietà di modelli di Chiesa; la sua missione nel mondo e per il mondo; la sua natura pneumatologica, carismatica, istituzionale, gerarchica e escatologica. Cf Carisma; Chiesa; Comunione dei santi; Conciliarismo; Concilio Vaticano I; Concilio Vaticano II; Confessione di Augusta; Consiglio Ecumenico delle Chiese; Corpo di Cristo; Escatologia; Extra Ecclesiam nulla salus; Febronianesimo; Gallicanesimo; Gerarchia; Gnosticismo; Magistero; Missioni (Le) nella Chiesa; Note della Chiesa; Popolo di Dio; Primato; Riforma; Sinodo; Sobornost; Spirito Santo; Teologia della missione; Ultramontanesimo.

Ecologia umana  (Gr. « studio della casa »). (inizio)

È lo studio degli esseri umani nella loro interazione con il loro ambiente. Come rappresentanti di Dio, gli esseri umani furono preposti come amministratori responsabili del creato (Gn 1,26‑31; cf Gb 28,1‑2.9‑11). L'èra messianica doveva restaurare ciò che la natura aveva perduto col peccato (Is 11,6‑8; cf Ez 47,1‑12). Il cristianesimo spera che l'intero creato avrà parte alla gloria della risurrezione (Rm 8,19‑33), quando ci saranno « nuovi cieli e una terra nuova » (2 Pt 3,13‑14). Questa speranza suscita qui e ora un interesse consapevole e il rispetto del proprio ambiente. Questo tema è sviluppato nell'insegnamento di Giovanni Paolo II (nato nel 1920) e nella teologia della creazione di Jürgen Moltmann (nato nel 1926) e di altri. Cf Creazione; Messia; Natura.

Economia  (Gr. « amministrazione della casa »). (inizio)

È il piano di salvezza di Dio per l'umanità. Questo piano è stato rivelato attraverso il creato e soprattutto attraverso la redenzione effettuata in Gesù Cristo (Ef 1,10; 3,9). Nella teologia orientale, il termine « economia » indica anche certe concessioni fatte dalla Chiesa, la quale, tenendo conto della debolezza umana, dispensa in alcuni casi dalle sue prescrizioni canoniche. Cf Fonti del diritto canonico orientale; Salvezza; Trinità Immanente.

Ecumenismo  (Gr. « mondo abitato »). (inizio)

Movimento mondiale tra i cristiani che accettano Gesù come Signore e Salvatore e, ispirati dallo Spirito Santo, cercano, attraverso la preghiera, il dialogo e altre iniziative, di eliminare le barriere che li dividono e di andare verso l'unità che Cristo ha voluto per la sua Chiesa (Gv 17,21; cf Ef 4,4‑5; UR 1‑4). Le comunità cristiane si separarono alcune in seguito al Concilio di Efeso (431), altre dopo quello di Calcedonia (451); lo scisma fra Oriente e Occidente è datato convenzionalmente al 1054; la Riforma avvenne nel XVI secolo; altre separazioni avvennero anche più tardi. Il Concilio Vaticano II insegnò che la vera Chiesa « sussiste nella Chiesa Cattolica » (LG 8), ma non si identifica in tutto e per tutto con essa. La fede in Cristo e il battesimo stabiliscono un'unione reale, anche se imperfetta, tra tutti i cristiani (LG 15). In particolare, gli Ortodossi hanno in comune coi Cattolici molti elementi autentici di fede e di vita sacramentale, tra cui l'Eucaristia e la successione apostolica (cf OE 27‑30). CfCommunicatio in sacris; Concilio Vaticano II; Consiglio Ecumenico delle Chiese; Dialogo; Fede e Ordine; Gerarchia di verità; Oikumène; Scisma; Successione apostolica.

Edessa  (oggi: Urfa, in Turchia). (inizio)

Il centro più importante della cristianità siriaca, che, nonostante l'invasione musulmana del 639, rimase attivo fino al XII secolo. Secondo una leggenda, Gesù mandò una lettera e un suo ritratto al re di Edessa, Abgar V Ukkama (4 a.C. ‑ 50 d.C.). Il cristianesimo era certamente noto là fin dal II secolo. Il suo scrittore più famoso fu Efrem Siro (circa 306‑373). Questi diede inizio alla « Scuola dei Persiani » in Edessa dopo che la sua città natale Nisibi fu abbandonata dai Romani nel 363. L'imperatore Zenone chiuse la Scuola nel 489 a motivo di aspri conflitti tra i Nestoriani e i Monofisiti. Edessa servì da quartier generale della Chiesa Siriana Ortodossa. Cf Chiesa Apostolica Assiriana d'Oriente; Chiesa Ortodossa Siriana; Chiese Orientali; Monofisismo; Nestorianesimo; Scuola Antiochena.

Efeso. (inizio)

Cf Concilio di Efeso.

Elevazione. (inizio)

L'ostensione dell'ostia consacrata e del calice nella Messa per invitare all'adorazione di Cristo che si rende presente eucaristicamente e per esprimere la propria offerta a Dio. Nel rito ambrosiano, in quello latino e in quello mozarabico, il Canone, o preghiera eucaristica, termina con una seconda elevazione, chiamata minore, quando il celebrante alza insieme l'ostia e il calice. Cf Adorazione; Canone; Presenza reale.

Elezione. (inizio)

È la libera scelta da parte di Dio di individui e di gruppi. Nell'AT, Israele era consapevole di essere « il popolo eletto » di Dio (Dt 4,32‑40; Is 41,8‑16). Una nuova comunità di credenti si riunì attraverso la libera scelta di Cristo (Gv 15,1‑17). In teologia spirituale, l'« elezione » si riferisce alla scelta di uno stato di vita o al progresso di uno stile di vita, specialmente secondo le norme che si trovano negli Esercizi di sant'Ignazio di Loyola (1491‑1556). Il Codice di Diritto Canonico parla di « elezione » per indicare la scelta fatta dai votanti autorizzati per designare ad un incarico nella Chiesa: per es., l'elezione del Romano Pontefice per opera dei Cardinali riuniti in conclave (cf CIC 349). Cf Predestinazione.

Emanazione. (inizio)

Una realtà che proviene da una fonte (Dio), come la luce proviene dal sole. Questa espressione, che risale al neoplatonismo di Plotino (205‑270) e che fu usata da san Tommaso d'Aquino (circa 1225‑1274), è stata avversata da molti cristiani perché sembrava affermare il mondo come necessario e perfino identificarlo con Dio, anziché riconoscerlo come libera creazione di Dio (cf DS 3024; FCC 3.024). Cf Gnosticismo; Neoplatonismo; Panteismo.

Emmanuele  (Ebr. « Dio con noi »). (inizio)

Con questo nome simbolico, Isaia annuncia al re Acaz la nascita di un bambino (Is 7,14). Matteo interpreta questo segno come una profezia della nascita di Gesù (Mt 1,23) e conclude il suo Vangelo con la promessa collegata a questo nome: « Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Cf Concepimento verginale di Gesù; Cristologia.

Enciclica (Gr. « lettera circolare »). (inizio)

Lettera di un vescovo destinata a una larga diffusione. A partire dal secolo XVIII secolo, i Cattolici d'Occidente hanno usato questo termine per le lettere rivolte dal papa alla Chiesa intera o a una parte di essa. Come tali, le encicliche papali non sono pronunciamenti infallibili, ma sono piuttosto affermazioni autorevoli del Magistero ordinario (cf DS 3884‑3885; FCC 7.201‑7.202). I Cristiani d'Oriente danno ancora il nome di « encicliche » a lettere autorevoli dei loro patriarchi. Questo termine è usato anche dagli Anglicani fin dalla prima Conferenza di Lambeth (1867) per il messaggio emanato al termine di queste Conferenze. Cf Conferenze di Lambeth; Magistero.

Encratiti (Gr. « astinenti). (inizio)

Nome usato per vari estremisti cristiani dei primi secoli che comunemente si astenevano dalla carne, dal vino e anche dal matrimonio. Da frange di questi gruppi furono scritti i vangeli apocrifi. Cf Ascesi; Docetismo; Ebioniti; Gnosticismo; Vangeli apocrifici.

Enipostasi (Gr. « nella persona »). (inizio)

Dottrina della piena umanità di Cristo, personalizzata per il fatto di essere assunta dallaipostasi o persona del Lògos. Per chiarire l'insegnamento di Calcedonia (451) sulle due nature di Cristo in una persona, Leonzio di Bisanzio e Leonzio di Gerusalemme (VI secolo) svilupparono questa dottrina che fu poi suffragata da san Giovanni Damasceno (circa 650 ‑ circa 750). Cf Anipostasi; Concilio di Calcedonia; Ipostasi; Lògos.

Enoteismo. (inizio)

Cf Monoteismo.

Ente. (inizio)

Tutto ciò che è o che esiste. In quanto applicabile ad ogni cosa, « ente » ha un contenuto concettuale minino. Esodo 3,4 (« Io sono colui che sono »), interpretato alla luce della filosofia greca, portò i cristiani a parlare di Dio come l'Ente Supremo o « Ens a se » (a sé stante).

Entelechia. (inizio)

(Gr. « che contiene la propria perfezione »). La realizzazione di ciò che è potenziale, l'attualizzazione del fine per cui qualcosa esiste. Cf Aristotelismo; Causalità.

Entusiasmo (Gr. « possesso da parte di Dio »). (inizio)

Atteggiamento estatico od emozionale, attribuito a un influsso speciale dello Spirito di Dio. San Paolo raccomanda di non spegnere lo Spirito che opera col dono della profezia e altri doni insoliti (1 Ts 5,19‑22), ma riconosce l'amore come il dono più importante (1 Cor 12,13-13,13). Nella storia del Cristianesimo, l'entusiasmo religioso, quando è stato diretto con discernimento, ha prodotto spesso frutti duraturi. Il richiamarsi indebitamente all'influsso speciale dello Spirito Santo può causare notevoli danni (cf DS 803‑808; FCC 6.064‑6.068). CfCarisma; Discernimento degli spiriti; Esperienza religiosa; Profezia.

 
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00Sunday, August 18, 2013 1:21 PM

Eparchia (Gr « provincia »). (inizio)

Parola che ricorre di frequente nei canoni dei concili generali dell'Oriente per designare una provincia ecclesiastica retta da un metropolita. Oggi, significa diocesi. Cf Diocesi.

Epiclesi (Gr. « invocazione »). (inizio)

In genere, significa qualsiasi invocazione a Dio perché benedica e santifichi il creato materiale (cf 1 Tm 4,1‑5). Nell'anàfora, o Canone della Messa, l'epiclesi è la preghiera che chiede al Padre di mandare lo Spirito affinché scenda sui doni e li trasformi nel corpo e sangue di Cristo per il vantaggio spirituale di quanti li riceveranno. Nel Medioevo, ci fu una controversia: ci si chiese se la consacrazione fosse completa con le parole dell'istituzione, come sostenevano i Latini, o se lo fosse soltanto con la sussequente preghiera dell'epìclesi, come avviene nella maggior parte delle anàfore greche e orientali (cf DS 1017, 2718 e 3556). La riforma liturgica del Concilio Vaticano II ha inserito nei nuovi canoni un'epìclesi prima della consacrazione (si prega che venga mandato lo Spirito Santo a cambiare i doni) e una dopo la consacrazione (si prega perché i partecipanti vengano trasformati). Si discute ancora se, nell'antico canone Romano (= preghiera eucaristica prima), la preghiera « quam oblationem » (« Santifica, o Dio, questa offerta ») prima della consacrazione, e « Supra quae » (« Volgi sulla nostra offerta ») « Supplices te » (« Ti supplichiamo »), dopo la consacrazione, siano preghiere di epìclesi. Cf Anàfora; Canone; Consacrazione; Preghiera eucaristica; Spirito Santo.

Epifania. (Gr. « manifestazione »). (inizio)

In genere, qualsiasi manifestazione del divino nello spazio e nel tempo (Es 3,12; 19,18; At 2,3‑4). La letteratura giovannea vede l'incarnazione e l'intera vita di Cristo come un'epifania (Gv 1,14; 1 Gv 1,1‑3). Come festa importante, era celebrata il 6 gennaio in Oriente fin dalla fine del IV secolo ed era dedicata all'intero ciclo dell'apparizione di Cristo nella sua nascita, nell'adorazione da parte dei Magi, nel suo battesimo e nel suo primo miracolo a Cana (Gv 2,1‑12). Gradualmente, il Natale fu fissato dovunque il 25 dicembre, sebbene nella tradizione armena venga ancora celebrato il 6 gennaio. In Oriente, dove il battesimo è anche chiamatophotismós (Gr. « illuminazione »), l'Epifania è celebrata con luci, e l'acqua di fiume, ecc. (che rappresenta il Giordano) è benedetta con l'immergervi una croce. In Occidente, la festa dell'Epifania celebra la venuta dei Magi e la rivelazione di Cristo ai pagani. La domenica seguente è invariabilmente dedicata al battesimo del Signore, mentre, nel ciclo C, la domenica successiva al battesimo del Signore (seconda domenica del Tempo Ordinario), si ricordano le nozze di Cana. Così pure, l'antifona del Magnificat dei secondi Vespri dell'Epifania conserva il carattere originale e inclusivo della festa: « Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l'acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza. Alleluia ». CfDoxa; Natale; Teofanìa; Teologia giovannea.

Episcopale. (inizio)

Cf Conferenza episcopale.

Episcopaliani. (inizio)

Si chiamano così i membri di una Chiesa retta da vescovi. In particolare, si tratta di cristiani degli Stati Uniti che sono in comunione con l'arcivescovo di Canterbury. Cf Comunione anglicana.

Episcopato (dal gr. « vescovo », « ispettore »). (inizio)

Il governo della Chiesa da parte dei vescovi, i quali, insieme, come successori del sistema collegiale degli Apostoli come si trova nel NT, formano l'attuale collegio di vescovi responsabili di questo governo. Cf Collegialità; Conferenza episcopale; Diocesi; Ordinario; Successione apostolica; Vescovo.

Epistemologia (Gr. « teoria della conoscenza »). (inizio)

Settore della filosofia che indaga sulla conoscenza umana, la sua natura, le sue fonti, i suoi criteri, le sue possibilità e i suoi limiti. Cf Filosofia.

Epistola (Gr. « lettera »). (inizio)

Termine usato tradizionalmente per le 21 lettere del NT e per la lettura domenicale che precede il Vangelo.

Equivocità (Lat. « usare la stessa parola »). (inizio)

Uso di parole con doppio significato (per es. « stella » per un corpo celeste e per un divo dell'arte). Questo può produrre argomenti fallaci in quanto il punto di vista è valido solo per uno dei due significati. Cf Analogia; Univocità.

Eremita (Gr. « deserto »). (inizio)

Persona che si ritira dalla società per condurre una vita solitaria dedicata alla preghiera e alla penitenza. Il luogo dove vivono questi reclusi si chiama eremo. Sebbene il numero di eremiti sia diminuito dopo la riforma, gran parte della loro tradizione è passata in ordini monastici come i Certosini, i Camaldolesi e i Carmelitani. La Chiesa Latina riconosce questo genere di vita, se l'eremita, « con voto, o con altro vincolo sacro, professa pubblicamente i tre consigli evangelici nelle mani del Vescovo diocesano o sotto la sua guida osserva la norma di vita che gli è propria » (CIC 603). Nella Chiesa d'Oriente, la vita eremitica è fiorente; i suoi seguaci sono conosciuti come anacoreti. Cf Anacoreti; Monachesimo; Monte Athos; Vita religiosa.

Eresia (Gr. « scelta »). (inizio)

Nel NT indica un gruppo settario (At 5,17) o una fazione e opinione disgreganti (1 Cor 11,19; Gal 5,20; 2 Pt 2,1). Il termine venne a significare il dissenso deliberato e persistente di un battezzato dalla dottrina ortodossa di fede (cf CIC 751, 1364). Alle volte, la sfida provocata dall'eresia ha dato occasione ad una solenne definizione del Magistero della Chiesa. CfApostasia; Fede; Ortodossia; Ortoprassi; Rivelazione; Scisma.

Ermeneutica (Gr. « interpretazione »; (inizio)

da Ermes, il messaggero degli dèi). È la teoria e la prassi per capire e interpretare i testi, biblici o altri. L'ermenetica, mentre cerca

  a) di stabilire il significato originale di un testo nel suo contesto storico, e

  b) di esprimere il significato che ha oggi, riconosce che un testo può contenere e suggerire un significato che va oltre l'intenzione esplicita dell'autore.

  Oltre a ricevere aiuto da discipline come la filologia, la storia, la critica letteraria e la sociologia, gli interpreti hanno anche bisogno di riflettere filosoficamente sulla condizione umana e sul suo ruolo nel creare e nel leggere i testi. Nonostante la differenza che esiste tra la mentalità dei singoli e le varie culture, la nostra umanità comune varca il fossato in modo da riuscire a capire e ad interpretare i testi. Cf Allegoria; Analogia della fede; Circolo ermeneutico; Critica biblica; Dogma; Esegesi; Haggadah; Magistero; Scrittura e Tradizione; Sensi della Scrittura.

Eros (Gr. « amore di desiderio »). (inizio)

Amore che cerca una propria realizzazione. Si distingue sia da agàpe, che indica l'amore oblativo di Dio in Cristo che chiede una risposta da parte dell'uomo (1 Gv 4,7‑12), sia daphilìa che significa l'amore tra parenti e amici. Cf Agàpe; Amore

Errore. (inizio)

Opinione falsa o comportamento sbagliato. Quanti si trovano nell'errore devono, comunque, essere trattati con bontà e amore, e la loro libertà religiosa va rispettata (GS 28; DH 14). CfEresia.

Esarca (Gr. « governante »). (inizio)

Era in origine un titolo civile usato per chi era a capo di una provincia nell'Impero Bizantino. Cf Chiese Orientali.

Escatologia (Gr. « conoscenza delle ultime realtà »).(inizio)

Quel settore della teologia sistematica che studia il regno finale di Dio com'è espresso dalla preparazione dell'AT (per es., le speranze messianiche), dalla predicazione di Gesù e dall'insegnamento della Chiesa del NT. Secondo Albert Schweitzer (1875‑1965), Gesù avrebbe erroneamente ritenuto imminente la venuta del Regno. Secondo la tesi opposta della escatologia realizzata, rappresentata da Charles Harold Dodd (1884‑1973), Gesù avrebbe annunziato che con il suo ministero sarebbero già venuti gli elementi essenziali del regno. Le posizioni intermedie ritengono che il Regno è già stato inaugurato con il ministero, la morte e la risurrezione di Gesù (cf Lc 11,20; 1 Cor 10,11 ), ma deve ancora realizzarsi in pienezza (cf Mc 13; Lc 11,2; 1 Cor 15,20‑28) quando Cristo verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti (cf Mt 25,31‑46; Ap 22,12‑13). Cf Letteratura apocalittica; Messia; Millenarismo; Parusìa; Speranza; Regno di Dio; Risurrezione; Teologia giovannea.

Eschatà (Gr. « le cose ultime »). (inizio)

È il termine corrispondente a quello che si era soliti usare: « novissima » (Lat. « le cose ultimissime »): morte, giudizio (sia quello particolare, del singolo, sia quello universale, di tutta l'umanità), inferno e paradiso. Questi elementi della nostra sorte finale, necessariamente avvolti nel mistero in questa vita, trovano il loro punto focale in Cristo stesso che è l'Alfa e l'Omega, il principio e la fine (Ap 22,13). Senza prendere una posizione esplicita sui dibattiti contemporanei circa la purificazione nell'istante della morte e la possibilità di tutti gli esseri umani di essere finalmente salvati per l'infinita misericordia di Dio, una lettera della Congregazione della fede nel 1979 attirò l'attenzione sull'insegnamento della Chiesa circa la risurrezione dell'intera persona, circa la purificazione del purgatorio e circa le due possibilità finali (paradiso o inferno). Cf Apocatàstasi; Giudizio universale; Inferno; Mistero; Morte; Paradiso; Purgatorio; Visione beatifica.

Eschaton. (inizio)

Cf Parusìa.

Esegesi (Gr. « tirar fuori il senso »). (inizio)

Interpretare il significato dei testi sacri, di solito i testi biblici (DV 12, 23; OT 16). Oltre a cercare di stabilire che cosa gli autori della Bibbia intendevano dire nei loro contesti originali (= che cosa significava il testo), gli esegeti interpretano anche il messaggio del testo per oggi (= che cosa significa). Cf Critica biblica; Ermeneutica; Sensi della Scrittura; Teologia alessandrina; Teologia antiochena.

Esemplarismo. (inizio)

Qualsiasi teoria che ricorra alla causalità esemplare per spiegare la realtà. Così, il valore dell'azione salvifica di Cristo verso di noi è stato fatto consistere ampiamente o addirittura unicamente nell'esempio che ci ha dato di un amore capace di autosacrificarsi. Questa teoria risale a Pietro Abelardo (1079‑1142; cf DS 721‑739). Cf Causalità; Redenzione; Riscatto.

Esicasmo (Gr. « tranquillo »). (inizio)

Uno stile di preghiera incessante e di vita ascetica che caratterizza il cristianesimo d'Oriente e che rende chi lo pratica capace di stare tranquillamente raccolto in Dio. Nella sua ispirazione e nel suo approccio generale, l'esicasmo coincide con le origini dello stesso monachesimo. Si ritiene come fondatore Arsenio il Grande (morto nel 449 circa), il quale abbandonò una carriera brillante come precettore imperiale per vivere nel deserto. Con san Simeone il Nuovo Teologo (949‑1002), l'approccio mistico di questa spiritualità venne approfondito. San Gregorio del Sinai e san Niceforo l'Esicasta (XIII‑XIV secolo) diedero entrambi un notevole contributo alla sua diffusione; il secondo vi aggiunse un'intricata tecnica psicosomatica che comportava la ripetizione della « preghiera di Gesù ». Con san Gregorio Palamas (circa 1296‑1359), l'esicasmo raggiunse uno statuto dogmatico pienamente sviluppato. Però, la pretesa di poter vedere la luce increata della divinità come gli Apostoli sul Tabor diede luogo a controversie. Questa luce, pur essendo ritenuta veramente divina, fu però vista come una delle energie di Dio più che la stessa essenza divina. Quando san Nicodemo del Monte Athos (circa 1749‑1809) pubblicò un'antologia di scritti spirituali patristici e esicasti, conosciuta come Philocalia, il movimento sperimentò una nuova popolarità. L'esicasmo mira all'integrazione umana attraverso il ricordo costante di Dio, che si può raggiungere col « custodire » il cuore. Perciò l'esicasmo può esprimersi in sintesi come la « preghiera del cuore ». Cf Essenza e energie;  Palamismo; Philocalia; Preghiera di Gesù.

Esistenziale soprannaturale. (inizio)

La situazione che fu creata per la libertà umana come risultato dell'opera redentrice di Cristo. Il termine « esistenziale » fu coniato da Martin Heidegger (1889‑1976) per descrivere una situazione che come dato di fatto pre‑condiziona il modo con cui è esercitata la libertà umana. Karl Rahner (1904‑1984) adattò questo termine alla teologia. Il « peccato originale » è un « esistenziale » perché crea ostacoli ancora prima che gli esseri umani siano in grado di esercitare la loro libertà. L'esistenziale soprannaturale è esattamente l'opposto del peccato originale, perché l'esistenziale soprannaturale significa che, anche prima che accettino la grazia, gli esseri umani sono positivamente determinati da esso, e non semplicemente messi a confronto con un'offerta esterna di salvezza. Cf Cristiani anonimi; Giustificazione; Grazia; Peccato originale; Redenzione; Salvezza; Soprannaturale.

Esistenzialismo. (inizio)

Tendenza filosofica, religiosa e letteraria che è esemplificata da scrittori come Sören Kierkegaard (1813‑1855), Fiodor Dostoyevsky (1821‑1881), Miguel de Unamuno (1864‑1936), Karl Jaspers (1883‑1969) e Martin Heidegger (1889‑1976). L'esistenzialismo ha esercitato un notevole influsso nella teologia cattolica e protestante. In genere, gli esistenzialisti esaltano i singoli nella loro libertà e nella loro ricerca di esistenza autentica. Essi variano da atei dichiarati come Jean‑Paul Sartre (1905‑1980) a cristiani credenti come Rudolf Bultmann (1884‑1976) e Gabriel Marcel (1889‑1973). Cf Teologia dialettica.

Esorcismo (Gr. « scongiurare sotto giuramento »). (inizio)

Scacciare spiriti maligni (o anche lo stesso demonio) da persone possedute da loro o perlomeno sotto il loro potere. Una forma di esorcismo si trova nelle preghiere che precedono il battesimo. Nel caso di una persona posseduta dal demonio, un esorcista agisce col permesso del vescovo e compie un rito che consiste in preghiere, aspersioni con acqua benedetta e imposizione delle mani. La pratica degli esorcismi imita ciò che Cristo e i suoi discepoli hanno fatto in casi del genere (Mt 10,1; Mc 1,21‑28; Lc 4,31‑37; 11,14‑23; At 19,11‑12). Cf Demòni; Diavolo; Ossessione diabolica; Sacramentale.

Esperienza religiosa. (inizio)

Contatto immediato e personale con Dio e con le cose di Dio (Eb 6,4‑6; DS 3033, 3484; FCC 1.076; DV 8, 14). Nella seconda « Annotazione » degli Esercizi Spirituali, sant'Ignazio di Loyola (circa 1491 ‑ 1556) segue una tradizione che risale a Origene (circa 185 ‑ circa 254) che a sua volta si richiama a san Giovanni (Gv 1,39; 13,23; 1 Gv 1,1‑3; cf Sal 34,9) nel ritenere che la preghiera ci porterà a « sentire e gustare le cose (di Dio) internamente ». Le esperienze religiose, sia quelle intense che quelle ordinarie, devono essere esaminate e interpretate nella Chiesa e sotto la guida dello Spirito Santo (1 Ts 5,21 ), specialmente quelle drammatiche e quelle mistiche. Cf Contemplazione; Discernimento degli spiriti; Mistica; Modernismo; Preghiera; Spirito Santo.

Espiazione (Lat. « riparare » « purificare »). (inizio)

Fare ammenda per il peccato e riparare il danno causato nell'ordine morale e nel proprio rapporto con Dio. La necessità di espiare i peccati fu istituzionalizzata dagli Ebrei nel giorno dell'espiazione, Yom Kippùr. Il NT, in particolare la Lettera agli Ebrei, presenta Cristo come il sacerdote e la vittima che rappresentativamente ha espiato i nostri peccati e ha purificato il nostro mondo contaminato (Eb 2,17‑18; 9,6-10,18; cf Rm 3,24‑25; Tt 2,13‑14). Cf Peccato; Redenzione; Riscatto; Sacerdoti; Sacramento della penitenza; Sacrificio; Sacro Cuore; Salvezza; Soddisfazione; Yom Kippùr.

Esseni. (inizio)

Un gruppo ascetico e ben organizzato di Ebrei, ricordato da Filone (circa 20 a.C. ‑ circa 50 d.C.), da Plinio il Vecchio (circa 23‑79) e da Giuseppe Flavio (circa 37 ‑ circa 100). Sembra che abbiano avuto origine nel II secolo avanti Cristo, e vanno probabilmente identificati con la comunità di Qumran. Cf Manoscritti di Qumran.

Essenza ed energie. (inizio)

Distinzione fondamentale nella teologia di Gregorio Palamas (circa 1296‑1359), secondo cui la divina essenza rimane inconoscibile, ma non l'auto‑svelamento di Dio e le « energie » o attività donatrici di vita. Questa differenziazione in Dio è intesa a salvaguardare sia la nostra deificazione sia l'inaccessibile alterità di Dio. Cf  Deificazione; Eunomianesimo; Esicasmo; Palamismo; Teologia apofatica.

Essenza ed esistenza. (inizio)

Nella filosofia di san Tommaso d'Aquino (circa 1225‑1274), è una distinzione fondamentale e reale tra i due princìpi dell'essere che entrano nella composizione definitiva di tutto ciò che esiste nel mondo creato. L'atto dell'esistenza attualizza la potenzialità dell'essenza e gode così di un primato sull'essenza. Cf Ente; Tomismo.

Estetica. (inizio)

I princìpi per giudicare la bellezza degli oggetti. La teologia ha bisogno di criteri estetici mutuati dall'esperienza artistica, culturale e contemplativa, in modo da apprezzare le immagini materiali che manifestano e comunicano le realtà spirituali e divine (cf IM 6; GS 57). Cf Teologia della bellezza.

Estrema unzione. (inizio)

Cf Unzione degli infermi.

Eternità (Lat. « durata senza fine »). (inizio)

Non ha né inizio né fine, ma è immutabilmente pienezza di vita. L'eternità è un attributo divino, ma per grazia Dio ci rende partecipi della « vita eterna » (Gv 11,25‑26). Cf Attributi divini; Cielo; Grazia; Inferno; Risurrezione.

Eterodosso (Gr. « di credenze differenti »). (inizio)

Opinioni che si scostano dall'insegnamento normativo della Chiesa. Cf Ortodossia.

Eteronomia (Gr. « legge estranea »). (inizio)

Termine usato da Immanuel Kant (1724‑1804) per descrivere la situazione di coloro che non sono autonomi, ossia, autodeterminanti, ma vivono sottoposti ad una legge esterna. Siccome l'autorità suprema di Dio è mediata attraverso la nostra coscienza e la nostra libertà creata, la teonomia (Gr. « legge divina »), quando è rettamente intesa, ci libera da una reale alternativa: o una autonomia assoluta, o una eteronomia schiavizzante. Cf Autonomia; Etica; Libertà; Teonomia.

Etica (Gr. « costume, usanza »). (inizio)

Quel settore della filosofia che studia i princìpi morali per precisare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ossia ciò che gli esseri umani possono fare e ciò che devono evitare. L'etica deontologica, rappresentata da Immanuel Kant (1724‑1804), ritiene il comportamento umano moralmente buono quando, guidato dal senso del dovere, uno adempie i suoi obblighi indipendentemente dalle sue conseguenze. L'etica utilitaria, sostenuta da Geremia Bentham (1748‑1832), prende le conseguenze come norma definitiva della moralità e cerca di effettuare « la massima felicità del maggior numero ». Cf Libertà; Teologia morale.

Etiopi. (inizio)

 Cf Cristianità etiope.

Eucaristia (Gr. « ringraziamanto »). (inizio)

Parola usata per l'intera celebrazione della Messa, e in particolare per la seconda parte, che viene dopo la celebrazione della Parola di Dio, raggiunge il suo apice con la consacrazione del pane e del vino che vengono trasformati nel Corpo e Sangue di Cristo, e si conclude con la comunione. Il termine « Eucaristia » si riferisce inoltre alla presenza reale di Cristo sotto le specie del pane e del vino (DS 1640, 1651; FCC 9.139, 9.149). L'Eucaristia, il più grande dei sacramenti e il centro della vita della Chiesa, fu istituita da Cristo nell'ultima Cena (DS 1637, 1727; FCC 9.136, 9.162). Sacrificio di lode e di ringraziamento, in cui Cristo è presente come sacerdote e come vittima, l'Eucaristia

  a) rende presente la Nuova Alleanza (1 Cor 11,25; Lc 22,20) realizzatasi con la sua morte e risurrezione che ci hanno riconciliati con Dio (DS 1740, 1742; FCC 9.172, 9.176), e

  b) anticipa il compimento del Regno divino.

  Come banchetto, l'Eucaristia (At 2,46; DS 847) ci fa partecipare allo stesso banchetto di Dio e esprime la nostra profonda unità nella Chiesa.

  Come sacrificio e banchetto, l'Eucaristia simboleggia efficacemente la donazione e il servizio agli altri a cui sono chiamati i cristiani. Cf Agàpe; Alleanza; Anàfora; Cena del Signore; Chiesa; Comunione; Liturgia; Messa; Preghiera eucaristica; Sacramento; Sacrificio; Santissimo Sacramento; Transostanziazione.

Eulogia (Gr. « benedizione » e « oggetto benedetto »).(inizio)

Nel secondo significato, è il pane benedetto, ma non consacrato, che viene distribuito ai fedeli al termine dell'Eucaristia. L'uso del pain bénit (pane benedetto) è rimasto in certe zone di lingua francese. Nelle liturgie orientali, si ha come corrispondente l'antidoron (Gr. « al posto del dono ») distribuito praticamente a quanti hanno partecipato alla celebrazione. CfBenedizione.

Eunomianesimo. (inizio)

Eresia propagata da un vescovo di Cizico, Eunomio (morto nel 395), che apparteneva all'ala estremista degli Ariani. Egli asseriva che Dio è un ingenerato, estremamente semplice e assolutamente conoscibile quanto a sostanza. Il Figlio è la prima creatura del Padre; lo Spirito Santo è poi creato dal Figlio. Contro un simile razionalismo sia nel metodo che nel contenuto, san Basilio Magno (circa 330‑379) e san Gregorio Nisseno (circa 335 circa 395) riaffermarono l'insegnamento ortodosso della Chiesa e il senso genuino del mistero che caratterizza la teologia autentica. Cf Anomei; Concilio Niceno I; Essenza ed energie; Padri cappadoci; Pneumatomachi; Razionalismo; Teologia apofatica.

Eutichianesimo. (inizio)

Eresia che fa capo a Eutiche, igumeno (superiore) di un grande monastero di Costantinopoli (circa 378‑454). Egli fu accusato di ammettere soltanto una natura o physis in Cristo dopo l'incarnazione: la natura divina. Questa visuale mono‑fisita negava che Cristo avesse anche una natura umana come la nostra. Condannato nel 448 in un sinodo locale a Costantinopoli, fu riabilitato l'anno seguente grazie all'influenza dell'imperatore e del patriarca di Alessandria in un sinodo tenutosi a Efeso. Questo sinodo fu chiamato dal papa san Leone Magno un « latrocinio », o « brigantaggio ». Comunque, nel Concilio di Calcedonia (451), Eutiche fu condannato e ripudiato da tutti (cf DS 290‑300; FCC 4.007‑4.010). Cf Concilio di Calcedonia; Monofisismo.

Eva (Ebr. « vivente »). (inizio)

Nel racconto della creazione si chiama così la prima donna, la « madre di tutti i viventi » e moglie di Adamo (Gn 3,20; 4,1; Tb 8,6), il quale la seguì nel peccato (Gn 3,1‑7; 2 Cor 11,3; 1 Tm 2,13‑14). Cf Adamo; Nuova Eva.

Evangelici (dal gr. « Vangelo »). (inizio)

In genere, si chiamano così i Protestanti cristiani che insistono sulla giustificazione mediante la fede e sulla suprema autorità della Bibbia. Il termine « evangelico » è dato anche alla Chiesa protestante di Germania e a quegli Anglicani che

  a) mettono in risalto la conversione personale, l'autorità delle Scritture, l'espiazione mediante la morte di Cristo e

  b) non condividono pienamente le visuali della Chiesa Alta (« High Church ») circa la grazia, l'Eucaristia e gli altri sacramenti.

  Cf Comunione Anglicana; Episcopaliani; Giustificazione.

Evangelizzazione. (inizio)

La proclamazione a tutte le genti (Mt 28,19‑20; Rm 10,12‑18) e a tutte le culture della Buona Novella circa Gesù Cristo (Mc 1, 1). Mediante la forza dello Spirito Santo (At 1,8), il messaggio del vangelo si diffonde sia tra i cristiani separati dalla Chiesa (evangelismo), sia ai non cristiani (missioni). Cf Inculturazione; Missioni nella Chiesa; Vangelo.

Evento Cristo. (inizio)

Termine usato per designare la venuta di Cristo come fatto decisivo della storia della salvezza. Cf Storia della salvezza.

Evoluzionismo. (inizio)

Teoria elaborata da Charles Darwin (1809‑1882) secondo cui, per selezione naturale, i viventi attuali si sono evoluti gradualmente da forme meno complesse. Alcuni fondamentalisti sostengono erroneamente che la teoria dell'evoluzionismo biologico è in contrasto con i dati biblici, anziché ammirare le immagini meravigliose che la Bibbia ci offre di Dio che opera con sapienza e potenza « dall'interno » per portare a forme superiori di vita fino all'apparire degli esseri umani. Cf Creazionismo; Fondamentalismo; Poligenismo.

Ex cathedra. (inizio)

Cf Definizione ex cathedra.

Ex opere operantis (Lat. « in base al proprio agire »).(inizio)

Le disposizioni soggettive richieste per ricevere un sacramento. La loro funzione non è causa, ma piuttosto condizione per la piena efficacia della grazia di Dio (cf DS 781, 1451, 1601‑1613; FCC 7.089, 8.047, 9.007‑9.019, 9.038). Cf Sacramento.

Ex opere operato (Lat. « in base all'atto compiuto »).(inizio)

L'efficacia oggettiva e fruttuosa dei sacramenti che non dipende primariamente dagli atteggiamenti o dai meriti di coloro che ricevono o che amministrano i sacramenti. CfDonatismo.

Extra Ecclesiam nulla salus (Lat. « fuori della Chiesa, non c'è salvezza »). (inizio)

È un assioma che risale a san Cipriano di Cartagine (morto nel 258) e che insiste sulla necessità di appartenere alla Chiesa di Cristo per salvarsi (Mc 16,16; LG 14). Questo, però, non significa negare la salvezza a coloro che in buona fede non appartengono alla Chiesa e seguono la loro coscienza cercando di vivere la verità come la conoscono (LG 16). Cf Chiesa; Cristiani anonimi; Salvezza; Soprannaturale.

Eziologia (Gr. « studio delle cause »). (inizio)

Un racconto che spiega come qualcosa venne all'esistenza a motivo di un evento particolare ritenuto responsabile di averlo originato. Così, un atto della moglie di Lot è fornito come spiegazione di una strana formazione geologica (Gn 19,26). Le spiegazioni eziologiche vengono date per nomi di persone, come Abramo (Gn 17,5) e Mosè (Es 2,10), « Israele », il nome nuovo dato a Giacobbe (Gn 32,28), e certe località, come Bersabea (Gn 21,31). Hermann Gunkel (1862‑1932) fece un lavoro importante di analisi e di classificazione di eziologie bibliche. Seguendo Karl Rahner (1904‑1984), alcuni chiamano i primi 11 capitoli del Genesi una « eziologia storica ». Gli autori dell'AT hanno, da una parte, sperimentato la bontà di Dio come creatore e salvatore, e, d'altra parte, la realtà del peccato e delle sue conseguenze. Hanno spiegato la tensione esistente tra la grazia e il peccato nella realtà del loro tempo retro‑proiettandola alle origini del genere umano. Ciò non vuol dire che i capitoli introduttivi della Bibbia ci offrano un resoconto storico, ma vuol dire che gli eventi reali e primordiali spiegano l'attuale condizione umana. Cf Creazione; Critico biblico; Peccato originale; Protologia.

 
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00Sunday, August 18, 2013 1:22 PM

F

Farisei (Ebr. « separati »). (inizio)

Un gruppo di pii Giudei, formatosi nel II secolo a.C. Essi accettavano sia la legge scritta che orale e osservavano fino allo scrupolo molte pratiche (ispirate dalle 366 norme positive e 250 negative). Criticavano Gesù perché rimetteva i peccati, trasgrediva il Sabato e frequentava i peccatori. A sua volta, Gesù rinfacciava loro il legalismo esteriorista e la presunzione di essere giusti (Mc 7,1‑23; Lc 18,9‑14). Tuttavia, i Vangeli ricordano anche come Gesù sia stato difeso e accolto da certi Farisei (Lc 7,36; 13,31; Gv 7,50‑51; 19,39). Il maestro di Paolo, il fariseo Gamaliele, prese nel Sinedrio le difese degli apostoli (At 5,34‑40). Non solo Paolo, ma anche altri Farisei si fecero cristiani (At 15,5). Dopo la rivolta di Bar Kocheba (135 d.C.) le tradizioni dei Farisei furono conservate dai Rabbini e dalla Mishnah. Cf Mishnah; Sadducèi; Talmud.

Farsi cristiano. (inizio)

Ricevere un nome cristiano ed essere accolto nella Chiesa. In Occidente, questo avviene col battesimo. In Oriente, vengono allora amministrate anche la cresima e la comunione. CfBattesimo; Iniziazione.

Febronianesimo. (inizio)

È una teoria tedesca sulle relazioni tra Chiesa e Stato. Essa respingeva certi poteri del papa come residui medievali. Il movimento prese nome da Johann Nikolaus von Hontheim (1701‑1790), vescovo coadiutore di Treviri. Questi, nel 1763, sotto lo pseudonimo di « Giustino Febronio », pubblicò un libro dal titolo: « Sullo Stato della Chiesa e sulla legittima autorità del Romano Pontefice ». Il libro riconosceva il papa come capo della Chiesa, ma negava la sua giurisdizione sulla maggior parte dei problemi fuori di Roma (cf DS 2592‑2597). Cf Chiesa e Stato; Gallicanesimo; Papa.

Fede. (inizio)

Si intende la verità oggettiva e rivelata che è creduta (fides quae), o l'affidamento soggettivo e personale a Dio (fides qua). Resa possibile con l'aiuto dello Spirito Santo (At 16,14; 2 Cor 3,16‑18), la fede è una risposta libera, ragionevole e totale (DV 4) mediante cui confessiamo la verità circa la divina autorivelazione compiutasi definitivamente in Cristo (Gv 20,31; Rm 10,9), ci abbandoniamo a Dio nell'obbedienza (Rm 1,5; 16,26) e affidiamo a Dio il nostro futuro (Rm 6,8; Eb 11,1). Cf Analisi della fede; Analogia della fede; Deposito della fede; Fideismo; Giustificazione; Razionalismo; Rivelazione; Semipelagianesimo; Sola fede; Verità.

Fede e opere. (inizio)

Un problema già sollevato nel NT (per es., Gc 2,14‑26), e dibattuto strenuamente al tempo della Riforma. San Paolo insiste sul fatto che la giustificazione avviene per grazia mediante la fede, e non per le opere della legge (Rm 3,20‑26; Gal 2,16; 3,2.5.10). Tuttavia, Dio opera nei credenti (Fil 2,12‑13) perché producano i frutti (Gal 5,22‑23) di una fede « che opera per mezzo della carità » (Gal 5,6). Cf Decalogo; Fede; Giustificazione; Grazia; Imputazione; Legge; Luteranesimo; Merito; Riforma (La); Sola fede; Toràh.

Fede e ordine. (inizio)

Commissione ecumenica fondata per studiare i problemi teologici che fomentano le divisioni tra i cristiani. Questa Commissione organizzò le Conferenze mondiali di Losanna (1927), Edinburgo (1937), Lund (1952), Montréal (1963) e Santiago de Compostela (1993). Attualmente è una sezione all'interno del Consiglio Ecumenico delle Chiese. Cf Consiglio Ecumenico delle Chiese; Ecumenismo.

Fede fiduciale (Lat. « fede come fiducia »). (inizio)

È l'elemento più importante della fede secondo Martin Lutero (1483‑1546). Mentre conservano la priorità di questo elemento fiduciale (fiducia) nella salvezza effettuata da Cristo, i teologi luterani successivi hanno incluso il ruolo della conoscenza e dell'assenso nella loro spiegazione di fede. Cf Fede; Luteranesimo.

Fenomenologia (Gr. « studio di ciò che appare »). (inizio)

È lo studio dei fenomeni in quanto contrapposi ai nooumeni (Gr. « le cose che sono percepite »), o cose come sono in sé e non semplicemente come appaiono. Dopo che Immanuel Kant (1724‑1804) ebbe stabilito una distinzione netta tra il mondo nooumenico e quello fenomenico, Giorgio Guglielmo Federico Hegel (1770‑1831), nella sua Fenomenologia dello Spirito (1807) pensò di tracciare le varie fasi attraverso cui passa la mente: dalla semplice consapevolezza alla certezza sensibile dei fenomeni, alla conoscenza assoluta dello Spirito. Studiando i contenuti della coscienza umana, la fenomenologia di Edmondo Husserl (1859‑1938) mirò a descrivere il modo con cui le cose si manifestano effettivamente nella loro realtà. L'opera di Max Scheler (1874‑1928) sui sentimenti e sui valori portò la fenomenologia in una direzione in un certo senso agostiniana, cosa che fece l'assistente di Husserl, la beata Edith Stein (1891‑1942). La fenomenologia può anche essere esistenzialista, come quella di Maurice Merleau‑Ponty (1908‑1961), che si adoperò a descrivere « il mio mondo », più che il mondo com'è in se. Con Martin Heidegger (1889‑1976), la fenomenologia divenne una filosofia dell'esistenza, basata sulla storicità e sul tempo. Cf Esistenzialismo; Esperienza religiosa; Filosofia.

Ferendae sententiae (Lat. « sentenza da pronunciare »). (inizio)

È la pena « che non costringe il reo se non dopo essere stata inflitta » (CIC 1314; cf 1318). A motivo della complessità dei casi singoli e della sottigliezza della legge, la maggior parte delle pene ecclesiastiche sono di questo tipo. Cf Latae sententiae.

Festa. (inizio)

Giorno di celebrazione speciale nel calendario liturgico della Chiesa. La domenica festeggia la risurrezione di Cristo dai morti, e in Oriente è chiamata spesso il « giorno ottavo », o il primo giorno della nuova creazione portata da Cristo. Sono feste mobili, per es., Pasqua e Pentecoste, in quanto le loro date variano da un anno all'altro. Le feste fisse (per es., Natale e le feste dei santi) sono sempre celebrate lo stesso giorno. Cf Calendario liturgico; Domenica; Risurrezione; Sabato.

Fideismo. (inizio)

Tendenza

a) a sottovalutare il ruolo della ragione nello studio delle tematiche religiose, e

  b) a sopravalutare la libera decisione di fede.

  Nel migliore dei casi, il fideismo sfida giustamente i tentativi di dimostrare scientificamente la verità del cristianesimo. Nel caso peggiore, rappresenta la fede come un salto cieco nel buio. Cf Analisi della fede; Modernismo; Preamboli della fede; Razionalismo; Teologia naturale; Tradizionalismo.

Fides quaerens intellectum (Lat. « fede che cerca di capire »). (inizio)

È il titolo che sant'Anselmo di Aosta (circa 1033‑1109) diede originariamente ad un suo lavoro (che più tardi venne chiamato « Proslogion »). Il titolo non è altro che una variante del detto agostiniano: « Credo ut intelligam » (Lat. « credo per capire ») e vuol dire che, in teologia, la fede ispira e guida la comprensione intellettuale più che l'inverso. CfAgostinianismo; Argomento ontologico.

Filioque (Lat. « e dal Figlio »). (inizio)

Parola che fu aggiunta al Simbolo Niceno‑Costantinopolitano nel quarto Sinodo di Braga, in Portogallo (675). La sua aggiunta nel terzo Sinodo di Toledo (589) sembra essere una interpolazione (cf DS 470; FCC 6.024). Questa parola intende affermare:

  a) che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio;

  b) che le tre Persone della Trinità sono perfettamente uguali.

  Nel 1013 l'imperatore Enrico II ordinò alla Chiesa latina di aggiungere il Filioque nella professione di fede. La Chiesa ortodossa greca avversò fortemente questa inserzione nel Simbolo. A partire dal Patriarca Fozio di Costantinopoli (circa 810‑895), il Filioque è stato spesso considerato il punto più grave di divergenza tra l'Oriente e l'Occidente. Il Concilio di Firenze (1439) non pretese che i Greci accettassero l'aggiunta del Filioque, ma si accontentò che riconoscessero la verità che vi è soggiacente (DS 1301‑1303; FCC 6.070‑6.071), cosa che essi fecero. Cf Arianesimo; Concilio di Firenze; Concilio di Lione II; Processioni; Simbolo niceno; Spirito Santo.

Filocalia (Gr. « amore di ciò che è bello »). (inizio)

a) Si tratta di un'antologia tratta dagli scritti di Origene (circa 185 ‑ circa 253) per opera di san Basilio Magno (circa 330‑379) e di san Gregorio Nazianzeno (329‑389).

  b) Lo stesso titolo fu scelto per un'antologia sull'ascetica, la solitudine e la preghiera del cuore chiamata esicasmo, tratta da trentotto Padri della Chiesa e pubblicata nel 1782 da san Macario Notaras, vescovo di Corinto (1731‑1805) e da san Nicodemo Agiorita del Monte Athos (circa 1749‑1809). Ispirandosi a questa antologia, Paisy Velichovsky (1722‑1794) tradusse in slavonico brani scelti dai Padri greci e li pubblicò nel 1793 come Dobrotoliubie(slavonico: « amore di ciò che è buono »). Il vescovo Teofano Zatvornik (russo: « il Recluso ») (1815‑1894) fece una traduzione libera in russo dall'antologia del 1872, ampliandola notevolmente e dandole il titolo della raccolta di Paisy. Entrambe le edizioni dellaDobrotoliubie hanno influenzato fortemente la spiritualità russa e raggiunto un vasto pubblico, come appare dall'opera anonima: La via di un pellegrino (ed. Kazan', 1870). In questi ultimi decenni, la riscoperta della Filocalìa ha contribuito grandemente a fare conoscere in Occidente la spiritualità ortodossa (e la spiritualità dei Padri in genere). CfEsicasmo; Misticismo; Padri cappadoci; Padri della Chiesa; Preghiera di Gesù.

Filosofia (Gr. « amore della sapienza » (inizio)

o studio dei princìpi più generali delle cose e della conoscenza che ne abbiamo. Dopo Socrate (circa 469‑399 a.C.) e Platone (circa 428 ‑ circa 348 a.C.), la filosofia greca raggiunse il suo vertice con Aristotele (384‑322 a.C.). Egli organizzò la filosofia in un sistema unificato di apprendimento che per secoli ebbe un influsso enorme sia in Oriente che in Occidente. Uno studio introduttorio della logica o scienza del raziocinio doveva servire da organon (Gr. « strumento ») per la scienza ulteriore. Poi, seguiva

  a) la theorìa (Gr. « contemplazione ») che era divisa in prima filosofia (= metafisica), matematica e fisica;

  b) la praxis (Gr. « azione », « condotta ») che comprendeva l'etica e la politica;

  c) la pòiesis (Gr. « fare », « produrre ») suddivisa in retorica, poesia ed economia.

  Dopo René Descartes (Cartesio: 1596‑1650) ed Immanuel Kant (1724‑1804), il problema della natura, delle condizioni e dei limiti della conoscenza umana ha occupato spesso il posto principale in filosofia. Nel secolo XX, varie forme di esistenzialismo, analisi linguistica, varie forme di marxismo, la filosofia del processo, varie correnti tomiste e altre filosofie hanno creato una situazione di pluralismo, almeno nel mondo occidentale. La teologia ha bisogno dell'aiuto di una buona base filosofica che serva a chiarire criticamente i suoi concetti, problemi e metodi. Cf Aristotelismo; Epistemologia; Ermeneutica: Esistenzialismo; Etica; Fenomenologia; Filosofia perenne; Idealismo; Materialismo; Metafisica: Neoplatonismo; Nominalismo; Personalismo; Platonismo; Pragmatismo; Scolastica; Strutturalismo; Teologia; Teologia del processo.

Filosofia della religione. (inizio)

Lo studio filosofico del linguaggio, delle credenze, delle esperienze e delle prassi religiose. Questa disciplina, focalizzata in modo piuttosto vagamente, fu creata da David Hume (1711‑1776), da Immanuel Kant (1724‑1804), da Giorgio Guglielmo Federico Hegel (1770‑1831) e da altri personaggi dell'Illuminismo che spesso sottovalutarono il significato della rivelazione e cercarono di sviluppare una religione entro i limiti della sola ragione. Oggi, alcuni usano questa disciplina per elaborare i fondamenti per la credenza religiosa od anche per studiare i rapporti tra la ragione filosofica e la fede religiosa. Nel ragionare sullareligione, questa disciplina prescinde logicamente dal punto di vista della fede personale e riflette su tutte le religioni del mondo senza privilegiare la preminenza o l'unicità di una religione. Perciò la filosofia della religione si suole distinguere dalla teologia filosofica che non prescinde dalla fede cristiana e coincide in buona parte con la teologia fondamentale. CfFilosofia; Religione; Rivelazione; Teologia fondamentale; Teologia naturale.

Filosofia perenne. (inizio)

Un tema che è stato reso popolare dalla Neo‑Scolastica e che risale ad un libro scritto da Agostino Steuchus (1496‑1548), vescovo di Kissamos nell'isola di Creta. Questi, nel suo De perenni philosophia (1540) affermava un'armonia essenziale tra

  a) il pensiero di platonici cristiani come Marsilio Ficino (1433‑1499) e Giovanni Pico della Mirandola (1463‑1494) e

  b) la filosofia dell'antichità classica.

  In seguito, altri scrittori, come Goffredo Gugliemo Leibniz (1646‑1716), svilupparono questa tesi e sostennero un'unità fondamentale nell'intera storia del pensiero occidentale. Aldous Huxley (1894‑1963) e altri hanno usato il termine filosofia perenne in un senso più ampio, affermando che tutte le grandi tradizioni religiose condividono la stessa sapienza antica. CfNeo‑Aristotelismo; Nea‑Scolastica; Neo‑Tomismo; Platonismo; Scolastica; Tomismo.

Filosofia trascendentale. (inizio)

Una forma di tomismo sviluppata dal Gesuita belga Joseph Maréchal (1878‑1944) in risposta alla filosofia critica di Immanuel Kant (1724‑1804). Dopo René Descartes (Cartesio: 1596‑1650), non si poteva ignorare la questione circa il soggetto che chiede e cerca di conoscere, ma che è anche fin troppo consapevole della possibilità di rimanere deluso. Poi, David Hume (1711‑1776) rigettò ogni conoscenza che non è né analitica (tautologica) né esperienziale. Kant pone la metafisica in discussione, nel senso che chiunque faccia affermazioni riguardanti l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima e la sua libertà deve prima chiedersi se un'impresa del genere sia possibile. Ciò che noi chiamiamo realtà « esterna » può essere visto (almeno in parte) come il prodotto della nostra mente. In risposta a Kant, Maréchal difese il realismo teistico di san Tommaso d'Aquino (circa 1225‑1274), col sostenere che gli esseri umani e le loro questioni (metafisiche) rivelano un itinerario che conduce, al di là dei dati immediati della percezione dei sensi, verso un Assoluto. Il metodo trascendentale di Maréchal è stato seguito da pensatori come Bernard Lonergan (1904‑1984), Emerich Coreth (nato nel 1919) e Johann Baptist Lotz (1903‑1922). CfEpistemologia; Filosofia; Metafisica.

Finalità. (inizio)

Un principio della filosofia scolastica secondo cui gli esseri agiscono sempre per un fine. Questo principio si applica, però, in modo diverso agli agenti intelligenti e a quelli che non lo sono. Cf Scolastica.

Firenze. (inizio)

Cf Concilio di Firenze.

Fondamentalismo. (inizio)

Movimento protestante nel XX secolo, specialmente negli U.S.A., che difende generalmente verità fondamentali come la divinità di Cristo e la sua risurrezione corporea, ma nell'interpretare la Bibbia dà una scarsa attenzione alla sua formazione storica, ai suoi vari generi letterari e al suo significato originale. Questa trascuratezza di una buona esegesi ha portato a falsi problemi circa i racconti dell'AT, come quello della creazione, del diluvio e dell'avventura di Giona. Cf Critica biblica; Evangelici; Evoluzionismo; Inerranza.

Fondatore. (inizio)

Colui che crea un movimento o una istituzione e gli dà una forma col tracciare almeno alcuni princìpi o linee normative. Così, Cristo è il fondatore del cristianesimo; san Domenico (1170‑1221) è il fondatore dell'Ordine dei Predicatori, conosciuti dal popolo come Domenicani, ecc. Cf Cristianesimo; Ordini religiosi.

Fonti del diritto canonico orientale. (inizio)

Sono le prescrizioni riguardanti il comportamento dei membri e dei ministri della Chiesa, che provengono di solito dai concili e sinodi ecumenici. Una volta che la Chiesa fu riconosciuta ufficialmente dallo Stato, i precetti della Chiesa divennero automaticamente leggi dell'Impero; entrarono nel Codice Teodosiano, e più ancora nel Codice Giustinianeo. Sotto l'Imperatore Teodosio II (401‑450), tutte le leggi generali emanate a partire da Costantino il Grande (morto nel 337) furono codificate in una raccolta entrata ufficialmente in vigore a partire dal 439. Nel 529, l'Imperatore Giustiniano I (483‑565) pubblicò un nuovo Codice, riveduto nel 534. Il Codice Giustinianeo intese procurare una sinfonia (gr. « armonia ») ed una synalleleia (Gr. « cooperazione autonoma ») tra la Corte imperiale e le autorità ecclesiastiche, facendo dell'imperatore l'esecutore della legislazione canonica. Il Codice Giustinianeo aiutò il codice canonico a spuntare in Occidente nel tardo Medioevo, ma una codificazione del diritto canonico orientale richiese molto tempo. San Nicodemo del Monte Athos (1749‑1809) tentò una compilazione e vi aggiunse un commento, chiamato Pedalion(gr. « timone »), che fu rapidamente riconosciuta nella prassi del patriarca di Costantinopoli. Questo timone intendeva guidare la nave della Chiesa universale con i dogmi e le tradizioni che fungevano da travi e da impiantito; Gesù era il pilota; gli apostoli ed il clero erano gli ufficiali e l'equipaggio. Questa immagine richiama il nome dato al codice principale di diritto canonico russo: Korm_aja Kniga (Russo: « carta del navigante »). È una raccolta di canoni stampati per la prima volta nel 1653. Il lavoro di san Nicodemo riflette i legami stretti che intercorrono tra legge e spiritualità e l'interpenetrazione della legge e del dogma. Due termini sintetizzano lo spirito del diritto canonico orientale: akrìveia (Gr. « rigore » ) eoikonomìa (gr. « direzione della casa »). Cf Chiesa e Stato; Corpus Juris Canonici; Economia; Nomocanone; Filocalis; Sinodo Trullano; Sinfonia.

Forma del matrimonio. (inizio)

Il modo per attuare la cerimonia del matrimonio è stabilito dal Concilio di Trento nel 1563 e prescritto nel Diritto Canonico (CIC 1108‑1123). Perché un matrimonio sia valido, occorre che venga celebrato dinanzi al vescovo del luogo, o del parroco, o di un presbitero o diacono legittimamente delegato per la celebrazione. Dove non ci siano presbiteri o diaconi disponibili, possono essere delegati dei laici, se questo è consentito dalla Conferenza episcopale. Devono essere presenti altri due testimoni. Per giuste ragioni, il vescovo del luogo può dispensare dalla forma prescritta dalla legge. Cf Validità.

Foro esterno. (inizio)

Cf Foro interno.

Foro interno (Lat. « fòrum »: piazza). (inizio)

L'area della coscienza personale, a cui Dio solo ha un accesso adeguato. I tribunali ecclesiastici trattano del fòro esterno (Lat. « forum externum »), ossia di quanto si può osservare pubblicamente. « L'atto amministrativo, che riguarda il foro esterno, si deve consegnare per iscritto... » (CIC 37; cf anche CIC 74, 130, 144, 1074, 1081‑1082, 1123, 1126, 1145, 1319, 1340, 1361 e 1732). Quello che dicono i penitenti nel sacramento della riconciliazione appartiene al foro interno ed è strettamente protetto dal sigillo della confessione (cf CIC 64, 74, 130, 142, 144, 508, 596, 1079, 1082, 1355 e 1357). CfBeatificazione; Canonizzazione.

Frammento muratoriano. (inizio)

L'elenco più antico dei libri del NT, chiamato così da Lodovico Antonio Muratori (1672‑1750), sacerdote, bibliotecario ed archivista, che lo scoprì nella Biblioteca Ambrosiana di Milano e lo pubblicò nel 1740. Mutilato all'inizio e alla fine, questo manoscritto latino di 85 righe viene datato generalmente alla fine del II secolo d. C. Quattro libri riconosciuti dopo questa data come facenti parte del NT (Lettera agli Ebrei, Giacomo, prima e seconda lettera di Pietro) non figurano nell'elenco di questo frammento. Cf Canone delle Scritture; Marcionismo.

Francoforte. (inizio)

Cf Scuola di Francoforte.

Funerali. (inizio)

Cf Rito funebre.  

Coordinatrice
00Wednesday, August 21, 2013 9:54 AM

G

Gallicanesimo. (inizio)

Si tratta di un movimento che durò a lungo in Francia, ma che riscontrò tendenze analoghe in altri paesi. Esso rivendicava una forte indipendenza dal papato. La forma classica in cui venne espresso si trova nei Quattro Articoli Gallicani:

  a) essi furono redatti dal vescovo di Meaux, Jacques‑Bénigne Bossuet (1627‑1704) ed approvati da un'assemblea del clero di Parigi nel 1682;

  b) fra le altre cose, si affermava che i concili generali avevano un'autorità superiore a quella del papa (DS 2281‑2285).

  Sebbene questi articoli siano stati revocati dal re Luigi XIV e dal clero nel 1693, la loro influenza continuò nel XIX secolo finché un papato energico e l'insegnamento del Concilio Vaticano I posero fine al Gallicanesimo. Cf Conciliarismo; Concilio di Costanza; Concilio Vaticano I; Febronianesimo.

Generazione. (inizio)

Si tratta dell'insegnamento del Concilio di Nicea (325) (« generato, non creato ») circa il modo con cui il Figlio ha origine da tutta l'eternità dal Padre senza essere da lui creato (cf DS 125; FCC 0.503) Cf Arianesimo; Concilio di Nicea I; Omooùsios.

Genere letterario. (inizio)

È uno stile o una forma particolare di scrivere. Può essere più breve (come un salmo di lamentazione o una parabola dei Vangeli), o più lungo (come un Vangelo o una omelia di un Padre della Chiesa). Un genere letterario va interpretato secondo quelle norme comuni che reggono questa forma di scritto e ne fanno un genere che si distingue dagli altri. Cf Esegesi; Ermeneutica.

Geova. (inizio)

Un nome ibrido per indicare Dio. Fu forgiato al tempo del Rinascimento col fondere due parole ebraiche per designare Dio: le consonanti provenienti dal nome sacro JHVH o YHWH, e le vocali di Adonài (« Signore ») con l'iniziale «a» cambiata per ragioni eufoniche in una « e ». Cf Iahvè.

Gerarchia (Gr. « origine sacra », « ordine »). (inizio)

Principio di ordine che regge l'universo, gli angeli, la società umana e la Chiesa. Lo Pseudo‑Dionigi (V o VI secolo) ha reso popolare il concetto di una gerarchia tra gli angeli. Mediante l'Ordine sacro (gerarchia di ordine), la Chiesa comprende i gradi di vescovi, presbiteri e diaconi (cf CIC 330‑572). Nella gerarchia di giurisdizione, l'autorità spetta al papa e ai vescovi; le altre forme di governo della Chiesa derivano da essi (cf CIC 1008‑1054). L'unione gerarchica tra il papa e i vescovi e tra un vescovo e i suoi presbiteri viene espressa attraverso la collegialità (cf DS 1767‑1770; FCC 9.291‑9.295; LG 18‑29). Il concetto di gerarchia con le tre classi di vescovi, presbiteri e diaconi, la cui autorità non proviene dalla base, distingue la Chiesa Cattolica e quelle Ortodosse dai Protestanti (cf anche DS 2595). Nel linguaggio popolare, per « gerarchia » si intendono solo il papa e i vescovi. Cf Collegialità; Cori degli angeli; Episcopato; Ordine; Ordinazione; Vescovo.

Gerarchia delle verità. (inizio)

È un principio per interpretare (non per selezionare) le verità di fede in base alla loro vicinanza al mistero centrale della fede: la rivelazione della Trinità portata da Cristo e mediante cui siamo salvi nello Spirito. Enunciato chiaramente dal Concilio Vaticano II (UR 11), questo principio ha dei precedenti biblici, in particolare quando il NT stabilisce sinteticamente i punti essenziali della fede (per es., Rm 1,3‑4; 1 Cor 15,3‑5). Tutte le verità vanno credute, è ovvio, ma il fatto di classificare e di interpretare queste verità secondo la loro relativa importanza può eliminare false sottolineature e facilitare il dialogo ecumenico (cf DS 3016; FCC 1.081) CfAnalogia della fede; Dialogo; Dogma; Ecumenismo; Fede; Professione di fede; Rivelazione.

Gerusalemme (Ebr. « città » di pace »). (inizio)

La città del re e sacerdote Melchisedech il quale benedisse Abramo (Gn 14,18‑20). Situata in una posizione strategica sul Monte Sion e sulle colline circostanti, Gerusalemme fu una roccaforte della resistenza dei Gebusèi contro l'invasione degli Israeliti. Verso il 1000 a.C., Davide espugnò la città e ne fece la capitale del Regno di Giuda (2 Sam 5,6‑7). Salomone vi costruì un « tempio grandioso » (1 Re 6,1‑38), e Gerusalemme fu esaltata come la Città di Dio (Sal 48; 87). È, però, probabile che Salomone non abbia fatto altro che trasformare un santuario già esistente dei Gebusèi in una specie di cappella regale. Dopo la caduta nel 586 a.C. (2 Re 24‑25), Gerusalemme divenne la patria verso cui sospiravano gli esiliati (Sal 137). Quando ritornarono, ricostruirono il Tempio (Cf Esd 3,1‑13; 4,24-6,22). Dopo la presa della città per opera dei Romani nel 64 a.C., Erode il Grande (che regnò dal 37 al 4 a.C.) costruì un Tempio ancora più maestoso. Gesù fanciullo visitò Gerusalemme e il suo Tempio (Lc 2, 22‑38.41‑50). Pianse sopra Gerusalemme (Lc 19, 41‑44) e ivi morì crocifisso. I Romani distrussero la città nel 70 d.C. Al tempo della rivolta di Bar Kocheba (132‑135 d.C.), ricostruirono Gerusalemme chiamandola Aelia Capitolina e proibirono agli Ebrei di ritornarvi sotto pena di morte. Gerusalemme è la Chiesa Madre e il luogo più importante di pellegrinaggio per tutti i cristiani. Fu riconosciuta come Patriarcato dal Concilio di Calcedonia (451). In Gerusalemme, la chiesa del Santo Sepolcro che abbraccia sia la tomba di Cristo sia il luogo del Calvario, manifesta le divisioni attuali dei cristiani e ha sei gruppi separati di cristiani che l'occupano: i Cattolici latini, i Greci Ortodossi, gli Armeni, i Siri, i Copti e gli Etiopici. Ci sono oggi tre patriarchi a Gerusalemme: quello Greco Ortodosso, quello Apostolico Armeno (= Ortodosso Orientale) e quello Latino. La « nuova » e « santa » città di Gerusalemme sarà la patria finale di tutti i beati (Gal 4,25‑26; Ap 3,12; 21,2.10). Cf Concilio di Calcedonia; Chiese Orientali; Pentarchìa; Tempio (Il).

Gesù Cristo (Ebr. « Dio salva » e Gr. « l'Unto). (inizio)

Nato circa nel 76 a.C. e crocifisso circa nel 30 d.C., fondatore del cristianesimo e confessato come una Persona divina (il Figlio di Dio) in due nature (essendo veramente e pienamente divino e umano). Una sintesi storica di Gesù comprende almeno questi dati: fu un Ebreo della Galilea, discendente di Davide, figlio di una donna chiamata Maria che era sposata a Giuseppe che faceva il carpentiere. Dopo essere stato battezzato da Giovanni, Gesù predicò il Regno di Dio, frequentò in particolare i peccatori pubblici e altri emarginati, chiamò alcuni discepoli alla sua sequela, scelse un gruppo di dodici, compì miracoli e narrò alcune parabole famose. La sua critica a certe forme di pietà (Mt 6,1‑18), il suo desiderio di correggere certe tradizioni (Mc 7,1‑23), la sua trasgressione di certe osservanze sabbatiche (Mc 2,23‑27), il suo atteggiamento nei riguardi del Tempio di Gerusalemme (Mc 14,58; 15,29), il suo appellarsi all'autorità divina nel cambiare la legge (Mc 10,2‑12; Mt 5,21‑48) e nel rimettere i peccati (Mc 2,17; Lc 7,48) e il suo comportamento di intima familiarità con Dio suscitò la reazione di alcuni capi e maestri Giudei. A Gerusalemme (dove istituì una nuova alleanza con Dio nel contesto della celebrazione pasquale), fu tradito, arrestato, interrogato dai membri del Sinedrio, condannato da Ponzio Pilato, messo a morte su una croce (che portava la motivazione scritta della sua condanna: un sedicente messia) e fu sepolto lo stesso giorno. Pochi giorni dopo, egli apparve gloriosamente vivo a molti individui e a gruppi. Maria Maddalena (Gv 20,1‑2), probabilmente accompagnata da altre donne (Mc 16,1‑8), trovò la tomba aperta e vuota. Con la forza dello Spirito, una comunità di discepoli si raccolse attorno a Pietro e ai Dodici per riconoscere e proclamare il risorto e glorificato Gesù come Cristo (o Messia), Salvatore, Signore divino e Figlio di Dio. CfAbbà; Communicatio idiomatum; Concilio di Calcedonia; Cristologia; Enipostasi; Kyrios; Lògos; Messia; Pasqua ebraica; Preghiera di Gesù; Soteriologia; Unione ipostatica; Teologia Trinitari

Coordinatrice
00Wednesday, August 21, 2013 9:55 AM

Gesù storico. (inizio)

Il Gesù terrestre come è conosciuto attraverso una ricerca « puramente » storica senza ricorrere alla fede. Spesso il « Gesù storico » è stato contrapposto al « Cristo del kèrigma », o « Cristo della fede » (= il Cristo in cui si crede e che viene predicato dalla Chiesa). Oggi, si è generalmente d'accordo nel ritenere impossibile scrivere una « vita » genuina di Gesù. Però, un consenso con basi serie difende molte conclusioni storiche intorno a Gesù: il fatto che era Ebreo, che annunciò il Regno, che compì miracoli, che narrò parabole e che fu crocifisso a Gerusalemme sotto Ponzio Pilato. La sfida reale al problema del Gesù storico viene, comunque, da questa domanda: È realmente possibile costruire uno studio puramente critico su Gesù che consideri unicamente i fatti e rifiuti di valutarli teologicamente? Cf Cristo della fede; Cristologia.

Giacobiti. (inizio)

Cf Chiesa Ortodossa Siriana.

Giansenismo. (inizio)

Movimento teologico e spirituale, caratterizzato dal rigorismo morale e dal pessimismo sulla condizione umana. Il suo nome gli viene da Cornelio Otto Jansen (Giansenio) (1585‑1638). Questi fu ordinato vescovo di Ypres, in Belgio, nel 1636. Con il suo amico Jean Duvergier di Hauranne, abate di san Cirano (1581‑1643), Giansenio volle incoraggiare una riforma autentica della dottrina e della morale cattolica. Siccome il Protestantesimo si richiamava spesso a sant'Agostino di Ippona (354‑430), Giansenio studiò a fondo i suoi scritti, specialmente quelli diretti contro Pelagio. Nella sua opera postuma Augustinus (1640), tra gli altri punti Giansenio sostenne che la grazia di Dio determina irresistibilmente le nostre libere scelte, e senza una grazia speciale è impossibile osservare i comandamenti. Cinque proposizioni tolte dall'Augustinus di Giansenio furono condannate nel 1653 (DS 2001‑2005; FCC 8.136‑8.140), nel 1656 (DS 2010‑2013; FCC 8.143‑8.145) e nel 1690 (DS 2301‑2332). Nonostante l'insistenza sulla forza della grazia di Dio, i Giansenisti predicavano e praticavano una moralità rigorosa ed un approccio scrupoloso alla recezione dei sacramenti. Cf Agostinianismo; Determinismo; Grazia; Libertà; Pelagianesimo; Riforma (La).

Giovanni. (inizio)

Cf Teologia giovannea.

Giudaismo. (inizio)

Religione dei Giudei, popolo che discende da Abramo, e che fu liberato dall'Egitto e scelto unicamente da Dio (Rm 9‑11). Divenne strettamente e chiaramente monoteista al tempo dell'esilio di Babilonia (587‑538 a.C.). Dopo aver subito per vari secoli la dominazione straniera e la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., i Giudei perdettero la loro terra con la rivolta di Bar Kocheba (132‑135) e la riebbero solo nel 1948 con la fondazione dello Stato d'Israele. L'identità religiosa e culturale del giudaismo fu conservata attraverso la Bibbia giudaica, il Sabato, la circoncisione e la fedele osservanza della legge mosaica e della dottrina tradizionale. Il Concilio Vaticano II sottolineò la comune storia religiosa che lega insieme Giudei e cristiani e che viene ricordata nell'AT (cf NA 4; LG 9). Cf Antico Testamento; Diàspora; Ebrei; Haggadah; Monoteismo; Olocausto; Sabato; Shemà; Sinagoga.

Giudeo, giudaico. (inizio)

Uno che discende dagli Ebrei eo la cui religione è il giudaismo. Secondo una legge decretata nel 1962 dallo Stato d'Israele, giudeo è colui che è nato da una madre giudea o che si è convertito al giudaismo. Cf Ebrei; Giudaismo.

Giudizio universale. (inizio)

Si crede che Cristo verrà di nuovo alla fine dei tempi a giudicare i vivi e i morti (cf DS 10, 13‑14, 76, 150; FCC 0.509, 0.514, 5.004). I profeti dell'AT annunciano la venuta del « Giorno del Signore »; sarà allora manifestata la volontà di Dio, le nazioni saranno giudicate e saranno elargite benedizioni in abbondanza (Is 2,6‑22; Ger 17,16‑18; Gl 2,28-3‑21; Am 5,18‑20). Sviluppando spesso le immagini dell'AT, i Vangeli sinottici parlano del grano che alla fine sarà separato dalla pula (Lc 3,17), della zizzania che sarà bruciata mentre il grano sarà riposto nel granaio (Mt 13,24‑30.36‑43), dei pesci buoni che saranno raccolti mentre saranno buttati via quelli cattivi (Mt 13,47‑50). Pure affermando un giudizio futuro (Gv 5,28‑29), il Vangelo di Giovanni sottolinea anche come il giudizio avviene già nel presente quando qui ed ora si crede o si rifiuta di credere nel Cristo (Gv 3,18‑19). Il Concilio di Firenze ha insegnato che, oltre ad un giudizio universale alla fine dei tempi, c'è anche un giudizio particolare per i singoli immediatamente dopo la morte (cf DS 1304‑1306; FCC 0.022‑0.024). Tuttavia, data la natura sociale degli esseri umani e la loro redenzione, il giudizio universale alla fine dei tempi rimane fondamentale. Cf Avvento; Eschata; Parusìa; Teologia giovannea.

Giurisdizione (Lat. « Giudizio che riguarda ciò che è legale »). (inizio)

L'autorità legale di giudicare ciò che è retto e ciò che non lo è e di agire conseguentemente. Nella legge canonica, « giurisdizione » significa il diritto e il dovere di governare all'interno della Chiesa. L'autorità va intesa come propriamente pastorale e va esercitata con umiltà e amore (Gv 2,15‑17; 1 Pt 5,1‑4). Pure essendo ordinati, i « chierici » hanno, però, bisogno generalmente di ricevere la facoltà prima di esercitare il loro ministero: per es., prima di udire le confessioni (cf CIC 966, 967). I parroci hanno un'autorità ordinaria delegata dal loro vescovo e possono delegare il diritto di battezzare e di benedire i matrimoni ad altri presbiteri e diaconi. Quelli che sono stati ordinati possono ricevere una giurisdizione; i laici possono collaborare nell'esercizio della stessa giurisdizione: per es., come giudici in tribunale (CIC 274, 129). CfClero; Ordine.

Giuseppinismo. (inizio)

Un tentativo dello Stato di diventate sovrano nelle cose ecclesiastiche, ispirato dall'Illuminismo e adottato da Giuseppe II d'Austria (Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1765 al 1790). Questi, per le sue interferenze in materie ecclesiastiche, fu soprannominato « l'Imperatore Sacrestano ». Col suo Editto di Tolleranza del 1781, furono soppressi gli Ordini religiosi contemplativi, ridotti i pellegrinaggi, e la giurisdizione sui benefici e sulle proprietà della Chiesa fu trasferita dal papa allo Stato. Sebbene in punto di morte Giuseppe II abbia ufficialmente revocato una parte di questa legislazione, il Giuseppinismo fu ufficialmente abolito soltanto nel 1850. Cf Chiesa e Stato; Illuminismo; Febronianismo; Gallicanesimo; Illuminismo.

Giustificazione. (inizio)

Il dono salvifico di integrità che rende gli esseri umani accetti a Dio. La rettitudine proviene dalla fede in Cristo (Rm 1,17; 9,30‑31) e non dalle opere della legge (Rm 3,28; Gal 2,16). I Luterani hanno enfatizzato il giudizio giustificante di Dio su coloro che hanno peccato (Rm 3,9‑12.23), mentre i Cattolici (e gli Ortodossi) hanno illustrato la grazia ricevuta che effettivamente trasforma i peccatori per opera dello Spirito Santo (Rm 5,5; 6,4; 2 Cor 5,17; DS 1580‑1581; FCC 8.113‑8.114). I due approcci, sebbene siano stati visti spesso come escludentisi reciprocamente, possono essere intesi come complementari e non come contraddicenti l'uno all'altro. Cf Deificazione; Fede e Opere; Grazia; Imputazione; Luteranesimo; Opere buone; Santificazione.

Giustizia. (inizio)

La caratteristica di rettitudine e di imparzialità di un buon giudice. Nell'AT, la giustizia di Dio è spesso sinonimo di fedeltà divina e di amore saldo (Mi 7,8‑20), ed è strettamente collegata con la misericordia (Sir 35,11‑24). Il re messianico manifesterà giustizia e sapienza (Is 11,3‑5; At 7,52). La giustizia di Dio si rivela nella salvezza elargita a coloro che credono in Gesù Cristo (Rm 3,1‑26) e che conducono una vita irreprensibile (Mt 5,6). La tradizione cristiana chiama la giustizia, insieme alla prudenza, alla temperanza e alla fortezza, una delle quattro virtù cardinali (Lat. « cardine »), perché un comportamento umano retto pratica queste virtù. Il papa Giovanni Paolo II, nella sua Enciclica Sollicitudo rei socialis (1987) ha evidenziato il male collettivo e le strutture di peccato che ostacolano la realizzazione della giustizia sociale, sia nazionale che internazionale. Cf Dottrina sociale; Opzione per i poveri; Teologia della liberazione; Virtù cardinali.

Giustizia originale. (inizio)

La situazione privilegiata dei primi esseri umani prima che cadessero nel peccato. Intesa per secoli come un periodo storico di tempo, questa giustizia originale va meglio intesa come un modo di parlare della nostra bontà in quanto creata e santificata da Dio (Gn 1,26‑31). Fino a tempi recenti, i teologi hanno elaborato un intero elenco di doni « preternaturali » o speciali che si ritenevano essere stati elargiti ad Adamo ed Eva. Cf Adamo; Caduta (La); Concupiscenza; Doni preternaturali; Eva; Grazia; Peccato originale.

Gloria (Lat. « gloria »). (inizio)

Inno molto antico ispirato dal canto degli angeli quando nacque Cristo (Lc 2,14). Nella Messa latina, viene recitato o cantato nelle solennità, domeniche (eccetto in Avvento e in Quaresima) e feste. In Oriente, fa parte delle preghiere del mattino. Cf Avvento; Domenica; Festa; Quaresima.

Gloria di Dio. (inizio)

Nell'AT, si chiama così la manifestazione radiante e maestosa della presenza di Dio (Es 33,8‑23). Con l'Incarnazione, la gloria del Figlio di Dio è già stata rivelata in questa vita (Gv 1,14), una gloria che ha raggiunto la sua pienezza nella sua morte e risurrezione (Gv 17,1.4‑5). Come gli angeli (Lc 2,14), anche gli uomini sono chiamati a dare gloria e lode a Dio (Lc 17,18; At 12,23). Cf Dossologia; Doxa; Epifania; Grazia.

Glossolalia (Gr. « parlare in lingue »). (inizio)

Suoni spezzati e incomprensibili di coloro che hanno questo carisma dello Spirito Santo nel lodare e nel pregare Dio (1 Cor 12,10.28.30; 13,1.8; 14,1‑27; cf Rm 8, 26). L'ispirazione profetica, un carisma più profondo e più utile, può interpretare per gli altri questi suoni. Nell'interpretare il fenomeno delle lingue come un miracolo che permetteva di parlare lingue straniere (At 2,4; cf Mc 16,7), san Luca si riferisce anch'egli alla glossolalia in un modo che assomiglia a quanto sappiamo da san Paolo nella prima lettera ai Corinzi (At 10,46; 19,6). CfCarismi; Pentecoste; Pentecostali; Profeta; Spirito Santo.

Gnosi (Gr. « conoscenza »). (inizio)

È un modo di descrivere la vita eterna (Gv 17,3). Questa conoscenza vitale del Padre e del Figlio non è una pura percezione intellettuale delle cose, ma sorge da una relazione personale profonda (Gv 10,14‑15; 14,9). Per san Paolo, la conoscenza è imperfetta e addirittura inutile se non è animata dall'amore (1 Cor 13,2.9.12).

Gnosticismo. (inizio)

Movimento religioso dualistico, il quale

  a) attingeva dall'ebraismo, dal cristianesimo e dal paganesimo;

  b) emerse con chiarezza nel II secolo;

  c) presentava la salvezza come un complesso di elementi spirituali liberi dalla materia ambientale malvagia.

  Gli gnostici cristiani negavano l'incarnazione reale di Cristo e la salus carnis (Lat. « salvezza della carne ») da lui realizzata. Rifiutavano (o modificavano) la tradizione e le scritture sulle linee portanti del cristianesimo, vantavano una conoscenza privilegiata (di Dio e della nostra sorte umana) come frutto di tradizioni segrete e di rivelazioni. Gli scrittori ortodossi cristiani, specialmente sant'Ireneo (circa 130 ‑ circa 200) ci forniscono molte informazioni sullo gnosticismo. Una conoscenza diretta più profonda di questo movimento fu possibile dopo il 1945, quando cinquantadue scritti che trattavano dello Gnosticismo, in lingua copta e del IV secolo dopo Cristo, furono trovati a Nag Hammadi (Egitto). Cf Albigeismo; Bogomili; Demiurgo; Dualismo; Manicheismo; Regola di fede; Valentiniani.

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00Wednesday, August 21, 2013 9:56 AM

Grazia (Lat. « favore »). (inizio)

Qualsiasi dono non dovuto o aiuto concesso da Dio liberamente e per amore, ma soprattutto il dono massimo e fondamentale di essere salvi in Cristo mediante la fede (Rm 3,21‑26; 4,13‑16.25; Ef 2,5‑8). Dio desidera elargire questa grazia a tutti gli uomini (1 Tm 2,4‑6). La pienezza di grazia di Cristo (Gv 1,16‑17) ci reca una nuova nascita (Gv 1,13; 3,3; 1 Pt 1,3‑5), e il dono dello Spirito Santo (Rm 5,5), ci rende figli adottivi di Dio (Rm 8,14‑16) e membra del Corpo di Cristo (1 Cor 12,27). L'autocomunicazione di Dio (chiamata spesso grazia increata) significa la deificazione della vita umana e innalza ad un livello nuovo e non dovuto il rapporto della creatura verso il Creatore, trasformando così la natura umana (= grazia creata) e anticipando la vita futura del paradiso. Fin dalle origini, i cristiani hanno riconosciuto il ruolo speciale dei sacramenti nella vita di grazia. Per esempio, è mediante la grazia del battesimo che i nostri peccati sono perdonati e che noi veniamo giustificati e santificati (1 Cor 6,9‑11). CfAdozione a figli di Dio; Cielo; Deificazione; Doni dello Spirito Santo; Esistenziale, soprannaturale; Fede; Giustificazione; Pelagianesimo; Sacramento; Santificazione; Sistemi della grazia; Visione beatifica.

Grazia abituale. (inizio)

Termine che indica la vita nuova in Cristo recata dalla grazia (increata). È chiamata spessograzia santificante perché è lo stato di chi è fondamentalmente santificato ossia reso santo dallo Spirito Santo. Distinta dalla grazia abituale, si ha la grazia attuale: questa è l'effetto dello Spirito Santo che viene incontro ad una necessità particolare o sostiene un'azione specifica. CfAbito; Santità; Spirito Santo.

Grazia efficace. (inizio)

Qualsiasi grazia offerta da Dio e che venga liberamente accettata. Quando gli uomini rifiutano questa grazia che viene loro offerta, la grazia si chiama (puramente) sufficiente.

Gregoriano. (inizio)

Cf Canto gregoriano.

Guerra giusta. (inizio)

 È una guerra che può essere considerata moralmente legittima. Sebbene il concetto fondamentale si trovi già in Cicerone (106‑43 a.C.), sant'Agostino di Ippona (354‑430) è ritenuto l'autore della teoria della guerra giusta. Egli riteneva la guerra un male minore quando la metteva a confronto con la selvaggia crudeltà di certe orde di barbari da cui era legittimo difendersi. Nel secolo XX, le condizioni che possono giustificare una guerra furono fissate in questo modo:

  a) la guerra deve essere una difesa ed una risposta ad un'aggressione ingiusta;

  b) ci deve essere una reale possibilità di successo per giustificare tutti i sacrifici del tempo di guerra;

  c) ci deve essere una proporzione tra il costo morale e fisico delle ostilità e la pace con il migliore ordine sociale che ne conseguirà;

  d) solo gli obiettivi militari, non i civili inermi, possono essere bersaglio delle azioni militari;

  e) la forza non deve mai essere usata come mezzo a sé stante o per infierire brutalmente contro l'ordine sociale e il personale militare.

  Siccome alcune di queste condizioni possono difficilmente riscontrarsi in una guerra nucleare, questo tipo di guerra non è ritenuto legittimo dalla maggioranza dei moralisti. Però, il problema di un deterrente nucleare è tuttora dibattuto (GS 79‑82). Cf Pace.

H

Haggadah (Ebr. « narrazione »). (inizio)

Interpretazione ebraica delle Scritture col narrare leggende, atti folcloristici, parabole e altro materiale non giuridico. Insieme all'Halachah, forma il Talmud. Cf Talmud.

Hagios (Gr. « santo »). (inizio)

Acclamazione greca che esalta Dio tre volte intendendo così esprimere la pienezza della santità divina (cf Is 6,3). È conosciuta più comunemente col nome di Trisagio (Gr. « tre volte santo »):

  « Hàgios o Theòs. Sanctus Deus (Dio santo) ».

  « Hàgios ischyròs. Sanctus fortis (Santo forte) ».

  « Hàgios athànatos, elèison himàs. Sanctus immortalis, miserère nobis (Santo immortale, abbi pietà di noi) ».

  Mentre nella liturgia latina questo ritornello è usato soltanto il Venerdì Santo, le liturgie orientali lo cantano abitualmente. Cf Santità; Trisagio; Venerdì Santo.

Hallel (Ebr. « lode »). (inizio)

Nome dato dagli Ebrei ai Salmi 113‑118, che erano cantati in certe festività, come la Pasqua (cf Mt 26,30), Pentecoste e la Festa dei Tabernacoli (cf Gv 7,2). « Hallelujah » (Ebr. « lode al Signore »): è una parola che ricorre spesso, nei Salmi, ed è usata dalle liturgie cristiane, specialmente nel tempo pasquale. Cf Liturgia; Pasqua ebraica; Pentecoste.

Hanukkah. (inizio)

Cf Tempio (Il).

Heilsgeschichte. (inizio)

Cf Storia della salvezza.

Hesed (ebr. « gentilezza amorosa »). (inizio)

Parola che indica una caratteristica di Dio e che ricorre duecentoquarantacinque volte nell'AT, fra cui centoventisette volte nei Salmi. Dio è anche invocato come « mia hesèd » (Sal 144,2).Hesèd indica la fedeltà misericordiosa di Dio nel mantenere le promesse dell'Alleanza, nonostante l'infedeltà dei « partners » umani. Cf Alleanza; Berith.

Hussiti. (inizio)

Si chiamano così i seguaci di Giovanni Hus (circa 1369‑1415), un sacerdote boemo che insegnava filosofia e teologia all'Università di Praga. Venne a conoscenza delle idee della riforma di Giovanni Wycliffe (circa 1330‑1384) e le diffuse. Fu giudicato e bruciato sul rogo nel Concilio di Costanza (cf DS 1201‑1230; 1247‑1279; FCC 7.075‑7.086, 9.096‑9.098), divenendo così un eroe nazionale Ceco. Gli Hussiti adottarono le sue posizioni, tra cui la predestinazione e la Scrittura come unica norma di fede. La loro eredità continua in varie Chiese della Moravia sparse nel mondo. Nel 1920, la Chiesa cecoslovacca hussita, che affermava di esserne la rappresentante, si staccò dalla Chiesa Cattolica, dopo aver chiesto una liturgia in lingua volgare, il celibato libero per il clero e la partecipazione dei laici nel governo della Chiesa. Queste richieste non vennero accolte. Hus rigettò erroneamente la validità dei sacramenti amministrati da preti simoniaci. La priorità che egli diede alla Scrittura come unica norma di fede fece di lui un precursore dei Riformatori (cf DS 1480; FCC 7.098). Egli sostenne che i laici potevano comunicarsi sotto le sue specie. Questo fu ammesso nel Concilio Vaticano II (cf DS 1725; FCC 9.160; SC 55). Cf Concllio di Costanza; Donatismo; Lingua volgare; Predestinazione; Riforma (La); Simonìa; Sola Scrittura.

 
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00Wednesday, August 21, 2013 9:57 AM

I

Iahvè (origine incerta). (inizio)

È il nome proprio che gli Ebrei dànno a Dio, che è anche chiamato frequentemente Elohim (= il nome semitico che indica comunemente Dio). Il nome « Iahvè » si trova nei racconti della creazione e dei patriarchi (cf Gn 2,4; 4,26; 12,8; 26,25). Potrebbe, però, essere un anacronismo, essere, cioè, un nome dato a Dio in una data posteriore, quando le tradizioni e i testi originali furono poi composti da un redattore chiamato iahvista. Secondo un altro redattore (chiamato elohista, perché fino allora aveva usato il nome « Elohim » per designare Dio), Iahvè come nome di Dio fu rivelato per la prima volta a Mosè e fu spiegato come « Io sono colui che sono », o « Io sarò quello che sarò » (Es 3,13‑15). Comunque, invece di aver ricevuto il nome « Iahvè » da una rivelazione speciale, gli Israeliti potrebbero averlo mutuato da altri. Se lo si intende in senso causativo, cioè come « colui che fa essere », il nome indica Dio come creatore e signore della storia. Verso la fine dell'esilio di Babilonia (587‑538 a.C.), gli Ebrei cessarono di pronunciare questo nome e lo scrissero col tetragramma (Gr. « parola di quattro lettere ») YHWH. Ogni volta che lo incontravano, invece di nominarlo, dicevano: « Adonài » (Ebr. « Signore »). Un rispetto del genere per il nome di Dio è manifestato nelle versioni che traducono « Iahvè » con « Signore ». Cf Israele; Pentateuco; Geova.

Icona (Gr. « immagine »). (inizio)

Immagine sacra, dipinta sul legno o formata da un mosaico. Le icone sono normalmente dipinti piatti, anche se alle volte i contorni degli abiti possono essere dipinti su uno scudo protettivo. Più che rappresentare realisticamente persone o scene, le icone le presentano simbolicamente ed hanno una funzione integrativa per il culto sia privato che pubblico nelle Chiese orientali. I produttori delle icone rimangono spesso anonimi perché è centrale la fedeltà alla tradizione più che l'originalità. Gli artisti creano queste opere come un'attività religiosa e vi si preparano con la preghiera e il digiuno. La venerazione per le icone non si riferisce alle immagini in sé, ma alle persone sacre che rappresentano; il Dio vivente, la Vergine Maria, gli angeli o i Santi. CfAdorazione; Culto; Teologia orientale; Venerazione dei santi.

Iconoclasmo (Gr. « distruzione delle immagini »). (inizio)

Un movimento ostile all'uso delle immagini nel culto cristiano che turbò l'impero bizantino dal 725 circa all'843. In una prima fase, le icone furono distrutte in quanto ritenute inconciliabili con la fede cristiana e oggetto di scandalo per gli Ebrei e per i Musulmani. Dal monastero di San Saba, vicino a Gerusalemme, san Giovanni Damasceno (circa 675 ‑ circa 749) sostenne che l'uso delle immagini per rappresentare Cristo ed altre persone sacre era una conseguenza necessaria dell'incarnazione. Dopo che l'iconoclasmo fu accettato dal sinodo eretico di Ieria (753), il concilio ecumenico di Nicea II (787) riabilitò le immagini e la loro venerazione (DS 600‑603; 2532; FCC 7.336‑7.338). In una seconda fase della crisi (814‑843), le icone, mentre furono tollerate per intenti didattici, non furono ritenute convenienti per il culto pubblico e perciò vennero rimosse dalle chiese. Fin dall'inizio, i monaci furono perseguitati e talvolta uccisi dagli iconoclasti. Una difesa importante delle immagini si ebbe anche con san Teodoro Studita (759‑826). Per segnare la fine della controversia, fu stabilita la Festa dell'Ortodossia ed è tuttora celebrata la prima domenica di Quaresima nelle Chiese Orientali. Cf Concilio di Nicea II; Immagine di Dio; Islamismo; Ortodossia.

Iconostasi (Gr. « collocamento di immagine »). (inizio)

Nelle chiese d'Oriente, si tratta di uno schermo o muro con icone che separa la navata dal presbiterio. Il presbiterio simboleggia il cielo; la navata, la terra. Però, entrambi si trovano sotto lo stesso tetto, per indicare che nella liturgia noi della terra siamo uniti col cielo. L'iconostasi ha tre porte: la porta regale, al centro, riservata al celebrante principale, vescovo o presbitero, porta direttamente all'altare; la porta di destra conduce al diakonikon, una specie di sacrestia per i diaconi che assistono il celebrante; la porta di sinistra conduce alla prothesis, o stanza riservata per la preparazione dei doni.

Idealismo. (inizio)

Qualsiasi interpretazione comprensiva della realtà e della storia in cui predominano le idee e gli ideali sull'esperienza concreta e sugli oggetti percepiti esternamente. Più specificamente, l'idealismo si riferisce a qualsiasi sistema filosofico che abbracci tutto sotto la coscienza, il pensiero e la ragione. In questo senso, l'idealismo si oppone al realismo di senso comune, come anche al naturalismo e al materialismo, che interpretano il reale come costituito, rispettivamente, di natura e di materia. L'idealismo ha subìto molte variazioni, da Platone (427‑347 a.C.) che riteneva inaffidabile l'esperienza del mondo sensibile e trovava la vera conoscenza nel regno più elevato delle idee eterne, a Giorgio Guglielmo Federico Hegel (1770‑1831) per il quale tutta la storia è la manifestazione evolutiva dell'Assoluto. Tra questi due, ci sono delle varianti, come in René Descartes (1596‑1650), che proclamava la certezza nell'atto individuale di conoscere, ed in Immanuel Kant (1724‑1804), che mostrava fino a che punto la mente umana costruisce quella che chiamiamo realtà esterna. L'insegnamento della Chiesa ha condannato l'idealismo in quelle forme estreme (DS 3878, 3882; FCC 1.096) che escludono l'assoluta libertà di Dio e la nostra libertà limitata. Ha respinto, in particolare, il tentativo razionalistico di Anton Günther (1783‑1863) di adattare la teologia all'hegelianismo (DS 2828‑2831, 2914, 3025; FCC 1.024, 3.025). Cf Filosofia; Razionalismo.

Idolatria (Gr. « adorazione di immagini »). (inizio)

È il culto di divinità false, non esistenti. L'AT condanna severamente l'adorazione di idoli o immagini di falsi dei (Es 20,3‑4; Dt 5,7‑9; Sal 115,4‑8). Il NT non solo denuncia l'idolatria (1 Cor 5,10; Ap 21,8; 22,15), ma anche, sviluppando l'estensione del concetto (cf Is 2,6‑11), respinge l'attaccamento al denaro come idolatria (Ef 5,5; Col 3,5). Cf Adorazione; Culto; Giudaismo; Icona; Iconoclasmo.

Ignoranza invincibile. (inizio)

Mancanza di conoscenza che rimane anche dopo seri sforzi per informarsi adeguatamente. Essa scusa da ogni colpa di fronte a Dio. Così, nonostante l'interessamento coscienzioso e senza che vi sia colpa loro propria, ci possono essere di quelli che sono incapaci di accettare la Chiesa e il suo insegnamento. Ciò può provenire dall'educazione ricevuta, da pregiudizi sociali, o da semplice mancanza di contatto col messaggio cristiano (cf DS 2865‑2867; FCC 7.030‑7.031; LG 16; GS 16). L'ignoranza invincibile può essere fisica, come nel caso di bambini e di malati mentali; negli altri casi, è morale. Cf Errore; Tolleranza.

Ilemorfismo. (inizio)

Cf Materia e forma.

Illuminismo. (inizio)

Movimento cominciato nel XVII secolo in Europa (e diffusosi nel Nord America). Questo movimento, contrario all'autorità e alla tradizione, difendeva la libertà e i diritti umani, incoraggiava i metodi empirici nella ricerca scientifica, e pretendeva di risolvere i problemi con il solo uso della ragione. In campo religioso, molti seguaci di questo movimento sostenevano la critica biblica, negavano la rivelazione divina e i miracoli, e si opponevano tenacemente alle linee portanti del cristianesimo. Le figure più importanti dell'Illuminismo furono: Denis Diderot (1713‑1784), Benjamin Franklin (1706‑1790), David Hume (1711‑1776), Immanuel Kant (1724‑1804), Gotthold Ephraim Lessing (1729‑1781), Giovanni Locke (1632‑1704), Mosè Mendelssohn (1729‑1786), Jean‑Jacques Rousseau (1712‑1778) e François‑Marie Arouet (= Voltaire) (1694‑1778). Sebbene l'Illuminismo abbia predicato false speranze per il progesso sociale ed abbia incoraggiato un razionalismo antidottrinale, ha tuttavia sostenuto un sano rispetto per la ragione umana e per la libertà religiosa. Cf Autonomia; Autorità; Deismo; Libertà religiosa; Miracolo; Razionalismo; Rivelazione.

« Imitazione di Cristo ». (inizio)

Un testo molto influente per la ricerca della perfezione spirituale attraverso la sequela di Cristo come modello. Attribuito comunemente a Tommaso da Kempis (circa 1380‑1471), il libro esprime in maniera classica la devotio moderna (Lat. « devozione moderna »), una forma di preghiera profonda e di pietà personale che, alla fine del XIV secolo, si diffuse dall'Olanda nel resto dell'Europa. Cf Devozione.

Imitazione di Cristo. (inizio)

L'ideale e la pratica di seguire Gesù Cristo che si trova nel primissimo documento cristiano (1 Ts 1,6) e nelle lettere di Paolo è anche collegato con l'imitazione dello stesso apostolo (1 Cor 4,16; 11,1; 2 Ts 3,7). Per Paolo l'imitazione di Cristo significa la liberazione dal peccato e la rinuncia di sé che conforma i credenti al modello della crocifissione e risurrezione (Rm 6,11), la disponibilità a lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo che abita in noi (cf Rm 8,4.11), e il servizio oblativo di amore verso gli altri (1 Cor 13; Gal 5,13). Il Vangelo parla in modo caratteristico di un discepolato personale che è pronto a servire il prossimo che si trova nel bisogno (Lc 10,29‑37) e a seguire il Figlio dell'Uomo sulla strada che dalla sofferenza porta alla gloria (Mc 8,31‑38). Invece di « imitazione » di Cristo, l'Oriente cristiano preferisce parlare di « vita in Cristo » (cf Gv 15,1‑17; 1 Gv 2,1‑6): è un tema che si trova in molte opere di scrittori orientali circa la vita spirituale. Cf La vita in Cristo, di Nicola Cabasila (nato nel 1332 circa) e La mia vita in Cristo, di Giovanni di Kronstadt (1829‑1908).

Immacolata Concezione. (inizio)

Festa dell'Occidente celebrata l'8 dicembre riguardante il fatto che, per un privilegio unico e in considerazione dei meriti del Figlio suo, Maria di Nazaret è stata immune da ogni peccato, anche da quello originale, fin dal primo istante della sua concezione (cf DS 2800‑2804; FCC 5.023‑5.026). Molti passi della Scrittura sono stati costantemente intesi come un orientamento in quel senso (Gn 3,15; Lc 1,28). Sebbene il dogma in quanto tale sia stato definito da Pio IX solo nel 1854, la festa risale almeno al VII secolo. In parte a motivo di differenze sulla nozione di peccato originale, gli Ortodossi non onorano la Madre di Dio come « concepita immacolata », ma come achrantos (Gr. « immacolata ») e Panaghia (« Tutta‑Santa »). Cf Peccato originale; Theotòkos.

Immaginazione. (inizio)

La capacità creativa di andare oltre ai dati immediati, così da formare, richiamare e riferire idee e oggetti presentati qui e ora dai sensi. Sebbene alcuni filosofi e teologi di valore abbiano respinto l'immaginazione per il suo influsso pericoloso e fuorviante, sono sempre più numerosi oggi quelli che vedono il ruolo positivo dell'immaginazione nella vita religiosa, nel pensiero e nel culto. È essenziale per la comunicazione della fede. L'esercizio disciplinato dell'immaginazione porta a conoscere e ci aiuta a percepire, interpretare e integrare la verità. Cf Estetica; Icona; Teologia della bellezza.

Immagine di Dio. (inizio)

La dottrina secondo cui gli esseri umani, uomini e donne, furono creati a immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26‑27). Alcuni Padri della Chiesa e più tardi vari teologi distinsero fra

  a) l'« immagine » di Dio che spetta agli esseri umani, creature dotate di ragione e di libera volontà. Questa immagine può soltanto essere oscurata dal peccato;

  b) e la « somiglianza » con Dio. Questa, se viene perduta col peccato, può essere restaurata con la grazia mediante il battesimo e la vita di fede.

  Il NT riconosce Cristo come la vera immagine di Dio (Col 1,15). Egli è il modello a cui devono conformarsi tutti gli esseri umani (Rm 8,29). Cf Caduta (La); Corruzione totale; Creazione; Deificazione; Grazia; Peccato originale.

Immanenza divina (Lat. « rimane dentro »). (inizio)

La presenza di Dio dovunque e in ogni cosa (cf Sal 139). Se non è completata dal senso della trascendenza divina, che significa che Dio esiste anche come totalmente diverso e superiore all'intero universo, la nozione di immanenza può sfociare nel panteismo. Cf Onnipresenza; Panenteismo; Panteísmo; Trascendenza; Trinità immanente.

Immensità di Dio. (inizio)

L'attributo divino dell'Essere immensurato e immensurabile. Essendo al di là di ogni misura, Dio è la misura di ogni cosa e di ognuno. Questa tematica è sviluppata in un modo particolarmente drammatico in Giobbe 38‑42 (cf DS 800; 3001; FCC 3.018, 6.060). Cf Attributi divini; Dio.

Immolazione. (Lat. « offrire una vittima in un pasto sacrificale »). (inizio)

Sacrificio che comprende una vittima, un sacerdote e il popolo in una offerta fatta a Dio. Nell'Eucaristia, il sacrificio di Cristo, che è stato espresso ritualmente nell'Ultima Cena ed è stato consumato sul Calvario, viene ri‑presentato (non ripetuto) e i suoi effetti sono validi oggi (cf 1 Cor 11,23‑26; DS 1740‑1741; FCC 9.172‑9.173). Cf Eucaristia; Sacrificio.

Immortalità. (inizio)

Cf Anima; Morte; Risurrezione; Vita dopo morte.

Immutabiltà. (inizio)

Immune da cambiamenti e dalla possibilità di cambiamenti. Strettamente parlando, solo Dio perfettissimo è completamente immutabile (cf Mal 3,6; Sal 102,27; DS 285; 294; 800; 3001; FCC 4.010; 6.060, 3.018). Come uomo, Cristo era soggetto al cambiamento e alla morte. CfIncarnazione.

Impassibilità (Lat. traduce la parola greca apatheia). (inizio)

Immunità dalla possibilità di soffrire e dal subire cambiamenti per opera di una causa esterna. Solo Dio perfettissimo e immutabile è impassibile (cf DS 16, 166, 293 300, 358‑359; FCC 4.009). Questo però non vuol dire che Dio sia indifferente e disinteressato. L'amore divino lo ha portato all'incarnazione (Gv 3,16), mediante cui il Figlio di Dio venne a soffrire e a morire a motivo della sua natura umana. Cf Apatia; Controversia teopaschita; Immutabilità; Passione.

Impedimenti del matrimonio. (inizio)

Ci sono casi o circostanze personali che impediscono di contrarre matrimonio. Si chiamanoimpedimenti dirimenti e rendono invalido il matrimonio. Gli impedimenti dirimenti comprendono l'insufficienza di età, gli ordini sacri, l'impotenza, un matrimonio già esistente, il voto pubblico perpetuo di castità, una stretta consanguineità (cf CIC 1073‑1094). Cf Rato e consumato; Validità.

Imperativo Categorico. (inizio)

Secondo Immanuel Kant (1724‑1804), è un principio morale incondizionato che obbliga in modo assoluto, mentre l'imperativo ipotetico obbliga solo in forza di una meta che uno si è scelto. CfEtica.

Imposizione della mani. (inizio)

Una forma di benedizione che si trova nell'AT (Gn 48), adottata da Gesù nel compiere miracoli (per es., Mc 1,41; 5,41) e usata dai suoi discepoli (At 13,3; 1 Tm 4,14; 5,22), in particolare per comunicare lo Spirito Santo (At 8,17s; 19,6). L'imposizione delle mani divenne il rito principale nel conferire gli Ordini sacri (cf DS 3858‑3860; FCC 9.314‑9316). Senza insistere sull'accettazione da parte dei Greci del rito latino e delle sue cerimonie circa l'ordinazione (DS 1326; FCC 9.287), il Concilio di Firenze (1439) approvò il modo con cui i Greci venivano ordinati, e cioè con l'imposizione delle mani. I riti del battesimo e della cresima comprendono pure un'imposizione delle mani. Questa è raccomandata anche nel nuovo rito della penitenza. Cf Concilio di Firenze; Ordine.

Imputazione. (inizio)

Attribuire legalmente a qualcuno la colpa o la giustizia di un altro. Questa nozione è fondamentale nella visuale protestante della giustificazione. La giustizia di Cristo viene a noi peccatori attribuita (più che impartita). Però, il dialogo di oggi tende a mitigare le distinzioni troppo rigide che esistono tra la visuale protestante (Dio dichiara semplicemente giusti i peccatori) e quella cattolica (Dio rende veramente giusti i peccatori). Cf Deificazione; Giustificazione; Luteranesimo; Protestante.

Incarnazione (Lat. « prendere carne »). (inizio)

È verità di fede che la salvezza del mondo fu operata dal Figlio di Dio, il quale, pur rimanendo pienamente divino, divenne veramente e pienamente uomo (Gv 1,14; Gal 4,4‑5). In un luogo specifico e in un tempo preciso della storia, egli nacque da Maria Vergine, morì su una croce sotto Ponzio Pilato e risuscitò dai morti con un corpo glorificato (Rm 1,3‑4). Dal Concilio Niceno I (325) al Costantinopolitano III (680), i Concili della Chiesa hanno respinto vari tentativi di attenuare o di negare la piena umanità e la piena divinità di Gesù Cristo. Cf Concilio di Calcedonia; Concilio Costantinopolitano III; Concilio di Nicea I; Docetismo.

Incomprensibilità. (inizio)

Ritenere che Dio è il mistero assoluto che oltrepassa la comprensione umana. Quello che conosciamo della rivelazione ci rende capaci di riconoscere ancora più profondamente che non conosciamo realmente Dio (cf DS 800, 3001; FCC 3.018, 6.060). Cf Mistero; Teologia apofatica; Teologia negativa.

Inculturazione. (inizio)

Termine nuovo per indicare l'obbligo che è sempre esistito di contestualizzare e portare nelle diverse culture e nei diversi popoli il messaggio e lo stile di vita cristiani. San Paolo e gli altri primi missionari hanno dovuto affrontare il compito di adattare alle masse di credenti non Ebrei (cf At 15,1‑29; 17,16‑34; Gal 2,1‑10) l'annuncio del vangelo. Dopo che il cristianesimo ebbe messo salde radici in Europa, esso divenne troppo strettamente identificato con la cultura europea. Il Concilio Vaticano II (1962‑1965) insegnò che il vangelo non prende nessuna cultura come normativa, ma che esso va incarnato in ogni cultura per la salvezza di tutti (cf LG 13; 17; 23; GS 39, 55, 58; AG 9‑11, 21‑22). Cf Cattolicità; Evangelizzazione; Teologia della missione.

Indefettibilità « Lat. « immune dall'essere soggetto al venir meno, a decadere e a morire ».

(inizio)

Cristo ha promesso alla sua Chiesa che durerà sino alla fine del mondo (cf Mt 16,18; 28,18‑20; Gv 14,16‑17). Con la presenza del Signore risorto e sotto la guida dello Spirito Santo, la Chiesa, presa nella sua globalità, non può venir meno alle sue qualità fondamentali e ad essere testimone della verità rivelata (cf DS 3050‑3052; FCC 7.176‑7177; LG 12). L'infallibilità è un aspetto di questa guida generale operata dallo Spirito Santo. Cf Infallibilità; Note (segni) della Chiesa.

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00Wednesday, August 21, 2013 10:01 AM

Indifferenza. (inizio)

Mancanza di interesse nelle questioni religiose. Ciò proviene dal secolarismo, dall'assenza di una formazione religiosa conveniente, o da una defezione personale alla pratica della fede in Dio (cf DS 2915‑2918; FCC 7.035‑7.038). « Indifferenza » può anche significare un distacco da tutte le creature ed esperienze, permettendo così alla volontà divina di guidare le nostre scelte. In questo senso, l'« indifferenza » caratterizza la spiritualità di sant'Ignazio di Loyola (1491‑1556). Cf Apatia; Esicasmo; Secolarismo.

Induismo. (inizio)

Una delle religioni principali del mondo e la religione principale del subcontinente indiano. L'Induismo non è stato fondato da una persona singola in un punto preciso della storia; non ha un sistema preciso di verità; accetta molte divinità, in particolare Brahma che ha creato l'universo, Visnù che lo protegge e Siva che lo distrugge. Eppure, queste divinità sono intese soltanto come manifestazioni differenti di un Unico Dio Supremo (Siva per il Saivismo, o Visnù per il Vaishnavismo), nella corrente teista, o di un Assoluto divino, impersonale (Brahman) nella corrente non dualista. I primi scritti sacri dell'Induismo sono i Vedas; poi si ebbero trattati più mistici chiamati Upanishads; l'opera religiosa più popolare è la Bhagavad‑gita. L'Induismo è stato trasmesso mediante la tradizione di maestri spirituali e di insegnanti nelle differenti caste e nei vari contesti socio‑culturali. Le sue pratiche ascetiche e la meditazione (« dhyana ») mediante lo yoga mirano a liberare dalla passione e dall'ansia per unirsi a Dio nell'amore e nell'abbandono (corrente teista) o a venire assorbiti nel definitivo Assoluto divino (corrente non dualista). Si ritiene che la libertà avvenga di solito dopo una serie di re‑incarnazioni (cf NA 2). Cf Religione; Religioni del mondo.

Indulgenze. (inizio)

Si tratta della remissione della pena temporale dovuta a causa dei peccati per i quali è già stato espresso il pentimento e di cui si è già ricevuto il perdono. Questa remissione della pena proviene dal tesoro dei meriti infiniti di Cristo e della partecipazione dei Santi alla sua passione e gloria. Nella Chiesa dei primi secoli, l'intercessione di coloro che affrontavano il martirio poteva ridurre la penitenza severa imposta ai peccatori penitenti. Nel secolo XVI, l'abuso scandaloso delle indulgenze favorì l'esplosione della Riforma. Il diritto di concedere indulgenze è riservato in linea di principio alla Santa Sede. A differenza delle indulgenze parziali, quelle plenarie rimettono l'intero debito della pena purché siano adempiute tutte le condizioni richieste per il loro acquisto. Sia le indulgenze parziali che quelle plenarie possono essere applicate ai defunti che si trovano in Purgatorio. Nella Costituzione Apostolica Indulgentiarum Doctrina (1967), Paolo VI ridusse il numero di indulgenze plenarie e sottolineò la necessità della conversione personale del cuore (cf DS 1467; CIC 929‑997). Cf Merito; Purgatorio; Peccato; Sacramento della penitenza.

Indurimento del cuore. (inizio)

Il rifiuto peccaminoso di vedere la mano di Dio all'opera (Es 11,10), o di aiutare i poveri (Dt 15,7). Il NT usa un linguaggio simile per coloro che rifiutano di aprirsi alla fede in Cristo e al suo messaggio (Mt 13,13‑15; Mc 16,14). Cf Corruzione totale.

 

Ineffabilità (Lat. « essere inesprimibile, indescrivibile »). (inizio)

 L'essere di Dio è tremendamente misterioso, e, nonostante i nomi divini, è in definitiva innominabile (Es 3,34; Gv 1,13; 1 Tm 1,17; Rm 11,33‑36). Dio si può conoscere, ma rimane indescrivibile, o al più si può descrivere solo negativamente (cf DS 800, 3001; FCC 3.018‑6.060). Nelle Sinagoghe, quando si deve leggere il nome di Dio, non lo si pronuncia, ma lo si sostituisce con Adonài (Ebr. « Signore »). Cf Iahvè; Incomprensibilità.

Inerranza. (inizio)

Termine che si riferisce innanzitutto ad una conseguenza importante dell'ispirazione biblica: la verità salvifica della Scrittura (DV 11). Questa verità emerge progressivamente dal ricordo ispirato, è centrata su Cristo e va cercata nella Bibbia presa nella sua globalità. Per valutare la verità contenuta nei libri particolari della Bibbia, occorre esaminare gli intenti, i presupposti, il contesto, i modi di espressione degli autori e le tradizioni soggiacenti (DV 12). L'inerranza caratterizza anche la sensibilità che l'intero popolo di Dio manifesta per la verità. Guidata dallo Spirito, la Chiesa non può errare in materie di fede (cf 1 Gv 2,20.27; LG 12). Cf Bibbia; Esegesi; Ispirazione; Sensi della Scrittura; Sensus fidelium; Verità.

Infallibilità. (inizio)

L'immunità dalla possibilità di sbagliare in materia di fede rivelata e di costumi. Questa prerogativa è stata elargita da Cristo alla Chiesa tutta intera attraverso lo Spirito Santo (Gv 10,12‑15; LG 12), e in particolare all'intero collegio dei vescovi in unione col papa, successore di Pietro (cf At 15,1‑29; 1 Cor 15,3‑11; LG 25). Le definizioni infallibili sono venute di solito da concili ecumenici (cf DS 265, 363‑364; FCC 7.141), raramente dal papa. Il Concilio Vaticano I ha insegnato che il papa è infallibile quando, come pastore di tutti i cattolici e successore di Pietro (cf Mt 16,18‑19; Lc 22,31‑32), insegna solennemente ex cathedra come rivelato un punto che riguarda la fede o i costumi (DS 3065‑3075; FCC 7.190‑7.199). Nel suo magistero ordinario, l'intero collegio dei vescovi in unione col papa insegna infallibilmente quando tutti « convengono su una sentenza da ritenersi come definitiva » (LG 25). Nell'interpretare gli asserti infallibili, bisogna distinguere il punto della definizione dalla sua formulazione che è condizionata dalle circostanze storiche del tempo. Cf Collegialità; Concilio ecumenico; Concilio Vaticano I; Definizione ex cathedra; Magistero; Verità.

Inferno. (inizio)

Il « luogo » o lo stato dove i demoni e i peccatori morti senza pentirsi soffrono per sempre (DS 1002; FCC 0.019). Questo castigo eterno, che varia a seconda della gravità dei peccati commessi (cf DS 1306; FCC 0.024), consiste nell'esclusione dalla presenza di Dio (poena damni= dannazione vera e propria), e nel soffrire un « fuoco » inestinguibile, ma non specificato (poena sensus; cf DS 443, 780; FCC 9.036) L'insegnamento della Chiesa si basa sul NT (Mt 13,36‑43; 25,31‑46) nell'insistere sulla possibilità dell'inferno per coloro che con deliberata cattiveria rifiutano di amare Dio e il loro prossimo. Non si pronuncia, invece, sul numero dei dannati. L'amore salvifico di Dio verso tutti rimane una forza fondamentale ed efficace (1 Cor 15,28; 1 Tm 2,3‑6). Cf Apocatastasi; Escatologia; Indurimento del cuore.

 

Infinità (Lat. « senza limiti »). (inizio)

È la qualità dell'Essere illimitato e senza fine. Strettamente parlando, solo Dio è pienamente illimitato e perfettamente infinito, in quanto è illimitato nello spazio e nel tempo e immensurabilmente superiore a tutte le creature. Nella filosofia aristotelica, la materia prima, o potenza pura, « precedente » a qualsiasi determinazione, è indefinita nel senso che manca ogni specificazione o qualità che la renda concreta e limitata. Cf Aristotelismo; Eternità; Immensità.

Infuso. (inizio)

Cf Abito infuso.

Iniziazione. (inizio)

Introduzione graduale ai misteri della religione. Quando ebbe inizio il cristianesimo, esso dovette affrontare la rivalità delle religioni del Medio Oriente caratterizzate da dottrine e culti esoterici a cui venivano iniziati gradualmente i neofiti. Come queste religioni, anche l'iniziazione cristiana praticava una disciplina dell'arcano. Prima della recezione del battesimo, il simbolo di fede era spiegato solo in sintesi; l'istruzione dettagliata della fede seguiva di solito il battesimo. Cf Battesimo; Catecumenato; Disciplina dell'arcano; RICA.

Inquisizione (Lat. « indagine »). (inizio)

Tribunale speciale ecclesiastico per scoprire, esaminare e punire gli eretici. Questo procedimento si diffuse a partire dal papa Innocenzo III (1160‑1216), e si basava sulla convinzione che l'eresia, in quanto minaccia per l'ordine sociale, andava soppressa. Nel 1479, con l'approvazione del papa Sisto IV, Ferdinando V e Isabella introdussero l'Inquisizione spagnola contro i « relapsi » convertiti dal Giudaismo e dall'Islamismo, conosciuti rispettivamente come Marrani e Moreschi. Quelli che erano riconosciuti colpevoli dagli inquisitori venivano di solito consegnati allo Stato per la punizione. Nel 1542, il papa Paolo III fondò il Santo Ufficio come tribunale supremo di appello nelle questioni di eresie. Nel 1967, Paolo VI non solo cambiò il suo nome chiamandolo Congregazione per la Dottrina della Fede, ma gli diede anche il compito più positivo di incoraggiare e di salvaguardare la solida dottrina dalla fede e della morale. Cf Eresia.

Insediamento. (inizio)

Dopo l'ordinazione episcopale, il nuovo vescovo si diede sulla cattedra della propria cattedrale, come simbolo dell'inizio del suo insegnamento e del governo pastorale nella sua diocesi. CfCattedra; Cattedrale; Diocesi.

Integrità. (inizio)

Cf Giustificazione.

Intenzione. (inizio)

Il proposito per cui uno agisce. La « rettitudine » d'intenzione proviene dall'agire per motivi pienamente validi. L'amministrazione valida dei sacramenti richiede che il ministro abbia almeno l'intenzione di fare quello che fa la Chiesa (DS 1611; FCC 9.017). Oltre ad esprimere il proposito deliberato, l'intenzione (e l'intenzionalità) si riferisce anche in vari modi ai concetti umani, alla conoscenza e alla coscienza. Cf Epistemologia; Etica; Teologia morale.

Intercessione (Lat. « passare tra »). (inizio)

Preghiera di petizione per altri. L'intercessione si riferisce primariamente alla continua mediazione del Cristo risorto per la nostra salvezza (cf 1 Tm 2,5; Eb 7,25; 9,24; DS 1523; FCC 8.056). Anche la Madre sua, Maria, intercede per noi (DS 1400; 3274‑3275; 3370; 3916); anche gli angeli e i santi (DS 3320‑3321). L'intercessione è parte integrante del culto cristiano. CfLiturgia; Mediazione; Preghiera; Preghiera impetratoria.

Intercomunione. (inizio)

Cf Communicatio in sacris.

Interconfessionale e interreligioso. (inizio)

Cf Dialogo; Religioni del mondo.

Interdetto (Lat. « proibizione per decreto »). (inizio)

È un castigo ecclesiastico usato raramente e chiamato scomunica « minor » nel CCEO che, per un determinato tempo, priva quanti ne sono colpiti di certi diritti e funzioni, senza, però, escluderli dalla Chiesa. Generalmente, l'interdetto sospende il diritto di celebrare i sacramenti (in questo caso, riguarda il clero) e di riceverli (nel caso di laici). Questa proibizione cessa automaticamente in pericolo di morte. Un interdetto può colpire una persona singola o alcune persone che formano un luogo (come una chiesa, un cimitero o un convento), una città ed anche un'intera nazione (cf CIC 915, 1109, 1331‑1332, 1370, 1373, 1374). Cf Scomunica.

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Interpretazione. (inizio)

Cf  Ermeneutica.

Intinzione (Lat. « immergere dentro »). (inizio)

L'atto di intingere il pane consacrato nel vino consacrato per la distribuzione della Comunione. È uno dei modi principali con cui viene distribuita la Comunione sotto le due specie. Questa prassi è comune nelle Chiese orientali. Cf Comunione.

Introito (Lat. « ingresso »). (inizio)

Conosciuto anche come « antifona d'ingresso », è il versetto che viene cantato o recitato quando il celebrante fa l'ingresso per la Messa. È tolto molto spesso da un salmo ed è destinato a dare il tono alla celebrazione. Le parole d'inizio dànno alle volte il nome alla festa: « Gaudete»: si chiama così la terza domenica d'Avvento. « Laetare » è la quarta domenica di Quaresima. Cf Cantillazione.

Intuizione (Lat. « guardare attentamente »). (inizio)

È un afferrare immediato della realtà con la mente o coi sensi. L'apprensione intellettuale immediata è attribuita di solito agli angeli: in quanto puri spiriti, non hanno bisogno di ragionamento deduttivo. In un senso inferiore, la capacità d'intuizione appartiene anche agli esseri umani. Nella teologia, il tomismo nega che possiamo godere su questa terra di una intuizione immediata di noi stessi o di Dio senza una mediazione dei sensi. L'agostinianismo ne ammette, invece, la possibilità. Quest'ultima teoria corre il rischio di conclamare una specie di illuminismo o diretto accesso a Dio libero dalla mediazione delle creature e della stessa Chiesa. La nostra visione intuitiva di Dio in cielo è stata comunque insegnata ufficialmente (cf DS 990‑991, 1000; FCC 0.016). Cf Agostinianismo: Tomismo; Visione.

Io e tu. (inizio)

È il titolo di un breve lavoro di un pensatore di religione ebrea, Martin Buber (1878‑1965). Pubblicato la prima volta in Germania nel 1923, esercitò un grande influsso sulla successiva filosofia e teologia.3 Buber insiste sulla differenza qualitativa tra il riferirsi a e il servirsi di una cosa (Io ‑ Esso) e il riferirsi ad una persona. Nel trattare con persone che si rivolgono a me e che ottengono risposta, sono possibili le autentiche inter‑relazioni Io ‑ Tu. L'inter‑reazione Io ‑ Tu è la via per diventare pienamente se stessi. In ultima analisi, la propria identità è resa possibile attraverso il rapporto integrante con Dio. Cf Mistica.

Ipapante (Gr. « incontro »). (inizio)

È il nome greco dato alla festa della Presentazione del Signore al Tempio e dell'incontro avvenuto con Simeone e Anna (Lc 2,22‑38). In Occidente, nel Medioevo, la festa era nota comeoccursus Domini (Lat. « incontro del Signore »). Celebrata in Gerusalemme almeno dal IV secolo, questa festa divenne universale nel secolo VII.

Iperdulia (Gr. « super‑venerazione »). (inizio)

La devozione particolare che si dà a Maria in quanto Madre di Dio. È più della semplice dulìa(Gr. « venerazione » o onore dato agli altri santi, ma è inferiore alla latrìa (Gr. « adorazione ») o adorazione dovuta a Dio solo. Cf Adorazione; Theotòkos; Venerazione dei Santi.

Ipostasi (Gr. « sostanza », « che sta o è situato sotto »). (inizio)

La natura sostanziale o la realtà che sottostà a qualcosa (cf Eb 1,3). Il termine creò problemi nelle controversie cristologiche e trinitarie dei secoli IV e V, quando venne a significare una « realtà concreta e singola », o una « esistenza distinta personale ». Alla fine, l'insegnamento ufficiale della Chiesa parlò di Dio come di tre « ipostasi » che condividono l'unica sostanza o natura, e di Cristo come di due nature in una « ipostasi » o persona (cf DS 125‑126; 300‑303; 421; FCC 0.503‑0.504, 4.012‑4.013). Cf Concilio di Calcedonia; Concilio di Nicea I; Monofisimo; Neo‑calcedonismo.

Ira di Dio. (inizio)

Questo sentimento è attribuito a Dio in vari passi biblici (Es 4,14; Dt 11,17; 2 Sam 24,1; Rm 1,18; 2,5‑8). Oltre ad essere un antropomorfismo, un simile modo di parlare (come riguardo alla creazione, all'incarnazione, e ad altri misteri), suscita il problema dell'immutabilità divina, come quando Dio minaccia di distruggere Ninive peccatrice e poi si « pente » (Gio 3,1‑10). L'ira di Dio va interpretata in senso analogico in quanto vuole indicare l'assoluta incompatibilità della santità divina con il peccato dell'uomo. Hans Urs von Balthasar (1905‑1988) ha dato un grande spazio all'ira di Dio nel dramma della salvezza per ricordare che questa abbraccia sia la libertà divina che quella umana. Cf Analogia; Antropomorfismo; Immutabilità.

Irenismo (dal Gr. « pace »). (inizio)

Un approccio pacifico o conciliante sui problemi riguardanti l'unità della Chiesa, col rischio di sottovalutare le differenze reali esistenti tra i cristiani, o di promuovere una comprensione a scapito della verità. Questo comportamente è stato giustamente condannato (cf DS 3880; UR 11). Però, questo termine può anche significare la serenità con cui vengono analizzati i problemi controversi, con la speranza di finire per raggiungere l'unità. In questo caso, non si distingue praticamente dal vero ecumenismo. Cf Dialogo; Ecumenismo.

Islamismo (Arabo « sottomissione », in particolare alla volontà di Dio). (inizio)

È quella religione del mondo che riconosce Maometto (circa 570‑632) come l'ultimo profeta nella linea che cominciò con Abramo e che continuò attraverso Gesù. Maometto criticò gli Ebrei per non aver voluto accettare Gesù e i cristiani per essere ricaduti nel politeismo con il loro insegnamento sulla Trinità. Il monoteismo assoluto islamico nega che Dio o Allah possa avere un Figlio. Gesù è onorato come profeta. La sua morte in croce è negata e ritenuta solo apparente. È assolutamente proibito rappresentare Dio con immagini. L'arte islamica in genere non ritrae nemmeno gli esseri umani, in quanto sono creati ad immagine di Dio. Si ritiene che Maometto abbia ricevuto la rivelazione che più tardi fu scritta nel Corano (Arabo: « recital »), il quale riporta alcune tradizioni dell'Antico e del NT ed è diviso in 114 sezioni, o sure, tutte accettate come divinamente ispirate parola per parola.

  L'Islamismo comprende cinque obblighi principali:

  1) la confessione dell'unità di Dio e di Maometto come l'ultimo messaggero o profeta di Dio;

  2) la preghiera rituale cinque volte al giorno; il venerdì è il giorno speciale per la preghiera comune di mezzogiorno nelle moschee;

  3) l'elemosina per aiutare i poveri;

  4) il digiuno durante l'intero mese del ramadàn che comporta l'astensione completa dai cibi, dalle bevande e dai rapporti sessuali dal sorgere del sole fino al tramonto;

  5) il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita.

  Oltre alla sharia (Arabo « sentiero della legge »), l'Islam ha sviluppato una tradizione mistica, il sufismo (Arabo « indumento di lana ascetico »), che cerca l'unione con Dio attraverso l'auto‑rinuncia. Pur professando la stessa fede, i Musulmani si sono divisi in vari gruppi, soprattutto i Sunniti (gli ortodossi) e gli Sciiti. I primi seguono la Sunna, ossia le tradizioni autorevoli che furono stabilite da Maometto e dai suoi primi quattro successori, o califfi, ma che non sono state scritte nel Corano. Gli Sciiti, che si trovano specialmente in Iran, ritengono che Maometto abbia nominato soltanto suo cugino Alì per successore e non accettano gli altri tre califfi. Mentre affermano la libertà religiosa ai «popoli della Scrittura» (= Ebrei e cristiani), l'Islam aspira a conquistare il mondo intero al suo messaggio. I Musulmani si ritengono gli eredi della fede di Abramo (cf Gn 16,1‑16; 21,1‑21). Il Concilio Vaticano II sottolineò che la fede di Abramo e l'attesa del giudizio sono elementi che i cristiani hanno in comune coi Musulmani (cf LG 16; NA 3). Cf Docetismo; Monoteismo; Politeismo; Profeta; Religione; Religioni del mondo; Teologia; Trinitari.

Ispirazione biblica. (inizio)

È l'impulso speciale e la guida dello Spirito Santo mediante cui furono composti i libri della Sacra Scrittura che così possono essere chiamati Parola di Dio (cf Gv 20,31; 2 Tm 3,16; 2 Pt 1,19‑21; 3,15‑16; e anche Ger 18,18; Nee 8,1). Quello che Dio voleva dire si trova in quello che è stato detto dagli scrittori umani che furono autori genuini e non semplici stenografi che scrissero sotto dettatura di Dio (cf DV 11; DS 3006, 3629; FCC 2.015). L'ispirazione dei 72 libri dell'Antico e del NT fa parte dell'azione di Dio che portò la Chiesa ad un'esistenza piena. Perciò la Bibbia può anche essere chiamata il Libro della Chiesa. Cf Bibbia; Critica biblica; Eremeneutica; Inerranza; Sensi della Scrittura.

Israele (Ebr. « Dio regna »). (inizio)

 Si chiama così la nazione ebraica, o giudaica, che discende da Giacobbe, il quale ricevette questo nome che significa: « colui che ha combattuto con Dio » (Gn 32,28‑29). Dopo la morte di Salomone (circa 933 a.C.), le dodici tribù di Israele si divisero in Regno del Sud (Giuda) con Gerusalemme per capitale e Regno del Nord (Israele) con capitale Samaria. Quest'ultimo fu conosciuto come Israele per le sue strette relazioni con l'eredità di Giacobbe (per es., il pozzo di Giacobbe a Sichem). Dopo la caduta di questo Regno nel 722 a.C., il Regno del Sud venne alle volte chiamato Israele (per es., Is 1,3‑4; 30,11‑12; Ez 2,3; 6,2‑3). Il NT applica questo nome ai discendenti di Giacobbe (Mt 10,6; 15,24; Lc 1,16) e alla nazione ebraica (Mc 12,29; Lc 1,54). La Chiesa comprende se stessa come il nuovo e vero Israele (Gal 6,16). Verso la fine del XVIII secolo, le speranze per l'emancipazione portarono molti Ebrei a parlare di « Israele » più che di « Giudaismo ». Cf Ebrei; Giudaismo; Giudeo.

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00Wednesday, August 21, 2013 10:03 AM

K

Kairós (Gr. « tempo giusto »). (inizio)

Questo termine non è soltanto sinonimo di krònos (Gr. « tempo ») con cui si indica il susseguirsi storico degli eventi (2 Tm 4,3), ma sottolinea anche gli interventi speciali di Dio nelle svolte decisive della storia della salvezza (Mc 1,15). In particolare, kairós (al singolare e al plurale) denota le azioni decisive di Dio verso gli esseri umani mediante Cristo nella pienezza dei tempi (Ef 1,10; 1 Ts 5,1‑2; Ap 1,3; 22,10). Cf Escatologia; Parusìa; Storia della salvezza; Tempo.

Kènosi (Gr. « svuotamento »). (inizio)

L'auto‑abbassamento a cui si sottopose la seconda Persona della Trinità nell'Incarnazione (Fil 2,5‑11, cf 2 Cor 8,9). Ciò non significa (e non poteva significare) l'abbandono della natura o sostanza divina. Comportò piuttosto l'accettare i limiti dell'esistenza umana che di fatto raggiunsero il culmine con l'umiliazione suprema della morte di croce. Cf Croce; Gloria; Incarnazione; Pre‑esistenza; Sofferenza di Dio.

Kèrigma (Gr. « l'atto di proclamare » o « il messaggio proclamato »). (inizio)

Il messaggio centrale che annuncia l'azione e l'offerta decisiva di Dio di salvare con la morte e risurrezione di Gesù (Rm 16,25; 1 Cor 1,21; 15,3‑5), e che precede l'istruzione dettagliata intorno a Gesù e al Cristianesimo. Nei « Settanta », la parola « kèrigma » può essere un annuncio ufficiale da parte di un presbitero (cf Es 32,5), o la parola ispirata di un profeta (cf Is 61,1). I Vangeli sono eminentemente kerigmatici, in quanto sviluppano l'annuncio della buona novella (per es., Mc 1,1.14). Cf Omelia; Predicazione; Settanta; Teologia kerigmatica.

Kiddish (Ebr. « santo »). (inizio)

Una dossologia ebraica usata per la preghiera quotidiana nella Sinagoga. Glorifica il nome di Dio per la sua grandezza e santità e riecheggia Ez 38,23: « Io mostrerò la mia potenza e la mia santità e mi rivelerò davanti a genti numerose e sapranno che io sono il Signore ». CfDossologia; Doxa; Sinagoga.

Kiddush. (inizio)

Il nome dato al modo antichissimo con cui gli Ebrei osservano il Sabato e altre feste di precetto. Nella cena della vigilia della festa (per es., per il Sabato, il venerdì sera), il capofamiglia offre una coppa di vino a tutti i presenti e pronuncia una benedezione.

Koinonia (Gr. « comunione », « sequela »). (inizio)

Termine usato nel NT per indicare la partecipazione alle sofferenze di Cristo (Fil 3,10), l'aiuto a coloro che si trovano nel bisogno (Rm 15,26), la partecipazione all'Eucaristia (1 Cor 10,16), la comunione con (o realizzata da) lo Spirito Santo (2 Cor 13,13). Usato come aggettivo, significa la partecipazione dei credenti alla vita genuina di Dio (2 Pt 1,3‑4). Oggi, koinonìa indica spesso l'unione che esiste e che dovrebbe esistere tra le Chiese, unite dall'amore di Gesù Cristo presente mediante il suo Spirito. Cf Conciliarità; Deificazione; Sobornost.

Kondàkion (dal Gr. « breve »). (inizio)

Una delle forme più antiche e più importanti degli inni liturgici nella Chiesa Orientale, che risale al V o VI secolo. Probabilmente si chiama così a motivo del breve bastoncino di legno attorno a cui era avvolto il testo. Però, il nome potrebbe anche venire dal fatto che la composizione stabilisce succintamente il tono per la celebrazione liturgica che segue. Un kondàkion può contenere da 18 a 30 (o anche più) strofe. La composizione ha un titolo, seguito da un incisivo « proiomion », o introduzione che sintetizza lo spirito della festa e l'apogeo nell'« ephymnion » o ritornello. Segue poi una serie di « oikòi » (case) o stanze, la prima delle quali è chiamata «hirmos », e ognuna termina con il ritornello. Gli « oikòi » sono spesso collegati acrosticamente, in quanto ogni strofa comincia con una lettera differente dell'alfabeto. San Romano il Melode, nato a Oms, vicino a Edessa, verso la fine del V secolo e che servì come diacono a Costantinopoli, è il compositore più famoso di kondakia. Il kondàkion più celebre è l'innoAkathistos. Cf Akathistos; Cantillazione.

Kyrie eleison (Gr. « Signore, pietà »). (inizio)

Triplice invocazione per chiedere misericordia, rivolta in origine a Cristo Signore (quantunque in seguito sia stata intesa come rivolta alle tre Persone della Trinità), intonata dal celebrante (o dal coro) e ripetuta dall'assemblea. Nella Messa latina, viene dopo l'antifona d'ingresso e il rito penitenziale (se non è inserita in quest'ultimo) e prima del Gloria e della Colletta. Nelle liturgie orientali, è il responso più comune usato nelle litanie. Il Kyrie si trova nella liturgia di Antiochia‑Gerusalemme almeno prima del 350. Cf Colletta; Gloria; Preghiera di Gesù.

Kyrios (Gr. « Signore »). (inizio)

  a) È uno che ha diritti sovrani e pieni poteri su qualcuno o qualcosa.

  b) È una formula cortese che si rivolge a qualcuno. Nell'AT, Dio è chiamato « Signore » e (specialmente nei libri profetici) « Signore degli eserciti ». Quando Gesù riceve il titolo di « Signore » (Mc 12,36; Lc 19,31; Gv 20,18; 1 Cor 12,3; Fil 2,11; 2 Pt 2,20; Ap 22,20‑21), è chiaramente riconosciuto come uno che non è un semplice uomo. Che questo titolo cristologico abbia un'origine veterotestamentaria e ebraica o un'origine ellenistica‑pagana (dove si chiamava così l'imperatore ritenuto divino), è ancora oggetto di dibattito. Cf Cristologia; Geova.

L

Laico (Gr. « popolo »). (inizio)

Il fedele che è stato pienamente incorporato nella Chiesa attraverso il battesimo, la cresima e l'Eucaristia (1 Pt 2,9‑10), ma non ha ricevuto gli Ordini sacri e non è divenuto chierico. Per designare Israele come popolo scelto di Dio, l'ebraico dell'AT usa il termine « ’am », tradotto dai Settanta con « laòs » (cf Es 19,3‑7; Dt 7,6; 14,2). Questa parola, sia quella ebraica che quella greca, può riferirsi anche al popolo in quanto distinto dai suoi capi: sacerdoti, profeti e principi (cf Is 24,2; Ger 26,11). Il NT riconosce vari uffici, ministeri e doni dello Spirito che vengono distribuiti in una collaborazione armoniosa per il bene dell'intera Chiesa (cf 1 Cor 12,4‑31; Rm 12,3‑8). Una ulteriore distinzione tra clero e laicato ha comportato alle volte una sottolineatura del clero, come se i chierici soli fossero la Chiesa reale (cf DS 3050‑3075; FCC 7.176‑7.199). Questa visione unilaterale fu controbilanciata dal Concilio Vaticano II il quale insistette non solo sul fatto che « la Chiesa » consiste nell'intero Popolo di Dio e non nella sola gerarchia (cf LG 9), ma anche ricordò che i laici sono chiamati alla santità e ad un'ampia responsabilità nella vita della Chiesa e del mondo (LG 30‑38; 39‑42; AG 41; anche CIC 224‑231). Cf Chierico; Clero; Comunità di base; Gerarchia; Ministero; Ordine; Riduzione allo stato laicale; Sacerdoti.

Lambeth. (inizio)

Cf Conferenza di Lambeth.

Lassismo (Lat. « rilassatezza »). (inizio)

Si chiama così una tendenza della teologia morale del secolo XVII che dispensava facilmente i cristiani dai loro doveri per motivi fragili e insufficienti. Nelle sue Lettere provinciali (1657), Blaise Pascal attaccò la casistica dei Gesuiti, interpretata erroneamente come una forma di lassismo. Il lassismo fu condannato da Alessandro VII nel 1655 (DS 2021‑2065) e da Innocenzo XI nel 1679 (DS 2101‑2165). Cf Casistica; Probabilismo.

Latae sententiae (Lat. « sentenza imposta »). (inizio)

Sanzione ecclesiastica in cui si incorre automaticamente « per il fatto stesso d'aver commesso il delitto, sempre che la legge o il precetto espressamente lo stabilisca » (CIC 1314; cf 1318). Il Codice del 1983 ha ridotto il numero di simili sanzioni. Esempi che rimagono sono le scomuniche in cui incorrono automaticamente coloro che profanano il Santissimo Sacramento (CIC 1367) o che collaborano all'aborto (CIC 1398). Nel CCEO non ci sono sanzioni « latae sententiae. Cf Ferendae sententiae.

Lateranense. (inizio)

Cf Concili lateranensi.

Latria. (inizio)

Omaggio religioso dovuto a Dio in quanto Creatore, Redentore e Santificatore. Questo omaggio insiste sulla lode e sul ringraziamento più che sulla petizione. Cf Adorazione; Culto.

Legge. (inizio)

Un modello comune che traccia la via secondo cui gli esseri umani devono agire (come si può vedere, per es., nelle leggi della storia e nelle leggi fisiche). In un senso normativo, la legge riconosce e regola i diritti e i doveri dei cittadini o dei credenti in modo da rendere possibile e promuovere il bene comune nell'umana società e nella Chiesa. « La Legge » può anche designare la religione ebraica (At 23,29), così come « il santo precetto » fu un modo di riferirsi al cristianesimo (2 Pt 2,21). La legge dell'amore (Mt 22,36.38) deriva dall'AT, ma ha ricevuto una nuova forza in quanto fu personificata in Cristo (Gv 13,34; 15,12‑13). Cf Antinomianismo; Autonomia; Decalogo; Diritto Canonico; Eteronomia; Legge naturale; Legge e Vangelo; Torah.

Legge e vangelo. (inizio)

Il contrasto enfatizzato da Martin Lutero (1483‑1546) tra

  a) gli sforzi vani di essere redenti mediante il proprio operato religioso e

  b) la giustificazione che proviene solo dalla fede, in quanto il vangelo « è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede » (Rm 1,16).

  Secondo questo schema, la legge, anche quella data da Dio a Mosè, accresce la nostra consapevolezza di essere radicalmente legati al peccato. La Parola di Dio annuncia che siamo resi liberi mediante i meriti di Gesù Cristo i quali ci vengono graziosamente imputati e così diveniamo partecipi, mediante la fede, della giustizia di Cristo. Sebbene lo si intenda come principio per interpretare l'intera Scrittura e la vita stessa, il concetto di « Legge e Vangelo » ha portato alle volte ad un contrasto esagerato tra AT e NT. Cf Concilio di Trento; Fede e Opere; Giustificazione; Imputazione; Legge; Luteranesimo; Riforma; Torah.

Legge naturale. (inizio)

La legge morale universale data da Dio nello stesso atto di creare gli esseri umani e conoscibile alla luce della ragione (cf GS 79; DH 2). La letteratura pagana, come nel passo famoso dell'Antigone di Sofocle (circa 497‑406 a.C.), la tradizione giuridica occidentale, la Bibbia (per es., Rm 2, 14‑15) ed altri ancora rendono testimonianza alla legge naturale che indica la retta via per agire liberamente e responsabilmente come esseri umani. Il peccato rende più difficile il discernere e l'obbedire alla legge naturale (cf Mt 19,1‑9). I princìpi più importanti della legge naturale sono elencati nel Decalogo. Alla luce della sola legge naturale, è spesso difficile raggiungere la certezza morale su problemi specifici di aree come quelle rapporti internazionali, la giustizia sociale e il comportamento sessuale. Cf Decalogo; Legge; Libertà; Peccato; Teologia morale.

Leggi della Chiesa. (inizio)

Precetti particolari che obbligano tutti i membri della Chiesa Cattolica. Comprendono l'obbligo della Messa nella domenica e nelle feste di precetto (CIC 1246), l'obbligo di confessare i peccati gravi e di comunicarsi almeno una volta all'anno (CIC 920, 989), di osservare i precetti dell'astinenza e del digiuno e di contribuire al sostentamento della Chiesa e al soccorso dei poveri (CIC 222). Cf Diritto Canonico; Matrimonio.

Lettera. (inizio)

Cf Epistola.

Letteratura apocalittica (Gr. « scoprire », « rivelare »).(inizio)

È un genere letterario che va dal 200 a.C. al 100 d.C. e che intende rivelare misteri divini, soprattutto i segni che precederanno la fine (già stabilita) di tutta la storia, la risurrezione dei morti e giudizio finale che porterà alla trasformazione finale del mondo. Gli scritti apocalittici comprendono sia opere non canoniche (per es., Enoc), sia opere canoniche (per es., Daniele, Apocalisse e Marco 13). Cf Escatologia; Parusìa; Risurrezione dei morti; Rivelazione.

Letteratura sapienziale. (inizio)

Un genere di letteratura che si è sviluppato nell'antico Medio Oriente (ed altrove) e a cui appartengono cinque libri dell'AT: Giobbe, Proverbi, Qohèlet (o Ecclesiaste), Siracide (o Ecclesiastico) e Sapienza. (Qualche volta, il Cantico dei Cantici e i Salmi sono aggiunti a questo elenco). La parola ebraica che sta per sapienza è hokmàh, e può riferirsi all'abilità di un artigiano (Es 31,6), alla capacità amministrativa (Gn 41,39) e alla guida politica (Dt 34,9). Pur non evitando problemi etici e religiosi, l'antica sapienza ha illustrato spesso massime e proverbi per progredire. La sapienza d'Israele è andata più a fondo e ha perfino affrontato problemi come quello della sofferenza inspiegabile di persone che, come Giobbe, sono irreprensibili dinanzi a Dio. Il re Salomone (morto nel 931 circa) fu considerato il saggio per eccellenza (cf il suo famoso giudizio in 1 Re 3,16‑28). La vera sapienza viene da Dio e aiuta gli esseri umani a discernere il bene dal male (1 Re 3,5‑9). È una delle qualità spirituali del Messia (Is 11,2). Come la Parola di Dio, la sapienza tende ad essere personificata nell'AT e prepara la rivelazione del NT del Figlio di Dio eternamente preesistente (Prv 8,22‑31; Sap 7,22-8,1 Sir 24,1‑22). Le parabole di Cristo riflettono la sapienza dell'AT; per esempio, la parabola del fattore infedele (Lc 16,1‑8) e quella delle vergini stolte e delle vergini prudenti (Mt 25,1‑12). Eppure, la sapienza di Dio è stoltezza per i sapienti (Mt 11,25; 1 Cor 1,18‑2,5). Cf Sophìa; Stolti per amore di Cristo.

Lettore. (inizio)

Colui che legge la Scrittura durante i servizi liturgici. Le Chiese orientali hanno conservato questo ufficio antico come uno degli Ordini minori. La riforma del 1972 nella Chiesa Cattolica ha conservato due degli Ordini minori come ministeri: l'ufficio di lettore e quello di accolito. Durante la Messa, anche i laici possono leggere la Scrittura, eccetto il Vangelo che è riservato ai diaconi e ai presbiteri. Cf Chierico; Liturgia; Ordine.

Lettura. (inizio)

Brani scelti (primariamente dalla Bibbia) da leggersi durante gli uffici liturgici. Questa prassi risale alla Sinagoga in cui si leggevano la legge e i profeti. Nella celebrazione eucaristica, un brano dell'AT precede l'epistola e il vangelo. Per l'Ufficio divino, o Liturgia delle Ore, le letture sono tolte non solo dalla Bibbia ma anche dai Padri, da Santi e da altri autori spirituali. CfEpistola; Vangelo.

Lex orandi ‑ lex credendi (Lat. « La legge della preghiera è la legge della fede »). (inizio)

La forma completa di questo assioma è: « Legem credendi lex statuat supplicandi » (« La legge della preghiera stabilisca la legge della fede ») e risale a san Prospero di Aquitania (circa 390 ‑ circa 463). Segretario del papa Celestino I, egli compose l'Indiculus, un volumetto sulla grazia tratto da sant'Agostino di Ippona (354‑430) (DS 246; FCC 8.017). Dalla necessità di pregare per tutti  (1 Tm 2,1‑4), Prospero dedusse la necessità universale della grazia. La preghiera, specialmente la preghiera eucaristica, ha un ruolo essenziale nell'interpretazione della fede cristiana come ha riconosciuto da sempre la teologia orientale. La teologia occidentale, invece, ha dato tante volte una scarsa importanza a questo principio, e alle volte nessuna. Nel suo classico lavoro sulle fonti e argomenti teologici, Melchior Cano (1509‑1560) non elenca la liturgia come locus theologicus (Lat. « luogo teologico »), e molti lo hanno seguito in questa omissione. Cf Liturgia; Metodi in teologia; Sviluppo della dottrina.

Lezionario. (inizio)

Libro liturgico che contiene le letture ufficiali per le varie feste e periodi dell'anno. CfCalendario liturgico; Festa.

Liberalismo. (inizio)

Una tendenza spinta in politica e in religione che ha seguito l'Illuminismo nel sostenere la libertà e il progresso e nell'accogliere le nuove idee provenienti dalla scienza e dalla cultura del giorno. Nel suo aspetto migliore, il liberalismo ha promosso la giustizia sociale e un'educazione aperta. Nel suo aspetto peggiore, è divenuto una forma di umanesimo secolare che respinge l'autorità religiosa, giudica il cristianesimo dallo spirito del tempo, ed è incompatibile con la fede ortodossa. Cf Illuminismo; Modernismo; Protestantesimo liberale; Umanesimo.

Liberazione. (inizio)

Cf Teologia della liberazione.

Libertà. (inizio)

 Il potere di auto‑determinazione, cioè, di scegliere deliberatamente e di seguire lo svolgersi di un'azione. Creati ad immagine di Dio, gli esseri umani hanno questa capacità che è stata intaccata, ma non distrutta dal peccato (DS 1965‑1967; FCC 8.124, 8.132). Mediante la redenzione, Cristo ci ha resi liberi (Gal 5,13; 1 Pt 2,16) e questa libertà è la caparra della nostra libertà futura nella gloria (Rm 8,18‑25). Cf Antropologia; Concupiscenza; Immagine di Dio; Libertà religiosa; Peccato; Toràh.

Libertà religiosa. (inizio)

Il diritto di ogni persona umana e di ogni gruppo di praticare la propria religione senza alcuna interferenza da parte di altri gruppi. Dopo secoli di persecuzioni, la Chiesa ha ottenuto la libertà con il cosiddetto Editto di Milano del 313, godendo tolleranza e sostegno da parte di Costantino il Grande (morto nel 337), il quale è onorato come santo dagli Ortodossi. In un tempo in cui il cristianesimo dominava nella vita d'Europa, san Tommaso d'Aquino (circa 1225‑1274) affermò che, siccome la loro defezione costituiva una minaccia per l'edificio sociale, i cristiani apostati dovevano essere riconquistati anche con la forza sostenendo d'altra parte che un'interferenza del genere sui non cristiani sarebbe stato un peccato contro la giustizia naturale. Secoli di guerre di religione, di persecuzioni e discriminazioni in nome delle religioni stabilite hanno ripetutamente messo in evidenza il male di una simile intolleranza. Purché i seguaci di una data religione non infrangano i diritti degli altri, la loro libertà va rispettata e protetta. Il Concilio Vaticano II ha affermato il diritto di libertà nella pratica della propria religione, in particolare per i gruppi minoritari (cf DH 2‑8; 15; NA 4‑5). Il mondo ricorda con riconoscenza difensori contemporanei della libertà religiosa, come Roger Williams (circa 1604‑1684), Thomas Jefferson (1743‑1826), Mohandas Gandhi (1869‑1948) e John Courtney Murray (1904‑1967). CfChiesa e Stato; Diritti umani; Libertà; Tolleranza.

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00Wednesday, August 21, 2013 10:05 AM

Libri deuterocanonici. (inizio)

Termine cattolico con cui si indicano quei libri che si trovano nella versione greca dell'AT (« la versione dei Settanta »), ma non nella versione ebraica. Cf Apocrifi; Settanta.

Limbo (Lat. « frangia del vestito »). (inizio)

Il « luogo » dove si suppone che vadano i bambini non battezzati che muoiono col peccato originale, ma con nessuna colpa personale (limbus puerorum, limbo dei bambini). Quanto alle anime delle persone rette che sono morte prima della venuta di Cristo, si pensa che abbiano atteso la sua venuta nel limbo dei Padri, limbus Patrum. I teologi hanno pensato comunemente che il limbo non comportasse nessun castigo, ma una felicità naturale che, però, è priva della felicità piena proveniente dalla visione beatifica.4 Cf Discesa agli inferi; Peccato originale; Visione beatifica; Vita dopo morte.

Lingua volgare. (inizio)

È la lingua del luogo che viene usata nella liturgia. Le liturgie sono cominciate di solito con la lingua del luogo, eccetto quando un'altra lingua fu introdotta dai missionari o imposta da un popolo conquistatore. La storia della liturgia illustra, però, costantemente un fenomeno religioso più profondo: la tensione tra la necessità che ha il popolo di capire i testi e il desiderio di riconoscere la misteriosa alterità di Dio con l'uso di un linguaggio classico, numinoso. In Occidente, il greco era usato nella liturgia nei primi secoli fino a quando il latino prese gradualmente il sopravvento. Roma incoraggiò i santi Cirillo (circa 826‑868) e Metodio (circa 815‑885) a usare lo slavone tra gli Slavi dell'Europa centrale. I promotori della Riforma, mentre continuarono ad usare il latino in teologia, introdussero la lingua volgare per il culto pubblico. Nel 1963, il Concilio Vaticano II approvò ufficialmente la lingua volgare per i cattolici (cf SC 36, 54, 63, 101) nel rito romano. In Oriente, le varie Chiese nazionali usavano la lingua del popolo: l'arabo, l'armeno, il copto, il Ge'ez, il greco, il siriaco e così via. Però, col passare dei secoli, i testi liturgici erano diventati arcaici e di difficile comprensione. Molti cristiani orientali negli USA, in Canada e in Australia, per esempio, sono passati semplicemente all'inglese. Il problema dell'uso di una lingua arcaica o invece volgare non sarà mai pienamente e definitivamente risolto. Cf Evangelizzazione; Liturgia; Liturgia delle Ore; Riforma (La).

Lione. (inizio)

Cf Concilio di Lione.

Litania (Gr. « petizione », « processione religiosa »). (inizio)

Preghiera dialogata in cui un sacerdote, o un diacono o un cantore recita una serie di domande, o, in Occidente, invoca i titoli di Gesù o i nomi dei santi, e l'assemblea risponde con un responso fisso. La radice si trova nelle acclamazioni ripetute che sono frequenti in vari salmi (per es., Sal 118; 136). Le litanie dei cristiani, dapprima associate con processioni, sembrano aver avuto origine verso la fine del secolo IV ad Antiochia. La Chiesa bizantina fa uso frequente di litanie come le ectenìe e le sinaptè. Il responso più frequente è Kyrie eleison  (Gr. « Signore, pietà »). In Occidente, le litanie hanno un posto importante nella Veglia pasquale, nelle canonizzazioni dei santi, e nell'ordinazione dei vescovi, presbiteri e diaconi. Le litanie mariane, che hanno un vincolo speciale col santuario di Loreto, in Italia, sono state modellate sull'Akàthistos. Cf Akàthistos; Kyrie eleison.

Liturgia (Gr. « servizio pubblico »). (inizio)

Nel NT indica l'attività cultuale dei sacerdoti (Lc 1,23; Eb 8,6), o atti più ampi di servizio cristiano (Fil 2,17.30). Presso i Bizantini, a partire dal secolo IX, la parola « liturgia » si riferisce al culto comunitario, soprattutto indica la liturgia eucaristica o Messa. Originariamente, la Chiesa Latina parlava di divina officia, uffici divini, ma a partire dal secolo XVI adottò la terminologia bizantina. Il primo documento promulgato dal Concilio Vaticano II fu dedicato alla liturgia (cf SC 5‑13). Cf Culto; Eucaristia; Lex orandi ‑ Lex credendi; Movimento liturgico; Sacramento.

Liturgia della parola. (inizio)

Si chiama così la prima parte della celebrazione eucaristica. È così composta: preghiere d'introduzione dell'assemblea radunata per il culto e letture della Bibbia. L'ultima lettura è sempre il Vangelo. L'ideale è che questo sia seguito dall'omelia. In alcuni giorni, c'è anche il Credo e la preghiera dei fedeli. Cf Colletta; Epistola; Eucaristia; Messa dei catecumeni; Omelia; Parola di Dio; Professione di fede; Vangelo.

Liturgia delle ore. (inizio)

La preghiera ufficiale della comunità, che si riunisce in differenti ore del giorno o della notte per ascoltare passi della Scrittura (e altri) e recitare o cantare insieme salmi e altre preghiere. I partecipanti danno lode a Dio, compiono l'ufficio sacerdotale di Cristo, e intercedono per la salvezza del mondo intero (CIC 1173). Gli Ebrei ricordavano le benedizioni divine nel sacrificio del mattino e della sera nel Tempio (cf Es 29,38‑42; Nm 28,3‑8), mentre quelli che erano in esilio osservavano tempi fissi di preghiera (Dn 6,10). Le comunità cristiane, sia quelle di secolari che quelle monastiche, hanno sviluppato un programma quotidiano di preghiera comune. Quando i chierici non potevano essere presenti ai servizi comunitari, l'Occidente sviluppò il breviario (Lat. « abbreviato ») o versione breve delle ore canoniche per la recita privata. In Occidente, le ore canoniche dell'Ufficio divino sono diventate così: il Mattutino (o preghiera della notte), le Lodi, la Prima (o prima preghiera), la Terza (o preghiera delle ore nove), la Sesta (o preghiera del mezzogiorno), la Nona (o preghiera delle ore quindici), i Vespri e la Compieta (o preghiera finale di notte). Cf Breviario; Lodi; Monachesimo; Secolarismo; Vespri.

Liturgia di san Giovanni Crisostomo. (inizio)

Una liturgia attribuita al patriarca di Costantinopoli, san Giovanni Crisostomo (circa 347‑407). È questa la liturgia più comune nel rito bizantino. Quella di san Basilio entra in vigore il 1o gennaio, le domeniche di Quaresima (eccetto la Domenica delle Palme), il Giovedì Santo, il Sabato Santo, la vigilia di Natale e dell'Epifania (eccetto che cadano di sabato o di domenica), e nelle due stesse feste se cadono di domenica o di lunedì. Le liturgie di san Giovanni Crisostomo e di san Basilio hanno entrambe la seguente struttura: la pròthesis, o preparazione privata del pane e del vino; l'enarxis, o il servizio introduttivo di tre antifone; la sinassi, o letture della Scrittura (= liturgia della Parola); e la liturgia eucaristica (= pre‑anafora, anafora, comunione, ringraziamento e congedo). Cf Chiese Orientali; Eucaristia; Messa; Rito.

Liturgia eucaristica. (inizio)

Termine usato per la seconda parte della Messa; viene dopo la liturgia della Parola. Consiste nell'offerta del pane e del vino che vengono cambiati nel corpo e sangue di Cristo. Questa celebrazione ri‑presenta la morte sacrificale e la risurrezione di Cristo, e termina con la partecipazione al banchetto sacrificale della Comunione. Cf Comunione; Eucaristia; Liturgia della Parola; Messa; Sacrificio; Transostanziazione.

Locus theologicus (Lat. « luogo teologico »). (inizio)

I temi principali della fede cristiana (= luoghi comuni), o anche i princìpi fondamentali e le fonti per la teologia medievale, barocca e neoscolastica (e umanesimo del Rinascimento) nel presentare la dottrina in modo sistematico. In un'opera postuma, De locis theologicis (1563), Melchior Cano ha sviluppato l'impatto del nuovo umanesimo. Ha elencato sette loci che dipendono, direttamente o indirettamente, dall'autorità divina e dalla rivelazione:

  a) la Parola di Dio nella Scrittura;

  b) la tradizione degli Apostoli;

  c) la Chiesa universale;

  d) i Concili;

  e) l'insegnamento del Papa;

  f) i Padri della Chiesa;

  g) i teologi e i canonisti. Come aiuti aggiunti, Cano ricordava:

  h) la ragione naturale;

  i) i filosofi e i giuristi;

  j) la storia e la tradizione.

  Il metodo di Cano esercitò un grande influsso. Deve, però, lasciare più posto al mistero e inserire i temi della storia della salvezza e della liturgia. Cf Deposito della fede; Dogma; Dossologia; Lex orandi ‑ Lex credendi; Liturgia; Metodi in teologia; Neoscolastica; Rivelazione; Tradizione.

Lodi. (inizio)

Preghiera del mattino antica e ufficiale nella Chiesa d'Occidente. Si chiama « lodi mattutina » o « lodi dell'alba ». La preghiera del « Mattutino » si riferiva alla prima preghiera del mattino nei monasteri, mentre negli uffici delle cattedrali si chiamava « lodi ». Queste due preghiere si sono fuse nella preghiera del mattino che, dopo la riforma del Concilio Vaticano II, presenta questa struttura: l'invitatorio, un inno, tre salmi (uno dei quali può essere un cantico), una lettura tolta dalla Scrittura, un breve responsorio, il Benedictus, le intercessioni, il Padre nostro, la Colletta del giorno e la benedizione finale. Il « Mattutino » ha preso il nome di « Ufficio delle letture » ed è la preghiera della notte o della meditazione. Nel rito bizantino, l'Orthros (Gr. « alba »), o preghiera del mattino, è più lungo. Cf Colletta; Liturgia delle Ore.

Logos (Gr. « parola », « messaggio », « discorso », « ragione »). (inizio)

Nella filosofia greca, è il motivo che permea e regge il cosmo. I libri sapienziali dell'AT parlavano del Lògos come della sapienza personificata che Dio manifestava nel creare l'universo (Prv 8,31‑36; Sap 7,22‑30; 9,1‑2). Il filosofo ebreo Filone (circa 20 a.C. ‑ circa 50 d.C.) collegò la filosofia greca con la letteratura sapienziale dell'AT per presentare il Lògos come modello divino e attività finale nel creato. Nel pensiero di Giovanni, il Lògos è la Parola divina preesistente mediante cui « tutto è stato fatto » e che « si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi » (Gv 1,1‑14; 1 Gv 1,1‑2; Ap 19,11‑16). Il carattere « verbale » di questo titolo cristologico vuole insinuare che la divina auto‑rivelazione ha raggiunto il suo vertice con l'incarnazione storica del Lògos. Dopo Nicea, i termini « Lògos » e « Figlio di Dio » furono usati indifferentemente per designare la seconda persona della Trinità. Cf Apollinarismo; Appropriazione; Arianesimo; Concilio di Nicea I; Cristologia del Logos‑anthropos; Cristologia del Logos‑sarx; Parola di Dio; Titoli cristologici; Teologia giovannea.

Luce di gloria. (inizio)

Quella luce di cui hanno bisogno quanti sono in cielo per vedere Dio nella visione beatifica. Il Salmo 36,10 dice: « Alla tua luce vediamo la luce ». L'Apocalisse parla della luce divina che sostituisce la luce normale nella nuova Gerusalemme (Ap 21,23; 22,5). Contro gli errori attribuiti ai Begardi e alle Beghine, l'insegnamento ufficiale del Magistero definì che l'intelletto umano non può vedere Dio senza la speciale luce di gloria (cf DS 895). L'Occidente tende ad interpretare questa luce come qualcosa di creato, un abito soprannaturale che trasforma il nostro intelletto. L'Oriente identifica questa luce con Dio, mentre ammette una distinzione tra l'essenza divina inaccessibile e l'energia di Dio che è trasformante. Cf Abito; Esicasmo; Essenza ed energie; Palamismo; Visione beatifica.

Lumen gloriae. (inizio)

Cf Luce di gloria.

Luteranesimo. (inizio)

Quella forma di cristianesimo che si ispira a Martin Lutero (1483‑1546), iniziatore della Riforma in Germania. Dopo essere entrato negli Eremiti Agostiniani nel 1505, finì per diventare professore di Sacra Scrittura a Wittenberg, dove nel 1517 affisse le famose 95 tesi per protestare contro lo scandaloso commercio delle indulgenze. Fu scomunicato dal papa Leone X nel 1521. Il luteranesimo si diffuse in gran parte della Germania, come anche nei paesi della Scandinavia e della Finlandia. Assieme a comunità degli Stati Uniti e altrove, quasi tutte queste Chiese formano ora la Federazione Mondiale Luterana. Le dottrina tipiche del luteranesimo si possono trovare negli scritti di confessione luterana, specialmente la Confessione di Augusta(1530), l'Apologia della Confessione di Augusta (1531), gli Articoli di Smalcalda (1536) e i catechismi di Lutero. Possono essere sunteggiate in questo modo: la sola fede, o la giustificazione mediante la fede sola (non mediante le buone opere); la sola grazia, ossia la giustificazione unicamente mediante la grazia di Dio; la sola Scrittura, cioè la Bibbia (non le tradizioni umane) come unica norma autorevole della fede. Il Luteranesimo enfatizza la Croce di Cristo e l'asservimento umano al dominio del peccato. Accetta solo il battesimo e l'Eucaristia come sacramenti veramente istituiti dal Signore. Cf Concilio di Trento; Confessione di Augusta; Fede e Opere; Imputazione; Indulgenze; Legge e vangelo; Protestante; Riforma; Sola fede; Sola grazia; Sola Scrittura; Tradizione.  

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00Wednesday, August 21, 2013 5:23 PM

M

Macedoniani. (inizio)

Una sètta che prese il nome da Macedonio, vescovo di Costantinopoli dal 342 fino a quando fu deposto dal Concilio ariano di Costantinopoli nel 360. Egli stesso aveva tendenze semi‑ariane (cf DS 156, 2527). Nel Concilio Costantinopolitano I (381), fu condannato assieme a coloro che negavano la divinità dello Spirito Santo (cf DS 151), ma è dubbio se abbia realmente aderito a questa eresia. Cf Arianesimo; Concilio Costantinopolitano I; Pneumatomachi; Semi‑Arianesimo; Spirito Santo.

 

Magistero (Lat. « ufficio di insegnamento »). (inizio)

Si chiama così l'ufficio di insegnare autorevolmente il vangelo in nome di Gesù Cristo. Tutti i battezzati sono unti e guidati dallo Spirito (Gv 14,26; 16,13; Rm 8,14; 1 Gv 2,27) e hanno, fino ad un certo punto, la responsabilità profetica di annunciare la Buona Novella di Cristo. Coloro che hanno l'autorità di proclamare e di insegnare ufficialmente il Vangelo partecipano del Magistero della Chiesa. I Cattolici credono che questa autorità magisteriale appartiene all'intero Collegio dei vescovi (in quanto succedono al Collegio dei testimoni apostolici) e ai vescovi singoli uniti con il vescovo di Roma (LG 20‑25; DV 10). I vescovi compiono generalmente questo magistero in vari modi (vari tipi di magistero « ordinario »). Quando, riuniti in un concilio ecumenico o rappresentati dal Papa, insegnano una verità rivelata, questa va tenuta in modo assoluto e definitivo (Magistero « straordinario »). Come servizio specifico a nome dell'intera comunità, il Magistero ricorda la verità salvifica di Cristo per chiarirla ed applicarla di fronte alle nuove sfide delle varie epoche e situazioni. L'ufficio del Magistero viene da Cristo stesso, è guidato dallo Spirito Santo (è chiaro che non sostituisce lo Spirito Santo) ed è esercitato all'interno dell'intera comunità dei fedeli i quali furono e rimangono i recettori primari dell'autorivelazione di Dio. La natura intersoggettiva della verità rende credibile l'esistenza di un simile magistero. La verità, compresa la verità rivelata, è sperimentata e conservata dagli esseri umani in comunità. Questo rende più plausibile che la Chiesa sia attrezzata di una istituzione (il Magistero) con funzioni atte ad aiutare l'esperienza del popolo e a rimanere fedele nella verità della rivelazione. Nel Medioevo, i teologi e le facoltà di teologia delle grandi università erano anche accreditati ad esercitare un certo magistero. Questa autorità derivava dalla qualità delle loro doti personali, così come, a quanto sembra, c'era un « carisma » del genere per il ruolo dei « maestri » nella Chiesa del NT (1 Cor 12,28; At 13,1). Cf Autorità; Collegialità; Concilio Ecumenico; Definizione ex cathedra; Deposito della fede; Gerarchia; Infallibilità; Papa; Successione apostolica; Vescovo.

 

Malabarici. (inizio)

Cf Cristiani malabarici.

 

Male. (inizio)

Cf Mistero del male.

Mandato. (inizio)

Attestato della competente autorità ecclesiastica la quale riconosce che uno che insegna una disciplina teologica in un'università cattolica o in qualunque istituto di studi superiori è in buoni rapporti con la Chiesa ed insegna la dottrina cattolica in comunione con i vescovi (CIC 812; cf 810, 818). In questo contesto, il « mandato » sostituisce il termine che si usava prima: « missione canonica ». Cf Magistero; Missione canonica; Teologia.

 

Manicheismo. (inizio)

La dottrina di Mani, nato in Persia verso il 215 d.C. e scorticato vivo per ordine dell'Imperatore di Persia nel 275. Prendendo elementi dal Zoroastrismo, dal Buddismo, dallo Gnosticismo e dal Cristianesimo, Mani si considerò alla stregua dei Profeti dell'AT, di Zaratustra, di Buddha e di Gesù per accendere una scintilla di luce fra gli esseri umani e così liberarli dalla materia e dall'oscurità. Uno stretto ascetismo ed una potente attività missionaria diffusero il suo insegnamento in India, in Cina, in Italia, nel Nord Africa ed in altre parti dell'Impero Romano. Prima della sua conversione, sant'Agostino di Ippona (354‑430) seguì per nove anni il Manicheismo. Il termine « Manicheo » fu spesso usato come sinonimo di « eretico », specialmente nel contesto di movimenti dualistici (cf DS 435, 444‑445, 457, 461‑464, 718, 1336, 1340, 3246; FCC 2.005, 3.005‑3.008, 4.032, 9.035) Cf Albigeismo; Catari; Dualismo; Gnosticismo; Priscillianesimo.

 

Manna (Gr. « piccolo grano »). (inizio)

Cibo che Dio, con la sua provvidenza speciale (Sal 78,24‑25) fornì agli Ebrei che ne mangiarono per quarant'anni dalla loro uscita dall'Egitto prima di entrare nella Terra Promessa (Es 16,12‑36). L'etimologia popolare di Es 16,15, secondo cui la parola deriva dall'ebraico: « Che cos'è? » intende sottolineare l'intervento di Dio. Pare che la manna fosse una sostanza resinosa, bianca, prodotta da certi alberi del deserto e da cespugli e che cade sul terreno come la rugiada. Il sapore di pasta della manna (Nm 11,4‑9) sembra essere stato uno dei motivi per cui il popolo si lamentò nel deserto suscitando il dispiacere di Dio (Nm 11,1‑35). Il Vangelo di Giovanni presenta Gesù come il pane della vita eterna, di gran lunga superiore alla manna mangiata nel deserto (Gv 6,25‑58; cf Ap 2,17). Cf Eucaristia; Israele; Tipologia.

 

Manoscritti di Qumran  (inizio)

Rotoli scritti in ebraico aramaico tra il 125 a.C. e il 70 d.C. e scoperti nel 1947 e negli anni successivi nelle grotte di Qumran, otto miglia a sud di Gerico e vicino al Mar Morto. Per questo, i manoscritti sono anche conosciuti come « manoscritti del Mar Morto ». Questi rotoli, che sembrano essere stati di una comunità giudaica, comprendono frammenti, alcuni dei quali abbastanza estesi, di quasi tutti i libri dell'AT e di altri scritti religiosi. Questa scoperta è stata molto importante per gli studi biblici, in particolare, per l'approfondimento dell'AT e per conoscere l'ambiente in cui nacque il cristianesimo. Cf Antico Testamento; Bibbia; Esseni.

 

Maranatha. (inizio)

Parola aramaica usata nella 1 Cor 16, 22. Maranatha significa: « Vieni, o Signore ». Invece, maran‑atha significa: « Il Signore è venuto ». Con molta probabilità, va inteso il primo significato (cf Ap 22,20). Cf Avvento; Escatologia; Kyrios; Parusìa; Signore.

 

Marcionismo. (inizio)

Movimento dualistico ascetico fondato da Marcione, nativo del Ponto, nell'Asia Minore. Marcione venne a Roma verso il 140 e fu scomunicato nel 144. Nelle sue Antitesi, egli sosteneva che il creatore (o demiurgo) e la legge dell'AT erano assolutamente incompatibili con il Dio d'amore e di grazia predicato da Gesù. Perciò egli rigettava completamente le Scritture ebraiche, riteneva solo le lettere paoline e una versione mutilata del Vangelo di Luca. Interpretava la persona e l'opera di Cristo in una visuale docetista. Per qualche tempo, Marcione ebbe molti seguaci. Grandi teologi, come sant'Ireneo di Lione (circa 130 ‑ circa 200) e Tertulliano (circa 160 ‑ circa 220) si sentirono in dovere di confutarlo. La formazione del canone venne in parte a rispondere alle teorie errate di Marcione. Alla fine del III secolo, i suoi seguaci erano divenuti su larga scala Manichei. Però, il rifiuto marcionita o perlomeno la sua sottovalutazione dell'AT rimane una tentazione perenne per i cristiani. Cf Canone delle Scritture; Demiurgo; Docetismo; Dualismo; Manicheismo.

 

Maria, madre di Dio. (inizio)

Cf Mariologia; Theotòkos.

 

Mariologia. (inizio)

È lo studio sistematico della persona di Maria e del suo ruolo nella storia della salvezza. Il racconto dell'infanzia di Luca (Lc 1‑2) la presenta come modello di credente, figura della Chiesa e Madre del Salvatore da lei concepito verginalmente. Nel Vangelo di Giovanni, ella sta ai piedi della croce (Gv 19,25‑27). Gli Atti degli Apostoli ricordano che Maria era presente con la comunità prima della Pentecoste (At 1,14). Da secoli, la riflessione teologica, pastorale e popolare, fondandosi su questi ed altri testi scritturistici, associa giustamente Maria con Cristo, con lo Spirito Santo, con la Chiesa e con la redenzione dell'umanità. Quando, per esempio, il Concilio di Efeso (431) dichiarò che Maria è la Madre di Dio, lo fece per difendere l'unità della persona di Cristo e per respingere la dottrina sbagliata secondo cui ci sarebbero in lui due persone differenti, una divina, e l'altra, puramente umana, nata da Maria. In Occidente, la devozione ha presentato certe volte Maria separata dal giusto contesto cristologico, pneumatologico, ecclesiologico e antropologico. È caduta alle volte in esagerazioni espresse nel detto: « De Maria, numquam satis » (Lat. « Di Maria, non si dirà mai troppo »). Il Concilio Vaticano II, mentre ha messo in guardia contro gli abusi e ha evitato di proposito il titolo « Corredentrice », è stato il primo Concilio ecumenico che abbia offerto una trattazione sistematica del ruolo e dell'importanza di Maria (LG 52‑69). Cf Assunzione della Beata Vergine Maria; Concilio di Efeso; Corredentrice; Immacolata Concezione; Nestorianesimo; Nuova Eva; Theotòkos.

 

Mar Morto. (inizio)

Cf Manoscritti di Qumran.

 

Maroniti. (inizio)

Membri di una Chiesa Cattolica d'Oriente le cui origini risalgono a san Marone, amico di san Giovanni Crisostomo (circa 347‑407). La Chiesa Maronita, che rimase fedele al Concilio di Calcedonia, probabilmente portò a termine la sua indipendenza organizzativa nel secolo VII, al tempo della controversia monotelita. Che i Maroniti abbiano accettato questa dottrina, almeno verbalmente, è controverso. Nel secolo VIII, in un periodo in cui la sede patriarcale di Antiochia era vacante, il titolo di patriarca fu dato al superiore del monastero maronita di Oronte in Siria. Con l'arrivo dei Crociati, la comunione con la Chiesa Cattolica, che non era mai stata negata, fu ripresa senza formalità e da allora ci sono stati sempre Maroniti soltanto cattolici. Il maronita Geremia II partecipò al Concilio Lateranense IV e fu riconosciuto come Patriarca di Antiochia un anno dopo (1216). Nel 1584, il papa Gregorio XIII fondò a Roma un Collegio maronita, dove nel secolo XVIII furono pubblicati importanti testi liturgici e altri. Il rito maronita, uno dei sette riti più importanti, considerato una volta una semplice variante latinizzata del rito siriano occidentale, è oggi riconosciuto come una tradizione indipendente che si richiama sia al rito siriano occidentale che a quello siriano orientale. Subì una latinizzazione superficiale nei secoli XVII e XVIII, che è stata in gran parte eliminata con le recenti riforme. I Maroniti si trovano nel Libano, in Siria, in Israele, in Cipro, negli Stati Uniti e altrove. Cf Chiese Orientali; Crociate; Rito.

 

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00Wednesday, August 21, 2013 5:24 PM

Martire (Gr. « testimone »). (inizio)

È colui che, a motivo della sua fede e amore verso Cristo, sopporta sofferenze e morte (LG 50; AG 24). Nel Vangelo di san Giovanni, il termine è usato per indicare la testimonianza del Padre a favore del Figlio suo (Gv 5,37) e la testimonianza data da Gesù (Gv 3,1‑12) o da Giovanni il Battista (Gv 1,6‑8.15.19‑36; 3,22‑30; 5,33). Gli Apostoli ed altri cristiani hanno reso testimonianza alla verità (Lc 24,48; At 1,8.22). Successivamente, il termine venne a designare coloro che soffrirono e morirono per dare testimonianza (At 22,20; Ap 12,11). La morte di Gesù è considerata il primo esempio di martirio (cf At 1,5; 3,14). Episodi isolati di persecuzione si verificarono su larga scala e furono sistematici sotto gli imperatori Settimio Severo (202‑203), Decio (249‑250) e Valeriano (257‑258). La persecuzioni romane raggiunsero il vertice sotto Diocleziano e Galerio dal 303 in poi, e terminarono con la vittoria di Costantino il Grande nel 312. I primi cristiani che vennero venerati come santi furono i martiri. Una cappella costruita sulle loro tombe era nota come martyrion, ed era visitata in modo particolare nel dies natalis (Lat. « compleanno », « anniversario ») ossia nel giorno della loro nascita al cielo mediante il martirio. Fin dagli inizi, la Chiesa ha considerato il martirio come un « battesimo di sangue », che può supplire il battesimo sacramento. Il Martirologio è un libro liturgico che contiene i nomi dei martiri e di altri santi, elencati secondo il giorno della loro morte. Nell'epoca moderna, ci sono stati numerosi martiri in Europa e fuori dell'Europa, in Africa, nelle Americhe, in Asia ed in Oceania. Nel nostro secolo, molti cristiani hanno sofferto e subìto il martirio a causa del loro impegno e della loro solidarietà con coloro che soffrono (cf Gv 15,13). Cf Battesimo; Santità; Venerazione dei santi.

 

Materia e forma. (inizio)

L'analisi aristotelica di tutta la realtà materiale in due princìpi complementari: la soggiacente stoffa o pura potenzialità che è attualizzata dalla forma la quale determina la natura delle cose. Questa teoria dell'ilemorfismo (Gr. « materia », « forma ») ha goduto una grande popolarità fra i filosofi e i teologi scolastici. Cf Aristotelismo; Causalità; Scolastica.

 

Materialismo. (inizio)

Qualsiasi teoria che neghi le entità spirituali, come Dio e l'anima umana, ed ammetta soltanto l'esistenza di ciò che è percettibile, la realtà estesa. Una forma classica di materialismo fu articolata dal filosofo greco Epicuro (341‑270 a.C.), ed espressa in versi dal poeta romano Lucrezio (circa 99‑55 a.C.). Le versioni moderne del materialismo sono derivate da Ludwig Feuerbach (1804‑1872), da Karl Marx (1818‑1883) e da Friedrich Engels (1820‑1895). Cf Ateismo; Marxismo; Panteismo.

 

Marxismo. (inizio)

Dottrina sociale, economica, politica e filosofica sviluppata da Karl Marx (1818‑1883) e dal suo collaboratore Friedrich Engels (1820‑1895). È stata attualizzata nella maniera più vigorosa da Vladimir Ilyich Lenin (1870‑1924) e da Mao Tse‑Tung (1893‑1976). Sconcertati dalle gravi ingiustizie sociali, essi dedussero che la proprietà privata aveva alienato gli esseri umani da se stessi, dal loro lavoro, dai loro prodotti e fra di loro. La lotta di classe, condotta dal proletariato industriale, doveva porre fine a questa alienazione radicale, superare il capitalismo e portare una società senza classi di persone auto‑emancipate. In questa società futura, la questione di Dio sarebbe semplicemente scomparsa. Il materialismo ateo del marxismo ufficiale si è opposto a tutte le religioni in quanto queste non sono altro che ideologie destinate a favorire i ricchi e i potenti e ad esortare i poveri a sopportare con pazienza e ad attendere la ricompensa dopo morte. Mentre ha condannato il marxismo ateo, il Magistero della Chiesa ha criticato anche il materialismo capitalistico (DS 2786, 3773, 3865, 3930, 3939; Giovanni Paolo II, Sollecitudo Rei Socialis, 20‑21). La linea dura marxista non ha portato a termine né la vera emancipazione dell'umanità né la prosperità economica per tutti. In un modo drammatico, quasi tutti i governi dei paesi comunisti hanno concesso ed anche iniziato riforme che vengono a relegare il vecchio marxismo ufficiale come una cosa del passato. Cf Ateismo; Dottrina sociale; Materialismo; Scuola di Francoforte; Teologia politica.

 

Matrimonio. (inizio)                 

Una comunione di vita concordata fra un uomo e una donna mediante cui essi diventano marito e moglie, si danno e si ricevono mutuamente, promuovono il pieno benessere l'uno dell'altro e nell'amore procreano ed educano i figli (GS 47‑52). L'AT parla dell'uomo e della donna come di esseri creati ad immagine di Dio per dominare la terra, procreare figli e realizzarsi reciprocamente (Gn 1,27‑28; 2,18‑25). Gesù sottolineò la dignità della vita matrimoniale in vari modi: per es., paragonando il Regno dei cieli ad un banchetto nuziale (Mt 22,1‑14; 25,1‑13). Il suo amore per la Chiesa è paragonato al vincolo matrimoniale (Ef 5,22‑23). Il matrimonio è un sacramento per i cristiani battezzati (LG 11,35). I due « partners » sono, nel rito latino, essi stessi i ministri di questo sacramento, mentre il presbitero (o diacono) non è altro che il testimone ufficiale. Il vincolo matrimoniale è indissolubile finché i due coniugi rimangono in vita. Cf Forma del matrimonio; Impedimenti del matrimonio; Sacramento.

 

Mediatrice. (inizio)

Un titolo dato a Maria. Ha avuto origine in Oriente e il primo documento certo viene da sant'Andrea di Creta (morto nel 740). Essendo intimamente unita al Figlio suo, Maria può intercedere per gli altri suoi figli (Gv 19,26). Questa sua intercessione si fonda sui meriti infiniti del Figlio suo. Gli angeli, i santi e gli esseri umani tuttora viventi possono anche intercedere per gli altri (1 Tm 2,1), e, a modo loro, fare da mediatori per le benedizioni di Dio. Questi mediatori subordinati sono alle volte chiamati « mediatori in un senso relativo », in relazione, cioè, ai meriti di Gesù Cristo (cf DS 3320ss; 3370; 3916). Cf Angeli custodi; Intercessione; Mariologia; Venerazione dei santi.

  Mediazione (Lat. « mettersi tra »). L'intervento di un terzo per riconciliare tra di loro due parti in conflitto e così, promuovere, mediante una nuova comprensione, un bene o una mèta comune. Nell'AT, Abramo (Gn 18,16‑33), Mosè (Es 32,7‑14) e vari profeti, sacerdoti, giudici e re hanno fatto da mediatori tra il popolo e Dio. Essendo divino e umano, Gesù Cristo è pienamente e definitivamente il Mediatore, cioè, l'unico e definitivo Mediatore tra Dio e l'umanità peccatrice (1 Tm 2,5; Eb 8,6; 9,15; 12,24). Questa verità fondamentale è stata trattata da Pio XII in encicliche, come Mystici Corporis (1943) e Mediator Dei (1947) (cf DS 1526; 3370; 3820; FCC 5.032, 8.059). Cf Redentore; Redenzione; Salvezza.

 

Meditazione (Lat. « riflessione »). (inizio)

Preghiera mentale che tende all'unione con Dio e a penetrare nella divina volontà col riflettere su temi biblici e su altri temi di spiritualità. Come forma di preghiera per i principianti, l'esercitazione della meditazione graduale dovrebbe portare al livello più alto e più semplice della contemplazione. Cf Contemplazione.

  Melkiti (oggi, si scrive più comunemente così), o Melchiti (Siriano « seguaci del re »). Sono quei cristiani dell'impero bizantino, specialmente in Egitto e in Siria, che hanno sostenuto l'imperatore e la fede ortodossa contro Monofisiti, ossia contro quelli che erano contrari al Concilio di Calcedonia (451). Quando Costantinopoli si staccò da Roma nel 1054, i Melkiti si schierarono con Costantinopoli, ma dopo il 1724 cominciò a prendere forma una Chiesa Melkita unita a Roma. Oggi, il termine « Melkita » si applica il più delle volte ai cattolici di rito bizantino che appartengono ai patriarcati di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Cf Chiese Orientali; Concilio di Calcedonia; Monofisismo; Rito; Scisma.

 

Merito (Lat. « premio, ricompensa »). (inizio)

La bontà di un'azione che dà diritto a una ricompensa. Dopo che Tertulliano (circa 160 ‑ circa 220) ebbe introdotto il termine, i teologi medievali distinsero fra merito de condigno, ossia il merito basato su uno stretto diritto di giustizia, e la nostra situazione di fronte a Dio, merito de congruo, dove è conveniente che siano ricompensate le azioni dei giustificati (o di quelli non ancora giustificati). Dietro a questo insegnamento, stanno molti passi scritturistici i quali affermano che Dio premia le azioni buone e punisce quelle cattive (Es 23,20‑22; Mt 5,3‑12; 6,4; 19,21; 25,31‑46; 1 Cor 3,8; Ap 22,12). D'altra parte, sant'Agostino di Ippona (354‑430) ha fatto notare che ogni « aspirazione » di fronte a Dio è basata unicamente su ciò che Dio ha dato prima liberamente: « Dio non corona i tuoi meriti come meriti tuoi, ma coronando i tuoi meriti, corona i suoi stessi doni » (cf DS 248, 388; FCC 8.020). Il Concilio di Trento, richiamandosi a Rm 11,6, insegnò che non possiamo meritare la grazia iniziale della giustificazione e la ricompensa eterna che ne consegue (DS 1532; FCC 8.065). Nondimeno, la giustificazione mediante i meriti infiniti di Cristo produce un cambiamento intrinseco mediante cui il giustificato può produrre i frutti dello Spirito (Gal 5, 22‑23). La controversia della Riforma sul merito ha appena sfiorato le Chiese Orientali. Le loro liturgie non solo pregano gli angeli e i santi, ma pregano anche per loro, volendo significare che la grandezza di ogni creatura è sempre dovuta alla misericordia di Dio. Cf Concilio di Trento; Deificazione; Giustificazione; Grazia; Imputazione; Opere buone; Santificazione.

 

Messa (Lat. forse « congedo »). (inizio)

Parola comunemente usata nella Chiesa Cattolica, dove la forma più comune di congedo al termine della Liturgia è: « Ite, Missa est » (Lat. « Andate, la Messa è finita »). Cf Eucaristia; Liturgia.

 

Messa dei catecumeni. (inizio)

Termine comune, ora non più usato e fuorviante per indicare la Liturgia della Parola. Tutti i presenti, e non solo i catecumeni, sono tenuti seriamente ad ascoltare la Parola di Dio. Cf Liturgia eucaristica; Liturgia della Parola; Messa dei fedeli.

 

Messa dei fedeli. (inizio)

Termine ormai superato che veniva usato per indicare la seconda parte della Messa, quella che viene dopo la Liturgia della Parola. Il termine si riferiva al tempo in cui molti catecumeni (adulti che si preparavano al battesimo) erano invitati ad andarsene quando cominciava la seconda parte della Messa. L'espressione esatta che si usa oggi per la seconda parte della Messa è: Liturgia eucaristica. Cf Liturgia della Parola; Messa dei Catecumeni.

  Messa dei presantificati. La liturgia in cui non c'è la consacrazione del pane e del vino, ma vengono distribuite le ostie consacrate nella Messa precedente. Di qui, il nome di Messa dei « presantificati ». Nel rito bizantino, una Messa dei presantificati è celebrata i mercoledì e venerdì di Quaresima, mentre l'Eucaristia normale è limitata ai sabati, alle domeniche e alla festa dell'Annunciazione (= i giorni festivi liberi dall'astinenza e dal digiuno). Nel rito latino, la Messa dei presantificati è celebrata solo il Venerdì Santo. Cf Astinenza; Digiuno; Quaresima; Rito; Trisagio.

 

Messaliani (Siriano « gente che prega »). (inizio)

Una sètta che si trovava nel Medio Oriente, in Grecia e in Egitto e che fu condannata nel Concilio di Efeso (431). Essa sosteneva che, mediante il peccato di Adamo, un demonio si era unito ad ogni anima e poteva esserne cacciato soltanto con la preghiera costante e con pratiche ascetiche. Una simile preghiera ed ascesi dovevano anche portare automaticamente ad una visione della Trinità. Nel mondo antico, la loro accentuazione della preghiera li portò a farsi chiamare Euchiti (Gr. « gente che prega »). Lo studioso gesuita Ireneo Hausherr (1891‑1978) definì il Messalianismo come il « pelagianesimo dell'Oriente », in quanto affermava che lo sforzo umano costante era l'unica cosa necessaria per raggiungere i doni spirituali più elevati. Gran parte della letteratura di questa setta fu, a quanto sembra, attribuita a san Macario di Egitto (circa 300 ‑ circa 390). Cf Ascesi; Pelagianesimo; Preghiera.

 

Messia (Ebr. « unto »). (inizio)

Il liberatore promesso da Dio per un popolo sofferente. L'aggettivo ebraico maschiach (« unto ») era usato per l'unzione regale (1 Sam 10,1; 24,7; 2 Sam 2,4) e per l'unzione sacerdotale (Lv 4,3.5). In entrambi i casi, indicava una persona investita da Dio con poteri e funzioni speciali. Attraverso la promessa di Natan a Davide (2 Sam 7,12‑16) e altri influssi (Is 9,5‑7; Ez 34,23‑24; 37,24‑25; e i Salmi messianici: Sal 2, 17, 22, 45, 49, 72, 89, 110), il termine Messia (o in greco: Cristo) finì per indicare il re promesso della discendenza di Davide che avrebbe finalmente liberato il popolo. Il NT riconosce Gesù come il Messia re che ora regna in cielo (At 2,36; 5,31) e che verrà con potenza e gloria (At 3,20‑21). Però, fu già investito di simili funzioni durante il suo ministero (Lc 4,17‑21; Mc 8,29) e perfino nella sua infanzia (Lc 1,32‑33; 2,11; Mt 1,23; 2,6). Come designazione per Gesù che comprende i suoi poteri e la sua identità, Messia o Cristo (Gv 1,41; 4,25) era così frequente che al tempo della prima lettera di Paolo era già divenuto un (secondo) nome proprio (1 Ts 1,1), come avviene anche oggi quando si parla di « Gesù Cristo ». Cf Titoli cristologici; Unto.

 

Metafisica (Gr. « dopo la fisica »). (inizio)

Si chiama così lo studio delle cause ultime che costituiscono la realtà. Nell'ordine secondo cui furono pubblicate le opere di Aristotele, la Metafisica venne dopo la Fisica (che studiava i fenomeni naturali soggetti a cambiamenti, contrapposti perciò agli elementi permanenti e dovunque presenti della realtà come vengono esaminati dalla metafisica). Con René Descartes (1596‑1650) e Immanuel Kant (1724‑1804), la tradizione della metafisica aristotelica è stata modificata dalla presa di coscienza dell'estensione su cui la realtà « oggettiva » è costruita dal soggetto conoscente. Joseph Maréchal (1878‑1944), Karl Rahner (1904‑1984) e Bernard Lonergan (1904‑1984) hanno sviluppato un realismo moderato che consente un ruolo alla soggettività. La metafisica classica è stata contestata da quanti respingono come priva di significato ogni affermazione che non sia empiricamente verificabile. Comunque, siccome questo stesso principio non è empiricamente verificabile, la sua sfida alla metafisica classica va sostanzialmente modificata. Cf Agostinianismo; Analogia; Aristotelismo; Causalità; Filosofia; Positivismo; Tomismo.

 

Metanoia (Gr. « cambiare mente »). (inizio)

Termine biblico per indicare il pentimento o cambiamento completo di cuore per cui uno si allontana dal peccato per servire il Dio vivente. I profeti dell'AT chiamavano alla conversione che allontanasse il popolo dall'idolatria e da una pratica religiosa puramente superficiale per vivere fedelmente la legge di Dio e le loro responsabilità sociali (Is 1,10‑20; Ez 18,1‑32). Giovanni Battista e poi Gesù predicarono un cambiamento radicale del cuore in quanto richiesto dalla venuta del Regno di Dio (Mt 3,1‑12; Mc 1,15). Il battesimo di Giovanni era un battesimo per il pentimento (Mc 1,4; At 13,24; 19,4). Nel nome di Gesù, gli Apostoli invitavano la gente a convertirsi e a farsi battezzare e così cominciare una nuova vita nello Spirito (At 2,38). Il dono dell'autentica metànoia (cf Sal 50,14) è così speciale che chiunque la espone a rischio con peccati successivi può perderla per sempre (cf Eb 6,4‑6). Cf Conversione; Fede; Virtù della penitenza.

 

Metempsicosi. inizio)

Cf Re‑incarnazione.

Metodi in teologia. (inizio)

Modi coerenti di fare teologia che variano a seconda dei loro problemi caratteristici, del loro intento fondamentale, dei destinatari, del contesto, dell'uso delle fonti e dei criteri.

  a) I teologi nord‑atlantici sollevano tipicamente questioni circa il significato, la ricerca della verità, preferiscono la teologia in un sistema universitario, dialogano coi colleghi, privilegiano testi scritti ed usano criteri suggeriti dalla ragione.

  b) La teologia latino‑americana della liberazione rappresenta un altro metodo teologico che indaga sulla giustizia, fa teologia in un contesto pubblico, privilegia le voci dei poveri e dei sofferenti, e rispetta i criteri della prassi.

  c) Un metodo liturgico e monastico di fare teologia cerca la bellezza divina, trova il suo ambiente nel campo della preghiera, si associa coi fedeli, e prende i suoi testi e criteri dalla Chiesa.

  Ognuno di questi tre metodi può essere suddiviso in sottogruppi:

  Il metodo (a), per esempio, può essere segnato dal tipo di filosofia che adotta (per es., il neo‑tomismo, varie forme di esistenzialismo, la filosofia del linguaggio comune o la filosofia del processo).

  Il metodo (b) cambierà a seconda che sarà a contatto coi cristiani poveri dell'America Latina o con gli Indù poveri dell'India.

  Il metodo (c) varierà a seconda che sarà praticato dai Trappisti contemplativi, dai cristiani ortodossi di Russia, o dai monaci buddisti in Giappone.

  Idealmente, la teologia cristiana può solo essere arricchita da un conveniente pluralismo in cui i tre metodi principali servono a completarsi fra di loro. Cf Dòxa; Filosofia; Giustizia; Locus theologicus; Opzione per i poveri; Pluralismo; Prassi; Scuole di teologia; Teologia della bellezza; Verità.

Metodismo (Gr. « che segue un metodo »). (inizio)

È una forma di pratica cristiana che cominciò come movimento revivalista in Gran Bretagna sotto la guida di John Wesley (1703‑1793) e suo fratello Carlo (1707‑1788). Esso portò all'istituzione nel 1784 di associazioni libere (più tardi Chiese), indipendenti dalla struttura episcopale della Chiesa d'Inghilterra, ma in comunione fra di loro. Oggi, fanno parte della Federazione Mondiale delle Chiese Metodiste. Il Metodismo ha imitato il pietismo tedesco e ha privilegiato l'esperienza di conversione dei fratelli Wesley nel favorire una teologia del cuore a preferenza di una ortodossia rigida e razionalista. I Metodisti sottolineano l'evangelismo, il sacerdozio dei fedeli e la condotta sociale. La loro teologia ha avuto la tendenza ad essere largamente « arminiana »: cioè, favorisce l'insegnamento anticalvinista del teologo riformato olandese Jacob Arminius (1560‑1609), il quale insegnava che Cristo morì non solo per pochi predestinati, ma per tutti, e che la libertà sovrana di Dio non esclude la vera libertà degli esseri umani. Cf Calvinismo; Evangelismo; Protestante.

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