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LA BELLEZZA DEL CREATO : MANIFESTAZIONE di DIO

Ultimo Aggiornamento: 30/08/2013 11.24
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09/05/2010 22.24
 
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Lo dice il papa teologo: la prova di Dio è la bellezza

La bellezza dell'arte e della musica. Le meraviglie della santità. Lo splendore del creato. Così Benedetto XVI difende la verità del cristianesimo, in un botta e risposta con i preti di Bressanone

di Sandro Magister




ROMA, 11 agosto 2008 – Come ogni estate anche quest'anno Benedetto XVI ha incontrato i sacerdoti della regione nella quale si è recato in vacanza. Per un libero colloquio a domanda e risposta.

L'incontro è avvenuto la mattina di mercoledì 6 agosto nella cattedrale di Bressanone, ai piedi delle Alpi, a pochi chilometri dal confine con l'Austria. Il papa ha risposto a sei domande, parlando in parte in tedesco e in parte in italiano, le due lingue ufficiali della regione. L'incontro era a porte chiuse, senza la presenza di giornalisti. La trascrizione integrale del colloquio è stata diffusa due giorni dopo dalla sala stampa vaticana.

I temi proposti al papa sono stati i più vari. Talora anche scottanti. Un sacerdote ha chiesto se è giusto continuare ad amministrare i sacramenti anche a chi si mostra lontano dalla fede. E il papa, nel rispondergli, ha confessato che da giovane era "piuttosto severo", ma poi ha capito che "dobbiamo seguire piuttosto l’esempio del Signore, che era un Signore della misericordia, molto aperto con i peccatori".

Un altro ha chiesto se la scarsità di preti non impone di affrontare le questioni del celibato, dell'ordinazione di "viri probati", dell'ammissione delle donne ai ministeri. E il papa ha difeso con forza il celibato come segno del "mettersi a disposizione del Signore nella completezza del proprio essere e quindi totalmente a disposizione degli uomini".

Qui di seguito sono riprodotte due delle sei domande e risposte. La prima sul nesso tra ragione e bellezza, con suggestivi riferimenti all'arte, alla musica, alla liturgia. La seconda sulla tutela del creato.
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09/05/2010 22.26
 
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1. "Tutte le grandi opere d'arte sono una epifania di Dio"


D. – Santo Padre, mi chiamo Willibald Hopfgartner, sono francescano. Nel suo discorso di Ratisbona Lei ha sottolineato il legame sostanziale tra lo Spirito divino e la ragione umana. Dall’altro canto, Lei ha anche sempre sottolineato l’importanza dell’arte e della bellezza. Allora, accanto al dialogo concettuale su Dio, in teologia, non dovrebbe essere sempre di nuovo ribadita l’esperienza estetica della fede nell’ambito della Chiesa, per l’annuncio e la liturgia?


R. – Sì, penso che le due cose vadano insieme: la ragione, la precisione, l’onestà della riflessione sulla verità, e la bellezza. Una ragione che in qualche modo volesse spogliarsi della bellezza, sarebbe dimezzata, sarebbe una ragione accecata. Soltanto le due cose unite formano l’insieme, e proprio per la fede questa unione è importante. La fede deve continuamente affrontare le sfide del pensiero di questa epoca, affinché essa non sembri una sorta di leggenda irrazionale che noi manteniamo in vita, ma sia veramente una risposta alle grandi domande; affinché non sia solo abitudine ma verità, come ebbe a dire una volta Tertulliano.


San Pietro, nella sua prima lettera, aveva scritto quella frase che i teologi del medioevo avevano preso come legittimazione, quasi come incarico per il loro lavoro teologico: "Siate pronti in ogni momento a rendere conto del senso della speranza che è in voi" – apologia del "logos" della speranza, un trasformare cioè il "logos", la ragione della speranza, in apologia, in risposta agli uomini. Evidentemente, egli era convinto del fatto che la fede fosse "logos", che essa fosse una ragione, una luce che proviene dalla Ragione creatrice, e non un bel miscuglio, frutto del nostro pensiero. Ed ecco perché è universale, per questo può essere comunicata a tutti.


Ma proprio questo "Logos" creatore non è soltanto un "logos" tecnico. È più ampio, è un "logos" che è amore e quindi tale da esprimersi nella bellezza e nel bene. E, in realtà, per me l’arte e i santi sono la più grande apologia della nostra fede.


Gli argomenti portati dalla ragione sono assolutamente importanti ed irrinunciabili, ma poi da qualche parte rimane sempre il dissenso. Invece, se guardiamo i santi, questa grande scia luminosa con la quale Iddio ha attraversato la storia, vediamo che lì veramente c’è una forza del bene che resiste ai millenni, lì c’è veramente la luce dalla luce.


E nello stesso modo, se contempliamo le bellezze create dalla fede, ecco, sono semplicemente, direi, la prova vivente della fede. Se guardo questa bella cattedrale: è un annuncio vivente! Essa stessa ci parla, e partendo dalla bellezza della cattedrale riusciamo ad annunciare visivamente Dio, Cristo e tutti i suoi misteri: qui essi hanno preso forma e ci guardano. Tutte le grandi opere d’arte, le cattedrali – le cattedrali gotiche e le splendide chiese barocche – tutte sono un segno luminoso di Dio e quindi veramente una manifestazione, un’epifania di Dio.


Nel cristianesimo si tratta proprio di questa epifania: che Dio è diventato una velata Epifania, appare e risplende. Abbiamo appena ascoltato il suono dell’organo in tutto il suo splendore e io penso che la grande musica nata nella Chiesa sia un rendere udibile e percepibile la verità della nostra fede: dal Gregoriano alla musica delle cattedrali fino a Palestrina e alla sua epoca, fino a Bach e quindi a Mozart e Bruckner e così via... Ascoltando tutte queste opere – le Passioni di Bach, la sua Messa in si minore e le grandi composizioni spirituali della polifonia del XVI secolo, della scuola viennese, di tutta la musica, anche quella di compositori minori – improvvisamente sentiamo: è vero! Dove nascono cose del genere, c’è la Verità.


Senza un’intuizione che scopra il vero centro creativo del mondo, non può nascere tale bellezza. Per questo penso che dovremmo sempre fare in modo che le due cose siano insieme, portarle insieme. Quando, in questa nostra epoca, discutiamo della ragionevolezza della fede, discutiamo proprio del fatto che la ragione non finisce dove finiscono le scoperte sperimentali, essa non finisce nel positivismo; la teoria dell’evoluzione vede la verità, ma ne vede soltanto metà: non vede che dietro c’è lo Spirito della creazione. Noi stiamo lottando per l’allargamento della ragione e quindi per una ragione che, appunto, sia aperta anche al bello e non debba lasciarlo da parte come qualcosa di totalmente diverso e irragionevole.


L’arte cristiana è un’arte razionale – pensiamo all’arte del gotico o alla grande musica o anche, appunto, alla nostra arte barocca – ma è espressione artistica di una ragione molto più ampia, nella quale cuore e ragione si incontrano. Questo è il punto. Questo, penso, è in qualche modo la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione si incontrano, bellezza e verità si toccano. E quanto più noi stessi riusciamo a vivere nella bellezza della verità, tanto più la fede potrà tornare ad essere creativa anche nel nostro tempo e ad esprimersi in una forma artistica convincente.



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09/05/2010 22.27
 
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2. "La terra attende uomini che se ne prendano cura come opera del Creatore"


D. – Santo Padre, mi chiamo Karl Golser, sono professore di teologia morale a Bressanone e anche direttore dell’Istituto per la giustizia, la pace e la tutela della creazione. Mi piace ricordare il periodo in cui ho potuto lavorare con Lei alla congregazione per la dottrina della fede. [...] Cosa possiamo fare per portare maggiormente nella vita delle comunità cristiane il senso di responsabilità nei riguardi del creato? Come possiamo arrivare a vedere sempre più insieme la creazione e la redenzione?


R.– Anch'io penso che il legame inscindibile tra creazione e redenzione debba ricevere nuovo rilievo. Negli ultimi decenni la dottrina della creazione era quasi scomparsa in teologia, era quasi impercettibile. Ora ci accorgiamo dei danni che ne derivano. Il Redentore è il Creatore e se noi non annunciamo Dio in questa sua totale grandezza – di Creatore e di Redentore – togliamo valore anche alla redenzione. Infatti, se Dio non ha nulla da dire nella creazione, se viene relegato semplicemente in un ambito della storia, come può realmente comprendere tutta la nostra vita? Come potrà portare veramente la salvezza per l’uomo nella sua interezza e per il mondo nella sua totalità?


Ecco perché, per me, il rinnovamento della dottrina della creazione e una nuova comprensione dell’inscindibilità di creazione e redenzione rivestono una grandissima importanza. Dobbiamo riconoscere nuovamente: Lui è il "Creator Spiritus", la Ragione che è in principio e dalla quale tutto nasce e di cui la nostra ragione non è che una scintilla. Ed è Lui, il Creatore stesso, che è pure entrato nella storia e può entrare nella storia ed operare in essa proprio perché Egli è il Dio dell’insieme e non solo di una parte. Se riconosceremo questo, ne conseguirà ovviamente che la redenzione, l’essere cristiani, o semplicemente la fede cristiana significano sempre e comunque anche responsabilità nei riguardi della creazione.


Venti, trenta anni fa si accusavano i cristiani – non so se questa accusa sia ancora sostenuta – di essere i veri responsabili della distruzione della creazione, perché la parola contenuta nella Genesi – "Soggiogate la terra" – avrebbe portato a quella arroganza nei riguardi del creato di cui noi oggi sperimentiamo le conseguenze. Penso che dobbiamo nuovamente imparare a capire questa accusa in tutta la sua falsità: fino a quando la terra è stata considerata creazione di Dio, il compito di "soggiogarla" non è mai stato inteso come un ordine di renderla schiava, ma piuttosto come compito di essere custodi della creazione e di svilupparne i doni; di collaborare noi stessi in modo attivo all’opera di Dio, all’evoluzione che Egli ha posto nel mondo, così che i doni della creazione siano valorizzati e non calpestati e distrutti.


Se osserviamo quello che è nato intorno ai monasteri, come in quei luoghi siano nati e continuino a nascere piccoli paradisi, oasi della creazione, si rende evidente che tutto ciò non sono soltanto parole, ma dove la Parola del Creatore è stata compresa nella maniera corretta, dove c’è stata vita con il Creatore e Redentore, lì ci si è impegnati a salvare la creazione e non a distruggerla.


In questo contesto rientra anche il capitolo 8 della lettera ai Romani, dove si dice che la creazione soffre e geme per la sottomissione in cui si trova e che attende la rivelazione dei figli di Dio: si sentirà liberata quando verranno delle creature, degli uomini che sono figli di Dio e che la tratteranno a partire da Dio.


Io credo che sia proprio questo che noi oggi possiamo constatare come realtà: il creato geme – lo percepiamo, quasi lo sentiamo – e attende persone umane che lo guardino a partire da Dio. Il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra e lo consumiamo solo per noi stessi. E lo spreco della creazione inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi; inizia dove non esiste più alcuna dimensione della vita al di là della morte, dove in questa vita dobbiamo accaparrarci il tutto e possedere la vita nella massima intensità possibile, dove dobbiamo possedere tutto ciò che è possibile possedere.


Io credo, quindi, che istanze vere ed efficienti contro lo spreco e la distruzione del creato possono essere realizzate e sviluppate, comprese e vissute soltanto là, dove la creazione è considerata a partire da Dio; dove la vita è considerata a partire da Dio e ha dimensioni maggiori – nella responsabilità davanti a Dio – e un giorno ci sarà donata da Dio in pienezza e mai tolta: donando la vita, noi la riceviamo.


Così, credo, dobbiamo tentare con tutti i mezzi che abbiamo di presentare la fede in pubblico, specialmente là dove riguardo ad essa c’è già sensibilità. E penso che la sensazione che il mondo forse ci stia scivolando via – perché siamo noi stessi a cacciarlo via – e il sentirci oppressi dai problemi della creazione, proprio questo ci dia l’occasione adatta in cui la nostra fede può parlare pubblicamente e può farsi valere come istanza propositiva.


Infatti, non si tratta soltanto di trovare tecniche che prevengano i danni, anche se è importante trovare energie alternative ed altro. Tutto questo non sarà sufficiente se noi stessi non troveremo un nuovo stile di vita, una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro, perché è responsabilità davanti a Colui che è nostro Giudice e in quanto Giudice è Redentore ma, appunto è anche veramente nostro Giudice.


Penso quindi che sia necessario mettere in ogni caso insieme le due dimensioni – creazione e redenzione, vita terrena e vita eterna, responsabilità nei riguardi del creato e responsabilità nei riguardi degli altri e del futuro – e che sia nostro compito intervenire così in maniera chiara e decisa nell’opinione pubblica.


Per essere ascoltati dobbiamo contemporaneamente dimostrare con il nostro stesso esempio, con il nostro proprio stile di vita, che stiamo parlando di un messaggio in cui noi stessi crediamo e secondo il quale è possibile vivere. E vogliamo chiedere al Signore che aiuti noi tutti a vivere la fede, la responsabilità della fede in maniera tale che il nostro stile di vita diventi testimonianza e poi a parlare in maniera tale che le nostre parole portino in modo credibile la fede come orientamento in questo nostro tempo.

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10/05/2010 08.59
 
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DALLA BELLEZZA DELLA CREAZIONE
ALLA BELLEZZA DI DIO

Salmo 135,1-9

Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia.
Lodate il Dio degli dèi: perché eterna è la sua misericordia.
Lodate il Signore dei signori: perché eterna è la sua misericordia.
Egli solo ha compiuto meraviglie: perché eterna è la sua misericordia.
Ha creato i cieli con sapienza: perché eterna è la sua misericordia.
Ha stabilito la terra sulle acque: perché eterna è la sua misericordia.
Ha fatto i grandi luminari: perché eterna è la sua misericordia.
Il sole per regolare il giorno: perché eterna è la sua misericordia.

 

È stato chiamato «Il grande Hallel», ossia la lode solenne e grandiosa che il giudaismo intonava durante la liturgia pasquale. Parliamo del Salmo 135, del quale meditiamo la prima parte, secondo la divisione proposta dalla Liturgia dei Vespri (cfr vv. 1-9). Fermiamoci innanzitutto sul ritornello: «Eterna è la sua misericordia». Al centro della frase risuona la parola «misericordia» che, in realtà, è una traduzione legittima, ma limitata, del vocabolo originario ebraico hesed.

Questo, infatti, fa parte del linguaggio caratteristico usato dalla Bibbia per esprimere l’alleanza che intercorre tra il Signore e il suo popolo. Il termine cerca di definire gli atteggiamenti che si stabiliscono all’interno di questa relazione: la fedeltà, la lealtà, l’amore ed evidentemente la misericordia di Dio.

Abbiamo qui la raffigurazione sintetica del legame profondo e interpersonale instaurato dal Creatore con la sua creatura. All’interno di tale rapporto, Dio non appare nella Bibbia come un Signore impassibile e implacabile, né un essere oscuro e indecifrabile, simile al fato, contro la cui forza misteriosa è inutile lottare. Egli si manifesta invece come una persona che ama le sue creature, veglia su di esse, le segue nel cammino della storia e soffre per le infedeltà che spesso il popolo oppone al suo hesed, al suo amore misericordioso e paterno.

Il segno del creato

Il primo segno visibile di questa carità divina – dice il Salmista – è da cercare nel creato. Poi sarà di scena la storia. Lo sguardo, colmo di ammirazione e di stupore, si sofferma innanzitutto sulla creazione: i cieli, la terra, le acque, il sole, la luna e le stelle. Prima ancora di scoprire il Dio che si rivela nella storia di un popolo, c’è una rivelazione cosmica, aperta a tutti, offerta all’intera umanità dall’unico Creatore, «Dio degli dèi» e «Signore dei signori» (cf vv. 2-3).

Come aveva cantato il Salmo 18, «i cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia» (vv. 2-3). Esiste, dunque, un messaggio divino, segretamente inciso nel creato e segno del hesed, della fedeltà amorosa di Dio che dona alle sue creature l’essere e la vita, l’acqua e il cibo, la luce e il tempo.

Bisogna avere occhi limpidi per contemplare questo svelamento divino, ricordando il monito del Libro della Sapienza, che ci invita a «conoscere dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia l’Autore» (Sap 13,5; cf Rm 1,20). La lode orante sboccia allora dalla contemplazione delle «meraviglie» di Dio (cf Sal 135,4), dispiegate nel creato e si trasforma in gioioso inno di lode e di ringraziamento al Signore.

Cercare chi ha dato l’inizio

Dalle opere create si ascende, dunque, alla grandezza di Dio, alla sua amorosa misericordia. È ciò che ci insegnano i Padri della Chiesa, nella cui voce risuona la costante Tradizione cristiana.

Così, San Basilio Magno in una delle pagine iniziali della sua prima omelia sull’Esamerone, in cui commenta il racconto della creazione secondo il capitolo primo della Genesi, si sofferma a considerare l’azione sapiente di Dio, ed approda a riconoscere nella bontà divina il centro propulsore della creazione. Ecco alcune espressioni tratte dalla lunga riflessione del santo Vescovo di Cesarea di Cappadocia: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La mia parola si arrende sopraffatta dallo stupore di questo pensiero» (1.2.1: Sulla Genesi [Omelie sull’Esamerone], Milano 1990, pp. 9-11).

Infatti, anche se alcuni, «tratti in inganno dall’ateismo che portavano dentro di sé, immaginarono l’universo privo di guida e di ordine, come in balìa del caso», lo scrittore sacro invece «ci ha subito rischiarato la mente col nome di Dio all’inizio del racconto, dicendo: “In principio Dio creò”. E quale bellezza in questo ordine!» (1.2.4: ibidem, p. 11).

«Se dunque il mondo ha un principio ed è stato creato, cerca chi gli ha dato inizio e chi ne è il Creatore... Mosè ti ha prevenuto col suo insegnamento imprimendo nelle nostre anime quale sigillo e filatterio il santissimo nome di Dio, quando dice: “In principio Dio creò”. La natura beata, la bontà esente da invidia, colui che è oggetto d’amore da parte di tutti gli esseri ragionevoli, la bellezza più d’ogni altra desiderabile, il principio degli esseri, la sorgente della vita, la luce intellettiva, la sapienza inaccessibile, Egli insomma, “in principio creò il cielo e la terra”» (1.2.6-7: ibidem, p. 13).

Trovo che le parole di questo Padre del IV secolo siano di una attualità sorprendente quando dice «tratti in inganno dall’ateismo che portavano dentro di sé, immaginarono l’universo privo di guida e di ordine, come in balìa del caso». Quanti sono questi «alcuni» oggi? Essi, tratti in inganno dall’ateismo, ritengono e cercano di dimostrare che è scientifico pensare che tutto sia privo di guida e di ordine, come in balía del caso.

Il Signore con la Sacra Scrittura risveglia la ragione che dorme e ci dice: all’inizio è la Parola creatrice. All’inizio la Parola creatrice – questa Parola che ha creato tutto, che ha creato questo progetto intelligente, che è il cosmo – è anche amore.

Lasciamoci, quindi, risvegliare da questa Parola di Dio; preghiamo che essa rischiari anche la nostra mente, perché possiamo percepire il messaggio del creato, iscritto anche nel nostro cuore, che il principio di tutto è la Sapienza creatrice, e questa Sapienza è amore, e bontà: «La sua misericordia rimane in eterno».
                                                                       
Benedetto XVI
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10/05/2010 09.08
 
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Oggi l'approccio alla bellezza ha un carattere prevalentemente soggettivistico. Molti ritengono che, al posto dei difficili discorsi razionali elaborati da filosofi e teologi, occorra far leva, come via regale per andare a Dio, sulla via pulchritudinis, sulla via della bellezza. Se vogliamo parlare ai giovani dobbiamo abbandonare, si dice, la presentazione oggettiva e razionale della verità cristiana, e far breccia sulla loro affettività, prendendo in considerazione quegli aspetti che, come la bellezza, possano parlare alla loro soggettività.
Non credo che si possa andare a Dio per questa strada. L'attuale soggettivizzazione del religioso, o il prendere dalle religioni solo ciò che possa soddisfare e gratificare il mio personale bisogno di senso non porta tanto a Dio quanto a se stessi. Dio diventa un momento della mia soggettività. La scoperta della dimensione religiosa spesso si presenta come tormento, come ricerca faticosa esistenziale e anche intellettuale. Non è solo gratificazione immediata.
La bellezza, più che un cammino verso Dio, diventa un sostituto (debole) di Dio nell'epoca della eclisse e del silenzio di Dio, come alcuni anni fa era un sostituto (forte) di Dio la militanza, l'impegno politico, l'utopia totalizzante.
In un mondo del disincanto, l'unico incanto possibile sembra essere quello delle cose belle di cui possiamo sempre più abbondantemente circondare la nostra vita.

la bellezza come strada regale per andare a Dio

Nel "Simposio" di Platone c'è un testo molto noto che riporta un discorso riguardante cosa è l'amore, o meglio l'eros, il desiderio. E' un testo che esprime una concezione che, battezzata, è servita da base sino a Lutero per tutta la spiritualità cristiana.
Dio è visto come bellezza, come bellezza sussistente, e l'uomo è eros, desiderio di questa bellezza. E' un desiderio che inizialmente si ignora e viene attivato da ciò che vede attorno a sé (nel Simposio sono i corpi dei giovinetti). Da questo punto di partenza il desiderio viene mosso da oggetti sempre più ricchi di bellezza (dal corpo singolo, alla universalità dei corpi, dall'anima, alle leggi...). La ragion d'essere dell'eros o desiderio, che noi siamo, è d'essere fatto per il punto finale, per il divino come bellezza. Dio, in quanto bellezza, è il punto terminale, il fine di ciò che noi siamo.
Aristotile allargherà questa visione dal soggetto umano a tutto il cosmo. Dio, motore immobile, attira tutto a sé.

eros platonico e Dio creatore

Ma il Dio biblico non è il terminale di un cammino da parte del desiderio umano, il Dio biblico è il protagonista del rapporto con l'uomo. Dio nella bibbia non è l'amato che affascina e attira, ma è l'amante. E' lui che assume in libertà l'iniziativa, è lui che ha creato e eletto un popolo.
I teologi cristiani, fino a Lutero, hanno assunto la visione platonica, introducendo in essa la visione del Dio creatore, del Dio che liberamente ha deciso di creare e che crea tutte le cose belle. Nell'idea del Dio creatore viene incorporata la filosofia platonica del rapporto tra l'uomo come desiderio e Dio come fine e compimento del desiderio.
Ma questa idea di creazione inserita nella visione platonica è estrinseca al movimento del cammino verso Dio. Il fatto che le cose belle siano anche create non modifica a fondo la visione: ciò che muove il mio cuore è la bellezza delle cose, non il fatto che siano create. La logica resta ancora quella platonica.

un desiderio infinito

Si è sostenuto allora che l'essere belle delle cose coincide con il loro essere create da Dio. E' la concezione della creazione come partecipazione: tutte le cose partecipano dell'essere e della bellezza di Dio. In ogni cosa che conosciamo implicitamente conosciamo Dio e in ogni cosa che amiamo implicitamente amiamo Dio (Tommaso d'Aquino). E poiché il mio cuore è fatto per l'infinito, non può fermarsi alla bellezza delle cose. Il desiderio è di natura sua infinito.
Se però osserviamo i nostri desideri (analisi fenomenologica), nulla ci dice che il nostro desiderio sia desiderio di infinito. Il nostro desiderio non è mai contento, che è tutt'altra cosa dall'affermare che è desiderio di infinito.
La caratteristica del desiderio è quella di tenersi vivo in forza dell'assenza dell'oggetto. Raggiunto l'oggetto il desiderio appassisce, si logora e si desiderano altri oggetti. E' la logica del desiderio di volere sempre di più, ma non un sempre "oltre", verso oggetti sempre più ricchi di bellezza.

un Dio in cerca dell'uomo

La rivelazione biblica indica un asse discendente: non l'uomo in cerca di Dio, ma Dio in cerca dell'uomo. Soprattutto il Nuovo Testamento per parlare dell'amore si usa il termine agape, che non deve essere confuso con eros. Eros e agape sono termini non inconciliabili, ma irriducibili, nel senso che la radice o è l'eros o è l'agape, e sulla radice dell'uno può poi innestarsi l'altro. Nella visione biblica la radice di tutto è l'agape, l'amore con cui Dio ha assunto l'iniziativa libera, la decisione di creare il mondo e di creare l'uomo e di stringere con questo un'alleanza.
L'agape non è sulla corda del desiderio. Dio ha creato l'uomo, non perché desiderasse avere un amico fedele (avrebbe creato ben altro!), ma per amore gratuito, senza nessun altra ragione che l'amore stesso, perché l'uomo fosse felice.
Il destinatario dell'agape non è Dio, ma l'uomo. E l'uomo ha il compito di aprirsi all'agape, di accoglierlo (è la fede). Dio ci chiede di lasciarci amare, più che di amarlo. O meglio ci chiede anche l'amore, ma per gli altri, nella logica dell'agape.

per un'estetica biblica

La creazione è certamente sette volte buona e bella. Ma le cose sono belle e buone innanzitutto in se stesse, non in quanto suscitano e colmano i nostri desideri, anzi proprio perché sono buone e belle in se stesse, suscitano e colmano i nostri desideri.
dietro la bellezza delle cose c'è la bellezza dell'amore
Le cose create sono belle e buone perché non tradiscono, perché dentro e dietro loro c'è l'amore di Dio che le dona. Le cose sono segni, concrezioni dell'amore di Dio.
Come non c'è un legame necessario tra il valore intrinseco di un oggetto-dono che ricevo e il valore dell'amore della persona che me lo ha donato, allo stesso modo l'oggetto creato non è partecipazione alla bellezza di Dio, ma segno del suo amore.
Nel mondo del disincanto posso benissimo esaurire la mia esperienza nella fruizione dell'oggetto bello (può essere la musica, la poesia, l'amicizia, un tramonto...). Ma da questa dimensione non passo necessariamente ad un'altra dimensione. Se passo ad un'altra dimensione, alla dimensione religiosa o di fede, è perché scopro che in quella poesia, in quell'amicizia, in quel tramonto, in tutto ciò che vivo c'è un amore che conferisce senso.
Nel salmo 136 si loda Dio per tutti i suoi interventi: dalla creazione alla liberazione di Israele. Ma il salmo si dilata a cantare il gesto della sollecitudine universale di Dio, che "dà il pane ad ogni uomo". Il pane della tavola, dato e condiviso, è il punto di arrivo nella quotidianità, di tutta la bontà e bellezza della creazione e della liberazione. In questo salmo si contempla la bellezza che sta dietro-dentro le cose.
"Svegliati mio cuore, sveglierò l'aurora" si dice nei salmi 57 e 108. Come è possibile svegliare l'aurora, se è l'aurora che ci sveglia? Il rapporto biblico col mondo non parte dal mondo ma parte da Dio. E' la parola di Dio che sveglia e costituisce il nostro cuore, il nostro centro decisionale, ed è il nostro cuore, svegliato dalla parola di Dio, che sveglia e fa cantare il mondo.

importanza della lode

Facciamo cantare il mondo a partire da ciò che ci canta nel nostro cuore. Se ci canta la parola di Dio, allora scaturisce la lode. Non lode della bellezza di Dio in sé e per sé, ma lode per la bellezza di Dio manifestatasi nella sua creazione e nella sua alleanza con gli umani.
La lode è la fede che canta. (Oltre alla fede che canta c'è anche la fede paziente e fiduciosa dei momenti di tormento e di deserto).

un eros rigenerato

L'accogliere l'amore di Dio e la bellezza dell'amore di Dio non espelle l'eros, ma lo reintegra e gli dà una nuova base. Il desiderio non è cancellato dalla fede o dall'amore di solidarietà verso gli altri, ma viene rifondato, rinverdito, rigenerato. La fede che loda ha la capacità di tener viva l'effervescenza dell'eros, di ritrovare ogni mattina la bellezza delle Alpi, di svegliare l'aurora, di ritornare ogni giorno al dono della luce, di mettersi nel mattino della creazione e di vedere le cose con quello sguardo con cui Dio vide che erano sette volte buone e belle. In questo modo il desiderio non si logora mai.

la bellezza dell'uomo e il dono della legge

Anche noi umani siamo creati e siamo creati ad immagine di Dio, in quanto Dio ha fatto alleanza con l'uomo, e, con il dono della legge, lo ha chiamato a essere suo partner, a stare di fronte a lui, a vivere l'alleanza.
La bellezza propriamente umana sta nell'essere chiamati ad essere immagine di Dio, nell'accogliere il dono della legge, o nel vivere l'esperienza etico-religiosa (viene da Dio e chiama ad una libera e responsabile obbedienza).
La bellezza propria degli umani è di coloro che vivono in conformità alla volontà dei Dio.
È la bellezza dei gesti santi: è la bellezza di don Puglisi che sorride a chi lo sta uccidendo, è la bellezza dei gesti di Gino Strada, il chirurgo che ha messo a disposizione il suo bisturi e le sue competenze a favore di chi è ferito e colpito dalla sciagura della guerra.
È la bellezza dell'uomo giusto.

la bellezza del crocifisso

La bellezza di Gesù è la bellezza del crocifisso. Non è la bellezza che affascina e che attira le folle. Il fascino di Gesù non ha portato molto lontano. Nel momento critico della passione scappano via tutti. Gesù rifiuta il "come è bello stare qui" del momento della Trasfigurazione, per rinviare alla passione e alla morte.
La bellezza del crocifisso è dello stesso tipo della bellezza di don Puglisi che sorride all'uccisore.
Dalla fonte della croce di Gesù sono poi sgorgati altri frutti.
E' il significato anche del film di Benigni "La vita è bella": dalla morte viene la risurrezione, dal finto gioco e dal martirio del padre riprende la vita del bambino.

il pane e le rose

Si risponde al dono della creazione, non trattenendola, ma facendola circolare. Tutto quanto abbiamo ricevuto è una specie di debito che dobbiamo pagare non direttamente a Dio, ma a Dio colmando il bisogno dei nostri fratelli: è la bellezza dell'amore gratuito in quanto amore dovuto.
La bellezza dell'amore nella quotidianità diventa la bellezza della fraternità, della solidarietà.
La bellezza biblica delle cose è farle arrivare ad essere quello che sono: segni concreti dell'amore di Dio e della nostra risposta all'amore di Dio nella solidarietà e condivisione.
Non sono la stessa cosa avere e custodire i granai pieni o condividere con tutti il pane sulla tavola: imboscare il grano è negare la sua bellezza ultima, la quale è affermata, invece, nel farlo arrivare lì dove serve, facendolo giungere al suo compimento.
In questo senso non è la bellezza che salva il mondo, ma è il mondo salvato dall'amore che è bellezza.

15/05/2010 11.51
 
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          La santa Rivelazione, sotto l’illuminazione divina, illumina così bene la natura visibile come Creazione da parte della Trinità sovrannaturale che anche la ragione naturale dell’uomo, nella sua ingratitudine, può accedere alla convinzione dell’esistenza di Dio.
        Tutta la Creazione edificata da Dio è come un cartello segnaletico che rinvia incessantemente al Dio-Creatore: I cieli narrano la gloria di Dio, e le opere delle sue mani annunzia il firmamento (Sm 18, 1). Il Dio invisibile s’è reso visibile nella natura; il Dio inconoscibile s’è reso conoscibile attraverso la natura; quelle persone non hanno nessuna scusa che non trovano abbastanza ragioni nella natura visibile per credere nell’esistenza del Dio invisibile. Ciò che si può conoscere di Dio è evidente per loro: Dio gliel’ha manifestato, poiché ciò che di Lui è invisibile – la sua potenza infinita e la sua divinità – può essere visto benissimo, dalla Creazione del mondo perché possa essere percepito dalle sue creature – che sono ingiustificabili (Rm 1, 19-20). Stupito dinanzi alla grandezza e alla bellezza del mondo creato da Dio, il ben amato della saggezza di Dio esclama: Dalla grandezza invero e dalla bellezza delle creature si può conoscere, per analogia, il loro Creatore (Sap 13, 5). Non soltanto l’esistenza della natura visibile ma anche l’esistenza della vita, del movimento e dell’essere degli uomini mostra con il loro mistero che hanno in Dio la fonte di questa vita, di questo movimento e del loro essere stesso: Perché in lui abbiamo la vita, il movimento e l’essere (Atti 17, 28).

           Vivendo in questo mondo pieno dei misteri e delle forze di Dio, l’uomo non saprebbe avere pretesti per ignorare Dio. È per questo che san Giovanni Crisostomo vedeva nella Creazione la “maestra della conoscenza di Dio”. Dio è così evidente nelle sue opere, che circondano l’uomo da tutti i lati, che soltanto un insensato, solo un uomo che ha perso lo spirito, solo un uomo dal cuore impuro, può negare Dio: Lo stolto dice in cuor suo: “Iddio non c’è!” (Sm 13, 1). È per questo che sant’Atanasio il Grande può a buon diritto sostenere che “negare Dio, che ci ha fatti e che ci ha creati, è proprio di quelli che non hanno lo spirito”.
27/08/2010 19.22
 
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Alimento di vita da assimilare con la mente e il cuore,
che a sua volta produrrà frutti di riconoscenza e amore.
di Rosaria Schimmenti

Amare la vita e tutto ciò che è bello.
Arricchire i nostri occhi, alimentare la nostra mente con i doni del creato,
che rivelano amore e generosità.
Amare i fiori con la varietà dei colori e i suoi profumi soavi.
Amare il mare con le sue onde spumeggiante,
che ci alimenta dell’ossigeno e dello iodio in ogni istante.
Amare il cielo azzurro e limpido che rispecchia la purezza del creatore e,
il sole che ci dona luce, vita e calore, arricchendoci di bellezza e di splendore.
Amare i prati verdi, i ruscelli, i fiumi , i laghi, le montagne e le colline,
che sembrano dirci: noi viviamo ed esistiamo per rendervi felici.
Amare la varietà delle creature volatili del cielo e tutti gli animali dei campi,
che con la loro bellezza,
e i cuccioli giocherelloni ci rallegrano, trasmettendoci gioia e tenerezza.

E cosa dire ancora di altri doni e talenti che Dio ha dato all’uomo?
Della buona musica, l’arte, la varietà delle razze, i costumi, e il dono di procreare?
Le coppie di fidanzati che si amano, si sposano e formano famiglie?
La bellezza dei bambini con i loro sorrisi dolci e genuini che sensibilizzano i nostri cuori?
Questi e altri buoni doni Dio ci ha arricchiti come alimento di vita,
per incamminarci nel suo sentiero e poter ottenere anche noi un esistenza infinita.
La personalità e il carattere del Creatore è evidente.
Egli è luce, gioia, bellezza, generosità e amore, per questo è vitale è immortale.
A noi sue creature ci ha anche donato un anima, il Signore,
ci ha donato un cuore.

Ci ha donato dei sentimenti,
per esprimere la pace e il suo divino amore.
Assimilare la sua personalità è necessario,
per sconfiggere sofferenza e mortalità,
infatti è il primo comandamento che Gesù Cristo ci ha dato,
il secondo comandamento e simile:
ama il prossimo tuo come te stesso.
Apriamo la finestra del nostro cuore
e lasciamo entrare il sole della bellezza,
della gioia e dell’amore del nostro divin Signore.
30/08/2013 11.24
 
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Da fisico, un inno alla Bellezza

bellezza 
di Giorgio Masiero*
*fisico

 

Ho dedicato alcuni articoli ad argomentare l’esistenza di Dio dagli indizi che ci fornisce la scienza moderna: dall’impossibilità d’un infinito tempo passato, mostrata per via logico-matematica dal veto di Hilbert e per via cosmologica dal teorema di Borde, Guth e Vilenkin (BGV), alla non chiusura dell’Universo rivelata dal fine tuning antropico delle costanti fisiche.

In particolare, il teorema BGV, le cui assunzioni sono valide per il nostro Universo e per tutti i modelli inflazionari di multiverso (ammesso che una tal creatura esista), aggiorna una conseguenza del secondo Principio della termodinamica, cui già era pervenuto nel XIX secolo Ludwig Boltzmannse l’Universo è eterno nel passato, com’è che non si trova già in uno stato di morte termica ed invece contiene ancora energia utile alle sue trasformazioni attuali?

Naturalmente non intendo con ciò asserire che la scienza dimostra l’esistenza di Dio: nella mia concezione epistemologica, la scienza sperimentale non è in grado di dimostrare con sicurezza nulla che riguardi anche il solo mondo naturale; immaginarsi il soprannaturale! Intendo solo che l’esistenza di Dio non è in contrasto con la scienza e che, semmai, è l’ateismo scientista in autocontraddizione: come si può infatti credere nel secondo Principio della termodinamica (la “legge più importante di tutta la scienza”, Albert Einstein) e allo stesso tempo che “l’Universo è lì da sempre e questo è tutto” (Bertrand Russell)?

Non solo il “vero” però, dimostra la ragionevolezza di credere in Dio: tutti i trascendentali medievali dell’essere possono costituire una strada per arrivare all’Assoluto. Così, si potrebbe argomentare l’esistenza di Dio con la legge morale inscritta nella coscienza di ogni uomo. C’è poi chi trova Dio attraverso il cammino congiunto del dolore e della bontà: in che altro modo potremmo imparare ad essere umani, se non per merito delle sofferenze del prossimo? Ci sono anche alcuni privilegiati, mistici e veggenti, che già in questo mondo arrivano a contemplare il divino. A me, più modestamente, può capitare di ammirarNe l’ombra nella bellezza, specificatamente nell’arte, quando forti ed inattese emozioni si susseguono repentine e l’anima si abbandona prigioniera all’estasi donata dalla sindrome di Stendhal.

Quel giorno avevo passato il tempo a visitare un’incredibile mostra dedicata a Pietro Bembo, un cosmopolita rinascimentale della mia terra che ebbe la sorte di vivere d’arte e di poesia. Per tutta la vita, la sua passione fu la bellezza assoluta e senza tempo, cercata meticolosamente nelle vestigia dell’antichità classica per farla rinascere alla sua epoca nelle città, nelle case e negli ambienti sociali che abitò. Egli inventò il collezionismo moderno, l’archeologia e la restaurazione conservativa e al suo canone estetico s’ispirò per la forgiatura della nuova lingua italiana, così come nei sonetti amorosi o nella musica. Quella mostra mi avvinse perché non era la solita successione di sale, con opere d’arte e preziosi cimeli appesi alle pareti o custoditi in teche, ma riproduceva gli spazi reali della vita quotidiana d’un mecenate: qui, ogni ambiente – dalla sala da pranzo alla camera da letto allo studio al teatro alla biblioteca, ecc. – era adornato dei capolavori e dei manufatti della sua ricchissima collezione. Quel giorno, lasciati i sensi pesanti dell’uomo moderno, vissi sospeso nel Rinascimento, tra Bellini e Giorgione, Tiziano e Raffaello. Stetti alla mensa egizia di bronzo dorato intarsiata di geroglifici e cartigli con Aldo Manuzio, sussurrai poesie d’amore a Lucrezia Borgia ed ascoltai la viola da gamba in compagnia di Elisabetta Gonzaga, e poi studiai antichi codici miniati sotto lo sguardo attento dell’imperatoreAdriano e quello annoiato di Antinoo… Venne sera, e ancora intontito uscii da quell’empireo per andare a teatro, ad uno spettacolo che mia moglie aveva da tempo prenotato.

Qui caddi in un’altra, magica dimensione dell’arte. Se nessuna danza popolare raggiunge lo stesso livello di comunicazione tra i corpi (emozione, energia, respirazione, abbraccio, palpitazione), con Miguel Angel Zotto e Daiana Guspero il tango raggiunge la perfezione. Giustamente l’Onu l’ha dichiarato patrimonio dell’umanità: non c’è nulla come il tango argentino che metta insieme bellezza del corpo, passione dell’anima, danza, musica e anche arti figurative. Per due ore fui rapito dal prodigio di grazia degli enti vibranti, roteanti, palpitanti, risuonanti e luccicanti sulla scena. Come aveva ragione Gottfried von Leibniz – riflettevo, immerso nella contemplazione – a ritenere che la musica ci svela la struttura matematica contenuta nella bellezza e nella verità dell’essere! Fu in una lettera del 1712 a Christian Goldbach (quello della congettura matematica ancora irrisolta) che Leibniz diede la sua celebre definizione della musica come aritmetica inconscia: “musica est exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerare animi”, la musica è un esercizio occulto di aritmetica, nel quale l’anima calcola senza rendersene conto.

Il legame tra musica e matematica non era visto da Leibniz in senso mistico, come nella visione ingenua diPitagora, ma razionalmente secondo la concezione cristiana, donde non a caso nacque la notazione diasistematica su righe parallele da cui sarebbe esplosa la polifonia della musica occidentale moderna. La struttura numerica sottostante la musica, che nella mente del compositore è analizzata e costruita, nella mente dell’ascoltatore è intuita come molteplicità organizzata. Il bello musicale coincide con l’osservabilità del molteplice, un atto di sintesi che coglie la quintuplicità aritmetica dei suoni – nelle frequenze, nelle ampiezze, nelle durate, nei timbri (che consistono nella successione delle ampiezze delle armoniche) e nei ritmi –. Il piacere musicale sta nel sentire l’armonia, che è il principio unificatore della varietà. Un’armonia che è tanto maggiore perciò, quanto maggiore è la varietà delle componenti che essa organizza, dissonanze comprese destinate a risolversi nella consonanza finale.

Allo stesso modo, ogni contrasto interno all’armonia del mondo (prodotto dal male, o da ciò che ci appare tale) venne ricondotto dalla teodicea di Leibniz ad un’apparenza, originatasi da una percezione della realtà non abbastanza comprensiva di quel principio armonico che governa il mondo. La varietà è condizione fondamentale dell’armonia, tanto sul piano estetico (del bello) quanto su quello metafisico (dell’essere), e gli elementi apparentemente dissonanti contribuiscono al suo arricchimento, disvelato dalla matematica soggiacente la Natura (il vero). L’arte del compositore che combina le note è una mimesi dell’attività combinatoria che il Creatore esercita su una varietà a priori infinita di essenze, portandone alcune dal non essere all’essere nell’accordo reciproco. L’arte musicale umana e l’arte combinatoria divina esprimono ancora una volta la somiglianza del logos umano creato al Logos divino creatore.

I trascendentali appartengono all’essere in quanto essere, e quindi appartengono sia alle creature che al Creatore: sono tracce di Dio nelle cose, così che in ogni trascendentale contemplato in un ente – fosse un’ape, un raggio di luce, o un suono – noi possiamo vedere un’immagine di Dio. Una copia limitata e offuscata rispetto all’Originale, ma comunque pregna di senso. Ma come sarà ammirare la Bellezza che ha creato tutte le bellezze? “Tardi Ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi Ti ho amato. Sì, perché Tu eri dentro di me ed io fuori: lì Ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle Tue creature. Eri con me, ma io non ero con Te. Mi tenevano lontano da Te le Tue creature, inesistenti se non esistessero in Te. Mi chiamasti, e il Tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il Tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la Tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di Te; Ti gustai ed ora ho fame e sete di Te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della Tua pace” (Sant’AgostinoLe Confessioni).

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