COMMENTO DELLA SECONDA LETTERA AI CORINTI

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Credente.
00Thursday, January 19, 2012 10:40 PM

Commento a cura del Movimento Apostolico                                  

PRESENTAZIONE

Comprendere il pensiero di San Paolo non sempre è facile. Le sue Lettere sono come un vulcano in eruzione; il vulcano è il suo cuore; ciò che esce dal cuore è la profondità del mistero di Cristo nel quale egli si è inabissato.

Dal mistero di Cristo, dal quale egli parla, parte per avvolgere ogni cosa, anche le più semplici, le più elementari, quelle cose che ai nostri occhi rimangono della terra, per lui si trasformano in una manifestazione del mistero di Cristo Gesù, mistero di verità, di carità, di speranza, di salvezza.

Quando parla di se stesso, ne parla perché anche lui è partecipe di questo mistero. Oltre che del mistero della giustificazione che si è compiuto in lui, quando il Signore lo ha fatto rinascere da acqua e da Spirito Santo, dopo la sua illuminazione avvenuta sulla via di Damasco, Paolo è inserito nell’altro mistero di Cristo, quello di averlo reso responsabile della missione di portare il suo Vangelo ai pagani, rivestendolo della sua autorità, arricchendolo di ogni dono spirituale.

Difendendo il suo mistero, la sua autorità, proclamando dinanzi ai Corinzi con forza e determinazione la sua chiamata ad essere apostolo di Gesù Cristo, egli altro non fa che difendere lo stesso mistero di Cristo Gesù: la sua verità, la sua carità, la sua morte, la sua risurrezione, l’opera della salvezza, il Vangelo che egli predica e che altri giorno dopo giorno cercano di togliere dalla mente e dal cuore di quanti hanno creduto, mettendo al suo posto teorie e dottrine che sono degli uomini, dottrine e teorie che nulla hanno a che fare con la salvezza e la redenzione operata da Cristo Signore.

Anche le rivelazioni più alte, il suo rapimento al terzo cielo, ogni sofferenza patita, ogni insulto che si è abbattuto su di lui, ogni altra privazione sopportata che egli racconta, manifesta, rivela, hanno un solo scopo: rendere credibile la sua persona, non in quanto persona di Paolo, ma in quanto servo e apostolo di Gesù Cristo, vero ministro e strumento di Dio per recare ad ogni uomo la lieta novella della riconciliazione, della grazia, della pace.

La Lettera, così letta, ha una sua particolare unità. Questa unità è data dalla giustificazione che Paolo fa della sua missione, della sua vocazione, del fondamento della verità che è in lui e non in altri.

In questa unità mirabilmente vengono affrontati diversi temi, tante verità che emergono come per caso, per la logica del discorso, per l’argomentazione delle prove, per la giustificazione del suo ministero e del suo apostolato.

Parlando di sé, egli parla di Dio Padre, di Cristo Gesù, dello Spirito Santo, della Chiesa, dell’Antico Testamento, del Nuovo, delle comunità cristiane, della carità che deve regnare in esse.

Ogni cosa viene letta, compresa e definita nella sua vera essenza, illuminandola con la luce di Cristo Gesù, inserendola nel suo mistero, portandola nella verità e con la verità analizzandola.

È un metodo questo che tutti noi dovremmo seguire. Lo richiede la realtà complessa dei nostri giorni, la quale spesso rimane senza soluzione di verità, perché non è stata illuminata da Cristo e dalla sua luce soprannaturale.

Paolo, in questa Lettera, ci insegna un metodo, traccia per tutti noi una via. La vita di ogni giorno è fatta di piccoli avvenimenti, anche questi è necessario che vengano portati in Cristo, in Cristo letti, in Cristo esaminati ed analizzati, in Cristo risolti.

Se il mistero di Cristo non abbraccia ogni nostra più piccola azione, decisione, parola, comportamento, se qualcosa di noi può rimanere fuori del mistero di Cristo, se può essere spiegata senza di Lui, significa che egli non è il nostro Salvatore, non è il nostro Redentore, non è il nostro Messia.

Non lo è, perché c’è qualcosa di buono, di santo, di giusto che si può compiere senza di lui, si può leggere senza la sua luce, si può comprendere senza la sua verità. Questo è impossibile per la nostra fede e tuttavia molti lo rendono possibile, perché quanto essi fanno, lo fanno senza Cristo e senza il suo mistero, senza la sua luce e senza la sua rivelazione.

In modo particolare, oggi, quasi tutti i problemi della vita si vogliono risolvere senza la luce che nasce da Cristo Gesù, che è Cristo Signore. L’esistenza è tutta pensata senza di Cristo.

Se in questo mondo che cammina verso la scristianizzazione noi riusciremo a portare il metodo di Paolo, sicuramente riusciremo a riportarlo a Cristo Signore.

Noi del Movimento Apostolico abbiamo una grave responsabilità. Siamo stati chiamati a ricordare la Parola di Cristo Gesù al mondo che l’ha dimenticata. Come dobbiamo ricordarla?

Attraverso lo stesso metodo di Paolo. Riconducendo nella Verità del Vangelo ogni evento della vita, piccolo o grande che sia, ha poca importanza. Non è la grandezza dell’evento che merita di essere portato nel Vangelo, mentre la sua piccolezza può rimanere fuori.

Niente che avviene nell’uomo deve restare fuori del Vangelo, tutto invece deve essere ad esso collegato, da esso spiegato, in esso compreso, per esso santificato.

La forza del Movimento Apostolico risiede tutta in questa capacità di ognuno di imitare Paolo, di portare cioè la sua persona e ogni sua azione nella luce della Parola di Gesù, in modo che il mondo intero veda e segua, rivestendo se stesso dello splendore del glorioso Vangelo di Cristo Signore.

La Vergine Maria, Madre della Redenzione, ci prenda per mano, ci aiuti a comprendere il metodo di Paolo, perché anche noi siamo chiamati a portare il Vangelo nel mondo, e per questa via a portare il mondo nel Vangelo, convertendolo alla verità, alla carità, alla speranza che sono in Cristo Signore.

La missione del Movimento Apostolico, se si lascerà, con l’aiuto dello Spirito Santo, illuminare dalla metodologia di Paolo, ne riceverà un grande beneficio. Molte anime si potranno convertire per una più grande gloria del Signore.  

Credente.
00Thursday, January 19, 2012 10:41 PM
INTRODUZIONE
La secondo Lettera di San Paolo Apostolo ai Corinzi in apparenza sembra non trattare nessun argomento in particolare, specie se la si confronta con la prima Lettera che ha già scritto loro.
Nella prima Lettera ci sono tematiche assai concrete, argomenti specifici, di fede, di morale, di rivelazione, che sono di capitale importanza per l’esistenza stessa di una comunità che voglia dirsi ed essere realmente di Cristo Gesù.
In questa Lettera invece tutto sembra occasionale e anche le tematiche di fede e di morale che vengono affrontate pare che nascano di getto dalla sua penna, come se fossero una logica conseguenza di un pensiero abbozzato che a poco a poco prende forma, senza sapere quale sarà il suo sviluppo ulteriore.
Niente però in Paolo è occasionale, frutto di istintività, di irriflessione, di repentinità. In lui abita con potenza lo Spirito del Signore. È Lui che lo muove nell’argomentazione; è Lui che dirige il suo pensiero perché dica solo quelle cose che sono necessarie per la comprensione del mistero di Cristo Gesù, nel quale ogni altra realtà deve essere inserita, se la si vuole cogliere nella sua vera essenza.
Cristo è il sofferente, l’obbediente, il dono del Padre all’umanità intera. Cristo è Colui che fu fatto vittima di espiazione per i nostri peccati, è il Riconciliatore dell’umanità con il Padre. Cristo è il sì definitivo, pieno, completo di Dio all’umanità. È il suo sì d’amore, di accoglienza, di salvezza, di giustificazione, di redenzione, di santificazione, di vita eterna. È il suo sì di Cielo, di Paradiso, di risurrezione gloriosa nell’ultimo giorno.
Se si prova a leggere la vita di Paolo dalla vita di Cristo, si trova che anche la vita di Paolo in certo qual modo è il sì di Dio alla comunità dei Corinzi. È un sì d’amore pieno, di verità perfetta, di dono di ogni grazia; un sì di compassione e di perdono; un sì che si trasforma in dono di vita, nella grande sofferenza, perché loro possano rimanere nel mistero della salvezza, in esso avanzare con speditezza, fino al suo conseguimento definitivo, che avverrà il giorno della loro entrata nella terra promessa del cielo.
Come Cristo Gesù, Paolo è l’uomo della sofferenza, del martirio; è l’uomo che ha saputo e sa soffrire per l’evangelizzazione dei popoli, l’uomo che per portare la volontà di Dio alle Genti, ai pagani del suo tempo, viene continuamente sottoposto ad ogni prova. La sofferenza non lo vince, il dolore sia fisico che morale non lo abbatte, non lo stanca, non lo deprime, non lo spinge ad abbandonare il cammino intrapreso. Anzi, dal dolore impara a donare la sua vita tutta intera al Padre dei cieli, impara a confidare solo in Dio, non in se stesso, non negli uomini. Solo Dio è la sua vita, solo in Lui la prova, solo a lui consegna se stesso, perché solo la sua volontà si compia. È questa la conclusione che egli trae dalla condanna a morte subita in Asia con lapidazione e dalla quale gli sembra di essere tornato in vita, come per miracolo.
Questa esperienza per lui è fondamentale. Da essa impara a vivere come uno che è quotidianamente condannato a morte, per il Vangelo. Ma proprio perché condannato a morte, proprio perché è nella morte, egli sa che la sua vita è solo nelle mani di Dio. A Lui appartiene. Ne faccia ciò che Lui vuole. La conduca dove c’è bisogno di salvezza e di redenzione.
Da questo dono pieno, esaustivo, di se stesso a Dio, nascono per Paolo alcune incomprensioni con la Comunità di Corinto. Questa pensa che Paolo non abbia una parola santa; pensa che egli dica una cosa, ma poi ne fa un’altra.
Paolo si giustifica affermando che nella sua vita c’è un mistero che sempre si compie. Ci sono le sue rette intenzioni, le sue parole che sono proferite con coscienza pura e santa, ci sono i suoi desideri di amore, di pace, di riconciliazione, di bontà verso la Comunità, la cui realizzazione non dipende da lui, dipende invece dalla volontà di Dio, il solo che è il Signore della sua vita, della sua volontà, dei suoi giorni.
Il suo amore è tutto nelle parole che dice, la realizzazione di questo amore non dipende più da lui, dipende dal Signore, dal Padre dei cieli. Dovrebbe allora per questo non pensare, non dire, non desiderare? La volontà di bene rimane sempre nell’uomo, i desideri di pace e di misericordia possono essere sempre espressi. Donano forza e consolazione, a condizione che si comprenda che la vita dell’altro non è nelle mani dell’altro, ma è solo nelle mani di Dio e che è Dio al timone di quella vita e non l’uomo che la vita vive.
La parola di Paolo è vera, come vero è il suo cuore, vera la sua coscienza, vero il suo apostolato, vera la sua vocazione, vera la sua missione, vero il rapporto che egli vive con ogni comunità.
Paolo è vero apostolo di Gesù Cristo, vero suo strumento, vero ministro della Nuova Alleanza. Tutto è vero in Paolo, perché la sua coscienza è retta e retto è il comportamento di Dio in lui, senza alcuna ipocrisia, né parola di convenienza, o peggio, di falsità, di adulazione, di menzogna.
Egli è vero apostolo di Cristo Gesù. Questo ministero può essere vissuto solo con la forza della speranza e della carità dello stesso Cristo Signore.
La speranza è quella della vita eterna, del conseguimento del premio che il Signore gli ha promesso. La carità è quell’amore che si dona, che offre la vita perché ogni uomo possa entrare nel Vangelo, di Vangelo vivere, Vangelo di Cristo divenire nel mondo.
Paolo è l’apostolo della carità di Cristo; è l’apostolo che è mosso da questa carità. La carità di Cristo è offerta della propria vita dall’alto dell’albero della croce. La carità di Cristo è passione, sofferenza, anelito di salvezza, consumazione d’amore, battesimo e desiderio ardente che deve compiersi in Lui perché lo Spirito del Signore irrompa nel mondo e lo convinca, illuminandolo con la luce della verità di Cristo Signore, irradiandolo con il Vangelo della grazia e della benedizione di Dio. L’amore e la carità di Cristo non solo sono dono della propria vita, sono opera concreta di annunzio, di apostolato, di missione. Sono invito concreto, specifico, fatto ad ogni cuore perché si converta, accolga l’amore misericordioso del Padre che ci ha manifestato tutto in Cristo Gesù, che è il Martire dell’amore, il Crocifisso della carità del Padre.
In questo dobbiamo tutti imparare da Paolo. La carità è prima di tutto opera di salvezza. L’opera di salvezza si compone di due momenti fondamentali, essenziali, di cui l’uno non può stare senza l’altro.
Il primo è l’annunzio di Cristo, della sua Persona, della sua Missione, di ciò che Dio ha fatto di Lui, della sua opera, della sua Parola, del suo Vangelo. Il secondo è l’invito fatto accoratamente ad ogni uomo perché accolga Cristo, si lasci lavare dal suo sangue, accolga la sua grazia, si lasci inabitare dallo Spirito Santo di Dio, entri nella comunità dei salvati e dei redenti, inizi una vita nuova, santa, intessuta di fede, di speranza, di carità.
L’amore e la carità di Cristo vogliono però che nel missionario del Vangelo, nell’apostolo di Cristo vi siano rettitudine, esemplarità, purezza di cuore, povertà in spirito, libertà dal mondo, perdono, opera di pace, sincerità, limpidezza, trasparenza.
L’apostolo di Cristo deve essere un Vangelo vivente di Cristo, come Cristo era il Vangelo vivente del Padre, anzi la Parola incarnata del Padre venuta ad abitare in mezzo a noi.
L’apostolo di Cristo deve essere la Parola fatta carne, storia, divenuta realtà visibile, tangibile, operativa, risolutrice dei problemi spirituali dell’uomo, opera di carità e di amore, via sicura, anzi infallibile, per portare ogni uomo a Cristo Signore.
Paolo è tutto questo. Chi legge la sua vita, e lui in certo modo ci aiuta a leggerla, a guardarvi dentro, si accorge che in Paolo non c’è inganno, non c’è falsità, non c’è alcun interesse personale, non c’è ricerca di se stesso. In Paolo c’è solo una volontà: quella di divenire in tutto simile a Cristo, trasparente di Cielo come Lui, portatore di verità e di grazia, albero di redenzione sull’albero del Signore Gesù.
È questa la statura morale, spirituale, ascetica del vero apostolo di Cristo Gesù. Paolo lo è e noi ringraziamo il Signore per averci dato un così fulgido modello, che ci rivela che è possibile imitare Gesù Cristo, a condizione però che si consegni tutta la vita al Padre, ricolmandola della sua obbedienza e allo Spirito Santo perché ci doni la sua forza per realizzare in ogni istante solo ciò che è gradito al Signore.
Paolo vive un amore esclusivo per Cristo Gesù. Questo stesso amore egli chiede ad ogni discepolo del suo Signore. Ognuno deve avvertire in se stesso la necessità di essere solo di Cristo, non degli idoli, non del peccato. Quando si è di Cristo Gesù, quando si appartiene alla sua verità, quando si diventa una cosa sola con lui, è obbligo di natura spirituale, che è poi partecipazione alla natura divina, rompere definitivamente con tutto ciò che non è Dio, che è contrario a Dio, che offende Dio.
In Paolo vive ancora un’altra verità che dobbiamo mettere in risalto. L’amore e la sollecitudine per tutte le chiese, si manifesta come sollecitudine per la colletta in favore della Chiesa di Gerusalemme.
La carità è universale, la carità è anche impegno concreto, soluzione pratica dei problemi degli altri, specie della loro povertà e miseria, sia spirituale, che materiale.
In questo Paolo si rivela un maestro eccellente. È maestro sublime di carità, perché lui ha davanti agli occhi sempre Cristo Gesù. Lo si è già detto. Paolo è immerso nel mistero di Gesù Signore. Dal profondo di questo mistero egli attinge ogni soluzione per la vita di verità, di carità, di speranza per se stesso, per ogni altro uomo.
La carità altro non è, non può essere, se non la riproposizione della vita di Cristo ad ogni credente perché faccia altrettanto. La carità in Paolo è perfetta imitazione di Cristo Gesù. Cristo Gesù è il dono del Padre all’umanità. Cristo Gesù si è fatto dono volontariamente per la salvezza del mondo; ha dato tutto se stesso. Il cristiano che vuole amare, deve anche lui farsi dono totale al Padre, perché il Padre lo faccia in Cristo, sotto la mozione dello Spirito Santo, dono totale per il mondo intero: nel suo corpo, nel suo spirito, nella sua anima, in tutta la sua persona, in tutte le sue cose.
Tutta questa ricchezza di verità, questo desiderio di salvezza, questo amore che è capace di perdonare chi lo ha offeso, chi lo ha denigrato, non è stato compreso dai Corinzi. Questi, sollecitati e istigati da persone che apparentemente lavoravano per Cristo Gesù, mentre in realtà operavano solo per la loro gloria e il loro tornaconto, avevano dipinto Paolo come un falsario della verità del Vangelo, un uomo di cui non ci si può fidare, un nemico della croce di Cristo.
Paolo non può tollerare che una simile calunnia avvolga la sua vita. Non per la sua vita, ma per il Vangelo di Cristo Signore. Se tutte le falsità con le quali si era infangata la sua persona fossero state vere, Cristo sarebbe risultato falso sulla sua bocca. Questo è intollerabile, perché avrebbe privato i Corinzi della vera salvezza, che è solo nel Cristo che egli annunzia e non in quello che portano avanti i “superapostoli”.
Come ultima arma di difesa, non gli resta che scendere in profondità nel mistero che avvolge la sua persona. Egli è un uomo che ha avuto da Dio la grazia di visitare il suo Cielo, di stare in Paradiso con Cristo.
I Corinzi devono credere a Paolo, perché la sua dottrina egli l’ha vista nel cielo. Lì la ha attinta. Da lì proviene. Possono essere certi. Lui è vero Apostolo del Signore, vero ministro della Nuova Alleanza, autentico proclamatore del Vangelo. Lo attesta la sua vita di sofferenze, lo conferma il Signore che a Lui si è manifestato in modo del tutto particolare.
Se vogliono, i Corinzi possono ora discernere la verità, possono sapere chi è il vero apostolo del Signore. Questo discernimento appartiene solo alla loro coscienza. Paolo non può fare altro. Per loro ha fatto veramente tutto, andando al di là di tutto ciò che gli era stato comandato di dire, di fare, di operare. La carità in lui è traboccante e nulla lui ha tralasciato perché i Corinzi potessero amare Gesù Cristo, l’Oggetto del suo Vangelo, il Fondamento e il Principio della loro salvezza.
Credente.
00Thursday, January 19, 2012 10:42 PM
CAPITOLO PRIMO

INDIRIZZO E SALUTO

[1]Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio, e il fratello Timòteo, alla Chiesa di Dio che è in Corinto e a tutti i santi dell'intera Acaia:
Chi scrive la lettera è Paolo. Paolo ha coscienza di essere apostolo di Gesù Cristo. È Apostolo non per sua scelta, o volontà, ma per volontà di Dio.
Da Paolo, dal modo anche di presentarsi, dobbiamo imparare a sapere chi noi siamo, cosa siamo chiamati a fare, a chi apparteniamo, chi ha voluto questo e perché.
Paolo è apostolo di Gesù Cristo, suo inviato, sua missionario, suo araldo, suo banditore. Questa vocazione e missione è stata Dio a conferirgliela.
Tutto ciò che lui è attualmente, lo è per volontà di Dio. Per volontà di Dio egli è a servizio esclusivo di Cristo Gesù.
Avere la coscienza di ciò che si è e a chi si appartiene, qual è la nostra vocazione, la nostra missione, e manifestare tutto questo infonde coraggio, forza, tenacia.
L’altro deve sapere dinanzi a chi si trova; per saperlo, dobbiamo conoscerlo prima noi e attestarglielo con coscienza retta, pura e santa, con parole inequivocabili, con una vita che rende testimonianza e conferma che quello che diciamo è verità. È la verità voluta da Dio per noi, ma anche la verità che noi abbiamo accolto e sulla quale abbiamo iniziato a costruire la nostra vita.
Il saluto è di Paolo e di Timoteo ed è indirizzato, assieme alla Lettera, alla Chiesa di Dio che è in Corinto e a tutti i cristiani che sono nell’intera Acaia.
I cristiani sono santi per battesimo, per vocazione, per cammino spirituale. Essi hanno lavato la loro anima nel sangue di Cristo Gesù, sono chiamati a vivere in tutto in Cristo, con Cristo, per Cristo. Il loro cammino è verso la perfetta configurazione a Cristo Gesù, nell’obbedienza piena e totale alla volontà di Dio.
La santità dovrebbe essere l’essenza del cristiano, la sua nuova natura, verso la più grande santità egli dovrebbe camminare.
È la santità la veste con la quale deve presentarsi dinanzi al mondo per rendere ragione della speranza che lo anima.
La parola annunziata, senza la santità vissuta, manca del segno della sua credibilità. Nessun uomo crederà mai ad una parola del Vangelo che è così sconvolgente e così obbligante se colui che gliela porta, non si presenta a lui vestito della santità di Cristo Gesù.
Il cristiano è chiamato ad essere santo anche per nome. Il suo nome dovrebbe essere santo come è santo il nome di Dio, il nome di Cristo, il nome dello Spirito Santo. Il futuro dell’evangelizzazione dipenderà tutto dalla ricomposizione e nell’unità di cristianesimo e di santità, di cristiano e di santo.
[2]grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
Assieme al saluto, c’è anche l’augurio. L’augurio è un desiderio, è una volontà che è nel cuore e che esprime il rapporto che si vorrebbe instaurare tra chi saluta e chi è salutato; tra chi riceve la lettera e chi la invia.
Paolo vuole che i Corinzi siano pieni della grazia e della pace di Dio Padre nostro e del Signore Gesù Cristo.
Con la grazia essi si sprofonderanno nella santità del Padre e di Cristo Gesù.
Con la pace manifesteranno al mondo la potenza della verità di Cristo e del Padre, verità che è capace di stravolgere tutte le relazioni tra gli uomini, perché le ha incanalate su una via di armonia, di concordia, di unità, di sostegno reciproco, di mutua comprensione, di perdono e di misericordia.
La grazia trasforma la nostra natura, la santifica, la rinnova, la monda da ogni imperfezione, l’aiuta a compiere la volontà di Dio, la spinge a camminare sempre sulla giusta via, nella coscienza retta, nella purezza del cuore, nella verità dei pensieri e dei sentimenti.
La pace è la comunione ritrovata con Dio in seguito al perdono dei nostri peccati, è l’amicizia che Dio ci ha offerto, che per noi è figliolanza adottiva, ma anche fratellanza universale, comunione d’amore, di fede e di speranza con ogni altro uomo, volontà di bene verso tutti, disponibilità al perdono e al dono dell’amicizia ad ogni uomo.
Paolo augura ai Corinzi questi doni che sono solo in Dio e in Cristo Gesù. Dio è il Padre nostro, Cristo Gesù è il Signore.
Dio è Padre perché in Cristo Gesù ci ha generati a suoi figli adottivi, ci ha fatti suoi figli in Cristo.
Gesù è il Signore, perché è il nostro Dio, ma anche è Signore perché è il nostro Redentore, il nostro Salvatore, il nostro Messia.
È il Signore perché egli ci ha comprati a prezzo del suo sangue prezioso. Noi siamo suoi non solo per creazione, ma anche per redenzione, per santificazione, per il sacramento del battesimo che ci ha fatti un solo corpo in Lui.
Noi siamo di Cristo, siamo sua proprietà. La nostra vita non ci appartiene. È sua. Lui è il Padrone e il Signore delle nostre anime, ma anche dei nostri corpi. Siamo suoi servi in tutto. Come tali dobbiamo vivere, a lui sottomessi nella carità, nella fede, nella speranza.
Se comprendessimo cosa Cristo ha fatto di noi sul Calvario e il giorno della Risurrezione, noi avremmo un altro stile di vita, un altro modo di essere e di operare, ma soprattutto avremmo un’altra coscienza.
Avremmo la coscienza di colui che vive solo per rendere grazie a Cristo Gesù per il grande dono che egli ha fatto di se stesso. Questo rendimento di grazie diverrebbe dono totale della nostra vita a Lui, come Lui totalmente l’ha data a noi. Avremmo la coscienza di colui che sa qual è stato il dono di Cristo e vive esclusivamente per rendergli in amore, in testimonianza, in santità e in obbedienza, in servizio ai fratelli quanto Cristo ha dato a Lui.
Vivrebbe per attestare, ma anche per donare al mondo intero l’amore con il quale egli è stato segnato da Cristo Gesù, dal suo Signore.
Credente.
00Thursday, January 19, 2012 10:43 PM
CONFORTO NELLE AFFLIZIONI

[3]Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione,
Dopo aver salutato i Corinzi e tutti i santi dell’Acaia, dopo aver augurato la grazia e la pace, Paolo eleva il suo spirito in Dio, la sua anima nel cielo.
Nel cielo contempla Dio, lo vede in ciò che egli ha fatto per lui, anzi in ciò che sta facendo per lui.
Paolo ci insegna che sempre dobbiamo innalzare gli occhi al cielo, dal cielo contemplare la nostra vita, dal cielo vedere l’opera di Dio per noi.
Paolo guarda la sua vita con gli occhi della fede e dell’amore e la vede tutta ricolma dell’amore del Signore e di ogni altro beneficio.
A Dio che ci ricolma di beni celesti e divini Paolo eleva il suo inno di benedizione, di amore, di lode, di ringraziamento. Tutto egli ha ricevuto da Dio, tutto egli riceve. Lui lo sa, glielo attesta la sua storia, quella storia che egli vede con gli occhi dello Spirito Santo e che analizza ed esamina alla luce della sua sapienza nella quale non c’è ombra di falsità.
Il Dio che Paolo benedice è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. È questa la relazione tra Dio e Cristo. Dio è il Padre, Cristo è il Figlio. Dio è Padre non in senso spirituale, morale, per adozione, o per qualche altra manifestazione del suo amore.
Dio è Padre per generazione eterna. È Padre perché nell’eternità e dall’eternità ha generato il Figlio, l’unico Figlio, il Figlio unigenito che si è fatto carne nel seno della Vergine Maria.
Il Figlio è figlio perché generato dal Padre, perché è Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero.
Dio è il Padre che ci dona il Figlio, ce lo dona per compiere l’espiazione dei peccati del mondo, per ottenerci una redenzione eterna, per liberarci per sempre dalla schiavitù del principe di questo mondo.
Ce lo dona immolato sulla croce, risorto al terzo giorno, asceso al cielo che siede alla sua destra. Ce lo ha dato ieri, quando era sul legno della croce, ce lo dona oggi che è assiso alla sua destra.
Ce lo dona come nostro Signore, nostro Redentore, nostro Avvocato, nostro Giudice, nostro Salvatore, nostro Sacerdote della nuova ed eterna Alleanza. Ce lo dona perché ci aiuti a compiere il cammino della fede, della speranza, della carità. Ce lo dona perché in lui, con lui e per lui possiamo raggiungere la terra promessa, il regno dei cieli. Ce lo dona perché ci risusciti in tutto simile a lui nell’ultimo giorno.
Questo è l’amore del Padre verso di noi.
È Cristo la misericordia del Padre, è Lui la nostra consolazione, la nostra speranza, la nostra vita.
Niente fa il Padre verso di noi, se non per Cristo, con Cristo e in Cristo. In Cristo ci consola, in Cristo ci ama, in Cristo viene dentro il nostro cuore e vi infonde speranza. In Cristo ci ama e ci attende, in Cristo ci chiama e ci spinge; in Cristo compie in noi le opere del suo amore e della sua carità; in Cristo infonde la gioia necessaria per vincere le tristezze della vita.
La consolazione del Padre è Cristo Gesù, perché Cristo Gesù del Padre è la vita, la gioia, il conforto, la speranza, l’amore, la carità, la luce. Tutto è Cristo per il Padre e tutto il Padre ci dona in Cristo e attraverso di Lui, per la sua passione, morte e risurrezione, per la sua intercessione oggi nel cielo.
Cristo è il dono di Dio all’umanità; in Cristo è Dio che si dona all’umanità e si dona per la sua salvezza.
Cristo è la consolazione di Dio per l’umanità intera, perché in Cristo Dio ci ha liberati dalla morte eterna e ci libera ogni giorno da tutte le afflizioni che turbano il nostro cammino verso di lui e verso i fratelli, da condurre nella misericordia e nella consolazione di Dio.
[4]il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio.
In questo versetto Paolo afferma due verità.
Con la prima verità ci insegna che Dio ogni giorno è al nostro fianco per consolarci. Lui è presente in ogni nostra tribolazione.
Non c’è tribolazione nella nostra carne, nel nostro spirito, nella nostra anima che non sia avvolta dalla consolazione divina.
In ogni tribolazione egli interviene nella nostra vita con la sua consolazione. La consolazione non è solo ed esclusivamente liberazione dall’afflizione. È grazia e forza che ci consente di superarla, di offrirla, di viverla pienamente, come ha fatto Gesù sul legno del patibolo.
La consolazione è pertanto forza interiore, sostegno spirituale e morale, aiuto e sollievo, coraggio e tenacia.
La consolazione è in fondo la presenza di Dio in noi nel momento della sofferenza e della tribolazione perché noi possiamo risultare vittoriosi, perché la tristezza non ci vinca, il dolore non ci stanchi, la sofferenza non ci abbatta, la mortificazione non ci faccia retrocedere dalla missione, le percosse e ogni altro genere di turbamento non ci facciano allontanare da Cristo Gesù e dalla missione che egli ci ha affidato.
Noi che siamo stati consolati da Dio, noi che veniamo consolati dal Signore – ed è questa la secondo verità – dobbiamo essere strumenti di Dio, di Cristo, dello Spirito Santo, per portare la consolazione ai nostri fratelli che come noi sono nella sofferenza, nel dolore, in ogni altro genere di afflizioni.
Quello che è assai significativo – ed è per questo che è verità – è che noi non dobbiamo consolare gli altri con una consolazione umana, con una nostra particolare consolazione, anche stupenda, bellissima.
Noi dobbiamo consolare gli altri con la stessa consolazione di Dio. Poiché Dio ha consolato noi, attraverso il dono di se stesso, il dono della sua grazia, della sua pace, della sua verità, del suo amore, noi dobbiamo consolare gli altri donando Dio, portandolo nei cuori, donandolo alle loro anime, imprimendolo nel loro spirito.
Dobbiamo dare Dio che ha consolato noi perché egli consoli loro. È Dio la consolazione di ogni uomo, è Dio che consola in ogni tribolazione ed afflizione; l’uomo non è fonte di consolazione, non potrebbe. L’uomo è strumento di consolazione ed è strumento vero, santo, autentico se infonde Dio nei cuori, nelle anime, nei pensieri e nei desideri.
È l’uomo strumento della consolazione di Dio se mette ogni attenzione a formare Cristo nei cuori.
La consolazione diviene pertanto opera missionaria, evangelizzatrice; non è un conforto umano, o una gioia terrena. È invece il dono della fede, della speranza e della carità; è il dono di Cristo e della sua grazia; è la luce dello Spirito Santo e della sua saggezza; è il conforto e la consolazione che vengono dalla Madre della Redenzione, che avvolge con il suo manto di misericordia tutti coloro che si affidano al suo cuore di Madre.
La consolazione di Dio non è un’opera psicologica, pedagogica, psichiatrica, o altro del genere, di quanto cioè conoscono gli uomini per lasciare l’uomo così come esso è. La consolazione di Dio è nuova creazione, è operazione di Dio nel cuore dell’uomo che lo rinnova, lo rigenera, lo conforta, lo salva, lo aiuta, lo sostiene, lo spinge infondendo in lui tutta quella forza celeste che deve farlo avanzare verso il regno dei cieli.
[5]Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione.
Paolo è nella grande tribolazione e sofferenza. La sua è sofferenza di Cristo, tribolazione nel suo corpo e del suo corpo; sofferenza subita a causa del Vangelo.
La sofferenza non gli lascia tregua. Avvolge interamente la sua vita. L’abbondanza in lui è anche completezza, poiché ogni genere di sofferenza si è abbattuta su di lui.
La sofferenza di Cristo in lui, nei cristiani, diventa e si trasforma in consolazione di Cristo verso di loro, verso di lui.
Per ogni consolazione una sofferenza e per ogni sofferenza una consolazione; per ogni croce la sua risurrezione, e per ogni morte una nuova vita.
Poiché la consolazione di Dio è risurrezione, man mano che passa attraverso la tribolazione, l’uomo cresce nella risurrezione. Più perfetta è la configurazione a Cristo nella morte, più perfetta è e sarà la conformazione a Cristo nella risurrezione.
La consolazione di Dio è nuova vita, nuova grazia, nuova forza, nuova santità che egli immette nel cuore; è nuova luce divina con la quale avvolge l’anima perché possa rispondere con fortezza, prudenza e giustizia al compimento della missione ricevuta.
Ogni consolazione di Dio è in seguito ad una sofferenza patita per il suo nome. Se il cristiano riesce a leggere nella fede la sofferenza che si abbatte su di lui, egli sa anche il grado della sua crescita spirituale, della sua risurrezione, della vita nuova che Dio ha versato e versa in lui.
La sofferenza, la tribolazione, la persecuzione per il cristiano diviene così la via attraverso la quale il Signore Dio riversa nei nostri cuori la sua vita eterna, che è poi la nostra vera consolazione, e noi progrediamo di grazia in grazia e di vita in vita, fino al completamento del nostro cammino nella risurrezione di Cristo nella gloria del cielo.
[6]Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo.
Il pensiero di Paolo, che è verità secondo Dio, verità attinta nello Spirito del Signore è chiaro.
In ogni tribolazione che si abbatte su di lui, nel suo corpo o nel suo spirito, matura un frutto di consolazione e di salvezza per tutti i discepoli del Signore.
Prima di tutto perché colui che è consolato dal Signore, diviene uno strumento nelle mani del Signore per confortare e consolare i fratelli che sono nella sofferenza e nella tribolazione.
In secondo luogo ogni tribolazione sofferta per Cristo conferisce un aumento di vita e di risurrezione nell’anima e nello spirito di colui che la subisce.
Questo aumento di vita e di risurrezione diventa un frutto di grazia che va a beneficio dell’intero corpo del Signore.
Il corpo di Cristo cresce in grazia, in verità, in santità, se un solo membro subisce una tribolazione per causa del Vangelo e riceve a causa di essa un aumento di vita e di santità.
C’è una consolazione, cioè un dono di vita che ricopre tutto il corpo a causa di colui che ha subito la sofferenza e che l’ha offerta al Signore.
Infine c’è il buon esempio che diviene stimolo, sprone, incitamento, a sopportare le medesime sofferenze.
Un cristiano che vede l’apostolo del Signore subire la sofferenza per Cristo nella santità e nella verità, diviene a sua volta capace di offrire anche lui la sofferenza, dopo averla subita e questo non può che essere di grande giovamento per tutta la comunità cristiana, la quale sempre dall’esempio dei più forti viene aiutata a vivere nella verità e nella santità ogni patimento che si riversa su di essa a causa del nome di Cristo Gesù.
C’è una comunione di grazia, di verità, di vita nuova, di risurrezione e di esemplarità che si vive ogni volta che un membro della comunità subisce una sofferenza per il nome di Cristo Gesù.
Così, anziché impoverire la comunità, la sofferenza, la tribolazione, le persecuzioni e i patimenti per il nome di Cristo Gesù altro non fanno che elevare di tono la santità della comunità, aumentandone la grazia ed ogni altro dono celeste che servono perché ognuno possa rendere testimonianza a Cristo Gesù e al Vangelo della salvezza.
[7] La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siete anche della consolazione.
Paolo in questo versetto manifesta qual è la sua speranza. Egli vive di una sola certezza, che è poi essenza e sostanza della verità evangelica.
In questa speranza egli è ben saldo. Guai se non lo fosse. L’uomo di Dio ha bisogno delle certezze di fede, se queste vengono a mancare tutta la vita di fede scade, a poco a poco si perde, scompare.
Sovente purtroppo si hanno poche certezze e molti dubbi, si possiedono poche verità e troppi errori. Questo altro non fa che indebolire la forza del cristiano nel progredire lui stesso verso il regno dei cieli, ma così facendo, indebolisce anche il cammino dei suoi fratelli.
Una sola incertezza che dimora e persiste in un cristiano, diviene incertezza che si travasa in tutti i cuori fino a contaminarli tutti.
La certezza di Paolo, che è speranza nella quale egli è ben saldo è questa: chi diviene partecipe della sofferenza di Cristo, diviene anche partecipe della sua consolazione. Poiché la sofferenza di Cristo è la morte, la consolazione di Cristo è la risurrezione gloriosa.
Abbiamo già considerato che la consolazione di Cristo è immissione in noi di nuova vita, nuova grazia, nuova santità. Nel momento in cui noi, in qualche modo, ci rendiamo partecipi della sofferenza di Cristo Gesù, in questo stesso istante noi diveniamo partecipi della vita nuova che è tutta in Cristo Gesù. Questa vita nuova si manifesta in noi come un’abbondanza di grazia e di verità, di fortezza e di santità che si abbatte su di noi e ci trasforma, ci configura sempre più perfettamente a Cristo Signore.
Questa certezza è la forza del cristiano; più egli si fortifica in questa verità, più il suo cuore diviene saldo e stabile, più nel momento della prova egli saprà innalzare gli occhi al cielo e chiedere al Signore che voglia aiutarlo e sostenerlo con la sua forza a vincere la prova. Questo lo fa, perché sa che subito dopo scenderanno nel suo cuore le consolazioni di Dio che saranno il dono di una vita più santa, più vera, più giusta; saranno l’aumento dei doni di grazia e di Spirito Santo che vanno ad aumentare il grado di santità nel suo cuore e quindi di più forza e di più costanza nel proseguire il cammino travagliato verso il regno dei cieli, verso la testimonianza da rendere a Cristo Gesù, se è necessario, anche attraverso il dono della nostra vita fisica, oltre che del nostro spirito, del nostro cuore e della nostra anima.
[8] Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita.
Paolo parla ora di una tribolazione particolare, specifica, che egli ha vissuto in Asia. Questa tribolazione è stata veramente grande per lui, addirittura al di là delle sue forze. Questa tribolazione è stata talmente grande che egli ha dubitato di poter rimanere ancora in vita.
Perché Paolo rivela, manifesta, svela ciò che gli è capitato in Asia? Perché comunica loro questa sua grande esperienza?
Il motivo è uno solo. Si vuole incoraggiare i Corinzi e tutti quelli che sono in Acaia che il percorso da fare è lungo, le difficoltà sono tante, le insidie e i pericoli sempre in agguato.
Mai il cristiano può stare sicuro, tranquillo; può pensare di aver finito con le prove. Le prove sono sempre sui nostri passi, ci seguono come un’ombra cammina con un corpo.
A volte sono assai forti e violente queste tribolazioni, tanto forti e violente che noi pensiamo di non poter sopravvivere ad esse, pensiamo che per noi sia giunta propria la fine.
Possiamo dubitare di noi stessi, delle nostre forze, delle nostre capacità, ma non della presenza di Dio nella nostra vita.
La presenza di Dio ha un solo scopo: far sì che noi vinciamo le tribolazioni in modo che egli possa aumentare in noi il dono della sua grazia e della sua verità, dei suoi doni nello Spirito Santo.
Supereremo anche le insidie più grandi, se ancora la nostra vita serve al Signore per il ministero del Vangelo, per portare cioè il conforto della Parola di Dio ad ogni uomo. In questo caso anche le persecuzioni più violente si risolvono in risparmio della vita per noi.
La vita serve a Dio e finché gli serve, egli farà sì che la tribolazione non ci vinca, anche se umanamente sembra invincibile e noi siamo lì, lì per soccombere ed uscire una volta per tutte dalla scena di questo mondo.
Dubitare di se stessi, pensare che la tribolazione sia al di là delle nostre forze è cosa buona, se aggiungiamo a tutto questo una forte fede e una sicura speranza, che deve essere in noi, certezza invincibile, che tutto ciò che non possiamo vincere noi, lo vincerà il Signore e tutto ciò che sembra vincerci dal Signore è vinto, perché noi ancora siamo a lui necessari per il ministero del Vangelo, o per un qualsiasi altro ministero utile e necessario per la salvezza dei nostri fratelli secondo Adamo e non ancora in Cristo, perché non lo conoscono e non fanno pubblica professione di fede in Lui e nel mistero della sua grazia.
La consapevolezza della nostra debolezza deve avere il suo punto fermo in una grande fede nella presenza liberante e vittoriosa di Dio nostro Padre che interviene in nostro favore e ci libera dallo scendere nella fossa anzitempo.
Senza una forte fede nella presenza di Dio, anche le più piccole tribolazioni sono assai forti per noi e ci faranno soccombere; non resisteremo perché manca in noi la convinzione di fede che tutto è permesso da Dio per un bene più grande in nostro favore e a favore dell’umanità intera.
[9] Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita i morti.
Per Paolo questa grande tribolazione ha dato una svolta radicale alla sua vita.
C’è sempre nell’uomo una qualche convinzione che si è capaci da soli di fare un qualche cosa per il Signore.
C’è quel pensiero che in qualche modo ci pone di fronte a Dio, a tu per tu con lui, ma ci pone quasi in alternativa, non in sudditanza completa; oppure se ci pone in sudditanza, si tratta di una sudditanza parziale e non assoluta.
Si riceve tutto da Dio ma si è anche convinti che qualcosa siamo anche noi capaci di farla. Per questo ci dispensiamo dal ricorrere al Signore per chiedere che in ogni momento della nostra vita sia presente per dare significato ad essa, ricolmandola di grazia e di verità.
Quando un cristiano pensa che ci siano delle cose per cui non valga proprio la pena ricorrere al Signore, perché possono essere risolte direttamente da lui, egli si è già incamminato su una strada che non lo porterà lontano; è una strada che prima o poi finirà in se stesso e in un allontanamento totale dal Signore.
Paolo è forte, saggio, intelligente, pieno d’amore, di verità, di speranza, di santità; è intrepido, fiero, capace, volitivo, resistente. Egli è stato fatto da Dio come un prodigio. Tutta questa santità di cielo abita però in un corpo ereditato da Adamo e dove c’è l’eredità secondo Adamo c’è anche la superbia e la concupiscenza, anche se sono assopite, quasi morte, ma sono sempre nel nostro corpo e attendono di risvegliarsi al momento opportuno per mordere morsi di morte e di peccato.
In Asia Paolo riceve una sentenza di morte; viene lapidato, coperto di pietre. Creduto morto. Per un attimo è come se Paolo fosse stato veramente nella morte.
Il Signore ha pietà di lui, lo libera, gli risparmia ancora la vita. Lo risuscita e lo ridona alla sua Chiesa, alle comunità cristiane, al mondo intero.
Paolo dona a questo evento che gli è capitato in terra di Asia un significato del tutto particolare. Dio voleva spogliarlo di tutto ciò che ancora gli era rimasto di umano dopo la conversione sulla via di Damasco.
Lo spoglia di ogni pensiero terreno, lo libera da ogni residuo di superbia, di vanagloria, di esaltazione di sé.
Lo mette nelle braccia della morte per un istante perché lui da questo momento sappia che è solo del Signore e che solo il Signore lo potrà liberare, perché la sua vita è una vita condannata alla morte, non solo in Asia, ma in ogni parte dove lui si recherà per annunziare il Vangelo di Dio. Ora Paolo sa, dopo questa esperienza, che nulla gli appartiene, nulla gli deve appartenere, neanche un pensiero, una idea, una certezza fondata su se stesso. Tutto egli deve fondare in Dio, tutto da Lui sperare, tutto a Lui chiedere, tutto a Lui ridare nella preghiera di ringraziamento, di lode e di benedizione.
È questa la libertà che il Signore vuole, la libertà da noi stessi, dai nostri pensieri, dalle nostre capacità, dai nostri studi, dalla nostra intelligenza, dalla nostra sapienza e accortezza. La libertà deve essere sempre e per sempre; deve manifestarsi in ogni azione, opera, pensiero, desiderio, moto del cuore e della volontà.
Tutto, ma veramente tutto, deve essere affidato al Signore perché sia Lui a ricolmarlo della sua verità e della sua grazia.
Come un uomo non si può liberare dalla morte, così non si potrà liberare da nessuna altra condizione umana nella quale vive. Solo Dio è il liberatore e solo in Lui dobbiamo confidare, solo Lui invocare che ci liberi, solo a Lui chiedere che venga presto in nostro aiuto.
A questa verità Dio vuole che arrivi ogni suo figlio, ogni discepolo di Cristo Gesù. Paolo è arrivato in Asia dopo aver ricevuto la sentenza di morte, essere stato lapidato e sepolto sotto le pietre, creduto morto dalla gente. Dio però lo ha voluto ancora una volta vivo e per questo lo ha salvato dalla morte che ormai era certa per lui.
[10] Da quella morte però egli ci ha liberato e ci libererà, per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora,
In questo versetto egli fa professione di fede nel Dio liberatore, ma anche professione di speranza.
Paolo è certo non solo che il Signore lo ha liberato ieri, è convinto, saldamente ancorato a questa convinzione, che il Signore lo libererà ancora.
D’altronde è questa la sua fede; egli crede nella liberazione che ha operato Cristo in seno all’umanità intera; crede nella liberazione che Cristo Gesù quotidianamente opera a favore di tutti i suoi discepoli che si rivolgono a lui e lo invocano perché scenda a liberarli dalla morte subita e patita per il suo santissimo nome.
Quando si raggiunge questa speranza e questa certezza di fede, tutta la vita viene posta nelle mani di Dio, perché sia Lui a governarla secondo il nostro più grande bene spirituale, ma anche secondo le esigenze dei fratelli che hanno bisogno del dono del Vangelo per essere liberati e portati nella salvezza.
La speranza si riveste in Paolo di una certezza: il Signore è presente nella sua vita; il Signore guida la sua vita e attraverso le prove che sparge sul suo cammino, a poco a poco la apre al dono totale di sé per il compimento della missione che gli è stata affidata.
Questa certezza e speranza di Paolo deve essere di ogni cristiano. È per questo motivo che egli comunica ai Corinzi questa esperienza di morte vissuta in Asia perché anche essi inizino un cammino veramente nuovo con il Signore. Il cammino non potrà essere che uno solo: consegnare tutta la loro vita al Signore perché sia Lui a dirigerla, a governarla, a ricolmarla della sua grazia e della sua consolazione, anche se dovrà farla passare attraverso vie di sofferenza che solo Lui conosce.
Dopo questa esperienza Paolo si è spogliato di sé, si è rinnegato in tutto, niente più gli appartiene; neanche la vita fisica; essa è del Signore che gliel’ha salvata; può farne l’uso che vuole.
A questa stessa conclusione di fede e di speranza Paolo vuole che giungano i Corinzi. Il suo esempio dovrà trascinarli in una nuova relazione con il loro Dio e Signore.
[11] grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci da molte persone, siano rese grazie per noi da parte di molti.
In questo versetto Paolo rivela la sua visione soprannaturale con la quale legge ogni cosa e ogni cosa riferisce a Dio.
Lui è nella tribolazione, tutti pregano perché il Signore lo liberi. C’è una cooperazione nella preghiera per lui che investe tutte le comunità, quanti vengono a conoscenza del momento particolare che Paolo sta vivendo.
Il Signore, per questa preghiera, o meglio, per questa cooperazione nella preghiera, libera Paolo.
Dopo la liberazione, si realizza una cooperazione di preghiera per ringraziare il Signore, lodarlo e benedirlo per il favore concesso a Paolo.
C’è un grazie che sale verso Dio da molti cuori, da tutti quei cuori che hanno pregato per ottenere la sua liberazione.
Qual è il frutto di una tribolazione? La spinta alla preghiera che investe tutti. Prima diviene preghiera di impetrazione, poi si fa preghiera di ringraziamento e di benedizione.
A causa di questa tribolazione molti cuori, molte menti si innalzano in Dio, vivono un momento di intensa comunione con lui, manifestano con più tenacia la loro fede, corroborano il loro spirito nella certezza che il Signore non può non esaudire una preghiera che sale a lui da ogni cuore e da ogni mente.
Così una sola tribolazione può dare vita spirituale intensa a tutta la comunità. In verità è Paolo che è nella tribolazione, però è tutta la comunità che durante e dopo vive e manifesta la sua fede nella preghiera, vive e manifesta la sua fede nell’Onnipotenza di Dio, vive e manifesta la sua fede che è certezza di esaudimento.
Per dare ad una tribolazione un frutto così bello e così vero occorre un animo che sia sempre e costantemente immerso in Dio, che è nel cielo e dal cielo vede tutto ciò che avviene sulla terra come un momento particolare concesso da Dio perché una più grande gloria salga a Lui e una più intensa manifestazione della sua verità si espanda sulla terra.
Occorre anche la saggezza e l’intelligenza dello Spirito Santo che ci fa andare sempre oltre il visibile e dietro il muro della facciata delle cose si veda Colui che ogni cosa permette perché la sua gloria si manifesti e la verità del Vangelo venga acclamata da tutti, da tutti accolta, da tutti vissuta.
Chi vive secondo queste caratteristiche sa trasformare ogni cosa che succede in lui e attorno a lui in un movimento di santità, di grazia, di verità, di conversione, di fede.
Credente.
00Thursday, January 19, 2012 10:43 PM
SINCERITÀ DI PAOLO

[12] Questo infatti è il nostro vanto: la testimonianza della coscienza di esserci comportati nel mondo, e particolarmente verso di voi, con la santità e sincerità che vengono da Dio.
Paolo è come se adesso facesse una confessione pubblica, è come se svelasse il suo cuore e la sua coscienza ai Corinzi e a tutta l’Acaia.
Egli ha un merito e quindi può vantarsi dinanzi a tutto il mondo. Questo vanto non deve essere inteso in modo profano, o pagano, o addirittura in modo del tutto peccaminoso, nel senso di un moto di superbia, di un furto di gloria a Dio.
Tutto quello che Paolo fa, lo fa per grazia, per assistenza, per mozione, per aiuto da parte di Dio. Senza la grazia di Dio Paolo non fa niente. Anzi tutto ciò che Paolo ha fatto è stata la grazia di Dio ha farlo in lui.
Posto il principio soprannaturale del primato della grazia, si deve leggere questa affermazione di Paolo come certezza e rettitudine morale, come principio di operazione, come stile della sua vita, modo santo di agire.
Qual è il suo vanto, la sua azione, la sua verità che lo fa andare a testa alta?
Il suo vanto è uno solo ed è la testimonianza della sua coscienza. Questa gli attesta che ogni sua azione, davanti al mondo e davanti alla comunità di Corinto, ha una sola origine, una sola motivazione, un solo principio di verità: tutto in lui nasce dalla santità e dalla sincerità che vengono da Dio.
La prima deduzione è questa: tutto ciò che Paolo fa, non lo fa mai per un motivo umano, per un interesse terreno, per piacere a questo o a quell’altro, per imporre se stesso o le sue idee.
La sua umanità deve essere lasciata fuori da ogni suo comportamento, da ogni sua azione e così deve essere lasciata fuori la sua mente e il suo cuore.
Egli ha consegnato tutto se stesso a Dio ed è in Dio che bisogna trovare ogni motivazione del suo essere e del suo agire.
Per capire Paolo bisogna allora partire dalla santità e dalla sincerità che vengono da Dio.
La santità dice che ogni azione è corrispondente alla volontà divina, volontà manifestata attraverso la Parola di Gesù, ma anche volontà fatta conoscere a lui per una mozione particolare dello Spirito Santo, che lui invoca nella preghiera assidua, costante.
Chi vuole operare secondo la santità che viene da Dio deve essere sempre nella volontà di Dio, la volontà di Dio deve conoscere in ogni suo particolare, la volontà di Dio deve attuare in ogni piccola e grande sua manifestazione. Se ci si pone fuori della volontà di Dio, non si può agire, non si agisce secondo la santità che viene da Dio.
La sincerità vuole invece che il cuore e la bocca dicano la stessa cosa; ciò che è sulla bocca deve venire dal cuore e ciò che è nel cuore deve essere anche sulla bocca.
L’uomo è la sua parola. Quello che dice, l’uomo è. Se nel cuore dell’uomo c’è la verità di Dio, egli è sincero secondo Dio; se nel suo cuore non c’è la verità di Dio, egli non è sincero secondo Dio. Potrebbe essere sincero secondo gli uomini, ma questa sarebbe la più grande delle falsità.
Un ladro che invita un altro uomo a rubare è sincero; ha nel cuore un desiderio di furto e lo manifesta. Questa non è sincerità; questa è la più grande delle falsità ed anche la più dannosa.
Un immorale che seduce un altro uomo all’immoralità è sincero; dice ed esprime i desideri del suo cuore. Neanche questa è sincerità; non è sincerità perché il peccato non deve albergare nel cuore dell’uomo; in esso deve solo dimorare Dio e la sua santità.
La sincerità è sinonimo di verità divina, di santità celeste, di purezza di intenzioni, di libertà da ogni male, di povertà in spirito, di ogni altra beatitudine.
Quando nel cuore c’è lo Spirito di Dio che lo illumina, lo guida, lo muove, lo conduce sulla via del bene, lo arricchisce della santità che viene da Dio e questa santità mette anche sulle sue labbra, allora possiamo dire che un uomo è sincero, perché egli parla secondo lo Spirito che è nel suo cuore e secondo la mozione dello Spirito che è nella sua mente e che si traduce in parola di amore per gli altri.
La sincerità è solo di Dio, solo dello Spirito del Signore, solo di Cristo Gesù ed è sinonimo di veridicità. Quella sincerità che non è espressione e manifestazione della verità divina e celeste, non è sincerità.
Paolo dinanzi ad ogni uomo, cristiano, pagano, ebreo, gentile, di ogni altra civiltà, cultura, o tribù, si è sempre comportato con la pienezza del cielo che lo ha sempre avvolto. Questa è la testimonianza della sua coscienza. Per questa testimonianza egli si può anche vantare dinanzi al mondo intero.
[13] Non vi scriviamo in maniera diversa da quello che potete leggere o comprendere; spero che comprenderete sino alla fine,
Paolo non vuole essere frainteso, compreso male, male interpretato. Ciò che egli scrive, è scritto; ciò che egli non scrive, non può essere letto.
Ciò che egli dice, lo si può anche pensare; ciò che non dice, non ha detto, non lo si deve pensare.
C’è un rapporto di onestà intellettuale che deve guidare le relazioni tra gli uomini. Nessuno deve autorizzarsi a pensare quello che l’altro non dice, ciò che neanche è nelle intenzioni, perché colui che parla lo ha manifestato chiaramente.
Occorre per questo la semplicità che Gesù raccomanda ai suoi discepoli. Siate semplici come colombe, prudenti come i serpenti. Attraverso la semplicità si vede la cosa così come essa è, così come appare, così come si sviluppa e si realizza davanti ai nostri occhi.
Quando il cuore è cattivo, malvagio, invidioso non si riesce a leggere la storia nella semplicità e si vede nell’azione dell’altro un qualcosa di nascosto, di misterioso, di cattivo, qualcosa che è contro di noi, mentre in verità la cosa, la storia, la vicenda, la parola è priva di ogni contenuto avverso.
Bisogna educare alla semplicità. È semplice solo il cuore puro, il cuore nel quale non c’è la ricerca di se stesso, non vi abita il peccato, non regna l’interesse per la propria persona, neanche quello di un piccolissimo beneficio spirituale.
[14] come ci avete già compresi in parte, che noi siamo il vostro vanto, come voi sarete il nostro, nel giorno del Signore nostro Gesù.
Ancora una apertura alla trascendenza, un innalzamento verso il cielo, un volo spirituale verso la fine della storia e del tempo.
Quando ogni uomo vedrà tutto nella più pura e più assoluta semplicità? Il giorno del giudizio universale, quando ci presenteremo tutti dinanzi al Signore, l’unico che sarà il giudice di ogni nostra azione, pensiero, parola, omissione.
Vedremo con semplicità ogni cosa anche il giorno della nostra morte, quando la nostra anima sarà spiegata dinanzi ai nostri occhi e noi la vedremo così come essa è. Vedremo secondo verità anche le altre anime che sono con noi nell’eternità.
Quando i Corinzi e Paolo saranno dinanzi al Signore, ognuno vedrà l’altro per quello che è.
I Corinzi vedranno tutto l’amore, tutti i sacrifici, tutte le tribolazioni che Paolo ha subito perché loro divenissero credenti in Cristo. Vedranno tutta la sua sollecitudine pastorale, il suo amore per le loro anime. Vedranno il suo cuore lacrimante e piangente per tutte le loro malizie e incongruenze con le quale hanno intessuto il Vangelo di Cristo Gesù.
Vedranno ogni pena di Paolo per loro, ogni qualvolta la loro anima era in pericolo di perdizione a causa del tradimento della verità da essi operata nella Parola annunziata e accolta.
Per loro Paolo sarà il loro vanto, sarà la loro gioia, sarà motivo di letizia eterna. Se sono in cielo, lo devono alla grazia di Dio che ha operato in lui.
Per Paolo invece non c’è bisogno che venga il giorno del giudizio. I Corinzi sono già il suo vanto, sono già la sua gloria, sono già il suo frutto. Il frutto prodotto della grazia che opera ed agisce in lui.
Se lui è già disposto a dare la sua vita per loro, la dona perché loro sono frutto di Cristo, di Cristo che è morto ed è risorto per loro.
Perché allora aspettare il giorno del giudizio, o della morte, per vedere le cose secondo verità? Perché non iniziare da subito? Perché ognuno non mette tutta la sua buona volontà a liberare il cuore da ogni vizio, da ogni peccato, da ogni falsità, da ogni menzogna, da ogni interesse particolare, da ogni desiderio che non sia quello di amare solo il Signore e a lui consegnare tutta intera la propria vita? Perché non iniziare fin da adesso a leggere ogni cosa con la santità e la sincerità che vengono da Dio, in tutto come fa Paolo.
Perché privarci di questa testimonianza della coscienza che tanto bene produce in noi e negli altri?
Credente.
00Thursday, January 19, 2012 10:44 PM
LEALTÀ

[15] Con questa convinzione avevo deciso in un primo tempo di venire da voi, perché riceveste una seconda grazia,
Paolo, lo sappiamo, ha nel cuore dei progetti pastorali; ha degli itinerari di evangelizzazione, o di conferma nella verità di quanti hanno già accolto il Vangelo della salvezza.
Il Signore vuole che l’uomo pensi anche il modo migliore di compiere la missione che lui gli ha affidato.
L’azione dell’uomo, però, e l’azione di Dio non sempre coincidono. Ci sono dei momenti in cui la volontà di Dio prende in mano le redini della volontà dell’uomo, che è santa e sincera, perché ancorata sempre in Dio e nello Spirito Santo, e la conduce per altri sentieri, per altre vie. La porta in altri luoghi, che non sono quelli che Paolo aveva già deciso e che in qualche modo aveva anche comunicato.
Paolo vuole fare una cosa santa, vera, sincera; ha deciso di farla dopo aver pregato e aver manifestato la sua intenzione al Signore.
Questa progettualità è cosa buona, santa, giusta, sempre da farsi, sempre da comunicarsi agli altri, perché si preparino a vivere momenti di grazia e di verità con l’Apostolo del Signore.
Non sempre questa progettualità potrà essere attuata. C’è nella vita di Paolo la volontà di Dio che imperiosamente si manifesta e gli ordina di cambiare strada, di andare per altri luoghi, di recarsi presso altri uomini.
In fondo dobbiamo comprendere che è Dio che chiama alla salvezza; è Dio che predispone i cuori alla grazia e alla verità e quando il tempo è compiuto per la loro conversione, l’Apostolo del Signore deve essere lì, presente, per conferire loro il dono di Dio, la verità e la grazia che li salva.
Paolo in un tempo della sua vita aveva deciso di ritornare a Corinto. Lo aveva deciso veramente. Lo aveva deciso secondo la santità e la sincerità che vengono da Dio.
Lo aveva deciso per portare loro una seconda grazia e questa seconda grazia è il dono della verità di Cristo, il dono del Vangelo che lui solo sa far risuonare in tutta la sua ricchezza di grazia e di salvezza.
È così che ognuno dovrebbe considerare l’incontro tra i fratelli: come un dono di grazia e la grazia è una sola: Cristo Gesù che viene dato alle anime, o confermato in tutta la sua potenza di fede, di speranza, di carità. È Cristo Gesù che viene per compiere con più forza il suo mistero di morte e di risurrezione nei cuori.
Quando i cristiani si incontrano e ognuno vede nell’altro una grazia che il Signore gli concede per addentrarsi nel mistero di Cristo Gesù, le comunità risplenderanno di tanta santità; in essi abiterà la verità e il Vangelo sarà la loro luce, la loro unica luce che li guiderà verso la vita eterna.
[16] e da voi passare in Macedonia, per ritornare nuovamente dalla Macedonia in mezzo a voi ed avere da voi il commiato per la Giudea.
Paolo illustra ancora qual era il suo programma. Egli aveva nel cuore di recarsi prima a Corinto, poi raggiungere la Macedonia, di nuovo ritornare a Corinto, da Corinto partire per raggiungere la Giudea.
Come si può constatare egli aveva veramente in animo di trascorrere qualche tempo a Corinto. Riteneva questo suo passaggio necessario. I Corinzi sarebbe stati ancora una volta aiutati nella comprensione nel mistero di Cristo.
Abbiamo già visto che Paolo intendeva fare questo viaggio proprio come una nuova grazia da offrire a quella comunità.
Purtroppo il viaggio non è stato effettuato. Qualcosa che non è dipeso dalla sua volontà non ha consentito a che ciò avvenisse.
Poiché qualcuno della Comunità si è permesso di giudicare Paolo, questi si sente in dovere di rendere ragione, di spiegarsi.
Loro mai devono pensare che ci sia in Paolo un modo ambiguo di fare, che ci siano in lui indecisioni, equivoci e cose del genere.
[17] Forse in questo progetto mi sono comportato con leggerezza? O quello che decido lo decido secondo la carne, in maniera da dire allo stesso tempo «sì, sì» e «no, no, »?
Paolo non ha progettato il suo viaggio con leggerezza, con disinvoltura, con superficialità.
Di questo i Corinzi devono essere certi, anzi sicurissimi. Tutto ciò che lui progetta proviene dal profondo del suo cuore, della sua anima, del suo spirito.
Ciò che lui progetta è la sua volontà che non si risparmia in nulla pur di aiutare i fratelli a crescere nella fede in Cristo Gesù.
Paolo non ha deciso questo progetto secondo la carne, cioè da uomo non illuminato dalla luce dello Spirito Santo e dalla sua sapienza, oppure da uomo che si pone fuori della volontà di Dio.
Il Signore lo ha inviato per il mondo intero a predicare il Vangelo e gli ha lasciato la libertà di programmare e di organizzare la diffusione del Vangelo secondo scienza e intelligenza che sono proprie della natura umana.
Ma sempre per Paolo la sua scienza e la sua intelligenza venivano affidate allo Spirito Santo, perché fosse Lui a ricolmarle di verità e di sincerità attraverso una luce e una scienza superiore, che sono la luce e la scienza di Dio.
Egli pertanto non ha deciso secondo la carne, non ha deciso in modo puramente umano, né per interessi umani e neanche per accaparrarsi la benevolenza dei Corinzi, promettendo loro una cosa che in partenza sapeva che non avrebbe potuto portare a compimento.
Se la sua scienza e la sua intelligenza avessero agito in questo modo, egli certamente si sarebbe comportato da uomo carnale, cioè da uomo che pensa i suoi propri interessi e non più gli interessi di Dio, gli interessi di Cristo e dello Spirito Santo.
Sarebbe stato il suo un comportamento anti-evangelico, poiché il suo sarebbe stato un sì e un no allo stesso tempo. Sapeva che era sicuramente no e diceva sì, sapeva che era sì e diceva no.
Il viaggio pertanto non è stato programmato sconsideratamente, né è stato annunziato per tenere buoni i Corinzi, oppure per creare nei loro cuori una speranza effimera, che non si sarebbe mai potuta realizzare, perché Paolo sapeva già in partenza che mai sarebbe arrivato in Acaia e in modo particolare a Corinto.
[18] Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è "sì" e "no".
Esclusa la leggerezza, la superficialità ed ogni altro interesse umano, mondano, della carne, interesse dell’uomo e non di Dio, Paolo ora fa appello al Signore.
Chiama Dio a testimone che la sua parola non è stata sì e no allo stesso tempo.
Dio è verità, somma verità. Chiamare Dio a testimone del proprio comportamento, significa invocarlo perché attesti che Paolo sta dicendo il vero.
Egli non mentisce ai Corinzi. La sua parola era vera, quando l’ha detta; il progetto era nel suo cuore ed era un progetto da realizzare solo per amore dei Corinzi, solo per dare loro una ulteriore grazia, una più approfondita conoscenza del mistero di Cristo Gesù.
La storia e la nostra vita non sono nelle nostre mani, sono interamente nelle mani di Dio e qualcosa ha impedito a Paolo di attuare e di realizzare quanto progettato.
Da qui ad accusarlo di superficialità, oppure di comportamento sleale e poco sincero, di atteggiamento per lo meno ambiguo, ci vuole una buona dose di malignità nel cuore. Un uomo retto, che pensa il bene, un uomo puro di cuore, si pone dinanzi alla storia con semplicità, con serenità, ma anche con tanta libertà. Se le cose avvengono, avvengono; se non avvengono, non avvengono per un perché che spesso non dipende dall’uomo; c’è una ragione superiore che noi non conosciamo secondo la quale le cose avvengono e si compiono.
[19] Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu "sì" e "no", ma in lui c'è stato il "sì".
Apparentemente questo versetto è strano, potrebbe essere anche di difficile interpretazione, se non si conoscesse Paolo.
Paolo ha una certezza nel suo cuore. Cristo vive interamente in lui. Nella Lettera ai Galati afferma che non è più lui a vivere, ma è Cristo che vive in lui.
Paolo si considera un perfetto imitatore di Cristo e non potrebbe essere diversamente per chiunque è stato costituito missionario del Vangelo nel mondo.
Colui che va per il mondo a predicare il Vangelo di Cristo Signore, non solo deve annunziare la verità, quanto deve presentare Cristo al vivo e deve presentarlo nella sua carne, nella sua vita, nel suo modo di pensare, di parlare, di dire e di fare.
Chi vede il missionario deve vedere Cristo che agisce e parla attraverso di lui, che progetta e realizza quanto progettato.
Cristo non fu sì e no, Cristo è stato tutto un sì a Dio e all’uomo, un sì di amore e di verità, un sì di misericordia e di perdono, un sì di giustizia e di sincerità, un sì di saggezza e di prudenza, un sì che è stato pieno e totale compimento della volontà di Dio.
Poiché in Paolo vive Cristo, Paolo vive per Cristo, vive per renderlo vivo nel mondo, egli non può agire con leggerezza.
Questo non glielo impedisce un rapporto umano e cristiano che egli ha stretto con i Corinzi, glielo impedisce il Cristo che vive in lui e che lui deve rendere presente nel mondo.
Il motivo della verità di Paolo non sta nell’uomo, non sta neanche in una esigenza di verità e di onestà nei riguardi degli altri; sta tutto nei riguardi Cristo.
Paolo è obbligato a dire il sì quando e sì e il no quando è no a motivo di Cristo. C’è in lui una ragione cristologica che supera ogni altra ragione, anzi che fa divenire tutte le altre ragioni inutili, inesistenti, vane, inopportune, di poco conto, senza importanza.
In questo Paolo è veramente uomo evangelico. Tutto quanto egli fa, non fa, opera, non opera ha in lui una ragione soprannaturale, cristologica, teologica, pneumatolgica.
Niente egli fa per motivi umani, anche se nobili, giusti, veri, santi. Quanto egli fa, lo fa per manifestare Cristo, per rendere ragione a Cristo, per impiantare Cristo nei cuori, per aiutare gli altri a crescere in Cristo, perché Cristo sia tutto in tutti in ogni luogo.
[20] E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute "sì". Per questo sempre attraverso lui sale a Dio il nostro Amen per la sua gloria.
Altra affermazione cristologica di grande rilievo.
Non solo Cristo è il sì di Dio all’umanità; non solo in Cristo c’è stato solo il sì per l’uomo.
In Lui, in Cristo, tutte le promesse di Dio sono divenute sì, si sono cioè realizzate, hanno trovato il loro compimento.
Niente di quanto il Signore aveva promesso è rimasto lettera morta, è rimasto incompiuto, inadempiuto, ancora da realizzare.
Ogni parola pronunziata da Dio in tutto l’arco dell’Antico Testamento ha in Cristo Gesù la sua realizzazione, il suo compimento, il suo sì definito, ultimo, perfetto, ha la sua conclusione che è di salvezza e di redenzione di tutto il genere umano.
Questa affermazione chiude per sempre un capitolo e ne apre un altro. Chiude per sempre il tempo dell’attesa e si apre il tempo del compimento.
Se tutto di Dio è divenuto sì in Cristo Gesù, inutile attendere ancora; vana è ogni aspettativa di compimento di una qualche promessa fatta da Dio ai Padri per mezzo dei profeti.
L’Antico Testamento è finito per sempre, ma non è finito per invecchiamento o perché desueto, o passato di moda. È finito perché si è compiuto.
L’Antico Testamento è simile a un chicco di grano che viene seminato in terra. Quando nasce la nuova pianta il chicco di grano scompare, finisce per sempre. Esso però è servito per dare vita alla pianta e per nutrirla nel suo primo istante di vita. Poi la pianta deve affondare le radici nel terreno se vuole la sua vitalità, altrimenti se resta legata al chicco che marcisce per darle vita, muore essa stessa.
A questo compimento in Cristo delle promesse di Dio deve corrispondere il sì dell’uomo, il suo amen, il suo riconoscimento. Tutto questo deve avvenire per rendere gloria a Dio.
C’è il sì di Dio in Cristo, e c’è il sì dell’uomo a Dio, anch’esso in Cristo. La gloria di Dio risplende nel mondo quando l’uomo dice il suo sì a Cristo, che è poi un sì a Dio e alla sua opera di redenzione in nostro favore.
Quando Dio è riconosciuto fedele in ogni sua opera, in ogni sua parola e in ogni sua promessa, egli viene glorificato nella sua fedeltà, nel suo amore e nella sua misericordia, in ogni sua opera di giustizia in favore dell’uomo.
Se invece l’uomo rifiuta il suo amen a Dio, Cristo che è il sì di Dio, diviene inutile per noi e anche Dio diviene inutile per noi. Cosa c’è di più grave, di più peccaminoso che rinnegare il compimento del sì di Dio in Cristo Gesù?
Tutti coloro che non riconoscono in Cristo il sì di Dio, non riconoscono Dio che ha compiuto la sua parola. Poiché Dio ha compiuto la sua parola, costoro non sono capaci di conoscere Dio, poiché non sanno riconoscere la sua azione nella storia degli uomini che egli ha compiuto interamente in Cristo Gesù. Costoro non possono rendere gloria a Dio, il loro culto è vano e la loro religione un modo umano di rapportarsi e di relazionarsi con Dio.
[21] E' Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l'unzione,
L’azione di Dio non si è fermata in Cristo Gesù. Cristo Gesù ci ha meritato con il suo sì la grazia e la verità di Dio, ci ha meritato la nuova nascita, ha effuso su di noi lo Spirito Santo.
Il Padre prima di tutto ci conferma in Cristo. Confermare in Cristo significa essenzialmente renderci partecipi della sua vita, della sua santità, della sua verità, del suo amore, della sua giustizia con la quale noi tutti siamo giustificati, fatti nuove creature. La prima conferma di Dio è la conversione, o meglio il dono della conversione e della fede in Cristo, nostro Redentore e Salvatore, nostro unico Messia e Pastore delle nostre anime.
La seconda conferma avviene nel battesimo quando in Cristo siamo fatti figli di Dio, figli adottivi di Dio. Veniamo generati quali figli di Dio da acqua e da Spirito Santo. Questa seconda conferma diviene incorporazione in Cristo. Nel battesimo infatti siamo fatti figli adottivi di Dio, ma anche corpo di Cristo, tempio dello Spirito Santo, ministri della nuova alleanza, testimoni del suo Vangelo nel mondo.
La terza conferma è l’unzione che egli ci ha donato. L’unzione nel Nuovo Testamento è una sola.
Come Cristo fu unto di Spirito Santo e consacrato Messia di Dio, Servo del Signore, così è per il cristiano. Il Padre ci ha conferito l’unzione inviando su di noi lo Spirito Santo con l’abbondanza dei suoi doni di grazia e di verità.
Questa unzione è regale, sacerdotale, profetica. Con essa veniamo resi partecipi della stessa missione di Cristo nel mondo, secondo gradi di partecipazione che differiscono per altre ulteriori unzioni e che sono gli ordini sacri del diaconato e del sacerdozio.
Per ogni cristiano l’unzione è nel Sacramento del Battesimo e della Cresima. Ognuno di questi due sacramenti conferisce una particolare unzione dello Spirito Santo.
Nel Battesimo siamo fatti figli di Dio, corpo di Cristo, tempio vivo dello Spirito, siamo resi fratelli gli uni degli altri, sempre grazie alla comunione dello Spirito che ci unisce in Cristo e in Cristo ci unisce ad ogni altro uomo.
Nella Cresima invece riceviamo l’unzione per essere soldati di Cristo, testimoni del suo Vangelo, pellegrini nel mondo della sua verità, costruttori del Regno di Dio sulla terra. L’unzione della cresima ci costituisce strumenti di Dio e dello Spirito perché la missione di Cristo si svolga in modo possente nel mondo in cui noi operiamo, viviamo, siamo.
[22] ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori.
Ancora il Signore ha voluto sigillare la nostra vita con il suo Santo Spirito.
Il Sigillo dice appartenenza, proprietà. Siamo proprietà di Dio, siamo interamente suoi. Non ci apparteniamo più. La nostra vita è di Dio.
Questo significa ricevere il sigillo, essere impressi con il sigillo dello Spirito Santo.
La nostra vita esce dalla profanità ed entra nella santità, esce dalla falsità e diviene verità, abbandona il peccato e si immerge nella grazia che lo Spirito porta nei nostri cuori.
Siamo “marchiati” per tutta l’eternità. Siamo proprietà di Dio. Siamo di Dio, di Cristo, dello Spirito Santo, siamo della verità, della grazia, della giustizia, del Vangelo; siamo della santità di Cristo, siamo del sì di Cristo, che è sì di Dio al mondo intero.
La caparra è un contratto che segna un passaggio, che dice cambiamento di appartenenza. Noi apparteniamo ormai alla vita eterna, siamo della vita eterna.
Lo siamo perché Dio ha dato a noi la sua caparra che è lo Spirito Santo. Così ormai non abbiamo alcun dubbio. Dio ci ha riscattati, ci ha comprati, ci ha voluti per sé, ha pagato per noi il riscatto e il suo riscatto è il dono del suo Santo Spirito che ci ha fatto, per dirci che gli apparteniamo e che in eterno Lui non ci abbandonerà mai più.
Quando il cristiano si alza la mattina deve ricordarsi che lui è sigillato con lo Spirito Santo, deve avere un solo pensiero: egli è del cielo, è di Dio, è di Cristo. Il passaggio dal principe di questo mondo al regno di Dio e alla vita eterna è avvenuto lo stesso istante in cui il Signore ha effuso il suo Santo Spirito nei nostri cuori e lo ha effuso proprio come caparra, come anticipo della vita eterna che ci sarà data nel regno dei cieli se avremo fatto in modo che il sì che Dio ha detto in Cristo, diventi anche in noi sì pieno, perfetto, un sì che attesta e manifesta che tutte le promesse di Dio sull’uomo si sono compiute.
Si sono compiute in Cristo Gesù, ma si sono compiute anche nel discepolo di Gesù che è stato segnato dallo Spirito Santo ed è divenuto suo corpo.
[23] Io chiamo Dio a testimone sulla mia vita, che solo per risparmiarvi non sono più venuto a Corinto.
Ancora una volta Paolo chiama Dio a testimone. Egli non è andato a Corinto per amore.
Non sappiamo i reali motivi che lo hanno trattenuto in Asia. Da questo versetto dobbiamo però dedurre che a motivi di ordine storico, si sono aggiunti motivi di ordine teologico, o spirituale.
Questo non significa che tutto sia avvenuto senza la mozione dello Spirito Santo. Questi a volte si serve di motivi storici, ambientali, comportamentali, per orientare la sua storia in noi in modo del tutto conforme alla sua volontà, o alle circostanze che sono cambiate da quando noi avevamo progettato e che ora meritano una diversa valutazione e una nuova soluzione.
Questo non esclude che Paolo per amore abbia potuto decidere di non recarsi più a Corinto.
D’altronde per amore aveva deciso di andare; per amore decide di non andare più. L’amore ha la preminenza in lui. Tutto dall’amore nasce, tutto dall’amore viene cambiato e tutto nell’amore deve finire.
La vita dell’uomo è comunque un mistero. Paolo è riuscito a far sì che essa rimanesse sempre un mistero d’amore verso Dio e verso i fratelli.
Che sia un mistero di amore lo attesta la testimonianza che egli chiede al Signore. Quando una persona chiama Dio a testimone per attestare che in lui è prevalso e ha regnato solo l’amore, sicuramente egli dice il vero e non mentisce.
Non può mentire, perché Dio è amore e verità, santità e grazia, luce e saggezza. Appellandosi a Dio egli dice il vero, ma dice anche che la sua decisione di amore non è nata esclusivamente dal suo cuore; perché solo Cristo insegna ad un cuore come si ama e solo lo Spirito Santo può illuminare una persona sul come amare concretamente in una situazione particolare.
Ogni decisione di amore che è presa senza la mozione dello Spirito Santo, non è una decisione secondo verità e quindi non si può chiamare Dio a testimone.
[24] Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi.
Paolo dona in questo versetto la più bella definizione sul ministero apostolico. L’apostolo non è padrone degli altri. Egli non può governare la fede dei fratelli.
La fede, noi ora lo sappiamo, è l’ascolto di Dio da parte di un uomo per il compimento perfetto della sua volontà.
Paolo dice che il suo ministero è quello di portare nel mondo la Parola di Cristo. Una volta che lui ha portato a Cristo, finisce la sua missione. Egli non ha più alcuna relazione di fede con i fratelli.
La relazione bisogna che venga instaurata interamente con Cristo Gesù, con lo Spirito Santo, con Dio Padre.
Dio diviene così il Signore, il Padrone dell’uomo; la sua volontà diviene la luce che deve illuminare il cuore del credente; la sapienza e la saggezza dello Spirito sono il sentiero sul quale il discepolo di Gesù deve mettere i suoi piedi al fine di raggiungere la gloria del cielo.
I Corinzi non devono ascoltare Paolo, non devono obbedire a Paolo, devono ascoltare e obbedire a Cristo Gesù nella luce dello Spirito Santo.
Cessa per questo il ministero apostolico verso coloro che si sono convertiti e che si sono inseriti in Cristo Gesù?
Niente affatto. Il ministero continua e si trasforma in collaborazione di gioia.
L’apostolo deve aiutare quanti già credono a esprimere nella loro vita tutta la gioia che scaturisce dall’avere loro abbracciato la fede in Cristo Gesù e dal compiere in tutto e per tutto la volontà del Padre.
Essere collaboratori della gioia di quanti fanno parte di una comunità significa offrire loro quell’aiuto concreto perché ogni giorno di più crescano e abbondino nell’obbedienza a Dio, in Cristo Gesù, per opera dello Spirito Santo.
Qui, forse, sono molti coloro che sbagliano tra quanti esercitano un ministero di responsabilità nella comunità cristiana.
Tanti sono coloro che si pensano padroni della vita degli altri e vorrebbero sottometterli alla loro volontà.
La volontà che deve regnare sovrana sopra di un uomo è quella di Dio. È a Dio che va ogni obbedienza, alla sua volontà da compiere.
Tutti gli altri nella comunità hanno un preciso obbligo, un dovere essenziale: porre se stessi perché l’altro possa compiere la volontà di Dio; aiutarlo concretamente attraverso il proprio ministero, affinché Dio regni nel suo cuore e nella sua vita e attraverso di lui solo la volontà del Signore venga realizzata.
Nessuno conosce la volontà di Dio su di un’altra persona. A nessuno è dato questo particolare privilegio.
Solo i profeti sono costituiti strumento di Dio per manifestare ad un uomo in particolare ciò che il Signore ha fatto di lui.
Tutti gli altri dobbiamo limitarci ad essere i collaboratori di questa gioia, ma mai i padroni della loro fede.
Questo Paolo lo sa e lo insegna. Egli non può governare i Corinzi, non può imporre su di loro la sua volontà. La volontà che deve governarli è quella di Dio. Lui però li può aiutare a trovare la forma migliore e la modalità perfetta perché la volontà di Dio si compia tutta in loro.
Infine Paolo dona una buona testimonianza di quelli di Corinto; dice che nella fede loro sono ben saldi. Conoscono la volontà di Dio, conoscono il Vangelo di Gesù Cristo; se vogliono, ma anche se si lasciano aiutare, potranno anche loro porsi nella perfetta obbedienza al Padre dei cieli.
Perché l’obbedienza sia piena, in ogni modalità e circostanza storica, Paolo è là ed è disposto a divenire collaboratore di questa loro gioia; può aiutarli a crescere nel compimento della volontà di Dio.
Lui sa come si obbedisce perfettamente a Dio ed è disposto a dare loro una mano.
Credente.
00Thursday, January 19, 2012 10:45 PM
LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

Chi siamo. Chi vuole relazionarsi con gli altri secondo verità, deve conoscere chi egli è dinanzi a Dio, cosa Dio ha fatto di lui, cosa ne vuole fare. La conoscenza della volontà di Dio su di lui e la missione che ne nasce devono essere perfette, esatte. Questa conoscenza deve essere della persona singola. Indipendentemente da ciò che gli altri sanno, o possono sapere di noi, delle nostre relazioni con Dio, in Cristo Gesù e della mozione dello Spirito Santo su di noi, è giusto, doveroso, anzi indispensabile invece che noi lo sappiamo. Dobbiamo saperlo, perché la missione per essere svolta con precisione deve essere conosciuta. Non può svolgere una missione chi non la conosce, chi non sa cosa deve fare; chi ignora quale è il posto che Dio gli ha assegnato nel suo regno. Non solo bisogna conoscere la missione nelle sue linee generali, bisogna che essa sia conosciuta in ogni suo particolare, in ogni movimento da fare. Chi vuole operare secondo verità nel regno di Dio, secondo verità si deve conoscere, secondo verità deve conoscere ogni istante. Non un gesto, non una parola, non un’azione dovrebbe essere fatta se non nella perfetta conoscenza, che è poi mozione dello Spirito Santo dentro di noi. Quando tra noi e lo Spirito di Dio vi è separazione, scissione, non più mozione, anche se lavoriamo nella vigna del Signore, apparentemente svolgiamo la missione, mentre in verità noi la missione non la svolgiamo, perché non conosciamo cosa il Signore vuole da noi, non siamo in una obbedienza perfetta, costante, perenne. Questo avviene solo nella santità. In essa ogni ostacolo allo Spirito viene tolto e Lui può parlare direttamente al nostro cuore, può indicarci la via, può rivelarci chi vuole che siano salvati attraverso di noi, può dirci le parole da dire che colpiscono il cuore e lo attraggono alla verità della salvezza. Quando invece viviamo nel peccato, il peccato diviene come un muro di bronzo tra noi e lo Spirito del Signore e ogni contatto con lui si perde, si smarrisce, viene vanificato. Non essendo noi mossi dallo Spirito di Dio, ma dalla concupiscenza e dalla superbia della vita, fisicamente possiamo anche trovarci nella vigna del Signore, ma non facciamo l’opera di Dio, facciamo la nostra opera, ma questa non è di salvezza, bensì di perdizione per ogni uomo. Salva solo l’opera di Dio, fatta da Dio dentro di noi, per mozione, saggezza, intelligenza, fortezza dello Spirito del Signore.
La santità: segno della verità della Parola. Se analizziamo per un attimo la santità e ci chiediamo cosa essa è in se stessa, possiamo abbozzare una prima risposta: la santità è il segno della verità della Parola di Gesù Signore. La Parola di Dio è creatrice, salvatrice, redentrice, giustificatrice, liberatrice dell’uomo. Essa è di Dio perché opera tutto questo; è vera Parola di Dio in noi, se opera tutto questo. Poiché la santità altro non è che l’opera della Parola di Dio in noi, la trasformazione della Parola di Dio in nostra carne e in nostro sangue, essa attesta che la parola che noi diciamo è vera; è vera perché realizza ciò che dice, compie ciò che annunzia, dona ciò che promette. Poiché ciò che dice, annunzia e promette è il cambiamento dell’uomo che da essere egoista diviene caritatevole, da concupiscente dominatore di sé, da superbo umile, da violento mite di cuore, da attratto per le cose e le ricchezze di questo mondo si fa povero in spirito, conquistando anche le altre beatitudini, essa è vera, radicalmente vera. Solo la Parola di Dio può operare il bene nel cuore dell’uomo; le altre parole non hanno questa forza; le altre parole lasciano il cuore dell’uomo così come esso è. Le altre parole possono agire fuori dell’uomo, ma non dentro l’uomo, mutandolo e cambiandolo radicalmente, perché lo convertono alla verità, alla giustizia, alla carità, alla speranza. Il santo manifesta dinanzi al mondo intero che la Parola di Dio è vera. La santità è l’unica possibile manifestazione al mondo della verità della Parola di Gesù.
Dio è Padre. È Padre di Cristo Gesù, Padre per generazione. Gesù, nella sua Persona divina, è il Figlio Unigenito del Padre, generato da Lui prima di tutti i secoli. La nostra fede in Cristo è prima di ogni altra cosa la verità della generazione eterna del Verbo della vita. Essa confessa che Cristo è Signore. È Signore perché Dio, perché Figlio di Dio; è Signore perché Verbo del Padre. A questa verità si aggiunge l’altra: Cristo è Signore anche in ragione della sua umanità. È Signore di ogni uomo perché tale è stato costituito dal Padre, in ragione della sua morte e risurrezione, a causa del suo sacrificio, della sua oblazione, della sua morte sofferta ed offerta in espiazione dei peccati del mondo intero. Cristo è la misericordia del Padre, il suo perdono, la sua consolazione, la sua verità. Al Padre che ci consola in Cristo Gesù deve essere data ogni gloria, ogni onore, ogni benedizione. Bisogna vivere per rendere grazie a Dio e a Lui si può rendere grazie in un solo modo: compiere in tutto la sua volontà, obbedire ad ogni sua parola, mettere in pratica ogni suo comando. In Cristo la paternità di Dio si estende ad ogni uomo. È una paternità di adozione, ma è vera paternità. Siamo veri figli di Dio, siamo figli di Dio nel suo Figlio unigenito, perché con Cristo formiamo un solo corpo, una sola vita, una sola obbedienza.
Consolati per consolare. La vita del cristiano spesso è avvolta dalla grande tribolazione, dalla sofferenza, dal dolore. Paolo questo lo sa, lo ha sperimentato. Noi sappiamo che in Asia è stato lapidato e abbandonato sotto il cumulo delle pietre. La mano di Dio fu su di lui e l’alito della vita rimase nel suo corpo. Alcuni discepoli lo raccolsero, lo curarono e lui ben presto si è potuto ristabilire. Egli ora sa che il Signore è con lui, non lo abbandona, non lo lascia solo nel dolore e nella sofferenza. Sempre gli viene incontro per portargli la sua consolazione, il suo aiuto, il suo sollievo. Paolo che ha sperimentato la consolazione di Cristo nella sua vita, diviene un consolatore dei fratelli. Sa che questi hanno bisogno del suo aiuto e lui consuma se stesso nell’andare incontro ai fratelli per portare loro la consolazione di Cristo, il suo sollievo, la sua gioia, la sua speranza. Nella sofferenza Paolo vive il mistero della morte di Gesù, nella consolazione il mistero della risurrezione, della gioia, della speranza. Nella sofferenza diviene simile a Cristo sulla croce; nella consolazione simile a Lui nel mattino di Pasqua. Come Cristo, egli vive per aiutare gli altri a risollevarsi dalla loro tristezza, da ogni affanno, dolore, da tutto ciò che crea sofferenza nel discepolo di Gesù. Il cristiano non cerca il dolore; la sofferenza la subisce, subendola la offre, ne fa un sacrificio al Padre dei cieli per la redenzione dei suoi fratelli, ne fa uno strumento di amore per la conversione dei cuori, né fa un olocausto di salvezza, perché ogni altro uomo ritorni nella casa del Padre. Il Vangelo è questo: via per portare la consolazione di Cristo, di Dio, dello Spirito Santo, dei fratelli nella fede a coloro che sono nella tristezza, nel dolore, nella sofferenza. È vero cristiano chi sa consolare, aiutare, sorreggere, confortare, spronare alla vita.
Porre la fiducia solo nel Signore. Nella sofferenza c’è solo una via che ci consente di non essere schiacciati, annientati, annullati nella nostra speranza e nella nostra fede. Questa via consiste nel riporre la speranza solo nel Signore. Si può sperare in Lui, si può avere fiducia in Lui, si può contare su di Lui, perché Lui lo ha promesso: Io sarò con voi fino alla consumazione dei secoli. Il Signore è presente. Il Signore è con noi. È con noi ed è presente con una presenza creatrice, liberatrice, di sostegno, di verità, di conforto, di aiuto, di intervento reale, concreto, più che efficace. Nei momenti della sofferenza e del dolore il cristiano deve guardare a Cristo Crocifisso, deve essere capace di vedere la risurrezione che lo attende, deve però mettersi in preghiera e invocare l’aiuto del Padre perché venga presto a liberarci. Il Signore è veramente il liberatore dell’uomo. Egli libera tutti coloro che pongono la fiducia in lui, che non cessano di invocarlo, perché credono nella sua onnipotente presenza che crea la storia e le dona un nuovo corso.
Testimonianza della coscienza. Quando si vive in mezzo agli uomini, questi sempre vorrebbero avere il governo sugli altri, sempre giudicano le loro azioni, sempre pretendono che l’altro renda ragione di ciò che dice ed opera. L’apostolo del Signore deve avere un grande principio di fede, se si vuole salvare da ogni tentazione che viene dagli uomini. Questo principio consta di due verità; la prima verità vuole che si ascolti solo il Signore. Il Signore va ascoltato per essere obbedito. Ciò che Lui comanda è legge di verità per noi ed è anche legge di vita. La vita dell’uomo è nel compimento della volontà di Dio. Se l’uomo di Dio ascolta gli altri per compiere la loro volontà, è il fallimento spirituale di tutta la sua vita di ministro di Cristo Gesù. Solo Uno deve parlare all’apostolo del Signore; quest’Uno è Cristo, quest’Uno è Dio, quest’Uno è lo Spirito Santo. Dopo aver ascoltato il Signore l’uomo di Dio deve rientrare in se stesso, esaminare la propria coscienza, vedere se in tutto ha compiuto la Parola ascoltata, oppure se molta Parola resta ancora da realizzare nella nostra vita. L’uomo di Dio deve sempre avere e possedere un attestato di coscienza. La sua coscienza in ogni istante del suo ministero gli deve attestare che egli è nel pieno compimento della Parola di Dio e che nessun comando del Signore è andato perduto, nessuna sua Parola è stata dimenticata, nessun Suo ordine è stato violato. Tutto invece è stato fatto per obbedire ad un comando d’amore del Signore Dio nostro. Quando ascolta il suo Signore, l’uomo di Dio deve avere libertà interiore, ardente desiderio, zelo che lo consuma finché ogni Parola di Dio non sia stata messa in pratica. Dopo aver ascoltato l’uomo di Dio, deve rivestirsi di sincerità, deve ammantarsi di santità. La sincerità e la santità gli servono per poter entrare nella propria coscienza, al fine di scoprire tutti quei ritardi nel compimento della Parola ascoltata, che fanno sì che il Vangelo risulti non credibile agli occhi del mondo intero. Chi è sincero vede secondo verità il proprio cuore; chi è santo, o chi si incammina sulla via della santità, toglie il peccato che lo turba, lo disturba, mette in esso la Parola di Dio perché sia essa a guidarlo in ogni azione, in ogni pensiero, in ogni desiderio.
È Dio il Salvatore. Un’altra puntualizzazione merita di essere messa in risalto. Quando diciamo che Dio è il Salvatore dell’uomo, sovente, anzi sempre ci riferiamo al perdono dei peccati che avviene nel sacramento del Battesimo e della Penitenza; pensiamo a Cristo in croce che compie il sacrificio vicario, che muore a posto nostro, chiedendo al Signore che perdoni le nostre colpe e cancelli la malizia del nostro peccato. Quasi mai pensiamo l’altra verità che è il principio, il fondamento di ogni azione salvifica di Dio in nostro favore. Dicendo che Dio è il Salvatore dobbiamo sempre intendere che ogni salvezza che avviene nel mondo è opera della sua volontà attuale, è mozione del suo amore e della sua verità, che vanno in cerca dell'anima da condurre nel regno dei cieli, nel Vangelo della salvezza, nella comunità dei credenti. Dio vuole realmente la salvezza di ogni uomo. La vuole oggi, in questo tempo, la vuole realizzata; non vuole che rimanga solo desiderio. Questa volontà salvifica, reale, attuale di Dio, si attua però per mezzo di Cristo Gesù, in Lui, nel suo corpo, per mezzo del suo corpo, nella Chiesa. Dio ora salva per mezzo di Cristo Gesù, salva in Cristo Gesù, salva inviando il corpo di Gesù per il mondo a cercare chi è smarrito e confuso, chi è lontano dalla verità e dalla grazia che vengono da Dio. Dio salva per mezzo dell’uomo e per salvare chiama un uomo, lo salva, dopo averlo salvato, lo invia, ne fa uno strumento in Cristo, per la riconciliazione dei cuori. Se l’uomo non si lascia inviare, o se si lascia inviare e non fa ciò che il Signore gli comanda di fare, l’incontro con l’uomo da salvare non avviene e l’altro rimane nel suo peccato. Vi rimane non perché Dio non voglia salvarlo, ma perché l’uomo chiamato per salvare, o non ha svolto la missione, o l’ha svolta male, o ha iniziato a svolgerla e poi si è ritirato, lasciando ogni uomo nel suo peccato e nella sua morte spirituale. Inoltre c’è da specificare che è sempre Dio il Salvatore ed è sempre lui che deve avere l’iniziativa. Ciò comporta un’altra verità: l’apostolo del Signore non ha iniziative da prendere, ha solo comandi da osservare, ordini da mettere in pratica, chiamate da parte del Signore alle quali deve rispondere con tutta la fedeltà che è nel suo cuore, con la stessa fedeltà di Cristo Gesù. Ciò significa che l’apostolo del Signore deve fare dell’ascolto la sua regola di vita e dell’esecuzione di ogni comando del Signore il suo stile evangelico. Dio sa chi deve essere salvato, sa il tempo favorevole della salvezza, chiama il missionario e lo invia. Per questo motivo il missionario deve essere sempre in ascolto, sempre in tenuta da viaggio, sempre pronto a recarsi dove il Signore lo invia per portare la sua salvezza, per redimere qualcuno, per chiamare alla conversione e alla fede al Vangelo. Così vista, l’opera della salvezza ci fa considerare ogni incontro un dono di grazia, di verità, di amore e di misericordia.
La parola e il suo fondamento nell’uomo di Dio. Quando l’uomo di Dio parla, egli deve sapere che ciò che dice non è più parola di un uomo privato, di un uomo che deve rendere conto a se stesso e a Dio. L’uomo di Dio è persona pubblica e ogni parola che egli dice è parola pubblica, anzi è parola di Dio. Nessun uomo di Dio deve dire una parola che non sia di Dio, che non appartenga alla sua verità, che non sia manifestazione del suo Vangelo. C’è una vocazione e una missione che tolgono l’apostolo del Signore dalla sfera del privato e lo catapultano in mezzo al mondo, lo fanno un portavoce di Dio, di Cristo, dello Spirito Santo. Il portavoce non può avere una parola propria, altrimenti non è più un portavoce. Il portavoce deve avere sempre una parola che è di colui che lo ha inviato, anche nelle più piccole cose della vita, nelle minuzie, nelle relazioni anche amicali, familiari, di società, di lavoro, di collaborazione. Ogni parola che lui proferisce deve pensare che gli altri la reputano parola di Dio. Se lui è uomo di Dio non può dire che Parole di Dio; se dice parole che non sono di Dio, ciò significa che lui non è uomo di Dio, è uomo del mondo, è uno in tutto come loro. Non ha più ragion d’essere il suo ascolto. Le sue parole non hanno significato di salvezza, perché colui che le ha proferite non è degno di fede, non è visto come un uomo di Dio in mezzo al suo popolo.
La ragione superiore delle cose. Quando un uomo di Dio dice un parola, questa parola non deve nascere dalla sua sincerità per rapporto agli uomini, cui essa è rivolta. Deve essere vera, deve nascere dalla sincerità del suo cuore per rapporto a Cristo, che egli rende presente in mezzo al mondo. La sua deve essere parola di Cristo, manifestazione della volontà di Cristo, espressione del suo amore, della sua misericordia, ricordo del suo Vangelo. C’è una ragione cristologica che deve essere a fondamento di ogni parola e non solo delle parole dell’apostolo del Signore, ma anche di ogni sua azione. L’azione è una parola visibile, mentre la parola pronunciata è semplicemente udibile. L’apostolo del Signore parla con le parole, parla con le azioni, parla pure con le omissioni. Tutto ciò che egli dice, opera, o non opera, fa o omette di fare, deve avere il suo fondamento di verità in Cristo Gesù, perché solo così l’apostolo del Signore si rende credibile, viene accolto come uomo di Dio e la sua parola viene ascoltata come parola di Dio. Sulla ragione cristologica di ogni cosa dobbiamo purtroppo lamentare che questa visione di fede non conduce, né muove il cristiano. Oggi c’è un distacco da Cristo ad ogni livello. Anzi, molti dei cristiani vivono come se Cristo non esistesse, come se loro non fossero corpo di Cristo, suo strumento di salvezza per il mondo intero. Su questo principio cristologico c’è tutto un lavoro da svolgere, necessario perché ogni uomo veda nell’apostolo del Signore Cristo e nelle sue parole la voce di Cristo, nei suoi gesti, nelle sue azioni, l’azione e i gesti di Cristo, finalizzati e orientati alla salvezza di ogni uomo.
Cristo è il sì di Dio. San Paolo ci dice che tutte le parole di Dio in Cristo sono divenute sì, si sono compiute. Quanto il Padre ha detto per mezzo dei profeti, nella legge e nei salmi, ha preso corpo in Cristo, è divenuto realtà, storia, avvenimento. Ciò che Paolo afferma di Cristo Gesù, lo afferma anche per applicarlo ad ogni suo apostolo. Chi è l’apostolo del Signore? È ciò che Cristo è per rapporto al Padre. In Cristo ogni parola del Padre si è compiuta. Chi legge la vita di Cristo e la confronta con l’Antico Testamento deve necessariamente confessare che Cristo Gesù è il compimento perfetto di ogni parola pronunziata da Dio. Così, chi legge la storia del cristiano, confrontandola con il Vangelo, che è la Parola di Cristo Gesù, dovrebbe sempre confessare che la vita del cristiano è il sì di Cristo, è il compimento di ogni parola, è la realizzazione nell’ora della storia di ogni parola che è uscita dalla bocca di Cristo Gesù. Finché il mondo non constaterà questo parallelismo tra Cristo e il cristiano, difficile diverrà per esso abbracciare la via della fede. Non ne vede l’importanza, ma soprattutto non ne avverte il significato. Non sa a cosa serve abbracciare la fede in Cristo, se le parole di Cristo non sono storia in chi dice di credere in Lui.
Il significato del sì di Cristo e le religioni e forme religiose. Dicendo Paolo che Cristo è il sì di Dio, il sì ultimo, definitivo, il sì del suo perdono, della sua verità, della sua grazia, intende dire anche che fuori di Cristo non è possibile trovare un altro sì di salvezza, di redenzione, di giustificazione. Cristo è l’unico e il solo sì, l’unica e la sola realizzazione della volontà salvifica di Dio. Anche questa verità deve essere abbracciata dal cristiano e testimoniata con l’adeguazione e conformazione della sua vita ad ogni Parola di Cristo Gesù. Così facendo, egli rende testimonianza a Cristo, rende testimonianza a Dio, mette ogni uomo dinanzi alla grave responsabilità di accostarsi a Cristo Gesù per entrare anche lui nel sì di salvezza del Padre, nella sua misericordia, nel suo perdono, nel dono del suo Santo Spirito per la giustificazione e la rinascita a vita nuova ed eterna. Nello Spirito Santo infatti ogni uomo viene confermato nel suo essere in Cristo, con Cristo e per Cristo, riceve l’unzione, viene sigillato come unica proprietà di Cristo, gli è data anche la caparra della vita eterna. Lo Spirito è la caparra presso di Dio che l’anima ormai è di Cristo e in Cristo ha diritto alla eredità eterna nel cielo.
Credente.
00Sunday, January 29, 2012 11:32 PM
CAPITOLO SECONDO


PERCHÉ NON ANDÒ A CORINTO

[1]Ritenni pertanto opportuno non venire di nuovo fra voi con tristezza.
Paolo rivela il motivo per cui non si è recato a Corinto. Il suo animo era triste. Con la tristezza nel cuore non si sarebbe potuto presentare in mezzo a loro.
Non sappiamo però il motivo di questa tristezza. Ignoriamo quale ne sia stata la causa. Una cosa è certa: la causa che ha provocato la tristezza è in Corinto, non altrove.
Ma il motivo per cui non è andato a Corinto non è di certo la tristezza. Questa si sarebbe anche potuta trasformare in virtù della fortezza. Paolo avrebbe potuto sempre agire con quella prudenza e saggezza che lo hanno sempre caratterizzato. Anche se offeso, non gli mancava la luce dello Spirito Santo per agire secondo sapienza e intelligenza che sono in lui dono celeste.
Il motivo invece è da ricercare altrove ed è in Dio e nella sua divina volontà. A volte il Signore si serve di cause seconde, di azioni che avvengono nella storia, per dirigere i nostri passi altrove.
C’è una causa storica e noi pensiamo sia essa a determinarci; mentre è solo un’occasione per volgerci altrove, perché altrove il Signore vuole che noi conduciamo i nostri passi, altrove lui ci attende per compiere la sua opera di salvezza.
È questo il mistero dell’interazione tra causa seconda e causa prima, tra volontà di Dio e circostanze storiche. A noi però non è dato di conoscere la volontà di Dio; a noi è dato di sapere che per una causa umana abbiamo, o non abbiamo fatto una determinata cosa, abbiamo fatto o non abbiamo fatto una scelta.
Della causa seconda, secondo la quale noi agiamo, si serve il Signore per compiere la sua volontà. Questo è il mistero che ci avvolge e ci governa. Ci può avvolgere e ci orienta perché noi abbiamo già deciso di fare solo la volontà di Dio, abbiamo già scelto di ascoltare solo la sua voce, in qualunque modo essa si presenterà a noi.
[2]Perché se io rattristo voi, chi mi rallegrerà se non colui che è stato da me rattristato?
Paolo non vuole rattristare i Corinzi con il suo animo triste. Noi conosciamo ciò che egli ha sempre annunziato: egli vuole che si piange con chi è nel pianto e si gioisca con chi è nella gioia.
Non è opportuno portare la propria tristezza agli altri perché questi la condividano con noi. Possiamo dare agli altri la nostra gioia, ma mai la nostra tristezza, il nostro dolore, la nostra sofferenza fisica e spirituale, le nostre molteplici tribolazioni.
D’altronde se lui porta la sua tristezza nel cuore dei Corinzi questi avrebbero poi dovuto rallegrarlo, infondere nel suo cuore la gioia.
Questo non può essere fatto. Non si può recare tristezza agli altri per essere da loro consolati. Bisogna che la tristezza prima la si tolga dal cuore e poi ci si può recare presso gli altri per portare loro la gioia che viene dal Signore.
Il cristiano deve essere un portatore di gioia in seno alla comunità, egli si deve astenere di dare tristezza agli altri. La tristezza si vive nella solitudine, nel silenzio, e nella solitudine e nel silenzio si offre a Dio per la redenzione del mondo.
[3]Perciò vi ho scritto in quei termini che voi sapete, per non dovere poi essere rattristato alla mia venuta da quelli che dovrebbero rendermi lieto, persuaso come sono riguardo a voi tutti che la mia gioia è quella di tutti voi.
Viene qui ribadito il concetto espresso precedentemente.
Se Paolo si fosse recato a Corinto nella tristezza, avrebbe portato tristezza in molti cuori.
Questa sua tristezza sarebbe stata ancora più grande; non sarebbe stata più la sua tristezza soltanto, ma nel suo cuore ci sarebbe stata la sua e quella di coloro che lui certamente avrebbe rattristato con la sua venuta.
Il suo cuore si sarebbe appesantito di molto. Invece se viene a Corinto, viene per ricevere gioia e la gioia per lui è una sola: l’amore di Cristo che è divenuto adulto, forte, robusto, irresistibile nel loro cuore; è il Vangelo della salvezza che è vissuto in pienezza di fede, di carità e di speranza.
Questa è la gioia che Paolo vuole ricevere; non la tristezza causata in lui dalla tristezza che lui, a sua volta e prima, ha generato nel cuore dei Corinzi.
La tristezza non si può comunicare, non si deve partecipare; la gioia invece sì; essa deve essere data, comunicata, partecipata al fine di rendere più spedito il cammino del Vangelo nel mondo e nei cuori.
Paolo qui afferma chiaramente che la sua gioia è quella di tutti i Corinzi. La sua gioia sono i Corinzi, la sua gioia sono loro; sono loro se sono nella gioia e lo sono: se il Vangelo di Cristo Gesù è divenuto la loro vita; se nel Vangelo ogni giorno si cresce e si diventa adulti, fino a farlo divenire la nostra stessa vita.
Questa è la gioia che rallegra Paolo: sapere che i Corinzi sono nella gioia; sapere che Cristo dimora in loro; perché per un cristiano solo Cristo è la sua gioia e solo in Cristo egli la trova.
Cristo è la gioia del cristiano e solo Lui. Fuori di Lui, senza di Lui non c’è gioia; se il cristiano dice di trovarla altrove, all’infuori di Cristo, Cristo non gli serve più, Cristo è secondario alla sua vita.
Poiché per un cristiano Cristo è tutto, anche la gioia deve egli trovarla solo in Cristo e questo perché Cristo è tutto per lui. Se lui trova la gioia altrove, Cristo non è tutto per Lui, e se non è tutto non è neanche Cristo, perché quando Cristo, il Cristo vero, abita nel cuore, egli lo riempie di gioia, perché lo appaga, lo disseta, lo ricolma di pace e di ogni benedizione celeste. Quando Cristo è nel cuore, questo canta di gioia e di esultanza; canta perché ha trovato ciò che gli mancava per essere. Il cuore è nella gioia solo quando si ritrova, quando ritrova se stesso. Si ritrova e ritrova se stesso solo se trova Cristo e lo accoglie facendolo diventare suo ospite per sempre.
[4]Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, tra molte lacrime, però non per rattristarvi, ma per farvi conoscere l'affetto immenso che ho per voi.
Paolo rivela un altro lato del suo cuore.
Quando egli ha scritto ai Corinzi si trovava in grande afflizione e con il cuore angosciato, tra molte lacrime.
Questo ci rivela quanto grande fosse l’offesa arrecatagli. Se in lui ha generato una tale afflizione e un così grande dolore, conoscendo la sua tempra e il suo animo, bisogna concludere che l’offesa è stata veramente grande.
Eppure di questa offesa lui non ne parla. Dobbiamo però affermare, e questo per ragioni tutte Paoline, che l’offesa non fu certamente contro la sua persona, bensì contro Cristo e il Vangelo che lui annunziava come Apostolo di Cristo Gesù.
Se lui è triste, la sua tristezza ha una connotazione cristologica, soteriologica, ha una connotazione del tutto teologica. È l’unica ragione per cui Paolo entra nella sofferenza.
La sua sofferenza non è mai a motivo della sua persona; essa è sempre in ragione del Vangelo e della Persona di Cristo che il Vangelo ha promulgato annunziandolo.
Perché Paolo, che non vuole recare tristezza nei cuori dei Corinzi, dice che ha scritto loro tra tante sofferenze e afflizioni?
Il motivo, dice lui, non è quello di rattristarli; bensì quello di rivelare tutto l’afferto che egli porta per loro. Questo affetto è immenso.
Egli si rattrista per loro, perché li vuole bene, perché li ama, perché vuole solo la loro salvezza, vuole che Cristo regni veramente nei loro cuori. Chi non ama non si rattrista, chi non ama rimane nell’indifferenza, dinanzi al disonore che altri recano a Cristo Gesù.
Chi non ama non fa problema di nulla di tutto ciò che avviene fuori della sua persona. Mentre chi ama soffre. L’amore è fonte di molta afflizione, non per noi, ma per gli altri. Ci si affligge per gli altri, perché non si vuole che essi siano nell’ignoranza di Cristo; perché loro non amano Cristo in modo vero, sincero, autentico, in modo perfetto.
Ci si affligge perché il loro cuore non batte con quello di Cristo e il Vangelo non è la luce piena che illumina la loro vita. Si affligge però e piange colui che ama di un amore intenso, vero. Anche Gesù ha pianto su Gerusalemme. Ha pianto per il rifiuto che la Città Santa ha fatto del dono della pace che Dio era venuto a portargli per mezzo del suo Unico Figlio.
Così Paolo, piange e si affligge per un motivo soprannaturale, teologico: perché i Corinzi non amano Cristo abbastanza, non lo servono, non gli credono, non hanno perseverato nella sua Parola, si sono lasciati trascinare dalle mode del momento e dai pensieri peregrini che navigano nella loro mente, senza alcuna meta sicura e senza alcuna certezza di verità; soprattutto, senza la verità della salvezza.
Sappiamo ora perché il cristiano deve soffrire e quando. La sua sofferenza deve essere una sola: l’amore di Cristo rifiutato, non accolto, tradito, vissuto male, rinnegato, dilapidato, trasformato in amore umano.
Per questi motivi, e solo per questi, il cristiano si può, anzi si deve rattristare; per tutti gli altri motivi egli deve essere lieto, lieto di offrire tutta la sua vita, anche tra gli insulti, le percosse e ogni altro genere di violenza, sapendo che è proprio nella sofferenza che si costruisce il regno di Dio e che il Vangelo si espande per il mondo intero.

PERDONO ALL’OFFENSORE

[5]Se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me soltanto, ma in parte almeno, senza voler esagerare, tutti voi.
Quando si parla contro Paolo a motivo di Cristo e mentendo si dice ogni sorta di male contro di lui, non si offende solo Paolo, si offendono tutti coloro che credono in Cristo.
Anche se è contro uno che si parla male a motivo di Cristo, si parla male contro tutti coloro che credono in Cristo Gesù.
Colui che ha offeso Paolo a motivo del suo ministero, della sua fede e del lavoro apostolico da lui svolto, non ha offeso solo Paolo, ha offeso tutti coloro che da lui sono stati condotti alla fede e per lui sono divenuti credenti nel Signore Gesù.
Non è un’esagerazione quella di Paolo, è una verità di fede, che trova il suo fondamento anche nella dottrina del Corpo mistico di Cristo.
Chi affligge un membro del Corpo di Cristo, affligge tutto il corpo e non soltanto quel membro.
Se un membro è offeso a causa di Cristo e l’altro membro non si sente lui stesso offeso, tradito, insultato, non soffre a causa di questo male diretto principalmente contro Cristo Gesù, significa che lui non è inserito vitalmente in Cristo, non vive con coscienza la sua appartenenza a Gesù Signore; il suo essere di Cristo è solo marginale, perché manca in lui la coscienza di essere con Cristo una cosa sola, un solo corpo e una sola vita.
Non è per una questione di amicizia, né tanto meno di riconoscenza, o per qualche altro legame umano, che la sofferenza di Paolo si è anche riversata sui Corinzi. Paolo e loro sono un solo corpo in Cristo, una sola vita; l’offesa contro Paolo a motivo di Cristo Gesù e del suo ministero apostolico, è anche offesa contro tutti i Corinzi. Loro e Paolo sono una cosa sola in Cristo; chi ha offeso Paolo ha offeso anche loro.
Paolo vuole che si prenda coscienza di questa unità. È da essa che nasce la vita della Chiesa. Da questa unità nasce anche la consolazione, la speranza, la difesa di Cristo; nasce tutto ciò che aiuta la comunità a difendere Cristo, i suoi ministri; nasce l’isolamento di colui che ha offeso, perché prenda coscienza del suo peccato e inizi una vera vita di conversione e di fede nella parola del Vangelo.
Questa unità è la forza della Chiesa. In essa, se è ben salda e compatta, si supera ogni avversità, si vince ogni male, si contrasta ogni pericolo, si avanza nella storia ben schierati. Il male ha paura di questa unità e con ogni mezzo tende a mettere i cristiani gli uni contro gli altri.
Ciò che in qualche modo sarebbe potuto succedere anche a Corinto, quando a causa di queste voci maligne, l’intera comunità avrebbe potuto rischiare di mettersi contro Paolo e dare voce all’offensore, voce di sostegno e di incitamento.
Per grazia di Dio, invece, non fu così. Lo attesta il dolore e l’afflizione che si è abbattuta sulla comunità a motivo di queste voci calunniose nei riguardi di Paolo a motivo del suo ministero di Apostolo e di servo del Vangelo di Cristo Gesù.
[6]Per quel tale però è già sufficiente il castigo che gli è venuto dai più,
Paolo mostra in questo versetto tutta la sua misericordia, la sua benevolenza, il suo cuore.
Egli, quando ha donato la vita a Cristo, l’ha donata sul suo modello ed esempio. Chi è Cristo? È colui che è morto per i suoi crocifissori, per i suoi carnefici, per i peccati di ogni uomo, fino alla consumazione dei secoli a partire dal primo peccato, quello di Adamo e di Eva.
Paolo sa che se egli vuole creare salvezza nei cuori anche egli deve dare la vita, e proprio per coloro che lo offendono. Egli deve offrire il suo dolore, la sua sofferenza, il suo martirio fisico e spirituale per la loro conversione.
In tutto egli deve agire come Dio. Se c’è una pena da infliggere, questa deve essere solo medicinale. Deve essere un aiuto particolare, per un momento particolare, affinché l’offensore prenda coscienza del suo peccato - che è sempre peccato contro Dio, anche se commesso contro un uomo - ne faccia ammenda, si converta ed entri nella vita.
Per Paolo colui che lo ha offeso ha già ricevuto il castigo. La comunità di Corinto avendolo ammonito e ripreso in quello che aveva fatto contro Paolo, gli ha già inflitto un castigo, una punizione, una pena.
Ci sono pene spirituali e pene materiali. A volte le pene spirituali sortiscono un effetto più grande che le stesse pene materiali. Sia le une che le altre, sono pene che devono durare quel tempo che basti perché il peccatore si converta e rientri nella verità della sua vita, nella sincerità e santità del Vangelo della salvezza.
Quando questo si verifica la pena non ha più ragion d’essere. Tant’è che Gesù stesso ha insegnato nel Vangelo che se un fratello pecca sette volte contro un altro fratello e per sette volte gli dice: perdonami. Colui che è stato offeso deve perdonare.
Lo stesso Gesù insegna a Pietro che il perdono non deve essere dato sette volte, ma settanta volte sette. Questa è la legge del perdono. Il perdono si deve dare dietro pentimento dell’offensore.
Infine, è anche questo insegnamento di Cristo, non solo bisogna dare il perdono se l’altro lo chiede; colui che è stato offeso deve fare lui il primo passo; deve lui offrire il perdono a colui che lo ha offeso.
Questa è la legge evangelica e questa legge chiede Paolo ai Corinzi di applicare.
[7]cosicché voi dovreste piuttosto usargli benevolenza e confortarlo, perché egli non soccomba sotto un dolore troppo forte.
Dal castigo bisogna passare alla benevolenza, al conforto, alla riappacificazione.
Bisogna che l’altro veda sempre in noi dei fratelli che sono pronti a sostenerlo, perché cammini spedito verso il regno dei cieli. Veda il nostro amore pronto ad accoglierlo, nonostante il suo errore, il suo peccato. La legge della carità deve essere lo stile dei seguaci di Gesù, deve essere la loro caratteristica, il segno di riconoscimento nel mondo.
I discepoli di Gesù si differenziano da tutti gli altri uomini per la forza del perdono e per la grandezza dell’amore che essi portano nel cuore e che riversano sull’umanità intera.
C’è, in questa raccomandazione di Paolo, un aspetto tutto attivo del perdono. Il perdono non deve solo consistere in una parola di dimenticanza, di non considerare le cose passate.
Questo non è il perdono secondo Cristo, non è il perdono che Paolo vuole che si dia all’offensore.
Il perdono secondo Cristo, secondo Paolo, secondo i cristiani è benevolenza e conforto. Con la benevolenza si vuole per il peccatore tutto il bene, lo stesso che vuole Cristo e il Padre dei cieli. La benevolenza di Cristo è il suo amore crocifisso per tutti coloro che hanno offeso il Padre suo che è nei cieli.
La benevolenza è dono della nostra vita a colui che ci ha offeso, perché attraverso questo sacrificio egli si converta ed entri nuovamente nell’amore di Cristo Gesù, diventi a sua volta un operatore di pace e di perdono per il mondo intero.
La benevolenza, nel suggerimento di Paolo, diviene conforto, parola di consolazione e di speranza, parola di fiducia e di amore che devono far risollevare il peccatore, perché riprenda anche lui la via dell’amore interrotta a causa del suo peccato.
Occorre che nel nostro cuore ci sia tutta quella sapienza e saggezza di Spirito Santo perché sappiamo eseguire quanto Paolo suggerisce in questo versetto.
Ci vuole l’amore di Gesù nel cuore e la sua forza avuta sulla croce per vivere tutte le esigenze del perdono e della misericordia.
Quanto il Signore ci chiede è il rinnegamento di noi stessi, la rinuncia a considerare la nostra persona. Ci chiede di pensare solo alle esigenze della salvezza di un’anima e per quest’anima dare tutto, compreso il dono della nostra vita perché possa rientrare nella legge dell’amore crocifisso di Cristo.
La benevolenza, il conforto, ogni altra parola di consolazione e di speranza devono aiutare il peccatore perché non soccomba sotto il peso del suo peccato, perché non pensi che gli uomini non perdonino e si senta quasi costretto moralmente e fisicamente ad abbandonare la comunità cristiana, per ritornare nuovamente ai suoi idoli e ad una vita di peccato, nel mondo.
Viene qui riproposto il fine del nostro essere cristiani. Non si è cristiani solo per noi stessi, si è cristiani per gli altri. Si è cristiani per attrarre tutto il mondo a Cristo Gesù.
Non solo bisogna guardare a quelli che sono di fuori, bisogna soprattutto fare attenzione a quelli che sono dentro, perché non ritornino fuori senza più rimedio.
Questo avviene se il cristiano si fa strumento di benevolenza e di conforto, di misericordia e di pietà anche verso quelli che sono dentro e hanno peccato contro di noi, hanno offeso membri della comunità, si sono resi colpevoli di peccato contro gli inviati del Signore.
Nessuno si deve perdere per causa nostra. Se qualcuno si perde, deve ascriverlo alla sua cattiva coscienza e alla sua volontà, determinata e fissata nel male.
Nessun cristiano deve avere sulla coscienza la colpa della perdita di un discepolo del Signore, perché lui si è sottratto a uno dei molteplici obblighi di carità verso di lui.
Gesù dice nel Vangelo che di quelli che il Padre gli ha dato nessuno si è perso, tranne il figlio della perdizione. Giuda si è perso perché lo ha voluto, lo ha desiderato, lo ha anche attuato.
Cristo ha fatto tutto, veramente tutto, fino all’ultimo perché si potesse salvare. La coscienza di Cristo è pura, santa, immacolata. Non potrebbe essere diversamente, altrimenti non avrebbe potuto compiere il sacrificio per togliere il peccato del mondo, se lui avesse escluso dal suo sacrificio un solo peccatore.
[8]Vi esorto quindi a far prevalere nei suoi riguardi la carità;
Finora ha esposto il principio, la regola del comportamento, ciò che si dovrebbe fare, anzi ciò che si deve fare.
Ora passa direttamente all’esortazione. Devono i Corinzi trasformare la dottrina di Gesù sul perdono in opera di perdono.
Se finora nei riguardi dell’offensore c’è stato rimprovero, biasimo, o qualche altra parola dura di condanna, è ora il tempo che si faccia prevalere la carità.
Essi devono avvolgerlo con tutto l’amore di Cristo Gesù, devono abbracciarlo con la stessa carità con la quale il Signore ha abbracciato noi.
Questo è il comando di Paolo. Non ha egli altri comandi da dare. Paolo è nel cuore del Vangelo, perché è nel cuore di Cristo.
Chi abita nel cuore di Cristo, chi ha il cuore di Cristo al posto del suo, altro non vede che la carità, altro non vive che la carità, altro non vuole che la carità.
Tutto deve partire dalla carità e tutto nella carità consumarsi. La carità è il fuoco che alimenta la vita cristiana; è la luce che attira a Cristo; è la vita che dona vita a chi vita non ha, o l’ha persa a causa di un suo peccato.
Quella comunità che sa amare con il cuore di Cristo, è una comunità che rende presente Cristo nella sua vita e nel mondo; è una comunità evangelica ed evangelizzatrice allo stesso tempo.
La forma migliore per predicare il Vangelo è la carità, l’amore, il dono della nostra comprensione e della nostra misericordia ad ogni uomo.
Bisogna che in ogni comunità vi sia anche colui che stimoli alla carità, alla carità esorti, la carità insegni, nella carità faccia crescere tutti i figli di Dio.
Occorrono in una comunità gli zelatori della carità. Sono queste persone squisite, operatrici di pace che sanno come portare la pace in un cuore e con la parola e con l’esempio si impegnano, spendono la loro vita, perché ogni peccato sia vinto e sconfitto dall’amore sconfinato che regna in un cristiano.
La formazione, l’educazione alla carità è la prima opera che bisogna impiantare in una comunità se si vuole che essa sia nel mondo luce di verità, faro di santità, porto di salvezza per ogni uomo.
[9]e anche per questo vi ho scritto, per vedere alla prova se siete effettivamente obbedienti in tutto.
Non c’è vita cristiana senza obbedienza alla verità, al Vangelo, alla legge di Cristo.
Paolo scrive ai Corinzi per mettere alla prova la loro obbedienza; vuole saggiare la consistenza del loro amore verso il Signore.
Chi ama il Signore lo ascolta, fa la sua volontà, mette in pratica i suoi precetti.
Chi ama il Signore lo imita in tutto. A questo il cristiano è chiamato: all’imitazione del suo Maestro e Signore: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”.
È giusto mettere alla prova i cuori? È giusto chiedere l’osservanza di una norma evangelica in tutto lo spessore del suo contenuto?
È giusto, anzi è un dovere per colui che deve guidare una comunità, sapere in ogni istante qual è la forza morale e spirituale di essa.
Se una comunità, in una legge così fondamentale quale il perdono e la misericordia, è manchevole, non è capace, non vuole, si tira indietro, pensa in modo differente da come pensa l’Apostolo del Signore, è il segno che nella comunità non ci sono progressi spirituali.
Sapendo qual è lo stato effettivo della comunità alla quale egli presiede, deve porre in atto tutti quei rimedi perché la comunità si allinei sul pensiero di Cristo e di Dio. Non può una comunità essere luce del mondo e sale della terra se non è radicata nella parola di Cristo Gesù.
Per questo è ben giusto che di tanto in tanto si provi la forza morale, spirituale, ascetica di una comunità, per sapere chi cammina secondo Dio e chi invece pensa secondo il mondo.
Da precisare che l’obbedienza non è al pensiero di Paolo, o alla sua esortazione; il pensiero di Paolo e l’esortazione che dona sono di Dio; sono l’essenza del Vangelo della salvezza. L’obbedienza è a Dio, è a Cristo, è allo Spirito Santo; l’obbedienza è alla verità, è alla sana dottrina, è al Vangelo che l’Apostolo del Signore interpreta e annunzia secondo la pienezza della verità e della santità in esso contenuta.
Chi presiede la comunità deve conoscere il valore reale dei discepoli del Signore, deve possedere una conoscenza perfetta del loro stato spirituale, altrimenti non può guidarli, non può esortarli, non può condurli verso la vita eterna.
È pessima cosa per chi presiede una comunità illudersi, pensare che si è nella dottrina e nella verità di Cristo, mentre in realtà si agisce, si pensa, ci si comporta come se Cristo mai avesse parlato e mai avesse donato la legge della carità, secondo la quale impostare ogni relazione all’interno e all’esterno della comunità, nel mondo e nella Chiesa.
[10]A chi voi perdonate, perdono anch'io; perché quello che io ho perdonato, se pure ebbi qualcosa da perdonare, l'ho fatto per voi, davanti a Cristo,
Paolo ci mostra in questo versetto la grandezza del suo cuore, la misericordia che lo avvolge, la carità che lo guida.
Egli ha già perdonato il suo offensore. Chiede però ai Corinzi che lo perdonino, perché anche lui lo perdoni. Se loro perdonano, anche lui perdona. Ma lui ha già perdonato.
Perché allora chiede questo ai Corinzi? Non lo chiede per sé, lo chiede per loro. Offre loro un buon motivo per perdonare il suo offensore.
A volte trovare i giusti motivi da offrire all’altro perché perdoni è la cosa più saggia che si possa fare. Un buon motivo smuove il cuore, libera la mente, predispone la volontà, alleggerisce la coscienza, dona vigore all’anima.
Un buon motivo arriva a tutto, anche a smuovere i cuori più induriti e le menti più chiuse. Tutto può un buon motivo.
Su questo dovremmo tutti educarci. La fede è anche saggezza, intelligenza dello Spirito Santo, sapienza divina dentro di noi.
Bisogna andare all’altro con l’intelligenza e con il cuore, con la mente e con lo spirito, con l’anima e con la volontà, con l’esempio e con la parola.
Niente deve essere tralasciato quando si tratta di trovare un motivo da offrire per favorire negli altri l’esercizio della carità, della misericordia, della benevolenza, dell’amore.
Oltre che chiedere il loro perdono e quindi il loro esempio perché lui accordi il perdono, Paolo aggiunge che non c’è nulla nel suo cuore per cui debba concedere il perdono.
Lo abbiamo già detto. Paolo ha già votato la sua vita al martirio; la sua vita è tutta di Cristo Gesù ed è vita crocifissa. Nessun male può essergli fatto che possa turbare il suo cuore o distoglierlo dalla legge perfetta della carità e dell’amore.
Perché i Corinzi non pensino che Paolo non perdona, egli rivela di aver già concesso il perdono. Tuttavia, se i Corinzi hanno qualche dubbio, perdonino loro per primi e lui sarà trascinato dal loro esempio a concedere il perdono a colui che lo ha offeso.
Paolo ha già perdonato. Lui deve essere modello perfetto nella carità. Chi presiede una comunità non può serbare nel suo cuore neanche per un attimo il rancore, l’odio, la sete di vendetta. Egli non può dimorare nell’ingiustizia e predicare il Vangelo della misericordia e dell’amore del Padre.
Paolo la sua coscienza ce l’ha sempre dinanzi a Cristo Gesù e alla sua verità. Da Cristo Gesù e dalla sua verità egli si lascia giudicare e il giudizio di Cristo e del suo Vangelo è di completa assoluzione. Non c’è nulla nel suo cuore che sia contro Cristo, contro la sua verità, contro il suo Vangelo.
[11]per non cadere in balìa di satana, di cui non ignoriamo le macchinazioni.
C’è un altro motivo per cui Paolo ha già perdonato. Egli non vuole neanche per un istante cadere in balia di satana.
Quando nel cuore c’è un pensiero cattivo, un pensiero cioè che è contro il Vangelo, contro Cristo, contro la sua carità, la sua verità, il suo amore, subito satana ne approfitta per inoculare attraverso di esso il peccato nella nostra mente, nel nostro cuore, nella nostra anima.
Per evitare che satana possa agire con la sua tentazione dentro di noi è necessario eliminare ogni pensiero, ogni immaginazione, ogni desiderio che non sia purissima verità del Vangelo.
Mantenendo pura e santa la nostra mente, satana non ha alcun aggancio per entrare dentro di noi e il suo pungiglione non potrà penetrare nella nostra mente e dalla mente passare al cuore e all’anima, per iniettare in essi il suo veleno di morte eterna.
Paolo conosce le macchinazioni di satana, conosce le sue seduzioni, conosce anche le sue tentazioni, conosce l’abilità con la quale sa intrufolarsi in un cuore, la velocità attraverso la quale può rovinare un’anima.
Alla macchinazione di satana Paolo oppone la libertà della mente e del cuore, la povertà del suo spirito, la ricchezza della sua misericordia, la sua volontà di essere in tutto come Cristo che dall’alto della croce offre il perdono ai suoi carnefici, a coloro che lo stanno tentando perché faccia qualcosa di potente, affinché credano che Dio lo ha inviato per la loro salvezza.
Cristo invece mostra loro la potenza della carità che si esprime tutta nel perdono implorato per loro, scusandoli presso Dio perché agiscono senza sapere quello che stanno facendo.
Allo stesso modo si comporta Paolo. Egli non dà spazio a che satana possa entrare nel suo cuore. Per questo, non solo ha già concesso il perdono, neanche c’era bisogno che lui lo concedesse, perché lui era già andato oltre e aveva letto ogni cosa alla luce del meraviglioso Vangelo della salvezza.
I Corinzi non si devono lasciare tentare da satana. Si lasciano tentare se subito non concedono il perdono e non manifestano tutto il loro amore verso colui che ha offeso Paolo.
Sappiamo in che consiste la manifestazione del loro amore: nella benevolenza e nel conforto, nell’accoglienza e in ogni genere di aiuto perché l’altro possa sentire il calore della carità di Cristo che si manifesta per mezzo di loro e riprendere con piena fiducia il cammino della perseveranza e della pace.
[12]Giunto pertanto a Troade per annunziare il Vangelo di Cristo, sebbene la porta mi fosse aperta nel Signore,
Continua in questo versetto la narrazione del viaggio missionario di Paolo. La Lettera non dice il luogo di provenienza. Dice soltanto che è giunto a Troade.
Ci dice però due verità che meritano la nostra attenzione, la nostra considerazione.
A Troade Paolo si reca per annunziare il Vangelo di Cristo. Questo è il fine di ogni suo viaggio. Egli non ha altro scopo se non quello di predicare Cristo, di testimoniare la sua verità, di chiamare ogni uomo all’obbedienza alla fede.
La seconda verità è questa: ciò che avviene nella sua vita, avviene solo per grazia di Dio. È Dio che lo spinge da un luogo all’altro, ma è anche Dio che apre le porte dovunque lui vi si reca.
In questa verità bisogna rileggere tutta l’azione missionaria della Chiesa. Bisogna prima di tutto chiedersi: perché per Paolo le porte si aprivano e per noi non si aprono? Forse Paolo aveva ricevuto da Dio un privilegio o una grazia particolare?
Ma non è forse volontà di Dio che si aprano le porte dei cuori al Vangelo? Perché allora con alcuni si aprono e con altri restano chiuse? Dipende da Dio o dall’uomo?
Dio apre sempre le porte del Vangelo, le apre però a colui che è disponibile alla mozione del suo Spirito; le apre a chi decide di andare per il mondo a predicare il Vangelo della salvezza; le apre a chi è di buona volontà e con il suo impegno si sacrifica perché il Vangelo giunga ad ogni cuore.
Dio agisce se l’uomo agisce. La grazia di Dio è tutta a disposizione del missionario del Vangelo; spetta però al missionario attingerla tutta e con essa presentarsi dinanzi all’uomo per chiamarlo a conversione e a salvezza. Se il missionario per pigrizia, per incostanza, per mancanza di volontà, perché si lascia conquistare dalla falsità, se pensa che Dio possa agire anche senza di Lui, la grazia non viene attinta e le porte del Vangelo restano chiuse.
Dio è sempre pronto a dare la sua grazia; la grazia di Dio è sempre a portata di mano del missionario. Bisogna sola attingerla e farla fruttificare.
Paolo va per il mondo e il Signore gli apre le porte; lui cammina e il Signore gli spiana la strada; lui predica e i cuori sono convertiti dallo Spirito Santo di cui il Signore lo ha arricchito per portare ogni uomo alla fede nella parola del Verbo della vita.
[13]non ebbi pace nello spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; perciò, congedatomi da loro, partii per la Macedonia.
Quando però Paolo giunse a Troade trovò qualcosa che non era nelle sue attese. A Troade non trovò Tito, suo collaboratore e discepolo, chiamato qui da Paolo, fratello.
Egli si limita a dire semplicemente che non ebbe pace nello spirito; l’assenza di Tito a Troade gli causò questo turbamento.
Indica anche in questa assenza la ragione per cui si congedò da quelli di Troade e si diresse verso la Macedonia.
Perché Paolo è turbato nel suo spirito? Perché non c’è pace in lui a motivo dell’assenza di Tito?
Lui non ce lo dice. Ci dice il fatto, ma non il perché del fatto. Si potrebbe pensare che per Paolo era uno stile, un modo di essere, quello di compiere la missione apostolica insieme a collaboratori fidati, a missionari che come lui avevano votato interamente la loro vita alla causa del Vangelo.
È come se fosse venuta meno qualcosa di essenziale, una condizione senza la quale non è possibile predicare il Vangelo della salvezza.
Dobbiamo pensare che non sia un fatto o un evento puramente e semplicemente umano, ma qualcosa di più grande e precisamente uno stato non ottimale, anzi uno stato non conveniente per Paolo di continuare la predicazione in quella città. Per questo motivo abbandona Troade si avvia verso la Macedonia.
Questi uomini di Dio non finiscono mai di stupirci, sbalordirci con le loro decisioni. Paolo parte per Troade perché il Signore gli aveva aperto una porta, appena arriva se ne ritorna indietro perché Tito non è lì ad attenderlo.
Se ne va perché non può annunziare il Vangelo senza le modalità che lo stesso Vangelo richiede perché venga annunziato. Il Vangelo è testimonianza, prima che annunzio e la testimonianza si fa sempre sulla base di due testimoni. Paolo non ha il testimone del Vangelo, non annunzia il Vangelo, si dirige verso altri luoghi dove potrà con serenità e in tutta tranquillità annunziare il Vangelo della salvezza.
Sempre straordinari questi uomini di Dio. A volte compiono azioni che noi non comprendiamo; non comprendiamo perché non siamo nello Spirito del Signore e quanto loro fanno ci sembra che non sia proprio il caso di doverle fare. Noi giudichiamo secondo la nostra scienza non formata alla luce dello Spirito Santo; loro invece pensano secondo lo Spirito del Signore e secondo lo stesso Spirito decidono, agiscono.
Il Vangelo o si annunzia in un determinato modo, o non si annunzia affatto. Non si può compromettere la sua credibilità a motivo di una condizione che non può essere attuata perché uno dei testimoni, un collaboratore del tutto speciale, è assente.
In questa direzione bisogna cercare la soluzione e non in altre; in Paolo bisogna sempre cercare un motivo soprannaturale di ciò che lui pensa e decide, realizza ed attua e mai un motivo umano, della terra.
[14]Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero!
Paolo ringrazia Dio. È lui che lo fa partecipare al suo trionfo in Cristo. Cristo è il trionfatore sul peccato e sulla morte; è colui che ha sottomesso i nemici dell’uomo, sconfiggendoli per sempre.
Il trionfo è proprio del vincitore. E il trionfo consisteva anticamente in una pubblica acclamazione di gloria. Il mondo riconosceva la vittoria e acclamava il vincitore che portava sottomessi al suo carro di trionfo coloro che aveva sconfitti.
Il trionfo è di Dio. Questo trionfo Dio lo ha ottenuto per mezzo di Cristo, lo ha ottenuto in Cristo.
Paolo di questo trionfo di Dio in Cristo si sente partecipe e per questo ringrazia Dio. Il trionfo di Cristo è ora la diffusione del Vangelo, l’annunzio della parola, la proclamazione della volontà del Padre.
È con il Vangelo che si sconfigge il mondo, che si abbattono le tenebre, che si vincono le potenze del male. Paolo è un banditore del Vangelo, un proclamatore della verità, un araldo e un messaggero della volontà di Dio. Ogni qualvolta lui annunzia la parola della salvezza, lui collabora a che Cristo ottenga la vittoria piena e totale sul male, ma anche diviene partecipe di questo trionfo.
Nello stesso tempo, in Cristo è attore e partecipe. Con Cristo vince il male e con Cristo viene riconosciuto trionfatore del male e sul peccato.
Il Vangelo per Paolo è un profumo di vita, di salvezza, di redenzione, di luce, di pace, di amore, di giustizia, di santità.
Paolo è uno strumento, è lo strumento di Dio, perché questo profumo si diffonda in tutto il mondo, venga sentito da tutti gli uomini.
Questa immagine esprime una profondissima verità. Nel Vangelo non c’è solo l’invisibilità di una relazione che si deve stabilire tra Dio e la sua creatura in Cristo Gesù, per opera dello Spirito Santo.
Nel Vangelo c’è una visibilità, una “apparenza o evidenza” che è proprio della terra, è proprio della corporeità dell’uomo. All’uomo non si può parlare solo in termini spirituali, invisibili, in termini di fede e basta. All’uomo bisogna parlare anche attraverso la sensibilità del suo corpo. Ora è proprio del profumo essere avvertito dal corpo.
Dio parla all’uomo, anima e corpo. Molte volte parla all’anima per parlare al corpo, molte altre volte parla invece al corpo per essere ascoltato dall’anima.
Il profumo che è segno di bellezza interiore ed esteriore, segno di amore e di verità, è qualcosa che l’uomo avverte attraverso la sua corporeità e così dicasi anche del Vangelo. Che sia credente in Cristo deve essere percepito visibilmente dall’altro, dal profumo della verità, della giustizia, della santità, della purezza che l’uomo di Dio infonde nei cuori, nelle menti, negli spiriti.
Paolo è stato incaricato da Dio a portare il profumo di Cristo nel mondo intero. Questa è la sua missione.
[15]Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano e fra quelli che si perdono;
Il profumo che Paolo porta nel mondo è quello di Cristo Gesù, è Cristo Gesù.
Paolo è incaricato da Dio a far sentire ad ogni uomo il profumo di Cristo, a far sentire Cristo profumo di Dio.
Ciò significa che non è sufficiente l’annunzio perché questo si compia; è necessario che tutta la sua vita sia impastata di questo profumo, tutta la sua vita sia una emanazione di Cristo, profumo del Padre, perché amore, carità e santità del Padre.
Questo profumo egli deve diffondere nel mondo, sia tra quelli che si salvano, sia tra quelli che si perdono.
Viene qui indicata la missione universale di Paolo. Egli deve annunziare il Vangelo dinanzi al mondo intero, senza fare distinzione tra persone: persone che si salvano e persone che si perdono.
Egli è obbligato a predicare la parola ad ogni uomo. Spetta poi alla singola persona rispondere domani al Signore sia della sua fede sia della sua non fede.
Importante però è che Paolo sia realmente, corporalmente questo profumo. Tutta la sua vita deve far trasparire verità, saggezza, intelligenza, fortezza, mitezza, pace e gioia, ogni altra virtù che è nel cuore di Cristo e del Padre.
Solo se Paolo sarà trasformato in Parola di Cristo, in Cristo e quindi in profumo di Cristo, egli potrà veramente annunziare il Vangelo al mondo. Sarà questo profumo che attrarrà molte anime a Cristo e le condurrà a Lui in un cammino di conversione e di fede al Vangelo.
La mancanza del profumo di Cristo in noi e di Cristo profumo di Dio fa sì che il nostro parlare di Gesù sia assai limitato. Non sentendo la gente il profumo di Cristo che pervade il nostro essere, difficilmente sarà portata a credere ciò che noi diciamo.
Così, se non diveniamo il profumo di Cristo nel mondo, non possiamo noi evangelizzare secondo verità.
Questo deve essere detto per ogni evangelizzazione che si vuole compiere nel mondo. Inutile sperare che qualche anima venga attratta dal Vangelo, se il profumo del Vangelo non prende la nostra vita e la rende del tutto cristiforme, una vita tutta intessuta di Cristo, fatta e costruita sul suo modello.
Più che modello interiore o esteriore, bisogna che ognuno indossi Cristo, si vesta di Lui. L’altro crederà nel Vangelo che noi annunziamo se Cristo è visto in noi e se noi siamo visti in Cristo. È questo il profumo che noi dobbiamo spargere nel mondo.
[16]per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita. E chi è mai all'altezza di questi compiti?
Si può notare in questo versetto il duplice effetto del profumo del Vangelo, o di Cristo, o della verità, che i missionari di Dio recano nel mondo, spargendone la fragranza.
Per chi lo accoglie e diviene figlio della verità e della luce, il profumo si trasforma in odore di vita per la vita.
Dona la vita eterna in questo tempo e dopo di esso, nei cieli nuovi e nella terra nuova.
Mentre per coloro che lo rifiutano, lo avversano, lo combattono, si scagliano contro il profumo si trasforma in odore di morte.
Dona la morte in questo tempo, poiché saranno per sempre abbandonati alle tenebre e al male, e anche nell’eternità, poiché allora la morte sarà morte eterna, lontananza da Dio per sempre, nelle tenebre eterne dell’inferno.
Oggi questa verità non è più creduta, come non sono più credute tutte le altre verità che si riferiscono alla condanna all’inferno di un uomo.
Il Vangelo invece si predica per sfuggire a questa condanna, per far sì che uno si salvi da questa generazione malvagia ed entri nella verità e nella giustizia che vengono da Dio.
Paolo altro non fa che ribadire lo stesso pensiero di Cristo Gesù: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura; chi crederà sarà salvo, chi non crederà sarà condannato”.
Questo è il Vangelo e per questo fine viene predicato. L’obbligo di predicare il Vangelo è verso ogni uomo. Non dovrebbe esserci uomo sulla terra che non ascolti e non senta la Parola di Gesù risuonare ai suoi orecchi.
È obbligo della Chiesa e in modo del tutto speciale degli Apostoli, ai quali il mandato è stato conferito, trovare quelle forme e quelle modalità sempre attuali, perché il Vangelo giunga ad ogni uomo.
Sarebbe anche necessario ripensare certe forme di vivere il Vangelo tra coloro che già lo conoscono, al fine di dare molto più spazio alla sua predicazione tra coloro che non lo conoscono.
Occorre la stessa sollecitudine spirituale che animava Paolo; sollecitudine che lo spingeva sino ai confini del mondo perché nessun uomo restasse nell’ignoranza della verità della sua salvezza.
Paolo tuttavia aggiunge a questo versetto: E chi è mai all'altezza di questi compiti?
Non si tratta del compito di annunciare il Vangelo in sé, ma di annunciarlo facendolo divenire profumo di Cristo, della verità, della giustizia; facendolo sentire agli altri come vero profumo di salvezza.
Per questo occorre che l’apostolo e il missionario del Vangelo sia interamente trasformato da esso, in esso immerso, fino a divenire Vangelo vivente di Dio.
La sua vita e la sua parola, la vita di Cristo e la sua, la verità e la missione devono divenire in lui una sola realtà.
Paolo, sapendo che per molti missionari questo non avviene, confessa l’inadeguatezza tra Vangelo e missione. Da un lato c’è un Vangelo esigente, dall’altro un missionario che non si lascia totalmente conquistare dalla verità del Vangelo per divenire verità evangelica vivente.
Questa inadeguatezza non significa però impossibilità. Con la grazia di Dio, con la preghiera assidua, con l’invocazione dello Spirito Santo, è possibile progredire nella trasformazione del Vangelo in nostra vita.
Paolo è riuscito; i santi ci sono riusciti; possiamo riuscirci anche noi, a condizione che lo vogliamo e mettiamo ogni impegno a che questo avvenga in noi.
[17]Noi non siamo infatti come quei molti che mercanteggiano la parola di Dio, ma con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, noi parliamo in Cristo.
In questo versetto Paolo prende le distanze da molti annunciatori del Vangelo. Per lui molti sono coloro che mercanteggiano la parola di Dio.
La parola di Dio si mercanteggia quando si accomoda; quando si adatta all’uomo, quando si fanno sconti sulla sua verità, quando alcune verità si annunciano, perché non danno fastidio all’uomo e altre si tacciono perché non convengono.
Si mercanteggia la parola di Dio quando ci si mette d’accordo con gli uomini e con la loro natura debole e peccaminosa. Non si vuole dare loro fastidi e per questo del Vangelo si annuncia ciò che è gradito ed accetto all’uomo.
Chi fa questo sappia che reca un gravissimo danno al Vangelo e all’uomo. Il Vangelo è forza e potenza di Dio se annunciato nella sua verità. È la sua verità che salva e redime. Se lo si priva della sua verità, come farà esso a redimere e a salvare?
Il più grande nemico dell’uomo è colui che mercanteggia il Vangelo. A causa di questo suo mercanteggiare, per ingraziarsi gli uomini, egli li espone alla morte eterna. Chi espone un uomo alla morte eterna è nemico di Cristo, che è morto per ogni uomo, ed è nemico dell'uomo, perché non vuole il suo unico, vero, sommo bene.
Per Paolo invece c’è un solo modo di predicare il Vangelo ed è questo: con sincerità e come mossi da Dio, sotto il suo sguardo, parlando in Cristo.
Sappiamo cosa è per Paolo la sincerità: è la verità di Dio, di Cristo e dello Spirito Santo che è nel suo cuore e che è anche sulla sua bocca.
Dalla sua bocca non esce una parola che non sia di Dio, non sia di Cristo, non sia dello Spirito Santo. Non esce dalla sua bocca se non tutta la verità di Dio, di Cristo e dello Spirito.
Ma questo non gli basta. Non è lui a scegliere quale e quanta verità dire ad un cuore nel ministero dell’evangelizzazione.
È Dio che muove il suo cuore a parlare; se è Dio che muove il suo cuore è anche Dio che parla in lui e per mezzo di lui.
Paolo in questo si sente uno strumento tutto consegnato allo Spirito del Signore perché sia Lui a mettere sulla sua bocca la giusta parola, quella parola che tocca il cuore dell’altro e lo converte alla verità tutta intera del Vangelo.
Egli tutto questo lo fa con nel cuore il santo timore di Dio. Il timore del Signore è essenziale per un missionario. Con il santo timore si rimane sempre nella volontà di Dio e mai si esce fuori di essa.
Quanto Dio vuole, lui lo vuole; ciò che Dio non vuole, lui non lo vuole; ciò che Dio comanda di dire lui lo dice, ciò che il Signore vuole che non si dica, perché non è ancora venuto il tempo di dirlo, lui non lo dice.
Lo sguardo di Dio è quella luce soprannaturale che rende in tutto conforme alla volontà attuale di Dio ciò che l’Apostolo fa.
Questo timore di Dio è necessario ad ogni missionario del Vangelo, perché sia lui per primo a rimanere nella verità, perché sia lui per primo ad essere il profumo di Dio in questo mondo. Nessun missionario di Dio può essere profumo del Vangelo se non dimora in lui il timore del Signore, che è la ricerca costante, perenne della volontà di Dio nella sua vita.
C’è ancora un’altra modalità che rende vero l’annunzio di Paolo. Egli parla del Vangelo, annunzia la Parola essendo lui stesso in Cristo, divenendo ogni giorno di più verità in Cristo.
Questo richiede tutto quell’impegno ascetico perché si tolgano tutte quelle distanze spirituali che regnano tra un missionario e Cristo. Queste distanze sono nel compimento della volontà del Padre. Più il missionario del Vangelo conformerà la sua vita alla Parola di Dio, più egli si addentrerà in Cristo, con Lui formerà una sola vita, fino ad essere la vita di Cristo che vive nel missionario.
Paolo è arrivato a questa identità tra lui e Cristo, tra la sua vita e quella di Cristo. Egli sente nel suo cuore che c’è Cristo che vive totalmente in lui. Per questo egli può affermare che parla in Cristo, che annunzia in Cristo, perché Cristo è totalmente in lui e lui totalmente in Cristo Gesù.
Quando si arriva a tale perfezione di vita in Cristo, allora non si può predicare il Vangelo se non alla maniera di Cristo Gesù, nella santità vera, che è il vero profumo del Vangelo, ma anche nella volontà tutta donata a Dio fino alla consumazione di se stesso, dell’intera vita, per la causa del Vangelo. Anche a questa seconda identificazione Paolo è giunto. Sappiamo che tutta la sua vita fu spesa per il Vangelo e sappiamo anche che la sua predicazione è stata sigillata con il suo sangue. Il sangue di Paolo è il sigillo posto da Dio sul suo ministero e sulla verità del suo annunzio.
Credente.
00Sunday, January 29, 2012 11:33 PM
LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

Il cristiano: un portatore di grazia. Il cristiano è per vocazione un portatore di grazia, è uno che riceve tutta la grazia di Dio e la porta nel mondo, la dona ad ogni uomo. Ogni uomo deve essere arricchito da lui di doni celesti e divini. Può svolgere questa sua vocazione se giorno dopo giorno lui stesso si immerge nella grazia di Cristo, nella grazia cresce fino a farla fruttificare secondo tutta la sua potenzialità, che è sempre immensa, infinita. La grazia che il cristiano può dare e che deve donare non è quella che lui riceve da Dio; è quella che riceve da Dio, ma che in lui diventa un vero frutto di obbedienza, di amore, di carità. Lo afferma Gesù alla Samaritana: “L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente che zampilla per la vita eterna”.
Offesa contro Cristo. Quando si offende un missionario del Vangelo, quando lo si giudica, lo si condanna, ci si scaglia contro a motivo del Vangelo che egli porta, l’offesa non è fatta solo al missionario del Vangelo, l’offesa è fatta al Vangelo, è fatta a Cristo, è fatta al Padre dei cieli e allo Spirito Santo, che hanno chiamato l’operaio del Vangelo, lo hanno arricchito dei doni celesti, lo hanno mandato nel mondo per portare la Parola della pace, della vita, della gioia; la Parola che vince la morte; la Parola che è annunzio di risurrezione. È anche offesa al corpo di Cristo, alla sua Chiesa. Il missionario infatti è membro del corpo di Cristo, è membro della Chiesa. Se poi arreca offesa al missionario un altro membro della Chiesa, un altro membro del corpo di Cristo, il danno lo fa a se stesso, non ad altri. Questa verità dovrebbe insegnarci la più grande prudenza e la più alta saggezza, prima di proferire una sola parola contro un altro cristiano, specie contro uno che è impegnato nella diffusione del regno di Dio. Parlando male contro uno che lavora per il regno di Dio, si arresta il lavoro del regno, non si progredisce. Non progredisce il regno per il quale anche lui sta operando. Parla male del suo lavoro, del suo regno, del suo corpo, della sua Chiesa. Questa è la verità che governa il corpo di Cristo. Chi ama Cristo, chi ama il suo corpo, chi ama la Chiesa, deve sempre difendere Cristo, la Chiesa, il suo corpo, deve volere che il regno si espanda e che il corpo di Cristo cresca nel mondo. Chi ama Cristo e la Chiesa, piange e soffre quando Cristo e la Chiesa vengono giudicati, condannati, offesi dai suoi figli, piange e soffre perché Cristo non è amato, non è ascoltato, non è obbedito, non è servito. Piange e soffre perché molti dei suoi fratelli in Adamo, a causa di questo peccato che avviene nel corpo di Cristo, sono tenuti lontani dalla salvezza.
La forza della Chiesa è la sua unità. L’unità deve essere negli intenti, nei sentimenti, nella verità, nella carità, nella speranza, nella Parola, nella santità. La Chiesa è forte se si costruisce come un solo corpo in Cristo Gesù; è forte se ognuno vede l’altro un redento da Cristo, che deve essere condotto alla santificazione attraverso il dono della sua vita. La Chiesa è forte se regna nel suo seno lo stesso principio che governò l’intera vita di Cristo Gesù. Cristo Gesù diede la vita per i peccatori, per coloro che lo hanno offeso, tradito, rinnegato, per coloro che erano e sono disobbedienti al Padre suo che è nei cieli. Cristo Gesù non è venuto sulla terra per salvare i giusti, ma i peccatori. Quando il cristiano inizia a vivere secondo la regola spirituale di Cristo Gesù, egli sa che la sua vita deve essere tutta consegnata per la salvezza dei suoi fratelli, fratelli in Cristo, perché sono come lui corpo di Cristo, fratelli, perché discendenti come lui dall’unico padre terreno che è Adamo. Per ogni uomo egli deve offrire la sua vita, ma deve offrirla prima di tutto per il corpo di Cristo, perché sia ogni giorno più santo, più splendente di verità e di grazia, più ricolmo delle perfezioni celesti. Chi ama il corpo di Cristo, chi ama Cristo dona la sua vita perché il corpo di Cristo diventi ogni giorno strumento sempre più perfetto per portare nel mondo la verità e la grazia che sono in Cristo Gesù. La forza della Chiesa è la sua unità costruita sull’offerta della vita di ogni suo figlio. Il cristiano animato dalla carità di Cristo, che cerca la santità del corpo di Cristo, perché l’unità di verità e di grazia risplenda in esso dinanzi ad ogni uomo, fa tutto questo donando la vita per i suoi offensori, per i suoi crocifissori, per coloro che ogni giorno lo espongono alla morte, sia fisica che spirituale, perché si convertano, vivano, diventino anche loro corpo di Cristo; se sono già corpo di Cristo, perché abbandonino per sempre il peccato e si lascino interamente avvolgere dalla santità che è in Cristo Gesù. È questo il vero volto del cristiano e della Chiesa, perché è questo il vero volto di Gesù Signore.
Nessuno si deve perdere per colpa nostra. Nel corpo di Cristo bisogna far sì che prevalga una sola legge: la legge della salvezza dell’altro, di ogni uomo. Ognuno deve vivere la stessa carità che governò l’intera vita del Signore Gesù. Gesù alla fine della vita disse al Padre, nella sua preghiera, che nessuno tra quelli che Lui gli aveva dato era andato perduto, tranne il figlio della perdizione. Sappiamo però quanta attenzione mise Gesù perché anche Giuda potesse ravvedersi del suo proposito di tradimento e anche dopo aver consumato il suo peccato, conosciamo le parole di amore che Gesù gli ha rivolto, sempre in vista del pentimento e del ravvedimento. Questo stesso principio deve essere osservato, vissuto, praticato da ogni cristiano, specie da coloro che hanno la responsabilità di pastori all’interno del gregge di Cristo Signore. Ognuno deve mettere nel suo apostolato tutta la verità, tutta la carità, ogni altra virtù, specie quella della prudenza, deve fare ogni cosa perché si raggiunga la salvezza, non perché ci si allontani da essa. Se un solo fratello si dovesse perdere per colpa nostra, noi abbiamo fallito il nostro ministero, la nostra vocazione, abbiamo vissuto male la nostra appartenenza a Cristo Signore. Perché nessuno si perda, il nostro cuore deve essere tutto pervaso della carità di Cristo Gesù, i nostri pensieri ricolmi della sua verità, la nostra volontà deve essere quella del Padre, la nostra prudenza deve divenire la stessa saggezza dello Spirito Santo. La legge della salvezza dell’altro diviene legge di più grande santificazione per noi stessi. Solo chi è nella santità lavora bene nel regno di Dio, lavora per la salvezza dei fratelli; chi convive con il peccato mai potrà divenire causa e strumento di salvezza in Cristo per i suoi fratelli. Molti per causa sua si perderanno, ma di questa perdita dovrà rendere conto a Dio nel giorno del giudizio. Il cristiano è obbligato a farsi santo, a raggiungere la perfezione, non tanto per un fine personale – anche questo è vero – quanto piuttosto per la legge della carità di Cristo che gli comanda di dare la sua vita, e darla per intero, per la salvezza dei suoi fratelli. La vita per gli altri si può dare solo nella santità. È questo il motivo per cui o il cristiano si fa santo, o non può dare la vita per gli altri e quindi il suo lavoro è inutile, vano, infruttuoso; anzi, a causa dei suoi peccati e dello scandalo che il peccato produce e genera nel mondo, molti non solo non si salvano per causa sua, per causa sua si perdono, con grande danno per il regno di Dio. Ma così facendo, non si è più collaboratori di Cristo, suoi strumenti di salvezza, si è satelliti di satana per la rovina dei credenti. È quanto ha fatto Giuda con Cristo. Così è ogni falso cristiano: un traditore di Cristo, un alleato di satana per la rovina del mondo.
La carità: metro dei nostri progressi spirituali. Per chi vuole esaminare la sua coscienza, per chi vuole sapere il grado della sua crescita spirituale, è sufficiente che si esamini sulla carità, intesa però come capacità del cuore, della mente e dell’anima di dare la vita per la salvezza del mondo. Chi vuole conoscere il grado della sua carità deve quotidianamente guardare a Cristo Gesù, osservare ogni suo comportamento, studiare gesti e parole, analizzare ogni rapporto, scoprire in esso il principio soprannaturale che lo muove. Non si può vivere la carità se non alla maniera di Cristo Gesù. La si vive alla maniera di Cristo Gesù se si conosce il principio operativo che è nel suo cuore e nella sua anima. In Cristo c’è un solo principio che lo anima: la libertà dalle cose di questo mondo e dalla sua stessa vita terrena, interamente trasformate in uno strumento per amare i fratelli secondo il volere del Padre. Questa libertà è solo possibile se nel cuore c’è un solo desiderio: amare il Padre celeste con amore indiviso, amare Lui solo e in Lui amare i fratelli, amandoli però secondo la sua volontà e non secondo la nostra. Il cristianesimo è quest’amore di obbedienza, è quest’amore di dono totale al Signore. La carità è la via migliore di tutte per predicare il Vangelo. Chi ama sa sempre come andare agli altri, non lo sa per metodo scientifico, per acquisizione di esperienza, o perché lo ha appreso nello studio della teologia pastorale. Lo studio della teologia pastorale non serve per andare agli altri secondo Dio; serve per insegnare delle tecniche di relazioni umane, oppure di approcci liturgici, sacramentali, formali insomma; mai essenziali, di salvezza. Le tecniche non servono per la salvezza e neanche la teologia serve per la salvezza. Se servisse, farebbe santi i teologi; mentre in verità li lascia nella loro vecchia umanità. Ciò sta a significare che la teologia non crea la santità, è invece la santità che crea la vera teologia e la crea trasformando la parola di Cristo in carità e la carità in dimora in noi dello Spirito Santo. È lo Spirito Santo che abita in noi attraverso la nostra carità che ci dona la comprensione del mistero e ci guida, ci muove per andare incontro all’altro sempre secondo la volontà di Dio, mai secondo la volontà dell’uomo.
Chi presiede: modello di carità. La carità è l’anima del cristiano. Il cristiano lo possiamo definire come si definisce un uomo. Ogni uomo è anima e corpo, è corpo animato, è anima incorporata. Quando l’anima esce dal corpo, questo giace nella morte, va in disfacimento, ritorna alla terra dalla quale, secondo il racconto biblico, è stato tratto. Così deve dirsi di ogni cristiano. La persona umana la possiamo definire come il corpo che deve ricolmarsi dell’anima delle carità per essere sempre vivente, pronto ad ogni istante per rispondere alla attese di Cristo, sollecito nel seguire la mozione dello Spirito Santo, disponibile a compiere la volontà di Dio. Se nel cristiano manca la carità, egli è come un cadavere; va in disfacimento, ritorna alla sua vecchia umanità, dalla quale lo aveva tratto fuori lo Spirito Santo, quando lo aveva rigenerato a vita nuova, versando nel suo seno la carità di Cristo, perché fosse la sua nuova anima, la sua vita, il suo tutto. Ogni cristiano è obbligato a fare della carità la sua anima, è obbligato a far sì che questa virtù teologale si sviluppi secondo tutta la sua potenza di grazia e di verità in essa contenuta, che arrivi allo stesso grado di perfezione che fu in Cristo Gesù, il quale per amore si consumò sul legno della croce, si diede in cibo, diede in cibo il suo corpo e il suo sangue, come alimento di vita eterna, come sostentamento della divina carità effusa nei nostri cuori il giorno in cui divenimmo credenti e ci siamo lasciati battezzare, rinascendo da acqua e da Spirito Santo. Questo obbligo di far risplendere nella loro vita tutta la carità di Cristo Gesù, ha un particolare valore per quelli che presiedono. Loro non solo devono essere gli amministratori della carità di Cristo Gesù attraverso i doni di grazia e di verità che essi conferiscono; devono essere modello di carità; in altri parole, devono essere immagine vivente di Cristo Gesù, carità fatta carne, vita, fattasi dono d’amore per la salvezza di ogni uomo. L’amore che essi devono dare non è quello che l’uomo richiede loro, o pretende che gli venga dato. L’amore chi lo determina, chi lo governa, chi lo decide è Dio. È Dio che decide a chi bisogna portare il suo amore; è Lui che stabilisce la quantità, è Lui che determina i giorni e le ore in cui in un determinato tempo un suo strumento si dovrà fermare per ricolmare i cuori della divina carità, che è il dono di Cristo Gesù e in Lui di ogni ricchezza di grazia e di santità che discende dal cielo. La vera carità non si può vivere se non nell’obbedienza. Più perfetta è l’obbedienza, più grande è la carità. La carità è l’obbedienza vissuta fino al dono totale di sé. Oggi per l’uomo tutto è divenuto carità; l’uomo di oggi identifica la carità con una relazione cosale tra gli uomini; si dona una cosa, si dice di fare carità, di vivere la carità. La carità cristiana, virtù teologale, non è questa. La carità cristiana è il dono di Cristo, la carità del Padre; è il dono di se stesso, che il cristiano fa ai fratelli perché tutto Cristo sia dato loro. Cristo è la salvezza, la redenzione, la giustificazione, la santità, la vita eterna per ogni uomo. Chi dona Cristo libera l’uomo dalla morte e lo introduce nella vita. Così la carità si specifica e si definisce come liberazione dell’uomo prima dalla morte spirituale, poi dalla morte fisica, aiuto concreto perché si liberi dalla morte spirituale, si liberi anche dalla morte fisica, in modo che possa essere uno strumento nella mani di Dio per portare il Vangelo della carità ad ogni altro uomo.
Le macchinazioni di satana. Paolo è missionario di Cristo Gesù. Il missionario del Signore ha un solo compito: distruggere il regno di satana, costruire, edificare, diffondere, far crescere nella verità e nella carità il regno di Dio. Il missionario vuole distruggere satana e il suo regno; satana vuole distruggere Cristo e il suo Vangelo, lo strumento attraverso cui si edifica e si diffonde il regno di Dio sulla terra. Non potendo distruggere Cristo, il quale, ormai risorto più non muore, né può in qualche modo essere raggiunto da satana, che non ha più alcun potere su di lui, egli si avventa contro i missionari del Vangelo per abbatterli, sapendo che distruggendo loro, riducendoli al nulla, infligge al Regno di Cristo un duro colpo di arresto. Se si ferma il missionario del Vangelo, tutto il regno si ferma; il mondo si riprende il cristiano e lo rende infinitamente più malvagio di quando ancora non era credente, non era stato ancora lavato con il sangue di Cristo, non era stato ancora unto con l’Unzione dello Spirito Santo. Satana ha un solo scopo: stancare il missionario perché non continui la sua corsa. Lo stanca attentando alla sua stessa vita fisica, spargendo sul suo cammino una serie infinita di difficoltà, di opposizioni, di calunnie, di percorse, di ogni altro genere di umiliazioni sia fisiche che morali; dove non può più spargere umiliazioni fisiche, si serve di quelle morali. La calunnia, la maldicenza, ogni sorta di menzogna gli servono per rendere non credibile il missionario del Vangelo, per renderlo inviso e odioso al mondo intero e anche a coloro che già credono in Cristo Gesù. Verso quelli che invece hanno creduto, o che devono essere invitati a credere, l’arma è una sola: creare tanta di quella falsità nei cuori sul conto del missionario da far sì che le sue parole non siano ritenute più degne di fede. Così facendo separa il popolo di Dio dall’apostolo del Signore e questo irrimediabilmente si perde. Chi vuole la perdizione del popolo dell’alleanza lo separi dal ministro della Parola, dall’apostolo del Signore, dai suoi strumenti umani, costituiti da Lui strumenti della sua verità, della sua grazia, della carità e di ogni altro genere di virtù. È quanto era successo a Paolo in Corinto. I superapostoli avevano convinto molti cuori a ritenere Paolo un impostore, uno che non portava la verità di Cristo Gesù, uno che diceva una parola ma ne pensava un’altra, uno che non era degno di credibilità. Poiché l’apostolo è il solo che può garantire la permanenza della comunità della verità, reso non credibile l’apostolo, tutta la comunità è destinata al fallimento; satana è ben riuscito nel suo intento. Voleva distruggere Cristo e il suo Vangelo e vi è riuscito nelle menti di un’intera comunità; e vi riesce sempre dove non c’è un apostolo ricolmo della verità di Cristo che con sollecitudine interviene e mette ogni cosa al suo posto. Sulle macchinazioni di satana non si insisterà mai abbastanza; sempre se ne parlerà poco. Ma è proprio di satana camuffarsi, trasformarsi, cambiare la parola di Dio, prendere una sola frase, rendere il cristiano eretico perché così mai potrà far risplendere tutta la grazia di Cristo nella sua vita.
Le evidenze del Vangelo. Ogni uomo che viene a contatto con un predicatore, o missionario della Parola della salvezza, deve percepire l’appartenenza del ministro a Cristo dal profumo del Vangelo che si spande attraverso di lui. Cristo è il profumo di Dio. Cristo è il profumo di vita per coloro che accolgono la sua Parola e si incamminano dietro di Lui rinnegando ogni giorno se stessi, portando la propria croce; è invece profumo di morte per tutti coloro che rifiutano la sua Parola e si ostinano nella loro falsità e nel loro peccato. Il profumo del missionario nasce però dalla trasformazione in vita di tutta la Parola di Cristo Gesù. Se il missionario non trasforma la Parola in vita, egli non è profumo di Cristo e Cristo non potrà mai essere profumo di vita per coloro che credono e di morte per coloro che non credono. Una volta che il missionario è divenuto profumo di Cristo, servo obbediente del Vangelo, una volta che si è trasformato in Cristo Gesù, andando per il mondo a predicare il suo glorioso Vangelo, deve farlo usando tre piccoli accorgimenti: deve predicare il Vangelo con sincerità, come mosso da Dio, sotto il suo sguardo. Questo significa semplicemente che il Vangelo deve essere tutto nel suo cuore, ma anche che il suo cuore deve essere tutto in Dio assieme alla sua volontà. Quando cuore e volontà sono interamente posti in Dio, e questo avviene solo in un cammino di più grande santità, il Vangelo inizia la sua corsa nel mondo e spande il profumo di Cristo. Chi vuole, sente il profumo e si lascia attrarre da Dio per essere salvato.
Credente.
00Sunday, January 29, 2012 11:34 PM
CAPITOLO TERZO


MINISTRI DELLA NUOVA ALLEANZA

[1]Cominciamo forse di nuovo a raccomandare noi stessi? O forse abbiamo bisogno, come altri, di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra?
Paolo ha appena manifestato ai Corinzi il suo stile, la forma e l’essenza del suo essere apostolo di Cristo Gesù.
Questa sua rettitudine di coscienza, questa coerenza tra vita e missione, questa serietà di vita eterna con la quale egli annunzia il Vangelo vuole forse essere una raccomandazione presso i Corinzi?
Vuole forse essere un modo esplicito per accaparrarsi la loro fiducia, la stima, la considerazione?
La verità non ha bisogno di raccomandazioni. Ne ha di bisogno invece la falsità. Non è lui che si deve raccomandare. La purezza del Vangelo con la quale egli parla è la sua raccomandazione, il suo attestato, la sua prova dinanzi al mondo intero.
Chi è nella verità ha bisogno di rimanere sempre nella verità e la verità attesta per lui. Non lo attesta subito. La verità rende testimonianza sempre al terzo giorno, che è il giorno della risurrezione, il giorno della gloria.
Non lo attesta subito, perché la verità prima conduce alla croce e dalla croce porta alla gloria.
Di questo dobbiamo essere certi: la verità attesta sempre per colui che la vive, non sarà oggi, sarà domani, dopo che saranno compiuti i giorni della croce di un uomo e in modo particolare di un missionario del Vangelo.
Risolto questo primo problema, in questo stesso versetto Paolo ne affronta subito un altro.
Paolo non si raccomanda presso i Corinzi da se stesso. Ha forse bisogno di essere raccomandato presso di loro da altri, oppure da loro presso altre comunità, con lettere di raccomandazione?
Neanche di questo Paolo ha bisogno. La verità si impone da sé; è visibile per se stessa. Gli altri la vedono, l’accolgono o la rifiutano.
Ma anche la falsità si impone da se stessa; è visibile a tutti; gli altri la vedono, la sfuggono oppure si lasciano coinvolgere da essa.
Paolo è nella pienezza della verità di Cristo Gesù. A che gli serve una raccomandazione, dal momento che egli brilla di verità in ogni parte del suo corpo, del suo spirito, della sua anima. Gli servirebbe la raccomandazione, se lui fosse nell’errore, o conducesse una vita non evangelica. Ma a che cosa gli servirebbe un attestato di luce, se lui è nelle tenebre?
In entrambi i casi la raccomandazione non gli serve. Le sue opere attestano per lui e sono la sua raccomandazione presso i Corinzi e presso le altre comunità.
[2]La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini.
È l’opera di Paolo la sua raccomandazione, l’unica raccomandazione nel mondo intero, presso Dio e presso gli uomini.
Una delle opere di Paolo è la comunità di Corinto, dove lui ha lavorato intensamente per formare Cristo nei loro cuori. Questa sì che è una vera, bella, autentica raccomandazione.
Di questa raccomandazione ne ha bisogno, perché attesta che il suo lavoro è stato fatto secondo verità, nel Signore.
Cosa afferma qui Paolo del suo lavoro presso la comunità di Corinto? Dice che sono loro la sua opera, la sua lettera di raccomandazione.
Questa lettera è scritta nel suo cuore, questa lettera è conosciuta e letta da tutti gli uomini.
Quella di Paolo è un’opera visibile, posta dinanzi al mondo intero, tutti possono leggerla, tutti possono vedere il bene che lui ha profuso per scriverla.
Paolo però va ben oltre la visibilità. C’è qualcosa che va più in profondità, che è nell’intimo del suo cuore.
La lettera è sì visibile, ma è rimasta anche scritta in lui, con caratteri indelebili. Questa lettera è sempre in lui, sempre presente al suo spirito.
Questo deve significare e significa una sola cosa: non è sufficiente formare una comunità; è necessario che per la comunità formata si offra la propria vita, perché essa rimanga sempre nella volontà di Dio e nello statuto del Vangelo.
Poiché Paolo ha scritto questa lettera e questa lettera è nel suo cuore, egli porta nel cuore tutti i Corinzi. Se li porta nel cuore, non li porta se non per affidarli continuamente a Dio, perché possano crescere ed abbondare nella conoscenza di Cristo e del suo Vangelo.
Paolo ci insegna, così, che deve esserci una continuità nel lavoro apostolico e missionario. C’è il lavoro della seminagione del Vangelo di Cristo nei cuori, ed è cosa essenziale, ma c’è anche l’altro lavoro, quello invisibile e nascosto della preghiera, dell’affidamento a Dio, il lavoro della presentazione dell’opera di apostolato compiuto a Dio come memoriale perenne perché il Signore lo avvolga con la sua grazia e la sua perenne benedizione, perché il seme seminato nei cuori porti frutti abbondanti di vita eterna.
Per ogni missionario del Vangelo dovrebbe esserci quest’unica regola nel suo cuore: la regola dell’invisibilità. A volte è giusto, doveroso che si lascino le pecorelle ad altri pastori, ma si devono lasciare nella visibilità, nel contatto fisico, non nel contatto spirituale, nella preghiera quotidianamente elevata a Dio per loro perché vivano in tutto conformi al Santo Vangelo di Cristo, seminato in loro per opera sua.
Chi semina il Vangelo in un cuore deve ogni giorno pregare per quel cuore, perché sia sempre terreno fertile, terreno che produce ora il trenta, ora il sessanta, ora il cento per uno.
Se il missionario del Vangelo osserverà questa regola santa, i suoi frutti non mancheranno mai sulla terra; per la sua preghiera il seme germoglierà in eterno e produrrà altri semi e altri frutti che arricchiranno di certo il regno di Dio sulla terra e nel cielo.
[3]E` noto infatti che voi siete una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori.
Dalla raccomandazione, alla lettera di raccomandazione, alla lettera semplicemente.
I Corinzi sono una lettera di Cristo. Cosa vuol dire Paolo? Cosa è una lettera?
Una lettera è la manifestazione del proprio cuore, della propria volontà, dei propri sentimenti ad una persona con la quale si entra in relazione per diversi motivi.
Paolo ha composto la lettera che sono i Corinzi, ma i Corinzi non sono una lettera di Paolo, bensì di Cristo.
Cristo attraverso Paolo scrive nel cuore dei Corinzi il suo pensiero, la sua volontà, il suo amore, la sua misericordia. Essi sono lettera di Cristo dinanzi al mondo intero.
Il mondo, leggendo questa lettera che sono i Corinzi, deve entrare in conoscenza del cuore di Cristo, della sua volontà, della sua anima. Il mondo deve conoscere tutto di Cristo, leggendo la lettera che Paolo ha scritto. Questa lettera sono i Corinzi che hanno abbracciato, attraverso Paolo, la fede in Cristo Gesù e vogliono viverla in purezza e in santità.
Una lettera si scrive con inchiostro; i Corinzi non sono una lettera terrena, sono una lettera spirituale, e sono stati scritti con un inchiostro anch’esso spirituale. Chi ha scritto i Corinzi come Lettera di Cristo è lo Spirito Santo del Signore. È Lui che ha formato Cristo nei loro cuori; è lui che ha manifestato, e quindi lo ha scritto in loro, tutto il pensiero di Cristo, la sua anima, la sua mente, il suo cuore.
Questa lettera è tutta spirituale, scritta dallo Spirito Santo, nel cuore dei Corinzi. Dio nell’Antico Testamento scrisse la sua volontà, ma su tavole di pietra. Lo Spirito ha scritto Cristo ma non su tavole di pietra, lo ha scritto nei cuori dei Corinzi.
Questa è la novità e questa è anche la caratteristica della nuova alleanza. Il Signore l’aveva già preannunziata per bocca dei profeti, quando manifestò loro che nei tempi futuri egli non avrebbe più scritto la sua legge su tavole di pietra, ma l’avrebbe incisa nel cuore, poiché nel cuore avrebbe messo lo Spirito Santo. Il Padre mette lo Spirito nei cuori e lo Spirito vi scrive Cristo Gesù, vi scrive tutto il suo amore e la sua verità, vi scrive la legge della Nuova Alleanza secondo la quale ogni uomo è chiamato a vivere, al fine di raggiungere il regno dei cieli nell’ultimo giorno.
Come la lettera è leggibile da tutti, così i Corinzi devono essere letti dal mondo intero e ognuno vi dovrà vedere Cristo in loro, Cristo nelle loro azioni, nei loro pensieri, nella loro vita, nelle loro opere. Tutto deve essere in loro manifestazione di Cristo Gesù.
[4]Questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio.
La fiducia che Paolo ha nel cuore non può essere che una sola. Che lui abbia scritto bene la lettera.
Ma anche è fiducia in Dio che i Corinzi nulla cancelleranno di ciò che lui vi ha scritto nei cuori, per mezzo dello Spirito. Anzi che questa scrittura si farà ogni giorno più nitida, più chiara, più marcata e tutti, anche coloro che soffrono di vista, possono leggere con speditezza quanto lo Spirito ha scritto in loro; possono vedere Cristo formato nei loro cuori.
Questa fiducia lo porta a scrivere tante altre lettere di Cristo nei loro cuori per mezzo dello Spirito.
Questa fiducia egli la nutre davanti a Dio per mezzo di Cristo Gesù. L’apostolo del Signore non può mettersi che dinanzi a Dio e a lui affidare la sua opera perché la giudichi secondo verità.
Se l’apostolo si fa giudicare la sua opera dagli uomini, egli incorrerà in due gravi pericoli: di trovare degli adulatori che gli dicono che l’opera è stata fatta bene, mentre bene non è stata fatta; oppure che non serve a niente, mentre è un capolavoro di verità e di sapienza.
Facendosi invece leggere la sua lettera da Dio soltanto, egli è sempre nella piena conoscenza della sua opera. Se è fatta bene Dio attesta che è bene; se è fatta male, Dio dice che è male, che non è stata fatta secondo perizia e intelligenza di Spirito Santo.
La fiducia di Paolo è pertanto in Cristo e in Dio. È in Cristo perché ogni cosa che lui fa ed opera, la fa perché Cristo è la sua forza e la sua luce. È in Dio, perché è il solo che può giudicare la verità o la falsità di ciò che lui fa, in modo che possa sempre migliorare il suo ministero, il suo carisma, l’esercizio della missione che il Signore gli ha affidato.
Questo dovrebbe essere un severo monito per ogni cristiano, chiamato anche lui, in qualche modo, a scrivere la lettera di Cristo nei cuori dei suoi fratelli.
Chi scrive Cristo nei cuori deve farlo per mezzo di Cristo, ma può farlo solo dinanzi a Dio, mettendo la sua coscienza dinanzi al Signore e chiedendo a Lui la forza di scrivere ciò che il Signore vuole che si scriva, ma si eviti anche ciò che non è conforme alla verità di Cristo Gesù.
Avere questo principio soprannaturale di azione e di operazione, porsi sempre dinanzi a Cristo Gesù e al Padre dei cieli, e in Loro e per Loro fare ogni cosa, dona al cristiano una certezza infallibile. Egli potrà essere sempre sicuro che quanto opera è conforme alla volontà di Dio e che ciò che Cristo è, rispecchia in tutto l’essenza e la natura di Cristo Gesù, dice veramente qual è la sua missione tra gli uomini e come l’ha svolta per amore dell’uomo.
[5]Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio,
Ma c’è un altro principio che Paolo annunzia. Anche se uno contempla Cristo e si mette sempre dinanzi a Dio, anche se agisce sempre con rettitudine di coscienza e con scienza saggia e intelligente, illuminata dallo Spirito Santo, nessun uomo sarà mai capace di parlare convenientemente di Cristo Gesù.
Nessuno sarà mai capace di scrivere una lettera di Cristo nel cuore degli uomini.
Dall’uomo, dalla sua natura, dal suo essere niente può nascere, nulla può essere scritto secondo verità di Cristo Gesù.
Cristo Gesù è oltre ogni pensiero, ogni mente, ogni cuore, ogni anima, ogni luce creata.
Cristo Gesù è oltre tutto il mondo finora pensato e pensabile per il futuro. Cristo Gesù è al di là di ogni uomo e tutti gli uomini messi assieme di ieri, di oggi, di sempre.
Nessuno uomo, né tutti gli uomini messi assieme sono in grado di scrivere Cristo secondo verità in un cuore. Non è dell’uomo questa capacità; non può mai provenire dalla sua natura.
È, invece, una capacità che viene da Dio, è per sua rivelazione, ispirazione, manifestazione; è per comunione con lo Spirito Santo di Dio che l’uomo in qualche modo può accogliere Cristo, ma anche può scrivere Cristo in qualche cuore.
Parlare di Cristo secondo verità non si può neanche per scienza teologica. Per scienza teologica si possono acquisire delle nozioni su Cristo, ma non si può scrivere Cristo nei cuori, non si può comporre una lettera di Cristo nelle menti e nelle anime dei pagani o dei fedeli.
Può scrivere una lettera di Cristo solo colui che è mosso dallo Spirito Santo, che è ispirato dal Padre dei cieli, che è sorretto da Cristo nell’atto stesso dello scrivere la verità, o il Vangelo nel cuore dei fedeli.
Il teologo non converte, il teologo può dare solo nozioni o verità su Cristo. Queste verità le incide nella mente, ma non nel cuore. Nel cuore chi può scrivere è solo lo Spirito Santo, è Lui l’Inchiostro Spirituale ed anche lo Scrittore che incide e forma Cristo.
La scienza teologica senza lo Spirito resta una nozione astratta, una verità senza incidenza nella vita, non viene scritta nei cuori. Lo Spirito Santo invece, anche senza la scienza teologica, scrive nei cuori, nelle menti, incide nell’anima Cristo e l’uomo diviene un altro, si converte, diviene in tutto simile a Cristo nella vita e nella morte grazie all’azione dello Spirito Santo che ha operato in lui.
C’è da precisare una verità molte volte ignorata e che spesso si è cercato di metterla in evidenza. Lo Spirito non scrive se non attraverso lo strumento umano che è la Chiesa di Dio e nella Chiesa scrive Cristo nei cuori attraverso i discepoli santi del Signore. Chi vuole scrivere la lettera di Cristo nel cuore dell’uomo, deve divenire santo, farsi cioè imitatore di Cristo in tutto. Deve farsi martire della verità e dell’obbedienza a Dio in tutto come si è fatto Cristo di fronte al Padre suo.
Questa capacità di scrivere Cristo nei cuori bisogna quotidianamente invocarla da Dio, se si vuole un’azione efficace sia nella predicazione del Vangelo che nell’insegnamento della verità, per una penetrazione sempre più intensa e sempre più piena del mistero di Cristo Gesù.
[6]che ci ha resi ministri adatti di una Nuova Alleanza, non della lettera ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito dà  vita.
Paolo rivela ora qual è il suo ministero che svolge nel mondo. Dopo aver affermato che tutto quanto egli opera è frutto in lui di una capacità che viene da Dio, ora aggiunge che è stato Dio a renderlo ministro adatto di una Nuova Alleanza.
Non dice che è stato reso ministro, ma ministro adatto. Essere ministri non costa proprio niente; basta ricevere il sacramento dell’ordine sacro e si è ministri della Nuova Alleanza.
Per Paolo non è sufficiente essere ministri della Nuova Alleanza, bisogna essere ministri adatti. Si è adatti non per capacità naturali, umane, ma per esclusivo dono dello Spirito Santo.
Quando un uomo viene assunto dallo Spirito e l’uomo si lascia assumere in tutto, si consegna totalmente a lui, Dio lo rende ministro della sua Nuova Alleanza, lo fa però ministro adatto, capace cioè di scrivere la lettera di Cristo nel cuore degli uomini; lo rende capace di annunziare il Vangelo e di proclamare la verità della salvezza ad ogni uomo.
La Nuova Alleanza è quella che il Padre ha sancito, stabilito e contratto con lui nel sangue di Cristo, nel sacrificio del suo Verbo fattosi carne.
Di questa Nuova Alleanza Paolo è ministro adatto, reso tale da Dio. Per grazia è stato fatto apostolo, per grazia è stato reso apostolo adatto a scrivere Gesù nei cuori.
Di questa Nuova Alleanza egli non è ministro adatto secondo la lettera, bensì secondo lo Spirito.
Ciò significa che lo Spirito porta Paolo nella lettera della scrittura e in essa gli fa vedere il vero significato, la vera ed autentica volontà di Dio, ma anche l’esatta rivelazione del Padre.
Egli è apostolo adatto della Nuova Alleanza secondo lo Spirito, perché la lettera uccide, mentre lo Spirito vivifica.
Sia la Nuova Alleanza che l’Antica contengono la lettera, sono volontà di Dio manifestata, rivelata, ma anche scritta, sono parola di Dio scritta.
Come la parola è stata scritta per ispirazione dello Spirito Santo, così per sua ispirazione e guida si può cogliere la verità contenuta nelle parole. Se ci si accosta alla lettera della Scrittura, ma senza lo Spirito del Signore, che ce ne offre l’intelligenza, il risultato è uno solo: l’incomprensione la più assoluta e quindi la morte che ne deriva.
La verità di Dio è possibile coglierla sola alla luce dello Spirito Santo. Se ci si allontana dallo Spirito, se lo Spirito non è vivo e vitale dentro di noi, noi possiamo anche accostarci alla Scrittura, ma coglieremo sola la lettera di essa; la verità non la possiamo cogliere, perché manca lo Spirito di Dio dentro di noi. Lo stesso Spirito che ha scritto la Scrittura, lo stesso Spirito ce la fa conoscere secondo verità.
Come per lo Spirito la Scrittura è stata scritta, così per lo Spirito essa è compresa. Se manca lo Spirito non c’è comprensione e l’uomo rimane ancorato al suo mistero di morte. Non entra nella vita chi ignora il mistero di Cristo contenuto nelle Scritture.
Lo Spirito ci dona la vita, perché ci permette di cogliere nella Scrittura Cristo che è la vita e la luce del mondo. Senza lo Spirito Cristo non si coglie e noi rimaniamo con una lettera morta che conduce alla morte coloro che la leggono, la interpretano, cercano di osservarla, di metterla in pratica.
Ma come si fa a mettere in pratica la lettera della Scrittura? Impossibile. Lo Spirito invece la vivifica, ce ne offre il significato esatto, pieno e noi possiamo viverla e così entrare nella vita.
Credente.
00Sunday, January 29, 2012 11:35 PM
MINISTERO CRISTIANO

[7]Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu circonfuso di gloria, al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore pure effimero del suo volto,
San Paolo fa un piccolo raffronto tra l’Antica e la Nuova Alleanza.
Per Paolo quell’Alleanza non dava la vita, perché l’uomo non era capace di osservare i comandamenti, di mettere in pratica la Parola di Dio.
Chi serviva l’Alleanza Antica compiva un ministero di morte. Il suo ministero non riusciva a conferire la vita. Questo significa: ministero di morte, applicato a tutti i sacerdoti, i re e i profeti dell’Antico Testamento.
Inoltre quell’Alleanza non fu incisa nei cuori, fu scritta su tavole di pietra. Nonostante che il ministero fosse di morte e non di vita, nonostante che la Parola, la volontà di Dio fosse stata scritta su tavole di pietra, Mosè invece fu tutto circonfuso di gloria, di splendore.
Dopo essere disceso per la seconda volta dal monte, il contatto con Dio lo aveva reso radioso. Dal suo viso si sprigionavano fiamme di fuoco, di luce. Questa luce era così forte e intensa che i figli di Israele non potevano fissare lo sguardo su Mosè senza essere accecati dalla sua luce.
Era uno splendore effimero, cioè passeggero, non duraturo come quello della nuova Alleanza, e tuttavia fu arricchito di un simile bagliore.
Questo bagliore era però necessario a Mosè. Attraverso di esso gli Israeliti sapevano che c’era tra Dio e Mosè una comunione di luce, una comunione operativa, di trasmissione. Dio parlava a Mosè, ne era il segno la luce che si sprigionava dal suo volto, gli Israeliti erano invitati ad obbedire a Mosè, perché voce viva, voce umana di Dio.
Essi ascoltavano Mosè perché sapevano, vedevano, che Dio era con Mosè. Lo attestava la luce che si sprigionava dal suo volto.
Il volto illuminato era il segno manifesto della presenza di Dio in lui. La luce sul volto attestava che Dio era nel suo cuore e soprattutto nella sua bocca, per riferire sempre la volontà del Signore.
Questo splendore di luce avvolgeva un ministero che non dava la vita, non rigenerava alla vita nuova di figli di Dio in Cristo Gesù. E tuttavia la luce splendeva veramente sul viso di Mosè.
[8]quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?
Se un ministero effimero, perché di poca durata e per di più non capace di dare la vita, per cui era un ministero pur sempre di morte, aveva un così grande splendore, quale sarà lo splendore del ministero dello Spirito?
La gloria sarà infinitamente più grande e sarà la stessa gloria che ha avvolto Cristo durante il suo ministero in terra di Palestina, quando era nella sua carne mortale.
La gloria del nostro ministero non potrà essere però una manifestazione di luce soprannaturale che avvolge la nostra persona.
Non è sicuramente questo il volere del Signore. Cristo Gesù ha nascosto questa luce, la luce che egli possedeva per natura, essendo luce eterna, nella sua umanità. La fece vedere solo una volta sul Santo Monte ai suoi discepoli e non a tutti, solo a tre di essi.
San Paolo dice che Gesù non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio e la sua era una uguaglianza di luce eterna, di splendore divino, ma si annientò, nascondendo la sua natura divina nella natura umana.
Ora se Cristo ha nascosto, ha velato questa sua gloria, questa sua luce e tuttavia dice ai discepoli che essi devono essere luce del mondo e sale della terra, significa che la loro luce deve essere luce di verità, di santità, di giustizia perfetta, di compimento della volontà di Dio, di obbedienza fino alla morte e alla morte di croce.
La luce è la nostra trasformazione di esseri carnali in esseri spirituali, che fanno della loro vita un sacrificio gradito al Signore, un’offerta e un’oblazione per la santificazione e la redenzione del mondo.
[9]Se già il ministero della condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero della giustizia.
Paolo definisce l’Antica Alleanza “ministero di condanna”, perché attraverso di essa l’uomo rimaneva nella sua vecchia natura.
Questo non deve significare però che essa fosse senza importanza. Essa è propedeutica alla nuova ed è grazie ad essa che la nuova è stata sigillata nel sangue di Cristo Gesù.
Paolo però ha un modo tutto suo, che è poi il modo secondo lo Spirito del Signore, di leggere l’Antico Testamento.
Egli non lo legge in chiave storica, lo legge in chiave attuale. Il suo pensiero, la sua verità è questa: ieri l’Antico Testamento aveva una sua finalità, quella di condurre a Cristo Gesù. In quanto strumento verso Cristo aveva la sua validità e in qualche modo conferiva anche la vita, poiché conduceva alla vita eterna tutti coloro che osservavano l’Alleanza e vivevano nel compimento dei comandamenti del Signore.
Oggi questo non vale più. L’Antico Testamento è un ministero di morte dopo che Cristo è venuto, ha compiuto il suo sacrificio, ha manifestato tutta la volontà del Padre, è risorto ed ha inviato il suo santo Spirito per la nostra rigenerazione a vita nuova mediante la fede.
A che serve l’Antico Testamento se il Nuovo è già sbocciato e la vita promessa è in nostro possesso?
Chi si ferma ad esso, si ferma ad un guscio vuoto. È vuoto perché le sue promesse si sono compiute ed esso stesso ha ceduto il posto al nuovo. Esso in sé stesso può essere oggi paragonato ad un guscio d’uovo dal quale è nata la nuova vita.
Finché la vita era contenuta in germe in esso, l’uomo aveva una sua validità, un suo scopo, un fine ben preciso. Ora che la vita è nata dall’uovo, a che serve il guscio?
Chi si attacca ad esso, chi si ferma ad esso, chi si irrigidisce in esso, si trova con un involucro vuoto. Esso ha partorito la nuova vita, ha dato Cristo Gesù, ha dato l’autore della vita assieme allo Spirito Santo. Non contiene più nessuna vita né una nuova vita può nascere da esso. L’unica vita che doveva far sbocciare, l’ha data interamente al mondo e questa vita è Cristo Gesù.
Il ministero del Nuovo Testamento è invece un ministero di giustizia, è il ministero della giustizia. Per esso si entra nella giustizia di Dio che è creazione in noi della nuova vita, rigenerazione a figli adottivi di Dio in Cristo Gesù, eredi della vita eterna, della terra promessa del Cielo, con lo Spirito Santo di Dio che abita in noi come in un tempio, più che il Dio dei Padri abitava nel tempio di Gerusalemme.
La giustizia è la volontà salvifica di Dio e la reale salvezza che ci viene conferita nel perdono dei nostri peccati e nella creazione in noi di un cuore puro e santo.
[10]Anzi sotto quest'aspetto, quello che era glorioso non lo è più a confronto della sovraeminente gloria della Nuova Alleanza.
Il pensiero di Paolo ora si fa più esplicito. La gloria dell’Antico Patto è durata fino a Cristo Gesù, fino al giorno in cui lui sul patibolo della croce, sull’altare del mondo sigillò nel suo sangue il Nuovo Patto, la Nuova Alleanza.
Con l’avvento della Nuova Alleanza l’Antica ha perso la sua gloria e il suo splendore; non è più gloriosa l’Antica Alleanza perché il Signore Dio ha stabilito che tutta la gloria dell’Antico Patto passasse nel Nuovo Patto e in una maniera sovraeminente. Non c’è pertanto nessun paragone che può essere stabilito tra la gloria dell’Antico Testamento e la gloria del Nuovo. Questo supera infinitamente di più la gloria dell’Antico Patto. Il Nuovo Testamento è un’Alleanza eterna per la vita eterna, in Cristo Gesù nella gloria del suo corpo risorto.
Se si vuole conoscere la grandezza della gloria del Nuovo Testamento per rapporto all’Antico, bisogna proprio partire dalla gloria di Cristo che risplende nel suo corpo glorioso, dopo la sua risurrezione, quando il corpo di carne fu interamente trasformato in un corpo di spirito, quando fu reso in tutto simile agli Angeli del cielo.
A questa gloria noi siamo chiamati, a divenire luce in Cristo luce e verità in Cristo verità; eternità in Cristo eterno e divini in Cristo Dio.
Ancora un’altra differenza con l’Antica Alleanza e l’antico splendore di Mosè. Nell’Antico Patto solo Mosè fu avvolto dalla gloria di Dio, nel Nuovo invece ogni membro del popolo di Dio deve essere avvolto, deve trasformarsi in uno strumento della gloria di Dio.
Dall’uno alla moltitudine, dal capo del popolo a tutto il popolo: questa è la nostra vocazione e questo il dono con il quale il Signore ci vuole avvolgere, per essere nel mondo testimoni credibili del suo amore e della sua verità.
È quella luce tutta spirituale, opera dello Spirito Santo nel nostro cuore e nella nostra vita, che deve fare la differenza. La nostra luce è luce di grazia, di verità, di santità, di giustizia, di carità, di fede, di speranza. La nostra è luce di santità vera. È luce di configurazione in tutto al Cristo risorto e assiso alla destra del Padre.
[11]Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo.
In questo versetto il confronto è tra ciò che è effimero, e ciò che è duraturo.
Il ministero di Mosè è durato quasi mille anni: dall’uscita della terra d’Egitto fino alla venuta di Cristo Gesù. Il lasso di tempo è di circa 1.200 anni.
Il ministero di Cristo non ha fine, è eterno. Cristo è oggi nella gloria del cielo, nel santuario del cielo non rivestito di luce, ma trasformato in luce eterna attraverso la potenza creatrice del Padre che ha trasformato un corpo di carne in corpo di spirito, un corpo opaco in corpo di luce, un corpo mortale in un corpo immortale e ha dato la sua vittoria a tutti coloro che credono nel suo nome e fanno della sua verità la legge della loro umana esistenza.
Mentre la gloria di Mosè è finita con la sua morte; la gloria di un figlio adottivo di Dio, lavato nel sangue di Cristo il giorno del battesimo, riceve una gloria che non ha tramonto, anzi riceve una gloria che è possibile far crescere in noi fino a farla divenire una gloria eterna, immortale, incorruttibile gloriosa.
Ora la misura di questa gloria è stata posta da Dio interamente nella volontà dell’uomo. Più l’uomo fa ed esegue la volontà di Dio, più egli si riveste e si veste di gloria eterna, gloria immortale, gloria indicibile e spirituale.
È questa la grandezza del ministero della Nuova Alleanza. È il ministero di Cristo luce del mondo, sapienza della terra, splendore del Padre, sua giustizia, sua Parola, suo pensiero di amore e di carità a favore del genere umano. A questa grandezza è necessario che l’uomo non si abitui, non ne faccia una cosa da niente; bisogna invece che in questa luce cresca e si fortifichi, fino a divenire luce nella luce del Signore Gesù, gloria della sua gloria e benedizione della sua benedizione per il mondo intero.
C’è una coscienza che il cristiano deve prendere ed è quella di volere, di desiderare essere parte viva di questo mistero. Questo lo esige la gloria che deve avvolgere il suo corpo al fine di attestare e di manifestare al mondo che Dio è con lui e lui è con Dio.
Rivestirci della luce e della sapienza che vengono da Dio e che sono state poste in Cristo Gesù non lo si deve fare per un motivo privato, per una ricerca di gloria o di benedizione solo per la nostra persona, neanche dobbiamo farlo per la nostra salvezza eterna.
Dobbiamo farlo perché sia nel battesimo che nella cresima siano stati costituiti testimoni della Nuova Alleanza che Dio ha stipulato con noi n Cristo Gesù, mediante il suo sangue.
Di questa alleanza noi siamo testimoni e poiché essa è una alleanza di luce noi non possiamo procedere nel mondo con le nostre tenebre, la nostra insipienza e stoltezza. Dobbiamo procedere con la saggezza e quindi con la luce di Dio che risplende sul nostro volto.
È pertanto un motivo di credibilità, di missione, di evangelizzazione. Come si fa a credere che Cristo ci ha costituiti sale della terra e luce del mondo, se noi non veniamo avvolti dalla stessa luce che ora rifulge sul corpo e nel corpo glorioso di Cristo Gesù.
Rivestire la luce, la gloria, la saggezza, la giustizia, ogni altra virtù è il segno che vogliamo essere di Cristo; è anche il segno visibile che noi siamo della Nuova Alleanza e che vogliamo compiere nella nostra vita e nel mondo intero il mistero di Cristo Gesù, il mistero della sua luce che deve illuminare ogni uomo che viene in questo mondo.
[12]Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza
La speranza di Paolo è nella gloria della Nuova Alleanza, che è molto più splendente dell’Antica. Quella era effimera, eppure era gloriosa. Quanto più gloriosa non sarà la Nuova che è duratura, che è eterna?
Questa speranza genera in Paolo un comportamento nuovo. Egli si sente libero dinanzi al mondo, libero della stessa libertà di Cristo Gesù.
Si sente senza paura degli uomini, non li teme. Egli ha un mandato da svolgere e lo compie in tutta libertà e senza timore. Questo significa che lui si comporta con molta franchezza.
D’altronde come potrebbe uno che è in possesso della verità piena, che verso la verità piena cammina, uno che sa che questa verità è avvolta dalla gloria di Dio, gloria che avvolge tutti coloro che si lasciano convertire ad essa ed iniziano un cammino di verità in verità fino al possesso della verità eterna, che è Dio nel suo regno di luce infinita, nella sua gloria del cielo, avere paura degli uomini, o tenere nascosto questo mistero nel quale è il compimento di ogni uomo?
Gli Apostoli del Signore, coloro che egli manda nel mondo, devono vivere in questa libertà, devono avere coscienza del tesoro che possiedono, ma anche devono avere volontà di comunicarlo al mondo intero, perché ogni uomo entri in possesso della verità e quindi della gloria eterna e della luce ad essa connessa.
[13]e non facciamo come Mosè che poneva un velo sul suo volto, perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero.
Viene qui specificato con un esempio in che cosa consiste il comportamento di Paolo, franco, libero, vero, senza timore.
Mosè poneva un velo sul suo volto, perché i figli di Israele non rimanessero accecati dalla luce che si sprigionava dal suo viso.
Paolo dona anche un altro significato al gesto di Mosè di coprirsi il volto: perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che era solo effimero.
Cosa ci vuole insegnare Paolo con questa sua affermazione? Sicuramente è da interpretare in relazione alla nuova luce che dal volto di Cristo si riverbera sul volto del cristiano e in modo particolare dei missionari del Vangelo. È, questa, una luce perenne, accecante il mondo intero, che non avrà mai fine.
Sembra che Paolo voglia intendere che quella di Mosè fosse una luce destinata a perire, a finire, a non accompagnare dopo di lui i figli di Israele. Poiché prossima a sparire, era più che giusto che gli Israeliti non si abituassero ad essa e facessero il cammino senza di essa.
Tutto ciò che faceva Mosè era effimero, prossimo a sparire, in virtù di una nuova alleanza e di una nuova luce, di una luce eterna che il Signore aveva già stabilito di offrire al suo popolo e al mondo intero.
Questa è interpretazione di Paolo. Sappiamo che Paolo sempre dona un significato cristologico a tutto l’Antico Testamento. Ogni passo egli lo vede realizzato e attuato in Cristo Gesù.
Ce lo ha già detto: Cristo è il sì di Dio ad ogni sua parola. Ogni parola di Dio pronunziata nell’Antico Testamento trova la sua verità piena solo in Cristo Gesù. La luce che brilla sul volto di Mosè è Cristo Gesù, ma Cristo Gesù non è la realtà dell’Antico Testamento, Cristo Gesù è la speranza di quella Alleanza, è la sua promessa.
La luce di Mosè non può essere pertanto vista in se stessa, ma in relazione a Cristo, la luce vera che viene per illuminare ogni uomo. Quella luce che brillava sul volto di Mosè era solo figura della luce che brilla sul volto di Cristo e che da Cristo, per Cristo e in Cristo deve brillare sul volto di ogni uomo. Per questo era ben giusto che Mosè la tenesse nascosta, come nascosta in tutto l’Antico Testamento è la promessa di Cristo ed è lo stesso Cristo Gesù.
Paolo così ci insegna a leggere la Scrittura andando sempre oltre il significato letterale e infinitamente oltre il significato storico che i secoli hanno dato ad un versetto o ad un episodio. Tutto invece deve sapersi leggere in Cristo e nel suo mistero di redenzione, di salvezza, di redenzione. Il mistero di Cristo nell’Antico Testamento è ancora velato e velato è anche il significato di molti episodi che sono lì accaduti.
Se si parte da Cristo per leggere e comprendere tutto l’Antico Testamento, necessariamente bisogna andare oltre tutti i significati storici che sono stati finora attribuiti a questo o a quell’altro passo.
Cristo è la luce che svela il significato vero, autentico, divino e celeste, di ogni Parola della Scrittura, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Cristo è la luce piena alla cui luce ogni altra interpretazione deve essere rivista, riletta, e se necessario, reinterpretata al fine di far emergere il mistero glorioso di Cristo Gesù da ogni Parola che Dio ha detto ai Padri.
[14]Ma le loro menti furono accecate; infatti fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell'Antico Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato.
Il concetto finora espresso in questo versetto si fa più chiaro, anzi chiarissimo. Pur vedendo la luce fisica, gli Ebrei non videro la luce spirituale, Cristo Gesù.
Non riuscirono ad aprirsi a Lui. Le loro menti restarono fisse a ciò che vedevano e loro vedevano solo una luce che dal volto di Mosè si diffondeva e si irradiava così forte da accecare coloro che la guardavano.
Per Paolo la luce di Cristo già brilla nell’Antico Testamento, poiché ogni Parola parla di Lui.
Ma cosa è successo? Come Mosè si metteva un velo sulla faccia perché la sua luce non accecasse coloro che lo guardavano; così un altro velo è stato posto sulla pagine e sulla storia dell’Antico Testamento, velo che impedisce che Cristo venga visto in tutta la sua luce e in tutto il suo splendore eterno di verità e di gloria.
Da un lato c’è una mente accecata; non riesce a vedere la verità che si nasconde dietro le parole e gli avvenimenti; dall’altro lato questo velo che rende invisibile il mistero si toglie solo in Cristo Gesù ed è eliminato da Cristo Gesù e dalla sua verità di morte e di risurrezione gloriosa.
Se il velo è tolto da Cristo, e in Cristo esso viene eliminato, si comprende bene come lontani da Cristo, senza di lui, fuori di lui, il velo rimane e le pagine della Scrittura restano illeggibili, avvolte dal mistero, chiuse nella loro verità impenetrabile.
Tutto l’Antico Testamento contiene Cristo, tutto l’Antico Testamento avanza verso Cristo, tutto l’Antico Testamento attende Cristo come sua unica realizzazione. L’Antico Testamento è simile a un fiore che deve produrre un frutto duraturo ed eterno.
Tutto è in funzione del frutto: la pianta, il fiore, il giardino ed ogni altra realtà connessa al terreno e alla pianta. Così dicasi dell’Antico Testamento: esso è un fiore che deve produrre Cristo Gesù. Una volta che Cristo Gesù è stato prodotto, tutto il significato dell’Antico Testamento bisogna comprenderlo a partire da Cristo Gesù. È Lui il principio ermeneutico, è lui la regola esegetica alla luce dei quali bisogna prendere in mano l’Antico Testamento se si vuole possedere una interpretazione autentica, vera, secondo Dio e il suo mistero di salvezza e di redenzione per il genere umano.
Cristo è la chiave per leggere, interpretare, comprendere, annunziare la verità che è contenuta nell’Antico Testamento. Cristo è l’unica verità che l’Antico Testamento contiene. Diventa pertanto assai evidente che tutti coloro che non possiedono il vero Cristo, il vero Messia di Dio, hanno dell’Antico Testamento una comprensione non vera, non autentica, hanno una comprensione monca, una comprensione che si ferma al fatto storico in sé, ma non riesce a cogliere tutto ciò che va oltre la storia, che la sorpassa e le dona il significato vero, le dona il significato della verità di Cristo e della sua passione, morte e risurrezione gloriosa il terzo giorno.
Quanti si fermano al solo Antico Testamento rimangono con il velo sugli occhi. Essi vedono una facciata storica, ma non possono penetrare nell’intimo del mistero, perché il velo è sul libro e dinanzi ai loro occhi.
[15]Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore;
Non solo sugli occhi, il velo secondo Paolo, è soprattutto sul loro cuore.
Il cuore degli Israeliti è un cuore che si è fermato a Mosè e al significato storico di quell’evento; come si è fermato al significato storico di ogni altro evento, tanto da leggerlo secondo le apparenze e non secondo l’intima realtà in esso contenuto.
Il velo qui viene esteso non solo al singolo episodio della luce con la quale il Signore aveva accreditato Mosè quando discese dal monte, ma ad ogni pagina, ad ogni parola, ad ogni episodio, ad ogni avvenimento che è contenuto nella legge.
Tutto ciò che Mosè ha fatto, tutto ciò che ha detto, tutto quanto è stato scritto ed è stato anche riconosciuto come Scrittura Sacra, è avvolto tuttora dall’incomprensione di quanto nella Legge è contenuto; non solo nella Legge, ma anche nei Profeti e nei Salmi, in ogni altra pagina della Scrittura Sacra.
C’è pertanto tra l’Israelita e la Scrittura Sacra l’impossibilità di comprendere ciò che il Signore ha detto, ha fatto scrivere, ha profetizzato, ha annunziato.
L’impossibilità è data dalla mente che è accecata; è data inoltre dal velo che è steso sul loro cuore.
Da un lato c’è una mente che è cieca, incapace di leggere e di decifrare la volontà di Dio manifestata in tutto l’arco dell’Antico Testamento, dall’altro c’è un cuore sul quale è steso un velo, perché la luce radiosa di Cristo Gesù non lo accechi, non lo avvolga distruggendolo.
Non può essere tolto il velo all’Antico Testamento, che di per sé non ne ha; bisogna che il velo sia tolto dal cuore di ogni Israelita e da ogni altro uomo in generale. Come può essere tolto? Ma il velo potrà mai essere tolto?
Dobbiamo affermare con certezza assoluta: è possibile decifrare il mistero e dargli una soluzione vera, autentica, secondo Dio, in Cristo Gesù, per opera dello Spirito Santo che deve sempre illuminare colui che vuole comprendere il pensiero di Dio, come Paolo lo ha compreso e dal profondo del quale egli parla.
Da puntualizzare che il velo sulle pagine dell’Antico Testamento in realtà non c’è. Il velo è sugli occhi degli Israeliti, nella loro mente e nel loro cuore. Quindi è dalla mente, dagli occhi e del cuore che bisogna partire se si vuole risolvere questo problema che è il problema della pastorale, non solo per quanto concerne le relazioni con il popolo di Israele, ma anche per quanto concerne la nostra stessa vita.
È nell’uomo l’ostacolo alla comprensione della verità; è in lui che il velo risiede; è in lui che c’è oscurità e tenebra, non nel libro della Scrittura che può essere letto da tutti alla luce del Signore e dinanzi ad una sterminata assemblea, chiamata per ascoltare la Parola di Dio. Si può dare ad ogni singola frase il senso vero, autentico, quello che lo Spirito intendeva dare e che ha fatto scrivere nelle pagine del Libro Santo.
[16]ma quando ci sarà la conversione al Signore, quel velo sarà tolto.
Questo versetto apparentemente sembra facile. L’affermazione di Paolo è lineare: è attraverso la conversione che il velo viene tolto. La conversione è a Cristo Gesù.
Il problema diventa serio per un motivo che si deduce dalle affermazioni di Paolo ma che non è scritto. Per trovarlo basta chiedersi come può avvenire la conversione.
La prima verità che bisogna affermare è questa: un figlio di Abramo non si potrà mai convertire al Signore leggendo la Scrittura dell’Antico Testamento. La ragione la conosciamo. Non può perché la Scrittura è velata, è simile al volto di Mosè. Un velo è su di essa e impedisce che la si possa leggere e comprendere secondo verità, secondo la verità che è tutta racchiusa in Cristo Gesù, secondo la verità che è tutto Cristo Gesù.
I Figli di Abramo possiedono uno strumento attraverso il quale non potranno mai raggiungere Cristo Gesù. Non potendo arrivare al fine della loro speranza con mezzi propri devono arrivare con i mezzi degli altri. Questi mezzi sono tutti posti nelle mani della Chiesa. Il primo ed il più importante è la predicazione di Cristo Gesù, è l’annunzio fatto secondo verità e intelligenza di fede del suo mistero.
È dall’esterno e non dall’interno che il velo potrà essere tolto, levato, abolito. Per questo è necessario che Paolo predichi loro Cristo Gesù, lo annunzi nella sua interezza, lo presenti in tutto il suo splendore di verità, lo proclami in ogni suo significato di salvezza e di redenzione, non solo per rapporto ai pagani, ma anche e soprattutto in relazione agli Ebrei.
Questa predicazione deve essere solo annunzio, non può essere costrizione, imposizione, obbligo, coercizione. Se l’Apostolo facesse questo, sbaglierebbe di certo.
Paolo questo lo sa e quando sente il rifiuto da parte dei suoi consanguinei secondo la carne, scuote la polvere a testimonianza per loro e si rifugia tra i pagani; anche loro devono essere condotti a Cristo Gesù; anche per loro Gesù Signore è morto ed è risorto.
Se l’apostolo avrà la forza, la volontà, la franchezza di annunziare il mistero del glorioso Vangelo di Dio, il velo potrà essere tolto dal loro cuore, le loro menti potranno riacquistare la vista e Cristo Gesù potrà splendere in mezzo a loro in tutta la sua luce di verità, di santità, di giustizia, di perfetto compimento di ogni Parola che è uscita dalla bocca di Dio e che in lui è divenuta sì.
Nasce l’importanza della predicazione, dell’annunzio chiaro ed esplicito, dell’invito formale alla conversione a Cristo Gesù. È questa l’unica via perché i figli di Israele ritornino alla verità e accolgano Cristo come unica loro verità, verità da sempre attesa, ma che non possono riconoscere a causa di quel velo che si stende su tutta la Scrittura e che impedisce loro di leggere in profondità e secondo il mistero ciò che in essa è scritto.
Questa regola vale per ogni altro uomo, anche lui accecato e sul cui cuore c’è lo stesso velo di peccato e di chiusura allo Spirito del Signore, che impedisce loro di vedere la luce piena e la verità che brillano sul volto radioso del Signore Gesù.
Ancora noi non abbiamo compreso la forza della predicazione. Per essa si scuotono i cuori, si abbassano le menti, si piegano le volontà, gli spiriti riacquistano l’intelligenza, l’anima si ricolma di luce eterna e di divina verità.
Nasce dalla predicazione l’uomo nuovo. Attraverso i sacramenti renderà vera questa nascita e potrà iniziare quel cammino lungo che dovrà condurlo nella pienezza della verità, in Cristo Gesù, verità eterna e divina di salvezza per ogni uomo.
[17]Il Signore è lo Spirito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà.
Sono due le verità che vengono affermate in questo versetto: Il Signore è lo Spirito, dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà.
Il Signore è lo Spirito. Secondo la nostra fede Gesù è il Signore, perché tale è stato costituito da Dio. Egli è il Signore non in quanto Dio, ma in quanto uomo, è Signore non solo nella sua divinità, ma anche nella sua umanità.
In quanto Dio da sempre è il Signore; in quanto uomo è stato costituito da Dio al momento della sua Incarnazione, ma la Signoria egli l’ha ereditata nel momento della sua risurrezione gloriosa. In questo momento egli è stato costituito da Dio Signore delle nostre anime.
Le nostre anime gli appartengono per creazione, per incarnazione, per redenzione, per il mistero della sua morte e della sua risurrezione gloriosa.
Paolo dice che il Signore è lo Spirito. Dice che Gesù è lo Spirito. Gesù non è lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo e Gesù sono due persone distinte nella Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo sono l’unica natura divina, ma anche sono le tre Persone divine distinte l’una dall’altra.
Cosa allora ci vuole significare Paolo dicendoci che il Signore è lo Spirito. Spirito è da intendere in questo versetto non come la Terza Persona della Santissima Trinità, ma come la verità ultima e definitiva di Dio, ma anche come la verità prima di Dio, verità di cui è tutta pervasa la Scrittura, verità che era prima nascosta, ma che ora è stata rivelata in tutto il suo splendore di gloria.
La Scrittura ha uno Spirito; Dio ha messo in essa la sua verità, l’ha messa nella Scrittura e nella storia, ora questa verità è Cristo Gesù. Per cui chi cerca il senso ultimo della Scrittura, chi desidera conoscere la verità prima e fondamentale nascosta in essa, sappia che questa verità è Cristo Gesù ed è in lui che tutto si compie e tutto si realizza; è in lui che noi ci compiamo e ci realizziamo.
Chi cerca la verità della Scrittura, chi cerca lo Spirito che Dio ha messo nella Scrittura, sappia che questo Spirito è il Signore Gesù. Se è Gesù e in Gesù non lo si vuole cercare, se Gesù non si vuole accogliere, la Scrittura è senza Spirito. Chi dovesse leggerla senza Spirito, ne fa di essa una favola, un mito, un racconto come tanti altri, ne fa semplicemente una parola umana.
Questo spiega perché molti pur leggendo la Scrittura non ne percepiscono lo Spirito. Non hanno accolto Cristo, non cercano Cristo, non partono da Cristo per comprendere la Scrittura; non scelgono Cristo perché sia Lui ad introdurli nel mistero che il Padre ha racchiuso nella Scrittura.
Senza Cristo la Scrittura è senza lo Spirito, quindi senza il suo principio di esegesi e di ermeneutica. Senza Cristo la Scrittura resta un libro muto.
Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà perché c’è la conoscenza della verità. Lo Spirito del Signore ci dona l’intelligenza dello Spirito della Scrittura, che è Cristo nella sua Incarnazione, Passione, Morte, Risurrezione, Ascensione gloriosa al cielo.
Lo Spirito del Signore è Cristo che lo effonde, che lo dona, che lo soffia sugli Apostoli e attraverso gli Apostoli su ogni altro uomo.
Chi accoglie lo Spirito del Signore accoglie Cristo, accoglie la verità, accoglie lo Spirito della Scrittura, entra in possesso della sua piena libertà.
È la verità che fa l’uomo libero. La libertà senza la verità non può esistere. Come non può esistere la verità senza la libertà. La verità fa liberi e la libertà fa veri. Verità e libertà sono dono dell’unico Spirito del Signore, lo Spirito che è frutto della Passione, morte e risurrezione di Cristo Gesù.
Cristo è lo Spirito della Scrittura; è anche la sorgente umana attraverso la quale lo Spirito Santo viene effuso su ogni carne, anche se attraverso la mediazione sacramentale e di santità della sua Chiesa.
In Cristo troviamo lo Spirito della Scrittura, ma anche lo Spirito Santo che ci fa entrare nel mistero della verità di Cristo e della libertà che egli è venuto a portare sulla terra.
Quanti sono senza Cristo sono pertanto senza la verità, senza la libertà; non conoscono la verità, non godono la loro libertà. Sono nella schiavitù dell’ignoranza della verità e del suo non compimento: la non conoscenza e la non osservanza nello Spirito della sua unica Parola di vita eterna.
La verità di ogni uomo è Cristo; la libertà di ogni uomo è lo Spirito Santo; lo Spirito Santo ci dona la verità di Cristo, ci introduce nel mistero della libertà che egli ha conquistato per noi sull’albero della croce. Portare a Cristo equivale portare ogni uomo alle sorgenti della sua verità e della sua libertà.
[18]E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore.
Cosa ancora opera lo Spirito del Signore?
Noi tutti, quanti cioè sono stati battezzati, sono stati fatti in Cristo un solo mistero di gloria con Lui.
Mentre Mosè si era come impresso di gloria divina, noi in Cristo siamo divenuti un solo mistero di gloria.
È necessario però che noi non nascondiamo questa gloria, come faceva Mosè. Noi dobbiamo camminare nel mondo a viso scoperto, dobbiamo essere testimoni che annunziano il mistero di Cristo con franchezza, mostrando di essere partecipi di questo stesso mistero.
Mentre a viso scoperto, manifestiamo la gloria di Cristo della quale siamo divenuti un solo mistero, lo Spirito del Signore ha il mandato da Cristo Gesù di trasformarci in Lui, di renderci in tutto simili a Lui, di farci un solo corpo di gloria e di luce, un solo corpo di verità e di libertà.
Il cammino del cristiano diviene pertanto un percorso nella gloria di Cristo, da una gloria incipiente ad una gloria sempre più perfetta; da una partecipazione iniziale, sacramentale al mistero di Cristo Gesù ad una assimilazione o configurazione a Lui che si ottiene attraverso il compimento e la realizzazione di ogni Parola che è uscita dalla bocca di Dio e di Cristo e che lo Spirito Santo, a chi è in Cristo, fa comprendere secondo la potenza di verità e di santità in essa contenuta.
Inoltre, come Cristo è lo Spirito della Scrittura, la verità di essa, quella che Dio aveva posto in essa, così questo stesso Spirito, questa stessa verità, questo stesso significato diviene anche ogni cristiano che si immedesima in Cristo e che raggiunge la perfezione in Lui della gloria.
Chi vede Cristo vede la pienezza della verità contenuta nella Scrittura. Chi vede il cristiano deve poter vedere la verità della Scrittura, la vede attraverso la trasformazione in vita che si compie in lui, in tutto ad immagine di Cristo Gesù.
Chi sono dunque i santi? Sono verità della Scrittura trasformati in carne, in storia, in visibilità. I Santi sono lettori autentici della verità di Cristo e di Dio, sotto la guida dello Spirito Santo.
Cristo è la pienezza prima ed ultima della Scrittura; il compimento totale e definitivo. I Santi partecipano di questa pienezza, ma non la raggiungono, poiché nessun uomo può vivere tutto il mistero di Cristo, lo vive per quella parte di gloria che il Signore gli ha concesso.
La santità cristiana è pertanto il libro della verità di Cristo e di Dio, scritto ancora una volta sotto la mozione dello Spirito Santo, che guida i cuori a comprendere Cristo nascosto e rivelato nella Scrittura e a tradurlo attraverso il compimento della verità nel mistero della libertà che è la santità cristiana.
I Santi sono gli uomini liberi, perché sono gli uomini veri; sono liberi e veri perché sono santi, perché hanno trasformato la verità in libertà e la libertà in verità e verità e libertà sono la loro santità, che è perfetta partecipazione alla verità e alla libertà che è Dio nella sua essenza e natura divina.
La santità è il vero ideale di ogni uomo; è in essa che l’uomo si compie, perché in essa raggiunge e realizza la verità e la libertà di Cristo nella sua carne.
Credente.
00Sunday, January 29, 2012 11:37 PM
LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

La verità non si raccomanda. Chi è nella verità non ha alcun bisogno di raccomandarsi presso gli altri. La verità si raccomanda da sé. Essere nella verità deve avere per tutti un solo significato: vivere ogni Parola del Vangelo, trasformandola in un frutto di amore, in un’opera di carità. Sono le opere evangeliche, sono i frutti di verità e di carità la raccomandazione del cristiano. Sono le opere che attestano la bontà dell’albero. “Vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli. Dai loro frutti li riconoscerete”. Chi non produce frutti di carità, di giustizia, di amore, di santità, di vera comunione e di solidarietà, chi non genera frutti di vero apostolato, nella conversione dei cuori e nella santificazione delle menti, costui non è nella verità di Cristo Gesù. Per lui la verità consisterà forse in un concetto, o pensiero della sua mente, ma la sua anima è priva di essa, perché non produce frutti adeguati. Quando non ci sono i frutti nessuna raccomandazione è valevole, nessuna giusta, nessuna credibile. Quando non ci sono i frutti, anche se c’è la raccomandazione, essa è negata e contraddetta dall’assenza in noi delle opere di giustizia e di carità. Il male che è in noi attesta che siamo dell’altro regno, anche se parole di raccomandazioni dicono per noi che siamo nel regno di Cristo Signore.
Lettera di Cristo. Il cristiano è la lettera di Cristo. Cosa vuole dirci Paolo attraverso questa espressione. Nelle parole di Paolo c’è un riferimento esplicito a Mosè sul monte Sinai che riceve da Dio la manifestazione della sua volontà e la scrive su tavole di pietra. Il cristiano è nel mondo la manifestazione della volontà di Cristo, espressione visibile del suo Vangelo. Il mondo non deve leggere il Vangelo scritto su della carta, lo deve leggere scritto attraverso la vita del cristiano. È lui la tavola di Cristo, sulla quale è manifestata ed espressa tutta la sua volontà. Quanti la vedono devono poterla subito decifrare, devono essere sempre in grado di sapere cosa in verità Cristo Gesù ha scritto su di essa. Per questo urge quell’esemplarità di vita, quella testimonianza della loro santità, che altro non è che la visibilità esterna di ciò che Cristo Gesù ha scritto nel loro cuore, il giorno in cui ha effuso in esso il suo Santo Spirito, per imprimere la nuova legge nell’anima e nella mente, nella coscienza e nella volontà. Il cristiano che si considera e si pensa lettera di Cristo dinanzi al mondo deve progredire speditamente verso la trasformazione in carità e in opera di amore di ogni Parola che è uscita dalla bocca di Cristo e che lo Spirito del Signore ha scritto in lui. È questa l’unica via possibile perché il mondo conosca il Vangelo. Celebrare una giornata biblica, dovrebbe significare per tutti vivere nella comunità cristiana una giornata di santità, di carità, di comunione, di solidarietà, di autentica fruttificazione della Parola di Dio in ogni cuore.
Fiducia per mezzo di Cristo davanti a Dio. Quanto avviene nel cristiano, non avviene perché matura dalla sua natura, dal suo essere, dai suoi talenti, o dalle sue doti più o meno eccellenti. Tutto avviene nel cristiano per opera dello Spirito Santo. È Lui la forza soprannaturale, il principio vitale di ogni nostra opera di bene. Senza di Lui, vivo e operante dentro di noi, siamo come alberi secchi, come otri vuoti, come terreno incolto, arido, infruttuoso. Anche le opere di apostolato sono frutto in noi dello Spirito Santo. È sempre Lui che ci rende capaci di poter essere ministri e amministratori dei beni della Nuova Alleanza. Tuttavia c’è sempre da puntualizzare che lo Spirito del Signore non può agire senza la nostra volontà, senza l’offerta e la consegna della nostra vita a Lui. Noi gli consegniamo la vita e Lui può operare. La vita si consegna in un solo modo: facendo dell’obbedienza alla Parola di Cristo il principio operativo di ogni nostra azione, di ogni nostro pensiero, di ogni nostra aspirazione. Tutto deve essere in noi volontà di ascoltare Gesù, di vivere secondo i suoi comandamenti, di mettere in pratica il suo Vangelo. Lo Spirito Santo e il Vangelo camminano insieme; se in un cristiano è assente il Vangelo è assente anche lo Spirito Santo; se poco è il Vangelo che si vive, poca è anche l’azione dello Spirito dentro di noi. Questa verità deve essere proclamata, annunziata, ricordata ad ogni uomo. Questa verità ci libera dalle illusioni di poter pensare di fare qualcosa di soprannaturalmente valido in assenza in noi della Parola di Cristo che germoglia e porta frutto, perché vivificata dallo Spirito Santo, al quale abbiamo consegnato la nostra volontà e la nostra vita.
Attraverso la Chiesa, nella Chiesa attraverso la santità. Tutto si concretizza e avviene attraverso la Chiesa. Alla Chiesa bisogna appartenere in una duplice forma: nella forma della grazia e in quella della carità e tutte e due le forme devono essere vissute insieme, poiché l’una non può esistere senza l’altra; l’una si rivela inefficace senza l’altra. Chi vuole operare secondo Dio, chi vuole compiere la missione di Cristo nel mondo, non può pensare di poterla compiere sol perché è battezzato, o perché appartiene ad una qualche confessione cristiana. Questa appartenenza non è garanzia di autentico inserimento nel mistero di Cristo Gesù, non è neanche sicurezza di poter svolgere la missione di Cristo. La missione di Cristo è dono di grazia e di verità, ma è anche dono da farsi, dimorando noi per primi e sviluppando noi stessi tutto il mistero della grazia e della verità che Cristo ci ha lasciato in dono. Tutto questo non può essere vissuto alla perfezione se non nella Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, nella Chiesa il cui principio e fondamento visibile della sua unità e della sua carità è il Sommo Pontefice, il Successore di Pietro, il Papa di Roma. Una Chiesa senza Pietro è una Chiesa senza garanzia di infallibilità nella confessione della verità; una Chiesa non apostolica è senza la grazia dei sacramenti. L’una è senza luce, l’altra è senza forza. Insieme luce e forza si trovano in pienezza, nella loro perfezione originaria, nello sviluppo autentico e garantito dallo Spirito Santo, solo nella Chiesa cattolica. La vera Chiesa di Cristo sussiste solo nella Chiesa cattolica, perché solo in essa abbiamo la certezza della verità e la straordinaria ricchezza di tutta la grazia di Cristo Signore. Su questa verità dovremmo essere tutti fondati, piantati, radicati.
Ministro adatto dello Spirito. Non è sufficiente essere ministri della Nuova Alleanza per operare la missione che Cristo ci ha affidato. Per poter compiere la missione ricevuta bisogna essere ministri adatti. Si è adatti a svolgere il ministero a due condizioni: che si svolga il ministero per il quale siamo stati chiamati ed inviati e non un altro; che giorno per giorno ci si serva dei mezzi a disposizione secondo verità, giustizia, santità. La prima condizione vuole che si realizzi solo la vocazione che il Signore ci ha affidato. Ogni momento deve essere dedicato ad essa. Togliere un solo momento, vuol dire omissione, trascuratezza, impoverimento, fallimento. Vuole anche che si ponga ogni attenzione a che la missione si rispetti nella sua finalità. Cambiare fini alla missione è cambiare la stessa missione. In questo caso il fallimento è totale. Non si è più ministri della Nuova Alleanza. La seconda condizione esige che si adoperino tutti quei mezzi perché il fine possa essere raggiunto con la più grande fruttificazione. Sui mezzi c’è un lungo discorso da fare. Quando si tralascia il mezzo, il fine viene rallentato, o addirittura non raggiunto. Più si affinano i mezzi, più si è nella possibilità di realizzare il fine. Anche su questo c’è tanto da dire. Oggi è l’era in cui si pretende di realizzare un fine, ma senza adoperare i mezzi necessari, indispensabili. Addirittura trascurando, ignorando, tralasciando i mezzi, o semplicemente minimizzandoli. La nostra moderna società soffre molto a causa di questa trascuratezza dei mezzi. Si vuole subito e immediatamente il fine; non si vuole con costanza, perseveranza, continuità il mezzo. Il mezzo costa il sacrificio della nostra vita, la rinunzia a tante cose inutili, vane, frivole, dannose, che tolgono spazio e tempo al mezzo. La missione dell’apostolo è strettamente legata alla preghiera e alla conoscenza della volontà di Dio. Se l’apostolo non prega, se non si forma nella conoscenza di Dio, se non mette in atto nessun programma strategico al fine di migliorarsi nei mezzi dello studio e della scienza, la sua missione non potrà produrre frutti adeguati. Sarà ministro della nuova alleanza, ma non adatto, perché ha tralasciato i mezzi necessari, anzi indispensabili, perché il fine possa essere raggiunto.
La sovraeminente gloria della nuova alleanza. Paolo è un perfetto conoscitore dell’Antico Testamento. Egli sa che Mosè, a contatto con Dio sul monte Sinai, divenne luminoso nel viso. Dal suo volto si sprigionavano dei raggi di luce che abbagliavano coloro che lo guardavano. Tant’è che si metteva un velo sul viso, al fine di poter essere guardato dagli altri. Partendo da questo episodio, egli vede l’Antico Testamento raggiante di luce. È proprio la luce di Dio che si riverbera sul viso di Mosè, luce che illumina il popolo e in certo qual mondo lo mette in comunione con la luce eterna che è Dio nella sua essenza e natura divina. Mosè riceveva la luce da Dio, egli non era la luce. Cristo Gesù è invece la luce che viene per illuminare ogni uomo. Per natura ed essenza divina egli è luce eterna, luce di verità, di carità, di amore, di speranza, di benedizione, di Parola. La luce splendeva sul volto di Cristo attraverso le sue opere, il suo amore, la sua verità, la sua stessa vita. Tutto in lui sprigionava la luce eterna che è Dio, che è lui stesso. Sul monte egli mostrò ai discepoli questa sua essenza, la mostrò perché si convincessero che i loro pensieri sul Messia di Dio non erano quelli giusti, santi, veri. Erano idee della terra, non certo del Cielo. Ora se Cristo è luce, nella sua natura, nella sua persona, nella sua essenza eterna, se lui stesso è Dio, nella natura e nella Persona divina, ciò per Paolo ha un solo significato: i doni che egli è venuto a portarci sulla terra sono infinitamente più grandi, più sublimi, più immensi che quelli che ha portato Mosè. Mosé agiva in nome di Dio, Cristo Gesù agiva in nome proprio. Inoltre Mosè solo fu irradiato dalla luce eterna di Dio, nel Nuovo Testamento ogni cristiano viene reso partecipe della luce eterna che è Gesù Signore. Il cristiano è in Cristo luce del mondo, è sale della terra, anche lui deve far risplendere la luce di Cristo Gesù con la quale è stato irradiato. Il mondo vedendola, si lascerà conquistare da Gesù Signore, si aprirà alla fede, conoscerà la verità, sarà salvato. È questo l’unico modo di rendere testimonianza a Cristo, Luce del mondo, divenendo il cristiano luce in Cristo Gesù e sale della terra, facendosi irradiare dalla luce eterna e riversandola sul mondo alla stessa maniera di Mosè. Finché questo non avverrà il mondo non vedrà la luce di Cristo che brilla sul volto del cristiano e non si aprirà alla fede, non incontrerà la verità, non inizierà il cammino della speranza.
L’interpretazione cristologica in Paolo dell’A.T. Paolo ha un modo del tutto singolare di leggere l’Antico Testamento. Il suo principio è semplice: Cristo Gesù è il compimento di ogni Parola di Dio pronunciata prima della sua venuta. Se è compimento di ogni Parola di Dio, si deve trovare in ogni Parola. Ogni Parola, quindi, ha una sua particolare manifestazione di Cristo Signore, un suo singolare significato. Basta scoprirlo, è sufficiente conoscerlo per evidenziarlo. Tuttavia per scoprire il significato cristologico dell’intero Antico Testamento, non si può partire dall’Antico Testamento, bisogna partire dal Nuovo. La conoscenza perfetta di Cristo, poiché Egli è il sì di Dio ad ogni sua Parola, ad ogni sua promessa; è il sì di Dio ad ogni avvenimento, profezia, rivelazione o altro, deve essere necessariamente contenuto, altrimenti non potrebbe in alcun caso essere il sì per ogni Parola che è uscita dalla bocca di Dio per mezzo dei Profeti, o nella Legge, o nei Salmi. È chiaro che questo processo di interpretazione cristologica dell’Antico Testamento si può solo fare partendo dal Nuovo. Chi rifiuta il Nuovo, chi non lo conosce, chi lo ignora, chi si nasconde il volto dinanzi ad esso, chi addirittura lo nega nella sua verità storica, costui mai potrà leggere l’Antico Testamento in chiave cristologica. Il Nuovo Testamento è l’unica chiave possibile per la comprensione secondo verità dell’Antico Testamento. Chi non accoglie, o non conosce il Nuovo Testamento, possiede dell’Antico una conoscenza fuori luogo, una conoscenza solo materiale, non spirituale, non sapienziale, non di salvezza, non di redenzione, non di santificazione. Possiede una conoscenza che non lo apre al mistero di Dio. Il mistero di Dio è Cristo Gesù. Se Cristo è rifiutato, ignorato, negato come si fa a conoscere il mistero del Padre? È veramente impossibile pensare di leggere con frutto l’Antico Testamento, se si esclude, volutamente, non volutamente, per partito preso, per scienza errata, per altra categoria mentale che esiste solo nel cuore dell’uomo, Cristo Gesù e il mistero della sua gloria. Quanti non hanno la vera scienza di Gesù Signore hanno dell’Antico Testamento solo una conoscenza letterale che non li apre al mistero vero della salvezza.
Il velo di Mosè, il velo della Scrittura. È questa un’altra relazione che Paolo stabilisce tra l’Antico Testamento e il Nuovo. Mosè è figura dell’Antico Testamento. La luce è figura, oltre che essenza, di Cristo Gesù. Come Mosè, figura dell’Antico Testamento, si velava il volto, nascondeva la luce, così avviene oggi per tutti quelli che si sono fermati all’Antico Testamento e non sono passati nel Nuovo. Essi fanno come Mosè, velano il volto radioso di Cristo Gesù, impediscono che esso possa illuminare il mondo intero con lo splendore della sua verità, con la potenza della sua grazia, con la forza della sua speranza. Per vedere Cristo Gesù, che brilla nell’Antico Testamento, verso cui esso cammina, cioè verso la venuta di Cristo Gesù su questa terra, discendendo dal cielo, bisogna che si tolga il velo all’Antico Testamento. Questo velo solo il Signore lo può togliere, lo toglie attraverso la conversione del cuore di ogni discendente di Abramo, di ogni figlio della promessa. La Scrittura, cioè l’Antico Testamento, senza l’accoglienza di Cristo, rimane velata. Essa fa intravedere qualcosa del mistero, ma il mistero non potrà essere compreso se non accogliendo Gesù Signore, luce del mondo, sale della terra, sapienza e scienza di Dio in mezzo a noi. Chi conosce Cristo, conosce in verità l’Antico Testamento, chi non conosce Cristo, non vede con chiarezza la verità in esso contenuta, non vede il fine di esso, non vede semplicemente l’Antico Testamento. L’Antico Testamento senza apertura a Cristo Gesù è inutile, infruttuoso, dannoso. È come un frutto non giunto a maturazione; è come una promessa non compiuta e come il sole che fa vedere un raggio della sua luce, ma non spunta mai dall’orizzonte e non irradia la terra.
Cristo: principio ermeneutico. Cristo Gesù è il principio ermeneutico di tutto l’Antico Testamento. Cristo Gesù è nel Nuovo Testamento, è il Nuovo Testamento. Si conosce il Nuovo, si interpreta l’Antico, si vede Cristo nel Nuovo, lo si riscontra nell’Antico, attraverso la luce di saggezza che viene dallo Spirito Santo. Il Nuovo Testamento deve essere dato, e per darlo bisogna predicarlo, annunziarlo, proclamarlo; bisogna gridarlo al mondo attraverso la predicazione della buona novella, la proclamazione del Vangelo della luce e della vita. Quando la mente non si apre alla parola del Nuovo Testamento, il cuore resta come velato; Cristo non penetra in esso; la salvezza non si raggiunge. Toglie il velo che grava sugli occhi di quanti sono ancorati all’Antico Testamento solo la parola della predicazione, la proclamazione del glorioso Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. Dove non c’è proclamazione della Parola di Cristo, il velo non si toglie, rimane; se rimane non c’è salvezza, perché manca la visione della vera luce.
La predicazione accende Cristo Luce. La potenza della predicazione nessuno ancora la conosce, o meglio, nessuno la vuole prendere in seria considerazione. La Parola di Dio è più tagliente di ogni spada a doppio taglio, essa penetra fin nelle giunture delle ossa, fino al punto di separazione dell’anima dal corpo. Questa è la straordinaria potenza della predicazione della Parola del Vangelo. La predicazione del Vangelo accende Cristo nei cuori, nelle menti; essa riscalda l’anima di verità, dona il principio vitale della propria esistenza e sussistenza. Tutto questo fa la parola della predicazione. Con essa si salva il mondo. La Chiesa non ha altro compito da svolgere sulla terra, se non quello di far risuonare integra, pura e santa, tutta la parola di Gesù Signore. Con la Parola predicata essa salva, redime, giustifica, crea comunione, fonda la verità, stabilisce la speranza, aiuta gli uomini a ritrovarsi, a convertirsi, a ritornare al Signore. Tutto questo naturalmente non è la Parola da sola che lo opera, ma è lo Spirito del Signore che è nella Parola di Cristo Gesù. Se la Chiesa, ed ogni uomo o donna, che in qualche modo hanno una relazione con la parola, si convincessero di questa verità, il mondo cristiano avrebbe un sussulto di novità, di verità, di giustizia, di santità. Convincersi della straordinaria potenza della Parola di Cristo Gesù, è la condizione unica, indispensabile per la conversione e la salvezza del mondo.
Cristo Gesù è lo Spirito: Quando San Paolo dice che Gesù è lo Spirito, non intende operare una confusione o una identificazione tra la sua Persona e lo Spirito Santo di Dio, anche Lui Persona, in seno alla Santissima Trinità. Cristo Gesù è la verità, la luce, la sapienza, di tutta la Scrittura. La fede di Paolo in tal senso è perfetta. La Trinità in Lui è il principio di verità, di grazia, di salvezza sul quale poggia tutto il mistero di Dio che egli annunzia. Dicendo che Gesù è lo Spirito vuol dire semplicemente che Gesù è la purezza della verità, della carità, della speranza, della salvezza, della redenzione. Vuol dire che Gesù è la manifestazione ultima e definitiva di Dio Padre e del suo essere, della sua volontà, del suo cuore, della sua sapienza e saggezza infinita. Allo stesso modo dobbiamo dire che il cristiano è spirito della Scrittura, nel senso che il cristiano, attraverso la sua vita, rende comprensibile, vera, santa, giusta tutta la Scrittura. Il mondo vede lo spirito della Scrittura che vive interamente nel cristiano, vede la verità di Dio in Lui, la santità del Signore e la sua giustizia e si apre alla fede, per divenire anche lui spirito della Scrittura. Tutto questo però avviene e si consuma nella santità del cristiano. Possiamo definire la santità come il libro della verità di Cristo e di Dio, nello Spirito Santo. Il libro è lo strumento attraverso cui si manifesta il pensiero dell’autore, in cui viene descritta la sua opera e altre cose ancora. Così è del cristiano che diviene libro di Dio nel mondo. Esso manifesta tutta la santità, la verità, la fede, la speranza, la gioia, la pace, l’amore che brillano sul volto di Dio e che Cristo Gesù ha manifestato in tutta la sua entità spirituale, in tutta la sua ricchezza di grazia e di Spirito Santo. Quando ogni cristiano diventerà il libro della verità di Cristo e di Dio, libro vivente, presente in mezzo al mondo, l’uomo non avrà più alcuna scusa se non crede in Cristo Signore. Ha visto lo spirito di Cristo operare nel cristiano, ha visto la sua verità e la sua carità presenti nel mondo; ogni aiuto di grazia e di verità gli è stato offerto perché anche lui si apra alla fede, nella conversione, per fare un ritorno nella casa del Padre. Non lo ha fatto, ne è colpevole. Se invece è il cristiano a non essere spirito di Cristo nel mondo, la responsabilità della non conversione e della non fede ricade tutta sul cristiano. Questa è grande responsabilità. È giusto che ognuno se l’assuma e la viva secondo tutta la verità che è insita in questa vocazione e missione del cristiano.
Credente.
00Tuesday, January 31, 2012 10:31 PM
CAPITOLO QUARTO


OGGETTO DEL MINISTERO APOSTOLICO

[1]Perciò, investiti di questo ministero per la misericordia che ci è stata usata, non ci perdiamo d'animo;
Il ministero è uno solo, lo stesso che fu di Mosè, quello cioè di essere portatore nel mondo della gloria che rifulge tutta sul volto risorto di Cristo Gesù, quella gloria che Paolo non vive sul monte, ma su una strada, quella gloria che si manifestò a lui sotto forma di luce e che lo rese cieco per alcuni giorni.
Compreso così, il ministero apostolico si riveste di tutt’altro significato. Non consiste allora nel predicare Cristo, nel dire il suo mistero, nel dare il significato della Scrittura o nell’annunziare che ogni Parola di Dio ha il suo compimento in Cristo Gesù.
Tutto questo è senz’altro vero, utile, necessario, importante, indispensabile. Ad una condizione però: che l’apostolo sia divenuto partecipe della gloria di Cristo Gesù e che dallo Spirito Santo ogni giorno si lasci trasformare in quell’unico mistero di gloria, tanto da trasformare tutto il suo essere, che deve divenire nel mondo il segno visibile, palese della verità e della libertà che sono in Cristo Gesù.
Il ministero dell’apostolo diviene un ministero di luce, di verità, di libertà, un ministero di sacrificio e di passione, di croce e di risurrezione in tutto come lo è stato per Cristo Gesù.
L’apostolo del Signore deve manifestare la verità di Cristo. Poiché la verità di Cristo è luce eterna, gloria, splendore divino, l’apostolo del Signore si deve rivestire di questa luce, di questa gloria, di questo splendore e con esso presentarsi dinanzi al mondo perché esso venga accecato dallo splendore della verità allo stesso modo che lo è stato Paolo sulla via di Damasco.
Ciò che ha fatto Cristo per Paolo, deve farlo Paolo per il mondo intero, deve farlo ogni Apostolo del Signore, deve farlo semplicemente ogni cristiano; deve farlo secondo la misura della gloria che gli è stata accordata da Cristo Gesù e che lui deve far crescere di giorno in giorno mosso e condotto dallo Spirito del Signore Gesù.
Paolo tuttavia dice che questo ministero di gloria non è un suo frutto, un suo merito, un opera che gli è stata accreditata come giustizia. Questo ministero gli è stato assegnato per misericordia. È stato Dio nella sua infinita ed eterna misericordia a sceglierlo e a conferirgli questo ministero di gloria e di luce.
Lui non ha merito in questo. La luce di Gesù lo ha avvolto, lo ha trasformato, lo ha investito della sua stessa luce, lo ha costituito suo strumento, ministro perché tutto il mondo venisse a conoscenza del mistero di libertà e di verità che si è tutto compiuto in Cristo Signore.
Questo ministero è però difficile da espletare, da compiere. Durante il suo svolgimento ci si potrebbe perdere d’animo, scoraggiare, venire meno.
Se questo accade, non lo si vive più secondo verità e santità, perché non lo si svolge più secondo il volere di Dio e di Cristo nella mozione dello Spirito Santo, ma in un modo del tutto disordinato, senza verità e senza libertà. Lo si svolge non più da santi.
Le difficoltà che l’apostolo incontra sul suo cammino sono tante; ma tutte hanno un unico scopo: far sì che l’apostolo si perda d’animo, si scoraggi, abbandoni il lavoro, si ritiri a vita privata, oppure lo svolga a convenienza degli uomini e non più secondo le esigenze della santità di Cristo Gesù.
San Paolo ci assicura che le difficoltà sono e saranno tante per lui. Ma in tutte queste difficoltà lui non si è perso d’animo, non si perde, non si perderà. La forza dello Spirito lo spinge a compiere il ministero affidatogli con sempre più forza e vigore, con più grande verità e libertà, con tutta la santità che si attinge quotidianamente in Cristo Gesù e nel suo mistero di gloria.
[2]al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio.
In questo versetto troviamo una delle più belle regole per la pastorale di ogni tempo, per ogni luogo, valevole per ogni persona. È bene esaminare ogni regola singolarmente e distintamente.
Rifiutando le dissimulazioni vergognose. L’annunciatore del Vangelo non può che annunciare la verità in tutto il suo splendore, mettendo a totale disposizione del Vangelo la sua vita e questo fino alla morte di croce, in tutto come Cristo Gesù. Nessuna finzione, nessuna ipocrisia, nessun inganno, nessuna tergiversazione, nessuna parola che non sia la verità di Cristo Signore.
Ogni qualvolta c’è una tentazione da parte del mondo o degli stessi credenti, egli in nessun caso deve fare sconto nella verità, altrimenti non è più il Vangelo che egli annunzia, ma semplicemente una parola umana che non salva, non converte, non redime chi l’ascolta.
Le dissimulazioni sono tutti quei ritrovati umani che in qualche modo attentano alla purezza della verità e la rendono falsità. Sono vergognose perché sono fatte contro Cristo e la sua croce. Paolo è fermo nella verità; egli rifiuta con fermezza ogni intromissione umana nella Parola di Dio. Il suo comportamento è di piena fedeltà, niente che esce dalla sua bocca tradisce in un solo apice la verità di Dio. Ciò che Cristo ha detto lui lo dice; ciò che Cristo ha insegnato lui lo insegna; ciò che è male, per lui è male; ciò che è bene, per lui è bene.
Al di qua e al di là della Parola c’è la non parola. Questo è il suo comportamento, questo il suo metodo evangelico, questa la sua missione di pellegrino di Cristo nel mondo.
Senza comportarci con astuzia. L’astuzia aggiunge alle dissimulazioni vergognose la malizia del cuore e della mente. L’astuzia gira il Vangelo al proprio interesse e tornaconto. Il Vangelo nell’astuzia non viene predicato per la salvezza del mondo, viene predicato per un utile personale, per una gloria umana.
Da un lato c’è un mondo da salvare e dall’altro c’è il proprio io, la propria persona. L’astuzia fa sì che tutto venga incentrato sul proprio bene. Nell’astuzia c’è un uso del Vangelo, un uso del Sacro, un uso di Dio a fini strettamente personali.
Quando si cade nell’astuzia è la fine della verità, la fine del Vangelo, ma anche la fine della religione. L’astuzia fa sì che niente che è fuori della persona venga considerato; mentre tutto ciò che è fuori venga usato a beneficio della persona.
Questo è vero e proprio tradimento del Vangelo, tradimento di Dio, tradimento della religione. Chi cade in questo peccato smette di essere un apostolo del Signore, diviene un servitore di se stesso ma asservendo Dio e la verità a sé.
Questo è il peccato dell’astuzia ed è un peccato assai grave, perché mina alle basi la credibilità dell’evangelizzazione e della stessa parola di Dio. Quando il mondo si incontra con un missionario che vive di astuzia, mai si potrà convertire al Dio vivo e vero. I danni che provocano le dissimulazioni e l’astuzia sono gravissimi; i loro effetti attraverso i secoli e perdurano per millenni.
Né falsificando la parola di Dio. Altro impedimento a che il Vangelo venga accolto dai cuori e che si trasformi in loro principio eterno di verità e di amore è la falsificazione di esso.
Il Vangelo viene falsificato ogni qualvolta viene inserito in esso un elemento di falsità, un pensiero della terra, una filosofia umana, una teoria di quaggiù.
Il Vangelo salva e converte solo se è conservato nella sua purezza di origine, altrimenti non salva, non converte, non redime, non giustifica nessuno.
Il pericolo di sempre che si abbatte contro il Vangelo è la sua falsificazione, l’introduzione in esso di elementi della terra. È essenziale che l’apostolo del Signore lo conservi integro, puro, intatto, senza nulla aggiungere e nulla togliere; è essenziale che lo si trasmetta così come esso ci è stato tramandato.
Paolo ha una coscienza che non lascia spazi a dubbi di sorta. Egli non ha falsificato, non falsifica, non falsificherà mai la parola di Dio.
Pura e santa l’ha ricevuta, pura e santa la trasmette. Come l’ha ricevuta, così la trasmette. Se la modificasse in qualche parte, anche minima, non sarebbe più Parola di Dio, non potrebbe più operare ciò per cui essa è stata mandata sulla terra.
Su questo bisogna essere fermi. O manteniamo la parola nella sua integrità, o perdiamo tutto il tempo speso per la catechizzazione e l’evangelizzazione del mondo. Salva solo quella Parola che è detta limpida, pura, intatta; quella Parola che è modificata anche in una piccolissima parte non salva, non redime, non giustifica, perché non è più Parola di Dio.
Ma annunziando apertamente la verità. Finora ha detto ciò che non fa, non ha fatto, non ha intenzione di fare: modificare il Vangelo, servirsi del Vangelo, ingannare i fratelli presentandosi in modo differente di ciò che lui è, o con un fine diverso da quello che è proprio del Vangelo. Ora dice ciò che lui fa: annunzia apertamente la verità. L’annunzia con franchezza, senza timore; l’annunzia dinanzi al mondo intero, senza guardare in faccia a nessuno. Questo lo stile di Paolo.
La parola di Dio non si può nascondere, non si può neanche predicare in luoghi nascosti. Essa deve essere detta pubblicamente, a tutti indistintamente; deve essere predicata dai tetti in modo che tutta la città l’ascolti.
Questo Paolo lo ha sempre fatto. Egli mai si è ritirato quando era il momento di predicare la Parola, mai ha avuto paura degli uomini, mai in qualche modo ha tenuto nascosto il Vangelo per timori umani. Sempre a viso aperto ha parlato e sempre dinanzi al mondo intero.
D’altronde se la missione evangelizzatrice consiste proprio nel chiamare ogni uomo a conversione e a penitenza nella fede al Vangelo, come potrebbe accadere questo se proprio il missionario del Vangelo ha paura di predicarla apertamente e per annunziarla si ritira in luoghi deserti, solitari, nascosti, chiusi, privati?
Sarebbe un controsenso per la sua missione, anzi sarebbe la negazione stessa della sua missione.
Ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. Paolo è un apostolo che porta scritto nel suo cuore, nella sua anima, nella sua mente e nella sua volontà il timore del Signore.
Quando egli si trova dinanzi ad un uomo, non è dinanzi ad un uomo, ma è dinanzi a Dio. È come se Dio stesso stesse ad ascoltarlo; è come se Lui annunziasse il Vangelo del Figlio Suo.
Avere Dio dinanzi ai propri occhi o avere una coscienza per Paolo è la stessa cosa, senza alcuna differenza. Lui nella coscienza dell’altro vede il Signore. La Parola che deve dare alla coscienza perché si salvi è quella di Gesù.
È questa visione di fede che permette all’apostolo di rimanere sempre nella purezza della verità, ma anche nella santità di una missione che deve essere svolta secondo principi divini, se si vuole che essa produca buoni frutti di conversione e di fede al Vangelo.
Quando dinanzi ad un uomo da evangelizzare non si vede più il Signore, il pericolo è uno solo: si potrebbe incorrere in molte leggerezze e imprudenze all’inizio veniali, ben presto si potrebbero rivelare gravi omissioni e trasgressioni nell’annunzio della parola di Dio.
La coscienza dell’altro potrebbe condizionarci a tal punto da non annunziare più il Vangelo della salvezza, oppure ad annunziarlo in maniera vaga, indistinta, senza contenuti di verità, limitandosi a quei luoghi comuni e o quegli inviti generici che non salvano una persona, perché non la mettono a contatto con la verità.
Di questi errori oggi se ne commettono tanti, fino alla negazione completa della verità rivelata a favore di principi umani, terreni che sono solo falsità belle e buone, con le quali ci si presenta dinanzi alle coscienze e si pretende di attrarle a sé, come se ciò che noi proponiamo loro, fosse la più pura delle verità. Chi vuole non cadere in questa tentazione deve ancorarsi ad un grande timore del Signore, deve vedere sempre ogni sua parola come se fosse detta a Dio e non ad un uomo, ma deve essere sempre la parola di Dio che viene detta ad una coscienza come dinanzi a Dio.
[3]E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono,
Se Paolo usa questa regola infallibile nell’annunzio, se lui non dissimula, non agisce con astuzia, non propone falsità, annunzia la verità, vive costantemente nel timore del Signore, perché il suo Vangelo rimane velato?
Perché molti, pur ascoltandolo, lo rifiutano, non riescono a penetrare lo Spirito del Vangelo, non arrivano a capire che è Cristo colui che dona la sua completezza e la sua verità al Vangelo della salvezza?
Paolo dona una risposta perentoria. Se il Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono.
Come è possibile - è da chiedersi - che il Vangelo, che è la più pura delle verità, la più santa delle luce, la più sapiente delle parole, il più bel dono che Dio abbia mai fatto ad un uomo, rimanga velato per molti?
Dipende forse dal missionario che non lo annunzia bene? Potrebbe questo anche darsi. Però in questo versetto Paolo non parla del Vangelo in sé, parla del suo Vangelo, quindi della sua predicazione, del suo modo di essere apostolo e missionario di Gesù.
Ora sappiamo che il suo modo è santo, vero, puro, integro, fedele oltre misura. Perché allora esso rimane velato, dal momento che è stato predicato nella maniera, nella modalità più bella, più buona, più santa?
La risposta di Paolo non si fa attendere. Se il suo Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono.
Il fatto che il Vangelo non venga accolto, nonostante brilli nella sua più grande luce, non dipende in nulla da colui che lo annunzia, dipende invece in tutto da colui che lo ascolta, che lo recepisce, che è invitato dal Vangelo ad entrare nel mistero della propria salvezza e di quella redenzione eterna che il Signore ha posto in esso.
[4]ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula, perché non vedano lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo che è immagine di Dio.
Viene ora rivelato in motivo per cui si perdono tutti coloro per i quali il Vangelo rimane velato. Si perdono perché il dio di questo mondo ha accecato la loro mente incredula. Questo accecamento non consente loro di vedere lo splendore del Vangelo di Cristo che è immagine di Dio.
Vengono in questo versetto puntualizzate tre cose: l’accecamento della mente incredula; lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo; Cristo Gesù immagine di Dio.
Il dio di questo mondo, o principe di questo mondo, è satana. Attraverso la sua seduzione acceca le menti, le quali divengono incredule. Le menti sono incredule e lui le acceca, o prima le acceca e poi divengono incredule? La risposta è possibile se per un istante ritorniamo alla prima tentazione che avvenne all’inizio della storia nel Giardino dell’Eden.
Se leggiamo la storia della prima tentazione il dubbio è subito chiarito. Satana può accecare solo una mente che è già incredula. Chi è forte nella fede mai potrà essere accecato da satana.
C’è un altro esempio che ci aiuta a capire questa verità. Cristo Gesù nel deserto vinse satana perché la sua mente non era incredula, ma credente. Anzi fu proprio a causa della sua fede nella parola del Signore, interpretata e compresa secondo la sua interiore verità, che lui ha potuto sconfiggere per ben tre volte satana.
Chi non ha una fede forte, infallibilmente forte, audace, pura, schietta, prudente e saggia facilmente si lascia accecare dal dio di questo mondo.
Cristo Gesù vinse per la sua fede; Eva cadde per la sua incredulità. Noi vinciamo se la nostra fede è forte; cadiamo nello stesso instante in cui veniamo meno nella fede.
Sul glorioso Vangelo di Cristo si è già parlato in abbondanza. È nel Vangelo che si manifesta tutta la gloria di Dio ed è nella vita secondo il Vangelo che la gloria viene ridata a Dio. È nel Vangelo che lui è adorato in spirito e verità.
Merita invece la terza affermazione: Cristo è immagine di Dio.
È questa una definizione cristologica che merita attenzione. L’uomo è ad immagine di Dio; Cristo è invece immagine di Dio. L’uomo non è figlio naturale di Dio, è figlio adottivo se è battezzato, oppure Dio è moralmente suo Padre perché suo Creatore e Signore.
Cristo Gesù invece è naturalmente Figlio del Padre, naturalmente immagine del Padre.
La nostra fede confessa che Dio Padre ha generato nell’eternità, da sempre e per sempre, il suo Figlio Unigenito Gesù Cristo nostro Signore. Cristo Gesù è immagine del Padre in quanto Figlio naturale, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato della stessa sostanza del Padre.
Questa verità rafforza ancora di più lo splendore del Vangelo di Cristo Gesù. In Cristo è Dio stesso che ci parla, si svela, si manifesta; rivela e manifesta la sua natura, la sua misericordia, il suo amore, la sua fedeltà.
Ma bisogna pur aggiungere che lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo altro non è che Cristo stesso. Annunziare il Vangelo e annunziare Cristo è una sola verità, un solo mistero, una sola via di salvezza, un unico principio di redenzione.
L’apostolo del Signore mai si deve dimenticare di questa verità; anzi la deve fare sua vita e suo sangue. Cristo e Vangelo sono un’unica realtà, una cosa sola. Predicare il Vangelo è predicare Cristo; annunziare il Vangelo è annunziare Cristo; chiamare al Vangelo è chiamare a Cristo.
Il pericolo oggi è uno solo: molti figli della Chiesa limitano il loro annunzio a dei principi morali, che sono certamente utili alla società, ma non è questo il fine del loro annunzio. Essi sono chiamati a predicare Cristo, a donare Cristo, ad attirare a Cristo, a far sì che Cristo regni tutto in tutti.
Se dimentichiamo questo, ci dimentichiamo anche della vocazione cristiana, la quale non è vocazione ad osservare una qualche legge morale, sia pure nobile, nobilissima, legge di vita e di salvezza eterna.
La nostra vocazione è a Cristo Gesù, è quella di divenire un solo mistero, una sola vita, un solo corpo, una sola risurrezione, una sola gloria in cielo e sulla terra, oggi e per l’eternità beata.
[5]Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù.
Si predica se stessi, quando ci si serve del Vangelo per un guadagno nostro terreno, sia esso di ordine materiale, o anche spirituale.
Per predicare se stessi bisogna in qualche modo, in poco o in molto, annullare il Vangelo, eluderlo, renderlo inefficace.
Di esso si tace la verità piena, si dicono mezze verità; si dice ciò che conviene all’uomo, si tace invece ciò che lo invita alla conversione e alla fede in Cristo Gesù.
Si predica se stessi, cercando di accattivarsi gli uomini; ma chi si accattiva gli uomini necessariamente dovrà rinnegare Cristo Gesù.
Chi predica se stesso infatti non predica Cristo, non predica la salvezza, non annunzia la redenzione, non invita alla conversione, non salva l’uomo, lo lascia nel suo peccato.
Ogni qualvolta che del Vangelo si dice una parola e le altre vengono omesse, l’uomo predica se stesso.
Paolo invece predica Cristo Gesù Signore. Predica il Vangelo così come lui lo ha ricevuto, senza nulla aggiungere e nulla togliere. Lo predica in tutta la sua essenza di verità, di santità, di dottrina, di rivelazione, di manifestazione della volontà di Dio.
Predicando il Vangelo, predica Cristo, perché Cristo è il Vangelo di Dio, Cristo è la Parola di salvezza del Padre; Cristo è la Sapienza e la Verità del cielo venuta sulla terra per la nostra conversione e salvezza.
Per Paolo Gesù è Cristo e Signore. È Cristo perché è l’unico Messia di Dio, il solo, l’unico nel quale è stabilito che possiamo avere la salvezza; l’unico Nome che dobbiamo invocare se vogliamo essere salvati. Dio non ha altri Cristi, non ha altri Messia, né prima e né dopo.
Cristo Gesù è Signore perché tale è stato costituito da Dio, anche nella sua umanità e non solo in ragione della sua divinità. Cristo Gesù, Verbo incarnato del Padre, è il Signore dell’uomo; è Colui al quale la nostra vita appartiene, sia per creazione che per redenzione; sia per il presente come per il futuro.
Qual è la relazione che intercorre tra L’apostolo del Signore, nel caso specifico Paolo, e quanti ha egli portati alla fede, o dovrà portare? Qual è il rapporto tra l’Apostolo e il mondo intero? Per Paolo ci può essere un solo rapporto: quello di un servizio e del dono della propria vita per condurli e farli dimorare nel Vangelo.
Il servizio cristiano, perché rimanga sempre tale, ha bisogno di due condizioni: che sia fatto secondo la volontà di Cristo, che sia espletato per amore di Cristo.
Cristo è il Signore dell’apostolo e dell’uomo da salvare. È Cristo che comanda l’apostolo, lo invia, lo muove, lo dirige, gli indica la strada da percorrere, gli rivela al suo spirito quali sono gli uomini da salvare e da costoro dovrà recarsi per portare l’annunzio della buona novella.
Se ci si pone fuori di questa Signoria di Cristo, ci si pone anche fuori del vero, autentico apostolato cristiano. Su questo ci sarebbe tanto da dire. L’apostolo a volte si pone fuori di questo rapporto di obbedienza e vive una vita autonoma per rapporto a Cristo che è il Signore anche del suo apostolato.
Questa visione di fede è difficile da potersi vivere; è difficile perché spesso è totalmente assente nell’apostolo del Signore.
La seconda verità detta all’apostolo le modalità storiche, concrete attraverso le quali egli dovrà servire l’uomo che Cristo gli comanda di servire.
Egli dovrà vedere nell’altro Cristo da servire, da evangelizzare, da condurre nella salvezza. Dovrà amare nell’altro Cristo; dovrà essere Cristo che ama se stesso e Cristo viene così amato dall’apostolo come Signore, al quale egli obbedisce, e come uomo da salvare, al quale annunzia il Vangelo della salvezza, la parola che dovrà introdurlo nella vita eterna.
Si tratta sempre di un servizio le cui condizioni sono dettate dal Signore, che è Cristo, e mai dall’uomo. È Cristo che comanda cosa dare, quando, come e dove. Se l’apostolo saprà essere in piena obbedienza con Cristo, se Cristo sarà l’unico suo Signore, la salvezza si compie.
Di ogni apostolo Cristo vuole il dono della volontà. È questa la vera adorazione. Una volta che questo sacrificio è compiuto, tutto il resto segue. La grazia di Dio si riversa nei cuori e li attrae a sé, a causa del sacrificio della volontà che l’apostolo ha fatto a Dio in Cristo Gesù. La salvezza non è un fatto immanente, tra uomo e uomo; non è neanche una risposta alle esigenze dell’uomo. La salvezza, prima di ogni cosa, è obbedienza a Dio ed è salvezza nella misura in cui è obbedienza a Dio.
Una salvezza, senza la relazione di trascendenza e quindi di obbedienza al Signore, non sarebbe vera salvezza, anche se nelle apparenze e dinanzi agli uomini appare come salvezza.
[6]E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo.
In questo versetto Paolo fa un esplicito riferimento ai giorni della creazione, quando le tenebre avvolgevano l’universo creato da Dio.
La prima opera, dopo aver creato il cielo e la terra, fu la luce. “Sia la luce”: questo fu il grido di Dio che illuminò il mondo. Paolo è anche lui nelle tenebre. Il Dio che egli adora non è il vero Dio, è un Dio reso tenebra dalle tenebre che regnavano nel cuore degli uomini; è un Dio che non brilla nella sua misericordia e nel suo amore per l’uomo; è un Dio il cui vero volto è immerso nella confusione veritativa e morale dell’uomo.
Questo Dio, lo stesso che gridò alla luce di illuminare il mondo, grida che illumini il cuore di Paolo. La prima luce è naturale; questa che illumina il cuore di Paolo è soprannaturale; è una luce divina, è la luce di Cristo, è Cristo Gesù che illumina il suo cuore con lo splendore della sua risurrezione.
Paolo da questa luce è stato avvolto, da questa luce accecato nel suo cuore, ma reso vedente nel suo spirito; da questa luce fu trasportato tutto in Dio e nella sua luce eterna.
Questa luce ha cambiato interamente la sua esistenza, gli ha dato una nuova dimensione: la dimensione della verità, della giustizia, della santità, dell’amore.
Questa luce è divenuta in lui una grande sorgente, attraverso questa luce egli deve illuminare il mondo intero.
Allo stesso modo che il sole è sorgente di luce e di calore per l’intero universo, Paolo è sorgente di luce di Cristo per ogni uomo.
Questa luce deve essere la stessa che ha illuminato il cuore di Paolo, non può essere un’altra.
La luce di Paolo è Cristo, è la conoscenza del suo mistero, è la rivelazione del suo amore, è la manifestazione della sua gloria.
Cristo è la luce che brilla nel cuore di Paolo; Cristo, luce per Paolo, deve essere in Paolo luce che illumina ogni uomo.
Lo illumina di sé, del suo mistero, della sua verità; lo illumina della sua croce e della sua risurrezione; lo illumina nella sua relazione con Dio e con gli uomini.
La gloria divina che rifulge ora sul volto di Cristo è la sua beata risurrezione; è questa la gloria di Cristo Gesù ed è con questa gloria che egli deve illuminare ogni uomo, chiamandolo a divenire un solo mistero in questa gloria.
L’uomo è un chiamato alla risurrezione in Cristo Gesù, è chiamato a vivere da risorto insieme a Cristo, a lasciarsi avvolgere dalla luce della risurrezione di Cristo Signore.
È questa la missione che Paolo dovrà compiere andando per il mondo. Egli dovrà ogni mattina alzarsi come fa il sole e illuminare tutta la terra con la luce del mistero della risurrezione di Gesù.
Potrà fare questo se lui diventerà ogni giorno di più parte di questo mistero e se in questo mistero si inabisserà fino a consumarsi in esso, fino a divenire una cosa sola.
Cristo e l’apostolo di Cristo devono divenire un solo mistero di luce. Paolo deve far brillare attraverso la sua vita tutta la potenza del mistero che lo ha avvolto. Questo avviene e si compie nella misura in cui l’apostolo del Signore si lascia conquistare dalla Parola di Gesù e le dona compimento nella sua vita.
Come Cristo Gesù visse tutto a servizio della gloria del Padre e da questa gloria era sempre avvolto in ragione della sua perfettissima obbedienza, così è per l’apostolo del Signore. Egli deve fare dell’obbedienza la via perché tutta la gloria che rifulge sul volto di Cristo si riversi in lui e per lui illumini il mondo.
Questo deve significare una cosa sola. La luce dell’apostolo è una luce riflessa, non è una luce propria. L’apostolo non è sorgente di luce; egli deve far splendere attraverso di sé tutta la luce che riceve da Cristo Gesù.
Più lui in questa luce si immerge, più con questa luce diviene una cosa sola e più la sua potenza di luce si riversa sul mondo, lo abbaglia, lo acceca, lo illumina, lo converte e lo salva.
È questa la forza dell’apostolo del Signore: la potenza di luce che egli attinge giorno per giorno da Cristo e con la quale egli illumina il mondo. Senza Cristo l’apostolo è niente, più che niente; senza Cristo egli è tenebra e riversa nel mondo la sua tenebra, anche se sembra che egli è attivo, dinamico, operatore.
Senza Cristo è operatore non di luce, ma di iniquità.
Credente.
00Tuesday, January 31, 2012 10:32 PM
FORZA E DEBOLEZZA DEGLI APOSTOLI

[7]Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi.
Paolo è consapevole di due verità: la straordinaria grandezza del dono di Dio, del ministero che il Signore gli ha affidato; a fragilità della sua umanità, che è chiamata a dare al dono di cui il Signore lo ha arricchito il suo più sviluppo e la sua maggiore fruttificazione.
È un tesoro però posto in una vaso di creta. Il vaso potrebbe sempre rompersi, il tesoro potrebbe andare perduto.
Ma non è questo in verità il pensiero di Paolo. Dicendo che il tesoro è in un vaso di creta non vuole egli indicarci la possibilità che il tesoro vada perduto nel momento in cui si rompe il vaso - il vaso è sempre possibile che si rompa -.
Egli invece è certo che il vaso non si rompe; che la creta non si sgretola, che il vaso potrà sempre contenere il tesoro che il Signore vi ha posto dentro.
Paolo vuole significare che tra la creta e il tesoro non vi è alcun paragone possibile; il tesoro è troppo nobile e la creta troppo misera. La creta è uno strumento nelle mani di Dio. La creta è questo strumento perché sia manifestata nel mondo la potenza straordinaria di Dio che salva e converte, rigenera e rinnova, conduce nel regno della verità e della grazia.
È Dio che opera tutto in tutti, ma Dio ha bisogno della nostra creta per dare agli uomini il suo tesoro di salvezza e di redenzione. Se il tesoro non viene dato, non viene dato non perché la creta sia incapace di contenerlo, ma perché l’uomo rifiuta la sua collaborazione con Dio.
Se invece l’uomo collabora con Dio, da lui si lascia “usare”, a lui si consegna come un vaso di creta si consegna nelle mani di chi se ne serve, la grazia e la verità di Cristo Gesù possono veramente, realmente trasformare il mondo, non lo possono in ragione dell’uomo, che è vaso di creta, ma in ragione del tesoro che il vaso di creta contiene e porta.
È necessario che ci convinciamo di questa unità che deve sempre regnare tra il tesoro e il vaso di creta. Vanno insieme; il vaso porta il tesoro e il tesoro per essere dato deve essere portato dal vaso.
Oggi c’è questa scissione tra vaso e tesoro. Il vaso è senza il tesoro e pensa di poter dare il dono di Dio. Il dono di Dio è senza il vaso e l’uomo pretende che sia Dio a doverlo donare direttamente.
Questo non può essere mai affermato; chi dovesse affermarlo ignora, non conosce, ma anche trasforma e corrompe il mistero stesso dell’Incarnazione di Cristo Gesù, il quale ha portato il tesoro di Dio nella sua umanità e attraverso l’umanità, come terreno fertile e buono, l’ha fatto fruttificare il cento per uno, anzi più del cento per uno, l’ha fatto fruttificare all’infinito.
Questa verità deve essere oggi affermata con fermezza di Spirito Santo, poiché è da questa unità che l’opera di Cristo potrà produrre nel mondo frutti di vita eterna per ogni uomo.
Ricomporre questa unità deve essere dovere di giustizia di ogni cristiano. Deve essere obbligo di chiunque in qualche modo è responsabile della salvezza dei fratelli.
[8]Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati;
Paolo passa ora a mostrare un poco della fragilità della sua creta, della sua umanità.
L’apostolo è avvolto dalla tribolazione da parte del mondo. Il mondo non tollera che l’apostolo posso svelare la sua tenebra, la sua falsità, il suo peccato e per questo, come ha fatto con Cristo, si scaglia contro l’apostolo del Signore e lo tormenta con ogni sorta di sofferenza sia fisica che spirituale.
Conosciamo le tribolazioni di Paolo; di queste lui ce ne parlerà con dovizia di particolari nei capitoli che seguiranno.
Ora a lui interessa affermare non il fatto della tribolazione in sé, quanto una certezza di fede.
Colui che cammina con Cristo, chi serve il Signore della gloria, chi si lascia guidare dallo Spirito del Signore, può anche essere immerso nella più grande tribolazione del mondo, ma questa non potrà mai schiacciarlo.
Colui che è tribolato avrà sempre la sua risurrezione; risurrezione spirituale in questo tempo, risurrezione fisica alla fine della storia quando il Signore farà i cieli nuovi e la terra nuova, quando ci farà risorgere con Cristo nell’ultimo giorno.
Il male non può schiacciare colui che crede in Cristo Gesù e lo serve con amore libero, disinteressato, amore di salvezza e di redenzione per ogni uomo.
La tribolazione non può schiacciare il discepolo di Gesù, ma neanche sull’apostolo del Signore può abbattersi la disperazione. Lui sarà sicuramente sconvolto dall’agire dell’uomo, ma nel suo cuore c’è sempre un principio solido di fede: chi cammina con Dio, chi serve Cristo Gesù, chi si lascia guidare dallo Spirito Santo, chi vuole dare a questo mondo il volto della verità, della giustizia e della misericordia del Padre, in nessun caso potrà pensare di essere vinto dalla storia; egli in Cristo è più che vincitore.
Poiché ha questa speranza nel cuore, lui si lascerà anche sconvolgere, ma questo sconvolgimento del mondo non uccide in lui la speranza della vittoria di Cristo e di Dio nella sua vita.
La disperazione nasce solo dalla mancanza di fede nel cuore, o da una fede non formata, non corretta, non conforme alla divina rivelazione consegnata da Dio nelle Scritture Sante.
Quando si possiede nel cuore una fede forte, robusta, una fede fondata sulla verità rivelata, non su un pensiero della nostra mente, allora possiamo essere certi: nel cuore regnerà sempre la speranza che ci aprirà sentieri inaspettati.
Chi cammina con la speranza nel cuore non si lascia sconvolgere; egli è sufficientemente forte per progredire sul sentiero della verità e della giustizia; è nella condizione ideale per compiere il ministero che il Signore gli ha affidato.
[9]perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi,
In questo versetto viene messa in rilievo una verità fondamentale della nostra fede.
C’è la persecuzione del mondo, ma questa non ha potere sul discepolo del Signore; la persecuzione nella verità evangelica ha solo uno scopo: quello di provare la nostra fedeltà al Signore; prova anche il nostro desiderio di salvezza e per questo, a volte, la persecuzione viene per farci spostare da un luogo all’altro, al fine di predicare il Vangelo anche in questo luogo.
La persecuzione è una realtà, è la realtà della nostra fede. Paolo subito aggiunge che Dio non abbandona i suoi figli.
Questi verranno e sono perseguitati, ma Dio è con loro per proteggerli, per dare forza, sostegno, aiuto, luce ed ogni altra virtù, perché possano sempre e comunque svolgere il mandato di testimonianza al Vangelo della verità.
Dio non abbandona mai un uomo che gli consegna il suo spirito. Superata la prova di fedeltà, subito il Signore interviene, dona gloria eterna e aumenta la grazia santificante che irrobustisce ancora di più l’anima e la rende forte e vittoriosa nel male.
Con questa certezza l’apostolo del Signore cammina, va per le vie del mondo. Egli sa che ci sono le persecuzioni, ma sa anche che il Signore è con lui e dopo che lui gli ha manifestato tutto il suo amore e ha lasciato che la persecuzione si abbattesse su di lui, il Signore interviene e lo libera da ogni male, lo custodisce come la pupilla dei suoi occhi, finché non sarà un altro tempo, un’altra ora, in cui nuovamente bisogna rendere testimonianza al Padre dei cieli.
La persecuzione non si limita solamente a delle parole di ingiuria o di grave offesa; essa passa anche alle mani. La persecuzione a volte non si dona pace finché non abbia ucciso l’apostolo del Signore. Anche in questo caso Paolo ci rassicura. Con Dio si può essere colpiti, ma non uccisi. Si è uccisi quando verrà la nostra ora, quando anche per noi è giunto il momento di passare da questo mondo al Padre.
Questo deve infondere coraggio, forza, certezza all’apostolo del Signore; deve rendere il suo spirito audace, pieno di coraggio. Deve sapere che il male potrà anche abbattersi su di lui, ma non lo potrà mai schiacciare, perché la vita del discepolo e dell’apostolo del Signore appartiene al Signore.
D’altronde il Vangelo rivela tutte le persecuzioni che si abbatterono su Gesù; queste non lo vinsero finché non venne la sua ora. Così è per ogni discepolo di Gesù.
Il mondo avrà la vittoria su di lui, lo ucciderà, solo quando sarà venuta la sua ora di rendere gloria a Dio e di dare testimonianza a Cristo Gesù. Questa è la verità. Per questo il discepolo del Signore non deve darsi pensiero, non si deve preoccupare su cosa gli succederà oggi o domani. Egli deve sapere solo una cosa: il mondo non lo schiaccerà, non lo ucciderà, non lo vincerà, non andrà egli in disperazione, perché il Signore sarà al suo fianco e lo sosterrà per il compimento dell’opera che gli ha comandato di fare.
[10]portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo.
Il paragone con la vita di Gesù qui si fa ancora più esplicito. Attraverso una quotidiana persecuzione l’apostolo del Signore compie la morte di Gesù nel suo corpo.
Egli a poco a poco muore fisicamente a se stesso e non solo spiritualmente, perché tutto l’uomo nuovo cresca e maturi frutti di vita eterna.
La morte è del corpo, non è dei pensieri, o della volontà che si consegnano interamente a Cristo e a Dio per il compimento e l’osservanza della sua santa legge. Questo versetto ci rivela tutta la sofferenza fisica di Paolo, il suo dolore sofferto nel suo corpo al fine di far risuonare nel mondo il glorioso Vangelo del Figlio di Dio.
D’altronde non ci può essere configurazione a Cristo senza la sofferenza e il dolore, dal momento che Cristo Gesù è il Crocifisso, Colui che è stato appeso al palo, inchiodato nelle mani e nei piedi e trapassato nel suo costato con una lancia.
Ciò che è avvenuto in Cristo deve compiersi in ogni suo discepolo; questi deve compiere nel suo corpo la stessa morte di Cristo. È una necessità di configurazione, di similitudine, di somiglianza con Cristo.
Nel corpo di Cristo vige una sola legge, un solo principio operativo del Vangelo. Questo principio è la consegna della nostra vita a Dio perché attraverso la persecuzione del mondo che si abbatte su di noi, noi diveniamo pienamente conformi a Cristo Gesù, non solo nello spirito, ma anche nel fisico, nel corpo. Anche nel corpo portiamo la sua morte che per noi è quotidiana. Camminiamo di morte in morte attraverso la via della persecuzione e del dolore che si abbatte su di noi a causa della nostra fede in Cristo Gesù e della missione di predicare il Vangelo che esercitiamo con serenità, pace e gioia nello Spirito.
La morte è solo un aspetto, è l’aspetto distruttivo del peccato e del male, della concupiscenza e della superbia che si annida in noi.
Con la nostra quotidiana morte noi diamo a Dio il nostro corpo; gli appartiene e noi glielo consegniamo liberandolo da tutti i moti di superbia, di concupiscenza, di desideri mondani, da ogni altra venialità.
Con la continua morte noi sappiamo che il nostro corpo appartiene al Signore e glielo diamo interamente, ma per darglielo dobbiamo purificarlo, santificarlo, mondarlo e liberarlo dal male.
Attraverso la persecuzione noi ci purifichiamo, e Dio può servirsi del nostro corpo per compiere la sua opera di salvezza a favore di tutto il genere umano.
C’è anche l’altra parte, quella costruttiva. Il cristiano non solo deve vincere il peccato, il male, la disobbedienza nel suo corpo; deve costruire tutta la vita di Cristo, che è donazione della volontà, della mente, dello spirito e dell’anima a Dio perché ne faccia una sua stabile dimora, perché abiti con la sua potenza di grazia e di misericordia in mezzo a noi.
Quello che il cristiano deve fare è sì la morte al peccato e al male, ma è anche la vita alla grazia e alla verità, in un costante crescendo che deve condurlo a manifestare nella sua vita la potenza della risurrezione di Gesù.
La persecuzione ha un duplice scopo: creare in noi la morte di Cristo nel nostro corpo, ma anche formare la nuova vita di Cristo in noi. Morte e risurrezione sono stati un unico mistero in Cristo Gesù, morte e risurrezione devono essere un solo mistero nel cristiano.
Non si può però consumare in noi il mistero della risurrezione se non si consuma il mistero della sua morte e nella misura in cui lo si consuma.
Letta così, la persecuzione la si vede come una grazia che il Signore ci concede perché noi possiamo divenire in tutto simili a Cristo nella vita e nella morte.
Ma se è così, se è una grazia, perché non ce ne accorgiamo nel momento in cui la subiamo? Perché in quel momento non ringraziamo il Signore a causa della sofferenza che ci rende in tutto simili al nostro Maestro e Signore?
La risposta è una sola: manchiamo di crescita nella fede, nella speranza e nella carità. Manchiamo di visione soprannaturale nella nostra vita, soprattutto manchiamo di quella saggezza e sapienza di Spirito Santo che ci fa vedere Dio dietro ogni sofferenza con la sua forza e il suo sostegno per vincerla e superarla.
[11]Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale.
Viene ripreso il concetto, or ora esposto, però sotto altra luce, da altra angolazione. Prima di tutto c’è l’affermazione che l’esposizione allÿÿmorte non è un fatto isolato, di un ÿÿlo gÿÿÿÿo, di unÿÿpaenÿÿ. C’è una perennità, una contiÿÿità che non dona respiro all’anima. Paolo dice: sempre. Lui è sempre esposto alla morte a causa di Cristo Gesù.
Quando si parla e si dice: a causa di Cristo Gesù, s’intende una cosa sola: la causa di Cristo Gesù è la predicazione del Vangelo della salvezza, è l’annunzio dell’ultima parola definitiva di Dio che vuole che ogni uomo lo adori, lo riconosca, lo confessi come il solo ed unico Signore dell’universo.
Altra verità qui affermata è che la persecuzione, l’esposizione alla morte avviene solo in questo tempo presente: una volta che saremo con Dio, lì ci sarà la vita o la morte eterna. Le anime del purgatorio ancora compiono la morte di Cristo dentro di loro, morte che non hanno realizzato e compiuto appieno durante la loro vita terrena, a causa delle infinite tentazioni che si sono abbattuti su di loro.
Questa morte ha un solo scopo e una sola finalità: quella di rendere particolarmente idoneo il nostro corpo a manifestare tutta la vita di Cristo in noi.
La vita di Cristo si manifesta in noi attraverso il compimento della sua Parola. Quando un suo fedele discepolo mette in pratica tutta la parola del Vangelo, e per questo deve iniziare la morte di Cristo in lui, la vita di Cristo in lui rifulge nella sua verità e nella potenza di grazia che essa contiene, esprime e manifesta.
Come si può constatare Paolo dona un significato teologico a tutto ciò che avviene attorno a lui. Noi non possiamo sapere per quale ragione soffre un cristiano, se per motivi di fede, di religiosità, oppure per cause tipicamente umane, di peccato, di incomprensione o altro di simile.
Quando però la sofferenza è motivata dalla nostra obbedienza al Vangelo e perché vogliamo vivere il Vangelo, in questo caso noi compiamo la morte di Cristo in noi. Anche attraverso di noi e in noi si compie il mistero della sua vita nel nostro corpo.
Dobbiamo sempre trasformare la nostra sofferenza in sacrificio, se non in ragione della sua causa – quando nasce dalla nostra obbedienza a Dio – almeno in ragione della sua offerta – presentata a Dio per la nostra conversione e salvezza e per la conversione del mondo intero - .
La sofferenza è sempre una morte in noi; è però dovere del cristiano trasformarla in vita e la si trasforma in vita, se la si vive per compiere in noi la purificazione da ogni peccato e la liberazione da ogni imperfezione.
[12]Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita.
In questo versetto Paolo ha sicuramente dinanzi agli occhi Cristo Gesù. La sofferenza di Cristo è la fonte, il principio, l’origine della nostra vita.
È dalle sue piaghe che noi siamo stati guariti. La sua morte offerta come sacrificio vicario in espiazione dei nostri peccati, ci ha liberati dalla morte e ci ha introdotto nella vita.
Paolo sa che solo attraverso l’offerta della sua vita, e quindi nella sua morte quotidiana, è possibile generare altra vita nel mondo, è possibile convertire i cuori e attrarli al Signore. La morte in lui non è completa, è una morte quotidiana, una sofferenza perenne, un continuo morire.
Lui lo dice con una sua frase: quotidianamente muoio. Muoio a me stesso, muoio ad una vita che mi potrebbe appartenere, perché ho consegnato tutta la mia vita al Signore nella morte per la vostra vita.
D’altronde non potrebbe essere diversamente. Se la fonte della vita per noi è stata la morte di Cristo, come potrebbe essere diverso per un cristiano, per un discepolo di Gesù?
Se lui vuole donare vita in questo mondo, lo può, ma alla condizione che lui muoia interamente, che faccia della sua vita un’offerta al Signore.
È necessario che tutto il suo corpo sia consegnato alla morte perché la vita nasca sulla terra e si diffonda.
È questo un principio che sovente viene ignorato dagli stessi cristiani, i quali non sanno che la loro vita è scaturita dal corpo morto di Cristo, dalla sua passione e morte. Chiunque vuole dare vita in questo mondo deve passare attraverso la stessa via che fu di Cristo Gesù; deve passare attraverso una continua e diuturna morte fatta di obbedienza al Padre, fatta del compimento della sua volontà.
Il Vangelo non ha altra strada per la sua diffusione nel mondo. I cuori mai potranno essere attratti a Cristo, se non attraverso il sacrificio che il cristiano offre di sé perché il mondo si converta e creda.
Dalla morte nasce la vita; vale per Cristo, vale per ogni suo discepolo. Questa è la legge della vita.
Uno pertanto può sempre sapere se lui genera vita o morte attorno a sé. Se cerca la vita, genera morte, non dona vita; se invece vive nel suo corpo la morte di Cristo egli genera la vita di Cristo in se stesso e negli altri.
Chi vuole generare la vita deve scegliere di passare attraverso la morte di Cristo. Questo avviene nel compimento perfetto della volontà del Padre. L’annunzio del Vangelo è compimento della volontà del Padre; ma l’annunzio del Vangelo richiede la nostra continua morte.
Morte ai nostri desideri, ai nostri pensieri, alla nostra volontà, al nostro cuore e anche ai nostri sentimenti.
È morte perché la predicazione del Vangelo richiede l’annientamento di noi stessi per essere a sua totale disposizione, sempre al comando di Dio per portare nel mondo la lieta notizia che siamo stati redenti e giustificati in Cristo Gesù.
Paolo è in una continua morte, non solamente per la rinunzia che lui ha operato, per aver cioè consegnato interamente la sua vita a Dio e messa a totale disposizione del Vangelo. Egli muore quotidianamente, perché sommerso dalla persecuzione del mondo.
Il mondo ogni giorno è come se volesse toglierlo di mezzo e per questo si avventa contro di lui con ogni genere di persecuzioni e di maltrattamenti. Dalla storia sappiamo quanto veramente gli costasse ogni giorno a lui la predicazione del Vangelo, quanta sofferenza, quanti dolori, quante umiliazioni.
Paolo ha una certezza nel cuore: questa continua morte genera nel mondo una continua vita. È da questa certezza di fede che lui trae sempre nuovo vigore per andare avanti, per continuare nell’offerta della sua vita al Padre a favore della predicazione del Vangelo, sempre, in ogni circostanza, in ogni persecuzione e sofferenza, sia fisica che spirituale.
Credente.
00Tuesday, January 31, 2012 10:34 PM
SPERANZA DELLA RISURREZIONE

[13]Animati tuttavia da quello stesso spirito di fede di cui sta scritto: Ho creduto, perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo,
In questo versetto Paolo manifesta qual è il suo principio di operazione. Cosa lo spinge a parlare e per che cosa egli parla.
Ogni parola in lui è dettata dalla sua fede. È la fede che parla in lui. Ogni sua parola o è parola di fede, la parola della fede, o uno sviluppo di questa stessa parola di fede.
Senza fede per Paolo non ci sono Parole che possono aiutare l’uomo, senza fede c’è solo una parola umana, ma questa non salva l’uomo.
Niente che è nell’uomo o che proviene dall’uomo salva l’uomo. Salva l’uomo Dio e la sua Parola, Cristo e la sua Parola, lo Spirito Santo che ci mette in comunione con la Parola di Dio e di Cristo Gesù.
La parola vera è quella che nasce dalla fede. Quella parola salva e solo quella.
C’è tuttavia una deduzione che bisogna operare. Come la fede fa nascere la parola, come se la generasse; così anche la non fede genera la parola che esce dalla nostra bocca.
È sufficiente ascoltare un uomo per conoscere il grado della sua fede. Se la sua parola manifesta tutta intera la fede in Cristo Gesù e nel suo mistero di salvezza, la fede nel cuore è ben salda, forte, robusta. Questa fede genera una parola vera, la parola vera scende nel cuore, vi mette la fede e questa genera la vita.
Se invece nel cuore non c’è fede, non c’è verità, non c’è pienezza di rivelazione, la parola lo manifesta, lo evidenzia. La fede è invisibile, la parola è udibile. Basta udire la parola per leggere la fede o il grado di fede che c’è in un cuore.
Paolo ha una fede forte, irresistibile, convinta. Da questa fede egli parla, da questa fede fa scaturire le parole, da questa fede fa nascere la verità che egli annunzia.
Riguardo alla fede neanche si può fingere. Questa finzione non è data all’uomo. Costui parlerà sempre dall’abbondanza del suo cuore. Ciò che c’è dentro egli trae fuori; ciò che dentro non c’è, neanche si può trarre fuori. A volte uno non ha fede, potrebbe però trarre qualche buona lezione di teologia. Ma anche questo è difficile. Anche ciò che si trae dai libri, è sempre in relazione a ciò che si possiede nel cuore.
Il cuore rifiuta una verità che non è sua e rifiutandola non la adotta, non la fa sua. Chi ascolta percepisce immediatamente se ciò che uno dice viene dal suo cuore, o promana dalla sua formazione teologica o dalla sua scienza religiosa.
Se non viene dal cuore, anche se viene dalla sua scienza teologica e religiosa, non salva. Salva solo quella parola che scaturisce dal nostro cuore e che è parola che a sua volta sgorga dalla nostra fede in Cristo Gesù e in tutto il suo mistero di morte e di risurrezione.
[14]convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui insieme con voi.
Paolo ci dice ora qual è la sua fede. Egli poggia la sua fede su un solido fondamento: Dio ci risusciterà; Dio ci porrà accanto a Cristo nella gloria del cielo.
Come si può constatare la fede di Paolo nasce dalla risurrezione di Cristo Gesù e su di essa produce un frutto di vita eterna per ogni uomo.
Cristo è risorto. Questa fede è certa. Questa è la fede della Chiesa dalla quale ogni altra fede prende avvio, riceve certezza, ha il suo stabile e duraturo fondamento.
Cristo è risorto perché il Signore lo ha risuscitato, è Lui che lo ha chiamato nuovamente alla vita, trasformandolo. Sappiamo dalla 1ª Lettera ai Corinzi l’importanza che Paolo dona alla risurrezione di Cristo Gesù.
Il Signore, o il Padre dei cieli, che ha risuscitato Cristo Gesù, risusciterà anche noi e ci risusciterà in Gesù, con Gesù, per Gesù.
Come Dio ha potuto risuscitare Cristo Gesù potrà anche risuscitare noi. C’è una sola azione: la risurrezione di Cristo; in questa risurrezione il Padre risusciterà ogni uomo, anzi la risurrezione di ogni uomo è la continuazione di quest’unico atto compiuto da Dio sul corpo di Cristo Signore.
Ci risusciterà il Signore e ci porrà accanto a Cristo, insieme a lui nella gloria del cielo. Anche questa è verità. Noi non saremo separati da Cristo, saremo in Cristo, con Cristo, vivremo in Lui e per Lui. Questa sarà la nostra gioia eterna, il nostro gaudio che non conoscerà mai fine.
Come da questa fede egli attinge le parole da portare nel mondo, così per questa fede e in questa fede egli vive. Paolo altro non attende che il momento della sua risurrezione, il momento della vittoria sulla morte nel suo corpo, il momento di lasciare definitivamente questa terra, questo vecchio cielo, per entrare nei cieli nuovi e nella terra nuova, dove avrà stabile dimora la giustizia.
Vivere per questa fede per Paolo ha un solo significato: spendere interamente la vita perché questo evento si compia, ma si compia nella gloria di Cristo Gesù, non nell’ignominia della perdizione eterna. Ha anche l’altro significato: spendere ogni energia perché tutti gli uomini possano venire a conoscenza di questa verità, perché anche loro ne facciano il principio della loro vita e la regola della loro esistenza terrena.
Su questo penso dovremmo impegnarci un po’ di più tutti quanti. Sia a compiere la risurrezione di Cristo in noi attraverso la santità della vita; sia utilizzando tutte le nostre energie per invitare ogni uomo a lasciarsi anche lui conquistare da questa fede nella risurrezione di Cristo Gesù.
Ha valore solo quella vita che è riportata in questo principio; ha valore quella vita che questo principio sviluppa in tutte le sue conseguenze e potenzialità di vita eterna e di evangelizzazione dei popoli.
[15]Tutto infatti è per voi, perché la grazia, ancora più abbondante ad opera di un maggior numero, moltiplichi l'inno di lode alla gloria di Dio.
Questa è una certezza di fede che deve essere infallibile per ogni credente in Cristo Gesù.
Tutto è per i discepoli di Gesù, tutto avviene in loro favore, tutto si compie perché loro possono crescere ed abbondare nella verità della salvezza, tutto si verifica perché si manifesti in modo inconfondibile l’amore di Gesù per loro.
Per Paolo però occorre che il discepolo di Gesù sappia sempre discernere i segni dei tempi, li sappia leggere ed interpretare, sappia scoprire in essi la verità che Dio vi immette, perché l’uomo si lasci conquistare da essa.
In questo versetto scopriamo qual è la visione della realtà che ha Paolo in tutto quanto si verifica intorno a lui.
Ogni cristiano diviene per l’altro grazia di Dio. Se colui al quale questa grazia viene data, manifestata, rivelata, o concessa la sa discernere e accogliere, si innalza dal suo cuore un inno di lode per il Signore, un inno che celebra e magnifica la sua gloria.
Dio ci concede la grazia attraverso un nostro fratello. Se noi sappiamo accoglierla, dopo aver fatto su di essa un serio e quanto mai vero discernimento, si innalza dal nostro cuore l’inno di lode, di benedizione, di glorificazione di Dio, in ragione della grazia che egli ci ha concesso.
A volte però la grazia non viene da una sola persona; è una grazia che ci viene concessa attraverso una moltitudine di persone; è una grazia multipla. Sono molti che la ricevono e sono anche molti che la danno, che la portano agli altri.
È giusto che tutti quelli che la portano e tutti quelli che la ricevono innalzino un inno per cantare la gloria di Dio, il quale manifesta la sua misericordia in modo sempre prodigioso, straordinario; manifesta il suo amore in un modo indicibile all’uomo.
A questi non resta che innalzare la loro voce e glorificare il Padre dei cieli per la sua misericordia manifestata in nostro favore.
Quello che Paolo vuole farci comprendere è questo: il dovere di innalzare l’inno per la glorificazione del Padre non deve essere di uno solo, deve essere sia di chi è stato strumento per il dono della grazia, sia di colui che la grazia ha ricevuto. Poiché molti sono quelli che danno la grazia di Dio e molti quelli che la ricevono, gli uni e gli altri devono glorificare il Signore, devono benedirlo ed esaltarlo. Quello che lui ha fatto e fa per amore dei suoi figli è sempre oltre ogni attesa e ogni aspettativa; supera ogni umano desiderio.
Per questo motivo è ben giusto che l’inno di ringraziamento salga da tutti i cuori. Ma per questo occorre prima che vi sia nell’uomo quella sapienza che è frutto in lui dello Spirito Santo, attraverso la quale il discepolo di Gesù viene messo nella condizione di poter discernere secondo verità ogni grazia che Dio sparge sul cammino dei suoi figli. La sparge perché raggiungano con facilità la salvezza ed entrino nel regno dei cieli da giusti e santificati dal suo amore.
Per fare questo occorre tutta la saggezza dello Spirito Santo e bisogna chiederla quotidianamente attraverso una preghiera intensa, forte, una preghiera che sgorga dal più profondo della nostra anima. Lo richiede la riconoscenza che è dovuta al Signore a motivo di ogni grazia che ci concede, a motivo della sua immensa misericordia e del suo amore eterno con il quale ci ama.
[16]Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno.
Sapendosi Paolo strumento della grazia di Dio, conoscendo i frutti che una grazia accolta produce in un cuore, non si perde d’animo, non si scoraggia, non viene meno, non si abbatte, non lascia mai il suo ministero di missionario e di araldo di Gesù Cristo.
Guai se il missionario di Dio si dovesse scoraggiare anche per un solo istante. La grazia di Dio non si riverserebbe più sull’umanità. Dio verrebbe a perdere la sua lode e la sua gloria.
Chi benedirebbe più il Signore, chi lo loderebbe, chi lo magnificherebbe, chi innalzerebbe il suo inno di ringraziamento per le opere da lui compiute in favore della sua salvezza? Nessuno.
A causa di uno scoraggiamento, Dio non sarebbe più riconosciuto come il Signore in mezzo al mondo e questo a causa della perdita della fede del suo missionario e del suo araldo e inviato nel mondo proprio per far salire a Lui da ogni cuore un inno di benedizione e di ringraziamento.
Ci sarebbero i motivi per potersi scoraggiare. Paolo assiste al disfacimento della sua carne, del suo corpo. Il peso del Vangelo lo ha logorato, consumato. Ogni sua energia fisica è stata spesa perché il Vangelo raggiungesse ogni uomo.
Questo Paolo lo sta osservando. Si vede venire meno nelle forze, non ce la fa più.
A questo disfacimento dell’uomo esteriore corrisponde un rinnovamento sempre più grande dell’uomo interiore.
Si perdono le forze fisiche, si ingrandiscono le forze spirituali, le quali hanno il compito di vivificare quel che ancora resta di quel poco di forze fisiche perché tutto sia speso per il Vangelo.
Niente di ciò che è nell’uomo deve essere sottratto alla missione; tutto invece deve essere impiegato, consumato, esaurito per questo ministero. In questo vengono in aiuto le forze spirituali, anzi più si consumano le forze fisiche e più quelle spirituali aumentano e bilanciano le forze fisiche, in modo che sino alla fine si possa compiere la missione, o il ministero che il Signore ci ha affidato.
È in ragione di queste forze spirituali assai intense e resistenti che non ci si scoraggia, ma è anche in funzione di queste forze che le altre, quelle fisiche, vengono alimentate e l’uomo è in grado di compiere sino alla fine il compito che il Signore gli ha assegnato, quando lo ha chiamato ad essere suo strumento per manifestare al mondo la grazia e la sua misericordia.
Possiamo dire anche che l’aumento delle forze spirituali avviene in misura proporzionata alla perdita e al disfacimento delle forze fisiche.
Più il nostro corpo si consuma per predicare il Vangelo, più c’è il disfacimento della nostra carne sotto il peso della missione e più si diventa spiritualmente forti per non scoraggiarci e per andare sempre avanti fino al termine dei nostri giorni.
Se da un lato c’è la morte fisica che ogni giorno si fa sempre più sentire, anche come desiderio di andare nel cielo, dall’altro c’è la crescita dell’uomo spirituale, dell’uomo interiore che assolve con più grande intensità la missione ricevuta. È in ragione di questa forza e di questa fede che non c’è alcuno scoraggiamento in colui che il Signore ha scelto e costituito strumento della sua grazia e del suo amore in mezzo agli uomini.
[17]Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria,
Paolo vive ogni momento in funzione dell’eternità, del Paradiso, della gloria che il Signore gli darà dopo aver portato a termine la sua corsa.
Sappiamo che la sua vita è stata tutta una persecuzione, una tribolazione, un martirio. Tutto questo dolore egli però lo valuta secondo una prospettiva eterna.
Da un lato c’è la gloria eterna, che mai finirà, che sarà pienezza di vita e di benedizione, comunione con Dio con un’anima e un corpo rivestiti di luce divina. Dall’altro c’è una sofferenza che bisogna vivere per entrare nel regno dei cieli. La sofferenza non è eterna, non dura per sempre, non è poi così insopportabile e così dura se la si confronta con la pienezza di gioia e di durata dell’eternità.
Abbiamo la sofferenza momentanea e il suo peso leggero, ma come frutto di tutto questo abbiamo una quantità smisurata ed eterna di gloria.
Il confronto non regge, il paragone si smorza. Non ci può essere relazione tra l’eternità e il tempo, la gioia del cielo e la sofferenza della terra.
Anche se la sofferenza dovesse durare per miliardi di anni, anche in questo caso varrebbe la pena sopportare ogni cosa in ragione del frutto eterno di gioia che tale tribolazione produce.
Tutto questo esige però una forte fede, una carità grande, una speranza contro ogni speranza. Il cristiano deve fare delle virtù teologali l’essenza della sua vita spirituale, se vuole vincere le tentazioni, se vuole superare gli ostacoli che vengono posti sul suo cammino, al fine di farlo retrocedere e di renderlo schiavo delle passioni e del mondo, schiavo del tempo e delle tenebre veritative che avvolgono la sua anima, quando questa non è illuminata, fortificata, sostenuta dalla pienezza delle virtù teologali che abbelliscono il suo spirito.
Una cosa deve essere certa per tutti: se il pensiero non è stabile e fisso nell’eternità nessuno potrà superare la tribolazione, specie quando questa si fa tenace, forte e persistente.
Solo con lo sguardo fisso in Cristo e nella sua gloria possiamo resistere, superare e vincere la tentazione che sparge sul nostro cammino la sofferenza e il dolore perché noi ci stanchiamo e retrocediamo dalla via del bene intrapresa.
Cristo Gesù ci insegna inoltre che non è sufficiente tenere lo sguardo fisso nel cielo. Bisogna tenerlo fisso, pregando con insistenza, senza mai stancarsi.
Lui stesso ci ha lasciato l’esempio. Egli nell’orto degli Ulivi pregò così intensamente il Padre affinché lo sostenesse nell’ora della passione e dell’agonia sulla croce, che il suo sudore divenne e si trasformò in gocce di sangue.
Questo deve insegnarci che via sicura per abbracciare la sofferenza e offrirla in riscatto per il perdono dei peccati del mondo è la preghiera innalzata a Dio con intensità di amore e con vero spirito di pietà.
Questo è l’esempio che Cristo ci ha lasciato; è anche la via da percorrere sempre. La preghiera assieme alla fede, la carità e la speranza fisse nel cuore ci ottengono la grazia di proseguire il nostro cammino e raggiungere attraverso la sofferenza e la croce quella quantità smisurata ed eterna di gloria che già ci attende da cielo, come frutto e dono di Dio per le nostre fatiche.
[18]perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne.
Le cose visibili si fissano con l’occhio di carne. Quelle invisibili invece con l’occhio dello Spirito Santo che abita e dimora dentro di noi.
Quelle visibili sono ingannevoli, passeggere, senza valore. Quelle invisibili sono vere, eterne, dal valore incommensurabile.
Il cristiano è chiamato a fare una scelta: o le cose invisibili, o quelle visibili. Non può scegliere le une e le altre. La scelta delle une esclude la scelta delle altre.
Le due cose sono inconciliabili, come è inconciliabile poter servire a due padroni, secondo l’insegnamento di Cristo Gesù.
Il problema vero è uno solo: come possiamo fissare lo sguardo sulle cose invisibili, dal momento che queste non si vedono?
La soluzione c’è ed è in verità assai semplice. Per fissare lo sguardo sulle cose invisibili occorre percorrere due vie: la via della fede e l’altra della speranza.
La via della fede ci insegna le realtà invisibili. Queste realtà bisogna insegnarle, a queste realtà bisogna educare i cristiani.
La formazione nella retta fede è obbligo della Chiesa. Uno dei mali di oggi è l’assoluta mancanza di formazione nella retta fede.
C’è molta predicazione moraleggiante, ma non c’è vera ed autentica formazione nella fede, per cui nessuno più pensa alle realtà del cielo.
Non solo. C’è anche disinformazione sulle realtà invisibili, in quanto per molti queste sono già acquisite di per sé, senza alcun bisogno di passare attraverso la tribolazione che nasce dalla testimonianza resa a Cristo Gesù e alla sua verità.
O la Chiesa riprende la retta predicazione, fondata sulla parola storica di Cristo Gesù, conformemente alla Tradizione e a quanto il Magistero ci insegna con autorità e autorevolezza sulle ultime realtà, oppure noi rischiamo di rendere e di ridurre il cristianesimo ad un umanesimo più o meno sano, più o meno buono, più o meno dal volto umano.
Sulla necessità di riprendere il cammino della formazione sulla retta fede che nasce dalla conoscenza della parola storica di Cristo Gesù ognuno dovrebbe convincersi, anzi dovrebbe credere con fede ferma, sicura, stabile, capace di tradursi in opera, qui ed ora, subito.
L’altra via è quella della speranza. La speranza dice cammino senza mai stancarsi, dice costante verifica del cammino.
Anche sulla speranza oggi le lacune sono molte, tanto che si può parlare della totale perdita della speranza in seno al popolo di Dio. È come se la nostra religione avesse perso i legami con il cielo e si fosse tutta orientata per i beni di questo mondo, vissuti secondo una certa moralità, ma non si va oltre.
È proprio del cristiano invece il cammino verso il regno dei cieli. Al cielo egli è chiamato, nel cielo si conclude il suo viaggio, nell’eternità terminano le sue fatiche pastorali e apostoliche.
Questo cammino deve essere illuminato da una forte fede e da una verità sicura, certa. Poiché il cristiano oggi è senza verità di fede non può in nessun caso iniziare il viaggio della speranza.
Come si può camminare verso qualcosa che non si conosce, che è confusa ai nostri occhi, che spesso è contraffatta e falsificata?
Come si può avanzare verso qualcosa che non è da raggiungere, ma che è già raggiunta per il semplice fatto che Cristo è morto per tutti e quindi tutti sono nel cielo assisi alla destra di Dio?
Non è facile uscire da questa stasi e da questo non cammino. Occorre che lo Spirito Santo susciti in qualche cuore un desiderio e un anelito ardente verso le cose invisibili, tanto ardente da trasformarsi in un trascinatore di molti altri cuori verso il cielo e le sue realtà invisibili.
La Chiesa trasforma la storia non con la fede, non con la carità, ma con la speranza. La fede e la carità devono sostenere la speranza, spingere la speranza, realizzare la speranza.
La speranza libera l’uomo dalla terra perché lo innalza verso il cielo. Innalzando l’uomo verso il cielo, innalza anche la storia e così la libera dalla sua schiavitù al peccato e da ogni tirannia del male su di essa.
È questo il segreto dei santi. Loro sono riusciti a trasformare la storia perché l’hanno innalzata verso il cielo, hanno messo nel suo seno quel germe di speranza che l’ha fatto sussultare e le ha dato una nuova dimensione: della verità e della carità.
Chi vuole aiutare veramente l’uomo a risorgere, a cambiare, a trasformarsi, a vivere nella giustizia e nella pace, deve farlo infondendo nel suo cuore il principio della speranza cristiana. Deve metterlo in cammino verso il cielo che è il compimento di ogni sua aspirazione.
Se non farà questo, non avrà fatto nulla per l’uomo, perché lo avrà lasciato così come esso è.
È grande la nostra responsabilità. Per noi il mondo si innalza presso Dio se lo facciamo respirare di speranza; oppure si inabissa in satana e nella sua falsità e menzogna, se lo priviamo di questo principio essenziale che è la risurrezione gloriosa di Cristo Gesù e la sua ascensione alla destra del Padre, nel regno della sua gloria, dal quale ci attende per essere in eterno con Lui e in Lui per lodare, benedire, ringraziare ed esaltare in eterno il Padre suo.
Credente.
00Tuesday, January 31, 2012 10:35 PM
LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

Ministero di Luce. Cristo è la luce del mondo. Il missionario di Cristo Gesù non è stato inviato per annunziare una nuova moralità, una nuova giustizia, un nuovo modo di rapportarsi con gli uomini e con Dio. Egli è stato inviato per portare Cristo, dare Cristo, ma dare Cristo verità e grazia, dare Cristo unica Luce eterna che deve rischiarare l’esistenza di ogni uomo. Anzi ogni uomo deve divenire parte di Cristo, sua vita, se si vuole ritrovare, se vuole vivere e non continuare a morire, se vuole raggiungere la vita eterna, alla quale è chiamato in Cristo Gesù. Quello dell’apostolo è un vero ministero di luce, è il ministero di Cristo Luce, per dare al mondo Cristo Luce, ma trasformandosi lui stesso, il missionario, in luce di verità e di grazia, in luce di vita e di salvezza, anzi donando la luce di Cristo dopo averla trasformata in sua luce, in luce personale, che produce altra luce per illuminare il mondo. Il missionario del Vangelo è l’unico che non può separarsi da Cristo; è l’unico obbligato a presentarsi al mondo sempre rivestito della luce di Cristo Gesù. Se lui deve manifestare la luce di Cristo, se è stato costituito ministro di luce, sarebbe contraddittorio che il ministro di luce si presentasse al mondo rivestito di tenebra, o che pensasse fosse sufficiente dire una parola su Cristo luce, o sulla luce di Cristo, senza essere lui per primo avvolto e trasformato dalla luce del Signore. Questa non vestizione della luce di Cristo Gesù, questa separazione personale dalla luce, il suo rimanere nelle tenebre è il fallimento stesso della missione. O la missione la si svolge rivestiti noi di luce eterna, della luce che è Cristo Gesù, o essa è fallita. Nessuno crederà ad un uomo che parla di luce, mentre lui stesso è nelle tenebre. Questa verità deve essere assunta nella pastorale. La sua assenza è indice di assenza di vera pastorale, anche se si elaborano progetti e piani pluriennali, la situazione non cambia. Nulla cambia attorno a noi, se il ministro di luce si presenta dinanzi al mondo rivestito di tenebre. Questa chiarezza è necessaria possedere, su questa chiarezza dobbiamo costruire ed edificare la nostra vita, trasformandoci in uomini di luce, della luce di Cristo, della luce che è Cristo, se vogliamo essere incisivi nella storia del nostro tempo e cambiare il mondo portandolo a Cristo Gesù.
Le regole per lo svolgimento della missione. La missione che Cristo Gesù ha affidato ai suoi ministri di luce, bisogna che venga sempre svolta da uomini che trasmettono luce, perché sono luce in Cristo Gesù. Paolo dona alcune regole basilari, sulle quali ognuno deve impegnarsi, se veramente vuole divenire un buon ministro della luce di Cristo Signore. Questi principi sono: senza perdersi d’animo; rifiutare le dissimulazioni vergognose; senza comportarsi con astuzia; non falsificare la parola; annunziare apertamente la verità, davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio. Come si può constatare tutte queste regole esprimono un’unica verità. Il Vangelo è luce, bisogna che il missionario sia rivestito di luce e cioè di verità, di Parola di Dio, di fede, di certezza infallibile che l’unica via della salvezza da percorrere è Cristo, Via che conduce al Padre, Verità che ci libera dalle tenebre, Vita che ci sottrae alla morte eterna. Chi vuole portare la luce di Cristo nel mondo deve perseverare sino alla fine, allo stesso tempo deve essere fedele alla sola Parola. Se cambia parola, cambia missione. Se abbandona la Parola di Cristo, abbandona anche la missione di Cristo Gesù. Non è più un missionario, un ministro della sua luce, è invece uno che si serve di Cristo Gesù, ma non serve Cristo Gesù, non serve a Cristo Gesù, perché ha preteso separare la missione dalla sua Parola, l’unica luce di verità, di grazia e di santità, che può liberare il mondo dalle tenebre e dalla morte. Oggi c’è da lamentare proprio questa situazione. Si pretende fare teologia citando frasi umane, anziché prendere la Parola di Cristo Gesù, cercare di comprenderla alla luce superiore dello Spirito Santo, impegnarsi a viverla in tutta la sua interiore vitalità, essenzialità, verità. L’assenza della Parola è assenza di pastorale, non fallimento della pastorale. Una pastorale fallisce quando si pongono dei principi giusti e poi l’opera non sortisce alcun effetto. Quando si è senza Parola di Cristo Gesù non si può parlare più di fallimento della pastorale, ma di assenza di pastorale. Non è fallimento dell’opera, è omissione dell’opera, peccato molto più grave del suo fallimento. Su questo bisognerebbe riflettere e iniziare a comprendere che la Pastorale è il dono della Parola di Cristo Gesù ad ogni uomo, all’uomo concreto che vive qui e ora, in situazione. Quando ci si presenta a quest’uomo senza la Parola di Cristo, non c’è più pastorale. C’è incontro di pensieri umani, di idee della terra, che Gesù non fa suoi e lo Spirito del Signore non carica di conversione. D’altronde non potrebbe. Lui è lo Spirito di verità e rende feconda di vita eterna solo la Parola di Gesù. Le altre parole non le conosce come Parole di Cristo e non le feconda di verità, di santità, di giustizia, di carità.
Cristo, immagine di Dio. Il Vangelo è Cristo. È Lui il fine di ogni annunzio. È anche Lui al principio della nostra missione, perché da Lui la missione inizia, per suo comando, ed è anche Lui l’oggetto della missione: la proclamazione di Lui Verità, Vita e Via per ogni uomo che viene in questo mondo. Cristo è insieme Signore del nostro apostolato e oggetto di esso. È vero apostolato cristiano quello che predica Cristo, che conduce a Cristo, che aiuta a formare Cristo nella nostra vita. Quando l’apostolato si separa da Cristo, esso non è più apostolato. Lo si chiami come si vuole, gli si dia il nome anche il più strano ed impensato, ma non lo si può chiamare apostolato. Per predicare Cristo bisogna partire dalla sua natura. Egli è l’immagine di Dio, il suo Figlio diletto, il Verbo della vita, che per amore degli uomini si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. L’essenza di Cristo è in questo mistero di preesistenza alla sua stessa incarnazione. Prima che si facesse uomo, Lui era Dio, era presso Dio, era in Dio. Era ed è nella stessa ed unica natura divina. Chi non predica Cristo Gesù nella sua divinità, nella sua preesistenza, nel suo amore attraverso il quale si fece uomo per noi, per la nostra salvezza, costui non predica il vero Cristo. La predicazione che costui fa di Cristo è inutile, con essa non si salva il mondo, non lo si redime. Se si pensa che oggi tutta la predicazione, tutta la catechizzazione, tutta l’evangelizzazione si è ridotta a qualche norma morale da osservare, a qualche legge umana da mettere in pratica, a qualche accordo tra gli uomini da non trasgredire, si comprende molto bene che c’è totale assenza della predicazione. O si predica Cristo, la sua opera, assieme alla sua Parola, oppure non c’è predicazione. C’è una serie di pensieri umani che vengono proclamati, ma questi non danno salvezza. Se la sostituzione del Vangelo con la parola degli uomini potesse dare salvezza, non vi sarebbe nel mondo alcun bisogno di veri predicatori della Parola di Dio. Il semplice fatto che i cuori non si convertono e che gli uomini restano ostinati nei loro peccati e nella trasgressione della legge di Dio è il segno che non c’è vera, autentica predicazione; è indice che abbiamo sostituito la Parola di Gesù con la nostra, annullando, vanificando, trasformando ed eludendo il Vangelo della salvezza, l’unico nel quale è possibile incontrarsi con la verità, incontrare Cristo, farsi totalmente a sua immagine, divenendo luce e parola di vita per il mondo intero.
Tesoro di Dio in vasi di creta. Cristo è il Tesoro di Dio. La sua Parola è il Tesoro di Dio. Il Padre è il Tesoro di Cristo. Lo Spirito Santo è il Tesoro del Vangelo, di Cristo e di Dio. Questo Tesoro eterno, increato, divino; questo Tesoro Incarnato, Morto, Risorto, Asceso al cielo; questo Tesoro è tutto racchiuso nella Parola, lo Spirito Santo di Dio, è stato interamente affidato ad un uomo, all’apostolo del Signore. Nell’apostolo del Signore vengono ad incontrarsi la sublimità del cielo e la pochezza della sua umanità. Paolo definisce questa pochezza come un vaso di creta, sempre pronto per rompersi, ma tanto utile a Dio, a Cristo e allo Spirito per poter portare nel mondo lo stesso Tesoro. Il Tesoro si è consegnato tutto al vaso di creta perché sia esso a portarlo e a travasarlo nel mondo, perché chiunque crede e vuole, possa divenire parte di questo Tesoro, farsi corpo del Tesoro che è Cristo Gesù e tutto questo solo per opera dello Spirito Santo, per misericordia del Padre celeste. Il vero problema non è la fragilità della creta, la sua sempre possibile rottura. Come far sì che il vaso non si rompa, anzi si irrobustisca sempre di più fa parte della scienza teologica e precisamente della teologia morale e di quella spirituale, ascetica. Quello che invece oggi fa molto problema è la separazione che si è fatta tra il Tesoro e la creta. Per Paolo tra creta e Tesoro c’è una unità inscindibile da parte di Dio, scindibile solo dalla parte dell’uomo. Dio ha bisogno della creta per redimere il mondo, come ha avuto bisogno (si tratta di un bisogno che è insito nell’ordine della giustizia e della riparazione vicaria, non di un bisogno metafisico in Dio, poiché Dio è somma, eterna, assoluta libertà e verità. In lui non c’è obbligo, perché c’è solo purissimo amore) dell’Incarnazione per la redenzione dell’umanità. La creta è nella stessa linea dell’Incarnazione; essa continua l’Incarnazione di Cristo nel mondo e quindi il compimento della sua missione. Purtroppo molti sono i cristiani che si rifiutano di vedersi in questa inscindibile unità di creta e di Tesoro. Poiché si sono rifiutati e si rifiutano di essere creta necessaria, indispensabile a Dio per il compimento nel mondo del mistero dell’Incarnazione di Cristo Signore, dicono che Dio può operare senza la creta, anzi che proprio non ha bisogno della creta per salvare l’uomo, giustificarlo, condurlo nel suo regno. Questo è senz’altro falso evangelicamente. La salvezza è per mezzo di Cristo, con Cristo e in Cristo, è anche per mezzo del missionario. Quando ci convinceremo di questa verità, inizierà per il cristianesimo una vera era di missione, di evangelizzazione, di salvezza dell’umanità intera. Ogni cristiano saprà quel giorno che senza la creta non c’è Tesoro e senza Tesoro non c’è salvezza. Non c’è conversione, non c’è redenzione evangelica quando la creta sottrae la sua opera a Dio; quando gli toglie la strumentalità, la ministerialità. Oggi purtroppo c’è da lamentare questa separazione che sembra incolmabile. La creta cammina per se stessa senza Dio e Dio non può camminare perché gli manca la creta che deve portarlo nel mondo, gli manca la creta che deve offrire la propria vita, come ha fatto Cristo Gesù, perché il mondo si salvi ed entri nella comunione trinitaria per opera dello Spirito Santo.
La vita dell’apostolo, della creta. La creta è necessaria a Dio – si tratta di una necessità di rivelazione non assoluta in Dio, il quale essendo purissima libertà, non può aver nessun condizionamento esterno -. Su questo penso che nessuno dovrebbe dubitare in cuor suo. Su questa verità deve regnare la certezza più nitida, più sicura, più grande. Purtroppo oggi non è così, forse non lo è mai stato. Ma i nostri tempi stanno iniziando a relativizzare tutto. Si relativizza Cristo, la sua Parola, i suoi Sacramenti. Si relativizza ogni altra verità della nostra fede. Questa creta che è così necessaria per la salvezza del mondo, perché è in essa che è nascosto Cristo Gesù, Tesoro di grazia e di verità per il mondo intero, che nessuno potrà metterla in dubbio, senza rischiare l’assenza di ogni pastorale in seno alla comunità di credenti e al mondo intero. Se il missionario cammina, Cristo cammina; se il missionario si ferma, Cristo si ferma, arresta la sua opera di salvezza e di redenzione per il mondo intero. San Paolo però ci avverte che la creta non ha vita facile. Tutti vorrebbero stritolarla, distruggerla negarla, trasformarla, cambiarla, modificarla, alterarla nella sua costituzione di Spirito Santo. Ebbene, quanto Paolo ci dice della fragilità della creta e della sua fortezza per opera dello Spirito Santo - Tribolati, ma non schiacciati. Sconvolti ma non disperati. Perseguitati ma non abbandonati. Colpiti ma non uccisi. Portando la morte di Gesù nel corpo, perché si manifesti la vita – ha un solo significato. Il Tesoro nascosto che è Cristo Gesù viene immesso interamente nella creta ed agisce per mezzo di essa. La creta si nasconde interamente nel Tesoro Nascosto, in Cristo Gesù e per questa ragione diviene invincibile, indistruttibile, immortale. Questa è la ragione per cui se non viene la sua ora, se il Signore non ha deciso di portarlo con sé e quindi lascia che il mondo abbia il sopravvento sull’apostolo del Signore, questi mai soccomberà nelle mani degli uomini, sempre trionferà su di essi, perché il Signore stende sopra di lui la sua tenda di luce e diviene inafferrabile dagli uomini. Questi possono pure tentarlo, percuoterlo, disturbarlo, condannarlo a morte, ma non riusciranno a sconfiggerlo, perché questa creta è tutta nascosta in Cristo Gesù, allo stesso modo che il Tesoro nascosto è occultato nella creta. La creta si occulta nel Tesoro nascosto, il Tesoro nascosto nella croce. Cristo viene donato dalla creta; la creta è protetta da Cristo perché sia sempre strumento idoneo, utile per donare ancora e ancora Cristo Gesù.
Formazione, insegnamento, predicazione. Il ministro del Vangelo, l’apostolo di Gesù Signore deve formare, insegnare, predicare. La predicazione è la prima via per portare la Parola di Gesù nei cuori. Il Vangelo viene annunziato, lo Spirito Santo dona l’intimo convincimento della verità, la mente si apre al vero, il cuore l’accoglie, la volontà si decide per un puro movimento di conversione, che è liberazione dalle falsità del mondo, accoglienza della misericordia del Padre che invita ogni uomo a ritornare nella sua casa. La predicazione è forma universale di annuncio; essa è per tutti, indistintamente. La predicazione è valida se raggiunge tutti, se conduce i cuori all’obbedienza a Cristo Gesù, se chiama a conversione e a salvezza ogni uomo. La predicazione deve essere l’annunzio di tutto il Vangelo, di ogni sua verità, nessuna esclusa. Escludere una sola verità dalla predicazione, o una sola pericope del Vangelo equivale a fare una predicazione falsata, una predicazione che non sortisce alcun effetto, poiché è in qualche modo adattamento e accomodamento del Vangelo alla mentalità del mondo e alle filosofie del momento. La forza della Chiesa, prima che in ogni altra forma di annunzio, sta proprio nella sua predicazione. Una predicazione santa, universale, fondata sulla globalità del Vangelo, che raggiunge tutti gli uomini è via infallibile di salvezza e di redenzione. Assieme alla predicazione c’è poi l’insegnamento. La mente penetra con più profondità nelle verità della fede, le armonizza, le sviluppa, le compendia, le allarga attraverso la razionalità, che è sapienza e saggezza dello Spirito Santo, perché tutta la realtà possa essere compresa dalla verità del Vangelo della salvezza e in essa condotta. L’insegnamento ha una grande funzione in seno alla comunità cristiana. L’uomo non solo ascolta, non solo accoglie, ma anche vi riflette, vi ragiona, deduce, dialoga con la Parola, la armonizza, la sintetizza anche, la espone attraverso un sistema di verità che vanno dalle verità più semplici a quelle più complesse, ma tutte necessarie per penetrare nel mistero di Dio e amarlo con tutta la mente, secondo le esigenze che lo stesso comandamento richiede. L’insegnamento si perfeziona con la formazione nella verità. La formazione diviene studio, analisi, comparazione, esame della realtà storica, ricerca dei principi che sono nell’uomo, nel creato, in Dio e che fanno sì che tutto divenga armonia nella verità, pur complessa e talvolta dalla difficile comprensione. La formazione è necessaria per tutti coloro che in qualche modo sono chiamati alla predicazione e all’insegnamento della Parola di Gesù. La formazione richiede anni di preparazione, esige che le diverse parti della verità vengano prima studiate singolarmente e poi osservate, analizzate nel loro insieme, in modo che dal di dentro, dal suo nucleo si osservi il mistero di Dio, dell’uomo, di Cristo e della redenzione, della Chiesa e dei suoi strumenti di salvezza, del mezzi di grazia e ogni altro aiuto offertoci dal Signore perché noi raggiungiamo la santità, che è la perfezione della Parola che dimora in noi e di Dio che viene in noi attraverso la Parola. Il lavoro è lungo, faticoso, ma dona i suoi frutti abbondanti con i quali possiamo soddisfare la fame di verità di ogni uomo. Chi si forma si trasforma in strumento di Dio per l’annunzio del Vangelo.
Credente.
00Wednesday, February 8, 2012 10:41 PM
CAPITOLO QUINTO
LA SPERANZA DELLA GLORIA FUTURA

[1]Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla terra, riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani di uomo, nei cieli.
Il pensiero di Paolo è veramente fisso nel cielo. È come se lui già fosse risorto insieme a Cristo. Egli parla come uno che ha esperienza di queste cose.
Egli ha visto il Signore risorto, lo ha visto nel suo corpo di luce, lo ha contemplato nella sua gloria divina. Dallo splendore che emanava dal corpo glorioso di Cristo egli è stato anche accecato fisicamente.
Come lui stesso ci dirà, non solo ha visto Cristo Gesù nella sua gloria sulla via di Damasco, da Dio è stato anche rapito in Paradiso e con occhi non di carne, ma di spirito questa volta, ha visto e contemplato le meraviglie del cielo.
Meraviglie così sublimi che nessuna lingua umana è capace di poterle descrivere, o solamente raccontare.
Non c’è paragone alcuno tra la gloria del cielo e i concetti terreni che un uomo possiede. Ciò che ci attende è inimmaginabile, inspiegabile, neanche può essere concepito da mente umana.
Ci sono però delle verità che la fede ci insegna. Sono verità che Dio stesso ci ha fatto conoscere, anche se con concetti umani e con parole storiche.
Da questa rivelazione e dalla verità in essa contenuta, sappiamo cosa avverrà e dobbiamo prepararci.
Il nostro corpo verrà disfatto. Con la morte sarà ridotto in polvere del suolo. Questo è il suo disfacimento. Il corpo è considerato in questo versetto come la nostra abitazione terrena.
L’anima che è la parte spirituale dell’uomo è stata posta nel corpo e il corpo le funge come di abitazione. Questa abitazione, che è essenziale all’uomo e senza la quale l’uomo non esiste, perché lui è anima che ha bisogno di una dimora sulla terra, sarà disfatta, sarà annientata. Di essa niente rimarrà.
L’anima non può stare in eterno senza la sua dimora. Essa è stata fatta per abitare in una dimora e questa dimora è il suo corpo.
Quando l’anima muore, va nel cielo, se è stata santa e giusta su questa terra, se ha vissuto nella sua dimora terrena secondo la legge del Signore. Nel cielo attende che il Signore gli faccia un’altra dimora, una dimora eterna, una dimora che non è una nuova creazione, altrimenti la morte avrebbe vinto in eterno l’uomo, ma sarà invece una dimora risorta, chiamata a nuova vita. Sarà la prima dimora, il primo corpo, ma trasformato dalla potenza creatrice del Signore. Dio chiamerà il nostro corpo dalla polvere del suolo e lo consegnerà all’anima, questa lo indosserà nuovamente, ma in una maniera del tutto nuova.
Indosserà un corpo spirituale, incorruttibile, immortale, glorioso. Indosserà un corpo tutto simile al corpo glorioso di Cristo Gesù.
Questa è la verità della fede ed è verità rivelata, verità che nessuna mente umana avrebbe mai potuto immaginare solamente, anche se il desiderio di immortalità è una delle componenti religiosi della storia dell’umanità.
[2]Perciò sospiriamo in questo nostro stato, desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste:
Il desiderio di raggiungere questo nuovo rivestimento è la forza che muove Paolo, che lo spinge nella predicazione del Vangelo.
Il fine dell’uomo è questo, è questa la sua vocazione. A questo il Signore lo chiama e per questo Cristo Gesù si è fatto uomo, è morto in croce, è risorto ed è salito al cielo: per darci un corpo glorioso come il suo, per darci un posto nel cielo assieme a Lui, per portarci nella patria del cielo e lì vivere assieme a lui per tutta l’eternità.
Se nell’uomo manca il desiderio di rivestirsi del suo corpo celeste, tutto manca in lui, anzi tutto diviene senza senso in lui.
La speranza della beata risurrezione è l’energia sempre nuova e sempre inesauribile che spinge i cristiani ad andare sempre innanzi, nonostante tutto; li spinge a superare pericoli, a vincere ostacoli, ad affrontare anche la morte, a subire il martirio.
Tutto l’uomo deve dare della vita del suo corpo al fine di rivestire il corpo glorioso nel regno dei cieli.
La Chiesa deve impegnare tutte le sue energie a creare nei cuori questa speranza; deve anche mostrare ad ogni uomo come concretamente si vive nella speranza della beata risurrezione.
Essa deve trascinare verso il cielo ogni altro uomo, ma deve farlo camminando anch’essa verso il cielo, libera da ogni legame con la terra, disponibile sempre nel compimento della volontà di Dio, che è per tutti noi la via attraverso la quale si raggiunge la patria celeste.
Tutto dipende dal grado di speranza che c’è nel cuore di un uomo. Non ci può essere cammino autentico di santità se non diviene cammino forte nella speranza.
È facile sapere chi è vero cristiano da chi non lo è. È sufficiente misurare il suo desiderio di andare nel cielo con Cristo Gesù; basta osservare l’anelito di ricongiungersi con Dio.
Questo desiderio e questo anelito porta un uomo a liberarsi da tutti gli affetti della terra, da tutti i desideri, da ogni concupiscenza, da ogni altro legame che tiene prigioniero il suo corpo e il suo spirito ai beni di questo mondo.
La speranza forte nel cuore di un uomo crea la povertà in spirito e ogni altra beatitudine. Se un uomo non è vero povero in spirito, in lui non c’è speranza di vita eterna; se non c’è questa speranza il suo cristianesimo o è falso, o è carente in molte cose.
Più forte è il desiderio del cielo e più grande è la libertà del cristiano, libertà dal mondo e dalle sue cose, libertà dalla terra e dalle sue ricchezze.
Chi vuole sapere quanto egli è cristiano si esamini su questo desiderio e scoprirà il grado della sua santità, della sua libertà, della verità con la quale vive la sua appartenenza a Cristo e al suo Vangelo.
[3]a condizione però di esser trovati già vestiti, non nudi.
Qual è il vestito che ognuno deve indossare al momento della morte?
Non si tratta certo di un vestito fatto di stoffa, o di qualche altro ritrovato della nostra terra.
Il vestito che Paolo vuole che noi indossiamo è la fede, la carità, la speranza. Sono le tre virtù teologali portati al più alto grado di sviluppo in noi.
Assieme alle tre virtù teologali non possono mancare le virtù cardinali, che sono la forma attraverso la quale dobbiamo vivere le virtù teologali.
Le virtù teologali e cardinali concretamente si vivono nell’osservanza delle beatitudini, che sono la nuova legge del cristiano.
Quando un uomo indossa questo abito, egli potrà presentarsi dinanzi al Signore il quale lo riconoscerà come vero discepolo di Cristo. Indossa, infatti, la Parola trasformata in opere, e lo mette nell’attesa di essere rivestito dell’altro corpo, quello tutto spirituale, di gloria, che non muore più e più non si corrompe.
Sono invece nudi tutti coloro che non hanno indossato la Parola di Cristo Gesù trasformata in opere. Per costoro non c’è posto nel regno dei cieli. Se sono morti pentiti, a causa della loro imperfezione, andranno in purgatorio a purificarsi da ogni pena dovuta ai peccati, ma non espiata sulla terra attraverso le vie che lo stesso Signore ci ha indicato per l’espiazione della pena.
Se invece l’anima è in stato di peccato mortale, essa non avrà posto nel cielo, né in purgatorio. Il suo spazio è solo nell’inferno eterno. Anche per i dannati ci sarà il rivestimento del corpo fatto di spirito, ma questo corpo non sarà per la gloria, bensì per l’infamia e l’infelicità eterna. Sarà un corpo di tenebra e non di luce, un corpo di morte e non di vita, un corpo di sofferenza e non di gioia, un corpo tormentato che tormenta l’anima e non un corpo invece pieno di felicità che dona gaudio eterno all’anima.
Anche questa verità la Chiesa dovrebbe annunziare. Purtroppo molti uomini di Chiesa la tacciono, la nascondono, la minimizzano, la ignorano e la fanno ignorare; alcuni, anzi, la trasformano, perché la negano del tutto.
Finché nella Chiesa non si annunzierà secondo verità la rivelazione, il mistero, il presente e il futuro, inutile illudersi che ci possano essere cammini di giustizia e di santità.
La cattiva predicazione è il più grande male che la Chiesa possa arrecare a se stessa. Un cattivo predicatore distrugge la Chiesa dal suo interno e molti oggi sono coloro che la distruggono, perché predicano male la verità e annunziano in modo falso, erroneo, i misteri della nostra santissima fede.
Mai si insisterà abbastanza sulla coralità della fede. Tutti la stessa fede e tutti secondo la medesima verità, tutti nella comprensione sempre più piena che ci dona lo Spirito del Signore.
[4]In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita.
Qui Paolo ci offre una immagine di come lui concepisce la sua permanenza su questa terra.
È come se il suo corpo fosse schiacciato da un enorme masso. L’anima che è nel corpo è come se fosse sotto un peso, dal quale è come se fosse soffocata, uccisa.
Liberarsi da questo peso non è desiderio di essere spogliati di qualcosa. Il peso del corpo non si toglie perché dona fastidio all’anima, o perché l’anima vuole restare senza il corpo.
Questo non è il concetto qui espresso da Paolo. L’anima vuole liberarsi da questo corpo di carne, da questo corpo che è un peso che la schiaccia e che a volte la conduce anche nella morte eterna, non per restare senza il corpo.
La natura dell’anima è quella di restare eternamente unita al suo corpo. Se uno dovesse considerare il corpo come un di più per l’anima, o come un peso da cui potersi facilmente liberare, oppure il corpo come una prigione dell’anima, una prigione che le impedisce di esprimere se stessa: questo non è un concetto santo e non esprime affatto la fede cattolica.
Il sospiro, il desiderio di liberarsi dal corpo non è per restare nudi, o spogli del corpo. Il corpo è divenuto un peso per l’anima a causa del peccato e dei frutti di morte che il peccato ha prodotto in esso: la concupiscenza e la superbia.
Paolo vuole liberarsi da questo corpo di peccato, da questo corpo che è un peso per l’anima, è un peso a causa del male che abita in esso e che trascina anche l’anima di male in male.
Questo corpo che è un peso, è anche un corpo condannato a morte, è un corpo che dovrà finire, che dovrà dissolversi, che dovrà ritornare polvere del suolo.
Paolo vuole che questo processo di morte si compia subito in lui, si compia presto al fine di rivestire il corpo della vita eterna, quel corpo tutto glorioso e spirituale che dovrà essere per l’anima la sua abitazione eterna nel cielo.
Il sospiro di Paolo, il suo desiderio, l’anelito che lo muove e lo conduce è uno solo: rivestire il suo corpo di vita, affinché tutto diventi vita in lui e tutto ciò che è mortale in lui venga assorbito dalla vita.
Chi vive con questo desiderio nel cuore, cambia senso alla sua vita; le dona un significato nuovo, il significato di chi cammina nella ricerca di questa liberazione che dovrà compiersi per lui. La terra diviene solo via, sentiero, un tratto di strada necessaria da percorrere e nulla più.
Chi forma nel suo cuore e nel suo spirito questo anelito verso la risurrezione gloriosa, dona tutta un’impostazione diversa al suo esistere su questa terra.
Gli dona un’impostazione di verità, di libertà, di amore, di solidarietà, di condivisione, di comunione reale con ogni uomo.
La terra e tutte le sue cose, la stessa vita del corpo e per il corpo, riceve la sua giusta dimensione: di mezzo e non di fine; di mezzo per raggiungere il regno dei cieli, per ottenere la nuova vestizione del corpo della vita eterna.
[5]È Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito.
Quanto Paolo annunzia non è una sovrastruttura, un qualcosa che è venuto dopo; un desiderio messo nel cuore dell’uomo dopo il peccato e la caduta.
Dio ha creato ogni uomo per la vita eterna. Questo è il suo disegno eterno per la creatura fatta a sua immagine e somiglianza.
Non siamo stati creati per la morte, siamo stati creati per la vita; non siamo stati fatti per la concupiscenza o per la superbia, siamo stati fatti per la libertà nella verità.
Cristo è venuto a sanarci da ogni peccato, da ogni causa e frutto di peccato che dimora in noi.
È venuto per riportare nel cuore dell’uomo la sua vocazione d’origine, la vocazione che è sua fin da principio. Il principio della vocazione dell’uomo non è nel tempo, bensì nell’eternità.
Da sempre, da quando Dio ha pensato l’uomo, lo ha voluto con questo futuro eterno di gloria nel cielo.
Da sempre lo ha visto in Cristo risorto e asceso al cielo, nella gloria eterna. Questa è la sua vocazione.
Non solo Dio ci ha creati così, ma anche quando noi abbiamo perso questa speranza a causa del peccato, quando noi camminavamo per sentieri di morte, quando cercavamo la nostra immortalità in qualcosa di assai diverso che non la risurrezione finale dell’ultimo giorno, il Signore metteva nel nostro cuore il suo Spirito che creava dentro di noi questo anelito e desiderio di immortalità.
Poiché l’uomo abitava sempre in una tenda di peccato, gli riusciva difficile comprendere, ma soprattutto dare un volto e un’immagine di verità a questo desiderio che lo Spirito infondeva nel cuore dell’uomo, anche se a livello inconscio e non ancora esplicito, a motivo del non ancora compimento della risurrezione di Cristo Gesù nella nostra storia.
Ora che Cristo è venuto, ora che la sua risurrezione si è compiuta, ora che la sua Parola, la Parola della verità eterna, ci è stata comunicata tutta, ora che lo Spirito è stato effuso su di noi, lo Spirito è divenuto in noi non solo caparra della nostra risurrezione futura, certezza assoluta.
Lo Spirito crea in noi il vero desiderio del cielo e costantemente lo rende più vero, lo libera da tutte le incongruenze e le imperfezioni che un corpo di peccato potrebbe far ricadere su di esso, o negandolo, o trasformandolo, o cambiandolo, o modificandolo, o annullandolo del tutto.
Lo Spirito del Signore è la verità del nostro spirito, la luce dei nostri pensieri, la sapienza dei nostri sentimenti, la forza della nostra volontà, è la santità della nostra anima.
Con lo Spirito di Dio dentro di noi, noi camminiamo spediti verso la risurrezione gloriosa e ogni giorno percorriamo la giusta strada al fine di potervi pervenire.
Anche in questo caso è facile sapere chi possiede il vero Spirito di Dio, da chi crede di averlo, o addirittura finge di possederlo.
Chi è nel vero Spirito del Signore non solo possiede nel suo cuore la certezza e la verità della beata risurrezione gloriosa, verso questa risurrezione è attratto, questa risurrezione anela e sospira, verso questa risurrezione cammina con alacrità e celerità, per questa risurrezione si libera da tutti quegli impedimenti di ordine materiale e spirituale che potrebbero o impedirne il compimento, o renderlo meno glorioso e meno splendente, a causa dei peccati che ancora si commettono con il corpo.
La forza e la potenza dello Spirito di Dio in noi si misura anche dal desiderio e dall’anelito della patria del cielo e di rivestire il nuovo corpo di gloria e di luce, che è già nostro a causa dello Spirito di Dio che è stato versato nei nostri cuori come caparra della nostra vita eterna.
[6]Così, dunque, siamo sempre pieni di fiducia e sapendo che finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore,
Perché Paolo anela alla risurrezione e lotta come se fosse sotto un peso per liberarsi da questo corpo?
Il motivo ce lo dice in questo versetto. L’uomo è stato creato per vivere in comunione di amore e di verità con il Signore.
Non si tratta di una comunione solo spirituale, bensì di una comunione di tutto l’uomo, del suo corpo e della sua anima.
L’uomo era stato chiamato ad abitare presso Dio, nel suo giardino. L’uomo era stato creato per contemplarsi in Dio e in Dio sempre avverarsi e farsi.
A causa del peccato noi siamo come in esilio, siamo lontano dal Signore. Non spiritualmente parlando, poiché spiritualmente questo non può mai avvenire per un cristiano, costituito da Cristo tempio dello Spirito Santo, dimora vivente sulla terra della Beata Trinità.
Siamo lontani dal Signore con il corpo. La mente, lo spirito, il cuore, l’anima gustano Dio, lo sentono. I sensi invece no. Sono essi lontano dal Signore, perché non lo vedono, non lo sentono, non lo ascoltano, non lo contemplano, non lo ammirano, non gustano la sua bellezza.
Questo esilio non è la vera vocazione dell’uomo; l’esilio è frutto del peccato e sua conseguenza. Questo esilio deve finire e ognuno deve pregare il Signore perché per lui finisca presto, si consumi quanto prima questo stato di lontananza dal Signore, perché il Signore e l’uomo possano vivere nella stessa abitazione e possano amarsi nella luce eterna.
Donde nasce la fiducia nel cuore di Paolo? Nasce dal fatto che ormai l’esilio è momentaneo, passeggero, di breve durata; nasce anche dal fatto che l’esilio sarà vinto per sempre e nella forma migliore. Dio ci introdurrà nuovamente nella sua dimora eterna. Noi possiamo vivere con lui per sempre.
Nasce dalla caparra che Dio ha versato nel nostro cuore e che è lo Spirito Santo, il quale ha come compito proprio quello di alimentare la speranza, il desiderio di rendere il nostro anelito di cielo così forte da non lasciare spazio a che nel cuore si introducano altri desideri mondani e terreni.
Nasce dal fatto anche che tutta la nostra fede è fondata sulla verità della risurrezione di Cristo Gesù.
Cristo Gesù ha vinto la morte, ha svestito il suo corpo di carne, ha indossato il suo corpo di luce e di gloria. Questa vittoria è già nostra; anche noi indosseremo il corpo di gloria e di luce.
[7]camminiamo nella fede e non ancora in visione.
È questa la condizione di ogni uomo. Egli deve andare a Dio, deve attendere la gloria del cielo per fede.
L’uomo non deve vedere la gloria del cielo, deve invece credere che essa esiste e che è il suo sommo bene.
Perché bisogna camminare nella fede e non nella visione?
Se l’uomo camminasse nella visione non avrebbe relazione con Dio; farebbe una cosa perché la vede, o non la vede; la farebbe perché da se stesso la valuterebbe buona, o non buona.
Sarebbe lui il principio del discernimento, della verità, della bontà, del suo presente e del suo futuro.
Dio sarebbe solo come principio finale, come punto di arrivo, come termine di tutto.
Invece Dio vuole essere principio iniziale; vuole essere posto all’inizio del cammino con una relazione di fede.
Dio chiede all’uomo che si fidi di Lui, che ascolti la sua Parola perché viene da Lui, perché la dice Lui, perché Lui la pronunzia, perché Egli è la verità eterna, perché non c’è altra verità se non quella contenuta nella sua Parola e non c’è altro futuro vero per l’uomo se non quello che la Parola indica e contiene.
La relazione pertanto non può stabilirsi o fondarsi sull’uomo, sarebbe una relazione immanente all’uomo e questa non è fede.
La relazione deve invece fondarsi su un rapporto di trascendenza, di conoscenza, di apertura, di accoglienza di Colui che è il nostro Dio e che viene a noi attraverso la Parola.
Egli pone la sua Parola all’inizio del nostro cammino e con essa ci indica la via. La Parola è via, ma anche contenuto di ciò che ci attende alla fine della vita. Dio non solo ci dice quale via percorrere, ma anche quali sono i frutti che possiamo raccogliere percorrendo la sua via e quali invece quelli che di sicuro ci attendono se non facciamo quanto egli ci dirà.
Nell’uno e nell’altro caso la Parola del Signore è verità per noi. Verità se l’accogliamo, verità se non l’accogliamo; quello che cambia sono i frutti, è il fine che è diverso.
Il Signore non ci dice solamente la verità della vita eterna con la sua Parola, ci dice anche la verità della morte eterna. Ed è verità assoluta. Indipendentemente dall’accoglienza o dalla non accoglienza, quanto è contenuto nella sua parola si compie per noi.
Per fare un esempio: oggi l’uomo è senza Parola di Dio, è senza la sua Parola di vita. Questo non vuol dire che è anche senza la sua Parola di morte. Se è senza la Parola di vita, necessariamente si trova nella Parola di morte; se non è nella Parola dell’amore e della carità, si trova nella parola dell’odio e dell’egoismo, della sopraffazione e dell’ignoranza dell’altro.
È questo vale per ogni Parola che è uscita dalla bocca di Dio. Nessuna delle sue Parole ritorna a Lui vuota, senza aver prodotto il frutto per cui Lui l’ha fatta risuonare in mezzo a noi.
Se l’uomo vuole entrare in Paradiso deve abbracciare la Parola del Vangelo che lo conduce alla vita eterna; se non vuole andare nella vita eterna è sufficiente che rifiuti la Parola del Vangelo, ma rifiutandola, compie quella Parola che è scritta per lui e che gli preannunzia la sua morte eterna.
[8]Siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo ed abitare presso il Signore.
In questo versetto Paolo ci dice qual è la sua preferenza. Da un lato c’è l’esilio lontano dal Signore e consiste nel dimorare lui nel corpo, ma non essere nella patria del cielo.
Dall’altro lato c’è l’esilio dal corpo, la morte e il disfacimento come condizione necessaria per andare presso il Signore.
Paolo tra le due realtà, preferisce uscire dal corpo, andare in esilio dal corpo, ma essere presso il Signore, anziché vivere in esilio dal Signore ed abitare nel suo corpo.
L’amore per il Signore è più grande in lui del desiderio e dell’amore di stare nel suo corpo.
Questo però non significa che in lui c’è svilimento del corpo o che consideri il corpo come un qualcosa di meno importante, o una cosa da cui ci possiamo liberare quando noi vogliamo, al fine di raggiungere il Signore nella vita eterna.
L’uscita dall’anima dal corpo è un esilio, quindi una vera sofferenza, è un allontanamento forzato, una costrizione non naturale.
Naturalmente l’anima è fatta per essere nel corpo e il corpo è fatto per essere nell’anima. Tant’è che si parla di anima incarnata e di corpo animato.
Paolo può preferire questo perché è pieno di fiducia nella Parola di Cristo Gesù che gli ha promesso la risurrezione gloriosa nell’ultimo giorno.
Si tratta pertanto di un esilio momentaneo, passeggero; si lascia il corpo per un tempo assai breve e intanto si vive nella gioia eterna del cielo assieme a Dio. Mentre si gusta la gioia eterna, si attende il ritorno del corpo nel cielo, la liberazione dal suo esilio di morte nel quale il corpo è stato condotto a causa del primo peccato che l’umanità ha commesso in Adamo.
Se non ci fosse questa fiducia, che in Paolo è fede e nasce dall’accoglienza nel suo cuore della Parola di Cristo Gesù, lui, come ogni altro uomo, si sarebbe attaccato morbosamente alla vita terrena e non l’avrebbe lasciata neanche per un istante.
Quando manca la piena fiducia nella Parola di Cristo Gesù si ha una visione assai triste della morte. O la si vive come un ritorno al nulla. In questo caso vivere un giorno in più o un giorno in meno non ha valore per l’uomo, specie se questo giorno in più bisogna viverlo nella sofferenza e nel dolore. O la si vive con disperazione, come un qualcosa che viene a rapinarci il bene più caro e quindi si fa di tutto per restare anche un minuto in più su questa terra.
Da questa visione della morte nascono molti atteggiamenti dell’uomo e molti peccati. Basti pensare all’eutanasia o a tutti quegli altri orrendi delitti che si commettono e che manifestano il nostro egoismo e la nostra chiusura in noi stessi.
La vita invece è carità, amore, dono, comunione, solidarietà, condivisione, servizio, disponibilità, attenzione. Il valore della vita è questo. Ha valore quella vita che viene sacrificata all’amore, viene data a Dio perché ne faccia uno strumento di bene e di servizio al bene.
In questa visione di fede c’è un momento in cui bisogna sciogliere le vele e partire. Partire è il fine stesso della nostra esistenza. Si parte però nella fede e nella piena fiducia nella beata risurrezione; si parte nella verità che la morte è per noi un esilio, al quale il Signore porrà termine solo nell’ultimo giorno.
L’amore per il Signore, il desiderio di stare con lui dona conforto e sollievo in questo esilio; la speranza ce lo fa vivere secondo verità; la verità ce lo fa vivere nella speranza della beata risurrezione.
[9]Perciò ci sforziamo, sia dimorando nel corpo sia esulando da esso, di essere a lui graditi.
Nonostante il nostro desiderio, la nostra fede, la nostra speranza, il tempo della morte non può essere stabilito da noi, ma da Dio.
Il motivo è duplice: perché è Dio il Signore della nostra vita ed è Signore per creazione. Come l’uomo non si dona la vita, così non se la può togliere a suo piacimento.
Togliersela da sé è un peccato contro la vita, è un peccato contro il Signore della vita, è un peccato contro il fine stesso della vita.
Per un cristiano, poi, togliersi la vita diviene un peccato contro l’amore, contro la carità, contro Cristo stesso.
È peccato contro Cristo perché lui ha redento la nostra vita. Per redimerla e per salvarla Lui stesso è andato incontro alla croce, vi è salito sopra, ha subito per noi ogni sorta di umiliazione e di sofferenza, nel corpo e nello spirito. Se Cristo per salvare la nostra vita è andato incontro Lui ad una morte così dolorosa, ciò significa che la nostra vita ha un valore ai suoi occhi. Se ha valore ai suoi occhi, se ha valore agli occhi di Dio, deve avere valore anche ai nostri occhi.
Se non l’apprezziamo, non apprezziamo Cristo che l’ha redenta. Sviliamo la sua passione e morte; sviliamo il dono dello Spirito Santo che ci ha dato; sviliamo tutti i beni eterni che egli ci ha conquistato.
È un peccato contro la carità, contro l’amore. Con il battesimo noi abbiamo consegnato la nostra vita a Cristo, con lui siamo divenuti un solo corpo, siamo il suo corpo sulla terra.
Il corpo di Cristo è lo strumento dell’amore di Dio, con esso Dio salva, redime, ama, fa il bene, dona sollievo ai fratelli, reca loro il conforto della sua consolazione, porta sulla terra tutto il suo amore e tutta la sua carità eterna.
Togliersi la vita diviene sottrazione del nostro corpo alla carità di Dio. È Lui che sa come servirsi del nostro corpo per operare il bene. Può servirsi nella salute e può servirsi nella malattia; può servirsi in uno stato e in un altro.
La fede ci dice che il nostro corpo, la nostra vita, la nostra anima e tutto di noi è di Dio. La fede ci deve dire anche, e questo ogni giorno, che siamo strumento di Dio per portare salvezza in questo mondo.
Allo stesso modo che Cristo Gesù portò la sua salvezza sia quando decideva Lui cosa fare, sia quando hanno deciso gli altri cosa fare di Lui, sia quando andava per le vie della Palestina, che quando si incamminò per la via dolorosa della croce in Gerusalemme, così deve essere per il cristiano.
Lui deve sapere che una volta che la sua vita è stata donata a Dio, sarà Dio a decidere di ogni istante di essa e del modo come essa deve essere vissuta.
Se Dio permette che si viva nella malattia, nella malattia noi serviamo alla carità di Dio. Se vuole che viviamo nella salute, nella salute serviamo alla carità di Cristo.
Senza questa visione di fede la vita non ha senso, non ha significato.
Noi non dobbiamo stabilire o determinare il tempo o l’ora della nostra morte; dobbiamo invece fare tutto per essere graditi al Signore. Si è graditi al Signore se ogni momento della nostra esistenza terrena lo viviamo nella fede come servizio alla carità di Cristo, lo viviamo come strumenti di Dio per compiere, oggi, in mezzo agli uomini, il servizio della salvezza.
Questo significa sforzarsi di essere graditi al Signore: fare tutto secondo la sua volontà, cercare in ogni cosa la sua volontà e la sua volontà è una sola: fare della nostra vita uno strumento di amore attraverso il quale egli possa manifestare la sua eterna ed infinita carità che ha verso ogni uomo.
[10]Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male.
In questo versetto c’è un altro concetto sul valore della vita che bisogna mettere in evidenza, in risalto, al fine di condurla su una strada buona, quella dell’osservanza della Parola di Dio.
Dio è il giudice dell’uomo, di ogni uomo. Alla sera della vita ognuno dovrà presentarsi al suo cospetto per rendere ragione di ogni cosa che avrà fatto, o non fatto, durante la sua permanenza nel corpo.
La vita è come un albero. Esso deve produrre frutti di bene, di amore, di verità, di speranza, di servizio, deve produrre gli stessi frutti che ha prodotto Cristo Gesù.
L’uomo così come esso si è fatto, è un albero di morte e non di vita, di egoismo e non di carità, di sopraffazione e non di pace. Così lo ha fatto il peccato di Adamo, lo ha trasformato in un albero di morte.
Dio però da sempre vuole trasformarlo in un albero di vita, di gioia, di pace, di verità, di salvezza, di bene.
Ha mandato in mezzo a noi il nuovo Albero della vita che è Cristo Gesù e ci ha fatti in Lui alberi di vita e di verità, alberi di bene e di amore, alberi di giustizia e di santità.
Quando ci presenteremo al suo cospetto, e tutti dovranno presentarsi, egli, Dio, guarderà i nostri frutti e se non sono frutti dell’Albero della vita, frutti di bene in Cristo Gesù, non abbiamo diritto di entrare in Paradiso. Non possiamo noi essere trasformati in alberi di amore, quando durante la nostra permanenza nel corpo abbiamo prodotto frutti di male, frutti di ingiustizia, frutti di morte in opposizione ai frutti di Cristo Gesù che sono solo frutti di vita.
Entreranno nel Paradiso solo quanti sono trovati alberi di vita, quanti invece sono trovati alberi di morte, seguiranno la strada della morte eterna, verso la quale le loro opere li hanno condotti e la morte sarà per sempre.
È questa verità che oggi non è più creduta dal credente in Cristo Gesù. C’è come una fede sfasata, oggi, che regna in tanti cuori. È una fede che rinnega Cristo e la sua opera di salvezza; è una fede senza Cristo e senza la sua opera di redenzione; è una fede che non accoglie la verità di Cristo Gesù.
È, la nostra, una fede falsa, anzi è peggiore della non fede. La non fede vive senza Cristo, lo ignora, non sa chi egli è. Vive lontano da lui. La nostra fede invece non è una non fede, è una fede contro Cristo Gesù e contro il suo mistero di vita eterna, contro la sua essenza di Albero della vita, contro la nostra incorporazione in Lui, che ci fa alberi di vita e di amore.
È, la nostra, una fede senza la parola storica di Cristo Gesù e quindi una fede pensata dall’uomo, che non è né spiegazione, né comprensione secondo la pienezza di verità verso cui conduce lo Spirito del Signore i credenti in Cristo Gesù.
È, la nostra, una fede di sentimento, di religiosità popolare, di usi e costumi, di tradizioni degli uomini.
È, la nostra, una fede che ha annullato il comandamento di Dio, le sue beatitudini, il mistero di Cristo Gesù nella sua essenza più vera e più pura a favore di un pensiero umano che vanifica tutta intera la Verità rivelata. Anzi è una fede che giustifica se stessa contro la stessa evidenza della verità del Vangelo.
È, la nostra, una fede che ha bisogno di essere rifondata totalmente. Ha bisogno nuovamente che venga evangelizzata, cioè che venga riempita di contenuti evangelici.
Il futuro della Chiesa e del mondo passa attraverso la nostra capacità nello Spirito Santo di rivitalizzare la nostra fede, di renderla autenticamente fede nella Parola di Cristo Gesù, ascolto della sua Parola, vita nel Vangelo della salvezza.
È il compito che ci attende, attraverso il quale passa la salvezza dell’uomo, su questa terra e nei secoli eterni.
Credente.
00Wednesday, February 8, 2012 10:43 PM
L’AMORE DI CRISTO È FORZA

[11]Consapevoli dunque del timore del Signore, noi cerchiamo di convincere gli uomini; per quanto invece riguarda Dio, gli siamo ben noti. E spero di esserlo anche davanti alle vostre coscienze.
Paolo ha una consapevolezza che è il timone della sua esistenza. Questa consapevolezza è il timore del Signore.
Lui sa che la Parola di Dio è verità e che il Signore mantiene ogni Parola uscita dalla sua bocca.
Lui è convinto di questo, la sua missione è quella di convincere gli uomini.
In questa frase è tutto il mistero della missione della Chiesa. Molti figli della Chiesa, oggi, hanno perso questa consapevolezza del timore del Signore.
Si sono come smarriti nei meandri di un pensiero della terra che non è più fondato sul timore del Signore, perché non tiene più conto della Parola da lui proferita e sulla quale si fonda la nostra fede.
Perché Paolo si affatica, soffre, è perseguitato, è messo ogni giorno a morte, va in giro per il mondo, spende ogni sua energia per vivere tutta la sua sollecitudine pastorale?
Il motivo è in questa sua affermazione. Lui è consapevole della verità di quanto il Signore ha detto. È consapevole della morte eterna che grava su quanti vivono nel peccato e nella trasgressione della legge di Dio.
È consapevole della dannazione eterna che pende sulla testa dei suoi fratelli. È consapevole che attraverso la sua predicazione molti potrebbero entrare nel cammino della vita. È consapevole che se lui tace il Vangelo, l’uomo rimane nelle tenebre e nell’ombra di morte. È consapevole che nessuna storia umana potrà mai cambiare se il Vangelo non diviene per tutti la luce che illumina ogni uomo.
È consapevole che il compito di proclamare il Vangelo gli è stato affidato direttamente dallo Spirito del Signore. Dio lo ha chiamato e lo ha costituito strumento di luce e di salvezza.
Se lui non fa questo, il mondo resta nelle tenebre. Lui dovrà domani rendere conto al Signore del perché non ha svolto la missione che aveva ricevuto dal Cielo e che lo ha costituito luce delle genti, proclamatore del Vangelo della Grazia, predicatore della buona novella della salvezza.
Questa è la sua convinzione. È una convinzione che si fonda e si stabilisce nel timore del Signore, cioè nell’assoluta certezza che quanto il Signore ha detto nella sua Parola si compirà per ciascuno di noi.
Poiché la morte eterna grava sulla testa dei suoi fratelli e vi grava per davvero, egli cerca con ogni mezzo di convincere gli uomini a lasciarsi conquistare da Cristo Gesù e dalla Parola di grazia e di salvezza che Lui ci ha annunciato e che ha già realizzato per noi.
Naturalmente c’è dall’altro lato l’uomo e la sua coscienza, la sua volontà, la sua mente e il suo cuore. L’uomo potrà anche rifiutarsi di credere, lo potrà anche perseguitare, ma in questo caso Paolo è senza colpa riguardo a coloro che si perdono. È senza colpa perché lui ha una coscienza retta dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini.
Che la sua coscienza sia retta dinanzi a Dio, non possono esserci dubbi. Dio conosce il suo lavoro, la sua rettitudine, il suo amore, il suo zelo pastorale, conosce le sue innumerevoli fatiche.
Paolo vuole che questa stessa conoscenza di lui l’abbiano anche gli uomini, soprattutto l’abbiano i Corinzi, presso i quali egli ha anche lavorato con molta fatica e tribolazione.
Questo ci deve insegnare che non solo bisogna manifestare a Dio la nostra coscienza retta; è necessario che anche dinanzi agli uomini la nostra coscienza sia retta. Non che appaia retta, ma che sia veramente tale.
Noi dobbiamo chiedere che l’altro ci guardi sempre e ci veda nella nostra rettitudine di coscienza; è altrettanto vero che dobbiamo in ogni circostanza dimostrargli che agiamo solo per rettitudine di coscienza e che in tutto quello che facciamo brilla su di noi solo ed esclusivamente la legge e la volontà di Dio.
Ciò che il Signore comanda e vuole noi lo facciamo; ciò che il Signore non vuole, non comanda, noi non lo vogliamo, non lo desideriamo, non lo facciamo, con imparzialità, con carità, con serenità, ma anche con tanta fermezza e decisione.
[12]Non ricominciamo a raccomandarci a voi, ma è solo per darvi occasione di vanto a nostro riguardo, perché abbiate di che rispondere a coloro il cui vanto è esteriore e non nel cuore.
Paolo vuole che i Corinzi vedano in lui una coscienza retta che sempre lo muove e lo spinge all’azione; vuole che lo pensino non mosso da alcun interesse terreno, o di parte; vuole che lo considerino un appassionato annunciatore del Vangelo di Cristo Gesù.
Il suo discorso è sottile. Egli vuole che i Corinzi possano veramente vantarsi di lui e per lui. Perché Paolo adduce questo motivo del vanto a proposito della sua coscienza retta con la quale agisce? C’è veramente bisogno che l’altro possa vantarsi di noi? Non è in Dio e di Dio che bisogna sempre vantarsi?
Si è detto che il suo discorso è sottile. Eccone il motivo. A quei tempi c’erano dei cristiani fanfaroni, che dicevano, ma non facevano. Questi cristiani portavano tanto scompiglio nella comunità.
Per esaltare se stessi, la loro opera, a volte denigravano Paolo, lo accusavano ingiustamente, lo deridevano, lo giudicavano un uomo buono a nulla.
Se i Corinzi avessero creduto questo, ne sarebbe andata di mezzo la credibilità del Vangelo.
Quale credibilità può avere una predicazione fatta da un uomo che non pone nessuna credibilità? L’uomo è la sua credibilità. Se lui non è credibile, come può essere credibile quanto egli dice, ma soprattutto il Vangelo che egli annunzia?
Paolo vuole che i Corinzi possano vantarsi di lui, ma vantarsi non a motivo della persona di Paolo. Sappiamo che questo Paolo mai lo ha permesso e per nessuna ragione al mondo. Devono vantarsi di lui a motivo della verità che egli proclama.
Questa verità è talmente vera, talmente sublime, talmente corrispondente al Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, da non poter lasciare alcun dubbio nella mente e soprattutto nel cuore dei suoi ascoltatori e neanche delle comunità presso le quali egli ha lavorato.
Sapendo che Paolo è di retta coscienza e che annunzia secondo verità il Vangelo di Cristo Signore; sapendo altresì che il suo lavoro è a prova di carità e di speranza, i Corinzi possono vantarsi di Lui, ma non possono dire altrettanto di quanti cercano un vanto esteriore, che non è il vanto del cuore.
Il vanto del cuore è quello testimoniato dalla retta coscienza e dalla carità pastorale che guida ogni azione missionaria; il vanto esteriore sono quelle cose che si fanno per piacere agli uomini e per ricevere da loro una lode, una nota di merito. Questo vanto non è secondo Dio, è solo un vanto di fumo, una caligine con la quale ci si riveste per nascondere la nullità che segue ogni nostro intervento nella storia.
Il nostro intervento è nullo, improduttivo, perché non fondato sulla verità di Cristo Signore e non portato avanti con la sua carità pastorale, che dona la sua vita per la vita delle sue pecore.
Sapendo chi è veramente Paolo, loro possono sapere anche chi non sono gli altri, cosa non fanno gli altri, su che cosa si fonda realmente ed essenzialmente il loro lavoro pastorale: sul niente, ma soprattutto su una cattiva coscienza che non cerca il bene secondo Dio, ma solo il bene secondo l’uomo, che è egoismo e superbia, esaltazione e vanagloria.
[13]Se infatti siamo stati fuori di senno, era per Dio; se siamo assennati, è per voi.
Quando si predica il Vangelo si può essere presi anche per pazzi, per degli uomini che sono fuori di senno. Questo Paolo lo sa e lo conferma anche. Quando un missionario del Vangelo che agisce con rettitudine di coscienza viene preso per pazzo, viene dichiarato fuori di senno, ciò significa semplicemente che egli è nella più grande verità, nella più assoluta conformità al Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
In questo versetto Paolo mostra tutta la sua saggezza e sapienza ispirata. Egli non vuole mettere in difficoltà i Corinzi. Dice loro di non prendersela se lui è fuori di senno, di non farne caso.
Non è per loro che egli è fuori di senno. Egli è fuori di senno per il Signore e dinanzi al Signore.
Dinanzi al Signore non dobbiamo forse essere tutti fuori di senno, non dobbiamo rinunciare forse a tutta la nostra razionalità umana per poter indossare e rivestirci della sua sapienza e saggezza eterna che è il suo Vangelo?
C’è forse spazio per la sapienza umana nella stoltezza e nell’illogicità del Vangelo? Per questo Paolo è fuori di senno, per acquisire tutta la sapienza e la saggezza del Vangelo, per rivestire Cristo e la follia della sua croce.
Divenuto fuori di senno per il Signore, rivestito della sua sapienza e saggezza eterna egli è divenuto nuovamente assennato, ma si tratta di un senno che è in Dio, non fuori di Lui, ma è in Dio, è in lui ma è tutto a favore dei Corinzi.
Questi possono attingere alla fonte della sua sapienza e divenire a loro volta assennati in Cristo; possono gustare l’acqua della verità e della santità ed entrare così anche loro nella verità e nella santità che scaturiscono solo dalla parola di Cristo Gesù, compresa alla luce della sapienza eterna dello Spirito Santo.
Se non si diviene fuori di senno per il Signore non si può neanche divenire assennati per gli uomini.
O la Parola di Dio prende posto interamente in noi e questo avviene solo attraverso il rinnegamento di noi stessi, divenendo fuori di senno, oppure mai noi potremo essere assennati per gli uomini, mai potremo manifestare loro la saggezza dello Spirito Santo che deve divenire anche loro luce di saggezza e di assennatezza in modo da portare la loro vita in Cristo Gesù e nel suo mistero di verità e di salvezza.
[14]Poiché l'amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti.
Paolo rivela ora ai Corinzi tutto il suo cuore. Chi muove Paolo ad agire è l’amore di Cristo Gesù.
L’amore di Cristo è il dono della sua vita per la salvezza del mondo. L’amore di Cristo è la sua croce. L’amore di Cristo è l’umiliazione dinanzi agli uomini. L’amore di Cristo è olocausto e sacrificio di se stesso, è annientamento, è farsi servo degli altri e questo sino alla fine di ogni possibilità umana.
Se Paolo è spinto dall’amore di Cristo e l’amore di Cristo è questo per Paolo, egli ama come Cristo, ama di un amore che sa farsi sacrificio, oblazione ed olocausto per il mondo intero. Non può esserci allora differenza tra l’amore di Cristo e l’amore di Paolo. Sono tutti e due avvolti e conquistati da un unico amore, con una sola differenza che l’amore di Cristo è fonte, principio, sorgente dell’amore che è in Paolo.
L’amore di Cristo è un amore che conduce alla morte di croce, è un amore che porta ogni altro in questa sua stessa morte.
Cristo è morto per tutti. Tutti in lui sono morti. Sono morti sacramentalmente, devono morire realmente; sono morti oggettivamente, devono morire soggettivamente.
Devono morire la stessa morte di Cristo, non per se stessi, ma per gli altri; devono far sì che tutti muoiano, perché loro sono morti in Cristo, morendo la sua stessa morte per amore.
Quando l’amore nel missionario del Vangelo è quello di Cristo che vive ed opera in lui, il risultato è lo stesso che fu di Cristo.
Questo amore conduce alla morte fisica colui che lo possiede; questo amore produce frutti di vita eterna attorno a sé, poiché conquista i cuori al Vangelo e li spinge a dare anche loro la vita per Cristo e perché in Cristo molti altri muoiano la vita di Cristo.
Quando l’amore di Cristo spinge il missionario del Vangelo, sempre maturano di questi frutti di morte che generano tanta altra vita evangelica attorno a sé e quindi tante altre morti di Cristo nel mondo.
Il processo di morte si moltiplica e diviene quasi infinito. È questo processo che genera la salvezza nel mondo. Quando questo processo si interrompe perché in qualcuno non è più l’amore di Cristo che spinge, la vita cristiana si raffredda e molti cuori ritornano nella loro falsità di un tempo e in una vita che non è più condotta e spinta dall’amore di Cristo.
Quando non si produce salvezza attorno a sé, è il segno che il nostro amore si è raffreddato e che Cristo non vive più in noi. Noi non siamo in lui, non moriamo la sua morte, non possiamo generare la sua vita.
[15]Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro.
Paolo pone qui il principio dell’ascesi cristiana e della sana e retta spiritualità che deve guidare i discepoli di Gesù.
Pone anche uno dei più grandi principi di antropologia cristocentrica, dai risvolti ecclesiologici di massima importanza.
Cristo è morto per tutti, per ogni uomo. È questo il principio soteriologico che è a fondamento della cristologia.
Per essere di fede cristiana occorre professare che Cristo, la seconda Persona della Santissima Trinità, si è incarnato, ha subito la passione, è morto ed è risorto per noi.
Paolo dirà in altri testi: è morto per i nostri peccati ed è risorto per la nostra giustificazione.
Quello che molte cristologie, anche cattoliche ignorano, è l’altra affermazione di Paolo: perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro.
Ogni vera cristologia deve comporsi pertanto di due verità: quella di Cristo che è morto per tutti; l’altra che tutti ormai devono vivere per Cristo.
La fede è completa se queste due verità sono assieme. Se queste due verità vengono separate, una annunziata: la prima; l’altra lasciata: la seconda, noi non abbiamo una vera, autentica cristologia.
Abbiamo una cristologia che non diviene antropologia, né ecclesiologia. Non diviene antropologia perché coloro per i quali Cristo è morto non vivono per Cristo. Cristo è morto per tutti, tutti devono vivere per Cristo.
Devono dare la loro vita a Cristo, perché Cristo la trasformi in uno strumento di salvezza a favore di tutti gli uomini.
Non diviene ecclesiologia, perché la Chiesa oltre che dispensatrice dei divini misteri a coloro che già credono, è nella sua essenza missionaria; dispensa i misteri perché è missionaria.
Essa deve andare per terra e per mare ad annunziare il grande mistero della salvezza, il grande dono dell’amore di Dio in Cristo Gesù.
Essa non solo deve annunziare Cristo, deve far sì, attraverso il suo ministero e la sua stessa vita vissuta tutta per Cristo, che ogni altro uomo si inserisca in questo mistero di salvezza e doni la sua vita interamente a Cristo Gesù, affinché per mezzo di essa salvi e redima il mondo intero.
Quando c’è un calo nella missione, quando c’è un calo antropologico, quando l’uomo comincia a non essere più l’uomo evangelico e la Chiesa perde di incidenza e di slancio nella sua missione, che abbia la forza di interrogare i suoi teologi, i maestri che insegnano la fede: vedrà che in loro c’è stato un calo nella fede in Cristo Gesù, c’è stata un perdita di verità, uno smarrimento nei principi della salvezza.
La prassi nella Chiesa è sempre governata da una verità che essa annunzia; se la verità è trasformata in parte o in tutto, anche la prassi subisce una trasformazione, un orientamento diverso e una diversa modalità di impostazione.
Chi lavora sul cambiamento della prassi, senza cambiare la fede che è all’origine di ogni prassi, lavora invano. La sua è veramente una energia sciupata, sprecata, messa in atto a vuoto.
Quanti hanno l’obbligo di vigilare sul retto insegnamento della fede devono avere la fortezza dello Spirito Santo e intervenire tempestivamente affinché non si registri nel seno della comunità un calo di fede.
Quello che si può fare subito con un intervento assai opportuno e immediato, se tralasciato, se rinviato, produce dei danni così gravi che occorrono poi dei secoli per ristabilire nei cuori la verità, se ci si riesce.
La responsabilità della vigilanza è la più grave dinanzi a Dio che esiste sulla terra. Per questa responsabilità la Chiesa si mantiene nella sua verità, ma anche devia dal cammino di Cristo e dello Spirito e percorre vie di falsità e di menzogna, come oggi.
Oggi non si pone più alcuna attenzione all’affermazione che tutti coloro per i quali Cristo è morto, e Cristo è morto per tutti, vivano e muoiano per lui.
Qual è il risultato: un’antropologia di salvezza senza spiritualità e senza ascesi, senza Cristo e senza Vangelo, senza principi morali sani che orientano la vita verso una sempre più perfetta configurazione a Cristo Gesù nella vita e nella morte.
[16]Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così.
Altra affermazione che merita di essere analizzata e sviluppata nei suoi contenuti.
Ogni conoscenza tra i cristiani deve avvenire nella fede e secondo la fede. Bisogna vedere l’altro nel mistero di Cristo e di Dio.
Bisogna vedere così il cristiano e il pagano, il peccatore e il giusto, colui che è dentro la comunità e colui che vive ai margini.
Vedere ognuno secondo la fede e nella fede ha un solo significato: quello che Dio ha fatto di lui nella fede, quello che Dio vuol fare di lui secondo la fede.
Anche Cristo Gesù deve essere conosciuto secondo la fede, non secondo i ricordi personali, le relazioni di parentela, di amicizia, di etnia, di razza, di appartenenza, o di altre forme che riguardano sempre la sfera umana della conoscenza.
Chi è l’altro secondo la fede, ma soprattutto chi è Cristo secondo la fede? È il Redentore e il Salvatore di ogni uomo; è colui nel quale ogni uomo deve essere chiamato a divenire nuova creatura.
Chi è Paolo secondo la fede? È il ministro, lo strumento di Cristo per inondare il mondo di verità, per dare la luce del Vangelo a tutte le genti.
Chi è il cristiano secondo la fede? È colui che è divenuto in Cristo luce e sale della terra; è colui che deve testimoniare attraverso la verità di Cristo e la sua grazia che abitano ed agiscono in lui la straordinaria potenza del mistero del quale è divenuto parte.
Chi è il pagano secondo la fede? È un uomo da chiamare a Cristo, da condurre a Lui, da inserire nel suo mistero di morte e di vita, perché lo compia nella sua carne.
Se ogni pagano viene conosciuto così, secondo la fede, la Chiesa non può che trasformarsi in missionaria, non può che riprendere la via del mondo, andare incontro ad ogni uomo, per manifestargli la sua vocazione, chiamandolo perché la compia in Cristo Gesù. È solo in Lui che la vocazione dell’uomo può essere compiuta, può realizzarsi, può essere portata a maturazione.
Questi sono solo alcuni esempi di come si possa e si debba pensare e vedere ogni cosa secondo la fede.
Chi è il peccatore secondo la fede? È un uomo a cui bisogna dare la grazia di Cristo Gesù. Al cristiano non compete né il giudizio, né la condanna; a lui spetta, perché è suo dovere, dare al peccatore tutto l’amore di Cristo Gesù perché si converta e viva.
Oggi è difficile vedere nella Chiesa le persone secondo la fede: Papa, Vescovi, Sacerdoti, Diaconi, fedele laici. Perché? Il motivo è uno solo.
Chi ci dona la visione secondo la fede è lo Spirito del Signore che abita in noi. Se siamo senza lo Spirito, oppure la nostra comunione con Lui è assai povera di contenuti di saggezza e di verità, a causa della nostra poca santità, noi non vediamo più secondo la fede, vediamo secondo la carne.
L’altro non ha nulla di più di noi, ha solamente un ufficio o una carica che esercita, come si esercitano uffici e cariche nella società civile.
[17]Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.
Paolo dona ora un saggio della sua visione secondo la fede. La fede ci fa una cosa sola con Cristo, perché ci fa un solo corpo in Cristo.
Chi è Cristo? È la novità di Dio, la sua santità, la sua verità, la sua grazia, la sua misericordia, la sua giustizia.
Cristo è l’uomo nuovo venuto a fare nuove tutte le cose. Noi siamo in Cristo, siamo nuovi come lui, partecipiamo della sua novità di amore e di verità.
Qual è la conseguenza di questa novità? L’abbandono delle cose vecchie. Vecchio, per Paolo, è tutto il passato vissuto senza Cristo o nell’attesa di lui.
Altra conseguenza è questa: le cose vecchie in Cristo non esistono più; se le facciamo esistere, allora noi non siamo più vitalmente inseriti in Cristo; siamo in Cristo in ragione del nostro battesimo, ma non lo siamo in quanto partecipazione alla sua grazia e alla sua verità e questo in ragione del peccato che ora milita nelle nostre membra.
Anche questo è un altro grande principio dell’antropologia paolina, che è poi essenza dell’antropologia cristiana.
L’essere divenuti in Cristo nuove creature obbliga a vivere come tali. Obbliga a vivere in novità di vita e la novità di vita per Paolo è una sola: riproporre la vita di Cristo nelle nostre membra, anche perché noi siamo suo corpo. Tutta la sua vita deve maturare in noi frutti di verità, di carità, di santità, di giustizia.
La Chiesa non ha solo l’obbligo di annunziare Cristo, di inserire in Cristo, ha anche quello di aiutare ogni membro di Cristo a sviluppare tutta la novità che Cristo ha creato in lui mediante il suo Santo Spirito.
La Chiesa deve essere maestra e guida perché ogni suo figlio manifesti Cristo nelle opere e nei pensieri. Per questo, oltre che missionaria, deve essere anche formatrice di quanti già credono in Cristo.
Senza quest’opera di formazione continua, intensa, vera, autentica, la stessa missione svanisce.
Non può svolgere la missione cristiana se non chi vive di Cristo, in Cristo e per Cristo. È compito della Chiesa impegnare ogni sua energia affinché il popolo di Dio cresca nella verità, nella grazia, nella santità, cresca in cristiformità, cresca in spiritualità, cresca in figliolanza.
Per fare questo dovrà trovare forme e vie sempre attuali. Non potrà fare questo se non si convincerà che la crescita in novità è l’essenza stessa della sua vita e del suo essere posta come luce in mezzo agli uomini.
Una luce che si affievolisce non è vista più da nessuno; mentre una luce che cresce e si ingrandisce sempre più, può attrarre uomini da molto lontano.
Questa è la via della Chiesa e solo questa: la formazione spirituale, dottrinale, sapienziale dei suoi figli perché sviluppino tutta la potenzialità di novità che Cristo ha versato nel loro seno, facendoli suo corpo, facendoli parte del suo mistero di vita e di salvezza.
[18]Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione.
Quanto è avvenuto nel cristiano non è un frutto che matura dalla sua natura, né dalla sua volontà, e neanche da sforzi e impegno profusi nella realizzazione della sua novità.
La novità è un dono di Dio, è un frutto del suo amore eterno per l’uomo.
Bisogna partire da qui. Dio è il principio di tutto. Da Dio è partita la creazione, da Lui anche la redenzione. Da Lui siamo stati creati a sua immagine e somiglianza, da Lui anche redenti, giustificati, salvati.
Da Lui saremo accolti nella vita eterna. Anche questa è un dono del suo amore e della sua misericordia.
Questa verità almeno in campo cattolico è salva. Tutto da Dio parte e tutto a Dio ritorna. La sua grazia previene, accompagna e segue. Su questo non ci sono disparità di pensiero. Le disparità invece sorgono quando bisogna affermare le modalità storiche attraverso le quali la grazia e la verità vengono in noi e le vie da percorrere perché possiamo essere fatte nuove creature.
La riconciliazione è mediante Cristo e in Cristo. La riconciliazione è finalizzata ad essere noi in tutto avvolti della novità di Cristo.
Su questo iniziano le divergenze, o meglio iniziano le falsità. Da tutti si afferma la redenzione per Cristo, ma non la redenzione in Cristo finalizzata alla creazione in noi della novità che è Cristo Gesù.
La redenzione e la finalità della redenzione sono da confessare come un unico indivisibile mistero. Non si può affermare che l’uomo è stato fatto nuova creatura in Cristo Gesù senza affermare che lui è chiamato a sviluppare nella sua storia tutta questa potenzialità di vita nuova che è stata a lui data il giorno del suo battesimo.
Una redenzione concepita solo come apertura del regno dei cieli e di salvezza finale, senza la fruttificazione nella storia, della novità che Cristo ha prodotto in noi, non è redenzione biblica, non è cristiana, soprattutto non è cattolica, perché non è questa la redenzione che Cristo Gesù è venuto ad operare in mezzo a noi.
Inoltre cristologia ed ecclesiologia sono un solo mistero di salvezza, un unico mistero. È la Chiesa colei che ha avuto il ministero di predicare la redenzione o riconciliazione che Dio ha operato in Cristo Gesù.
La riconciliazione vera si compone per tanto di tre verità: essa è voluta da Dio, è Dio il fondamento, il principio della riconciliazione con Lui. Dio questa riconciliazione l’ha operata in Cristo. Dio ha affidato alla Chiesa il ministero della riconciliazione.
La riconciliazione ha bisogno di queste verità per compiersi nell’uomo e nel cristiano.
Se il mondo non conosce Cristo Gesù - non lo conosce, cioè, come colui nel quale Dio ci ha riconciliati - se non lo si accoglie perché ci riconcili in Lui con il Padre - anche se la riconciliazione è stata operata da Cristo e voluta dal Padre - l’uomo resta fuori del mistero della riconciliazione. Vi resta fuori a causa del ministero della riconciliazione che non è stato svolto, non è stato portato a compimento da chi aveva ricevuto questo mandato.
Questa unità nella triplice verità deve essere necessariamente composta perché Dio possa riconciliare in mondo a sé.
[19]È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
Paolo ora spiega in che cosa consiste la riconciliazione.
Con il peccato l’uomo ha contratto una colpa dinanzi a Lui. Questa colpa merita una pena, che è la morte eterna dell’uomo, il cui frutto è la morte corporale che avviene alla fine della sua vita terrena.
Dio, a causa di Cristo, per il suo sacrificio offerto sulla croce, per la sua obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, non imputa più questa colpa, l’ha cancellata, l’ha perdonata, non la ricorda più.
Da precisare che la riconciliazione cristiana non è solo la non imputazione delle colpe contratte a causa dei peccati commessi.
Questa è solo una parte della riconciliazione. La riconciliazione cristiana da un lato confessa la non imputazione delle colpe commesse, il perdono dei peccati, l’estinzione anche delle pene temporali dovute ai peccati, dall’altro professa la novità di vita, di cui Paolo ha già parlato abbondantemente anche in questo stesso capitolo.
La riconciliazione è incorporazione in Cristo, figliolanza adottiva, inabitazione in noi di Dio e della sua grazia. La riconciliazione è essere stati fatti in Cristo creature nuove, a sua immagine e somiglianza.
Tutti questi aspetti della riconciliazione sono essenziali e devono essere insegnati, altrimenti si può anche ridurre la riconciliazione ad un fatto puramente giuridico. Il Signore non ci imputa il peccato, ma noi rimarremmo così come siamo dentro e fuori.
Questa non è l’idea e la verità cristiana della riconciliazione. La novità che essa crea in noi è più grande di ciò che essa distrugge in noi. Distrugge il peccato - è questa è una cosa grandissima - immette in noi tutta la potenza della grazia di Dio, immette Dio che è grazia per noi. È questa grazia ed è il Dio della grazia che ci rinnova con il suo amore e ci rende ad immagine della verità di Cristo crocifisso e risorto.
Tutta questa ricchezza è stata messa da Dio nelle mani della sua Chiesa e nella Chiesa di coloro che Cristo ha scelto come continuatori della sua missione: sono gli Apostoli e i loro collaboratori.
La parola della riconciliazione che Cristo ha affidato alla Chiesa non è solo la predicazione del Vangelo, è anche il dono della grazia; è la remissione dei peccati; è l’incorporazione in Cristo; è il dono dello Spirito Santo; è la celebrazione della Cena nella quale si riceve Cristo e la sua divina carità.
Tutto questo la Chiesa è obbligata a farlo perché costituita da Dio strumento di riconciliazione; ha ricevuto da Dio il ministero della riconciliazione.
Per la nostra fede e per l’espletamento della missione si fa il mondo nuovo, l’uomo entra nella novità di Cristo. Così, per noi e per la nostra non fede, per il non espletamento della Parola della riconciliazione il mondo rimane vecchio, nel suo peccato. Rimane vecchio in noi perché non crediamo, rimane vecchio negli altri perché abbiamo omesso di esercitare il ministero della verità e della grazia che il Signore aveva ed ha posto nelle nostre mani.
Dio si è consegnato nelle mani di Cristo. Ha consegnato a Cristo la sua volontà di redenzione e di riconciliazione del mondo. Cristo ha eseguito la volontà del Padre fino alla morte e alla morte di croce. Ha adempiuto il comando del Padre.
Cristo ha però messo se stesso, tutto se stesso nelle mani della sua Chiesa. Tutto ora dipende dalla Chiesa. Dio è nelle mani della Chiesa, Cristo è nelle mani della Chiesa. Se la Chiesa lo dona, Cristo si dona, Dio si dona; se la Chiesa non lo dona, Dio non si dona, perché Cristo non è stato dato.
L’uomo rimane nella sua vecchia natura, rimane nel suo peccato, agisce da peccatore perché da peccatore vive.
[20]Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Che Paolo creda in questa verità, lo attestano queste sue parole, parole che nascono dal profondo del suo cuore, che manifestano il suo spirito e rivelano la sua anima.
Lui sa quanto importante è la sua missione nel mondo, lui sa quale potenza di grazia può sviluppare ogni sua parola. Lui sa quale energia divina è racchiusa nella sua predicazione e quale maturazione di frutti comporta la sua opera missionaria.
Se lui non la esercita, tutto il mondo rimane nel buio e anche i cristiani possono ritornare nel buio, nelle tenebre di un tempo, in quella vecchia umanità dalla quale il Signore un giorno li ha tratti fuori.
La proclamazione della verità si trasforma ora in lui in predicazione della verità, in vero annuncio di salvezza.
Lui è ambasciatore, araldo di Dio, in favore di Cristo Gesù. In lui opera e parla Dio, parla Dio in favore di Cristo Gesù, parla Cristo Gesù in favore del Padre.
Consapevole che la sua voce è voce di Dio e di Cristo, l’insegnamento ora si trasforma in supplica, in un invito accorato ad accogliere il dono di Dio.
Non è sufficiente che Dio abbia riconciliato il mondo in Cristo, è urgente che ognuno si lasci riconciliare in Cristo da Dio e si ci lascia riconciliare accogliendo nel nostro cuore la Parola del Vangelo, il Vangelo della grazia, mettendo in noi la verità di Cristo e Cristo verità che l’Apostolo di Dio e di Cristo Gesù ci annunzia.
Lasciarsi riconciliare con Dio, invitare ogni uomo ad accogliere la Parola della salvezza, è l’invito sempre nuovo e perenne che la Chiesa deve fare ad ogni uomo.
È questa la via della salvezza. Non se ne conoscono altre. Altre non esistono, non ci sono.
Paolo in questo versetto ci dona un esempio mirabile di come bisogna coniugare proclamazione della verità e supplica ad accogliere la verità.
Anche su questo siamo in grave difetto. A volte noi predichiamo la verità, manca poi l’invito esplicito ad accoglierla nel nostro cuore. Se si separa la verità dalla supplica ad accoglierla, la verità proclamata è lasciata alla libera volontà dell’uomo.
Questa non è azione missionaria della Chiesa. L’azione missionaria della Chiesa inizia con un invito forte alla conversione. Convertitevi e credete al Vangelo. L’invito alla conversione, alla riconciliazione deve essere esplicito, formale, chiaro, evidente.
Non può essere presunto, né celato, né fatto per mezze frasi o per allusioni. Questo non è il metodo di Cristo Gesù, non è lo stile di Paolo, non è la via dei santi.
Bisogna stare attenti a che l’invito alla riconciliazione non sia sganciato dalla verità. Né verità senza invito, né invito senza verità.
Oggi assistiamo a degli inviti senza verità. Questi non danno salvezza, questi portano fuori della Chiesa e della stessa salvezza.
Assistiamo anche ad un annuncio della verità senza invito, senza supplica, senza accorato appello a che si entri nella verità e nel Vangelo della grazia.
Anche questo non serve alla Chiesa, perché non serve a Cristo, non serve a Dio.
Quando ogni ministro della riconciliazione avrà ricomposto nel suo cuore la verità e la supplica, il Vangelo e l’invito, l’annunzio e la chiamata alla verità, allora, attraverso di lui, la luce si diffonderà sulla terra e la verità di Cristo Signore conquisterà i cuori.
[21]Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.
Viene ora affermato perché in Cristo Gesù Dio ha riconciliato in mondo a sé.
Cristo è innocente, santo, vero, giusto, obbediente. Egli è senza peccato. Non ha conosciuto il peccato per nascita. Fin dal primo istante della sua vita terrena egli è santissimo, è il Santissimo.
Non ha conosciuto il peccato personale, perché in lui c’è stata l’obbedienza piena e perfetta alla volontà del Padre. Cristo è vissuto per fare la volontà del Padre, da sempre, dal primo istante in cui la sapienza ha iniziato a governare la sua vita.
Egli però è stato costituito da Dio vittima di espiazione per i nostri peccati. Dio ha messo sulle sue spalle i peccati dell’umanità perché li espiasse per noi.
C’è in questa affermazione di Paolo tutta la verità annunziata da Isaia e che manifesta la sostituzione vicaria del Servo del Signore.
A posto nostro è stato sacrificato il Figlio, a posto nostro ha preso i peccati e li ha portati sul legno della Croce, il Servo del Signore, che è anche il suo Figlio Unigenito.
Trattare da peccato ha quindi un solo possibile significato: lo trattò da sacrificio per il peccato.
D’altronde tutta la rivelazione presenta Cristo come l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Lo toglie portandolo sulle sue spalle e sacrificandosi per esso sul legno della croce.
Su questo è sufficiente leggere i carmi del Servo Sofferente (Is 52,13-53,12):
“Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato. Come molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito”.
“Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? È cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato”.
“Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà  salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte. Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca”.
“Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”.
È importante sottolineare il fine dell’espiazione vicaria compiuta da Cristo Gesù: perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio.
Cosa significa questa affermazione di Paolo. Semplicemente questo: la riconciliazione che Dio vuole non è soltanto la non imputazione delle nostre colpe, ma che noi diveniamo parte della sua giustizia, siamo la sua giustizia sulla terra.
Siamo cioè la sua verità, la sua volontà, il suo amore, la sua grazia. Tutto siamo di lui perché attraverso il ministero della riconciliazione noi siamo divenuti partecipi della natura divina. Questa nella sua essenza è giustizia, è verità, perché è carità, amore.
Come si può constatare in Paolo non c’è alcuna ombra di una giustificazione con modalità tipicamente forensi: cioè come pura e semplice assoluzione della nostra colpa, come remissione della nostra pena.
La giustificazione diviene creazione in noi della giustizia di Dio, creazione e formazione della sua verità e della carità che è l’essenza stessa del suo essere e della sua natura. E tutto questo perché noi possiamo manifestare nel mondo Dio, essere nella creazione la figura visibile dell’invisibile Dio.
Per sapere chi è il vero Dio, ogni uomo dovrebbe poterlo dire guardando il cristiano.
Se lui in Cristo è diventato giustizia di Dio, come Cristo nel mondo era giustizia di Dio, chi lo vede può sapere chi è Dio.
Il cristiano è la via attraverso la quale il mondo vede Dio, lo riconosce, lo accoglie, lo adora, presta a lui l’ossequio della sua obbedienza, perché lo ha riconosciuto come il vero Dio dopo aver incontrato un cristiano nella sua vita.
Di tutta questa ricchezza poco resta oggi nella predicazione della Chiesa. Tutto si sta riducendo ad un moralismo senza contenuti né di vera fede né di sani e retti principi di moralità.
Se la Chiesa vuole risplendere come luce delle genti e sale della terra deve ripartire dalla verità di Cristo e di Dio.
Deve ripartire dalla sua vera essenza, dalla nuova realtà che essa è divenuta grazie al sangue di Cristo: essa è nel mondo giustizia di Dio e sua manifestazione. Questa è la sua verità, questa la sua natura, questa la sua missione.
Credente.
00Wednesday, February 8, 2012 10:44 PM
LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

Un’abitazione da Dio. Paolo cammina incontro a Cristo, sa però che il sentiero, la via per raggiungere Cristo passa attraverso l’uomo. La via è l’evangelizzazione del mondo. Lui sa che questa vita terrena sarà disfatta. Dio sta preparando per tutti un’abitazione nuova nei cieli. Questa abitazione riguarderà il nostro corpo che risorgerà dalla terra tutto nuovo, spirituale, incorruttibile, glorioso. Sarà in tutto simile al corpo glorioso di Gesù Signore. Lui vorrebbe essere già come Cristo Gesù. È questo il sospiro della sua anima, è il desiderio del suo cuore. In lui c’è una sola volontà: essere al più presto con il Signore Gesù nella sua gloria. Paolo sa anche che presso il Signore bisogna andare da vestiti, non nudi, bisogna andare vestiti della Parola del Vangelo trasformata in vita, operata in ogni sua parte. Il Vangelo è ora la veste del cristiano e Cristo Gesù ci riconoscerà quando saremo al suo cospetto solo se saremo vestiti della sua Parola, solo se abbiamo trasformato ogni sua parola in nostra vita, in opera di obbedienza per la gloria del Padre suo. L’abitazione del cristiano è il regno dei cieli. È anche il suo nuovo corpo che egli indosserà nella risurrezione dei giusti e lo indosserà se sulla terra avrà indossato l’abito della Parola, la veste del Vangelo, in una obbedienza a tutta prova nei confronti del Padre nostro celeste.
Come sotto un peso. L’anima ora cammina verso il Signore, ma geme perché avverte il peso della concupiscenza e della superbia che gravano il suo corpo. Tuttavia il peso si può portare se in noi c’è il grande amore di Gesù Signore. Gesù stesso lo ha detto: “il mio peso è leggero, il mio giogo è soave. Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò”. Si può vincere il peso del peccato che rallenta il cammino verso la realizzazione in noi della verità e quindi della libertà, se amiamo Cristo Gesù, se lo amiamo alla stessa maniera con la quale Gesù ama il Padre suo. Quello di Gesù è un amore così intenso, così grande, così universale che non ha esitato neanche per un istante a lasciarsi inchiodare sulla croce e ad offrire la vita per la redenzione dell’umanità. Se l’amore per Cristo crescerà ogni giorno in lui, sarà capace non solo di portare il peso, quanto anche di aiutare gli altri a portarlo, sapendo che solo vincendo il peccato, liberandosi dalla concupiscenza e dalla superbia sarà possibile camminare spediti verso Cristo Gesù, ma portando nel mondo il glorioso messaggio del Vangelo della salvezza.
La caparra dello Spirito Santo. Ora però siamo in esilio, siamo “lontano” dal Signore. La nostra patria è nei cieli, dobbiamo raggiungerla. Non la vediamo, sappiamo però che esiste. Lo sappiamo per fede. Essa è già nostra, il Signore ce l’ha concessa in eredità. Che sia già nostra lo attesta lo Spirito Santo, che il Signore ha dato ad ogni battezzato come caparra. La caparra, negli antichi negozi giuridici, era un pegno che si dava al proprietario della cosa, o della persona, ed era considerato come un contratto scritto, valevole da quel momento. In altri termini, nel momento in cui veniva data la caparra, la cosa, la persona diveniva proprietà di colui che aveva dato la caparra. Dio ha versato nei nostri cuori lo Spirito Santo. È lui la nostra caparra di vita eterna. Il regno dei cieli è già nostro, è già nostra proprietà, poiché il Signore ha pagato per noi la caparra, ha dato a noi stessi il suo Santo Spirito che deve avviarci verso il Paradiso, trasformandoci prima ad immagine di Gesù Signore, rendendoci in tutto simili a Lui, nella morte e nella vita, nell’obbedienza e nel sacrificio, nella verità e nell’amore, nella condivisione e nella solidarietà con il mondo intero. È questo il mistero della vita: la nostra eternità. È una eternità che l’uomo ha ricevuto in dono e che deve anche conquistarsi. Ha la caparra che gli attesta che essa sarà sicuramente sua, ma la caparra ha anche un’altra finalità, deve condurci nel Paradiso, trasformandoci ad immagine di Gesù Signore, creando in noi e portando a compimento l’uomo nuovo, fatto di verità e di carità, di saggezza e di intelligenza, fatto di tanta speranza che lui deve sviluppare e portare al massimo della fruttificazione. Dio diviene così punto di partenza, ma anche di arrivo.
Graditi al Signore. Entra nella vita eterna colui che alla fine, quando l’anima si presenterà al cospetto del Signore viene trovato gradito al Padre nostro celeste. Dio si compiace di una sola cosa: dell’immagine di Gesù realizzata in noi, della santità di Cristo operante in noi, della sua carità con la quale abbiamo costruito la nostra città terrena. Camminando verso il Signore, desiderosi di essere a lui graditi dobbiamo riscoprire il mistero del corpo. Esso si deve trasformare in uno strumento di amore, di verità, di giustizia, di solidarietà, di obbedienza a Dio. Si deve trasformare in sacrificio e in oblazione, per il servizio dell’obbedienza a Dio. Come Cristo Gesù trasformò il suo corpo in strumento di propiziazione per tutto il genere umano, così deve anche dirsi del cristiano. Anche lui deve trasformare il suo corpo in una continua offerta, perché tutta la parola di Cristo si riversi nel mondo, tutta la sua obbedienza trasformi il suo corpo, lo innalzi sulla croce, lo offra a Dio per la redenzione e la salvezza di Dio per ogni uomo.
Il tribunale di Cristo. Alla sera della vita ognuno dovrà presentarsi dinanzi al tribunale di Cristo Signore, per essere giudicato. Il cammino deve essere fatto nella fede, secondo la fede. Per fede si intende, anzi si deve intendere una cosa sola: fondare la nostra vita solo ed esclusivamente sulla Parola del Signore, sul Vangelo della salvezza. La Parola viene predicata, insegnata; nella Parola veniamo formati. Prendendo ogni Parola che è uscita dalla bocca di Cristo e mettendola in pratica noi ci facciamo interamente ad immagine di Cristo Gesù. Oggi, purtroppo, la fede di molti risulta sfasata. È un miscuglio di verità umane e di Parola del Signore. La Parola del Signore però non viene presa nella sua integrità, semplicità, non viene accolta nel cuore per essere vissuta. A volte serve solo per dare valore a quanto noi diciamo; serve per confermare l’assenza della stessa Parola che è nel nostro cuore, per dare man forte al pensiero dell’uomo. Questa non è vera fede, perché non è retta fede. Questa è una fede sfasata. A volte è una fede contro Cristo, ma è sempre una fede da rifondare interamente. Se non si cammina con una fede forte, limpida, chiara, evidente, a tutta prova di sincerità e di verità, giusta, l’altro se ne accorge e non ci segue più. Un uomo è disposto a seguire un altro uomo solo se nota che in lui c’è un principio forte di azione. Il nostro principio forte è la fede nella Parola del Signore. Nel momento in cui la nostra fede è forte, è visibile, a causa della parola che a poco a poco trasforma la nostra esistenza terrena, gli altri, vedendoci, sono anche disposti a seguire la Persona che noi seguiamo, perché vede che il nostro cammino è reale, buono, giusto, santo, ma soprattutto è un cammino senza ambiguità, fatto di sincerità e di verità e di autentica comunione tra tutti i pellegrini che camminano verso la stessa meta, il regno eterno di Dio.
Convincere gli uomini. Nel suo cammino verso Dio, passando attraverso la via degli uomini, Paolo ha un solo intendimento: convincere gli uomini ad abbracciare il Vangelo, spronarli ad accogliere la Parola di vita che la predicazione semina nel loro cuore, al fine di farla sbocciare perché maturi una quantità grande di opere di giustizia, opere di fede, opere cioè che sono la trasformazione della Parola in carità, compassione, misericordia per ogni uomo. Nessuna convinzione può penetrare in un cuore se colui che la opera non è trovato degno di credibilità, non è visto nella sua giustizia, lontano da ogni ambiguità, da ogni doppiezza ed ipocrisia, da ogni lievito di malvagità e di iniquità. Su questo dobbiamo essere noi convinti per primi. Con gli uomini non si può giocare. L’altro sente il fiuto della nostra incoerenza e ci respinge, non solo non si fa convincere da noi, neanche lascia che noi gli possiamo parlare. La coerenza, e solo la coerenza, fa sì che noi possiamo essere convincenti presso i nostri fratelli. Quando non si è coerenti dinanzi a Dio, gli uomini che sono creature di Dio, non prestano ascolto al nostro dire. Essi sono solo assetati di verità, la verità vogliono, la verità ascoltano, però dall’uomo di verità e di carità. D’altronde un uomo che non è un vero uomo di verità e di carità, non dice parole di verità, non compie opere di carità perché il suo cuore parlerà sempre dall’abbondanza che c’è in lui. Chi vive con il peccato nel cuore, con l’incoerenza della mente non potrà mai fare opera di convincimento al Vangelo, non può perché l’altro se ne accorge e lo rifiuta. L’uomo sa distinguere sempre la verità di Dio dalla falsità e dalla menzogna degli uomini. Sa sempre distinguere il profumo di Cristo dal tanfo di satana. Il nostro fallimento nel convincimento risiede proprio in questo: mentre cerchiamo di parlare del profumo di Cristo noi altro non facciamo che puzzare di falsità, di incoerenza, di ambiguità. L’altro sente il nostro odore di peccato e ci respinge. Noi siamo di Dio, non possiamo essere di chi non è di Dio. Questo spiega il fallimento di tutta la nostra pastorale. Mentre parliamo di Dio, altro non mostriamo che le opere di satana che dimorano in noi. Il fallimento di tutta la pastorale non è negli uomini che non vogliono, è in noi che non siamo: non siamo di Cristo, non siamo di Dio Padre, non siamo dello Spirito Santo, non siamo il profumo di Cristo nel mondo.
L’amore di Cristo ci spinge. San Paolo ha un solo progetto di vita, un solo programma culturale da realizzare. Egli sa per fede che Cristo è morto per i nostri peccati ed è risuscitato per la nostra giustificazione. La vita di Cristo fu una vita tutta spesa per noi. Noi siamo stati ricolmati del suo amore. Se il suo amore è stato un amore per, se noi siamo mossi e spinti dal suo amore, anche il nostro amore deve essere un amore per. La domanda è una sola: per chi deve essere il nostro amore? La risposta è una sola: tutto per Cristo. La nostra vita non ha altro scopo se non quello di essere vissuta per Cristo che è morto ed è risuscitato per noi. Ma che significa vivere una vita per Cristo? Significa impiegare ogni momento del nostro tempo, ogni attimo della nostra terrena esistenza, per compiere la missione di Cristo in noi, per consentire a Cristo che possa nuovamente morire per noi e per noi risorgere. La nostra vita deve essere data tutta a Cristo perché lui la trasformi in uno strumento di amore, la trasformi in suo corpo, di cui servirsi, per portare sulla terra tutta la verità e tutto l’amore del Padre. Può la nostra vita essere, divenire strumento perfetto di Cristo, può trasformarsi il nostro corpo in suo corpo, per nuovamente morire e risorgere per la salvezza dell’umanità intera? Certo che lo può. Ad una condizione: che ci lasciamo muovere dal suo Santo Spirito. Senza lo Spirito nessuno potrà mai donare il proprio corpo a Cristo, la propria vita perché continui fino alla fine del mondo la missione di verità e di carità che il Padre gli ha affidato e che lui deve compiere fino alla consumazione dei secoli, la deve compiere attraverso il nostro corpo, la nostra anima, il nostro spirito. È questa la missione del cristiano nel mondo ed è questa la forma e la via perché si possa realizzare alla stessa maniera che fu di Gesù Signore.
Non conoscere più nessuno secondo la carne. Per Paolo c’è un solo principio possibile di antropologia. Questo principio è Cristo Gesù. È il principio di ogni vera antropologia. Chi vuole conoscere l’uomo lo deve conoscere in Cristo. Cristo Gesù è l’Uomo nuovo, venuto sulla terra per fare nuovo l’uomo. Senza Cristo, l’uomo rimane nella sua vecchia natura, rimane sempre e solo figlio di Adamo. Quest’uomo vecchio viene governato dalla concupiscenza, dalla superbia della vita, dalla stoltezza e insipienza; viene governato dalla non sana e santa conoscenza del vero Dio e quindi manca in lui la nozione stessa del vero uomo. Prima Paolo conosceva gli uomini secondo la carne, secondo la loro discendenza di razza, di tribù, di lingua, di nazione; li conosceva secondo l’aspetto esteriore; ora invece vuole conoscere ogni uomo in Cristo. Chi vuole conoscere ogni uomo in Cristo deve prima di tutto sapere che ogni uomo è un chiamato alla salvezza, alla redenzione che si compie in Cristo Gesù. Deve quindi farsi missionario di Gesù. Come Gesù si è fatto missionario del Padre, così ogni discepolo di Gesù deve farsi missionario del suo Maestro e Signore; deve andare per terra e per mare a proclamare il Vangelo della salvezza. Inoltre, ed è questo il secondo principio della vera conoscenza secondo Cristo, chi vuole l’uomo nuovo deve farlo, alla stessa maniera di Cristo Gesù; deve farlo offrendo in Cristo, per Cristo e in Cristo, la sua vita in sacrificio, in olocausto, in obbedienza al Padre dei cieli, perché nel mondo si viva solo la Parola di Gesù Signore, che è Parola di Dio. Conoscere secondo Cristo significa far sì che ogni uomo diventi un solo corpo con Cristo, raggiunga la perfezione di Cristo, si immoli in Cristo per la redenzione del mondo.
Da Dio. Ogni uomo deve essere visto in Cristo. Vedendolo in Cristo, necessariamente lo si vede in Dio, nello Spirito Santo; lo si vede da Dio, per opera dello Spirito Santo. Chi è Dio per noi? Per noi Dio è la fonte della nostra riconciliazione, Cristo è il sacrificio della Riconciliazione, lo Spirito Santo colui che la attua nei cuori, in ogni uomo. La nostra riconciliazione ha pertanto una sua origine eterna. Essa scaturisce dal seno del Padre, in quell’istante eterno in cui Dio vide l’uomo da creare, lo vide peccatore, ribelle, disobbediente, vide Cristo e la sua incarnazione, vide lo strumento della riconciliazione. Tutto è dall’eternità, tutto però si compie nel tempo. Dall’eternità l’amore di Dio si riversa sull’umanità nell’atto della creazione, dall’eternità l’amore di Dio si riversa sull’umanità nell’atto della redenzione. Storicamente vi sono due atti, creazione e redenzione; eternamente vi è un solo atto in Dio che è simultaneamente di creazione e di redenzione, non essendoci in Dio alcuna conoscenza posteriore, storica, una conoscenza che nasce in Lui dallo svolgersi degli avvenimenti della storia. L’uomo è dall’eternità dell’amore di Dio, ma l’Amore eterno di Dio è Cristo Gesù. Quando Dio vide l’uomo da creare lo vide anche da redimere in Cristo Signore; vide Cristo Signore Redentore dell’uomo, vide il Verbo nella carne appeso alla croce, vide la volontà del Verbo e il suo sì eterno all’amore del Padre e per questo ha creato l’uomo non solo per Cristo, ma anche in vista di Cristo. Mistero sublime dell’Amore eterno del Padre ad immagine del quale ci ha creati e redenti, giustificati e anche salvati!
Redenzione per Cristo. Redenzione in Cristo. Redenzione con Cristo. Quando parliamo di Redenzione, generalmente la si vede come un atto compiuto da Cristo Gesù sull’altare della croce, realizzata in noi nel battesimo per opera dello Spirito Santo. Cristo è l’autore storico della riconciliazione dell’uomo con Dio. Poi è come se Cristo non fosse più necessario a noi. Dimentichiamo due altre verità essenziali: la Redenzione non è solo per Cristo, ma è anche in Cristo e con Cristo. È in Cristo perché si realizza e si compie in Lui, nel suo corpo; e con Cristo perché non c’è nessun attimo, nessun istante che noi possiamo camminare verso la fruttificazione della nostra redenzione, la santificazione e la beatitudine eterna nel cielo se non con Cristo. Il con però non deve essere inteso come una appartenenza esteriore, come un insieme, stare con Cristo, ma fuori di lui. Si sta con Cristo, ma in Lui; si è suo corpo e come suo corpo dobbiamo vivere, come suo corpo dobbiamo operare, come suo corpo dobbiamo morire, come suo corpo dobbiamo anche risuscitare. Come suo corpo dobbiamo compiere la missione che è del corpo di Cristo e nella stessa modalità del suo corpo dobbiamo portarla a compimento, morendo anche noi sulla croce, per risorgere con lui a novità di vita nell’ultimo giorno della storia. La redenzione per Cristo deve farsi redenzione in Cristo, una sola vita, una sola missione, una sola santità; la redenzione in Cristo deve farsi con Cristo, e qui il con diventa nella Chiesa, con la Chiesa, per la Chiesa.
Unico mistero: cristologico ed ecclesiologico. C’è un unico mistero che è insieme cristologico ed ecclesiologico. Chi dovesse vederla fuori di quest’unico mistero di salvezza, ha sicuramente un’idea errata della redenzione. Quella che lui professa non è sicuramente fede nell’unico mistero che è di Cristo e della Chiesa insieme. Sappiamo cosa significa redenzione per, con e in Cristo, dobbiamo anche imparare cosa significa redenzione per la Chiesa, con la Chiesa, nella Chiesa. Per la Chiesa significa che essa deve mettere tutta intera la sua vita attraverso la sua obbedienza a Dio e la missione evangelizzatrice, perché ogni figlio disperso venga portato nell’unico ovile del Signore. Nella Chiesa significa che ogni battezzato deve aderire esteriormente e interiormente, visibilmente e invisibilmente alla Chiesa. Deve essere membro della Chiesa, corpo della Chiesa, strumento della Chiesa per la salvezza del mondo. Con la Chiesa significa che c’è tutto il mistero di comunione che deve essere vissuto tra tutti i suoi membri e il mistero per Paolo consiste nello scambio dei doni, doni spirituali, doni materiali, doni del cielo e doni della terra. Quando una di queste tre modalità, che sono anche essenza e vita per la Chiesa, non viene vissuta, allora è il caso di pensare seriamente al fallimento della nostra appartenenza a Cristo. Non appartiene secondo verità a Cristo Gesù, chi non appartiene secondo verità alla Chiesa di Cristo Gesù. Non si può essere veritativamente per Cristo, con Cristo e in Cristo, se non si è veritativamente per la Chiesa, nella Chiesa, con la Chiesa.
La non imputazione delle colpe. La riconciliazione viene qui precisata come non imputazione delle nostre colpe. Questa imputazione concerne solo una parte dell’opera di Cristo Gesù. Questa parte si definisce come ritorno dell’uomo nella casa del Padre. Ma il ritorno non è come l’uscita dalla casa. Quando siamo usciti, siamo andati via da soli, siamo andati nella nostra semplice umanità, spogli però di ogni grazia, di ogni santità, immersi nella concupiscenza, sovraccarichi di superbia e di ogni stoltezza e insipienza. Il ritorno nella casa del Padre avviene in Cristo, con Cristo e per Cristo. Ritorniamo da corpo di Cristo, ritorniamo da figli nel Figlio, ritorniamo da eredi della vita eterna, ritorniamo con la caparra dello Spirito Santo che è stato versato su di noi, vi ritorniamo da esseri resi partecipi della divina natura. Questa è la nostra nuova condizione. Se da una parte la riconciliazione è la non imputazione delle nostre colpe, dall’altra essa si specifica e si definisce come creazione dell’uomo nuovo, come elevazione a dignità divina, come immersione nella grazia santificante, come tempio dello Spirito Santo, come dimora di Dio. Vi ritorniamo da essere cristificati, spiritualizzati, divinizzati. Questa è la nuova realtà dell’uomo, tutta da costruire, da edificare, da portare a compimento in noi, perché la riconciliazione termina il giorno della nostra risurrezione gloriosa, quando rivestiremo anche nel nostro corpo tutta la gloria che oggi splende nel corpo del Signore Gesù.
Dio si è dato a Cristo. Cristo si è consegnato nelle mani della Chiesa. Come il Padre ha consegnato tutto il suo amore a Cristo perché lo trasformasse in un frutto di amore per tutta l’umanità, così è di Cristo. Egli ha trasformato il suo amore in un frutto perenne di salvezza. Questo frutto lo ha consegnato alla Chiesa perché lo faccia a sua volta fruttificare e lo doni al mondo, al fine di ottenere la salvezza. Cristo è ora interamente nelle mani della Chiesa. La Chiesa in Cristo deve trasformarsi e divenire ogni giorno di più mistero di via, di vita, di verità. Come Cristo, la Chiesa deve dire al mondo intero: Io sono la via, la verità, la vita. Come Cristo è l’ambasciatore del Padre, così la Chiesa deve essere l’ambasciatrice di Cristo. Deve andare presso ogni uomo per annunziargli il lieto messaggio della salvezza, deve dargli il frutto dell’amore di Cristo, ma deve darglielo facendolo maturare come frutto di amore che sgorga dalla sua obbedienza a Dio, dal suo sacrificio, dalla sua immolazione a favore della salvezza di ogni uomo. Deve far sì che con grido accorato, con una predicazione che si fa supplica, inviti ogni uomo a lasciarsi riconciliare con Dio, in Cristo Gesù. È missione grande quella della Chiesa. È la missione di Cristo che deve continuare ancora, che deve raggiungere tutti gli uomini, di tutti i tempi; è la missione però che deve farsi allo stesso modo in cui la fece Cristo Signore. Cristo Signore vive in relazione al Padre. Il suo sì è un sì eterno al Padre, ma anche un sì storico totale, pieno, di morte di croce. Quello della Chiesa deve essere un sì pieno a Cristo, un sì totale che si fa dono della sua vita perché ogni altro uomo entri nella vita. Quello della Chiesa è il mistero di Cristo via, verità e vita che deve viversi pienamente nel suo seno, totalmente in ogni suo figlio, in modo che ogni uomo possa vedere Cristo Gesù a lui contemporaneo e sul Volto della Chiesa contemplare il Volto dell’amore infinito e sconfinato, eterno e crocifisso del suo Redentore. La vera natura della Chiesa è una sola; essa è giustizia di Dio sulla terra e nel cielo. È giustizia di Dio allo stesso modo che è Cristo Gesù: strumento attraverso cui la giustizia con la quale Dio ci rende giusti si compie in ogni uomo per la sua ministerialità, strumentalità, il suo sacrificio e la sua oblazione. Come Dio trattò da peccato, da sacrificio per il peccato, il suo Figlio unigenito, così deve trattare la Chiesa, deve costituirla, renderla sacrificio per il peccato, oblazione di santità, olocausto di amore per il mondo intero.
Invito senza verità. Verità senza invito. A tutta questa ricchezza di grazia e di verità, corrisponde un serio pericolo in molti cristiani: a volte c’è un invito a seguire Cristo, ma senza verità; a volte invece c’è una verità che viene annunziata, ma senza invito, senza quella supplica accorata che chiama ogni uomo a penitenza e a conversione. La missione della Chiesa si compie quando verità e invito rimangono insieme, sono l’unica forma della missione della Chiesa. Su questo bisogna oggi insistere tanto. Il pericolo oggi è assai latente, nascosto, quasi invisibile. Non ci si sta accorgendo infatti che sovente al nostro invito manca il dono della verità, manca il dono della vita, manca il dono della via. Questo ha però una sua origine. C’è un tradimento di Cristo operato dai suoi discepoli, c’è un distacco dalla fonte della vita per cui non solo non si dona la grazia e la verità, non si è nemmeno capaci di donarla. Il dono della grazia e della verità non è esteriore a noi, bensì interiore. Solo chi si trasforma in grazia e in verità, solo chi diviene in Cristo via, verità e vita, solo costui potrà invitare ogni uomo e dare la Verità, dare Cristo verità che salva la sua vita. Lo stesso ragionamento vale per l’altro pericolo: quello di dare la verità senza invito. Questa verità è anch’essa fuori dell’uomo; è una verità concettuale, è una verità metafisica. Neanche questa verità salva, neanche a questa verità si invita, perché colui che la dice, la dice, ma la pensa fuori di sé, non serve a lui, non servirà neanche agli altri. Il cristiano deve divenire figura visibile dell’invisibile Dio se vuole operare redenzione e salvezza attorno a sé. Lo potrà divenire ad una sola condizione: che si trasformi interiormente ed esteriormente ad immagine di Gesù, si faccia in tutto simile a Lui nell’amore, nella verità, nella fede, nell’obbedienza, nel sacrificio.
Credente.
00Sunday, February 12, 2012 6:52 PM
IL VERO MINISTRO DI DIO

[1]E poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio.
Paolo esercita con responsabilità il suo ministero. Essendo collaboratore di Dio, strumento di Cristo, egli fa appello alla coscienza, alla volontà, al cuore, alla mente dei suoi ascoltatori, perché vogliano accogliere la grazia di Dio.
Ogni collaboratore di Dio deve esercitare il suo ministero con responsabilità, deve esercitarlo direttamente, non per supposizione, o indirettamente, predicando solo il Vangelo e lasciando a chi lo ascolta la responsabilità della decisione.
Chi dovesse agire in questo modo, viene meno al suo ministero, non lo esercita secondo verità. È come se non lo esercitasse affatto.
Non solo Paolo fa un invito esplicito perché si accolga la grazia di Dio; il suo invito, o la sua esortazione dice qualcosa in più, che è poi l’essenza e la sostanza del suo ministero.
Egli esorta quanti lo ascoltano a non accogliere invano la grazia di Dio. Non solo ad accoglierla, ma a stare attenti perché il rischio di accogliere invano la grazia di Dio è sempre attuale, ognuno potrebbe rischiare di accogliere la grazia, ma invano.
Quando si accoglie invano la grazia di Dio? Quando non la si fa fruttificare, quando la si lascia morire dentro di noi, quando non si ha cura e non la si coltiva, quando la si deposita nel cuore e poi non vi si pone alcuna attenzione.
La grazia di Dio è come un seme di vita eterna che Dio pone nel nostro cuore e nella nostra anima. Il Signore vuole che essa produca abbondanti frutti.
La grazia è simile a un talento che Dio ci consegna. Bisogna metterla a frutto, bisogna che essa produca altri talenti, faccia germogliare altra grazia dentro di noi, altrimenti siamo noi responsabili dinanzi a Dio di omissione.
Saremmo come il servo infingardo e fannullone che nascose il suo talento sotterra aspettando il ritorno del padrone per consegnarglielo intatto, così come lo aveva ricevuto.
Anche questa deve essere cura e preoccupazione del ministro di Dio e di Cristo; egli deve porre ogni attenzione a che la grazia che lui dona ai cuori produca molti frutti di vita eterna. Per questo deve vigilare, scrutare ogni cosa, essere presente in mezzo al popolo di Dio per suggerire quegli aiuti di grazia e di verità che consentono al cristiano una più grande fruttificazione del dono ricevuto. Anche questo è un suo ministero, una precisa responsabilità dinanzi a Dio. Se la grazia non fruttifica nei cuori per sua responsabilità, perché ha omesso di vigilare, egli dovrà un giorno rendere conto al Signore, sarà chiamato in giudizio per la sua omissione.
Come si può constatare il ministero della riconciliazione bisogna che venga esercitato con la più grande attenzione possibile. Per il ministro di Dio e di Cristo la grazia viene data e fruttifica, per lui anche non viene data e non fruttifica. Lui deve stare sempre attento, deve vigilare che sempre la grazia venga data e che sempre vengano forniti quegli aiuti spirituali necessari ed indispensabili perché la grazia produca in maniera sempre più abbondante.
[2]Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!
Questo versetto è di Isaia (49,8). Il testo integrale così recita: “Dice il Signore: Al tempo della misericordia ti ho ascoltato, nel giorno della salvezza ti ho aiutato. Ti ho formato e posto come alleanza per il popolo, per far risorgere il paese, per farti rioccupare l'eredità devastata”.
È chiaramente questo un passo in cui si annunzia l’intervento di Dio nella storia della salvezza. Dio interviene in favore del suo popolo. Lo ascolta e lo aiuta perché possa ritornare nella sua salvezza.
Ciò che Paolo fa è l’applicazione di questo passo, in cui si manifesta l’interessamento divino a favore del suo popolo, all’ora presente.
Il momento favorevole è la morte e la risurrezione di Gesù Signore. È questo il giorno della salvezza.
Poiché il giorno di Cristo è sempre presente in mezzo a noi, perché il suo giorno ormai è divenuto un giorno eterno, Paolo esorta quanti lo ascoltano a non far passare invano questo giorno.
Bisogna che si viva questo giorno e questo momento con fede, che si accolga il mistero della riconciliazione, che ci si lasci coinvolgere nel mistero di Cristo, anzi che si diventi con Cristo un solo mistero di salvezza e di pace.
Tutti i giorni dell’uomo e tutti i suoi momenti appartengono a questo momento e a questo giorno di grazia e di salvezza. Se l’apostolo annunzia e l’uomo è di buona volontà, la salvezza si compie.
Si compie perché c’è una certezza. Cristo Gesù è venuto in mezzo a noi per farci grazia, per liberarci dal peccato, per introdurci nella nuova vita, per darci il suo Santo Spirito che ci rigenera e ci dona la figliolanza adottiva.
Da questo punto di vista il Nuovo Testamento si differenzia dall’Antico, perché in Isaia c’è un momento particolare ed un giorno del tutto speciale nei quali il Signore vuole manifestare la sua misericordia e il suo amore.
Nel Nuovo Testamento invece non c’è un tempo preciso, un momento particolare. C’è invece il giorno e il momento della salvezza che sono perenni; ad una condizione però: che l’apostolo annunzi, formi, guidi, sorregga, aiuti, sproni e che colui che ascolta accolga e si lasci sostenere nel cammino di Dio e di Cristo da chi è stato costituito strumento e ministro di questa grazia che il Signore vuole riversare con abbondanza nel nostro cuore e sull’umanità intera.
Cristo Gesù è la misericordia e la grazia di Dio sempre a nostro favore, sempre a portata di mano, sempre disponibile perché ogni uomo la possa fare sua, a condizione che vi creda e che l’accolga.
Il problema è però uno solo: pur essendo la grazia di Dio sempre pronta per essere accolta, bisogna fare molta attenzione a non rimandare il momento della sua acquisizione e questo in ragione del peggioramento della nostra condizione spirituale.
Il cuore potrebbe domani divenire di pietra, chiudersi dinanzi a tanta grazia e fossilizzarsi nel suo peccato, pietrificandosi per sempre.
In questo caso, pur essendo la salvezza preparata per noi, a nostra disposizione, noi non ne possiamo usufruire a causa della nostra stoltezza. Ci siamo lasciati ingannare dalla nostra sicurezza e siamo giunti, nel male e nel peccato, al punto del non ritorno.
[3]Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga biasimato il nostro ministero;
Paolo ha un modo tutto particolare di comprendere il suo ministero. Lo comprende alla luce dello Spirito Santo che in lui è sapienza e saggezza.
Egli sa che l’uomo non vede Dio, non vede Cristo, vede l’apostolo di Dio e il collaboratore di Cristo.
L’incontro dell’uomo con Dio e con Cristo viene mediato dalla sua persona. Gli altri vedono lui e lui solo; se il messaggio lui lo rende credibile, questo sarà credibile; se lui nulla fa per rendersi credibile in quello che dice, la verità che annunzia e la grazia che egli porta saranno rifiutati dall’uomo, in ragione non della verità e della grazia in sé, ma a motivo di colui che le porta e perché non le porta secondo verità e grazia.
L’apostolo, la verità e la grazia devono pertanto divenire una cosa sola. L’apostolo deve essere per l’altro grazia e verità e questo non attraverso le parole che egli pronunzia, ma attraverso la vita che egli conduce.
Se la vita dell’apostolo è tutta grazia e verità, egli sarà riconosciuto vero, gli si crederà, si accoglierà la parola, si riceverà la grazia, si entrerà nel mistero della riconciliazione e della salvezza.
Il rapporto dell’apostolo con la verità e la grazia che egli annunzia e porta non è ininfluente, non è senza incidenza nella storia, non è neutro, o peggio inesistente. Nel senso che è sufficiente che l’apostolo annunzi la verità e doni la grazia e poi della sua vita possa fare quello che vuole, quando e come gli garba.
Lui non è solo un araldo, un banditore, un ministro, egli è anche un testimone, è soprattutto un testimone della risurrezione di Cristo Gesù, un testimone del suo mistero, del quale è divenuto una cosa sola.
Essere testimoni, per Paolo, ha un solo significato: attestare che la verità è divenuta la nostra forma di essere e di pensare e che la grazia ha trasformato tutti i nostri comportamenti. Siamo uomini di grazia e di verità, siamo uomini che non solo attestano il mistero della grazia e della verità, ma che lo rendono visibilmente presente negli uomini e in mezzo a loro.
Chi vuole sapere che cosa è la verità deve sentire parlare l’apostolo del Signore e chi vuole sapere quali sono i frutti della grazia deve osservare l’araldo di Cristo in ogni suo comportamento. La grazia ha il potere in lui di rendere vivibile il Vangelo in ogni sua parte; la verità ha la forza di trasformare i suoi pensieri. Egli non pensa più come il mondo, pensa come Cristo Signore.
Lo scandalo è un comportamento disarmonico, anormale, abnorme. Da un lato ci si presenta come uomini della verità e della grazia di Dio e di Cristo e dall’altro ci si comporta come se questa grazia e questa verità non avesse alcuna incidenza nella nostra vita.
Quale credibilità potrà mai avere un tale araldo del Signore? Quale incidenza nella storia degli uomini potrà mai esercitare un apostolo così fatto?
Potrà mai egli rendere testimonianza a Cristo, se Cristo non ha minimamente sfiorato la sua vita con la verità e trasformato il suo cuore con la grazia?
Chi dona scandalo pone il suo ministero a rischio, lo rende non credibile, viene biasimato. Ma biasimando lui ci si allontana dalla verità che lui porta e ci si dissocia dalla grazia che dona.
In tale senso sbagliano tutti coloro che vorrebbero un ministro e un ministero separato dalla verità e dalla grazia. Lo vorrebbero come un puro strumento. Questo non può essere in ragione del suo ministero che è quello di rendere testimonianza alla verità e alla grazia di Cristo Gesù.
Sbagliano tutti coloro che non vorrebbero che si facesse distinzione tra i diversi ministri di Cristo Gesù. La distinzione si fa non in ragione della persona in sé, ma a motivo della testimonianza che è presso gli uni altissima, presso altri inesistente.
Tra i ministri c’è chi crede in Cristo e chi non crede, chi lo testimonia e chi lo ignora; chi esercita il suo ministero dall’interno del mistero di Cristo Gesù e chi dal di fuori di esso.
La differenza c’è; è abissale; il popolo di Dio la coglie e di certo sceglierà colui che testimonia e vive di Cristo e con Cristo, invece che l’altro che non gli dona alcuna garanzia per la sua fede.
Questo dovrebbe spronarci non ad impedire che il popolo possa cogliere e discernere chi è testimone da chi non lo è, bensì a divenire tutti testimoni, ministri, araldi e banditori credibili, donatori perfetti della grazia e della verità che ci salva.
Il popolo di Dio, che cerca Dio, andrà sempre alla ricerca di coloro che danno Dio, che lo fanno conoscere, che lo manifestano nella sua essenza di verità e di santità. Su questo non possono esserci dubbi. La storia è così. Dietro Cristo le masse accorrevano, non solo in ragione e a motivo della grazia che dava, ma anche perché egli parlava con autorità, testimoniava Dio attraverso la sua parola e il suo esempio. Questo era per il popolo un richiamo forte, assai forte, tanto forte che suscitò l’ira, l’invidia e la gelosia dei sommi sacerdoti, i quali anziché pensare come divenire loro stessi a forma di Cristo, decisero di giustiziare Cristo, perché nessuno più corresse dietro di Lui.
La storia è fatta di questi errori di valutazione, errori che purtroppo ogni giorno si commettono a causa della nostra non volontà di conversione e di fede al Vangelo della salvezza.
[4]ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio, con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce,
Basterebbe vivere la prima parte di questo versetto, per dare alla Chiesa un nuovo volto, una nuova dimensione, una nuova essenza.
Paolo ha la coscienza e la consapevolezza di essere un ministro di Dio. Non può esserci, non deve esserci alcuna relazione con il mondo, con gli uomini se non in questa sua essenza.
Chiunque viene a contatto con lui sa di trovarsi dinanzi a un ministro di Dio. Poiché è proprio del ministro mettere in contatto le persone con colui che il suo ministero rende presente, incontrando lui le persone devono incontrarsi sempre con Dio.
Dio però lo incontrano nelle realtà che il ministro è stato comandato di offrire loro. Paolo è stato incaricato da Dio per portare la sua Parola, la sua Verità, il suo Vangelo ad ogni uomo. Ogni uomo che incontra Paolo, incontra il Vangelo di Dio, fa la conoscenza con la Parola del Signore.
Egli non ha una doppia vita: quella in cui svolge il suo ministero e l’altra in cui lo mette da parte. Paolo non si sveste mai da apostolo e ministro di Cristo Gesù.
Ogni relazione che egli instaura con gli uomini, chiunque sia colui che gli sta di fronte, è una relazione di salvezza e di verità, è un incontro con il Vangelo di Cristo Gesù, è un incontro con il Cristo del Vangelo.
Uno dei più seri e gravi problemi del nostro tempo, e non solo di esso, è quella dismissione del nostro ministero, è lo svestimento della funzione apostolica per assumere l’altro o dell’amicizia, o della diplomazia, o dell’incontro di svago e di divertimento, o un’altra qualsiasi forma che però è sempre di dismissione dell’incarico ricevuto da Dio.
Si è “apostoli” del Signore in determinati momenti, non lo si è in altri. Si è veri, quando lo si è, dall’altare, e subito dopo si indossano i panni della paganità e dell’irreligiosità, della mondanità e del cameratismo.
Chi vede l’apostolo deve vedere sempre il ministro di Dio, deve vederlo uomo della verità e della grazia, uomo del Vangelo e dei sacramenti, uomo della Parola, dell’unica Parola che è quella di Cristo Gesù.
Lui non può avere opinioni, pensieri, riflessioni pagani, mondani, superficiali. Lui non può neanche per un istante lasciare la Parola ed entrare in discussioni banali. Ogni cosa che fa deve essere in conformità alla Parola; su ogni cosa che fa deve far brillare la luce della Verità di Cristo e di Dio.
Questa coscienza e questa consapevolezza deve sempre animare, guidare, spingere e sorreggere il ministro di Dio, altrimenti il mondo percepisce che lui gioca con il suo ministero e non lo crederà neanche quando parla di cose santissime. Penserà che le dice per ufficio, perché obbligato, perché forma cultuale attraverso la quale deve in certi momenti presentarsi dinanzi agli uomini.
Non solo egli deve manifestare sempre la sua essenza, la forma di vita con la quale il Signore lo ha sigillato; ci sono delle forme anch’esse obbligatorie, se vuole portare a termine il compito che il Signore gli ha affidato.
Paolo ora enumera una serie di queste forme. Esse non sono facoltative, sono obbligatorie. Solo chi si veste di esse potrà dirsi un vero ministro del Signore, un suo autentico collaboratore, un suo araldo e un banditore della sua verità.
La prima di queste forme è la fermezza. Paolo ha agito con molta fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce.
La fermezza dice stabilità, fortezza, solidità, saldezza, proposito di proseguire, di andare sempre avanti. Dice quella violenza, o tenacia di cui parla lo stesso Cristo Gesù nel suo Vangelo. Il Regno dei cieli subisce violenza e solo i violenti se ne impadroniscono.
La fermezza è dono dello Spirito Santo e fa parte della virtù della fortezza. Paolo è un uomo risoluto, egli è disposto ad andare anche incontro alla morte, in ogni istante, pur di portare a termine il ministero che il Signore gli ha affidato.
Questa fermezza Paolo la vive nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce. Quando il mondo gli si rivolta contro, quando gli uomini lo tartassano con ogni vessazione spirituale e fisica, quando su di lui si abbatte lo spettro della necessità anche fisica e non solo spirituale, egli è fermo, saldo, sempre pronto a proseguire, nonostante tutto.
Nulla lo ferma, nulla può opporsi alla sua missione, nulla potrà mai trattenerlo. Egli deve andare avanti, instancabilmente avanti. Lo attende l’uomo da salvare; lo spinge Cristo che vuole che porti la salvezza ad ogni uomo.
La fermezza la esprime in nove ambiti diversi. Essi sono:
Nelle tribolazioni: le tribolazioni sono avversità causate dagli uomini e che producono un dolore per lo più spirituale, una sofferenza dell’anima e dello spirito. Gesù lo dice: Voi avrete tribolazioni dal mondo. Dice anche: Io ho vinto il mondo.
In Cristo anche noi siamo chiamati a vincere il mondo, lo vinceremo se ci lasceremo coprire dalle tribolazione che esso getterà su di noi compiendo però il viaggio della testimonianza al Vangelo sino alla fine dei nostri giorni, che potrebbe essere anche sigillata dalla tribolazione, questa volta, fisica, della morte inflitta per il nome di Gesù Signore.
Nelle necessità: Le necessità sono tutti quei bisogni che il nostro corpo richiede per vivere una vita degnamente umana.
Paolo si è abituato a rinunciare ad ogni necessità. Lui stesso ci dirà che ormai si è abituato a tutto, alla fame e all’indigenza e questo per non recare alcun impedimento alla corsa del Vangelo di Dio nel mondo.
Mai una necessità deve ostacolarci nel nostro ministero. D’altronde chi vuole portare a compimento la missione ricevuta deve essere disposto ad ogni rinuncia. Le comodità, lo stare bene, gli agi, il conforto, ed ogni altra cosa che potrebbe rendere più agevole il nostro cammino deve essere sempre considerata un di più dal ministro di Cristo Gesù.
È questo l’esempio che Gesù ci ha lasciato. È questo il modello di santità che ha raggiunto Paolo. Sappiamo che lui stesso lavorava per le sue personali necessità, per non incidere nella vita della comunità più di tanto e questo a causa della scarsezza dei mezzi economici nella quale molte comunità versavano a quei tempi.
Nelle angosce: Le angosce sono i turbamenti dello spirito, il dolore dell’anima, sono tutte quelle tristezze che si abbattano su di noi a causa del peccato del mondo che è sempre dinanzi a noi e che vuole sommergerci.
Anche in questo Paolo è fermo, forte, risoluto. Il dolore morale non può fermarlo, le difficoltà non possono arrestarlo, i turbamenti del suo spirito non possono fare da freno alla sua missione.
Egli deve andare avanti, sempre avanti, fino all’ultimo giorno della sua vita. Guai se un uomo si lascia prendere dall’angoscia, si lascia vincere da essa. Questo il mondo vuole. La vittoria del mondo sul ministro di Cristo è piena ed è completa.
[5]nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni;
Paolo ora elenca un’altra serie infinita di difficoltà cui è dovuto andare incontro nello svolgimento del suo ministero. Come si potrà constatare niente gli è stato risparmiato. Tutte le prove si sono abbattute su di lui. Ma alla fine ne è risultato il vincitore. Niente lo ha prostrato, nessuno lo ha fatto desistere, tutto invece è stato da lui vissuto come sacrificio e oblazione e questo per portare a termine il suo viaggio evangelico.
Nelle percosse: Le percosse sono colpi inferti al nostro corpo con verghe, con fruste, con pietre, con pugni, con calci, con bastoni e ogni altro mezzo che l’uomo sa escogitare all’uopo.
Leggendo gli Atti degli Apostoli e questa stessa Lettera alla fine sappiamo tutte le sofferenze fisiche cui è andato incontro.
La forma malvagia degli uomini non lo ha abbattuto. A volte ha fatto piegare corso al suo Vangelo, ma il Vangelo ha sempre trionfato.
Gesù però aveva già avvisato i suoi: se in un villaggio non vi accolgono, fuggite in un altro. Ognuno è responsabile dinanzi a Dio delle sue azioni. A Paolo quella di annunziare il Vangelo, agli altri quella di rifiutarlo e di scagliarsi contro i ministri di Cristo e di Dio.
Alla fine dei nostri giorni renderemo conto al Signore di ogni nostra azione. Riceveremo anche i frutti di esse. Le percosse per il regno ci rendono in tutto uguali al Signore Gesù e ci aprono le porte del regno.
Nelle prigioni: La prigione è la privazione della libertà fisica. Molti dei giorni di Paolo finirono nelle prigioni, specie nell’ultimo tratto della sua vita.
Ma conosciamo la sua serenità, la tranquillità della sua coscienza, la pacatezza del suo cuore.
Sappiamo che nelle prigioni era sempre lui il padrone di sé; era lui che conduceva la sua vita e non gli altri.
Era prigioniero con il corpo, legato alle mani, con i ceppi ai piedi, ma il suo spirito, la sua volontà, la sua coscienza erano di Cristo e per Cristo Gesù. Con Lui viveva anche quei giorni difficili e dolorosi.
Nei tumulti: I tumulti sono quelle piccole sommosse di piazza artificiosamente orchestrate perché lui non rimanesse in una città, o in un determinato territorio.
Anche in queste circostanze la sua era sempre una decisione presa in conformità al Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
Anche in queste circostanze lo Spirito del Signore gli suggeriva le modalità concrete per uscirne vincitore.
Nelle fatiche: Le fatiche sono generate in noi dal lungo lavoro svolto. A volte l’impegno per portare il Vangelo in ogni città lo costringeva a un duro lavoro, fino a stancare il suo corpo.
Ma lui non si dava per vinto. Con la forza della sua volontà, con l’aiuto di Cristo che era sempre dinanzi ai suoi occhi camminava, giungeva, predicava, partiva, a volte senza neanche il tempo di riposare un poco.
È sempre così la vita dell’Apostolo del Signore. Sempre a disposizione del Vangelo. È il Vangelo che la regola e la determina. Al Vangelo bisogna consacrare tutto di noi, ogni nostra energia. Poi ci sarà anche il tempo per riposare, se non è un giorno sarà sicuramente l’altro giorno.
Nelle veglie: Le veglie sono le notti passate insonni, non perché non si vuole dormire, ma perché non si può dormire. Ci sono delle circostanze che non dipendono da noi, dipendono dagli altri.
Un buon missionario del Vangelo non cerca la comodità del suo corpo; al corpo gli dona quello che è possibile, nei momenti utili.
Quando non è possibile, quando le circostanze non lo consentono, bisogna anche vincere la naturale fragilità del nostro corpo e darle la forza per andare avanti, per continuare.
La forza di volontà deve essere estremamente grande per vincere la pigrizia del nostro corpo. Guai ad abituare il nostro corpo agli agi e alle comodità. Chi dovesse fare questo, sappia che arriverà all’accidia, cioè al completo indebolimento del corpo e dello spirito, che alla fine si rivelerà uno strumento inutile nelle mani di Dio.
Con un corpo accidioso Dio non può compiere il ministero dell’evangelizzazione dei popoli e del mondo e neanche può svolgere quella poca pastorale ordinaria necessaria al bene delle anime.
Nei digiuni: I digiuni sono la privazione di cibo, sia per motivi di culto che per assenza dello stesso cibo.
Questo tipo di digiuno non è certamente per motivi cultuali, come spesso accadeva nelle comunità, che digiunavano prima di prendere una decisione importante, o prima di iniziare una missione particolare.
Il digiuno di cui parla Paolo è la privazione del cibo a causa della sua assenza. Non c’è di che mangiare. Bisogna sopportare anche questo. Bisogna dare al corpo solo l’indispensabile per continuare a svolgere il suo compito.
Neanche il digiuno ha fiaccato Paolo, lo ha stremato, gli ha fatto smettere di continuare il suo viaggio. Anche a questo ha abituato il suo corpo.
È questa la forza dei veri missionari del Vangelo. Essi sono dei veri maestri per se stessi. Poiché sono maestri per se stessi, possono divenirlo anche per gli altri.
[6]con purezza, sapienza, pazienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero;
In questo versetto Paolo ci mostra e ci elenca alcune qualità dell’anima che bisogna necessariamente possedere se si vuole essere buoni missionari di Cristo Gesù.
Queste qualità sono:
Purezza: Quando l’anima, il corpo e lo spirito non sono inquinati da nessuna forma di male, essi sono puri.
La purezza è dell’anima quando è senza macchia, tutta bianca, rivestita di candore e di semplicità, di bellezza interiore. Quando non è viziata, quando è libera, quando è collocata nella volontà di Dio.
Lo spirito è puro quando è governato dalla retta intenzione, quando cerca sempre il Signore, Lui vuole, desidera e brama; quando ogni cosa è fatta per Lui e non per l’uomo; quando nessun interesse materiale viene ad aggiungersi nello svolgimento del proprio ministero, quando brilla in esso la verità, la carità, la speranza; quando non ci sono secondi fini, pensieri nascosti, interessi reconditi, sentimenti diversi; quando non c’è quel miscuglio tra cose della terra e cose del cielo; quando c’è solo l’interesse del cielo, le cose che riguardano Cristo, la sola ricerca del regno dei cieli.
Il corpo è puro quando viene usato secondo la sua natura e nell’ambito della sola legge del Signore. Quando si ha il pieno governo di esso e quando ogni nostra azione è per il bene secondo Dio e non per il male, è per la verità e la giustizia, per la benevolenza e la carità, per ogni opera di misericordia corporale e spirituale.
Allora il corpo è puro e ogni suo membro deve essere conservato puro, a iniziare dalla lingua che deve dire solo parole di verità, di consolazione, di speranza, deve parlare solo secondo il bene e mai deve essere usata per il male o alcunché di simile.
Quando una persona vive di purezza in essa c’è solo la ricerca di ciò che piace al Signore, che è a lui gradito, santo, giusto.
Sapienza: La sapienza dice riferimento alla conoscenza delle cose.
Si possiede la sapienza quando non solo le cose, ma anche le persone, gli eventi, le circostanze sono conosciuti secondo verità, secondo la verità di Dio, secondo la sua scienza.
La sapienza non è solo è retta conoscenza, conoscenza delle cose secondo Dio, ma è anche amare le cose come Dio le ama.
Ciò che Dio ama la sapienza ama, ciò che Dio non ama, la sapienza non lo ama. Ciò che è secondo il cuore di Dio il sapiente lo cerca e lo desidera, ciò che non è secondo il cuore di Dio, il sapiente non lo vuole, neanche fa parte dei suoi pensieri o dei suoi desideri.
È assai difficile possedere la sapienza. La possiede chi ha un cuore puro, libero, vuoto da tutto ciò che appartiene alla terra, perché si vuole immettere in esso tutto ciò che è del cielo e per il cielo.
Pazienza: La pazienza è invece la legge che regola le relazioni con la storia, gli eventi, le persone, con tutto ciò che accade in questo mondo.
È paziente l’uomo quando in ogni cosa che accade, con ogni persona che incontra, negli stessi avvenimenti della storia, sa conservare il suo amore per il Signore e per i fratelli.
La pazienza è la virtù della carità attraverso la quale amiamo sempre Dio e gli uomini, nonostante le avversità, le sofferenze, e ogni altro male che dovesse abbattersi sulla nostra persona, anche quando questo male è causato dai nostri fratelli.
Anche questa virtù è difficile da potersi conquistare e ottenere. È necessaria molta preghiera, soprattutto è necessario un dono iniziale nostro nei riguardi di Dio e dei fratelli.
È necessario il dono della nostra vita a Dio e ai fratelli per amare Dio secondo la sua volontà e i fratelli secondo il precetto del Signore. Quando questo dono d’amore è stato fatto, allora il cuore è già pronto alla pazienza. Esso sa che ogni cosa che avviene, avviene perché il suo dono d’amore sia sempre rinnovato e concretamente dato a Dio e ai fratelli per manifestare la carità con la quale il Signore ci ama e nella quale dobbiamo sempre amarlo.
Benevolenza: Con la benevolenza l’uomo cerca sempre il bene. In ogni circostanza della vita, buona e non buona, opportuna e non opportuna, di gioia o di sofferenza, di letizia o di martirio, a favore o avversa, egli altro non fa che volere il bene, cercare il bene, il bene desiderare, bramare.
Chi è benevolo cerca sempre una ragione per poter amare l’altro e la ragione è una sola: Cristo Gesù che ci ama sino alla fine, con il dono di tutto se stesso.
Se Cristo ci ha amato con il dono della propria vita, anche noi dobbiamo amare fino al dono della nostra vita.
Dobbiamo amare tutti, sempre, in ogni circostanza. Ogni situazione è posta da Dio dinanzi a noi perché noi esercitiamo la virtù della benevolenza e compiamo ogni cosa per manifestare il suo amore e la sua misericordia.
Spirito di santità: lo spirito di santità non solo è la costante ricerca della volontà di Dio, ma è una smisurata crescita in essa.
Nello spirito di santità non solo si fanno bene le cose, le si fanno nel miglior modo possibile.
Non si cerca solo la volontà di Dio, si cerca tutta la volontà di Dio, in ogni sua parte e nei minimi particolari.
Non si desidera una sola virtù, si bramano per il nostro cuore tutte le virtù e nella loro perfezione.
Quando un cuore è spinto dallo spirito di santità, la perfezione è per lui raggiungibile, perché si è attirati da Dio e dalla sua perfezione di carità e di verità, nella più pura e santa giustizia.
Amore sincero: L’amore è sincero quando nel cuore non c’è altro interesse se non quello di amare in tutto secondo la volontà di Dio. All’amore sincero si contrappone l’amore impuro, interessato, inquinato dal male.
L’amore è sincero solo quando è, il nostro amore, dono dell’amore che Dio ha riversato nei nostri cuori per opera del suo Santo Spirito.
[7]con parole di verità, con la potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra;
In questo versetto Paolo aggiunge altre tre caratteristiche che contraddistinguono il suo ministero.
Con parole di verità. La parola di verità è solo quella di Dio. Ogni parola che è uscita dalla sua bocca è stata per lui solo l’annunzio della volontà di Dio, il ricordo della Parola del Vangelo.
L’Apostolo del Signore non può mescolare parole d’uomo e parole di Dio e farle uscire contemporaneamente dalla sua bocca, oppure prima fa uscire parole di Dio e subito dopo parole d’uomo.
L’Apostolo del Signore è uomo di Dio. Dalla sua bocca deve uscire solo la Parola di Dio, la Parola della verità, il Vangelo della grazia, la buona novella della redenzione per ogni uomo. Se lui fa uscire parole d’uomo, della terra, egli non è solo uomo di Dio, è anche uomo della terra e se è anche uomo della terra, non è uomo di Dio.
Basterebbe che ogni Apostolo del Signore si ricordasse di questo principio ed il mondo potrebbe esultare di santa gioia.
Perché la bocca proferisca parole di Dio nel cuore deve esserci solo il Signore. Quando invece nel cuore ci sono altri accanto a Dio, allora non c’è Dio. L’apostolo in questo caso ha un calo di verità e quindi di incidenza nella storia. Egli non è più uno strumento di verità, perché l’uomo non lo vede più strumento di verità, lo considera un uomo del mondo, un uomo non più di Dio, ma della terra.
San Paolo è cosciente di questo rischio e lui vuole ed è sempre uomo di Dio, strumento del Signore, suo servo, ministro di Cristo per la proclamazione della verità che dona salvezza ai cuori e alle menti.
Con la potenza di Dio. Chi deve agire nell’apostolo non è l’apostolo, ma il Signore.
È il Signore la potenza dell’apostolo, la sua forza. È lui che lo spinge, lo muove, lo attira.
È lui che vuole, agisce, opera, va incontro all’uomo e lo serve secondo la sua imperscrutabile scienza e sapienza eterna.
L’apostolo deve pertanto manifestare sempre la potenza divina che agisce o non agisce non perché l’apostolo lo vuole o non lo vuole, ma perché Dio lo vuole o non lo vuole.
L’apostolo del Signore deve sempre sperimentare nel suo spirito e nel suo corpo la debolezza, la fragilità, il nulla.
Lui deve sapere che attraverso il suo spirito, la sua anima e il suo corpo agisce la potenza di Dio e a Dio deve affidare ogni caso perché sia lui a dare la soluzione di bene, quella che Dio vuole e mai quella che vuole l’uomo, o vuole l’apostolo.
In questo senso l’apostolo non può avere una sua personale volontà nello svolgimento del suo ministero. Sua volontà deve essere quella di Dio. Poiché lui è fratello tra i fratelli e figlio tra i figli, egli deve portare ogni cosa a Dio, affidarla con fiducia a Lui, sapendo che Dio sa cosa fare, quando e come per il bene e la pace dei suoi figli.
L’apostolo non è il risolutore dei problemi dell’uomo, è invece colui che li presenta al Signore.
In questa presentazione è la sua forza, il suo ministero, ma anche la sua libertà. Egli è libero dinanzi ai problemi del mondo perché li ha presentati al Signore; è libero perché accoglie sempre la volontà del Signore; è libero perché possiede la scienza e la sapienza che gli fanno sempre da luce al suo spirito e al suo cuore.
Con le armi della giustizia a destra e a sinistra. L’arma è uno strumento di attacco e di difesa. Paolo si sente armato nell’una e nell’altra mano, ma con un’arma particolare, speciale, con un’arma che non è della terra, ma del cielo. Quest’arma è la giustizia, la perfetta conoscenza della volontà di Dio.
Egli difende la causa di Dio nel mondo annunziando la sua giustizia; espande il suo regno proclamando il Vangelo; distrugge il mondo immettendo in esso il principio o il lievito di vita eterna che è la Parola di Cristo Gesù.
Egli non ha altri intendimenti, altri progetti, altri propositi, altre mire. Il suo progetto è uno solo, lo stesso che fu di Cristo: mandare in rovina il principe di questo mondo, che è tenebra e menzogna, illuminando il mondo con la luce radiosa di Cristo Gesù.
Solo con queste armi il mondo crolla e il regno di Dio si edifica e si costruisce. Quando invece noi non facciamo brillare la parola della giustizia nelle tenebre di questo mondo, ma andiamo nel mondo con le sue stesse tenebre o le sue stesse opere, il mondo ride di noi, perché vede la nostra stoltezza e le nostre tenebre.
Non possiamo avere le armi della giustizia nelle mani, se la giustizia non è nel cuore. Se il Dio della giustizia non guida la nostra vita, come possiamo noi pretendere di usare le sue armi per la edificazione del suo regno nel mondo, se il suo regno non lo abbiamo neanche edificato nel nostro cuore?
Se uno non è nel regno di Dio, non può edificare il regno di Dio. Non si può essere del mondo e lavorare per il regno di Dio, né essere del regno di Dio e lavorare per il mondo.
Quella dell’apostolo del Signore è una scelta. O sceglie di essere con Dio e lascia il mondo, o se rimane nel mondo, indirettamente egli sceglie di non essere con Dio. Luce e tenebre non possono convivere in noi. Se in noi dimorano le tenebre, la luce non brilla su di noi, né può brillare attraverso noi.
[8]nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri;
Questo bisogna distinguerlo in due parti. La prima manifesta il contesto storico nel quale Paolo esercita il suo ministero, o ha rivestito e riveste le armi della giustizia. La seconda invece tocca direttamente la sua persona, non in quanto persona di Paolo, ma in quanto persona dedicata interamente al ministero del Vangelo.
Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama. Paolo è riuscito a vivere secondo quando ha detto finora (vv. 3-7), in circostanze disparate.
Mai egli si è lasciato vincere dalla situazione storica. La gloria non lo ha esaltato, il disonore non lo ha piegato, scoraggiato.
La cattiva fama non gli ha impedito di proseguire la corsa, e la buona fama non è stata da lui usata per un favore personale, o per qualche utile proprio, che non fosse quello del Vangelo.
Come un abile maestro nelle cose di Dio, egli sa come far sì che tutto si rivolga per il bene del Vangelo, anche le cose più buie ed oscure che si addensano sul suo cammino.
In ogni momento della sua vita egli conserva la sapienza con la quale tutto trasforma in un momento utile e favorevole perché il Vangelo di Dio sia accolto, secondo il Vangelo si viva, per il Vangelo si cammini, il Vangelo si espanda e si diffonda. Questa è vera sapienza. Chi possiede lo Spirito del Signore possiede anche la sua sapienza in misura sempre più grande, proporzionatamente alla crescita dello Spirito dentro di Dio.
Paolo possiede uno Spirito forte, vivo, operante, uno Spirito che ogni giorno cresce in lui. Anche la sapienza in lui è forte, viva, operante e con questa sapienza dirige ogni cosa a Dio.
Siamo ritenuti impostori, eppure siamo veritieri. Con questa frase Paolo presenta la verità sulla condizione apostolica, dice ciò che è in realtà l’apostolo del Signore.
Lo dice presentando la verità dell’apostolo in contrapposizione a ciò che il mondo pensa dell’apostolo del Signore.
È giusto che verità e falsità vengono messe in contrapposizione, perché appaia con più luce la verità dell’apostolo e la sua missione rigeneratrice di vita per il mondo intero.
Il mondo ritiene che l’apostolo sia un impostore, uno che va tra la gente a raccontare falsità, a dire menzogne, a illudere gli uomini, a predicare loro una felicità che non si compie in questo mondo, ma in un altro, nel cielo.
Uno che predica le virtù, che altro non sono che un restringimento delle forze del male che operano in noi, affinché tutto e solo il bene possa essere fatto attraverso il nostro corpo, la nostra anima, il nostro spirito.
Il mondo pensa che l’apostolo porti l’uomo in un mondo di chimere, di illusioni, di una falsa speranza, in un mondo futuro che nessuno potrà mai contemplare da vivo su questa terra.
Questo lo pensa il mondo. L’apostolo deve avere però la consapevolezza che ciò che lui dice è la sola verità possibile per l’uomo e per questa verità egli deve essere disposto a perdere la propria vita.
L’impostore dice cose non vere per un profitto e un guadagno personale, l’apostolo invece dice la verità per un profitto non per sé ma per tutto il mondo. Lui, la verità, la dice nella più assoluta gratuita. Niente vende e niente compra. Anzi la dice la verità a prezzo della sua vita. Per quello che dice egli ha già messo sulla croce il suo corpo per essere inchiodato e divenire pubblico spettacolo dinanzi al mondo.
Quello che interessa evidenziare in questo versetto non è il fatto che l’apostolo è veritiero, mentre il mondo lo considera un impostore; è invece l’affermazione che l’apostolo è il solo che possiede la verità per il mondo e che questa verità deve egli annunziarla proprio quando da colui presso il quale si reca per dirgliela, lo ritiene un impostore, un venditore di chimere, un annunziatore di false speranze, di speranze che non si possono raggiungere in questo mondo.
Quello che è importante in questo versetto è la fede dell’apostolo nella sua verità. Dico questo perché oggi sta accadendo proprio il contrario: l’apostolo non crede più nella verità del Vangelo; il mondo gli ha detto che lui non può risolvere i problemi di questo mondo con l’annunzio del Vangelo e lui ha creduto, ha abbandonato il Vangelo ed ha assunto le ricette di questo mondo e con esso si sta presentando, divenendo un collaboratore fedele delle idee e delle proposte del mondo per risolvere i problemi di questo mondo.
È questo il problema grave, serio. O noi crediamo che il Vangelo, la verità sia l’unica soluzione di salvezza per l’uomo, oppure dobbiamo cercare un’altra verità. Poiché altre verità non esistono, dobbiamo elevare la menzogna al ruolo di verità e la falsità a strumento di salvezza per l’uomo.
È l’aberrazione nella quale molti cristiani oggi sono caduti. È la stoltezza che governa il cuore di molti tra coloro che dovrebbero essere guide illuminate per la comprensione della Parola di Gesù. Gesù lo ricorda: se un cieco guida un altro cieco tutti e due andranno a finire in un pozzo, in una buca. Non c’è cammino per loro e non c’è futuro.
[9]sconosciuti, eppure siamo notissimi; moribondi, ed ecco viviamo; puniti, ma non messi a morte;
Vengono qui presenti altri tre qualità, o note caratteristiche, di ogni apostolo del Signore.
Sconosciuti, eppure siamo notissimi. In questa prima affermazione viene messa in risalto una delle caratteristiche del ministero apostolico.
L’apostolo del Signore è sconosciuto dal mondo per quanto riguarda la verità, il Vangelo, la Parola del Signore. Non solo non lo si conosce, non lo si vuole conoscere come uomo di Dio, come un suo strumento, come uno che porta sulla terra l’unica salvezza possibile.
Lo si combatte in tutti i modi. Pur di distruggere la verità che è in lui, si distrugge lui. Se non fosse per il Signore che stende una tenda di luce sui suoi veri missionari, molti non riuscirebbero neanche a vivere un solo giorno.
D’altronde luce e tenebra non si possono conoscere. La tenebra può conoscere la luce convertendosi, trasformandosi in essa, abbracciando la luce, diffondendo la luce sulla terra.
Gli apostoli del Signore sono notissimi al mondo perché sono gli unici che vogliono distruggere le tenebre che regnano nel mondo.
Ogni tenebra sa perfettissimamente dove è la luce, anche la più piccola fiammella di luce essa la sa riconoscere, la riconosce perché ne va di mezzo la sua esistenza. Essa non potrà mai esistere come tenebra, se accanto ad essa c’è la luce. Anche la più piccola luce diviene un pericolo per essa.
Questo è il motivo per cui il mondo conosce coloro che sono di Cristo, li conosce per ucciderli, per perseguitarli, per far sì che desistano dal loro essere luce, li tenta perché divengano anche loro tenebra tra le tenebre.
L’apostolo è sconosciuto per ciò che esso porta e per lo stesso motivo è conosciutissimo, è notissimo a tutti. Quando un apostolo del Signore non è noto al mondo, è un brutto segno. È il segno che il mondo lo conosce come suo e quindi gli è ignoto. Di lui non sa cosa farsene, gli appartiene già.
Moribondi, ed ecco viviamo. Questa affermazione dice invece una relazione con il Signore che è di aiuto e di sostegno.
Non solo il Signore fortifica l’anima e lo spirito dei suoi missionari. Gli dona giorno per giorno quella forza necessaria per vivere un’altra giornata di missione. Poi domani sarà un’altra alba e ci sarà un’altra forza che permetterà di vincere la naturale debolezza del nostro corpo, in modo che solo la gloria di Dio risplenda attraverso la nostra vita.
Se si osserva la vita dell’apostolo del Signore, c’è in lui fatica, stanchezza, debolezza fisica dello stesso suo corpo. A volte ci sono malattie e sofferenze di ogni genere.
Ebbene, nonostante che il corpo sembra essere avvolto già dalla morte, per grazia di Dio ogni giorno risuscita e ogni giorno compie la missione di salvezza a favore di tutti gli uomini.
È questo un prodigio dell’amore del Signore e della sua misericordia a favore di coloro che si dedicano interamente al suo servizio.
Puniti, ma non messi a morte. In questa frase c’è tutta la “rivelazione” giovannea “sull’ora” che accompagna la vita di Gesù.
L’ora della dipartita da questo mondo per gli apostoli di Gesù non è stata messa da Dio nelle mani degli uomini. Quest’ora egli l’ha riservata a sé. È lui che stabilisce quando è il momento di alzare le vele e partire per l’eternità e quando ancora bisogna rimanere sulla terra per compiere la missione di salvezza a favore di tutti gli uomini.
Il Signore permette la persecuzione, la punizione, ogni altro genere di sofferenza fisica e morale per saggiare la fedeltà dei suoi ministri. Ma a nessuno è consentito di andare oltre la prova.
Questo spiega perché Paolo sovente è stato punito, ma per lui sempre però si è aperta una via di fuga dalla sofferenza. La sua ora non era ancora venuta e lui serviva ancora al Signore per la causa del Vangelo.
Questo non vale solo per Paolo, vale per ogni missionario del Vangelo. Il Signore ci prova per saggiare il nostro cuore e finché serviamo alla sua Parola e alla sua grazia, come suoi ministri, egli custodirà la nostra vita perché non cada per sempre nelle mani degli uomini.
Poi dalla sera alla mattina, come lo fu per Cristo, ce ne andremo da questo mondo. Il Signore ci abbandona nelle mani del mondo, ma solo per compiere il suo disegno di vita eterna per noi e di salvezza e di redenzione per il mondo intero.
[10]afflitti, ma sempre lieti; poveri, ma facciamo ricchi molti; gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!
L’afflizione viene dagli uomini, la letizia viene dal Signore; la povertà è per le cose di questo mondo, la ricchezza invece sono i beni del cielo.
Umanamente l’apostolo non ha nulla, divinamente e spiritualmente parlando l’apostolo invece ha tutto, perché tutto Dio e tutta la sua grazia è stata posta nelle sue mani.
L’apostolo vive nel suo essere la legge del contrasto. C’è in lui da un lato la nullità della terra e dall’altro la ricchezza del cielo. C’è il niente dell’uomo e il tutto di Dio in lui.
Questo contrasto vive se lui riesce a conservarlo intatto, conservando se stesso nell’afflizione, nella povertà, nel niente di questo mondo.
Deve conservarsi nell’afflizione, perché è questa la via per la diffusione del Vangelo nel mondo. Non che il missionario del Vangelo sia chiamato alla sofferenza, all’afflizione. La sofferenza e l’afflizione accompagnano sempre il suo cammino di verità.
Se lui esce dalla verità, non c’è, non ci sarà più afflizione per lui, motivata dal nome di Cristo nel quale egli crede e per il quale lavora. Se non c’è verità in lui, non ci può essere neanche arricchimento celeste da parte sua tra i suoi fratelli.
La verità genera afflizione, l’afflizione genera gioia negli altri, perché dona salvezza, redenzione, vita eterna.
La sola verità non basta per portare ricchezza in questo mondo; occorre che l’apostolo del Signore sia veramente povero, che realmente non possieda nulla. Il motivo è assai semplice. Il Signore vuole che in ogni momento appaia che sia lui ad operare nell’apostolo del Signore, che sia lui a compiere ogni opera, che sia lui a dirigere ogni azione.
Per questo l’apostolo deve vivere nella povertà, nel niente di questa terra. Gesù vuole i suoi missionari affidati interamente alla provvidenza del Padre, al suo sostegno, al suo aiuto solerte.
È in questa povertà effettiva, reale che si manifesta il Signore. L’apostolo del Signore non deve aiutare i poveri a risolvere i problemi della loro povertà. L’apostolo del Signore è il più povero tra i poveri e lui stesso è stato affidato da Cristo alla carità degli uomini, di quanti sono di buona volontà perché possa ricevere ogni giorno un tozzo di pane, di che sfamarsi e continuare così il viaggio della salvezza tra gli uomini.
In tale senso la Chiesa, almeno nei suoi pastori, non può avere il problema di come fare le opere di carità corporali, perché essa stessa è soggetto di queste opere, soggetto passivo, non attivo, perché ella è stata deputata da Dio a compiere le altre opere quella della carità spirituale, nel dono della parola, della verità e della grazia di Cristo Signore.
La Chiesa, sempre nei suoi pastori, ha uno stile particolare di vita. In essa e per essa deve rivelare Dio, la sua presenza nella storia, i suoi divini interventi a favore di tutto il genere umano.
Tutti devono constatare, attraverso la povertà della Chiesa, che è Dio che opera in essa e non l’uomo. Far vedere Dio è anche questo ministero e ufficio della Chiesa, allo stesso modo che Cristo, nella sua povertà e nullità economica, faceva sempre vedere che il Padre era con Lui e che in Lui operava, compiendo quei prodigi d’amore che sono solo frutto dell’Onnipotenza divina.
Credente.
00Sunday, February 12, 2012 6:55 PM
CAPITOLO SESTO



ESORTAZIONE

[11]La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto per voi.
Paolo veramente può dire di aver parlato con sincerità, con assoluta verità.
Nelle sue parole non c’è dolo, non c’è inganno, non c’è finzione, non c’è adulazione, non c’è ricerca di se stesso, non c’è neanche la sopravvalutazione di sé.
Ciò che è sulla bocca è anche nel cuore e ciò che è nel cuore è sulla bocca. Ma nel cuore di Paolo c’è la verità, la sincerità, l’amore vero, puro; c’è la volontà di fare solo la volontà di Dio; c’è l’edificazione del suo regno sulla terra; c’è la sollecitudine pastorale per tutti loro.
Questo c’è nel cuore di Paolo e questo egli dice ai Corinzi. In lui non c’è alcuna macchinazione.
I Corinzi possono essere certi: lui è mosso solo dall’amore di Cristo Gesù e quando si è mossi dal suo amore, c’è solo la ricerca del bene dell’altro, anche se questa ricerca dovesse costare il dono della propria vita, questa è già offerta. L’amore possiede questa grande forza interiore.
Perché Paolo ha aperto il suo cuore ai Corinzi? Lo ha aperto perché non vuole che nel loro cuore ci sia un qualche dubbio, un sospetto, un qualche pensiero ambiguo su di lui, o un pensiero non del tutto puro.
Quando si ha la responsabilità di condurre gli uomini a Cristo, quando si è strumento del Signore nella missione apostolica, è dovere dell’apostolo far sì che ogni incertezza sulla sua persona si dilegui.
Lo richiede il Vangelo di Gesù e la grazia che egli deve donare ai fratelli. Lo richiede il servizio santo.
Nessuno può permettere che la sua persona si intrometta, si introduca tra il Vangelo e i destinatari di esso.
Il missionario deve essere solo un portatore della Parola e della grazia, la deve portare nella limpidità delle sua azione, nella purezza della sua coscienza, nella verità del suo cuore, nella sincerità della sua bocca.
Egli non può permettere che il dubbio avvolga la sua persona. Sarebbe l’impedimento più grande a che lui possa continuare ad essere missionario di Cristo Gesù.
Quando nel cuore dell’altro, indipendentemente dalle nostre azioni, pensieri, parole e comportamenti, si insinua il dubbio della non lealtà da parte nostra, è giusto che si chiarifichi ogni cosa, non per la nostra persona, ma per il Vangelo che noi portiamo.
A noi non interessa minimamente la nostra persona; interessa la purezza del Vangelo. Perché il Vangelo risulti nitido, puro, santo sulla nostra bocca e nel nostro cuore, è giusto che il missionario parli francamente, dica la verità così come essa sé, renda testimonianza della sua santità dinanzi al mondo intero.
Quella del missionario del Vangelo è una vita pubblica. Pubblicamente è giudicato, pubblicamente deve difendere la sua missione perché niente delle sue opere vada compromesso e tutti coloro che lo ascoltano possano accogliere la parola che egli dice. Non perché è sua parola, ma perché è Parola di Cristo Gesù.
[12]Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto.
Paolo manifesta ora la differenza che esiste tra il suo comportamento e quello dei Corinzi.
Il suo è un comportamento di amore. Il suo cuore è talmente largo che è capace di accogliere tutti loro. Li accoglie nel perdono, nella grande comprensione, nella misericordia verso coloro che hanno sbagliato.
Li accoglie riproponendo loro la verità di Cristo, ribadendo qual è la sua missione e quale il suo mandato nel mondo e presso di loro.
Li accoglie ridivenendo per loro il maestro, l’apostolo, il servo del Signore che ha un solo desiderio: quello di essere utile in qualche modo attraverso l’annunzio della parola della salvezza, per mezzo del dono del Vangelo di Cristo Signore.
Il suo cuore è largo, spazioso, ricco di misericordia e di perdono, capace di accogliere sempre, capace anche di nascondere ogni loro peccato, ogni loro manchevolezza nei suoi riguardi, ogni ingiuria e calunnia, ogni falsità che è uscita dalla loro bocca.
Alla larghezza del cuore di Paolo corrisponde invece la ristrettezza, la pochezza del cuore dei Corinzi.
Tuttavia bisogna precisare una cosa: Paolo non dice che per loro c’è tanto spazio nel suo cuore, mentre per lui nei loro cuori non c’è posto.
Questo non è un problema del missionario del Vangelo. Per il missionario del Vangelo lo spazio deve essere solo nel cuore di Cristo, è lì il suo posto, il suo spazio, il suo presente, il suo futuro, la sua eternità.
Che ci sia spazio nei loro cuori per lui, o che questo spazio non ci sia, per lui ha veramente poca importanza. Lui è nel cuore di Cristo, è immerso nel suo amore, è avvolto dalla sua carità, è sorretto dallo Spirito del Signore; cammina attratto dal Padre dei cieli che lo attende nel suo regno eterno per vivere con lui per sempre.
Non c’è spazio per loro stessi nei loro cuori. Questi sono troppo angusti, troppo piccoli, assai meschini per fare spazio all’amore.
Se non c’è spazio per loro stessi, ci potrà essere spazio per gli altri? No di certo.
Paolo svela così perché non c’è spazio per lui nei loro cuori. Sarebbe una vera assurdità che ci fosse. Quando il cuore è piccolo, è piccolo per tutti, a cominciare da se stessi. Il loro cuore è piccolo per se stessi, è piccolo per ogni altro.
Deve rimanere sempre piccolo, deve restringersi sempre di più? Può invece cambiare, allargarsi, divenire un luogo capace di abbracciare il mondo intero?
Lo può, a condizione che il discepolo di Gesù vi metta tutta la sua buona volontà e per primo accolga Cristo, tutto il suo amore, tutto il suo cuore; accolga lo Spirito Santo, colui che è stato mandato da Cristo Gesù nei cuori perché faccia spazio, lo allarghi affinché tutto il suo amore possa essere riversato in essi.
[13]Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!
Paolo vuole, desidera che i Corinzi siano dei veri discepoli di Gesù. Ora è proprio di ogni buon discepolo avere un cuore grande, tutto aperto all’amore, aperto però verso tutti.
Paolo ha generato i Corinzi nella fede, per la fede egli è loro padre.
C’è una relazione santa che deve regnare tra il padre e i figli e questa relazione è l’amore vero, sincero, puro, santo. I Corinzi devono amare Paolo con lo stesso amore con il quale loro sono stati amati da Paolo. Quello di Paolo è stato un amore che li ha generati alla fede, li ha introdotti nel Vangelo, li ha fortificati, rigenerati, santificati con la grazia del Signore.
Paolo chiede ai Corinzi che lo accolgano nel suo cuore, che gli manifestino tutto il loro amore.
Paolo ha forse bisogno dell’amore dei Corinzi? Non è lui tutto ripieno dell’amore di Dio? Cosa può aggiungere l’amore dei Corinzi alla pienezza di amore che è nel suo cuore?
Il problema vero non è quello di sapere se ha bisogno dell’amore, è invece l’altro, quello cioè di conoscere perché Paolo chiede ai Corinzi che gli manifestino tutto l’amore ricevuto.
Abbiamo detto che l’amore vero, puro, santo, l’amore che Cristo riversa nei cuori è un amore universale, non esclude nessuno, abbraccia tutti, tutti conforta, tutti risolleva, a tutti manifesta la via di Dio, in tutti infonde speranza, perché dona la grazia e la verità che salvano.
Se c’è un solo uomo che viene escluso dal nostro amore, significa che l’amore che è in noi è un amore viziato.
Quello dei Corinzi per Paolo è un amore viziato. È un amore che si lascia tentare, non è un amore forte, risoluto, vero, autentico. Non è un amore capace di perdono, di misericordia. Non è un amore che si dedica al discernimento, ma soprattutto alla preghiera per sapere sempre e in ogni momento, per grazia di Dio che ci illumina e ci dona il suo santo timore, qual è la verità che guida la nostra vita, se quella di Dio oppure l’altra degli uomini, che sovente è pura falsità, immaginazione, invenzione.
L’apostolo non dipende dall’amore che le comunità da lui formate riflettono su di lui. Egli non attende nulla dagli altri, neanche da coloro che ha portato alla fede. Attende però e vuole che il messaggio di Cristo sia vissuto da tutti in maniera esemplare, perfetta.
Ai Corinzi manca propria questa esemplarità, questa perfezione. Il loro amore è imperfetto, non vero, non sincero, lacunoso, fatto di impulsi e di istinti, molte volte tirato su da mormorazioni, lamentele, parole vane, sciocche e ogni altro peccato che nasce e si sviluppa prosperando in un cuore non ancora inabitato dalla grazia del Signore, non del tutto consegnato alla verità di nostro Signore Gesù Cristo.
Paolo saprà che il loro amore è divenuto puro se lui un giorno troverà spazio nei loro cuori, ma dovrà sempre trattarsi di uno spazio che manifesta e rivela tutta la loro verità e la loro sincerità nei riguardi di Cristo Gesù e del suo strumento umano.
Quando un apostolo si accorge che egli non è amato, non è contraccambiato nell’amore che dona, è il segno evidente che l’amore che lui ha creato nei cuori attraverso il dono del Vangelo e della carità di Cristo, è un amore imperfetto, incipiente, un amore che non è vero amore. Spetta a lui intervenire, mettere ogni attenzione, ricorrere ai ripari perché questo non succeda, perché l’amore con il quale si ama nella comunità sia esclusivamente lo stesso amore con il quale essi sono stati amati da Cristo Gesù, sono stati redenti e santificati; sia l’amore che li chiama a perfezione.
[14]Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l'iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre?
Da questo versetto scopriamo perché l’amore per Paolo non era puro e anche perché nel loro cuore c’era poco spazio per loro stessi e per lo stesso Paolo, loro padre e maestro nella fede e nella verità.
I Corinzi, dopo un primo momento di vita evangelica, in tutto secondo gli insegnamenti di Paolo, a poco a poco erano scivolati in una specie di sincretismo.
Da un lato si frequentavano i fedeli e dall’altro lato si conviveva anche con i pagani, non materialmente s’intende ma spiritualmente, moralmente.
Farsi legare al gioco estraneo degli infedeli ha un solo significato: quello di abbracciare nuovamente le falsità di un tempo, quelle falsità dalle quali erano stati tratti fuori il giorno in cui hanno abbracciato la Parola della verità.
Abbracciare il Vangelo e legarsi nuovamente al gioco delle falsità pagane è veramente un controsenso. Verità e falsità non possono convivere. O si abbraccia la falsità e ci si allontana dalla verità, oppure ci si lascia avvolgere dalla verità e si sciolgono i legami iniqui con la falsità del mondo e degli infedeli.
Il pensiero di Paolo è nitido, chiaro. Può esserci rapporto tra giustizia ed iniquità? No. Può esserci coabitazione tra tenebre e luce? No.
Le tenebre scacciano la luce e la luce scaccia le tenebre. È impossibile di impossibilità assoluta, metafisica, neanche Dio può fare un simile prodigio: che tenebre e luce coabitano nello stesso luogo. Luce e tenebre si oppongono, come si oppone giustizia e iniquità.
Chi è giusto non è iniquo e chi è iniquo non può essere giusto. Chi è nelle tenebre non dimora nella luce e chi dimora nella luce non può stare nelle tenebre.
Può coesistere il giogo di Cristo sul collo del cristiano e il giogo degli infedeli, di quanti cioè non conoscono Dio e vanno a lui attraverso le filosofie, le mode, le stesse religioni?
Il giogo di Cristo scaccia il giogo degli infedeli e il giogo degli infedeli dichiara nullo il giogo di Cristo Gesù.
Da quando il Signore creò l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden il dramma è sempre uno: il desiderio dell’uomo di essere allo stesso tempo uomo delle tenebre e uomo della luce, della verità e della menzogna, della falsità e della sincerità, di Dio e del demonio, o di satana.
All’uomo non è consentito servire due padroni. Egli deve scegliere un solo padrone, sapendo che se sceglie l’uno non potrà mai scegliere contemporaneamente l’altro, e che se sceglie contemporaneamente Dio e gli idoli, ha scelto non Dio ma gli idoli. Dio va scelto per se stesso e non condivide il suo posto con nessun altro nel cuore dell’uomo. Il cuore o è tutto suo, o è del mondo.
È questo anche il dramma del cristiano dei nostri giorni che vuole vivere nel mondo, ma fregiarsi del nome di cristiano. Il mondo e Cristo non possono coabitare nel suo cuore.
Questo deve essere detto con fermezza, chiarezza, determinazione; deve essere detto con profonda convinzione da parte dell’apostolo del Signore, perché nessuno pensi di poter trovare una scusante ai suoi atteggiamenti a motivo della poca chiarezza di chi è incaricato da Dio a portare nel mondo il suo Vangelo che chiama ogni uomo alla conversione e alla fede.
[15]Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele?
Viene precisata ulteriormente la non possibile commistione tra Vangelo e mondo, tra luce e tenebra, tra giustizia e ingiustizia.
Cristo e satana non possono intendersi. Cristo viene nel mondo per distruggere il regno di satana. Satana invece lavora alacremente per distruggere il regno di Cristo.
Se l’uno lavora ed opera per la distruzione dell’altro - e questo per loro specifica natura, natura di amore e di carità quella di Cristo, natura di invidia e di male quella di satana e Cristo mai si potrà trasformare in natura di male e neanche satana in natura di bene - possono loro intendersi, lavorare di comune accordo, per una causa identica?
Mai. In eterno mai. Una tale possibilità non esiste, non è mai esistita, non potrà mai esistere. Satana sarà eternamente satana e sino alla fine del mondo cercherà di divorare quante più anime può per condurle nel suo regno di morte, di tenebra, di non luce eterna.
Cristo invece attraverso i suoi missionari, i suoi strumenti di amore e di verità lavora perché ogni uomo esca dal regno delle tenebre ed entri nel regno della luce.
Se tra Cristo e Satana non c’è intesa, come potrebbe mai esserci tra satana e i discepoli di Cristo Gesù? Se questa intesa esiste, significa che il discepolo di Cristo Gesù ha abbandonato il suo maestro, ha lasciato la via della grazia e della verità e si è consegnato nelle mani di satana.
Solo così è possibile creare l’intesa tra il cristiano e Beliar.
Altra impossibilità è la collaborazione tra un infedele e un fedele. Il fedele è colui che ha accolto Cristo, la sua Parola, si è lasciato rinnovare dalla sua grazia, ha cambiato vita, vive nel regno di Cristo.
L’infedele invece è colui che non ha voluto accogliere il Vangelo, lo ha rifiutato e lo rifiuta, anzi combatte contro lo stesso Vangelo, perché lo reputa contrario ai suoi principi di paganità.
L’intesa non è qui a livello operativo, di svolgere una qualche mansione insieme; l’intesa è a livello di fede, di verità, di grazia, di Vangelo, di vita eterna, di regno di Dio. Il fedele crede che il Vangelo sia l’unica sua verità, l’unica sua salvezza. L’infedele invece crede nei suoi dei e nelle sue pratiche religiose.
Il fedele non può manomettere la sua verità per andare incontro a colui che è infedele e che tale vuole rimanere. Lui deve proclamare con fermezza la Parola di Cristo Gesù, sarà poi l’infedele ad assumersi tutta la sua responsabilità, della fede e della non fede, dell’accoglienza e del rifiuto della Parola che gli è stata annunziata, proclamata, insegnata, data.
La forza del fedele è nella proclamazione, nell’annunzio del Vangelo della salvezza. Per il Vangelo il mondo si salva, si redime, viene conquistato a Dio.
Se c’è l’intesa, questa non sarà mai sulla verità di Cristo, del Padre e dello Spirito Santo. Non solo l’infedele non si salva e non si redime, quanto il fedele si sfedelizza e diventa anche lui infedele perché è caduto dalla verità di Cristo e di Dio.
Conosciamo la forza di Cristo nell’annunziare la verità sull’Eucaristia. Quando vide che i suoi discepoli se ne stavano andando, non cercò con loro un’intesa, proclamò con più vigore la sua verità, anzi mise anche gli apostoli nella condizione di scegliere solo Lui e la sua Parola.
È questa determinazione nella verità che manca oggi a molti cristiani. Tanti sono coloro che vivono di intesa con il mondo, di intesa con il male, di intesa con il peccato e con ogni altro genere di trasgressione dei comandamenti.
La forza del cristianesimo non è la debolezza del mondo; è la potenza di verità con la quale si presenta dinanzi al mondo. Così come la debolezza del cristianesimo non è la strapotenza del mondo, è invece la pochezza di verità con la quale egli si presenta dinanzi al mondo.
[16]Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente, come Dio stesso ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo.
Si pensi per un istante che la santità del tempio, a causa dell’abitazione di Dio in esso, non consentiva ai pagani di potervi accedere.
A portare un idolo nel tempio, neanche a pensarlo. Il solo pensiero sarebbe stato un abominio per un vero adoratore del Dio vivente.
Accordare il tempio di Dio con gli idoli, significa per Paolo una sola cosa: portare l’idolo nel tempio santo di Dio e aprire le sue porte per il culto.
Come questo era inimmaginabile, così deve essere inimmaginabile pensare che il cristiano, che è il vero tempio di Dio, il tempio vivo della sua gloria, possa far abitare nel suo cuore gli idoli dei pagani.
Idolatria e cristianesimo non possono accordarsi. O il cristiano è tempio santo di Dio, o è tempio sconsacrato della sua gloria.
La commistione, la coabitazione in noi di Dio e degli idoli ha un solo significato: la nostra caduta dalla fede e dall’amore del Signore, il nostro ritorno nell’idolatria di un tempo.
Che noi siamo il tempio di Dio, Paolo non lo desume dalla liturgia battesimale e dal suo ricco simbolismo, dai molteplici significati e contenuti di verità che essa esprime, manifesta, celebra. Lo desume direttamente dalla Parola di Dio, dalle promesse che il Signore aveva fatto ai padri, quando ha svelato il suo mistero e rivelato il suo disegno di amore in favore degli uomini.
È volontà di Dio abitare in mezzo agli uomini, camminare con gli uomini, essere il Dio di tutti gli uomini. A questa offerta di grazia deve corrispondere anche la nostra volontà. Lui vuole e noi vogliamo. Noi vogliamo essere il popolo santo di Dio, perché tale ci ha costituito il Signore.
La presenza viva di Dio in mezzo a noi, il camminare egli con noi vuol dire una cosa sola: liberazione da ogni schiavitù di pensiero e di cuore che vengono da parte del mondo, introduzione nella sua casa, nella sua terra, nella sua verità, nella sua obbedienza.
Dio cammina con noi per ammaestrarci, per istruirci, formarci, elevarci, condurci di verità in verità, di fede in fede, di grazia in grazia, di obbedienza in obbedienza.
Cercare un accordo con gli idoli è liberarsi dalla verità di Dio, o pensare che la verità di Dio non sia l’unica, la sola, l’esclusiva verità, e quindi si ha bisogno di altre verità che in qualche modo rendano più perfetta quella che il Signore ci ha rivelato.
La verità di Dio è assoluta, eterna, per sempre, senza prima e senza dopo, senza tempo, senza divenire. Essa è perfetta in ogni sua parte, completa in tutto, ad essa nulla manca, nulla si deve aggiungere e nulla togliere.
La verità di Dio è la perfezione stessa di Dio, è la sua luce eterna pronunziata su di noi prima per crearci, poi per redimerci, infine per santificarci viene proferita ogni giorno e sempre nuova e vitale viene fatta comprendere al nostro spirito dallo Spirito Santo del Signore.
L’infedele non deve dire nulla alla Chiesa, non deve perché in quanto a verità non può. L’infedele può dire una sola cosa alla Chiesa: vivi la verità che tu annunzi e dimostrami con la tua vita che tu realmente credi in quello che dici e poi anch’io crederò in quello che tu annunzi e proclami.
Per il resto l’infedele come il fedele devono sempre mettersi in un atteggiamento di ascolto di fronte alla Chiesa di Dio, al missionario del Vangelo, all’araldo e al banditore della divina parola. Ecco perché non può esserci intesa, né accordo, né ricerca comune della verità.
[17]Perciò uscite di mezzo a loro e riparatevi, dice il Signore, non toccate nulla d'impuro. E io vi accoglierò,
Comprendere questo versetto è di fondamentale importanza, se non si vuole cadere in degli anacronismi storici che hanno fatto il loro tempo e che non ritornano più.
Anticamente il Signore ha liberato il popolo dalla schiavitù dell’Egitto, togliendo il popolo dalla terra dell’asservimento. Israele lasciò fisicamente l’Egitto per non ritornarvi mai più.
C’è come un distacco fisico che è allontanamento da tutto ciò che appartiene a quel popolo. Quel popolo è impuro e tutto ciò che egli possiede è impuro. La liberazione, o cammino di libertà, non è solamente morale, veritativo, è anche fisico, del corpo e non solo della mente, o dell’anima, o dello spirito dell’uomo.
Loro escono dall’Egitto, il Signore li accoglie nella sua terra, nella terra che aveva promesso ad Abramo e alla sua discendenza.
Con il Nuovo Testamento l’uscita non può essere materiale, fisica. Il cristiano non ha un luogo per sé dove ritirarsi per sempre, lontano dagli altri uomini, lontano da tutto ciò che il Signore ha dichiarato impuro e quindi non toccabile.
L’uscita è spirituale, del cuore, della mente, dell’anima. Si esce dal mondo perché si abbandona la sua falsità, le sue idolatrie, le sue impurità che sono sporcizie ed iniquità.
Si lascia il mondo e ci si ripara presso Dio e Dio ci accoglie perché ci dona il suo Santo Spirito che è per noi saggezza e sapienza di Dio alla luce del quale noi dobbiamo leggere tutta la realtà e discernere in essa ciò che è conforme alla volontà di Dio da ciò che è difforme.
Gesù lo ha detto: voi siete nel mondo, non siete del mondo. La nostra uscita oggi è quella di non appartenere più alla mentalità di questo mondo, di non conformarci ad essa; anzi di essere tra coloro che vivamente si oppongono ad essa per distruggerla, calando in essa la luce radiosa del Vangelo di Dio.
Uscire significa per tutti noi entrare in Cristo, nel suo cuore, nei suoi desideri, nel suo amore, nella sua obbedienza, nella relazione perfetta di ascolto e di mozione dello Spirito che lui possedeva e che governa la sua umana esistenza.
Quando si esce per entrare in Cristo e nel suo cuore, con Cristo si ritorna nel mondo per portare in esso la luce della verità e della salvezza. Spiritualmente si esce, materialmente e spiritualmente si ritorna.
Dopo essere usciti, ma per liberare il mondo, il mondo non ci riconoscerà più. Sa che non gli apparteniamo e si scaglia violentemente contro di noi come si è scagliato contro Cristo fino ad ucciderlo.
Uscendo in questo modo, usciamo per essere accolti da Dio, nel suo regno, nella sua verità, nella sua giustizia, nel suo amore.
Dio ci accoglie per ricolmarci del suo Santo Spirito. Solo se ripieni e ricolmi di Lui si può tornare nel mondo, per salvare il mondo.
Senza l’accoglienza da parte di Dio che ci forma e ci ammaestra, senza il dono dello Spirito Santo che ci cambia e ci trasforma, che da esseri del mondo ci trasforma in esseri spirituali, tutti di Dio, restiamo e siamo mondo. Chi è mondo non può salvare il mondo. Salva il mondo chi si lascia trasformare da Dio in un essere tutto spirituale e santo.
In fondo dovremmo fare come fece Mosè. Egli era Ebreo. Divenne un figlio degli Egiziani. Da figlio degli Egiziani non poteva salvare i figli di Dio. Lasciò l’Egitto, divenne figlio di Dio, ritornò in Egitto, operò con il Signore la redenzione e la salvezza del suo popolo. La operò con la forza e la potenza di Dio che agiva in lui, ma anche la operò con il taglio netto che egli aveva fatto con il mondo al quale un tempo apparteneva. Lui uscì dall’Egitto, il Signore lo rimandò indietro, ma lo rimandò da uomo tutto nuovo, da uomo che ormai apparteneva come fede e come verità al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, apparteneva al Dio dei Padri e come tale e perché tale ha potuto essere mandato da Dio a compiere la liberazione del suo popolo.
Non toccate nulla di impuro ha un solo significato per noi. Impuro non è il mondo in sé e non sono le cose del mondo, tutte create buone da Dio. Impuro è solo il peccato. Al cristiano non è consentito peccare in alcun modo.
[18]e sarò per voi come un padre, e voi mi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente.
Quando noi usciamo dal mondo, e si esce in un solo modo, attraverso la via sacramentale, rinascendo da acqua e da Spirito Santo, il Signore ci fa suoi figli di adozione.
Lui è vero Padre per noi, noi siamo veri figli per lui. Da vero Padre ci ama, da veri figli siamo chiamati a servirlo e a onorarlo.
La paternità comporta la comunicazione della propria natura. Dio, generandoci da acqua e da Spirito Santo, ci rende partecipi della sua natura divina.
Non può esserci paternità solamente morale, spirituale, la paternità di Dio è un vero prodigio del suo amore, in quanto egli ci chiama ad una comunione così intima con Lui che si fa partecipazione della propria natura.
È come se Dio ci divinizzasse. Questa è l’opera della sua onnipotenza. Cosa comporta la partecipazione alla sua divina natura noi non lo comprendiamo appieno su questa terra, lo vedremo però quando saremo nel cielo. Solo allora potremo iniziare a benedire in eterno il Signore per le grandi cose che ha fatto per noi.
Anche la figliolanza non può ridursi ad un rapporto di coabitazione pura e semplice. Siamo figli perché siamo nella stessa casa. La figliolanza richiede ed esige l’assimilazione del pensiero del Padre, il compimento della sua volontà, l’onore e la devozione per il suo santo nome, il rispetto per la sua divina maestà.
Un vero figlio acquisisce lo stile di vita del Padre, si forma sul suo pensiero, cammina nella sua volontà, si trasforma ad immagine del suo amore.
Essere figli di Dio comporta un radicale cambiamento del nostro modo di essere e di operare. Tutto in noi deve testimoniare questa figliolanza, tutto deve manifestare questa nuova realtà che è stata creata in noi.
Se siamo figli di Dio, se Dio ci ha resi partecipi della sua natura, se abbiamo lasciato il mondo, se non possiamo toccare nulla di impuro, come è possibile che il cristiano dopo aver ricevuto un dono così grande, ritorni nel mondo e si faccia mondo con il mondo, ritorni nel mondo e diventi alleato di satana, distruttore del regno di Dio e costruttore dell’impero del male?
Non è forse questo distruggere se stesso come creatura, fatta figlia di Dio, dal momento che si ritorna ad essere seguaci e figli di satana?
È il nuovo essere ricevuto in dono che esige la distinzione netta con il pensiero del mondo. Chi pensa secondo il mondo pensa contro Dio, non contro un Dio ignoto, o un Dio che si è manifestato a noi e ci ha chiesto alcune cose da fare. Nulla di tutto questo. Il cristiano pensa contro il Dio che è divenuto suo Padre, pensa ed agisce contro il Dio che lo ha reso partecipe della sua divina natura; pensa ed opera contro quel regno del quale egli è membro, poiché figlio dell’Altissimo.
Chi pensa secondo il mondo, pensa solo contro se stesso e per la sua rovina eterna. Questo è il motivo per cui Paolo chiede una separazione netta con il mondo. Non si tratta di una separazione fisica, del corpo, ma della mente e del cuore.
Tutto l’uomo deve stare nel mondo, ma per vincere il mondo, non per essere da esso vinto. Deve stare nel mondo per salvare il mondo, ma lo può salvare solo se rimane vero figlio del Padre e pensa come il Padre, vuole come il Padre, ama come il Padre, agisce come il Padre, vive come il Padre.
Da inviato di Dio, con la potenza della sua verità e della novità che è in lui, da vero figlio del Padre, egli è nel mondo per liberare il mondo dal suo peccato, dalla sua schiavitù e ricondurlo nella verità e nella grazia di Cristo Gesù.
Questo è il cristiano e questa è la sua missione.
Credente.
00Sunday, February 12, 2012 6:56 PM
LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

I collaboratori esortano. È proprio dell’amore che pervade il cuore esortare ad accogliere il dono di Dio. Se il collaboratore di Dio non esorta, non chiama, non invita, la grazia di Cristo rimane infruttuosa, rimane vana. C’è tutta una ricchezza spirituale che può salvare il mondo e questa ricchezza rimane inutilizzata. È come quel talento posto sotto la pietra. Ma non è stato posto sotto la pietra da Cristo Gesù, è stato posto dall’uomo, dal collaboratore di Cristo, dal suo strumento umano. Di questo si è responsabili dinanzi a Dio. Il primo talento che il cristiano deve far fruttificare è la grazia del Signore Gesù. Questa grazia ha tale e tanta potenza da salvare il mondo intero. Ogni momento deve essere trasformato dal cristiano in un momento favorevole per annunziare la grazia di Cristo Gesù, per donare la carità del Signore, per portare ogni uomo nella casa del Padre. Alla scuola della sapienza e della saggezza dello Spirito Santo questo sarà possibile, ad una condizione però: che tutto il suo cuore sia ricolmo dell’amore per il Signore Gesù.
Scandalo e ministero. Coloro che sono stati incaricati da Dio per portare nel mondo la Parola di Gesù, per dare alle menti la verità e ai cuori la grazia, infondendo lo Spirito Santo, non possono né devono considerarsi neutri per rapporto alla loro missione, come se fossero una brocca, o un vaso, o un qualsiasi altro contenitore, ininfluente quanto all’azione che si compie per mezzo di loro. Il ministro, o colui che in qualche modo svolge il ministero dell’annunzio, in particolare il ministro ordinato – vescovo, presbitero, diacono – devono essere perfetta immagine di Cristo Gesù, devono cioè svolgere la missione che Cristo Gesù ha affidato loro allo stesso modo secondo il quale l’ha realizzata, compiuta e portata innanzi Lui. Se questo non avviene, oltre che ad evidenziare una distorsione nel mistero della Redenzione che si è compiuto in loro – Redenzione e Santificazione sono un unico mistero, la vera redenzione è la santificazione del cristiano ed è la santificazione che è assimilazione a Cristo Signore – c’è anche uno scandalo che viene ad essere operato nei confronti del mondo. C’è una testimonianza che è contraria al Vangelo, anzi è la negazione dello stesso Vangelo che si annunzia e si predica. Questo fa sì che i cuori non si convertano, le menti non accolgano la verità, perché la contro testimonianza dell’apostolo, o del ministro della parola, o del cristiano, ha dimostrato loro che non è necessario credere in Cristo, non essendovi nessuna differenza tra coloro che vi credono e quanti invece non vi credono, o si rifiutano di credere. La distinzione tra i ministri fa la differenza e questa distinzione può essere solo nella santità. Tutte le altre distinzioni non fanno alcuna differenza, possono al massimo farla all’interno della Chiesa, non fuori di essa. Poiché la missione è fuori della Chiesa, essa si può svolgere solo nella santità che è perfetta corrispondenza, coerenza esatta tra ciò che si annunzia e ciò che si vive. Si predica l’obbedienza, l’obbedienza si vive; si annunziano le beatitudini, su di esse l’uomo di Dio ha modellato l’intera sua vita.
Ministri di Dio: Paola dona ora la regola pastorale alla quale deve uniformarsi ogni ministro di Dio. Per essere un buon ministro di Cristo Gesù bisogna possedere la fermezza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni. Se non si costruisce la vita ministeriale su questa virtù, che è dono dello Spirito Santo, come fortezza, avviene come una dismissione dal nostro ministero. Bisogna possedere, inoltre, le virtù della purezza, sapienza, benevolenza, spirito di santità, amore sincero. In queste virtù bisogna crescere fino alla perfezione. Questo può essere fatto con lo Spirito del Signore al quale diamo il timone della nostra vita, perché ci muova per essere sempre più graditi al Padre dei cieli. Nell’azione, poi, il ministro di Dio deve sempre presentarsi con parole di verità, con la potenza di Dio, con le armi della giustizia e questo in ogni momento che forma la nostra vita, nella gloria e nel disonore, nella cattiva e buona fama. Infine bisogna guardare sempre Cristo Gesù con uno sguardo limpido, sapendo che il mondo perseguita i suoi inviati, come ha perseguitato Lui. La coscienza deve rendere testimonianza al missionario di Cristo; il mondo lo dichiara impostore e lui deve essere veritiero. La gente lo definisce uno sconosciuto, mentre lui è notissimo, moribondo mentre è in vita; lo punisce ma non ha il potere di abbatterlo; mentre dal mondo riceve le afflizioni, da Dio le consolazioni; è povero di cose materiali, è il più ricco delle cose spirituali ed eterne; sembra che non possieda nulla, mentre in verità ha nelle sue mani tutta la ricchezza del cielo. È questa l’immagine del vero ministro di Dio, del fedele discepolo di Cristo Gesù. Adornato di queste virtù e di questa testimonianza della coscienza egli può presentarsi dinanzi al mondo nella certezza che la parola che lui dice è sicuramente testimoniata dalla conformità della sua vita al Vangelo della salvezza. Lui è credibile perché la parola che egli proferisce ha cambiato, stravolto e santificato tutta la sua vita.
La povertà reale. Un’altra questione che Paolo affronta per rapporto alla vita del missionario del Vangelo è la sua povertà reale. Il missionario di Cristo Gesù è stato consegnato da Lui nelle mani della Provvidenza del Padre. Sarà il Padre a provvedere per ogni sua necessità materiale. Il Padre lo custodirà, lo proteggerà, lo salverà, lo sazierà e lo disseterà, gli darà tutti quegli aiuti materiali che gli servono attraverso gente del popolo, gente semplice, umile, ma ricca di tanta carità nel cuore. Per questo il missionario del Vangelo deve avere una larghezza di cuore che supera quella di ogni altro uomo. Egli non deve temere di essere in ristrettezze, non deve aver paura di consegnarsi tutto e totalmente al Signore; non può chiudersi negli angusti confini del suo cuore o della sua vita. Egli deve aprire gli orizzonti del suo cuore al mondo intero, con la sua carità spirituale deve abbracciare idealmente ogni uomo, ogni uomo deve voler ricolmare della verità e della grazia di Dio, ogni uomo condurre nel regno della verità e della giustizia. Soprattutto il suo cuore deve essere largo nel perdonare, nel dimenticare le offese, nel pregare per i suoi persecutori, nell’abbracciare ogni uomo al fine di portarlo nella rete del Vangelo di Gesù Signore. Se tutto questo non avviene, se il ministro di Dio si dimostra e mostra un cuore spento, triste, piccolo, avaro, meschino, chiuso, con questo suo atteggiamento rende non credibile il Vangelo, la sua testimonianza è vana, il suo lavoro non potrà mai produrre frutti di vita eterna. Lo spazio del missionario è il cuore di Cristo Gesù. Il ministro di Dio deve avere un cuore così largo, così grande, così spazioso da accogliere tutto l’amore di Cristo dentro di sé e di riversarlo nel mondo intero. Quando questo avviene, il mondo lo riconoscerà come non appartenente a questa terra, lo riconoscerà come manifestazione del divino e si aggrapperà al fine di entrare in possesso di questi beni soprannaturali che cambiano la vita di un uomo perché la salvano.
Amore viziato. Questo è quanto ogni cristiano è chiamato a vivere, a realizzare, ad operare attraverso la sua vita interamente consegnata a Cristo Signore. Invece la realtà è ben altra. Il cristiano, a volte, anzi, spesso, non riesce a liberarsi dal suo peccato, dalle sue tradizioni di male, dalla sua concupiscenza, superbia e ogni altra incongruenza e incoerenza con il Vangelo della salvezza. Ma questo era già il lamento di Dio per rapporto al suo popolo. L’incoerenza, o il servire a due padroni, che poi è servizio di uno solo, del male, è stato sempre il peccato di quanti sono stati inseriti nel campo della retta fede. Ascoltiamo come si lamenta il Signore per bocca del profeta Isaia e poi lo confrontiamo con il lamento di Paolo per rapporto ai cristiani del suo tempo. “Così dice il Signore: Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi. Quale casa mi potreste costruire? In quale luogo potrei fissare la dimora? Tutte queste cose ha fatto la mia mano ed esse sono mie - oracolo del Signore. Su chi volgerò lo sguardo? Sull'umile e su chi ha lo spirito contrito e su chi teme la mia parola. Uno sacrifica un bue e poi uccide un uomo, uno immola una pecora e poi strozza un cane, uno presenta un'offerta e poi sangue di porco, uno brucia incenso e poi venera l'iniquità. Costoro hanno scelto le loro vie, essi si dilettano dei loro abomini; anch'io sceglierò la loro sventura e farò piombare su di essi ciò che temono, perché io avevo chiamato e nessuno ha risposto, avevo parlato e nessuno ha ascoltato. Hanno fatto ciò che è male ai miei occhi, hanno preferito quello che a me dispiace” (Is 66,1-4). La stessa verità afferma Paolo: Non ci può essere comunione tra fedeli e infedeli, tra giustizia e iniquità, tra luce e tenebre, tra Cristo e Beliar. Questo connubio fa sì che il nostro amore per Cristo Gesù sia viziato, sia cioè un amore non puro, non santo, non giusto, non vero. C’è una falsità che bisogna assolutamente espellere dalla nostra mente e un peccato che si deve togliere dal nostro corpo, dalla nostra vita. Non si può appartenere contemporaneamente a due regni, al regno della luce e a quello delle tenebre, al regno di Cristo e a quello di Beliar, come non si può essere fedeli e infedeli allo stesso tempo, giusti e ingiusti nei nostri comportamenti. Una cosa esclude l’altra, viene escluso il contrario di ciò che noi facciamo. Chi è ingiusto esclude la sua equità; chi frequenta Beliar si allontana da Cristo. La sua religione è semplicemente vana, perché le sue opere attestano che in lui non c’è verità, non c’è giustizia, non c’è Cristo, non c’è fede. La contraddizione cristiana che diviene anche contro testimonianza, che è scandalo e quindi inciampo dei non credenti alla retta fede sta proprio in questa doppia vita: una reale con il male e l’altra fittizia con il bene; una storica con il peccato e l’altra di finzione, di ipocrisia, di ambiguità, di inganno di Dio e degli uomini con il bene. Si dice il bene con la bocca, si fa il male con le opere. Ci si professa di Cristo Signore, ma intanto si segue satana e le tenebre del suo regno.
Forza e debolezza del cristianesimo. La coerenza è la forza del cristiano. Mentre la sua incoerenza è debolezza, è scandalo, è pietra di inciampo per tutti coloro che il Signore chiama al Vangelo e alla fede in Cristo Gesù. Il cristiano è tempio dello Spirito Santo, in lui abita la santità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Se vi abita la santità del cielo, può il cristiano far abitare contemporaneamente la malvagità, il male, il peccato di satana? No di certo. Altrimenti significa che la luce di Cristo non abita più nel suo cuore, poiché in esso è entrato il male. Occorre, a motivo della scelta della vita, che deve essere una sola, che ci si allontani dagli idoli, i quali non hanno alcuna ragione di entrare nella nostra mente e nella nostra vita. Occorre altresì operare quell’esodo dal mondo, pur rimanendo nel mondo, da salvare e da condurre a Cristo. È infine più che urgente iniziare quell’esodo verso Cristo che significa prendere possesso pienamente della sua grazia e della sua verità con le quali illuminare il mondo per poterlo portare a Dio, dopo aver dato la grazia della salvezza nella remissione dei peccati. La forza del cristiano è la santità, la sua debolezza è il peccato. Quando il cristiano è santo diviene irresistibile come Cristo, quando invece è nel peccato diviene povero, meschino, inutile a Dio e al mondo, anzi dannoso per il mondo, nemico di Dio e del suo regno, lavoratore che espande il regno delle tenebre anziché il regno di Dio. Una cosa è certa per tutti noi che ci diciamo del regno di Dio. Possiamo fare ogni buon proposito, ogni elaborazione di progetti pastorali, possiamo anche elaborare tecniche e teorie per la diffusione del regno di Dio, nel momento in cui noi commettiamo il peccato, facciamo un contro esodo, dal regno di Dio siamo nel regno delle tenebre e tutto quanto operiamo espande il regno del male, poiché siamo noi stessi nel regno di questo mondo. È giusto allora che ogni discepolo di Gesù Cristo riveda ogni giorno la sua relazione di figliolanza con la paternità divina. Vivere da vero figlio di Dio è questa la vocazione del cristiano, ma Dio è il Santo, è la fonte di ogni santità, è colui che ha mandato il suo Figlio Unigenito sulla terra per distruggere il regno di satana e ridurre a nulla ogni superbia, ogni concupiscenza, ogni vanità, ogni commistione tra male e bene.
Credente.
00Sunday, February 12, 2012 6:57 PM
CAPITOLO SETTIMO


PAOLO PALESA IL SUO AFFETTO

[1]In possesso dunque di queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la nostra santificazione, nel timore di Dio.
Vengono enumerati quattro principi che devono sempre rimanere fissi nella mente del cristiano:
In possesso di queste promesse. Le promesse sono i doni della redenzione operata da Cristo Gesù e che sono per noi non più promesse, ma realtà.
Noi siamo nella pienezza dei doni divini. Ogni promessa di Dio è diventata sì in Cristo Gesù. Tutto in Cristo ci è stato dato. Nulla deve esserci più dato. Non manchiamo veramente di nulla.
La grazia e la verità di Cristo Gesù sono state riversate abbondantemente nei nostri cuori e ci hanno trasformato grazie all’opera redentrice, santificatrice, rinnovatrice dello Spirito Santo.
Nessuno deve attendere altro, aspettare altro, pensare che ci sia qualcosa che il Signore ancora non ci ha donato, o che ci sarà data in avvenire. I doni di grazia sono perfetti, completi, definitivi.
Purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito. Dio in Cristo per mezzo dello Spirito Santo ha compiuto l’opera della nostra giustificazione.
Ora è il tempo dell’uomo. Spetta ad ogni uomo lasciarsi conquistare da Cristo e dalla sua verità, immergersi nella sua grazia e santità, compiere il cammino della perfetta purificazione.
Siamo, viviamo e dimoriamo in un corpo di peccato, possediamo uno spirito che è stato inquinato dal male.
Con la forza dello Spirito Santo dobbiamo acquisire la perfetta purificazione di ogni residuo di male che rimane sia nel nostro corpo che nel nostro spirito.
Il corpo deve essere portato alla completa libertà da ogni concupiscenza e attrazione naturale verso il male.
Lo spirito deve essere liberato da ogni superbia e vanità, da ogni pensiero non perfettamente consono ai pensieri di Dio. La volontà deve essere tutta donata al Signore perché solo i suoi comandamenti e i suoi precetti vengano attuati, realizzati, compiuti.
È un cammino questo faticoso, lungo, arduo. Lo si può compiere solo con la forza e la luce dello Spirito Santo che quotidianamente noi invochiamo perché ci trasformi in tutto ad immagine di Cristo Gesù, dell’Uomo perfetto, nel quale non c’è macchia di peccato, né nel suo corpo che rese perfetto attraverso le cose che patì e né nel suo spirito che consegnò tutto al Padre suo sulla croce.
Il cammino della purificazione del nostro corpo e del nostro spirito deve essere quotidiano. Giorno per giorno dobbiamo rendere sia il corpo che lo spirito liberi da ogni influsso del male e per questo dobbiamo chiedere al Signore che lo adorni delle sante virtù.
Portando a compimento la nostra santificazione. È questa la vocazione del cristiano. Ma che cosa è la santificazione?
La nostra fede confessa che solo Dio è il Santo e solo Lui la fonte di ogni santità.
Portare a compimento la nostra santificazione significa trasformarci ad immagine del Santo, farci a somiglianza di colui che è il tre volte Santo.
La santità in Dio è la sua natura, che è verità, carità, amore, comunione, dono perfetto di sé.
Il cristiano si fa santo ad immagine della santità di Cristo. Cristo è la santità storica di Dio. È ad immagine di Cristo che ognuno di noi deve farsi.
Cristo è la santità crocifissa, immolata, sacrificata, donata per amore. In Lui la santità è dono di redenzione e di salvezza, è offerta della propria vita perché il mondo si salvi e ritorni a Dio.
Portare a compimento la nostra santificazione ha un suo significato particolare, del tutto speciale, singolare. Dobbiamo divenire in Cristo strumento di salvezza per il mondo intero, in Lui dobbiamo lasciarci donare dal Padre per il compimento della redenzione del mondo.
Portare a compimento la nostra santificazione equivale a donare tutto di noi a Dio: corpo, anima e spirito, pensieri e volontà, sentimenti e cuore perché il Signore ne faccia uno strumento utile per operare nel mondo la salvezza.
C’è un concetto nuovo di santificazione che il cristiano deve apprendere. La santità secondo il Nuovo Testamento, ma anche secondo l’Antico, non è la ricerca di una perfezione personale come fine a se stessa.
La santità cristiana è invece togliere la nostra vita a noi stessi, portarla nella luce del Signore, ma non per noi stessi, ma per gli altri, portarla nel Signore, per darla al Signore, perché il Signore attraverso di essa generi salvezza nel mondo.
La santità del cristiano è portata a compimento nel momento in cui il Signore può servirsi della nostra vita per la conversione dei cuori. È perfetta quella santità che non toglie neanche un attimo al Signore per il compimento della sua volontà; è sempre imperfetta quella santità nella quale Dio non ha piena disponibilità; può operare ma con molti limiti, poiché non sempre l’uomo è disponibile per il Signore.
Su questa nuova modalità di comprendere e di attualizzare la nostra vocazione c’è tanto da dire, soprattutto tanto da modificare.
Dobbiamo cambiare tutto di noi, soprattutto dobbiamo pensarci in Dio e come dono di Dio andare nel mondo per operare quello che Cristo ha fatto: l’immolazione della propria vita, perché lo Spirito del Signore venga effuso nei cuori, li converta e li attragga a sé, in una comunione di amore e di verità, dopo la trasformazione della nostra natura che avviene nel sacramento del battesimo nel dono dello Spirito Santo.
Nel timore di Dio. Nel timore del Signore ha un solo significato: cercare sempre e comunque la volontà di Dio perché sia compiuta in ogni sua parte.
Il timore del Signore è tutto per l’uomo. Chi vuole portare a compimento la propria santificazione non può prescindere da esso; lo deve mettere nel cuore e con esso operare.
Oggi la mancata santità in molti cristiani è da ricercare nell’assenza in loro del timore del Signore, nella sostituzione di volontà. Non è più la volontà di Dio che determina l’agire dell’uomo; è l’uomo che sceglie vie che lui dice essere di salvezza e di redenzione.
Poiché la salvezza del mondo avviene solo nella santificazione del cristiano e questa si compie nel timore del Signore, la non santificazione del mondo nonostante le nostre infinite opere che giorno per giorno compiamo, attesta che non si è nella volontà di Dio, rivela che noi ci siamo sostituiti a Dio e in suo nome pensiamo, decidiamo, vogliamo, operiamo.
È in questo scambio di volontà la causa di molti mali che attanagliano il mondo e la stessa comunità dei credenti.
Il timore del Signore è dono dello Spirito Santo e da lui bisogna impetrarlo con una preghiera assidua, costante, fiduciosa; una preghiera elevata a lui con tutto il cuore e con un grande desiderio: fare solo ed esclusivamente la volontà di Dio in tutto, in ogni cosa, sempre.
[2]Fateci posto nei vostri cuori! A nessuno abbiamo fatto ingiustizia, nessuno abbiamo danneggiato, nessuno abbiamo sfruttato.
Paolo chiede ai Corinzi che facciano un posto per lui nel loro cuore. Bisogna comprendere cosa Paolo chiede.
Paolo non chiede qualcosa per sé. Non è la sua persona che lui vuole mettere nel loro cuore. L’apostolo è libero anche da questo tipo di affetto o da questa ricerca di amore.
Mettere Paolo nel loro cuore ha un solo significato: metterlo per quello che lui rende presente, per il ministero che svolge, per il ruolo che egli occupa nella comunità dei credenti.
Egli è l’inviato di Cristo per chiamare alla fede tutte le genti. Lui è il portatore della verità, del Vangelo della salvezza; è colui che mosso dallo Spirito deve guidare la comunità verso la realizzazione della propria speranza.
È necessario che tra colui che evangelizza e coloro che sono evangelizzati regni un rapporto di stima, di fiducia, di rispetto del ruolo e della missione.
Se i Corinzi non hanno Paolo nel cuore significa che non vedono secondo la fede chi è Paolo. Questo è molto inquietante da un punto di vista evangelico. Se l’unico che porta loro la verità, la grazia, la salvezza, la rivelazione, il vero Cristo, è fuori del loro cuore, ciò significa che il Vangelo e la verità che essi professano non è quella autentica, la stessa che Paolo ha insegnato loro.
Mettere Paolo nel cuore è mettere il vero Vangelo, la vera verità, la vera salvezza, il vero Cristo, il vero Dio.
Quando non c’è posto nel cuore per una persona che porta il vero Cristo e la vera Parola, significa che non c’è posto in esso per il vero Cristo e la vera Parola.
È ciò che avveniva tra Cristo e la classe religiosa del suo tempo. Quando un sommo sacerdote, un fariseo, uno scriba toglieva Cristo dal cuore, toglieva anche la Parola vera che egli annunziava, toglieva il vero Dio che la Parola rivelava, toglieva anche la vera salvezza.
Ciò equivale a rimanere nella falsità, nell’errato convincimento circa Dio e la sua volontà, circa la sua natura e la sua essenza.
Quando una persona non abita e non dimora in un cuore, assieme a lei non abita e non dimora tutto quanto essa porta, dice, annunzia, dona, rivela, comunica.
Per questo è importante che i Corinzi mettano Paolo nel loro cuore; essi devono mettere e farvi dimorare il vero Vangelo e il vero Cristo che Paolo porta e dona loro.
Affermando che lui non è stato ingiusto con nessuno di loro, nessuno ha danneggiato e nessuno ha sfruttato, oltre che manifestare la rettitudine di coscienza con la quale egli ha sempre agito nei loro riguardi, rivela un altro aspetto della relazione tra lui e loro che merita di essere evidenziato.
Paolo non ha posto nel loro cuore non per motivi umani. Tra lui e loro non c’è stata mai una parola o un gesto ingiusto, o meno santo, da poter giustificare umanamente una tale distanza.
Se non è per motivi umani, lo sarà sicuramente per motivi soprannaturali, di trascendenza. Questi motivi sono di non perfetta verità nella quale loro si trovano. Qualcuno li ha frastornati con mezze verità, o con falsità. I Corinzi si sono lasciati abbindolare. Avendo messo nel loro cuore una verità diversa e un Vangelo differente da quello annunziato da Paolo, necessariamente dovevano togliere Paolo dal loro cuore.
Come si può far abitare nello stesso cuore la falsità e la verità? Come far dimorare in loro una persona che dice un falso Vangelo e Paolo che dice il vero Vangelo?
Il falso Vangelo espelle dal loro cuore il vero, e la falsa persona che dice falsità espelle la vera persona che dice verità.
È facile sapere quale verità noi crediamo; è sufficiente notare quale persona noi abbiamo nel nostro cuore. Ancora una volta è il cuore che rivela lo stato religioso di un uomo ed è la persona che abita nel cuore che manifesta la verità che lo stesso cuore professa.
È bello avere sempre una coscienza retta, sana, pura, santa. Ci permette di trovare la vera causa della separazione che avviene nei cuori. Purtroppo questo non sempre si può affermare. Infatti anche oggi ci sono tante persone che non trovano posto nel cuore degli altri, ma non per ragioni di trascendenza o di Vangelo, quanto per ragioni immanenti.
Quando questo accade si commette un grave peccato dinanzi a Dio. A nessun missionario del Vangelo è consentito infatti avere un qualche dissidio con un uomo. Nessuno può essere tolto dal nostro cuore per motivi umani.
Chi vuole toglierci dal loro cuore, lo deve fare solo per motivi di fede, di verità, di Vangelo, per causa di Cristo Gesù.
Manifestando la sua retta coscienza, Paolo ci rivela che i Corinzi lo hanno espulso dal loro cuore solo per causa di Cristo e del suo Vangelo, avendone messo un altro ben diverso e del tutto contrario a quello che lui annunzia.
Ciò che ha fatto Paolo, dovrebbe farlo ogni ministro di Cristo. Tutti dovrebbero presentarsi dinanzi al mondo con questa coscienza retta, ancorata nella verità, radicata nella Parola.
[3]Non dico questo per condannare qualcuno; infatti vi ho già detto sopra che siete nel nostro cuore, per morire insieme e insieme vivere.
Paolo è tutto pervaso dell’amore di Cristo. Egli non vuole fare torto a nessuno, non vuole condannare nessuno. D’altronde il suo ministero non è quello di condannare, bensì di perdonare, di accogliere, di dimenticare, di annunziare la verità che libera e salva chiunque crede.
Paolo è rivestito di una carità pastorale così grande che riesce a perdonare ogni offesa, anzi a considerarla non avvenuta nei suoi riguardi.
Egli porta tutti nel cuore, li porta con i loro vizi e con le loro virtù, con la falsità e la verità che abita in essi, li porta da santi e da peccatori. Li porta perché questo è il suo ministero d’amore nei loro riguardi.
Se l’apostolo non avesse questo amore grande, questa carità pastorale sconfinata non potrebbe svolgere bene il suo ministero. Potrebbe, a causa del poco amore, allontanare qualcuno da Cristo, potrebbe, per il suo non perdono, farlo rimanere fuori della comunità.
Questo non si addice ad un apostolo e ministro di Gesù Cristo. Non solo. Noi sappiamo che Cristo è morto per i nostri peccati, ha chiesto perdono al Padre per i suoi uccisori e carnefici.
Per loro è morto e per loro ha offerto la vita perché fossero salvati, dopo un vero atto di conversione e di fede al Vangelo. Ora se Cristo ha offerto la vita per la conversione dei peccati e l’ha offerta anche per coloro che lo hanno messo in croce, che lo hanno condannato, sputato, deriso, oltraggiato e schernito, chi è Paolo da poter serbare un qualche rancore, un qualche astio, o un semplice pensiero contro di loro?
Egli è tutto di Cristo e vive alla maniera di Cristo. Il suo perdono è totale, pieno; il suo è più che perdono, è desiderio di morire insieme per loro e con loro, al fine di consegnarli un giorno a Cristo nel suo regno di gloria e di luce. La sua è una forte volontà di bene che si traduce in un amore di perdono e di accoglienza, di annunzio e di evangelizzazione, di ammonimento e di correzione, perché tutti possano entrare nella salvezza di Cristo Signore.
Quando c’è il desiderio di vivere e di morire insieme, non si intende morire e vivere umanamente, alla maniera della terra; non vuole dire desiderio di stare insieme come stanno tutti gli altri uomini.
Vivere e morire insieme ha un solo significato: insieme vivere per Cristo, insieme morire per Cristo; insieme lottare per Cristo, soffrire per Cristo, predicare Cristo, annunziare Lui; insieme farsi un sacrificio d’amore perché molti altri uomini possano raggiungere la salvezza che Cristo è venuto a portare sulla terra, realizzandola nel suo corpo.
Vivere e morire insieme significa divenire una cosa sola nel Vangelo e per il Vangelo, nella verità e per la verità, nella fede e per la fede. Tra Paolo e la comunità di Corinto non deve esistere alcuna differenza nella fede, nella speranza, nella carità.
[4]Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione.
Paolo sa qual è la testimonianza offerta al Vangelo dalla comunità di Corinto. Sa il loro impegno originario nell’accogliere il Vangelo, nel viverlo e nel propagandarlo, nell’annunziarlo agli altri.
Tuttavia sa anche che ogni giorno bisogna iniziare daccapo. È facile cadere nella tentazione, è facile scivolare dalla verità, è facile compromettersi con le falsità e le menzogne che circolano nel mondo e che sono portate ad arte in molti cuori.
Il fatto che essi non sono rimasti nella verità delle origini non lo porta nella tristezza. Un missionario del Vangelo non può essere triste perché una comunità da lui fondata in parte è ritornata nella falsità di un tempo.
Il missionario del Vangelo questo lo sa. Perseverare è la cosa più difficile che esista e i fallimenti nella perseveranza sono già da lui messi in conto. Per questo si affatica, lotta, combatte: perché le comunità possano rimanere nella verità delle origini, possano conservare intatto il Vangelo così come lo hanno ricevuto.
Le tribolazioni per lui sono ben altre; è quell’opposizione dura, cieca, tenace contro il Vangelo. È quel combattimento contro lo Spirito Santo che ogni giorno incontra sui suoi passi che si trasforma per lui anche in opposizione fisica e non solo spirituale, con armi materiali e non solo di parole per ogni sorta di male.
Assieme alla tribolazione c’è in Paolo la gioia, la consolazione. Questa non viene dall’uomo, viene da Dio. È il dono più grande che il Signore possa fare ad un suo missionario: conservarlo sempre nella gioia e nella consolazione, perché mai si perda d’animo, mai si smarrisca, sempre inizi daccapo, sempre ricominci come al primo giorno.
Lo richiede l’annunzio del Vangelo, la proclamazione della verità, il ricordo della Parola di Cristo Gesù. La gioia e la consolazione nascono però dalla coscienza buona e retta la quale ci attesta che tutto è stato fatto di ciò che ci era stato comandato di fare. Così l’attestazione della coscienza retta e santa produce gioia dentro di noi, anche se con il corpo e con lo spirito stiamo affrontando grandi tribolazioni che vengono dal mondo.
D’altronde l’apostolo del Signore è un uomo che cammina sulla via della tribolazione. Il mondo non vuole il Vangelo della verità e per questo gli si oppone con ogni mezzo, anche con l’eliminazione fisica.
La tribolazione per Paolo è la strada sulla quale cammina di giorno e il giaciglio sul quale riposa di notte e tutto questo a causa del Vangelo. In questa sofferenza continua, egli è nella gioia del suo spirito, è nella consolazione di Dio, è in quel gaudio che nasce dalla coscienza retta che attesta che noi siamo nel timore del Signore e che stiamo portando a compimento la sua opera.
[5]Infatti, da quando siamo giunti in Macedonia, la nostra carne non ha avuto sollievo alcuno, ma da ogni parte siamo tribolati: battaglie all'esterno, timori al di dentro.
Paolo manifesta ora ai Corinzi una tra le tante tribolazioni. C’è attorno a lui come una solitudine spirituale, a volte anche fisica. La solitudine più grande è quella spirituale. Essa è causata dalla mancanza di crescita nella verità e nella grazia di quanti stanno vicino a noi. Senza questa crescita non c’è comunione nella conoscenza del mistero di Dio. È come se fossimo su due livelli. Uno superiore dal quale si vede il Signore e l’altro inferiore dal quale si contempla la terra, o se si vede Dio non lo si vede nella profondità del suo mistero.
Era questa la solitudine di Cristo Gesù. Egli parlava ai suoi discepoli, ma questi non lo comprendevano; parlava in pubblico e molti travisavano le sue parole, molti erano anche quelli che lo combattevano a causa della verità che lui portava.
La solitudine di Cristo la si coglie tutta nell’orto degli Ulivi, quando chiese ai discepoli di pregare e vegliare un poco con lui, ma questi subito si addormentarono. Rimase solo Lui a pregare in quel momento così vitale per la sua vita.
I Santi quasi tutti sono avvolti da questa solitudine. Coloro che li circondano non percepiscono il loro mistero, non li comprendono, a volte anche li deridono e li beffeggiano; il mondo poi li condanna e li martirizza.
Assieme alla solitudine spirituale che è sempre presente e accompagna i Santi - se non ci fosse questa solitudine non sarebbero santi, sarebbero uomini del mondo, o uomini convertiti e basta, ma non santi - c’è l’altra solitudine che è quella fisica. Molte volte si è fisicamente soli. Non c’è nessuno che possa venire in nostro soccorso, che ci dia una mano, che ci aiuti, ci sostenga anche fisicamente.
La solitudine è solamente il campo di battaglia nel quale viene posto l’uomo di Dio. Ma non è questa la sua tribolazione. La tribolazione è il terreno sul quale egli opera.
Qui Paolo enumera due tipi di tribolazione perenne, costante: timori all’interno, battaglie all’esterno. I timori all’interno sono quelli che nascono nel suo cuore e sono causati dalla volontà di fare ogni cosa secondo la volontà di Dio. Poiché c’è sempre dinanzi a noi l’immensità e l’infinito della perfezione divina, colui che cammina veramente con Dio ha sempre il timore di non fare tutto bene, di mancare in qualche cosa, di non servire il Signore come lui vuole, di omettere, di aggiungere, di tralasciare qualcosa di vitale, di importante per la salvezza dei fratelli.
Il timore all’interno fa sì che l’uomo di Dio resti sempre nella santa umiltà, che non si insuperbisca mai, che mai entri nella vanagloria o in quelle forme di autocompiacimento e di autoglorificazione che sono il più grande atto di idolatria che un uomo possa commettere.
È idolatria, perché l’uomo si attribuisce dei poteri divini che non ha. Nessun uomo è Dio. Attribuirsi delle qualità divine, è pura idolatria.
Il timore all’interno ci impedisce proprio di cadere in questo peccato di idolatria e per questo il Signore ci fa sempre vedere la distanza infinita che esiste tra il ministero che ci ha affidato, tra i doni che ci ha donato e i frutti che noi operiamo.
Le battaglie all’esterno invece sono tutti quei sacrifici cui bisogna sottoporsi per far progredire nel mondo il Vangelo della salvezza.
Questi sacrifici sono di ordine fisico, ma anche spirituale; sono prove della vita e tentazioni; vengono dalla natura e anche dagli uomini.
L’uomo di Dio, l’apostolo del Signore, sa però che con l’aiuto di Dio ogni cosa potrà essere vinta, superata, sconfitta, anche la morte. Per questo vive quel momento di sofferenza, offrendola al Signore per la conversione dei cuori e per l’apertura delle menti al Vangelo della salvezza.
Le battaglie all’esterno hanno però una loro intima finalità che noi dobbiamo conoscere. Esse ci manifestano quotidianamente come la predicazione del Vangelo non è opera dell’uomo, bensì del Signore.
Se Dio non è con il suo missionario, questi non cammina; alla prima difficoltà si arrende, alla prima piccola tribolazione abbandona, si arresta, chiude.
Invece con il missionario c’è il Signore, c’è Cristo Gesù, c’è lo Spirito Santo. È lo Spirito che infonde in lui la forza di continuare nonostante tutto, nonostante la croce si faccia ogni giorno più pesante e il calice più amaro.
La tribolazione pone il cuore dell’uomo in un atteggiamento perenne di preghiera. Egli sa che solo il Signore gli può dare la forza di andare avanti, solo lui lo può liberare da certi pericoli, solo lui lo potrà fare avanzare vivo tra le insidie del male che perennemente si abbattono su di lui.
Le battaglie all’esterno fanno prendere coscienza sempre più viva al missionario del Vangelo che è Dio il suo sostegno, la sua forza, la sua vittoria, il suo tutto.
Avere questa certezza nel cuore è necessario per andare sempre avanti. Sappiamo che ci attende la tribolazione ma anche la liberazione. La tribolazione viene dal mondo, la liberazione viene da Dio. Dinanzi ad ogni battaglia non resta al missionario di Dio che prostrarsi dinanzi a Lui e chiedere che si faccia la sua volontà, in tutto come ha fatto Cristo Signore, prima di iniziare il buon combattimento della passione e morte.
Sapendo anche che molte sono le battaglie che lo attendono all’esterno, egli come un buon soldato di Cristo Gesù si prepara al combattimento attraverso la preghiera. Anche in questo Cristo è maestro, modello ed esempio di come si affronta il combattimento della fede, della speranza, della carità.
[6]Ma Dio che consola gli afflitti ci ha consolati con la venuta di Tito,
Altra grande affermazione di fede. Dio è il Consolatore degli afflitti.
È il Consolatore perché è il Padre e come Padre ha cura di tutti i suoi figli. La sua Provvidenza governa ogni momento della vita dell’uomo.
Da parte di Dio siamo sicuri. Egli è la nostra consolazione, la nostra gioia, la nostra speranza.
Da parte nostra dobbiamo invece vivere con fede ogni prova che il Signore permette che avvolga la nostra vita.
Viverla con fede vuol dire accoglierla con pazienza, con spirito di vero amore, senza lamentarsi, superarla nella preghiera, chiedendo a Lui che ci dia la forza di non cadere in tentazione che potrebbe anche farci smarrire la via dell’amore e della verità.
Dio ci consola in tanti modi. Con la pace che fa scendere nei nostri cuori; con la forza che ci dona per non abbatterci; con la volontà forte e decisa di andare avanti; con lo spirito sempre pronto e con la coscienza vigile e desta affinché il turbamento non la vinca e la prova non la faccia cadere in qualche peccato, anche veniale.
All’azione interiore di Dio corrisponde anche un suo aiuto esteriore. Egli manda sempre qualche persona caritatevole, amica, che si prenda cura di noi nei momenti di afflizione e di tristezza interiore a causa della prova che avvolge la nostra anima.
Dobbiamo essere sempre certi di questo duplice aiuto, interiore ed esteriore, e dobbiamo impetrarlo nella preghiera.
La preghiera ci prepara alla prova perché corrobora il nostro spirito, rende forte la nostra volontà, vigile la nostra coscienza, attento il nostro cuore. La preghiera chiede anche quell’aiuto visibile, necessario alla nostra umanità che è fatta anche di corporeità.
Non solo. A volte il nostro corpo ha bisogno di un qualche sollievo materiale e per questo l’aiuto deve essere anche materiliazzato, nella persona di un amico o di un conoscente, di un compagno che ci sostiene e ci conforta in quei momenti particolari della nostra vita.
Paolo riceve la visita di Tito, di questo suo compagno di evangelizzazione e missionario come lui nel portare il Vangelo della salvezza ai pagani.
Da questa visita egli è rinfrancato. Il suo cuore trova forza; la sua speranza si riaccende. Egli può continuare il suo viaggio, sapendo che il Signore mai lo avrebbe abbandonato.
Ricevuta la visita, bisogna ringraziare il Signore, benedirlo, lodarlo. Egli non abbandona mai coloro che ricorrono a Lui, non lascia soli i ministri del suo Vangelo. La lode deve essere ininterrotta. Sempre dal cuore del giusto si deve innalzare al Signore questo inno di lode e di benedizione per tutti i prodigi del suo amore che egli compie verso coloro che Egli ama, verso coloro che lo invocano perché venga presto in loro aiuto e li salvi.
[7]e non solo con la sua venuta, ma con la consolazione che ha ricevuto da voi. Egli ci ha annunziato infatti il vostro desiderio, il vostro dolore, il vostro affetto per me; cosicché la mia gioia si è ancora accresciuta.
Non solo Tito rincuora Paolo con la sua presenza di amico e di compagno di viaggio e di evangelizzazione. Lo ricolma di gioia per le notizie che egli porta. Sono notizie che riguardano la comunità di Corinto.
Le prime notizie che Paolo aveva ricevuto erano per lo meno inquietanti. C’era qualcosa che non andava in quella comunità. E non andava la considerazione che essi avevano per Paolo. Poiché Paolo era il loro padre nella fede, non aver una giusta considerazione per lui, equivaleva a dire che la fede era in certo qual modo cambiata.
Se Paolo è l’espressione più alta della fede, la forma più viva e più vitale, se lui porta la verità di Cristo senza alcuna ombra di infiltrazione di pensiero umano e i Corinzi cambiano qualcosa nei riguardi di Paolo, significa che qualcosa è cambiata nella loro fede.
Una fede differente fa vedere una persona differente. Ma se è cambiata la fede dei Corinzi, questa è cambiata decisamente in peggio. Oltre Paolo non c’è fede alcuna che possa dirsi superiore, o che si viva in una forma più eccellente sia quanto a realizzazione sia quanto a riflessione e a pensiero.
Ci può essere in ogni comunità un momento di tentazione, un turbamento; la fede vera e santa può anche vacillare. Questo può succedere. Importante è che duri per un istante, che la cosa non degeneri, che le tenebre non l’avvolgano del tutto, che si abbia poi la forza di ristabilire la verità e di consolidarsi nel vero e retto amore per il Signore.
Tito porta a Paolo questa consolante notizia. Nella comunità di Corinto c’è stato un ravvedimento. C’è stata una presa di coscienza, si è compreso il male che si è fatto. Ora tutto è cambiato.
I cuori sono addolorati per quello che è avvenuto. Il desiderio di vedere Paolo è ancora più forte, il loro affetto per lui è cresciuto.
Tutto questo non può che produrre gioia. Del resto l’apostolo vero del Signore è in perfetta sintonia con il cuore di Dio.
Dio – è detto – non vuole la morte del peccatore, ma che si converta è viva. Gesù, nel Vangelo, dice che si fa più festa in cielo per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza.
Paolo non considera il torto a lui fatto, le offese arrecate al suo cuore. Egli ha un solo desiderio nella sua anima: che Cristo sia amato secondo verità, sia conosciuto secondo giustizia, sia adorato nella sua santità, il suo messaggio sia conservato integro, puro, intatto.
Quando questo avviene, nel suo cuore c’è gioia, letizia spirituale. C’è quel gaudio che fa ringraziare Dio perché tutto nella comunità si è risolto secondo la legge della fede e della verità di Cristo Gesù.
Questa è la perfetta libertà di Paolo dalla sua stessa persona. Egli vive tutto in funzione di Cristo Gesù. Per lui vive e per lui muore, per lui cammina e per lui si arresta, per lui si rattrista e per lui gioisce, per lui rimprovera e per lui perdona, per lui ammonisce e per lui consola. Tutto fa Paolo per Cristo Signore.
[8]Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati
Alla luce delle notizie portate da Tito, Paolo riconsidera quanto aveva fatto per i Corinzi. Lo trova ancora giusto, buono, santo; non trova in quello che ha fatto nessun motivo di dispiacere o di rimpianto. Per quello che ha fatto non si deve vergognare, può andare ancora a testa alta.
Quando si compie un’azione bisogna all’atto compierla sempre con coscienza retta, con quella luce di verità che abita in quel momento nel nostro cuore.
Poi, con lo scorrere del tempo, è giusto che riflettiamo su quanto abbiamo fatto. Il tempo e la grazia di Dio hanno operato nel nostro cuore, vi hanno messo più luce, più santità, più sapienza e più dottrina. È cresciuto in noi lo Spirito Santo.
È giusto che alla luce dello Spirito Santo che è divenuto più forte in noi leggiamo quanto finora abbiamo fatto, per emendarci se in qualche cosa abbiamo sbagliato, per apportare tutti quei rimedi affinché la luce di Cristo illumini con più forte intensità quanto abbiamo operato e se in qualche cosa dobbiamo cambiare è anche giusto che noi cambiamo.
L’uomo cammina nella luce del Signore ed è sempre la luce attuale di Dio, quella che oggi brilla su di noi, che deve farci vedere ogni nostro comportamento nei nostri riguardi e verso gli altri, affinché possiamo renderlo giusto se giusto non è, e farlo divenire santo, se in qualche cosa è mancato nella santità.
Paolo ha scritto ai Corinzi una lettera che si è persa. È una lettera forte, in difesa di Cristo e della sua verità, in difesa del suo Vangelo.
Questa lettera ha prodotto nei Corinzi una certa tristezza, ma questa tristezza si è poi trasformata in un cambiamento del loro modo di pensare e di comportarsi. Quella lettera ha avuto come frutto la conversione, o il ravvedimento del loro cuore.
C’è stato un momento, anche se breve, che la lettera ha generato dolore nei cuori. Ma il dolore generato dalla verità che si conosce ha un frutto assai squisito, porta il ravvedimento e quindi crea nel cuore una più forte gioia.
Dopo le notizie che Tito gli ha fornito, egli non si rammarica affatto per quello che ha scritto. Anzi, rafforza di più il suo convincimento che a volte occorre essere forti, determinati, accorti, pieni di saggezza e di verità.
A volte vale proprio la pena prendere la penna e scrivere cosa è il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo e cosa comporta.
Chi ama, e Paolo ama quelli che ha generato nella fede, non può lasciare che si perdano, che percorrano strade non di verità; non può tollerare che Cristo venga scacciato dai loro cuori a causa di operai fraudolenti che ingannano la gente e predicano solo se stessi e i propri interessi materiali.
In questo Paolo è forte. Ha usato le maniere forti, ma ora non se ne rammarica, anzi è nella gioia perché la sua lettera, il suo coraggio, la sua fortezza di Spirito Santo hanno prodotto nei loro cuori un sano ravvedimento e un moto di conversione che li ha portati a Cristo e a Paolo in un modo del tutto nuovo e singolare. Questo è il frutto della sapienza, della saggezza, della fortezza che dimora in un apostolo del Signore.
[9]ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra;
Paolo ora è nella gioia. Dio veramente lo ha consolato. È giusto però che egli precisi e specifichi il perché della sua gioia e del suo gaudio.
Egli non ha gioito perché i Corinzi si sono rattristati. Mai uno deve gioire perché l’altro è nel pianto, nel dolore, nella sofferenza del suo spirito.
Noi sappiamo il pensiero di Paolo: soffrite con chi è nella sofferenza, gioite con chi è nella gioia.
Se i Corinzi sono nella tristezza, lui non può essere nella gioia, anche lui è nella tristezza. È nella tristezza a motivo del tradimento della verità di Cristo che è stato seminato nei loro cuori. È anche triste, perché ha dovuto intervenire con fermezza e fortezza di Spirito Santo per portare e riportare nella verità la comunità di Corinto.
Egli è nella gioia perché è avvenuto, a causa di quella tristezza che la lettera ha generato nei loro cuori, un sano ravvedimento, un pentimento e quindi un ritorno nella verità di nostro Signore Gesù Cristo.
La gioia è generata in lui da questo loro pentimento, ma il pentimento è stato operato dalla tristezza, la tristezza a sua volta è stata causata dalla fermezza di Paolo. Paolo è quindi sia l’autore della tristezza che della gioia.
La sua fermezza ha prodotto questo duplice frutto e lui può lodare il Signore e può gioire perché Cristo è ritornato a regnare con la sua verità piena nella comunità di Corinto.
In questo versetto è giusto che si osservi un’altra sottigliezza teologica che Paolo annunzia a proposito dei Corinzi.
I Corinzi si sono rattristati secondo Dio. Vale la pena chiarire questa sua affermazione. Rattristarsi secondo Dio ha un suo specifico significato.
Ci si rattrista secondo Dio quando il nostro comportamento, le nostre azioni vengono poste dinanzi alla luce della verità e dell’amore del Signore e ci si duole di esse perché si è offesa la Maestà divina.
I Corinzi non si sono rattristati perché hanno offeso Paolo. Questo non è un vero atto di pentimento. Pentirsi per un uomo non ha significato di salvezza. Bisogna sempre pentirsi, rattristarsi per avere offeso il Signore, per avere disprezzato la sua verità, per avere abbandonato il suo amore, per essere usciti dalla sua obbedienza e aver percorso sentieri di iniquità e di ingiustizia che ledono l’onore e la gloria che è dovuta al Signore.
Sarebbe stato veramente un danno per loro se Paolo li avesse portati a pentirsi per lui, per aver offeso la sua persona, per avergli fatto in qualche modo un torto o arrecato un dispiacere. È giusto che questo pensiero venga precisato ulteriormente e questo perché l’uomo deve mettersi sempre da parte. È Dio che deve governare ogni cosa, anche le offese personali che vengono arrecate al missionario del Vangelo e in quanto ministro di Cristo Gesù.
Ciò sta a significare che ogni qualvolta si offende un uomo, non è l’uomo che si offende, è Dio che si offende. Il pentimento deve riguardare l’offesa che è stata arrecata a Dio, perché è Lui il Signore anche dell’uomo offeso ed è Lui che è stato offeso in colui che è stato da noi oltraggiato.
Quando si vuole riprendere qualcuno lo si deve mettere dinanzi a Dio e a Dio solo, mai dinanzi all’uomo. È Dio l’offeso ed è a Dio che bisogna chiedere perdono, ma è anche dinanzi a Dio che bisogna pentirsi.
Su questo ci sono molte lacune. Gli uomini vivono di sola immanenza e ognuno vede le cose per riguardo a se stesso. Possiamo ben dire che il pensiero di Dio è lungi da noi, assai lontano dalla nostra vista.
Anche a questo bisogna ovviare e Paolo attraverso la sua saggezza ispirata ci insegna come e quando farlo.
[10]perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte.
Paolo ritorna ancora una volta sul concetto espresso.
Quando un uomo vede se stesso, le sua azioni, i suoi pensieri, ogni proposito e quanto egli ha fatto dinanzi a Dio, si vede e vede ogni cosa secondo verità.
Prima di tutto vede Dio e in Dio vede se stesso; vede chi è Dio e chi è se stesso. Il rapporto non è con nessun uomo, anche se l’azione è stata fatta contro un uomo o a favore di un uomo, ma dietro l’uomo c’è sempre la volontà di Dio che comanda una cosa, o la proibisce, la ordina o la vieta.
Quando ci si vede in Dio e ci si pente per aver offeso Dio, il pentimento produce salvezza. C’è una crescita spirituale che è avvenuta in noi.
Sappiamo ora chi abbiamo offeso, perché e quando ciò è avvenuto. Chi è stato offeso è il Signore, la sua divina Maestà, la sua gloria è stata infangata attraverso il nostro comportamento.
Di tutto questo ce ne pentiamo. Siamo addolorati per quel che abbiamo fatto. Vogliamo non commetterlo più. Vogliamo vivere e dimorare ora nell’amore e nella verità del Signore.
Per Paolo solo il pentimento dinanzi a Dio diviene irrevocabile. Non può essere se non così. Vedersi dinanzi a Dio, vedersi in Dio e nel suo amore, contemplarsi nella sua verità, deve necessariamente produrre un pentimento irrevocabile. Questo pentimento si trasforma per noi in salvezza e in vita eterna.
Se invece ci rattristiamo per motivi umani, ci addoloriamo per aver arrecato una qualche tristezza a un nostro fratello, questo pentimento non è secondo Dio, è secondo le convenienze del mondo.
Questo pentimento non potrà mai divenire irrevocabile. Passato il primo momento di ravvedimento, si ritorna nuovamente a compiere il male, si ritorna a ripetere ciò che si è fatto. Non c’è il sigillo di Dio e della sua verità su quanto noi abbiamo fatto, non c’è il suo sigillo sul nostro pentimento. Noi ritorneremo di certo a commettere il male e questo ci porta ad una sicura morte.
Non c’è alcuna speranza di vita eterna per coloro che si rattristano e si ravvedono secondo il mondo, per coloro che tutto fanno per rispetto umano o per attirarsi l’amicizia degli uomini.
Non c’è possibilità di salvezza eterna per coloro che non mettono Dio dinanzi ai loro occhi e non fanno tutto alla luce del suo amore e della sua verità, alla luce della croce gloriosa di Cristo Gesù.
[11]Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda.
Paolo ancora rilegge l’effetto della sua lettera nella comunità di Corinto.
La lettera li ha portati a mettersi dinanzi a Dio, a vedere ogni cosa secondo la sua divina verità.
Il primo frutto del loro rattristarsi è una rinnovata sollecitudine verso Paolo e quindi verso il Vangelo della salvezza.
Questa sollecitudine manifesta un cuore che si è messo in movimento, producendo scuse, indignazione, timore, desiderio, affetto, punizione.
La sollecitudine ha prodotto un subbuglio nel cuore, un vero moto di rinnegamento per quanto è avvenuto.
Questo attesta quale sia la forza della verità di Dio quando è lasciata penetrare in un cuore. Questa forza è veramente sconvolgente. Essa trasforma, rimuove, rinnova, sana, purifica, eleva, chiarifica, distingue, separa l’innocente dal peccatore, non per condannare il peccatore, ma per spingerlo ad un sano ravvedimento e a un ritorno nella verità di Cristo e di Dio.
La forza di una comunità cristiana è la verità che dimora in essa, o torna a dimorare in essa. Togliete la verità da una comunità e ne fate una spelonca di ladri. Mettete o rimettete la verità sul suo trono nella comunità e ognuno si trasforma in un fedele servitore di Cristo Gesù, in un amante di Dio e dei fratelli, in un vero discepolo di Gesù Signore.
Non c’è carità senza verità nella comunità. Paolo ha rimesso sul trono della comunità di Corinto la Verità e questa ha prodotto un frutto così grande di pentimento e di ristabilimento del vero amore in tutti i cuori, amore prima di tutto per il Signore, amore anche per Paolo e per il Vangelo da lui annunziato, amore per il suo ministero e il suo apostolato.
Bisogna anche chiedersi perché i Corinzi si sono dimostrati innocenti in questa faccenda. La risposta non può essere che una.
La lettera che Paolo ha scritto con i toni della fermezza e della saggezza nella verità dello Spirito Santo ha fatto loro prendere coscienza del tranello che era stato loro teso e quindi hanno preso le distanze da colui che aveva seminato zizzania. Si è rivelata l’innocenza degli uni; si è anche manifestata la colpevolezza degli altri, o dell’altro. Anche questo è merito e frutto della verità che si annunzia e si proclama.
A volte una persona può portare dei turbamenti nella comunità, può indurre nell’errore molte persone, non per cattiveria, o per propositi malvagi, bensì solo per semplicità, per mancanza di formazione, per quella imprudenza fondamentale che spesso si nasconde nei cuori.
C’è un corpo unico che sembra essere, in questo caso, contro Paolo, mentre invece il corpo non è così unico. Il corpo è unico a motivo del frastuono dottrinale e veritativo che si è creato nei cuori dei semplici e degli sprovveduti, ma in realtà non è così.
Basta immettere in questo corpo la verità con tutta la luce dello Spirito Santo perché l’innocenza degli uni venga resa manifesta e la cattiveria degli altri venga resa palese in tutta la sua malvagità.
La lettera di Paolo ha prodotto anche questo effetto. Ha giustificato coloro che erano senza colpa, ha condannato chi era stato veramente il colpevole.
Questo può accadere e di fatto accade nelle comunità. Spetta a colui che è preposto per vigilare mettere ogni attenzione a che la verità brilli di nuovo nei cuori e i segreti degli uni e degli altri saranno resi manifesti, con gioia di coloro che non hanno avuto colpa alcuna, con rammarico e pentimento, se si è rattristati dinanzi a Dio, per tutto il male operato in seno alla comunità.
[12]Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell'offensore o a motivo dell'offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio.
In questo versetto Paolo adduce un altro motivo che lo ha spinto a scrivere la sua lettera.
Veramente – dice lui – quando ho scritto la lettera non ho pensato né a me, né a colui che mi ha offeso. Non era questo il mio intento, difendere me stesso dalle accuse, accusare l’accusatore presso di voi perché prendeste provvedimento.
Egli voleva mettere a prova di fede la condotta dei Corinzi. Voleva provare la loro sollecitudine per lui davanti a Dio.
Paolo vuole che appaia chiaro il loro comportamento, cosa in realtà essi avrebbero fatto per lui, non dinanzi agli uomini, ma dinanzi a Dio.
È assai difficile entrare nei suoi pensieri e nel motivo che lo ha spinto a scrivere la lettera.
Egli non l’ha fatto per se stesso, non l’ha fatto per il suo accusatore. Egli è libero da se stesso e dall’accusatore.
Vuole però saggiare il cuore dei Corinzi. Vuole sapere come essi si sarebbero comportati in suo favore dinanzi a Dio.
La domanda di Paolo è questa: dinanzi alla verità di Dio, dinanzi al suo amore, dinanzi alla sua croce quale decisione avrebbero preso i Corinzi in suo favore, quale amore gli avrebbero manifestato, quale la consolazione che avrebbero arrecato al suo cuore? È questo in fondo il motivo per cui Paolo scrive.
È lecito saggiare il cuore di una persona? È lecito sapere come una persona risponde a delle sollecitudini di verità?
Per un apostolo del Signore questo è lecito. È lecito perché lui deve sapere qual è il grado di maturità spirituale, evangelica di tutti i suoi figli. È lecito perché il missionario di Gesù non può vivere nell’illusione, pensare che si trova dinanzi ad una comunità che in tutto pensa ed agisce secondo Dio, mentre in verità essa è assai lontana dai pensieri del Signore.
Paolo in fondo vuole sapere cosa pensa la comunità su questo argomento, vuole sapere se è capace di risorgere, oppure se il male l’ha inquinata a tal punto che anche i cuori semplici si sono pervertiti e la verità di Cristo è stata bandita per sempre da loro.
Quanto ha fatto Paolo è giusto che con discrezione, con amore, per verità, lo faccia chiunque è investito della sua stessa responsabilità. Costui deve sapere quanto è affidabile la comunità che egli governa, quanto è nella verità di Dio, quanto le sta a cuore il Vangelo e la salvezza, quanta distanza sa prendere dagli uomini, quanto è disposta a ritornare nella verità, confessando la stoltezza che per un attimo l’ha conquistata e condotta nella falsità e nell’errore.
Un apostolo del Signore mai deve vivere nella dolce illusione che tutto attorno a lui è per il Signore, mentre l’errore e la falsità fanno da padroni nella comunità che egli regge e conduce.
Può guidare secondo verità, chi conosce secondo verità e per conoscere secondo verità bisogna saggiare il cuore, bisogna metterlo alla prova. Bisogna sapere fino a che punto è disposto a stare dalla parte della verità che noi annunziamo, fino a che punto è disposto ad abbandonare l’errore e l’amicizia degli uomini per radicarsi interamente nell’amicizia del Signore e nella sua verità.
[13]Ecco quello che ci ha consolati. A questa nostra consolazione si è aggiunta una gioia ben più grande per la letizia di Tito, poiché il suo spirito è stato rinfrancato da tutti voi.
I motivi della gioia di Paolo sono tanti, molteplici. Ora se ne aggiunge un altro a tutti quelli che egli già ci ha manifestato.
Quando si lavora insieme, insieme si soffre e insieme si gioisce. La sofferenza condivisa diviene più lieve, più leggera; la gioia partecipata diviene più forte, più robusta, più intensa.
Paolo è nella grande gioia, perché Tito è nella gioia. Anche lui si era rattristato a motivo di Paolo. Ora che a Corinto è ritornata la verità, la pace e la gioia, anche il suo cuore è pieno di gioia e di letizia.
Paolo, sapendo che il suo fedele collaboratore è nella gioia, dopo essere stato nella tristezza, non può che rallegrarsi, gioire con lui e questa sua gioia, che è piena partecipazione alla gioia di Tito, rende il suo cuore esultante, lo rende pieno, nulla più gli manca. Ora che tutto è nella gioia, anche la sua gioia è perfetta e completa. Si può riprendere il cammino missionario, con una certezza ancora più grande.
Dio ci consola sempre con ogni genere di consolazioni. Dio ci infonde nel cuore la gioia e l’accresce in noi facendoci e rendendoci partecipi della gioia dei nostri fratelli nella fede e nel pellegrinaggio del Vangelo della salvezza.
Come si può constatare Paolo non è chiuso nel suo cuore, non è carcerato nel suo spirito, non è rivolto su se stesso. Egli è aperto agli altri, alla loro gioia e alla loro sofferenza. La loro sofferenza lo rattrista, la loro gioia lo rende più lieto.
Egli è uomo di vera comunione. Sa che la comunione è la forza dei missionari del Vangelo, la comunione è la strada su cui camminare, è il pane con cui alimentarsi, è l’acqua con la quale dissetarsi, è il sole sotto il quale riscaldarsi.
La comunione è tutto per il missionario di Cristo ed è la forza che spinge a portare a compimento il ministero e la missione ricevuta.
La comunione, e solo la comunione, fa sì che due persone possano essere a servizio di Cristo e non a servizio di se stessi.
Quando non c’è comunione, bisogna stare attenti. Ognuno serve se stesso, ognuno è chiuso in se stesso, ognuno è blindato nel proprio particolare che è poi la negazione di ogni comunione con Dio e con i fratelli.
Dove non c’è comunione non c’è Dio perché Dio è comunione; non c’è Cristo perché Cristo è incarnazione, assunzione cioè della nostra condizione umana; non c’è Chiesa perché la Chiesa nasce dall’amore del Padre per il Figlio e del Figlio per il Padre nello Spirito Santo che è la Comunione eterna in seno alla Trinità beata e dall’amore del Padre e del Figlio nello Spirito Santo per ogni uomo.
Il vero missionario di Cristo Gesù è un costruttore di vera comunione nella verità e nella santità che discendono da Dio, si attingono nel cuore di Cristo, vengono fatte fruttificare in noi dallo Spirito Santo.
[14]Cosicché se in qualche cosa mi ero vantato di voi con lui, non ho dovuto vergognarmene, ma come abbiamo detto a voi ogni cosa secondo verità, così anche il nostro vanto con Tito si è dimostrato vero.
È questo un problema assai delicato, anzi delicatissimo. Di che cosa si tratta.
L’apostolo del Signore deve essere vero in ogni parola che esce dalla sua bocca.
Deve essere vero nelle Parole di Dio che dice e nei suoi contenuti che spiega; deve essere vero nell’interpretazione della santa Parola di Dio; deve essere vero in ogni riflessione, meditazione, annunzio, proclamazione.
Anche nelle parole non ufficiali, dette in confidenza, pronunziate in segreto e non in pubblico egli deve trasmettere la verità di Cristo e di Dio.
L’apostolo del Signore non sempre parla di Dio e della sua verità, del suo amore e della sua misericordia, non sempre parla e predica Cristo e la sua croce, non sempre annunzia e proclama l’opera dello Spirito Santo e i suoi effetti salvifici nel nostro cuore.
A volte deve pronunziarsi sugli uomini, deve proferire una parola su una determinata comunità, deve affidare qualcuno a qualche altro ed è ben giusto che lo affidi sempre con parole di verità e non di convenienza, con parole di saggezza e di intelligenza nello Spirito Santo e non con frasi dette solo per accaparrarsi la benevolenza di questo o di quell’altro.
Paolo ha parlato a Tito della comunità di Corinto. Gli ha riferito cose vere, buone, sante; gli ha parlato del loro amore per Cristo e per il suo Vangelo; gli ha detto tutto il bene che in essa si trovava.
Qual è il rischio. Che una comunità cambi, si trasformi, muti e si evolva non nel bene, ma nel male.
Un apostolo che non è capace di prevedere l’evoluzione della sua comunità non è certamente in grado di poter governare la stessa comunità e quindi si trova mancante. Ha cantato le glorie di esse, o di una di esse, e poi viene a trovarsi bugiardo presso i suoi più stretti collaboratori.
Questo è senz’altro un motivo di tristezza per un apostolo del Signore. Verrebbe ad essere lui trovato non più degno di fede, di stima, di credibilità.
Se uno raccomanda la bontà di un altro e poi il raccomandato non mantiene fede alla sua verità e alla sua bontà, colui che lo ha raccomandato nella verità certamente si rattrista, ne prova dolore.
Cosa deve fare? Non raccomandare più nessuno? Essere prudente nei giudizi? Mettere sempre le mani avanti e specificare che fino a quest’oggi ci si può fidare mentre domani non sappiamo cosa accade, cosa avviene? Ma non è forse questa la peggiore delle raccomandazioni? Che raccomandazione può essere questa, se neanche noi siamo sicuri della sua riuscita?
A volte è necessario raccomandare. È sempre giusto però che noi non siamo scoperti come bugiardi nel momento in cui la storia dell’altro cambia ed evolve in male.
Cosa fare allora? Vivere tutto secondo il momento presente. Pregare Dio però che ci faccia conoscere il momento presente secondo verità, secondo la verità dell’oggi, ma anche secondo la verità del domani.
Questo nella Sacra Scrittura è avvenuto. Che il Signore ci conceda sempre la grazia di proferire raccomandazioni o parole di verità, non sulla verità del presente, ma su quella futura, in modo che noi siamo sempre trovati veritieri in quello che diciamo, quando parliamo, sia che diciamo cose di Dio, sia che siamo obbligati a dire cose degli uomini.
Con la grazia di Dio questo è possibile. Questa scienza guidava Cristo Gesù nella sua vita pubblica. Egli sapeva sempre ciò che c’era in ogni uomo, non solo al momento attuale, ma anche in quello futuro.
Che il Signore conceda anche a noi la scienza di proferire parole di verità eterna che dicono non solo la verità di oggi, ma anche la verità di domani e di sempre. Lo richiede la nostra credibilità, lo esige il ministero che noi esercitiamo, siamo obbligati a possedere la verità tutta intera in ragione della verità divina che abita e dimora nel nostro cuore. Poiché in noi non si può fare la distinzione quando parliamo di cose del cielo e quando invece parliamo di cose della terra, è giusto che sia parlando delle cose del cielo che delle cose della terra siamo e rimaniamo nella verità piena; è giusto e santo che noi conosciamo con la stessa scienza di Dio e per questo dobbiamo chiederla e Lui ce la concede se noi operiamo solo ed esclusivamente per la salvezza dei cuori, per la redenzione delle anime.
[15]E il suo affetto per voi è cresciuto, ricordando come tutti gli avete obbedito e come lo avete accolto con timore e trepidazione.
Perché è cresciuto l’affetto di Tito per la comunità di Corinto? Il motivo ce lo ha rivelato Paolo nel versetto precedente.
È cresciuto perché la storia gli ha dimostrato che quanto Paolo ha attestato su di loro si è dimostrato vero.
Paolo non ha detto una cosa per un’altra, non si è ingannato. Il loro amore per Cristo Gesù è vero ed è sincero. Se in qualche cosa si sono lasciati fuorviare, non è stato per malizia o per cattiveria, è stato solo per semplicità di cuore, per mancanza di quella prudenza che deve sempre accompagnare il cammino di coloro che credono in Cristo Gesù.
È cresciuto anche per il modo con cui è stato accolto dai Corinzi. Questi gli hanno dimostrato obbedienza.
L’obbedienza è solo verso coloro che sono ministri di Cristo e missionari della sua parola di Salvezza. Essi lo hanno accolto come un vero discepolo del Signore, come un superiore, come uno al quale è dovuta l’obbedienza a causa del ruolo che esercita nella comunità, a motivo della responsabilità di cui è investito ed è responsabilità di vescovo e di pastore delle loro anime.
Essi lo accolgono come vero inviato di Cristo, come loro padre nella fede, nella speranza e nella carità. Lo attesta il fatto che lo accolgono con timore e trepidazione.
Il timore è dovuto a chi nella comunità rende presente Cristo Gesù, a chi tiene il suo posto, ha chi ha il posto di Dio.
Il timore è solo verso il Signore, non verso gli uomini. I Corinzi vedono in Tito un inviato, un messaggero del Signore e manifestano nei suoi confronti quel timore che non è solo riverenza, bensì è volontà di ascolto, di obbedienza, desiderio di conoscere la verità di Dio, volontà di apprendere in profondità e secondo verità chi è Cristo Gesù e per quale motivo lo ha inviato in mezzo a loro.
La trepidazione invece è un sentimento generato e quasi prodotto dal timore. La trepidazione dice volontà e desiderio di non sbagliare in niente, di fare tutto secondo verità, carità, amore sincero.
La trepidazione esprime in noi quella disponibilità totale a comportarci in tutto come se Cristo Gesù in persona venisse in mezzo a noi. Come dinanzi a Cristo Gesù non si deve mancare in niente, così bisogna che avvenga anche dinanzi ad un inviato del Signore.
È l’occhio di fede necessario ad ogni comunità cristiana. Purtroppo oggi quest’occhio di fede si è perso e al posto del timore e della trepidazione è subentrata la noncuranza, la non attenzione, il disprezzo, l’allontanamento, il rifiuto, le distanze, la solitudine dell’inviato del Signore.
Spesso subentra anche quella familiarità eccessiva che pretende che l’inviato del Signore sia in tutto uno come noi.
L’inviato del Signore non è uno come noi, è l’inviato del Signore, è il suo strumento eletto, il suo ministro, il suo araldo e come tale bisogna accoglierlo. Bisogna accoglierlo come se Gesù stesso fosse presente in mezzo a noi.
È questa la visione di fede che bisogna costruire, edificare, ristabilire nelle comunità cristiane.
Finché questa visione di fede non sarà stabilità, mancherà sempre il timore, mancherà la trepidazione, mancherà l’obbedienza, mancherà l’ascolto, ognuno camminerà per la sua strada.
Se non c’è differenza alcuna tra noi e gli inviati del Signore, a che pro prodigarsi per l’ascolto, per il timore, per la trepidazione?
Non c’è differenza alcuna, non perché la differenza non c’è, ma perché noi nella nostra stoltezza l’abbiamo abolita.
Anche se i modi storici di essa cambiano e devono cambiare, non può però mai venire meno la sostanza. La sostanza è questa: gli inviati del Signore hanno il posto del Signore e come tali bisogna ascoltarli, accoglierli con timore e trepidazione, prestare loro l’obbedienza che è dovuta a Dio in ragione della verità di Dio che essi portano in mezzo a noi.
Muore la comunità alla verità quando viene meno in essa questa visione di fede ed oggi in molte comunità questa visione di fede non esiste più. Al massimo l’apostolo del Signore è visto come un funzionario del sacro, come uno al quale bisogna rivolgersi per ottenere dei servizi religiosi. Poi la sua funzione finisce, il suo ministero non ci interessa più, la sua relazione con Cristo svanisce. Tutto diviene una mortificante uguaglianza dottrinale, spirituale, di responsabilità; tutto si fa immanenza della terra per le cose della terra.
Che questa realtà in parte dipende anche dal missionario di Cristo Gesù che in qualche modo si è svestito dell’abito della sua santità, della verità e della grazia è anche vero.
Tutto dipende dal missionario del Vangelo. Ognuno lo vede come lui ama che sia visto. Se lui vuole essere visto come un uomo della terra, il mondo lo vede così; se lui vuole essere visto come un uomo del cielo, il mondo non lo vedrà così finché lui realmente non diventi uomo di cielo, uomo di verità, uomo di santità, uomo di speranza, uomo della salvezza eterna.
Dal suo cambiamento tutto cambia intorno a lui. Ma lui non potrà mai sperare di portare la verità e la salvezza in questo mondo, se non inizia dal suo cambiamento radicale. Cambiando lui, cambia intorno a lui la visione che il mondo si fa del missionario del Vangelo. Anche questa è verità.
[16]Mi rallegro perché posso contare totalmente su di voi.
È il segno, questo, di una riconciliazione piena avvenuta tra Paolo e la comunità di Corinto. È il segno della pace che deve sempre regnare tra la comunità e colui che la dirige nel nome del Signore.
La comunità ha dato segni evidenti a Paolo di reale ritorno nella verità. Questi segni sono recepiti da Paolo e trasformati in una affermazione di piena e totale fiducia in loro.
Quando nella comunità chi presiede può contare totalmente su quelli che lui governa nel nome del Signore, significa che si è entrati in pieno possesso della verità del Vangelo. Ci si è liberati da tutte quelle false teorie e da quei pensieri umani che spesso turbano la pace e portano lo scompiglio nelle menti e nei cuori.
Contare, per Paolo, non ha però un valore personale, o un significato terreno. Contare vuol dire potersi servire di loro come Cristo si serve di lui e Cristo si serve totalmente di Paolo per la diffusione del Vangelo della salvezza. Così Paolo potrà ora servirsi dei Corinzi per la testimonianza e la proclamazione dello stesso Vangelo.
Anche qui, è la relazione di missione e di testimonianza a Cristo che a Paolo interessa. Lui certamente non conta su di loro per interessi personali, per cose di questo mondo, per necessità terrene. Egli invece sa che la causa del Vangelo può anche passare ora attraverso di loro.
La conversione e il pentimento che la sua lettera ha operato nei loro cuori ha prodotto questo frutto nuovo.
Mentre prima Paolo aveva una qualche difficoltà a contare su di loro a causa della falsità che si era introdotta nella loro mente. Ora invece tutto è cambiato. La mente è libera, il cuore è sgombro, gli animi sono nella verità, la grazia di Dio abita nella comunità di Corinto.
Questa è divenuta nuovamente strumento nelle mani di Dio per rendere testimonianza a Cristo Gesù e alla sua verità. È a causa di questa disponibilità che Paolo può contare su di loro e di fatto egli deve contare su ogni cristiano se si vuole operare efficacemente nell’evangelizzazione del mondo.
La missione cristiana non può prescindere da nessuno. Essa deve impegnare tutti. Tutti verso tutti: è questo lo stile vero per la diffusione del Vangelo di Cristo Signore nel mondo intero.
Se un solo cristiano sfugge a questa legge, il mondo per una piccola parte, ma è sempre una parte, rimane nel buio, nella confusione, nel caos veritativo e sapienziale, rimane privo della grazia della salvezza, è schiavo del suo peccato ed è impelagato nel male morale e fisico che lo turba e lo tiene lontano dalla verità di nostro Signore Gesù Cristo.
Paolo ora possiede una certezza in più. C’è un angolo su questa terra che è divenuto strumento adatto per la diffusione del Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo; c’è una comunità sulla quale ora anche lui può contare perché la buona novella si diffonda e cresca sulla nostra terra.
Questa certezza dona gioia, conforto, speranza, sollievo. Cristo può essere conosciuto da molte altre persone. È questa la gioia che nasce nel cuore di Paolo ed è una gioia tutta missionaria, a causa del Vangelo, a motivo di Cristo Gesù.
Per Paolo è sempre un motivo di gioia sapere che un altro, o molti altri possono essere a disposizione di Cristo e del suo Vangelo. Questo dovrebbe essere lo stile di ogni comunità, di ogni cristiano, di tutta la Chiesa in ogni sua manifestazione ed espressione.
A questo dobbiamo tutti tendere. Bisogna impegnarsi non solo a parole, ma con le opere e la stessa vita. Per poter raggiungere un tale impegno è necessario che tutto Cristo e tutta la sua verità regnino nel nostro cuore.
Solo chi ama Cristo vuole che ogni altro diventi strumento di Cristo. Chi non ama secondo verità Cristo diviene geloso, invidioso, crea dissensi, si lamenta, opera le divisioni nella comunità, mette gli uni contro gli altri.
Tutto compie perché Cristo non sia amato, non sia conosciuto. Tutto fa perché non sia divulgato il suo messaggio nel mondo.
Chi non ama Cristo non può amare se stesso, non può amare gli altri. Il cristiano ama gli altri solo se dona loro Cristo, se non dona loro Cristo, non li ama.
Non li ama perché non dona loro il tesoro nascosto, la perla preziosa che è Cristo nel suo dono di grazia e di verità, di salvezza e di redenzione, di speranza e di vita eterna.
Credente.
00Sunday, February 12, 2012 6:58 PM


LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

In possesso delle promesse. Ogni cristiano ha un obbligo dinanzi a Dio, dinanzi al mondo, dinanzi alla propria coscienza. Egli è figlio di Dio, è erede delle promesse, è chiamato alla vita eterna. Come figlio di Dio deve vivere conformemente alla nuova dignità che Cristo ha creato in lui per mezzo del suo Santo Spirito. Dio è il Santo, la fonte di ogni santità. Anche i suoi figli devono essere santi, devono in Lui divenire sorgente di acqua che zampilla di santità, di verità, di amore, di gioia per tutto il genere umano. Se un cristiano non diviene santo, non si fa sorgente in Cristo di acqua pura di grazia e di verità per i suoi fratelli, egli ha fallito la sua figliolanza adottiva. È stato battezzato, ma questo lavacro di rigenerazione e di salvezza sarà per lui causa di una condanna più grave. Ha una responsabilità per rapporto al mondo. Egli è luce del mondo, sale della terra. Egli è la luce e il sale di Cristo, è un portatore di luce e di sale, della luce e del sale di questo mondo che è solo Cristo Gesù. Deve portare questi due doni di salvezza attraverso la trasformazione della sua vita in sale e in luce. Se questo non lo fa il mondo resta nelle sue tenebre, dimora nella sua insipienza e stoltezza e di questo il cristiano dovrà rendere conto a Dio; ha omesso di compiere la missione che il Signore gli ha conferito quando lo ha associato al suo ministero profetico, sacerdotale e regale. Il peccato di omissione oltre che a renderci responsabili di morte eterna, è anche un segno rivelatore della nostra poca santificazione. Chi non evangelizza non è santo; chi non manifesta la luce di Cristo al mondo non è sulla via di Cristo Gesù, non è suo discepolo. Se vuole, può correre ai ripari; se vuole, può iniziare con timore e tremore l’opera della sua santificazione. Si è anche obbligati dinanzi alla propria coscienza. Se non ci santifichiamo, la coscienza vivrà nell’inferno il più pesante dei tormenti; ci sarà in essa quel verme che non muore che la roderà in eterno, la renderà a brandelli, senza però poterla distruggere, affinché in eterno pianga il suo peccato della mancata realizzazione della santità, vocazione alla quale il Signore l’aveva chiamata. Nel Nuovo Testamento la santità si esprime con un solo termine: configurazione perfetta a Cristo Gesù. È questo il concetto nuovo della santità neotestamentaria. Il cristiano è santo quando diventa a sua volta il Cristo vivente che cammina in mezzo ai suoi fratelli allo stesso modo di Cristo Gesù, in un viaggio che dalla Galilea dovrà portarlo fino a Gerusalemme, luogo del martirio e della suprema testimonianza al Padre dei cieli.
Rapporto di stima e di fiducia tra evangelizzatore ed evangelizzato. Ogni battezzato in Cristo Gesù è chiamato a creare un vero rapporto di stima e di fiducia con il mondo da evangelizzare. Questa stima e questa fiducia può essere stabilita su un solo principio: sull’amore dell’evangelizzatore. Prima che un datore di verità, l’evangelizzatore è uno che ama. L’amore però non deve essere un sentimento che dal cuore dell’evangelizzatore si riversa nel cuore dell’evangelizzato. Non si tratta di un moto che va dall’uomo all’uomo, si tratta invece di un movimento di amore che da Dio discende, in Cristo, per opera dello Spirito Santo, sull’evangelizzatore e da questi si riversa tutto sull’evangelizzato. Si tratta in verità di vivere quanto si vive all’interno della Santissima Trinità. L’amore del Padre verso l’uomo si travasa tutto nel cuore del Figlio. Il Figlio tutto pervaso di questo amore si fa uomo, si fa in tutto simile a colui che deve salvare, tranne che nel peccato. Ha preso la condizione umana, ma rimase fuori del peccato dell’uomo, perché il peccato è male, è opposizione a Dio. Questo amore lo portò a consumarsi per gli altri, fino al dono supremo della sua vita in riscatto. Per evangelizzare bisogna entrare in questa visione di fede. L’evangelizzatore non dona una parola, una verità, un Vangelo. Dona la sua vita che è parola, verità, Vangelo. Dona tutto se stesso perché l’amore di Cristo per opera dello Spirito Santo venga riversato nei cuori e anche loro entrino in questo movimento di amore il cui principio, origine e fine è sempre il cuore del Padre. Quando l’evangelizzato vede che l’evangelizzatore non ha altro interesse, altro scopo, altro fine se non quello di dare la sua vita, senza ricevere nulla in cambio, l’altro potrà capire che è solo l’amore che lo spinge e nulla più. Se vuole può accogliere questo gesto d’amore totale e aprirsi a suo volta all’amore totale. È questa la fiducia e la stima che l’evangelizzatore deve creare attorno a sé, altrimenti gli sarà sempre difficile poter entrare nel cuore degli altri. Nel cuore del mondo si entra solo attraverso l’amore, che per noi cristiani è la realizzazione in opera di ogni parola che è uscita dalla bocca di Cristo Gesù. Nell’amore e per amore si dona tutta la verità, ma la si dona solo per insegnare all’altro come si ama Dio secondo verità e come lo si serve per amore.
Consolazione, gioia, tribolazioni, battaglie all’esterno, timori all’interno. La vita del missionario del Vangelo non è semplice. Essa è fatta e si costruisce su mille difficoltà, sia di ordine spirituale, che di ordine materiale. Una cosa sola però il missionario deve tenere fissa nella mente. L’amore che egli è chiamato a portare nel mondo non è un qualcosa fuori di sé, non è un pacco, un involucro, che può anche dare agli altri perché a loro volta lo facciano pervenire al mondo intero. Ciò che lui deve dare al mondo per la sua salvezza è la sua vita. Il dono della vita è sempre sofferenza, perché è martirio dell’anima e del corpo, dello spirito e della mente, della volontà e dei sentimenti. Chi vuole annunziare il Vangelo deve preventivamente mettere in conto il dono totale della sua vita, perché è proprio in questo dono che la missione si svolge. Lui non è chiamato per dare qualcosa agli uomini, è chiamato per dare se stesso e ci si dona solo nella sofferenza, nella tribolazione, nel timore, nelle angosce, nelle battaglie, nei tumulti, nelle persecuzioni e in ogni altra opposizione che si abbatte sulla vita del missionario del Vangelo. Quando ogni missionario comprenderà questo, e cioè che il dono che il Padre dei cieli gli chiede è la sua stessa vita, il rinnegamento di se stesso, come lo ha chiesto a Cristo Gesù, che si spogliò di se stesso e si annientò nell’obbedienza fino alla morte e alla morte di croce, in quel preciso istante si inizia la missione dell’annunzio del Vangelo nel mondo. Fino a quel momento non si sarà fatto niente, perché il missionario ha dato qualcosa che è fuori di sé, ma non ha dato se stesso, la sua vita, il suo tutto.
Solitudine spirituale. Solitudine e santità. La solitudine del missionario non è una solitudine dall’uomo, è invece una solitudine di peccato. Il missionario non può peccare e quindi deve tenersi lontano da ogni fonte di peccato, da ogni sorgente che potrebbe inquinare la sua vita. Egli deve frequentare gli uomini per salvarli, può condividere tutto di loro, tutto può assumere della loro cultura e della loro mentalità, può farsi veramente tutto a tutti, ma non può in nessun modo assumere il loro peccato, che non solo è nelle opere, ma anche e soprattutto nei pensieri che sono la negazione di Cristo, di Dio, del suo Vangelo, della verità che conduce alla vita eterna. Quella del missionario è una solitudine nella santità e per la santità, ma è una solitudine strategica. Egli sa che solo rimanendo nella verità e nella carità di Cristo Gesù, solo compiendo nella sua vita tutto il Vangelo, egli potrà giovare ai suoi fratelli che sono tutti da condurre a Cristo Signore. Per questo non solo deve starsene lontano dal loro peccato, quanto deve combatterlo per toglierlo dal loro cuore e dalla loro mente. Nel momento in cui il missionario inizia a togliere il peccato dal cuore degli uomini, gli uomini tolgono lui dal loro cuore, lo tolgono anche dalla loro vista, lo tolgono addirittura dalla stessa terra, poiché lo condannano a morte e lo uccidono. Cristo è stato ucciso non perché faceva miracoli, ma perché li faceva per togliere il peccato di falsità e di menzogna che gravava sulla mente e nel cuore degli uomini del suo tempo. L’innalzamento sulla croce è il segno più alto della solitudine di Cristo Gesù, ma poiché è stata una solitudine di santità, di verità, di combattimento contro il peccato, da questa solitudine scaturisce l’acqua della vita che inonda i cuori e li apre alla verità e all’amore. La solitudine spirituale, l’innalzamento sulla croce, diviene pertanto la via attraverso cui si salva il mondo, non si salva per la nostra solitudine, ma per la nostra santità, che genera e produce sempre solitudine dal mondo a causa del suo peccato.
Fede, apostolo, comunità. Il vero rapporto da instaurarsi tra l’apostolo e la comunità è la fede. La fede insegna una cosa sola: c’è una volontà, quella di Dio, che è sopra l’apostolo e sopra la comunità. L’apostolo non può avere una sua volontà sulla comunità, su nessun uomo della comunità. La comunità neanche può avere una sua volontà sull’apostolo del Signore, l’apostolo è il servo del Signore, non della comunità. L’apostolo serve la comunità, ma in nome del Signore e secondo la sua volontà. L’apostolo deve annunziare alla comunità la volontà del Signore, la comunità deve accogliere la volontà del Signore che riguarda anche il rapporto che l’apostolo deve stabilire con essa. Se manca questa accoglienza della volontà di Dio nell’apostolo e nella comunità, si esce dall’ambito della fede e si instaura tra apostolo e comunità una relazione umana, non più soprannaturale. Questa relazione non produce salvezza, non genera redenzione, non conduce nel regno dei cieli, proprio perché manca la volontà di Dio che governa la vita dell’apostolo e della comunità. La comunità è del Signore se l’apostolo è del Signore; se l’apostolo non è del Signore, perché è uscito fuori della sua volontà, neanche la comunità è del Signore, perché vive senza la volontà del Signore nel suo seno. D’altronde sarebbe davvero impossibile che un apostolo che non è più del Signore possa fare una comunità del Signore. Questo è veramente assurdo. Chi non è con Dio non può fare che Dio sia con gli altri. Chi possiede Dio lo dona, chi è del Signore fa anche che gli altri lo possano divenire.
Correzione, tristezza, gioia. Sovente l’apostolo del Signore deve correggere la comunità del Signore, deve estirpare da essa vizi, falsità, modi errati di concepire la fede, l’amore, la speranza. Deve intervenire con energia altrimenti la comunità non sarà più del Signore, ma del peccato che inizia a corromperla e a distruggerla dal suo interno. L’apostolo, che vuole essere veramente apostolo del Signore, deve guardare in una comunità solo gli interessi del Signore e per questo non deve temere alcun uomo. Il suo intervento energico e forte potrà anche recare tristezza in un primo momento, ma se l’altro è di buona volontà e vuole emendarsi, alla fine arrecherà nel cuore una grande gioia. Del resto l’apostolo del Signore non può non agire se non secondo l’insegnamento che ci viene dalla Lettera agli Ebrei: “Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato e avete già dimenticato l'esortazione a voi rivolta come a figli: Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore e non ti perdere d'animo quando sei ripreso da lui; perché il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! Del resto, noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita? Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati. Perciò rinfrancate le mani cadenti e le ginocchia infiacchite e raddrizzate le vie storte per i vostri passi, perché il piede zoppicante non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire” (Eb 12,4-13).
Esaminarsi nella luce attuale dello Spirito Santo. Altra verità che deve sempre governare la vita dell’apostolo del Signore è la sua saggezza e sapienza, la luce dello Spirito Santo che deve albergare, dimorare nel suo cuore, al fine di esaminare ogni cosa e di sapersi lui stesso esaminare, perché sempre e solo la volontà di Dio si compia e ogni azione, pensiero, moto del cuore e della mente, ogni altra cosa che avviene in lui e fuori di lui sia sempre vista in conformità alla scienza di Dio e sia portata nella sua volontà, perché solo così essa potrà essere santificata, redenta, salvata. Se l’apostolo del Signore si lascia invece prendere dai suoi sentimenti e non fa prevalere in se stesso e nell’intera storia la saggezza, la sapienza, l’intelligenza e la forza dello Spirito Santo, se stesso e l’intera comunità sarà privata dalla luce divina e celeste, non percorrerà vie di verità, ma di falsità. Quando la falsità si impossessa di un cuore e di una comunità, in essa non potranno mai maturare frutti di bene, frutti di amore, frutti di salvezza e di santità. Occorre per questo che il missionario si mantenga in un contatto perenne con lo Spirito del Signore; la via è una preghiera incessante, ma anche una vita sobria, pura, libera dal mondo e dal suo peccato, ritirata. Occorre all’apostolo del Signore che imiti in tutto Gesù, il quale si recava presso gli uomini durante il giorno, durante la notte invece, nel silenzio e nella preghiera, lontano dal frastuono e dalla confusione del mondo, si ritirava presso il Padre suo e lo invocava perché lo Spirito Santo gli desse la luce divina e la sua forza per poter fare, sempre, ogni cosa secondo la volontà di Dio e portare ogni situazione nella verità del cielo.
La verità è la forza di una comunità. La verità è la forza della comunità perché è la luce che illumina il suo cammino. La verità è come la colonna di fuoco e come la nube che accompagnava il cammino dei figli di Israele nel deserto, per tutti i quaranta anni della sua peregrinazione. Senza la colonna di fuoco e senza la nube era veramente impossibile camminare in un deserto inospitale, luogo di serpenti velenosi e terra arsa e infuocata. Così è per una comunità cristiana, senza la verità che è la sua luce sarà impossibile progredire sulla via di Dio. La comunità arresta ogni suo cammino spirituale, si impantana nella condizione e situazione della nostra storia, si lascia fuorviare dalla ingiustizia, si adagia alla mentalità del tempo, si imbratta nel peccato del mondo, finisce di essere comunità di Dio, per trasformarsi in un luogo dove non regna più il Signore. Senza la forza della verità che spinge in avanti, la comunità lentamente si spegne, muore, si esaurisce. Questo possiamo coglierlo anche dalla storia, sia recente che passata. Ogni qualvolta una comunità cristiana ha smarrito dal suo seno la verità, per essa non c’è stata se non la morte, morte non solo spirituale, ma anche fisica, morte di non esistenza della stessa comunità. Chi ama la Chiesa, la nutre e la pasce di verità; chi ama la Chiesa ogni giorno la rafforza con lo splendore della luce di Cristo Gesù e del suo Vangelo che deve sempre brillare su si essa; chi ama la Chiesa dovrà fare di tutto affinché mai si spenga su di essa la luce divina della volontà di Dio.
La legge della condivisione. La forza della comunione. Altro principio soprannaturale che sempre deve governare la comunità è la condivisione, la comunione, la solidarietà, l’amore che si fa dono di se stesso e di tutto ciò che si possiede, sia in beni materiali, che in beni spirituali. La comunione è la forza della Chiesa, perché è alimento perenne che la sostiene, la spinge, la conforta, la consola, la rinnova e la fa crescere armoniosamente. La comunione ha il suo fondamento in Cristo Gesù e nel mistero dell’Incarnazione. Con l’Incarnazione Cristo ha condiviso la nostra morte, ha espiato il nostro peccato, si è caricato delle nostre infermità, ha dato all’umanità intera la grazia e la verità assieme ad ogni altro dono divino. Con il battesimo l’uomo diventa corpo di Cristo, diventa una cosa sola con Lui, come Lui deve assumere la morte, espiare il peccato dell’umanità intera, riversare su di essa ogni dono di cui è stato arricchito da parte del Signore Dio. La comunione vera toglie il peccato dal mondo, abolisce il male, libera dalla schiavitù e dalla morte, riversa su ogni uomo la ricchezza della grazia celeste, l’abbondanza dei beni spirituali e divini. L’uomo è riconosciuto, chiunque esso sia, un chiamato alla salvezza, uno per il quale Cristo è morto e chi è in Cristo deve anche morire. Al di fuori di Cristo ogni altra forma di comunione si rivelerà sterile, non produrrà veri frutti di bene, perché non toglierà il peccato, la morte e la schiavitù, ma soprattutto non eleverà l’uomo in dignità, in grazia e in verità divine.
L’apostolo del Signore deve essere sempre vero. Una cosa che spesso l’apostolo del Signore dimentica – per apostolo è da intendersi in questo contesto ogni battezzato chiamato a partecipare alla missione profetica, regale e sacerdotale di Cristo Gesù – è quella di non pensare che ogni sua parola, dopo che è stato fatto corpo di Cristo Gesù, è parola del corpo di Cristo, non può essere più parola dell’uomo, puramente e semplicemente preso. Se è parola di Cristo Gesù essa non solo deve essere vera, quanto deve trasformarsi sempre in una parola di salvezza, di invito alla conversione, di annuncio del Vangelo, di quella buona novella, la sola che libera l’uomo dalla falsità dei suoi idoli e lo porta all’incontro con il vero Dio. La verità deve essere però incarnata nella storia, nell’oggi per il domani. Se oggi non si è veri, se oggi si mente, si inganna, si dice una cosa per un’altra, vengono immessi nella storia dei processi di incomprensione tra gli uomini che danneggiano gravissimamente il cammino dell’uomo verso l’altro uomo e insieme verso Cristo Signore. Ognuno pertanto è obbligato ad essere sempre vero. La verità però non deve essere quella immanente, della terra; deve essere quella del cielo, quella di Cristo Gesù, quella che lo Spirito Santo gli fa comprendere nella sua pienezza e che lui è obbligato a dire in tutta la sua interezza, senza nulla aggiungere e nulla togliere. A questa verità del cielo deve corrispondere anche l’altra verità, quella della terra. Anche questa deve essere proferita, mai omessa, mai taciuta, mai alterata. La forza di convincimento, affinché la verità del cielo abiti in un cuore, viene anche dalla fermezza e dalla completezza della verità della terra con la quale ci presentiamo ai fratelli. Questo lo afferma Gesù nel Vangelo secondo Giovanni: “Se vi parlo delle cose della terra e non credete, come potrete credere quando vi parlerò delle cose del cielo?”. È questo il principio sano, giusto, metodologico e propedeutico perché la verità del cielo entri in un uomo. Chi vuole dare la verità del cielo ai suoi fratelli, deve iniziare con il dire esattamente la verità della terra, quella a portata di mano. Sarà questa verità a convincere i fratelli ad aprirsi all’altra verità, quella soprannaturale e celeste. E così dicasi della carità. Se manca nel cristiano l’amore verso i fratelli nelle cose della terra come potrà sperare di convincerli a lasciarsi trasportare dall’amore delle cose celesti? Sarebbe veramente un controsenso, un assurdo, una follia solamente il pensarlo. Si è veri per le cose del cielo e della terra, quando lo Spirito del Signore agisce con potenza dentro di noi e Lui agisce solo se glielo chiediamo con una preghiera intensa, forte, senza esitazione e senza stanchezza.
Avere occhi di fede. Occorre, per essere veri secondo Dio, possedere occhi di fede, occhi cioè che riescono sempre a leggere il dito di Dio che opera nella nostra storia, sia in quella personale, che in quella di tutti i nostri fratelli nella fede e nel mondo intero. L’occhio di fede si possiede allenandosi nella conoscenza del Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. Questo è quanto viene richiesto all’uomo. Ma l’occhio di fede è sempre e comunque un dono dello Spirito Santo, a Lui bisogna chiederlo con una preghiera che non conosce sosta. L’occhio di fede è necessario, anzi indispensabile, ad ogni apostolo del Signore, il quale è tenuto a vedere ogni cosa secondo gli occhi di Dio e secondo gli occhi di Dio farla conoscere anche agli altri, spiegandola. Su questo possiamo affermare che non ci siamo; spesso l’occhio non è di fede, non è neanche secondo una saggezza e una intelligenza umana, troppo spesso si tratta di un occhio concupiscente, superbo, maligno, arrogante, stolto, incapace di vedere Dio nella storia quotidiana. Anche se riesce a vederlo, gli diviene impossibile saperlo discernere, analizzare, spiegare, portando ogni intervento del Signore nella nostra storia nella verità del suo Vangelo. Chi non ha occhi di fede non può essere missionario di Cristo Gesù, gli mancherà sempre quella capacità di portare il mondo nel Vangelo e di annunziare il Vangelo al mondo. Non può portare il mondo nel Vangelo perché non conosce il mondo; non può portare il Vangelo nel mondo perché non conosce il Vangelo, non sa la verità, non discerne la giustizia secondo Dio, non cammina secondo quella retta moralità che è a fondamento del vero occhio di fede. L’occhio di fede è visione secondo la luce dello Spirito Santo, è intelligenza del reale secondo la sua sapienza, è lettura della storia fatta con la sua saggezza soprannaturale. Senza quest’occhio l’apostolo del Signore potrà fare ben poco nel mondo. Gli mancherà quella certezza nella verità e nel discernimento che sono indispensabili perché il Vangelo sia portato nel mondo e il mondo nel Vangelo.
Credente.
00Tuesday, February 14, 2012 9:57 PM
CAPITOLO OTTAVO


COLLETTA PER I POVERI DI GERUSALEMME

[1]Vogliamo poi farvi nota, fratelli, la grazia di Dio concessa alle Chiese della Macedonia:
Per Paolo tutto è grazia di Dio e tutto nasce dalla grazia di Dio. Il capitolo precedente è stato chiuso con una affermazione: egli può contare totalmente sulla comunità di Corinto. Può contare, si è detto, non per motivi personali, ma per la causa del Vangelo, per la verità di esso, per la testimonianza che bisogna sempre rendere a Cristo che ci ha salvati e redenti nel sangue della sua croce.
Uno dei principi forti che deve regolare la vita della Chiesa è l’esemplarità. Questa, se saggiamente usata, può produrre frutti insperati, può veramente dare un volto nuovo alle altre comunità.
L’esemplarità non è una cosa secondaria, è essenziale nella vita delle diverse comunità. Bisogna sempre gareggiare nel bene e come si gareggia se non conoscendo ciò che gli altri hanno fatto con il desiderio e la volontà di superarli, imitandoli?
Far conoscere il bene che nelle comunità si fa è anche un obbligo per l’apostolo del Signore. Anche questo è modo di predicare il Vangelo, forma concreta di annunziare la buona novella.
Questa la si può annunziare direttamente, predicando la Parola di Cristo Gesù, e indirettamente, presentando i frutti che essa ha generato e prodotto nelle diverse comunità, nei cuori e nelle opere dei credenti in Cristo Gesù.
Nel presentare il bene, bisogna sempre ricordarsi che esso è grazia di Dio, opera in noi dello Spirito Santo. Noi siamo solo il campo di Dio, tutto il resto, compresa la nostra buona volontà, è il Signore che la suscita ed è anche Lui che la porta a compimento.
È il mistero del bene che si compie nel mondo. Tutto nell’uomo è da Dio. Confessare l’origine soprannaturale del bene che si compie in noi è rendere gloria a Dio, è proclamare la sua misericordia e la sua bontà, è dire al mondo intero la potenza creatrice, salvatrice, santificatrice, ricca di frutti del Signore nostro Dio.
L’uomo deve accogliere la grazia di Dio come il terreno accoglie il seme, ma anche il terreno è preparato per il seme dall’agricoltore. È l’agricoltore che prepara il terreno, è lui che vi mette il seme, è sempre lui che lo custodisce e lo coltiva, è lui che lo raccoglie ed è sempre lui che lo distribuisce secondo la sua volontà.
Come la terra si lascia lavorare dall’agricoltore senza opporre nessuna resistenza così l’uomo deve lasciarsi lavorare da Dio, deve essere uno strumento plasmabile nelle sue mani. Solo così nel suo cuore, nella sua mente, nelle sue mani si possono raccogliere frutti di vita eterna per sé e per gli altri.
In questo versetto le comunità della Macedonia vengono dette da Paolo chiese. Sono chiese, comunità, dell’unica comunità di Dio, che è il corpo di Cristo.
Per un prodigio particolare dell’onnipotenza divina, in ogni singola chiesa, o comunità, vive tutta intera la Chiesa di Dio, perché vive tutto intero il corpo di Cristo.
Il corpo di Cristo è uno, indivisibile. Eppure esso vive in tutte le ostie consacrate di questo mondo. Ma vive sempre come l’unico corpo di Gesù. Si moltiplica il pane, ma non il corpo; così si moltiplicano nel mondo le comunità ecclesiali, ma non la Chiesa, che è una ed indivisa.
Anche questo è il mistero che avvolge la Chiesa, come l’altro mistero che avvolge l’Eucaristia.
Come fa ogni uomo a mangiare il corpo di Cristo ed il corpo di Cristo ad essere sempre uno e lo stesso in ogni ostia consacrata di questo mondo?
Si spezza il pane ma non il corpo, si spezzano le comunità ma non la Chiesa; si moltiplicano le comunità, ma non si moltiplica la Chiesa, come si moltiplicano le ostie consacrate, ma non si moltiplica il corpo di Cristo Signore.
Un solo Corpo di Cristo, una sola comunità che vive grazie al pane del corpo di Cristo in tutte le comunità formate attorno all’apostolo del Signore e a quanti sono presbiteri in comunione d’amore e di obbedienza gerarchica con lui nell’unica fede, nell’unica carità, nell’unica e sola speranza.
[2]nonostante la lunga prova della tribolazione, la loro grande gioia e la loro estrema povertà si sono tramutate nella ricchezza della loro generosità.
Quelle della Macedonia sono comunità, sono chiese che non hanno paura di dare al Signore.
Sono piene d’amore, di fede e di speranza. Il loro cuore è ricco. Secondo la ricchezza del cuore ognuno mette a disposizione delle altre chiese, o comunità, quanto realmente può dare.
Queste comunità sono afflitte da lunghe prove, da lunghe tribolazioni. Sono quelle persecuzioni che all’inizio accompagnavano sempre i seguaci di Cristo Gesù.
Vivono anche in una povertà materiale, che qui viene definita estrema. Non hanno mezzi economici. Sono realmente poveri.
Però il cuore è ricco di gioia. La gioia, si sa, è opera e frutto dello Spirito Santo. Quando un cuore è mosso e animato dallo Spirito Santo, questo cuore non ha paura, non teme di privarsi di quel poco che ha.
In esso c’è lo Spirito Santo che infonde la speranza nella Provvidenza divina. Il Vangelo lo dice. Cercate il regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato in sovrappiù. Chi rende credibile al nostro cuore questa parola di Gesù? Lo Spirito Santo. Quando la rende credibile? Proprio quando siamo nell’estrema povertà. Quando viviamo giorno per giorno totalmente affidati alla misericordia di Dio che come Padre provvido ha cura di tutti i suoi figli.
Anche la carità è l’animazione in noi dello Spirito del Signore. Chi è pervaso di Spirito Santo si muove in linea ascendente e discendente, orizzontale e verticale, è posto dinanzi al vero Dio, ma anche ai fratelli da amare.
Lo Spirito Santo ci fa vedere Dio secondo verità, nella sua misericordia e nel suo amore, ce lo fa vedere come il Padre che ha cura di tutti i suoi figli, come il Padre che mette alla prova il nostro amore per Lui e per i fratelli.
Se noi abbiamo un pane e gli altri fratelli non ne hanno, se il Signore ci chiede il pane per gli altri suoi figli, dicendoci che ce lo ritornerà presto, noi che facciamo? Non gli diamo forse il pane che abbiamo perché Lui lo dia ai fratelli, sapendo che oggi e domani Lui non solo ci riporterà il pane che gli abbiamo chiesto, ma ci darà sempre il pane di cui abbiamo bisogno?
Lo Spirito Santo non solo ci fa vedere Dio secondo verità, anche i fratelli ce li fa vedere nella nuova dimensione che è quella di essere al pari di noi l’unico corpo del Signore Gesù e quindi da amare e da servire come se fossimo noi stessi.
Come per noi stessi sappiamo privarci di ogni cosa, lo Spirito Santo non solo ci dona la fede di vedere le reali necessità dei fratelli, ci dona anche la forza per privarci noi anche del necessario, se le circostanze lo richiedono, perché i nostri fratelli abbiano l’indispensabile per poter sussistere, o continuare vivere a causa delle avverse condizioni storiche nelle quali si trovano, o sono costretti a vivere.
Lo Spirito Santo diviene in noi gli occhi di Dio con i quali noi lo possiamo contemplare secondo verità, ma anche si fa il Cuore di Dio in noi affinché noi possiamo amare secondo la larghezza, la profondità, la lunghezza del suo amore. Si fa in noi fortezza e libertà perché noi possiamo dare senza paura, senza timore, ciò che abbiamo ai nostri fratelli che sono nel bisogno.
È questa la ricchezza di ogni uomo, lo Spirito Santo che dimora in lui con la potenza della sua forza.
Se lo Spirito Santo non vive nel cristiano, questi non vede, non possiede mai a sufficienza, non dona, ha paura, teme, si chiude in se stesso, pensa che il Signore non possa aiutarlo, pensa al suo domani, ma non considera l’oggi in cui si trovano i suoi fratelli che hanno bisogno del suo pane per poter giungere a domani.
E così il cristiano che è pieno di Spirito Santo garantisce l’oggi ai suoi fratelli nella fede e il Signore provvede a Lui per oggi e per domani. Questa è la nostra fede e questa fede è la ricchezza dell’uomo di Dio che è pieno dello Spirito Santo.
[3]Posso testimoniare infatti che hanno dato secondo i loro mezzi e anche al di là dei loro mezzi, spontaneamente,
Paolo rende testimonianza alla generosità delle comunità della Macedonia. Questa testimonianza consta di due verità, anzi di tre.
I Macedoni hanno dato secondo i loro mezzi, hanno dato al di là dei loro mezzi, hanno dato spontaneamente. Sono queste le condizioni perché l’opera abbia valore presso il Signore, perché il Signore la possa ricompensare nel regno dei cieli, ascrivercela cioè a nostra giustizia.
Fare opere di carità deve essere una esigenza del cuore, una sua particolare mozione. Il cuore è la sede dell’amore. Se il cuore è pieno di amore e l’amore lo infonde in esso lo Spirito Santo, il cuore diffonde attorno a sé altro amore. Anzi, lo deve fare sprigionare tutto. Non è possibile infatti che un cuore colmo dell’amore di Dio per Cristo e per i fratelli si possa chiudere in se stesso, fermarsi proprio quando è il momento di amare.
È questa la spontaneità di cui parla Paolo. Essa è libertà nel dono. Nessuno esige qualcosa dall’altro, nessuno obbliga a fare qualcosa. Ognuno manifesta all’altro le proprie o altrui necessità, alle quali si risponde con la larghezza dell’amore che è in noi.
Se l’amore è vero, puro in noi, allora l’altro è visto come noi stessi. Lo trattiamo come tratteremmo noi stessi nella stessa circostanza o condizione storica. Nasce da questa visione soprannaturale non solo il dono, ma la larghezza del dono, l’abbondanza del dono.
Si dona in proporzione a quanto si possiede, si dona oltre quanto l’altro osa richiederci, o domandarci.
Chi vuole conoscere quanto è grande lo Spirito Santo in una persona è sufficiente che lo si verifichi nell’amore, nel dono di qualche cosa ai fratelli.
Le chiese della Macedonia sono chiese che vivono nello Spirito del Signore, lo attesta il fatto che il loro amore è grande. È un amore che fa superare loro il timore, la paura della estrema povertà. È un amore che chiede di partecipare all’opera di carità in favore di un’altra chiesa. È un amore che sa spingersi ben oltre le proprie reali possibilità economiche.
Da questa constatazione bisogna dedurre anche una piccola verità di ordine teologico. Molte volte si assiste nelle raccolte a delle insistenze che poi si rivelano sterili, insistenze che non producono. Sono esse fondate non sulla mozione dello Spirito del Signore, ma sul sentimento umano. Il sentimento umano non muove mai i cuori; anzi, a volte, li porta in delle spirali perverse di un ragionamento umano che è l’uccisione dell’amore vero e puro dentro di noi.
Bisogna cambiare metodologia. Bisogna partire dal formare cristianamente le comunità. Una volta che esse sono formate nella verità e nella santità che vengono da Dio, lo Spirito del Signore cresce operativamente e sapiezialmente in loro ed è Lui che muove la mente, il cuore, la volontà, i sentimenti a fare ciò che mai un uomo avrebbe potuto pensare di fare qualche giorno prima.
Dobbiamo confessarlo. Poche volte abbiamo o facciamo affidamento alla forza interiore dello Spirito Santo. Mettiamo lo Spirito Santo in un cuore e la storia dell’umanità intera avrà un altro corso, un’altra direzione. Avrà la direzione dell’amore che non conosce confini al suo espandersi e al suo diffondersi.
Lavorare secondo le regole dello Spirito Santo richiede anche in noi una forte fede e una santità più grande, ma è questa l’unica via che è data da Dio per la salvezza del mondo, per manifestare agli uomini la straordinaria potenza del suo Santo Spirito che dona la vita ai cuori pavidi e fragili, alle menti chiuse e fredde, alle volontà deboli e inferme. È lo Spirito Santo che rinnova un uomo e gli da la forza e la capacità di amare secondo il cuore di Cristo e di Dio.
[4]domandandoci con insistenza la grazia di prendere parte a questo servizio a favore dei santi.
Chi è preposto a guidare la comunità, a suggerire forme concrete di amore, teme, giustamente, che in certi luoghi alcune cose non possono essere fatte perché le condizioni reali non lo consentono.
Egli, però, deve sempre manifestare i bisogni concreti che devono essere risolti nelle comunità cristiane.
Manifestare non è obbligare, o costringere indirettamente. È semplicemente amore. L’amore è vero non solo quando manifesta le cose buone, ma anche quando rivela le situazioni non buone nelle quali gli altri vivono.
Che amore sarebbe quello che tace le difficoltà nelle quali gli altri si trovano e dice solo le gioie e le speranze al positivo che si vivono negli altri?
Questo non è certamente l’amore cristiano. L’amore cristiano è prima di tutto scienza del reale, così come esso è, così come è vissuto.
Una volta che questa scienza è stata data ai cuori ed è proprio dell’amore darla, spetta a colui che è venuto a conoscenza della reale situazione decidersi secondo la sua volontà, i suoi sentimenti, il suo stesso cuore.
Le chiese della Macedonia hanno avuto la scienza della reale situazione nella quale viveva la chiesa di Gerusalemme, la chiesa che in qualche modo è loro madre, perché è attraverso quella prima comunità che loro stessi sono venuti alla fede.
Qual è l’obbligo di un vero figlio? Quello di aiutare la propria madre, di venirle incontro, di sostenerla, di sorreggerla, di darle il conforto sia materiale che spirituale.
Paolo non chiede che essi vi prendano parte. Sono loro che con insistenza chiedono a Paolo di poter prendere parte.
Altra sottile annotazione è questa: la partecipazione all’opera di bene è detta da Paolo: grazia. È infatti una vera grazia del Signore poter partecipare alle sofferenze dei fratelli, così si parteciperà domani alla loro gioia.
Anche questa è visione di fede. Il cristiano vede tutto secondo gli occhi della fede, fa tutto secondo la scienza e la sapienza dello Spirito Santo.
Questa sapienza non dice forse nel Vangelo che la carità verso i propri fratelli è un tesoro che noi poniamo nel cielo e con il quale possiamo vivere beatamente tutta l’eternità. Non un giorno, il domani dell’uomo, ma tutto l’oggi di Dio che è la sua eternità, il suo paradiso.
Partecipare i beni della terra diviene condividere con Cristo i beni del cielo, i beni eterni. Cristo è il povero che ci chiede di condividere con Lui i beni materiali che oggi gli sono necessari per poter vivere i giorni dell’uomo. Questa condivisione materiale si trasforma in condivisione dei beni spirituali di cui Cristo è ricco, ricchissimo. Con questi beni possiamo noi vivere tutti i giorni di Dio, che sono eterni, e li possiamo vivere sia su questa terra che nel cielo.
È grazia la carità vero i fratelli anche per l’altro motivo: essa copre una moltitudine di peccati ed espia tutte le pene ad essi dovute.
Le chiese della Macedonia che sono mosse, illuminate, rese sagge e sapienti dallo Spirito Santo, sanno cosa fare e perché farlo. La loro fede illumina i loro occhi, la carità di Cristo li infiamma, la speranza della vita eterna le rende operose oltre misura, oltre le stesse possibilità materiali.
Tanto può la ricchezza della vera fede, del vero amore e della vera speranza posta in un cuore e fatta germogliare in essa, portata a maturazione di crescita fino alla perfezione.
I santi sono i discepoli di Gesù. Sono santi perché lavati nel sangue di Cristo, rigenerati a figli di Dio, santificati con la grazia dello Spirito Santo.
[5]Superando anzi le nostre stesse speranze, si sono offerti prima di tutto al Signore e poi a noi, secondo la volontà di Dio;
Paolo rende testimonianza che il loro impegno a favore della comunità di Gerusalemme ha superato le sue stesse speranze. Lui era certo che i Macedoni vi avrebbero messo tutta la loro attenzione, la buona volontà, ogni collaborazione. Ciò che Paolo sperava di ottenere da loro andò ben oltre le sue attese e di questo rende testimonianza.
Questo sta a significare che quando si partecipa ad un’opera bisogna mettere tutto il cuore e ogni collaborazione possibile. Se l’uomo mette tutto se stesso, anche Dio mette tutto se stesso e l’opera produrrà frutti copiosi.
I Macedoni vi hanno messo tutto il loro cuore, la loro volontà, ogni loro impegno materiale e il Signore li ha benedetti. Quando c’è la benedizione di Dio l’opera è estremamente fruttuosa. Dio sempre benedice, quando ci si impegna con tutte le nostre forze e soprattutto con tutto il nostro cuore.
Quando invece manca la benedizione di Dio è il segno che neanche la nostra opera è stata svolta secondo verità e i frutti non possono essere che assai scarsi.
Questo deve insegnarci la regola della partecipazione alle opere di carità, di missione, di evangelizzazione, di solidarietà, ad ogni altra opera di bene che si svolge per noi e attraverso noi.
Se vi mettiamo tutto noi stessi, Dio mette tutto se stesso, l’opera produce molto, moltissimo, produce tanto da meravigliare gli stessi che l’hanno organizzata.
Viene anche ribadito in questo versetto che ogni opera che si svolge nella comunità a favore degli altri, è un’opera che si compie non in favore dei destinatari, o degli organizzatori e di quanti la zelano.
L’opera di bontà e di amore si compie sempre a favore del Signore. Si compie per Lui, per amare Lui, obbedire a Lui, compiere la sua volontà, eseguire ogni suo comando d’amore.
La si compie per Lui perché è Lui che domani ci darà la ricompensa eterna e non i beneficiari o gli organizzatori dell’opera.
La si compie per Lui perché è il suo amore che ci spinge ad operare ed è lo Spirito di Dio che muove il nostro cuore a rispondere secondo la legge di Cristo, secondo un amore totale che è capace anche di privarsi di ciò che è necessario al fine di aiutare i più deboli e i meno abbienti.
Si fa anche per l’uomo, e in modo particolare per colui che l’ha voluta e l’ha posta in essere. Si compie per lui, perché si vede in lui uno strumento attraverso il quale si manifesta la volontà di Dio, nel quale è la mozione dello Spirito e attraverso il quale opera ed agisce l’amore di Cristo Gesù per ogni sua pecorella.
I Macedoni infine operano tutto questo non solo per il Signore, ma perché reputano nel loro cuore che in quest’opera si manifesta e si esprime la volontà di Dio. Questo dovrebbe aprirci ad una visione nuova della nostra esistenza. Chi comanda deve sempre essere manifestazione sulla terra della volontà di Dio, chi riceve il comando deve vedere in esso l’espressione più alta della volontà di Dio.
Colui che riceve il comando deve essere certo di obbedire a Dio e così colui che comanda deve possedere nel suo cuore che quanto comanda è solo volontà di Dio.
Poiché solo lo Spirito Santo può convincere il cuore di chi riceve il comando che quanto gli è stato comandato è volontà di Dio, spetta a colui che comanda lasciarsi muovere dallo Spirito Santo, invocare sempre il suo aiuto, la sua assistenza spirituale, perché ogni sua parola di comando sia solo volontà di Dio.
Così colui che comanda è mosso dallo Spirito Santo e colui che riceve il comando è convinto dallo Spirito Santo e accoglie l’ordine ricevuto come volontà di Dio e nella realizzazione di quanto gli è stato ordinato mette tutto il suo cuore, la sua intelligenza, la sua mente e la sua volontà.
Osserverà il primo comandamento della carità: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze, con tutto te stesso. Così si compie la volontà di Dio e così si ama il Signore che ci dona un comando attraverso i suoi apostoli.
[6]cosicché abbiamo pregato Tito di portare a compimento fra voi quest'opera generosa, dato che lui stesso l'aveva incominciata.
Ogni opera, perché sia portata a compimento, occorre che venga zelata da persone singole, con responsabilità specifica.
Non si può indire un’opera e poi abbandonarla a se stessa. È come se non fosse indetta.
Questo è l’errore comune, nel quale tutti vi incorrono. Si vuole un’opera e poi non si affida a persone specifiche con responsabilità specifica.
Oppure la si indice e si obbliga qualcuno a portarla a compimento. Poiché colui che è stato obbligato non crede in quello che gli è stato comandato, non la vede come volontà di Dio, o se la vede, non vi presta nessuna attenzione, l’opera muore sul nascere, oppure produce frutti di nessun importanza, frutti di delusione e non di speranza oltre ogni attesa.
Questa verità deve correggere necessariamente le nostre modalità di intervento nella storia. Se si vuole che un’opera riesca è necessario che la si affidi a delle persone che credono in essa e che si impegnano a portarla a realizzazione secondo la legge dell’amore di Cristo.
Se qualcuno non crede nell’opera, perché non la vede come volontà di Dio, è giusto che se riceve l’incarico, lo rifiuti anche. Questo per non creare disillusioni e anche perché si possono impegnare altre forze che credono e che vogliono parteciparvi.
La correttezza iniziale è di obbligo. Se questo non lo facciamo, se ci assumiamo l’opera senza volontà e soprattutto senza fede, siamo poi obbligati a portarla a compimento secondo le leggi della fede e dell’amore. Un’opera assunta obbliga in coscienza alla sua realizzazione.
Inoltre non è sufficiente iniziare l’opera, bisogna portarla compimento. Paolo prega Tito perché dia compimento all’opera da lui iniziata.
Questo deve anche insegnarci che c’è un momento per iniziare e un momento per finire. Iniziare e poi non finire non è secondo Dio. Iniziare e non lavorare neanche questo è secondo Dio.
Ogni opera secondo Dio ha un tempo di inizio e un tempo di compimento, di chiusura. Con amore la si inizia, con amore la si realizza, con amore la si chiude.
È soprattutto opportuno, come già detto, che colui che l’ha iniziata, la zeli durante tutto il suo percorso, e sia lo stesso che la chiuda.
Se lui stesso non può portarla a compimento, è giusto che l’affidi a delle persone che nell’opera credono, altrimenti il risultato non può essere che uno solo: il fallimento dell’opera, oppure una assai scarsa produzione.
Credente.
00Tuesday, February 14, 2012 9:58 PM
SIATE GENEROSI

[7]E come vi segnalate in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella scienza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così distinguetevi anche in quest'opera generosa.
La comunità di Corinto vive una vita di fede che possiamo definire buona, eccellente. C’è una esemplarità che esce dai confini della città e si riversa nel mondo circostante. Paolo ci segnala alcune peculiarità della vita cristiana dei Corinzi. Essi hanno una vita che è fondata sulla parola, sulla fede, sulla scienza, sullo zelo, sulla carità.
Possiamo dire che è questa l’essenza del Vangelo. Questa vita evangelica è stata però insegnata loro da Paolo. Cosa allora manca ancora ai Corinzi? Da un punto di vista di formazione possiamo dire che sono completi. Tuttavia il cristianesimo è imitazione della perfezione divina. Tra ciò che si fa e ciò che siamo chiamati a fare c’è sempre un divario assai grande, quasi infinito.
Nasce perciò la necessità di avere nel cuore sempre questa verità: la nostra vocazione è una chiamata a trascenderci, ad andare sempre oltre, ogni giorno oltre, e questo sino alla fine dei nostri giorni.
Purtroppo sovente questo non avviene, si arresta la crescita, non solo si ritorna indietro, si smette anche di essere cristiani che vivono correttamente una vita nella fede, nella Parola, nella scienza, in ogni zelo, nella carità.
Queste virtù o si alimentano attraverso una nostra costante crescita, o a poco a poco ci dimentichiamo di esse e si ritorna nel nostro vecchio mondo. La crescita è essenziale, necessaria; essa deve essere sempre verificata, analizzata.
Sulla nostra crescita è giusto che quotidianamente ci interroghiamo, anche attraverso il quotidiano esame di coscienza. Chi non solo vuole crescere, ma ogni giorno si impegna a crescere, costui sicuramente raggiungerà una perfezione adeguata, potrà anche raggiungere la perfezione della santità cristiana.
Infatti Paolo li esorta ad aggiungere al loro cammino spirituale, già buono, esemplare, anche questo.
Devono portare anche loro a compimento la colletta in favore della chiesa di Gerusalemme, ma devono compierla non alla leggera, alla buona, donando quel poco solo per dire di aver partecipato.
Paolo vuole che in quest’opera essi si distinguano e la distinzione avviene solo nell’abbondanza dei frutti, in una partecipazione sentita, in una collaborazione vera, dove ognuno si impegna secondo tutte le sue possibilità e se necessario anche oltre le proprie possibilità.
Abbiamo già detto che quest’opera è secondo la volontà di Dio, esprime la carità di Cristo Gesù, è mossa nei cuori dallo Spirito Santo, quindi deve essere fatta tutta secondo la legge dell’amore di Dio e di Cristo. Deve essere fatta mettendo in atto ogni intelligenza perché si possa raggiungere un risultato esemplare, degno di lode da parte di Dio, ma anche da parte degli uomini.
San Paolo non chiede che si impegnino in quest’opera, chiede che si distinguano. Ma per distinguersi occorre fare quanto gli altri, anzi più degli altri. Occorre che il frutto sia veramente abbondante, ricco, carico, anzi stracarico.
[8]Non dico questo per farvene un comando, ma solo per mettere alla prova la sincerità del vostro amore con la premura verso gli altri.
In questo versetto Paolo mostra tutto il suo amore per la verità, manifesta anche la sapienza e la scienza dello Spirito Santo che lo muovono e lo spingono a dare le giuste motivazioni.
Non c’è cosa più bella nelle relazioni con i fratelli nella fede che dare le motivazioni giuste del perché si faccia una cosa, si deve fare, si chiede di farla. La prima verità che Paolo manifesta è assai semplice: nella carità non c’è comando e così nell’elemosina, o nella partecipazione ad una colletta. Non c’è comando perché l’elemosina è una richiesta, è un bussare al cuore di un altro, è un chiedere ciò che l’altro non deve secondo le più strette regole della giustizia, che stabiliscono le relazioni che governano i rapporti umani.
Se è un’opera di carità, essa deve essere solamente proposta, non imposta, non comandata. Anche se non si comanda, ma solamente si propone, è giusto che si indichino i motivi di una tale proposta, perché saranno questi a suscitare nel cuore un interessamento più grande e di conseguenza un frutto più copioso.
Molte volte assistiamo a delle richieste, ma senza motivazioni. Sono richieste che falliscono già in partenza. Ogni uomo deve essere messo in condizione di svegliare la sua coscienza, di riattivare il suo cuore, di agitare i suoi sentimenti, di muovere il suo spirito, di far risuscitare la sua anima, che a volte potrebbe anche essere assopita, dormiente.
Tutto questo avviene con delle buone motivazioni, con dei principi di fede, di carità e di speranza che vengono addotti nel momento in cui si chiede qualcosa di necessario agli altri a beneficio di qualche nostro fratello nella fede, oppure a favore di un’azione comune che bisogna svolgere perché lo richiede la vita della comunità cristiana.
La traduzione semplice del pensiero di Paolo è questo. Voi Corinzi dite di essere dei buoni cristiani, di comportarvi sempre secondo la verità del Vangelo, di amare Cristo Gesù, di servire gli altri, di avere una vita moralmente ineccepibile, esemplare nella fede, nella carità, nello zelo.
Adesso quest’opera sarà per voi il vero banco di prova. Se siete veri cristiani lo dimostrerete attraverso la partecipazione a quest’opera. Se i frutti saranno buoni, copiosi, la vostra realtà cristiana è ben fondata, ben solida, ben strutturata, compaginata.
Se invece i frutti saranno assai scarsi, vuol dire che tutto quello che si dice di voi è solo apparenza.
Voi dite di essere sinceri nell’amore, è ora il momento di manifestare la vostra premura verso gli altri, se veramente amate gli altri è ora il tempo di renderlo palese, non attraverso delle parole, bensì con un’opera di carità.
La carità verso gli altri è la prova della fede e della speranza, è la manifestazione della verità delle nostre parole, dei nostri sentimenti, dei nostri desideri.
La carità verso i poveri ci rivela se il nostro andare dietro Cristo Gesù è vero, oppure semplicemente falso; ci segnala qual è il grado di imitazione di Cristo che abbiamo raggiunto andando dietro di Lui e seguendolo nel suo dono unico d’amore al mondo intero.
[9]Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà.
È veramente mossa dallo Spirito questa esortazione di Paolo. Non si tratta più ora di prova della fede, bensì di esame vero e proprio sulla consistenza del loro cristianesimo. Attraverso quest’opera di carità Paolo saprà chi veramente cammina dietro Cristo per imitarlo, e chi invece va dietro di Lui solo per qualche interesse umano.
Il cristianesimo non è la pratica di una dottrina, l’incarnazione di una verità, non è neanche una morale più o meno eccellente, alta, unica al mondo.
Il cristianesimo è prima di ogni altra cosa sequela di Cristo nell’imitazione di Lui. Chi vuole essere cristiano non solo deve camminare dietro Cristo, deve anche imitarlo, poiché è nell’imitazione di Lui che si raggiunge la perfezione morale, si raggiunge la pienezza nella fede, nella speranza, nella carità.
Chi è Cristo? Dalla definizione che Paolo di volta in volta ci offre del Signore Gesù, noi comprendiamo la nostra vocazione, sappiamo quale direzione dobbiamo dare alla nostra vita.
Se Cristo è il Crocifisso, seguire lui vuol dire incamminarsi verso la via della croce, significa operare una obbedienza a Dio che è ascolto totale della sua parola fino alla morte e alla morte di croce. Significa vincere ogni invidia, superbia, vanagloria, ricerca di sé. Tutta la nostra vita deve essere consegnata al compimento della volontà di Dio secondo la mozione particolare dello Spirito Santo.
Cristo Gesù è ora presentato come l’uomo ricco. Anzi, più che ricco, egli era Dio, abitava nella gloria del Cielo, era nel seno del Padre, era tutto avvolto di gloria divina, perché gloria divina è la sua essenza.
Cosa fece Cristo? Si spogliò di tutto questo, lo abbandonò e fece questo per arricchire noi tutti con la sua povertà.
Apparentemente sembra un controsenso essere ricchi, farsi poveri, arricchire gli altri con la povertà ottenuta dallo spogliamento di sé.
Cristo avrebbe potuto aiutarci solo spogliandosi della sua gloria, della sua ricchezza celeste, solo scendendo sulla terra, facendosi in tutto simili a noi, tranne che nel peccato e raggiungendo il sommo di questo impoverimento sull’albero della croce, dove appese anche il suo cuore come ultimo segno, definitiva prova del suo amore per noi che arriva anche a morire.
È in questa estrema povertà la nostra ricchezza. L’obbedienza che lo conduce ad annientarsi sulla croce produce un frutto di vita eterna che è la nostra salvezza e quindi il nostro arricchimento.
Siamo ricchi di Dio, di grazia, di verità, proprio per questo atto di Cristo, che poi è tutta intera la sua vita, portata all’estrema delle povertà, alla povertà in cui niente più di questa terra gli appartiene, neanche il suo corpo. È questa la via attraverso la quale è possibile recare nel mondo la salvezza e la pace, la gioia e la libertà, l’amore, la fede, la speranza, il tutto per ogni uomo.
Portando questo esempio di Cristo, secondo questa specifica via o forma del suo essere – l’annichilimento, l’abbassamento, l’innalzamento sulla croce dove è la sua più estrema povertà, ma anche il sommo della ricchezza che si riversa su di noi – Paolo ci dice che un buon cristiano, per essere veramente un imitatore di Cristo, deve anche lui spogliarsi di sé, delle sue cose, come Cristo deve mettere tutto se stesso a servizio dell’amore. Sarà da questo svuotamento di sé, dal raggiungimento della più grande povertà per lui che nasce la ricchezza nel mondo, nasce la carità verso i fratelli.
La povertà è la ricchezza del mondo; è la nostra povertà la ricchezza dei fratelli, non la povertà in sé. La nostra povertà si raggiunge attraverso un atto della volontà, una decisione del nostro spirito, una mozione del cuore e un desiderio dell’anima, la quale veramente desidera arricchire gli altri e per questo si spoglia di se stessa.
Questa povertà sublime, totale, piena, povertà alla quale niente manca, il cristiano la raggiunge nel martirio, quando dona la sua vita a Cristo per testimoniare che lui è il solo Signore del cielo e della terra e che ogni vita è sua e di nessun altro.
Quando si arriva a questa sublime povertà, il mondo diventa ricco, perché tutta la grazia del cielo si riversa sulla terra e la rende ricca di Dio. È Dio la ricchezza dell’uomo, l’unica ricchezza della creatura.
I Corinzi sono chiamati a imitare Cristo, quindi a spogliarsi di sé, sono invitati alla rinunzia, all’abnegazione, ad un amore che non conosce limiti, ad una carità che si concretizza con il dono di tutto se stessi.
Paolo li chiama a farsi poveri loro per arricchire i poveri di Gerusalemme. Quelli di Gerusalemme sono poveri per circostanza, quelli di Corinto devono divenire poveri per volontà. Facendosi loro poveri per volontà, aiutano anche i cristiani di Gerusalemme a scegliere la povertà di Cristo, avendo a disposizione di che vivere.
Anche loro sono messi nella condizione di rinunziare volontariamente a qualche cosa, perché qualche altro fratello bisognoso possa usufruire della loro ricchezza che è sempre un frutto della più grande povertà.
[10]E a questo riguardo vi do un consiglio: si tratta di cosa vantaggiosa per voi, che fin dall'anno passato siete stati i primi, non solo a intraprenderla ma a desiderarla.
Paolo ricorda ora ai Corinzi che la loro partecipazione a quest’opera non è stata per nulla un’imposizione dall’esterno.
Non appena hanno sentito delle necessità e delle ristrettezze in cui versava la comunità di Gerusalemme, essi stessi non solo hanno intrapreso quest’opera, ma sono stati essi stessi a desiderarla.
Loro stessi hanno desiderato che quest’opera fosse intrapresa, divenendo così i primi promotori. Quasi quasi sono loro gli autori di quest’opera, sono loro i primi promotori e quindi è più che giusto che le diano nuovo slancio, nuova forza, più forte vigore, più incisività operativa.
Inoltre e prima di tutto, c’è un vantaggio non indifferente. Ne va di mezzo la credibilità stessa dei Corinzi. Se loro hanno intrapreso quest’opera, loro l’hanno desiderata, perché poi l’hanno fatta cadere?
Forse si sono pentiti, forse non vi credono più, forse si sono stancati? Oppure ritengono che non valga proprio la pena di portarla a compimento, a causa delle difficoltà cui devono sottoporsi al fine di fare un qualcosa di buono e di santo?
Qual è allora il vantaggio di quest’opera? È prima di tutto la credibilità del loro essere seguaci di Cristo di fronte alle altre comunità; è l’esemplarità che sempre dobbiamo dare anche gli altri perché si sentano sorretti, aiutati, spronati da noi.
Se i Corinzi che in qualche modo l’hanno ideata, pensata, voluta e desiderata non la portano a compimento, quale esempio si dona agli altri fratelli nella fede? Non li si invita indirettamente a non farla, a desistere, ad abbandonarla, a non preoccuparsi della sua riuscita?
Il buon esempio trascina più di mille parole, è così il cattivo esempio arriva dove non arrivano mille parole. Paolo vuole che i Corinzi si convincano di questo e si mettano subito all’opera. Tutte le comunità cristiane dal loro buon esempio ne avrebbero tratto uno sprone e uno zelo capace di infiammare i loro cuori e di dare nuovo slancio alla loro intenzione.
[11]Ora dunque realizzatela, perché come vi fu la prontezza del volere, così anche vi sia il compimento, secondo i vostri mezzi.
Una volta che un’opera è stata desiderata, ad essa si è dato inizio, è anche giusto che venga portata a compimento.
È dovere di chi guida e governa le comunità cristiane vigilare perché non si venga meno nell’opera intrapresa.
Paolo esorta i Corinzi a realizzare la colletta in favore della chiesa di Gerusalemme. Devono portare a compimento quest’opera di carità. Lui è apostolo del Signore per ricordare come si vive il Vangelo; per spronare a vivere il Vangelo; per incitare, quando si accorge che c’è come una specie di rallentamento.
Ai Corinzi dona una regola che vale non solo per loro, ma per ogni altra comunità e per ogni opera che si intraprende. Questa regola è assai semplice.
Le opere di Dio devono essere fatte con prontezza, subito, non si può attendere, specie quando si tratta della vita fisica degli altri.
La prontezza deve essere unica: nel volere e nella realizzazione. Come i Corinzi sono stati pronti nel desiderare l’opera e nel dare loro inizio, così devono essere pronti nel portarla a compimento, a darle rapida realizzazione.
Perché bisogna avere prontezza nelle cose di Dio? La ragione è una sola: il bene non può essere rimandato a domani, il bene bisogna farlo subito, immediatamente, quando è il tempo di farlo, quando i tempi sono maturi per farlo.
Se il bene si rimanda, un grande danno ricade sulla comunità del Signore e questo è un grave peccato di omissione.
Tuttavia a questa regola Paolo ne aggiunge un’altra: bisogna attenersi ai propri mezzi, non oltre i propri mezzi. Anche questa è saggezza, perché è volontà di Dio che si faccia il bene che egli ha posto nelle nostre mani e non un bene più grande o più piccolo.
Su questa regola spesso non ci siamo. Non abbiamo la misura dei nostri limiti, né la conoscenza dei nostri mezzi. A volte ci immettiamo in delle cose che neanche il Signore vuole, le facciamo secondo lo spirito del mondo, non secondo lo Spirito di Dio e di Cristo Gesù.
A questo dovremmo porre molta attenzione. Presso il Signore non è la quantità che conta, è invece la generosità del nostro cuore, è la prontezza dell’opera, è la buona volontà, è il considerare ogni cosa secondo la volontà di Dio e non secondo la nostra o quella dei nostri fratelli nella fede.
[12]Se infatti c'è la buona volontà, essa riesce gradita secondo quello che uno possiede e non secondo quello che non possiede.
Viene specificato il pensiero appena accennato e cioè la raccomandazione di Paolo che si operi secondo i propri mezzi e non si vada al di là di ciò che uno può fare effettivamente.
Dio quando giudica un’opera, lo fa osservando la volontà che vi viene posta in essa.
Se la volontà è buona, se il cuore ci assiste e ci guida, se la mente ci offre l’intelligenza e la saggezza per operare secondo la retta regola di ogni azione che si compie, il Signore da parte sua mette la sua benedizione e tutto riesce a Lui gradito.
La buona volontà non è però assoluta, cioè indipendente dalla condizione storica nella quale uno si trova.
Se la nostra condizione è quella di essere poveri, come poveri dobbiamo agire, come poveri operare, ma soprattutto come poveri cooperare all’altrui povertà.
Non ci si può chiudere nella propria povertà. Anche nella povertà bisogna aprire il cuore ai fratelli. È stato sempre questo l’insegnamento della Scrittura.
Leggiamo nel libro di Tobia (4,5-11) : “Ogni giorno, o figlio, ricordati del Signore; non peccare né trasgredire i suoi comandi. Compi opere buone in tutti i giorni della tua vita e non metterti per la strada dell'ingiustizia. Se agirai con rettitudine, riusciranno le tue azioni, come quelle di chiunque pratichi la giustizia. Dei tuoi beni fà elemosina. Non distogliere mai lo sguardo dal povero, così non si leverà da te lo sguardo di Dio.
La tua elemosina sia proporzionata ai beni che possiedi: se hai molto, dá  molto; se poco, non esitare a dare secondo quel poco. Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, poiché l'elemosina libera dalla morte e salva dall'andare tra le tenebre. Per tutti quelli che la compiono, l'elemosina è un dono prezioso davanti all'Altissimo”.
La coscienza però deve stare nella pace e la regola della pace la dona la reale possibilità e non il desiderio dell’uomo, che potrebbe anche lasciarsi prendere da megalomania, da superbia, da vanagloria e da ogni altro pensiero non secondo Dio, che potrebbe farci da tentazione e quindi turbare la pace nostra e dei fratelli.
C’è pertanto una misura anche nel fare il bene. Dio vuole che noi vi mettiamo tutta la nostra buona volontà, vi partecipiamo con cuore, che valutiamo ogni reale possibilità. Poi il resto lo si affida al Signore e alla sua provvidenza che tutto può, al di là dei nostri mezzi e delle nostre reali possibilità.
Quando un’opera viene così compiuta, il Signore la gradisce, la benedice, la centuplica, la moltiplica, aggiunge Lui ciò che manca a quello che noi abbiamo potuto fare. È questa la regola santa da osservare sempre. Questa regola bisogna anche insegnare, perché nessun cuore entri in turbamento per quello che realmente non ha potuto fare.
Come si può constatare la Scrittura nasce veramente dalla saggezza di Dio e dalla sua eterna intelligenza. Essa dona norme e regole che danno pace. Non così avviene con le regole e le disposizioni degli uomini, che spesso turbano i cuori, le menti, perché portano l’uomo a fare l’impossibile e a realizzare l’irrealizzabile.
Che il Signore ci guardi da tanta stoltezza, ma anche che ci dia sempre la buona volontà nel fare tutto ciò che è secondo i nostri mezzi.
Spesso infatti ci chiudiamo nella nostra povertà a causa di una volontà non buona. Tutto ciò che potremmo fare non lo facciamo. Questo è peccato. E quando c’è il peccato, non è mai una questione di mezzi, è sempre questione di buona volontà.
[13]Qui non si tratta infatti di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza.
Paolo esce qui dalla regola della carità, che vuole che si concorra con i propri beni, anche se pochi, venendo in aiuto e in sostegno di quelli che versano in gravi difficoltà ed annunzia un’altra regola che è quella della giustizia.
Quando si esce dalla carità e si entra nella giustizia, allora non c’è più la buona volontà che regola e determina l’opera, c’è una regola molto più oggettiva che è quella del dare e dell’avere.
Uno ha ricevuto? Poiché ha ricevuto deve dare. Deve dare secondo quello che l’altro gli ha dato e glielo deve dare perché l’altro gli ha prestato un servizio ben preciso.
A volte bisogna anche uscire dalla legge della carità, che è un dono spontaneo, del cuore che uno fa all’altro, liberamente, senza alcun obbligo né morale, né spirituale, né fisico o altro.
Bisogna entrare nella legge della giustizia che è a fondamento di tutte le azioni degli uomini.
Il discorso di Paolo diviene così assai semplice. Quando uno ordina un lavoro, o una qualsiasi altra opera ad un altro, egli è obbligato secondo giustizia ad una retribuzione, a dare il dovuto.
Quando c’è una giustizia da compiere, uno non guarda se è povero o se è ricco, guarda che c’è un obbligo che bisogna soddisfare e non si è giusti finché non è stata data soddisfazione.
La povertà viene messa da parte, si trova ciò che serve, si dona ciò che è giusto, si escogitano mille forme per entrare in possesso di quello che ci occorre, anche attraverso un lavoro supplementare, un impegno più duraturo in certe mansioni che esercitiamo.
Questa è la legge degli uomini. Paolo vuole che questa regola di giustizia, questo fare uguaglianza domanda che non si guardi l’opera della colletta solo come un dono libero, ma la si guardi come un obbligo di giustizia, cioè vuole che la si veda come una soddisfazione verso un debito contratto nei riguardi della comunità di Gerusalemme.
Questo non si può comprendere se non si parte dalla comunione reale che regna nella comunità. Quando parliamo di comunione reale intendiamo la messa in comune di tutti i beni, sia spirituali che materiali.
La chiesa di Gerusalemme ha dato ai Corinzi i beni spirituali, la verità e la grazia di nostro Signore Gesù Cristo, è ben giusto che la comunità dei Corinzi doni alla chiesa di Gerusalemme quanto può perché sopravviva in un momento di così grave carestia.
[14]Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto:
L’abbondanza e l’indigenza non sono per la stessa materia, cioè per i beni di questo mondo, nel senso che un giorno erano ricchi quelli di Gerusalemme e hanno contribuito a rendere meno penosa la povertà dei Corinzi. Mentre oggi sarebbero i Corinzi nell’abbondanza e avrebbero questo obbligo di giustizia in favore dei poveri di Gerusalemme.
L’abbondanza e l’indigenza sono su due piani differenti, si tratta di abbondanza spirituale e di indigenza materiale.
La chiesa di Gerusalemme è sempre nell’abbondanza spirituale e questa abbondanza viene riversata sull’indigenza spirituale che accompagna la comunità di Corinto.
La comunità di Corinto invece è nell’abbondanza dei beni materiali e deve sempre sostenere l’indigenza materiale in cui sono venuti a trovarsi i fratelli di Gerusalemme.
È questa l’uguaglianza che Paolo chiede ed è secondo questa uguaglianza che bisogna agire. Fare uguaglianza non è opera di carità, è opera di giustizia, dovere verso coloro che ci hanno arricchiti.
Così i Corinzi ricevono ogni giorno dei beni spirituali da parte di quelli di Gerusalemme e quelli di Gerusalemme ricevono dei beni materiali.
Questo principio di fede deve andare al di là della situazione storica del tempo di Paolo. Esso è legge perenne nella chiesa di Dio.
Questo principio di fede vuole infatti che colui che riceve dei beni materiali per sostentarsi, offra al suo benefattore dei beni spirituali. Egli è obbligato in coscienza a pregare, a presentare dinanzi a Dio le loro necessità di ogni genere, è suo obbligo di giustizia dar loro la verità e la grazia di Cristo assieme ad ogni altro bene spirituale di cui l’altro ha bisogno e che lui può elargire.
Qui entriamo nella specificità del dono materiale e spirituale e questa legge della specificità Paolo l’ha già annunziata: secondo i propri mezzi nella buona volontà.
Altro è il bene spirituale che può dare un sacerdote, altro quello di un semplice fedele laico, ma tutti e due sono obbligati in coscienza a dare secondo i propri mezzi e con buona volontà. Altro il bene che può dare una persona in buona salute e altro quello di una persona che è fisicamente ammalata.
Il bene non è lo stesso, la regola invece è unica: secondo i propri mezzi nella buona volontà.
[15]Colui che raccolse molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno.
Questo versetto è invece la regola che vigeva nella raccolta della manna e qui entriamo in tutt’altra argomentazione.
La regola che governava la raccolta della manna è in Esodo (c. 16), la riportiamo perché è ben giusto che vi riflettiamo un poco (vv 4.-31):
“Allora il Signore disse a Mosè: Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina secondo la mia legge o no. Ma il sesto giorno, quando prepareranno quello che dovranno portare a casa, sarà il doppio di ciò che raccoglieranno ogni altro giorno”.
“Mosè e Aronne dissero a tutti gli Israeliti: Questa sera saprete che il Signore vi ha fatti uscire dal paese d'Egitto; domani mattina vedrete la Gloria del Signore; poiché egli ha inteso le vostre mormorazioni contro di lui. Noi infatti che cosa siamo, perché mormoriate contro di noi? Mosè disse: Quando il Signore vi darà alla sera la carne da mangiare e alla mattina il pane a sazietà, sarà perché il Signore ha inteso le mormorazioni, con le quali mormorate contro di lui. Noi infatti che cosa siamo? Non contro di noi vanno le vostre mormorazioni, ma contro il Signore”.
“Mosè disse ad Aronne: Dá questo comando a tutta la comunità degli Israeliti: Avvicinatevi alla presenza del Signore, perché egli ha inteso le vostre mormorazioni! Ora mentre Aronne parlava a tutta la comunità degli Israeliti, essi si voltarono verso il deserto: ed ecco la Gloria del Signore apparve nella nube”.
“Il Signore disse a Mosè: Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore vostro Dio. Ora alla sera le quaglie salirono e coprirono l'accampamento; al mattino vi era uno strato di rugiada intorno all'accampamento. Poi lo strato di rugiada svanì ed ecco sulla superficie del deserto vi era una cosa minuta e granulosa, minuta come è la brina sulla terra”.
“Gli Israeliti la videro e si dissero l'un l'altro: Man hu: che cos'è?, perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: E` il pane che il Signore vi ha dato in cibo. Ecco che cosa comanda il Signore: Raccoglietene quanto ciascuno può mangiarne, un omer a testa, secondo il numero delle persone con voi. Ne prenderete ciascuno per quelli della propria tenda. Così fecero gli Israeliti. Ne raccolsero chi molto chi poco. Si misurò con l'omer: colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo, colui che ne aveva preso di meno non ne mancava: avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne”.
Poi Mosè disse loro: Nessuno ne faccia avanzare fino al mattino. Essi non obbedirono a Mosè e alcuni ne conservarono fino al mattino; ma vi si generarono vermi e imputridì. Mosè si irritò contro di loro. Essi dunque ne raccoglievano ogni mattina secondo quanto ciascuno mangiava; quando il sole cominciava a scaldare, si scioglieva. Nel sesto giorno essi raccolsero il doppio di quel pane, due omer a testa. Allora tutti i principi della comunità vennero ad informare Mosè”.
“E disse loro: È appunto ciò che ha detto il Signore: Domani è sabato, riposo assoluto consacrato al Signore. Ciò che avete da cuocere, cuocetelo; ciò che avete da bollire, bollitelo; quanto avanza, tenetelo in serbo fino a domani mattina. Essi lo misero in serbo fino al mattino, come aveva ordinato Mosè, e non imputridì, né vi si trovarono vermi. Disse Mosè: Mangiatelo oggi, perché è sabato in onore del Signore: oggi non lo troverete nella campagna. Sei giorni lo raccoglierete, ma il settimo giorno è sabato: non ve ne sarà”.
“Nel settimo giorno alcuni del popolo uscirono per raccoglierne, ma non ne trovarono. Disse allora il Signore a Mosè: Fino a quando rifiuterete di osservare i miei ordini e le mie leggi? Vedete che il Signore vi ha dato il sabato! Per questo egli vi dá  al sesto giorno il pane per due giorni. Restate ciascuno al proprio posto! Nel settimo giorno nessuno esca dal luogo dove si trova. Il popolo dunque riposò nel settimo giorno. La casa d'Israele la chiamò manna. Era simile al seme del coriandolo e bianca; aveva il sapore di una focaccia con miele”.
Secondo questa legge tutto sulla terra è un dono di Dio ed è per tutti gli uomini, singolarmente presi, uno per uno.
I beni piovono dal cielo. Sono cioè un dono dell’amore di Dio. Finché ci sarà un solo uomo sulla terra, Dio farà sempre piovere questi doni d’amore dal cielo per il suo sostentamento.
Lo dice anche Gesù nel Vangelo: “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia e il resto vi sarà dato in sovrappiù”.
Ognuno però deve andare a raccogliere la manna, deve cioè mettere la sua buona volontà, il suo lavoro, il sudore della sua fronte.
Dio dona, l’uomo raccoglie; Dio dona per tutti, tutti devono poter raccogliere, a tutti deve essere data la possibilità di poter raccogliere, ognuno deve essere messo in questa possibilità.
Altra specificità è questa: ognuno raccoglie, alla fine ciò che gli resta è la misura stabilita, cioè quanto basta per un giorno, poiché l’altro giorno, eccetto il sabato, deve essere giorno di raccolta.
Che abbia raccolto poco o assai, la misura è ciò che gli necessita per vivere, secondo quanto Dio ha stabilito.
Se avessimo un po’ più di fede, potremmo osservare come questa legge di Dio governa perennemente l’azione degli uomini.
Ci sono coloro che si affannano e poi alla fine hanno solo quel poco che serve loro per vivere. Ci sono coloro che sembrano essere avvolti dalla più nera delle ristrettezze eppure ogni giorno hanno da vivere, tanto che possono e sono invitati a mettere ogni buona volontà per rendersi utili ai fratelli attraverso l’opera di carità e anche di giustizia.
Infine altra osservazione che nasce dalla legge sulla manna: è giusto che se uno un giorno ha raccolto di più, dia questo di più a colui che in quel giorno ha raccolto di meno.
È questa l’uguaglianza che Paolo intende che venga vissuta nella Chiesa tra i cristiani. Per fare questo occorre però una fede forte, robusta, sana, senza cedimenti.
Solo per fede e solo nella fede si può vivere questo insegnamento. È questo il principio che conduce alla povertà in spirito, ma è anche il principio che si può vivere solo partendo da un cuore povero in spirito.
Al di sopra di tutti però regna il Signore, il quale è lì per fare uguaglianza sempre; se una sera sembra che lui non l’abbia fatta, dobbiamo essere certi che è solo una nostra illusione.
Forti di questo principio di fede, è giusto che noi stessi ogni sera facciamo uguaglianza, poniamo la nostra vita totalmente nelle mani di Dio, prepariamo il nostro cuore affinché domani, alzandosi, vada con buona volontà a procurarsi il cibo che il Signore la notte ha fatto piovere dal cielo, non solo per noi, ma per tutti i nostri fratelli.
Credente.
00Tuesday, February 14, 2012 10:00 PM
GLI INCARICATI

[16]Siano pertanto rese grazie a Dio che infonde la medesima sollecitudine per voi nel cuore di Tito!
Paolo sa che ogni opera deve essere portata a compimento da una persona particolare.
Ma chi può mettere nel cuore l’amore per un’opera così grande se non il Signore? È Lui che infonde nel cuore la sollecitudine sia per l’opera da portare a compimento, sia per il luogo dove agire concretamente.
Tito è fedele collaboratore di Paolo. Egli si è dedicato all’opera della colletta. Il Signore ha messo nel suo cuore l’amore per questo servizio. Paolo benedice e rende grazie a Dio che lo ha arricchito di un così grande amore, o di una così grande sollecitudine.
Paolo sa quanto sia importante per le comunità cristiane che i Corinzi portino a termine quest’opera. Sa anche però che il cuore può essere solo mosso dallo Spirito di Dio. Poiché in Tito c’è una sollecitudine verso la chiesa di Corinto, e questa sollecitudine riguarda la conduzione a buon termine dell’opera da essi intrapresa, egli non può che ringraziare Dio.
Dio ha messo nel cuore di Tito questa sollecitudine, i Corinzi possono portare a termine la loro opera, le chiese tutte ne avranno un grande vantaggio, saranno stimolate dall’esempio dei Corinzi a fare altrettanto, a non tirarsi indietro. Quando una comunità è vista dalle altre come modello da imitare, questa comunità è obbligata più di ogni altra ad essere modello sempre. Se non dovesse esserlo, le altre verrebbero trascinate dalla sua cattiva condotta, o dalla sua inerzia, o dalla non buona partecipazione alle cose di Dio.
Questo ci insegna come sia sommamente importante che si conservi l’alta considerazione di cui una persona, o una comunità gode. Quando gli altri ci vedono in un determinato modo, è giusto che noi rispettiamo il loro modo di vederci e di considerarci, non per nostra vanagloria, o superbia; ma perché ne va di mezzo il loro rapporto con il Signore.
Loro vedono noi come modello da imitare; se noi cadiamo, se ci lasciamo andare, se abbandoniamo il nostro tenore spirituale di vita, l’altro potrà pensare che sia giusto così. Sia giusto cioè che anche lui abbandoni il suo tenore di vita spirituale e si lasci andare nelle piccole venialità, poi, anche nel peccato, nella piena trasgressione della legge del Signore.
Su questo abbiamo posto finora poca attenzione, sia a livello personale, sia comunitario. Spesso abbiamo pensato che l’esemplarità non giovi a nessuno e soprattutto che ognuno di noi possa comportarsi come gli pare.
Nulla di più sbagliato. L’altro vede in noi un modello da imitare; se noi cadiamo, l’altro cade, ma cadendo giustificherà la sua condotta presso Dio e presso gli uomini.
Più uno riveste incarichi di responsabilità nella comunità e più è obbligato all’esemplarità, specie se si tratta di responsabilità sacerdotale e ancora più episcopale.
L’obbligo dell’esemplarità è proporzionato all’altezza della carica ecclesiale che si riveste e all’incidenza spirituale che si ha sugli altri. Un solo atto di scandalo di un sacerdote nella comunità produce un danno irreparabile; ci vorranno secoli di lavoro santo per poterlo rimediare.
A volte neanche lo si può rimediare, tanto è stato il male che ha inoculato nei cuori e nelle menti. Su questo è giusto che ognuno vi rifletta per se stesso e si dia le proprie regole di esemplarità, necessarie per ogni membro che ha deciso di essere di Cristo e di seguire Lui nell’ascolto della sua Parola di vita eterna.
[17]Egli infatti ha accolto il mio invito e ancor più pieno di zelo è partito spontaneamente per venire da voi.
Un’altra verità che bisogna senz’altro cogliere ed evidenziare.
Quando si lavora in collaborazione c’è chi invita e chi esegue; c’è chi comanda e chi obbedisce; c’è chi ordina e chi porta a compimento l’ordine ricevuto.
Le relazioni tra chi parla e chi ascolta possono essere molteplici. Non sempre dobbiamo vedere un comando di più stretta obbedienza, anche perché nel Vangelo l’obbedienza non è mai all’uomo, ma sempre a Dio e alla sua verità. È all’uomo in quanto dice la volontà di Dio, manifesta la sua verità.
Paolo e Tito sono collaboratori di Dio per la causa dell’evangelizzazione dei popoli.
Paolo vede che è cosa buona, giusta, opportuna, lodevole, ricca di frutti se Tito prende a cuore di portare a compimento la realizzazione della colletta in Corinto. Lo invita a dedicarsi a quest’ufficio, a questo servizio. Uno può sempre invitare un altro a fare una cosa.
La regola che qui viene esposta e precisata è questa: a nulla serve un invito, se colui che è stato invitato non fa suo l’invito e non agisce come se la cosa venisse da lui stesso.
A volte, si agisce perché l’altro l’ha voluto, l’ha chiesto, lo ha imposto; si agisce per non deludere l’altro, per non arrecargli un dispiacere, o addirittura perché non si può fare altrimenti, perché se si potesse fare altrimenti, sicuramente si agirebbe diversamente.
Questo pensiero non è regola di comportamento nella chiesa di Dio. Nella comunità dei credenti in Cristo ognuno deve fare proprio l’invito o l’esortazione dell’altro, deve far sì che sia un pensiero e un desiderio che è sgorgato dal suo cuore e dalla sua mente, anche se esso è stato suscitato non per vie interiori, ma esteriori, per mezzo della parola di un collaboratore.
La spontaneità dice volontarietà, ma anche personalizzazione dell’opera. Questa è come se nascesse da lui, dipendesse totalmente da lui, fosse interamente messa nelle sue mani.
Nella spontaneità l’altro dona solo l’impulso iniziale. Poi scompare, è come se non esistesse più. L’opera è qualcosa di interamente nostro e tutta dipendente dalla nostra attività sia materiale che spirituale.
Si arriva a tanto se in noi c’è una grande fede, un grande amore, un desiderio di realizzare nel concreto quanto il Signore ci ha suggerito attraverso la voce storica di un suo ministro, o strumento di salvezza.
Molte delle nostre opere falliscono perché non sono fatte proprie; sono considerate come un qualcosa che non ci appartiene, qualcosa che ci è stato comandato, o suggerito, ma che non è entrato né nel nostro cuore, né nella nostra volontà, né nella nostra coscienza.
[18]Con lui abbiamo inviato pure il fratello che ha lode in tutte le Chiese a motivo del Vangelo;
Chi sia questo fratello lo ignoriamo. Non sappiamo a quale comunità appartenesse. Di lui conosciamo solo questa notizia che non ci permette in alcun modo di identificarlo, neanche attraverso la comparazione e il raffronto con altre Lettere di Paolo e soprattutto con gli Atti degli Apostoli che sono ricchi di notizie sulla vita della prima comunità.
Sappiamo però che quest’uomo gode di molta stima, è lodato nella comunità a motivo del Vangelo.
Si tratta pertanto di un missionario, di un evangelizzatore, di uno che compiva con Paolo, o sotto la sua vigilanza, la predicazione del Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.
Importante è sottolineare che sempre quando si tratta di compiere un’opera importante si scelgano sempre le persone al di fuori di ogni sospetto, persone limpide, di chiara fama, imparziali, libere, votate alla causa di Cristo Gesù. Questo è giusto che avvenga a motivo di quella chiarezza e visibilità che deve governare sempre l’agire della Chiesa sia delle piccole che delle grandi comunità.
È uno stile questo che dovremmo imitare, soprattutto per evitare voci, dicerie, chiacchiere, parole vane, sospetti, pettegolezzi e ogni altro genere di interferenze indebite in opere che riguardano tutta la comunità e non solo colui che la pensa o la porta a compimento.
Quando un uomo è palesemente di retta coscienza, palesemente un fedele servitore di Gesù Cristo, di lui la comunità si può fidare anche se impiegato per opere delicate, difficili, per le quali è richiesta la più grande onestà e la più scrupolosa attenzione.
[19]egli è stato designato dalle Chiese come nostro compagno in quest'opera di carità, alla quale ci dedichiamo per la gloria del Signore, e per dimostrare anche l'impulso del nostro cuore.
Viene ora messo in evidenza che tutto quanto avviene nella chiesa, avviene solo per manifestare la gloria del Signore.
Tutto si deve fare per la gloria di Dio, tutto per compiere un suo comando di amore, tutto per obbedire alla sua divina volontà.
Dà veramente gloria al Signore vedere che l’amore che regna nella comunità e vi regna perché le opere sono buone.
Gesù lo ha detto: “Vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”. I cristiani vedono il frutto della carità che viene prodotto nelle loro comunità e magnifichino il Padre dei cieli che ha suscitato una tale comunione effettiva, reale tra le diverse comunità.
Alla gloria del Signore Paolo aggiunge anche un altro scopo: egli vuole dimostrare al mondo intero qual è l’impulso che lo muove.
A volte il lavoro apostolico di Paolo era frainteso, capito male, interpretato male. Se questo avviene, potrebbe esserci una ricaduta negativa non sulla sua persona, ma sul suo ministero e sulla missione che lui porta avanti per il mondo.
Ne verrebbe a soffrire il Vangelo. Questo chiede che ogni operaio di Dio costantemente verifichi la sua condotta e la liberi anche da un più piccolo sospetto che potrebbe nascere da una interpretazione errata di quanto è stato da lui operato.
Questo specificato, è giusto che l’apostolo tragga un beneficio personale da quello che svolge, ma deve essere un beneficio a favore non della sua persona, bensì della sua missione, della sua opera apostolica.
Se l’opera apostolica è creduta, essa sicuramente potrà produrre abbondanti frutti di conversione e di salvezza eterna. Se invece non è creduta, di questi frutti non ne maturano. Manca la credibilità che deve sempre accompagnare il predicatore del Vangelo.
Quest’opera intrapresa da Paolo, da lui fortemente voluta, da lui affidata a dei collaboratori al di fuori di ogni sospetto, da lui anche chiarificata con ogni apporto di sana dottrina e di verità evangelica, manifesta l’assoluta gratuità, il disinteresse, rivela solo l’amore puro. Chi ama di un amore puro non può essere che da Dio, di lui ci si può fidare, la sua parola può essere ascoltata, il suo messaggio può essere messo in pratica.
Nasce dalla carità, come dalla carità del suo cuore è nata quest’opera. Del resto carità spirituale e carità materiale sono un unico atto di carità, un’unica mozione di carità, un unico gesto.
Il cuore che produce e genera di tali atti materiali di carità, può generarli e porli in atto perché in esso abita e regna l’altra carità, quella spirituale, per la quale Paolo non esita a sacrificare tutta intera la sua vita perché gli uomini possano entrare nel regno dei cieli.
La saggezza di Paolo è grande, grandissima la sua prudenza. Egli sa che è assai importante per un missionario del Vangelo rendersi credibile. In ogni occasione egli vuole rendersi credibile, non per la gloria della sua persona, bensì per la gloria di Dio e la diffusione nel mondo del Vangelo della salvezza.
[20]Con ciò intendiamo evitare che qualcuno possa biasimarci per questa abbondanza che viene da noi amministrata.
Il cuore dell’uomo è un baratro, nessuno mai lo potrà conoscere appieno. Di Gesù è detto nel Vangelo che lui non si confidava con nessuno, poiché sapeva ciò che c’è in ogni cuore.
Paolo partecipa della intelligenza e della sapienza dello Spirito Santo. Egli sa cosa c’è in ogni cuore, sa quanto è difficile conservarlo sempre puro, limpido; quanto è arduo mantenerlo nella verità di fede e di storia.
Molti potrebbero lasciarselo inquinare e dubitare dell’azione di Paolo e quindi biasimare il suo operato.
È proprio dell’intelligenza dello Spirito Santo operare con prudenza antecedente affinché nessuna voce di biasimo sorga nei nostri confronti.
Bisogna agire con tanta rettitudine di coscienza, con altrettanta libertà, mettendo in atto tutti quei suggerimenti di prudenza e di saggezza che liberano la nostra persona da un qualsiasi coinvolgimento posteriore, susseguente.
Sarebbe stato facile che qualcuno avesse potuto pensare male in un’opera così vasta dai frutti così abbondanti. Cosa fa Paolo? Mette ai posti chiave persone di chiara fame, al di là di ogni sospetto, persone stimate e lodate nella comunità, persone la cui onestà era a prova di fuoco.
Queste persone divengono suoi collaboratori, tant’è che l’intera opera è come se passasse nelle loro mani.
Questo consente a Paolo di rimanere libero da giudizi, pregiudizi, biasimi, critiche e ogni altro inopportuno intervento da parte dell’uomo. Così egli può continuare ad annunziare il Vangelo di Cristo Gesù, senza che alcuno possa pensare che in lui ci sia un qualche interesse terreno nella missione che svolge.
Egli opera solo per amore del Signore. Nessun personale vantaggio deriva a lui da tutto quello che fa. Sappiamo che rifiutava persino di lasciarsi sostenere e questo per essere libero dalla comunità nell’annunciare il Vangelo della salvezza. Questa è l’accortezza di Paolo per amore del Vangelo e questa la sua sapienza ed intelligenza sempre a causa del Vangelo.
Da lui dobbiamo imparare come si agisce per prudenza antecedente e come ci si comporta santamente in ogni opera da noi intrapresa. Tutto deve essere fatto alla luce del sole e tutto deve essere chiaro fin dall’inizio, prima che qualcuno possa parlare, prima che sorgano parole vane e necessità di difendersi, o di smentire quanto viene proferito ingiustamente.
[21]Ci preoccupiamo infatti di comportarci bene non soltanto davanti al Signore, ma anche davanti agli uomini.
È questa una preoccupazione necessaria, indispensabile. Il motivo è presto detto.
Comportarsi bene dinanzi a Dio significa vivere la sua santa legge, osservare ogni più piccola prescrizione, fare tutto nel timore del Signore, avendo sempre dinanzi ai nostri occhi Lui, il suo amore, ma anche il suo giudizio che emetterà su di noi un giorno.
Il cristiano però non vive in un luogo solitario, appartato. Lui non agisce solo dinanzi a Dio, agisce ed opera anche dinanzi agli uomini.
Ora gli uomini non vedono la coscienza, non leggono il cuore, non conoscono la nostra retta intenzione e neanche sanno le finalità proprie di un’opera da noi intrapresa.
Questa ignoranza unitamente alla cattiveria che c’è nei cuori, insieme ai pensieri malvagi che sovente dimorarono nelle menti esigono che quanto c’è dentro di puro e di santo, sia anche fuori.
Fuori la rettitudine si deve trasformare in prudenza e in saggezza, in accortezza, in lungimiranza, in libertà, in visibilità.
Quanto noi facciamo deve apparire santo, oltre che esserlo. Se lo è, ma non appare tale, l’altro avrà sempre di che mormorare, di che lamentarsi, di che criticare, di che biasimare sul nostro conto.
Noi non siamo persone private, siamo persone pubbliche e come tali dobbiamo pensare, come tali agire, come tali comportarci.
Su questo argomento Paolo è già intervenuto nella prima Lettera ai Corinzi quando ha detto che tutto è lecito, ma non tutto giova, tutto è buono, ma non tutto è fattibile.
Non a motivo della nostra coscienza, ma della coscienza di quanti sono vicino a noi, di quanti accanto a noi vivono.
È, questa, la ragione per cui bisogna essere irreprensibili sia davanti a Dio che davanti agli uomini. Ma per fare questo bisogna cambiare modo di concepirsi, di pensarsi. Bisogna iniziare a pensarsi persone pubbliche e non più private, persone osservate e giudicate e non persone che vivono in isolamento, nel deserto del tempo e della storia, persone che vengono scandagliate anche nei piccoli gesti della vita. Cambiare pensiero si può, ad una sola condizione: che nel nostro cuore ci sia un amore veramente grande per Cristo e per il Vangelo, un amore così intenso e forte che ci liberi da un qualsiasi altro amore, che ci renda così poveri in spirito da non desiderare veramente niente, che ci faccia collaboratori di Dio così perfetti da saper valutare ogni piccola e grande cosa che potrebbe intralciare il cammino della nostra missione nel mondo.
D’altronde nessuno si potrebbe comportare bene dinanzi a Dio se non si comportasse bene dinanzi agli uomini. È proprio della legge di Dio comportarsi bene dinanzi agli uomini perché gli uomini possano rendere gloria a lui che opera tutto in tutti.
Ma nessuno potrà mai comportarsi bene dinanzi agli uomini se non agisce e opera bene dinanzi a Dio. Senza poter piacere a Dio c’è solo ipocrisia e inganno.
[22]Con loro abbiamo inviato anche il nostro fratello, di cui abbiamo più volte sperimentato lo zelo in molte circostanze; egli è ora più zelante che mai per la grande fiducia che ha in voi.
Chi sia questo fratello non è detto. Di lui si dice che è stato sperimentato lo zelo in molte circostanze. Egli ha dato cioè prova di amore, di fedeltà, di rettitudine di intenzione, di coscienza retta nel suo agire nella comunità. Di lui tutti si possono fidare. È un uomo degno di stima e di fiducia.
Su questo abbiamo già trattato in precedenza e non è il caso che vi ritorniamo.
Ciò che invece merita di essere evidenziato è il secondo pensiero che viene affermato in questo versetto.
Questo fratello è pieno di zelo, lo zelo è stato sperimentato. È sufficiente questo zelo per portare avanti ogni opera? Si può aiutare, sostenere lo zelo di qualcuno?
Paolo dice in questo versetto che lo zelo di questo fratello è cresciuto, è aumentato. Il motivo? È certo che egli sarà aiutato dai Corinzi in questa opera.
Sapendo che può contare sicuramente sulla loro intraprendenza, egli è più zelante che mai, più volenteroso che mai, più impegnato che mai nella volontà e nel cuore.
La fiducia negli altri, che è poi certezza di opera e di cuore, fa aumentare il nostro impegno, accresce la nostra volontà, rafforza il nostro cuore, dona più grande impulso alla nostra anima, rende ricchi di verità e di bene i nostri pensieri. Tutto cambia in noi quando c’è la fiducia negli altri, quando si vedono gli altri di buona volontà e impegnati assieme a noi nell’opera da portare a compimento.
Quando invece si vede dinanzi a sé un deserto, la porta dei cuori chiusa, l’intelligenza ancorata al niente, il cuore fermo e pavido, lo spirito assopito e l’anima sonnecchiante, l’altro può contare solo sulle sue forze che a volte sono deboli e fragili. Anche se in lui c’è la buona volontà, questa immediatamente si raffredda a causa della scarsa collaborazione che gli altri ci offrono.
Questo deve insegnarci che la comunione nella verità e nella carità è cosa estremamente necessaria in una comunità. Il dono di uno può sostenere il dono dell’altro e insieme si possono fare veramente grandi cose. Quando invece subentra lo scoraggiamento, la mancanza di fiducia, l’assenza di fede negli altri, allora tutto rimane immobile e anche se c’è una qualche buona volontà da parte di questo o di quell’altro, a poco a poco tutto si spegne e tutto ritorna nella sua tranquillità di omissione e di peccato.
Trovare fiducia, ma anche accordare fiducia è sommamente necessario per il buon funzionamento di una comunità cristiana. Tutto è nella fiducia data e ricevuta. Di questo dobbiamo rendercene conto subito e in ogni momento dobbiamo operare di conseguenza.
Spesso però succede che non si ha fiducia in chi viene preposto per un’opera e lo stesso che è preposto non ha fiducia in coloro presso i quali è inviato. Se le cose dovessero rimanere così, sarebbe il completo fallimento.
Diviene pertanto obbligatorio per colui che è stato inviato rendersi uomo degno di fiducia. Costui a sua volta deve creare la fiducia nella comunità, fiducia non in se stesso, ma nella comunità, deve cioè rendere la comunità attenta all’opera da fare, impegnata in essa, cooperatrice e sostenitrice di quanto avviene in essa a gloria di Dio e a beneficio spirituale e materiale dei fratelli.
[23]Quanto a Tito, egli è mio compagno e collaboratore presso di voi; quanto ai nostri fratelli, essi sono delegati delle Chiese e gloria di Cristo.
Paolo spiega ora quali sono le differenti relazioni che legano le comunità agli inviati presso i Corinzi per quest’opera buona, di vera, autentica carità cristiana.
Tito rende presente Paolo. È come se Paolo fosse lui personalmente presente in mezzo a loro.
Tito infatti è compagno di Paolo nella missione evangelica, ma anche suo stretto collaboratore, quindi a giusto titolo tiene il posto di Paolo a Corinto.
Paolo è assente, ma è come se fosse presente a motivo della presenza di Tito.
Gli altri fratelli, sono coloro di cui si è parlato nei versetti immediatamente precedenti la cui identità ignoriamo, sono delegati delle Chiese, sono i loro rappresentati.
Le Chiese sorelle della Macedonia hanno delegato queste persone. Queste agiscono per nome e per conto delle Chiese invianti. Non sono inviati di Paolo e quindi non agiscono per conto e nel nome di Paolo.
Sono anche questi fratelli gloria di Cristo. Ciò deve avere un solo significato. È gloria di Cristo colui che vive il suo Vangelo, si nutre della sua parola, rende testimonianza nelle parole e nelle opere della sua morte e della sua risurrezione.
Se si vuole leggere con attenzione questo versetto è giusto che si ponga in rilievo la grande prudenza, la saggezza e l’intelligenza, dono in Paolo dello Spirito Santo, attraverso cui egli fino alla fine fa in modo che nessuno possa biasimare il suo operato.
Quanti si recano a Corinto per la colletta non sono suoi rappresentanti solamente, sono rappresentanti suoi e delle Chiese. L’intera Chiesa ha voluto questa colletta, l’intera Chiesa la porta a compimento, l’intera Chiesa vigila su di essa e la conduce avanti con zelo. Se l’opera non è di uno solo, ma è di tutta la Chiesa è giusto che sempre e comunque appaia la Chiesa dietro l’opera e non solo Paolo, o qualcuno dei suoi collaboratori.
Anche su questo dovremmo fare sempre molta attenzione. Vi pone attenzione però solo colui nel quale dimora lo Spirito Santo con la potenza dei suoi doni.
Quanti non hanno lo Spirito di Dio non possono agire con una tale potenza di prudenza. Compiono l’opera ma in modo sprudente, si espongono ad ogni genere di biasimo.
È obbligo per ogni uomo di Dio evitare che su di lui si abbatta il biasimo dovuto a imprudenza, o al mancato esercizio di una qualche virtù, specie la virtù della carità, della fede, della speranza.
Su questo l’uomo di Dio deve costantemente verificarsi, pregare molto, perché la tentazione è sempre alle porte. Potrebbe esporsi a una qualche critica di biasimo e non di lode da parte del mondo e degli stessi cristiani.
Per questo Paolo vuole che si operi sempre correttamente dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini.
[24]Date dunque a loro la prova del vostro affetto e della legittimità del nostro vanto per voi davanti a tutte le Chiese.
Paolo sa che i Corinzi sono fieri dell’affetto che portano per Paolo. Ora non c’è affetto vero, sincero, autentico, santo fuori dell’ascolto di quanto l’altro ci dice, ci ricorda, ci chiede di fare.
Quando uno ama l’altro, tra i due c’è una simpatia di ascolto reciproco. Nella nostra fede cristiana, il rapporto tra l’apostolo del Signore e ogni altro fedele in Cristo Gesù deve essere sempre un rapporto di obbedienza, non all’uomo, ma a colui che l’uomo rende presente, non alla parola dell’uomo, ma al Vangelo e alla verità che è nella parola dell’uomo di Dio.
Se i Corinzi veramente nutrono un affetto sincero per Paolo devono darsi da fare e compiere quest’opera come se fosse lo stesso Paolo presente in mezzo a loro a compierla.
Devono mettervi tutto il loro zelo, la loro perseveranza, il loro costante impegno, nulla devono lasciare, tutto devono fare perché l’opera sia portata a compimento.
Se loro non amano quest’opera, la compiono con superficialità, è il segno evidente che loro non hanno affetto per Paolo. Chi non ascolta e non ama il comando dell’apostolo, chi non lo vive secondo tutta l’intensità di pensiero, di volontà, di mente e di cuore, di anima e di spirito, costui ama poco, anzi ama per niente. Il suo affetto consiste solo in parole. Costui non ama, perché non ascolta.
C’è ancora un’altra relazione tra Paolo e i Corinzi che esige che l’opera venga fatta con l’impegno di tutta la loro vita.
Paolo è fiero dei Corinzi. Spesso li addita come una comunità esemplare, una comunità da imitare, una comunità dove c’è Cristo, il suo Vangelo, dove si opera secondo la verità di Dio, dove veramente si ama e si crede. Un vanto che non poggia su una solida realtà storica, è un vanto effimero, facilmente rinnegato dai fatti, dalle opere, dai comportamenti.
Chi vuole che il suo vanto sia vero deve impegnarsi con ogni mezzo a far sì che tra ciò che si dice di lui e i fatti da lui compiuti vi sia una perfetta corrispondenza.
Come dimostrare a tutte le Chiese di Dio presso le quali Paolo si è vantato dei Corinzi, se non quello di poter continuare a vantarsi?
E come si potrà vantare se non attraverso un segno tangibile di carità da loro offerto?
Qual è questo segno tangibile se non una partecipazione piena alla colletta in favore dei fratelli di Gerusalemme?
Loro daranno buona prova di amore verso i loro fratelli che versano in necessità e che sono nel bisogno, metteranno ogni impegno in quest’opera, collaboreranno come si conviene ai santi con Tito e gli altri inviati e allora Paolo potrà veramente vantarsi di loro presso tutte le Chiese; potrà dire che le sue parole non erano prive di fondamento, poiché la storia lo attesta, lo dimostra, lo conferma.
Dei Corinzi si potrà sempre vantare, perché mai sono venuti meno ad un impegno da lui suggerito, voluto, proposto.
Cosa ci insegna questa parola di Paolo? Una cosa sola: quando si propone un’opera santa bisogna fare appello a tutte le risorse non solo di cielo, ma anche di terra, per convincere gli altri a partecipare secondo verità e bontà, secondo impegno e partecipazione.
Sfruttare i rapporti umani, nella santità e nella verità, per promuovere il bene non è peccato, anzi è obbligo di giustizia presso il Signore.
In fondo il ragionamento di Paolo prima si è fondato sulla fede, sulle conseguenze della fede, sul mistero stesso di Cristo. Sono queste le risorse del cielo, risorse di fede, di carità, di speranza, risorse anche di teologia, che è in sé anche deduzione, argomentazione, conclusioni secondo i principi posti.
A questo bisogna sempre aggiungere le risorse della terra, se ce ne sono. Qui occorre tutto l’acume umano, che è, negli uomini di Dio, saggezza ed intelligenza dello Spirito Santo. Solo così potranno servirsi di ogni cosa perché si possa realizzare il bene secondo la forma del bene.
A volte non basta il semplice comando, e neanche fare appello alla verità del cielo, anche le verità della terra possono contribuire a che un desiderio buono sia portato a compimento, un’opera realizzata, una missione eseguita con santità, una relazione sia vissuta con più intensità di verità e di amore.
Perché queste risorse della terra vengano usate secondo le regole della giustizia, secondo il volere del Signore, esse devono mirare solo al bene secondo Dio.
Se è un bene non secondo Dio, allora mai si potrà fare ricorso ad esse. In questo caso si tratterebbe di fondare una ingiustizia nel nome dell’amicizia o delle relazioni di Vangelo che intercorrono tra noi e gli altri. La preghiera ci verrà sempre in aiuto, la buona volontà ci guiderà, ma soprattutto ci occorre la retta coscienza, che detta l’azione in tutto conforme alla volontà santissima del nostro Dio.
È sempre bello però potersi servire di ogni ritrovato dell’intelligenza e della sapienza al fine di portare a compimento, nella verità e nella carità, le opere del Signore.
Che lo Spirito Santo ci sia sempre da Maestro e da Guida come lo fu per Paolo e per tutti gli altri uomini di Dio che si sono lasciati muovere da Lui. La storia ha bisogno di questa mozione e di questa guida.
La storia è cambiata, trasformata da uomini che si lasciano muovere e guidare dalla sapienza eterna, divina, soprannaturale dello Spirito di Dio.
Credente.
00Tuesday, February 14, 2012 10:01 PM
LO SPLENDORE DEL GLORIOSO VANGELO DI CRISTO

Esemplarità e conoscenza del bene. Chi vuole annunziare efficacemente il Vangelo deve divenire un uomo esemplare, deve cioè possedere la più alta coerenza tra ciò che dice e ciò che fa. Deve essere in tutto come Cristo, il quale diceva quello che faceva, ma faceva quello che il Padre gli diceva. Così deve potersi dire di ogni cristiano: egli dice ciò che fa, ma fa ciò che gli dice Cristo Signore. L’esemplarità, perché sia vera, autentica, deve fondarsi interamente sulla conoscenza del bene. Chi vuole fare il bene secondo Dio deve necessariamente conoscere la volontà di Dio. C’è la volontà di Dio contenuta nel Vangelo, ma il Vangelo non mette un uomo nella volontà di Dio, poiché nel Vangelo è tracciata tutta intera la verità, non è indicata la via particolare che ogni uomo deve percorrere. Qual è la via particolare che ciascuno di noi, allora, deve percorrere, praticare? Qual è l’esemplarità che ciascuno deve offrire al mondo? Questo è dato di conoscerlo solo se lo Spirito del Signore si posa su di noi e ci muove con la sua luce soprannaturale, donandoci anche la forza di poter realizzare, attuare, compiere quanto egli ha suggerito al nostro cuore e ha messo nella nostra mente e nel nostro desiderio. Il cristiano deve essere esemplare; può esserlo se lo Spirito del Signore si posa su di lui e lo muove nella conoscenza attuale della volontà che Dio ha su di lui. Questa è la sola via percorribile per essere esemplari e poter annunziare secondo verità, per una credibilità sempre più grande, il Vangelo della salvezza.
Dalla povertà la ricchezza. Dobbiamo vivere le opere di misericordia materiali. Chi può animare la nostra misericordia? Solo lo Spirito Santo. Come? Immettendo nel nostro cuore tutto l’amore di Cristo Gesù per l’uomo da salvare. Se lo Spirito del Signore non versa nel nostro cuore l’amore di Cristo Gesù e non lo muove quotidianamente esso si ferma, si blocca. Se lo Spirito non illumina gli occhi della nostra mente per vedere le necessità dei fratelli, essi non vedono e noi passiamo avanti, come sono passati avanti sia il sacerdote che il levita, quando hanno incontrato il malcapitato lunga la via che da Gerusalemme scendeva a Gerico, o come il ricco epulone che non è riuscito a vedere il povero Lazzaro seduto alla sua porta mentre i cani venivano a leccare le sue piaghe. Lo Spirito Santo è il vero animatore, l’ispiratore e anche il motore della nostra carità. Quanti sono senza lo Spirito Santo non vedono, non sentono, non amano. Non vedono perché sono senza occhi, non sentono perché sono senza orecchi, non amano perché sono senza cuore. Ma per amare secondo Dio, sul modello e l’esemplarità di Cristo Gesù, bisogna spogliarsi, farsi poveri, rinunziare. La vera via dell’amore è la rinunzia, la privazione, il sacrificio. Dal nostro sacrificio e dalla nostra privazione nasce la ricchezza nel mondo. Ciò che per noi diviene superfluo per l’altro è strettamente necessario, anzi indispensabile per poter continuare a vivere. Quando avremo imparato questo, potremo iniziare ad amare secondo Dio. Il modo per amare secondo Dio è uno solo: Cristo Gesù che si lascia crocifiggere perché l’abbondanza della ricchezza di grazia e di verità, che è nel cielo presso Dio, discenda sulla terra e la inondi come l’acqua del mare ricopre gli oceani. L’elemosina, ogni altra forma di carità, è un frutto dello Spirito dentro di noi, è sua vera, autentica mozione. Per questo motivo sanno amare solo coloro che sono ripieni di Spirito Santo, gli altri non sanno amare, perché manca loro il vero principio generatore dell’amore. Anche la quantità del dono da offrire e da elargire è mozione dello Spirito Santo. Senza di Lui, anche se a volte la carità viene fatta, essa rimane senza effetto, perché non risolve il problema concreto dell’uomo; mentre chi è mosso dallo Spirito Santo non solo fa l’elemosina, o la carità, ma anche risolve, sa risolvere il problema di un uomo, perché lo vede come un suo fratello, come un altro se stesso da salvare, da ricolmare di ogni dono sia della terra che del cielo, sia di Dio che degli uomini.
La scienza del reale. San Paolo è uomo che parla ai suoi fratelli dalla pienezza della verità di Cristo Gesù, dal centro del suo amore e della sua carità sconfinata, che neanche la morte è riuscita a interrompere, perché anche dopo morte possiamo nutrirci di Lui, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue. Anche nella carità egli vuole che si vive secondo un principio di fede: bisogna che il cristiano impari a vedere la volontà di Dio in ciò che accade, perché solo dall’interpretazione corretta, giusta, santa della volontà di Dio, la nostra carità potrà dirsi opera secondo il Vangelo, opera secondo la volontà attuale di Dio, che si manifesta in questo tempo e in questa ora. Fare la carità diviene e si fa scienza del reale, non del reale conosciuto secondo gli occhi dell’uomo, ma di quel reale che solo Dio conosce e al quale l’uomo deve dare una soluzione secondo la fede, una giusta soluzione, non falsa, non errata, non a metà e neppure una soluzione spirituale quando essa deve essere materiale, o viceversa. Questa scienza del reale che si chiama carità ha bisogno di essere animata e per questo occorre che venga sempre sostenuta da quanti hanno zelo nel cuore, amore per la salvezza dei loro fratelli. Non dimentichiamo che la carità materiale deve essere un segno per l’apertura all’altra carità, che è quella spirituale e che consiste nel dare la grazia e la verità ad ogni uomo; nel dare Cristo che è verità e grazia per il mondo intero. Per essere animata, la carità deve essere prima creduta; per essere creduta, occorre un sano convincimento in noi e questo è solo opera dello Spirito Santo. Questo sano convincimento rimane però improduttivo se manca la sua mozione che spinge verso l’opera concreta. Più il cristiano è mosso dallo Spirito Santo, più possiede la scienza del reale, più crede nell’opera, più l’opera produce. Quando invece manca la nostra fede nell’opera, niente si realizza. La regola per la fruttificazione della verità e della carità nel mondo è uno solo: la nostra fede. Dio trionfa solo attraverso la nostra fede. Quando la fede non è implicata in quello che facciamo, Dio non può intervenire dal cielo e il mondo rimane come il povero Lazzaro presso la porta del ricco epulone: nudo, affamato, piagato, sofferente, in attesa che la morte venga a prenderselo e portarlo nel seno di Abramo.
Chiamati a trascenderci. La carità è la virtù che chiama ogni uomo a trascendersi, ad uscire da se stesso, a immergersi totalmente nell’altro, affinché dal di dentro dell’altro lo conduca a Dio, sacrificando e offrendo se stesso per questa causa. Per comprendere cosa è in verità la carità, bisogna pensare a Cristo Gesù. Lui era Dio, andò oltre la sua natura divina, assunse la natura umana, si fece natura umana, tant’è che non c’è Dio senza l’uomo e non c’è l’uomo senza Dio. L’uomo è perfettamente uomo e Dio è perfettamente Dio, senza alcuna confusione delle due nature e tuttavia è Dio che si fa uomo. In Cristo c’è il vero uomo, ma non c’è la persona umana, perché esiste solo la persona divina. Facendosi uomo, divenendo uomo, assunse dell’uomo tutto, lo caricò su di sé, lo fece suo, anche il peccato dell’uomo fece suo, ma senza però commetterlo, lo fece tanto suo che potendo espiare per noi, essendo la sua Persona Dio, ma essendo nella carne umana, essendo suo il peccato nostro, avendo assunto la nostra umanità, lo portò sulla croce, lo affisse, lo espiò per sempre. Cristo Gesù si trascese, andò oltre la sua natura divina, entrò nella natura umana, ma facendosi natura umana e dal di dentro della natura umana salvò tutta la natura umana. Anche noi siamo chiamati a trascenderci, ad andare oltre noi stessi, superandoci, divenendo vita e forma di vita dell’altro, assumendo dell’altro ogni condizione, espiando da questa condizione il suo peccato, ma anche portando in essa tutta la ricchezza di ogni dono materiale e spirituale che è nella nostra natura, nella nostra persona, nella nostra vita. È questo il percorso della carità e finché non ci si trascende, non ci si fa per gli altri come Cristo, questi rimangono sempre gli altri e dal di fuori noi facciamo qualcosa per gli altri, ma questa non è la carità cristiana, non è l’amore che Cristo è venuto ad insegnarci con il suo esempio, il cui culmine è la morte in croce per noi, per l’espiazione dei nostri peccati e il dono della sua risurrezione gloriosa perché noi fossimo tutti avvolti dalla sua vita divina eterna con la quale è stata ora rivestita la nostra umanità.
La carità è la prova della fede. Vista e considerata così, la carità è la prova della fede. Fede per noi cristiani non è solo aderire a Cristo verità, è molto di più: è seguire Cristo carità, Cristo amore, Cristo dono di vita all’umanità intera. Cristo contemplato nel suo essere e nella sua parola è la nostra fede. Noi crediamo che la sua Parola è verità, crediamo che la sua Parola è la nostra vita, la nostra carità, il nostro amore per il Signore e per gli uomini, per il Signore che è nostro Creatore, per gli uomini che sono nostri fratelli. Chi segue Cristo, lo segue perché è verità, lo segue però per divenire con Lui un solo moto di carità, una sola opera di amore, una sola missione di verità e di carità. Se non ci si trascende come Lui, se non si entra nella vita degli altri e dal di dentro di questa vita si porta la salvezza al mondo intero, noi non siamo veri seguaci di Cristo Gesù, non siamo suoi discepoli. Siamo dei conoscitori della sua Parola e della sua vita, ma non siamo discepoli. Il discepolo è colui che cammina dietro Cristo, è una cosa sola con Cristo, e in quanto tale, vuole compiere tutto il percorso d’amore che ha compiuto Cristo Gesù: trascendere se stesso, assumere l’altro, divenire una cosa sola con l’altro – anche se la forma di Cristo non è possibile per nessun uomo – ma si può divenire una cosa sola con l’altro, assumendo interamente la condizione dell’altro, salvarla spendendo tutta la nostra vita, consumando ogni energia spirituale e materiale, e questo per obbedienza a Cristo, che è, a sua volta, obbediente al Padre. Il Padre vuole la salvezza del mondo intero; in Cristo, il cristiano deve rispondere a Dio salvando i fratelli, ma Cristo gli insegna che se li vuole salvare deve trasformare la fede in carità, in amore, seguendo il suo esempio e la sua via. Quando la verità non si trasforma in carità, la verità è sterile, vuota; è un albero che non produce frutti. Quest’albero bisogna solo tagliarlo e gettarlo nel fuoco. Non serve a Dio, non serve all’uomo.
L’esempio che trascina. La carità storica ha bisogno di tanta esemplarità. Il missionario del Signore deve essere un trascinatore nella carità. Non deve trascinare esortando, incitando, deve trascinare vivendo lui per primo tutta la ricchezza della carità di Cristo Gesù, il cui modello perenne rimane per noi il suo Vangelo. È la Parola la regola di ogni carità e senza osservanza della Parola, del Vangelo non c’è neanche carità. L’apostolo del Signore vivendo intensamente di Parola di Cristo Gesù, insegna ad ogni uomo che è possibile seguire il Maestro e Signore. Ognuno vedendo il suo esempio, potrà, se vorrà, veramente trasformare la Parola in amore, il Vangelo in opera di salvezza per il mondo intero. Nel rendere concreta l’opera di carità materiale bisogna agire con prontezza, con tempestività, con quell’urgenza che suggerisce che non c’è alcun tempo da perdere. La carità a volte è l’unica via di salvezza per l’altro, ritardarla è esporre la vita dell’altro a sicura morte; farla in modo non adeguato, anche questo significa mettere in serio pericolo la vita dei fratelli. La prontezza deve essere nel volere e nella realizzazione. Più si è pronti nella volontà, più si è pronti nelle opere. Quando la volontà è debole, quando la luce della fede è poca, quando l’uomo si chiude nel proprio egoismo, perché non sufficientemente formato nella conoscenza della sua vocazione, la sua carità è inesistente, nulla. Ciò che fa, in nessun modo potrà dirsi carità cristiana. La carità cristiana lo abbiamo visto cosa è. Sappiamo come bisogna farla e cosa bisogna fare per amare alla maniera di Cristo Gesù. Inoltre la carità materiale deve essere fatta secondo i propri mezzi, ma i propri mezzi non sono quelli materiali, sono quelli spirituali. Cristo diede tutta la vita per la nostra salvezza; diede il suo cuore, il suo spirito, la sua anima, i suoi pensieri, la sua volontà, consegnata interamente allo Spirito Santo perché fosse sempre messa in comunione d'amore con Dio e con i fratelli. Chi tuttavia non possiede questa forma di Cristo dentro di sé, può almeno fare una semplice cosa: vivere una povertà aperta, non chiusa ai bisogni dei fratelli. Nessun è talmente povero che non possa fare qualcosa per gli altri. Ma per fare qualcosa per gli altri è necessario aprirsi agli altri anche nella nostra povertà. Ciò che per noi potrebbe essere povertà, per gli altri sarebbe abbondanza, ricchezza, opulenza. L’amore e solo l’amore di Cristo in noi potrà far sì che la nostra povertà si trasformi in carità per il mondo intero. Chi non possiede lo Spirito del Signore non potrà mai trasformare la sua povertà in carità talmente alta e sublime da concludersi con l’offerta stessa della propria vita.
Fare il bene secondo la misura del bene. Altra regola della carità è questa: c’è una misura del bene che mai noi possiamo trascurare se vogliamo fare il bene. Il bene di per sé non ha una legge fissa. Il bene, se è fatto con la carità di Cristo dentro di noi e con la sapienza, saggezza, fortezza e consiglio dello Spirito Santo, è un bene che si trascende sempre, si supera sempre, non è mai soddisfatto di sé, perché c’è sempre un bene ulteriore da fare, da elargire, da offrire all’uomo e ad ogni uomo perché raggiunga la salvezza eterna, passando attraverso il deserto dell’esistenza senza venire meno durante il cammino, né spiritualmente, né fisicamente, o corporalmente. Se per un attimo ci chiediamo qual è la misura del bene, dobbiamo rispondere che il bene ha una misura. Questa misura, però, non è il bene che si possiede a deciderla; è, invece, la carità di Cristo che abita dentro di noi. Più grande è la carità di Cristo Gesù; più grande si fa la misura del bene da operare; meno grande è la carità del Signore Gesù, più piccola, anzi inesistente, si fa la misura con la quale noi operiamo il bene ai nostri fratelli. Chi vuole educare una comunità all’amore, al vero amore, deve immettere nel cuore dei seguaci di Cristo Signore tutto il suo amore, tutta la sua carità, mostrandogliela visibilmente attraverso la sua vita. Chi presiede una comunità deve prima di tutto presiederla divenendo visibilità dell’amore di Cristo Gesù in mezzo al suo gregge. Se questo non avviene, tutto alla fine si dimostrerà vano. Il gregge del Signore non saprà mai cosa è il vero e il puro amore di Cristo, perché non lo vede incarnato in colui che è stato chiamato ed inviato proprio per rendere visibile al mondo la carità di Cristo e il suo amore. La via della carità è Cristo Gesù, la forza della carità è il suo amore infuso in noi dallo Spirito Santo. Al di là di queste due regole non sarà mai possibile formare una comunità all’amore, al servizio della carità, a donare la vita per la salvezza dei fratelli, vita, si intende, del corpo, vita dello Spirito.
Le regole della giustizia. Ci sono delle regole che precedono la carità e anche la rendono possibile, specie se si tratta della carità materiale. Queste regole sono quelle della giustizia. Di per sé, quando si parla della giustizia, il pensiero fa subito riferimento alla giustizia commutativa, che è la legge del dare e dell’avere tra gli uomini, o semplicemente dei diritti e dei doveri degli uni verso gli altri. È assai evidente che ogni prestazione meriti un salario; ma non sempre è evidente che il salario non deve andare oltre la prestazione, altrimenti avviene uno squilibrio tra diritto e dovere. C’è giustizia quando c’è equilibrio, quando l’equilibrio si rompe, tra prestazione e salario, allora non c’è più giustizia. Se è giusto che il datore di lavoro paghi l’operaio, è anche giusto che l’operaio svolga con coscienza, professionalità, responsabilità il lavoro concordato. È questo l’equilibrio che oggi manca. Questa assenza ci fa cadere nell’ingiustizia perenne, quotidiana, capillarizzata. Chi vuole salvare la società deve mettere in atto ogni attenzione a che la giustizia e solo essa regoli i rapporti tra gli uomini. La giustizia commutativa regola, però, uno dei tanti rapporti tra uomo e uomo. C’è un’altra giustizia che è superiore, che è fonte, che trascende questa giustizia, anzi che dà valore e consistenza ad essa e ad ogni altra giustizia che si esercita nel mondo. Questa giustizia superiore dice che tutto quello che noi siamo, abbiamo, possediamo, realizziamo è un dono di Dio, una elargizione del suo amore, perché noi la mettiamo a disposizione del mondo intero. Per noi è dato, ed è questa la vera giustizia, tutto ciò che ci serve per vivere oggi, tutto il resto deve essere consegnato a Dio, perché Dio lo doni ai fratelli come un regalo del suo amore e lo doni anche a noi sotto frutto di benedizione e di più larga abbondanza.
Tenere alto il modello. C’è un obbligo che il cristiano mai deve perdere di vista, dimenticare, trascurare: quello di tenere sempre più alto il modello. L’esemplarità è la via ottimale per la diffusione del Vangelo nel mondo. Se essa cade, o addirittura scade, diviene evanescente, le parole che noi diciamo sull’amore e sulla carità sono prive di ogni significato. Non ha senso esaltare il valore morale del cristianesimo, se poi alla prova, la fede perde ogni suo valore a motivo della carità che non si vive. C’è un obbligo di credibilità sul quale si deve impostare ogni azione missionaria. Se il cristiano si convincerà di questa via santa, che è poi la sola efficace per parlare di Gesù Signore ai cuori, il cristianesimo avrà una forte spinta di conversione e di santificazione. Molti che sono lontani potranno accogliere l’invito ad abbracciare la fede in Cristo Gesù; quanti sono vicini, sono, cioè, già cristiani, potranno ricevere una spinta per una vita più santa, più coerente; per una vita che sia vera, autentica testimonianza a Gesù e al suo amore. Senza l’esemplarità tutto risulta vano, inefficace; la stessa parola che noi annunciamo non si differenzia per nulla dalle altre parole. L’esemplarità è vita per il cristianesimo. È ben giusto che il modello di vita cristiana sia tenuto il più alto possibile; sia veramente come la lucerna posta sul lucerniere per illuminare tutti quelli della casa.
Corrispondenza tra dire e fare. Questa corrispondenza deve essere l’unica legge del cristiano. Il cristiano si deve presentare dinanzi al mondo con la sua carità, il suo amore, la sua opera di pace e di solidarietà, di comunione e di condivisione. D’altronde Gesù stesso prima di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amati i suoi che erano nel mondo e amati sino alla fine, lavando loro i piedi, disse a Pietro e agli altri che il mondo avrebbe creduto in loro solo se si fossero presentati con la testimonianza dell’amore, se avessero amato il mondo come lui lo ha amato, donando tutta intera la sua vita per la salvezza. Il fare, ma non un fare qualsiasi, il fare che è l’opera di carità deve precedere il dire, che è anch’esso un’opera, è l’opera dell’annunzio del Vangelo della salvezza. Tra il fare e il dire ci deve essere corrispondenza perfetta. Il fare altro non deve essere che la verità tradotta in carità e il dire altro non è che la manifestazione della carità che anima il cuore di Dio, il cuore di Cristo, il cuore dello Spirito Santo. Questa corrispondenza nella carità e nella verità deve abbracciare ogni risorsa sia del cielo che della terra, sia dell’anima, che dello spirito, ogni talento, ogni carisma, ogni ministero, ogni cosa, anche la più piccola che l’uomo intraprende. È una via sempre da percorrere; però è anche una via che non è mai definita in se stessa, poiché la carità è l’unica virtù in cui non c’è il peccato per eccesso. La carità non ha veramente confini, né sulla terra e né nel cielo, né nelle cose spirituali, né in quelle materiali. La carità è legge a se stessa e chi ama veramente non ha legge, non ha misura, non ha confini, non ha e basta, perché ha dato tutto se stesso all’amore.
Credente.
00Wednesday, February 15, 2012 9:35 PM
CAPITOLO NONO


DATE CON GIOIA

[1]Riguardo poi a questo servizio in favore dei santi, è superfluo che ve ne scriva.
La carità è l’essenza del cristianesimo. Possiamo dire che il cristianesimo è carità, amore, che si concretizza anche sotto forma di elemosina e di condivisione dei beni.
Raccomandare la carità ad un cristiano è come dirgli che non è cristiano e quindi deve divenirlo.
Per questo motivo Paolo ritiene superfluo scrivere su un argomento così vitale per il cristianesimo. I cristiani sono tali perché amano, perché l’amore è il loro unico comandamento.
Ciò che merita di essere annotato in questo capitolo è l’appellativo di santi che Paolo dono ai cristiani in genere. Qui i santi sono i cristiani di Gerusalemme.
Sono santi, i cristiani, perché sono stati santificati, rigenerati, risorti a nuova vita e questo grazie al sangue di Cristo che li ha purificati e allo Spirito Santo che li ha fatti nascere come figli di Dio.
I figli di Dio devono essere santi perché Dio è santo. Devono amare, perché Dio è carità. Devono condividere i bisogni degli altri, perché Dio ha condiviso i nostri bisogni, le nostre necessità.
Un cristiano non santo per Paolo è un non cristiano, uno che non ha capito cosa Cristo ha fatto di lui, non sa quali doni di grazia e di verità Dio ha versato nel suo seno. Ignora cosa è avvenuto nelle acque del battesimo. Ha dimenticato la sua adesione alla Parola di vita. È ritornato nel suo stato di un tempo.
Tutto questo deve convincerci di una sola cosa: la santità deve essere non solo la nuova essenza del cristiano, quanto il suo desiderio, il suo anelito, il fuoco che lo spinge e lo muove.
Se tutto questo è il cristiano, perché ad un certo momento della storia la santità è stata considerata come una dote riservata a pochi eletti? Perché il popolo di Dio si è dissociato dalla santità e ha percorso cammini e sentieri di non santità?
Le motivazioni sono tante. Molta responsabilità è data dalle circostanze storiche che hanno separato ricerca della santità e popolo di Dio. Finché un uomo pensa che per essere santo bisogna fuggire dal mondo e ritirarsi in un luogo solitario, appartato, lontano dal popolo di Dio, ci sarà sempre una distorsione mentale in tutti gli altri che rimangono nel mondo. Se loro per farsi santi si sono ritirati dal mondo, noi che siamo rimasti nel mondo non possiamo farci santi, a meno che anche noi non ci ritiriamo dal mondo. Gesù invece aveva detto ai suoi apostoli: voi siete nel mondo, non siete del mondo. La storia è riuscita a cambiare questa affermazione di Gesù, facendo pensare che per essere di Dio era giusto ed opportuno non rimanere nel mondo.
Non è forse il mondo il luogo della tentazione, dell’idolatria, dell’abbandono di Dio, della trasgressione dei comandamenti. Fuggiamo il mondo e abbiamo risolto il problema della nostra santificazione.
Nel mondo si ritorna quel poco che è necessario per ricordare loro l’obbligo della conversione o della fede al Vangelo.
È un errore grave questo, le cui conseguenze si ripercuotono lungo tutti i secoli a danno del mondo, ma sopratutto a danno della Chiesa.
Oggi per grazia di Dio e per mozione dello Spirito Santo la Chiesa sa che la santità non si vive fuori del mondo, si vive nel mondo. Tutti coloro che vogliono giovare al mondo e alla Chiesa devono coniugare l’essere nel mondo con il non essere del mondo. Ma bisogna essere nel mondo, per essere la luce del mondo e il sale della terra.
[2]Conosco infatti bene la vostra buona volontà, e ne faccio vanto con i Macèdoni dicendo che l'Acaia è pronta fin dallo scorso anno e già molti sono stati stimolati dal vostro zelo.
Paolo adduce qui il suo motivo per cui gli sembra superfluo scrivere ai Corinzi circa la colletta in favore della Chiesa di Gerusalemme, o come lui preferisce, a favore dei santi.
Il motivo è la conoscenza che Paolo ha dei Corinzi. Questi sono di buona volontà. Sono capaci di portare a termine un’opera così impegnativa.
Essi considerano l’opera come un qualcosa di importante, di valido, che impegna tutta la comunità e non solo pochi uomini.
Tutto questo Paolo lo sa e perciò gli sembra superfluo scrivere su cose che essi sanno bene, soprattutto che compiono bene impegnando ogni loro energia.
I Corinzi sono un modello e un esempio anche per gli altri. Il loro zelo è divenuto stimolo per tutti quelli della Macedonia.
Bisogna osservare che sempre lo zelo è stimolo per quanti ci stanno vicini, per coloro che vedono le nostre opere, che osservano i nostri comportamenti.
È giusto che si precisi, partendo da quanto Paolo ha detto in questo e nell’altro versetto, che l’Apostolo del Signore deve mettere ogni attenzione a che aiuti la comunità ad aggiungere alle sue virtù ciò che le manca.
Coltivare ciò che già c’è, è solo perdita di tempo, vana oziosità. A volte quello che manca è così grave che riesce a distruggere ciò che c’è e sul quale si insiste a dismisura.
Un buon apostolo, un missionario del Signore deve stare attento, vigilare, essere un buon osservatore, cogliere ciò che manca nella sua comunità e mettere ogni buona volontà, tutto il suo cuore e la sua mente perché si possa estirpare il vizio, aumentare le virtù, portare a compimento ogni parte della verità e la verità tutta intera. Questo è possibile ad una condizione: che si chiedano allo Spirito Santo i suoi occhi per vedere, la sua saggezza per comprendere, la sua forza per attuare, la sua santità per esporre la nostra vita alla persecuzione che di certo si abbatterà su di noi se saremo attenti educatori del popolo del Signore.
Su questo le lacune sono oggi numerose; non solo non si vede ciò che manca; ciò che si vede è solamente periferico, superficiale. Non si vuole riconoscere le cause che scatenano tutti i mali che avvolgono la società di oggi.
C’è come uno scollamento dalla saggezza e dalla sapienza dello Spirito Santo che rischia di farci miopi per rapporto alla verità di Cristo Gesù.
Non possedendo né la saggezza, né la sapienza, né l’intelligenza dello Spirito Santo curiamo le ferite del popolo di Dio alla leggera, scherzando su di esse, oppure adoperando un farmaco che è solo un palliativo, una cosa da niente e intanto la ferita si aggrava e tutto il corpo rischia di incancrenirsi.
Questa è la situazione in cui versa il popolo di Dio; ma di tutto questa situazione nessuno vede, nessuno percepisce niente, nessuno ha l’intelligenza di fare qualcosa.
Occorre che il Signore intervenga dall’esterno e susciti il suo Spirito Santo nei cuori perché svelino ciò che all’uomo manca e come deve fare per poter crescere in sapienza e grazia presso Dio e presso gli uomini.
[3]I fratelli poi li ho mandati perché il nostro vanto per voi su questo punto non abbia a dimostrarsi vano, ma siate realmente pronti, come vi dicevo, perché
Se Paolo conosce la buona volontà e lo zelo dei Corinzi, perché ha inviato Tito e gli altri due fratelli per portare a compimento l’opera intrapresa della colletta?
Il motivo c’è. Per quanto uno possa essere pieno di zelo, per quanto abbia buona volontà, per quanto possa fare sua l’opera intrapresa, c’è sempre il pericolo di stancarsi, di venire tentato, frastornato, venendo meno, così, all’opera intrapresa, o in parte o in toto.
Paolo è saggio oltre misura, intelligente oltre l’umano. Lui vede con gli occhi dello Spirito e parla con la stessa bocca di Cristo Gesù. Sa per esperienza quanto sia difficile perseverare sino alla fine, quale violenza è necessario che ognuno faccia a se stesso.
Inviando Tito e gli altri fratelli a Corinto, egli mette la comunità in agitazione, in fermento, incrementa la loro volontà, favorisce il loro zelo, moltiplica le loro forze. Ciò che essi sono restano, mentre ciò che non sono lo diventano e ciò che potrebbe essere in loro acquiescenza, sicurezza, coscienza tranquilla di aver fatto tutto si trasforma in un lavoro più intenso, più impegnativo, più massiccio.
È proprio dell’apostolo del Signore mantenere sempre viva l’attenzione, la vigilanza, la laboriosità di una comunità.
I mezzi, le forme e le vie sarà lui, sorretto dallo Spirito Santo, ad escogitarle, ma queste forme devono essere escogitate, altrimenti la comunità rischia di essere benevolmente assopita, di cadere in una specie di letargo, di accontentarsi del poco, del minimo, di ciò che è indispensabile per poter dire di aver fatto qualcosa, o di aver partecipato ad un’opera buona, giusta, santa.
Paolo conosce la fragilità umana e non si lascia ingannare da essa; conosce il cuore dell’uomo e si fida fino ad un certo punto, oltre il quale bisogna porre tutti quei rimedi perché ogni cosa riesca secondo la volontà di Dio.
Tito e gli altri fratelli devono far sì che i Corinzi siano realmente pronti, efficaci, immediati in quest’opera.
Essi devono stimolare, se non altro con la loro presenza; devono incoraggiare ad andare avanti fino in fondo; devono aiutarli a fare tutto ciò che è fattibile, perché ci si potrebbe anche accontentare del poco, dell’assai poco, del quasi niente e tuttavia pensare di essere stati pieni di zelo e di buona volontà.
Anche su questo devono riflettere tutti coloro che hanno responsabilità nella comunità. Bisogna che in essa vi siano coloro che pieni di zelo e di buona volontà siano come l’ossigeno nel fuoco.
Anche se il fuoco è forte, robusto, dalla fiamma alta, a poco a poco senza l’ossigeno viene come a spegnersi.
Se uno lo guarda mentre è vivace, può anche stare tranquillo. Il fuoco brucia, illumina, è forte, emana calore, riscalda il corpo e la stessa anima.
Ma bisogna anche pensare a ciò che potrebbe succedere fra qualche istante e per questo bisogna mettere tutte quelle attenzioni a far sì che il fuoco non si spenga anzi abbia ad ardere ancora di più.
Tito e i fratelli inviati da Paolo hanno questa funzione: essi devono essere come l’ossigeno sotto il fuoco, devono infuocare la legna dei loro cuori e farla ardere maestosamente bella, viva, senza interruzione.
Anche questa lungimiranza è dono dello Spirito Santo. Chi è senza Spirito Santo è un miope. Vede l’attimo presente, ignora ciò che avverrà dopo, non prende nessuna iniziativa e il lavoro va così perduto.
Grande è la responsabilità di coloro che governano le comunità. Il loro occhio di Spirito Santo e il loro cuore animato dalla carità di Cristo mette ogni attenzione a che l’amore non venga mai meno e mai si estingua la buona volontà con cui si è iniziata un’opera. Anzi fa sì che l’amore e la buona volontà diventino sempre più forti e per mezzo di essi un gran bene si faccia nella comunità, anche a favore e a beneficio degli altri fratelli nella fede.
[4]non avvenga che, venendo con me alcuni Macèdoni, vi trovino impreparati e noi dobbiamo arrossire, per non dire anche voi, di questa nostra fiducia.
Qui il pensiero di Paolo si fa ancora più evidente, più chiaro, nitido, senza alcuna ombra.
Paolo ha intenzione di recare con sé a Gerusalemme la colletta. Si trova, per ora, in Macedonia, fra qualche tempo si recherà a Corinto, poi da Corinto passerà nuovamente in Asia e da lì farà vela verso Gerusalemme. Qual è la sua intenzione? Egli vuole che quando avrà lasciato la Macedonia e si sarà recato a Corinto non debba aspettare che venga conclusa la colletta. Vuole invece che tutto sia pronto, tutto espletato, ogni cosa portata a buon termine.
Torna ancora una volta sul tema della fiducia. Bisogna avere fiducia degli altri, ma questa fiducia deve essere anche stimolata, coltivata, sorretta, incrementata. Non si può avere una fiducia cieca su nessuno, perché tutti possono venire meno all’opera intrapresa.
Questo suggerisce a Paolo di stimolare la fiducia accordata ai Corinzi attraverso alcune persone, che lui conosce molto bene e che sono capaci di agitare i cuori e suscitare la buona volontà perché porti a termine ciò che deve essere concluso.
L’apostolo del Signore deve essere sempre irreprensibile dinanzi a Dio e agli uomini. Se lui accorda fiducia ad una comunità e poi questa comunità non risponde alle sue attese, non passa egli forse per una persona incapace di conoscere a fondo le sue pecorelle?
Non dovrà forse arrossire dinanzi al mondo intero per una fiducia accordata e poi non mantenuta? In più quale credibilità potrà egli vantare presso i fratelli se le sue decisioni si rivelano carenti?
Ognuno è obbligato a salvaguardare il suo buon nome dinanzi al mondo intero ed è ciò che Paolo fa in questa e in molte altre occasioni.
Salvaguardare il proprio buon nome – lo abbiamo già detto – lo richiede la missione che noi svolgiamo. È la missione che domanda che noi siamo trovati veritieri in ogni parola che esce dalla nostra bocca, fosse anche una parola di poca importanza e che riguarda le cose di questo mondo.
All’apostolo del Signore non è consentito dire nessuna parola che poi non abbia il riscontro di verità nella nostra storia, sia che si tratti di parola di cielo, sia che si agisca di parola della terra.
[5]Ho quindi ritenuto necessario invitare i fratelli a recarsi da voi prima di me, per organizzare la vostra offerta già promessa, perché essa sia pronta come una vera offerta e non come una spilorceria.
Viene qui addotto un altro principio che merita di essere considerato, analizzato, esaminato con attenzione.
Quando bisogna fare una cosa, bisogna farla bene. Il bene è qualitativo, ma anche quantitativo.
Una cosa che non tutti vogliono sapere è questa: le improvvisazioni non giovano al bene evangelico, perché ciò che viene fatto in fretta, è sempre fatto male, o qualitativamente, o quantitativamente.
I Corinzi hanno promesso a Paolo una certa offerta. Per raccoglierla occorre del tempo, bisogna risparmiare, urge raggiungere ogni persona, sapere aspettare che la persona raggiunta sia in condizione di poter dare ciò che ha promesso o che intende dare.
Tutto questo richiede una buona organizzazione e soprattutto domanda che vi siano dei buoni organizzatori. Paolo che sa tutto questo manda i suoi collaboratori a Corinto perché facciano tutto questo, perché rendano efficace quantitativamente il lavoro svolto dai Corinzi.
Paolo vuole che il bene si faccia secondo Dio e non secondo gli uomini; il bene secondo Dio devono però farlo gli uomini. Per questo è necessario che venga preparato, studiato, calcolato, programmato.
L’estemporaneità non è di Dio, la fretta neanche è sua assieme a quella superficialità che è assenza di ogni vera, autentica collaborazione.
Quando è che una offerta è vera offerta e quando è una spilorceria? È vera offerta quando tutti vi hanno partecipato e ciascuno ha messo secondo i propri mezzi, rinunciando al necessario per lui, perché i fratelli abbiano l’indispensabile.
È invece spilorceria quando si partecipa con un obolo, con il minimo e senza alcun senso di responsabilità. Si partecipa perché bisogna partecipare, perché si è costretti a partecipare. Il cuore non c’è nell’opera e neanche l’offerta. Ciò che si fa non può essere chiamata in alcun modo offerta, perché niente viene offerto. L‘offerta è prima di ogni altra cosa un sacrificio, una rinunzia, un’oblazione, una vera e propria privazione.
Quando non ci si priva di qualche cosa, ciò che si dona non può essere chiamata offerta, perché non è un sacrificio. Tutto ciò che noi diamo deve essere un sacrificio, un’oblazione sacra al Signore, una privazione, una rinunzia.
Paolo vuole che l’offerta dei Corinzi non sia una spilorceria ed è tale anche quando essa è frutto di una rinunzia minima, anche per rapporto al tempo.
Rinunziare un giorno a qualcosa anche questo potrebbe alla fine rivelarsi una spilorceria. Per i fratelli non si rinunzia ad una piccola cosa in un solo giorno, a volte bisogna che la rinunzia venga operata per più giorni, per mesi ed anche per anni, se necessario.
La rinunzia però la detta il cuore, non la mente. È vera offerta, se il cuore è ricco d’amore per i fratelli, altrimenti il cuore si lascerà governare dalla mente e l’intelligenza umana prenderà il posto della fede e della saggezza divina e si agirà partecipando al minimo, a quanto basta perché si possa dire di noi che vi abbiamo partecipato, abbiamo collaborato, ci siamo impegnati a favore dei nostri fratelli.
[6]Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà.
In questo versetto Paolo ritorna ancora una volta nel cielo e dal cielo dona la regola perché quella dei Corinzi sia una vera offerta e non una spilorceria.
L’appello alla sapienza di Dio non è per sfoggio di cultura biblica, è invece per riportare la colletta nel suo vero alveo, che è quello soprannaturale.
Niente di ciò che si fa nella Chiesa deve sfuggire a questa legge; tutto deve essere considerato in Dio e nella sua provvidenza; tutto deve essere realizzato a partire dall’amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori.
Bisogna leggere questo versetto secondo una duplice prospettiva: dal punto di vista di Dio, dal punto di vista dell’uomo, considerando l’amore di Dio seminato in noi, pensando all’amore nostro che viene seminato in quest’opera a favore dei poveri di Gerusalemme.
Dio ha seminato nei nostri cuori con larghezza divina. Ha seminato il Figlio e lo Spirito Santo e in Loro ha seminato se stesso in noi.
Siamo inondati dall’amore divino. Ora è giusto che Dio raccolga con abbondanza, con magnificenza, raccolga in misura proporzionata a quanto Lui ha versato in noi. E come può raccogliere questi frutti? Seminando noi stessi nel cuore di fratelli, donando loro tutto il nostro amore con opere di carità e di misericordia, amando loro allo stesso modo in cui Cristo ha amato noi.
Questo è il primo principio di interpretazione del versetto scritturistico. Il secondo è questo: chi vuole essere amato, chi vuole incontrare misericordia, chi vuole trovare domani accoglienza, chi desidera che gli altri vengano in suo soccorso nel momento del bisogno, costui sappia che raccoglierà domani e anche oggi ciò che avrà seminato in amore, in misericordia, in soccorso, in sollievo dato agli altri.
La Parola di Gesù è chiara: “Beati i misericordiosi perché otterranno misericordia”. Come la otterranno? Da Dio che susciterà nei cuori dei fratelli lo stesso amore che loro hanno avuto per gli altri.
Se qualcuno vuole essere amato, ami; se vuole essere accolto, accolga; se vuole essere sollevato nel momento del bisogno, sollevi i fratelli quando è nelle capacità di farlo.
Se uno vive una vita scarsa di amore, sappia che raccoglierà poco amore. Che nessuno si illuda. L’amore con il quale uno vuole essere amato, Dio l’ha messo nelle nostre mani. Se lo seminiamo con abbondanza e con abbondanza lo doniamo, con abbondanza ritornerà su di noi; se invece ce lo teniamo tutto per noi, al momento del bisogno nessuno ci darà una mano d’aiuto e questo perché non potrà fruttificare per noi quell’amore che non è stato seminato per gli altri.
La Chiesa, nei suoi Ministri della Parola, ha una grave, gravissima responsabilità: deve insegnare a tutti a seminare quando è il tempo della semina, ammonendo severamente che non c’è raccolto abbondante per colui che non semina con abbondanza, per colui che non fa della sua vita un’opera di carità. Molti oggi chiedono la carità, chiedono i frutti agli altri; chi chiede la carità sappia che anche lui deve seminare carità e deve farlo in misura proporzionata all’amore che il Signore ha riversato nel suo cuore.
Una Chiesa che non ammaestra è una lucerna spenta, un faro senza luce, è sale insipido. Qualsiasi altra cosa faccia riflette questa insipienza e lascia il mondo nelle sue tenebre e nel suo buio.
[7]Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia.
Viene qui espressa un’altra regola che deve animare la nostra carità a favore dei fratelli.
La decisione di quanto e quando dare una cosa spetta solo all’autore del dono. Nessuno di noi può dire all’altro cosa fare e quando farlo. La libera decisione è obbligo morale che venga sempre rispettata. Le ragioni sono del cuore di chi dona, non di chi chiede. Nessuno può dare ragioni all’altro, e questo a motivo della fede dell’altro.
C’è chi ha una fede forte, robusta e secondo questa fede si spoglia di tutto per venire in soccorso ai fratelli.
C’è chi ha una fede piccola, assai povera, e allora tutto vede nelle sue mani e ha timore che le cose possano domani finire, o teme di non riuscire a fare tutto secondo vie che la sua razionalità, non sufficientemente illuminata dalla fede, gli suggerisce.
La Chiesa ha l’obbligo di formare i suoi figli ad una fede forte, robusta, tenace, una fede grande. Se la fede è grande anche l’opera di carità è grande, se invece la fede è piccola, anche l’opera di carità è piccola.
Posta la libera decisione, che deve essere antecedente all’opera e mai susseguente, di convincimento a posteriori, occorrono perché l’azione sia secondo il cuore di Dio altre tre qualità.
Nel dare non deve esserci tristezza. La tristezza nasce dal cuore pavido, pauroso; dal cuore che dona, ma che ha timore di restare lui senza. Se c’è questa tristezza che l’opera non si faccia.
L’elemosina deve essere considerata una vera seminagione. Essa produce una ricchezza infinita per noi sulla terra e nel cielo.
L’opera non deve essere forzata, non si può costringere uno a fare l’opera di bene. Occorre la somma libertà, nella quantità e nel tempo.
Senza questa libertà l’opera non è gradita al Signore. Cristo Gesù si è offerto liberamente alla passione, liberamente è andato incontro alla morte, liberamente si è lasciato inchiodare sul legno, liberamente ha amato, liberamente ha dato se stesso per noi.
Tutto egli ha fatto liberamente. Quando c’è costrizione, imposizione, obbligo esteriore allora l’opera non è gradita al Signore, non produce frutti di vita eterna per noi.
Se fatta con tristezza e per forza non è opera di misericordia, perché il cuore non avverte l’esigenza dell’amore e non ama. A che serve fare una cosa se non si ama il fratello a cui la cosa viene data? Nella nostra fede tutto deve essere amore e tutto si deve trasformare in amore. Ora l’amore è per l’uomo, non per le cose. L’uomo è da amare e lo si ama se si vede la sua necessità e gli si viene incontro.
Infine, perché la nostra opera sia vera misericordia e vero amore, si deve dare con gioia. Il cuore deve avvertire un vivo desiderio di fare del bene e questo desiderio deve ricolmarlo di letizia spirituale.
L’altro deve vedere questa letizia, questa gioia. Sarà essa il segno che veramente lo si ama e lo si vuole aiutare perché fratello e amico da soccorrere, fratello e amico che il Signore ci ha affidato perché fosse da noi sollevato, aiutato, sostenuto in un momento difficile della sua vita. Ognuno sa che cosa è la gioia, ognuno sa quando nel cuore c’è questa luce di letizia e di santità, ognuno sa cosa la gioia produce e secondo questa scienza deve egli operare.
Dare con gioia raccoglie un frutto immediato: l’amore di Dio si riversa su di lui e lo copre come di un manto. L’amore di Dio diviene per lui come una tenda di luce che mai lo lascerà. Questo è il frutto immediato di chi dona con gioia.
Come si può constatare non è sufficiente fare un’opera di misericordia; perché quest’opera sia meritoria presso Dio in nostro favore deve essere fatta secondo leggi ben precise. Fare conoscere queste leggi è obbligo dei ministri della Parola. Sono loro l’anima della carità nel popolo cristiano, come era Cristo al suo tempo e gli apostoli dopo.
Se il ministro della Parola si disinteressa di insegnare le regole della carità al popolo di Dio, questo vivrà male, perché seminerà male, male anche raccoglierà.
[8]Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene,
È questo il principio soprannaturale alla luce del quale dobbiamo noi impostare tutta la nostra vita di carità.
Questo principio è assai semplice quanto a spiegarsi, difficile però diviene crederlo, quasi impossibile metterlo in pratica, a motivo della poca fede che è nel cuore del cristiano.
Del resto non ha forse detto Gesù che se la nostra fede fosse grande quanto un granellino di senapa, noi avremmo potuto comandare ad un gelso di gettarsi nel mare ed esso ci avrebbe obbedito?
Cosa significa comandare ad un gelso di gettarsi nel mare se non essenzialmente questo: fare opere impossibili alla ragione umana, ma possibilissime a colui che ha fede?
I Santi non hanno dimostrato al mondo intero che loro con la fede forte, robusta, tenace che avevano nel cuore sono riusciti a fare l’impossibile? Mentre noi con tutti i nostri mezzi e le nostre capacità, con la potenza della materia che abbiamo a nostra disposizione, non riusciamo a fare veramente niente?
La fede è tutto per l’uomo, e senza la fede un uomo è niente, potrà fare niente, farà veramente niente.
Dio dona sempre a noi in abbondanza. È questo il suo metodo, il suo stile. Egli lavora con noi così. L’abbondanza è la regola divina di agire nei nostri riguardi. Tutto viene da Dio in noi secondo l’abbondanza, anzi secondo la sovrabbondanza del suo amore.
Noi abbiamo una duplice possibilità: trasformare questa abbondanza in necessario per noi e per gli altri e qui occorre la fede che il Signore riverserà sempre la sua abbondanza su di noi, al momento stesso che noi abbiamo riversato la nostra abbondanza sugli altri, sui nostri fratelli; oppure chiuderci noi in questa abbondanza, serrare la porta del nostro cuore e usare i beni di Dio esclusivamente per noi. In questo caso, poiché noi non abbiamo seminato il dono di Dio, questo smette di produrre frutti in noi.
Dio non può riversare la sua abbondanza su un cuore che a sua volta non dona agli altri secondo l’abbondanza con la quale il Signore lo ha arricchito.
Quando nel cuore vi è questa fede, si va di abbondanza in abbondanza. La fede è necessaria a motivo dell’invisibilità dell’opera di Dio.
Noi non vediamo come Dio agisce nella nostra vita, non sappiamo quando agisce e secondo quali vie. Però sappiamo una cosa: se esaminiamo la nostra vita, possiamo vedere che mai il Signore ha smesso di farci del bene quando noi abbiamo fatto del bene agli altri e che le nostre ristrettezze sono iniziate quando il Signore ha chiuso le cataratte della sua misericordia su di noi a motivo della ristrettezza, della tristezza e della costrizione secondo la quale noi abbiamo agito con i nostri fratelli, con coloro che il Signore aveva messo dinanzi alla nostra porta perché noi li rendessimo partecipi, o meglio dessimo loro i beni che il Signore aveva dato a noi, ma che non erano per noi, ma per gli altri. Li ha dati a noi per metterci alla prova, per saggiare il nostro cuore, per vedere se noi ci fossimo appropriati di essi e li avessimo destinati per noi anziché per coloro per i quali il Signore li aveva dati a noi.
La ricchezza è la più grave tentazione per l’uomo. È il furto sempre possibile. Qui occorre fede. O vediamo tutto come un dono di Dio da dare agli altri, oppure tutto si risolve in un’opera ingiusta che non ci consente domani di entrare nel regno di Dio.
Basti pensare al povero Lazzaro e al ricco epulone. Il povero Lazzaro era stato mandato da Dio a chiedere al ricco epulone la porzione dei beni che il Signore gli aveva consegnato perché a sua volta li facesse pervenire a colui per il quale erano stati destinati. Il ricco epulone se ne appropriò, li trasformò in beni suoi, mentre non gli appartenevano.
Questa opera di ingiustizia gli meritò l’inferno eterno e l’esclusione per sempre dall’abbondanza di luce e di amore da parte del Signore.
La generosità è un’altra qualità che deve sempre accompagnare l’opera di bene che facciamo. Essere generosi significa non pesare, non contare, non misurare, non vedere con gli occhi ciò che fanno le mani e non pensare con la mente ciò che il cuore liberamente decide.
Non è facile essere caritatevoli. Molti pensano di esserlo, in verità è difficile esserlo finché il cuore non è tutto pervaso dall’amore di Dio e i nostri pensieri siano pensieri solo di fede.
[9]come sta scritto: ha largheggiato, ha dato ai poveri; la sua giustizia dura in eterno.
La generosità viene qui chiamata larghezza. La parola di Dio invita tutti noi a dare con larghezza ai poveri.
Ciò significa che invece di prendere il paniere piccolo quando si va da loro, bisogna prendere quello grande; invece di portare la sporta più stretta, bisogna andare con la sporta più larga; invece che riempire l’otre che contiene di meno, è giusto che si riempia quello che contiene di più. Questa è la larghezza alla quale il Signore ci chiama.
La larghezza è una mentalità da creare nei nostri cuori, è uno forma del nostro pensiero, è lo stile della nostra vita.
Il modello unico di larghezza per tutti è Cristo Signore. Egli ha dato tutto se stesso, ha dato il suo corpo e il suo sangue, la sua vita e ogni cosa che possedeva. Di tutto egli si è spogliato e lo ha messo a nostra disposizione.
La larghezza è una quantità senza misura. L’amore non può avere nessuna misura. Dal momento che si mette una misura al nostro cuore, egli non potrà mai più essere largo e questo a motivo del metro che abbiamo confezionato per lui secondo il quale egli deve sempre agire.
La nostra larghezza produce un frutto di giustizia eterna. È per questa larghezza che si apriranno per noi le porte del cielo e l’amore di Dio si riverserà su di noi non solo nell’eternità, ma anche nel tempo.
La larghezza è la nostra giustizia. Non ci sono altre regole per fondare la giustizia sulla terra.
Come si può constatare la colletta in favore dei poveri di Gerusalemme dona a Paolo l’occasione propizia per educare i discepoli di Gesù all’amore.
Lui può fare questo perché ha dinanzi agli occhi la larghezza con la quale Dio ci ha amati, Cristo ci ha redenti, lo Spirito Santo ci ha santificati.
Partendo dalla larghezza che Dio ha seminato nei nostri cuori, Paolo vuole che i discepoli di Gesù si comportino in tutto come il loro Dio e Signore. L’imitazione di Dio è fonte di vita, l’imitazione di Cristo è via di salvezza, l’imitazione dello Spirito Santo è generatrice di santità e di carità nei nostri cuori.
Credente.
00Wednesday, February 15, 2012 9:36 PM
FRUTTI DELL’ELEMOSINA

[10]Colui che somministra il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, somministrerà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia.
Paolo sa quanto è difficile liberare il cuore dal suo egoismo; sa quali forti timori lo assalgono quando è il momento di aprirsi all’amore e alla carità; sa quali paure afferrano i suoi pensieri perché si astenga dal fare un’opera di bene secondo la legge della misericordia e della carità.
Per questo si serve di tutti i principi di fede messi a sua disposizione dalla Rivelazione, letta alla luce attuale dello Spirito Santo, perché con ogni modo e sotto ogni possibile prospettiva, convinca i Corinzi, e in loro, tutti i discepoli di Gesù, che la carità non è privazione, ma ricchezza, non è spoliazione, ma vestimento, non è impoverimento, ma arricchimento.
L’elemosina presso Dio non è un dare, ma un ricevere. Si dona per ricevere e si riceve in misura della larghezza con la quale ci siamo prodigati a donare.
Chi dona è Dio. L’uomo non può essere autore di doni. Egli non possiede nulla, non ha niente e chi non ha niente neanche può donare.
Su questo bisogna che vi sia concordanza nei pensieri e nel cuore. L’uomo è colui che nasce nudo dal grembo della madre, la stessa vita gli è stata data in dono e con la vita ogni altra cosa, a iniziare dal latte materno che lo nutre e lo sostenta per farlo crescere.
Questa è la verità sull’uomo. Affermare altre verità è pura bugia, falsità, menzogna. È dire cose che l’esistenza smentisce e la storia contraddice.
Tutto è dono di Dio. Tutto è grazia. Paolo vuole che la fede nella Provvidenza di Dio sia il cuore, la mente, il sentimento del cristiano.
È certezza. Quando un suo figlio seminerà il dono di Dio e lo seminerà in un solo modo: facendo l’elemosina, egli farà crescere e abbondare questo seme in modo che nulla venga a mancarci a noi.
Anzi è proprio come avviene in un campo di grano. Il contadino, o l’agricoltore, si priva di una parte di semente per avere nuovi raccolti.
Così dicasi dell’elemosina. Essa è vera e propria seminagione nel campo di Dio. Il Signore vede che noi abbiamo seminato con larghezza, in abbondanza, vede il nostro buon cuore, la forza di privarci noi di qualcosa. Tutto quello che noi avremo dato, Lui lo moltiplicherà perché nulla venga a mancare a noi e perché possiamo ancora seminare altra semente e raccogliere in abbondanza altro seme.
Così la vita del cristiano diviene una semina e una raccolta; si semina per avere la raccolta, si raccoglie per poter seminare ancora e ancora opere di misericordia e di carità.
È questa la giustizia che Dio vuole da tutti i suoi figli. Vuole che diventino strumento sulla terra del suo amore e della sua misericordia; vuole prima però che diventino uomini di fede. Essi devono credere che dietro ogni loro opera di carità c’è il Signore, il quale non solo dona quanto noi abbiamo dato, ma anche moltiplica il nostro dono, perché noi possiamo abbondare di tutto e possiamo ancora seminare il bene perché ogni nostro fratello sperimenti l’amore di Dio attraverso la nostra misericordia e la nostra carità.
[11]Così sarete ricchi per ogni generosità, la quale poi farà salire a Dio l'inno di ringraziamento per mezzo nostro.
Ancora un altro principio di fede. La carità rende ricco il cristiano perché possa essere generoso in ogni momento della sua vita e servire i fratelli secondo l’abbondanza del dono di Dio.
Questo merita di essere evidenziato. Dio vuole aiutare i nostri fratelli. Vuole dare loro di che nutrirsi, di che sostentarsi, di che vivere dignitosamente la loro vita.
Vuole servirsi di noi e per questo ci fa ricchi, ci fa abbondare di ogni dono. Questa ricchezza materiale deve divenire per il cristiano uno strumento, un mezzo perché Dio ami attraverso di lui e così Dio ama nel cristiano e attraverso il cristiano, ma ama in un modo assai singolare. Potrebbe essere Lui a dare ogni cosa ai nostri fratelli, invece vuole che siamo noi.
Lui arricchisce noi, perché noi possiamo manifestare la sua ricchezza con generosità in ogni circostanza della vita.
Forse raramente si pensa a questo modo così divino di operare. Non ci si vede quasi mai strumenti di Dio, soprattutto non si riesce ad entrare in questa mentalità di fede e cioè: che il Signore arricchisce noi per essere noi ricchi di misericordia e di amore.
Soprattutto quasi sempre si ignora il principio che governa la carità di Dio e che è non solo un principio di amore, quanto anche di più stretta giustizia. Su questo abbiamo già detto con dovizie e in abbondanza.
Ora è il caso di cogliere secondo verità il concetto espresso in questo versetto, concetto che non è del tutto facile da accogliere, soprattutto da vivere e da aiutare gli altri a farlo vivere.
Dio vuole che l’uomo manifesti il suo amore con ricchezza, non vuole che i suoi figli si comportino con i loro fratelli con ristrettezza, pochezza, miseria e estrema povertà. Vuole che essi manifestino tutta la ricchezza di Dio attraverso le loro opere.
Per fare questo devono animarsi di tanta fede e soprattutto di tanto amore, devono liberarsi da ogni paura e credere fermissimamente che Dio dona a noi tutta l’abbondanza dei suoi doni, perché noi manifestiamo la sua grandezza che benedice a larghe mani coloro che confidano in Lui.
Un cristiano che non manifesta la magnificenza di Dio, la ricchezza di Dio, l’abbondanza di Dio, un cristiano che vive il rapporto con gli altri secondo la più nera delle povertà, è sicuramente un cristiano senza fede, senza carità, senza fiducia nel Signore.
Questo cristiano non sa che Dio è creatore dal nulla di tutte le cose e che Lui non ha bisogno della terra per far fruttificare le piante, né del cielo per la pioggia, né del sole per il calore. Le sue vie sono così misteriose che nessun uomo ha mai potuto percepirne il mistero.
Tuttavia una cosa è certa: la carità a favore dei poveri è una ricca seminagione, i frutti che si raccoglieranno saranno veramente tanti, molti. Questo ci insegna la nostra fede. La moltitudine dei frutti raccolti ci serve per seminare ancora nel campo di Dio le opere del suo amore.
L’opera di carità poi ottiene un altro frutto. Coloro che sono stati beneficati rendono gloria a Dio, lo benedicono, lo esaltano, lo lodano per tutti i giorni della loro vita. Sanno che Dio è vicino a loro e non cessano di invocarlo perché continui ad assisterli; continuano a lodarlo per ogni atto di amore che si riversa su di loro.
L’opera di misericordia produce così un doppio frutto: un frutto di abbondanza per noi che abbiamo seminato, un frutto di lode e di benedizione che si innalza verso il Signore dai cuori che sono stati beneficiati, che hanno potuto usufruire del nostro aiuto e della nostra compassione perché potessero aver qualcosa che permettesse loro di continuare a vivere e a sperare. Questa è la grandezza materiale e spirituale dell’opera di misericordia. Senza tacere che sarà proprio essa ad aprirci le porte del regno dei cieli al momento della nostra morte.
[12]Perché l'adempimento di questo servizio sacro non provvede soltanto alle necessità dei santi, ma ha anche maggior valore per i molti ringraziamenti a Dio.
Paolo ritorna sul concetto espresso nel versetto precedente.
L’opera di carità serve alle necessità dei santi. I santi sono i cristiani. Si è già detto perché i cristiani sono santi, possono essere chiamati santi, ma soprattutto perché devono essere santi.
Merita però una considerazione a parte la definizione della carità che si trova in questo versetto. Essa è detta servizio sacro. È servizio sacro come la predicazione, la celebrazione dei divini misteri.
D’altronde non dovrebbe esserci alcuna differenza tra la celebrazione della Santa Messa, o degli altri sacramenti e le opere di misericordia corporali e spirituali.
Il motivo è semplice, ma non sempre evidente per molti cuori. Cosa è la Santa Messa se non l’opera della carità di Cristo che diede tutto se stesso al Padre, seminando il suo corpo nella terra, perché fosse reso spirituale e glorioso dalla sua risurrezione?
Cosa sono gli altri sacramenti se non il dono di grazia e di Spirito Santo che l’atto di amore di Cristo Gesù ha conquistato per noi sulla croce?
Cosa è l’opera di carità se non una vera e propria privazione di ciò che abbiamo per darlo ai fratelli? Non deve essere per tutti l’opera di carità una piccola morte a noi stessi, alle nostre passioni, perché gli altri abbiano ciò che a noi non serve strettamente parlando?
La carità del cristiano deve raggiungere la perfezione di Cristo. Cosa che avviene non quando il cristiano da qualcosa di ciò che possiede ai poveri; questo è solo l’inizio dell’opera della carità. Questa raggiunge la sua perfezione quando il cristiano non solo dona le cose, ma anche e soprattutto l’intera sua vita. Così come ha fatto Cristo deve fare anche lui, altrimenti non è un buon imitatore del Maestro.
Ecco perché l’opera di carità viene chiamata: servizio sacro. Perché è veramente un dono di amore a Dio, dono delle cose e dell’intera vita, perché il Signore possa manifestare la sua misericordia verso ogni uomo.
Quando poi l’opera di misericordia compiuta si trasforma in un inno di ringraziamento e di benedizione per il Signore, essa ha raggiunto il suo scopo. È testimonianza d’amore verso i fratelli e attestazione di lode e di ringraziamento per il Signore nostro Dio.
È veramente una mentalità nuova che dobbiamo creare. Dobbiamo trasformare il cuore e la coscienza, la mente e lo spirito, i sentimenti e le riflessioni. Tutto deve essere cambiato in noi se vogliamo vivere come il Signore ci ha comandato, secondo l’esempio che lui ci ha lasciato e il suo esempio è assai eloquente: Egli ha dato tutto di sé, finanche il suo corpo e il suo sangue, perché noi potessimo entrare in comunione di vita.
In fondo, la carità altro non è che vera comunione di vita, vera partecipazione al mistero degli altri uomini, vera condivisione della loro sorte, autentica testimonianza dell’amore che Dio ha per loro, amore però che deve essere dato attraverso di noi.
Da questa comunione con gli uomini nasce e si innalza verso il Cielo la comunione con Dio e questa altro non è che ringraziamento, lode, benedizione.
[13]A causa della bella prova di questo servizio essi ringrazieranno Dio per la vostra obbedienza e accettazione del Vangelo di Cristo, e per la generosità della vostra comunione con loro e con tutti;
Ancora viene ribadito il tema del ringraziamento e della lode verso il Signore.
Qui la carità viene rivelata come obbedienza e accettazione del Vangelo di Cristo; viene manifestata come principio per un sano e retto ringraziamento al Signore; viene spiegata come allargamento della comunione, ma anche vita secondo il principio della comunione.
È obbedienza perché tutto il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo è una vocazione all’amore ed è anche un comandamento di amore e per amore.
Obbedire a Cristo per Paolo significa amare; amare però non secondo gli uomini, ma secondo Dio e l’amore secondo Dio ha una sola realtà: la croce di Cristo, o il Crocifisso sulla croce.
Obbedire a Cristo vuol dire farsi vittima di amore per il mondo intero. È questa la vocazione del cristiano. Compiendo la sua vocazione egli obbedisce a Cristo Gesù. La nostra obbedienza è alla Parola del Vangelo e il Vangelo altro non è che la regola suprema che ci insegna come amare Dio e come amare il prossimo.
È accettazione del Vangelo di Cristo perché tutto il Vangelo altro non insegna che essere caritatevoli ed amare con lo stesso amore con il quale Cristo ci ha amato.
Un cristiano che dice di amare, di credere, di obbedire, di ascoltare la Parola di Gesù, il suo glorioso Vangelo, deve sapere che tutto questo si concretizza nell’opera di carità. Il Vangelo è carità, perché Dio è carità. Chi sta nel Vangelo deve stare nella carità e solo chi è nella carità è nel Vangelo.
Questa è l’essenza della nostra fede. Su questo è necessaria molta formazione, molta attenzione, tanta preoccupazione e sollecitudine al fine di aiutare tutti i cuori ad entrare nella sapienza della carità.
È allargamento della comunione perché l’opera di carità ci fa uscire da noi stessi, anzi ci conduce ad una morte lenta per amore dei fratelli, a consegnare loro tutta intera la nostra vita perché da questa consegna nasca la vera vita per loro, che non è soltanto vita materiale, ma soprattutto spirituale.
Un cristiano egoista è un non cristiano, anche se è stato battezzato, ha ricevuto e riceve gli altri sacramenti della fede.
È un non cristiano, perché lo Spirito del Signore lo ha conformato a Cristo Gesù, lo ha assimilato a Lui e lui è il dono dell’amore di Dio all’umanità; attraverso questo dono d’amore ha messo in comunione gli uomini con Dio e Dio con gli uomini e questo per opera dello Spirito Santo. Ha messo anche gli uomini in comunione tra di loro. È la sua una comunione di grazia, di verità, di esemplarità, nella carità.
Altra nota caratteristica della carità è la generosità. Una carità che non è generosa non è assolutamente carità. Anche questo va detto, ma soprattutto va osservato.
[14]e pregando per voi manifesteranno il loro affetto a causa della straordinaria grazia di Dio effusa sopra di voi.
Viene espresso ora un concetto che in qualche modo conosciamo già. Vale però la pena specificarlo ulteriormente a causa della verità superiore che esso contiene e manifesta.
Quando un uomo fa la carità e la fa con generosità, l’altro cosa pensa? Pensa che Dio abbia voluto benedire il suo benefattore, lo abbia voluto arricchire di ogni bene e di ogni benedizione celeste.
Nella preghiera che si innalza verso il cielo a causa di un’opera di carità si rivelano e si manifestano due misteri.
Il primo mistero è quello dell’affetto che viene accresciuto tra chi fa la carità e chi la riceve. Gli uni e gli altri sono legati da un sincero affetto, che permette che ogni qualvolta si ripresenti l’occasione, si risponda con la stessa larghezza di amore concreto.
C’è non solo un ringraziamento, ma anche un solo affetto. L’affetto è amore. All’amore che dona corrisponde l’affetto di chi riceve. L’affetto è manifestazione di amore. Poiché il povero non può dare nulla al ricco, se non la ricchezza del suo cuore, la ricchezza del cuore del povero dovrebbe essere la sua preghiera, la sua benedizione, il suo continuo ringraziamento a Dio perché ci è venuto incontro attraverso i nostri fratelli nella fede.
Il secondo mistero è la confessione di Dio che opera cose mirabili attraverso i suoi santi.
È Dio l’autore della carità. È Lui perché ha effuso sopra i loro benefattori l’abbondanza della sua grazia e dei suoi doni. Se Dio non li avesse arricchiti, loro avrebbero potuto fare poco o niente.
Questa verità viene confessata attraverso l’inno di ringraziamento che si innalza dal cuore del beneficiato e va diritto verso il Cielo, va incontro al Signore per lodarlo e benedirlo a causa della sua multiforme grazia con la quale li ha beneficati.
L’opera di carità diviene via attraverso la quale l’uomo si apre a Dio, via anche per mezzo della quale l’uomo viene visto nella sua dignità. È questa visione secondo la fede che si ha dell’uomo che incrementa tra gli stessi uomini la comunione, la solidarietà, la condivisione, l’aiuto vicendevole.
D’altronde Gesù non l’aveva forse detto nel Vangelo? “Vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro celeste”.
Quando un uomo vede il bene che l’altro uomo gli fa, si avvicina a Dio, perché si apre all’uomo, si avvicina all’uomo, perché lo vede come un amico, un fratello, una persona cui vuole bene e glielo dimostra aiutandolo.
[15]Grazie a Dio per questo suo ineffabile dono!
Poiché la carità produce tutta questa ricchezza di grazia e di verità nel cuore dei fratelli e in più si trasforma in un inno di lode e di benedizione, altro non si può fare se non ringraziare Dio per questo ineffabile dono.
Come si può constatare Paolo riporta tutto in Dio, tutto conduce nella verità. La verità è una sola: ogni bene che l’uomo fa è dono dell’amore di Dio, un frutto della sua grazia in Dio.
Al dono di Dio l’uomo risponde con il rendimento di grazie, con la benedizione, con dare a Lui tutta la gloria. Niente è dall’uomo, tutto è di Dio. Dio sia benedetto, lodato e ringraziato per i secoli eterni.
Non tutti possono avere questo spirito di fede. Per possederlo bisogna essere illuminati dalla saggezza e sapienza dello Spirito Santo, occorre in noi quel sovrano suo consiglio che sa dirigere la nostra mente nei meandri oscuri della storia al fine di vedere l’opera di Dio in modo da poterlo ringraziare sempre.
Il fatto che l’uomo contemporaneo abbia perso questo spirito di saggezza e sapienza sta a indicarci come ci sia una grave caduta dalla trascendenza e tutto ormai si risolva nell’immanenza. Tutto è dall’uomo e tutto è per lui.
Questa visione immanentistica della vita non giova alla fede cristiana che è tutta trascendenza, confessione della misericordia di Dio che avvolge ogni cosa e della sua grazia che tutto rinnova.
La Chiesa deve mettere ogni impegno a educare i suoi figli a vedere in ogni cosa la multiforme grazia di Dio che interviene nella loro vita. Una volta vista la grazia, deve adoperarsi a trasformare questa visione di fede in un inno di lode, di benedizione, di glorificazione del nostro Dio e Signore.
Dall’impegno di ogni responsabile di pastorale, dalla sollecitudine per la verità che deve animare tutti i ministri della Parola, è possibile realizzare quest’opera di alta educazione ad una visione sempre secondo la fede. Ma i primi ad essere pervasi di questa visione soprannaturale delle cose devono essere proprio loro, quelli cioè che sono i formatori.
Da loro bisogna partire, da loro iniziare. Se la loro visione di fede è perfetta, potranno con facilità formare gli altri a possederla. Se loro invece per primi si lasciano conquistare da una visione terrena, antropologica di tutta la realtà, come potranno inculcare agli altri ciò che non è nel loro cuore, non esiste nella loro mente? Per questo è cosa buona, giusta e santa iniziare da loro. Saranno poi loro a iniziare la formazione dei cuori alla verità di Dio, di Cristo e dello Spirito Santo. Per loro tramite la verità si impossesserà dei cuori e delle menti e una nuova umanità nascerà sulla terra, nascerà l’umanità che vede se stessa in Dio e nel suo mistero di grazia e di verità, ma vedrà anche se stessa che si sarà trasformata in una voce corale che benedice, ringrazia, esalta, celebra il suo Signore per tutte le grazie che giorno per giorno le concede, lo celebra e lo loda perché tutto è grazia e tutto è un dono del suo amore misericordioso e santo.
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