COMMENTO ALL'APOCALISSE

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Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:06 PM

L'APOCALISSE
di Giovanni
(Pedron Lino)


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Introduzione

L’Apocalisse di Giovanni descrive lo svolgimento degli avvenimenti ultimi dalla risurrezione di Cristo fino alla sua ultima venuta, che stabilirà il suo dominio su tutto il mondo. Questo libro di rivelazione ci presenta inoltre il compimento in Cristo di tutto l’Antico Testamento. Gesù, il Messia, adempie il disegno divino e riscatta l’umanità dalla situazione di morte in cui è caduta, e la riporta alla sua condizione originaria, illuminata dalla comunione con Dio.

L’Apocalisse è l’insegnamento chiaro di una catechesi che "rivela" Gesù Cristo e il suo significato per la storia passata, presente e futura. Il tema fondamentale di questo libro è la morte e la risurrezione di Cristo. L’Apocalisse è un messaggio di cui l’uomo contemporaneo ha urgente bisogno. Non è la rivelazione di un futuro minaccioso né la descrizione del giudizio finale. È un messaggio di consolazione fondata su una certezza: la vittoria del Cristo crocifisso e risorto, vittoria già avvenuta, definitiva, anche se non se ne vedono ancora tutte le conseguenze. E l’orientamento conseguente sta nel porsi davanti alle vicende umane, che sembrano ancora nelle mani delle forze del male, con un atteggiamento di fondamentale ottimismo: l’idolatria sembra forte, ma in realtà è già sconfitta. La lettura dell’Apocalisse offre, dunque, speranza, non angoscia.

 

Destinatari dell’Apocalisse

L’Apocalisse si presenta come una grande lettera indirizzata ad alcune comunità cristiane (chiese) dell’Asia Minore alla fine del primo secolo, per rispondere a precise sollecitazioni. È dunque indispensabile tenere conto del tempo e dell’ambiente: situazioni politiche e sociali, religiose e pastorali suscitate dal mondo pagano e dall’affermarsi delle prime eresie. Ma l’Apocalisse è soprattutto un libro personale e geniale, la trascrizione di una esperienza di fede.

 

Il genere apocalittico

Lo scritto di Giovanni si inserisce nel filone apocalittico, cioè in un vasto movimento letterario e spirituale che si sviluppò sul finire dell’Antico Testamento. È una riflessione per un tempo di crisi. Nei tempi difficili, di persecuzione, l’apocalittica vuole essere un messaggio di consolazione. L’esperienza spirituale dell’apocalittica è alimentata da due radici: il pessimismo nei confronti del mondo presente e delle possibilità dell’uomo, e l’assoluta fiducia nelle possibilità di Dio. A monte del genere apocalittico c’è una precisa teologia della storia che affonda le radici negli scritti dei profeti. Nessun avvenimento è dovuto al caso. Tutto è previsto e accade nel tempo stabilito. Gli avvenimenti della storia sono saldamente nelle mani di Dio e sono da lui guidati verso il compimento del suo regno. Nella storia c’è un disegno che può sfuggire ai superficiali, ma non ai veri credenti.

Gli autori apocalittici cercano di rispondere agli interrogativi posti alla fede dall’agire di Dio nel mondo. Constatano che il regno di Dio incontra difficoltà nella storia e per questo proiettano la soluzione definitiva dei problemi alla fine, oltre la storia. Il loro merito sta proprio in questa chiara consapevolezza di un destino che va oltre la storia. Ma noi dobbiamo superare la tentazione di una errata lettura di questi testi, quella di abbandonare il mondo presente al suo destino per attendere nella fede il mondo nuovo che solo Dio può creare.

 

Un messaggio nuovo e tradizionale

L’Apocalisse si apre con un impegno: essere una rivelazione di Gesù Cristo. Non intende dunque profetizzare nulla di nuovo nei confronti del Vangelo. Il suo messaggio pretende di essere tradizionale, non nuovo: una attualizzazione di quanto Gesù ha già detto. Tutta la letteratura giovannea rivendica un profondo attaccamento alla Tradizione. L’Apocalisse è in perfetta sintonia con gli altri scritti apocalittici del Nuovo Testamento (Mc 13; 2Pt ecc.). Le varie catastrofi non sono la fine del mondo, ma i segni premonitori, i sintomi di un giudizio che si sta avvicinando. Ciò che accade è un segnale, un anticipo e un ammonimento. Al centro di tutto sta la certezza del trionfo di Cristo, il raduno degli eletti in paradiso e la condanna dei malvagi. Importante è l’invito alla vigilanza che è nello stesso tempo prontezza (il Signore può venire subito) e pazienza (il Signore può tardare).

Lo scopo degli scritti apocalittici non è spargere ansietà, ma confortare i giusti e richiamarli alla vigilanza e al coraggio e ammonire quelli che sono tentati di ritornare alla mentalità e agli usi pagani. L’Apocalisse è una profezia cristiana che trova il suo fondamento non in una nuova rivelazione, ma nel ricordo delle parole di Gesù. Il nucleo del suo contenuto è pienamente in accordo con il Vangelo. Tuttavia c’è in essa una innegabile originalità: la sua fedeltà alla Tradizione è aggiornata e riletta, è espressa in formule nuove e adattata a situazioni nuove.

 

Autore e data di composizione

La testimonianza più antica sulla data di composizione è quella di Ireneo, vescovo di Lione, secondo cui l’apostolo Giovanni avrebbe scritto l’Apocalisse verso la fine del regno di Domiziano, l’imperatore morto assassinato nel 96 d.C. Lo storico Eusebio, che ci riporta questa testimonianza, precisa per conto suo la data di composizione "nel quattordicesimo anno" di Domiziano, che corrisponde al 94-95.

 

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:07 PM

PROLOGO

1 Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per render noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni. 2 Questi attesta la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. 3 Beato chi legge e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino.

L’introduzione del libro (1,1-3) e la conclusione (22,6-10) vanno lette insieme. Si richiamano e costituiscono una cornice che inquadra l’intero discorso. Ci vengono fornite le prime indispensabili notizie: l’origine del messaggio, il suo contenuto, i destinatari, lo spirito con cui ascoltarlo.

Il messaggio viene da Dio, non dall’uomo: qui sta la sua autorevolezza. La rivelazione di cui il libro è portatore ha il suo punto di partenza nel Padre e ha come successivi mediatori Gesù Cristo, gli angeli e Giovanni, e raggiunge il suo termine nell’assemblea liturgica, quando lo "scritto" viene letto ad alta voce da un lettore e ascoltato con fede da tutta l’assemblea: "Beato colui che leggerà e quelli che ascolteranno".

Il contenuto del messaggio è indicato dall’espressione "le cose che devono accadere presto" presente sia nell’intestazione (1,1) che nella conclusione (22,6). L’espressione proviene dal libro di Daniele (2,23ss) in un capitolo in cui Daniele spiega il sogno del re: solo il profeta illuminato da Dio è in grado di farlo. Allo stesso modo le cose che Giovanni sta manifestando non sono raggiungibili dalla sapienza degli uomini, dalla loro scienza e dalla loro analisi: solo Dio le può rivelare e solo la fede le può conoscere. Il contenuto di questa Apocalisse è la manifestazione del piano salvifico di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo e che si sta realizzando nella storia. L’Apocalisse non è semplicemente un annuncio, ma un appello che indica ai "servi di Dio" ciò che devono fare.

Già nell’intestazione e nella conclusione è indicato l’atteggiamento di fondo che devono avere i destinatari della lettera: leggere, ascoltare, mettere in pratica (1,3). Leggere e ascoltare fedelmente, senza nulla aggiungere o togliere come è detto in chiusura del libro: "Se qualcuno farà delle aggiunte, Dio farà cadere su di lui i flagelli descritti in questo libro; e se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio strapperà lui dall’albero della vita e dalla città santa" (22,18-19).

Il "mettere in pratica" consiste nel prendere con coraggio, senza esitazioni e subito le proprie decisioni. Soprattutto il giusto perseguitato e scoraggiato riprenda la propria strada nonostante le apparenti smentite e sconfitte: "Il tempo è vicino: l’ingiusto commetta pure le sue ingiustizie, l’immondo divenga pure sempre più immondo, ma il giusto perseveri nella sua giustizia e il santo si santifichi sempre di più. Ecco, vengo presto: porto con me la ricompensa che darò a ciascuno" (22,11-12).

Nell’intestazione e nella conclusione è proclamata la beatitudine per coloro che leggono, ascoltano e mettono in pratica. Lungo il libro ci sono altre beatitudini che in qualche modo esemplificano e concretizzano la beatitudine generale dell’inizio e della fine.

C’è una beatitudine che dichiara che la morte non è più una minaccia per il giusto: "Beati d’ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche; perché le loro buone opere li seguono" (14,13). C’è una beatitudine per coloro che sono vigilanti, sempre pronti all’arrivo del Signore: "Ecco, io verrò come un ladro; beato colui che è vigilante e che conserva le sue vesti; così non camminerà nudo e non lascerà scorgere la sua vergogna" (16,15). Un’altra beatitudine è per coloro che hanno accettato l’invito alle nozze: "Beati quelli che sono stati invitati alla cena di nozze dell’Agnello" (19,9). E infine una beatitudine per coloro che praticano la giustizia e rifiutano il peccato: "Beati coloro che lavano le loro vesti, in modo che possano mangiare dell’albero della vita ed entrare attraverso le porte nella città. Fuori restano i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna" (22,14-15).

Giovanni designa il suo scritto con nomi diversi. Tre in particolare: rivelazione, profezia e testimonianza.

Il primo indica l’origine del messaggio e la sua autorevolezza: viene da Dio e non dal ragionamento dell’uomo.

Il secondo ne indica lo scopo: offrire alla comunità gli strumenti per conoscere in profondità il senso salvifico delle vicende che accadono. Profezia non è previsione del futuro, ma lettura del presente con gli occhi di Dio.

Il terzo dice riferimento a Gesù Cristo, in particolare alla sua morte e risurrezione. È la memoria di Gesù la luce che permette di leggere in profondità le vicende che accadono. E questa lettura trasforma la comunità in una vivente testimonianza resa al Signore morto e risorto che si manifesta attraverso il coraggioso martirio dei suoi membri.

L’Apocalisse parla della storia dell’uomo, ma più profondamente parla del Cristo morto e risorto. È un canto di trionfo al Cristo Crocifisso e Risorto.

*****

v. 1 Rivelazione di Gesù Cristo: questo è il contenuto del libro. L’autore non collega la parola "rivelazione" con il proprio nome, ma indica Gesù Cristo, anzi Dio Padre stesso, come fonte e suprema autorità di questo messaggio che egli deve trasmettere agli altri. Come nei vangeli sinottici Gesù comunica ai suoi discepoli più fidati cosa deve accadere negli ultimi tempi e con quali eventi verrà annunciata la venuta del Figlio dell’uomo (Mc 13,1-27 e par.), così anche qui Gesù Cristo svela il futuro ai suoi servi, coloro che egli ha scelto e preso al proprio servizio. Dio fa conoscere la sua volontà ai suoi servi, i profeti, e rivela loro il suo segreto (cf. Am 3,7).

Nell’Apocalisse viene ampliato il significato di "servi di Dio": essi non sono soltanto i profeti, ma l’intera comunità cristiana (2,20; 7,3; 19,2), la quale ha ricevuto lo Spirito e ha vissuto l’adempimento delle promesse profetiche. Ad essa Dio si rivolge con il messaggio del veggente. Testimoni della verità della rivelazione sono Dio Padre, Gesù Cristo, l’angelo e Giovanni stesso. Giovanni menziona soltanto il proprio nome senza aggiungere alcuna indicazione. Egli è evidentemente noto alla comunità come servitore della Parola. Egli è uno dei servi di Dio che devono ripetere agli altri ciò che hanno ricevuto.

Ma qual è il contenuto di questo messaggio? Rivelazione significa svelamento delle cose nascoste, significa che l’invisibile diventa visibile. Ciò che viene rivelato sono gli avvenimenti futuri che già determinano il presente. Giovanni può gettare uno sguardo nel mondo segreto di Dio, il quale vuole mostrare ai suoi servi, i profeti, le cose che devono accadere tra breve. Tali eventi seguono il corso che è determinato unicamente dalla decisione di Dio. Ciò che Dio ha stabilito sarà realizzato senza ridimensionamenti né ritardi.

v. 2. Giovanni non ha tenuto per sé ciò che gli è stato rivelato, ma lo ha detto agli altri e ha attestato la parola di Dio e la testimonianza di Gesù Cristo.

v. 3. L’introduzione si chiude con l’affermazione di uno stato di beatitudine, la prima delle sette sparse nel libro. In questo versetto è detto beato chi legge agli altri il libro dell’Apocalisse.

Oltre a quelli che leggono sono dichiarati beati anche coloro che ascoltano quelle parole e le osservano. Dando alla lettura e all’ascolto del suo libro una così grande promessa, l’autore mostra quale autorità egli rivendichi per sé. La sua parola non vale meno di quella dei profeti dell’Antico Testamento (22,18-19). Nella pienezza della propria autorità profetica egli rivolge alla comunità il suo monito: il tempo è vicino. Il tempo che rimane non deve essere sciupato, ma totalmente utilizzato.

 

 

PREAMBOLO IN FORMA EPISTOLARE

4 Giovanni alle sette Chiese che sono in Asia: grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono, 5 e da Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il principe dei re della terra.
A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, 6 che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
7 Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà;
anche quelli che lo trafissero
e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto.
Sì, Amen!
8 Io sono l'Alfa e l'Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente!

L’Apocalisse è una lettera e come ogni altra lettera inizia con il mittente, i destinatari e il saluto. Il mittente è indicato dal semplice nome "Giovanni". È evidentemente un personaggio noto alla comunità. Gli studiosi non sono d’accordo sulla sua precisa identità. I destinatari della lettera sono le "sette chiese dell’Asia" che vengono accuratamente nominate nel v. 11: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea. Sono città collocate sull’antica strada imperiale che collegava i principali centri dell’Asia proconsolare. Il numero "sette", caro a tutta la letteratura apocalittica, simboleggia la pienezza. Dunque, nell’intenzione dell’autore, lo scritto – pur essendo in particolare diretto a quelle sette chiese – è anche diretto a tutta la chiesa.

Il saluto che Giovanni rivolge alle chiese è tipicamente biblico e cristiano: "Grazia e pace". I due termini evocano il complesso dei beni messianici e sottolineano esplicitamente che questi beni sono dono dell’amore gratuito di Dio.

Dio è descritto con una perifrasi: "Colui che è, che era, che viene", che ricorda il nome divino dell’Esodo (3,14): "Io sono colui che sono". Dio è il Signore di tutta la storia (del passato, del presente e del futuro). Questo tema è centrale per Giovanni: la storia è nelle mani di Dio. Può sembrare un’affermazione scontata per quelli che vivono in situazioni tranquille, ma non lo è per coloro che vivono nel turbine della persecuzione.

I sette spiriti sono gli arcangeli che, secondo la concezione giudaica, stanno davanti al trono di Dio (3,1; 4,5; 5,6).

Gesù Cristo è descritto con tre titoli: testimone fedele, primogenito dei morti, Signore dei re della terra. Sono tre titoli che prendono in considerazione i momenti principali della vita di Gesù: la passione, la risurrezione e la glorificazione.

Giovanni sente il bisogno di terminare la breve introduzione indicando a chiare lettere il "suo Vangelo" perché l’Apocalisse è soprattutto un Vangelo, una "lieta notizia". Eccola: "Viene tra le nubi; tutti gli uomini lo contempleranno, anche quelli che l’hanno trafitto" (v. 7). C’è sullo sfondo la visione di Daniele (7,13), utilizzata da tutta la tradizione evangelica (Mc 13,26; 15,62) e un testo di Zaccaria (12,10.14), utilizzato dal vangelo di Giovanni come conclusione del racconto della crocifissione (Gv 19,37): "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto". La breve introduzione si chiude riaffermando la signoria di Dio sulla storia: "Io sono il principio e la fine, colui che è, che era, che viene, l’Onnipotente" (v. 8).

La struttura di questo brano mette al centro Dio. Si apre e si chiude (vv. 4 e 8) con l’affermazione della sovranità di Dio sulla storia. Ed è unicamente su questa sovranità di Dio che l’uomo è autorizzato a sperare.

Al centro di questo quadro teocentrico sta una sintesi della storia di Gesù (vv. 5-6): una storia di amore e di donazione (colui che ci ama), di liberazione dal peccato (ci ha liberati dai nostri peccati nel suo sangue) e di recupero dell’unità (ha fatto di noi una comunità di sacerdoti).

Al centro di questo dramma sta la croce. È ricordata tre volte, in poche righe: "Il testimone fedele e il primogenito dei morti", "ci ha liberati dai nostri peccati nel suo sangue" (v. 5) e "quelli che l’hanno trafitto" (v. 7).

Il Vangelo dell’Apocalisse è il trionfo della Croce. Una "lieta notizia" per coloro che stanno percorrendo la strada della Croce.

In questo brano è visibile un movimento di discesa e di salita, di dono e di risposta. Da Dio scende il dono della grazia e della pace (v. 4), dall’uomo sale l’inno di ringraziamento e di lode (v. 5). La salvezza è dono gratuito di Dio, all’uomo non resta che accoglierla e ringraziare. I motivi del ringraziamento e della lode sono esplicitamente elencati: l’amore del Cristo, il riscatto dal peccato, la comunità. Questo brano rilegge l’Antico Testamento e la tradizione cristiana. L’Apocalisse è una grandiosa rilettura dell’Antico Testamento, e alcune sue pagine sono un vero e proprio mosaico di immagini e di espressioni bibliche. È una rilettura originale, cristologica, fatta a partire da un centro ben chiaro: la signoria di Dio sugli eventi della storia e la via della Croce come unica strada di vittoria.

*****

v. 4. Il termine ekklesía qui usato, corrisponde al concetto di popolo, che il Dio d’Israele aveva chiamato e scelto per sé. Le comunità cristiane, attribuendosi il titolo di popolo di Dio, affermano il diritto di costituire le comunità di Dio, per le quali valgono le promesse della Scrittura. Questo popolo di Dio esiste ovunque si radunino degli uomini che invocano il nome di Gesù e confessino che Gesù è il Cristo. Perciò tanto la singola comunità quanto la chiesa nel suo insieme è designata con lo stesso termine di ekklesía. Giovanni scrive al popolo di Dio che è nelle sette comunità della provincia romana dell’Asia proconsolare. Il numero sette, spesso ricorrente nell’Apocalisse, era molto usato nel mondo antico per indicare la pienezza della santità. Parlando alle sette comunità, Giovanni parla dunque all’intera chiesa di Cristo.

L’augurio di pace era usuale in tutto l’Oriente; ma qui ha un contenuto nuovo. Infatti la pace di cui si parla è la salvezza finale che ha avuto inizio con la venuta di Gesù Cristo (Lc 2,14) e nella quale Dio ha manifestato la sua grazia. Grazia e pace (cf. 22,21) si riferiscono a quell’unico evento con il quale Dio si è rivolto agli uomini e ha chiamato a sé il suo popolo.

Come appare in questo testo il nome di Dio è indeclinabile, perché Dio è immutabile nella sua maestà. Egli è colui che è nel passato, nel presente e nel futuro. Dio non rimane immobile; per questo non è detto che egli sarà, ma che egli viene. Questa espressione anticipa già il tema di tutto il libro, che tratta appunto della venuta di Dio alla fine dei giorni.

I sette spiriti sono gli arcangeli, come abbiamo detto sopra. Qualcuno però ritiene che essi esprimano la pienezza dello Spirito di Dio che è stato conferito alla sua chiesa (sette spiriti – sette comunità).

v. 5. Il nome di Gesù Cristo è corredato da tre predicati che corrispondono alla successione delle tre affermazioni della confessione di fede cristiana: morto, risorto, glorificato. Egli è il testimone che ha reso testimonianza alla verità (Gv 18,37) ed è chiamato fedele perché ha sostenuto la sua testimonianza fino alla morte (1Tm 6,13; Ap 2,13). La sua risurrezione significa l’inizio della risurrezione di tutti i morti (1Cor 15,20; Col 1,18) e per questo motivo è chiamato primogenito dei morti. Infine egli è il Glorioso costituito principe su tutti i re della terra, che tiene nelle sue mani tutta la potenza e la forza (Mt 28,19; Fil 2,11; Ef 1,20ss).

Giovanni parla della maestà del Signore glorificato e del suo potere universale non solo per esprimere una realtà di fede, ma anche per trasmettere alla chiesa perseguitata che Cristo è il re di tutti i re della terra: per questo la comunità può rimanere fiduciosa durante i terrori degli ultimi giorni e perseverante nella lode. Questa lode è rivolta a Cristo per il suo amore continuamente all’opera che si è manifestato nell’atto irripetibile del dono di sé per noi (Gal 2,20; Ef 5,2.25). Egli ci ha riscattati dai nostri peccati mediante il suo sangue.

v. 6. A coloro che Cristo ha liberato in questo modo, egli stesso ha concesso di partecipare alla sua dignità di principe sopra tutti i re della terra.

L’Antico Testamento diceva che gli Israeliti dovevano essere per Dio un sacerdozio regale e un popolo santo (Es 19,6); lo stesso vale ora per la comunità cristiana: essa deve servire Dio, rivestita di autorità regale e di purezza sacerdotale. Al presente essa è soltanto un misero gruppo di uomini soggetti alle persecuzioni, ma ha ricevuto fin d’ora la valida assicurazione di appartenere al suo Signore re e sacerdote. Per mettere in risalto la singolarissima dignità di Cristo, è detto che Dio è suo padre. Per questo gli si addice ogni lode di eternità in eternità. Con la parola Amen si convalida la lode. Questa parola era usata per fare propria la preghiera pronunciata da un altro (1Cor 14,16). Le comunità nelle quali vengono lette le parole scritte da Giovanni aderiscono, con un Amen, alla lode di Cristo.

vv. 7–8. Questi versetti preannunciano il contenuto del libro. Gli eventi finali di cui tratta il libro dell’Apocalisse cominciano con la passione, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo (vv. 5-6) e si estendono fino alla sua venuta nell’ultimo giorno (v. 7). Il simbolismo delle lettere dell’alfabeto non era in uso nell’Antico Testamento; era invece molto diffuso nel mondo ellenistico, dal quale poi è passato nel giudaismo. L’alfabeto intero veniva messo in relazione con il tutto, così, per es., le ventiquattro ore del giorno si indicavano con le ventiquattro lettere dell’alfabeto greco. Giovanni, con l’uso simbolico delle lettere dell’alfabeto ha utilizzato la formula A e ?, alfa e omega, per indicare l’onnipotenza di Dio (21,6) e di Cristo (22,13; 1,17; 2,8) in quanto è colui che crea e porta a compimento. Tutto il potere è nelle sue mani. Perciò i suoi nemici possono strepitare quanto vogliono: a lui spetta la prima e l’ultima parola.

 

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:08 PM

VOCAZIONE E MISSIONE DI GIOVANNI

9 Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell'isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. 10 Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: 11 Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. 12 Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d'oro 13 e in mezzo ai candelabri c'era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d'oro. 14 I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, 15 i piedi avevano l'aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. 16 Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.
17 Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo 18 e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. 19 Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. 20 Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d'oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese.

Giovanni inizia il suo racconto situandosi, in rapporto alla comunità: è un fratello e vive, solidale con la comunità, nella persecuzione. Con questo è presentato l’ambiente in cui il messaggio è nato e al quale si rivolge. L’Apocalisse è una riflessione sulla persecuzione ed è un messaggio di speranza rivolto a una comunità perseguitata. Sono indicati due atteggiamenti fondamentali: la costanza e la testimonianza. Quest’ultima è una parola–chiave di tutta l’Apocalisse. Nell’uso del Nuovo Testamento la parola "testimonianza" evoca sempre l’atmosfera di un processo e di un pubblico dibattito: da una parte il mondo con i suoi idoli, dall’altra il Cristo. Rinvia alla storia e all’esperienza: si testimonia un fatto accaduto e una realtà vissuta personalmente. Non è valida una testimonianza per sentito dire. Ed è, infine, legata alla sofferenza, al pagare di persona: testimonianza vuol dire martirio. Decidendo di porsi dalla parte di Cristo, il testimone deve sapere che sarà inesorabilmente coinvolto nel suo rifiuto da parte del mondo incredulo. È questo l’aspetto che l’Apocalisse sottolinea maggiormente.

Ogni profeta vive di quell’esperienza unica e decisiva che è la sua vocazione: un incontro personale con Dio che diventa il punto di riferimento di tutta la sua vita e del suo messaggio. Così è di questo brano. Giovanni ha avuto un’espressione fatta di visione e di ascolto, che egli racconta per dare fondamento e autorità alla sua profezia. Ciò che dice non è suo, ma viene da Dio. Giovanni sta svolgendo la missione che Cristo gli ha affidato. L’incarico è ripetuto due volte, nei vv. 11.19: annunciare e scrivere le cose presenti e le cose future. C’è dunque anche un presente da leggere. Questo presente diventa chiaro e comprensibile soltanto a partire da una rivelazione di Dio.

Ma che cosa vede il profeta? La sua visione è descritta mediante simboli, dei quali sono importanti il movimento e i colori. Dio viene sperimentato in forma potente, e tuttavia rimane indescrivibile nella sua Trascendenza. Se ne ode la voce, ma il volto di Dio rimane invisibile. È molto importante la parola "come" continuamente ripetuta. Suoni, colori e similitudini restano fondamentalmente inadeguati. Il divino resta irraggiungibile, e più ci si avvicina e più si comprende che non lo si può descrivere. È sempre e soltanto un "come".

Come accade a ogni profeta, anche Giovanni prova timore di fronte alla maestà di Dio: "Al vederlo caddi ai suoi piedi come morto" (v. 17). Ma Dio è consolazione e sicurezza: "Ma egli, posando la sua mano sopra di me, mi tranquillizzò: ‘Non temere’" (v. 17). Dio è consolazione, è sicurezza proprio perché è Dio, il primo e ultimo, il padrone della vita e della morte. Colui che è morto e risorto tiene saldamente nelle sue mani le "sette stelle e i sette candelabri" cioè la chiesa di Dio: una chiesa perseguitata e lacerata, in lotta col male e col peccato, ma che nonostante tutto ha il diritto di essere lieta e vittoriosa perché è nelle mani di Colui che ha già vinto il male.

*****

vv. 9–11. Come gli scritti profetici dell’Antico Testamento cominciano con il racconto della vocazione dei loro autori, così anche Giovanni colloca all’inizio del suo libro il racconto della missione che gli è stata affidata e che lo autorizza a parlare.

Il Signore che ha chiamato Giovanni non è Dio, ma il Cristo glorificato. Ma mentre i profeti dell’Antico Testamento venivano separati dal popolo per poi rivolgere il loro messaggio come predicatori solitari e isolati, Giovanni invece rimane membro della comunità, di una comunità tribolata e perseguitata. L’accesso al regno di Dio si schiude soltanto attraverso molte tribolazioni (At 14,22). In esse va mantenuta la costanza paziente, la quale è possibile a coloro che sono in comunione con Gesù (3,10).

Giovanni sa di essere unito ai lettori del suo libro da una comunione che si fonda sull’appartenenza all’unico Signore. Egli passa quindi a tratteggiare brevemente in primo luogo le circostanze esteriori nelle quali ha avuto luogo la sua vocazione e la sua missione. Egli si trova a Patmos, piccola isola del gruppo delle Sporadi, che è situata di fronte alla costa dell’Asia Minore e che i Romani usavano come luogo di confino. Il motivo di questo suo confino è "la parola di Dio, la testimonianza di Gesù" (v. 9). L’estasi è avvenuta di domenica, nel giorno del Signore. Lo Spirito del Signore si impossessò di lui e Giovanni fu introdotto in una condizione estatica che gli consente di contemplare quelle singolarissime immagini che stanno per essergli mostrate. Ma egli non si sofferma a descrivere questa esperienza e passa subito ad esporre l’incarico ricevuto di trasmettere alla comunità il messaggio del Signore glorioso.

Prima di tutto ode una voce dal timbro incomparabile come di una tromba. Giovanni usa spesso i termini "come", "simile a", per indicare l’inadeguatezza dei paragoni a cui deve fare ricorso: mancano le parole per descrivere anche solo in modo approssimativamente corretto ciò che egli ha visto e udito. Quella voce potente gli ordina di scrivere in un libro ciò che vede, e di mandarlo alle sette chiese.

vv. 12–16. Dopo aver ricevuto quell’incarico Giovanni si volta e vede una figura che cerca di descrivere con espressioni tratte dall’Antico Testamento. Giovanni vede, come prima cosa, sette candelabri d’oro. In mezzo ai candelabri c’è qualcuno "come" un figlio d’uomo. Qui si fa di nuovo riferimento a Dan 7,13: il Figlio dell’uomo è il Signore glorioso, che siede in trono presso Dio e che ha ricevuto il dominio su tutto il mondo (Fil 2,9-11; 1Tm 3,16; Mt 28,18-20). La descrizione usa termini dell’Antico Testamento (Dan 10,5-6).

La lunga veste di cui è coperto il Figlio dell’uomo è segno della sua dignità di sommo sacerdote (Es 28,4.27), e la cintura d’oro che gli fascia il petto era portata dai re (1Mac 10,89). La sua figura è talmente circonfusa di luce che il suo capo e i suoi capelli splendono bianchi come la neve. In questo modo Giovanni attribuisce a Gesù un tratto che in Dan 7,9 caratterizza il vegliardo che siede sul trono celeste per il giudizio.

I suoi occhi sono come fiamme di fuoco (Dan 10,6) e penetrano ogni cosa, per cui nulla può rimanergli nascosto. I suoi piedi sono splendenti come il bronzo (Dan 10,6) e la sua voce si può paragonare solo al rumore di cascate impetuose (Dan 10,6; Ez 43,2).

Nella mano destra (la destra è il lato della forza e della potenza) egli tiene sette stelle. Probabilmente si tratta di una intera costellazione, come l’Orsa Minore, che era considerata simbolo di potenza e dominio. Il dio Mitra, per es., aveva la costellazione dell’Orsa nella destra. La stessa immagine indicava il dominio mondiale dei Cesari.

Non i potenti della terra, ma il Figlio dell’uomo è Signore di tutto: questo vogliono significare le sette stelle. Egli verrà a giudicare e chiamerà tutti a comparire davanti al suo trono. La spada acuminata a doppio taglio che esce dalla bocca di Cristo significa che egli è il giudice (Is 11,4; 49,2). Vengono infine riferite alla figura di Cristo, Signore e Giudice, le parole del libro dei Giudici 5,31: lo splendore del suo volto è come la piena luce del sole quando a mezzogiorno brilla in tutta la sua forza.

vv. 17–20. Questi versetti descrivono l’effetto che la visione ha avuto su Giovanni e il modo in cui il Figlio dell’uomo gli ha affidato la sua missione. L’apparizione di Dio suscita negli uomini timore e paura perché l’essere umano deve scomparire davanti alla santità di Dio (Gen 32,31; Es 33,20; ecc.); perciò anche Giovanni, dinanzi all’eccelsa figura del Figlio dell’uomo, cade a terra come morto (Dan 10,9-1 1). Ma il Figlio dell’uomo gli posa la mano destra sul capo. Da quel contatto sgorgano forze vivificanti su Giovanni che giace come morto (Mc 5,23; Lc 5,17; 6,13; ecc.).

Nelle parole che gli rivolge per togliergli la paura, Gesù si attribuisce i titoli onorifici più eccelsi. Afferma di essere il primo e l’ultimo, come Dio (1,8) e il Vivente, come solo Dio è il vero vivente in confronto agli dei e agli idoli senza vita dei pagani.

Nella seconda frase pronunciata dal Figlio dell’uomo si parla della morte e risurrezione di Cristo. Le parole "ero morto, ma ora sono vivo per i secoli dei secoli" collocano il Figlio dell’uomo sullo stesso piano di Dio.

La terza frase allude alla discesa di Cristo agli inferi, ed è messo in evidenza l’effetto della vittoria ottenuta da Cristo sulle potenze infernali. Egli ha in mano le chiavi della morte e degli inferi. Dato che ora egli è il Signore del mondo dei morti, la morte stessa ha perso il suo carattere spaventoso agli occhi della comunità.

Per il pensiero giudaico soltanto Dio ha in mano la chiave per riportare i morti alla vita, ma la comunità cristiana vede il Figlio dell’uomo glorificato seduto sovranamente alla destra di Dio.

Il Figlio dell’uomo ripete l’ordine di scrivere, aggiungendo ora l’indicazione di quello che deve essere riportato. L’espressione "ciò che era, ciò che è e ciò che sarà" significa il corso integrale della storia, tutta la storia. Solo i profeti, grazie a una illuminazione divina, hanno potuto abbracciare visivamente il segreto della storia.

Segue una breve spiegazione che svela il significato di un mistero: i sette candelabri vengono interpretati come le sette comunità (1,11) in mezzo alle quali sta il Figlio dell’uomo. Le sette stelle che il Signore tiene tra le mani sono i sette angeli delle comunità. Chi sono questi angeli? Molti sostengono che si tratti dei capi delle comunità, ossia dei loro vescovi. Ma più propriamente dobbiamo ricordare che ad ogni comunità (come ad ogni singolo: Mt 18,10) viene attribuito un angelo nel quale è rappresentata la comunità stessa. Quando si dice che bisogna scrivere all’angelo di una comunità (2,1ss) significa che sarà inviato un messaggio alla comunità (1,4.11). Cristo, in quanto Signore dell’universo, tiene in mano la costellazione di sette stelle come segno del suo potere e dominio (1,1 6; 2,1). Ma le sette stelle vanno intese, nello stesso tempo, come i sette angeli delle comunità. Cristo è il Signore della chiesa intera. Egli la tiene saldamente nelle sue mani.

NUMERI APOCALITTICI NELL’APOCALISSE DI GIOVANNI

La tradizione apocalittica attribuisce a diversi numeri un determinato significato, che viene adottato anche da Giovanni in questo libro.
Il numero che compare più spesso è il sette: sette sono le comunità a cui il libro si rivolge (1,4.11), sette gli spiriti di cui si parla (1,4; 4,5; 5,6), sette candelabri (1,12.20; 2,1), sette le stelle (1,16.20), un libro con sette sigilli (5,1), l’angelo con sette corna e sette occhi (5,6), sette trombe nelle mani dei sette angeli (8,2ss), sette tuoni (10,3), sette piaghe in sette coppe (1 5,1.7; 16,1ss). Per la religione astrale babilonese le sette stelle venerate come divinità reggevano il corso del cosmo, perciò nell’antichità il sette era considerato come il numero che indica l’universo. Questo significato del numero sette è penetrato nella letteratura apocalittica per indicare la perfezione del dominio divino e la pienezza totale. La metà di sette, contrapposta al numero perfetto, viene usata per indicare un tempo limitato e breve, cioè tre anni e mezzo (12,14 = 42 mesi; 13,5 = 1260 giorni), oppure tre giorni e mezzo (11,9.11).
Un significato particolare veniva attribuito anche al numero quattro: alle quattro estremità della terra, ritenuta piatta (20,8), stanno le quattro possenti creature angeliche (7,1) che reggono la volta celeste e comandano alle forze della natura (7,1-2; 19,14-15). Le quattro stagioni sono accompagnate da quattro grandi costellazioni, come esseri giganteschi che reggono la volta celeste (4,6). Nell’Apocalisse il rapporto con la religione astrale scompare, ma il numero quattro rimane riferito ugualmente all’ordine cosmico. In origine anche il significato del numero dodici è stato determinato dalle concezioni della religione astrale. In dodici mesi l’anno ripete il suo ciclo (22,2); e a Babilonia erano attribuiti onori divini a ventiquattro stelle (4,4). Il numero dodici quindi è considerato segno di perfezione. La regina del cielo è adorna di dodici stelle (12,1), la città celeste è circondata da un muro che poggia su dodici fondamenta e ha dodici porte, che sono dodici perle (21,12-21). La nuova Gerusalemme si estende in forma di un quadrato di 12.000 stadi di lato (21,16). Dodici tribù formano il popolo di Dio (7,5-8) che viene anche descritto come un multiplo di dodici come i 144.000, cioè il numero completo degli eletti di Dio (7,1-8; 14,1-5). Sempre secondo la religione astrale babilonese, la storia si svolge nell’ampio arco di una settimana cosmica, perciò si pensava che il suo corso durasse settemila anni e che l’ultimo giorno della settimana cosmica fosse di mille anni (20,2-7). L’apocalittica giudaica ha ripreso dalla religione astrale la considerazione per i numeri cui attribuisce significati misteriosi, ma non venera gli astri, che vengono visti soltanto come creature di Dio. Giovanni sa che la misura del tempo è decisa dal volere di Dio che ha fissato i tempi e ha ordinato stelle e numeri.

 

 

LE SETTE LETTERE
(2,1--3,22)

Le sette lettere alle sette chiese fanno da introduzione al vero e proprio discorso di rivelazione. Ci fanno conoscere le tensioni e i problemi delle comunità della fine del primo secolo. E ci indicano i destinatari e i motivi che hanno indotto Giovanni a scrivere le sue visioni.

Ci troviamo davanti a comunità reali, normali, alle prese con contraddizioni che sono anche le nostre. E anche gli avvertimenti che vengono dati sono normali, concreti e attuali.

Le comunità sono sotto la signoria del Cristo morto e risorto. La comunità cristiana trova la propria identità confrontandosi con la parola del Cristo morto e risorto. È sulla base di questo confronto che scaturisce l’esame di coscienza. La parola del Signore è una spada a doppio taglio che penetra nel profondo e mette a nudo le contraddizioni che invece la comunità vorrebbe nascondere. È dunque una parola di giudizio, ma contemporaneamente è anche una parola di consolazione e di promessa. Le comunità trovano nel loro Signore il giudice e il salvatore.

La lettura della parte centrale delle lettere evidenzia con chiarezza tre situazioni. Dal punto di vista di Dio sono delle "prove" che hanno lo scopo di purificare la fede: "Quelli che amo li rimprovero e li castigo. Affrettati a convertirti" (3,19). Ma queste prove possono anche diventare ostacoli alla fede e motivo di dubbio.

La prima situazione, più volte ripetuta, è la presenza nelle comunità di concezioni incompatibili con la vera Tradizione cristiana. Tali concezioni sono presentate con frasi, o con semplici allusioni, che ci restano in gran parte sconosciute. Leggiamo che vi sono alcuni che si spacciano per apostoli e non lo sono (2,3); che certuni professano la dottrina di Balaam (2,14); e che una certa donna Gezabele si vanta di essere profetessa (2,20). Due volte si allude espressamente alla dottrina e alle pratiche dei Nicolaiti (2,6; 2,15). È importante notare che la loro individuazione e la loro conseguente denuncia è fatta sulla base di un confronto con la Tradizione. Un passo della seconda lettera di Giovanni è molto esplicito a questo proposito: "Molti sono i seduttori che sono apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo! Badate a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguito, ma possiate ricevere una ricompensa piena. Chi va oltre, e non si attiene alla dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina possiede il Padre e il Figlio" (2Gv 1,7–9).

Una seconda situazione presente nelle comunità è la persecuzione da parte dei giudei e, più ampiamente, da parte del mondo. Si ripete la stessa opposizione che aveva incontrato Cristo. La luce (una luce che disturba) fu dapprima combattuta nella persona di Gesù: ora continua ad essere combattuta nella persona dei suoi discepoli. Il vangelo di Giovanni ne ha individuato molto bene il motivo: il mondo riconosce solo ciò che è suo; ama le tenebre e rifiuta tutto ciò che lo denuncia. Questa opposizione a Cristo da parte dei giudei, degli eretici e del mondo è la manifestazione storica di una opposizione più profonda e radicale: l’opposizione di satana al disegno di Dio (2,9). Il modo con cui si manifesta questa opposizione è sempre lo stesso: rifiuto della verità, menzogna e violenza. Dapprima cerca di spegnere la luce con argomenti menzogneri. Se poi la luce non si spegne con la tenebra della menzogna, non resta che toglierla di mezzo eliminando fisicamente i cristiani come era stato eliminato il Cristo.

Infine la terza situazione presente nelle lettere può sembrare meno drammatica, ma è forse ancora più pericolosa. Non viene dall’esterno, ma germoglia all’interno delle stesse comunità: è la mondanizzazione, la perdita della fede primitiva, il compromesso con la logica mondana. Le comunità non hanno più l’amore di un tempo (2,4).

Alle comunità che si trovano in queste condizioni, Giovanni non dà molti suggerimenti, ma pochi ed essenziali: "Ritorna alla condotta di prima"; "Sii fedele sino alla morte"; "Tieni saldamente quello che hai"; "Svegliati"; "Affrettati a convertirti".

Le direttive sono dunque solo tre: rimanere fedeli alla Tradizione che risale alle origini; ritornare alla fede e allo slancio di un tempo; sostenere senza paura la prova.

 

 

ALLA CHIESA DI EFESO

1 All'angelo della Chiesa di Efeso scrivi:
Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro: 2 Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova - quelli che si dicono apostoli e non lo sono - e li hai trovati bugiardi. 3 Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. 4 Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. 5 Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto. 6 Tuttavia hai questo di buono, che detesti le opere dei Nicolaìti, che anch'io detesto.
7 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.

vv. 1–7. Il primo messaggio è indirizzato a Efeso, capitale della provincia e sede ufficiale del proconsole romano. La fiorente città commerciale era famosissima per il tempio di Artemide (At 19,23ss). Da molto tempo si era instaurato anche il culto imperiale, di cui rendono testimonianza i ruderi di un tempio eretto in onore di Domiziano. Anche la comunità cristiana fondata da Paolo era importante.

I profeti dell’Antico Testamento cominciavano i loro oracoli dicendo: "Così dice il Signore". Qui parla colui che ha in mano le sette stelle (1,16.20) e che cammina in mezzo ai sette candelabri (1,12; 2,5), ossia colui che tiene saldamente le comunità nelle sue mani e parla loro con le parole della testimonianza profetica di Giovanni. Egli comincia con l’elogio delle opere. Come opere della comunità cristiana vengono messe in luce la fatica e la costanza (vv. 2–3). La comunità ha mostrato il suo impegno perché non ha tollerato i malvagi e ha smascherato i falsi apostoli. Ad Efeso i bugiardi erano stati riconosciuti come tali. La comunità ha dimostrato la sua costanza nel sopportare le difficoltà che provenivano da giudei e pagani a causa della sua professione di fede in Cristo. Ma viene però rimproverata perché ha abbandonato l’amore dei primi tempi. Queste parole non si riferiscono all’entusiasmo dei neofiti che viene meno, ma all’amore fraterno che è la caratteristica della vita e delle opere dei cristiani. L’affievolimento dell’amore fraterno è uno dei segni spaventosi nella tribolazione finale: "Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, l’amore di molti si raffredderà" (Mt 24,12). Inizialmente a Efeso si praticava l’amore per i fratelli, ma a poco a poco erano subentrate la negligenza e l’indolenza.

Il ravvedimento comincia con il rendersi conto dell’altezza dalla quale si è caduti, si compie nella conversione che non è soltanto un cambiamento di mentalità, ma un’inversione di marcia dell’uomo intero e si realizza nelle opere: bisogna ritornare a compiere le opere dell’amore come ai primi tempi. La serietà di questa esortazione alla penitenza viene sottolineata da una minaccia. Se l’invito alla conversione non viene ascoltato, il Signore verrà ad eseguire il giudizio, allontanando il candelabro della comunità. Tale sentenza escluderebbe Efeso dal numero delle sette chiese, ossia dalla chiesa di Cristo. C’è però la speranza che non si debba giungere fino a questo punto. Infatti dopo il rimprovero, la comunità riceve ancora un elogio per essersi nettamente separata dai Nicolaiti. La comunità di Efeso ha espulso come estranei alla comunità stessa questi Nicolaiti che erano probabilmente degli gnostici (2,24). Il richiamo forte, che è dello stesso tenore in tutte le lettere, richiede che si ascolti ciò che lo Spirito dice alle comunità. Si tratta dello Spirito profetico che si esprime attraverso le parole di Giovanni. Colui che parla per mezzo dello Spirito è il Signore glorificato (14,13; 19,10; 22,17). Alla fine della lettera c’è una promessa per chi è vincitore. A tutti coloro che rimangono fedeli è promessa la partecipazione alla gloria futura. Tale promessa è descritta con immagini apocalittiche sempre diverse in ciascuna delle sette frasi dedicate ai vincitori. Coloro che qui in terra sopportano tormenti e persecuzioni per amore di Cristo saranno ristorati nella sovrabbondante pienezza del paradiso. Alla scomparsa del paradiso dopo il peccato originale corrisponde alla fine dei tempi il ritorno del paradiso nel quale vi è l’albero della vita (Gen 2,9; 3,22). Chi vince potrà mangiare dell’albero della vita (22,2). Queste parole gli assicurano che riceverà la salvezza.

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:10 PM

ALLA CHIESA DI SMIRNE

8 All'angelo della Chiesa di Smirne scrivi:
Così parla il Primo e l'Ultimo, che era morto ed è tornato alla vita: 9 Conosco la tua tribolazione, la tua povertà - tuttavia sei ricco - e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di satana. 10 Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita.
11 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Il vincitore non sarà colpito dalla seconda morte.

vv. 8–11. La comunità cristiana di Smirne aveva dovuto ripetutamente soffrire da parte dei giudei persecuzioni e insidie, di cui più tardi fu vittima anche il vescovo Policarpo. Questi, al momento di subire il martirio (nel 156 d.C.), disse di avere servito Cristo per 86 anni.

Non è quindi da escludere che al momento della redazione di questa lettera Policarpo fosse già un membro responsabile della comunità di Smirne.

Il Signore glorificato parla in qualità di primo e ultimo (1,17-18) che è risorto dalla morte. Nessuna parola di biasimo è rivolta alla comunità, ma solo espressioni di elogio. In mezzo alle angustie e alla povertà essa è veramente ricca. Deve tollerare le calunnie e le ingiustizie dei giudei, che con il loro comportamento ostile hanno dimostrato di non essere il popolo di Dio, ma piuttosto la sinagoga di satana, ossia la collettività del diavolo. L’Israele di Dio è costituito esclusivamente da coloro che confessano la loro fede in Cristo (Gal 6,15-16; Rm 2,28). La comunità dovrà affrontare ancora altre sofferenze: alcuni dei suoi membri saranno gettati in carcere. Questa persecuzione, suscitata dagli uomini è opera del diavolo, ma Dio rimane padrone della situazione e vuole mettere i suoi alla prova (Gb 1,6ss); però solo per breve tempo, come è suggerito dall’indicazione di un periodo di dieci giorni (Dan 1,12.14; Gen 24,55). Perciò bisogna essere fedeli fino alla morte. A coloro che concludono con la morte la loro confessione di fede è promessa la corona della vita (Gc 1,12).

Secondo un’antica concezione, gli dèi della luce avevano in testa delle aureole o corone. In paradiso i beati saranno adorni di queste aureole (3,11; 4,4.10; 12,1; 14,14). Coloro che saranno stati fedeli fino alla fine riceveranno il dono della vita che nessuno potrà più togliere loro. Essi infatti non andranno incontro a nessuna sofferenza per la "seconda morte". Questa espressione, che proviene dal giudaismo, indica l’esclusione dalla risurrezione dei morti, o la risurrezione per la condanna e l’invio nella dannazione eterna (20,6.14; 21,8). Tutti gli uomini devono passare per la morte corporale, ma i vincitori non saranno toccati dalla morte eterna, anzi, risusciteranno e passeranno alla vita incorruttibile. Questa promessa deve ravvivare il coraggio e la costanza dei cristiani che sono messi alla prova affinché rimangano fedeli fino alla fine.

 

 

ALLA CHIESA DI PERGAMO

12 All'angelo della Chiesa di Pèrgamo scrivi:
Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli: 13 So che abiti dove satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antìpa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana. 14 Ma ho da rimproverarti alcune cose: hai presso di te seguaci della dottrina di Balaàm, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli d'Israele, spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla fornicazione. 15 Così pure hai di quelli che seguono la dottrina dei Nicolaìti. 16 Ravvediti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.
17 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all'infuori di chi la riceve.

vv. 12–17. Pergamo era l’antica capitale del regno degli Attalidi. Era una città ricca di templi, uno dei quali era dedicato a Zeus, un altro al dio risanatore Asclepio, al quale venivano molti pellegrini in cerca di aiuto del dio. Fin dal 29 a.C. era stato eretto un tempio ad Augusto e alla dea Roma. In questo ambiente la comunità cristiana doveva avere vita difficile. Il Signore glorificato che le parla si definisce come il giudice che ha la spada affilata a due tagli (1,16; 2,16). Egli conosce l’ambiente nel quale vivono i suoi fedeli: il luogo in cui fioriscono i culti pagani, in cui l’imperatore riceve onori divini, e in cui i confessori di Cristo sono perseguitati, è la sede del trono di satana. Non è facile, in una città come questa, attestare con fermezza il nome di Cristo e non rinnegare la fede in lui. Ma la comunità non si è lasciata fuorviare dalle pressioni esterne: neppure quando uno dei suoi membri, che era un fedele testimone del suo Signore, era stato ucciso. La morte di Antipa dev’essere stata un fatto sporadico con cui gli avversari volevano intimorire i cristiani. Le grandi persecuzioni per la chiesa devono ancora venire. La loro condotta coraggiosa merita altissime lodi, che tuttavia trovano un limite in un difetto che va menzionato: all’interno della comunità vi sono alcuni che condividono la dottrina di Balaam. Costui era stato chiamato un tempo da Balac, re dei Moabiti, per maledire gli Israeliti (Nm 22-24), ma in epoche successive il giudaismo vide in lui semplicemente l’istigatore all’idolatria (Nm 31,16). Egli avrebbe spinto le Moabite a fornicare con gli Israeliti (Nm 25,1ss). Egli è il tipo di quegli eretici che inducono a commettere i due peccati principali: quello di mangiare le carni sacrificate agli idoli (1Cor 8-10) e quello di darsi alla fornicazione (1Cor 6,12-20). I Nicolaiti ne imitano l’esempio (2,6). I seguaci di Balaam e i Nicolaiti non sono dunque due gruppi diversi, ma, come Balaam in passato sedusse gli Israeliti, così ora i Nicolaiti con le loro dottrine hanno fuorviato dalla fede alcuni membri della comunità di Pergamo. Essi sostengono che i cristiani non devono separarsi dal mondo dei pagani, ma continuare a partecipare al loro modo di vita. Questa etica libertina deriva dallo gnosticismo che era penetrato nelle comunità non soltanto di Efeso (2,6) e di Pergamo, ma anche di Tiatira (2,20.24). Se non si convertiranno, il Signore stesso interverrà con il suo potere di giudice e punirà i malvagi con la spada della sua bocca (19,11.15). Ma la promessa della salvezza futura è per coloro che si manterranno fedeli. Essi riceveranno la manna nascosta.

Secondo la tradizione giudaica il profeta Geremia, prima della distruzione di Gerusalemme, aveva messo al sicuro l’arca dell’alleanza e tutte le cose in essa contenute, fra le quali anche una brocca piena di manna (2Mac 2,4-8). Si sperava che alla fine dei tempi Dio avrebbe nuovamente nutrito il suo popolo con la manna, come aveva fatto anticamente nel deserto. Chi sarà vincitore potrà aver parte a quel dono del tempo della salvezza. Non è altrettanto facile spiegare l’immagine della pietra bianca. Probabilmente ci si riferisce all’uso molto diffuso di portare amuleti per proteggersi dal male, sui quali era scritto un nome magico e segreto. Chi aveva con sé uno di tali amuleti e conosceva il significato delle parole che vi erano scritte era protetto contro gli spiriti del male. L’immagine usata qui da Giovanni deriva con ogni probabilità da questo genere di concezioni. Naturalmente le è stato dato un altro contenuto: infatti il nome nuovo scritto sulla pietra bianca conosciuto solo da chi lo riceve è il nome di Cristo (19,12). Soltanto chi crede in lui, chi si tiene saldo al suo nome (v. 13) e lotta con coraggio nella battaglia della tribolazione finale, conosce il nome nuovo che gli dà aiuto e forza.

 

 

ALLA CHIESA DI TIATIRA

18 All'angelo della Chiesa di Tiàtira scrivi:
Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente. 19 Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio e la costanza e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime. 20 Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Iezabèle, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli. 21 Io le ho dato tempo per ravvedersi, ma essa non si vuol ravvedere dalla sua dissolutezza. 22 Ebbene, io getterò lei in un letto di dolore e coloro che commettono adulterio con lei in una grande tribolazione, se non si ravvederanno dalle opere che ha loro insegnato. 23 Colpirò a morte i suoi figli e tutte le Chiese sapranno che io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le proprie opere. 24 A voi di Tiàtira invece che non seguite questa dottrina, che non avete conosciuto le profondità di satana - come le chiamano - non imporrò altri pesi; 25 ma quello che possedete tenetelo saldo fino al mio ritorno. 26 Al vincitore che persevera sino alla fine nelle mie opere,
darò autorità sopra le nazioni;
27 le pascolerà con bastone di ferro
e le frantumerà come vasi di terracotta,
28 con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio e darò a lui la stella del mattino. 29 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

vv. 18–29. Tiàtira era una città di scarsa importanza, in cui vivevano soprattutto artigiani e commercianti (At 16,14). Questa piccola comunità è la destinataria della più lunga delle sette lettere. Nelle parole introduttive viene attribuito a Cristo il titolo di Figlio di Dio, che evidentemente anticipa la citazione del salmo 2 ai vv. 26-27. La comparsa maestosa del Signore glorioso è descritta con tratti che ricordano la visione della vocazione (1,14-15). I suoi occhi penetranti scrutano ogni cosa (v. 23). Egli sa in quale ambiente si trova la comunità e la loda per tutto il suo comportamento: per l’amore, la fedeltà, l’assistenza prestata ai poveri e la costanza paziente. È messo in risalto il progresso: le opere buone più recenti sono infatti più numerose delle precedenti. Merita invece un secco rimprovero per la tolleranza dimostrata verso la donna Gezabele. Come Balaam fungeva da tipo dell’eresia di Pergamo (2,14-15), così la moglie straniera del re Acab è vista come il modello di una falsa profetessa introdottasi nella comunità. Gezabele aveva perseguitato Elia (1Re 16,31ss; 21,25) e si era data all’idolatria e alla fornicazione (2Re 9,22). Il suo nome serve qui per designare una donna che pretendeva indebitamente di essere profetessa, ma era in realtà una seduttrice. Anch’essa, come i Nicolaiti, condivide l’opinione gnostica secondo cui il cristiano può praticare senza scrupoli la fornicazione e prendere parte ai banchetti sacrificali agli idoli nei templi pagani. Questi due esempi di etica libertina sono ripetutamente indicati come le pericolose conseguenze della dottrina gnostica (2,14; 1Cor 6,12-20; 8-10). Accondiscendere a questa dottrina significa rinnegare Dio e servire le potenze del male e i demoni (1Cor 10,20-21). Per questo motivo il Signore assume qui un atteggiamento così severo contro la falsa profetessa che non vuole convertirsi. Ormai non rimane altro che annunziare il castigo: il letto della fornicazione diventerà un letto di dolori. A coloro che seguono la sua dottrina lassista e che senza scrupoli violano il matrimonio e si accompagnano alla prostituta è ancora offerta l’occasione di allontanarsi dalle opere di questa donna. Altrimenti avranno una grande tribolazione. Il giudice divino ucciderà con una pestilenza i figli di Gezabele, ossia i seguaci della profetessa. In questo castigo tutte le comunità riconosceranno la divina potenza del Cristo: anch’egli, come Dio, scruta l’intimo degli uomini e rende a ciascuno secondo le sue opere. Egli penetra con lo sguardo e riconosce questa eresia come un pericoloso gioco con le potenze sataniche. Quando mettevano da parte le norme etiche, quando si muovevano senza preoccupazione nel mondo pagano della tarda antichità, quando andavano nei templi dei pagani o frequentavano le prostitute, gli gnostici intendevano difendere la vera libertà. Ma la comunità viene messa in guardia contro tali pericolose deduzioni, derivanti dalle speculazioni gnostiche su satana e le potenze del male. Lo stato di perfezione dei beati non è ancora una realtà (2Tm 2,18), quindi bisogna attendere con fedeltà e costanza finché il Signore venga. Perciò: "Resistete, finché non verrò" (v. 25). A questo appello seguono le parole della vittoria. Colui che vince, rimanendo fedele a Cristo, parteciperà al regno di Dio e dominerà con Cristo sui popoli pagani. La stella mattutina che il vincitore riceverà dalle mani del Cristo è il simbolo del potere. Alla base di questa immagine c’è probabilmente l’idea diffusa secondo cui Venere era simbolo del potere, la più alta dignità del quale era nelle mani dell’imperatore di Roma. Se questa è l’interpretazione della stella mattutina, essa si adatta bene al nostro contesto: il segno del dominio non è dato ai grandi di questo mondo, ma a coloro che rimangono fedeli al loro Signore. Ed essi devono esercitare questo potere insieme con Cristo. La lettera finisce con un’esortazione ad ascoltare quello che lo Spirito dice alle chiese.

 

 

ALLA CHIESA DI SARDI

1 All'angelo della Chiesa di Sardi scrivi:
Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. 2 Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio. 3 Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante, verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te. 4 Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni. 5 Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. 6 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

vv. 1–6. Sardi era stata la capitale di Creso, il ricco principe dei Lidi. Nel primo secolo dopo Cristo aveva ormai un’importanza molto limitata. La comunità viene severamente rimproverata da Cristo. La sua condotta non ha nulla di lodevole, perché la comunità è viva solo di nome, ma in realtà è morta. Il rimprovero riguarda il fatto che dinanzi al tribunale di Dio la misura di opere richiesta non è stata trovata piena. Bisogna svegliare i membri addormentati e moribondi della comunità. Se però la comunità non si sveglia, il Signore la sorprenderà nel sonno, presentandosi inaspettatamente come giudice. L’immagine del ladro nella notte, usata per indicare l’improvvisa venuta dell’ultimo giorno, viene applicata a Cristo (Mt 24,43-44; 2Pt 3,10; ecc.). Poiché nessuno conosce l’ora, è necessario attenderla vegliando. Ma alcune persone di Sardi non hanno macchiato le loro vesti: non si sono date alle dissolutezza (Gd 23) e per ricompensa vivranno in comunione con il Signore glorioso, vestite di bianche vesti. L’abito splendente è il segno delle apparizioni celesti (Mc 9,3; 16,5; At 1,10) e sarà dato ai beati perfetti. Coloro che rimangono fedeli fino alla vittoria riceveranno questa ricompensa. La promessa conclusiva riprende ancora una volta l’immagine delle vesti bianche che alludono all’esistenza trasfigurata dei giusti nel mondo celeste, e aggiunge che i loro nomi non saranno cancellati dal libro della vita. Nel libro della vita sono segnati i nomi di coloro che avranno la cittadinanza celeste nella vita eterna (13,8; 17,8; 20,12.15; 21,27).

L’assicurazione della salvezza futura è infine convalidata da una parola del Signore (Mt 10,32; Lc 12,8): dinanzi al tribunale di Dio e alla corte di giustizia del cielo, Gesù confesserà i nomi dei suoi fedeli. Questa confessione di Gesù significa la ricompensa per la fedeltà dimostrata, la salvezza e la difesa nel giudizio finale.

 

 

ALLA CHIESA DI FILADELFIA

7 All'angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi:
Così parla il Santo, il Verace,
Colui che ha la chiave di Davide:
quando egli apre nessuno chiude,
e quando chiude nessuno apre.
8 Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. 9 Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di satana - di quelli che si dicono Giudei, ma mentiscono perché non lo sono -: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. 10 Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. 11 Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. 12 Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio, insieme con il mio nome nuovo. 13 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

vv. 7–13. La città di Filadelfia porta il nome del suo fondatore, il re Attalo Il Filadelfo di Pergamo (159-138 a.C.). Anche questa comunità, come quella di Smirne, riceve soltanto elogi. Il Signore glorificato ha nelle mani la chiave di Davide (1,18) con cui aprirà la porta del palazzo celeste per far entrare la comunità di Filadelfia. Essa trionferà con lui su tutti gli avversari che ora la opprimono. Tra questi vanno ricordati particolarmente i giudei, i quali non meritano più il nome di giudei e di popolo di Dio (2,9) perché sono diventati nemici dell’Israele di Dio, che sono i cristiani. Le profezie, che parlano della sottomissione di re pagani, ora sono applicate ai giudei: il Signore in persona farà in modo che essi debbano comparire umiliati davanti alla comunità e gettarsi ai suoi piedi. Allora i giudei riconosceranno che egli l’ha amata e ne ha fatto il suo popolo. Essa ha seguito la parola del suo Signore che la esorta a una perseveranza paziente, e ha visto che nella comunione con Gesù le è stata data la forza di resistere (1,9). Per ricompensa egli la terrà lontana dall’ora della prova che deve venire su tutti gli abitanti della terra, ossia tutti gli increduli (6,10; 8,13;11,10; 13,8.12.14; 17,2.8).

Ciò che la comunità possiede deve tenerlo saldamente fino alla prossima venuta del Signore; infatti anch’essa potrebbe cadere e perdere la corona che è già pronta per lei. A chi vince sono presentate grandi promesse. Gesù farà di lui una colonna del tempio di Dio. Nel giudaismo erano chiamate colonne Abramo e gli uomini di Dio d’Israele; nella comunità cristiana primitiva, gli apostoli (Gal 2,9: Ef 2,19-22; 1Pt 2,5). I cristiani fedeli saranno inseriti nell’edificio della chiesa trionfante come colonne portanti che non si possono più togliere. Essi saranno segnati con il nome di Dio, come sua proprietà, e riceveranno il nome della città celeste di cui ottengono la cittadinanza. Come al principio del mondo tutte le cose hanno ricevuto un nome (Gen 1,5ss; 2,19ss), così alla fine dei tempi riceveranno un nome nuovo: la nuova Gerusalemme scende dal cielo (Ap 21; Gal 4,26; Eb 12,22). Nuovo è anche il nome messianico di Gesù (2,17; 19,12-13) che sarà dato ai vincitori. Essi saranno con Cristo ed entreranno con lui nella gloria eterna.

 

 

ALLA CHIESA DI LAODICEA

14 All'angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi:
Così parla l'Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio: 15 Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! 16 Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. 17 Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. 18 Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. 19 Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. 20 Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. 21 Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. 22 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

vv. 14–22. La città di Laodicea, fondata da Antioco II nel III secolo a.C., è così chiamata dal nome di sua moglie Laodice. Era una città ricca e famosa per i suoi commerci, le sue attività bancarie e una scuola di medicina. Dopo un tremendo terremoto, che aveva raso al suolo la città nel 60-61 d.C., gli abitanti erano riusciti a ricostruirla senza aiuti di altri e riportarla rapidamente a un nuovo splendore. Le origini della comunità cristiana di Laodicea risalgono all’epoca dell’apostolo Paolo (Col 2,1; 4,13-17). Cristo si rivolge a questi credenti nell’esercizio della sua autorità divina: infatti soltanto Dio, il Dio dell’Amen (Is 65,16) è verace. Gesù è al suo fianco in qualità di testimone fedele e veritiero (1,5) e di origine della creazione (Col 1,1 5). Egli è la fonte e l’inizio di tutto ciò che esiste (Gv 1,1; Eb 1,3). L’idea della collaborazione alla creazione è usata qui per affermare che l’avvento di Cristo è valido per il mondo intero. Il Signore glorificato, che regna insieme con Dio sull’universo, rivolge un duro rimprovero alla comunità: essa infatti non è né calda né fredda e vive beatamente soddisfatta di sé. Per la sua tiepidezza, Cristo la rigetterà al momento del giudizio, così come si rigetta dell’acqua nauseabonda. Ma la comunità non è affatto consapevole della propria situazione: pensa di essere ricca, di aver acquistato dei tesori, è contenta e sicura di sé. E non vede che si trova invece in una situazione semplicemente miseranda: si è sistemata molto confortevolmente nel mondo, ma agli occhi di Cristo è povera, cieca e nuda.

Da questa constatazione deriva il triplice consiglio che le viene dato: comprare da Cristo dell’oro autentico, di quello che i poveri ricevono gratuitamente da lui (Is 55,1); di prendere da lui vestiti bianchi per nascondere la vergogna della sua nudità; e di farsi prescrivere da lui dell’unguento per gli occhi (con evidente allusione alla famosa scuola di medicina della città) per guarire la sua cecità. Queste raccomandazioni significano tutte e tre la stessa cosa: la vera ricchezza, la pienezza della salvezza e l’autentica guarigione si trovano soltanto in Cristo. Questo energico appello alla conversione, rivolto con tanta severità alla comunità soddisfatta di sé, non è altro che un’espressione dell’amore con il quale il Signore vuol risvegliare e richiamare la coscienza dei cristiani tiepidi e soddisfatti. Il Signore che parla così è quello stesso che sta per venire a pronunciare il suo giudizio. Egli bussa alla porta annunziando la sua prossima venuta (Gc 5,9; Lc 12,36). Quando sarà presente celebrerà con i suoi il gioioso banchetto del tempo della salvezza (Mc 14,25; Lc 22,29-30; Mt 8,11). In Oriente la mensa comune esprime una strettissima comunione (Mc 2,15-16; Lc 15,2; ecc.). Promettendo di cenare con coloro che ascoltano la sua voce, Gesù promette loro che saranno con lui nella gloria futura. Coloro che sono fedeli nella lotta, alla fine trionferanno con Cristo, prenderanno posto accanto a lui sul trono sul quale pronuncia il giudizio insieme a Dio (Mt 19,28; 1Cor 6,3), e parteciperanno alle sue funzioni di giudice e di sovrano (1,6). Il monito finale costituisce la conclusione delle sette lettere e sottolinea il comandamento rivolto a tutti di vegliare, di ascoltare e di essere pronti.

IL MESSAGGIO DELLE SETTE LETTERE

Le sette brevi dichiarazioni che il Signore glorificato rivolge alle comunità contengono una visione molto sobria della situazione della chiesa in Asia Minore: lodano la costanza, l’amore e la fedeltà e biasimano una vita cristiana tiepida e pigra. Quando in 1,3 si afferma che il Figlio dell’uomo glorificato si trova al centro dei sette candelabri, che vanno interpretati come le sette chiese (1,20), Giovanni intende dire che le comunità vivono in una dipendenza indissolubile con il loro Signore e che l’atteggiamento della chiesa dev’essere giudicato nella misura in cui è espressione dell’obbedienza al suo Signore. Si prendono in considerazione le opere (2,2.5.19; 3,15; ecc.) perché l’obbedienza alla parola predicata si dimostra nell’azione.

Per Giovanni la salvezza è ancora nel futuro. Ciò che riempie e determina il presente è proprio la sicura speranza rivolta al futuro. Chi resterà fedele al Cristo crocifisso, risorto e glorificato entrerà nella vita incorruttibile (2,7.10; 3,5), che non sarà più sotto la minaccia di nessuna morte (2,11).

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:12 PM

I SETTE SIGILLI
(4,1–8,1)

LA SALA DEL TRONO CELESTE

1 Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito. 2 Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c'era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. 3 Colui che stava seduto era simile nell'aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. 4 Attorno al trono, poi, c'erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d'oro sul capo. 5 Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. 6 Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d'occhi davanti e di dietro. 7 Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l'aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l'aspetto d'uomo, il quarto vivente era simile a un'aquila mentre vola. 8 I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:
Santo, santo, santo
il Signore Dio, l'Onnipotente,
Colui che era, che è e che viene!
9 E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, 10 i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo:
11 «Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,
di ricevere la gloria, l'onore e la potenza,
perché tu hai creato tutte le cose,
e per la tua volontà furono create e sussistono».

Nella visione di investitura (1,9-20) Giovanni si era sentito ordinare: "Metti in iscritto le cose che vedrai, sia quelle riguardanti il presente sia quelle riguardanti il futuro" (1,9). Nelle lettere alle chiese (cap. 2-3) Giovanni ha parlato di ciò che è. Ora inizia a parlare di ciò che avverrà: "Sali quassù e ti mostrerò ciò che deve accadere più avanti" (4,1).

Ambedue gli oggetti dell’Apocalisse (ciò che è e ciò che sarà) richiedono una rivelazione di Dio. Non solo il futuro, ma anche il senso profondo del presente sfugge all’occhio dell’uomo: per comprenderli è necessaria la rivelazione di Dio (il confronto con la sua Parola). Le singole immagini che compongono la visione della sala del trono (4,1-11) hanno diverse origini, in gran parte però derivano dalla tradizione profetica dell’Antico Testamento. Per comprendere questa visione occorre analizzare con pazienza le immagini una ad una, cercandone l’origine e il senso.

Giovanni vide "un trono innalzato nel cielo". Il trono è un’immagine importante dell’Apocalisse (la troviamo più di quaranta volte) e ricorre spesso nei contesti che sono polemici nei confronti dei molti troni che gli uomini innalzano ai potenti e ai falsi dei. In cielo c’è il trono di Dio e dell’Agnello, ma sulla terra c’è il trono di satana. Il trono è dunque un’immagine che allude alle due sovranità che si contendono il dominio della storia e del cuore dell’uomo.

Giovanni non descrive Dio, ma solo il suo trono e lo splendore che lo circonda: uno splendore paragonabile alle pietre preziose. Il trono di Dio è avvolto dall’arcobaleno, che non è soltanto espressione di luminosità ("Dio è luce": 1Gv 1,5), ma anche di pace e di alleanza (così l’arcobaleno dopo il diluvio: Gen 9,13).

Ventiquattro anziani – seduti su piccoli troni – fanno corona al trono di Dio. Loro compito è rendere omaggio a Colui che è seduto sul trono(4,10), intonare gli inni di lode (4,11;5,9-10; 11,17-18; 19,4), porgere le coppe dei profumi (5,8). Sono i sacerdoti della liturgia celeste. Chi rappresentano? Secondo alcuni esegeti sono ventiquattro esseri celesti (angeli) che secondo la mitologia babilonese e persiana costituiscono la corte celeste. Secondo altri sono i giusti dell’Antico Testamento, in numero di ventiquattro perché secondo il libro delle Cronache tale è appunto il numero dell’organizzazione del culto (le 24 classi dei sacerdoti e le 24 classi dei cantori: 1Cr 24,3-10; 25,6-31). Per altri ancora sarebbero i dodici apostoli e i dodici patriarchi: attorno al trono di Dio c’è l’antico e il nuovo Israele.

Dal trono escono lampi, voci e tuoni (4,5; 8,5; 11,19; 16,18). Sono i segni classici che accompagnano la manifestazione di Dio. Così, per es., è descritta nel libro dell’Esodo (19,6) la grande teofania del Sinai: "Sul far del mattino incominciarono tuoni e lampi: una densa nube copriva il monte e si udì un suono di tromba fortissimo" (cf. Ez 1,13; Sal 77,18ss; Gb 37,4).

"In mezzo al trono e attorno al trono quattro viventi" (4,6), pieni di occhi davanti e di dietro, in sembianze di leone, di vitello, di uomo e di aquila che vola. Questi quattro viventi Giovanni li desume dalla visione di Ezechiele 1,10ss.

Per alcuni esegeti si tratterebbe dei cherubini alati della mitologia babilonese, per altri si tratterebbe degli angeli, per altri infine sarebbero il simbolo di tutta la creazione. Per i padri della chiesa sono diventati il simbolo dei quattro evangelisti. Come i ventiquattro anziani, così anche i quattro viventi intonano l’inno di lode e di ringraziamento: "Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente che era, che è e che viene" (4,8). Ripetono le parole dei serafini della visione di Isaia 6. Giovanni ha desunto le sue immagini dalla tradizione biblica, in particolare dalle tre più famose visioni profetiche (Is 6; Ez 1; Dan 7).

La descrizione di Giovanni è quanto mai indicativa: "Vidi un trono e sul trono Qualcuno". Di Dio non si può dire di più. E tuttavia si può capire un po’ chi è Dio per noi se osserviamo ciò che lo circonda: la luce, i suoni, i personaggi della sua corte e la liturgia che essi celebrano. In altre parole, noi possiamo comprendere un po’ Dio se osserviamo la creazione, la storia e la liturgia della comunità (descrivendo la liturgia celeste, Giovanni pensa alla liturgia della comunità cristiana).

Sulla precisa portata simbolica di alcuni elementi rimangono delle incertezze, ma c’è una costante che si impone: tutti i personaggi di questa visione, chiunque essi siano, sono in atteggiamento di adorazione davanti al trono, pronti all’ascolto e all’obbedienza. Tutta la creazione e i giusti dell’Antico e del Nuovo Testamento riconoscono l’unica e assoluta sovranità di Dio. L’orgoglio dell’uomo e delle sue idolatrie è vittorioso soltanto in apparenza. Chi domina la storia è soltanto la sovranità di Dio. Una sovranità che procede non secondo l’orgogliosa pretesa di salire verso l’alto (Babilonia: Is 14,13-15; Tiro: Ez 28,2-8; Roma: vedi il seguito dell’Apocalisse), ma un movimento che scende verso il basso (dal cielo verso il cuore della nostra storia). Per questo l’Apocalisse si chiuderà con la visione della Gerusalemme celeste che "discende" dal cielo (21,2).

Al tentativo idolatra dell’uomo che vuole sostituirsi a Dio si contrappone la via di Dio che scende fra gli uomini e in essi pone la sua dimora.

La liturgia celeste celebra la sovranità di Dio creatore: "Tu sei degno, Signore Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché hai fatto tutte le cose" (4,11). Ma questa insistenza sulla creazione (come in tutta la Bibbia) è in funzione della storia. Il trono del sovrano dell’intera creazione è circondato dall’arcobaleno, che è il segno della pace: "Sarà il segno dell’alleanza che io stabilisco tra me e voi e tutti gli esseri viventi, presenti e futuri... le acque non diventeranno più un diluvio per distruggere ogni carne" (Gen 9,12ss). Utilizzando l’immagine dell’arcobaleno, Giovanni vuol dirci che la parola di Dio, che sostiene il mondo e gli dà una direzione, è una parola fedele e alleata. Il diluvio e le forze della distruzione non avranno mai più l’ultima parola. Di fronte al male dilagante non dobbiamo avere nessuna paura: la potenza di Dio creatore è dalla nostra parte.

A questo punto possiamo anche capire perché Giovanni, prima di iniziare il racconto di ciò che "sta per avvenire", ha voluto mostrarci la visione celeste della corte di Dio. Prima di mostrarci il tumulto e le contraddizioni della storia, ecco la visione di Dio seduto sul trono in una calma sublime: egli regge imperturbabile i destini del mondo e della sua comunità. Gli uomini si agitano, ma Dio no. Il racconto degli eventi tumultuosi della storia si apre (cap. 4) e si chiude (cap. 21) con una visione di pace, simboleggiata appunto dal trono di Dio. La storia va da pace a pace: il peccato e l’idolatria degli uomini non possono infrangere questo disegno.

*****

vv. 1–3. Giovanni vede davanti a sé una porta aperta nel cielo, che schiude l’accesso al mondo superiore (Ez 1,1), alla sala del trono di Dio. Se questo accesso è aperto vuol dire che è stato rimosso il velo opaco che divide il cielo dalla terra, Dio dagli uomini (Mc 1,10; At7,55; ecc.). La voce dell’angelo, che aveva già parlato una volta a Giovanni con una voce di tromba (1,10), lo invita a salire per mostrargli ciò che accadrà in seguito (1,1.19), ciò che avverrà negli ultimi tempi. Giovanni cade nuovamente in un rapimento estatico e, liberato da ogni pesantezza terrena, è trasportato nel mondo celeste (cf. 2Cor 12,2). Il suo sguardo cade in primo luogo sul trono del sovrano, che si eleva nel mezzo della sala, e su Colui che vi siede sopra. I re e i giudici esercitano le loro funzioni seduti; Colui che siede sul trono è il re dei re, che comanda e giudica il mondo intero. La religiosità giudaica non pronuncia il nome di Dio, ma ne parla solo per allusioni; similmente Giovanni evita di descrivere il personaggio o di fare il nome di Colui che è seduto sul trono. Dice soltanto che colui che siede sul trono è circondato di un fulgore indicibile, che si può descrivere solo in modo approssimativo e insufficiente paragonandolo allo scintillio delle pietre preziose. Probabilmente il diaspro era una pietra senza colore e trasparente, e la corniola, chiamata anche sardonica (perché proveniente da giacimenti vicino a Sardi), brillava di un colore rossiccio. La corona luminosa che circonda il trono è paragonabile al verde smeraldo. Questi tratti, che riecheggiano la descrizione dell’apparizione di Dio in Ez 1,26-28, indicano che Dio è luce (1Gv 1,5) e che regna in una gloria inaccessibile.

vv. 4–8. Dopo aver visto il trono di Dio al centro della sala, Giovanni volge il suo sguardo all’intorno. Su ventiquattro troni più piccoli seggono in cerchio altrettanti anziani, i quali rendono omaggio a Dio (4,10), intonano inni di lode (4,11), suonano la cetra e porgono, in atteggiamento sacerdotale, delle coppe d’oro piene di profumi (5,8).

Essi adorano Dio e presentano all’Altissimo le preghiere degli uomini (5,8). Dal trono escono lampi, tuoni e boati (8,5; 11,19; 16,18): questi sono i fenomeni che accompagnano la rivelazione di Dio fin dall’antichità (Es 19,16; ecc.).

vv. 9–11. La grande schiera di coloro che sono radunati per il culto celeste riprende l’inno di lode dei quattro esseri, ai quali si unisce nell’adorazione. Nei momenti culminanti del canto di lode gli anziani si alzano dai loro troni, depongono le loro corone davanti a Colui che è seduto sul trono e gli rendono omaggio come a Colui che vive in eterno. Egli è Colui nel quale soltanto è vita e non morte (Sal 42,3; Os 2,1; 1Ts 1,9; ecc.).

Tacito racconta che il re persiano Tiridate si sarebbe avvicinato all’immagine di Nerone togliendosi dal capo il diadema regale e deponendolo ai piedi dell’immagine stessa (Ann. 15,29). Come nel culto imperiale si doveva rendere omaggio a Cesare, così gli anziani, dinanzi al trono di Dio, rendono onore a Colui che solo è degno di essere adorato. L’imperatore Domiziano si faceva chiamare "Signore e Dio" (Svetonio, Domiziano 13). Ma l’unico Signore a cui competono lode, onore e potenza è Dio, e non Cesare. Egli infatti ha creato l’universo ed esso deve l’esistenza soltanto alla sua volontà. E in quanto creatore egli tiene nelle sue mani il corso della storia, qualunque cosa accada.

 

 

IL LIBRO DEI SETTE SIGILLI E L’AGNELLO

1 E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. 2 Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». 3 Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. 4 Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. 5 Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».
6 Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7 E l'Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. 8 E quando l'ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all'Agnello, avendo ciascuno un'arpa e coppe d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. 9 Cantavano un canto nuovo:
«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione
10 e li hai costituiti per il nostro Dio
un regno di sacerdoti
e regneranno sopra la terra».
11 Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12 e dicevano a gran voce:
«L'Agnello che fu immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».
13 Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano:
«A Colui che siede sul trono e all'Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».
14 E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione.

Dopo la grandiosa visione del trono di Dio (4,1-11), ecco la visione (5,1-14) dell’Agnello morto e risorto, una pagina escatologica tra le più importanti dell’intero Nuovo Testamento.

Le due visioni sono strettamente collegate e complementari. Giovanni vede un Agnello come ucciso (il Crocifisso) e nello stesso tempo ritto in piedi (il Risorto), con sette corna che significano la pienezza della forza, e con sette occhi che si identificano con i sette spiriti di Dio e significano l’onniscienza divina.

In 4,11 si è celebrata la creazione, opera di Dio. In 5,9 si celebra la redenzione, opera dell’Agnello: "Hai acquistato col tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione". I quattro viventi e i ventiquattro anziani si prostrano davanti a lui come a Dio (cf. 7,4-10; 5,8). La corte celeste ripete per lui l’inno di gloria già cantato in onore di Dio. E nel cantico liturgico finale, che conclude e unisce le due visioni, Dio e l’Agnello sono accomunati: "A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode e onore". Qui ci troviamo di fronte a una delle più esplicite affermazioni della divinità di Gesù e della sua sovranità universale e vittoriosa: il mondo è ancora in balìa del male, ma la vittoria è già nelle mani del Cristo morto e risorto. Ma la confessione della divinità e della sovranità del Cristo morto e risorto, pur essendo in grande rilievo, non è il vero e proprio motivo della visione. Il motivo della visione è la presentazione di un libro chiuso con sette sigilli, la constatazione che nessuno è in grado di aprirlo e di leggerlo, il pianto del profeta, l’affermazione che solo il Cristo morto e risorto è in grado di aprire il libro e leggerlo.

Il segreto di questa pagina (ma anche, in un certo senso, il segreto dell’intera Apocalisse) è tutto racchiuso in questa semplice successione di gesti. Nessuno è in grado di aprire il libro, cioè di cogliere la storia della salvezza nella confusione delle vicende umane. Da qui l’angoscia e lo smarrimento. Ma ora non è più così: la morte e la risurrezione di Cristo hanno rotto i sigilli e il libro si è aperto.

Il pensiero non è nuovo nella letteratura di Giovanni. Il prologo del vangelo secondo Giovanni termina con un’affermazione, di cui questa scena sembra la drammatizzazione: "Nessuno ha mai visto Dio: l’unigenito Figlio, che è nel seno del Padre, ce l’ha rivelato" (Gv 1,18).

Lo sforzo dell’uomo, le sue ricerche filosofiche e religiose non sono in grado di penetrare il mistero di Dio. L’uomo abbandonato a se stesso si smarrisce. Solo il Figlio, proprio perché viene da Dio, è capace di sollevare il velo, di dissipare le tenebre e di indicarci la strada.

Fra l’affermazione del prologo del vangelo secondo Giovanni e la visione dell’Apocalisse c’è però qualche differenza: per l’Apocalisse il libro che solo Cristo può aprire non è direttamente il mistero di Dio, ma il mistero della storia. E la ragione per cui Cristo può rompere i sigilli del libro non è precisamente la sua filiazione divina, ma la sua vicenda storica di morte e risurrezione.

Questi due passi del Nuovo Testamento si presentano come consolazione e come avvertimento polemico. Consolazione: ora l’uomo non è più abbandonato a se stesso, e gli è offerta la possibilità di comprendere Dio e il senso della storia. Ammonimento polemico: di fronte ai molti movimenti religiosi del tempo di Giovanni che promettevano conoscenza e salvezza, e di fronte alle correnti apocalittiche giudaiche, secondo le quali gli angeli e alcuni grandi uomini del passato erano ammessi alla conoscenza dei segreti di Dio, ed erano perciò in grado di rivelarli, Giovanni afferma che nessuno, né in cielo né in terra, è capace di aprire il libro. Soltanto dalla morte e risurrezione del Cristo viene la possibilità di comprendere pienamente il senso della storia.

Per valutare tutta l’importanza di questa pagina occorre allargare il nostro orizzonte.

Secondo la concezione apocalittica ebraica e cristiana la storia si svolge come su due piani: la cronaca, comprensibile all’uomo, e il disegno di Dio che sta nel profondo, nascosto nella cronaca e tuttavia rivelato da essa. L’apocalittica vede negli avvenimenti dei "segni" di una realtà che sta oltre. Essa è convinta che per capire la storia "vera" occorre una rivelazione. Per comprendere la storia bisogna guardarla dall’alto: il vero storico è il profeta.

La visione dell’Apocalisse afferma che Gesù è al centro della storia. La rivelazione che occorre per leggere la storia e prevederne il corso è la vicenda storica che egli ha vissuto. È osservando la sua vicenda di morte e risurrezione che possiamo comprendere come vanno le cose in profondità. Non occorre dunque una rivelazione nuova, ma una "memoria".

Se ricordiamo la vicenda di Gesù, comprendiamo che il disegno di Dio è sempre combattuto; che addirittura c’è un tempo in cui le forze del male sembrano prevalere (la Croce), ma comprendiamo anche che l’ultima parola è la risurrezione. La via dell’amore, della non violenza coraggiosa e del martirio è crocifissa, non vinta. Da qui una grande consolazione. Ma, prima ancora, un criterio di valutazione. Contrariamente alle apparenze sono i martiri che costruiscono la vera storia, non i potenti e gli oppressori. Per un cristiano questo è l’unico criterio di lettura. Ma se è così, dobbiamo riscrivere tutti i libri di storia. L’Apocalisse ci dà anche un avvertimento: se vuoi fare storia, mettiti alla sequela di Cristo. Mettiti dalla sua parte, non altrove.

Il tema centrale dell’Apocalisse è l’affermazione della presenza del regno di Dio nelle vicende umane. Essa intende rispondere a una domanda cruciale: come valutare la storia e come porsi in essa. La risposta è semplicissima: il criterio di valutazione della storia è Cristo, e il modo di porsi in essa è indicato, una volta per tutte, dalla "via" che egli ha percorso.

*****

vv. 1–5. Giovanni osserva che colui che sta sul trono ha in mano il rotolo di un libro che è scritto sulle due facciate: esso è descritto con le parole profetiche di Ez 2,10. Questo rotolo è chiuso con sette sigilli. I sette sigilli indicano che il libro è un documento. In Oriente anticamente si redigevano i documenti su tavolette di argilla, che poi venivano coperte con un involucro di argilla sul quale si ripetevano le stesse parole scritte all’interno. In questo modo si potevano controllare in qualsiasi momento il contenuto del documento e, in caso di dubbio, lo si paragonava con l’originale contenuto nell’involucro. Questa doppia scrittura, che costituiva una garanzia contro le falsificazioni, rimase in uso anche in tempi posteriori, quando i documenti si scrivevano su fogli di papiro.

Nominando i sette sigilli, Giovanni dà l’avvio alla serie successiva di racconti e di immagini. Il numero sette indica la grandezza del mistero, perché significa la pienezza totale.

Un angelo domanda a gran voce chi sia degno di aprire questo rotolo: questo è il tema centrale di tutta la visione. Nessuno, in tutto l’universo, ne è degno. Nel momento in cui Giovanni dà sfogo nel pianto alla sua afflizione, gli si avvicina uno dei ventiquattro anziani per consolarlo. C’è uno che può aprire il libro e i suoi sette sigilli: è il Cristo, il leone della tribù di Giuda (Gen 49,9), la radice di Davide (Is 11,10). Queste parole applicate a Cristo, lo designano come colui nel quale si sono adempiute le profezie dell’Antico Testamento. Egli è dunque l’unico degno di svelare il piano di Dio sulla storia della fine dei tempi. Giovanni si è indubbiamente richiamato ai modelli dell’Antico Testamento per descrivere l’investitura dell’Agnello nell’assemblea celeste (Is 6; 1Re 22,19-22): nell’ampia cerchia dei servi intorno al trono di Dio non c’è nessuno che possa eseguire il difficile compito affidato da Dio finché non si trova colui che è l’unico degno di assumersi tale incarico: il leone della tribù di Giuda, la radice di Davide, nel quale si sono adempiute meravigliosamente le promesse della Scrittura.

v. 6. Giovanni scorge ora al centro di tutta la scena l’Agnello. Il titolo di Agnello, che l’Apocalisse attribuisce a Cristo, riassume in sé due aspetti: ha sette corna come segno della sua dignità sovrana (Dt 33,17; Sal 22,22; ecc.) e ha sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio, cioè la pienezza dello Spirito di Dio che è stato conferito a tutta la terra. Perciò l’Agnello, ossia il Cristo morto e risorto, partecipa al regno di Dio. In questo titolo di Agnello sono fusi due concetti: morte sacrificale di Cristo e sovranità conferita al Signore glorificato.

v. 7. L’Agnello avanza solennemente verso colui che siede sul trono e riceve dalle sue mani il rotolo del libro. Quest’atto, descritto con la massima concisione, equivale all’intronizzazione di un sovrano. Cristo è già stato innalzato alla gloria celeste come Signore, al quale è stata data la sovranità su tutto il mondo (Fil 2,9-11; Mt 28,18-20; 1Tm 3,16). Però questa sua sovranità, che egli deve esercitare su tutto il mondo, è ancora nascosta agli occhi degli uomini. Ma la chiesa, che confessa nella fede questo Signore di tutti i signori, attende che egli si manifesti come Re di tutti i re. La chiesa sofferente sulla terra trae forza da questa speranza, perché si sente unita alle schiere giubilanti nel cielo. L’inno di lode, intonato a molte voci dall’assemblea celeste, costituisce una risposta e un’eco del fatto che è stata data a Cristo la sovranità, ed egli sta per aprire i sigilli del libro del destino.

vv. 8–14. I quatto viventi e i ventiquattro anziani si prostrano in adorazione davanti all’Agnello. Gli anziani hanno in mano cetre e coppe piene di profumi. Essi offrono a Dio e all’Agnello l’inno di lode e, presentando le coppe dei profumi, fanno salire a Dio le preghiere dei santi, ossia dei cristiani. I cristiani sono chiamati santi perché costituiscono il popolo che appartiene a Dio. Viene poi intonato un nuovo cantico, il canto di lode della fine dei tempi, nel quale si esalta la dignità particolare dell’Agnello, che con la sua morte sacrificale ha riscattato tra tutti i popoli la sua comunità, facendone re e sacerdoti che parteciperanno al regno universale di Dio. Gli innumerevoli angeli radunati intorno al trono di Dio uniscono le loro voci al canto riprendendo la parola "degno" ed enumerando in una serie di sette gli elementi che formano la pienezza della potenza che appartiene all’Agnello (11,17).

Nei primi quattro elementi della serie si menzionano il potere e il dominio che l’Agnello ha ricevuto: potenza, ricchezza, sapienza e forza; negli altri tre elementi si esprime l’adorazione che gli viene tributata: onore, gloria e lode. Tutta la creazione si unisce ai cori: il cielo, la terra, i luoghi sotterranei e il mare. L’universo intero intona l’inno di lode. Ogni onore e adorazione spettano a colui che siede sul trono e all’Agnello. Dio infatti non è soltanto il creatore (cap. 4), ma anche il redentore (cap. 5) che regna sull’universo e ha chiamato a sé il suo popolo da tutto il mondo. Soltanto lui è il Signore, non i grandi della terra, non Cesare a Roma.

I quattro viventi si associano all’inno pronunciando l’Amen. Gli anziani si gettano nuovamente a terra in adorazione. E ora tutti aspettano ciò che accadrà quando l’Agnello romperà i sigilli aprendo la strada agli eventi finali. Nelle sue mani è posto il piano divino della storia. Tutto il futuro sta sotto il segno della sua sovranità.

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:13 PM

L’APERTURA DEI SETTE SIGILLI
(6,1–8,1)

L’Agnello deve ora rompere i sette sigilli uno dopo l’altro, in modo da scoprire innanzitutto la parte esterna del rotolo del libro. Le prime sette visioni costituiscono secondo la struttura del libro l’inizio della serie di catastrofi che assumeranno un carattere sempre più terribile fino al ritorno di Cristo. La successione delle visioni è articolata in modo che le prime quattro immagini sono disegnate con tratti e in parallelo l’una all’altra (6,1-8). La quinta (6,9-11) e la sesta (6,12-17) sono descritte con maggiore ampiezza. Ma prima che l’Agnello apra il settimo sigillo (8,1) c’è un intermezzo nel quale lo sguardo è rivolto alla comunità, che è la schiera di coloro che sono stati segnati da Dio, sui quali si estende la sua protezione.

 

 

I PRIMI QUATTRO SIGILLI: I CAVALIERI APOCALITTICI

1 Quando l'Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, vidi e udii il primo dei quattro esseri viventi che gridava come con voce di tuono: «Vieni». 2 Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora.
3 Quando l'Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: «Vieni». 4 Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada.
5 Quando l'Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: «Vieni». Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano. 6 E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: «Una misura di grano per un danaro e tre misure d'orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati».
7 Quando l'Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: «Vieni». 8 Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l'Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.

Dopo la grande visione del trono di Dio e dell’Agnello, inizia l’apertura dei sette sigilli.

I primi quattro vengono aperti rapidamente: sono tutti portatori di avvenimenti di sciagura. All’apertura del quinto sigillo la serie delle sciagure si interrompe: si apre la visione celeste (i martiri che attendono il giudizio di Dio) il cui scopo principale è di svelare il senso e la conclusione degli avvenimenti.

Il sesto sigillo riprende il motivo delle sciagure, ma, a differenza dei primi quattro sigilli, il suo svolgimento è lento e si sviluppa in due quadri antitetici: il giudizio di Dio e il raduno degli eletti. L’apertura dei primi quattro sigilli è ordinata dai quattro viventi che sono accanto al trono di Dio.

Il cavallo bianco e il suo arciere simboleggiano le invasioni dei Parti ai confini orientali dell’impero: cavalieri terribili e inafferrabili, che imperversarono per tutto il primo secolo dopo Cristo.

Il cavallo rosso è il simbolo della guerra civile.

Il cavallo nero, come è indicato dalla bilancia che il suo cavaliere tiene in mano, è la carestia. Gli storici ricordano una grande carestia che colpì l’Asia Minore negli anni 92-93 d.C. I prezzi dei generi di prima necessità (frumento e orzo) saliranno alle stelle, ma non invece il vino e l’olio.

Infine il cavallo verdastro è simbolo della morte: colpisce la quarta parte dell’umanità con la guerra, la fame, la peste e le fiere.

Qui dobbiamo soffermarci su due annotazioni.

La prima è che Giovanni ci ricorda che non è ancora la fine. La carestia è grave, ma non totale. I flagelli della guerra, della fame e della peste sono terribili, ma colpiscono solo un quarto dell’umanità.

La seconda è che Giovanni eredita sostanzialmente le sue immagini dai profeti dell’Antico Testamento. Si legge nel profeta Zaccaria 6,1-8: "Alzai gli occhi ed ecco quattro cocchi uscire da due monti... Il primo cocchio aveva cavalli rossi, il secondo cavalli neri, il terzo cavalli bianchi, il quarto cavalli pezzati, tutti velocissimi". E nel profeta Ezechiele (14,21): "Così parla il Signore: ‘Quando manderò contro Gerusalemme questi quattro flagelli, cioè la spada, la peste, la fame e le fiere, per sterminare in essa uomini e animali, lascerò dei superstiti che metteranno in salvo figli e figlie’".

I due profeti pensavano a Gerusalemme e al popolo di Dio infedele, Giovanni pensa invece all’intera storia umana.

*****

vv. 1--8. Giovanni guarda. L’Agnello toglie il primo sigillo dal documento ed ecco subito un avvenimento. Uno dei quattro viventi che stanno intorno al trono di Dio (4,6-8) grida con voce tonante: "Vieni!". Il fatto si ripete quattro volte, e ogni volta, dopo il grido, si muove un cavallo che ha in groppa un cavaliere.

Il primo cavallo è bianco e il suo cavaliere ha in mano un arco, riceve una corona di vittoria e si ritira vincitore. Abbiamo detto sopra che questo cavallo bianco e il suo arciere simboleggiano le invasioni dei Parti.

Il secondo cavaliere, che cavalca un cavallo rosso, è dotato del tremendo potere di far scomparire la pace dalla terra (Mc 13,7-8). Il cavallo nero, il cui cavaliere tiene in mano la bilancia, simboleggia la carestia che si accompagna a tutte le guerre (Mc 13,8). A ciascuno sarà pesata esattamente la sua razione di cibo. Una voce offre generi di prima necessità a prezzi altissimi. Per un denaro, ossia per il salario di una giornata di lavoro di un operaio (Mt 20,2), si compra una razione di frumento sufficiente al fabbisogno giornaliero di un uomo. Per lo stesso prezzo si ottiene una quantità tre volte maggiore di orzo, che è di minor pregio. In paragone ai prezzi allora correnti, ciò significa un aumento da otto a dodici volte, che getta soprattutto la povera gente nella miseria più nera per la straordinaria scarsità dei generi alimentari essenziali.

Ancora più spaventosa è la quarta visione: in sella a un cavallo di colore verdastro cavalca la morte. La visione si riferisce probabilmente alla peste, che in periodi di guerra, flagellava spaventosamente l’umanità. Ma questo cavaliere non è solo: il mondo dei morti, l’Ade, cavalca insieme alla morte per raccogliere subito le vittime e portarle nel suo regno. La morte e l’Ade hanno in loro potere un quarto dell’umanità, uccidendo di spada, di fame e di pestilenze. Dove è stata prodotta la desolazione compaiono le bestie feroci per proseguire e completare la distruzione.

 

IL QUINTO SIGILLO: LE ANIME DEI MARTIRI Al PIEDI DELL’ALTARE CELESTE

9 Quando l'Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. 10 E gridarono a gran voce:
«Fino a quando, Sovrano,
tu che sei santo e verace,
non farai giustizia
e non vendicherai il nostro sangue
sopra gli abitanti della terra?».
11 Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro.

All’apertura del quinto sigillo la scena improvvisamente cambia: non più la terra, ma il cielo, non più le sciagure, ma l’anticipo della loro conclusione. I martiri, che furono uccisi a motivo della parola di Dio e della testimonianza resa al vangelo, sono "ai piedi dell’altare". Ciò significa che il martire fu sempre visto come un sacrificio sull’altare di Dio. I martiri con le loro invocazioni desiderano affrettare la conclusione degli avvenimenti ("fino a quando, Signore?"). Ma la risposta è semplice: il tempo non è più tanto lungo ("ancora un poco") e, comunque, il suo prolungarsi è dovuto alla bontà di Dio che vuole completare il numero degli eletti. Siamo ancora nel tempo della salvezza, non del giudizio definitivo. Gli sconvolgimenti che avvengono sono premonitori e vogliono spingere al ravvedimento, non dichiarare chiusa la partita.

*****

vv. 9–11. Oltre che alla guerra, alla fame, alla peste e alla morte, i credenti saranno sottoposti a una particolare tribolazione: la persecuzione e il martirio. Giovanni scorge in cielo un altare ai cui piedi si trovano le anime di coloro che sono stati uccisi "per la parola di Dio e per la testimonianza". La morte dei testimoni è paragonata a un sacrificio (Fil 2,17; 2Tm 4,6). Secondo le concezioni tradizionali degli antichi, l’anima, la vita, risiedeva nel sangue (Lv 17,11.14; Dt 12,23). Quando con il sangue della vittima si aspergeva l’altare degli olocausti (Lv 4,7; ecc.), si versava sull’altare l’anima, ossia la vita degli animali. Le anime dei martiri, che sono rimasti fedeli fino all’ultimo e hanno subito una morte sacrificale, si trovano ai piedi dell’altare celeste, nell’immediata vicinanza di Dio, e restano con lui fino alla risurrezione dei giusti (7,15). In questa attesa le anime domandano quanto manca perché venga finalmente il giorno del giudizio, nel quale Dio vendicherà il loro sangue sugli abitanti della terra, ossia sugli increduli che li hanno uccisi. Poiché Dio è il Signore, il Santo e il Verace (3,7), emetterà un giudizio giusto e infliggerà ai colpevoli il castigo che si meritano.

Questa invocazione dei martiri è più che un puro grido di vendetta. Essi infatti rimettono il giudizio a Dio (Rm 12,29) e pregano che egli stabilisca presto la sua giustizia sulla terra. Questa loro preghiera viene esaudita: ognuno di loro riceve una veste bianca che è il vestito dei beati in cielo (3,4-5). Essi sono rivestiti (2Cor 5,1ss) e dotati di vesti lucenti come gli angeli. Alla loro domanda Dio risponde che devono attendere ancora per breve tempo, finché sia raggiunto il numero prefissato di coloro che devono subire il martirio.

Dunque le sofferenze che devono ancora colpire la comunità di Gesù sono fissate da Dio, il quale, essendo il Signore, non permette che accada nulla senza la sua volontà. Ancora un poco e poi Dio giudicherà la grande città, Babilonia la meretrice (18,20), in cui è stato versato il sangue dei profeti e dei santi e di tutti quelli che sono stati assassinati sulla terra (18,24). Egli vendicherà su di lei il sangue dei suoi servi (19,2), dopo che i martiri insieme con Cristo adempiranno il ministero di sovrani e giudici (20,4). Ma per ora bisogna attendere con pazienza. Le sofferenze della comunità non sono ancora finite. Anzi, ne dovrà subire di nuove, ma ormai soltanto per poco tempo.

 

 

IL SESTO SIGILLO: LO SCUOTIMENTO DEL COSMO

12 Quando l'Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, 13 le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. 14 Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. 15 Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo, schiavo o libero, si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti; 16 e dicevano ai monti e alle rupi: Cadete sopra di noi e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall'ira dell'Agnello, 17 perché è venuto il gran giorno della loro ira, e chi vi può resistere?

Con l’apertura del sesto sigillo la visione assume una dimensione cosmica: il sole e la luna, le stelle e il cielo, i monti e le isole sono coinvolti nella catastrofe. Questi sconvolgimento cosmici non sono, ovviamente, da prendere in senso letterale. Vanno considerati come delle "sigle convenzionali" comuni al genere profetico apocalittico. Costituiscono la coreografia che accompagna normalmente la venuta del "giorno del Signore". Per quanto riguarda questo passo, è chiaro che lo sconvolgimento del cosmo non è il tema della narrazione, ma la sua cornice: ha lo scopo di rendere drammatico e pauroso il giudizio che sta per venire: "È giunto il gran giorno dell’ira di Dio e chi potrà resistere?" (6,17). Tutti gli uomini, senza eccezione, sono colpiti dal giudizio di Dio. E tutti gli orgogliosi, che credono di fare a meno di Dio e di opporsi al suo progetto, sono ora invasi dalla paura. A questo punto ci aspetteremmo che il giudizio di Dio sia finalmente descritto e che l’Apocalisse sveli il suo segreto più volte annunciato. E invece no. Tutto è come sospeso e la conclusione è differita.

*****

vv. 12–14. La visione è composta di numerosi elementi distinti, tratti da diversi libri dell’Antico Testamento, e raccolti a formare una descrizione unitaria. Il sole si oscura, come se si coprisse di vesti da lutto. La luna si colora di rosso come il sangue. Secondo l’idea degli antichi, le stelle erano fissate alla volta celeste. Ora esse cadono come i frutti tardivi da un fico scosso dalla bufera. L’ordine dell’universo è sconvolto. la tenda del cielo si avvolge come il rotolo di una pergamena, le montagne e le isole vengono spostate.

vv. 15–17. Questi fatti gettano nel terrore tutti gli uomini. Una elencazione di sette categorie di persone indica l’umanità intera, che è preda del terrore senza eccezioni. Lo smarrimento della gente è espresso dal desiderio che le montagne e le rocce cadano su di essa (Lc 23,30) pur di non dover comparire davanti al giudice. Consapevoli della loro colpa (Gen 3,8), essi cercano in ogni modo di sottrarsi al giudizio dell’ira che l’Agnello terrà con potestà divina.

Il giorno del giudizio, già annunciato dai profeti (GI 3,4; Sof 1,15.18; 2,2; ecc.), si avvicina. Ma che cosa accadrà al popolo di Dio in mezzo a queste catastrofi che investiranno la terra? Esso ne sarà preservato e salvato (cap. 7).

 

 

INTERMEZZO: LA PRESERVAZIONE DEL POPOLO DI DIO

1 Dopo ciò, vidi quattro angeli che stavano ai quattro angoli della terra, e trattenevano i quattro venti, perché non soffiassero sulla terra, né sul mare, né su alcuna pianta.
2 Vidi poi un altro angelo che saliva dall'oriente e aveva il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli ai quali era stato concesso il potere di devastare la terra e il mare: 3 «Non devastate né la terra, né il mare, né le piante, finché non abbiamo impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte dei suoi servi».
4 Poi udii il numero di coloro che furon segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila, segnati da ogni tribù dei figli d'Israele:
5 dalla tribù di Giuda dodicimila;
dalla tribù di Ruben dodicimila;
dalla tribù di Gad dodicimila;
6 dalla tribù di Aser dodicimila;
dalla tribù di Nèftali dodicimila;
dalla tribù di Manàsse dodicimila;
7 dalla tribù di Simeone dodicimila;
dalla tribù di Levi dodicimila;
dalla tribù di Issacar dodicimila;
8 dalla tribù di Zàbulon dodicimila;
dalla tribù di Giuseppe dodicimila;
dalla tribù di Beniamino dodicimila.
Il trionfo dei nuovi eletti in cielo
9 Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. 10 E gridavano a gran voce:
«La salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all'Agnello».
11 Allora tutti gli angeli che stavano intorno al trono e i vegliardi e i quattro esseri viventi, si inchinarono profondamente con la faccia davanti al trono e adorarono Dio dicendo:
12 «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen».
13 Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: «Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?». 14 Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello. 15 Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro.
16 Non avranno più fame,
né avranno più sete,
né li colpirà il sole,
né arsura di sorta,
17 perché l'Agnello che sta in mezzo al trono
sarà il loro pastore
e li guiderà alle fonti delle acque della vita.
E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi».
8.1 Quando l'Agnello aprì il settimo sigillo, si fece silenzio in cielo per circa mezz'ora.

Un angelo dà l’ordine di "non recare danno né alla terra, né al mare, né agli alberi: prima devono essere segnati in fronte i servi di Dio". Così sarà visibile la loro appartenenza al Signore e l’angelo sterminatore li potrà distinguere e risparmiare. Più avanti (13,16) ci verrà detto che anche il mondo ha il suo sigillo con cui segnare i propri seguaci. Anche il mondo vuole distinguere quelli che gli appartengono e quelli che hanno un altro padrone: per favorire i suoi e perseguitare quelli che non gli appartengono.

La folla degli eletti è incalcolabile. Essa proviene prima di tutto dal popolo d’Israele e poi da ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Giovanni pensa al nuovo Israele secondo la fede.

La visione della folla dei salvati, che canta l’inno di lode e di ringraziamento attorno al trono di Dio, è talmente importante che Giovanni vuole offrirci una sua esplicita interpretazione. Secondo gli esegeti di un tempo, i salvati sono coloro che "sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello". La grande tribolazione allude forse alle persecuzioni subite dai cristiani sotto Diocleziano. Ma può anche riferirsi alla grande tribolazione che, secondo tutti i testi apocalittici, precederà il giudizio finale. Probabilmente si riferisce a tutte le lotte e a tutte le persecuzioni che avvengono in ogni tempo della storia. Ma la traduzione italiana è errata e fuorviante. Letteralmente si traduce: "Costoro sono quelli che vengono dalla tribolazione, quella grande (…). Ora "la tribolazione, quella grande" è certamente la morte e la risurrezione di Cristo. Difatti il testo dice che hanno lavato le proprie vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello" e non col versamento del proprio sangue. Tutti gli abitanti del paradiso, avvolti in bianche vesti, sono stati salvati dalla morte e risurrezione di Cristo.

La descrizione del premio degli eletti è fatta in termini tradizionali: la comunione con Dio ("che porrà la sua tenda in mezzo a loro") e la cessazione di ogni afflizione ("non avranno più né fame né sete... e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi"); il pastore-Messia li guiderà e li proteggerà ("li condurrà alle sorgenti di acqua viva").

Anche questa visione è costruita con materiali provenienti dall’Antico Testamento. La scena dell’angelo che imprime sulla fronte degli eletti il sigillo di Dio si riferisce a Ez 9,4: "Iahvè disse all’uomo vestito di bianco: "Passa attraverso la città di Gerusalemme e segna un tau (lettera dell’alfabeto che aveva la forma di una croce) sulla fronte degli uomini che gemono e che piangono per tutte le nefandezze che si commettono in mezzo ad essa". Anche le immagini con cui viene descritta la pace degli eletti sono desunte dai profeti. In Is 49, si legge: "Non patiranno né fame né sete, non li offenderà il vento caldo né il sole, poiché Dio misericordioso li guiderà e li farà riposare presso le sorgenti di acqua fresca". E in Is 25,8: "Il Signore distruggerà la morte per sempre e asciugherà le lacrime su ogni volto". Infine Ez 34,23: "Soccorrerò le mie pecore, perché non servano da preda, e farò giustizia tra pecora e pecora".

Nella concezione biblica gli eventi della storia sono la risposta dell’uomo alla proposta di Dio (risposta di accettazione o di rifiuto), e sono anche la risposta di Dio all’uomo (giudizio). L’Apocalisse parla di catastrofi, guerre, crolli di istituzioni, di ideologie e di idolatrie. Tutto questo è un giudizio nel senso di punizione: gli uomini, rifiutando il progetto di Dio, hanno immesso nella storia germi disgregatori e ne raccolgono i frutti. Ma è anche un giudizio nel senso di salvezza: il crollo delle idolatrie permette al disegno di Dio di proseguire. Dio spezza il tentativo degli uomini di sbarrare la strada al suo futuro; rimuove l’ostacolo che impedisce al mondo nuovo di affiorare. Così il giudizio è punizione e salvezza, è un distruggere e un ricominciare daccapo.

Nell’Apocalisse l’insistenza sul tema del giudizio ha lo scopo di consolare e di avvertire. Una duplice consolazione: i buoni trionferanno; le crisi e le catastrofi che travagliano la storia non sono la fine del disegno di Dio, ma la condizione perché si avveri. E un duplice avvertimento:il giudizio sarà severo e imminente, e dunque ciascuno vi si prepari. Di fronte a certi fatti clamorosi della storia e di fronte ai loro orgogliosi protagonisti il credente non si lasci incantare. Impari a smitizzare le false potenze dai piedi di argilla. Sono "idoli vuoti" (o palloni gonfiati) che agli occhi di chi è prigioniero delle apparenze sembrano forti e temibili, ma che agli occhi della fede riprendono subito le loro meschine proporzioni: sono sconfitti, non vittoriosi.

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vv. 1–3. Giovanni vede in primo luogo quattro angeli, ritti alle quattro estremità della terra, che è immaginata come una vasta superficie piatta quadrangolare (20,8). Ciascuno di essi trattiene uno dei quattro poderosi venti (14,18; 16,5), che se fossero lasciati in libertà causerebbero spaventevoli devastazioni sulla terra e sul mare. Per il momento le tremende forze della natura sono trattenute dalle salde mani degli angeli. Durante questa breve pausa si vede un angelo con un anello al dito, che è il sigillo del Dio vivente. Egli grida agli angeli, che tengono sotto controllo le potenze apportatrici di sciagure, di non lasciarle ancora in libertà. Prima bisogna che i servi di Dio siano segnati in fronte con il suo sigillo. Era un’usanza molto diffusa nel mondo antico marcare il bestiame e gli schiavi con il fuoco per stabilire in modo definitivo chi fosse il loro padrone. Perciò chi è segnato con il sigillo di Dio gli appartiene (Gal 6,17). Se è sua proprietà è anche sotto la sua protezione. Chi porta il segno di Dio sarà salvato nel giorno del giudizio. Nel linguaggio dei primi cristiani si definiva il battesimo con il nome di sigillo, perché i battezzati sono proprietà di Dio e hanno ricevuto il segno di appartenenza al loro Signore (2Cor 1,22; Ef 1,13; 4,30). Ciò non significa che essi saranno sottratti ai dolori e alle persecuzioni, ma il Signore li proteggerà contro il tremendo assalto di satana.

vv. 4–8. Il testo non descrive il modo in cui gli eletti ricevono il segno in fronte, ma indica invece il risultato dell’operazione e il numero dei segnati: 144.000, ossia dodici volte dodicimila. Questo numero ha un significato simbolico. Si parla qui delle dodici tribù d’Israele, che costituiscono l’intero popolo di Dio e di cui ciascuna è rappresentata da dodicimila persone.

vv. 9–12. Questa nuova visione è la continuazione di quella precedente. Una grande schiera proveniente da tutti i popoli e nazioni sta davanti al trono di Dio e dell’Agnello. In questa immagine è descritta la chiesa trionfante del cielo. Coloro che sono radunati davanti al trono di Dio hanno vesti bianche e recano in mano palme in segno di vittoria (1Mac 13,51; 2Mac 10,7). Essi intonano l’inno di lode e acclamano Dio e l’Agnello. Questo canto sarà ripreso dopo la cacciata del drago (12,10) e dopo la caduta di Babilonia (19,1). L’inno di vittoria, che risuona già adesso, ha qui evidentemente il significato di un preannuncio. La vittoria è talmente certa che Giovanni la contempla già prima che avvenga la lotta. In cielo la chiesa trionfante esalta fin d’ora la vittoria di Dio e dell’Agnello. I cori celesti rispondono prostrandosi e rendendo a Dio un omaggio di adorazione. Con una serie di sette termini (1Cr 29,11) si proclama che soltanto a Dio spetta ogni onore. L’inno comincia e termina con la parola Amen, e chiunque la pronuncia fa suo ciò che è stato detto prima (cf. 5,14).

vv. 13–17. Questi versetti aggiungono una spiegazione all’immensa schiera che nella liturgia celeste canta le lodi di Dio e dell’Agnello. Soltanto questa immagine e più avanti quella di Babilonia la meretrice (17,7-18) sono spiegate esaurientemente. Da un lato c’è il popolo di Dio e dall’altro i seguaci di Babilonia. Non c’è alcun dubbio su chi otterrà la vittoria perché Giovanni contempla fin d’ora la chiesa trionfante. Uno dei ventiquattro anziani (4,4), un angelo, si avvicina a Giovanni e gli domanda chi siano e da dove vengano queste persone. La domanda serve per introdurre la spiegazione umilmente chiesta dal Veggente. L’angelo spiega che sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, che è la morte e risurrezione di Cristo. Essi hanno superato la prova non per forza propria, ma perché le loro vesti sono state lavate e rese bianche nel sangue dell’Agnello. Con questa immagine paradossale del sangue dell’Agnello che rende bianche le vesti dei credenti si vuol dire che essi partecipano al valore salvifico della morte espiatrice di Gesù (1,5), in virtù della quale sono stati preservati dal soccombere nella prova (22,14). Perciò essi stanno davanti al trono di Dio e lo servono giorno e notte nel suo tempio (22,3). La loro gloriosa condizione viene descritta con espressioni tratte dalle promesse dell’Antico Testamento. Dio abita con loro (21,3); alla fine dei tempi infatti egli starà con il suo popolo, così come un tempo si attendeva con Israele nel deserto. La presenza di Dio bandisce ogni dolore: non vi sarà più fame né sete, e il sole o il vento infuocato non colpiranno più i beati (Is 49,1 0).

L’Agnello, che stava al centro della sala celeste (5,6), li condurrà come il buon pastore e li guiderà verso fonti zampillanti (Sal 23,2) da cui sgorga l’acqua della vita (Gv 4,10-15; Ap 22,1-2). Dio asciugherà ogni lacrima, perché allora sarà annientata anche la morte (Is 25,8; Ap 21,3–4). Tutte queste espressioni indicano la gloria futura, che avrà inizio con il nuovo mondo di Dio. La sua venuta è talmente certa che Giovanni può già adesso contemplare la schiera dei vincitori trasfigurati che dimorano vicino a Dio in una beatitudine senza fine. La chiesa militante sulla terra va verso l’unificazione con la chiesa trionfante del cielo.

8,1. Soltanto ora l’Agnello rompe l’ultimo dei sette sigilli. Dopo che il sigillo è stato tolto e il rotolo del libro aperto, sopravviene in cielo un profondo silenzio. Nell’attesa di ciò che ora deve venire, l’universo tace per mezz’ora senza che accada nulla. Questo silenzio è impressionante in modo indicibile. Solo dopo che è passato questo periodo di tempo, continua la successione degli eventi apocalittici, non come ripetizione di ciò che è già accaduto ed è già stato visto, ma in una progressione di catastrofi sempre più spaventose. Le sette visioni connesse con l’apertura dei sigilli hanno già lasciato intendere di che cosa si tratti, proponendo in forma concentrata e breve, i temi e i motivi di ciò che avverrà. Lo sviluppo di ciò che finora sommariamente è stato accennato verrà ampiamente esposto nelle immagini che da qui in avanti appariranno, accavallandosi le une sulle altre.

 

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:15 PM

LE SETTE TROMBE
(8,2–11,19)

LE PRIME QUATTRO TROMBE

2 Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe.
Le preghiere dei santi affrettano la venuta del grande giorno
3 Poi venne un altro angelo e si fermò all'altare, reggendo un incensiere d'oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull'altare d'oro, posto davanti al trono. 4 E dalla mano dell'angelo il fumo degli aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi. 5 Poi l'angelo prese l'incensiere, lo riempì del fuoco preso dall'altare e lo gettò sulla terra: ne seguirono scoppi di tuono, clamori, fulmini e scosse di terremoto.
6 I sette angeli che avevano le sette trombe si accinsero a suonarle.
7 Appena il primo suonò la tromba, grandine e fuoco mescolati a sangue scrosciarono sulla terra. Un terzo della terra fu arso, un terzo degli alberi andò bruciato e ogni erba verde si seccò.
8 Il secondo angelo suonò la tromba: come una gran montagna di fuoco fu scagliata nel mare. Un terzo del mare divenne sangue, 9 un terzo delle creature che vivono nel mare morì e un terzo delle navi andò distrutto.
10 Il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. 11 La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare.
12 Il quarto angelo suonò la tromba e un terzo del sole, un terzo della luna e un terzo degli astri fu colpito e si oscurò: il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente.
13 Vidi poi e udii un'aquila che volava nell'alto del cielo e gridava a gran voce: «Guai, guai, guai agli abitanti della terra al suono degli ultimi squilli di tromba che i tre angeli stanno per suonare!».

Le sette trombe ripetono, in una sorta di parallelismo, lo stesso movimento dei sette sigilli. Anche il contenuto è molto simile. Ma non è pura ripetizione: le immagini variano e le sciagure sembrano aumentare d’intensità. È come se ci avvicinassimo, a spirale, verso un centro che continua ad allontanarsi. Infatti il settimo sigillo, il più atteso, anziché offrirci la soluzione del mistero, si apre su una sequenza di sette quadri (le sette trombe).

Le prime quattro trombe (come l’apertura dei primi quattro sigilli) suonano in rapida successione, e la narrazione è veloce e scattante. Man mano che ci si avvicina alla fine il movimento rallenta: le narrazioni che seguono il suono della quinta e della sesta tromba sono più distese, e prima della settima tromba ci sono ampie pause. I simboli che Giovanni usa nel cap. 8 (le prime quattro trombe) sono piuttosto semplici.

Secondo la tradizione ebraica sette angeli stanno in piedi davanti a Dio: "lo sono Raffaele, uno dei sette angeli, che stanno sempre alla presenza della maestà di Dio" si legge nel libro di Tobia 12,15. La tromba è un personaggio frequente nei passi escatologici ed apocalittici: "Suonate la tromba in Sion, perché è vicino il giorno del Signore" (Gl 2,1); "Il Signore, in persona, al comando, al grido dell’arcangelo, allo squillo della tromba divina, scenderà dal cielo" (1Ts 4,16). Il profumo dell’incenso che sale verso il Signore e poi il fuoco disceso sulla terra, significano che le preghiere dei giusti perseguitati sono state esaudite. Giovanni si riferisce certamente alla preghiera riportata in 6,9-11: "Fino a quando, Signore, tu che sei santo e fedele, non farai giustizia vendicando il nostro sangue". I flagelli che si scatenano corrispondono, a grandi linee, alle piaghe d’Egitto (Es 7-12): i riferimenti sono però fatti con molta libertà. Non riguardano soltanto un popolo, ma il mondo intero. Gli uomini capiranno la lezione e sapranno approfittarne? È questo l’interrogativo, per ora sotteso, ma che più avanti diventerà esplicito, che il lettore deve porsi.

Il castigo è tremendo, ma non ancora totale: solo la "terza parte" della terra, del cielo e delle acque è colpita. Negli scritti rabbinici "un terzo" denota una limitazione. All’apertura del quarto sigillo si parlava di una distruzione destinata a colpire la quarta parte della terra: "Fu dato loro il potere di sterminare la quarta parte della terra con la spada, la fame, la peste e con le fiere" (6,8).

Le ultime tre trombe sono annunciate da un’aquila che grida tre volte "guai!". Con questo nuovo simbolo, Giovanni ottiene due effetti: ritardare il suono delle ultime trombe e creare l’impressione che i flagelli che stanno per venire saranno ancora peggiori. I flagelli che si abbattono sulla terra non sono dovuti al caso, né hanno come protagonisti solo gli uomini: sono l’esecuzione dei divini decreti, sono un giudizio e un avvertimento. Il senso profondo di ciò che sta per accadere è questo: le preghiere dei giusti sono esaudite e nel mondo, finalmente, sta per giungere il momento del rendiconto.

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vv. 2–6. I sette arcangeli ricevono le sette trombe per convocare tutti a giudizio. Appena essi si preparano a suonare le trombe viene annunziato l’avvicinarsi della fine. Ma prima che ciò avvenga un altro angelo si avvicina all’altare celeste degli incensi. L’angelo riceve molti profumi per bruciarli a favore di tutti i santi (5,8). Secondo Tb 12,12 gli arcangeli portano in alto, a Dio, le preghiere; questa funzione sacerdotale è compiuta qui da quest’altro angelo. Il profumo che sale a Dio annuncia simbolicamente che le suppliche dei santi, della chiesa oppressa e perseguitata, si innalzano fino a Dio. Lo stesso angelo che ha portato a Dio la preghiera ora prende l’incensiere, lo riempie di carboni ardenti presi dall’altare e li rovescia sulla terra (Ez 10,2), affinché questa sia colpita da tremende catastrofi: ciò significa che le preghiere dei santi che salivano a Dio gli chiedevano appunto di affrettare la fine e di effettuare presto il giudizio (6,9-11).

Gli orrori che precorrono il giudizio universale si riversano sulla terra producendovi una terribile desolazione, ma nulla di tutto ciò recherà danno ai giusti; le loro preghiere giungono al trono di Dio e sono esaudite.

vv. 7–12. Gli angeli suonano le loro trombe uno dopo l’altro per dare inizio a nuovi avvenimenti. La morte, che aveva cominciato a imperversare all’apertura dei sigilli, esercita già il suo dominio su un quarto della terra (6,8); ma ora gli orrori apocalittici si aggravano e colpiscono rispettivamente un terzo della terra, del mare, dei fiumi e delle sorgenti, e delle stelle. Le piaghe che seguono sono ancora peggiori delle precedenti, ma le devastazioni non hanno ancora distrutto ogni cosa e quindi non si è ancora giunti alla fine degli orrori. In queste immagini è evidente il riferimento alle piaghe d’Egitto (Es 7–10). Le tremende calamità naturali riusciranno a condurre gli uomini alla conversione o ne provocheranno solo l’ostinata impenitenza, come un tempo fece il faraone d’Egitto?

Dopo che il primo angelo ha suonato la tromba cadono sulla terra grandine e fuoco misti a sangue. Si allude alla settima piaga d’Egitto (Es 9,23-26). Questa orrenda pioggia cade su tutta la terra come un preannuncio della fine (GI 3,3-4) e devasta un terzo della terra e degli alberi. Gli incendi distruggono i frutti della terra, di cui gli uomini hanno assoluto bisogno per vivere. Nella seconda visione una stella incandescente precipita dal cielo sprofondando nel mare, cambiandone la terza parte in sangue (cf. la prima piaga d’Egitto, Es 7,20–21). Di conseguenza perisce un terzo degli esseri umani che vivono nell’acqua, e un terzo delle navi è distrutto. La terza visione non si ricollega alle piaghe d’Egitto. Dal cielo cade sulla terra la stella Assenzio. Questo nome indica l’effetto che essa produce. L’assenzio qui, come già in Ger 9,14-15 e Lam 3,19, è considerato un liquido velenoso; perciò molta gente dovrà morire a causa delle acque amare (Es 15,23-24). Nei tempi tremendi della fine la natura rifiuta all’uomo persino la bevanda. La quarta visione è piuttosto strana: gli astri perdono un terzo della loro luminosità. Sono come fiaccole che si consumano più rapidamente e quindi il giorno e la notte sono privati di un terzo della loro luce. Questa riduzione sottrae all’uomo un terzo della luce senza della quale è impossibile la vita. Queste quattro calamità, che si susseguono rapidamente, gettano l’intero cosmo nel caos.

v. 13. Dal punto più alto del cielo un’aquila dà un triplice annuncio di guai, che risuona per tutto il cosmo. Nella sua qualità di messaggero celeste, l’aquila annunzia che stanno per prodursi cose ancora più tremende di tutte quelle accadute fino a quel momento, e colpiranno gli abitanti della terra, cioè l’umanità incredula (3,10) che sarà raggiunta dal giudizio di Dio. Quando i tre ultimi angeli suoneranno, la rovina cadrà sugli uomini.

 

 

LA QUINTA E LA SESTA TROMBA

1 Il quinto angelo suonò la tromba e vidi un astro caduto dal cielo sulla terra. Gli fu data la chiave del pozzo dell'Abisso; 2 egli aprì il pozzo dell'Abisso e salì dal pozzo un fumo come il fumo di una grande fornace, che oscurò il sole e l'atmosfera. 3 Dal fumo uscirono cavallette che si sparsero sulla terra e fu dato loro un potere pari a quello degli scorpioni della terra. 4 E fu detto loro di non danneggiare né erba né arbusti né alberi, ma soltanto gli uomini che non avessero il sigillo di Dio sulla fronte. 5 Però non fu concesso loro di ucciderli, ma di tormentarli per cinque mesi, e il tormento è come il tormento dello scorpione quando punge un uomo. 6 In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte li fuggirà.
7 Queste cavallette avevano l'aspetto di cavalli pronti per la guerra. Sulla testa avevano corone che sembravano d'oro e il loro aspetto era come quello degli uomini. 8 Avevano capelli, come capelli di donne, ma i loro denti erano come quelli dei leoni. 9 Avevano il ventre simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all'assalto. 10 Avevano code come gli scorpioni, e aculei. Nelle loro code il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi. 11 Il loro re era l'angelo dell'Abisso, che in ebraico si chiama Perdizione, in greco Sterminatore.
12 Il primo «guai» è passato. Rimangono ancora due «guai» dopo queste cose.
13 Il sesto angelo suonò la tromba. Allora udii una voce dai lati dell'altare d'oro che si trova dinanzi a Dio. 14 E diceva al sesto angelo che aveva la tromba: «Sciogli i quattro angeli incatenati sul gran fiume Eufràte». 15 Furono sciolti i quattro angeli pronti per l'ora, il giorno, il mese e l'anno per sterminare un terzo dell'umanità. 16 Il numero delle truppe di cavalleria era duecento milioni; ne intesi il numero. 17 Così mi apparvero i cavalli e i cavalieri: questi avevano corazze di fuoco, di giacinto, di zolfo. Le teste dei cavalli erano come le teste dei leoni e dalla loro bocca usciva fuoco, fumo e zolfo. 18 Da questo triplice flagello, dal fuoco, dal fumo e dallo zolfo che usciva dalla loro bocca, fu ucciso un terzo dell'umanità. 19 La potenza dei cavalli infatti sta nella loro bocca e nelle loro code; le loro code sono simili a serpenti, hanno teste e con esse nuociono.
20 Il resto dell'umanità che non perì a causa di questi flagelli, non rinunziò alle opere delle sue mani; non cessò di prestar culto ai demòni e agli idoli d'oro, d'argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; 21 non rinunziò nemmeno agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie.

La quinta e la sesta tromba sviluppano due quadri molto simili. Nel primo, la visione di una voragine da cui escono fumo e un numero sterminato di cavallette. Loro compito è di tormentare gli uomini che non hanno impresso sulla fronte il sigillo di Dio. Ma subito le immagini si complicano e si sovrappongono. Le cavallette non sono più cavallette, ma cavalli pronti all’assalto, e poi uomini dalle lunghe chiome, feroci come leoni. L’impressione complessiva è di un immenso squadrone di cavalleria lanciato al galoppo.

Nel secondo quadro, la visione di quattro angeli sterminatori, ai quali è affidato il compito di sterminare un terzo degli uomini. Anche qui le immagini mutano rapidamente e si sovrappongono. L’impressione globale è la medesima: l’arrivo di un immenso esercito di cavalleria che incute terrore e semina morte.

Nonostante le molte differenze di dettaglio, le due visioni sono talmente simili da sembrare un doppione. L’autore vuole imprimerci a fondo una sensazione, ribadendola due volte.

Con le due visioni e la loro sovrapposizione, probabilmente, Giovanni ha voluto rivestire di immagini gli eserciti dei barbari che premevano ai confini dell’impero e che seminavano lutti e rovine in intere regioni (forse gli eserciti dei Parti). La cavalleria dei Parti diventa l’incarnazione delle forze distruttive, che gli uomini hanno scatenato con le loro idolatrie, e, da un altro punto di vista, lo strumento del giudizio di Dio. Inoltre, grazie appunto alla trasfigurazione che ha subito, la cavalleria dei Parti perde i suoi contorni storici precisi e circoscritti e diventa uno "schema" in grado di esprimere le distruzioni (e il loro significato di "giudizio di Dio") di tutte le guerre che accompagnano la storia.

Lo specifico però delle due visioni è racchiuso nella conclusione, sulla quale cade il peso di tutta la narrazione: gli uomini, scampati allo sterminio, non rinunciarono ad adorare i loro idoli, e non si convertirono dalle loro malvagità (vv. 20-21).

La prima cosa che si deduce da questa conclusione è che i disastri che accadono non sono una fatalità, ma hanno precise responsabilità da parte degli uomini. La seconda è che lo scopo di questi avvenimenti dolorosi è aiutare gli uomini a capire e a convertirsi a Dio. È proprio e solo in vista di questo scopo che i castighi si intensificano, si precisano, si fanno incalzanti e sempre più eloquenti, ma non distruggono totalmente e non chiudono tutte le possibilità.

Ma gli uomini, nonostante i molti richiami, restano ciechi e chiusi. Constatando le conseguenze a cui il loro vivere porta, gli uomini dovrebbero comprendere. E invece no. È una cecità sorprendente. La sottolineatura di questa ostinata cecità ritornerà ancora più avanti (16,9-11): anziché ravvedersi, gli uomini, addirittura, si ribelleranno e bestemmieranno il nome di Dio. Danno la colpa a Dio, non alle loro idolatrie. Si direbbe che più la luce è chiara e più gli uomini la rifiutano. Cecità ostinata e sorprendente, ma in realtà esperienza universale e quotidiana. Già Isaia l’aveva colta in tutta la sua ampiezza. Il profeta ricorda in apertura del suo libro (1,4-9) che l’abbandono della via di Dio richiama il castigo, e un castigo severo. Dio è costretto a punire un popolo che si regge sull’ingiustizia; ma nonostante il castigo il popolo non si ravvede. Tutto il paese è devastato, come il corpo di un uomo ferito dalla testa ai piedi; ma il popolo ancora non comprende.

Ragione dei flagelli, dalla quale gli uomini stupidamente non vogliono ritirarsi, sono l’idolatria e le opere malvagie. L’idolatria è la radice, le opere malvagie ne sono i frutti.

L’idolatria presuppone sempre due convinzioni: che l’uomo ha sempre un "signore", o Dio o l’idolo; e che l’idolatria non mette semplicemente in gioco l’onore di Dio, ma anche la salvezza dell’uomo. Dal riconoscimento del vero Dio vengono la libertà e la fraternità; dall’idolatria la violenza e l’oppressione.

Per la Bibbia l’idolatria non consiste soltanto nell’abbandonare il Signore, unico Dio, per una pluralità di dei. È anche questione di tipo di Dio. Idolatria è anche credere in un dio diverso da quello vero o ridurre il vero Dio a un dio falso. Nel deserto il popolo si fece un toro d’oro, dicendo: "Facciamo un dio che vada innanzi a noi", cioè un dio strumentalizzabile e manovrabile, a nostro servizio e garante dei nostri progetti. Idolatria è ridurre il vero Dio a livello del dio dei pagani.

L’idolatria può dunque manifestarsi in due modi: nel rifiuto di Dio e nella degradazione di Dio. La prima forma trova la sua radice nel desiderio di indipendenza e nella pretesa di fare da sé (l’uomo che vuole mettersi al posto di Dio).

La seconda forma consiste nel degradare l’idea di Dio, costruendola a nostra immagine, a servizio di quei falsi valori (potere, successo, partito, ideologia, denaro, strutture ...) che diventano appunto i veri signori della nostra vita, il dio per cui viviamo.

Tutte e due queste forme di idolatria sono essenzialmente uguali, anche se in superficie sembrano molto diverse: atea la prima e religiosa la seconda. Sia negando Dio che degradandolo si finisce con l’erigere gli "idoli muti" a valori supremi, a cui l’uomo sacrifica se stesso e gli altri.

A questo punto è anche facile comprendere il legame tra idolatria e opere malvagie (omicidi, magie, dissolutezza e furti). Ne sono la logica conseguenza. Perché l’idolatria consiste nel mettere al di sopra dell’uomo "l’opera delle sue mani", cioè i beni, il potere, la ragion di Stato... Sono le forme dell’idolatria di sempre, che già i profeti avevano individuato. Solo Dio invece è al di sopra dell’uomo: nient’altro. Se questo viene dimenticato, allora l’uomo viene sottomesso alle cose o agli altri uomini. In altre parole, l’adorazione degli idoli scatena le forze distruttive della divisione, dell’oppressione e della violenza.

*****

vv. 1–12. Con la quinta tromba appare davanti agli occhi di Giovanni l’immagine di una terribile invasione di cavallette, che richiama alla mente l’ottava piaga d’Egitto (Es 10,1ss), ma che assume caratteri demoniaci (Gl 1-2). Una stella precipita dal cielo sulla terra. Secondo l’opinione generale di allora, la stella è immaginata come un angelo, che deve portare a compimento le istruzioni divine. Le viene data una chiave per aprire il pozzo dell’abisso. Si tratta del luogo dove sono imprigionati gli spiriti maligni. Si apre la porta al mondo degli inferi e ne esce il fumo del fuoco che arde nelle sue profondità, e la terra ne rimane oscurata. Ne escono anche le potenze infernali per essere usate come strumenti del giudizio di Dio. Alla fine, però, saranno anch’esse sottoposte al giudizio (20,13). Dalle zaffate di fumo escono le cavallette che si spargono su tutta la terra. Non divorano la vegetazione, ma si gettano sugli uomini che non hanno sulla fronte il sigillo di Dio (7,1-8). Tutti gli increduli sono esposti ai tormenti che esse infliggono. Queste cavallette infatti Pungono come scorpioni il cui veleno non mette in pericolo la vita dell’uomo, ma gli produce intensissime sofferenze. Per cinque mesi gli uomini devono subire questa piaga. I cinque mesi corrispondono alla durata della vita di una cavalletta, che è compresa tra la primavera e la fine dell’estate. Una frase di tono profetico fa comprendere quanto saranno terribili gli effetti del morso delle cavallette sugli uomini: essi desidereranno la morte per sfuggire alle sofferenze, ma la morte si allontanerà da loro. La spaventosa apparizione delle cavallette è tratteggiata seguendo in parte la descrizione che ne dà il libro del profeta Gioele. Gli sciami di cavallette che salgono dal pozzo dell’abisso si precipitano in avanti come un potente esercito, guidati da un essere demoniaco, che è l’angelo dell’abisso. Il suo nome è citato in ebraico e in greco. Abaddòn significa luogo della perdizione (Gb 26,6; Sal 88,12), ma può essere presentato anche come una personificazione (Gb 28,22; Ap 6,8). In greco il suo nome suona Apollúon, ossia "il distruttore". Questo nome assomiglia ad Apollo, che già Eschilo chiamava "distruttore", in quanto era il dio della pestilenza e l’angelo sterminatore. Con questo nome Giovanni intende descrivere il capo degli sciami demoniaci delle cavallette, come una figura di distruttore, senza forse voler fare alcun riferimento alla storia contemporanea. Egli infatti contempla una catastrofe che investe il mondo intero e causa tanta paura e tali sofferenze da togliere agli uomini ogni coraggio di vivere.

Termina così una delle piaghe, ma altre due devono ancora venire. Il culmine del terrore non è ancora raggiunto.

vv. 13–21. Con la sesta tromba appare un’immagine terrificante, di cui le scene precedenti costituiscono solo un preludio. La morte stende la sua mano inesorabile sull’umanità incredula (v. 18) e ne porta via una terza parte (6,8; 8,7). Dopo che l’angelo ha suonato la tromba riceve un nuovo ordine da una voce proveniente esattamente dallo stesso luogo da cui le preghiere dei santi erano salite a Dio (8,3-4). Ciò che accade ora si presenta quindi come una risposta del cielo all’invocazione dei credenti che sollecitano l’intervento di Dio. L’angelo della sesta tromba deve mettere in libertà i quattro angeli che sono legati sul grande fiume Eufrate. Gli angeli che attendono sull’Eufrate l’ordine di muoversi sono spiriti maligni che comandano le schiere demoniache. Questa concezione di angeli in grado di chiamare a raccolta poderosi eserciti si trova già nella letteratura apocalittica giudaica, per es. in Apoc. Hen 56,5-6, dove si legge: "In quei giorni gli angeli si raduneranno e andranno a oriente, presso i Parti e i Medi, per sollevare i loro re, in modo che uno spirito inquieto li invada e li cacci dal trono e li faccia uscire come leoni dai loro accampamenti... per calpestare la terra dei suoi eletti (la Palestina)". Stanno per essere lasciati in libertà gli angeli sterminatori che sono pronti a intervenire per portare la morte. Queste potenze distruttrici possono agire soltanto dopo aver ricevuto l’ordine da Dio. Il fatto che queste potenze provengano dall’Eufrate è un segno del timore da cui era preso tutto l’impero romano nei confronti degli eserciti dei Parti che lo assalivano dall’oriente (6,1-2). Si descrive qui un esercito innumerevole di guerrieri demoniaci che si abbatte sull’umanità intera. Cavallo e cavaliere si fondono quasi in un unico essere e sono contraddistinti dagli stessi colori: i colori dell’inferno. Infatti lo zolfo sale dall’inferno (14,10; 19,20; 21,8); i mostri infernali sputano fuoco e fumo (Gb 41,11ss.). Gli uomini che sopravvivono a questo orrendo flagello dovrebbero intenderlo come un appello alla conversione: ma essi si rinchiudono nella loro impenitenza e rimangono nella loro empietà. Per mostrare l’insensatezza dell’idolatria si elencano, secondo uno schema tradizionale, le varie sostanze di cui sono fatti gli idoli (Is 44,6ss.; ecc.). Gli idoli non sono altro che materia alla quale ha dato forma la mano dell’uomo: essi non hanno forza divina. Perciò chi li venera si chiude al vero Dio. La superstizione dei pagani produce sempre una condotta peccatrice (Rm 1,23ss.). La menzione dei peccati contro il quinto, il sesto e il settimo comandamento serve a descrivere la loro vita cattiva. In questo elenco sono inclusi anche gli incantesimi, che compaiono regolarmente tra i peccati dei pagani. Gli uomini non credenti perseverano nel male, senza permettere che le tremende esperienze per cui devono passare li inducano alla conversione (16,9.11.21). La mancanza di fede e la disobbedienza continuano a dominare sui pagani.

 

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:16 PM

INTERMEZZO: IL POPOLO DI DIO ALLA PROVA

1 Vidi poi un altro angelo, possente, discendere dal cielo, avvolto in una nube, la fronte cinta di un arcobaleno; aveva la faccia come il sole e le gambe come colonne di fuoco. 2 Nella mano teneva un piccolo libro aperto. Avendo posto il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, 3 gridò a gran voce come leone che ruggisce. E quando ebbe gridato, i sette tuoni fecero udire la loro voce. 4 Dopochè i sette tuoni ebbero fatto udire la loro voce, io ero pronto a scrivere quando udii una voce dal cielo che mi disse: «Metti sotto sigillo quello che hanno detto i sette tuoni e non scriverlo».
5 Allora l'angelo che avevo visto con un piede sul mare e un piede sulla terra,
alzò la destra verso il cielo
6 e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli;
che ha creato cielo, terra, mare, e quanto è in essi: «Non vi sarà più indugio! 7 Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio come egli ha annunziato ai suoi servi, i profeti».
8 Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Và, prendi il libro aperto dalla mano dell'angelo che sta ritto sul mare e sulla terra». 9 Allora mi avvicinai all'angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». 10 Presi quel piccolo libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l'ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l'amarezza. 11 Allora mi fu detto: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni e re».
11.1 Poi mi fu data una canna simile a una verga e mi fu detto: «Alzati e misura il santuario di Dio e l'altare e il numero di quelli che vi stanno adorando. 2 Ma l'atrio che è fuori del santuario, lascialo da parte e non lo misurare, perché è stato dato in balìa dei pagani, i quali calpesteranno la città santa per quarantadue mesi. 3 Ma farò in modo che i miei due Testimoni, vestiti di sacco, compiano la loro missione di profeti per milleduecentosessanta giorni». 4 Questi sono i due olivi e le due lampade che stanno davanti al Signore della terra. 5 Se qualcuno pensasse di far loro del male, uscirà dalla loro bocca un fuoco che divorerà i loro nemici. Così deve perire chiunque pensi di far loro del male. 6 Essi hanno il potere di chiudere il cielo, perché non cada pioggia nei giorni del loro ministero profetico. Essi hanno anche potere di cambiar l'acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli tutte le volte che lo vorranno. 7 E quando poi avranno compiuto la loro testimonianza, la bestia che sale dall'Abisso farà guerra contro di loro, li vincerà e li ucciderà. 8 I loro cadaveri rimarranno esposti sulla piazza della grande città, che simbolicamente si chiama Sòdoma ed Egitto, dove appunto il loro Signore fu crocifisso. 9 Uomini di ogni popolo, tribù, lingua e nazione vedranno i loro cadaveri per tre giorni e mezzo e non permetteranno che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro. 10 Gli abitanti della terra faranno festa su di loro, si rallegreranno e si scambieranno doni, perché questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra.
11 Ma dopo tre giorni e mezzo, un soffio di vita procedente da Dio entrò in essi e si alzarono in piedi, con grande terrore di quelli che stavano a guardarli. 12 Allora udirono un grido possente dal cielo: «Salite quassù» e salirono al cielo in una nube sotto gli sguardi dei loro nemici. 13 In quello stesso momento ci fu un grande terremoto che fece crollare un decimo della città: perirono in quel terremoto settemila persone; i superstiti presi da terrore davano gloria al Dio del cielo.
14 Così passò il secondo «guai»; ed ecco viene subito il terzo «guai».

L’apparizione dell’angelo possente, che consegna a Giovanni un piccolo libro "aperto", fa da contrasto con la scena precedente; lì lo scatenarsi delle forze del male, qui l’assicurazione che il compimento del piano di Dio è vicino. A Giovanni viene consegnato un libro aperto, ma il suo contenuto non viene raccontato. Si conclude dicendo che Giovanni profeterà "di nuovo" sui popoli, le nazioni e i re. L’aggiunta dei tuoni sottolinea l’autorità divina. Nell’Antico Testamento infatti la voce di Dio viene a volte paragonata al rombo del tuono: "Il Signore tuonò dal cielo, l’Altissimo fece udire la sua voce" (Sal 18); "Il Signore ruggisce dall’alto, fa sentire il tuono dalla santa dimora" (Ger 25,30).

E il numero sette può indicare pienezza e definitività. Possiamo dunque considerare il fragore dei sette tuoni come una "sigla" che vuole sottolineare la parola dell’angelo: "Non vi sarà più alcuna dilazione di tempo" e "il mistero di Dio sarà allora compiuto": questa parola di Dio è definitiva e irrevocabile. Questa scena serve come introduzione alla settima tromba, cioè il centro della grande rivelazione.

Sembra che, ad ogni tappa fondamentale del suo discorso, Giovanni senta il bisogno di ancorarsi all’autorità divina e ribadire che l’ordine di profetare e di scrivere gli viene, appunto, da tale autorità. L’Apocalisse s’è aperta con la visione di un libro (cap. 5) "scritto dentro e fuori e sigillato con sette sigilli". Ora la stessa immagine ritorna, ma con alcune varianti importanti: il libro è piccolo, è aperto, il suo contenuto non è più un mistero che per essere compreso richiede la morte-risurrezione di Gesù.

È certo che Giovanni ha presente la scena descritta da Ezechiele (2,8–3,3), una drammatizzazione di quanto Geremia – a sua volta aveva già detto molto brevemente: "Trovate le tue parole, le divorai" (15,16). Nel libro che Dio consegna a Ezechiele ci sono lamentazioni, pianti e guai (2,9), e tuttavia quando il profeta lo mangia sente in bocca "qualcosa di dolce come il miele" (3,3). La parola di Dio è salvifica anche quando minaccia. Giovanni, riprendendo il passo di Ezechiele, precisa che il libro è allo stesso tempo dolce e amaro: dolce perché il popolo di Dio rimane protetto e la salvezza è vicina; amaro perché la salvezza passa attraverso la tribolazione. Il gesto di mangiare il libro ha un significato molto chiaro nelle visioni di Ezechiele: la parola di Dio deve penetrare nell’intimo del profeta, deve diventare la sua vita, il suo tormento e la sua consolazione: "Non essere ribelle come questa casa ribelle, apri la bocca e mangia quello che ti porgo" (2,8). Il profeta, prima di essere inviato ad annunciare la Parola, è invitato a metterla in pratica, ad essere diverso dal popolo: non ribelle, ma obbediente. È così anche per Giovanni. Chi intende diffondere la parola di Dio deve prima di tutto assimilarla.

Prima di darci, con lo squillo della settima tromba, l’annuncio tanto atteso dell’inaugurazione del regno di Dio (11,15-18), Giovanni ci presenta un ultimo quadro che fa parte di quel meccanismo di differimento che abbiamo già incontrato. Non è facile precisare il senso di questo quadro, ma con ogni probabilità vuole svelarci il mistero contenuto nel "piccolo libro", il libro dolce e amaro (10,8-10). L’atto di misurare (Ez 40,3.5.35.47; 41,13) indica distinzione o separazione o, meglio ancora, preservazione: ciò che è misurato è sottratto e preservato. Il tempio, l’altare, gli adoratori simboleggiano il popolo di Dio rinnovato, cioè la comunità cristiana.

Il cortile esterno non è misurato, cioè non è sottratto e preservato, ma lasciato in balìa della violenza dei persecutori. Si tratta della comunità giudaica? O più semplicemente di una parte della chiesa che Dio lascia in balìa della persecuzione? La frase "È stato concesso ai pagani di calpestare la città santa" sembra alludere alla distruzione di Gerusalemme e alla profanazione del tempio (Lc 21,14). Di chiunque si tratti qui, è certo che le forze del male hanno un sopravvento, ma limitato nel tempo: quarantadue mesi, cioè tre anni e mezzo, la metà di sette. Tre anni e mezzo è la durata della persecuzione di Antioco Epifane, descritta nel libro di Daniele, cap. 8: divenne, nella tradizione apocalittica, la durata tipica di ogni persecuzione. In questo quadro di lotta, ecco le figure dei due testimoni, la cui identificazione costituisce il principale problema dell’intero brano. Dapprima Giovanni si accontenta di direi che sono "profeti" e che il loro compito è la "testimonianza". Poi, dopo una lunga parentesi esplicativa, la narrazione riprende dicendo che i due testimoni, dopo aver esaurito il tempo della loro testimonianza, sono vinti e uccisi dalla "bestia che sale dal mare". Ritroviamo quest’ultima immagine nel cap. 13: simboleggia le forze demoniache che trovano la loro incarnazione storica nello stato pagano che si fa adorare. I due testimoni sembrano davvero sconfitti. Una sconfitta pubblica e festeggiata da tutto il mondo: "Gli abitanti della terra fanno festa e per la gioia si scambiano doni, perché i due profeti hanno infastidito gli abitanti della terra" (v. 10). Ma anche questo trionfo è effimero: tre giorni e mezzo. Poi la potenza di Dio li fa risorgere, e un grande terremoto fa crollare la decima parte della città, e fa perire settemila persone. I due testimoni di Dio sembravano sconfitti, ma in realtà sono vittoriosi.

La conclusione, a differenza di altri quadri analoghi (9,2 1), è positiva: i superstiti "diedero gloria a Dio" (v. 13).

I cadaveri dei due testimoni rimangono esposti nella pubblica piazza della "grande città": l’espressione fa pensare a Roma (16,19; 17,18; 18,10.16.18.19.21). Ma una successiva indicazione ("dove il loro signore fu crocifisso") fa pensare a Gerusalemme. E subito dopo ci dice che "simbolicamente" si chiama Sodoma o Egitto. Ci troviamo così di fronte a una sovrapposizione di indicazioni che si sottraggono a una collocazione precisa e circoscritta, e orientano verso uno schema, una cifra teologica: la corruzione, il paganesimo, l’ostilità a Cristo: tutte cose che non appartengono a un luogo solo, ma che trovano, di volta in volta, la loro incarnazione storica in questa o in quella società, in questo o in quell’altro luogo.

Un discorso simile va fatto anche a proposito dei due testimoni. Giovanni ci offre parecchi indizi per identificarli. L’immagine dei due ulivi e dei due candelabri rinvia a Zaccaria 4,1-14. Per Zaccaria i due ulivi sono Giosuè e Zorobabele, i due capi, l’uno politico e l’altro religioso, della comunità giudaica nel ritorno dall’esilio babilonese. Ma Giovanni, pur avendovi alluso con chiarezza, non vuole che ci leghiamo troppo a queste due figure: interrompe la citazione e offre altre indicazioni. "Un fuoco esce dalla loro bocca". L’immagine fa ricordare 2 Re 5–12: è la storia di Elìa che per due volte fece scendere il fuoco dal cielo. Qualche commentatore pensa anche a Geremia (5,14), là dove si dice che la parola di Dio è un fuoco e il popolo legna da ardere.

I due testimoni hanno il potere di "chiudere il cielo" e questo fa di nuovo pensare a Elia (1Re 17,1). Ma il potere di cambiare l’acqua in sangue e di colpire la terra con ogni sorta di flagelli fa venire in mente Mosè e le piaghe d’Egitto (Es 7,17; 19,20). Ci accorgiamo, a questo punto, di trovarci davanti al medesimo fenomeno riscontrato per l’identificazione della "grande città": una sovrapposizione di indizi che si sottraggono a precise identificazioni. Alludono a figure precise, ma insieme se ne staccano. Giovanni ci presenta schemi, figure libere e sciolte, che possono incarnarsi in diversi volti storici: Mosè, Elia, Geremia, Giosuè e Zorobabele, e tanti altri. I due testimoni sono due figure che assommano in sé i tratti e le costanti di tutta una storia di profeti e di giusti dell’Antico e del Nuovo Testamento che trova la sua più completa realizzazione nella vicenda di Gesù Cristo. Scrive Ugo Vanni: "Chi sono, in concreto, queste figure emblematiche? L’autore le scioglie liberamente da qualunque limitazione cronologica e le sottrae a ogni identificazione esaustiva: dà degli "schemi" di personaggi. La chiesa di ogni tempo, mediante il suo discernimento sapienziale, potrà riempire questi schemi, dando loro un contenuto (nomi, circostanze, i santi, i maestri, ecc.) sempre nuovo".

Dunque, se anche Giovanni ha in mente fatti particolari (come la caduta di Gerusalemme, la persecuzione contro i cristiani da parte dell’impero romano, o altro), è però altrettanto vero che egli supera questi confini. Ci presenta uno schema perenne, nel quale continuamente rivive la vicenda del Cristo: morte e risurrezione. È uno schema che già i profeti e i giusti dell’Antico Testamento hanno vissuto, e che le comunità cristiane continuamente sono chiamate a rivivere.

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vv. 1–11. Giovanni non si trova più in cielo, ma sulla terra. Egli vede un angelo possente scendere dal cielo. Ha sul capo l’arcobaleno, e il suo volto è raggiante e luminoso. Le sue gambe si innalzano come colonne di fuoco; egli appoggia un piede sul mare e l’altro sulla terra. In mano reca un libretto aperto (cf. Ez 2,9), nettamente distinto da quello menzionato in 5,1 perché chi lo legge è un angelo e non Dio; il libro è aperto e non sigillato, ed è preso in consegna non dall’Agnello, ma da Giovanni (vv. 9-10). Il libretto è molto più piccolo e meno importante del libro dei sette sigilli. Le cose scritte nel libretto portato dall’angelo vengono raccontate in 11,1-13. L’angelo annuncia un messaggio: la fine del mondo è imminente. Il momento del giudizio e della redenzione (6,11) è vicinissimo. Qui si parla del giudizio di Dio come se fosse già avvenuto, perché non c’è alcun dubbio che egli porterà a compimento il suo progetto. I profeti possono quindi parlare di avvenimenti futuri come di fatti immutabili e irrevocabili: Dio infatti ha dato loro il gioioso annuncio della prossima distruzione delle potenze tenebrose e della salvezza della comunità cristiana. Questo futuro trionfo di Dio è talmente certo che riempie già adesso il presente, consolando e rinfrancando la chiesa con la predicazione profetica.

La voce celeste del Cristo si rivolge ancora una volta a Giovanni e gli dà l’ordine di prendere il libretto aperto dalla mano dell’angelo e divorarlo. Il libretto è dolce come il miele al palato (cf. Ez 3,3), ma nello stomaco diventa amaro. Il libretto è dolce e amaro allo stesso tempo: dolce perché assicura la protezione di Dio; amaro perché la via alla gloria passa necessariamente attraverso la perseveranza in mezzo ai dolori.

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Cap.11. vv. 1–14. La nuova scena comincia con l’invito a compiere un’azione simbolica. Giovanni riceve una canna con cui deve misurare il tempio, l’altare e gli adoratori che si trovano nel tempio. Il tempio, l’altare e gli adoratori saranno così preservati e non cadranno vittime dell’occupazione pagana. Il tempio è simbolo della comunità cristiana. Essa sarà preservata perché il popolo di Dio si trova sotto la protezione divina anche nel momento del terrore (7,1-8). D’altra parte è necessario che i testimoni del Cristo passino attraverso la sofferenza.

Compaiono qui due testimoni con un compito profetico. Il loro abbigliamento indica che sono predicatori di penitenza, perché indossano vesti di sacco in segno di lutto. Quando avranno terminato di rendere la loro testimonianza, la bestia si leverà dall’abisso contro di loro. La bestia, è detto qui con le parole del libro di Daniele, li combatterà e li sconfiggerà. In Dan 7,21 si parla del re nemico, il siro Antico Epifane (175–164 a.C.), e della sua guerra contro il popolo di Dio. Nella letteratura apocalittica la bestia bellicosa dell’abisso è diventata un’immagine tipica per individuare l’avversario degli ultimi tempi. La bestia sconfigge i due testimoni e li uccide. Tutti si rallegrano di essere stati liberati dai due scomodi predicatori di penitenza e si scambiano regali per esprimere la loro gioia. Ma questa gioia maligna ha un brusco arresto. Dopo tre giorni e mezzo i cadaveri dei due testimoni sono richiamati in vita, e tutti quelli che assistono al fatto sono presi da terrore. Risuscitati dai morti, i due testimoni sono chiamati a salire in cielo. Dio non lascia nella morte i suoi testimoni, ma li richiamerà in vita per attirarli a sé. Nella miseria e nella tribolazione tutti coloro che mantengono la loro testimonianza sperimentano la fedeltà di Dio che li salva e li protegge.

 

 

LA SETTIMA TROMBA

15 Il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo echeggiarono voci potenti che dicevano:
«Il regno del mondo
appartiene al Signore nostro e al suo Cristo:
egli regnerà nei secoli dei secoli».
16 Allora i ventiquattro vegliardi seduti sui loro troni al cospetto di Dio, si prostrarono faccia a terra e adorarono Dio dicendo:
17 «Noi ti rendiamo grazie,
Signore Dio onnipotente,
che sei e che eri,
perché hai messo mano alla tua grande potenza,
e hai instaurato il tuo regno.
18 Le genti ne fremettero,
ma è giunta l'ora della tua ira,
il tempo di giudicare i morti,
di dare la ricompensa ai tuoi servi,
ai profeti e ai santi e a quanti temono il tuo <nome,
piccoli e grandi,
e di annientare coloro
che distruggono la terra».
19 Allora si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l'arca dell'alleanza. Ne seguirono folgori, voci, scoppi di tuono, terremoto e una tempesta di grandine.

Abbiamo letto in 10,7: "Quando il settimo angelo farà udire il suono della sua tromba, allora sarà consumato il mistero di Dio". Giovanni ha differito ripetutamente il suono della settima tromba. Ma ora il momento è finalmente giunto. Il lettore però, tenuto tanto a lungo in sospeso, resta probabilmente deluso: una semplice scena celeste simile, nell’apparenza, ad altre già lette. Invece bisogna leggere attentamente per non perdere il significato profondo di questo brano. Esso è strutturato secondo uno schema: annuncio, risposta, visione. L’annuncio è questo: la regalità sul mondo appartiene al Signore. La risposta di ringraziamento: "Ti rendiamo grazie Signore, Dio onnipotente... La visione: "Il tempio del cielo si aprì e apparve l’arca dell’Alleanza...".

L’annuncio è semplice e lo potremmo esprimere con le medesime parole con cui Marco ha iniziato il suo racconto, riassumendo in forma lapidaria, l’intera predicazione di Gesù: "Il tempo è compiuto" (1,15). Un annuncio essenziale e atteso: è finito il tempo in cui le forze del male facevano da padrone nel mondo; la signoria del mondo è passata nelle mani del Signore Gesù.

Non è pensabile un annuncio più semplice e più importante di questo. Giovanni ci aveva già detto che le forze del male (e quindi il loro apparente dominio) avevano i giorni contati (2,10; 9,5; 11,2). La consumazione del "mistero di Dio" (10,7), che la settima tromba doveva annunciare, è dunque questo: la regalità del mondo è passata nelle mani di Dio e del suo Messia. È l’equivalente della "lieta notizia" dei racconti evangelici. Sembra di intravedere, sullo sfondo, il Sal 2, che descrive un dramma in quattro scene: le genti tumultuano e i potenti complottano contro Dio ("congiurano contro il Signore e il suo Messia: gettiamo via i loro legami"); Dio, che siede nei cieli, si fa beffe di loro e poi, adirato, invia il suo Messia a mettere ordine ("Il Signore si fa beffe di loro e nel suo furore li sgomenta: ho stabilito il mio re in Sion, sul mio santo monte"); il re Messia si presenta, afferma la sua regalità e comunica l’ordine ricevuto da Dio ("Li spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla li frantumerai"); infine il salmista invita i popoli a rinsavire e a sottomettersi al dominio di Dio ("E ora, sovrani, siate saggi, istruitevi giudici della terra; servite Dio con timore e con tremore esultate... Beato chi in lui si rifugia").

All’annuncio dell’avvento della regalità di Dio sul mondo, i ventiquattro anziani, che fanno corona al trono di Dio, rispondono con un gesto di adorazione e con un inno di ringraziamento. L’adorazione è il loro gesto abituale (4,10; 5,8.14). E l’inno di ringraziamento riprende e precisa il tema dell’annuncio: Dio ha manifestato la sua potenza e ha assunto il regno, ha vinto la ribellione dei popoli e ha giudicato i morti. Precedentemente (6,10) avevamo sentito il grido dei martiri: "Fino a quando, Signore, non farai giustizia, vendicando il nostro sangue?". Il grido dei martiri è ora esaudito: di qui il ringraziamento.

Nei capitoli precedenti Dio era costantemente definito "Colui che è, che era e che viene" (1,4; 1,8; 4,8): ora è detto semplicemente "Che sei e che eri". Dio ha mantenuto la promessa ed è venuto. Non c’è più un futuro da attendere. Il futuro è assorbito in un presente senza fine.

La visione dell’arca dell’Alleanza trova la sua origine in una pia credenza giudaica, secondo la quale Geremia nascose sul monte Nebo l’arca del Signore durante l’assedio di Gerusalemme. Quest’Arca era destinata a ricomparire "negli ultimi tempi" come segno della definitiva presenza di Dio. Così si legge nel secondo libro dei Maccabei (2,4-8): "Si diceva anche nello scritto che il profeta (Geremia), ottenuto un responso, ordinò che lo seguissero con la tenda e con l’arca. Giunto presso il monte dove Mosè era salito e aveva contemplato l’eredità di Dio, Geremia salì e trovò una caverna, vi introdusse la tenda, l’arca e l’altare degli incensi, e sbarrò l’ingresso. Alcuni del suo seguito tornarono poi per segnare la strada, ma non trovarono più il luogo. Geremia li rimproverò dicendo: "Il luogo deve restare sconosciuto, finché Dio non avrà riunito la totalità del suo popolo e si sarà mostrato propizio. Allora Dio mostrerà queste cose e si rivelerà la sua gloria"".

La visione dell’apparizione dell’arca significa dunque che il "compimento" di Dio non consiste semplicemente nella vittoria sulle forze del male nel giudizio, ma in una presenza divina nuova e definitiva, in una comunione senza rotture.

Il brano è dunque interamente dominato dall’idea del compimento: la regalità del mondo è passata nelle mani di Dio. Resta solo da raccontarlo storicamente, nel suo svolgimento terrestre.

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vv. 15–19. Quando il settimo angelo suonerà la tromba si compirà il mistero di Dio (10,7). Conformemente a questo annuncio, si odono inni di lode che esaltano la definitiva vittoria di Dio. In tal modo si anticipa il fatto che il Signore e il suo Messia (Sal 2,2) prendono possesso del regno. La cosa è talmente certa che se ne può parlare fin d’ora usando i verbi al passato (7,9-17; 10,7). I ventiquattro anziani aggiungono le loro voci all’inno e glorificano Dio perché ha assunto il potere. Dio stesso ha mantenuto la promessa che sarebbe venuto (1,8) e ora regna in un presente senza fine. L’apparizione dell’arca dell’Alleanza indica la presenza della grazia di Dio alla fine dei tempi. Dio è con il suo popolo.

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:17 PM

LA DONNA, IL DRAGO E LE DUE BESTIE
(12,1–13,14)

LA DONNA E IL DRAGO

1 Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. 2 Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3 Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4 la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. 5 Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6 La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.
7 Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, 8 ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. 9 Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. 10 Allora udii una gran voce nel cielo che diceva:
«Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
poiché è stato precipitato
l'accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte.
11 Ma essi lo hanno vinto
per mezzo del sangue dell'Agnello
e grazie alla testimonianza del loro martirio;
poiché hanno disprezzato la vita
fino a morire.
12 Esultate, dunque, o cieli,
e voi che abitate in essi.
Ma guai a voi, terra e mare,
perché il diavolo è precipitato sopra di voi
pieno di grande furore,
sapendo che gli resta poco tempo».
13 Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. 14 Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente. 15 Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d'acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. 16 Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.
17 Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.
18 E si fermò sulla spiaggia del mare.

Tutti sono d’accordo nel considerare il cap. 12 molto importante, però non è facile comprendere la sua funzione nella dinamica dell’intero libro.

Il sottofondo biblico è massiccio, come sempre: Gen 3,15 (il protovangelo), Is 7,14 (la vergine che partorisce un figlio maschio), Is 66,7 (la nuova Gerusalemme che genera il popolo messianico), Dan 7,7 (l’immagine del drago), Dan 10,13 (la guerra dell’arcangelo Michele), e molti altri. Dunque una vera e propria sovrapposizione di passi, che però ci lasciano intravedere chiaramente che ci troviamo di fronte a un nuovo esodo.

E questa è già un’importante indicazione: Giovanni vuole comunicarci un messaggio di liberazione, un passaggio totale dalla schiavitù alla libertà.

I personaggi principali, presenti in scena dall’inizio alla fine, sono due: la donna e il drago. Giovanni li chiama "segni". Nel linguaggio di Giovanni il segno è una realtà presente nella storia, visibile, sotto gli occhi di tutti, ma che per essere compresa e letta in profondità deve essere "decifrata"; ci si può imbattere in un "segno" senza accorgersene, o dandogli una lettura superficiale e scorretta. Il primo segno è una donna che sta per partorire, soffrendo, un figlio maschio. Chi è questa donna? Israele? La Chiesa? Maria? Siamo già abituati allo stile di Giovanni che sovrappone le immagini e le include l’una nell’altra. La donna è innanzitutto Israele che genera il Messia "destinato a governare le genti con una verga di ferro". La donna è la Chiesa, in balìa della persecuzione. La donna è Maria, madre del Messia e immagine della Chiesa che partorisce nel dolore (Gv 19,25-27).

Il secondo segno è il drago identificato con il demonio.

In breve, la donna e il drago "rappresentano da una parte la Chiesa nella sua dimensione trascendente e terrena, che storicamente dà alla luce il suo Cristo; dall’altra, una forza antagonista di origine demoniaca e di carattere dissacratore che, incarnandosi in fatti e personaggi storici, perseguita la Chiesa" (U. Vanni). Il punto essenziale è l’affermazione della vittoria di Cristo e della conseguente libertà del cristiano: una libertà che non è ancora completamente sottratta agli attacchi del maligno, ma che tuttavia porta in sé una reale possibilità di vittoria.

*****

vv. 1–6. Giovanni, che si trova sulla terra, alza lo sguardo verso il cielo e vi scorge un grande segno. Per la concezione apocalittica il segno nel cielo è un fenomeno assolutamente straordinario che determina il corso degli eventi finali (Mt 24,30; Ap 15,1). Appare l’immagine della regina del cielo, vestita di sole, in piedi sulla luna e con una corona di dodici stelle sul capo. Il numero delle dodici stelle significa che essa rappresenta le dodici tribù che compongono il popolo di Dio. Nell’antico Oriente si personificavano spesso i popoli e le città con figure femminili. Parlando della figlia di Sion l’Antico Testamento si riferisce a volte alla città di Gerusalemme e altre volte alla sua popolazione (Is 1,8; Ger 4,31; ecc.). La donna che Giovanni vede nel cielo è incinta: deve dare alla luce il Messia (v. 5). Siccome questi è Gesù di Nazaret, potrebbe sembrare ovvio riconoscere nella regina del cielo Maria, madre di Gesù. A qualcuno sembra impossibile armonizzare questa interpretazione con il v. 17 in cui la donna appare non solo come la madre del Messia, ma nello stesso tempo come la madre dei credenti. E di conseguenza essa impersona il vero Israele, il popolo di Dio dell’antica e della nuova Alleanza, da cui è venuto Cristo, e al quale appartengono tutti coloro che osservano i comandamenti e sono fedeli alla testimonianza di Gesù (v. 17). Ma come abbiamo già detto, Giovanni sovrappone le immagini e le include l’una nell’altra, per cui questa regina del cielo è nello stesso tempo Israele, la Chiesa e Maria, madre del Messia e della Chiesa, che partorisce nel dolore (Gv 19,25-27).

Compare però nel cielo anche un altro segno, cioè un drago, nemico della donna e del suo bambino che sta per nascere. Il suo aspetto spaventoso è descritto nel modo tradizionale.

Il colore rosso, usato anche in Egitto e a Babilonia per dipingere i mostri tenebrosi, ne indica i propositi omicidi.

I mostri del caos hanno molte teste (Sal 74,14). Sulle sue sette teste il drago ha dieci corna (Dan 7,7). Su ogni testa sta un diadema. Questa indicazione probabilmente accenna già al rapporto tra il drago e la bestia che apparirà adornata di diademi (13,1). Il drago spazza via con la coda un terzo delle stelle del cielo gettandole sulla terra. Questa frase, che ricorda Dan 8,10, mostra l’enorme potenza del mostro. Egli si introduce anche nell’ordine celeste e lo sconvolge. Poi si colloca dinanzi alla donna per inghiottirne il figlio, appena nascerà.

La donna partorisce un figlio maschio, il quale, in qualità di Messia, dovrà pascolare i popoli con una verga di ferro, ossia giudicherà i pagani (Sal 2,9; Ap 2,27; 19,15). Il figlio nato dalla donna è immediatamente sottratto alla presa del drago e rapito presso Dio. Ma la donna è ancora esposta all’ostilità del drago. Ella può tuttavia fuggire nel deserto dove trova un luogo preparatole da Dio e dove viene nutrita per 1260 giorni (= tre anni e mezzo; cf. 11,2–3; 12,14; 13,5). Come il popolo d’Israele un tempo nel deserto aveva sperimentato la fedeltà e la provvidenza di Dio, così anche la comunità cristiana troverà alla fine dei tempi nel deserto un luogo di rifugio sicuro preparatole da Dio.

vv. 7–12. Si presenta ora un poderoso campione che lotta contro il drago. Entra in scena Michele, il protettore di Israele, del popolo di Dio (Dan 10,13.21; 12,1; Gd 9). Michele esce con le sue schiere angeliche per dichiarare guerra al drago. E questi soccombe e non trova più posto in cielo. Dietro questa frase c’è la concezione secondo cui satana aveva la sua sede nel più basso dei cieli; ora l’ha persa: viene cacciato definitivamente dal cielo e precipitato sulla terra. Così si decide la sconfitta del drago, che non potrà mai più tornare nel mondo superiore (Lc 10,18). Con la venuta del Messia il regno di satana è sconfitto (Mt 12,28-29; Gv 12,31; 16,11; 1Gv 3,8; ecc.). Ora che è stato precipitato dal cielo, egli è smascherato come il maligno, il diavolo, satana. Egli cerca di sedurre tutta la terra, ossia tutti gli uomini (Mc 13,21-22) e di distoglierli dall’obbedienza a Dio.

Alla sconfitta del drago segue un inno celeste nel quale viene messo in risalto il significato della vittoria per la comunità cristiana. Giovanni ode un inno in cui ha avuto inizio il regno di Dio e del Messia (7,10; 11,15). A loro spetta ogni autorità, la salvezza e la potenza, e non ai potenti della terra che esercitano il loro ufficio come strumenti del drago (cap. 13). La schiera dei perfetti, che in cielo loda Dio, si sente fraternamente unita ai cristiani che devono ancora affrontare lotte e tentazioni. La chiesa trionfante del cielo ha già visto la caduta di satana, perciò contempla fin d’ora la vittoria della chiesa militante sulla terra. La morte espiatoria dell’Agnello (1,5; 7,14) e la Parola alla quale i credenti hanno reso testimonianza conferiscono ai fedeli una tale forza da poter resistere vittoriosamente agli assalti di satana. Essi erano disposti a dare la vita e ad affrontare la morte; ma chi perde la vita per amore di Cristo la troverà (Mc 8,35) e la conserverà per la vita eterna (Gv 12,25). Anche la fedeltà dei testimoni è dunque oggetto dell’inno; infatti se essi saranno saldi nella lotta contro satana entreranno nel regno di Dio e parteciperanno alla gloria celeste. I cieli e tutti quelli che vi abitano, ossia gli angeli, sono incitati a unirsi al giubilo per la vittoria (Sal 96,11). Ma il compimento finale non è ancora venuto: bisogna ancora che l’ultima battaglia sia combattuta sulla terra. Per questo l’inno di vittoria si conclude con un lamento che allude forse al terzo "guai!", che mancava (8,13; 9,12; 11,14). Il diavolo è sceso sulla terra controvoglia. E ha ancora a disposizione poco tempo, e poiché lo sa, imperversa con furore rabbioso. Ma il suo destino è ormai segnato.

vv. 13–17. L’attentato del drago alla vita del bambino è fallito, ma egli riversa la sua ira contro la donna. Il suo furore è tanto più violento, proprio perché sa che gli è lasciato poco tempo. L’aiuto miracoloso di Dio salva la donna dalle minacce del mostro: le vengono date le due ali dell’aquila per poter fuggire nel deserto, dove sarà protetta. L’Antico Testamento usa spesso l’espressione figurata delle ali d’aquila per esprimere plasticamente la nuova forza conferita da Dio (Es 19,4; Dt 32,11; Is 40,31). La donna è custodita al sicuro in un luogo solitario, dove il serpente non può raggiungerla. Il serpente fa un ultimo tentativo per annientare la donna: le rovescia dietro un torrente d’acqua per affogarla. Ma la donna è aiutata dalla terra, presentata qui quasi come una persona che agisce. Essa apre la sua bocca e inghiotte in una vasta fenditura il torrente che il drago aveva rovesciato dalla bocca (cf. Nm 16,28ss)

Come un tempo la mano protettrice di Dio aveva condotto Israele dall’Egitto nel deserto difendendolo da tutti i suoi nemici, così anche la donna è al sicuro nel deserto. Ciò significa che Dio sosterrà e salverà la sua chiesa nella spaventosa desolazione (Mt 16,18). Il drago, non potendo più impadronirsi della donna, riversa la sua rabbia contro i superstiti della sua discendenza. Essa è costituita dai membri del popolo di Dio che sono figli della donna, come il Messia. Questa lotta riguarda la chiesa nel mondo intero: essa deve passare attraverso la persecuzione che le viene imposta prima della fine dei tempi (cap. 13).

 

 

LE DUE BESTIE

1 Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. 2 La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. 3 Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita.
Allora la terra intera presa d'ammirazione, andò dietro alla bestia 4 e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?».
5 Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d'orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. 6 Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. 7 Le fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione. 8 L'adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell'Agnello immolato.
9 Chi ha orecchi, ascolti:
10 Colui che deve andare in prigionia,
andrà in prigionia;
colui che deve essere ucciso di spada
di spada sia ucciso.
In questo sta la costanza e la fede dei santi.
I falsi profeti al servizio della bestia
11 Vidi poi salire dalla terra un'altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. 12 Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita. 13 Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. 14 Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta. 15 Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia. 16 Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; 17 e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. 18 Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d'uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

La bestia che sale dal mare è presentata nella sua fisionomia, in modo che il discepolo sappia identificarla e riconoscerla nelle molte forme storiche che essa assume. La domanda che il lettore deve porsi è questa: chi è la bestia? quali sono i tratti che permettono di identificarla?

La bestia è l’incarnazione storica del drago, il volto storico del demonio. Ne è la riproduzione fedele: lo stesso numero di teste e di corna (12,3; 13,1). Il drago le trasmette la sua potenza, il suo trono e la sua autorità (13,2). Tutta la terra, presa d’ammirazione per la bestia, si mise ad adorare il drago (13,4). È dunque chiaro: la bestia è l’agente terreno del drago, di satana. Ma, a ben guardare, la bestia è anche la scimmiottatura di Cristo, una specie di controfigura grottesca e demoniaca alla rovescia. A modo suo "muore e risorge" suscitando stupore e ammirazione negli uomini sprovveduti. Ha molte teste: colpita in una rivive nell’altra, e così la sua potenza pare indistruttibile. La sua potenza e la sua autorità si estendono su tutta la terra, come il regno di Dio. Ma si tratta di una potenza ricevuta da satana, non da Dio: è la potenza del dominio e della forza, non dell’amore e della libertà. Nel deserto Gesù ha respinto l’offerta di satana: "Ti darò tutta questa potenza e la sua gloria perché è stata data a me e la do a chi voglio; se dunque ti prostrerai davanti a me tutto sarà tuo" (Lc 4,6-7). Gesù l’ha rifiutata, la bestia invece l’ha accettata.

Per l’Apocalisse la bestia che sale dal mare è l’impero romano, non certo negli uomini che lo governano come tali, ma nella sua organizzazione, nel suo potere e nella sua idolatria.

Per decifrare il simbolo della "bestia che sale dal mare" occorre rifarsi al libro di Daniele. Lì si racconta di quattro bestie che "salgono dal mare": "Quattro bestie enormi, una diversa dall’altra, salivano dal mare. La prima era simile a un leone, con ali d’aquila; le vennero tolte le ali, fu sollevata da terra e fatta rizzare sui piedi come un uomo, e le fu dato un cuore umano. La seconda era simile a un orso: stava retta su un lato e aveva tre costole nella gola, fra i denti, e le dicevano: ‘Su, mangia molta carne’. La terza era simile a una pantera: aveva quattro ali d’uccello e quattro teste e le fu dato il potere. Infine ecco una quarta bestia terribile, spaventosa e forte; aveva denti di ferro, mangiava, stritolava e poi calpestava coi piedi ciò che restava; era diversa da tutte le bestie precedenti, e aveva dieci corna" (Dan 7,3-7).

Nella visione di Daniele le quattro bestie rappresentano quattro imperi ostili a Dio: l’impero babilonese, l’impero medio–persiano, l’impero di Alessandro e, infine, l’impero di Antioco IV Epifane (la bestia dalle dieci corna, la più terribile di tutte), persecutore di Israele.

Giovanni ha fuso in una sola le quattro bestie di Daniele, e questo significa che egli non pensava solo all’impero romano (l’incarnazione satanica del momento), ma a tutta la serie degli oppositori di Dio. La bestia che sale dal mare è una bestia dai molti volti. Si incarna sotto varie sembianze, di epoca in epoca, ma è sempre la medesima.

Le sue abituali manifestazioni sono: l’arroganza e la bestemmia, cioè l’intolleranza di Dio e la volontà di mettersi al suo posto (13,6), la pretesa di essere adorata, cioè la pretesa di un’adesione totale e incondizionata: non si pone al servizio dell’uomo, ma si erge come il valore supremo a cui l’uomo deve sacrificarsi (13,4); una volontà di dominio universale (13,7) che è il sogno di tutte le idolatrie dell’uomo, da Babele in poi; la persecuzione contro tutti coloro che ne ostacolano il dominio o, più semplicemente, che si sottraggono alla sua adorazione (13,7-8).

Il lettore avrà notato che tutta la narrazione è al passato, ma che alla fine passa, improvvisamente, al futuro: "L’adoreranno tutti gli abitanti della terra" (13,8).

Giovanni sa molto bene che la storia della bestia continua e che avrà il consenso degli uomini: tutti l’adoreranno. In realtà non tutti, ma soltanto quelli che non hanno il loro nome scritto "nel libro della vita" (13,8). È una prima crepa che mostra la debolezza della bestia: nonostante la violenza di cui dispone, non tutti si piegano ad adorarla. Inoltre deve essere chiaro che il dominio della bestia non è il segno che la storia sia sfuggita dalle mani di Dio, che le concede spazio per i suoi disegni e per un tempo determinato: "Le fu concesso (da Dio) di operare per tre anni e mezzo" (13,5), "le fu data (da Dio) la possibilità di fare guerra ai santi e di vincerli" (13,7a), "le fu data (da Dio) autorità su ogni popolo" (13,7b).

La conclusione della narrazione è impersonale (13,9-10). Non più narrazione, ma avvertimento: "Chi ha orecchi, ascolti!". In ciascuna delle sette lettere d’apertura ricorreva puntualmente l’invito: "Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese" (2,7.11.17.29; 3,6.22). Non si tratta solo di prestare attenzione a ciò che Giovanni scrive, ossia alla parola di Dio, ma più ampiamente di prestare attenzione al disegno di Dio che si fa strada attraverso gli avvenimenti. Un invito a saper leggere i segni dei tempi e a fare discernimento. Un invito soprattutto a non lasciarsi incantare o distrarre dalle apparenze. È l’invito di Gesù: "Chi ha orecchi per intendere, intenda" (Mc 4,9.23): un invito ad accorgersi della presenza del Regno e a comprendere le leggi del suo sviluppo.

Ascoltare significa saper leggere la storia, come hanno fatto i profeti e come ci sta insegnando Giovanni. Quando scopri l’arroganza e la bestemmia, l’intolleranza del dissenso, la pretesa di trasformarsi in dominio universale, allora non lasciarti incantare dagli aspetti affascinanti e positivi che pure possono esserci. Spingi lo sguardo più a fondo e ti accorgerai che questi aspetti positivi sono una maldestra controfigura di Cristo e che il loro scopo è quello di trarre in inganno.

Arroganza e idolatria, volontà di potenza e conquista: ecco i tratti visibili e ricorrenti, che il discepolo deve interpretare per riconoscere e identificare "la bestia che sale dal mare" e, nascosto dietro a lei, il drago che persegue un unico scopo: ostacolare il piano di Dio attraverso un suo piano che apparentemente lo imita.

Ascoltare significa risalire dalle manifestazioni alle radici, dalle apparenze alla realtà che cerca di nascondersi dietro di esse. Senza tuttavia dimenticare che la storia, qualunque cosa succeda, non sfugge mai dalle mani di Dio, e molte cose lo dimostrano. "Se uno uccide di spada, morirà di spada" (13,10): è una legge che segna la fine di tutti i tiranni e il crollo di tutte le idolatrie. Per questo a chi sa ascoltare è richiesto il martirio, cioè la resistenza non violenta: "Se uno è costretto in prigione, vada in prigione" (13,10). Cristo non ha creato nel mondo per i suoi uno spazio di sicurezza: se devi morire, morirai; Cristo non lo impedirà per te, come il Padre non lo ha impedito per lui; ma la tua prigionia e la tua morte sono il segno che il tuo nome è scritto nel libro della vita e che la potenza della bestia sarà sconfitta: "Qui sta la pazienza e la fede dei santi" (13,10).

Dopo la prima bestia che sale dal mare, ecco una seconda bestia che viene dalla terra. Assomiglia a un agnello, ma parla come un drago. È la sua prima caratteristica: è una potenza subdola e ingannevole, e le sue apparenze sono menzognere. Sembra di riudire l’avvertimento del Cristo: "Guardatevi dai falsi profeti, i quali vengono a voi in veste di pecore, ma nell’interno sono lupi rapaci" (Mt 7,15).

La sua seconda caratteristica è di essere in grado di compiere prodigi strabilianti, capaci di disorientare gli uomini e di trarli in inganno: fa scendere fuoco dal cielo e fa parlare la statua. Nel mondo antico era frequente sentir raccontare di statue di celebri santuari che parlavano e si muovevano. Il sorgere di falsi profeti che fanno prodigi per ingannare i credenti è un tratto tradizionale dei passi escatologici del Nuovo Testamento. In Mc 13,22 si legge: "Sorgeranno falsi profeti e compiranno segni e prodigi allo scopo di indurre in inganno, se fosse possibile, anche gli eletti".

La sua terza caratteristica è l’intolleranza: perseguita a morte tutti quelli che si rifiutano di adorare la prima bestia, e a tutti quelli che rifiutano di appartenerle impedisce di "comperare e vendere". Vuole, appunto, che tutti le appartengano, e per questo imprime ai suoi seguaci un marchio riconoscibile.

Il vocabolo greco usato per indicare il "marchio di appartenenza" (cháragma) era il termine burocratico corrente per designare il sigillo dei Cesari. È dunque già chiaro che si sta alludendo alla potenza romana. Ma la sua caratteristica più importante, il tratto che la individua, è di essere totalmente a servizio della prima bestia. Tutto ciò che fa è per rendere credibile la prima bestia e per indurre gli uomini a sottomettervisi. Le fa erigere una statua e poi impone che venga adorata. La pretesa di farsi adorare non è nuova per la Bibbia (e neppure per l’umanità): Nabucodonosor aveva già fatto altrettanto (Dan 3,5ss).

Queste sono dunque le sue principali caratteristiche. Nei capitoli successivi il mostro che viene dalla terra è designato come il "falso profeta" (16,13; 19,20; 20,10). È possibile individuarlo?

Prima di provarci, osserviamo ancora che due diversi tratti della visione fanno pensare che Giovanni avesse davanti agli occhi il culto imperiale. Esso ha origini orientali, ma entrò anche nel mondo ellenistico (Alessandro Magno) e poi a Roma (I sec. d.C.). Lo si favorì per farne un vincolo unitario capace di unire insieme popoli tanto numerosi e diversi. Probabilmente il primo imperatore a pretendere, ancora in vita, onori divini fu Domiziano. Si compiaceva che il popolo in occasione delle grandi feste acclamasse lui e l’imperatrice al grido "Salve al nostro Signore e alla nostra Signora". Faceva iniziare le sue circolari imperiali con la formula: "Il nostro Signore e Dio ordina che sia fatto quanto segue...". In tutto l’impero si fece erigere statue, che dovevano essere venerate, e a Efeso si fece costruire un tempio grandioso.

A questo punto l’identificazione è abbastanza agevole. C’è chi pensa alla classe sacerdotale che, specialmente in Asia Minore, si poneva al servizio del culto imperiale e, quindi, al servizio dell’idolatria politica di Roma. Qualcuno pensa, più in generale, a una sorta di personificazione della propaganda. In ogni caso la seconda bestia è qualcosa che si pone totalmente al servizio della prima. È tutto ciò che si sforza di rendere credibile il potere idolatra. Infatti si sa che nessun potere idolatra si regge senza il potere di una filosofia, di una pseudo–religione, di una ideologia, e senza una ben orchestrata propaganda dei suoi veri o presunti progressi. E il progresso (= "i segni impressionanti") può anche esserci: ma quale? L’idolatria può creare vantaggi parziali, può creare le macchine, ma nessuna macchina può sostituire la libertà, l’amore, la fede.

La conclusione è che le "due bestie" vanno viste insieme e si chiariscono l’una l’altra. Insieme costituiscono la contraffazione di Dio e dell’Agnello (e della predicazione del vangelo) e insieme sono l’incarnazione storica del drago: esigono adorazione, pretendono un dominio universale, imprimono sui loro seguaci un marchio di riconoscimento (analogamente alla scena del sigillo degli eletti: 7,1-8). Insieme assumono la fisionomia dello stato pagano che si fa adorare. Insieme costituiscono un vero e proprio "schema di teologia politica" (U. Vanni).

Nel cap. 13 Giovanni interrompe due volte l’esposizione del simbolo per rivolgersi direttamente all’assemblea che legge e ascolta. Nella prima interruzione (13,10) i credenti sono invitati a perseverare nella pazienza e nella fedeltà a Dio: la violenza della bestia che domina il mondo è sotto il controllo di Dio ed è destinata a crollare. Nella seconda interruzione i credenti sono invitati a mettere in opera quella "sapienza" che viene loro dalla fede. Il mostro è un "numero d’uomo", è cioè iscritto nella realtà umana e storica, e va individuato. Sapiente è colui che comprende il simbolo, ne coglie le strutture che hanno rilevanza storica e poi intuisce dove e in chi queste si incarnano. Il simbolo, in forza dell’universalità che gli è propria, ha una possibilità illimitata di applicazioni concrete.

Sapiente è colui che sa scoprire il volto che esso assume nel preciso momento storico in cui si vive. È come se Giovanni dicesse: "Comprendete il simbolo (cioè lo schema di teologia politica) e scoprite dove e in che cosa oggi, nel vostro mondo, esso si incarna". Per aiutare la sua comunità nel discernimento sapienziale (cioè nel compito di individuare il volto che la bestia, o l’idolatria politica, assumeva in quel tempo), Giovanni ne nasconde il nome sotto la cifra 666. Quale nome vi si nasconde?

Secondo alcuni esegeti la cifra non indicherebbe un nome preciso, ma piuttosto una qualità: si tratta di un nome d’uomo debole e fragile; infatti la cifra che lo esprime risulta di tre sei, e questo significa che si tratta di una realtà imperfetta e impotente. Ecco allora il senso: il dominio della bestia è effimero.

Altri esegeti pensano diversamente. Il gioco di nascondere un nome sotto un numero era noto a giudei e greci: si sostituiva ciascuna lettera del nome con il numero corrispondente (allora i numeri venivano indicati con le lettere dell’alfabeto), si faceva la somma, e si sostituiva al nome la cifra che ne risultava. Il gioco era popolare al punto che su una parete di una casa di Pompei si legge: "Amo quella che ha il numero 545". In tal modo il nome della ragazza rimaneva sconosciuto, eccetto che agli amici che erano a conoscenza del numero. Si è notato che 666 è la somma esatta del nome Nerone Cesare, in lettere ebraiche (qui trascritte secondo il nostro alfabeto NJRWN QJSR).

*****

vv. 1–8. Il v. 18 del cap. precedente: "E il drago si fermò sulla riva del mare" vuole mettere in evidenza il nesso tra il cap. 12 e il cap. 13, ossia tra il drago satanico e la bestia. Quando l’uomo dell’antico Oriente parlava del mare senza altre precisazioni, intendeva il Mare Mediterraneo che si trovava ad occidente della regione. Ma al di là del mare c’è Roma. Appena il drago si ferma sulla spiaggia, ecco una nuova immagine. Dal mare, sulla cui riva opposta si trova la città dei sette colli dominatrice del mondo, si erge una bestia (Is 27,1; Gb 40,15–32). Il rapporto esistente tra la bestia e il drago viene spiegato nei vv. successivi; è chiaro però, fin dall’inizio, che si tratta di una bestia terribile, nemica di Dio e qui descritta con elementi ripresi da Dan 7. Come prima cosa si vedono le corna, che conformemente a Dan 7,7, sono indicate in numero di dieci, poi si vedono le sette teste. Nel mondo antico si immaginava spesso che i draghi mostruosi avessero sette teste (cf. 12,3). Sulle sue corna la bestia porta diademi come segni del suo potere regale, del quale vuole servirsi nella sua qualità di antagonista di Cristo (cf. 19,22). Sulle sue teste sono scritti nomi blasfemi che offendono l’onore di Dio. Si tratta evidentemente di titoli attribuiti a sovrani nel quadro del culto imperiale romano: eccelso, divino, figlio di dio, signore e dio, salvatore, ecc. Quando un uomo si fregia di questi titoli, Dio è bestemmiato. Giovanni passa poi a descrivere con più precisione la bestia. La frequente ripetizione "come" sta a indicare che i diversi paragoni non sono mai sufficienti a dipingere adeguatamente l’apparizione. In Dan 7,4-7 sorgono dal mare, una dopo l’altra, quattro grosse bestie (un leone, un orso, una pantera e un mostro terribile) che rappresentano i quattro successivi imperi mondiali; qui invece le quattro bestie menzionate da Daniele sono concentrate in un unico essere orrendo. Questa bestia rappresenta dunque senz’altro la potenza universale, l’impero romano, che abbraccia tutta la terra e al cui vertice si trova il Cesare al quale tutti devono rendere onori divini. Ma come si è potuto giungere a una tale concentrazione di potere? Giovanni risponde: perché il drago ha dato alla bestia la sua forza, il suo trono e il suo potere: l’Anticristo si presenta con i pieni poteri che ha ricevuto da satana (cf. 2Ts 2,9).

L’intronizzazione della bestia, compiuta dal drago, appare addirittura come il rovescio del conferimento della dignità regale all’Agnello (5,12). Bisogna notare che con questa immagine Giovanni non vuole presentare qualunque stato come satanico: egli parla nel quadro di una situazione concreta e si oppone alle pretese di uno stato, che non solo esige dai suoi sudditi l’obbedienza alle leggi e agli ordini delle autorità (Rm 13,1-7), ma richiede che si tributino onori divini al sovrano. Nel momento in cui lo stato romano avanza questa pretesa, esso diventa un’antichiesa, e il buon ordine viene pervertito in una minaccia satanica.

Da un lato ci sono il drago e la bestia, dall’altro Dio e l’Agnello. Chi otterrà la vittoria? I miracoli compiuti dalla bestia sembrano dimostrare senza possibilità di smentita la sua potenza e maestà divina. Una delle sette teste della bestia era stata colpita a morte, ma la sua ferita guarì suscitando la meraviglia del mondo intero. Anche in questo caso la bestia è descritta come antagonista dell’Agnello: fa la parodia della morte e risurrezione di Cristo (v. 14). L’immagine tradizionale del mostro a sette teste subisce qui una precisa interpretazione: le sette teste sono sette sovrani dell’impero romano (cf 17,9-10). Ma quale di loro è stato ferito mortalmente ed è tornato in vita? Poco dopo la morte di Nerone si raccontava una storia singolare e meravigliosa (cf. Svetonio, Nerone 57). In un primo tempo si credeva che Nerone non fosse morto, ma solo fuggito molto lontano, da dove sarebbe ritornato come condottiero di un esercito di Parti.

Questa leggenda del "Nero redux" si trasformò qualche tempo dopo nell’attesa del "Nero redivivus". Si diceva dunque che Nerone era morto, ma che sarebbe presto tornato dal regno dei morti per riprendere il potere. Giovanni ha utilizzato questo racconto, molto conosciuto tra il popolo, per attribuire le caratteristiche dell’atteso "Nero redivivus" all’apparizione apocalittica dell’Anticristo, morto e risuscitato da morte. Di fronte a questa grandiosa manifestazione il mondo intero rende omaggio al drago. Tutti devono inchinarsi davanti alla bestia e nessuno le può resistere. E la bestia rivela la sua vera identità proferendo orrende bestemmie contro Dio. Essa può fare a modo suo per quarantadue mesi (= tre anni e mezzo), e cioè durante l’ultimo periodo della tribolazione. Ciò che la bestia fa le è stato dato (da Dio). Ciò significa che Dio permette ciò che accade. Dio è infinitamente superiore al drago e alla bestia perché ha fissato loro un termine e un limite oltre il quale non potranno più imperversare. Alle parole malvagie e blasfeme della bestia seguono anche le azioni malvagie: la bestia fa guerra ai santi e li vince (Dan 7,21): le viene dato (da Dio) di esercitare il dominio su tutta l’umanità. Ancora una volta la bestia appare come l’antagonista dell’Agnello, il quale ha riscattato la sua comunità in ogni tribù, lingua, popolo e nazione (5,9; 7,9). I successi ottenuti dalla bestia impressionano tutti gli abitanti della terra (ossia i non credenti; cf. 3,10), al punto che tutti l’adorano. Soltanto gli eletti di Dio, i quali sono scritti fin dall’inizio del mondo nel libro della vita (3,5) dell’Agnello immolato (21,27; 17,8), riconoscono la seduzione satanica e non si uniscono al coro generale che canta le lodi della bestia.

vv. 9–10. Quest’ora di gravissima minaccia, che Giovanni descrive nella sua immagine, è imminente. Perciò egli esorta la comunità ad ascoltarlo, ad essere pronta e ad accettare la sofferenza. E se Dio vuole che i suoi testimoni siano uccisi di spada, bisogna che sopportino anche la morte.

vv. 11–12. La prima bestia era emersa dal mare (v. 1), la seconda viene dalla terra. Con tale espressione si indica qui l’Asia Minore. La seconda bestia ha due corna (Dan 8,3) come un agnello, ma parla come un drago. Questa immagine del drago allude forse al parlare astuto di satana (Gen 3). Gesù ha messo in guardia i discepoli dai falsi profeti, che si presentano vestiti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci (Mt 7,15). La seconda bestia si mette al servizio della prima. Mette in opera tutti i mezzi per ottenere che si tributino onori religiosi al drago, e per ottenere questo compie grandi segni e prodigi, come un falso profeta (Mc 13,22). Dietro a questa figura di bestia, che viene identificata con il falso profeta (16,13; 19,20; 20,10), si nasconde un uomo.

Si potrebbe pensare a qualche personaggio dell’Asia Minore, di cui però non sappiamo nulla; ma è più giusto collegare la seconda bestia con l’intera classe sacerdotale dell’Asia Minore, cioè a tutti quelli che erano al servizio del culto imperiale. In ogni caso la bestia personifica il propagandista (o i propagandisti) del culto imperiale, che cercano di sedurre tuti gli uomini, e, se fosse possibile, anche i credenti. La seconda bestia esercita il suo potere per suo incarico e alle sue dipendenze portando tutti gli abitanti della terra, cioè tutti gli increduli (3,10), ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era stata guarita.

Come abbiamo già detto, l’imperatore Domiziano, quando era ancora in vita, pretendeva onori divini dai suoi sudditi. Chi si opponeva a questa sua pretesa era severamente punito. Fece uccidere suo cugino, il console Flavio Clemente, e mandò in esilio sua moglie Domitilla, accusati di empietà: la loro colpa era di essersi rifiutati di riconoscere l’imperatore come dio. In Asia Minore costruì un grande nuovo tempio a Efeso, nel quale si doveva venerare l’imperatore davanti a una colossale statua di Domiziano. Nel libro dell’Apocalisse sono impliciti questi sviluppi del culto imperiale, dove la seconda bestia conduce un’efficace propaganda al servizio della prima.

vv. 13–18. La seconda bestia fa scendere fuoco dal cielo come un tempo aveva fatto Elia (1Re 18,38; 2Re 1,10ss). I miracoli servono al profeta menzognero come legittimazione della sua predicazione seduttrice. Il falso profeta riesce addirittura a infondere nell’immagine della bestia uno spirito di vita, e così essa stessa comincia a parlare e ad esigere da tutti di essere adorata. Chi si rifiuta viene ucciso. Si ripete ciò che era avvenuto al tempo del re Nabucodonosor (Dan 3,5-6). Il profeta del culto imperiale fa mettere un marchio sulla mano destra e sulla fronte di tutti coloro che hanno compiuto il dovere del culto all’imperatore. In tal modo essi sono segnati come proprietà della bestia (7,3) alla quale devono obbedienza incondizionata. Le due bestie si presentano come la contraffazione di Dio e dell’Agnello: allo stesso modo l’apposizione del marchio di proprietà sugli adoratori dell’imperatore è il rovescio dell’apposizione del sigillo sui 144.000 (7,1-8). Il termine greco usato per indicare il marchio (cháragma) è l’espressione burocratica corrente per designare il timbro dei Cesari. Chi osa rifiutare il culto all’imperatore, e non si lascia imprimere il suo marchio, è condannato alla rovina economica. Nessuno ha il permesso di commerciare con chi non porta il nome e la cifra della bestia. Per quanto riguarda il numero 666, in base all’alfabeto greco, non è stato possibile trovare il nome di nessun imperatore che offrisse un senso accettabile. Usando le lettere ebraiche per ottenere il totale 666 si può spiegare il numero come Neron Qesar (in ebraico NJRWN QJSR). Ma anche la parola greca therion, ossia bestia, dà il numero 666. Poiché in questo passo dell’Apocalisse si allude ad un mistero apocalittico è molto probabile che il numero 666 sia stato calcolato in base all’alfabeto ebraico. Ad ogni modo la soluzione Neron Qesar è quella che meglio si addice al contesto di tutto il capitolo.

 

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:18 PM

UN VANGELO ETERNO

1 Poi guardai ed ecco l'Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. 2 Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. 3 Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra. 4 Questi non si sono contaminati con donne, sono infatti vergini e seguono l'Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l'Agnello. 5 Non fu trovata menzogna sulla loro bocca; sono senza macchia.
6 Poi vidi un altro angelo che volando in mezzo al cielo recava un vangelo eterno da annunziare agli abitanti della terra e ad ogni nazione, razza, lingua e popolo. 7 Egli gridava a gran voce:
«Temete Dio e dategli gloria,
perché è giunta l'ora del suo giudizio.
Adorate colui che ha fatto
il cielo e la terra,
il mare e le sorgenti delle acque».
8 Un secondo angelo lo seguì gridando:
«E' caduta, è caduta
Babilonia la grande,
quella che ha abbeverato tutte le genti
col vino del furore della sua fornicazione».
9 Poi, un terzo angelo li seguì gridando a gran voce: «Chiunque adora la bestia e la sua statua e ne riceve il marchio sulla fronte o sulla mano, 10 berrà il vino dell'ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira e sarà torturato con fuoco e zolfo al cospetto degli angeli santi e dell'Agnello. 11 Il fumo del loro tormento salirà per i secoli dei secoli, e non avranno riposo né giorno né notte quanti adorano la bestia e la sua statua e chiunque riceve il marchio del suo nome». 12 Qui appare la costanza dei santi, che osservano i comandamenti di Dio e la fede in Gesù.
13 Poi udii una voce dal cielo che diceva: «Scrivi: Beati d'ora in poi, i morti che muoiono nel Signore. Sì, dice lo Spirito, riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono».
14 Io guardai ancora ed ecco una nube bianca e sulla nube uno stava seduto, simile a un Figlio d'uomo; aveva sul capo una corona d'oro e in mano una falce affilata. 15 Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: «Getta la tua falce e mieti; è giunta l'ora di mietere, perché la messe della terra è matura». 16 Allora colui che era seduto sulla nuvola gettò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta.
17 Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, anch'egli tenendo una falce affilata. 18 Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, uscì dall'altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: «Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature». 19 L'angelo gettò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e gettò l'uva nel grande tino dell'ira di Dio. 20 Il tino fu pigiato fuori della città e dal tino uscì sangue fino al morso dei cavalli, per una distanza di duecento miglia.

L’apocalittico è un uomo in crisi di fronte alla storia del suo tempo. Nel frammento di storia nel quale vive non vede segni di speranza, né appigli per una soluzione. E allora si immerge in una visione universale della storia che egli legge con una fondamentale certezza: questo mondo è votato alla rovina, ma sulle rovine di questo mondo ne sorgerà un altro: Dio ha creato due eoni, due tempi, non uno. Questo mondo, che sembra solido, è in realtà fragile, e Dio sta per farlo crollare. Anche l’Apocalisse di Giovanni si muove in questa atmosfera. Riassumiamo quanto abbiamo visto finora.

Le lettere alle sette chiese (cap. 2-3) avevano lo scopo di preparare i cristiani a una prova terribile che Giovanni vedeva avvicinarsi: in seguito abbiamo capito che si trattava della persecuzione dell’impero romano, che avrebbe costretto la comunità cristiana a scegliere fra l’adorazione del "Signore Gesù" e l’adorazione del "Signore Cesare". Abbiamo anche capito che la donna e il bambino e i loro seguaci sono "protetti" da Dio, ma non tolti dal mondo; e che satana è sconfitto in cielo, ma è ancora attivo in terra e si incarna nelle potenze idolatriche che di volta in volta dominano la scena del mondo e pretendono di sostituirsi a Dio.

Di qui la domanda: il popolo di Dio saprà resistere? La risposta è una descrizione anticipata della vittoria del popolo di Dio. Questa visione dei 144.000 va letta insieme alla precedente visione di 7,18. Sembra una ripetizione, ma qui ci sono delle indicazioni più precise. I 144.000 vittoriosi sono definiti "vergini": "Non si sono contaminati con donne: sono vergini" (14,4). La verginità va qui intesa, come anche altrove nella Bibbia (Os 2,14-21; Ger 2,2-6), in senso metaforico: vergine è colui che rifiuta di prostituirsi all’idolatria. Non si tratta dunque di un gruppo di celibi, ma del popolo di Dio che si è sottratto al fascino dell’idolatria del drago e delle due bestie. E difatti portano il nome dell’Agnello e non della bestia: loro Signore è il Cristo, non il Cesare. "Seguono l’Agnello dovunque vada": vivono la "sequela" del Cristo. E nella loro bocca non c’è "menzogna": la verità non è semplicemente l’assenza di bugie e la sincerità nelle parole, ma la sincerità dell’esistenza. Menzognero è colui che imposta la vita su falsi valori, sincero è colui che imposta la vita sui valori veri, quelli evangelici.

Le caratteristiche che definiscono i vittoriosi sono dunque le caratteristiche evangeliche dei discepoli: nulla di più e nulla di meno. I 144.000 sono definiti come "primizie": "sono stati riscattati tra gli uomini quali primizie per Dio e per l’Agnello" (14,4). Le primizie sono i frutti maturati per primi e indicano che anche il resto della mietitura è prossimo a maturazione. I 144.000 sono dunque un numero "limitato" che fa presagire una moltitudine molto più grande.

L’Apocalisse è tutta pervasa da inni liturgici. Essi svolgono diverse funzioni (un po’ come il coro nella tragedia greca): sono la risposta di fede e di ringraziamento nei confronti dell’azione salvifica di Dio, della sua vittoria su satana; sono professione di fede in Dio e in Cristo (e quindi un rifiuto dell’idolatria); sono anticipazioni del risultato finale della storia.

In questo brano non è indicato il contenuto del canto: sarà trascritto soltanto alla fine del libro (19,1-10). La visione è soltanto un’anticipazione del compimento futuro e come tale va letta. Si tratta di un canto "nuovo".

Di un canto nuovo si era già parlato in 5,9. Ma è soprattutto nel cap. 21 che il motivo della novità si presenterà con una certa insistenza: "Vidi un nuovo cielo e una nuova terra" (21,1); "E vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, discesa dal cielo" (21,2); "E colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, faccio nuove tutte le cose"" (21,5).

Si tratta della novità del mondo di Dio: un mondo che in pienezza è nel futuro, ma che già ora è anticipato. È la novità escatologica, che al mondo sfugge e che solo i discepoli scorgono, che è promessa ai vittoriosi e che è rifiutata agli idolatri ("cantavano un canto nuovo e nessuno poteva impararlo se non i 144.000, quelli che sono stati riscattati dalla terra").

Dopo questa prima visione, Giovanni riprende la visione del "piccolo libro" (10,1-11). Ma mentre là si parlava del "mistero di Dio", qui si parla di un "vangelo eterno".

La scena non intende essere soltanto una ripresa di motivi già accennati, ma un’anticipazione di temi che occuperanno tutto il resto del libro: la caduta delle idolatrie, il giudizio, il mondo nuovo.

Il messaggio della scena risulta di tre parti: un avvertimento: "Temete Dio, dategli gloria, adorate colui che ha creato il cielo e la terra"; poi un fatto: "È caduta Babilonia"; infine una minaccia: "Chi adora la bestia e la sua immagine berrà il vino del furore di Dio". "Vangelo" non è l’uno o l’altro di questi tre elementi, ma il loro insieme. E questo "vangelo" è "eterno", cioè immutabile e definitivo: le vicende degli uomini non possono annullarlo."Vangelo" significa "notizia consolante". Esso non può perciò esaurire il suo significato in un avvertimento, né tanto meno in un giudizio; ci deve essere un fatto che possa dirsi veramente "lieto e consolante". Nel nostro caso il fatto consolante è la caduta di Babilonia (v. 8). È un motivo già ampiamente presente nei profeti, dai quali Giovanni lo deriva. "È caduta Babilonia e tutte le statue dei suoi idoli sono in frantumi per terra" (Is 21,9). "All’improvviso Babilonia è caduta, ridotta a pezzi" (Ger 51,8).

Già nei profeti, specialmente in Isaia 13,1-23, il tema è molto più ampio dei fatti precisi che riguardano l’impero babilonese. La caduta di Babilonia è un esempio, o un’illustrazione, di una legge generale. Il vero tema è il giudizio di Dio sulla storia.

Così è anche nell’Apocalisse, dove la caduta di Babilonia è uno dei temi più ricorrenti e importanti della seconda parte del libro: 14,8; 16,17-21; 17,16; 18,1-24. La tradizione apocalittica giudaica usava Babilonia come pseudonimo di Roma. Lo stesso fa Pietro nella sua prima Lettera 5,13: "La chiesa degli eletti che è in Babilonia, vi saluta". Anche l’Apocalisse usa il nome Babilonia per intendere Roma, come appare chiaro in 17,9: "Le sette teste sono i sette colli sui quali è adagiata la donna".

A questo punto possiamo trarre una conclusione: la lieta novella è molto semplice: Roma, proprio nel più bello della sua apparente vittoria, in realtà è già sconfitta. E in tutto questo c’è una grande ironia.

"Vangelo" era un termine particolarmente usato nell’ambito del culto imperiale. Dall’imperatore ci si attendeva salvezza e pace, e la sua salita al trono o un suo decreto o una sua visita erano detti "lieta notizia" (vangelo).

Per l’Apocalisse, al contrario, la lieta notizia è la caduta dell’impero e la liberazione degli uomini da simili fatue illusioni.

Non soltanto Babilonia è destinata a frantumarsi, ma anche tutti gli uomini che sono stati conniventi con le sue idolatrie, saranno sottoposti al giudizio di Dio. Per descrivere il castigo Giovanni ricorre a due immagini classiche della letteratura biblica. Anzitutto la sorte toccata a Sodoma e Gomorra (Gen 19,15-26): "Il Signore fece piovere sopra Sodoma e Gomorra fuoco e zolfo, e distrusse tutte quelle città e tutta la pianura e tutti gli abitanti". Abramo, volgendo lo sguardo verso Sodoma e Gomorra, vide che "dalla terra si alzava un fumo simile al fuoco di una fornace" (Gen 19,28). L’episodio è ripreso più tardi da Isaia, come esempio del castigo di Dio sui malvagi: "I suoi torrenti si muteranno in pece, la sua polvere in zolfo, la sua terra in un braciere; brucerà giorno e notte e il suo fumo salirà per sempre" (Is 34,9-10). Una seconda immagine è la visione della Geenna o della valle dell’Innon, nella quale erano bruciate le immondizie che ogni giorno venivano portate fuori da Gerusalemme. Immagini, dunque, che significano il castigo, ma che in nessun modo vogliono essere una descrizione realistica dell’inferno. Queste immagini saranno riprese più avanti in 19,20 e 20,10.

All’annuncio dei tre angeli fa seguito, a modo di conclusione, un commento sapienziale, confermato e precisato da una voce celeste e da un intervento dello Spirito. Di questi commenti, che insegnano al lettore l’atteggiamento da assumere, ne abbiamo già trovati due nel capitolo precedente: uno ricordava la "pazienza e la fede" (13,10), l’altro la"sapienza" (13,18). Sono i due atteggiamenti fondamentali che la comunità deve concretamente far propri: la saggezza di valutare gli avvenimenti in modo diverso dal mondo e l’opposizione perseverante nei confronti delle seduzioni dei falsi valori e di tutte le potenze che vorrebbero imporli.

Una voce celeste proclama la seconda delle sette beatitudini che troviamo nell’Apocalisse: "Beati i morti che muoiono nel Signore, sin d’ora" (v. 13). "Morire nel Signore" è una frase tipica del Nuovo Testamento (1Cor 15,18; 1Ts 4,16). Questi beati sono i martiri e tutti coloro che sono vissuti nella fedeltà al Signore sino alla morte. Non si sono lasciati ingannare dal mondo, hanno creduto e hanno operato il bene. Per questo sono già ora nel riposo di Dio. Il testo riecheggia la frase di Gesù: "Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò riposo" (Mt 11,28).

Il cap. 14 (e in particolare i vv. 14-20) è in certo senso la conclusione dei cap. 12 e 13. Nel cap. 12 abbiamo sentito che il drago è stato vinto in cielo, ma che ancora sta perseguitando la comunità cristiana interna. Nel cap. 13 ci è stata descritta la forma storica in cui il drago si incarna: l’idolatria politica e l’ideologia che la sostiene. Nel cap. 14 viene descritta, anticipatamente, la sorte di coloro che rimangono fedeli a Cristo e la sorte di coloro che invece adorano la potenza del drago. La narrazione si sviluppa in tre quadri: il trionfo dell’Agnello sul monte Sion, circondato dai 144.000 che portano scritto sulla fronte il suo nome (14,1-5); l’annuncio della caduta di Babilonia (14,6-13); la mietitura e la vendemmia (14,14-20).

Quest’ultima parte del cap. 14 ci presenta il giudizio finale. La descrizione del Figlio dell’uomo sulla nube non lascia dubbi: è la venuta del Signore nella parusia. Giovanni ci ripropone un insegnamento tradizionale. Sulla base di Gioele 4,13: "Si muovano e salgano le nazioni alla valle di Giosafat! Là mi assiderò per giudicare tutti i popoli confinanti. Prendete la falce, perché la messe è matura. Venite, premete, perché il torchio è pieno, i tini traboccano, tanto la loro malizia è grande! ", egli ha riunito i vari elementi già presenti nel Nuovo Testamento: la venuta finale del Figlio dell’uomo per il giudizio definitivo (Mc 13,26) e la venuta degli angeli con il compito di togliere tutti gli scandali e gli operatori di iniquità (Mt 13,41).

*****

vv. 1–5. La descrizione di gravi e imminenti pericoli che minacciano la comunità cristiana (cap. 13) suscita la domanda se il popolo di Dio sarà capace di resistere (6,17; 7,1-8). Giovanni riceve la risposta in una nuova visione. Egli vede sul monte Sion l’Agnello circondato dalla grande schiera di coloro che gli appartengono. Sion è il luogo dove il Messia apparirà per salvare Gerusalemme e giudicare i nemici (Gl 3,5). In questo versetto si fa il nome di Sion per designare il luogo della protezione di Dio, senza precisare se si trova in cielo o sulla terra. Intorno all’Agnello si raccolgono i 144.000 che portano il segno della loro appartenenza a lui. Si distinguono così dai seguaci della bestia, che ne hanno ricevuto il marchio (13,16-17). Il fragore di molte acque (1,15; 19,6) e il rimbombo del tuono (4,5; 8,5; 11, 19; ecc.) indicano la maestà divina dell’Agnello. Dalla liturgia celeste (5,9) sale ai 144.000 l’inno di lode. Non viene detto nulla, per ora, sul contenuto di questo canto. Solo alla fine del libro (19,1-10) saranno trascritti letteralmente gli inni di vittoria cantati dall’infinita moltitudine. Di questa moltitudine è detto prima di tutto che non si sono contaminati con donne, ma sono rimasti vergini. Nell’Antico Testamento l’impudicizia e la fornicazione significano, in senso traslato, la disobbedienza a Dio e l’apostasia (Os 2,14-21; Ger 2,2-6; ecc.). La comunità cristiana invece è la sposa di Cristo e gli viene presentata come una vergine casta (2Cor 11,2). I 144.000 che sono rimasti vergini rappresentano l’intera chiesa che è rimasta fedele nella grande tentazione e non si è prostituita al culto degli idoli. Essi non hanno adorato la bestia, ma seguono l’Agnello dovunque vada. I 144.000 sono stati riscattati tra gli uomini come primizia per Dio e per l’Agnello. Come si consacravano a Dio i primi frutti del raccolto perché esso gli appartiene interamente (Lv 23,9ss; Num 28,26ss; ecc.), così il popolo di Dio è proprietà sua e di Cristo, separato dal resto dell’umanità e offerto come primizia, perché tutti gli uomini appartengono a Dio. Infine essi si distinguono dal mondo della menzogna perché dicono la verità: nella loro bocca, come in quella del Signore Gesù servo di Dio, non c’è inganno (Is 53,9). Gli animali che venivano offerti a Dio dovevano essere senza macchia (Es 12,5; Lv 23,12-13; 1Pt 1,19), così anche i 144.000 sono consacrati a Dio e all’Agnello come offerta senza difetto, come popolo di sua proprietà.

vv. 6–13. Il contenuto del vangelo eterno predicato dall’angelo è un appello alla penitenza e a rendere onore a Dio creatore in vista dell’ora imminente del giudizio. Con ciò non si esprime una predicazione specificamente cristiana, ma si chiede la dedizione all’unico Dio.

Un altro angelo proclama con solenni parole dei profeti (Is 21,9; Ger 51,7-8; Dan 4,27) che il giudizio sulla grande città di Babilonia è stato compiuto. Nell’Antico Testamento Babilonia è spesso considerata come la città dell’empietà per eccellenza. Qui è usata come pseudonimo di Roma. La capitale dell’impero è condannata perché ha ubriacato tutti i popoli con la sua idolatria (Ger 51,7). Il terzo angelo pronuncia la condanna che colpirà tutti coloro che hanno adorato la bestia e la sua immagine, ossia tutti quelli che hanno aderito al culto dell’imperatore. Anticamente le città empie di Sodoma e Gomorra erano state annientate con fuoco e zolfo: tale sarà la punizione di coloro che hanno adorato la bestia. La serie degli annunci si conclude con un appello rivolto alla comunità. È necessario perseverare e dimostrarsi costanti nel rimanere fedeli ai comandamenti e alla fede in Gesù. Una voce dal cielo, a conferma di questa esortazione, proclama beati quelli che d’ora innanzi muoiono nel Signore. Lo Spinto riprende questa beatitudine e vi aggiunge una promessa: ai cristiani che muoiono è promesso il riposo dalle loro fatiche ed essi entreranno nella patria celeste del popolo di Dio (Eb 4,3.9). Secondo la concezione giudaica le opere dell’uomo compaiono davanti al tribunale di Dio in veste di testimoni. Il dovere delle buone opere, collegato al dovere di credere, forma un’unità di fede e di opere. Tutto il Nuovo Testamento ne sottolinea l’importanza (per es., Gc 2,14-26).

vv. 14–20. Il triplice annuncio del giudizio è seguito dall’apparizione del Figlio dell’uomo (Dan 7,13; Mc 13,26; 14,62; ecc.). Nella sua qualità di re egli ha il capo adorno di una corona d’oro e reca in mano una falce affilata, segno della sua funzione di giudice. Un altro angelo viene ora dal tempio del cielo, ossia da Dio, e reca al Figlio dell’uomo un ordine: gli comanda, con le parole di Gioele 4,13, di dare inizio al raccolto, che qui va inteso nel senso figurato di giudizio (Mc 4,29; Gal 6,7-8). Il Figlio dell’uomo getta la sua falce sulla terra e subito il raccolto è fatto.

L’apparizione del Figlio dell’uomo dà inizio al giudizio che dovrà essere compiuto dagli angeli (vv. 18-20). Dopo la mietitura viene la vendemmia, che è anch’essa, secondo Gioele 4,13, un’immagine del giudizio (Is 63,2-3). L’uva è gettata nel gran tino dell’ira di Dio. Questo annuncio di giudizio ha poi la sua corrispondente realizzazione nella condanna dei nemici di Cristo, che sono la bestia e il falso profeta (19,15.20). L’uva nel tino viene pigiata fuori della città. Secondo le attese dell’apocalittica giudaica, il giudizio dei popoli avrebbe dovuto aver luogo nella valle di Giosafat (Gl 4,2.12), nelle immediate vicinanze di Gerusalemme, mentre Israele sarebbe rimasto al sicuro nella santa città (Zc 14,2ss; ecc.). Questa concezione è ripresa in questo passo: il giudizio contro gli increduli si effettua fuori della città. La dimensione di questo giudizio-torchiatura è tale che il sangue che esce dal tino raggiunge l’altezza delle briglie dei cavalli, come si legge nell’Apocalisse di Enoc, 100,3: "I cavalli cammineranno immersi fino al petto nel sangue dei peccatori, e i carri vi saranno sommersi per tutta la loro altezza". C’è qui un accenno ai cavalli dell’esercito, che accompagna il Messia, e che trionfano sull’esercito della bestia (19,14-19). Il campo di battaglia si estende per 1600 stadi (uno stadio = 192 m.). Questo numero va considerato come un multiplo di quattro, che è il numero cosmico (i quattro punti cardinali), e sta a indicare l’enorme estensione del giudizio. Tutto il mondo deve comparire davanti al trono di Dio e all’Agnello, ma la comunità cristiana è al sicuro sul monte Sion.

 

 

LE SETTE COPPE
(15,1–16,21)

PRELUDIO IN CIELO

1 Poi vidi nel cielo un altro segno grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi si deve compiere l'ira di Dio.
2 Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco e coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine, 3 cantavano il cantico di Mosè, servo di Dio, e il cantico dell'Agnello:
«Grandi e mirabili sono le tue opere,
o Signore Dio onnipotente;
giuste e veraci le tue vie,
o Re delle genti!
4 Chi non temerà, o Signore,
e non glorificherà il tuo nome?
Poiché tu solo sei santo.
Tutte le genti verranno
e si prostreranno davanti a te,
perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati».
5 Dopo ciò vidi aprirsi nel cielo il tempio che contiene la Tenda della Testimonianza; 6 dal tempio uscirono i sette angeli che avevano i sette flagelli, vestiti di lino puro, splendente, e cinti al petto di cinture d'oro. 7 Uno dei quattro esseri viventi diede ai sette angeli sette coppe d'oro colme dell'ira di Dio che vive nei secoli dei secoli. 8 Il tempio si riempì del fumo che usciva dalla gloria di Dio e dalla sua potenza: nessuno poteva entrare nel tempio finché non avessero termine i sette flagelli dei sette angeli.

Il giudizio di Dio, che questo passo introduce, è la conclusione della vicenda che ha avuto il suo inizio al cap. 12: la lotta tra la donna e il drago, tra le comunità cristiane e le forze sataniche. Ne è l’atto conclusivo: l’intervento di Dio pone fine alla furia del drago e alle forme storiche in cui essa si incarna. I primi due segni introducono i personaggi del dramma, il terzo la conclusione.

Il numero sette collega la narrazione ai settenari precedenti: i sette sigilli e le sette trombe. Difatti questi giudizi di Dio ripetono i precedenti, ma sono definiti ultimi. Gesù tiene saldamente in pugno gli eventi di tutta la storia e li conduce alla loro conclusione: la storia trova in lui la direzione, il senso e il compimento. Vengono alla mente le parole del signor Z del breve racconto dell’Anticristo di Vladimir Soloviev: "Beh!, sulla scena vi saranno ancora molte chiacchiere e vanità, ma il dramma è già stato scritto interamente da un pezzo sino alla fine e non è permesso né agli spettatori né agli attori di apportarvi alcun mutamento".

Questi flagelli sono ultimi, perché concludono il discorso e gli danno, finalmente, un senso: se la storia non arrivasse a questa conclusione non solo mancherebbe del suo ultimo atto, ma resterebbe senza senso anche tutto quello che è accaduto prima.

Giovanni parla di cantico di Mosè e dell’Agnello. L’Antico Testamento ricorda due cantici di Mosè (Es 15; Dt 32). Ma se Giovanni attribuisce il canto dei vittoriosi a Mosè non è perché le sue parole sono prese da Es 15 e Dt 32, ma perché vuole che pensiamo alla liberazione dall’Egitto, alla peregrinazione nel deserto e all’entrata nella terra promessa. Dire "Cantico di Mosè" è come dire "Canto dell’Esodo o della liberazione". Ma il vero Mosè, di cui il primo era la figura, è il Cristo morto e risorto, e il vero esodo non è la liberazione dall’Egitto, ma la vittoria sulle forze del male e l’entrata nel regno di Dio: ecco perché vi aggiunge "e dell’Agnello". Il nuovo esodo non sta all’antico come un di più da aggiungere, ma come la realtà sta alla figura. Le figure dell’Antico Testamento sono come degli involucri che si aprono a un nuovo contenuto: le opere grandi e meravigliose, le vie giuste e vere sono i gesti di salvezza che Dio ha compiuto in Gesù Cristo. Questo inno va accostato agli altri che abbiamo già incontrato: 7,9ss; 12,10ss; 14,1ss. In tutti è menzionato l’Agnello. Tutti sono inseriti, esplicitamente o implicitamente, in una visione universale, che abbraccia l’intera umanità. E tutti vogliono essere un incoraggiamento e un atto di fede: un incoraggiamento ai fedeli che ancora sono nella persecuzione; un atto di fede nella capacità di Dio di dominare gli eventi e nell’efficacia della morte e risurrezione di Cristo.

*****

vv. 1–4. Giovanni contempla nuovamente la moltitudine dei cori celesti che esaltano la vittoria di Dio. Essi stanno davanti al trono di Dio, sul mare di vetro (4,6), ossia sulla volta del cielo. Il mare di vetro è misto a fuoco: infatti dal cielo guizzano i lampi. I redenti hanno le cetre di Dio e intonano un inno che è composto da citazioni dell’Antico Testamento. Come un tempo Mosè lodò Dio dopo che Israele aveva attraversato il Mar Rosso, così coloro che hanno ottenuto la libertà per mezzo dell’Agnello esaltano le grandi opere di Dio manifestatesi nei suoi giudizi. Il contenuto dell’inno si riferisce già alla vittoria finale di Dio, di cui l’Apocalisse parlerà soltanto più avanti.

vv. 5–8. Una seconda scena mostra come i sette angeli si apprestino al loro compito. Essi escono dal tempio celeste. Indossano la veste bianca dei sacerdoti, recano intorno al petto la cintura d’oro dei re (1,13) e ricevono da uno dei quattro viventi le coppe piene dell’ira di Dio. Per incarico di Dio devono eseguire la loro tremenda opera come servizio sacerdotale. Finché le coppe che contengono condanna e distruzione non siano state versate, nessuno può entrare nel luogo santo, perché la maestà giudicante di Dio annienterebbe chi osasse avvicinarglisi.

 

 

IL VERSAMENTO DELLE SETTE COPPE

1 Udii poi una gran voce dal tempio che diceva ai sette angeli: «Andate e versate sulla terra le sette coppe dell'ira di Dio».
2 Partì il primo e versò la sua coppa sopra la terra; e scoppiò una piaga dolorosa e maligna sugli uomini che recavano il marchio della bestia e si prostravano davanti alla sua statua.
3 Il secondo versò la sua coppa nel mare che diventò sangue come quello di un morto e perì ogni essere vivente che si trovava nel mare.
4 Il terzo versò la sua coppa nei fiumi e nelle sorgenti delle acque, e diventarono sangue. 5 Allora udii l'angelo delle acque che diceva:
«Sei giusto, tu che sei e che eri,
tu, il Santo,
poiché così hai giudicato.
6 Essi hanno versato il sangue di santi e di profeti,
tu hai dato loro sangue da bere:
ne sono ben degni!».
7 Udii una voce che veniva dall'altare e diceva:
«Sì, Signore, Dio onnipotente;
veri e giusti sono i tuoi giudizi!».
8 Il quarto versò la sua coppa sul sole e gli fu concesso di bruciare gli uomini con il fuoco. 9 E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio che ha in suo potere tali flagelli, invece di ravvedersi per rendergli omaggio.
10 Il quinto versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e 11 bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni.
12 Il sesto versò la sua coppa sopra il gran fiume Eufràte e le sue acque furono prosciugate per preparare il passaggio ai re dell'oriente. 13 Poi dalla bocca del drago e dalla bocca della bestia e dalla bocca del falso profeta vidi uscire tre spiriti immondi, simili a rane: 14 sono infatti spiriti di demòni che operano prodigi e vanno a radunare tutti i re di tutta la terra per la guerra del gran giorno di Dio onnipotente.
15 Ecco, io vengo come un ladro. Beato chi è vigilante e conserva le sue vesti per non andar nudo e lasciar vedere le sue vergogne.
16 E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Armaghedòn.
17 Il settimo versò la sua coppa nell'aria e uscì dal tempio, dalla parte del trono, una voce potente che diceva: «E' fatto!». 18 Ne seguirono folgori, clamori e tuoni, accompagnati da un grande terremoto, di cui non vi era mai stato l'uguale da quando gli uomini vivono sopra la terra. 19 La grande città si squarciò in tre parti e crollarono le città delle nazioni. Dio si ricordò di Babilonia la grande, per darle da bere la coppa di vino della sua ira ardente. 20 Ogni isola scomparve e i monti si dileguarono. 21 E grandine enorme del peso di mezzo quintale scrosciò dal cielo sopra gli uomini, e gli uomini bestemmiarono Dio a causa del flagello della grandine, poiché era davvero un grande flagello.

Ancora una descrizione delle sciagure che colpiscono l’umanità. Questa descrizione ha lo scopo di introdurre direttamente il racconto del giudizio su Babilonia (cap. 17-18). Ma prima di indagare il senso è opportuno premettere una sommaria spiegazione di alcuni simboli che incontriamo per la prima volta. Dopo che è stata versata la terza coppa, si ode un commento dell’angelo delle acque (16,5): nell’apocalittica era frequente la convinzione che le forze della natura fossero controllate dagli angeli; in 7,1 abbiamo già sentito parlare dei quattro angeli che trattengono i venti della terra, e in 14,18 dell’angelo che ha il potere sul fuoco.

Alla sesta coppa si prosciuga il fiume Eufrate in modo che i re dell’Oriente possano attraversarlo (16,2): probabilmente qui si allude ancora una volta alle invasioni dei Parti (6,1ss; 9,13-21). Gli spiriti demoniaci (16,13), che hanno il compito di radunare tutti i re della terra in una sorta di rivolta generale contro Dio, assomigliano a rane perché nel parsismo le rane erano considerate come esseri al servizio del dio delle tenebre.

Il luogo del grande raduno è chiamato harmaghedón (16,16) che è una città alle falde dei monti che prolungano il Carmelo, ed è un punto di passaggio obbligato per i traffici della Palestina del Nord e del Sud e luogo di molte battaglie.

La grande città che si spacca in tre parti è Babilonia, ossia Roma. L’Apocalisse racconta tre volte il giudizio di Dio, e tutte le volte utilizza lo schema del numero sette: i sette sigilli (cap. 6), le sette trombe (cap. 8-9), le sette coppe (cap. 15-16). Non si tratta di tre momenti diversi di un unico tema svolto per tappe, ma del medesimo tema raccontato tre volte.

Se i settenari delle sette trombe e delle sette coppe sono simili nella struttura lo si deve anche al fatto che ambedue sono costruiti sul modello delle piaghe d’Egitto. Questo sfondo biblico è di grande importanza per comprendere il senso teologico dell’intera costruzione. Le piaghe d’Egitto non sono ricordate tutte, né nel loro ordine, ma in modo sommario e in ordine sparso. Più importante è notare che Giovanni non sembra rifarsi soltanto direttamente al racconto dell’esodo, ma sulla meditazione che di quegli eventi fece il libro della Sapienza. La Sapienza vede nei gesti dell’esodo l’intervento di Dio che "arma la creazione per punire i suoi nemici" (5,17). Le punizioni sono inviate come una lezione (questa è per la Sapienza la prima intenzione di Dio): "per insegnare che l’uomo è punito proprio dalle cose di cui si è servito per peccare" (Sap 11,16). Questa idea è sostanzialmente presente anche nel racconto dell’Apocalisse: di fronte ai flagelli inviati da Dio gli uomini avrebbero dovuto convertirsi e dar gloria al Signore.

Da tutto questo emerge che gli avvenimenti storici, di cui le sette coppe costituiscono la narrazione simbolica, non sono semplicemente una serie di disgrazie, ma un intervento liberante di Dio, un nuovo esodo, ancor più grandioso del primo e definitivo: non sono coinvolti più soltanto Israele e l’Egitto, ma il mondo intero.

Nei confronti delle sciagure che colpiscono l’umanità si contrappongono due letture: una lettura dall’alto e una dal basso, quella di Dio e quella degli uomini, una lettura di fede e una lettura priva di fede. La lettura dall’alto scorge nelle sciagure che colpiscono gli uomini e nel crollo della grande città l’avverarsi del giudizio di Dio ("I tuoi giudizi sono giusti e veri") e il compimento del suo disegno ("È fatto"): gli uomini hanno "portato il marchio della bestia" e ne hanno "adorato l’immagine", hanno "versato il sangue dei santi e dei profeti" e ora raccolgono il frutto delle loro malvagità ("l’hanno meritato").

Ma totalmente opposta è la lettura degli increduli: tre volte è detto che, anziché pentirsi, si "misero a bestemmiare Dio" (16,9.11.21).

Non negano che le sciagure vengano da Dio. Negano che si tratti di una giusta punizione e non riconoscono che si tratta della logica conseguenza di ciò che essi stessi hanno costruito. Danno la colpa a Dio e non a loro stessi, e di conseguenza non comprendono che l’unico modo per salvarsi è un cambiamento urgente e radicale. È una cecità morale prima ancora che intellettuale. Questi uomini che bestemmiano Dio di fronte alla violenza, che essi stessi hanno scatenato, non sono semplicemente peccatori, ma peccatori ostinati nel loro peccato: peggio ancora, lo giustificano. Sono nelle tenebre e le amano (Gv 3,19). Ed è questo loro amore per le tenebre che li rende ciechi e ottusi.

C’è dunque la lettura della fede e quella dell’incredulità, e la comunità deve, ovviamente, scegliere la prima. Ma non basta: la comunità deve anche trarne le conseguenze sul piano del comportamento. È questa, appunto, la funzione dell’avvertimento che viene improvvisamente inserito nello svolgersi della narrazione: "Ecco, io verrò come un ladro: beato colui che vigila e custodisce le sue vesti" (16,15).

Nella serie delle sette beatitudini dell’Apocalisse questa è la terza. Beati coloro che nel succedersi degli avvenimenti, che possono sorprendere e disorientare, rimangono vigilanti e fedeli. Vigilare è un verbo tipico della spiritualità cristiana. Significa essere svegli (e non assonnati) in modo da cogliere il senso di ciò che succede ed essere pronti ad approfittarne; non lasciarsi distrarre dalle apparenze e rimanere aggrappati alle parole sicure della tradizione apostolica (3,1-2); vegliare sul proprio comportamento perché non vi si insinui lo spirito mondano.

*****

vv. 1–21. I tre primi flagelli che gli angeli riversano sul mondo per ordine di Dio superano di molto le piaghe d’Egitto e le conseguenze delle prime tre trombe perché causano una distruzione totale. Tutti i seguaci della bestia, ossia tutti gli uomini che hanno aderito al culto dell’imperatore, sono colpiti da ulcere maligne (v. 2).

L’angelo delle acque conferma che il giudizio di Dio è giusto. Dio punisce tutti coloro che hanno versato il sangue dei cristiani. Una voce che proviene dall’altare celeste, ai cui piedi si trovano le anime dei martiri (6,9-11), risponde approvando: i giudizi di Dio sono giusti. La quarta coppa è versata sul sole. Le prime quattro visioni rappresentano lo stesso ordine delle prime quattro trombe: terra, mare, fiumi, astri. Pur colpiti dalle precedenti catastrofi, gli uomini rifiutano la conversione, che consiste nel dar gloria a Dio. Anzi, essi continuano nelle loro bestemmie contro Dio, come viene affermato qui e in seguito come in un ritornello (vv. 11.21). La quinta coppa è rovesciata sul trono della bestia, ossia sulla sede dei Cesari (13,1ss), il cui impero si oscura come un tempo si oscurò quello del faraone. Il sesto flagello prosciuga le acque dell’Eufrate (Is 11,15; Ger 51,36; Zc 10,11) in modo che i re dell’Oriente abbiano via libera. Qui si ricorda di nuovo il pericolo che i Parti costituivano per tutto l’impero (6,1-2; 9,13-21). Il seguito della bestia è presentato sotto figura dei re dell’Oriente che si radunano per il loro ultimo assalto (17,12ss; 19,19). L’esercito delle tenebre si raccoglie per la battaglia nella località di Harmaghedón "il monte di Meghiddo". Questo nome serve per indicare il luogo sinistro dove avrà luogo la definitiva battaglia apocalittica.

L’ultima coppa viene versata nell’aria. Ne sorgono tempeste e terremoti di un’intensità mai vista. Lo scuotimento del cosmo precede immediatamente la fine (6,12-17). La città che si spacca in tre parti è Roma. Ora il giudizio sta per essere pronunciato su di lei a causa delle sue azioni empie. Quest’ultima serie di sette flagelli escatologici introduce direttamente alla scena del giudizio su Babilonia-Roma (cap. 17-18).

 

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:20 PM

LA CADUTA DI BABILONIA
(17,1 – 18,24)

LA GRANDE PROSTITUTA

1 Allora uno dei sette angeli che hanno le sette coppe mi si avvicinò e parlò con me: «Vieni, ti farò vedere la condanna della grande prostituta che siede presso le grandi acque. 2 Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione». 3 L'angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta, coperta di nomi blasfemi, con sette teste e dieci corna. 4 La donna era ammantata di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle, teneva in mano una coppa d'oro, colma degli abomini e delle immondezze della sua prostituzione. 5 Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra».
6 E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore. 7 Ma l'angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, con sette teste e dieci corna.
8 La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall'Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà. 9 Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re. 10 I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l'altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. 11 Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l'ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione. 12 Le dieci corna che hai viste sono dieci re, i quali non hanno ancora ricevuto un regno, ma riceveranno potere regale, per un'ora soltanto insieme con la bestia. 13 Questi hanno un unico intento: consegnare la loro forza e il loro potere alla bestia. 14 Essi combatteranno contro l'Agnello, ma l'Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re e quelli con lui sono i chiamati, gli eletti e i fedeli».
15 Poi l'angelo mi disse: «Le acque che hai viste, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue. 16 Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco. 17 Dio infatti ha messo loro in cuore di realizzare il suo disegno e di accordarsi per affidare il loro regno alla bestia, finché si realizzino le parole di Dio. 18 La donna che hai vista simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra».

La condanna delle forze ostili segue l’ordine inverso rispetto alla loro comparsa in scena. L’ordine di comparsa: il drago (cap. 12), la bestia e il suo profeta (cap. 13), Babilonia (cap. 14). L’ordine della condanna: Babilonia (cap. 17-18), la bestia e il suo profeta (cap. 19), il drago (cap. 20).

Nel leggere questo capitolo il lettore deve fare molta attenzione e dare prova di agilità mentale: "Qui occorre una mente che abbia sapienza" (17,9).

I tre simboli più importanti da comprendere sono la donna, la bestia e i re.

La donna è Babilonia (17,5) "la grande città che regna su tutti i re della terra" (v. 18), cioè la città di Roma, "che si adagia sui sette colli" (v. 9).

L’Apocalisse descrive tre donne: la donna vestita di sole del cap. 12, la sposa dell’Agnello del cap. 21 e la prostituta di questo brano: quest’ultima è l’antitesi delle altre due, la donna di segno negativo.

Il termine prostituta è la designazione più frequente di Roma nel cap. 17. Le prostitute romane venivano obbligate a portare sulla fronte una fascia con scritto il loro nome, e, allo stesso modo, la donna porta il suo nome scritto sulla fronte. La città di Roma era esaltata e venerata nell’impero con il titolo di "dea madre": Giovanni la chiama "la madre di tutte le prostituzioni". Il giudizio non poteva essere più duro e l’ironia più demolitrice: il mito di Roma viene visto nella sua vera realtà, che è il contrario dell’apparenza e della propaganda. Ed è appunto su questo che la descrizione sembra insistere: un netto contrasto fra l’apparenza (la preziosità delle vesti e dei gioielli) e la meschinità della realtà (prostituzione e oscenità). L’apparenza è della signora, ma la realtà è della prostituta. All’esterno il lusso e l’opulenza, all’interno il vuoto e la violenza. È d’obbligo notare qui che, secondo l’Apocalisse, le incarnazioni dell’idolatria e di satana usano tutte la medesima tecnica: il mascheramento. I profeti hanno usato l’immagine della "prostituta" per descrivere e giudicare diverse città idolatre, e per idolatria intendevano l’autosufficienza, la ridicola pretesa di atteggiarsi a Dio, la volontà di dominio, il lusso sfacciato (Is 23,16ss; Na 3; ecc.).

Un particolare che ha molta importanza è che la prostituta "siede sulla bestia" (17,3). È la stessa bestia che abbiamo incontrato nel cap. 13. Roma in superficie appare come lusso, volontà di dominio e di violenza; in profondità appare come strumento della bestia, che a sua volta è l’incarnazione di satana. L’idolatria di Roma affonda le sue radici nel diavolo.

Giovanni giudica e valuta la potenza di Roma, e cioè quel sistema di valori che essa incarna e propaganda, esattamente alla rovescia di quanto le apparenze inducevano a pensare.

Dietro le apparenze sgargianti Giovanni vede la falsità, dietro l’ostentata sicurezza il crollo imminente. Le ragioni che lo inducono a predire il giudizio di Dio incombente sono quelle di sempre: l’esaltazione di valori inconsistenti (vesti preziose, gioielli, perle), l’intolleranza ("ubriaca del sangue del popolo di Dio e dei martiri"), il dominio ("esercita la sua regalità su tutti i re della terra").

Il simbolo della bestia compare quasi ad ogni riga. Da essa dipendono la donna e i re. Essa è il punto di riferimento degli altri due simboli. Si tratta della medesima bestia descritta nel cap. 13, da noi interpretata come il simbolo dell’impero romano: un simbolo che però andava al di là dell’impero romano, per adattarsi a tutte le forze che nella storia incarnano l’idolatria politica. Qui nel contesto immediato, la bestia è il sistema imperiale, lo Stato che si fa adorare, mentre la prostituta è la città di Roma.

Le maggiori oscurità si incontrano a proposito del simbolo delle sette teste e delle dieci corna. Le sette teste sono sette re, dei quali cinque sono passati, uno regna e l’altro non è ancora venuto (17,10). Le dieci corna sono dieci re che non hanno ancora ricevuto il regno.

I sette re sono senz’altro degli imperatori che si sono succeduti sul trono di Roma. All’Apocalisse non interessa offrire una lista esatta degli imperatori, ma attirare l’attenzione sull’ottavo re, che è anche uno dei sette.

Il punto dunque è l’ottavo re. Generalmente si pensa all’imperatore Domiziano, al tempo del quale Giovanni scrive l’Apocalisse, considerato il più terribile di tutti e fuori dalla serie dei sette (Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone, Vespasiano, Tito) e quindi "ottavo", che una leggenda considerava come la reincarnazione di Nerone (e in questo senso "uno dei sette").

I dieci re (17,12), simboleggiati dalle dieci corna (Dan 7,24), sono senza dubbio re satelliti, che alleandosi con la bestia ottengono un successo momentaneo ("per un’ora sola"). Essi dipendono in tutto e per tutto dalla bestia (17,13.17), e insieme ad essa, e da essa manovrati, muovono guerra all’Agnello, che li sconfiggerà (17,16). Prima però hanno un’importante funzione storica da compiere nel piano di Dio: rivoltarsi contro Roma e distruggerla (17,16).

Con questo possiamo considerare completa l’analisi del simbolismo della donna, della bestia e dei re. La prospettiva essenziale e globale è questa: Giovanni concentra l’attenzione sull’impero romano, Roma, i suoi imperatori e i loro alleati; cioè l’intero apparato, il sistema, le forze che lo sostengono e personaggi che lo rappresentano. La bestia attira i re nella propria orbita e offre loro un regno, per poco tempo: in realtà li sottomette e li trascina in una sconfitta irrimediabile. La bestia sorregge la città idolatrica, ma poi l’abbandona, le si rivolta contro e la distrugge: così Roma cade per mano di quelle stesse forze che l’hanno sostenuta. Il sistema divora se stesso, gli idoli si rivoltano contro i loro adoratori.

Il tema della visione e della spiegazione è dunque un fatto storico: il crollo di Roma. Ma questo non è tutto. Il brano non si presenta come un racconto della caduta di Roma o come una sua predizione, ma come una rivelazione di un mistero (17,5.7), parola che allude al "progetto di Dio", un progetto nascosto allo sguardo dell’uomo, ma che si manifesta allo sguardo della fede. Il susseguirsi dei simboli e delle spiegazioni non si accontenta di annunciare la fine della prostituta, ma ne svela le ragioni, i meccanismi profondi che conducono Roma a quella distruzione.

Lo sguardo di Giovanni offre una serie di elementi che travalicano quel singolo fatto e assurgono a schema di lettura applicabile a molte situazioni analoghe.

Alla comunità cristiana è richiesta un’attenzione particolare e una capacità di discernimento ("Qui accorre una mente che abbia sapienza"). È la capacità di osservare il simbolo, scorgerne il significato e applicarlo alle situazioni storiche in cui l’umanità si trova a vivere. In altre parole: avere la lucidità (che viene dalla fede e dalla conoscenza in Cristo delle leggi fondamentali con cui Dio guida la storia e realizza il suo progetto) di scorgere dietro i fatti l’azione di Dio che li determina.

*****

vv. 1–6. Uno dei sette angeli che avevano rovesciato le coppe dice a Giovanni di contemplare la grande Babilonia sulla quale sta per abbattersi la condanna. L’Antico Testamento usa chiamare prostituta una città empia e ostile a Dio (Is 1,21; 23,16-17; Na 3,4; Os 4,12; 5,3; ecc.). L’antica Babilonia era costruita vicino a molte acque, ossia ai canali, in cui si ramificava l’Eufrate (Ger 51,13). L’empietà di Babilonia si è estesa a tutta la terra (14,8).

Nell’antico Oriente le dee erano spesso rappresentate a cavallo di qualche animale, e anche qui la donna siede su una bestia scarlatta (12,3) che è piena di nomi blasfemi e ha sette teste e dieci coma (13,1). È la stessa bestia che abbiamo incontrato al cap. 13, la cui sovranità si estende a tutta la terra. La donna è carica di ricchi gioielli. Ha in mano un calice pieno fino all’orlo della sua lussuria, ossia della sua empietà. Roma è una grandissima prostituta che con la sua immoralità ha sparso il terrore su tutta la terra. Si è macchiata del grandissimo peccato di versare il sangue dei santi, ossia dei cristiani, e dei testimoni di Gesù, ossia dei servitori della Parola (18,20.24). Essa riceverà la retribuzione che si merita per questa sua condotta ostile a Dio (6,10; 19,2).

vv. 7–11. L’angelo spiega a Giovanni chi è la bestia (v. 8), poi dà l’interpretazione delle sette teste (vv. 9-11) e delle dieci coma (vv. 12-14), e solo alla fine parla della donna e del suo destino (vv. 15-18). Questa spiegazione dedica dunque maggiore attenzione alla bestia che alla donna. La bestia era, non è, e riapparirà: è quindi l’antitesi di Dio che era, che è e che viene (1,4). Ma mentre di Dio si dice che "è" sempre, della bestia si dice che "non è". La sua fine sarà la perdizione (19,20), ma prima dovrà avvenire il suo ritorno dall’abisso: la sua "parusìa" produrrà uno stupore reverenziale (13,8.14) in tutti gli abitanti della terra, ossia in tutti i non credenti (3,10). La bestia, la cui apparizione è delineata con i tratti del "Nerone redivivo" (13,3.12), si affaccia con una sua forza irresistibile. Le sette teste della bestia sono interpretate in primo luogo come sette monti. Questo primo chiarimento serve soltanto a mostrare che l’immagine si riferisce a Roma, la città dei sette colli. Questo riferimento a Roma determina anche la seconda spiegazione, che segue immediatamente: le sette teste sono sette re, sette imperatori: infatti in Oriente gli imperatori romani erano di solito chiamati re (1Pt 2,13.17; 1Tm 2,2). Cinque re sono già morti, uno regna attualmente (Vespasiano), l’ultimo deve ancora venire, ma regnerà solo poco tempo (Tito infatti regnò solo due anni). Ma l’interesse di Giovanni si concentra totalmente sull’ottavo re, che ci sarà tra breve e che passerà tutti i limiti. Si presenterà come un antagonista di Dio e di Cristo, che vuole schernire la morte e la risurrezione dell’Agnello per impossessarsi di tutto il potere.

vv.12–18. Le dieci corna della bestia (Dan 7,24) sono dieci re che hanno fatto alleanza con Roma. Essi eserciteranno il potere solo per poco tempo, poi si sottometteranno alla bestia. Secondo le aspettative popolari i satrapi parti avrebbero fatto alleanza con il "Nerone redivivo" avanzando insieme con lui dall’Oriente. I re dell’Oriente sono un pericolo minaccioso (16,12.14). Dopo aver fatto un’alleanza con loro, la bestia muoverà guerra all’Agnello. Ma l’Agnello e i suoi eletti li vinceranno; infatti alla fine Cristo avrà la vittoria (19,11-12) come Signore di tutti i signori e Re di tutti i re (19,16). Prima però questo esercito deve adempiere un’importante funzione nel piano storico di Dio: deve eseguire la condanna contro Babilonia, la grande prostituta. Le molte acque presso cui è situata Babilonia (v. 1) vengono interpretate qui come i molti uomini e popoli che si trovano a Roma (Is 8,7; Ger 47,2). Si riprende poi ancora una volta la leggenda del "Nerone redivivo" che avanza su Roma al comando di un esercito di cavalieri Parti per distruggere la città; questa leggenda ha qui lo scopo di descrivere il giudizio apocalittico su Babilonia. La bestia e il suo seguito devasteranno la prostituta, la spoglieranno e la distruggeranno (Ez 23,25-29). Dio stesso dunque si serve delle forze sataniche per punire l’empia Babilonia. La capitale del mondo splende ancora nella sua enorme potenza, ma la sua fine spaventosa si avvicina inarrestabile.

 

 

LA CONDANNA DI BABILONIA

1 Dopo ciò, vidi un altro angelo discendere dal cielo con grande potere e la terra fu illuminata dal suo splendore.
2 Gridò a gran voce:
«E' caduta, è caduta
Babilonia la grande
ed è diventata covo di demòni,
carcere di ogni spirito immondo,
carcere d'ogni uccello impuro e aborrito
e carcere di ogni bestia immonda e aborrita.
3 Perché tutte le nazioni hanno bevuto del vino
della sua sfrenata prostituzione,
i re della terra si sono prostituiti con essa
e i mercanti della terra si sono arricchiti
del suo lusso sfrenato».
4 Poi udii un'altra voce dal cielo:
«Uscite, popolo mio, da Babilonia
per non associarvi ai suoi peccati
e non ricevere parte dei suoi flagelli.
5 Perché i suoi peccati si sono accumulati fino al cielo
e Dio si è ricordato delle sue iniquità.
6 Pagatela con la sua stessa moneta,
retribuitele il doppio dei suoi misfatti.
Versatele doppia misura nella coppa con cui mesceva.
7 Tutto ciò che ha speso per la sua gloria e il suo
lusso,
restituiteglielo in tanto tormento e afflizione.
Poiché diceva in cuor suo:
Io seggo regina,
vedova non sono e lutto non vedrò;
8 per questo, in un solo giorno,
verranno su di lei questi flagelli:
morte, lutto e fame;
sarà bruciata dal fuoco,
poiché potente Signore è Dio
che l'ha condannata».
9 I re della terra che si sono prostituiti e han vissuto nel fasto con essa piangeranno e si lamenteranno a causa di lei, quando vedranno il fumo del suo incendio, 10 tenendosi a distanza per paura dei suoi tormenti e diranno:
«Guai, guai, immensa città,
Babilonia, possente città;
in un'ora sola è giunta la tua condanna!».
11 Anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perché nessuno compera più le loro merci: 12 carichi d'oro, d'argento e di pietre preziose, di perle, di lino, di porpora, di seta e di scarlatto; legni profumati di ogni specie, oggetti d'avorio, di legno, di bronzo, di ferro, di marmo; 13 cinnamòmo, amòmo, profumi, unguento, incenso, vino, olio, fior di farina, frumento, bestiame, greggi, cavalli, cocchi, schiavi e vite umane.
14 «I frutti che ti piacevano tanto,
tutto quel lusso e quello splendore
sono perduti per te,
mai più potranno trovarli».
15 I mercanti divenuti ricchi per essa, si terranno a distanza per timore dei suoi tormenti; piangendo e gemendo, diranno:
16 «Guai, guai, immensa città,
tutta ammantata di bisso,
di porpora e di scarlatto,
adorna d'oro,
di pietre preziose e di perle!
17 In un'ora sola
è andata dispersa sì grande ricchezza!».
Tutti i comandanti di navi e l'intera ciurma, i naviganti e quanti commerciano per mare se ne stanno a distanza, 18 e gridano guardando il fumo del suo incendio: «Quale città fu mai somigliante all'immensa città?». 19 Gettandosi sul capo la polvere gridano, piangono e gemono:
«Guai, guai, immensa città,
del cui lusso arricchirono
quanti avevano navi sul mare!
In un'ora sola fu ridotta a un deserto!
20 Esulta, o cielo, su di essa,
e voi, santi, apostoli, profeti,
perché condannando Babilonia
Dio vi ha reso giustizia!».
21 Un angelo possente prese allora una pietra grande come una mola, e la gettò nel mare esclamando:
«Con la stessa violenza sarà precipitata
Babilonia, la grande città
e più non riapparirà.
22 La voce degli arpisti e dei musici,
dei flautisti e dei suonatori di tromba,
non si udrà più in te;
ed ogni artigiano di qualsiasi mestiere
non si troverà più in te;
e la voce della mola
non si udrà più in te;
23 e la luce della lampada
non brillerà più in te;
e voce di sposo e di sposa
non si udrà più in te.
Perché i tuoi mercanti erano i grandi della terra;
perché tutte le nazioni dalle tue malìe furon sedotte.
24 In essa fu trovato il sangue dei profeti e dei santi
e di tutti coloro che furono uccisi sulla terra».

Abbiamo già osservato che il giudizio di Dio segue l’ordine inverso all’ordine di comparsa dei personaggi.

L’ordine di comparsa: il drago, la bestia e il suo profeta, Babilonia. L’ordine del giudizio: Babilonia, la bestia, il drago.

La potenza romana che perseguita i cristiani, incarnazione storica della bestia e del drago, se ne va per prima in perdizione.

Giovanni sa che la caduta di Roma non è ancora la fine della storia: restano la bestia e il drago, che nessuno sa quante volte torneranno a incarnarsi nel seguito della storia dell’umanità. Ciò che importa non è il numero delle loro incarnazioni storiche, ma la certezza che il loro destino è segnato. Scompariranno come scompare Babilonia. È già la terza volta che l’Apocalisse ci parla della caduta di Babilonia: la prima volta al cap. 14,8 (Un angelo grida: "È caduta, è caduta, Babilonia la grande"), una seconda volta al cap. 16 ("La grande città si ruppe in tre parti e le città delle nazioni crollarono"), e la terza in questo capitolo. È dunque un tema che l’Apocalisse considera centrale, da meditare con molta cura. Al cap. 14 addirittura era presentato come il contenuto del "lieto annuncio" (vangelo).

La caduta di Babilonia non è raccontata in se stessa, ma attraverso le reazioni e i commenti dei diversi spettatori. Intervengono personaggi diversi, celesti e terrestri, e le loro reazioni sono, ovviamente, differenti.

Il primo personaggio è un angelo e annuncia la caduta della città: pone il fatto attorno a cui si sviluppano le reazioni. Il secondo personaggio è ancora un angelo e lancia un avvertimento al popolo di Dio: occorre uscire dalla città con la quale il credente non ha più nulla in comune. A questo punto intervengono i re della terra, i mercanti e i naviganti, tutti personaggi che hanno legato la loro fortuna alla città idolatra: le loro voci esprimono stupore, paura e lamento. Infine di nuovo un angelo che con gesto simbolico sigilla per sempre il destino della città.

Come sempre, e anche più del solito, Giovanni qui si è ispirato ai modelli dell’Antico Testamento. Si notano sullo sfondo le lamentazioni profetiche sulla caduta di Tiro (Ez 26-27), dove pure intervengono i principi, i mercanti e i marinai. Comune ai testi profetici è l’avvertimento al popolo di Dio di uscire dall’empia città per non essere coinvolti nella condanna imminente (Is 48,20; 52,11; Ger 51,6.45).

Più in generale possiamo dire che l’intero capitolo è un’antologia di canti con cui i profeti hanno accompagnato la caduta di Ninive (Na 3,4), di Tiro (Is 23; Ez 26-28), di Edom (Is 34,8-14), della stessa Gerusalemme (Ger 7,34; 16,9) e soprattutto di Babilonia (Is 13,20-22; 21,9; 47-48; Ger 25,27; 50,51). Tutto il testo è una condanna puntuale dell’idolatria, intesa non solo come rifiuto di Dio, ma anche come esaltazione arrogante del benessere, del consumismo e della potenza in tutte quelle manifestazioni storiche che man mano ha assunto, da Ninive a Gerusalemme, da Babilonia a Roma. Il fatto poi che i giudizi dei profeti si siano puntualmente realizzati in passato deve confermare i lettori dell’Apocalisse che anche questa volta si compiranno su Roma.

I diversi aspetti della colpa di Roma sono: l’arrogante presunzione della propria forza e invincibilità (18,7), il lusso (18,16), l’organizzazione commerciale a servizio del consumismo e dell’accumulo della ricchezza (18,19), l’esclusione dal proprio orizzonte di ogni autentico riferimento a Dio, il disprezzo della vita umana, la violenza e la persecuzione (18,24).

A commentare la caduta di Babilonia intervengono il cielo e la terra, i credenti e i non credenti. Siamo di fronte a due letture dello stesso fatto: la valutazione del credente e del non credente, di chi valuta alla luce della parola di Dio e di chi invece valuta secondo i criteri umani. Per i primi la caduta di Babilonia è una liberazione, per i secondi una catastrofe. Una voce improvvisa invita i santi, gli apostoli e i profeti a cantare un inno di gloria: "Condannandola, Dio vi ha reso giustizia". Il crollo di Babilonia è giustizia, la prova che la menzogna, l’idolatria e la violenza non concludono. E di qui un avvertimento: uscire dalla città idolatra. non lasciarsi affascinare dai suoi apparenti successi.

*****

v. 1–8. L’angelo che discende dal cielo illumina la terra col suo splendore. Ma il messaggio che egli deve proclamare è triste. La distruzione colpirà Babilonia in modo così totale che i suoi ruderi potranno servire solo come rifugio ai demoni e agli uccelli impuri. Babilonia perisce per la sua immoralità, per la sua idolatria. Come gli antichi profeti dell’Antico Testamento esortavano a fuggire da Babilonia (Is 48,20; 52,11: Ger 51,6.45), così ora il popolo di Dio è invitato a uscire dalla città empia per non essere coinvolto nell’imminente condanna. Il significato di questo versetto è stato espresso molto bene da sant’Agostino nel "De civitate Dei" 18,18: "Il comandamento profetico va inteso spiritualmente: dobbiamo fuggire dalla città di questo mondo e, camminando con la fede operante nell’amore, cercare rifugio nel Dio vivente". Gli angeli che devono eseguire la condanna di Babilonia ricevono l’ordine di remunerare con una doppia misura la città empia che continua a vantarsi nella sua vana e orgogliosa superbia.

vv. 9–20. I re della terra, i mercanti e i marinai elevano terrorizzati il loro lamento sulla città. Tutti coloro che hanno preso parte alla vita e ai traffici di Babilonia saranno paralizzati dallo spavento e si copriranno il capo di cenere in segno di lutto. In cielo, però, si dà una valutazione molto diversa sulla condanna di Babilonia. Tutti coloro che furono vittime della violenza di Babilonia sono invitati a cantare un inno di gloria a Dio perché ha finalmente esaudito la preghiera dei martiri (6,9-11) e ha giudicato l’empia città.

vv. 21–24. La visione del giudizio contro Babilonia si conclude con il gesto simbolico di un angelo. Egli lancia una grossa pietra che si sprofonda nel mare, segno della fine irreversibile per Babilonia e per Roma (Ger 51,63-64). Ogni segno di vita scomparirà dalla città, non vi si udrà più nessuna voce umana, tutto sarà annientato.

In questo modo la città sarà punita perché ha sparso il sangue dei profeti e dei santi e di tutti coloro che sono stati uccisi sulla terra (v. 20).

 

 

IL TRIONFO DI CRISTO E IL GIUDIZIO
(19,1 – 20,15)

IL TRIONFO NEL CIELO

1 Dopo ciò, udii come una voce potente di una folla immensa nel cielo che diceva:
«Alleluia!
Salvezza, gloria e potenza
sono del nostro Dio;
2 perché veri e giusti sono i suoi giudizi,
egli ha condannato la grande meretrice
che corrompeva la terra con la sua prostituzione,
vendicando su di lei
il sangue dei suoi servi!».
3 E per la seconda volta dissero:
«Alleluia!
Il suo fumo sale nei secoli dei secoli!».
4 Allora i ventiquattro vegliardi e i quattro esseri viventi si prostrarono e adorarono Dio, seduto sul trono, dicendo:
«Amen, alleluia».
5 Partì dal trono una voce che diceva:
«Lodate il nostro Dio,
voi tutti, suoi servi,
voi che lo temete,
piccoli e grandi!».
6 Udii poi come una voce di una immensa folla simile a fragore di grandi acque e a rombo di tuoni possenti, che gridavano:
«Alleluia.
Ha preso possesso del suo regno il Signore,
il nostro Dio, l'Onnipotente.
7 Rallegriamoci ed esultiamo,
rendiamo a lui gloria,
perché son giunte le nozze dell'Agnello;
la sua sposa è pronta,
8 le hanno dato una veste
di lino puro splendente».
La veste di lino sono le opere giuste dei santi.
9 Allora l'angelo mi disse: «Scrivi: Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell'Agnello!». Poi aggiunse: «Queste sono parole veraci di Dio». 10 Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: «Non farlo! Io sono servo come te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. E' Dio che devi adorare». La testimonianza di Gesù è lo spirito di profezia.

Questa visione è strettamente legata e contrapposta alla precedente: lì la costernata reazione del mondo (re, mercanti e marinai) di fronte alla caduta di Babilonia, qui la reazione del cielo. La reazione del cielo esprime il punto di vista della fede, che la comunità cristiana deve fare proprio in netta antitesi con le valutazioni del mondo: secondo la prospettiva mondana la caduta di Babilonia è un disastro, secondo la prospettiva della fede è una liberazione operata da Dio. Ma la reazione celeste ha anche un altro significato: gli abitanti del cielo partecipano con passione alle vicende terrene e reagiscono di fronte a tutto ciò che succede. La comunità cristiana non deve sentirsi sola.

La struttura dell’inno è quella tipica del canto liturgico: l’invito dell’a solo (v. 5) e la risposta corale dell’assemblea. L’Alleluja, espressione ebraica che significa "Lodate Iahvé", ritorna quattro volte in questo passo e mai altrove nel Nuovo Testamento: è un grido di entusiasmo, di gioia e di trionfo. L’Amen, altra espressione ebraica ("È vero, è proprio così"), riassume tutto il complesso atteggiamento del credente nei riguardi delle decisioni di Dio. Esprime l’accoglienza senza condizioni del disegno di Dio, fiducia e approvazione. Dicendo Amen il credente non soltanto afferma di ritenere il disegno di Dio "vero e degno di fiducia", ma afferma anche di rendersi disponibile ad accoglierlo e ad attuarlo. Ecco perché Gesù è definito l’Amen per eccellenza (3,14): ha detto Amen al disegno di Dio, l’ha accolto e attuato. L’assemblea dell’Apocalisse è invitata ripetutamente a dire "Amen" (dunque, ad assumere un atteggiamento di approvazione e di disponibilità, come Cristo): in apertura del libro, quale reazione di fronte alla memoria della croce di Gesù (1,6) e all’annuncio del suo vittorioso ritorno (1,7) e, a conclusione del libro, quale espressione di certezza e di attesa impaziente di fronte a tutto ciò che le visioni hanno rivelato (22,20-21).

All’inizio e alla fine dell’Apocalisse, dunque, c’è un Amen, un assenso alla croce e alla sua vittoria: un assenso fiducioso, disponibile, gioioso, grato e trionfante. La collocazione dell’Amen anche nei tre brani intermedi (5,14; 7,12; 19,4) non sembra casuale. Si tratta infatti dei tre punti nodali sui quali si regge tutta la meditazione dell’Apocalisse: il Cristo morto e risorto chiave di lettura della storia, la certezza del trionfo dei martiri, il crollo dell’idolatria.

La comunità che nel momento della prova ha imparato faticosamente a fidarsi di Dio, ora constata con gioia di non essersi sbagliata. Il castigo per l’idolatria c’è davvero e la giustizia divina è un dato di fatto. Il canto esprime la gioia della verifica e del momento finalmente arrivato. E tuttavia l’attesa non è ancora finita perché non è ancora giunto il castigo sulla bestia e sul drago che sono gli oscuri mandanti di Babilonia. Ma soprattutto l’attesa non è finita perché il castigo è solo una parte dell’attesa, la parte meno importante. Alla sconfitta del male deve seguire la nascita del mondo nuovo.

Giovanni sente il bisogno di aggiungere al canto una conclusione: "Il lino rappresenta le opere giuste dei santi". Fuori metafora, la veste di lino bianco sono "le opere di giustizia": ecco la condizione concreta per scampare al giudizio ed essere accolti tra gli invitati. Sia pure con sobrietà e discrezione, Giovanni sembra particolarmente insistere sulle opere (1,3; 14,13; 22,11). Non basta conoscere e dire; occorre praticare. Il giudizio avviene sui fatti.

Tutta la scena si conclude con un breve dialogo (vv. 9-10) tra l’angelo accompagnatore e Giovanni: è un dialogo sostanzialmente ripetuto anche alla fine del libro (22,6-9). Il suo scopo è di assicurare che le visioni raccontate sono realtà, sono promessa di Dio, non sogno dell’uomo: "Queste parole sono veritiere, perché vengono da Dio" (21,5–22,6). L’ordine di "scrivere" è presente con una certa insistenza nell’Apocalisse, all’inizio (1, 11.19) e alla conclusione (21,5), e in alcuni brani particolarmente importanti (2,1ss; 10,4; 19,9). È un modo per sottolineare l’autorevolezza del libro e l’origine divina delle cose che racconta: è un libro da leggere senza nulla aggiungere e nulla togliere (22,18-19). Giovanni cade ai piedi dell’angelo in segno di adorazione, ma la reazione dell’angelo, vivace e polemica, ricorda all’uomo che solo Dio è da adorare. Forse è una presa di posizione contro alcune tendenze che serpeggiavano nella comunità e che finivano per prestare agli angeli un’eccessiva attenzione.

"La testimonianza di Gesù è lo spirito della profezia" (v. 10): significa che angeli e uomini sono accomunati nel "possedere la testimonianza di Gesù". Il loro compito è di essere a servizio di Gesù e della sua rivelazione, cioè prendere posizione in suo favore (testimoniare), vivere la storia come lui l’ha vissuta (una storia in cui il bene è combattuto e crocifisso), leggere e valutare gli avvenimenti che accadono con gli occhi di Dio, come appunto l’Apocalisse ci va insegnando: tutto questo è lo "spirito di profezia".

*****

vv. 1–5. I cori celesti intonano gli inni trionfali in cui vengono riassunti tutti gli inni di lode che punteggiano l’intera Apocalisse (4,11; 5,9-14; 7,9-17; 11,15-19; 12,10-12; 14,1-5; 15,3-4); Babilonia è caduta, il giudizio è già avvenuto, il sangue dei servi di Dio che era stato versato è vendicato, l’empietà della prostituta è stata punita. Dal luogo dove è stata eseguita la condanna, il fumo si innalzerà per tutta l’eternità. Per tre volte i cori celesti intonano l’inno di lode con il grido tratto dalla liturgia ebraica: Alleluja ossia: "Lodate il Signore!". Una voce dal cielo estende lo stesso invito a tutti credenti, e così l’inno risuona anche sulla terra.

vv. 6–8. La moltitudine infinita, di cui Giovanni ode il canto, inizia anch’essa il suo inno con il grido "Alleluja". Ora Dio ha assunto il comando (11,17), ora il potere è interamente nelle sue mani, ora il Regno è presente. E ciò significa che è cominciata l’ora della redenzione e che viene il momento delle nozze dell’Agnello. La comunità è la sposa di Cristo (2Cor 11,2; Ef 5,25ss; Mc 2,19; Mt 22,2; 25,1ss; Gv 3,29): essa viene condotta in sposa al suo Signore. (cap. 12). Mentre la prostituta Babilonia si era pomposamente adornata (17,4-5; 18,16), la sposa dell’Agnello è vestita di semplice lino bianco. La prostituta è condannata, la sposa va a nozze. Babilonia è distrutta, la nuova Gerusalemme sarà la città santa (cap. 21).

L’autore aggiunge una spiegazione supplementare: la veste di lino sono le opere giuste dei santi, in contrapposizione alle opere vergognose dell’empia Babilonia (18,5).

vv. 9–10. A Giovanni è comunicata una beatitudine affinché la scriva e la faccia conoscere alle comunità (14,13). La beatitudine vale per tutti coloro che sono invitati alle nozze dell’Agnello e che parteciperanno al banchetto di gioia alla fine dei giorni (3,20). Questa promessa è fatta da Dio: perciò è vera e assolutamente degna di fiducia. Giovanni cade in adorazione ai piedi dell’angelo, ma questo si rifiuta: l’adorazione spetta soltanto a Dio. L’angelo è un servo come Giovanni (22,8) ed è fratello dei profeti che sono servi di Dio (10,7; 11,18) e hanno la testimonianza di Gesù (12,17). Ma Giovanni riceve conferma che le sue parole hanno autorità profetica e la sua testimonianza è convalidata. La testimonianza di Gesù, infatti, è lo spirito della profezia. Ciò significa che la parola di Cristo è proclamata alla comunità mediante lo Spirito di verità (Gv 14,26; 16,13-14), che parla per bocca dei profeti. Il compito di Giovanni è quello di rivolgere il messaggio di Gesù alla sua comunità parlando come testimone che trasmette esclusivamente la testimonianza (1,1-2).

 

 

LA VITTORIA DI CRISTO SULLA BESTIA E IL SUO ESERCITO

11 Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava «Fedele» e «Verace»: egli giudica e combatte con giustizia.
12 I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco, ha sul suo capo molti diademi; porta scritto un nome che nessuno conosce all'infuori di lui. 13 E' avvolto in un mantello intriso di sangue e il suo nome è Verbo di Dio. 14 Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro. 15 Dalla bocca gli esce una spada affilata per colpire con essa le genti. Egli le governerà con scettro di ferro e pigerà nel tino il vino dell'ira furiosa del Dio onnipotente. 16 Un nome porta scritto sul mantello e sul femore: Re dei re e Signore dei signori.
17 Vidi poi un angelo, ritto sul sole, che gridava a gran voce a tutti gli uccelli che volano in mezzo al cielo: 18 «Venite, radunatevi al grande banchetto di Dio. Mangiate le carni dei re, le carni dei capitani, le carni degli eroi, le carni dei cavalli e dei cavalieri e le carni di tutti gli uomini, liberi e schiavi, piccoli e grandi».
19 Vidi allora la bestia e i re della terra con i loro eserciti radunati per muover guerra contro colui che era seduto sul cavallo e contro il suo esercito. 20 Ma la bestia fu catturata e con essa il falso profeta che alla sua presenza aveva operato quei portenti con i quali aveva sedotto quanti avevan ricevuto il marchio della bestia e ne avevano adorato la statua. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo. 21 Tutti gli altri furono uccisi dalla spada che usciva di bocca al Cavaliere; e tutti gli uccelli si saziarono delle loro carni.

Mentre il dramma della caduta di Babilonia era presentato come una sinfonia da ascoltare, con voci e cori, la sconfitta della bestia e del drago è presentata come un filmato da vedere.

La sconfitta della bestia e del falso profeta è raccontata in un rapido succedersi di quadri, delimitati dalla triplice annotazione introduttiva "lo vidi" (vv. 11.17.19). Prima di tutto si vede Cristo vincitore, che è il tratto più importante di tutta la scena; poi il radunarsi degli uccelli, pronti a divorare i cadaveri degli sconfitti; e infine la battaglia. A dire il vero non si racconta in alcun modo la battaglia, ma solo la vittoria del Cristo. Di fronte al Signore, infatti, non c’è posto per la battaglia, ma solo per la sconfitta.

Le immagini con cui è descritto il Cristo vincitore evocano lo splendore, la potenza irresistibile e la serenità. Le immagini del castigo evocano l’orrore e il tormento.

La descrizione del banchetto è volutamente macabra e repellente (soprattutto per la ripetizione del termine "carne") e si modella su un’analoga visione di Ezechiele (cap. 39). Anche l’immagine del "lago di fuoco" ritorna con notevole insistenza in questi ultimi capitoli del libro: in esso vengono gettati la bestia e il suo profeta (19,20), il diavolo (20,10), la morte e l’Ade (20,14), chiunque non abbia il suo nome scritto nel libro della vita (20,15), gli idolatri e i menzogneri (21,8).

La visione che stiamo esaminando, seguita poi dalla sconfitta del drago, mostra che il giudizio scende in profondità: dopo il castigo di Babilonia vediamo la sconfitta della bestia e del suo profeta, che hanno sostenuto e istigato la città idolatra. E mostra che il giudizio si allarga, coinvolgendo insieme a Babilonia il mondo intero: "Vidi la bestia insieme ai re della terra e i loro eserciti" (19,19).

Veniamo dunque al punto più importante, cioè il Cristo vincitore. Egli giunge con la potenza di Dio, a cui nessuno può opporre resistenza. Le tre immagini della "spada affilata", della "verga di ferro" e del "tino dell’ira di Dio" indicano che egli viene per giudicare. Non è più il bambino che deve fuggire davanti al drago (12,5), ma il cavaliere che affronta il drago e lo abbatte. Nella sua prima venuta ha percorso la via della croce, nella sua seconda venuta percorrerà la via della vittoria. Non sono però due vie contrapposte. La seconda venuta mostrerà ciò che la prima nascondeva. Si tratta sempre, infatti, di una vittoria legata alla croce, come sembra indicare l’immagine del "mantello intriso di sangue": nella visione di Isaia (63,1) era il sangue dei nemici, ma nella visione dell’Apocalisse è probabilmente il sangue della croce. Giovanni intende attirare l’attenzione sull’identità del cavaliere vincitore e per questo costruisce attorno al suo nome una specie di contrasto. Per un verso il suo nome rimane nascosto, per un altro è svelato. Il mistero del Cristo rimane insondabile come il mistero di Dio, irraggiungibile nella sua profondità: tuttavia ci è dato di conoscere qualcosa su di lui. Egli è la "garanzia vivente" che Dio è fedele alle sue promesse ("si chiama Fedele e Verace"). Dio può differire la sua promessa, e certo la mantiene a modo suo, ma i suoi disegni si realizzano sempre: di questo il Cristo (con la sua morte e risurrezione) è la garanzia. Egli è la "Parola di Dio", cioè la somma di tutto ciò che Dio ha rivelato agli uomini, la rivelazione piena e definitiva di Dio. "Parola di Dio" è un titolo che solo Giovanni applica al Cristo e, per comprenderne appieno il significato, occorre leggere il prologo del quarto vangelo (1,1-18). Egli è "il Re dei re e il Signore dei signori": il vero Signore non è l’imperatore di Roma, ma Gesù di Nazaret. Davanti a Pilato Gesù affermò di essere re (Gv 18,37) e fece ridere: lo considerarono un re da burla e lo rivestirono di ridicole insegne regali (Gv 19,1-3). Ma ora Gesù appare re con tutto lo splendore che gli compete. La regalità di Cristo passa attraverso la croce, a differenza della regalità mondana che invece preferisce percorrere altre strade. La regalità di Cristo e quella del drago si contrappongono totalmente. Per questo il drago combatte il Cristo e la sua comunità.

*****

vv. 11–16. Il cielo si apre e Cristo appare per trionfare sui suoi nemici. Sebbene non si dica chi sia il cavaliere vittorioso che cavalca il cavallo bianco (6,1-2), risulta subito evidente che la scena descrive il ritorno di Cristo. Un tempo il Signore che andava incontro alla sua passione era entrato in Gerusalemme su un asino (Mc 11,1-11), ma ora il Re ha deposto i segni dell’umiliazione e siede sul cavallo come un vincitore. Egli è chiamato Fedele e Veritiero (1,5; 3,14). Egli giudica con giustizia, e ciò significa che, in adempimento alla promessa di Is 11,4, regna da giusto sovrano.

Cristo è accompagnato dalle schiere celesti, da legioni di angeli che lo seguono come il suo esercito (Mc 8,38; 13,27; Mt 25,31; 2Ts 1,7-8; ecc.). Se i diademi del drago (12,3) e della bestia (13,1) erano espressione della loro sovranità usurpata, le numerose corone che cingono il capo del Cristo sono invece il segno che Dio gli ha dato il regno. In forza del nome che gli è stato conferito, egli esercita il potere sul cielo e sulla terra (2,17). In un primo momento si dice che porta scritto un nome che nessuno conosce all’infuori di lui stesso, e nel versetto successivo si trova l’indicazione del nome: la Parola di Dio. Questo ci richiama alla mente Sap 18,15-16, dove è detto che la parola onnipotente di Dio è venuta dal cielo per eseguire la condanna sull’Egitto, scendendo dal trono regale come un guerriero selvaggio in mezzo al paese votato alla distruzione. Egli era la spada di Dio, di cui eseguiva l’ordine irrevocabile uccidendo i primogeniti degli egiziani. Analogamente l’unica arma del Cristo è la parola con cui egli combatte e giudica. anzi egli è la stessa Parola di Dio (Gv 1,1). Mentre la bestia su cui cavalca la prostituta Babilonia era coperta di nomi blasfemi (17,3), Cristo invece reca sul vestito e sui fianchi il titolo della dignità conferitagli da Dio: Re dei re e Signore dei signori.

vv. 17–21. Ora Cristo combatterà la battaglia decisiva contro i suoi nemici. Ma come nel cap. 18 l’esecuzione della condanna di Babilonia non è stata descritta, così qui non c’è alcuna descrizione della battaglia. L’esito della lotta è talmente scontato che, già prima dell’inizio, gli uccelli che si nutrono di carogne sono invitati all’orrendo banchetto di cadaveri. Questo pasto costituisce l’orrenda contraffazione e contrapposizione alla festa di nozze alla quale sono chiamati i beati (19,9).

L’esercito condotto da tutti i re della terra è schierato in battaglia, ma è subito annientato. La bestia e il falso profeta sono gettati vivi nello stagno di fuoco. I seguaci della bestia e del falso profeta sono uccisi sul posto con la spada che esce dalla bocca di Cristo. Nessuno è risparmiato. Rimane soltanto satana, che aveva radunato quell’esercito: su di lui dev’essere ancora pronunciato il giudizio.

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:21 PM

IL REGNO MILLENARIO, IL GIUDIZIO SU SATANA E IL GIUDIZIO UNIVERSALE

1 Vidi poi un angelo che scendeva dal cielo con la chiave dell'Abisso e una gran catena in mano. 2 Afferrò il dragone, il serpente antico - cioè il diavolo, satana - e lo incatenò per mille anni; 3 lo gettò nell'Abisso, ve lo rinchiuse e ne sigillò la porta sopra di lui, perché non seducesse più le nazioni, fino al compimento dei mille anni. Dopo questi dovrà essere sciolto per un pò di tempo. 4 Poi vidi alcuni troni e a quelli che vi si sedettero fu dato il potere di giudicare. Vidi anche le anime dei decapitati a causa della testimonanza di Gesù e della parola di Dio, e quanti non avevano adorato la bestia e la sua statua e non ne avevano ricevuto il marchio sulla fronte e sulla mano. Essi ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni; 5 gli altri morti invece non tornarono in vita fino al compimento dei mille anni. Questa è la prima risurrezione. 6 Beati e santi coloro che prendon parte alla prima risurrezione. Su di loro non ha potere la seconda morte, ma saranno sacerdoti di Dio e del Cristo e regneranno con lui per mille anni.
7 Quando i mille anni saranno compiuti, satana verrà liberato dal suo carcere 8 e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magòg, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. 9 Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d'assedio l'accampamento dei santi e la città diletta. Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. 10 E il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli.
11 Vidi poi un grande trono bianco e Colui che sedeva su di esso. Dalla sua presenza erano scomparsi la terra e il cielo senza lasciar traccia di sé. 12 Poi vidi i morti, grandi e piccoli, ritti davanti al trono. Furono aperti dei libri. Fu aperto anche un altro libro, quello della vita. I morti vennero giudicati in base a ciò che era scritto in quei libri, ciascuno secondo le sue opere. 13 Il mare restituì i morti che esso custodiva e la morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. 14 Poi la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. 15 E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco.

Il capitolo 20 è trai più discussi. Lungo i secoli ha offerto il pretesto per le più sfrenate fantasie.

Mettiamo in chiaro i dati certi e importanti. La presenza di un triplice "Vidi" (vv. 1.4.11) rivela una prima struttura compositiva. Tre visioni: l’angelo che incatena il drago, i martiri che insieme a Cristo regnano per mille anni, il grande trono di Dio e il giudizio finale.

Le tre visioni sono disposte in modo da formare una storia. Il significato fondamentale è chiaro: il drago è definitivamente sconfitto. La storia non è mai sfuggita dalle mani del Signore e termina come era logico che terminasse: il male e la morte sono sconfitti, i martiri e gli onesti trionfano con Cristo, i malvagi sono puniti. Un’altra cosa importante è che il tempo concesso a satana è breve, mentre il tempo della sua prigionia è di mille anni e il tempo della sua condanna è per sempre. E ancora più importante è il fatto che egli non ha alcuna possibilità su coloro che sono uniti al Signore. Di conseguenza, ciò che conta è sottrarsi ora all’adorazione della bestia e unirsi al vero Signore.

La visione si apre dicendo che satana è imprigionato e gettato nell’abisso. L’abisso è la dimora delle forze ostili a Dio. Sentendo questo il lettore si aspetterebbe di essere giunto alla fine. E invece no: dopo mille anni satana sarà di nuovo libero. E questo è il problema principale: che significato ha questo millennio? Lo diremo nel seguito.

Il cap. 12 ci aveva già detto: "In cielo satana è già sconfitto, ma sulla terra è ancora attivo sia pure per poco". Il cap. 20 similmente dice: "Satana è imprigionato, poi è liberato per breve tempo, infine scompare per sempre".

Il primo racconto vuol dirci che satana è ancora attivo nel mondo, ma che la sua potenza è già stata sconfitta: dunque vigilanza, ma non paura.

Il secondo racconto, con parole diverse, ci dice la stessa realtà: satana è ancora attivo e temibile, ma è già prigioniero e sconfitto. La sua attività è controllata da Dio ed è di breve durata.

Non deve sfuggirci il contrasto: mille anni per Cristo, poco tempo per satana.

*****

vv. 1–6. Satana era stato gettato dal cielo, ma aveva potuto ancora imperversare sulla terra (12,7-12). Ma adesso è giunta la sua ora. Giovanni vede venire un angelo dal cielo, che deve eseguire il giudizio di Dio. Egli ha le chiavi dell’abisso (9,1) e tiene in mano una catena per legare il nemico satana. L’angelo vendicatore lo afferra, lo lega e poi lo getta nell’abisso, poi lo chiude e ne sigilla l’ingresso in modo che non possa più fuggire. Questa descrizione riprende un antichissimo motivo mitico, presente nelle narrazioni di molti popoli, dove si parla di legare le potenze oscure. Nell’escatologia iranica è il serpente Azhi Dahaka ad essere incatenato, ma alla fine dei giorni rompe le sue catene e viene finalmente vinto in un estremo conflitto. L’apocalittica giudaica dell’Antico Testamento spera che Dio vinca le oscure potenze del caos e le chiuda in carcere (Is 24,21-22). Così il maligno è finalmente sopraffatto. Ma l’impedimento a continuare la sua attività dura solo mille anni, durante i quali non potrà più disturbare i popoli del mondo. Ma scaduto quel termine egli sarà di nuovo lasciato in libertà per breve tempo.

Durante i mille anni i beati eserciteranno insieme con Cristo l’ufficio di giudici, sacerdoti e re, e godranno di un regno millenario.

vv. 7–10. Terminati i mille anni, satana sarà lasciato ancora una volta in libertà: egli è il grande seduttore, e cercherà di formarsi un nuovo esercito. Il radunarsi di forze sataniche è descritto secondo la tradizione di Gog e Magog. In Ez 38-39 si parla del principe Gog e del suo paese Magog come del nemico di Israele, che era sceso dal nord. Il mitico esercito dei popoli proveniente dai quattro angoli della terra investe la santa città di Gerusalemme che si trova al centro della superficie terrestre (Ez 38,12). I nemici accerchieranno l’accampamento dei santi e la città santa, e scateneranno l’ultima battaglia. Ma l’intervento miracoloso di Dio deciderà della battaglia in un istante. Cade fuoco dal cielo, che annienta l’esercito satanico.

Il diavolo, che aveva radunato questo esercito, viene gettato nello stagno di fuoco, dove sono già la bestia e il falso profeta (19,20). Così il suo assalto viene definitivamente respinto: la via del nuovo mondo di Dio è ormai libera.

vv. 11–14. Nelle Apocalissi giudaiche il regno intermedio era seguito dalla fine del mondo, dalla risurrezione dei morti e dal giudizio universale. Anche Giovanni contempla a questo punto la caduta del vecchio mondo. Cielo e terra scompaiono dal cospetto di colui che siede sul trono (4,2) e non esistono più (Mc 13,31). I morti risorgono. Il mare restituisce gli affogati, la morte e gli inferi restituiscono i morti che nascondevano. Tutti gli uomini devono ora comparire davanti al tribunale di Dio. Il giudizio viene pronunciato in base alle opere (Rm 2,6). Dio non dimentica ciò che l’uomo ha fatto e adesso lo retribuisce con giustizia destinandolo alla beatitudine o alla dannazione. Tutti coloro i cui nomi sono scritti nel libro della vita entreranno nella gloria del paradiso. Gli altri invece saranno condannati alla dannazione eterna, alla morte definitiva. La morte e i dannati soggiacciono alla seconda morte, in cui non c’è speranza e da cui non si risorge. Ormai l’ultimo nemico è giudicato (Is 25,8; 1Cor 15,26.54ss) e la vita trionfa.

IL REGNO MILLENARIO

L’attesa del regno millenario non si trova in nessun altro scritto del Nuovo Testamento. Era molto diffusa nella letteratura apocalittica giudaica di quei tempi la concezione di un regno messianico intermedio, che avrebbe dovuto precedere la fine del mondo e la venuta del regno di Dio (Ap Enoc 91,12ss; 93; Ap Baruc 29,3ss; 40,3; ecc.). Questa attesa giudaica di un regno intermedio è stata accolta nell’Apocalisse in una forma cristianizzata. Ciò potè avvenire anche perché la primitiva predicazione cristiana aveva attribuito a Gesù il titolo di re messianico e quello di Figlio dell’uomo, concentrando così sul suo nome tutte le aspettative escatologiche.

Nel pensiero extrabiblico giudaico, in particolare nelle correnti apocalittiche, s’era andata sempre più affermando l’idea che la storia del mondo fosse ricalcata sullo schema dei sei giorni della creazione. E sull’affermazione del Sal 90,4 (‘Mille anni sono ai tuoi occhi come un giorno’: cf. 2Pt 3,8) si concludeva che ogni giorno occupasse lo spazio di mille anni. La storia mondiale veniva così pensata sullo schema di sei millenni, destinati a concludersi nel settimo giorno, il grande ed eterno sabato. Il settimo giorno era considerato l’era messianica, preceduta e accompagnata da un temporaneo imprigionamento di satana (4 Esdra 7,28ss).

Nella storia della chiesa l’idea del regno millenario ha dato luogo a molte speculazioni di filosofia della storia, a vani tentativi di calcolare il momento della fine del mondo, a molte delusioni e a molte fiammate di speranza. Tale dottrina è chiamata chiliasmo (dal greco khilioi = mille). Agostino ha tolto agli entusiasti la possibilità di fondare le loro aspettative sulla profezia del regno millenario riferendola alla chiesa, il regno di Cristo sulla terra, che è in lotta contro le potenze delle tenebre. Il chiliasmo fu sconfitto da questa interpretazione storico-ecclesiastica, in base alla quale il regno millenario non è più atteso per il futuro, ma è già cominciato con la storia della chiesa. Tuttavia non sono mai mancati, e non mancano, gruppi di fanatici pronti a ravvivare la predizione del regno millenario.

 

 

IL MONDO NUOVO
(21,1–22,5)

UN NUOVO CIELO E UNA NUOVA TERRA

1 Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. 2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
« Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il "Dio-con-loro".
4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.
6 Ecco sono compiute!
Io sono l'Alfa e l'Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita.
7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.
8 Ma per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E' questa la seconda morte».

Seguendo la lettura dell’Apocalisse abbiamo percorso un viaggio: dal tumulto della storia umana e dalle sue contraddizioni alla pace e alla semplicità del regno di Dio. Ci è stato messo sotto gli occhi l’intero cammino dell’umanità, dal passato al presente e dal presente al futuro.

La pagina che stiamo leggendo è infatti in punto terminale verso cui l’umanità è incamminata. Anche in questa parte conclusiva abbiamo la presentazione di tre visioni: la nuova creazione, la nuova Gerusalemme, il fiume dalle acque abbondanti.

Al centro, come sempre, il trono di Dio. È dal trono che proviene la voce che spiega il contenuto della visione ed è "Colui che sedeva sul trono" che afferma: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose". È dal trono che scaturisce il fiume di acqua viva. L’immagine del trono è importante e ricorrente, e l’uso che se ne fa è molto istruttivo. Nella maggioranza dei casi l’immagine è contrapposta polemicamente ai molti troni che gli uomini innalzano ai potenti e ai falsi dei.

La tesi dell’Apocalisse è trasparente: soltanto il trono di Dio ha diritto di essere innalzato nella città dell’uomo, perché soltanto il trono di Dio libera e riunisce. Soltanto davanti al trono di Dio l’uomo deve inchinarsi, e soltanto all’unica e assoluta sovranità di Dio è dovuta l’adorazione. Mentre il trono degli uomini è l’espressione dello sforzo orgoglioso e impotente di salire verso l’alto, quasi per rapire all’unico signore il suo dominio, la sovranità di Dio invece è, al contrario, un movimento che discende verso il basso, dal cielo al cuore della nostra storia: come appunto la Gerusalemme celeste che discende dal cielo, da presso Dio.

C’è una profonda differenza tra il trono di Dio e il trono degli uomini. Il trono degli uomini esprime la volontà che s’innalza per dominare e piegare gli altri ai propri interessi. Il trono di Dio esprime la volontà di chi, già in alto, si avvicina all’uomo per amarlo e salvarlo: "lo sarò il suo Dio ed egli sarà suo figlio" (21,7).

Se è vero che l’immagine che domina e dà stabile fondamento a tutto il resto è quella del trono di Dio, è altrettanto vero che l’idea qui più ricorrente è la novità: cielo nuovo, terra nuova, nuova Gerusalemme, tutte le cose nuove.

L’aggettivo nuovo, nel suo uso biblico, esprime globalmente il desiderio dell’uomo che, finalmente!, succeda qualcosa di diverso, e insieme esprime la consapevolezza che gli uomini non riescono a fare nulla di veramente diverso: molte chiacchiere e molte promesse, ma sempre, alla fine, le stesse cose. L’uomo biblico si è accorto che la novità è possibile soltanto a Dio: l’uomo non la raggiunge da solo, ma unicamente nell’obbedienza al Signore e nell’accoglienza del suo dono. È Dio che fa nuove tutte le cose (21,5). Solitamente nell’Apocalisse, Dio non parla: altri parlano a suo nome. Ma qui egli prende direttamente la parola, quasi per sottolineare che ciò che sta dicendo è la cosa più importante di tutte. Egli ci dà la conferma che il sogno degli uomini di un rinnovamento globale non è sogno, ma realtà.

*****

vv. 1–4. Se il vecchio mondo è scomparso (20,11), Dio metterà al suo posto un nuovo cielo e una nuova terra (Gen 1,1). Il testo aggiunge esplicitamente che non vi sarà più il mare. Scomparirà così la caotica e inquietante potenza da cui era emersa la bestia satanica (13,1). La nuova Gerusalemme scenderà allora dal cielo sulla nuova terra che rappresenta l’opposto dell’empia città di Babilonia. La nuova Gerusalemme è paragonata a una figura femminile: appare come una sposa che si è adornata per essere condotta dallo sposo (21,9ss). Anche Paolo parla della Gerusalemme dell’alto e la chiama la nostra madre, indicando con quel nome la nuova creazione che ha già avuto inizio per la comunità cristiana (Gal 4,26). La prostituta Babilonia è stata ormai condannata (17,3ss; 18,1ss), ma la comunità cristiana è la sposa di Cristo (19,7).

Una voce celeste proclama, con numerose espressioni dell’Antico Testamento, che Dio è nuovamente presente. Dio rimarrà per l’eternità con gli uomini di tutti i popoli. Allora sarà scomparso ogni dolore (7,16-17), e la morte stessa non ci sarà più. Infatti le cose di prima, ossia il vecchio mondo, che viveva sotto il segno del peccato, della sofferenza e della morte, è scomparso.

vv. 5–8. Giunti ormai alla fine del libro, Dio stesso prende la parola (1,8) e conferma che quell’immagine del nuovo mondo è vera. Egli fa nuove tutte le cose (2Cor 5,27; Gal 6,15) e dà a Giovanni l’ordine di scrivere le sue parole, che sono incrollabili e certe, e di trasmetterle alle comunità che vivono ancora nella tribolazione e nella persecuzione. La sua parola è vera perché egli è il principio e la fine (1,8), il creatore e il reggitore dell’universo. Ciò che egli dice, avviene (Sal 33,9). Egli disseterà gli uomini dando loro gratuitamente l’acqua della vita (7,17; Gv 4,10.14; 7,37–38). Egli dona senza fine la sua grazia misericordiosa. Questa promessa veritiera deve fortificare il coraggio della chiesa ancora militante. Come ciascuna delle sette lettere si chiudeva con una parola di vittoria (2,7; ecc.), così anche il discorso di Dio termina con una promessa ai vincitori: chi vince sarà figlio di Dio, e Dio sarà il suo Dio. Mentre quelli che saranno rimasti fedeli riceveranno questa eredità, gli infedeli cadranno nella perdizione eterna (2,11; 20,6.15). Il brano termina con una solenne ammonizione: i codardi e gli increduli non avranno la salvezza. La comunità deve comprendere questo serio avvertimento come un appello alla perseveranza.

 

 

LA NUOVA GERUSALEMME

9 Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell'Agnello». 10 L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. 13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. 14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello.
15 Colui che mi parlava aveva come misura una canna d'oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L'angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l'altezza sono eguali. 17 Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall'angelo. 18 Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19 Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20 il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21 E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
22 Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello.
24 Le nazioni cammineranno alla sua luce
e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.
25 Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
poiché non vi sarà più notte.
26 E porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni.
27 Non entrerà in essa nulla d'impuro,
né chi commette abominio o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell'Agnello.

Un angelo aveva accompagnato Giovanni nel deserto per mostrargli la grande prostituta, cioè la città pagana, la società idolatra (18,3ss), i cui contrassegni evidenti sono l’insofferenza di Dio ("è coperta di nomi blasfemi"), il lusso sfacciato e volgare ("vestita di porpora e di scarlatto, adorna di gioielli e di pietre preziose"), la capacità di attrarre nella propria visione idolatra tutti i popoli della terra ("madre di tutte le abominazioni della terra"), la persecutrice dei cristiani ("ebbra del sangue dei santi e dei martiri di Gesù"). Ora lo stesso angelo conduce Giovanni su un monte altissimo per fargli contemplare la città santa, la nuova Gerusalemme. Le due città sono una l’opposto dell’altra: Babilonia si erge contro Dio, Gerusalemme discende da Dio. L’architettura della città di Dio dà la netta sensazione della completezza, della definitività e dell’armonia. Così il simbolismo del numero dodici, il numero della pienezza (le dodici porte, i dodici basamenti), e il simbolismo del quadrato ("la città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza"). Tutto è compiuto, armonico, simmetrico: non vi si può aggiungere né togliere nulla. È chiaro che Giovanni non sta descrivendo il piano di una città, ma il volto della comunità salvata e purificata da Dio. Sono cadute tutte le contraddizioni che ora caratterizzano la convivenza, è caduta la frammentarietà, la disarmonia, la provvisorietà.

Inoltre Giovanni accumula immagini che creano il senso dell’armoniosità, della trasparenza e della preziosità: lo splendore della città è come quello delle gemme ed è tutta costruita con oro e pietre preziose. Ma a differenza di Babilonia, che ostenta i suoi gioielli per mostrare la propria gloria, la nuova Gerusalemme risplende della gloria di Dio.

Ed è proprio questo il tratto più importante: la nuova città è in comunione con Dio, una comunione diretta, trasparente, senza veli e mediazioni: "Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l’Onnipotente, l’Agnello sono il suo tempio". Dio non è più incontrato attraverso qualcosa, ma faccia a faccia, e questo è il grande sogno dell’uomo, l’ansia profonda di ogni sua ricerca. Sono caduti i veli, e Dio è di fronte.

Notiamo che è solo con l’aiuto di un angelo di Dio che Giovanni ha compreso l’idolatria di Babilonia e ha contemplato la nuova Gerusalemme. Al di là del simbolo, l’insegnamento è chiaro: è alla luce della parola di Dio, cioè nell’ascolto, nella preghiera, nella fede, che la comunità cristiana trova lucidità per scoprire l’idolatria del mondo presente e per ritrovare la certezza del mondo futuro. Senza l’aiuto della parola di Dio la lettura della storia perde lucidità e si confonde con la lettura mondana: la comunità credente finisce col ragionare come il mondo. Oppure smarrisce la speranza, vede il fallimento e non scorge, nel profondo, il germe carico di promessa delle novità di Dio.

*****

vv. 9–17. Gli angeli stanno a guardia delle dodici porte (Is 62,6) che si aprono verso i quattro punti cardinali per permettere il libero accesso alla città (Ez 48,30ss). Ciascuna delle porte porta scritto il nome di una delle dodici tribù d’Israele (Ez 48,31ss) poiché Gerusalemme è la città del popolo di Dio. Però questo non è più limitato al popolo dell’antica alleanza, ma è la comunità di Gesù Cristo di cui sono stati chiamati a far parte giudei e pagani (7,4ss). Perciò Giovanni aggiunge che i dodici basamenti portano scritto il nome dei dodici apostoli; la chiesa infatti è costruita sul fondamento degli apostoli e dei profeti (Ef 2,20; Mt 16,18), che formano la base su cui poggia l’intero edificio. L’angelo, che con la sua canna d’oro misura la città, ne comunica a Giovanni le enormi dimensioni. La città ha una pianta quadrata. Nell’antichità il quadrato e il cubo erano considerati immagini della perfezione e, secondo le notizie trasmesseci dalla tradizione antica, anche Babilonia era una città a pianta quadrata. La misura di dodicimila stadi, che corrisponde a circa 2.400 km, riguarda non solo la lunghezza e la larghezza, ma anche l’altezza. Questo cubo dalle dimensioni colossali richiama alla mente la concezione che si aveva nel mondo antico della volta celeste; le dimensioni del cubo e la frequente ripetizione del numero dodici vogliono simboleggiare la massima perfezione. I 144 cubiti indicati per le mura, presumibilmente devono riferirsi al loro spessore (= 70 metri circa) e non alla loro altezza.

vv. 18–27. La descrizione della bellezza indicibile della città prosegue con la menzione del ricchissimo materiale usato per costruirla (Is 54,11; Tb 13,16-17). La città è d’oro puro e trasparente e le sue fondamenta sono adornate di sfavillanti pietre preziose (4,3), i cui nomi sono indicati in una successione molto simile a quelle delle analoghe liste dell’Antico Testamento (Es 28,17ss; 39,10ss; Ez 28,13).

Le porte della città sono formate da dodici perle meravigliose. La strada che attraversa la città celeste è anch’essa d’oro purissimo. Le materie preziose ricordate in questa lista non vanno interpretate separatamente, ma viste tutte insieme come un modo per descrivere la luminosa e risplendente bellezza della nuova Gerusalemme, colma della presenza di Dio. Lo sguardo di Giovanni si rivolge ora all’interno della città. Nel mondo antico il santuario era considerato il luogo nel quale era presente la divinità, e di conseguenza si immaginava anche l’esistenza di un tempio nel cielo (11,19; 14,15.17; 15,5ss); ma nel nuovo mondo non ci sarà più bisogno di un santuario, perché Dio e l’Agnello abiteranno in mezzo alla città. Non si adorerà più in un edificio a ciò consacrato, ma soltanto in spirito e verità (Gv 4,24). La luce eterna che emana dalla presenza di Dio illumina la nuova Gerusalemme. Perciò non c’è più la notte, e non occorre più la luce del sole e della luna; infatti solo Dio stesso e l’Agnello sono la luce (1Gv 1,5) che espelle definitivamente ogni oscurità (22,5). Ormai il giorno luminoso non ha più fine, perciò le porte della città non si chiudono, ma rimangono ininterrottamente aperte e permettono in ogni tempo un libero accesso. Accorrono dunque da ogni parte gli adoratori che camminano alla luce della nuova Gerusalemme. Su questo punto Giovanni si ricollega a certe promesse dell’Antico Testamento che in origine non si riferivano a una città celeste, ma alla futura gloria di Sion e della Gerusalemme della terra (Is 60). Quelle profezie si sono ora miracolosamente adempiute: accorrono alla città i popoli pagani, che però non sono più pagani perché ricevono il diritto di cittadinanza della città. I re portano regali e doni preziosi in segno di omaggio. Tutto ciò che è impuro è bandito dalla città: nelle sue mura abitano solo i cittadini del cielo, i cui nomi sono scritti nel libro della vita (3,5; 13,8; 17,8).

 

Credente.
00Tuesday, December 13, 2011 1:22 PM

LE ORIGINI E LA CONCLUSIONE

1 Mi mostrò poi un fiume d'acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. 2 In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall'altra del fiume si trova un albero di vita che dá dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni.
3 E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dell'Agnello
sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;
4 vedranno la sua faccia
e porteranno il suo nome sulla fronte.
5 Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà
e regneranno nei secoli dei secoli.

La terza visione propone le idee principali già ribadite dalle prime due. La simbologia richiama chiaramente il cap. 2 della Genesi: il paradiso terrestre. Le origini della storia umana e la conclusione si ricongiungono. Ma la visione di Giovanni si ricollega a Gen 2 passando attraverso la rielaborazione che ne ha fatto Ezechiele (cap. 47): dal tempio scaturisce la sorgente di acqua viva che cresce fino a trasformarsi in un fiume maestoso, tra due rive di alberi lussureggianti.

C’è un’idea di fondo molto chiara: l’acqua scaturisce dal tempio, cioè da Dio. È da Dio che viene la vita e il mondo nuovo, non da altri.

Abbiamo detto che l’inizio e la fine si congiungono, le prime pagine della Bibbia fluiscono nelle ultime. La Bibbia si apre con il racconto di un paradiso perduto: Adamo ed Eva hanno perso la comunione con Dio, l’amicizia tra di loro e l’armonia con la terra. Gli uomini di fede che hanno scritto quelle antichissime pagine hanno compreso che il mondo così come oggi lo troviamo è un mondo decaduto, è la conseguenza del peccato. Per darsi una spiegazione hanno guardato indietro, verso il passato. La nostra pagina invece, che non solo conclude l’Apocalisse, ma la Bibbia intera, rovescia la prospettiva: non la nostalgia verso il paradiso perduto, ma la speranza verso un mondo nuovo che sta nascendo. Lo sguardo è in avanti, non all’indietro. Il mondo, così com’è, è frutto del peccato (questo l’Apocalisse lo dice con molto vigore), ma è anche un mondo in cui la forza della presenza di Dio sta operando. È un mondo che soffre nel travaglio del parto, e le crisi che l’attraversano sono momenti di crescita, e non semplicemente castighi per le molte idolatrie commesse. Un mondo degno dell’uomo non è un sogno svanito, anche se è vero che il peccato sembra sciupare ogni cosa. La conclusione a cui ci porta l’Apocalisse è questa: il mondo nuovo, il mondo degno dell’uomo non è un sogno, ma è una certezza. Il mondo nuovo è una realtà sicura come è sicura la promessa di Dio.

Il paragone con le prime pagine della bibbia può essere ulteriormente approfondito. Là un movimento che andava dalla pace al travaglio (dal paradiso terrestre alla fatica del lavoro, alla morte, alle lotte fratricide, al diluvio, alla schiavitù dell’Egitto ... ), e dall’universale al particolare (dall’intera umanità al popolo di Abramo). Qui invece è tutto alla rovescia: dal travaglio della storia umana alla pace di Dio, dalle comunità cristiane (a cui sono rivolte le sette lettere e l’intero libro) all’umanità intera.

Ma L’Apocalisse non è solo una visione di consolazione, neppure nelle sue pagine conclusive. È anche un drastico avvertimento. Dal mondo nuovo di Dio ci possono essere anche degli esclusi, dei quali l’Apocalisse tenta di tracciare una descrizione, quasi un elenco: una descrizione che però deve essere compresa alla luce di tutto il discorso apocalittico per non essere fraintesa. Che ci possano essere degli esclusi è ribadito con forza due volte: 21,8.27. Come si vede da questi due passi, le mancanze che l’uomo commette sono molte, ma ciò che è più importante capire è che tutte sono indicative di una scorrettezza più profonda, che possiamo chiamare "menzogna" o anche "idolatria". È qui la radice di tutto. Più volte l’Apocalisse ci ha fatto capire che la menzogna non è semplicemente la mancanza di sincerità, come il dire bugie, ma è una falsità esistenziale, un modo scorretto di impostare l’intera vita e la società: cioè una vita impostata su falsi valori, su ideali che pretendono servire l’uomo e in realtà lo distruggono, pretendono appellarsi alla verità, ma in realtà sono a vantaggio di interessi di parte, possono perfino presentarsi in nome di Dio, ma in realtà non fanno che idolatrare l’uomo. Tutto questo è la menzogna e l’idolatria, cioè una filosofia e un’impostazione pagana dell’esistenza.

Non tutto conduce alla novità di Dio e alla Gerusalemme celeste. Soltanto la strada dei martiri, che sono coloro che rifiutano l’idolatria e impostano la vita sulla parola di Dio, vi conduce.

*****

vv. 1–5. Con la venuta della nuova Gerusalemme è tornato il paradiso anticamente perduto. Un fiume limpido come il cristallo sgorga dal trono di Dio e dell’Agnello (Gen 2,10-14; Ez 47; GI 4,18; Zc 14,8). Le sue acque donano la vita; ne deriva una crescita rigogliosa e un’abbondante benedizione. La fine dei tempi corrisponde ai tempi delle origini: l’albero della vita, che era al centro del paradiso terrestre (Gen 2,9; 3,22) verdeggia anche nel nuovo mondo di Dio (2,7; 22,14.19).

Siccome la visione si avvicina al testo di Ez 47,7.12, dove il profeta osserva le piante sulle due rive del fiume, forse l’albero della vita in questa pagina va inteso come un singolare collettivo: sulle due rive del fiume ci sono alberi della vita. Le loro radici attingono alle acque della vita del fiume e i rami fruttificano, con abbondanza paradisiaca, dodici volte all’anno. Le foglie danno guarigione ai popoli che accorrono (21,3), perché nel nuovo mondo di Dio non ci sarà più né malattia, né dolore, né morte (21,4). Secondo la promessa di Zc 14,11 nella città non vi sarà più nulla di maledetto, perché il peccato sarà stato definitivamente eliminato insieme al diavolo e alla morte. Il luogo della presenza divina nella nuova Gerusalemme non sarà più il tempio, ma il trono di Dio e dell’Agnello, e i suoi servi lo serviranno e avranno comunione con Dio e con Cristo. Sulla terra nessun uomo aveva potuto vedere Dio perché al cospetto della santità divina avrebbe dovuto morire (1,17). Ma adesso i servi di Dio, che portano il suo nome sulla fronte e sono quindi segnati come sua proprietà, possono vederlo com’è (Mt 5,8; 1Gv 3,2). Lo splendore di Dio li illumina in ogni tempo (21,23-25) ed essi parteciperanno al governo di Dio sull’universo (1,6; 5,10). Come la condanna che ha colpito i dannati rimane eternamente valida (20,10), così i beati regneranno con Dio e saranno con lui per tutta l’eternità.

 

 

CONCLUSIONE E AUTENTICAZIONE DEL LIBRO

6 Poi mi disse: «Queste parole sono certe e veraci. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi ciò che deve accadere tra breve. 7 Ecco, io verrò presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro».
8 Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell'angelo che me le aveva mostrate. 9 Ma egli mi disse: «Guardati dal farlo! Io sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. E' Dio che devi adorare».
10 Poi aggiunse: «Non mettere sotto sigillo le parole profetiche di questo libro, perché il tempo è vicino. 11 Il perverso continui pure a essere perverso, l'impuro continui ad essere impuro e il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora.
12 Ecco, io verrò presto e porterò con me il mio salario, per rendere a ciascuno secondo le sue opere. 13 Io sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il principio e la fine. 14 Beati coloro che lavano le loro vesti: avranno parte all'albero della vita e potranno entrare per le porte nella città. 15 Fuori i cani, i fattucchieri, gli immorali, gli omicidi, gli idolàtri e chiunque ama e pratica la menzogna!
16 Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino».
17 Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita.
18 Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; 19 e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell'albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.
20 Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. 21 La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!

Giunti alla fine della lettura di questo testo, è chiaro che l’Apocalisse è un libro dalle molte fisionomie. È una "rivelazione profetica", che svela alla comunità credente il senso profondo e nascosto delle cose che accadono. È una "lettera di ammonizione", che invita la chiesa a rimanere fedele alla propria tradizione, a stare salda di fronte alle difficoltà e a rifiutare energicamente le attrattive o le minacce del mondo. È un "vangelo", cioè la proclamazione di una notizia consolante e impegnativa, esattamente come il vangelo che Gesù ha annunciato nei villaggi della Galilea (Mc 1,5): "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino" (ecco la notizia consolante); "Convertitevi e credete al vangelo" (ecco l’avvertimento impegnativo).

Il messaggio dell’Apocalisse (ad es.: 14,6) è appunto un messaggio di consolazione rivolto a ogni uomo di buona volontà e un avvertimento. La notizia consolante è la certezza che la parola del Cristo è vittoriosa e che i martiri sono i veri protagonisti della storia; che tutte le idolatrie e i miti che l’uomo va costruendo e che sono la causa delle guerre, delle contraddizioni e delle aggressioni sono destinati a crollare; che il mondo rinnovato e purificato è già pronto, al sicuro nelle mani di Dio. L’avvertimento impegnativo è il pressante invito ad abbandonare la città idolatra, le sue illusioni, il suo lusso sfacciato, la sua prepotenza.

Infine l’Apocalisse è un "libro liturgico", da leggere di fronte a un’assemblea radunata per l’ascolto e la preghiera, e che in essi ringiovanisce la propria speranza e trova la luce per comprendere i fatti che accadono e il coraggio per assumerne le conseguenze.

Le molte fisionomie dell’Apocalisse si ritrovano, tutte riunite, nel brano conclusivo.

Sorprende, anzitutto, l’insistenza con cui ricorre l’espressione "questo libro" (vv. 7.9.10.18.19): l’Apocalisse è nata come libro da leggere e da ascoltare. Si noti poi la frequenza con cui si sottolinea che le sue parole sono "profetiche" (vv. 7.10.18.19): parole cioè che svelano il senso profondo delle cose, il punto di vista di Dio.

"Parole fedeli e veritiere" e, di conseguenza, parole, da custodire (vv. 7.9), cioè da conservare e da praticare, e insieme parole da comunicare e svelare, da far conoscere a tutti ("Non sigillare le parole della profezia di questo libro": v. 10); parole che non ci appartengono, alle quali nulla si può aggiungere e dalle quali nulla si può togliere (vv. 18-19). Sono parole di Dio, e le parole di Dio non si toccano: ecco la conclusione che le diverse affermazioni dell’epilogo intendono dire al lettore.

L’Apocalisse è un libro autorevole perché libro di Dio. L’angelo accompagnatore garantisce che si tratta di parole degne di fede (v. 6), Giovanni attesta di averle realmente viste e sentite (v. 8) e lo stesso Signore Gesù interviene con tutto il peso della sua autorità: "lo, Gesù, ho inviato il mio angelo per testimoniarvi queste cose che riguardano le chiese" (v. 16). Le chiese non riconoscono altra autorità all’infuori del loro Signore Gesù: non esistono rivelazioni autorevoli al di fuori della sua (Gv 1,18) e se le sue parole profetiche di questo libro sono autorevoli è unicamente perché vengono da lui, parole che non aggiungono niente alla sua morte e risurrezione, ma semplicemente la spiegano.

Accanto al motivo del carattere profetico e autorevole del libro c’è un secondo motivo: la venuta del Signore Gesù. L’intera rivelazione dell’Apocalisse ha lo scopo di mostrare "ciò che deve accadere tra breve" (v. 7). L’espressione è presente in tutte le grandi svolte del libro, lo apre e lo chiude (1,1; 1,19; 4,1; 22,6). È un’espressione, che non indica soltanto la vicinanza temporale dell’evento, ma la sua necessità, la sua certezza: è certo che queste cose accadranno. Il grande evento imminente è la venuta del Signore Gesù: "Ecco, vengo presto", una promessa ripetuta tre volte (vv. 7.12.20). Di fronte a una tale promessa la preghiera dello Spirito, della Sposa e di ogni cristiano non può essere che questa: "Vieni!" (vv. 17.20). Questa identificazione tra il "tempo vicino" e la "venuta di Gesù" ci riporta al vangelo di Marco, e lo ricordiamo per sottolineare ancora una volta quanto l’Apocalisse sia un messaggio tradizionale. Il tempo compiuto e il Regno vicino si identificano con la stessa presenza di Gesù, la sua parola autorevole, la sua opera liberatrice, la sua morte e risurrezione; l’Apocalisse si chiude con un dialogo liturgico. In esso intervengono l’angelo e Giovanni, Gesù e l’assemblea.

L’Apocalisse è una parola che viene da Dio, una parola che scende dall’alto, e si conclude con una risposta della comunità, una risposta che sale dal basso. Si conclude con una invocazione: "Vieni, Signore Gesù". E con un atto di fede: "Amen". L’assemblea, che ha ascoltato e compreso, non chiede questo o quello, ma semplicemente che il Signore venga. Non c’è cosa più importante di questa. E non chiede che Dio modifichi il suo disegno, ma semplicemente che realizzi quanto egli stesso promette: "Vengo presto", "Vieni, Signore Gesù".

L’Apocalisse e la Bibbia intera si chiudono con una parola di completa sottomissione: "Amen".

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vv. 6–7. Cristo, le cui parole hanno trovato espressione nel messaggio di Giovanni (1,1), interviene per primo e conferma che Giovanni ha riferito in modo fedele e veritiero il messaggio che gli era stato affidato (19,9; 21,5). Colui che parla nei profeti è lo Spirito di Dio (1Cor 14,32), il quale manda il suo angelo per mostrare loro le cose che devono accadere tra breve (1,1; 17,1; 21,9). Non v’è contraddizione tra queste parole e il v. 16, dove è detto che Gesù manda il suo angelo perché le comunità ricevano la testimonianza; infatti Cristo è al fianco di Dio, per cui ambedue agiscono e operano insieme.

Giovanni è uno dei profeti che Dio ha scelto come servo (10,7; 11,18). Il tema del libro, che era stato annunciato nel prologo, viene ripreso nel brano conclusivo: le cose che devono accadere tra breve tempo (1,1.19; 4,1). Giovanni le ha viste e le ha scritte. Ed è "beato chi conserva le parole della profezia di questo libro" (v. 7).

vv. 8–9. Parla poi Giovanni, che ha udito le parole e contemplato le visioni. Si descrive ancora una volta ciò che era stato detto in 19,10. Giovanni vuole prostrarsi e adorare l’angelo che gli ha trasmesso le visioni, ma questi glielo vieta. Gli angeli sono semplicemente servi di Dio, come i profeti, e l’adorazione spetta soltanto a Dio. Tutti i credenti che custodiscono le parole di questo libro rendono omaggio a Dio, insieme con gli angeli e i profeti.

vv. 10–16. Cristo riprende nuovamente la parola e ordina a Giovanni di non apporre i sigilli al suo libro profetico. Mentre le apocalissi giudaiche erano sigillate per essere aperte e lette negli ultimi tempi (Dan 8,26; 12,4.9), l’imminenza della fine esige che Giovanni non tenga nascosto il suo messaggio, ma lo comunichi immediatamente alle comunità (1,3). La fine è vicina; la grande separazione degli uomini sta già cominciando (Dan 12,10). Adesso diventa chiaro chi appartiene al numero dei giusti o dei malvagi. Perciò gli iniqui e gli empi non hanno che da continuare per la loro strada, mentre i giusti e i santi praticano la giustizia e si santificano. Il Signore glorioso promette con le parole di Is 40,10 la sua prossima venuta. Allora egli sederà in giudizio e retribuirà ciascuno secondo le sue opere (2,23). Egli apparirà in tutta la sua sublimità e potenza. I titoli di alfa e omega, principio e fine, attribuiti a Dio (1,8; 21,6), ora sono attribuiti al Cristo glorioso (1,17; 2,8). Il Padre e il Figlio sono un solo Dio. Gesù viene a presiedere il giudizio universale (2Cor 5,10; Mt 16,27; ecc.). Beati quelli che sono pronti per quel giorno. Sono coloro che hanno lavato le loro vesti. Questa immagine (7,14) ricorda ancora una volta che i credenti hanno ricevuto il perdono e la purezza mediante la partecipazione alla morte espiatrice di Cristo. Essi avranno diritto all’albero della vita (2,7; 22,2) e potranno gustare la delizia del paradiso ritrovato.

I non credenti sono esclusi dalla cena del Signore e saranno esclusi dalla salvezza futura (21,8.27). Il cane è considerato un animale impuro (Dt 23,19; Mt 7,6; 15,26; 2Pt 2,22), così coloro che si sono macchiati di misfatti (21,8) sono chiamati cani, parola usata in Oriente in senso ingiurioso. I malvagi devono rimanere fuori, mentre la comunità festeggerà nella nuova Gerusalemme le nozze dell’Agnello.

Due brevi frasi in prima persona concludono le parole di Gesù. Egli ha mandato il suo angelo affinché la testimonianza di Dio trascritta nel libro giunga alle comunità (1,3). Egli è il consacrato di Dio.

Vengono applicate a Cristo due promesse dell’Antico Testamento:

1 egli è il Davide della fine dei tempi (Is 11,1ss; Rm 1,3; 2Tm 2,8), non soltanto la "radice" (5,5), ma anche la stirpe di Davide, non solo il figlio di Davide, ma anche il signore di Davide (Mc 12,35ss). In lui che è il re di tutti i re (17,14; 19,16) si adempiono tutte le speranze che erano state riposte sull’atteso re messianico;

2 egli è la fulgente stella del mattino. Nell’antichità la stella del mattino era considerata simbolo di dominio (2,28). È probabile che in questo passo vi sia una reminiscenza delle parole di Balaam, secondo cui una stella sarebbe sorta da Giacobbe (Nm 24,17). Dicendo dunque che Cristo è la fulgida stella del mattino si ripete ancora una volta che egli è il Messia promesso, il re di tutti i re, che ha nelle sue mani il dominio di ogni cosa.

v. 17. La comunità desidera il prossimo ritorno di Cristo. Prendono ora la parola lo Spirito, che si esprime per mezzo dei profeti (2,7), e la comunità redenta, che è la sposa (19,7-8; 21,2.9). Lo Spirito e la Sposa fanno propria l’invocazione che Cristo venga, e tutti coloro che ascoltano tale preghiera vi si associano. Chiunque abbia sete è invitato a ricevere gratuitamente l’acqua della vita. La fonte che scorrerà nella futura era della salvezza (21,6) fluisce già adesso e dà acqua vivificante. Chiunque si avvicini con fede riceve fin d’ora il dono della vita, che Cristo elargisce.

vv. 18–19. Giovanni parla ora per l’ultima volta per farsi garante (1,2) della testimonianza consegnata nel libro. Egli aggiunge un severo ammonimento: che nessuno ne alteri il contenuto. Le sue parole riecheggiano la forma di Dt 4,2 che rivendica la validità incondizionata di uno scritto: "Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando, e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandamenti del Signore Dio vostro che io vi do". Ai trasgressori di questo divieto è comunicata la pena corrispondente secondo la legge del taglione. Chi vi aggiunge qualcosa, e così falsifica il contenuto del libro, attirerà su di sé i flagelli che vi sono descritti; chi invece ne toglierà qualche parte perderà il diritto di partecipare alla gloria futura.

Con queste parole Giovanni afferma molto esplicitamente che la sua opera contiene una testimonianza che è ispirata dallo Spirito di Dio, tanto quanto lo sono gli scritti dei profeti dell’Antico Testamento, il cui contenuto non dev’essere alterato.

vv. 20–21. La promessa che Cristo fa ai suoi è ripetuta ancora una volta nel versetto di chiusura. Il Signore conferma la promessa di venire presto. La comunità da parte sua lo accoglie dicendo: "Amen, vieni Signore Gesù!". L’invocazione aramaica: "Maranà tha" (= "Signore nostro, vieni!": 1Cor 16,22; Didaché 10,6) viene qui tradotta in greco.

Un augurio di grazia, simile a quello con cui terminano le lettere di Paolo, conclude il libro. Come all’inizio del libro l’autore aveva salutato la comunità augurandole grazia e pace (1,4-6), cosi alla fine esprime il voto che la grazia rimanga con tutti. Questa invocazione è fatta per tutti i cristiani. Infatti il libro, che sarà inviato alle sette comunità dell’Asia Minore, è destinato ad essere letto nell’assemblea comunitaria.

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