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FILOSOFI ED UOMINI DI CULTURA, CREDENTI

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12/3/2015 2:01 PM
 
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Il filosofo Nagel: il finalismo guida l’evoluzione




Mente e cosmoE’ uscito finalmente anche in Italia il libro di uno dei più importanti filosofi americani, Thomas Nagel, intitolato Mente e Cosmo (Cortina Editore 2015).


Già nel 2012 avevamo dato spazio (grazie al prof. Enzo Pennetta) al volume in occasione della sua pubblicazione in lingua inglese. L’obiettivo di Nagel, avevamo rilevato, è smontare il riduzionismo materialista, ovvero il caposaldo della filosofia neodarwinista (l’approccio ideologico al darwinismo, secondo un paradigma naturalista ed essenzialmente scientista). Il prof. Nagel, docente presso la New York University, sottolinea infatti nel libro che «una comprensione dell’Universo come fondamentalmente predisposto a generare la vita e la mente probabilmente richiede più distacchi dalle familiari forme di spiegazione naturalistica di quanto io adesso possa concepire».


Tra i vari motivi che dimostrano come fortemente carente la spiegazione neo-darwinista c’è la questione della coscienza, come ben descritta da Andrea Lavazza, studioso di scienze cognitive e associato al Centro universitario internazionale di Arezzo. Nagel istituisce un confronto tra esseri umani e pipistrelli. Questi ultimi sono coscienti come anche noi lo siamo, ma si può provare che effetto fa essere un pipistrello solo essendo un pipistrello. Possiamo avere una conoscenza del suo funzionamento cognitivo e neuronale, tuttavia, vi è qualcosa in più rispetto a questi processi. Quando il pipistrello ecolocalizza un insetto nel suo campo percettivo, deve avere una rappresentazione interna e un’esperienza con un certo carattere soggettivo, ed è proprio ciò che la ricerca scientifica non riesce a dirci.


L’argomento mira a provare che la coscienza è essenzialmente soggettiva, mentre gli stati fisici, compresi quelli cerebrali, sono privi di questo carattere. La riduzione degli stati coscienti a stati cerebrali li renderebbe stati senza soggettività. Ma ciò è assurdo, quindi non può esservi riduzione della coscienza al cervello, come invece sostiene il riduzionismo neo-darwinista. La mente non è una semplice appendice o un accidente dell’evoluzione, ma un aspetto fondamentale della natura non sia riducibile al mondo materiale. Inoltre, come possono trovare spazio nel materialismo aspetti quali la coscienza (fenomenica), l’intenzionalità, il significato, gli scopi (dell’esistenza), il pensiero e i valori?


Bisogna perciò richiamarsi alla metafisica descrittiva, che non si distanzia troppo dal senso comune. Nella linea che va da Aristotele a Reid fino a Peter Strawson, si muove dalla constatazione che vi sono corpi e persone, non quark o galassie, mentre la scienza riduzionistica, direbbe ancora oggi Reid, ci fa dubitare persino dell’esistenza di amici e parenti, dopo avere convinto molta ontologia che non esistono i tavoli, ma solo specifiche configurazioni di particelle. Lo snodo chiave (e più controverso) è proprio la presenza di una mente capace, in ciascuno di noi, di cogliere un ordine oggettivo: esistono valori che possiamo scoprire; esiste una razionalità che ci fa rifiutare le contraddizioni logiche; esiste una libertà di seguire la verità oggettiva superando le tendenze innate. E tutto questo non può essere spiegato dall’evoluzione darwiniana, che rimanda al relativismo.


Se della coscienza va dato conto in termini naturali, tale sviluppo doveva essere “scritto” nell’Universo prima della comparsa della vita. E la mente è una conseguenza dell’ordine che governa il mondo. Inevitabile a questo punto introdurre l’ipotesi di un finalismo naturale, per cui le cose nell’Universo sono determinate da una predisposizione cosmica alla formazione della vita, della coscienza e del valore, che è inseparabile da esse. Difficile da accettare, ammette lo stesso Nagel (non è credente), il quale però non vede altra spiegazione.


Il libro di Nagel ha scatenato, prevedibilmente, molte reazioni. In Italia, ad esempio, è stato recensito da Maurizio Ferraris, ordinario di filosofia presso l’Università di Torino, il quale ha però cercato -come ha notato giustamente il prof. Pennetta- di ricondurre il celebre filosofo americano nei confini dell’ortodossia neodarwiniana. Uno sforzo, quello di Ferraris, un po’ ingenuo dato che il sottotitolo del libro di Nagel è: “Perché la concezione materialista neo-darwiniana della natura è quasi certamente falsa”. E’ vero, invece, quando Ferraris nota che Nagel ha proposto anche alla scienza diampliare le sue visioni senza chiuderle in un cieco materialismo, riportando al centro del dibattito la teleologica: A causa B perché lo scopo di B era C.


Ma, alla fine, Ferraris cerca comunque di mettere in salvo le sue convinzioni: «dire che il fine dell’occhio è vedere ci aiuta a capirne il funzionamento proprio come dire che fare gol è l’obiettivo delle squadre di calcio ci permette di capire le partite. Ma questo non ci obbliga a sostenere che l’occhioè intrinsecamente creato per vedere più di quanto ci autorizzi a dire che il naso è stato creato per sorreggere gli occhiali. Può essere un caso evolutivo». Un ragionamento follemente irrazionale e antifattuale (confondendo causa reale con utilizzi secondari) pur di dare l’ultima parola sempre al “caso”, una casualità usata come tappabuchi per evitare la scomodità esistenziale del finalismo. «Disponendo di un tempo lungo come quello che ci separa dal Big Bang e di un materiale grande come l’universo», ha concluso il filosofo di “Repubblica”«si può arrivare a tutto».


Ecco riproposta la fede neo-darwinista. Esattamente l’opposto della tesi di Nagel, secondo cui la spiegazione più razionale dell’Universo e della vita umana non può essere “il caso”, ma il finalismo. Lo mostrò il biofisico francese Pierre Lecomte du Noüy dell’Istituto Pasteur di Parigi, quando stimò che la probabilità della formazione casuale di una proteina (di una sola proteina!) è pari a 1 su 10321, portandolo a concludere: «per studiare i fenomeni più affascinanti, quali la Vita e sopratutto l’Uomo, siamo costretti a chiamare in causa un’antichance: una sorta di giocatore sleale che viola sistematicamente le leggi dei grandi numeri» (P. Lecomte du Noüy, “L’uomo e il suo destino”, Bombiani 1949, p.31). Il celebre Stephen Jay Gould, sollevando il tema della contingenza nell’evoluzione, spiegò che anche considerando il tempo che ci separa dal Big Bang e le dimensioni dell’Universo, «la probabilità che, riavvolgendo il film della vita emerga qualcosa di simile all’intelligenza umana, è trascurabilmente piccola», tanto che l’uomo può essere considerato a tutti gli effetti come la «personificazione della contingenza» (S.J. Gould, “La vita meravigliosa”, Feltrinelli 1990, p.10). Non è vero, dunque, che “si può arrivare a tutto” perché, afferma uno dei principali fisici inglesi, Paul Davies«la tendenza generale dal semplice al complesso, dal microbo alla mente, sembra insita nelle leggi di natura in maniera fondamentale» (P. Davies, “Siamo soli?? Implicazioni filosofiche della scoperta della vita extraterrestre”, Laterza 1994, p.88).


Chi si ostina ad affidarsi alla spiegazione del “caso” fa di ad esso «un’abile, previdente e sottile potenza intelligente», secondo le parole ironiche del biologo P.P. Grassé (P.P. Grassé, “L’evoluzione del vivente”, Adelphi 1979). Dunque l’esatto opposto di un processo casuale, una contraddizione quindi. Ed invece oggi la posizione più razionale, cioè più aderente alla realtà dei fatti e comprensiva di tutte le spiegazioni proposte, è proprio quella descritta dal prof. Thomas Nagel nel libro che abbiamo presentato oggi: l’evoluzione naturale procede grazie ad una tendenza preordinataintrinseca alla natura stessa.



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