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I FONDAMENTI DEL CRISTIANESIMO

Ultimo Aggiornamento: 18/10/2018 14.41
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19/04/2010 23.18
 
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Il Cristianesimo è una religione che pretende di essere rivelata, cioè pretende di essere la risposta definitiva del Dio Jhwh al problema del senso della vita.
Tale pretesa non è campata in aria ma poggia su elementi di fondata credibilità

     Rivelatore è Gesù di Nazareth, che 
ha detto di essere il portavoce e Figlio di Dio ed ha garantito di esserlo insegnando, operando, risorgendo.
Qui presenteremo i fondamenti del Cristianesimo, partendo da quanto insegna la Chiesa oggi.

     Essa per dire quali sono questi fondamenti, parte dai suoi documenti ufficiali detti Nuovo Testamento.
[Modificato da Coordinatrice 28/08/2010 09.14]
19/04/2010 23.19
 
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Introduzione

Il Cristianesimo pretende di essere...

Molti parlano di Cristianesimo, ma assai pochi ne conoscono con chiarezza i fondamenti.

Il Cristianesimo non si fonda

- sull'esistenza di Dio, anche se ammette un Dio;

- sui dieci comandamenti, anche se ha delle leggi;

- sull'amore e sulle sue conseguenze, anche se l'amore è il distintivo del cristiano;

- sull'eguaglianza degli uomini, anche se la insegna.

E l'elenco potrebbe continuare assai.

Se qualcuno è scandalizzato da queste affermazioni, forse ha bisogno di leggere questo libro, perché non ha le idee chiare sui fondamenti del Cristianesimo.

Per introdurlo alla lettura diciamo che il Cristianesimo pretende di essere una religione rivelata.

Il concetto di religione

Se si fa una ricerca sui dizionari italiani del significato della parola «religione», si scopre che essi danno definizioni diverse, a volte anche contraddittorie, indice della confusione di idee che regna al riguardo nella lingua italiana.

La definizione di religione che qui proponiamo si rifà agli studi attuali sull’argomento, in particolare alle riflessioni del teologo protestante D. Bonhoeffer. Essa ha il pregio di essere chiara.
Non pretendiamo che sia accolta universalmente, tuttavia noi useremo la parola «religione» nel senso che ora stiamo per stabilire.
Appena l’uomo prende coscienza di esistere ed inizia a ragionare, si accorge di non essere padrone del suo destino, ma di camminare verso la morte.Si pone allora queste o simili domande:

- Chi sono io?

- Di dove vengo?

- Dove vado?

- Che senso ha la mia vita?


Definiamo religione:
adesione a qualche "valore", ritenuto assoluto, che dà senso alla vita.

>

Però due strade si aprono all’uomo per rispondere a questi interrogativi cui non può sottrarsi:

1. L’uomo cerca di risolvere mediante la ragione umana le questioni che la sua esistenza gli pone, formulando ipotesi, esprimendo opinioni e giungendo, se può, a trovare "valori" che lo convincano e a cui ancorare la propria vita.

Nascono così le varie religioni naturali.

2. L’uomo accetta di fidarsi di qualche maestro ritenuto sufficientemente esperto per risolvere il suo problema del senso della vita.

Lungo il corso dei secoli però alcuni di questi maestri si sono presentati nientemeno che come «portavoce» di un Dio, dando al problema del senso della vita una soluzione che pretendono venga dal Dio.

In questo caso si parla di religioni rivelate dal Dio.

Tale soluzione pretende di essere superiore alle possibilità dell’intelligenza umana e perciò non può essere una conquista della ragione, né può essere verificata da essa, ma è unicamente fondata sull’autorità del Dio che ha parlato attraverso i suoi "portavoce" a cui la persona liberamente e ragionevolmente decide di prestare fiducia.

Definiamo religione rivelata: adesione a certi "valori" che si crede vengano proposti da un Dio, il quale ha parlato attraverso qualche suo "portavoce" (profeta).

Si parla allora di "rivelazione del Dio" per mezzo del "profeta", a cui corrisponde nell’ascoltatore una "fede", o fiducia nel profeta.

Naturalmente ogni "profeta", per essere creduto, dovette esibire delle "garanzie" che testimoniassero per lui. Di solito si trattò di predizioni di eventi futuri, oppure di fatti "miracolosi" tali da convincere che ci sia stato veramente l’intervento del Dio nella storia umana.

L’uomo può credere o no in colui che si presenta come portavoce del Dio, in quanto il contenuto della testimonianza non è in sé evidente; si richiede, per credere, un atto della volontà che, dopo che l’intelligenza ha stabilito la non-assurdità di quanto il testimone dice e la credibilità del testimone stesso, decide di assentire.

Ogni religione rivelata si colloca nella storia.

Esiste quando qualcuno si presenta come portavoce di Dio ed un gruppo di persone gli crede.



Il Cristianesimo

Il Cristianesimo è una religione che pretende di essere rivelata, cioè pretende di essere la risposta definitiva del Dio Jhwh al problema del senso della vita.

Rivelatore è Gesù di Nazareth, che

- ha detto di essere il portavoce di Dio

- ha garantito di esserlo risorgendo.

Qui presenteremo i fondamenti del Cristianesimo, partendo da quanto insegna la Chiesa oggi.

Essa per dire quali sono questi fondamenti, parte dai suoi documenti ufficiali detti Nuovo Testamento.

NB. Noi prenderemo qui la Chiesa nel senso di una realtà sociologica, cioè un gruppo di persone che si è data una certa organizzazione e certi statuti.

Il nostro lavoro si svilupperà essenzialmente su tali documenti.

I problemi critici sulla sicurezza di possedere oggi il testo originale, sui criteri in base ai quali questi testi sono stati scelti, sulla loro effettiva storicità verranno esposti in seguito. Per ora li prendiamo come i libri ufficiali, accettati da tutti i cristiani, utili a noi per scoprire quali sono i fondamenti del Cristianesimo.

Ha di mira di dare al lettore gli elementi per fare una scelta onesta nei riguardi del Cristianesimo: crederci o non crederci?

Per continuare il discorso però sono necessari due preliminari atti di fiducia in noi:

1. la scelta dei brani da leggere: noi abbiamo scelto i testi del Nuovo Testamento che abbiamo ritenuto più significativi per conoscere i fondamenti del Cristianesimo;

2. la traduzione: dato che il testo antico è scritto in lingua greca, noi li abbiamo tradotti per chi non sa il greco.

Facciamo notare che questi due atti di fiducia sono "piccoli".

1. La scelta dei testi che presenteremo risponde solo alla necessità di essere brevi; pertanto si riporteranno solo quei testi che ci sembrano veramente fondamentali ai fini del nostro discorso. Ovviamente ognuno potrà leggere per conto suo tutto il Nuovo Testamento e, qualora trovasse testi migliori, è pregato di segnalarceli.

2. La nostra traduzione è fatta nel modo più letterale possibile, sulla 27a edizione del Nuovo Testamento greco del Nestle. La si può controllare o far controllare da qualche esperto e siamo sempre disposti a discuterla.

Chi non se la sente di fare questi due atti di fiducia può smettere la lettura di questo libro.




19/04/2010 23.21
 
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IL FONDAMENTO
del CRISTIANESIMO
La risurrezione di Gesù



In questo capitolo vedremo che
il fondamento del Cristianesimo è
LA RISURREZIONE DI GESU'
A prova analizzeremo e confronteremo alcuni documenti:
- la prima lettera ai Corinzi, cap. 15
- i discorsi kerigmatici degli Atti di apostoli


Il Nuovo Testamento

Esistono oggi varie "Chiese", cioè gruppi di persone che dicono di ispirarsi agli insegnamenti di un certo Gesù di Nazareth, che esse ritengono il Cristo (= il portavoce di un Dio) e da lui chiamati cristiani

Queste Chiese affermano che gli insegnamenti di Gesù, figlio di Dio, sono contenuti in una serie di libri chiamati "Nuovo Testamento", libri ritenuti da esse "Parola di Dio", cioè la definitiva risposta-rivelazione del Dio al problema del senso della vita.

NB: 1. Noi ora prendiamo queste Chiese come organizzazioni puramente umane.
2. Per noi ora i libri del Nuovo Testamento sono i libri riconosciuti come ufficiali dalle Chiese cristiane, cioè lo statuto costitutivo di queste società.

L’oggetto della nostra ricerca

Noi vogliamo stabilire che cosa ci dicono i documenti ufficiali cristiani sulla prima predicazione riguardante Gesù di Nazareth, cioè il punto di partenza dei suoi discepoli nel presentare il Cristianesimo a persone che non ne avevano mai sentito parlare.

Vedremo che sarà la risurrezione di Gesù.

Analizzeremo due documenti:

- un testo di Paolo dalla sua prima lettera ai cristiani di Corinto;

- i discorsi kerigmatici contenuti negli Atti di apostoli.

Primo documento

1 Cor 15,1-14

Secondo gli esperti, questa lettera di Paolo (la prima delle due che sono giunte a noi) è stata composta ad Efeso tra il 54 ed il 57 d.C., probabilmente nel 56. In essa Paolo affronta vari problemi della comunità, quali le divisioni interne, la verginità e il matrimonio, le carni sacrificate agli idoli, lo svolgimento delle assemblee rituali, i doni dello Spirito...

Alla fine della lettera Paolo tratta anche della risurrezione dei morti (che alcuni membri della comunità negavano), ricordando in sintesi la sua predicazione iniziale, fatta a Corinto nell'anni 51.

è bene notare che Paolo risolve qui una questione diversa dalla nostra. Egli cerca di rispondere alla domanda che si ponevano i Corinzi e cioè «se i morti risorgono». Indirettamente però risponde al nostro problema, facendoci conoscere il punto di partenza della predicazione sua e degli altri apostoli.

1. Ricordo a voi, fratelli, l’evangelo che vi evangelizzai, che anche riceveste, nel quale anche siete fermi,

2. per mezzo del quale anche siete salvati, in quel discorso (in cui) vi evangelizzai, se perseverate, eccetto che invano abbiate creduto.

3. Trasmisi infatti a voi in primo luogo (opp. per primi, opp. tra le prime cose) ciò che anche ricevetti:

che Cristo morì sui (per i/in favore dei) peccati nostri secondo le Scritture

u trasmisi... ricevetti: verbi tecnici dell’insegnamento scolastico antico. Il maestro «trasmette» oralmente il messaggio che l’allievo deve «ricevere» ed assimilare imparandolo a memoria.

u Cristo = messia = unto con olio. L’unzione esprimeva per gli ebrei la scelta di una persona destinata da Dio a compiere una missione per il popolo: portavoce di Dio.

u morire sui peccati - morire in favore dei peccati: espressione propria della lingua ebraica, mai usata in greco in questo senso.

u le Scritture: l’espressione usata per indicare l’insieme dei libri sacri degli ebrei, cioè l'Antico Testamento.

Qui Paolo non cita testi precisi dell'A.T. a cui riferirsi.

4. e che fu sepolto e che è stato destato il giorno il terzo secondo le Scritture

u il giorno il terzo: espressione che, quantunque sia usata in greco, è caratteristica della lingua ebraica 1.

u le Scritture: stessa osservazione fatta per il v. 3. Inoltre resta difficile trovare nell'Antico Testamento qualche testo specifico che dica che il Cristo doveva risorgere e "il terzo giorno". Forse ci si può riferire a Is 53,11 e ad Osea 6,2.

5. e che apparve a Kefa poi ai Dodici.

u Kefa = roccia, pietra. Soprannome aramaico di Simone-Pietro.

u Dodici: espressione mai usata da Paolo altrove. Indica il gruppo dei discepoli più vicini a Gesù, gli apostoli.

6. Poi apparve a più di cinquecento fratelli in una volta sola, dei quali i più rimangono sino ad ora, alcuni invece si addormentarono (= morirono).

7. Poi apparve a Giacomo, poi agli apostoli tutti

8. Ultimo di tutti, come all’aborto (opp. al figlio di una madre morta dandolo alla luce), apparve anche a me.

9. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, che non sono degno di essere chiamato apostolo, poiché perseguitai la chiesa del Dio.

10. Ma per grazia di Dio sono ciò che sono e la grazia sua in me non divenne vana, ma più abbondantemente di loro tutti mi affaticai, non io, ma la grazia del Dio con me.

u loro tutti = gli altri apostoli.

11. Sia dunque io, sia quelli, così annunciamo e così credeste.

u quelli: Paolo si ricollega alla tradizione unanime degli altri apostoli.

12. Se si proclama che Cristo da morti è stato destato, come dicono alcuni tra voi che non c’è risurrezione di morti?

u Paolo affronta ora il suo problema: se i morti risorgono.

13. Se non c'è risurrezione di morti, neppure Cristo è stato destato.

14. Se poi Cristo non è stato destato, vuoto allora l'annuncio nostro, vuota anche la fede vostra;

15. siamo poi trovati anche (come) falsi testimoni del Dio, perché per il Dio testimoniammo che destò il Cristo, che (invece) Dio non destò se veramente (i) morti non sono destati.

16. Infatti, se (i) morti non sono destati, neppure Cristo è (stato) destato;

17. se poi Cristo non è (stato) destato, vana (è) la vostra fede, siete ancora nei vostri peccati;

18. quindi perirono anche coloro che si addormentarono in Cristo.

19. Se abbiamo riposto la nostra speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo più miserabili di tutti gli uomini.

20. Ora invece Cristo è (stato) destato da morti (come) primizia di coloro che si sono addormentati.


Sintesi

1. Paolo non vuole qui dimostrare che Gesù è risorto, ma, volendo ribadire ai Corinzi il suo insegnamento secondo cui i morti risorgono, parte da un punto accettato da tutti: la risurrezione di Gesù.

2. Questo testo ci informa

a) che l’annuncio della morte-risurrezione di Gesù è il punto di partenza della predicazione di Paolo (v. 3);

b) che Paolo non se l’è inventata: così è stato insegnato a lui (v. 3) e così predicavano anche gli altri apostoli (v. 11).

3. Sempre stando alla testimonianza di Paolo, rileviamo che, se si toglie al Cristianesimo la risurrezione di Gesù, la fede cristiana non ha più alcuna ragione di esistere (v. 14.17 e 19).



La risurrezione perciò è il pilastro che regge la predicazione cristiana.

4. Esaminando in particolare i vv. 3b-5 possiamo dire che

u i termini usati e lo stile non sono di Paolo. Li ha ricevuti, come dice egli stesso;

u la loro formulazione originale era in lingua semita (prova: i numerosi semitismi presenti), perciò anteriore alla predicazione ai greci e quindi molto vicina al tempo della morte di Gesù;

u se accettiamo che questi versetti siano:

- o una formula tradizionale di fede che veniva «trasmessa» dal predicatore e «ricevuta» dai cristiani in occasione della loro evangelizzazione,

- o un riassunto sintetico fatto dal maestro alla fine di una lezione più ampia, con lo scopo di far ricordare i punti essenziali del suo discorso,

possiamo supporre che Paolo li abbia ricevuti quando a Damasco si è convertito e fu battezzato, e cioè nel 36-37 (cfr. At 9,1-20; 22,6-16; 26,12-18; Gal 1,11-2,10).

A Damasco esisteva un gruppo giudeo-cristiano che potrebbe aver tradotto letteralmente dall’ebraico/aramaico in greco la formula fondamentale della fede, onde renderla comprensibile a quelli che non conoscevano le lingue semite.

u Avremmo perciò qui una formula fissa della prima predicazione apostolica, risalente a pochi anni (non più di 6-7) dalla morte di Gesù (cfr. anche Atti 17,18; 24,21; 25,19; 26,8.23; Apoc 1,5)



Secondo Documento

I discorsi kerigmatici degli Atti di Apostoli

(Atti 2,14-36; 3,12-26; 4,8-12; 5,29-32; 10,34-43; 13,16-41; 17,18- 31).

Secondo gli esperti, il libro degli Atti di apostoli fu scritto da Luca e viene collocato tra il 61 e il 63 (anche fino al 75, secondo alcuni studiosi). Racconta le origini della Chiesa e contiene parecchi discorsi.

I discorsi kerigmatici (= di annuncio della fede cristiana) sono complessivamente sette:

1. 2,14-36 PIETRO a Gerusalemme al popolo ebraico

2. 3,12-26 " "

3. 4, 8-12 a Gerusalemme ai capi ebrei

4. 5,29-32 " "

5. 10,34-43 a Cesarea al pagano Cornelio

6. 13,16-41 PAOLO a Antiochia Pis. agli ebrei (sinagoga)

7. 17,22-31 ad Atene ai dotti (Areopago)

Possono essere considerati come dei saggi di predicazione, rispettivamente di Pietro o di Paolo, che Luca offre agli evangelizzatori cristiani del suo tempo, perché, sull'esempio di Pietro e di Paolo, possano adattare il messaggio ai vari ambienti in cui si trovano a predicare. Data la notevole convergenza delle idee in essi contenute, presentiamo, in traduzione letterale, solo il primo di essi:


Atti 2,14-36

Luca racconta
siamo a Gerusalemme, il giorno di Pentecoste. Lo Spirito è disceso sugli apostoli (rinchiusi nel cenacolo per paura degli ebrei) e li ha spinti ad uscire fuori a render testimonianza a Gesù risorto. Quando gli apostoli si mettono a parlare, gli ascoltatori si accorgono che essi si esprimono in varie lingue straniere e usano lo stesso stile degli antichi profeti d’Israele. Qualcuno si fa beffa di loro e insinua che siano ubriachi. Pietro, a nome di tutti, risponde.

14. Stando in piedi Pietro con gli Undici alzò la sua voce e si rivolse a loro: Uomini Giudei e tutti quanti abitate in Gerusalemme, questo a voi noto sia e prestate orecchio alle mie parole.

15. Non infatti, come supponete, costoro sono ubriachi - è infatti l’ora terza del giorno (= le 9 del mattino) -

16. ma questo è ciò che è stato detto dal profeta Gioele:

17. «E sarà: negli ultimi giorni - dice il Dio - spanderò dal mio spirito su ogni carne e profeteranno i figli vostri e le figlie vostre e i giovani vostri visioni vedranno e gli anziani vostri sogni sogneranno;

18. e sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni spanderò dal mio spirito e profeteranno.

19. E darò prodigi nel cielo in alto e segni sulla terra in basso, sangue e fuoco e vapori di fumo.

20. Il sole sarà cambiato in tenebra e la luna in sangue, prima che venga il giorno del Signore, (giorno) grande e sfolgorante.

21. E sarà: ognuno che invocherà il nome del Signore sarà salvo» (Gioel 3,1-5).

22. Uomini Israeliti, ascoltate queste parole: Gesù il Nazoreo, uomo accreditato dal Dio presso di voi con potenze e prodigi e segni, che fece mediante lui il Dio in mezzo a voi, come voi stessi sapete,

23. costui, consegnato con disegno stabilito e prescienza del Dio, crocifiggendo per mano di ingiusti, innalzaste,

24. il Dio lo risuscitò sciogliendo le doglie della morte, poiché non era possibile che essa avesse potere su di lui.

25. Davide, infatti, dice di lui: «Prevedevo il Signore di fronte a me sempre, poiché è alla mia destra, affinché io non sia scosso.

26. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, inoltre anche la mia carne riposerà in speranza

27. che non abbandonerai la mia anima (= vita) nell’Ade né permetterai che il tuo santo veda corruzione.

ade = luogo dei morti, secondo i greci e i latini; per gli ebrei è lo Sheòl.

santo = persona consacrata a Dio. A prima vista può sembrare Davide, in realtà secondo Pietro, si tratta di un altro. Chi?

28. Rendesti note a me strade di vita, mi riempirai di gioia con il tuo volto» (Salmo 16,8-11).

29. Uomini fratelli, lasciatemi dire con libertà di parola a voi riguardo al patriarca Davide che e finì e fu sepolto e il suo sepolcro è tra noi sino a questo giorno.

30. Essendo dunque profeta e sapendo che con giuramento giurò a lui il Dio (che) del frutto dei suoi lombi siederà sul suo trono (Salmo 132,11),

31. prevedendo parlò della risurrezione del Cristo, poiché né fu abbandonato nell’Ade, né la sua carne vide corruzione.

32. Questo Gesù (lo) risuscitò il Dio, di cui tutti noi siamo testimoni.

33. Alla/dalla destra del Dio esaltato dunque e avendo preso da parte del Padre lo Spirito Santo della promessa (di Gioele - lett.: la promessa dello Spirito Santo), spandette questo (Spirito) che voi e vedete e ascoltate.

34. Non infatti Davide salì nei cieli, eppure egli dice: «Disse il Signore al mio Signore: siedi alla mia destra,

35. finché ponga i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi» (Salmo 110,1).

36. Con certezza dunque conosca tutta la casa d’Israele che e Signore e Cristo fece il Dio questo Gesù che voi crocifiggeste.



Sintesi
1. Come si vede dal testo, lo stile del discorso, in particolare dei vv. 22-24, è piuttosto stentato, contrario allo stile normale di Luca che è in generale molto scorrevole. Abilità di scrittore che vuole imitare lo stile di Pietro, oppure rispetto dello storico per una fonte più antica? Se poi Luca avesse voluto ricostruire lo stile di Pietro, perché non avrebbe potuto ricostruire anche il contenuto della predicazione di Pietro? In particolare l’affermazione netta di Gesù «uomo accreditato dal Dio» (v. 22)?

Questo problema però, ai fini della ricerca sul nucleo della prima predicazione apostolica, non è di molta importanza: a noi interessa sapere che lo storico Luca ritiene questo discorso come il discorso fondamentale del primo annuncio del Cristianesimo.

Si noti anche che i versetti 22-24 si presentano come una sintesi del contenuto dei vangeli.

2. In sintesi il ragionamento di Pietro (o di Luca):
- il risorgere e l’essere esaltato alla destra di Dio erano cose predette dall'Antico Testamento per il messia e non per Davide
- Gesù ha fatto queste due cose risorgendo e mandando lo Spirito
- Dunque Gesù è il messia previsto dall'A.T.

3. Da questo discorso (come dagli altri) emerge il nucleo della prima predicazione cristiana:


GESÙ PREDICATO COME RISORTO (v. 32)
E PERCIÒ CRISTO (v. 36).


Confronto fra 1 Cor 15 e At 2

a) elementi comuni:

1. Gesù morì

2. Secondo la prescienza di Dio (le Scritture? 1 Cor 15, 3)

3. Fu sepolto

4. È stato destato (in Atti si dice esplicitamente che l’autore della risurrezione è Dio)

5. Pietro (Kefa) e gli altri apostoli sono i testimoni della risurrezione.

b) elementi presenti o maggiormente sviluppati in 1 Cor 15:

1. Gesù morì per i peccati: questa non è la semplice affermazione del fatto della morte, come avviene in At, ma l’interpretazione teologica del fatto stesso.

2. Gesù è chiamato «Cristo» non «il Cristo». La sua funzione di «Unto» (= Cristo = Messia = portavoce di Dio) è già diventata nome proprio.

3. Si parla chiaramente di apparizioni (v. 5-8), come anche in Atti 10, 41-42 e 13,31.

4. Gesù è risorto il terzo giorno (elemento questo che è presente anche in Luca 24,21 e Atti 10,30).

c) conclusione del confronto

1. Per quanto più breve, la formula di 1 Cor 15,3-5 è più ricca di idee che non i discorsi degli Atti.

2. Vi è un maggior equilibrio in 1 Cor tra gli elementi che la compongono (morte, sepoltura, risurrezione, apparizioni) che non in At cap. 2 (e anche in tutti gli altri discorsi degli Atti). In essi infatti si dà rilievo molto più ampio alla risurrezione ed alla glorificazione di Gesù che non alla sua sofferenza e morte in croce.

Manca dunque negli Atti quel ripensamento teologico sulla morte di Gesù che è anteriore alla loro stesura e che Luca, compagno di viaggio di Paolo per molto tempo, non poteva certamente ignorare, ma che non ha riportato, forse per essere fedele ai dati storici di cui disponeva sui primi tempi del Cristianesimo, oppure perché il documento più antico che qui riporta non l'aveva.

3. Tentiamo di spiegare queste osservazioni con la seguente ipotesi:

- probabilmente i discorsi di Atti non riportano le esatte parole degli apostoli e rivelano un ripensamento di Luca (basta per questo confrontare i discorsi di Atti con il cap. 24 del vangelo secondo Luca - sono dello stesso autore!);

- tuttavia Luca, nel raccontare, si serve di materiale più antico della formula di 1 Cor 15, facendoci così risalire ad un tipo di predicazione quasi contemporaneo agli avvenimenti che descrive e perciò tanto più attendibile;

- è pure verosimile che lo straordinario annuncio da dare, quello della risurrezione-glorificazione di Gesù, in un primo tempo abbia talmente polarizzato l'attenzione degli apostoli da non permettere loro di riflettere sulla portata religiosa della sua morte.

L’argomentazione non perderebbe il suo valore anche se di fatto la formula di 1 Cor 15 fosse stata creata più tardi. Per Paolo sintetizzerebbe tutto l’evangelo tradizionale.

>

4. I nostri vangeli attuali si presentano come lo sviluppo dei discorsi kerigmatici degli Atti. Essi sono sorti dalle richieste delle prime comunità cristiane di conoscere meglio la vita e gli insegnamenti di Gesù, per poterli imitare meglio.


Conclusione

Questi testi ci presentano dunque il nucleo primo della predicazione apostolica, che conteneva, in forma non ancora stabilizzata, solo l’affermazione di un fatto:

Dio ha risuscitato Gesù dai morti.

E su questa affermazione si è sviluppato tutto il Cristianesimo.
19/04/2010 23.22
 
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L'ATTO di FEDE
secondo il Cattolicesimo



In questo capitolo vedremo
- cos'è l'atto di fede cristiano (cattolico)

a) nei primi ascoltatori degli apostoli
b) negli uomini di oggi
c) negli apostoli, che hanno fatto un atto di fede in Gesù;

- analizzeremo le reazioni possibili dell'ascoltatore di fronte all'annuncio della fede cristiana;
- tratteremo della fede come dono di Dio.

Appendice: informazioni sugli apostoli



1. Introduzione

Gesù è risorto o no?

Possiamo ora farci un'opinione nostra?


Prima di affrontare il nostro problema, crediamo utile premettere alcune considerazioni sull'atto di fede in generale.
Atto di fede è accettare come vera un’affermazione che per noi non è evidente, non è controllabile, non è dimostrabile, fidandoci dell’attendibilità delle persone che la sostengono.
Per fare questo è necessario però che il contenuto dell'affermazione non sia assurdo per noi.
Normalmente si arriva alla decisione di accettare qualcosa d'inevidente dopo aver analizzato il "testimone" per vedere se fornisce "garanzie" sufficienti di credibilità e cioè se conosce bene le cose che dice (competenza) ed è onesto nel dirle (onestà).
La valutazione se le garanzie offerte del testimone siano "sufficienti" è soggettiva, dipende dalla persona che sceglie se fidarsi o no.



* Applichiamo alla risurrezione di Gesù.
Poiché noi non siamo testimoni diretti di essa, la nostra domanda diventa: coloro che l'hanno raccontata sono degni di fiducia? Che "garanzie" portano?

Si noti che la situazione è diversa a seconda che si parli
- degli immediati ascoltatori degli apostoli
- degli uomini di oggi.
Faremo perciò due trattazioni separate.



2. La fede dei discepoli degli apostoli


Quando gli apostoli hanno predicato la risurrezione di Gesù, i loro ascoltatori si sono domandati:
«Costoro stanno dicendo il vero riguardo a Gesù? Sono persone degne di fiducia? Che garanzie di credibilità offrono?» (Cfr. Atti 2,37; 7,54; 8,6.12.34-37; 10,44-46; 11,20-24; c. 13-14; c. 16-19...).
Il metodo attraverso il quale potevano ricavare una risposta era diverso a seconda che essi fossero stati ebrei o pagani.

a) Per gli ebrei:
Avendo sentito gli apostoli affermare che Gesù era morto e risorto «secondo le Scritture» (1 Cor 15,3-5; At 2; 10; 13; 17,1-4), e che quindi era il messia atteso, non avevano che da controllare le Scritture per vedere se le affermazioni degli apostoli corrispondevano a verità (Atti 13,42-45; 14,1-3; 17,3-4.11-12).
E poiché per gli ebrei religiosi le Scritture erano (e sono tuttora) accettate come parola di Dio, qualora la loro indagine fosse risultata positiva, avevano gli elementi "sufficienti" per poter aderire al Cristianesimo e di fatto molti aderirono (per es. Atti 2,41; 5,14.28; 6,1.7; cfr. anche Lc 24, 25-27 e Gv 5, 44) e aderiscono anche oggi.

b) Per i pagani:
I pagani, che non avevano le "Scritture" da consultare, non potevano fare altro che cercare di stabilire se gli apostoli meritassero o non meritassero fiducia in relazione a quello che annunciavano e cioè verificare
- se non si fossero ingannati (competenza);
- se non volessero ingannare (onestà).

Per poterlo fare adeguatamente, dovevano analizzare:
- la coerenza del messaggio in se stesso,
- la coerenza di vita degli apostoli, il loro disinteresse, il loro coraggio nell’affrontare le persecuzioni, ed eventualmente ottenere conferme da qualche altro testimone.

A volte a spingere i pagani a credere interveniva anche qualche «fatto miracoloso», che serviva, secondo il libro degli Atti di apostoli, a confermare quanto gli apostoli andavano dicendo (es. Atti 13,12; 14,8-20).

Il libro degli Atti molte volte chiama in causa anche l’azione di Dio (dello Spirito Santo) per «toccare il cuore» degli ascoltatori e farli credere. Per i cristiani questo intervento è verissimo. Valga come prova per es. Atti 13,48: «quanti erano preordinati alla vita eterna, credettero». Tuttavia dal punto di vista storico un intervento di Dio non è dimostrabile e quindi una corretta esposizione dei fatti non deve qui prendere in considerazione questo intervento.

Di fatto molti pagani hanno giudicato "sufficienti" le garanzie fornite dagli apostoli e perciò hanno scelto di fidarsi di loro e di aderire quindi al Cristianesimo.



In sintesi:

l’atto di fede dei diretti ascoltatori degli apostoli è stato un atto di fiducia negli apostoli per ciò che riguarda la loro testimonianza su Gesù. Li hanno conosciuti e li hanno giudicati testimoni attendibili.

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3. L’atto di fede dei cristiani di oggi

Chi ascolta oggi l'annuncio della risurrezione non può non chiedersi: « Ma questa asserita risurrezione sarà avvenuta realmente?».

Si tratta di un fatto eccezionale e per di più senza testimoni diretti, un fatto al di fuori dell'esperienza comune (gli apostoli non dicono di avere visto Gesù risorgere, ma di averlo visto già risorto).

Inoltre noi, educati dal materialismo, siamo spinti con più facilità rispetto agli antichi a pensare che con la morte finisca tutto.

Tuttavia due sole risposte sono possibili sul piano storico:

o Gesù è risorto, o non è risorto.

Qualcuno potrebbe tentare di liquidare subito il problema, affermando che la risurrezione è scientificamente impossibile e quindi non può essere successa.
Poiché non si riesce (per ora?) a ripetere in laboratorio una risurrezione su cui fare studi e analisi, è chiaro che non possiamo collocare il discorso su questo piano.Uno scienziato serio dovrebbe dire: Io non so che cosa sia possibile in natura. Prima fammelo succedere e poi io lo prenderò in considerazione.

Dobbiamo pertanto collocarci sul piano storico.

Il problema allora si riduce a questo:

Chi, come noi, non ha conosciuto gli apostoli, ma ha a disposizione i documenti del Nuovo Testamento e pochi altri documenti, come deve regolarsi? Come deve interpretare i testi: secondo la scuola tradizionale, o secondo la scuola critica, o secondo la scuola mitica, oppure accettare la malafede degli apostoli?


a) L’atto di fede: atto di fiducia nella Chiesa

Secondo i cattolici, l’atto di fede è prima di tutto un atto di fiducia nella Tradizione (sia orale, sia scritta), cioè nella comunità cristiana (Chiesa).

Cristiano è colui che decide di fidarsi della Chiesa che

- abbia valutato con sufficiente spirito critico le persone degli apostoli e le loro testimonianze orali e scritte;

- abbia scelto quei testi che erano veramente conformi alla loro predicazione (cfr. canone del N.T., pag. 46 e segg.);

- abbia fedelmente trasmesso i testi lungo i secoli (cfr. trasmissione del N.T., pag 58 e segg.);

- li abbia correttamente interpretati, secondo quanto veramente volevano dire;

- ne abbia ininterrottamente trasmessa anche l’interpretazione.

Fidarsi della Chiesa non vuol dire accettare che, lungo i secoli, tutti i singoli cristiani (e la gerarchia in particolare) abbiano sempre vissuto coerentemente con i testi che hanno predicato. Vuol solo dire accettare che essa abbia conservato e trasmesso correttamente la vera tradizione apostolica, sia orale, sia scritta.

Secondo i cattolici (e anche secondo altri gruppi cristiani come ortodossi, anglicani,...) la fede cristiana non può essere un atto di fiducia nei testi, ma prima di tutto deve essere un atto di fiducia nella comunità cristiana che li ha prodotti.
Il Cristianesimo, infatti, è sorto verso il 30, mentre i primi documenti cristiani che possediamo sono posteriori al 50. Perciò il Cristianesimo c’era già quando i documenti non c’erano ancora.



b) Le argomentazioni a favore della storicità della risurrezione

Basandosi dunque sui testi del Nuovo Testamento, i cristiani (cattolici) hanno dovuto prima di tutto rispondere alle negazioni della scuola critica e della scuola mitica e poi portare ragioni positive a favore della risurrezione di Gesù.

NB. La "scuola ebraica" che sostiene la malafede degli apostoli verrà trattata più avanti.



1. Risposte alla scuola critica

Dall’esame dei racconti evangelici della risurrezione, si vede che i testi, pur con qualche divergenza e contraddizione, nella sostanza intendono raccontare che Gesù è veramente risorto.

Benché non raccontino il fatto della risurrezione (nessun discepolo l’ha visto), raccontano che almeno alcuni discepoli/discepole

- hanno visto Gesù morto e l’hanno sepolto;

- hanno trovato il suo sepolcro vuoto (...però c'erano i lini);

- hanno visto Gesù nuovamente vivo (apparizioni) e da ciò hanno dedotto che egli era risorto.

La scuola critica ha cercato di contestare questi dati (sempre però partendo dal presupposto della buona fede degli apostoli, che si sarebbero sbagliati nell’interpretare i fatti visti).

1) Quanto alla morte di Gesù: è difficile accettare che non ci sia stata, sia per l’esperienza che i romani avevano in fatto di crocifissione e sia per il colpo di lancia (colpo di grazia) inferto al costato di Gesù (Gv 19,31-35).

2) Quanto al sepolcro trovato vuoto: è difficile pensare allo sbaglio di sepolcro. Gli evangelisti infatti mettono in evidenza che le donne, che la domenica mattina hanno trovato il sepolcro vuoto, sono le stesse che il venerdì sera hanno osservato dove il corpo di Gesù era stato deposto: cfr. Mc 15,47; Lc 23,55-56; Mt 27,61.

Il fatto poi che i vangeli presentino come testimoni della tomba vuota delle donne, la cui testimonianza era vista con diffidenza presso gli ebrei, rende inverosimile un’invenzione tardiva del sepolcro vuoto. L'avrebbero fatto trovare vuoto da uomini.

Stando poi al vangelo secondo Matteo (27,64 e 28,13), persino gli avversari di Gesù, cioè gli ebrei non cristiani, ammettono che la sua tomba fosse vuota: fanno infatti girare la voce che i suoi discepoli, venuti di notte, rubarono il cadavere (cfr. Gv 20,3-10).

Spesso si fa anche l'ipotesi del trafugamento del cadavere.
Essa è fatta soprattutto in ambiente ebraico: cfr. Mt 28,13 e Dialogo con Trifone di Giustino.
- Se così fosse, i discepoli (almeno alcuni) non sarebbero in buona fede (come vorrebbe la scuola critica).
- Questa ipotesi però contraddice il racconto di Giovanni, testimone oculare, il quale, dalla collocazione dei lini nel sepolcro, quel mattino concluse che non avevano potuto rubare il cadavere, ma che Gesù era risorto (Gv 20,1-11).
- Per poter sostenere questa affermazione, occorrerebbe aver trovato il cadavere di Gesù. Cosa che non avvenne.
- Il trafugamento di un cadavere era reato grave sia per la legge ebraica, sia per quella romana. E tuttavia non si ha notizia di processi contro cristiani per tale reato.

3) Quanto alle apparizioni di Gesù risorto occorre notare: siamo sicuri che siano proprio avvenute? Non potrebbe essersi trattato di allucinazione collettiva, di ipnosi, di sosia...?

- I documenti ci dicono che gli apostoli stessi si sono posti il problema di essere di fronte ad allucinazioni o simili (cfr. Lc 24,36-43; il caso di Tommaso - Gv 20,24-29) e che l’hanno risolto a favore della risurrezione.

E non vale obiettare: «Ma i testi che possediamo sono scritti da cristiani», perché in storia un documento si deve accettare come vero fino a quando non si prova il contrario.
Perché negare agli autori cristiani quel credito di buona fede che si concede a tutti gli altri storici? La malafede va provata! E poi gli apostoli sono diventati «cristiani» (cioè seguaci di Cristo) proprio dopo aver visto Lui risorto.

- Le apparizioni, narrate da molte fonti (l’elenco più completo è in 1 Cor 15,3-10), non erano previste, né attesedagli apostoli, , anzi furono accolte con dubbi ed incredulità (Mt 28,17; Mc 16,11.13.14; Lc 24,11.36-43; Gv 20,24-29).



2. Rilievi alla scuola mitica

- Affermare che la risurrezione è un «mito», un modo di dire, usato dagli apostoli per dire qualcos’altro, va provato.

- Occorre anche demolire la testimonianza di Paolo in 1 Cor 15 che dice:

«apparve a più di 500 fratelli in una volta sola, molti dei quali sono ancora vivi...» e poi «apparve anche a me».

Non si fa così anche oggi per provare un fatto?

- Paolo conosce perfettamente il greco, l’ebraico e l’aramaico. Resta difficile accettare che abbia capito male quanto i primi apostoli volevano dire.



3. Le ragioni a favore della storicità dei racconti

a) È possibile che gli apostoli abbiano inventato, sia pure in buona fede, la risurrezione?

Quest'ipotesi urta contro alcuni dati di fatto:

- la risurrezione non era attesa.

Gli annunci di Gesù sulla sua risurrezione non determinarono nessuna cosciente aspettativa negli apostoli: cfr. Mc 8,31; 9,9; 9,31; 10,34; 14,25-28-62; Lc 11,29-30; 13,32; 17,26-27; Mt 12,40; 24,27-39; Gv 2,19;...

Un testo fra tutti:

«Quando poi discesero dal monte, Gesù comandò loro (cioè a Pietro, Giacomo e Giovanni) di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, fino a quando il Figlio dell’uomo non fosse risuscitato dai morti. Essi osservarono l’ordine, ma intanto si chiedevano tra loro che cosa significasse quel "risorgere dai morti"» (Mc 9,9-10).

Nel giudaismo infatti la risurrezione era attesa - e neanche da tutti (cfr. Mt 22,23; At 23,6) - alla fine dei tempi e non subito dopo la morte (cfr. Gv 11,24).

- Come mai gli apostoli, che pure vogliono far credere la risurrezione, non la raccontano mai, come invece fa per es. il vangelo di Pietro (apocrifo)?

- Perché gli apostoli o i loro discepoli non si preoccupano di rendere credibile la loro testimonianza, armonizzando le narrazioni della risurrezione in modo da eliminare almeno le divergenze e le contraddizioni più palesi?

- Perché raccontano di aver trovato il sepolcro già aperto, cosa che avrebbe potuto far sospettare l’asportazione del cadavere? Non sarebbe stato più spettacolare dire che la pietra era al suo posto, magari coi sigilli intatti, e far risorgere Gesù nel momento in cui viene tolta la pietra?

- Che cosa ci guadagnavano ad inventare la risurrezione? A che pro sopportare tutte le fatiche della predicazione (2 Cor 11)? Perché perdere la fama, il lavoro, le amicizie, i beni? Perché rischiare la scomunica da parte dei capi ebrei? Perché accettare di andare davanti ai tribunali?

- Che cosa avrebbero potuto fare di più per testimoniare la loro convinzione nella risurrezione? Lasciarono il lavoro, la famiglia, la patria. Girarono il mondo (almeno alcuni di cui abbiamo notizie sicure), subirono persecuzioni... fino a morire. Chi glielo faceva fare? Solo il fanatismo? E perché allora raccontano di aver dubitato, oppure che Tommaso volle controllare (Gv 20)?

- Come spiegare che, mentre da giovani abbandonarono Gesù, da vecchi, col decadere degli entusiasmi, ebbero il coraggio di dare la vita per lui?

- Le apparizioni di Gesù, allucinazioni di fanatici? E come mai si hanno solo in un tempo limitato (poche settimane)? Il fanatismo era terminato?

b) La testimonianza di Paolo di Tarso: da persecutore che era, si è convertito, quando ha visto Gesù risorto (At 9,1-22; 22,6-16; 26,12-18; Gal 1,11-24; 1 Cor 15,8).

Questa testimonianza ha un notevole peso e non è facile da demolire, perché è sostenuta da tutta la vita di Paolo, con quanto egli ha fatto e sofferto per il nome di Gesù.

Un testo per tutti:

"Per me vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Fil 1,21).

Certo si deve concludere che Paolo era una persona convinta. Ed è difficile spiegare la sua convinzione con un semplice colpo di sole sulla via di Damasco!

* Si noti però che questi argomenti (ed altri che si potrebbero portare), quantunque forti, non sono tali da dimostrare la risurrezione.

Se così fosse, tutti gli intelligenti sarebbero cristiani e tutti gli stupidi no!

Per la risurrezione non si possono portare prove, ma solo garanzie, indizi. Ne consegue che l’atto di fede sarà sempre un atto libero (= non costretto dall’evidenza), ma non stupido (perché ci sono garanzie).

Valutare se gli apostoli meritano fiducia è sempre un atto di notevole complessità, sia perché gli elementi da analizzare sono molti (tutti i documenti delle prime chiese e la loro trasmissione), sia soprattutto perché, nello stabilire il peso da attribuire ad ogni singolo elemento, interviene in modo decisivo la persona che lo valuta, con tutta la sua esperienza, ma anche con tutta la sua soggettività. Per questo nessun elemento sarà decisivo per convincere, in quanto, con un po’ di buona volontà, potrà sempre essere interpretato anche in altro modo.

D’altra parte nessuno potrà forse mai dimostrare con argomenti inoppugnabili che i motivi su cui si fonda la fiducia verso una persona sono falsi.

La «forza» degli argomenti che vengono portati non sta in ciascuno di essi (presi singolarmente potrebbero infatti essere scalzati), ma forse nella loro «convergenza» (card. Newman, fine 1800).

Non stupisca questa affermazione, quasi che la somma di molti argomenti incerti possa dare la certezza. Sembra che in questioni storiche la cosa stia proprio così: di per sé un solo testimone veritiero è tanto attendibile quanto mille, eppure mille testimoni, ciascuno dei quali può sbagliare, ci danno una garanzia maggiore che non uno solo, soprattutto se si vede che sono indipendenti l'uno dall'altro.

Da quanto detto si deduce che la fede non potrà essere «dimostrata». Se così fosse, sarebbe ancora fede? Nell’atto di fede infatti intervengono sempre dei fattori arazionali che influiscono notevolmente sul giudizio.

Credere non sarà mai un atto razionale (= dimostrabile razionalmente) o irrazionale (= assurdo), sarà solo un atto ragionevole, altrettanto ragionevole quanto il non credere.

Pascal diceva: «A volte il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce».

In sintesi:

l’atto di fede degli uomini di oggi implica due passi successivi:

1) fiducia nella Chiesa che abbia tramandato bene il genuino insegnamento degli apostoli e ne garantisca la fedele conservazione nel Nuovo Testamento;

2) fiducia negli apostoli che dicano il vero quando affermano che Gesù è risorto e raccontino le cose da lui dette e fatte.

19/04/2010 23.25
 
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4. L’atto di fede degli apostoli

L'atto di fede del cristiano negli apostoli implica:

- l’accettazione della loro persona come degna di fiducia;

- l'accettazione di quanto essi hanno detto su Gesù.

Tra le loro affermazioni c’è anche questa: Gesù è il Figlio di Dio. Dunque tutte le sue parole sono vere. Egli risponde, a nome di Dio, al nostro problema del senso della vita.

Questo però gli apostoli non lo constatarono, ma lo credettero sulla parola di Gesù.

Anch’essi dunque fecero un atto di fede in Gesù.

Vediamo meglio.

Secondo quanto ci riferiscono i documenti del Nuovo Testamento, gli apostoli sentirono Gesù che diceva:

- «Sono il Figlio di Dio» (Mt 16,16-17; Mc 14,61-62; Mt 26,63-64; Gv 10,36);
- «Prima che Abramo fosse, Io sono» (Gv 8,58);
- «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6);

e molte frasi simili.

Però queste affermazioni relative alla coscienza che Gesù aveva di se stesso, non saranno mai «dimostrabili» come vere, perché non sono evidenti.

Esse inoltre sono inaccettabili da un ebreo (tant’è vero che a volte gli ebrei presero i sassi per lapidare Gesù, come bestemmiatore. Cfr. per es. Gv 10,31).

Per questo gli apostoli, nel sentirle, si domandarono: «Ma costui dice il vero? non sarà forse pazzo? o bestemmiatore?» E chiesero a Gesù: «Che garanzia/segno ci porti di essere quello che dici e di agire a nome di Dio?».

E Gesù rispose dando loro due garanzie complementari:

a) Nel vangelo secondo Matteo presentò il segno di Giona:

«Come Giona era nel ventre del cetaceo tre giorni e tre notti, così sarà il figlio dell’uomo nel cuore della terra tre giorni e tre notti» (Mt 12,40. Cfr Lc 11,29).

Il figlio dell'uomo è Gesù stesso.

Si noti però che nel vangelo secondo Marco (8,11-13) Gesù si rifiuta di dare un segno.

b) Nel vangelo secondo Giovanni offrì il segno del tempio:

«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere (lett. lo sveglierò)» (Gv 2,19)

e l’autore commenta:

«Egli parlava del tempio del suo corpo. Perciò quando risuscitò dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che egli aveva detto questo e credettero alla Scrittura e alle parole che aveva pronunciato Gesù» (Gv 2, 21).

Entrambe le garanzie si riferiscono alla sua risurrezione.

Ma gli apostoli a tutta prima non gli credettero. Infatti, quando Gesù fu arrestato e crocifisso, tutti (o quasi) lo abbandonarono. Quando poi videro Gesù risorto e si convinsero che era proprio lui,

- ritennero sufficiente la garanzia della sua risurrezione;

- credettero che veramente fosse quanto aveva detto di essere, cioè il Figlio di Dio;

- decisero di fidarsi di lui e di accettarlo come il maestro della loro vita, anche perché, rileggendo alla luce della risurrezione di Gesù l'Antico Testamento, che essi ritenevano Parola di Dio, trovarono in esso delle conferme che egli fosse il messia: 1 Cor 15,3-5; Gv 2,22; 20,8-9; ecc.

Classico è l’esempio di Tommaso che, dopo aver visto Gesù risorto, concluse:

«Il Signore mio e il Dio mio»

ed il commento di Gesù:

«Poiché hai visto me, hai creduto. Beati coloro che, pur non avendo visto, hanno creduto» (Gv 20,28).

Da allora gli apostoli si impegnarono a vivere come Gesù aveva insegnato.



In sintesi:

gli apostoli accettarono che Gesù fosse il Figlio di Dio, perché, dopo che egli lo disse e fu messo a morte, risorse.



5. La struttura dell’atto di fede oggi

In base a quanto si è detto e per sintetizzare, l’atto di fede oggi si sviluppa attraverso i seguenti passaggi:

1) atto di fiducia nella Chiesa, che abbia conservato bene l’insegnamento degli apostoli, selezionando e tramandando senza manipolazioni i libri che lo contenevano e interpretandoli secondo quanto gli autori volevano dire;

2) atto di fiducia (attraverso la Chiesa) negli apostoli, che abbiano tramandato bene quanto Gesù ha fatto e detto e, in particolare, la risurrezione di Gesù;

3) atto di fiducia (attraverso gli apostoli) in Gesù, che sia veramente quello che ha detto d’essere, cioè il Figlio di Dio, il Cristo, poiché l'ha garantito con la risurrezione;

4) atto di fiducia (attraverso Gesù) in Dio, Padre di Gesù e Padre di tutti gli uomini, che abbia risposto definitivamente al problema del senso della vita umana.

Come già notato, nessuno di questi passaggi è dimostrabile razionalmente e, tuttavia nessuno è assurdo.

Questo è lo schema teorico di un corretto atto di fede cristiano, secondo il Cattolicesimo.
Tuttavia molte persone, che pure sono cristiane, non arrivano alla fede in Gesù seguendo questa linea in modo cosciente, ma attraverso una «catena di fiducia».
Caso tipico, ma non unico, è quello del bambino che si fida della mamma, la quale si fida del parroco, il quale si fida del suo professore di teologia...
Come si vede, ognuno accetta la testimonianza di un altro in cui ha fiducia.
Che dire di questa situazione?
È un vero atto di fede e per molti spesso è l’unico possibile; tuttavia basta che un solo anello della catena si spezzi, perché la fede crolli. Spesso per es. succede che un cristiano, dopo un bisticcio con un prete, abbandoni la fede. Proprio per evitare questo inconveniente e comunque per economizzare il più possibile la fiducia, ha senso mettersi a studiare i documenti del Nuovo Testamento in modo che la fiducia si appoggi il più possibile sugli apostoli e non su intermediari. Solo in questo modo si può credere che Gesù è il Cristo, senza essere disturbati dal comportamento a volte poco coerente di certi cristiani attuali o passati. Gesù infatti è risorto (o non è risorto) indipendentemente dal comportamento dei cristiani di oggi o di ieri.
Un fatto di 2000 anni fa non può essere cancellato da fatti che sono venuti dopo.
Tuttavia attraverso gli autori dei fatti poco edificanti che sono avvenuti dopo, allora la persona è tentata di rifiutare o mettere in dubbio il fatto antico.

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6. Le reazioni dell’ascoltatore

Come mai, davanti all’annuncio della risurrezione, alcuni credono ed altri no?

Per rispondere a questa domanda analizziamo quali sono le possibili reazioni dell’ascoltatore:



Vediamo meglio i singoli casi:

1. «Non mi interessa»

Chi risponde così lo fa

- o per orgoglio (dice di accettare solo quello che è razionale),
- o per moda,
- o per non impegnarsi in una ricerca che potrebbe portarlo a cambiar vita,
- o perché è condizionato da un’educazione anticlericale,
- o ancora perché non riesce a vedere in che cosa la risurrezione di Gesù tocchi oggi la sua vita...

Comunque il discorso con lui è provvisoriamente chiuso. Lo studio del Cristianesimo può rivestire per lui solo un interesse culturale.

2. «Approfondisco»

In questo caso la persona riflette più a fondo su tutta la questione, onde prendere una decisione e può arrivare ad una conclusione (sia pure non definitiva), oppure rimanere nel dubbio:

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a) «concludendo»

Se la persona ritiene che i dati raccolti siano sufficienti per prendere una decisione, ha terminato la sua ricerca, almeno fino a quando fatti nuovi nella sua vita vengano a riaprire da capo tutta la questione.

La conclusione può essere: vedo che devo credere, oppure vedo che non devo credere:

- «Vedo che devo credere»
Questa conclusione da molti teologi (compreso Tommaso d’Aquino) è chiamata «illuminazione», dono di Dio (v. oltre).
A questa persona resta poi il dovere di tradurre la sua fede in vita cristiana coerente (fede esplicita).

- «Vedo che non posso credere»
Secondo il Cristianesimo anche questo atteggiamento è corretto, se nasce da buona fede (Rom. 14) e se la persona si comporta coerentemente con la verità che ha scoperto, anche se tale verità non coincide col Cristianesimo.

Si parla in questo caso di fede implicita o di buona fede.



b) «rimanendo nel dubbio»

Il dubbio è lo stato di una persona che non sa decidersi da quale parte stare, in quanto o ritiene che gli elementi raccolti non siano ancora sufficienti per prendere una decisione e ne attende altri più convincenti, oppure ha il timore di non averli ancora analizzati a sufficienza.

A questo proposito occorre far notare che
- non c’è da sperare che in futuro le prove siano migliori, perché ci sarà sempre da fare un atto di fiducia nei testimoni e tale atto sarà sempre libero (= non costretto dall’evidenza);
- il rimanere nel dubbio può essere un modo comodo per evitare una decisione impegnativa;
- il giudizio positivo o negativo che uno dà può essere sempre rivisto, qualora una più matura esperienza e riflessione suggerissero la scelta contraria;
- a volte lo stato di dubbio è semplicemente un rifiuto della libertà dell’atto di fede: si vogliono delle prove tali che «costringano» a credere. Così facendo, si impone alla realtà delle cose di essere come vogliamo noi... e questo è assurdo.
Questo atteggiamento si ha, per esempio, quando si dice: «Se Gesù è risorto, perché non compare qui ora? Solo così crederò».
Si può rispondere: chi assicura che sia proprio Gesù quello che eventualmente comparisse? E che diritto si ha di esigere un «miracolo» per credere?

Il dubbio poi può essere di due tipi, motivato o immotivato:

1. dubbio motivato
Si ha quando ci sono ragioni che fanno sospendere il giudizio.

Altrimenti si tratta di

2. dubbio immotivato
Si ha quando non ci sono ragioni di dubitare. In genere nasce dalla paura di errare nel prendere una decisione, dalla paura di "buttarsi" in Dio, di impegnarsi in una vita senza certezze razionali assolute.

Come giudicare queste situazioni di dubbio?

Il dubbio è una situazione umana possibile.

Secondo il Cristianesimo, è accettabile solo se accompagnata dalla volontà di risolvere o di vincere il dubbio.

In pratica però, chi è nel dubbio non può agire: fino a quando non dirà sì agli apostoli (facendo così un atto di fede), di fatto dice no.

* Possiamo ora rispondere alla domanda iniziale: «Perché alcuni credono e altri no?»

Davanti all’annuncio della risurrezione alcuni non credono, perché

- o l'evangelizzazione è stata fatta a loro malamente (errori nella predicazione o difetti nel predicatore);

- o non ne è stata vista la credibilità (limiti o precedenti esperienze negative nei confronti della Chiesa da parte dell'ascoltatore);

- o, pur avendone vista la credibilità, non vogliono credere, perché non vogliono cambiar vita.

Secondo il Cattolicesimo, solo in quest’ultimo caso vi è colpa morale nell’ascoltatore (malafede).

>


Precisazione

Fede e salvezza secondo il Cattolicesimo

Per tranquillizzare una persona che, in buona fede, ritiene di non dover credere, ma si sente in colpa o ha paura di essere "dannata" se non crede agli apostoli, qualora, in buona fede, ritenesse di non dover credere, precisiamo qual è il rapporto tra fede e salvezza secondo il Cattolicesimo:

- tutti gli uomini sono chiamati da Dio alla salvezza, cioè alla vita eterna con Lui:

"Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi" (1 Tim 2,4);

- non tutti però sono chiamati alla fede esplicita in Gesù:

* non lo è colui a cui il vangelo non è stato predicato;

* non lo è colui a cui è stato predicato in modo incomprensibile o inaccettabile;

* non lo è colui che non l'ha capito o l'ha capito male;

- la salvezza effettiva dipende dalla buona fede (Rom 14), cioè dal comportamento coerente con la verità scoperta.

D'altra parte non si può pretendere che una persona si comporti secondo una verità sconosciuta o non conosciuta come tale.



7. La fede dono di Dio

Spesso si sente affermare che la fede è «dono di Dio».

Che dire di questa affermazione?

Essa può essere intesa nel senso che Dio a qualcuno concede la fede e ad altri no, secondo i suoi "imperscrutabili" disegni.

Ma questo sarebbe contraddittorio. Infatti

- se «senza la fede è impossibile piacere a Dio» (Ebrei 11,6), Dio, dando la fede a chi vuole, salverebbe solo chi vuole: negazione della libertà dell’uomo;

- se «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi» (1 Tim 2,4), dovrebbe dare a tutti la fede.

Ma come mai non tutti ce l’hanno? (cfr. Gv 6,64: «Ci sono fra voi alcuni che non credono»).

Queste osservazioni fanno pensare che la frase «la fede è un dono di Dio» debba essere intesa in un altro senso.

Secondo il Cristianesimo

è dono di Dio che

1. egli stesso abbia mandato Gesù e lo abbia fatto risorgere;

2. qualcuno abbia visto Gesù risorto e abbia comunicato la notizia ad altri, altrimenti sarebbe andata perduta;

3. altri abbiano tramandato integra la testimonianza dei primi testimoni;

4. l’annuncio dei fatti di Gesù sia giunto all'ascoltatore in modo credibile, in un terreno ben preparato da una precedente educazione favorevole.

Così la persona ha potuto vedere la credibilità dell'annuncio ("posso credere") e che era onesto credere ("devo credere" - questo è chiamato dai teologi: "illuminazione!").

* Però, dopo questa serie di doni di Dio, la decisione se vivere coerentemente la fede cristiana o no spetta esclusivamente alla persona, in tutta la sua libertà.

>

In sintesi:

dire che la fede è un dono di Dio equivale a dire che Dio mette certe persone nella condizione di fare un atto esplicito di fede. Se non lo fanno sono colpevoli.

E che ne è di quelli che Dio non mette in queste condizioni? Cioè non dà loro il dono? Forse che si dannano?

A volte qualche teologo ha risposto di sì, citando una frase di Gesù: «Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo. Chi non crederà, sarà condannato» (Mc 16,16).

Tuttavia, siccome nel Cattolicesimo è stata più volte condannata la teoria della predestinazione alla dannazione da parte di Dio, la frase di Mc 16,16 si deve intendere così:

chi, vedendo che deve credere,

- crederà e sarà battezzato, sarà salvo;

- non crederà, sarà condannato.



8. L’eresia

Chi sceglie di prestare fiducia ad un testimone, sceglie di accettare per vero tutto quanto il testimone ritiene essenziale nella sua testimonianza.

Se perciò, tra le notizie che il testimone racconta, si fa una scelta di accettarne alcune e non altre (in greco a‡resij-éresis = scelta, da cui la parola eresia), la si fa in base ad un criterio soggettivo di ciò che è plausibile o no. In questo caso il metro della verità non è la parola del testimone, ma il proprio criterio personale. E questo non è un atto di fiducia nel testimone. E dunque non è fede.

Operare una scelta di ciò che piace o no nella testimonianza apostolica e, indirettamente, nelle parole di Gesù, equivale a rifiutare la fede cristiana.

Chi infatti ha scelto di prestare fiducia agli apostoli quando raccontano un fatto colossale come la risurrezione, non dovrebbe avere difficoltà ad accettare tutte le affermazioni che gli apostoli hanno fatto su Gesù e che essi stessi hanno giudicato importanti.

E poi, sulla garanzia della risurrezione, non dovrebbe avere difficoltà ad accettare come vero tutto quanto disse Gesù e gli apostoli tramandarono, anche se ciò implica un effettivo «salto nel buio». Prendere solo ciò che piace e lasciare ciò che non piace non è fidarsi di Gesù, ma di se stessi e quindi non è fede cristiana.
19/04/2010 23.25
 
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Gli SCRITTI CRISTIANI

In questo capitolo vedremo
i problemi relativi ai testi cristiani
A) Il Canone del Nuovo Testamento:
come si è formato elenco dei libri cristiani ufficiali
B) La trasmissione del Nuovo Testamento:
la sicurezza di possedere il testo originario.


I problemi
Abbiamo visto che è sicura l'esistenza di Gesù, vissuto nel I sec., e che egli è ritenuto il fondatore del Cristianesimo.
Però i dati che tali autori ci forniscono sono assolutamente insufficienti per conoscere bene il pensiero di Gesù ed i fatti della sua vita.
A questo scopo l'ideale sarebbe di avere qualche scritto di Gesù, ma siccome, almeno per ora, di lui non possediamo nulla, dobbiamo rivolgerci agli scritti (e sono abbastanza numerosi) dei suoi discepoli.
Ci limiteremo però ai documenti cristiani del I e II secolo, perché quelli posteriori sono troppo lontani dai fatti per offrirci garanzie di sufficiente attendibilità storica.
Di tali documenti però non possediamo i testi originali, ma solo copie manoscritte, le più antiche delle quali, allo stato attuale delle ricerche, sono del III secolo

Ora si sa che, copiando a mano dei documenti, si possono commettere errori. Viene perciò spontanea la domanda:
Possiamo ricostruire i testi così come sono usciti dalle mani degli autori?
È il problema della trasmissione del testo.
Analizzando poi i libri antichi in nostro possesso noi vediamo subito che questi libri non avevano tutti la stessa importanza nelle comunità cristiane. Infatti di alcuni di essi possediamo migliaia di copie (circa 5200), scritte fra il III ed il XV sec., mentre di altri possediamo solo poche copie e a volte neanche complete.
Ciò si spiega perché i primi erano letti in pubblico nelle varie Chiese cristiane e perciò fu necessario moltiplicarne le copie e così una parte di esse è sopravvissuta all'usura del tempo, mentre i secondi no.

Sorge così un altro problema:

Perché gli uni erano (e sono tuttora) letti in pubblico nelle liturgie cristiane e gli altri no?

è il problema del canone (= elenco) dei libri ufficiali cristiani.

I documenti per rispondere a questa domanda non sono molto abbondanti, ma sufficienti per avere una risposta accettabile.

Nella nostra trattazione, invertiremo, per chiarezza, i due problemi e tratteremo prima il canone e poi la trasmissione del Nuovo Testamento.

A) Il Canone del Nuovo Testamento

I. I libri nelle prime comunità cristiane

1. Perché nascono

Poiché cristiano è colui che si impegna a vivere secondo gli insegnamenti di Gesù, gli è necessario conoscerne il genuino pensiero. E poiché Gesù non ha scritto nulla che sia giunto a noi (almeno per ora), i primi cristiani, per risolvere il problema, si rivolgevano agli apostoli, testimoni di quanto Gesù aveva detto e fatto.

Valga la testimonianza di Giovanni:

«Quello che era fin da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato, del Verbo di vita... ve l'annunciamo» (1 Gv 1,1).

Gli apostoli erano dunque la norma viva della fede cristiana, poiché raccontavano direttamente gli insegnamenti di Gesù e i fatti della sua vita.

Ma poiché gli apostoli stavano cominciando a morire, fu necessario affidarsi sempre più a libri che conservassero il loro insegnamento. Scomparsi i testimoni oculari, infatti, non sarebbe stato più possibile controllare la veridicità di quanto continuava ad essere predicato su Gesù, soprattutto di fronte ad eventuali nuove affermazioni a suo riguardo.

Inoltre, col diffondersi del Cristianesimo, non era più così facile per tutti incontrare qualche apostolo, per poter effettuare le necessarie verifiche.

Documentazione

_ Prologo del vangelo secondo Luca:

«Poiché molti hanno messo mano a ordinare la narrazione dei fatti compiuti in mezzo a noi, come tramandarono a noi quelli che dall’inizio videro con i propri occhi e (sono) diventati servi della parola, parve anche a me, avendo seguito ogni cosa da principio diligentemente, di seguito (o con ordine), scriverti, ottimo Teofilo, affinché tu conosca la saldezza della parola con la quale sei stato istruito» (Lc 1, 1-4).

_ 2a Lettera di Pietro:

«...e la magnanimità del Signore nostro ritenetela salvezza, come anche l’amato nostro fratello Paolo, secondo la sapienza data a lui, scrisse a voi, come anche in tutte le lettere, parlando in esse di queste cose; nelle quali vi sono alcune cose difficili ad intendersi, che gl'ignoranti e deboli stravolgono, come anche le altre scritture, per la perdizione» (2 Pt 3,15-16).

La lettera, scritta verso il 66/67 o verso il 75, sembra supporre che esistesse una raccolta, almeno parziale, delle lettere di Paolo. Tale epistolario viene messo sullo stesso piano dell'Antico Testamento, se si interpreta la parola «scritture» come riferita ad esso.

_ Lettera ai Colossesi:

«E quando sia stata letta da voi la lettera, fate in modo che anche nella Chiesa dei Laodicesi sia letta e che quella dei Laodicesi anche voi leggiate» (Col 4, 16).

La lettera, scritta da Paolo, prigioniero a Roma, verso il 61/63, fa pensare al fatto che le comunità si scambiassero le lettere o facessero copie delle lettere stesse.

Questi scritti cristiani si leggevano nelle riunioni comuni, assieme ai testi dell'Antico Testamento, che già erano letti nelle sinagoghe ebraiche.

u Che circolassero tra le varie comunità cristiane anche i libri dell'Antico Testamento è dimostrato dalle abbondantissime citazioni di esso che si possono rintracciare nei libri dei primi cristiani.


Documentazione

_ 1a Lettera di Paolo ai Tessalonicesi:
«Vi scongiuro nel Signore che questa lettera sia letta a tutti i fratelli» (1 Tess 5,27).

_ Lettera ai Colossesi (4,16), già citata sopra.
Apocalisse:
«Felice chi legge e quelli che ascoltano le parole della profezia...» (Ap 1,3).

Ciò suppone che il libro fosse letto in pubblico.

Giustino, filosofo cristiano, scrive verso il 155:

«... E nel giorno chiamato del sole, tanto quelli che abitano in città come quelli che abitano in campagna si adunano nello stesso luogo e si fa lettura delle memorie degli apostoli (vangeli) e degli scritti dei profeti (Antico Testamento), sin che il tempo lo permette.

Quando il lettore ha terminato, il preposto (il capo) tiene un discorso per ammonire ed esortare all’imitazione di questi buoni esempi» (1a Apologia - n. 67).


Però, al tempo in cui furono composti, questi libri cristiani non erano giudicati «Sacra Scrittura». Per i primi cristiani Sacra Scrittura rimanevano le "scritture ebraiche", chiamate Antico Testamento.

La prima citazione di un passo di Paolo, considerato sicuramente come Sacra Scrittura, si trova nella lettera di Policarpo ai Filippesi (12,1), scritta verso il 150:
_ «So che siete molto versati negli scritti sacri e che nulla in essi vi sfugge, cosa che a me non è concessa. Tuttavia voglio ricordarvi solo queste frasi, che in essi sono scritte:
"Sdegnatevi pure, ma non fino al peccato" (Salm 4,5), e ancora: "Il sole non tramonti sopra la vostra ira" (Ef 4,26).
Beato chi se le ricorda, come sono certo che voi fate!».



2. Autori

Molti di questi scritti sono attribuiti direttamente o indirettamente (a volte anche falsamente) ad apostoli, la cui autorità nelle Chiese cristiane era indiscussa. Ad essi infatti i cristiani avevano creduto, perché testimoni della vita di Gesù (il fondatore in radice del Cristianesimo), e proprio sulla loro testimonianza erano sorte le Chiese.

Documentazione

_ Molti libri portano il nome di apostoli: vangelo secondo Matteo, secondo Giovanni, lettere di Paolo, ecc.

_ Già nei primi anni dell’attività di Paolo però, alcuni tentarono di diffondere delle lettere falsamente attribuite a lui. Lo assicura Paolo stesso: «...Vi preghiamo, o fratelli, di non lasciarvi così facilmente turbare la mente, né allarmare, sia da spirito, sia da dicerie, sia da lettere, come se fossero inviate da me...» (2 Tess. 2,1-2),
e finisce la lettera così: «Il saluto è di mio pugno, di me, Paolo; esso è il segno che distingue ogni mia lettera. Io scrivo così» (2 Tess 3,17).

_ Conosciamo parecchi vangeli e lettere attribuiti ad apostoli, ma non accettati dalla Chiesa (apocrifi): vangelo di Giacomo, di Pietro, di Tommaso... Quanto al vangelo di Pietro è nominato da Serapione di Antiochia, come riferisce Eusebio di Cesarea nel 318.
Si noti ancora che tutte le lettere nelle Chiese cristiane del II - III sec. imitavano le lettere di Paolo: per es. quella di Clemente di Roma o quelle di Ignazio di Antiochia. Ciò significa che le lettere paoline erano ben conosciute.

_ Giustino afferma: «... gli Apostoli nelle memorie fatte da loro, che si chiamano vangeli...» (1a Apologia, n. 66).

_ Il Canone Muratoriano ci dà analoghe informazioni (si veda più avanti).

3. Nuovi libri

Si scrivevano anche nuovi libri. Fra essi bisogna distinguere due gruppi:

- scritti che, pur senza pretendere di risalire agli apostoli, avevano autorità simile a quella degli scritti che fanno oggi parte del Nuovo Testamento. Vengono chiamati Padri Apostolici, perché i loro autori hanno conosciuto gli apostoli;

- scritti, piuttosto fantasiosi o ricchi di dottrine strane, sorti dal desiderio di colmare le lacune dei vangeli (canonici), libri falsamente attribuiti ad apostoli, allo scopo di aumentarne l’autorevolezza. Vanno sotto il nome di apocrifi o pseudoepigrafi. Poiché tali libri aumentavano rapidamente, nacque il problema di controllarne l’attendibilità.

4. Copie

Di alcune lettere venivano fatte copie fin dall'origine. Si presentano infatti come "circolari" destinate a varie comunità.

Documentazione

_ Lettera di Paolo agli Efesini:
«Paolo, apostolo di Cristo Gesù secondo la volontà di Dio, ai santi che sono in Efeso...» (Ef 1, 1).
­ Alcuni manoscritti, invece di "in Efeso", hanno "in Laodicea". Altri ancora hanno uno spazio bianco che probabilmente serviva per scrivervi il nome della città in cui si trovava la comunità cristiana destinataria della lettera.
Potrebbe trattarsi dunque di una lettera circolare a cui di volta in volta veniva scritto l’indirizzo.

_ Si confronti inoltre la già citata lettera ai Colossesi, 4,16.
È lecito supporre che anche di tutti gli altri scritti apostolici, data la loro importanza per la fede, si facessero copie che circolavano fra le Chiese. Di qui la spontanea e graduale formazione di raccolte di scritti.
Però questo non impediva che fosse tramandato ancora a voce l’insegnamento di Gesù e che spesso questa tradizione orale avesse maggior peso di quella scritta.

Documentazione

Lo sappiamo per es. da Papia di Gerapoli, II sec.:
_ «Ecco quanto soleva dire l'anziano (forse Giovanni): "Marco, diventato interprete/traduttore di Pietro, tutto quello che ricordava stese giù con cura, anche se, sia dei detti che dei fatti del Signore, scrisse disordinatamente. Egli non ascoltò il Signore, né fu mai alla sua sequela, perché solo più tardi, te l'ho già detto, divenne intimo di Pietro. Questi annunciava l'evangelo tenendo conto delle necessità dell'uditorio, senza voler fare una sintesi o (composizione) d'insieme dei detti del Signore. Così Marco non ha fatto errori scrivendo alcune cose come se le ricordava"» (Eusebio, St. Eccl. III, 39,15).

La cosa si spiega facilmente se si pensa che, presso gli antichi, erano pochi quelli che sapevano leggere e che i libri erano molto costosi. La cultura si tramandava essenzialmente per via orale.
19/04/2010 23.27
 
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II. Il canone del Nuovo Testamento
(= elenco dei libri ufficiali cristiani)

Sicurezza che nei testi sia contenuto il pensiero di Gesù

1. La formazione del canone

La situazione, nella prima metà del II sec., era la seguente:
a) circolavano nelle comunità
- scritti originali risalenti direttamente o indirettamente agli apostoli,
- copie di tali scritti,
- scritti falsamente attribuiti agli apostoli,
- scritti che non risalivano agli apostoli, ma che godevano quasi della stessa autorità;

b) erano scomparsi o quasi scomparsi i testimoni attendibili, capaci di risolvere le controversie di attribuzione dei testi;

c) stava prendendo vigore il movimento filosofico-teologico dello gnosticismo.

Il termine "gnosi" proviene dal greco e significa conoscenza. Secondo gli gnostici solo la conoscenza può condurre alla salvezza.
* In generale gli gnostici partono dal problema del male nel mondo: Dio non può fare né volere il male - dunque il male non viene da Dio. Esistono due princìpi increati: uno, Dio-spirito, da cui deriva il bene e l'altro, la materia, da cui deriva il male. Questi due princìpi sono in perenne lotta fra di loro.
* Luogo della lotta fra il principio del bene (spirito) e il principio del male (materia) è il cuore dell'uomo, in quanto l'uomo è appunto composto di spirito e di materia.
* Questa penosa situazione in cui l'uomo veniva a trovarsi ha impietosito Dio, il quale ha inviato nel mondo Gesù per operare la salvezza: guidare gli uomini alla vera conoscenza, onde distaccarli dalla materia.
* Gesù, essendo puro spirito (bene), non poteva rivestirsi di un corpo materiale (che è male). Quindi, per venire nel mondo, ha preso solo una parvenza corporea (greco: dokéo = sembro, da cui anche il nome di doceti dato a questi pensatori),


Pensatori gnostici importanti furono Basilide, Carpocrate, Valentino, ma soprattutto Marcione.

Secondo Marcione (verso il 140 d.C.) il messaggio di Gesù, predicato anche da Paolo, era stato il superamento definitivo dell'A.T., di cui nulla andava conservato. Sarebbe stato successivamente alterato in senso giudaizzante, mediante l'introduzione di scritti non autentici e la manipolazione dei testi originari.
Marcione rifiutava perciò in blocco l'A.T. e, quanto ai vangeli, voleva riportarli "alla forma originale", eliminando quello che costituirebbe un'alterazione fatta dopo. In concreto, rifiutava i vangeli secondo Matteo, Marco e Giovanni e sopprimeva in Luca i racconti dell'infanzia e ogni accenno alla reale corporeità di Gesù (in Gesù-spirito, non potevano esserci manifestazioni di corporeità, come crescere, essere stanco, aver paura, soffrire, sudare sangue...).


Marcione fu il primo a fissare una lista di libri a cui attingere quella che, secondo lui, era la genuina dottrina cristiana. La lista comprendeva: il vangelo secondo Luca (nella versione rimaneggiata da lui) e dieci delle lettere di Paolo (escluse le lettere pastorali).

Contro Marcione le comunità cristiane dovettero prendere posizione:
a) stabilendo un elenco «ortodosso» (canone), relativamente fisso, di libri da prendere come norma della genuina fede cristiana: il N.T. (i criteri per questa selezione si trovano più avanti);
b) sulle nuove copie del N.T. che venivano confezionate, affidando ai vescovi il controllo, per essere sicuri che fossero conformi al testo antico 1.

u Il fatto veramente importante è costituito dall’idea della necessità di un canone: le Chiese dovettero riconoscere di non poter più controllare da sole le tradizioni su Gesù che stavano pullulando e andarono perciò alla ricerca di norme o criteri per stabilire quali libri accettare e quali escludere, al fine di conoscere il genuino pensiero cristiano.

2. I criteri di canonicità

Dai documenti a nostra disposizione (v. oltre) possiamo ricavare che i criteri utilizzati dalle Chiese per stabilire il canone furono principalmente due: ecclesialità ed apostolicità dei libri.
Nel caso poi in cui l'apostolicità non fosse certa, si ricorse al criterio sussidiario della tradizionalità 2. Vediamoli meglio:

a) Ecclesialità
Furono scelti come "ufficiali" i libri che erano accolti e letti nella liturgia da tutte (o quasi) le comunità che li conoscevano.

Furono le comunità che selezionarono i libri del Nuovo Testamento, non attraverso pronunciamenti ufficiali, ma attraverso il «sentire» dei cristiani: in quei libri essi riconoscevano fissata la fede che avevano ricevuto nella predicazione orale ed accettato.


Ma perché i cristiani leggevano questi libri?
Ecco il secondo criterio:

b) Apostolicità

Furono scelti quei libri che si ritenevano prodotti direttamente o indirettamente dagli apostoli (se a torto o a ragione oggi è difficile/impossibile da stabilire: è un atto di fede nelle comunità cristiane dei primi secoli).

«Si può dire che il concetto di "canone", sia derivato in modo diretto da quello di apostolo. L’apostolo ha nella Chiesa una funzione unica, che non si ripete: è un testimone oculare.
Per conseguenza solo gli scritti che hanno per autore un apostolo o un discepolo di un apostolo sono reputati garantire la purezza della testimonianza cristiana» (O. Cullmann, Le Nouveau Testament, Paris 1966; ed. ital. Bologna, 1968, pag. 141-142).

1. Quanto ai vangeli, le comunità hanno accettato quelli che avevano come autori sicuri o apostoli o diretti ascoltatori di apostoli (dopo aver valutato, per questi ultimi, che avessero raccolto bene il loro insegnamento). Per questa ragione furono rifiutati i vangeli apocrifi.

2. Quanto alle lettere, era compito dei destinatari garantire sul mittente. Si noti però che spesso un autore si serviva di uno scrivano-segretario che «metteva in bella» il testo.
È per questa ragione che scritti come la Didaché o la lettera di Clemente di Roma, nonostante fossero dello stesso periodo e sullo stesso argomento dei libri del Nuovo Testamento, non furono accolti tra i libri ufficiali.

Ne consegue che, per le comunità cristiane antiche, norma di fede non erano gli scritti, ma le testimonianze orali apostoliche che si fissarono poi in tali scritti. Valeva il principio:

era canonico (= normativo) solo ciò che era apostolico.

E nel caso in cui l’apostolicità non fosse certa?

Si ricorse al criterio sussidiario della

c) Tradizionalità

Furono scelti quei libri che erano in armonia con la tradizione orale e rifiutati quelli che presentavano la figura di Gesù in modo diverso da quello tradizionale, quello cioè che i cristiani conoscevano bene per averlo ascoltato dalla viva voce degli apostoli e dei loro immediati discepoli.

Questo successe per es. per il vangelo di Pietro come dice questo documento di Eusebio di Cesarea che cita la testimonianza di Serapione:
­_ «Costui (= Serapione) ha composto anche un altro trattato sul vangelo detto secondo Pietro con l’intento di esporre la falsità degli argomenti in esso contenuti, per il bene di alcuni membri della chiesa di Rhossus (in Siria), che a causa dell’opera suddetta furono preda di dottrine non ortodosse. Sarà bene riportare qui alcune frasi del suo scritto per rilevare il suo giudizio su quel libro. Egli scrive:
"Fratelli, noi accettiamo Pietro e gli altri apostoli come Cristo, ma, da uomini prudenti, respingiamo quanto è falsamente scritto sotto il loro nome, ben conoscendo che da loro non abbiamo ricevuto tali cose. Quando, infatti, io fui presso di voi, pensavo aderiste tutti alla retta fede e, non avendo letto il vangelo sotto il nome di Pietro, di cui parlavamo, dissi: Se era questo l’unico motivo del loro turbamento, leggetelo pure! Ma ora, da quanto mi è stato detto, ho compreso che nella loro mente era annidata una eresia: avrò dunque cura di venire nuovamente da voi. A presto, dunque, fratelli.
Voi sapete che genere di eresia era quella di Marcione e come egli si contraddiceva, non comprendendo quanto andava diffondendo, imparerete (la verità) da quanto ho scritto per voi. Ho infatti avuto la possibilità di avere tra le mani proprio questo vangelo da coloro che se ne servono, cioè dai successori di quelli che sono stati i suoi autori, ai quali diamo il nome di doceti, in quanto molte delle loro idee appartengono a questa scuola, di scorrerlo e di constatare che in gran parte ha sul Salvatore un insegnamento giusto, ma alcune cose sono nuove e ne ho tracciato una lista per voi". Questo è quanto si riferisce a Serapione» (Storia Eccles., VI, 12,2-6: PG, 20,545).



Sembra dunque questa la vera e definitiva norma di fede del Cristianesimo:
l’insegnamento di Gesù fatto con le parole e con la vita e tramandato dalla tradizione orale delle Chiese.


In sintesi:
L’insegnamento di Gesù diventava dunque la cosa più preziosa, da conservare con somma cura. Necessitava perciò un accurato controllo.
Per questo si andavano a cercare prima i testimoni e poi, morti quelli, i libri che trasmettevano il suo vero insegnamento.

CRITERI DI SCELTA DEI LIBRI "CANONICI"

* ECCLESIALITÀ: LIBRI LETTI IN TUTTE LE CHIESE CHE LI CONOSCEVANO

* APOSTOLICITÀ: perché AVEVANO COME AUTORE DIRETTO O INDIRETTO UN APOSTOLO

* TRADIZIONALITÀ: perché FACEVANO SU GESÙ UN DISCORSO CONFORME ALLA TRADIZIONE ORALE

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Documentazione

La più antica lista di libri "canonici" a noi giunta è il canone muratoriano, un documento di ignoto autore, compilato in un latino grossolano verso il 180 e scoperto nel 1740 da Ludovico Antonio Muratori nella biblioteca ambrosiana di Milano.
Al testo mancano alcune righe d'inizio. Si può tuttavia immaginare che parlasse dei vangeli secondo Matteo e secondo Marco, visto che presenta come terzo il vangelo secondo Luca.

_ «... ai quali pure egli (Marco?) fu presente e così ha (es)posto. Il terzo libro dell’evangelo (è quello) secondo Luca. Questo medico, Luca, preso con sé da Paolo come esperto di diritto (o esperto del viaggio, o della dottrina), lo compose dopo l’ascensione di Cristo secondo ciò che egli (Paolo) credeva. Neppure lui però vide il Signore in carne, e perciò cominciò a raccontare così come poteva ottenere (il materiale), dalla nascita di Giovanni.
Il quarto degli evangeli (è quello) di Giovanni, (uno) dei discepoli. Poiché i suoi condiscepoli e vescovi lo esortavano, disse: "Digiunate con me per tre giorni da oggi e ci racconteremo a vicenda ciò che ad ognuno verrà rivelato".
In quella stessa notte fu rivelato ad Andrea, (uno) degli apostoli, che Giovanni doveva mettere tutto per iscritto in nome proprio, mentre tutti (lo) avrebbero esaminato. E perciò, sebbene diversi princìpi siano insegnati nei singoli libri dei vangeli, ciò non costituisce però una differenza per la fede dei credenti, essendo tutte le cose spiegate dall’unico e normativo Spirito: ciò che riguarda nascita, passione, risurrezione, vita sociale con i suoi discepoli, la duplice venuta, dapprima, disprezzato nell’umiltà, che è già avvenuto, la seconda volta, illustre, con potere regale, che deve (ancora) avvenire. Che c’è di strano, dunque, se Giovanni tanto costantemente presenta anche nelle sue lettere delle particolarità, dato che dice di se stesso: "Ciò che abbiamo visto con i nostri occhi e udito con le nostre orecchie e che le nostre mani hanno toccato, queste cose abbiamo scritto a voi" (1 Gv 1,1 ss.). Così non solo egli si professa testimone oculare ed auricolare, ma anche scrittore di tutte le cose mirabili del Signore, per ordine. I fatti poi di tutti gli Apostoli sono scritti in un unico libro. Luca raccoglie per l’ottimo Teofilo le singole cose che sono state fatte in presenza sua e lo fa vedere chiaramente omettendo la passione di Pietro e anche la partenza di Paolo dall’Urbe (= Roma), per la Spagna.
Le lettere di Paolo poi rivelano esse stesse, a chi vuol capire, da che località e in che circostanza sono state inviate. Prima di tutte ai Corinzi, vietando l’eresia dello scisma; poi ai Gálati (vietando) la circoncisione; poi ai Romani (spiega) esattamente l’ordine delle Scritture e che Cristo è il loro principio. Delle quali (lettere) è necessario che parliamo singolarmente. Lo stesso beato apostolo Paolo, in ciò seguendo la regola del suo predecessore Giovanni [cfr. sette lettere di Apoc cap. 2-3: si veda più avanti], scrive nominativamente a sole sette chiese in quest’ordine: ai Corinzi la prima (lettera), agli Efesini la seconda, ai Filippesi la terza, ai Colossesi la quarta, ai Gálati la quinta, ai Tessalonicesi la sesta, ai Romani la settima. Sebbene sia tornato a scrivere ai Corinzi e ai Tessalonicesi per correggerli, si vede che una sola chiesa è diffusa per tutta la terra. Perché anche Giovanni scrive nell’Apocalisse a sette chiese, ma parla a tutte. Ma una a Filémone e una a Tito e due a Timóteo (le scrisse) per affetto e amore. Sono ritenute sacre per l’onore della chiesa cattolica (= universale), per il regolamento della disciplina ecclesiale.
Circola anche una (lettera) ai Laodicesi, un’altra agli Alessandrini, falsificate col nome di Paolo dalla setta di Marcione, e molte altre cose che non possono essere accettate nella chiesa cattolica.
Non conviene che il fiele sia mescolato con il miele. Però una lettera di Giuda e due con la soprascritta "Di Giovanni" sono ricevute nella Chiesa cattolica, come pure la Sapienza scritta in onor suo dagli amici di Salomone.
Riceviamo anche le rivelazioni (Apocalisse) di Giovanni e di Pietro soltanto. Alcuni di noi però non vogliono che questa sia letta nella chiesa (= assemblea).
Il Pastore l’ha scritto poc’anzi, nella nostra città di Roma, Erma, mentre sedeva sulla cattedra della chiesa della città di Roma il vescovo Pio, suo fratello. Perciò conviene che sia letto, però non si può leggere pubblicamente nella chiesa al popolo, né tra i profeti il cui numero è completo, né tra gli apostoli della fine dei tempi».
- Dall’accenno al «poc’anzi» ed al vescovo di Roma Pio (Io) si stabilisce la data del 180 circa per questo documento.
- Dei 27 libri che formeranno poi il Nuovo Testamento, ne vengono citati 23. Non sono citate: una lettera di Giovanni, una di Giacomo, una di Pietro e la lettera agli Ebrei.


3. Le controversie sul canone

Tra il III ed il V sec. abbiamo un periodo di dubbi e di discussioni sui libri che dovrebbero appartenere al canone.

Documentazione
Una testimonianza di Eusebio di Cesarea, dell’anno 318 circa:

_ «Arrivati a questo punto, ci sembra ragionevole ricapitolare (la lista) degli scritti del Nuovo Testamento di cui abbiamo parlato. E, senza alcun dubbio, si deve collocare prima di tutto la santa tetrade (= quaterna), degli evangeli, cui segue il libro degli Atti degli Apostoli. Dopo questo, si debbono citare le lettere di Paolo, a seguito delle quali si deve collocare la prima attribuita a Giovanni e similmente la prima lettera di Pietro. A seguito di queste opere si sistemerà, se si vorrà, l’Apocalisse di Giovanni, su cui esporremo a suo tempo ciò che si pensa. E questo per i libri universalmente accettati.
Tra gli scritti contestati, ma tuttavia riconosciuti dalla maggior parte, c’è la lettera attribuita a Giacomo, quella di Giuda, la seconda lettera di Pietro e le lettere dette seconda e terza di Giovanni, che sono dell’evangelista o di un altro che porta lo stesso nome.
Tra gli apocrifi (lett.: bastardi, spuri), vengono anche collocati il libro degli Atti di Paolo, l’opera intitolata Il Pastore, l’Apocalisse di Pietro e dopo questi la lettera attribuita a Barnaba, i cosiddetti Insegnamenti degli Apostoli (Didaché), poi, come s’è già detto, l’Apocalisse di Giovanni, se si vuole. Qualcuno, come ho già detto, la rifiuta, ma altri la uniscono ai libri universalmente accettati.
Tra questi stessi libri alcuni hanno ancora collocato il Vangelo secondo gli Ebrei, che piace soprattutto a quegli Ebrei che hanno creduto a Cristo.
Pur stando così le cose per i libri contestati, tuttavia abbiamo giudicato necessario farne ugualmente la lista, separando i libri veri, autentici e accettati secondo la tradizione ecclesiastica, dagli altri che, a differenza di quelli, non sono testamentari (= vincolanti), e inoltre contestati, sebbene conosciuti, dalla maggior parte degli scrittori ecclesiastici; affinché possiamo distinguere questi stessi e quelli che, presso gli eretici, sono presentati sotto il nome degli apostoli, sia che si tratti dei vangeli di Pietro, di Tommaso e di Mattia o di altri ancora, o degli Atti di Andrea, di Giovanni o di altri apostoli. Assolutamente nessuno mai tra gli scrittori ecclesiastici ha ritenuto giusto di ritrovare i loro ricordi in una di queste opere.
D’altra parte, il carattere del discorso si allontana dallo stile apostolico; il pensiero e la dottrina che essi contengono sono talmente lontani dalla vera ortodossia da poter chiaramente provare che questi libri sono delle costruzioni di eretici. Perciò non si debbono neppure collocare tra gli apocrifi, ma si debbono rigettare come del tutto assurdi ed empi» (Storia Ecclesiastica, III, 25, 1-7).
- Secondo questo testo, i libri del Nuovo Testamento non ricordati, discussi o rifiutati, sono la lettera agli Ebrei, le lettere di Giacomo e di Giuda, la 2a lettera di Pietro, la 2a e la 3a lettera di Giovanni e l'Apocalisse.



Le controversie sul canone si chiarirono notevolmente già verso la fine del IV secolo:
- in oriente con la 39a lettera pasquale di Atanasio, vescovo di Alessandria (anno 367),
- in occidente col sinodo di Roma del 382.
Vengono accettati come canonici 27 libri ritenuti di origine apostolica.
Alla fine del secolo V, con l'attenuarsi delle dispute cristologiche e trinitarie, i dubbi scomparvero, sia nelle Chiese latine, sia nelle Chiese greche. Perdurarono, invece, nelle Chiese della Siria, dove l'accordo si stabilì all'inizio del secolo VI, con la versione del Nuovo Testamento fatta da Filosseno. Da allora e fino al XV secolo non ci furono più controversie sul canone.
Lutero (sec. XVI) ha ripreso le discussioni, per i suoi motivi teologici, e il Concilio di Trento ha ribadito l'elenco tradizionale dei libri ufficiali.


4. Conclusione

Ritenere che (come faceva Lutero) la "norma di fede" sia la sola Scrittura (in particolare il Nuovo Testamento) senza la tradizione della Chiesa è un circolo vizioso e quindi un errore logico, perché la Bibbia non può fondare se stessa: non è infatti scritto nella Bibbia quali siano i libri della Bibbia.
Per il Nuovo Testamento, è solo la comunità cristiana che può stabilire quali libri sono conformi alla tradizione orale preesistente ai libri stessi.

Infatti il Cristianesimo è sorto verso gli anni 30, mentre i primi libri cristiani sorgono dopo il 50. Quindi per almeno 20 anni il Cristianesimo esisteva già, mentre i libri cristiani non esistevano ancora.

Dunque, il Cristianesimo non può fondarsi sui libri, ma sulla tradizione che poi è stata fissata negli scritti del Nuovo Testamento

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19/04/2010 23.28
 
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B) La trasmissione del testo del N.T.
Sicurezza di possedere il testo originario

Poiché i testi originali del Nuovo Testamento sono andati persi, per ricostruire il testo, ricorriamo ai manoscritti antichi.

Sono più di 5200, prodotti tra il II e il XV secolo.

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1. Considerazioni sui manoscritti

In base al materiale da cui sono formati, i manoscritti possono essere papiri o pergamene.
- I papiri del Nuovo Testamento sono i documenti più antichi che possediamo (ne abbiamo alcuni del III sec. ed uno del II) e, quantunque non siano completi, sono tuttavia testimoni molto importanti del testo, a causa della loro antichità.

Attualmente ne esistono 72 e vengono classificati con la sigla P n.
Tra essi i più importanti sono:
P52 papiro Rylands dell'anno 125 circa, contenente Gv 18,31b-33a sul recto, e 37b-38 sul verso, si trova a Manchester.
P45, P46, P47 papiri di Chester Beatty del III secolo 1, contenenti insieme quasi tutto il Nuovo Testamento. Si trovano a Dublino.

- Le pergamene (il nome deriva dalla città di Pergamo nella Misia-Turchia) sono pelli di pecora o di capra trattate. Sono molto resistenti e perciò si prestano bene per la stesura di documenti importanti, destinati a durare nel tempo. I libri scritti su pergamena si chiamano.
I più importanti sono:
B: codice Vaticano del IV-V secolo, quasi completo (Roma)
S: codice Sinaitico del secolo IV-V, completo (Londra).
A: codice Alessandrino del V secolo, quasi completo (Londra).
C: codice di Efrem, palinsesto del V secolo, quasi completo (Parigi).
D: codice di Beza del V-VI secolo; ha vangeli e Atti (Cambridge).
F: codice di Koridethi del IX secolo, completo (Tiflis).

2. La ricostruzione del testo originale del N.T.

Poiché il testo originale del N.T. è andato perso, per ricostruirlo ci serviamo dei seguenti documenti:

a) le copie del testo greco originale
Sono lo strumento principale per la ricostruzione del testo. Ognuna è ricavata da un manoscritto più antico.

Si noti che ogni manoscritto è un’entità autonoma, dipendente da un modello, che però non viene riprodotto fedelmente. Di solito il copista, quando non abbia la tendenza ad introdurre correzioni volontarie, introduce nella copia degli errori dovuti a distrazione o fraintendimento del modello («errore progressivo»).
A volte, per creare il manoscritto, lo scrivano si è servito di due o più manoscritti precedenti, confrontandoli fra di loro (collazione).
A volte in fondo al manoscritto troviamo il colofone: è una frase che contiene informazioni sull’editore, sul luogo e sull’anno in cui la copia è stata fatta, e sui manoscritti «predecessori» da cui essa deriva (una sorta di genealogia della copia).

b) le versioni antiche
Del Nuovo Testamento greco possediamo anche versioni in lingue antiche.
Tra le molte conservate, ricordiamo:
- la siriaca, detta «Peshitta», del II secolo
- le versioni copte del II secolo
- la Vetus Latina del 150 circa
- la Vulgata fatta da Gerolamo verso il 400 in latino.

Poiché gli antichi traducevano alla lettera, analizzando una traduzione e supponendo che sia stata fatta bene, riusciamo a risalire al testo greco usato dal traduttore.

c) le citazioni dei Padri della Chiesa
Il Nuovo Testamento è stato molto citato e commentato dagli scrittori cristiani dei primi secoli (II - IX), i Padri della Chiesa.
È stato scritto che se si perdesse il testo del Nuovo Testamento, lo si potrebbe ricostruire in base alle citazioni dei Padri.
È vero che questi scrittori sono vissuti a volte parecchi secoli dopo, però ci presentano il testo come veniva letto ai loro tempi e cioè prima di molti codici a nostra disposizione.

d) Conclusione
Per ricostruire il testo, possiamo risalire coi documenti scritti fino al III sec. e forse fino al II. Passò dunque un tempo abbastanza limitato tra la stesura dei testi originali e le loro prime copie complete in nostro possesso.
Si noti che il periodo di tempo che separa i manoscritti originali del N.T. dalla prima copia in nostro possesso è inferiore rispetto a quello di qualsiasi altro testo antico.

3. Le "varianti" dei documenti
Questi documenti, pur così vicini nel tempo agli originali, non presentano tutti lo stesso testo, al contrario, ci sono tra di essi numerose differenze, dette varianti.
La cosa è del tutto normale se si pensa che i testi antichi erano scritti a mano ed in generale sotto dettatura.

In tutto il Nuovo Testamento si rilevano complessivamente circa 250.000 varianti su circa 150.000 parole che esso contiene. Però questa cifra così alta va molto ridimensionata, se si pensa che spesso di un’unica parola o frase esistono parecchie varianti, la maggior parte delle quali sono solo di forma letteraria e non alterano il pensiero. Varianti che toccano il senso della frase sono circa 200 e di queste soltanto una quindicina sono davvero importanti.


4. Il lavoro per ricostruire il testo

Data la presenza di queste varianti, è lecito domandarsi: è possibile ricostruire il testo originale così come è uscito dalle mani degli autori?
Si chiama critica testuale la scienza-arte che cerca di ricostruire il testo originale supposto alterato o, almeno, di arrivare il più vicino possibile all’originale. Per fare questo gli studiosi del testo lavorano in questo modo:
a) cercano di ridurre l'enorme numero di manoscritti a pochi, ma sufficientemente autorevoli;

Per fare questo studiano le varianti del testo contenute nei manoscritti, in modo da raggrupparle per "famiglie" e poi cercano di stabilire i manoscritti "capostipiti", da cui molti altri sono derivati. Giungono così ad una settantina di manoscritti "capostipiti", che servono come base per la ricostruzione del testo.

b) confrontano questi "capostipiti":
- se presentano tutti lo stesso testo, esso viene accolto;
- se ci sono differenze, cercano di stabilire, mediante opportuni criteri, quale potrebbe essere il testo scritto dall'autore (ma indicano in nota, ad uso degli altri studiosi, le varianti degli altri manoscritti);

c) producono un'edizione "critica" (vedi riproduzione nella pag. 63).

Ultime in ordine di tempo sono quelle del protestante E. Nestle - 1a edizione 1898; 27a edizione 1969 - e del cattolico A. Merk.

5. I risultati

Applicando alcuni criteri ormai comunemente accettati dagli studiosi, possiamo oggi affermare di avere un alto grado di probabilità di leggere il testo del Nuovo Testamento così come è uscito dalle mani degli autori e la sicurezza quasi totale di possedere il testo come girava nel III secolo 1.

I vari tentativi fatti sia dai protestanti e sia dai cattolici in questi ultimi 150 anni, hanno portato a risultati quasi del tutto concordi.

Tuttavia chi veramente assicura che il testo si sia conservato sostanzialmente integro è la Chiesa (= l'insieme di tutti i cristiani), la quale fin dalla metà del II sec. si è preoccupata di controllare le copie che venivano man mano confezionate, in modo da verificarne la conformità ai testi più antichi, quegli stessi testi che venivano costantemente letti nelle varie comunità ed erano quindi assai ben conosciuti.
E che la Chiesa abbia usato un ottimo controllo è dimostrato anche dal fatto che i numerosi manoscritti riscoperti in questo secolo non hanno fatto che confermare il testo ricostruito precedentemente dagli studiosi.

APPENDICE



Informazioni sugli APOSTOLI

Cerchiamo di dare qualche informazione sommaria sulla vita degli Apostoli.
Fonte: Biblioteca Sanctorum, Città Nuova - 13 vol.
Gli apostoli sono così citati nei seguenti documenti canonici

Dopo il suicidio di Giuda Iscariota, il collegio dei Dodici fu reintegrato con l’elezione di Mattia, narrata in At 1,15-26

Li presentiamo in ordine alfabetico

ANDREA

Nacque a Betsaida (Gv 1,44) in ambiente ellenistico. Questo spiega il nome, molto raro per un ebreo.

Secondo Mt 4,18 e Mc 1,29 esercitava il mestiere di pescatore con il padre Giona e il fratello Simone-Pietro.

Seguace del Battista, quando questo indicò Gesù come "l'agnello di Dio", incuriosito lo seguì. Quell'incontro fu decisivo: Andrea credette in lui e gli condusse Simone, che fu denominato Pietro (Gv 1,35-42).

Nel gruppo dei Dodici Andrea non fu un elemento di spicco; non sono molti gli episodi evangelici che si riferiscono esplicitamente a lui. Solo qualche volta appare distinto dagli altri (Mc 13,3; Gv 6,8-9; 12,20-23). In At 1,13 è citato con gli altri apostoli come presente nel cenacolo dopo l’Ascensione di Gesù.

Non si posseggono elementi storici del tutto sicuri per ricostruire la sua attività dopo la Pentecoste:

- nel Frammento Muratoriano si dice che Giovanni sarebbe stato indotto proprio da Andrea a scrivere un racconto dei fatti e dei detti di Gesù;

- Origene, citato dallo storico Eusebio di Cesarea (Hist. Eccl. III,1) afferma che Andrea svolse il suo apostolato nella Scizia, regione posta fra il Danubio e il Don, nel Ponto Eusino, nella Cappadocia, nella Galazia e nella Bitinia;

- secondo san Girolamo, da queste regioni sarebbe passato in Acaia, regione privilegiata della sua attività; inoltre sarebbe stato consacrato vescovo a Patrasso, dove avrebbe subito il martirio, inchiodato a una croce a forma di X.

La leggenda si impadronì della sua vita: già tra la fine del II secolo e l’inizio del III circolavano “Atti di sant’Andrea”, giunti rimaneggiati fino a noi (citati da Eusebio - Hist. Eccl. III, 25,16). Si tratta però di racconti romanzeschi, di contenuto prevalentemente ereticale, sorti tra gli Encratiti e diffusi anche tra i Manichei (s. Agostino, De fide contra Manich.).


BARTOLOMEO

Riguardo a questo apostolo va rilevata una singolarità: il suo nome ricorre nei Sinottici (Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,14) associato a Filippo, e in At 1,13, mentre nel vangelo di Giovanni troviamo, come amico di Filippo, Natanaele (chiamato da Gesù dopo Andrea, Simone-Pietro e Filippo), mentre non vi compare il nome Bartolomeo.

Probabilmente Bartolomeo è da identificare con Natanaele: si tratterebbe della stessa persona con due nomi, come accadeva frequentemente in quei tempi: Natanaele era il nome personale e Bartolomeo il “cognome” (Bartolomeo = Bar-Talmai: figlio di Talmai, come Simone Bar-Jona).

Di Cana in Galilea (Gv 21,2), dove ancora oggi gli è dedicata una chiesa crociata, la sua chiamata è narrata in Gv 1,45-51.

Gesù ha per lui un’espressione di elogio (Gv 1,47) e gli si rivela come conoscitore dei suoi pensieri. Bartolomeo/Natanaele risponde con una dichiarazione di riconoscimento della figliolanza di Dio e della regalità di Gesù (Gv 1,49).

Secondo la tradizione, il suo apostolato fu molto attivo in quanto gli sono attribuiti lunghi viaggi missionari, ma nulla di preciso e documentato è a nostra disposizione:

- Eusebio di Cesarea afferma che Panteno, del Didaskaleion di Alessandria, trovò in India il vangelo di Matteo in aramaico, dove sarebbe stato portato da questo apostolo.

- Un riscontro di questa notizia si ha in Girolamo (“De viris illustribus”). Tuttavia, è da stabilire se per “India” si intendessero le regioni prossime all’Etiopia (Rufino e Socrate) o l’Arabia Felice (Pseudo-Girolamo):

- Lo Pseudo-Crisostomo racconta che Bartolomeo convertì gli Licaonicesi; altri di una sua missione in Asia Minore, da dove si sarebbe spostato in Mesopotamia e Partia; giunto in Armenia, dopo avere convertito il fratello del re ed esorcizzato la di lui figlia, sarebbe stato martirizzato per ordine del successore re Astiage.

Diverse sono le tradizioni sul tipo di supplizio: crocifissione, decapitazione, scuoiamento (cui si riferiscono le numerose rappresentazioni artistiche di questo apostolo).


FILIPPO

Originario di Betsaida come i due fratelli Simone-Pietro e Andrea. Dei quattro vangeli canonici, soltanto quello di Giovanni ci dà informazioni sulla sua vita:

- 1,43-51: discepolo del Battista (come sembra), fu tra i primi ad essere chiamato da Gesù, al quale presentò Natanaele-Bartolomeo;

- 6,5 segg.: Gesù si rivolge a lui per la prima moltiplicazione dei pani;

- 12,21 segg.: alcuni pagani si rivolgono a lui per essere presentati a Gesù;

- 14,7-12: dopo l’ultima cena, nel discorso di addio, chiede a Gesù di mostrare il Padre agli apostoli.

Da At 2,1 risulta che è tra coloro che ricevono lo Spirito Santo nel giorno di Pentecoste.

Da questo momento possiamo utilizzare soltanto le notizie, non sempre concordanti, fornite dalla tradizione. Alcune fonti lo confondono con Filippo diacono di Cesarea di cui si parla in At 6,5; 8,5-40; 21,9.

Alcuni studiosi, dal fatto che di lui parla solo il 4° vangelo, hanno dedotto che egli abbia dimorato e sia morto in Asia Minore, particolarmente ad Efeso, dove Filippo era onorato come uno dei luminari dell’Asia.

Esiste però una tradizione più sicura, secondo la quale egli evangelizzò la Frigia dopo avere predicato in Scizia e Lidia.

Tutti sono concordi nel porre a Gerapoli (oggi Pamùkkale), in Frigia, la sua ultima dimora insieme a due delle tre figlie. Una conferma di ciò è data da Polìcrate, vescovo di Efeso nella 2a metà del II secolo, in una sua lettera a papa Vittore.

Con lui concordano Teodoreto di Ciro, Niceforo, Girolamo.

Papia, vescovo di Gerapoli, conobbe le figlie di Filippo e da esse apprese (secondo Eusebio) che un morto era stato risuscitato da lui. Su questa notizia concordano Niceforo e Clemente di Alessandria.

Quanto alla morte, contrariamente a ciò che afferma Clemente di Alessandria, ossia che Matteo, Tommaso e Filippo morirono di morte naturale, la maggior parte dei documenti antichi attestano che questo apostolo fu martirizzato a Gerapoli sotto Domiziano, crocifisso a testa in giù e lapidato, all’età di circa 87 anni.


GIACOMO il Maggiore

Di Betsaida, pescatore, figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni apostolo, l’autore del 4° vangelo. Insieme al fratello e a Simone-Pietro fu testimone di alcune della più importanti azioni di Gesù (risurrezione della figlia di Giairo, trasfigurazione, agonia nel Getsemani).

Abbiamo tradizioni contrastanti sulla sua attività missionaria in Spagna. La fonte più sicura a questo proposito è il “Breviarium Apostolorum” bizantino, divulgato nella versione latina nel VII secolo, dove compare un’aggiunta (che non c’è nell’originale greco) attestante tale attività.

Fu decapitato per ordine di Giulio Agrippa I, nipote di Erode Antipa, intorno all’anno 42 (Atti 12,2).

Antica è la venerazione per questo apostolo in Spagna: del trasferimento del suo corpo da Gerusalemme alla Galizia spagnola parla per la prima volta il Martirologio di Floro (IX secolo), facendosi eco di precedenti tradizioni locali relative alla predetta venerazione.

GIACOMO di Alfeo

Nel Nuovo Testamento sono nominati due “Giacomo”: l’uno, figlio di Alfeo e l’altro denominato “fratello del Signore” (Mt 13,55; Mc 6,3).

In ambiente orientale si ritenne che Giacomo “fratello del Signore”, e Giacomo figlio di Alfeo, l’apostolo, fossero due persone distinte. La distinzione, forse introdotta, fra il II e il III secolo, dagli scritti pseudo-clementini, fu poi seguita da Eusebio (Hist. Eccl. I, 12), da Giovanni Crisostomo e, fra i latini, da Girolamo nei suoi ultimi scritti.

I Padri greci sostennero invece l’identità dei due Giacomo (Ireneo, Clemente Aless., Didimo cieco, Atanasio, Cirillo di Gerusal., Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro).

In Occidente si ammise quasi all’unanimità che fossero la stessa persona.

Dell’apostolo Giacomo figlio di Alfeo, considerato come personaggio distinto dal Giacomo “fratello del Signore”, non si sa praticamente nulla. Se invece lo si identifica con il parente di Gesù, molti particolari della sua vita e della sua morte sono offerti dalla tradizione ecclesiastica (Eusebio, Egesippo), dove sono evidenziati soprattutto la sua santità e il suo zelo anche in favore degli ebrei.

Resse la chiesa di Gerusalemme fino al 62, quando fu martirizzato dal sommo sacerdote Hanan II, che approfittò dell’intervallo fra la morte del procuratore romano Festo e l’arrivo del successore Albino per processarlo e farlo uccidere, precipitandolo dal pinnacolo del tempio e poi finendolo a sassate (Eusebio).

Un riferimento alla sua morte è riportato anche da Giuseppe Flavio (Ant. Giud. XX, 9,1).


GIOVANNI

Fratello di Giacomo il maggiore, figlio di Zebedeo, pescatore; autore/fonte del quarto vangelo, di tre lettere e dell’Apocalisse.

Giudicato come illetterato e popolano (At 4,3), sembra tuttavia che avesse conoscenze nelle alte sfere sacerdotali (Gv 18,15-16).

Secondo Girolamo e Agostino restò vergine. Già discepolo del Battista, fu tra i primi che seguirono Gesù (Mt 4,20 e forse Gv 1,35-42).

Ebbe un posto speciale fra i Dodici insieme a Simone-Pietro e il fratello Giacomo; come tale assistette ad alcuni dei fatti più importanti dell’attività di Gesù, che ebbe per lui una particolare predilezione. Nel 4° vangelo è da identificare con quello che l’autore designa come “il discepolo che Gesù amava”.

Merita ricordare soprattutto alcuni dati:

- con Pietro seguì Gesù al processo;

- unico fra gli apostoli e discepoli, assistette alla morte di Gesù vicino a Maria, che gli fu affidata da Gesù stesso;

- con Pietro ricevette da Maria di Màgdala il primo annuncio della risurrezione (Gv 20,2), accorse al sepolcro e per la disposizione dei lini credette alla risurrezione (Gv 20,6-9);

- all’apparizione di Gesù sul lago di Tiberiade fu il primo a riconoscere il Risorto (Gv 21,1-13);

- nella stessa occasione assistette alla conferma del primato a Pietro (Gv 21,15-18) e ascoltò la risposta di Gesù alla domanda di Pietro circa la durata della propria vita (vv. 21-23). Ne parla anche il libro degli At:

- At 3,1-8: guarigione di uno storpio da parte di Pietro

- At 4,19 segg.: fatto catturare con Pietro dal Sinedrio

- At 5,18-42: nuovamente incarcerato a causa della predicazione, poi flagellato

- At 8,14 segg. inviato con Pietro in Samaria per consolidare la fede già diffusa dal diacono Filippo. In Gal 2,9 è qualificato da Paolo come una delle colonne della chiesa di Gerusalemme.

Dopo pochi anni lasciò Gerusalemme e andò ad evangelizzare l’Asia Minore, dove resse la chiesa di Efeso e le comunità circostanti (Ireneo, Clemente Aless., Polìcrate vescovo di Efeso, Giustino, Eusebio).

Non subì il martirio, ma fu colpito dalla persecuzione di Domiziano intorno al 95 (Ireneo): si narra che a Roma fu gettato in una botte di olio bollente, da cui uscì illeso (Tertulliano, Girolamo).

Dopo la morte dell’imperatore, ritornò a Efeso, dove morì vecchissimo, sotto Traiano (Girolamo).


MATTEO

È denominato Matteo in Mt 9,9-13, Levi in Mc 2,14-17 e Lc 5,27-32. L’identità di Matteo con Levi è fuori discussione.

Nello stesso testo di Matteo 9,9-13 si dice che esercitava a Cafarnao la professione di pubblicano, ossia di esattore delle imposte. In quanto tale era considerato un peccatore, sia perché maneggiava denaro di pagani (i Romani occupanti) e quindi impuro, sia perché i pubblicani esercitavano la loro attività in modo esoso, con cupidigia e vessazioni.

Secondo Eusebio di Cesarea, Origene, Papia e Ireneo, Matteo-Levi compose un vangelo nella lingua parlata dagli ebrei del tempo. Eusebio scrive: “...Matteo infatti, che predicò dapprima agli ebrei, donò ad essi il suo vangelo, composto nell’idioma patrio, quando fu in procinto di recarsi in altri paesi, e con esso supplì alla sua presenza personale presso coloro che lasciava”. L’originale di tale vangelo, andato perduto, fu poi tradotto in greco, non si sa da chi.

Non si conoscono con esattezza le regioni evangelizzate da Matteo, né le modalità della sua morte:

- circa la sua attività evangelizzatrice, secondo alcune fonti (Rufino, Euterchio, Socrate, Breviario Romano) andò in Etiopia; secondo altri (Ambrogio, Paolino da Nola) predicò in Persia; secondo altri ancora, nel Ponto, in Siria, Macedonia, Irlanda;

- circa la morte, lo gnostico Eracleone (la cui affermazione è riportata senza contestazioni da Clemente Alessandrino) Matteo morì di morte naturale; molti invece, pur non concordando sul genere di supplizio, ritengono che sia stato martirizzato. A tale proposito esistono diverse “passioni” apocrife: una di queste (Legenda Aurea) sostiene che Matteo sia stato fatto uccidere dal re di Etiopia Hirtaco mentre celebrava l’eucaristia.

Secondo il Martirologio Romano, evangelizzò l’Etiopia e vi subì il martirio.


MATTIA

È ricordato soltanto in At 1,15-26 come colui che fu estratto a sorte per sostituire Giuda il traditore e così ricostituire il collegio dei Dodici.

Certamente fu al seguito di Gesù fin dall’inizio della sua attività pubblica, secondo il criterio di scelta indicato nel testo di Atti sopra citato. Probabilmente faceva parte dei 72 discepoli di cui parla Lc 10,1, come afferma Eusebio, ed era uno dei più in vista se fu scelto come candidato insieme a Giuseppe Barsabba soprannominato Giusto.

Alcune fonti lo identificano erroneamente con Zaccheo o Barnaba o Natanaele, o altri.

Il suo nome, non si sa perché, fu molto in onore negli ambienti gnostici d’Egitto, che gli attribuirono la paternità di alcuni scritti apocrifi, di cui ci sono pervenuti frammenti citati da alcuni Padri. Esistono anche “Atti” apocrifi che lo riguardano. Infine, nel 1945, nell’antica borgata di Kenoboskion nell’alto Egitto, presso la cittadina di Nag Hammadi, fu scoperta una biblioteca gnostica di cui faceva parte anche un’operetta intitolata “Libro di Tommaso: parole segrete dal Salvatore a Giuda Tommaso e consegnate da Mattia”.

Circa la sua morte, si hanno notizie contrastanti: secondo lo gnostico Eracleone, citato da Clemente Alessandrino, morì di morte naturale; invece secondo Niceforo (Hist. Eccl. II, 40) predicò e subì il martirio in Etiopia; secondo altri ancora, dopo avere predicato agli ebrei di Palestina, fu lapidato come nemico della legge mosaica.

Nelle rappresentazioni pittoriche compare spesso con una scure: secondo una leggenda, non essendo morto per la lapidazione, sarebbe stato decapitato da un soldato romano.


SIMONE - PIETRO

Data la notorietà di questo apostolo, diamo soltanto alcune notizie essenziali.

Nato a Betsaida in Galilea, sposato, esercitava la pesca nel lago di Tiberiade, con residenza a Cafarnao, insieme al fratello Andrea, quando, già discepolo di Giovanni Battista (Gv 1,40-42) fu chiamato da Gesù, che gli diede il nome di Pietro.

Dopo il banchetto di Cana (Gv 2,1-11) e una pesca miracolosa (Lc 5,1-11) non lasciò più Gesù, fece parte di un ristretto gruppo di prediletti insieme a Giovanni e Giacomo e, come tale, assistette agli episodi più importanti dell’attività di Gesù (risurrezione della figlia di Giairo, trasfigurazione, agonia nell’orto degli ulivi).

Di carattere impulsivo e passionale, riconobbe in Gesù il Cristo, il Figlio di Dio (Mt 16,16). Per questa confessione, avvenuta a Cesarea di Filippo, Gesù lo definì Kefa = pietra/roccia, gli attribuì una posizione di preminenza sugli altri apostoli con la promessa delle chiavi del Regno dei cieli e il potere di “legare e sciogliere”, e gli diede una preparazione speciale e privilegiata rispetto agli altri, che andò intensificandosi sul finire della vita terrena di Gesù.

Quando Gesù fu catturato, lo rinnegò. Quando Maria di Màgdala portò la notizia del sepolcro vuoto, andò con Giovanni al sepolcro e constatò che vi erano soltanto i lini sepolcrali ed il sudario, ma a quella vista tornò indietro perplesso, a differenza di Giovanni, che invece credette alla risurrezione.

Da Lc 24,34 e 1 Cor 15,5 sappiamo che Gesù risorto apparve a lui solo almeno una volta.

Prima di ascendere al cielo Gesù gli chiese per tre volte di pascere le sue pecore e di confermargli il suo amore; inoltre gli predisse, in modo un po’ oscuro, di quale morte sarebbe morto (Gv 21).

Dai primi 12 capitoli degli Atti e dalla lettera di Paolo ai Gálati si ricavano notizie sul ruolo di Pietro nel collegio apostolico e nell’attività missionaria. In sintesi ricordiamo che Pietro:

- fu ispirato ad ammettere nella comunità cristiana i pagani (At 10: battesimo di Cornelio );

- nel concilio di Gerusalemme affermò il principio della libertà evangelica di fronte alla legge mosaica (At 15,7-11);

- da lui si recò Paolo, dopo una lunga permanenza nel deserto, per avere conferma circa l’ortodossia della propria predicazione, confrontandola con quella di Pietro (Gal. 1,18);

- tuttavia, proprio sulla pratica applicazione di quel principio fondamentale egli si scontrò con Paolo ad Antiochia (Gal 2).

Circa la sua attività missionaria, da Gal 2,7 sembra potersi dedurre che Pietro operò soprattutto in ambiente ebraico. La sua notorietà doveva essere molto grande, perché è conosciuto a Corinto (1 Cor 1,12) e in Galazia (Gal 2), dove probabilmente non era andato.

La tradizione antica non gli ha riconosciuto un primato nella comunità di Gerusalemme, retta per molti anni da Giacomo il Minore, “fratello del Signore”, mentre ha sempre visto Pietro come apostolo missionario ad Antiochia e a Roma. Di lui come primo vescovo di Antiochia parla per la prima volta san Girolamo (De viris Ill.), che probabilmente riprese una notizia molto meno esplicita contenuta nel “Chronicon” di Eusebio di Cesarea. Questa notizia fu ripresa da più fonti latine e greche, ma sembra essere senza solido fondamento.

Piuttosto, Pietro ha legato il proprio nome a Roma. Oggi, dopo lunghe polemiche, il fatto della venuta di lui in questa città, quando già esisteva una comunità cristiana il cui fondatore è ignoto, è un dato storico sicuro. Su questo punto la tradizione è veramente imponente e risale agli inizi della letteratura cristiana.

Così pure, la tradizione cristiana antica ha collegato l’attuale vangelo di Marco a Pietro, nel senso che egli fornì all’autore gran parte delle notizie, o, addirittura, nel senso che egli stesso ne sia stato l’autore (Carmignac).

Il suo martirio è affermato da una tradizione antichissima (Clemente Rom., Ad Corinthios 5,1-5; Dionigi vescovo di Corinto, citato da Eusebio di Cesarea in Hist. Eccl. II,25,8); sussistono dubbi circa l’anno, ma è certo che la sua morte avvenne sotto Nerone mediante crocifissione a testa in giù (Eusebio, Hist. Eccl. III,1,2; Origene, san Girolamo, De viris Ill. I). Ne parla anche il pagano Porfirio nella sua confutazione del Cristianesimo.


SIMONE il Cananeo o lo Zelota

È denominato “il cananeo” in Mt 10,4 e Mc 3,18, e “lo zelota” in Lc 6,15 e At 1,13.

Il significato dei due appellativi è identico: “ardente di zelo” per la legge e per la pratica del culto. Va infatti precisato che il termine “cananeo” non significa “di Cana”.

Molti lo identificano con il Simone “fratello del Signore” citato in Mt 13,55 e Mc 6,3 come Simeone, fratello di Giacomo il Minore, denominato anch’egli “fratello del Signore”, al quale sarebbe succeduto alla guida della chiesa di Gerusalemme; invece, bizantini e copti lo identificano con Natanaele di Cana e con il direttore di mensa alle nozze di Cana.

Secondo i bizantini avrebbe predicato in Africa e in Inghilterra, ma si tratta di fonti prive di autorità.

I latini e gli armeni lo fanno operare e morire in Armenia; Fortunato (VI secolo) scrive che Simone e Giuda sono sepolti in Persia, dove, secondo le storie apocrife degli apostoli, sarebbero stati martirizzati a Suanir. Conforme è il “Martirologio” di Gerolamo.

Le tradizioni conservate dal Breviario Romano affermano che Simone predicò in Egitto e, con Giuda, in Mesopotamia, dove insieme subirono il martirio; conformi sono i Bollandisti. Il monaco Epìfane (IX secolo) afferma che in Bòsforo esistevano delle reliquie di questo apostolo e a Nicopsis (Caucaso occidentale) c’era un’altra sua tomba, in una chiesa a lui dedicata, eretta dai greci tra il VI e il VII secolo.

Circa il supplizio, nelle molte raffigurazioni pittoriche appare segato in due, anziché sgozzato come affermano alcune tradizioni; per questo ha come attributo una sega.


TADDEO/GIUDA

Secondo gli antichi commentatori è da identificare con Giuda, fratello di Giacomo e di Simone/Simeone, citati in Mt 13,55 e Mc 6,3.

È nominato particolarmente in Gv 14,22, dove egli chiede a Gesù perché si sia manifestato soltanto agli apostoli e non a tutto il mondo.

Secondo la più consolidata tradizione, avrebbe predicato in Palestina e nelle regioni vicine. Notizie più tardive ne pongono la predicazione in Arabia, Mesopotamia, Armenia e Persia.

Secondo alcune fonti, sarebbe morto di morte naturale a Edessa; secondo altre, specialmente siriache, sarebbe stato martirizzato a Beirut.


TOMMASO

Detto “didimo”, cioè “gemello” (Gv 11,16; 20,24; 21,2). Ci dà particolari della sua vita soltanto il vangelo di Giovanni, che lo presenta come un uomo ricco di slancio, attaccamento a Gesù e senso pratico:

- Gv 11,16: episodio della morte di Lazzaro

- Gv 14,5: interroga Gesù circa la via per arrivare al luogo in cui Gesù stesso sta per recarsi, ossia il Padre

- Gv 20,24 sgg.: non crede all’apparizione di Gesù risorto

- Gv 20,26-29: professa la propria fede in Gesù “Signore e Dio” quando egli riappare otto giorni dopo

- Gv 21: è tra gli apostoli che stanno pescando quando Gesù appare sul lago di Genezareth.

Secondo Eusebio, egli è uno degli apostoli che Papia, vescovo di Gerapoli, interrogava sulla dottrina di Gesù; inoltre, a lui sarebbe stata assegnata la Persia come regione da evangelizzare.

La tradizione più comune (Gregorio di Nazianzo, Orazione 33 “Ad Arianos”; Niceforo, Eusebio, Hist. Eccl. II, 40) gli attribuisce la predicazione e il martirio in India, forse trafitto da una lancia.

Conformi a questa tradizione sono alcune notizie fornite da Marco Polo e dal poeta portoghese Camoens.

Nei pressi della città indiana di Madràs esiste una località denominata “san Tommaso di Mailapur”, in cui si trova una croce con un’iscrizione del VII secolo in antico persiano, che indica il luogo del suo martirio.

Con il nome di questo apostolo sono stati composti alcuni scritti apocrifi di ambiente gnostico: un vangelo sull’infanzia di Gesù, un libro di “Atti”, un’apocalisse.

Secondo alcune fonti antiche (Efrem, “Cronaca di Edessa”; Egeria; gli storici Socrate, Rufino, Sozomeno) le sue reliquie furono traslate dall’India a Edessa in Mesopotamia. Conforme è il “Martirologio” di Gerolamo.

19/04/2010 23.30
 
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La STORICITA'
della RISURREZIONE
I documenti

In questo capitolo vedremo:
- il problema della storicità
- il metodo di lavoro
- i documenti antichi a nostra disposizione per stabilire la storicità della risurrezione
- lo scopo nostro nel leggerli
- la lettura dei documenti stessi
- il testo completo dei documenti



1. Il problema
La risurrezione, di fatto predicata, è anche successa?

Dall’analisi dei documenti emerge con sicurezza qual è il punto di partenza della predicazione degli apostoli.
Uno di tali documenti (1 Cor 15) ci ha anche fatto sapere che la risurrezione di Gesù colonna portante del Cristianesimo: tolta quella, tutto il discorso si svuota e diventa inconsistente.
Poiché la risurrezione riveste tale importanza nel Cristianesimo, è lecito procedere ad un’accurata indagine per cercare di appurarese la risurrezione, di fatto predicata, è davvero successa; in altre parole, se è proprio vero che Gesù è risorto.

2. Il metodo di lavoro

Al termine di questo lavoro saremo in possesso dei dati necessari per formulare un nostro giudizio personale, che potrà essere:

- sono disposto a credere che il fatto sia successo (atto di fede);

- non sono disposto a credere che il fatto sia successo;
- rimango nel dubbio, almeno per ora.

>

3. I documenti per risolvere il problema
I documenti a nostra disposizione per ora sono:



4. Scopo nostro nel leggere i documenti
Noi leggeremo i documenti allo scopo di capire il più precisamente possibile quanto l'autore ha voluto comunicare.
Questo è l'aspetto oggettivo della nostra analisi.
Il lettore poi dovrà porsi il problema personale di valutare se ciò che gli autori scrissero corrisponde a verità, oppure se si sbagliarono in buona fede, oppure ancora se mentirono coscientemente.
Questo è l'aspetto soggettivo della nostra analisi.

NB. Non è nelle nostre intenzioni "plagiare" le persone in modo che credano. Poiché la risurrezione non è evidente in sé e non è dimostrabile razionalmente, l'atto di fede resterà sempre un atto libero che impegna la responsabilità personale.



5. Lettura dei documenti
Allo scopo di acquisire i dati necessari in relazione alla storicità della risurrezione, il lettore interessato farà bene a 1. leggere attentamente tutti i documenti che possediamo al riguardo;
2. confrontarli tra loro;
3. mettendo in evidenza le reciproche

- convergenze
- divergenze
- contraddizioni.

Nel capitolo successivo analizzeremo det-tagliatamente i documenti che riteniamo più significativi.


6. I documenti su sepoltura e risurrezione

Vangelo secondo Marco - anno 50/60
cap. 15

42. E già sera essendosi fatta, poiché era parasceve, che è vigilia del sabato,
43. essendo andato Giuseppe d’Arimatea, ragguardevole membro del Consiglio, il quale anche lui attendeva il regno del Dio, fattosi coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù.
44. Pilato si meravigliò che già fosse morto e, avendo fatto chiamare il centurione, lo interrogò se già fosse morto;
45. e saputo dal centurione di sì, donò il cadavere a Giuseppe.
46. E avendo comprato una sindone, avendolo tirato giù, lo avvolse nella sindone e lo depose in un sepolcro che era scavato in roccia e rotolò-vicino una pietra alla porta del sepolcro.
47. E Maria la Maddalena e Maria quella di Giuseppe notavano dove è stato deposto.


cap. 16
1. E trascorso il sabato Maria la Maddalena e Maria quella di Giacomo e Salome comperarono aromi, affinché andate ungessero lui.
2. e assai di buon’ora nel primo (giorno) della settimana vanno al sepolcro sorto il sole.
3. E dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà-via la pietra dall’ingresso del sepolcro?».
4. E alzati gli occhi, notano che era stata rotolata-indietro la pietra - eppure era grande assai.
5. Ed entrate nel sepolcro videro un giovanetto sedente alla destra avvolto in veste bianca e furono prese da stupore.
6. Ma questi dice loro: «Non stupitevi. Gesù cercate il nazareno il crocifisso;/? fu/Fu destato, non è qui; ecco il luogo dove posero lui.
7. Ma, andate, dite ai discepoli di lui e a Pietro che preguida voi nella Galilea; là lo vedrete come disse a voi».
8. E uscite fuggirono dal sepolcro. Le prese infatti tremore e agitazione; e a nessuno nulla dissero: temevano infatti.

(La parte che segue è di un altro autore, probabilmente posteriore)
9. Risorto di buon’ora nel primo (giorno) della settimana si manifestò dapprima a Maria la Maddalena, dalla quale aveva scacciato sette demoni.
10. Quella messasi in cammino diede la notizia a quelli che erano stati con lui afflitti e piangenti.
11. E quelli udito che vive e fu visto da lei non credettero.
12. Dopo queste cose a due tra essi che camminavano si manifestò in diverso sembiante, mentre stavano andando in campagna.
13. E quelli tornati indietro diedero la notizia agli altri: neppure a quelli credettero.
14. Da ultimo si manifestò agli undici mentre giacevano (a mensa) e biasimò la loro incredulità e durezza di cuore poiché a coloro che lo contemplarono destato non credettero.
15. E disse loro: «Andate in tutto il mondo, annunciate l’evangelo (bella notizia) ad ogni creatura.
16. Chi ha creduto ed è stato battezzato sarà salvato, chi invece non ha creduto sarà condannato.
17. (Come) segni a quelli che hanno creduto queste cose seguiranno: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno in lingue nuove,
18. prenderanno (in mano) serpenti e se alcunché di mortale berranno, non li danneggerà. Su malati imporranno (le) mani e (questi) staranno bene».
19. Il Signore (Gesù) quindi dopo aver parlato loro fu sollevato al cielo e sedette alla destra del Dio.
20. Quelli invece essendosene andati annunciarono ovunque, il Signore cooperando e confermando la parola con i segni che (l’) accompagnavano.


Vangelo secondo Luca - anno 55/75
cap. 23

50. Ed ecco un uomo di nome Giuseppe, influente membro del Consiglio, uomo buono e giusto.
51. - questi non era stato d’accordo con la volontà e l’azione di loro (cioè del Consiglio),- di Arimatea, città dei Giudei, il quale aspettava il regno del Dio,
52. questi essendo andato da Pilato chiese il corpo di Gesù,
53. e avendo(lo) tirato-giù, avvolse quello in una sindone e lo pose in un sepolcro scavato nella roccia, dove non era ancora nessuno giacente.
54. Ed era giorno di parasceve e (il) sabato sorgeva.
55. Le donne che erano venute dalla Galilea con lui seguirono da vicino, osservarono il sepolcro e come fu posto il corpo di lui,
56. ritornate indietro poi prepararono aromi e profumi. E il sabato riposarono secondo il precetto. cap. 24
1. Il primo (giorno) della settimana ai primi albori andarono al sepolcro portando gli aromi che avevano preparato.

2. Trovarono però la pietra rotolata-via dal sepolcro,

3. ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.

4. Ed avvenne che si trovarono in angustie per questo ed ecco due uomini si appressarono loro in veste sfolgorante;

5. essendo esse impaurite e avendo abbassato i volti verso la terra, (quelli) dissero loro: «Perché cercate il vivente tra i morti?

6. Non è qui, ma fu destato; ricordate come parlò a voi ancora essendo nella Galilea,

7. dicendo del figlio dell’uomo che deve essere consegnato in mani di uomini peccatori ed essere crocefisso e il terzo giorno risorgere».

8. E si ricordarono delle parole di lui

9. e tornate-indietro dal sepolcro annunciarono queste cose tutte agli undici e a tutti gli altri.

10. Erano poi là la Maddalena Maria e Giovanna e Maria quella di Giacomo; anche le altre con esse dicevano agli apostoli queste cose.

11. E sembrarono ai loro occhi come vaneggiamento queste parole e non credettero loro.

(Il versetto che segue non si trova in molti manoscritti e la sua autenticità è discussa). 12. Allora Pietro alzatosi corse al sepolcro; e chinatosi guarda i lini (alcuni manoscritti aggiungono: giacenti) soli e tornò a casa (lett.: presso di sé) meravigliandosi per l’accaduto.

13. Ed ecco due fra quelli nello stesso giorno stavano camminando verso un villaggio distante stadi sessanta (alcuni manoscritti hanno: cento; altri hanno: centosessanta) da Gerusalemme, al quale (era) nome Emmaus

14. ed essi discorrevano tra loro intorno a tutte queste cose accadute.

15. Ed avvenne nel parlare essi e discutere insieme, anche Gesù stesso accostatosi camminava con loro;

16. ma i loro occhi erano costretti a non riconoscerlo.

17. Disse loro: «Quali questi discorsi che scambiate tra voi camminando?». E si fermarono tristi.

18. Rispondendo allora uno di nome Cleopa disse a lui: «Tu solo abiti presso Gerusalemme (opp. sei pellegrino a Gerusalemme) e non conosci le cose accadute in essa in questi giorni?».

19. E disse loro: «Quali?» Essi allora dissero a lui «Quelle riguardanti Gesù il Nazareno, che fu uomo profeta potente in opera e parola di fronte al Dio e a tutto il popolo,

20. come anche consegnarono lui i sommi sacerdoti e i capi nostri a condanna di morte e lo crocifissero.

21. Noi però speravamo che egli è colui che sta per riscattare Israele; ma ormai anche con tutte queste cose questo terzo giorno trascorse da che queste cose accaddero.

22. Ma anche alcune donne tra noi ci turbarono essendo state mattiniere al sepolcro

23. e non avendo trovato il corpo di lui vennero dicendo anche di aver visto un'apparizione di messaggeri i quali dicono che egli vive.

24. E andarono alcuni di quelli con noi al sepolcro e trovarono così come anche le donne dissero, lui però non videro».

25. Ed egli disse loro: «O senza intelletto e tardi nel cuore a credere a tutte le cose che dissero i profeti!

26. Non forse queste cose doveva patire il Cristo ed entrare nella sua gloria?».

27. E avendo iniziato da Mosè e da tutti i profeti interpretò loro in tutte le Scritture le cose riguardo a se stesso.

28. E si avvicinarono al villaggio dove erano diretti ed egli finse di dirigersi più oltre.

29. E lo forzarono dicendo: «Resta con noi poiché è verso sera ed è declinato già il giorno». Ed entrò per restare con loro.

30. Ed avvenne nell’essere lui coricato (a mensa) con loro, preso il pane benedisse e spezzato (lo) distribuì ad essi.

31. Si aprirono allora i loro occhi e lo riconobbero ed egli divenne invisibile a loro.

32. E dissero tra loro: «Forse il nostro cuore non era infiammato in noi, quando ci parlava nel viaggio, quando interpretava a noi le Scritture?».

33. E alzatisi nello stesso istante ritornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli Undici e quelli con loro

34. che dicevano (variante: dicendo): «veramente fu destato il Signore e apparve a Simone».

35. Ed essi descrivevano le cose nel viaggio e come fu conosciuto da essi nello spezzamento del pane.

36. Queste cose mentre essi stavano dicendo, egli stesso stette in mezzo a loro (molti manoscritti aggiungono: e dice loro: «Pace a voi»).

37. Stupiti e impauriti credevano vedere uno spirito.

38. E disse loro: «Perché siete turbati e perché dubbi salgono-su nei vostri cuori?

39. Vedete le mie mani e i miei piedi, che io sono quello stesso. Toccatemi e vedete che uno spirito carne e ossa non ha, come vedete che io ho».

40. E ciò detto mostrò loro le mani e i piedi (non tutti i manoscritti riportano questo versetto).

41. Ancora però non credendo essi per la gioia e meravigliandosi, disse loro: «Avete qualcosa da mangiare qui?».

42. Essi allora diedero a lui un pezzo di pesce arrostito;

43. e preso (lo) davanti a loro mangiò.

44. Disse poi ad essi: «Questi miei discorsi che parlai a voi essendo ancora con voi, che bisogna che siano compiute tutte le cose scritte nella legge di Mosè e nei profeti e salmi intorno a me».

45. Allora aprì loro la mente per capire le Scritture

46. e disse loro che appunto è stato scritto che avrebbe sofferto il Cristo e sarebbe risorto da morti nel terzo giorno

47. e sarebbero stati annunciati nel suo nome conversione (lett. rovesciamento di mente) e perdono di peccati a tutte le genti cominciando da Gerusalemme.

48. «Voi (siete) testimoni di queste cose;

49. ed ecco io invio la promessa del Padre mio su voi; voi però rimanete nella città fino a che siate rivestiti dall’alto di potenza».

50. Li condusse poi fin presso Betania e sollevate le mani sue li benedisse.

51. E avvenne nel benedire lui essi, si staccò da loro (vari manoscritti aggiungono: ed era sollevato al cielo).

52. Ed essi (vari manoscritti aggiungono: prostratisi davanti a lui) ritornarono a Gerusalemme con gioia grande.
53. Ed erano per tutto il (tempo) nel tempio lodando il Dio.



Vangelo secondo Matteo - anno (50)/85
cap. 27

57. Sera avvenendo, venne un uomo ricco da Arimatea di nome Giuseppe, che anche egli si era fatto discepolo di Gesù.

58. Questi, andato da Pilato, chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che fosse dato.

59. E, preso il corpo, Giuseppe lo in-arrotolò in sindone (= lenzuolo) pulita (opp. nuova, bianca)

60. e pose esso nel nuovo suo sepolcro che aveva scavato (opp. fatto scavare) nella roccia e, rotolata-davanti una pietra grande alla porta del sepolcro, andò via.

61. Era però là Maria la Maddalena e l’altra Maria sedute davanti al sepolcro.

62. Il (giorno) dopo, che è dopo la parasceve, si riunirono i sommi sacerdoti e i farisei da Pilato

63. dicendo: «Signore, ci ricordammo che quell’impostore disse ancora vivente: "Dopo tre giorni mi desto".

64. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, affinché andati i discepoli non rubino lui e dicano al popolo: "Fu destato dai morti" e sarà l’ultima impostura peggiore della prima».

65. Disse loro Pilato: «Avete/abbiate una custodia (= corpo di guardia); andate, vigilate come sapete».
66. Quelli partitisene vigilarono il sepolcro avendo sigillato la pietra insieme alla custodia.

cap. 28

1. Dopo il sabato, al sorgere del primo (giorno) della settimana, andò Maria la Maddalena e l’altra Maria a vedere il sepolcro.

2. Ed ecco avvenne un terremoto grande: un messaggero del Signore infatti disceso dal cielo ed avvicinatosi, rotolò-via la pietra e si sedette sopra di essa.

3. Era l’aspetto di lui come folgore e il vestito di lui bianco come neve.

4. Per la paura di lui furono sconvolti i custodi e divennero come morti.

5. Ma rispondendo il messaggero disse alle donne: «Non temete voi; so infatti che Gesù il crocifisso cercate.

6. Non è qui. Fu destato infatti come disse; venite, vedete il luogo dove giaceva.

7. E presto, essendo andate, dite ai discepoli di lui che fu destato dai morti ed ecco preguida voi alla Galilea; là lo vedrete. Ecco, dissi a voi».

8. Ed allontanatesi presto dal sepolcro con paura e con gioia grande corsero ad annunziare ai discepoli di lui.

9. Ed ecco Gesù venne incontro a loro dicendo: «Rallegratevi (salve)». Quelle allora avvicinatesi strinsero i suoi piedi e si prostrarono davanti a lui.

10. Allora dice loro Gesù: «Non temete; andate, annunciate ai fratelli miei che vadano in Galilea e là mi vedranno».

11. Mentre esse se ne partivano, ecco alcuni della guardia, andati nella città, annunciarono ai sommi sacerdoti tutte le cose accadute.

12. E radunatisi (sottinteso: i sommi sacerdoti) con gli anziani e avendo preso consiglio, sufficienti denari diedero ai soldati

13. dicendo: «Dite che i discepoli di lui venuti di notte lo rubarono noi addormentati.

14. E se sarà udito questo dal governatore, noi (lo) persuaderemo e vi renderemo senza noie».

15. Quelli presi (i) denari fecero come erano stati istruiti. E fu divulgato questo discorso presso (certi) giudei fino ad oggi.

16. Gli undici discepoli poi andarono nella Galilea sul monte dove ordinò loro Gesù,

17. e vistolo si prostrarono, alcuni però dubitarono (opp. avendolo visto si prostrarono quelli che però avevano dubitato).

18. E avvicinatosi Gesù parlò loro dicendo: «Fu dato a me ogni potere in cielo e sulla terra.

19. Andate dunque, fate discepole tutte le genti (i pagani), battezzandole (lett. immergendole) nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito,
20. insegnando loro ad osservare tutte le cose che prescrissi a voi. Ed ecco io con voi sono tutti i giorni fino al compimento del tempo».



Vangelo secondo Giovanni - anno 80/90
cap. 19

38. Dopo queste cose interrogò Pilato Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù in segreto (lett. nascosto) per la paura dei Giudei, affinché gli permettesse di togliere il corpo di Gesù e permise Pilato.

39. Andò dunque e tolse il corpo di lui. Andò anche Nicodemo, quello andato presso di lui di notte la prima volta, portando una mescolanza di mirra e di aloe, quasi cento libbre.

40. Presero pertanto il corpo di Gesù e lo avvolsero (o legarono?) con lini insieme agli aromi, come (è) uso ai Giudei di seppellire (opp. preparare alla sepoltura).

41. Era nel luogo dove fu crocifisso un orto, e nell’orto un sepolcro nuovo, in cui mai nessuno era stato posto;
42. là pertanto a causa della parasceve dei Giudei, poiché vicino era il sepolcro, posero Gesù.

cap. 20

1. Il primo (giorno) della settimana, Maria la Maddalena va di buon mattino quando c’è ancora tenebra al sepolcro e vede la pietra tolta dal sepolcro.

2. Corre quindi e va da Simone Pietro e dall’altro discepolo che Gesù amava e dice loro: «Tolsero il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo posero».

3. Uscì allora Pietro e l’altro discepolo e andavano al sepolcro.

4. Correvano i due insieme e l’altro discepolo pre-corse più velocemente di Pietro e giunse primo al sepolcro.

5. E chinatosi vede giacenti i lini tuttavia non entrò.

6. Giunge allora anche Simone Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e nota i lini giacenti

7. e il sudario che era sopra il suo capo non con i lini giacente ma diversamente/separatamente in-arrotolato in un unico luogo.

8. Allora entrò anche l’altro discepolo, quello giunto primo al sepolcro, e vide e credette.
9. Non ancora infatti avevano compreso la Scrittura che deve lui da morti risorgere.

10. Tornarono allora di nuovo a casa (lett. presso di sé) i discepoli.

11. Maria poi stava presso il sepolcro fuori piangendo. Mentre dunque piangeva, si chinò verso il sepolcro

12. e nota due messaggeri in bianche (vesti) seduti uno presso il capo ed uno presso i piedi, dove giaceva il corpo di Gesù.

13. E dicono a lei quelli: «Donna, perché piangi?». Dice ad essi che "tolsero il Signore mio e non so dove lo posero".

14. Queste cose avendo detto, si volse all’indietro e nota Gesù presente e non sapeva che è Gesù.

15. Dice a lei Gesù: «Donna, perché piangi? chi cerchi?». Quella, ritenendo che è il giardiniere, dice a lui: «Signore, se tu lo portasti via, dimmi dove lo ponesti ed io lo prenderò».

16. Dice a lei Gesù: «Maria». Voltatasi (opp. avendoci ripensato) quella dice a lui in ebraico: «Rabbunì» che significa Maestro.
17. Dice a lei Gesù: «Non mi toccare, non ancora infatti sono salito al Padre. Va’ invece dai miei fratelli e di’ loro: Salgo al Padre mio e Padre vostro e Dio mio e Dio vostro».

18. Va Maria la Maddalena annunciando ai discepoli che "ho visto il Signore" e queste cose disse a lei.

19. Essendo dunque sera in quel giorno, il primo della settimana, ed essendo le porte chiuse dove erano i discepoli per la paura dei Giudei, venne Gesù e stette nel mezzo e dice loro: «Pace a voi».

20. E ciò detto mostrò le mani e il fianco ad essi. Gioirono allora i discepoli vedendo il Signore.

21. Disse dunque ad essi Gesù di nuovo: «Pace a voi. Come ha inviato me il Padre, anch’io mando voi».

22. E ciò detto soffiò addosso e dice loro: «Ricevete (lo) Spirito Santo.

23. Se ad alcuni rimetterete i peccati, saranno rimessi loro; se ad alcuni riterrete, saranno ritenuti».

24. Tommaso però, uno dei dodici, quello detto Didimo (= gemello), non era con loro quando venne Gesù.

25. Dicevano dunque a lui gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle mani di lui il segno dei chiodi e metto il dito mio nel luogo dei chiodi e metto la mia mano nel fianco di lui, non crederò».

26. E dopo giorni otto nuovamente erano dentro i suoi discepoli e Tommaso con loro. Viene Gesù, le porte essendo chiuse, e stette nel mezzo e disse: «Pace a voi».

27. Poi dice a Tommaso: «Porta il tuo dito qui e vedi le mie mani e porta la tua mano e metti(la) nel mio fianco e non essere incredulo, ma credente».

28. Rispose Tommaso e disse a lui: «Il Signore mio e il Dio mio».

29. Dice a lui Gesù: «Poiché hai visto me, hai creduto? Felici i non aventi visto e aventi creduto».

30. Molti dunque ed altri segni fece Gesù dinanzi ai discepoli che non sono stati scritti in questo libro;
31. questi (opp. queste cose) sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo il Figlio del Dio e affinché credendo vita abbiate nel nome di lui.


cap. 21 (di un altro autore) - dopo il 90

1. Dopo queste cose manifestò se stesso di nuovo Gesù ai discepoli sul mare della Tiberiade. Si manifestò così.

2. Erano insieme Simon Pietro e Tommaso quello detto Didimo e Natanaele quello da Cana della Galilea e quelli di Zebedeo e altri due tra i discepoli di lui.

3. Dice loro Simon Pietro: «Vado a pescare». Dicono a lui: «Veniamo anche noi con te». Andarono e salirono sulla barca e in quella notte presero nulla.

4. Essendosi fatto però ormai mattino, stette Gesù sulla spiaggia; nondimeno non sapevano i discepoli che è Gesù.

5. Dice quindi loro Gesù: «Figlioli, non avete qualcosa da mangiare?». Risposero a lui: «No».

6. Egli allora disse loro: «Gettate alla parte destra della barca la rete e troverete». Gettarono allora e non avevano più forza di tirarla a causa della quantità dei pesci.

7. Dice allora il discepolo, quello che Gesù amava, a Pietro: «È il Signore». Simon Pietro dunque, avendo sentito che è il Signore, si cinse il vestito - era infatti nudo - e si gettò nel mare;

8. invece gli altri discepoli vennero con la barca - infatti non erano lontani dalla terra, ma circa 200 cubiti - trascinando la rete dei pesci.

9. Come dunque scesero a terra vedono brace giacente e pesce giacente sopra e pane.

10. Dice loro Gesù: «Portate dei pesci che prendeste ora».

11. Salì allora Simon Pietro e tirò la rete a terra piena di grossi pesci, centocinquantatre; e tanti essendo non si strappò la rete.

12. Dice loro Gesù: «Orsù, mangiate». Nessuno però dei discepoli osava interrogarlo: «Tu chi sei?» sapendo che è il Signore.

13. Si fa avanti Gesù e prende il pane e (ne) dà loro e il pesce ugualmente.

14. Questa (fu) già la terza volta che si manifestò Gesù ai discepoli destato da morti.

15. Quando dunque ebbero mangiato dice a Simon Pietro Gesù: «Simone di Giovanni mi ami più di questi?». Dice a lui: «Certamente Signore, tu sai che ti voglio bene». Dice a lui: «Pasci i miei agnellini».

16. Dice a lui nuovamente una seconda volta: «Simone di Giovanni mi ami?». Dice a lui: «Certamente Signore, tu sai che ti voglio bene». Dice a lui: «Pascola le mie pecorelle».

17. Dice a lui per la terza volta: «Simone di Giovanni mi vuoi bene?». Si addolorò Pietro perché disse a lui per la terza volta "Mi vuoi bene?" e disse a lui: «Signore tutto tu sai, tu conosci che ti voglio bene». Dice a lui Gesù: «Pasci le mie pecorelle.

18. Amén amén (= in verità) dico a te: quando eri più giovane ti cingevi da te stesso e andavi dove volevi; quando invece sarai vecchio, tenderai le tue mani e (un) altro ti cingerà e porterà dove non vuoi».

19. Questo poi disse (significando) con quale morte glorificherà il Dio. E ciò detto dice a lui: «Seguimi».

20. Voltatosi Pietro vide il discepolo che Gesù amava che seguiva, il quale anche si adagiò nella cena sul petto di lui e disse: "Signore, chi è il tuo traditore?".

21. Pietro dunque avendo visto costui dice a Gesù: «Signore, di costui invece che cosa (ne sarà)?».

22. Dice a lui Gesù: «Se voglio che egli rimanga fino a quando ritorno, che cosa a te (importa)? Tu seguimi».

23. Si diffuse perciò questa opinione tra i fratelli che quel discepolo non muore; non disse però a lui Gesù che non muore, ma: "Se voglio che rimanga fino a quando ritorno, cosa a te (importa)?".

24. Questo è il discepolo che testimonia intorno a queste cose e che scrisse queste cose e sappiamo che la sua testimonianza è vera.

25. Sono poi ancora altre molte le cose che fece Gesù, le quali se fossero scritte una per una neppure ritengo il mondo stesso conterrebbe i libri scritti.


Memorie di Nicodemo (recens. greca A) - sec. I-II

cap. 11

3. Un uomo di nome Giuseppe, consigliere della città di Arimatea, egli pure in attesa del regno di Dio, andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo tirò giù, l’avvolse in un panno di lino e lo depose in una tomba scavata nella roccia dove non era stato deposto ancora mai alcuno.


cap. 12

1. Le autorità contro Giuseppe e Nicodemo. Udito che Giuseppe aveva chiesto il corpo di Gesù, gli Ebrei lo cercarono e con lui le dodici persone che avevano detto che Gesù non era nato da fornicazione, Nicodemo e molti altri che si erano presentati a Pilato e avevano illustrato le sue buone azioni. Ma tutti si erano nascosti, e non videro che Nicodemo, perché era un capo degli Ebrei. Disse loro Nicodemo: "Com’è che vi siete radunati nella sinagoga?". Gli Ebrei gli risposero: "Come hai fatto a entrare nella sinagoga? Tu sei infatti associato con lui e nella vita futura la sua parte sarà con te". Nicodemo rispose: "Amen, amen".Così pure Giuseppe venne e disse loro: "Perché siete irritati verso di me per il fatto che ho chiesto il corpo di Gesù? Vedete, l’ho posto nel mio sepolcro nuovo, dopo averlo avvolto in un panno di lino, ed ho fatto rotolare la pietra all’ingresso della caverna. Voi non vi siete comportati bene verso il giusto, giacché non vi siete pentiti quando l’avete crocifisso, anzi lo avete ancora trapassato con la lancia".

2. Ma gli ebrei arrestarono Giuseppe e diedero ordine di mantenerlo sotto buona custodia fino al primo giorno della settimana; e gli dissero: "Sappi che l’ora non ci permette di agire contro di te, giacché sta spuntando il sabato, ma sappi che tu non avrai mai l’onore di una tomba: la tua carne, infatti, sarà gettata agli uccelli del cielo".
Rispose Giuseppe: "Questo parlare è simile a quello del superbo Golia che si erse contro il Dio vivente e il santo Davide. Giacché Dio disse, per mezzo del profeta: «Mia è la vendetta, io ricompenserò», dice il Signore. Ed ecco ora, uno che era incirconciso, ma dal cuore circonciso, prese dell’acqua e si lavò le mani dicendo: «Sono innocente del sangue di questa persona giusta. Vedetevela voi!». Avete risposto a Pilato: «Il suo sangue sia su di noi e sui nostri figli». Ed ora io temo che l’ira di Dio venga su di voi e sui vostri figli, come avete detto". Udite queste parole, gli ebrei si infuriarono, gli posero le mani addosso, lo legarono e lo rinchiusero in una camera senza finestre e alla porta posero delle guardie; e apposero i sigilli alla porta del luogo ove avevano rinchiuso Giuseppe.

3. Nel sabato, i capi della sinagoga, i sacerdoti e i leviti, emanarono una ordinanza affinché, nel primo giorno della settimana, tutti gli uomini si radunassero nella sinagoga. E tutto il popolo s’alzò di buon mattino e, nella sinagoga, tenne consiglio sul genere di morte da infliggergli. Allorché ebbe luogo il consiglio, ordinarono che egli fosse introdotto, con grande disonore. Aperta la porta non lo trovarono.
Tutto il popolo restò stupito, perché i sigilli erano intatti e la chiave l’aveva Caifa. E non osarono più mettere le mani su colui che, davanti a Pilato, aveva parlato in favore di Gesù.

cap. 13

1.Testimonianza delle guardie. Mentre ancora sedevano nella sinagoga, stupiti a motivo di Giuseppe, giunsero le guardie che gli ebrei avevano chiesto a Pilato per custodire il sepolcro di Gesù affinché i suoi discepoli non andassero a rubarlo, ed annunziarono ai capi della sinagoga, sacerdoti e leviti, quanto era accaduto. Come fosse venuto un grande terremoto e: "Abbiamo visto un angelo discendere dal cielo, far rotolare la pietra dall’ingresso della tomba e sedere su di essa, ed era splendente come la neve e come il lampo. Noi tremammo dal grande spavento e restammo come morti. Udimmo la voce dell’angelo che parlava con le donne, che attendevano alla tomba, dicendo: «Non temete! So, infatti, che voi cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui! Risorse, come disse. Venite a vedere il luogo dove giaceva il Signore, e andate subito a dire ai suoi discepoli che egli risorse dai morti, ed è in Galilea»".

2. Gli ebrei domandarono: "Con quali donne parlò?". Le guardie risposero: "Non sappiamo chi erano". E gli Ebrei: "Che ora era?". "La mezzanotte" risposero le guardie. Gli ebrei domandarono: "E perché non avete preso le donne?". "A causa della paura, eravamo diventati come morti - risposero le guardie - e pensavamo di non rivedere più la luce del giorno. E come avremmo potuto prenderle?". Gli ebrei risposero: "Quant’è vero che il Signore vive, noi non vi crediamo".Le guardie dissero agli ebrei: "In quell’uomo avete visto così tanti segni e non credete; come dunque potrete credere a noi? Avete fatto proprio un giuramento vero: «Quant’è vero che il Signore vive», egli infatti vive veramente. Abbiamo udito, proseguirono le guardie, che avete rinchiuso quel tale che ha chiesto il corpo di Gesù, che avete apposto alla porta i sigilli e, quando l’avete riaperta, non l’avete trovato. Dateci dunque Giuseppe e noi vi daremo Gesù".Glii ebrei risposero: "Se n’è andato nella sua città". "Anche Gesù risorse, dissero le guardie, come abbiamo udito dall’angelo, ed è in Galilea".

3. All’udire queste parole, gli ebrei temettero grandemente e dissero: "Che questo racconto non giunga alle orecchie del popolo e tutti si rivolgano a Gesù!". Gli ebrei allora tennero consiglio, ammassarono una grande somma di denaro e la diedero alle guardie, dicendo: "Dite che mentre voi dormivate, nella notte, vennero i suoi discepoli e lo rubarono. Qualora il procuratore udisse questo, gli parleremo noi affinché non abbiate da preoccuparvi". Ed essi preso (il denaro) fecero come erano stati istruiti.

cap. 14

1. Gesù sul monte Mamilch. Ma dalla Galilea vennero a Gerusalemme un sacerdote, Finee, uno scriba, Adas, un levita, Aggeo, ed annunziarono ai capi della sinagoga, sacerdoti e leviti: "Abbiamo visto Gesù che sedeva sul monte Mamilch con i suoi discepoli. Egli ordinò ai suoi discepoli: «Andate in tutto il mondo ed annunziate a tutta la creazione: chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. Questi sono i segni che accompagneranno i credenti: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti, se berranno una bevanda mortifera non farà loro alcun male, imporranno le mani sui malati e guariranno» (cfr. la finale aggiunta di Mc 16,17-18). E abbiamo visto che mentre Gesù parlava ancora ai suoi discepoli, fu preso in cielo".

2. Dissero allora gli anziani, i sacerdoti e i leviti: "Date gloria al Dio di Israele e confessate davanti a lui se veramente avete udito e visto queste cose, così come le avete presentate". Gli annunciatori risposero: "Quant’è vero che vive il Signore, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, noi abbiamo udito questo e abbiamo visto mentre era preso in cielo". Gli anziani, i sacerdoti e i leviti, risposero: "Siete venuti ad annunziarci questa notizia o siete venuti per presentare a Dio la vostra preghiera?". "Per presentare a Dio la nostra preghiera" risposero. Dissero allora gli anziani, i sacerdoti e i leviti: "Se siete venuti per presentare a Dio la vostra preghiera, a che scopo queste ciance davanti al popolo?". Il sacerdote Finee, lo scriba Adas e il levita Aggeo, risposero ai capi della sinagoga, ai sacerdoti e leviti: "Se le parole che abbiamo detto e quanto abbiamo visto sono peccato, eccoci davanti a voi! Fateci quanto è giusto ai vostri occhi". Essi allora presero la legge e li scongiurarono di non ripetere mai più ad alcuno queste parole. Poi diedero loro da mangiare e da bere e li scacciarono dalla città dopo aver loro dato anche del denaro e tre uomini che li accompagnassero fino in Galilea. E se ne partirono in pace.

3. Angoscia delle autorità ebraiche. Partiti questi uomini per la Galilea, si radunarono nella sinagoga i sommi sacerdoti, i capi della sinagoga e gli anziani, chiusero la porta ed elevarono una grande lamentazione dicendo: "Perché avvenne questo segno in Israele?". Ma Anna e Caifa dissero: "Di che vi turbate?, che avete da piangere? Non sapete che i suoi discepoli diedero molto denaro ai custodi del sepolcro e li ammaestrarono a dire che discese un angelo dal cielo a far rotolare la pietra dall’ingresso della tomba?". Ma i sacerdoti e gli anziani obiettarono: "Sia pure! I suoi discepoli rubarono il corpo. Ma come ha fatto la sua anima ad entrare nel suo corpo, sicché ora egli si trova in Galilea?". Incapaci di rispondere a questo, alla fine con sforzo conclusero: "Noi non dobbiamo credere agli incirconcisi".

Lettera degli Apostoli (apocrifo) - sec. II

19. Vedi, proprio per questo non abbiamo esitato (a scrivervi) a proposito dell’autentica testimonianza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, come egli ha operato mentre lo vedevamo e come con noi chiariva costantemente e ispirava i nostri pensieri.

20. Costui, per il quale testimoniamo, lo conosciamo come colui che fu crocifisso al tempo di Ponzio Pilato e del principe Archelao, che fu crocifisso tra due ladroni e con loro fu tolto dal legno della croce e sepolto in un posto che si chiama qaraneio (luogo del teschio), dove andarono tre donne: Sara e Marta e Maria Maddalena. Esse portavano unguento, per cosparger(lo) sul suo corpo, piangendo e lamentandosi per quanto era accaduto. E si avvicinarono al sepolcro e trovano la pietra (là), dove era stata rovesciata dal sepolcro. E aprirono la porta e non trovarono il suo corpo.

21. E mentre si lamentavano e piangevano, apparve loro il Signore e disse loro: «Non piangete! Sono io che cercate. Ma una di voi vada dai vostri fratelli e dica (loro): «Venite, il nostro maestro è risorto dai morti». E Maria venne da noi e a noi (lo) disse. E noi le dicemmo: «Che c’è tra noi e te, o donna? Colui che è morto e sepolto, può dunque (ri)vivere?». E noi non credemmo che il nostro Salvatore fosse risorto dai morti. Allora tornò da nostro Signore e gli disse: «Nessuno di loro ha creduto alla tua risurrezione». Ed egli le disse: «Un’altra di voi vada e glielo ridica». E Sara venne e diede lo stesso annuncio e noi l’accusammo di menzogna. Ed ella tornò da nostro Signore e gli parlò come Maria.

22. Allora il Signore disse a Maria e alle sue sorelle: «Andiamo da loro!». Ed egli venne e ci trovò in casa nascosti. E noi dubitavamo e non credevamo. Venne a noi come uno spettro e noi non credevamo che fosse lui. Ma lo era. E dunque ci disse: «Venite, non temete! Sono il vostro maestro, che tu, Pietro, prima che il gallo cantasse, rinnegasti tre volte e ora mi rinneghi ancora?».E noi andammo da lui, pensando e dubitando, se fosse proprio lui. Ed egli ci disse: «Perché dubitate e siete increduli? Sono io, che vi ho parlato della mia carne, della mia morte e della mia risurrezione. E affinché sappiate che sono io, poni, Pietro, la tua mano (e le tue dita) nei segni dei chiodi delle mie mani e tu, Tommaso, nel mio costato e anche tu, Andrea, guarda se il mio piede posa sulla terra e (vi) lascia un’orma. Poiché sta scritto nel profeta: Uno spettro, un demone, però, non lascia nessuna orma sulla terra».

23. Allora noi lo toccammo, che fosse davvero risorto nella carne. E poi cademmo proni sul volto davanti a lui, gli chiedemmo perdono e implorammo, perché non gli avevamo creduto. Allora il nostro Signore e Salvatore ci disse: «Alzatevi e io vi rivelerò cosa c’è sulla terra e al disopra dei cieli, e la vostra risurrezione, quella nel regno dei cieli per la quale mio Padre mi ha mandato, affinché io porti lassù voi, i credenti in me».



Il Vangelo di Pietro (apocrifo) - anno 150 circa

3. Si trovava poi là Giuseppe, l’amico di Pilato e del Signore e, vedendo che stavano per crocifiggerlo, andò da Pilato e chiese il corpo del Signore per (la) sepoltura.

4. E Pilato, avendo mandato (qualcuno) da Erode, chiese il corpo di lui.

5. Ed Erode disse: «Amico (lett. fratello) Pilato, se anche nessuno lo avesse chiesto, noi lo avremmo seppellito, poiché già sorge il sabato. Sta scritto infatti nella legge che il sole non tramonti su di un ucciso». [...l

21. Estrassero allora i chiodi dalle mani del Signore e lo posero a terra. Si scosse tutta la terra e vi fu un timore grande.

22. Allora risplendette il sole e ci si accorse che era l'ora nona.

23. Furono contenti i giudei e diedero a Giuseppe il corpo di lui affinché lo seppellisse, dal momento che aveva visto tutte le cose buone che egli aveva fatto.

24. Avendo preso dunque il Signore (lo) lavò e (lo) avvolse in un lenzuolo (sindone) e lo portò nel proprio sepolcro chiamato orto di Giuseppe. [...]

28. Essendosi riuniti poi tra loro gli scribi e i Farisei e gli anziani, avendo sentito che tutto il popolo mormorava e si percuoteva il petto dicendo che se alla sua morte sono avvenuti questi grandissimi segni, vedete quanto è giusto,

29. Ebbero paura gli anziani e andarono da Pilato pregandolo e dicendo:

30. «Dacci dei soldati, affinché custodiamo il suo sepolcro per tre giorni, perché i discepoli suoi, venendo, non lo rubino e il popolo non pensi che è risorto dai morti e non ci facciano del male».

31. Pilato allora diede loro il centurione Petronio con dei soldati per custodire il sepolcro. E con loro andarono gli anziani e gli scribi alla tomba.

32. E avendo rotolato una grande pietra, con il centurione e i soldati tutti insieme quanti erano là, la misero sull’ingresso della tomba,

33. e misero (lett. spalmarono) sette sigilli, e avendo piantato colà una tenda facevano la guardia.

34. Sorgendo poi la mattina del sabato andò la folla da Gerusalemme e dai dintorni per vedere la tomba sigillata.

35. La notte nella quale sorge (il giorno) del Signore, mentre i soldati facevano la guardia a turni di due un grande rumore si fece nel cielo

36. e videro i cieli aperti e due uomini che discendevano di là con molto splendore e si avvicinavano al sepolcro.

37. E quella pietra che era stata spinta contro l’ingresso, rotolatasi da sola, si ritirò da una parte e il sepolcro si aprì e i due giovinetti entrarono.

38. Vedendo, dunque, quei soldati svegliarono il centurione e gli anziani - erano là infatti anche loro a fare la guardia -

39. e mentre essi raccontavano le cose che avevano visto, di nuovo vedono tre uomini che escono dal sepolcro e i due che sostengono l’uno e una croce che li seguiva

40. e la testa dei due che arrivava fino al cielo, quella invece di colui che era portato da loro superava i cieli;

41. e sentirono una voce dai cieli che diceva: «Hai annunciato ai morti (lett. dormienti)?».

42. E una voce si udì dalla croce che «Sì».

43. Discussero dunque quelli tra di loro per andarsene e far sapere queste cose a Pilato;

44. e mentre ancora essi stavano decidendo, apparvero di nuovo i cieli aperti, ed un uomo che scendeva ed entrava nella tomba.

45. Avendo visto queste cose, quelli che erano insieme al centurione di notte corsero da Pilato, avendo lasciato il sepolcro che custodivano e raccontarono tutte le cose che videro, essendo molto agitati e dicendo: «Veramente era figlio di Dio».

46. Rispondendo Pilato disse: «Io sono innocente del sangue del figlio di Dio, vedetevela voi».

47. Quindi avvicinatisi tutti lo pregavano e lo supplicavano di ordinare al centurione ed ai soldati di non dire a nessuno le cose che avevano visto.

48. «Ci conviene infatti, dissero, essere responsabili di un grandissimo peccato di fronte al Dio e non cadere nelle mani del popolo dei Giudei ed essere lapidati».

49. Ordinò dunque Pilato al centurione ed ai soldati di non dire niente.

50. Il mattino (del giorno) del Signore, Maria la Maddalena, discepola del Signore - temendo, a causa dei Giudei, poiché ardevano dall’ira, non aveva fatto sul sepolcro del Signore ciò che erano solite fare le donne sui loro cari morti -,

51. avendo preso con lei le amiche andò al sepolcro dove era stato deposto.

52. E temevano che le vedessero i Giudei e dicevano: «Se anche in quel giorno in cui è stato crocifisso non abbiamo potuto piangere e batterci il petto, almeno ora faremo queste cose sul suo sepolcro.

53. Ma chi ci rotolerà la pietra posta contro l’entrata del sepolcro, affinché entrate ci sediamo vicino a lui e facciamo le cose dovute?

54. - la pietra infatti era grande - e temiamo che qualcuno ci veda. E se non possiamo, almeno mettiamo sull’ingresso le cose che abbiamo portato in suo ricordo e piangeremo e ci batteremo il petto finché andremo a casa nostra».

55. E arrivate trovarono il sepolcro aperto e avvicinatesi si chinarono dentro e vedono lì un giovinetto seduto in mezzo al sepolcro, bello e rivestito di una veste splendente che disse loro:

56. «Perché siete venute? Chi cercate? Forse quel crocifisso? È risorto e se ne è andato; se poi non credete, chinatevi e vedete il luogo dove giaceva: non c’è; è risorto infatti e se ne è andato là da dove era stato mandato».

57. Allora le donne spaventate fuggirono. [...]



Dialogo con Trifone di Giustino - anno 155

E' un dialogo tra Giustino ed il rabbino Trifone a proposito dell'Ebraismo e del Cristianesimo. In esso Trifone riporta un giudizio su Gesù.
(Dice Giustino)
«Voi ebrei avete preso uomini scelti di Gerusalemme e li avete inviati per tutta la terra a dire che era apparsa la setta empia ed iniqua dei cristiani (17,1) [...] per l'errore di un certo Gesù, un galileo, e dicendo che loro (= gli ebrei) l'avevano crocifisso, ma i suoi discepoli l'avevano sottratto di notte dal sepolcro dove era stato deposto una volta schiodato dalla croce e ora andavano ingannando gli uomini affermando che era ridestato dai morti ed era salito al cielo (108,1)».
19/04/2010 23.34
 
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La STORICITA' della RISURREZIONE
Analisi di alcuni documenti




In questo capitolo analizzeremo
i seguenti documenti:
- Giovanni 20,1-10 (i lini sepolcrali)
- Matteo 27-28 (le guardie al sepolcro)
- il vangelo (apocrifo) di Pietro

Per stabilire la storicità della risurrezione, ci limiteremo all’analisi dettagliata (in traduzione letterale) di due brani dei vangeli canonici che riteniamo particolarmente significativi:

- la disposizione dei lini sepolcrali: Gv 20,1-10;

- le guardie al sepolcro: Mt 27,57-66 e 28,11-15.

Ci porremo poi il problema delle divergenze contenute nei racconti e vedremo come il vangelo di Pietro (apocrifo) abbia tentato di eliminarle.



Primo documento

1. Gv 20,1-10: i lini sepolcrali

a) Informazioni preliminari sul IV vangelo
1. La tradizione antica è unanime nel dire che questo vangelo lo scrisse (o dettò) Giovanni, l'apostolo amato da Gesù, ad Efeso, quando era vecchio.
Unica voce contraria: Eusebio di Cesarea. Egli riferisce una testimonianza più antica, secondo cui ad Efeso c'erano due Giovanni: Giovanni l'apostolo e Giovanni l'anziano (in greco "presbìtero") e che il vangelo l'avrebbe scritto "l'anziano", non l'apostolo.

2. Fino al 1700 la totalità degli studiosi accettava la tradizione e collocava questo vangelo verso gli anni 80/90. Dal 1700 i "critici" tedeschi (= la scuola critica o razionalista, che cercava di leggere i vangeli servendosi della sola ragione e togliendo perciò da essi tutto il "miracoloso" - v. cap. successivo) accettarono invece la tesi di Eusebio e collocarono questo vangelo dopo il 100 - alcuni anche al 180 - onde rendere possibile le amplificazioni popolari per far sorgere il "miracoloso".

3. I dati attuali
Scoperte archeologiche recenti hanno portato nuova luce su tale questione:
- il papiro P52, trovato in Egitto nel 1934 (v. fig.), contiene alcuni versetti del cap. 18 di questo vangelo. È stato datato dai papirologi attorno al 125 d.C. Quindi, tenuto conto che per essere copiato e per arrivare da Efeso in Egitto c'è voluto un po' di tempo, restano confermate le date che pongono questo vangelo attorno al 100 o anche prima.
- La scoperta a Gerusalemme della piscina di Bethesdà (Gv 5,1-9) nel 1898 e del Lithò-strotos (Gv 19,13) con gli annessi del palazzo del pretorio (1900-1963) hanno rivelato che l'autore conosceva bene la città prima della sua distruzione del 70 d.C. e quindi quasi sicuramente è un testimone oculare dei fatti che racconta (come emerge anche da tanti altri particolari del libro).

4.L'autore si firma "il discepolo che Gesù amava".
Chi può essere?
Tre sono, secondo i vangeli sinottici (cioè Mt, Mc e Lc), i discepoli amati da Gesù: Pietro, Giacomo e Giovanni. Dovremo quindi cercare l'autore del vangelo tra uno di questi tre.
Ora il "discepolo che Gesù amava"
- non può essere Pietro, perché è nominato insieme al discepolo amato (cfr. Gv 20,2);
- non può essere Giacomo "fratello di Giovanni", perché è stato ucciso da Erode nel 43 (Atti 12,3) - troppo presto;
- allora non rimane che Giovanni.

E che sia Giovanni può essere confermato da due indizi:
* Giovanni non è mai nominato in tutto il IV vangelo, che pure è il vangelo che riferisce il maggior numero di interventi di apostoli;
* i Giovanni famosi nel N.T. sono due: il Battezzatore e l'Apostolo. In questo vangelo, quando si parla di Giovanni il battista, lo si chiama semplicemente Giovanni. Questo è possibile solo se l'autore del vangelo è l'altro Giovanni, non essendoci ambiguità, non c'è la necessità, come fanno i Sinottici, di qualificarlo come "il battezzatore".


b) Analisi del testo

È l'unico vangelo canonico che parla dettaglia-tamente della disposizione dei lini nel sepolcro di Gesù.

1. Il primo (giorno) della settimana, Maria la Maddalena va di buon mattino quando c’è ancora tenebra al sepolcro e vede la pietra tolta dal sepolcro.

* il primo (giorno) della settimana: è la domenica dopo la sepoltura di Gesù. Essa, secondo tutti i vangeli, è avvenuta il venerdì nel tardo pomeriggio. Dicono infatti che (stava per cominciare il sabato, cosa che, secondo gli ebrei, avviene al tramonto del sole).

*Maria Maddalena: Maria di Màgdala (località della Galilea sul lago di Genezareth) è persona ben nota ai vangeli: Mt 27,56-61; Mc 15,40-47; 16,1.9; Lc 8,2; 24,10; Gv 19,25; 20,18.

Secondo Giovanni ad andare al sepolcro quella domenica mattina è stata una sola donna: Maria Maddalena (ma al v. 2 c’è il plurale «non sappiamo» che fa pensare che le donne fossero più di una).

Qui c’è una divergenza rispetto ai sinottici:
- per Matteo le donne sono 2: Maria Maddalena e l’altra Maria (28,1);
- per Marco le donne sono 3: Maria Maddalena, Maria quella di Giacomo e Salome (16,1);
- per Luca le donne sono almeno 5: Maria di Màgdala, Giovanna, Maria di Giacomo e «le altre» (24,10)

* quando c’è ancora tenebra: c'è divergenza rispetto a Mc 15,2 che dice: «sorto il sole» (e tuttavia prima Marco aveva detto «assai di buon’ora», come anche Luca 24,1: «ai primi albori»).
Qualche commentatore preferisce interpretare la frase di Giovanni non in senso storico, ma in senso figurato: Maria era ancora nella tenebra dell’incredulità. Sant’Agostino invece interpreta: Maria Maddalena partì da casa quando c’era ancora tenebra e giunse al sepolcro quando il sole era già alto.

u la pietra tolta dal sepolcro: nei sepolcri ebraici dei tempi di Gesù (ne conosciamo almeno 4), la pietra posta all’ingresso non può «ribaltare», essendo bloccata in una scanalatura praticata nel tufo (si veda nei disegni e foto) e perciò il sepolcro non può essere stato aperto dall’interno con una spallata. Per questo Maria conclude che il cadavere è stato rubato.

2. Corre quindi e va da Simone Pietro e dall’altro discepolo che Gesù amava e dice loro: «Tolsero il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove lo posero».
3. Uscì allora Pietro e l’altro discepolo e andavano al sepolcro.
4. Correvano i due insieme e l’altro discepolo pre-corse più velocemente di Pietro e giunse primo al sepolcro.

* È curiosa la frase di Maria: «Tolsero il Signore... e non sappiamo...» (v. 2).

L’ipotesi da lei fatta è la più ovvia: poiché venerdì il cadavere era stato messo là ed ora non c’è più, è chiaro che qualcuno l’ha portato via.

Ma dove l’avranno messo? «Non sappiamo»!

Evidentemente (al dire dell’evangelista - testimone oculare) per Maria (e per qualche altra donna che era con lei) e poi per Pietro ed «il discepolo che Gesù amava» l'eventuale trafugamento o spostamento del cadavere non era noto. D’altronde nessuno dei tre (o più) ha pensato alla risurrezione che pure, stando ai vangeli canonici, Gesù aveva profetizzato direttamente (Mt 16,21; 17,9.23; 20,19; 26,32; 27,63; Mc 8,31; 9,9.10.31; 10,34;14,28; Lc 9,22; 18,33; 24,46) o indirettamente (Mt 12,40; 16,4; 26,61; Mc 14,58; Lc 11,29-30; Gv 2,19).

* il plurale "non sappiamo" farebbe pensare che le donne al sepolcro fossero più di una, come dicono d'altronde i sinottici. Si noti poi che in 20,13 c'è il singolare "non so".

* il Signore (v. 2). È strana questa affermazione in bocca a Maria quel mattino. Infatti «Signore», usato alla terza persona, è un termine normalmente riferito solo a Dio (molte volte) o a Gesù risorto (in Gv 11,2; 20,18.20.25; 21,7.7) o all’imperatore di Roma (At 25,26). Questo farebbe pensare che Giovanni metta in bocca a Maria Maddalena la parola «Signore» già come conseguenza della sua fede (sorta dopo) in Gesù come Figlio di Dio.

* I precisi particolari raccontati in questi versetti e nei seguenti si spiegano bene se «il discepolo che Gesù amava» è il testimone oculare che ha scritto il vangelo, cioè Giovanni.

5. E chinatosi vede giacenti (afflosciati?) i lini tuttavia non entrò.
6. Giunge allora anche Simone Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e nota i lini giacenti (afflosciati?)

* i lini: la traduzione «bende» è insostenibile perché in greco «bende» si dice keir…ai - keirìai (cfr. Gv 11,44: le bende del cadavere di Lazzaro). Qui invece c’è ÑqÒnia -othónia cioè generici «tessuti di lino».

* giacenti: questa è la traduzione letterale del termine ke…mena - kéimena. Non è corretto tradurre «per terra».

La parola «afflosciati» messa tra parentesi non è la traduzione, ma una nostra interpretazione, che sarà chiarita in seguito.


Breve documentazione:

Nel 1952 è stato pubblicato dalla Biblioteca Rylands un papiro (Gk 627), proveniente da Ermopoli in Egitto, scritto su 9 colonne sulle due facciate per un totale di 349 righe.
È una lista, in greco, di biancheria di un agente dell’amministrazione romana in Egitto, il cui nome era Teófane (anno 320 d.C.). In essa si vede che il termine Ñqon…wn-othonìôn è un termine generico che indica vari tessuti di lino, perché è l’unico nome nella lista che è al genitivo plurale e non ha accanto il numero dei capi.
Ecco le prime 17 righe e la riga 41 (testo e traduzione):

7. e il sudario che era sopra il suo capo non con i lini giacente ma diversamente/separatamente in-arrotolato in un unico luogo.

Quella che presentiamo qui è la traduzione letterale e facciamo notare che nei manoscritti antichi non esistono varianti al testo greco che rendano possibili altre traduzioni. Purtroppo esistono molte traduzioni difettose.

Il testo non è chiaro. Ciò costringerà a dare di esso una qualche interpretazione, perché c'è da supporre che colui che scrive lo faccia per farsi capire.

Tuttavia, qualunque sia l'interpretazione proposta, non dovrà far violenza al testo: le parole del testo sono quelle, con l'unica incertezza tra "diversamente" (di modo) e "separatamente" (di luogo).

* sudario: fazzoletto (per asciugare il sudore). Qui intenderemmo mentoniera (cfr. Gv 11,44: Lazzaro ha la faccia legata attorno con un sudario).
Noi daremo di questi vv. 6b-7 una nostra interpretazione, dopo aver analizzato i versetti successivi. Per ora facciamo solo notare che il participio «in-arrotolato» (™ntetu-ligmšnon-entetyligménon) in greco è un perfetto, che indica quindi un’azione del passato i cui effetti perdurano al presente e che perciò deve essere inteso come «continuava ad essere arrotolato come era stato messo».

8. Allora entrò anche l’altro discepolo, quello giunto primo al sepolcro, e vide e credette.
9. Non ancora infatti avevano compreso la Scrittura che deve lui da morti risorgere.
10. Tornarono allora di nuovo a casa (lett.: presso di sé) i discepoli.

Per capire il senso dei vv. 6b-9 partiamo dal v. 8: «e vide e credette».

Anzitutto si noti la presenza del doppio "e" che collega il vedere e il credere: la coordinazione introdotta da "e vide e credette" è in greco assai più stretta che in italiano. Essa esprime un legame di causa e di effetto: il discepolo credette in forza di ciò che vide.

u Ora chiediamoci: quel mattino il discepolo che Gesù amava che cosa vide e che cosa credette?

- Che cosa vide sembra chiaro: come erano disposti i lini. Il fatto che li descriva con tanta minuzia ai vv. 6-7 ne è la prova.

- Che cosa credette è meno chiaro. Il verbo è comunque in greco un aoristo, che indica un'azione del passato, chiusa nel passato.

* Le interpretazioni possibili sono due:

a) credette a Maria Maddalena che aveva proposto (v. 2) l’ipotesi dell’asportazione di cadavere.

Questa è l’interpretazione data, fra gli altri, da sant'Agostino († 430), che non conosceva bene il greco.

b) credette alla risurrezione: dalla disposizione dei lini il discepolo che Gesù amava ha concluso che Gesù era risorto.

Questa è l’interpretazione di Cirillo di Alessandria e di Cirillo di Gerusalemme (V sec.), che conoscevano perfettamente il greco.

* Ma quale delle due interpretazioni aveva in mente il discepolo che Gesù amava?

Il v. 9 che, nell’intenzione dell’autore, vorrebbe verosimilmente offrire la spiegazione, è leggibile anch’esso in più modi, ma sostanzialmente riconducibili a due:

a) «E vide e credette a Maddalena»: quando vide infatti Pietro e il discepolo che Gesù amava non avevano ancora compreso la Scrittura (= l'Antico Testamento) che deve lui da morti risorgere; la compresero solo in seguito, comunque prima di scrivere il vangelo.

b) «E vide e credette alla risurrezione»: prima di vedere infatti non aveva ancora compreso la Scrittura; la compresero quando videro come erano disposti i lini sepolcrali.

* Dobbiamo rinunciare a capire che cosa esattamente voleva dire il discepolo?

Per fortuna possiamo ancora tentare di percorrere un’altra strada: quella del senso in cui Giovanni usa qui il verbo «credere» (in greco: pisteÚw-pistéuo).

Questo verbo nel vangelo di Giovanni viene usato 98 volte e in tutti gli altri passi ha il senso di credere in qualcosa di soprannaturale. Non è mai usato per esprimere fiducia in una persona umana. Questo c’induce a concludere che, anche qui, il discepolo lo usi con lo stesso significato e quindi intenda dire "credette alla risurrezione".

Una prima conferma indiretta della nostra affermazione si ha dalla presenza del doppio "e": "e vide e credette" che rende contemporanee, nel passato, le due azioni di vedere e di credere, benché collegate come causa ed effetto.

Una seconda conferma si può avere anche dal v. 10: Tornarono a casa i discepoli. Se infatti avessero pensato all’asportazione del cadavere, un elementare istinto avrebbe suggerito di andarlo a cercare e non di tornare a casa.

È anche possibile che l'autore abbia voluto portare un suo contributo per smentire la "voce" dell'asportazione del cadavere, voce che ai suoi tempi girava presso "certi giudei" (cfr. brano seguente di Mt 28,15): se i discepoli avessero rubato il cadavere, i lini non avrebbero potuto trovarsi nel modo in cui egli li vide.



c) Una considerazione

Se la nostra interpretazione del "credette" è esatta, diventa allora importante capire che cosa il discepolo «vide», dato che, proprio in forza di ciò che ha visto, ha creduto alla risurrezione.

Peccato che i vv. 6-7 non brillino per chiarezza.

Sono talmente poco chiari che, quasi sempre, i traduttori, più che tradurli, li interpretano, a volte anche facendo violenza al testo. E così i lini (quando non «le bende») giacciono «per terra» e il sudario giace «ripiegato in un angolo a parte»!? 1

Siamo perciò costretti a proporre un’interpretazione, ma lo facciamo cercando di rispettare il testo, ben lieti di cambiarla, qualora ci venga proposta un'interpretazione migliore, che comunque non faccia violenza al testo.

Abbiamo già messo in risalto che nel v. 6 la parola «afflosciati», in luogo di «giacenti», non è la traduzione, ma un'interpretazione. Essa tuttavia ci pare la migliore tra quelle proposte.

Per dare un senso al testo, partiamo da una considerazione tratta dal medesimo cap. 20 del vangelo. Ai vv. 19 e 26, l'autore, testimone oculare, racconta che Gesù entra «a porte chiuse» nel locale ov’erano radunati i discepoli. È quanto dire che Gesù risorto può passare attraverso i corpi solidi (muri o porte, non fa gran differenza), cioè non è soggetto alla legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi.

Supponiamo che il corpo di Gesù nel sepolcro

a) sia stato avvolto in un lenzuolo (la sindone di cui parlano i sinottici) e gli sia stato messo come mentoniera il sudario del v. 7 (v. disegno).

b) sia «uscito» (= smaterializzato), passando attraverso il lenzuolo e il sudario.

Allora sarebbe avvenuto che i lini sepolcrali, non contenendo più il cadavere, si sarebbero "afflosciati"; il sudario invece, che era più rigido, non si sarebbe afflosciato come i lini, ma sarebbe rimasto arrotolato dentro il lenzuolo al suo posto, cioè al posto in cui logicamente avrebbe dovuto trovarsi e quindi ne sarebbe rimasta visibile all'esterno la presenza (v. disegno).

E questo è proprio quello che, secondo la nostra interpretazione, "il discepolo che Gesù amava" descrive: «Vede i lini afflosciati e il sudario che era sul suo capo non afflosciato come i lini, ma diversamente, arrotolato dentro, al suo posto (= dove dovevano essere)».

Quella vista lo indusse a credere alla risurrezione: se infatti qualcuno avesse voluto portar via il cadavere, non avrebbe potuto lasciare i lini in quel modo.

Il discepolo ricava dunque dalla disposizione dei lini la «prova» della risurrezione di Gesù e così crede alle Scritture (cfr. Gv 2,22: «quando dunque fu destato dai morti, si ricordarono i discepoli ..., e credettero alla Scrittura e al discorso che disse Gesù»).


Contro questa ipotesi si potrebbe obiettare:

se il cadavere di Gesù si è "volatilizzato", che bisogno c’era che il sepolcro fosse aperto (cfr. v. 1)?

R. Tenuto conto che il sepolcro dall’interno non è apribile (ciò è vero almeno per i sepolcri noti costruiti dai ricchi in Palestina nel I sec. d.C. e che dovrebbero essere simili al sepolcro di Gesù costruito per sé dal ricco Giuseppe di Arimatea e poi usato per Gesù), allora

- o si può pensare a «ladri» che dall’esterno lo abbiano aperto: è l’ipotesi che fa la Maddalena (cfr. v. 2), ma che Giovanni rifiuta sulla base di come ha visto collocati i lini;

- o si può pensare che sia stato aperto in modo miracoloso:

è la spiegazione che dà Matteo (28,2) parlando dell’angelo disceso dal cielo: il sepolcro fu aperto non perché Gesù potesse uscire, ma perché i discepoli potessero entrare a controllare che non c’era più il cadavere.

Quale ebreo infatti avrebbe osato riaprire il sepolcro? La legge ebraica infatti lo vieta (se non per collocarvi nuovi morti), perché i morti "contaminano", cioè rendono impuri i vivi che vi entrano. Ciò è indicato, per es. dalle due lapidi, qui raffigurate, trovate nei pressi di sepolcri.

E d'altra parte, senza questo controllo, sarebbe stato difficile per loro credere alla risurrezione di Gesù.



Secondo documento

2. Matteo 27-28: le guardie al sepolcro

a) Informazioni sul vangelo secondo Matteo

1. Papia, vescovo di Ieràpolis di Frigia (oggi Pamùkkale in Turchia), che compose prima del 120 una Spiegazione dei detti del Signore, riferisce: «Matteo scrisse in dialetto ebraico i detti di Gesù; ciascuno li tradusse/interpretò come potè».
Ora l'attuale vangelo secondo Matteo
- non è in una lingua semita, ma in greco;
- non contiene solo detti, ma anche fatti.
Dunque non è quello di cui parlava Papia.

2. Oggi si è d'accordo nel dire che l'originario vangelo secondo Matteo fu scritto in una lingua semita molto presto (anni 45), e conteneva solo i "detti" di Gesù, ma fu poi necessario tradurlo in greco perché, dopo la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.), con l'abbandono delle lingue semite, era incomprensibile. Il "traduttore" però l'avrebbe arricchito col racconto dei "fatti" di Gesù, conosciuti attraverso gli altri vangeli e la tradizione orale.
Comunemente si ritiene che questo lavoro di revisione, sia stato fatto verso gli anni 80-85.

b) Analisi del testo

È l’unico vangelo canonico che parla di guardie al sepolcro di Gesù.
Se si legge "tra le righe" il racconto di Matteo, si ha l'impressione che egli voglia rispondere a obiezioni sulla realtà della risurrezione, che qualcuno poteva aver fatto.


Cap. 27
57. Sera avvenendo, venne un uomo ricco da Arimatea di nome Giuseppe, che anche egli si era fatto discepolo di Gesù.

*Siamo al venerdì pomeriggio della settimana di Pasqua, quando già stava per cominciare il sabato (Lc 23,54).

58. Questi, andato da Pilato, chiese il corpo di Gesù. Allora Pilato ordinò che fosse dato.
*Per la legge ebraica (Deut 21,22-23) un cadavere non doveva rimanere appeso (ad un "legno" o alla croce) di notte, tanto più se era sabato.

* Obiezione possibile: Come mai Gesù ha avuto un sepolcro personale? Secondo l’uso romano infatti il cadavere di un giustiziato doveva essere messo nella fossa comune.

La risposta di Matteo: è intervenuta presso l'autorità romana una persona importante, un membro del Sinedrio (cfr. anche Mc 15,43-45; Lc 23,50-52; Gv 19,38) e Pilato concesse l'eccezione.

59. E, preso il corpo, Giuseppe lo in-arrotolò in sindone (lenzuolo) pulita (nuova, bianca).
*Dunque all'inizio una sindone c'era. Ne parlano anche Marco (15,46) e Luca (23,53). Non è dimostrabile che sia quella di Torino, anche se ci sono buone probabilità a suo favore.

60. e pose esso nel nuovo suo sepolcro che aveva scavato (opp. fatto scavare) nella roccia e, rotolata-davanti una pietra grande alla porta del sepolcro, andò via.

61. Era però là Maria la Maddalena e l’altra Maria sedute davanti al sepolcro.

* Maria di Màgdala è ben conosciuta nei vangeli. Che ci stanno a fare queste donne?

Daremo una risposta a questa domanda commentando Mt 28,1.

62. Il (giorno) dopo, che è dopo la parasceve, si riunirono i sommi sacerdoti e i farisei da Pilato

* parasceve è parola greca che vuol dire "preparazione" del sabato: è il venerdì (pomeriggio).

* il giorno dopo dunque è sabato (= giorno di assoluto riposo con inizio al tramonto del venerdì).

Strana questa riunione dei capi ebrei in casa del pagano Pilato proprio di sabato e durante la Pasqua. Nei giorni della festa più importante degli ebrei, essi non temono di contaminarsi a contatto con un pagano, sicuramente impuro.

63. dicendo: «Signore, ci ricordammo che quell’impostore disse ancora vivente: "Dopo tre giorni mi desto".

64. Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, affinché andati i discepoli non rubino lui e dicano al popolo: "Fu destato dai morti" e sarà l’ultima impostura peggiore della prima».


Si noti:

*Come fa Matteo a conoscere il contenuto del colloquio dei capi ebrei con Pilato?
Potrebbe averlo saputo da Giuseppe di Arimatea, che era membro del Sinedrio?

*Matteo ha voluto anticipare già qui l'accusa del trafugamento del cadavere di Gesù da parte dei discepoli, accusa che in seguito diventerà assai comune tra gli ebrei non cristiani. Essa è raccolta anche dal cristiano Giustino (v. pag. 34).

*Come mai gli astuti sommi sacerdoti si ricordano delle affermazioni di Gesù solo il sabato mattina?

Oggettivamente il momento più propizio ai cristiani per il trafugamento del cadavere di Gesù sarebbe stata la notte fra il venerdì e il sabato: il cadavere non aveva ancora cominciato a decomporsi ed inoltre, poiché il sepolcro era fuori di città e di sabato agli ebrei è vietato uscire da essa, i cristiani avrebbero corso meno pericoli di fare "brutti incontri" (si ricordi infatti che la legge romana e quella ebraica potevano punire con la morte il trafugamento di cadavere).


65. Disse loro Pilato: «Avete/Abbiate una custodia (= corpo di guardia); andate, vigilate come sapete».

* Il testo greco ha œcete - échete, che è una voce del verbo "avere" e può essere:

- o imperativo presente = abbiate. In questo caso Pilato avrebbe concesso guardie romane.

- o indicativo presente = avete. Pilato avrebbe concesso di collocare al sepolcro di Gesù guardie ebree.

D. Ma i romani permettevano agli ebrei, vinti, di avere un loro corpo di guardia?

R. Poiché il tempio di Gerusalemme, oltre che luogo di preghiera, era anche luogo di discussioni, di commercio, di incontri..., potevano a volte capitare risse... Ecco allora la necessità della presenza di guardie, per tenere l'ordine pubblico.

Ma poiché la parte più interna del tempio era accessibile solo ai circoncisi (v. lapide a fondo pag.), i romani, per non urtare troppo la suscettibilità degli ebrei, avevano permesso loro di usare, nel tempio, guardie ebree (cfr. At 5,26; Gv 18,3.12).

Dunque la visita dei sacerdoti a Pilato (v. 62-64), se è avvenuta, può essere servita a chiedere per il sepolcro di Gesù di usare

- o guardie dipendenti dall’autorità romana;

- o guardie ebree fuori del recinto del tempio.


66. Quelli partitisene vigilarono il sepolcro avendo sigillata la pietra insieme alla custodia (corpo di guardia).

* Strana e anche poco credibile la descrizione del comportamento dei sacerdoti: di sabato infatti la tradizione ebraica vietava di uscire dalla città e di fare qualsiasi lavoro (anche sigillare una pietra lo era! Nel Talmùd per es. si vieta addirittura di sigillare una lettera di sabato). Correvano perciò il rischio di essere lapidati!


Cap. 28

1. Dopo il sabato, al sorgere del primo (giorno) della settimana, andò Maria la Maddalena e l’altra Maria a vedere il sepolcro.

* La domenica mattina le medesime due donne che il venerdì sera erano sedute davanti al sepolcro (cfr. 27,61) trovano il sepolcro vuoto.

Sembra che, sottolineando questo particolare, Matteo voglia rispondere tra le righe ad un’obiezione che qualcuno poteva aver fatto: «Non potrebbe darsi che le donne la domenica mattina abbiano sbagliato sepolcro? Nella zona dove fu sepolto Gesù c’erano altri sepolcri. Le donne hanno trovato un sepolcro vuoto, ma poteva non essere quello di Gesù!».

La risposta di Matteo: «Impossibile! Le donne che hanno trovato il sepolcro vuoto la domenica sono le medesime che il venerdì sera hanno visto dove fu sepolto».

* È da notare il fatto che le prime tradizioni cristiane dicono che il sepolcro fu trovato vuoto da donne. Questa è certamente una garanzia che i fatti siano avvenuti così: se presso gli ebrei la testimonianza delle donne non era valida, come mai i vangeli sinottici la riferiscono? Giovanni, più tardi, forse per rispondere a questa possibile obiezione, sottolinea che andarono al sepolcro anche Pietro e «il discepolo che Gesù amava» (Gv 20,2-10; cfr. anche Lc 24,24).



2. Ed ecco avvenne un terremoto grande: un messaggero infatti del Signore disceso dal cielo e avvicinatosi, rotolò via la pietra e si sedette sopra di essa.

* Il terremoto è uno dei fenomeni che comunemente accompagnano, nell'Antico Testamento, le manifestazioni del divino.

Solo Matteo parla di questo terremoto.

Poiché il sepolcro dall’interno non è apribile (v. le immagini di pag. 72-73), Matteo, che rifiuta l’ipotesi del trafugamento del cadavere, afferma che ad aprire il sepolcro è stato un messaggero (angelo) del Signore, che scende dal cielo, cioè da Dio (miracolo).

Gli altri evangelisti canonici invece dicono che le donne trovano la pietra già rotolata, ma non dicono chi l’abbia fatta rotolare per aprire il sepolcro.

3. Era l’aspetto di lui come folgore e il vestito di lui bianco come neve.

4. Per la paura di lui furono sconvolti i custodi e divennero come morti.

* Espressioni correnti nella letteratura ebraica per le manifestazioni del soprannaturale.

5. Ma rispondendo il messaggero disse alle donne: «Non temete voi; so infatti che Gesù il crocifisso cercate.

6. Non è qui. Fu destato infatti come disse; venite, vedete il luogo dove giaceva.

7. E presto, essendo andate, dite ai discepoli di lui che fu destato dai morti ed ecco preguida voi alla Galilea; là lo vedrete. Ecco, dissi a voi».

8. Ed allontanatesi presto dal sepolcro con paura e con gioia grande corsero ad annunciare la notizia ai discepoli di lui.

* Mc 16,8 dice esattamente il contrario: le donne hanno taciuto! Se però così fosse, come fa Marco a sapere ciò che è successo?

9. Ed ecco Gesù venne incontro a loro dicendo: «Rallegratevi (salve)». Quelle allora avvicinatesi strinsero i suoi piedi e si prostrarono davanti a lui.

10. Allora dice loro Gesù: «Non temete; andate, annunciate ai fratelli miei che vadano in Galilea e là mi vedranno».

* Incidentalmente si noti che alle donne lo stesso ordine viene ripetuto due volte in circostanze analoghe. Che si tratti di "sdoppiamento" di un'unica tradizione antica che raccontava un'apparizione non meglio precisata alle donne?

Secondo Luca infatti (24,23-24) le donne al sepolcro videro solo messaggeri e non Gesù (cfr. anche Mc 16,5).

u Si noti ancora che, secondo questo testo di Matteo (e secondo il testo parallelo di Mc 16,7), le apparizioni di Gesù ai discepoli avrebbero dovuto verificarsi solo in Galilea, cioè nel nord della Palestina, contrariamente a quanto dicono Luca (cap. 24) e Giovanni (cap. 20), che mettono le apparizioni di Gesù solo in Gerusalemme o nelle immediate vicinanze (Emmaus).

È strano che la prima tradizione cristiana abbia confuso il luogo delle apparizioni di Gesù!

Per la precisione, il cap. 21 del vangelo secondo Giovanni mette un'apparizione di Gesù sul lago di Galilea, ma è un capitolo di un altro autore, aggiunto al vangelo dopo la morte di Giovanni e forse anche proprio per appianare questa "contraddizione".

A nostro avviso questa è certamente una delle più vistose contraddizioni dei testi evangelici e di difficile spiegazione, nonostante ingegnosi tentativi anche recenti.

11. Mentre esse se ne partivano, ecco alcuni della guardia, andati nella città, annunciarono ai sommi sacerdoti tutte le cose accadute.

* Da questo versetto sembra lecito concludere che le guardie fossero ebree: presso ogni esercito infatti esiste il principio secondo cui i soldati rispondono al loro superiore gerarchico.

12. E riunitisi (sottinteso i sommi sacerdoti) con gli anziani e avendo preso consiglio, sufficienti denari diedero ai soldati

* Come fa Matteo a sapere che i sacerdoti e gli anziani hanno corrotto le guardie? (v. oltre).

13. dicendo: «Dite che i discepoli di lui venuti di notte lo rubarono noi addormentati.

* Che senso ha esibire testimoni addormentati? Possibile che questi astuti capi ebrei siano caduti in una simile ingenuità, «avendo preso consiglio»?

Qui, secondo Mt, è evidente la malafede dei capi ebrei nell'esibire tali testimoni (cfr. Agostino, In psalmos, 63.7).

14. E se sarà udito questo dal governatore, noi (lo) persuaderemo e vi renderemo senza noie».

* Abbastanza strano questo riferimento a Pilato, se si tratta di guardie ebree. Perché Pilato avrebbe dovuto interessarsi del comportamento di guardie che non dipendevano da lui? La punizione per violata consegna doveva competere alle autorità ebraiche. Allora le guardie sarebbero romane?

Questo ragionamento in sé è poco convincente, però nel contesto del brano può avere un suo peso.

15. Quelli presi (i) denari fecero come erano stati istruiti. E fu divulgato questo discorso presso giudei fino ad oggi.

* Oggi evidentemente è il tempo in cui l’autore scrive, cioè verso gli anni 80 - 85.

Così dal testo veniamo a sapere che, presso certi giudei (e non "i" giudei, come riportano varie traduzioni), gira un "discorso". Quale?

La risposta sembrerebbe chiara (anche se non del tutto):

al tempo in cui il "traduttore" greco del vangelo di Matteo scrive, certi giudei vanno dicendo che i cristiani prima hanno trafugato il cadavere di Gesù e poi hanno raccontato la risurrezione. Matteo, cristiano, non può condividere questa interpretazione dei fatti e perciò organizza il suo racconto in modo da mettere in risalto l'assurdità di questo "discorso" (v. oltre).



c) Alcune considerazioni

Il testo ora presentato sorprende chiunque conosca anche solo un po’ gli usi ebraici.

Si colgono infatti molte stranezze:

- la riunione dei capi ebrei di sabato (cosa ancor più grave se quel sabato era Pasqua) e a casa del pagano Pilato (27,62);

- i capi ebrei si ricordano soltanto il sabato mattina che Gesù aveva detto che sarebbe risorto (27,63-64);

- l’incertezza sulle guardie: sono romane o ebree? (27,65; 28,11-14);

- la violazione del riposo del sabato da parte dei sacerdoti: uscita di città e sigilli alla pietra;

- la corruzione delle guardie: come lo sa Matteo? (28,12);

- l’esibire testimoni addormentati (28,13).


Come spiegare queste stranezze?

Se non si vuole pensare ad un autore del tutto sprovveduto, che non sa bene che cosa scrive, a nostro avviso la chiave per interpretarle è data dal versetto 28,15:
«Fu divulgato questo discorso (interpreteremmo: diceria) presso (certi) giudei fino ad oggi».

Ma se per l'autore del vangelo secondo Matteo questa è solo una "diceria", perché la riferisce? Vediamo:

1. È evidente che egli, cristiano, è convinto che la risurrezione di Gesù c’è stata: le apparizioni di Gesù risorto, che egli racconterà immediatamente dopo, lo provano.

2. Però egli sa che in ambienti giudaici del suo tempo si cerca di demolire la fede nella risurrezione di Gesù mediante l’accusa ai primi discepoli di aver rubato il suo cadavere e poi di aver predicato che Gesù era risorto.

La voce dell’asportazione del cadavere deve aver cominciato a girare solo dopo la redazione dei vangeli di Marco e Luca e degli Atti, cioè dopo la distruzione di Gerusalemme (70 d. C.), quando ormai erano scomparsi i testimoni oculari e qualunque diceria poteva diffondersi in modo incontrollabile.
Si analizzi infatti il seguente schema:

Tutti coloro che scrissero prima della distruzione di Gerusalemme (e i cui scritti sono giunti a noi) non parlarono né di asportazione del cadavere, né di guardie.

Semplice dimenticanza degli autori?

Non crediamo!

Poiché si tratta di un fatto che, se fosse vero, distruggerebbe il Cristianesimo, qualunque cristiano che ne fosse venuto a conoscenza avrebbe cercato di bloccare questa voce.

È perciò più facilmente immaginabile che la voce non fosse ancora circolata.

N.B. Quantunque un argomento ex silentio dei documenti sia molto difficile da manovrare, tuttavia, in questo caso, c’è un particolare che ci permette di usarlo: il libro degli Atti, che riferisce i processi intentati dagli ebrei contro i primi cristiani, non accenna ad accuse di furto di cadavere, che, secondo la legge romana, erano sufficienti, se provate, a metterli a morte. Le fonti ebraiche (es. i Talmùd) non accennano neanche a processi subìti dai cristiani.

Se fin dall’inizio fosse stata mossa ai cristiani una tale accusa, non si vede perché i sommi sacerdoti non se ne sarebbero serviti nei processi contro gli apostoli, accontentandosi invece di accuse molto più evanescenti quali: "parlano contro il tempio o contro la legge di Mosè", non sufficienti per l'autorità romana a condannare a morte i cristiani (cfr. At 6,11-14; 18,13-15; 22,22-30; 23,29-30; 24,6; 25,7-8.15-19.26-27).

3. Poiché l’accusa di asportazione del cadavere avrebbe distrutto alla radice il Cristianesimo, che si fonda sulla risurrezione di Gesù (cfr. 1 Cor 15,14.17.19), l'autore deve bloccarla.

* Cerchiamo allora di ricostruire il suo ragionamento:

• «Voi, ebrei, accusate noi cristiani di aver trafugato il cadavere di Gesù. Ma con quali prove?» (senza prove infatti non è lecito accusare).

Qualche ebreo potrebbe aver tentato una prova:
"C’erano delle guardie al sepolcro".

• L'evangelista raccoglie questa affermazione della presenza di guardie e si comporta come si comporterebbe qualunque buon avvocato: accetta la testimonianza degli avversari ebrei, ma fa vedere loro che, se essa prova qualcosa, prova a favore della risurrezione di Gesù e non a favore dell'asportazione del cadavere.

Come?


a) Comincia ad insinuare il sospetto che le guardie non ci fossero, puntualizzando che

- non era chiaro se le guardie fossero romane o ebree:

* se infatti le guardie fossero state romane, non si capisce perché siano andate a far rapporto dell’accaduto ai sommi sacerdoti (da che mondo è mondo, i militari rispondono all’autorità da cui dipendono);

* se invece fossero state ebree, non si capisce per quale motivo i sommi sacerdoti si dovessero assumere il compito di proteggerle dalle "ire" di Pilato (che cosa poteva importare a Pilato che le guardie ebree fossero inefficienti?).


- non era chiaro in che momento le guardie fossero state messe.

* Non il venerdì sera, perché i cristiani erano presenti al sepolcro e non le videro. Infatti la domenica mattina, le donne che si recarono al sepolcro, si domandarono chi avrebbe rimosso per loro la pietra che ne chiudeva l’apertura (Mc 16,1-4), ma non si preoccuparono minimamente del fatto che l’accesso al sepolcro potesse essere loro impedito dalle guardie;

* Non la domenica mattina, perché le donne che giunsero al sepolcro in quel momento non trovarono alcun elemento che facesse loro pensare alla sua custodia da parte di guardie.

* Dunque le guardie furono messe di sabato!

* Ma questo contrasta apertamente con le leggi ebraiche. Infatti il sabato è sacro ed è dedicato al riposo assoluto. Matteo invece manda i sommi sacerdoti a casa del pagano Pilato nel sabato di Pasqua (contaminazione grave!), li fa uscire di città (reato!) e sigillare la pietra (altro reato!).


b) Prende poi in considerazione l'ipotesi che le guardie al sepolcro ci fossero e fa vedere che il fatto non è credibile.

* Le guardie avevano il preciso compito di custodire il sepolcro. Se perciò qualcuno fosse venuto nottetempo a tentare di trafugare il cadavere di Gesù, esse avrebbero dovuto opporsi. Ne sarebbe nata quanto meno una colluttazione, nella quale i cristiani avrebbero avuto la meglio, perché il cadavere di Gesù non fu più trovato.

* Ma la cosa si sarebbe saputa a Gerusalemme e i cristiani avrebbero subìto un processo per violazione (o tentata violazione) di sepolcro. Ma di questo processo non si ha notizia.

* E poi, con quale faccia i cristiani avrebbero potuto predicare la risurrezione a Gerusalemme (cfr. At 2,24-36; 3,15; 4,10; 5,31), dove c'erano guardie ferite o anche morte? Sarebbero stati smentiti troppo facilmente!

* Ma se le guardie c’erano e colluttazione non ci fu, allora i casi possibili diventano due soli:

- o le guardie non si accorsero di nulla perché erano addormentate.

Ma allora la loro testimonianza non prova niente (commentava già sant'Agostino: "Se dormivano, che cosa videro? E se non videro, che cosa testimoniano?".

- o avvenne un fatto straordinario, davanti al quale le guardie erano impotenti: l'apertura "miracolosa" della tomba che permetterà di dedurre la risurrezione di Gesù!

Paradossalmente allora, per Matteo, quelle stesse guardie che gli ebrei volevano presentare come testimoni del trafugamento di cadavere, sarebbero invece gli unici testimoni a favore della risurrezione!


c) Spiega infine la ragione per cui le improbabili guardie mentirono.

* Ammesso che le guardie a custodia del sepolcro ci siano state davvero e abbiano riferito ai sommi sacerdoti del trafugamento del cadavere da parte dei cristiani, per Matteo è chiaro che mentirono. Ma perché lo fecero?

* La risposta di Matteo: i sommi sacerdoti, anziché punire le guardie per violata consegna (aver dormito invece di vigilare), le corruppero per ottenerne una falsa testimonianza.

I sommi sacerdoti, infatti, erano gli unici ad avere interesse che la notizia della risurrezione di Gesù non si divulgasse. Essi infatti, pensando di agire in nome di Dio, avevano fatto in modo che Gesù fosse messo a morte perché bestemmiatore. Se però Dio l’avesse fatto risorgere, avrebbe sconfessato con ciò stesso il loro operato. Essi quindi ne avrebbero scapitato nella stima del popolo.

Per evitare questo essi, avrebbero corrotto le guardie!


* Le incongruenze notate ci fanno propendere a dire che le guardie al sepolcro non c’erano.

Possono averle inventate certi giudei avversari dei cristiani dopo la distruzione di Gerusalemme (quando ormai qualunque diceria non poteva più né essere provata né essere smentita) e Matteo risponde facendo vedere che questa "storia" delle guardie non tiene.

C’è da chiedersi come mai, dopo il 70, abbia potuto sorgere la "diceria" della presenza di guardie a custodia del sepolcro.
Pensiamo possa trattarsi di un’amplificazione di un fatto reale: alle porte della città stazionavano in permanenza delle guardie e, siccome il sepolcro di Gesù non era molto lontano da una di tali porte (v. la cartina), può darsi che qualcuno abbia citato come testimoni del furto del cadavere di Gesù le guardie che erano alla porta; poi la voce, diffondendosi, avrebbe "trasportato" le guardie dalla porta della città al sepolcro.


Obiezioni

* Qualcuno potrebbe obiettare a Matteo: «Tu accusi i sacerdoti di aver corrotto le guardie. Ma con quali prove?».

E Matteo ha tutta l'aria di essere pronto a rispondere: «Le stesse che loro portano per accusare noi di aver trafugato il cadavere di Gesù, cioè nessuna che tenga!».

* Qualcun altro, dotato di buona fantasia, potrebbe anche avanzare un’altra ipotesi: che le guardie ci fossero e che siano state corrotte da cristiani (o da cristiane), onde permettere loro di trafugare il cadavere.

La storia si fa sui documenti e nessuno accredita questa ipotesi. Anzi, la domenica mattina le donne e due discepoli vanno al sepolcro ignari di tutto.



d) Un dato sicuro: il sepolcro era vuoto!

Da questa polemica tra ebrei e cristiani emerge un dato sicuro: ai tempi in cui Matteo scrive il sepolcro di Gesù da tutti è ritenuto vuoto (ma con i lini dentro). Infatti alcuni ebrei lo spiegano dicendo che il cadavere è stato trafugato, mentre i cristiani lo spiegano mediante la risurrezione.

È buona norma di critica storica ritenere che, se due avversari sono d'accordo su un fatto importante, il fatto sia successo. Non sarebbe stata credibile infatti la predicazione della risurrezione, se nel sepolcro ci fosse stato il cadavere di Gesù. D’altra parte sarebbe difficilmente pensabile che a Gerusalemme si sia creduto alla risurrezione, senza essere andati a controllare il sepolcro.

Questa certezza ricade su di noi oggi: come spiegare questo sepolcro sicuramente vuoto?

I documenti ci presentano due sole possibilità:
- o il trafugamento del cadavere
- o la risurrezione.

Da quale parte schierarci?




3. Le divergenze dei testi canonici

I due testi analizzati sono molto diversi tra loro:

- il primo (la disposizione dei lini sepolcrali) è stato scritto da un testimone oculare;

- il secondo (le guardie al sepolcro) è probabilmente un racconto fittizio, in polemica contro Giudei non cristiani per bloccare la diceria del furto di cadavere.

Ciò che li accomuna è la fede nella risurrezione.

A nostro avviso, essi sono due documenti "estremi" ai fini di trattare la storicità della risurrezione e per questo li abbiamo proposti alla lettura.

Invitiamo ora a leggere, in appendice, gli altri racconti, cercando di scoprire in essi le convergenze, ma anche le divergenze e contraddizioni.

Da questo lavoro è possibile concludere: le tradizioni concordano sui fatti fondamentali e sono invece in disaccordo o in contraddizione tra loro su particolari anche di una certa importanza, come si può vedere dallo schema della pagina seguente.



4. La risurrezione nel vangelo di Pietro

I. Introduzione al vangelo di Pietro
(apocr.)

1. La scoperta del manoscritto

Nell’inverno 1886-87, ad Akhmín (Panópolis), nell’Alto Egitto, nella tomba di un monaco, fu trovata una pergamena dell'VIII-IX sec. scritta in greco. Sebbene fosse priva di titolo, nessun critico ebbe dubbi nell'identificare in essa il vangelo di Pietro.

2. La data di composizione dell’opera

Poiché l'opera è citata già prima del 190, non si può datare dopo. Comunemente si propone, ma senza prove evidenti, la data del 150. Qualcuno propone addirittura l’anno 90-100 (P. Gardner-Smith e James).

3. Luogo d’origine

Come luogo d’origine dell’opera pare si debba indicare un ambiente gnostico-doceta 1 della Siria. A questo fa convergere sia la testimonianza di Serapione che ne ebbe copia dai doceti che se ne servivano, sia il cap. 21 della Didascalia siriaca, per alcune convergenze che ha con il vangelo di Pietro.

4. Rapporti con i vangeli canonici

Che il vangelo secondo Pietro dipenda per molte informazioni dai vangeli canonici, soprattutto da Matteo, è evidente, riconosciuto da tutti glispecialisti.

L’autore però si preoccupa di armonizzare fra di loro i racconti dei vangeli canonici cercando di eliminare od appianare le principali divergenze riscontrate in essi. Inoltre aggiunge particolari che non si sa da quale tradizione derivino. Certo lo stile ed il contenuto sono diversi rispetto ai vangeli canonici. Si tratta di un miscuglio di storia, leggenda e teologia.



II. Testo e commento

Diamo una nostra traduzione letterale del testo greco e la commentiamo.

3. Si trovava poi là Giuseppe, l’amico di Pilato e del Signore, e vedendo che stavano per crocifiggerlo, andò da Pilato e chiese il corpo del Signore per (la) sepoltura.

* Là è la casa di Erode, dove, secondo il documento, il sovrano ratifica la sentenza di Pilato (v. 1-2).

* Giuseppe è Giuseppe d’Arimatea, figura ben nota nei vangeli canonici.

* Signore è un titolo divino ormai dato a Gesù.

4. Pilato avendo mandato (qualcuno) da Erode, chiese il corpo di lui.

* È strano che Pilato, la massima autorità della Palestina, si rivolga ad Erode. Forse atto di deferenza o forse conseguenza del fatto che Erode e Pilato sono diventati amici? (cfr. Lc 23,12).

5. Ed Erode disse: «Amico (lett. fratello) Pilato, se anche nessuno lo avesse chiesto, noi lo avremmo seppellito, poiché già sorge il sabato. Sta scritto infatti nella legge che il sole non tramonti su di un ucciso».

* L’informazione sul sabato viene da Lc 23,54. Il testo citato è Deut 21,23. Poiché Erode era idumeo, ma regnava sugli ebrei, sapeva di non essere ben visto da loro. Per farsi accettare, si mostrava osservantissimo della legge di Mosè.

[...]

21. Estrassero allora i chiodi dalle mani del Signore e lo posero a terra. Si scosse tutta la terra e vi fu un timore grande.

22. Allora risplendette il sole e ci si accorse che era l'ora nona.

23. Furono contenti i giudei e diedero a Giuseppe il corpo di lui affinché lo seppellisse, dal momento che aveva visto tutte le cose buone che egli aveva fatto.

24. Avendo preso dunque il Signore, (lo) lavò e (lo) avvolse in un lenzuolo (sindone) e lo portò nel proprio sepolcro chiamato orto di Giuseppe.

* I vangeli canonici non dicono che Giuseppe abbia lavato il corpo di Gesù, dato il poco tempo a disposizione prima che iniziasse il sabato (per gli ebrei iniziava al tramonto - cfr. Lc 23,54).

Se fosse vera l’informazione del lavaggio, la sindone di Torino sarebbe certamente falsa.

* Il nome del proprietario dell’orto rispetta il criterio secondo cui, col passare del tempo, i particolari di una narrazione tendono a precisarsi e a crescere.

25. Gli Ebrei, gli anziani e i sacerdoti compresero allora il grande male fatto a se stessi e cominciarono a lamentarsi battendosi il petto, e a dire: "Guai ai nostri peccati! Il giudizio e la fine di Gerusalemme sono ormai vicini".

26. Io ed i miei amici eravamo nella tristezza e, con l'animo ferito, ci nascondevamo: eravamo, infatti, ricercati da loro come malfattori e come coloro che volevano incendiare il tempio.

27. A motivo di tutte queste cose, digiunavamo e sedevamo lamentandoci e piangendo notte e giorno, fino al sabato.

28. Essendosi riuniti poi tra loro gli scribi e i farisei e gli anziani, avendo sentito che tutto il popolo mormorava e si percuoteva il petto dicendo che «se alla sua morte sono avvenuti questi grandissimi segni, vedete quanto è giusto»,

29. ebbero paura gli anziani e andarono da Pilato pregandolo e dicendo:

30. «Dacci dei soldati, affinché custodiamo il suo sepolcro per tre giorni, perché i discepoli suoi, venendo, non lo rubino e il popolo non pensi che è risorto dai morti, e non ci facciano del male».

* Il testo qui prende da Matteo (27,62-64). Però Mt pone la scena di sabato. Qui invece avviene di venerdì. L'autore elimina così la stranezza di far riunire i capi ebrei in casa di Pilato di sabato ed inoltre evita l’obiezione secondo cui i cristiani avrebbero potuto rubare il cadavere di Gesù nella notte fra venerdì e sabato, quando, sempre secondo Mt, le guardie non c'erano ancora. Secondo il racconto dell'autore il furto del cadavere non è possibile, perché i cristiani hanno sempre agito sotto il controllo dei romani e degli ebrei.

31. Pilato allora diede loro il centurione Petronio con dei soldati per custodire il sepolcro. E con loro andarono gli anziani e gli scribi alla tomba.

* Mentre in Mt 27-28 non è chiaro se le guardie siano romane o ebree, qui viene precisato che le guardie sono romane e si precisa anche il nome del loro capo: Petronio, nome evidentemente latino.

32. E avendo rotolato una grande pietra, con il centurione e i soldati tutti insieme quanti erano là, la misero sull’ingresso della tomba

33. e misero (lett. spalmarono) sette sigilli e avendo piantato colà una tenda facevano la guardia.

* Rispetto ai vangeli canonici che fanno chiudere il sepolcro dai discepoli, qui a rotolare la pietra sono gli anziani, gli ebrei e le guardie. Così l’autore confuta indirettamente l’obiezione secondo cui i cristiani potrebbero aver messo il cadavere di Gesù non nella tomba, ma da qualche altra parte onde poter dire che era risorto.
Per rendere più evidente l’impossibilità del furto del cadavere, l’autore fa sigillare bene la tomba e mette anche gli anziani a far la guardia (cfr. v. 38), addirittura con una tenda. Si vede ancora una volta che, con il passare del tempo, i particolari tendono a moltiplicarsi e si precisano meglio le risposte a possibili obiezioni.

34. Sorgendo poi la mattina del sabato andò la folla da Gerusalemme e dai dintorni per vedere la tomba sigillata.

Tutti controllano (e di sabato, quando per la tradizione ebraica era vietato uscire dalla città!) che la tomba è sigillata. Così diverrà inconsistente l’accusa fatta ai cristiani di aver rubato il cadavere (cfr. v. 30 e Mt 27,64).

35. La notte nella quale sorge (il giorno) del Signore, mentre i soldati facevano la guardia a turni di due, un grande rumore si fece nel cielo,

36. e videro i cieli aperti e due uomini che discendevano di là con molto splendore e si avvicinavano al sepolcro.

* Curioso il riferimento al «giorno del Signore» per dire «domenica» (cfr. anche v. 50). Presso gli ebrei si diceva: «il primo (giorno) della settimana», come riportano i vangeli canonici. Evidentemente al tempo in cui l’autore scriveva, si era già diffusa tra i cristiani l’usanza di chiamarlo «giorno del Signore», da cui il latino «dies dominica» e l’italiano «domenica». La stessa espressione è usata in Apoc 1,10.

* L’autore si è accorto che, a riguardo dei messaggeri (angeli) che le donne trovano alla tomba, nei vangeli canonici ci sono divergenze:

. per Marco: un giovinetto (16,5)
. per Luca: due uomini (24,4)
. per Matteo: un angelo (messaggero del cielo) (28,2)
. per Giovanni: due messaggeri (20,12).

Ed allora egli cerca di armonizzare i racconti. Qui accetta la versione di Luca, precisando però che sono angeli (parziale dipendenza anche da Giovanni).

37. E quella pietra che era stata spinta contro l'ingresso, rotolatasi da sola, si ritirò da una parte, e il sepolcro si aprì e i due giovinetti entrarono.

Particolari strabilianti per dare maggiore evidenza al miracolo della risurrezione.

* I «due uomini» del v. 36 sono diventati «due giovinetti» e così l’autore tiene conto anche dei dati di Giovanni.

38. Vedendo dunque, quei soldati svegliarono il centurione e gli anziani - erano là infatti anche loro a fare la guardia -

39. e, mentre essi raccontavano le cose che avevano visto, di nuovo vedono tre uomini che escono dal sepolcro, e i due che sostengono l’uno e una croce che li seguiva,

* Questi particolari non si trovano nei vangeli canonici.

* Viene descritto chiaramente il miracolo della risurrezione.

* Curioso anche il particolare della croce che segue il risorto. Forse si tratta di un modo letterario per esprimere l’idea teologica che non si può separare la risurrezione di Gesù dalla sua croce (cfr. icone orientali).

40. e la testa dei due che arrivava fino al cielo, quella invece di colui che era portato da loro superava i cieli;

* è un modo letterario per esprimere che i due sono angeli, mentre Gesù è superiore a loro, è Dio. I cieli infatti erano considerati in antico come una lastra oltre cui c’era Dio e su cui camminava.

41. e sentirono una voce dai cieli che diceva: «Hai annunciato ai morti (lett. dormienti)?»

42. E una voce si udì dalla croce che «sì».

* La voce dai cieli si trova nella letteratura rabbinica contemporanea ed è la voce di Dio.

* C’è un'antica tradizione cristiana, raccolta anche dalla prima Lettera di Pietro (3,19), secondo la quale nel periodo in cui il corpo di Gesù giaceva nel sepolcro, la sua anima sarebbe andata a predicare alle anime che erano già scese nello Sheòl (il luogo dei morti) per convertirle ed aprire loro il Paradiso. Questa idea è espressa anche nel Credo: «Discese agli inferi» e dal modo usato dai pittori orientali per dipingere la risurrezione: Gesù dal cielo salva Adamo ed Eva (v. le icone di pag. 73). L’opera di Cristo raggiunge tutti gli uomini, anche quelli vissuti prima di lui: è il salvatore di tutti, perché è preesistente a tutti.

* La croce che parla! Secondo la teologia dell’autore è la croce che salva.

43. Discussero dunque quelli tra di loro per andarsene e far sapere queste cose a Pilato;

* In Matteo la notizia è un po’ diversa: «E se sarà udito questo dal governatore (Pilato), noi lo persuaderemo e vi renderemo senza noie» (28,2).

44. e mentre ancora essi stavano decidendo, apparvero di nuovo i cieli aperti, ed un uomo che scendeva ed entrava nella tomba.

* Con questo «uomo» che scende, il nostro autore ha tenuto conto anche del testo di Matteo (28,29), che parla di un messaggero che scende dal cielo.

45. Avendo visto queste cose, quelli che erano insieme al centurione di notte corsero da Pilato, avendo lasciato il sepolcro che custodivano, e raccontarono tutte le cose che videro, essendo molto agitati e dicendo: «Veramente era figlio di Dio».

* Secondo Matteo (28,11) le guardie raccontano tutto ai sommi sacerdoti. Qui invece lo raccontano a Pilato e tirano le stesse conclusioni del centurione che stava sotto la croce di Gesù: «Veramente quest’uomo era il figlio di Dio», come riferisce Marco (15,39).

46. Rispondendo Pilato disse: «Io sono innocente del sangue del Figlio di Dio, vedetevela voi».

* Pilato è sempre coerente con se stesso: se ne «lava le mani» una seconda volta. È curioso però che anche lui faccia la sua professione di fede, riconoscendo che Gesù è Figlio di Dio.

47. Quindi, avvicinatisi, tutti lo pregavano e lo supplicavano di ordinare al centurione ed ai soldati di non dire a nessuno le cose che avevano visto.

48. «Ci conviene infatti, dissero, essere responsabili di un grandissimo peccato di fronte al Dio e non cadere nelle mani del popolo dei giudei ed essere lapidati».

* L'autore così rende evidente la malafede dei capi ebrei. Nessun vangelo canonico afferma questo.

49. Ordinò dunque Pilato al centurione ed ai soldati di non dire niente.

* Ecco allora perché, secondo questo autore, gli evangelisti canonici non riferiscono questi fatti: non li conoscevano, perché i soldati ubbidirono a Pilato!

50. Il mattino (del giorno) del Signore, Maria la Maddalena, discepola del Signore - (che) temendo, a causa dei giudei, poiché ardevano dall’ira, non aveva fatto sul sepolcro del Signore ciò che erano solite fare le donne sui loro cari morti -,

51. avendo preso con lei le amiche, andò al sepolcro dove era stato deposto.

* Ancora un riferimento alla domenica come giorno del Signore (cfr. v. 35).

* Tutti i vangeli canonici parlano dell’andata al sepolcro di la domenica mattina. Ma c’è divergenza sul nome delle donne che l’accompagnano:

. per Marco: Maria quella di Giacomo e Salome (16,1);

. per Luca: Giovanna e Maria quella di Giacomo e le altre (24,10). Quindi almeno altre 4 donne;

. per Matteo: l’altra Maria (28,1);

. per Giovanni: Maddalena è sola (20,1) però in 20,2 c’è il plurale «non sappiamo», che fa pensare che le donne fossero più di una.

L'autore se la cava brillantemente parlando di «le amiche».

* Nei vangeli canonici c'era divergenza su che cosa erano andate a fare le donne al sepolcro. L'autore non precisa: "ciò che erano solite fare le donne sui loro cari morti".

52. E temevano che le vedessero i giudei e dicevano: «Se anche in quel giorno in cui è stato crocifisso non abbiamo potuto piangere e batterci il petto, almeno ora faremo queste cose sul suo sepolcro.

53. Ma chi ci rotolerà la pietra posta contro l’entrata del sepolcro, affinché entrate ci sediamo vicino a lui e facciamo le cose dovute?

54. - la pietra infatti era grande - E temiamo che qualcuno ci veda. E se non possiamo, almeno mettiamo sull’ingresso le cose che abbiamo portato in suo ricordo e piangeremo e ci batteremo il petto finché andremo a casa nostra».

* Strano questo timore delle donne! Non era vietato andare a visitare un sepolcro e d’altronde i vangeli canonici mettono delle donne al momento della sepoltura di Gesù.

* Il riferimento alla pietra sepolcrale chiamata «grande» sembra venire da Mc (16,4).

55. E, arrivate, trovarono il sepolcro aperto; e, avvicinatesi, si chinarono dentro e vedono lì un giovinetto seduto in mezzo al sepolcro, bello e rivestito di una veste splendente, che disse loro:

* L’affermazione del sepolcro trovato già aperto, ma senza dire chi l’abbia aperto, è comune ai vangeli canonici, eccetto Matteo, il quale fa aprire il sepolcro da un messaggero disceso dal cielo (28,2). Poiché dall’interno un sepolcro ebraico antico (almeno quelli che conosciamo) non era apribile, si potrebbe pensare ai ladri del cadavere. Il nostro autore invece aveva già spiegato (v. 37) che la tomba si era aperta da sola quando erano scesi dal cielo i due uomini.

* Il giovinetto, dovrebbe essere quello di cui parla Marco (16,5). Dal vestito si capisce che è un angelo.

56. «Perché siete venute? Chi cercate? Forse quel crocifisso? È risorto e se ne è andato; se poi non credete, chinatevi e vedete il luogo dove giaceva: non c’è; è risorto infatti e se ne è andato là da dove era stato mandato».

- Questa frase è assai simile a quella di Marco (16,6) e di Matteo (28,6).

57. Allora le donne spaventate fuggirono.

58. Era l'ultimo giorno degli azzimi. Molti se ne andavano via e ritornavano alle proprie case: la festa era finita.

59. Ma noi, i dodici apostoli del Signore, piangevamo e ci rattristavamo; ognuno, pieno di tristezza per quanto era avvenuto, se ne andò a casa.

60. Io invece, Simon Pietro, e mio fratello Andrea, prendemmo le nostre reti, ci recammo al mare. Con noi c'era Levi, figlio di Alfeo, che il Signore...



III. Conclusione

Come si vede dal confronto coi vangeli canonici, il vangelo di Pietro si presenta come un miscuglio di storia, fantasia e teologia con lo scopo

a) di completare e precisare i vangeli canonici mediante il racconto di particolari che servono a giustificare le tesi teologiche di qualche gruppo "eretico": es. Gesù non ha un corpo, è uno spirito; importanza fisica della croce;

b) di eliminare le divergenze e le contraddizioni contenute nei vangeli canonici;

c) di esaltare il miracoloso;

d) di provare la malafede degli ebrei che negano la risurrezione.



19/04/2010 23.35
 
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Il CRISTIANO
discepolo di Cristo



In questo capitolo tratteremo:
1. il cristiano adulto
2. vita cristiana e leggi eterne
3. la "legge" di Gesù
4. il peccato

Appendice:
la vita umana alla luce
della risurrezione di Gesù



1. Chi è il cristiano (adulto)

Il cristiano (adulto) è colui che ha deciso

1. di prestar fiducia alle comunità cristiane (= la Chiesa),
che presentano il Nuovo Testamento come l'autentico insegnamento degli apostoli, fedelmente tramandato ed interpretato (tradizione orale e tradizione scritta);

2. di prestar fiducia agli apostoli,
che stanno all'origine della tradizione: accettare perciò che abbiano visto e riferito bene quanto Gesù ha fatto e detto, in particolare la sua risurrezione.

La testimonianza degli apostoli è stata tramandata e garantita dalle comunità cristiane.
Quindi l’atto di fede negli apostoli implica necessariamente un atto di fiducia nella Chiesa, per ciò che riguarda la selezione dei testi ufficiali del Cristianesimo, la loro esatta trasmissione e la loro corretta interpretazione lungo i secoli.


3. di prestar fiducia a Gesù,
i cui fatti e detti costituiscono il contenuto della tradizione. In particolare accettare che Gesù sia veramente ciò che ha detto di essere e cioè:

- il Figlio di Dio (Mt 3,17; 16,15-17; 17,5; 26,63-64; Mc 1,11; 14,61-62; Lc 1,32.35; 3,22; 22,70; Gv 1,49; 6,69; 10,36; 11,4.27; 19,7);
- il maestro (Gv 13,13);
- la via, la verità e la vita (Gv 14,6).
Garanzia portata da Gesù per essere creduto: la sua risurrezione (Mt 12,40; Lc 11,29; Gv 2,18-22).

I fatti e i detti di Gesù sono stati tramandati attraverso gli scritti degli apostoli e dei loro immediati ascoltatori. Gesù infatti non ha scritto nulla che, per ora, sia giunto a noi. Quindi l’atto di fede in Gesù implica necessariamente un atto di fiducia negli apostoli.

4. di comportarsi in modo conforme a quanto Gesù ha insegnato;

5. di diventare membro della Chiesa coi sacramenti, in particolare coi sacramenti dell’iniziazione cristiana.

In una frase sintetica si può dire che il cristiano è il discepolo di Cristo, cioè colui che ha deciso di assumere il modo di vivere del maestro che si è scelto liberamente.

CRISTIANO = DISCEPOLO DI CRISTO



Documentazione essenziale

Tutto il Nuovo Testamento è una grande riflessione per dire chi è e come deve comportarsi il cristiano. Ecco, tra i tanti, tre testi significativi:



Primo documento

Atti di apostoli (cap. 2) - anni 61-63

È la conclusione del primo discorso fatto da Pietro a Gerusalemme il giorno di Pentecoste (v. pag. 18-21).

36. «... Con certezza dunque conosca tutta la casa di Israele che e Signore e Cristo fece il Dio questo Gesù che voi crocifiggeste».

37. Avendo ascoltato, ebbero il cuore compunto e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa faremo, uomini fratelli?».

38. Pietro a loro: «Cambiate mentalità e sia battezzato ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati e riceverete il dono del Santo Spirito.

u Il battesimo (immersione in acqua) era, presso gli ebrei, un rito di purificazione dalle impurità e di manifestazione del pentimento dei propri peccati.
In certi casi era anche il segno con cui una persona dichiarava di voler diventare discepolo di un certo maestro (rabbino) ed il maestro dichiarava di accettarlo. Perciò essere battezzati "nel nome di Gesù Cristo" significava diventare suoi discepoli.
In che direzione "cambiare mentalità"?
Pietro risponde: Accettando Gesù come maestro. Il battesimo ne è il segno.

39. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti i lontani, quanti chiamerà il Signore Dio nostro».

40. Con altre molte parole rendeva testimonianza e li esortava dicendo: «Salvatevi da questa generazione perversa».

41. Quelli dunque che accolsero la sua parola, furono battezzati e aderirono in quel giorno circa tremila persone (lett. anime).

42. Erano poi assidui all’insegnamento degli apostoli, alla comunione (= vita comune), allo spezzamento del pane ed alle preghiere.

u Lo spezzamento del pane con l'articolo indica quasi sicuramente l'eucaristia, la messa.

Dunque, secondo Pietro (o secondo Luca), cristiano è colui che sceglie Gesù come maestro di vita. Diventa perciò «discepolo» di Gesù e lo esprime col battesimo.


Secondo documento


Lettera di Paolo ai Colossesi (cap. 2-3) - anni 61-63

Cap. 2

6. Come dunque riceveste il Cristo Gesù il Signore, in lui camminate,

7. radicati ed edificati in lui e resi certi nella fede come foste ammaestrati, sovrabbondando nel rendimento di grazie.

8. Badate che nessuno sia colui che vi trae in errore mediante la filosofia e vuoto inganno secondo la tradizione degli uomini, secondo i princípi del mondo e non secondo Cristo

Polemica contro una dottrina (filosofia) che alcuni andavano diffondendo a Colosse, la quale poneva tra Dio, gli uomini, molti esseri intermedi (angeli - i princìpi del mondo!) da cui la vita dell’uomo dipendeva:
- in alto, sopra i cieli, stava Dio;
- al di sotto, stavano vari cieli, ognuno dei quali si credeva fosse retto da una potenza angelica (eone). Ultimo di questi esseri, il più vicino all’uomo e quindi il meno perfetto, era il Cristo;
- sulla terra stavano gli uomini;
- sotto terra, in un luogo detto Sheòl, stavano i morti e i demoni.
La ragione del «camminare secondo Cristo» è questa:

9. poiché in lui dall’alto-abita tutta la pienezza della divinità corporalmente,

«dall’alto» è un'espressione ebraica per dire «da Dio», perché, secondo la concezione ebraica, Dio era in alto al di sopra dei cieli ed inoltre il nome di Dio non si doveva pronunciare.

10.e siate in lui riempiti, lui che è il capo di ogni principato e potestà.





11.In lui anche foste circoncisi con circoncisione non fatta da mano nello svestimento del corpo della carne, nella circoncisione del Cristo.

Paolo aveva intuito che per molti che si convertivano dal paganesimo la circoncisione poteva essere un ostacolo alla fede in Gesù (perché indicava visibilmente l’appartenenza al popolo ebraico che allora era odiato da molti pagani) e perciò non aveva esitato ad eliminarla (e con essa l’osservanza di molta parte della legge mosaica).
Tuttavia nell'Antico Testamento, che è parola di Dio, la promessa di salvezza era stata legata da Dio alla circoncisione: «... e il mio patto sia nella vostra carne come patto perpetuo... il maschio non circonciso... ha violato il mio patto: sia tagliato via dal popolo» (Gen 17,13-14).
La comunità cristiana perciò si trovava in difficoltà nel risolvere questo problema: come si può appartenere al popolo della promessa senza essere circoncisi? Paolo risponde che il cristiano, innestato su Cristo con il battesimo, forma un solo essere con Lui (che è circonciso) e quindi non ha più bisogno di circoncisione propria, ma appartiene al popolo della promessa attraverso la circoncisione del Cristo.

12.Con-sepolti con lui nel battesimo, in lui anche foste con-risuscitati mediante la fede della potenza del Dio che lo destò dai morti;

Ritroviamo qui un’altra formulazione del nucleo centrale del Cristianesimo: il battesimo è il segno della immersione nella morte-risurrezione di Gesù e, accettandolo, il cristiano manifesta di credere nella potenza di Dio che è capace di liberarlo dalla morte (il cristiano è talmente sicuro - fede - della potenza di Dio che vive già da risorto con Gesù).

13. e voi che eravate morti per i peccati e per l’incirconcisione della vostra carne, con-vivificò con lui, (con) donando a voi tutti i peccati,

Coloro che erano fuori dalla salvezza (= morti) sia per i loro peccati, sia per non appartenere al popolo ebraico, Dio ha reso vivi con la stessa vita di Cristo. Come è avvenuto ciò? «Condonando tutti i peccati». Siccome, nella mentalità ebraica, Legge - Peccato (trasgressione della legge) - Morte sono tre realtà strettamente unite (cfr. Gen 2,17), Gesù, vincendo la morte, ha vinto anche il peccato e la legge.



14. avendo stracciato la cambiale a noi avversa - per mezzo (opp. a motivo) delle prescrizioni - quella che era opposta a noi, e l'ha tolta di mezzo inchiodandola alla croce;

La cambiale è la legge mosaica e Paolo vuol dimostrare che la legge (mosaica) è superata e perciò non vincola più il cristiano che ha ormai un altro modello di vita. Ecco il suo ragionamento,
tradotto in linguaggio occidentale:
- Con Mosè l’ebreo ha fatto un patto con Dio (le tavole della legge) e si è impegnato (la cambiale!) ad osservarlo. Segno di questo è la circoncisione.
- Però l’ebreo non è riuscito ad osservare la legge (cfr. At 15,10). Perciò la legge è diventata testimone contro di lui.
- E siccome la trasgressione della legge è peccato e al peccato è associata dalla legge di Mosè la pena di morte, la legge ha condannato l’ebreo a morte (e non solo l'ebreo, ma tutti gli uomini: infatti tutti gli uomini muoiono; cfr. Rom 5).
- Da questa condanna a morte non è stato risparmiato neppure Gesù, quantunque fosse innocente (è risorto!).
- Però la legge mosaica, uccidendo Gesù, si è distrutta. Infatti
• nella legge è scritto che chi uccide un innocente deve essere ucciso (cfr. Deut 19,11-13);
• ma la legge ha ucciso Gesù, che era innocente (risorgendo, ha vinto la morte e quindi ha dimostrato di non essere peccatore);
• quindi la legge deve essere uccisa.

15. avendo (Dio) spogliato i principati e le potestà li espose in franchezza, conducendoli nel trionfo in/con lui (Cristo).

16. Nessuno dunque vi giudichi in cibo e bevanda o in fatto di festa o di neoménia o di sabati

La neoménia era la festa di inizio del mese.

17. (cose) che sono ombre delle future, il corpo invece (è) del Cristo.

Paolo afferma: "Siete liberi da tutte queste sciocchezze (ombra = apparenza)!".
Nessuna prescrizione esterna può dare salvezza all’uomo.

18. Nessuno pronunci sentenze contro di voi compiacendosi in umiltà e culto degli angeli, seguendo le cose che ha visto, invano gonfiandosi col pensiero della sua carne

19. e non afferrandosi al capo (Cristo), dal quale tutto il corpo (Chiesa), che mediante giunture e legami riceve sostentamento e unione, cresce la crescita di Dio.

L'idea contro cui Paolo combatte: una salvezza che viene all'uomo mediante le opere dell'uomo. Questo modo di vivere umano-carnale dà una certa ebbrezza di dominio su di sé e gonfia l'uomo di orgoglio, di autosufficienza. Ma proprio questa autosufficienza dell'uomo, questo volersi sganciare da Dio è il peccato.


Conseguenze:

20. Se moriste con Cristo agli elementi del mondo, cosa vi lasciate prescrivere come viventi del mondo:

21. "non prendere" e "non gustare" e "non toccare",

Verbi senza complemento oggetto: è sottinteso "cibi".

22. cose che sono tutte verso la corruzione con l’uso, secondo le prescrizioni e insegnamenti degli uomini?

Sembra che questo sia un commento di Paolo da mettere fra parentesi: tutte cose queste che sono destinate a logorarsi col tempo.

23. Le quali cose hanno sì apparenza (lett.: fatti, parole) di sapienza in culto volontario e umiltà e severo trattamento del corpo, non in qualche valore, verso il soddisfacimento della carne.

Queste cose non hanno valore in sé, ma conducono solo verso il soddisfacimento del proprio orgoglio (cfr. Lc 18, la parabola del fariseo che dice: "Ti ringrazio Signore, che non sono come gli altri uomini... io invece...").


Cap. 3

1. Se dunque con-risorgeste col Cristo, cercate le cose in alto,

Ecco il programma della vita cristiana: siccome appartenete al Cristo risorto (dato che siete risorti a vita nuova) avete definitivamente rotto col mondo e allora dovete cercare le cose di Dio (= "in alto").

dove il Cristo è, seduto nella destra di Dio;

Ricorda l'uso dei sovrani orientali di far sedere alla propria destra il figlio primogenito (cfr. Salmo 110,1): Gesù è figlio di Dio.

2. pensate le cose in alto, non quelle sopra la terra.

3. Moriste infatti e la vita vostra è stata nascosta con il Cristo in Dio:

La vita di Dio è già presente, ma ancora non è oggetto di esperienza, ancora non si vede, ma si crede.

4. quando il Cristo si manifesterà, la vita nostra, allora anche voi con lui sarete manifestati nella gloria.

5. Mortificate (lett.: fate morire) dunque le membra quelle sulla terra, fornicazione, impurità, passione, desiderio cattivo e la cupidigia che è idolatria,

6. per le quali cose viene l’ira del Dio;

7. nelle quali anche voi camminaste allorquando vivevate in esse;

8. ma deponete anche voi tutte (queste cose), ira, bramosia, cattiveria, bestemmia, turpiloquio dalla vostra bocca;

9. non ingannatevi gli uni gli altri, essendovi svestiti del vecchio uomo con le sue opere,

10. ed essendovi rivestiti del nuovo,

Richiamo allo spogliarsi dei vestiti prima del battesimo (= rottura definitiva col vecchio modo di vivere) e richiamo al rivestirsi dell’abito nuovo dopo il battesimo (= vivere come Gesù).

quello rinnovato in conoscenza secondo l’immagine di chi lo creò,

secondo l'immagine, il modello di uomo che aveva in mente il Creatore quando lo creò. E questa «immagine» (cfr. Gen 1,26-27: "Facciamo l’uomo ad immagine...") è Gesù, Figlio di Dio, primogenito di tutta la creazione (cfr. Col 1,15-17; Ef 1,3-5). Questo significa che, quando Dio pensò all’uomo, lo pensò come Gesù, che diventa il modello impresso da Dio in ogni uomo e rivelato nella pienezza dei tempi, perché l’uomo potesse diventare volontariamente «giusto», cioè conforme al modello che Dio gli stabilì.

11. dove

in questo progetto che Dio aveva quando creava l'uomo

non c’è greco e giudeo, circoncisione e prepuzio, barbaro, scita, schiavo, libero,

e in Gálati (3,28) aggiunge "maschio e femmina" - il superamento di ogni razzismo!

ma tutto e in tutti Cristo.

Terzo documento


Lettera di Paolo agli Efesini (5,1-21) - anni 61-63

1. Fatevi dunque imitatori del Dio, come figli amati,

Il principio fondamentale della morale cristiana: imitare il Dio fatto conoscere da Gesù,

2. e camminate in carità, come anche il Cristo vi amò e consegnò se stesso in nostro favore quale offerta e vittima al Dio in odore di soavità.

3. Non sia poi neppure nominata fra voi impudicizia e ogni impurità o cupidigia, come si addice a dei santi,

santi = cristiani,

4. e sconcezza e discorso da stolto o scurrilità, cose che non sono convenienti, ma piuttosto rendimento di grazie.

5. Questo infatti sappiate, che ogni impudico o impuro o avido, cioè idolatra, non ha eredità nel regno del Cristo e di Dio.

6. Nessuno vi inganni con vuoti discorsi: infatti, per queste cose viene l’ira del Dio sui figli della disubbidienza.

"Viene", non "verrà" l'ira di Dio: non parla di un castigo futuro che Dio darà per i peccati, ma di un castigo già presente in quanto la persona, col peccato, non si realizza come Dio vuole e quindi fa il suo danno, senza bisogno di altri castighi.

7. Non siate dunque solidali con essi:

8. infatti, un tempo eravate tenebra, ora invece (siete) luce ne(l) Signore; camminate come figli di luce

9. - poiché il frutto della luce (consiste) in ogni bontà e giustizia e verità -

10. discernendo ciò che è gradito al Signore,

11. e non siate partecipi delle opere sterili della tenebra, ma anzi piuttosto respingete(le),

12. infatti, è persino turpe dire le cose fatte da essi (= i pagani) di nascosto,

13. mentre tutte le cose cattive sono rese manifeste dalla luce;

14. poiché, tutto ciò che è manifesto è luce. Perciò dice: "Destati, (tu) che dormi, e risorgi dai morti, e il Cristo risplenderà su di te/ti illuminerà".

Forse si tratta di un antico inno battesimale cristiano che Paolo qui ricorda.

15. Badate dunque attentamente a come camminate, non come insipienti, ma come sapienti,

16. riscattando totalmente a vostro vantaggio il tempo favorevole, poiché i giorni sono malvagi.

17. Perciò non siate irragionevoli, ma comprendete ciò che (è) la volontà del Signore.

18. E non ubriacatevi di vino, nel quale c’è dissolutezza, ma siate ripieni di (= lasciatevi riempire da) Spirito,

19. parlando a voi stessi con salmi e inni e canti spirituali, cantando e salmeggiando al Signore con il vostro cuore,

20. rendendo grazie sempre per tutte le cose al Dio e Padre nel nome del Signore nostro Gesù Cristo,

21. sottomettendovi gli uni agli altri in timore di Cristo.


Quarto documento

Lettera di Paolo ai Romani (cap. 14) - anno 57

1. Il problema:

è lecito al cristiano mangiare carni immolate agli idoli?

Alcuni cristiani rispondevano di no con la motivazione: mangiare la carne immolata ad un idolo è fare un'offesa al vero Dio.

Altri rispondevano di sì con la motivazione: gli idoli non esistono e quindi la carne è immolata a nessuno. Mangiarla diventa un atto di fede nell'unico Dio.

Questo problema divideva le prime comunità cristiane soprattutto durante i pasti comunitari (cena del Signore?). Paolo ne parla anche in 1 Cor 8.


La risposta di Paolo:

a) ognuno segua la propria coscienza:

- chi mangia la carne, lo fa per Dio, per dimostrare che l'idolo non è nulla;

- chi non mangia la carne, lo fa per Dio, per non "offenderlo", entrando in comunione con l'idolo;

- i cristiani sono opposti quanto a comportamento, ma convergenti quanto a motivazione: per Dio.

b) il forte di fede rispetti la coscienza del debole: ognuno deve rispondere di sé a Dio.


Cap. 14

1. Il debole di fede accogliete non con critiche di opinioni.

2. Uno crede di (poter) mangiare di tutto, il debole invece mangia (solo) verdura.

La divisione nella comunità era dovuta al fatto che coloro che mangiavano carne disprezzavano quelli che non ne mangiavano; mentre coloro che non ne mangiavano erano scandalizzati nel vedere fratelli di fede che mangiavano di queste carni immolate e li ritenevano peccatori.

Paolo cerca di comporre questa divisione mediante un principio fondamentale: ognuno ha il diritto di essere rispettato nella situazione di fede in cui si trova, perché ciò che accomuna tutti è l’obbedienza all’unico Dio come ognuno è capace di capirne la volontà.

3. Colui che mangia non disprezzi colui che non mangia; colui che non mangia non giudichi (= condanni) colui che mangia: il Dio infatti l’ha accolto.

4. Tu chi sei che giudichi un servo altrui? (dipende) dal suo padrone se sta in piedi o se cade; starà in piedi però, è capace infatti il Signore di tenerlo in piedi.

5. Uno infatti giudica tra giorno e giorno, un altro invece giudica importante ogni giorno: ciascuno nel suo giudizio sia pienamente convinto.

6. Colui che bada al giorno vi bada per il Signore. E colui che mangia, mangia per il Signore, ringrazia infatti il Dio; e colui che non mangia, non mangia per il Signore e ringrazia il Dio.

7. Nessuno infatti di noi vive per se stesso e nessuno per se stesso muore;

8. se infatti viviamo, viviamo per il Signore, se moriamo, moriamo per il Signore. Sia dunque che viviamo sia che moriamo, siamo del Signore.

9. Per questo infatti Cristo morì e rivisse (lett. visse) affinché fosse il Signore e di morti e di vivi.

10. Tu invece, perché giudichi (= condanni) il fratello tuo? O anche tu, perché disprezzi il fratello tuo? Tutti infatti staremo davanti al tribunale di Dio.

11. È scritto infatti: "Per la mia vita, dice il Signore, a me si piegherà ogni ginocchio ed ogni lingua renderà gloria al Dio" (Is 45,23).

«Piegare il ginocchio» era il gesto che si faceva davanti al re, il quale aveva tutti i poteri, compreso il potere giudiziario.

12. Perciò dunque ciascuno di noi renderà ragione di sé al Dio.

13. Non più dunque a vicenda giudichiamoci; ma questo giudicate piuttosto, di non porre inciampo al fratello o scandalo (= pietra che imbroglia il cammino).

14. So e sono persuaso nel Signore Gesù che niente è impuro di per sé; ma per colui che pensa che qualcosa è impuro, per lui (è) impuro.

15. Se infatti per un cibo il fratello tuo è contristato, non cammini certo secondo la carità. Per il cibo tuo non uccidere quello, per lui (lett. per il quale) Cristo morì.

16. Non sia screditato dunque il vostro bene.

17. Il regno del Dio infatti non è cibo, bevanda, ma giustizia e pace e gioia in Spirito santo;

18. colui infatti che in questo serve il Cristo, è gradito al Dio e stimato dagli uomini.

19. Dunque seguiamo le (opere) della pace e le (opere) dell'edificazione reciproca.

20. Non distruggere a causa di un cibo l’opera del Dio.

L’opera del Dio probabilmente è la fede.

Tutte le cose (sono) pure, ma (è) male per l’uomo che mangia per (= nonostante si accorga di causare) inciampo.

Paolo ripete il principio del v. 14 (cfr. Tito 1,15). E sottolinea che il male sta nel motivo per cui si agisce.

21. (È) bello non mangiare carne, né bere vino, né (fare cosa) in cui il fratello tuo cada (o sia scandalizzato o si indebolisca - aggiunta di alcuni manoscritti).

22. La fede (= convinzione?) che hai custodiscila per te stesso davanti al Dio. Felice colui che non giudica se stesso in ciò che approva,

Frase difficile da interpretare. Pensiamo voglia dire: "Felice colui che, avendo accettato per sé il principio della libertà di coscienza, non lo nega poi per il fratello debole di fede, condannandolo", oppure "Felice colui che non condanna se stesso per le cose di cui egli stesso è convinto".

23. Ma colui che è incerto, se mangia, è condannato perché non da fede; tutto ciò che non (deriva) da fede, è peccato.

Fede = buona fede, secondo la maggior parte dei biblisti.



In conclusione,

partendo da un caso particolare, Paolo teorizza il principio della coscienza: ognuno deve imitare Gesù (principio oggettivo della morale cristiana), come è in grado di conoscerlo (principio soggettivo).

Ciò che conta davanti a Dio non è l’azione che si fa, ma il movente.





2. Vita cristiana e leggi esterne

Da quanto detto si vede che il principio della morale cristiana è l’imitazione di Gesù, per amore.

Nella norma di comportamento cristiano non sono comparsi né i Dieci Comandamenti, né alcun’altra legge vecchia o nuova.

Dobbiamo dunque pensare che il cristiano è libero dalla legge?

I vangeli e Paolo (Lc 18,9-14; Gal 2,19; 3,1-25; 5,18; Rom 6,14; 7,4-8; 2 Cor 3,6; At 15,10; ecc.) ci portano a dare una risposta affermativa. Quella legge che aveva collegato il peccato alla morte (Gen 2,17) è stata distrutta dalla morte-risurrezione di un uomo che non aveva peccato.

Un’affermazione così netta a volte meraviglia un po’, soprattutto di fronte ad un insegnamento abbastanza comune che presenta i 10 comandamenti come il cuore della morale cristiana 1. Ma questo non era il pensiero cristiano.

Prove:

1. Gesù ha cambiato vari comandamenti

Dal Discorso della montagna:

- Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio;

ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al Sinedrio: e chi gli dice: pazzo sarà sottoposto al fuoco della Geenna (Mt 5,22).

- Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio;

ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5,28).

2. Paolo insegna il superamento della legge di Mosè

Alcuni testi, fra i molti di Paolo:

- Egli (= Cristo) è infatti la nostra pace, colui che [...] demolì il muro divisorio dello steccato, l’inimicizia, nella sua carne, avendo abrogato la legge dei comandamenti (contenuta) in decreti, per creare in se stesso i due (= ebrei e pagani) in un solo uomo nuovo facendo pace (Ef 2,14-15).

- La legge (di Mosè) divenne (il) nostro pedagogo (= lo schiavo che accompagnava il bambino dal maestro) a Cristo, affinché fossimo giustificati da fede. Essendo venuta la fede non siamo più sotto il pedagogo (Gal 3,24-25).

- Vi allontanaste da Cristo voi che credete di essere giustificati nella legge, siete decaduti dalla grazia... Se poi da spirito siete guidati, non siete sotto la legge» (Gal 5,4.18).

Richiamando l'espressione di Paolo: "La lettera uccide" (2 Cor 3,6), San Tommaso d'Aquino commenta coraggiosamente:

«Sotto il termine lettera si deve comprendere ogni legge esterna all'uomo, anche se fossero i precetti della morale evangelica (S.Th. 1-2, 106,2).

3. Le Chiese hanno cambiato vari comandamenti
Per esempio il divieto di farsi immagini,il riposo al sabato, ecc.

Dunque la morale cristiana si presenta come il superamento di ogni legge esterna all'uomo.


Approfondimento: Funzione delle leggi esterne

Quanto detto potrebbe far pensare che la morale del N.T. sia una morale senza obblighi né sanzioni. Eppure Paolo stesso e tutto il N.T. emanano leggi. Perché? A che servono le leggi nel Cristianesimo?

a) A rivelare al cristiano quando lo Spirito non lo vivifica più

Paolo afferma un principio: "La legge non è stata istituita per i giusti, ma per i peccatori" (1 Tim 1,9).

Se tutti i cristiani fossero giusti non sarebbe necessario obbligarli con le leggi. La legge interviene soltanto per reprimere un disordine già verificatosi.

Esempio: finché i cristiani partecipavano frequentemente alla comunione eucaristica, mai l'autorità ecclesiastica si è sognata di obbligarli a comunicarsi "almeno a Pasqua", e sotto pena di peccato mortale. Quando invece il loro fervore è diminuito, per ricordare loro che non si può sostenere la fede senza darne dei segni, l'autorità della Chiesa latina ha promulgato il precetto della comunione pasquale (anno 1215 - Concilio Lateranense IV).

In realtà, benché obblighi tutti, tale precetto non si dirige al cristiano serio, il quale si comunica a Pasqua, non in virtù del precetto della Chiesa, ma in virtù dell’esigenza interiore che durante tutto l’anno lo muove a comunicarsi ogni domenica, o anche ogni giorno. Il cristiano serio non è sottratto al precetto, ma lo adempirà senza neppure riferirvisi. Qualora invece l'amore di Dio non lo animasse più, la legge starebbe lì a "costringere" il cristiano e così ad ammonirlo che lo Spirito ha cessato di animarlo.

La legge svolgerà per lui la medesima funzione che la legge mosaica svolgeva per l’ebreo. Pedagogo, per condurlo a Cristo, gli permette di prender coscienza del suo stato di peccatore, cioè, di un uomo che lo Spirito non anima più, e lo stimola a ritornare a Cristo con tutto il suo essere.

b) ad aiutare anche la coscienza dei giusti (non a sostituirsi ad essa)

Finché il cristiano dimora nel mondo, non possedendo che le primizie dello Spirito (Rom 8,23; 2 Cor 1,22), si trova in condizione di instabilità e perciò la legge esteriore, norma oggettiva di condotta morale, aiuterà la sua coscienza, così facilmente ottenebrata dalle passioni (Gal 5,17), a distinguere le opere della carne dal frutto dello Spirito e a non "scambiare per cielo il proprio cervello".



Conclusione

Finché il cristiano non acquisterà nella patria - il cielo - la sua piena realizzazione, la sua libertà sarà sempre imperfetta e, accanto all'amore, l’elemento principale, il solo che giustifica, resterà sempre come elemento secondario, la legge, incapace di giustificarlo come era incapace la legge antica, e tuttavia indispensabile ai peccatori e per nulla superflua ai giusti imperfetti, quali si augurano di essere tutti i cristiani. Alla condizione però che questo elemento resti secondario e non tenda insensibilmente ad assumere la funzione di elemento principale, come era accaduto per la legge mosaica: ci si crede giusti perché si osserva tutta la legge (cfr. il fariseo di Luca 18,9-14).

Conseguenze:

a) La violazione puramente esteriore della legge, cioè senza relazione con l'amore verso Dio, non può essere peccato (almeno mortale). Ma anche un’osservanza senza amore è priva di significato.

Il cristiano non trascurerà la lettera, ma si preoccuperà prima di tutto dello spirito.

b) La legge esteriore non proporrà al cristiano un ideale che egli potrebbe accontentarsi di raggiungere (cfr. la domanda a volte fatta: «Fin dove posso arrivare senza fare peccato?»), ma gli porrà un limite, fuori del quale certamente non è cristiano.

Ma superamento della legge non vuol dire abolizione.

La libertà cristiana non è arbitrio.

Si veda al proposito un altro testo di Paolo nella lettera ai Gálati (5,13):

"Voi foste chiamati a libertà, fratelli; soltanto, non usate la libertà a pretesto per la carne (= per vivere secondo il vostro comodo), ma siate servi gli uni agli altri mediante la carità".

Il cristiano perciò non è un immorale od un anarchico, anzi dovrebbe impegnarsi ad osservare le leggi (Rom 13), ma le osserva non perché sono leggi, bensì perché sono giuste. E il metro che il cristiano ha per stabilire se una legge è giusta è l’insegnamento di Gesù.



3. La "legge" di Gesù: l’amore

La legge di Gesù, chiamata da Paolo «legge dello Spirito di vita» (Rom 8,2) è una legge di tipo nuovo, tanto che il termine «legge» le diventa improprio.

La «legge dello Spirito» non si distingue dalla legge mosaica (e da ogni altra legge), in quanto proponga un ideale di vita più elevato, o addirittura - ma questo sarebbe un vero scandalo - offra una salvezza a minor prezzo, come se al giogo pesante della legislazione sinaitica (At 15,10) Gesù avesse sostituito una «morale facile».

La differenza sta nella natura stessa della legge dello Spirito: questa non è un codice di comportamento esteriore, ma un principio di azione interiore, uno "spirito", lo Spirito di Gesù (Rom 8,14-17).

In forza di tale principio, il cristiano non agisce più per un'imposizione esterna (morale da schiavi), ma liberamente, per amore (morale da figli) (1 Gv 3).

L'amore è l'affidarsi a Dio vedendolo come Padre. Ad esso si riconduce tutta la morale cristiana (Rom 13,8-10). Dove c’è quest'amore, non c’è più bisogno di alcuna legge esteriore.

Il Cristianesimo dunque non è una "morale della legge", ma dell'amore.

Una morale della legge porta al "minimismo" morale, che vede Dio come un esattore delle imposte e cerca perciò di "pagargli" il meno possibile, il puro indispensabile "in modo che non si arrabbi".

4. Il peccato

Per il cristiano il peccato è il rifiuto cosciente e volontario di seguire Gesù, così come lo conosce.

Si noti che, secondo l’insegnamento cristiano, il peccato sta nel cuore dell’uomo, è una decisione interiore, non è l’atto esterno.

Documentazione
Disse Gesù: «Non capite che tutto ciò che entra dall’esterno nell’uomo non può contaminarlo, poiché non entra nel suo cuore?... Ciò che esce dall’uomo, quello contamina l’uomo. Dall’interno infatti, dal cuore degli uomini escono i pensieri cattivi, fornicazioni, furti, uccisioni, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, lascivie, occhio cattivo, bestemmia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive escono dall’interno e contaminano l’uomo» (Mc 7,18-23).

Occorre perciò distinguere fra peccato e reato:

- il peccato è l’opposizione lucida alla verità scoperta (opposizione all’ordine morale) ed è una decisione interiore, che può anche non manifestarsi all’esterno attraverso atti;

- il reato è l’agire contro una legge esterna (violazione dell’ordine giuridico) ed è quindi un atto esterno, controllabile e valutabile da altri.

Sono due realtà indipendenti: ci può essere l’una senza l’altra.

Quanto qui viene insegnato non è per nulla rivoluzionario. Tutti i manuali di morale cristiana hanno insegnato ed insegnano

- che la norma prossima dell’agire è la coscienza;

- che perché ci sia peccato ci vuole:

* materia grave (elemento oggettivo)

* piena avvertenza

* deliberato consenso.




APPENDICE


La vita umana alla luce della risurrezione di Gesù

1. Il senso della vita: la risposta della ragione

Ogni uomo si pone il problema del senso della vita e ritiene che una giusta risposta a tale problema lo realizzi completamente, lo renda felice.

Il mezzo primo che l’uomo ha per risolverlo è la sua ragione. Nascono così alcuni princípi di comportamento che costituiscono la morale naturale.

* Ma la sua ragione non è in grado di capire tutto. Perciò non è mai sicuro che la risposta che dà al problema del senso della vita sia una risposta giusta.

Per verificare l’esattezza della sua risposta o farsene suggerire una quando non riesca a trovarla da solo, l’uomo tende ad affidarsi a maestri che ritiene più esperti di lui (insegnanti, psicologi, filosofi, saggi, ...).

Purtroppo però nemmeno le risposte di questi maestri gli garantiscono una sicurezza, perché

- il maestro può non afferrare bene il problema che gli è stato posto;

- non ha un’esperienza completa della vita (per es. non ha ancora fatto l’esperienza della morte);

- i suoi consigli possono essere non del tutto disinteressati.

Inoltre l’uomo sa che un giorno gli si presenterà la morte, distruzione dell’essere e quindi fallimento dell’esistenza. Davanti ad essa egli non ha la possibilità di scegliere come realizzarsi: non si può scegliere di non morire.



2. La risposta cristiana: imitazione di Gesù

Se però l’uomo accetta di credere che Gesù è risorto e decide di fidarsi di lui, molte domande sul senso della vita trovano la loro risposta. Accettare che Gesù sia risorto infatti vuol dire credere che:

1. Egli è quello che aveva detto di essere, cioè il Cristo, il Figlio di Dio, il Maestro unico (Mt 23,8-10; Gv 13,13), la via-verità-vita (Gv 14,6);

2. ha un’esperienza completa della vita, morte compresa;

3. quello che è successo a Lui (la risurrezione), succederà anche a tutti gli altri uomini: se vivono come Lui sarà una risurrezione di vita; se vivono in opposizione a lui una risurrezione di condanna (Gv 6; 2 Cor 4-5; 1 Cor 6,14; ...).

In conclusione, secondo il Cristianesimo, per realizzare la propria vita l’uomo deve imitare Gesù, deve vivere come egli ha insegnato ed è vissuto.

SENSO DELLA VITA? = COMPORTARSI COME GESÙ!

È appena il caso di sottolineare che il modo di imitare Gesù non deve essere formale, esteriore, ma sostanziale: si tratta di imitare il suo atteggiamento di spirito. Gesù ha posto dei principi e da essi il cristiano deduce come deve comportarsi concretamente. Non c’è da stupirsi dunque se, partendo dai medesimi principi, un cristiano ricava una certa linea di comportamento e un altro un’altra. L’importante è che ognuno sia in buona fede (Rom 14) ed abbia la volontà di confrontarsi con gli altri cristiani.

Così c’è però il rischio di soggettivismo che consiste nel crearsi un proprio modello-Gesù, addomesticato secondo il comodo di ciascuno. Il cristiano supera questo pericolo attraverso l’accettazione di Gesù come lo presenta la Chiesa.


Ma come è vissuto Gesù?

Dalla predicazione apostolica così come si è depositata nel Nuovo Testamento (unico modo di conoscere gli insegnamenti di Gesù per l’uomo che non l'ha conosciuto), si apprende che Egli ha obbedito sempre e in tutto a Dio fino alla morte (Fil 2,7-11).

La vera realizzazione dell’uomo sta quindi nell’obbedienza a Dio fino all’eventuale distruzione di sé (del proprio egoismo), distruzione peraltro solo apparente, perché proprio dalla distruzione di ciò che è soltanto umano nasce la vita vera, quella non più soggetta alla schiavitù del tempo.



3. Morale umana (naturale)
e morale cristiana (rivelata)

Come si fa a conoscere la volontà di Dio?

Gli apostoli rispondono: Dio ha parlato attraverso la creazione (Rom 1), attraverso l'Antico Testamento e, definitivamente, attraverso la vita e l’insegnamento di Gesù (Ebr 1). L’obbedienza a Dio consiste perciò, per il cristiano, nell’imitare Gesù. Davanti ai problemi che la vita pone ogni giorno, il cristiano si domanda, momento per momento: se Gesù fosse qui ora, al mio posto, come si comporterebbe?

A questa domanda ognuno deve dare la sua risposta, deve cioè comportarsi secondo la conoscenza di Gesù che ha nel momento in cui sta per agire (coscienza cristiana).

Secondo gli apostoli però, questo principio non vale solo per i cristiani, ma vale per ogni uomo, perché Gesù, essendo risorto, è l’uomo come Dio voleva che fosse, il modello di ogni uomo (nuovo e vero Adamo).

Documentazione essenziale

«Come infatti per la disubbidienza dell’unico uomo (Adamo) furono costituiti peccatori i molti (= tutti), così anche per l’obbedienza dell’unico (Gesù) saranno costituiti giusti i molti» (= tutti) (Rom 5,19; 5,12-21).

«Se per un uomo (Adamo) venne la morte, per un uomo (Gesù) c’è anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti saranno vivificati in Cristo» (1 Cor 15,21-22).

«Il Signore non vuole che alcuno perisca, ma che tutti giungano al pentimento» (2 Pt 3,9).

Gesù dunque non è solo maestro e modello di comportamento per i cristiani, ma lo è anche per tutti gli altri uomini (i non cristiani non lo accettano, ma, secondo i cristiani, questo è valido per tutti).


Secondo gli apostoli dunque, il principio fondamentale della morale naturale umana (= valida per tutti gli uomini) si può formulare così:

ogni uomo deve comportarsi secondo la verità che ha scoperto (non si può chiedere che un uomo si comporti secondo una verità che non ha scoperto).

Equivalentemente: ogni uomo deve comportarsi secondo la sua coscienza.

Equivalentemente ancora: ogni uomo si salva (= realizza pienamente se stesso), se agisce in buona fede, convinto di fare bene.

Documentazione

«Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tim 2,4).

«So e sono persuaso nel Signore Gesù che nulla è impuro di per sé; ma per colui che pensa che qualcosa è impuro, per quello è impuro... tutto ciò che non deriva da fede (va inteso: da buona fede) è peccato» (Rom 14,14.23).

Disse Gesù: «Viene un’ora in cui ognuno che vi ucciderà, crederà di rendere omaggio al Dio. E queste cose faranno, perché non conobbero il Padre, né me» (Gv 16,2-3).

Qual è allora, secondo il Cristianesimo, la differenza fra la morale naturale e quella cristiana, cioè rivelata da Dio attraverso Gesù?

Il principio della morale cristiana si presenta come una specificazione del più generale principio della morale umana:

* Ogni uomo deve comportarsi secondo la verità che ha scoperto (morale naturale umana).

* Il cristiano crede a Gesù che ha detto di essere la verità (cfr. Gv 14,6).

* Quindi il cristiano deve comportarsi secondo Gesù, così come l'ha scoperto (morale cristiana).

Di qui si vede che secondo il Cristianesimo, ci sono due modi di imitare Gesù:

a) implicito = comportarsi secondo la verità scoperta (morale naturale, propria di chi o non conosce Gesù o non ritiene che sia la verità);

b) esplicito = seguire dichiaratamente gli insegnamenti di Gesù, portavoce di Dio (morale rivelata da Dio, propria del cristiano).



Dalla Lettera a Diogneto (150 d.C. circa)

"I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.

Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria per loro, e ogni patria è straniera.

Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri e dai greci perseguitati e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo del loro odio" (5,1-17).



19/04/2010 23.36
 
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La CHIESA
comunità dei cristiani



In questo capitolo vedremo:
1. come nasce la Chiesa
2. l'organizzazione che si è data:
la gerarchia
3. il laicato
In appendice:
La nomina dei vescovi in Occidente



I cristiani chiamano Chiesa (visibile) l’insieme dei discepoli di Gesù, cioè l’insieme di coloro che, battezzati, ritengono che Gesù sia il Cristo, il portavoce di Dio e s'impegnano a vivere secondo i suoi insegnamenti.


1. La natura della Chiesa



Il Nuovo Testamento presenta la Chiesa come l'effetto di due atti:
- la chiamata di Dio (il quale, secondo il Cristianesimo, ha sempre l'iniziativa);
- la risposta positiva dell’uomo.

a) La chiamata di Dio

Gesù risorto, proclamandosi figlio di Dio, rivela che Dio è Padre, e non solo Padre suo, ma anche Padre di tutti gli altri uomini (Ef 4,6).

Paolo chiama questa realtà «il mistero di Dio»: Dio ha destinato tutti gli uomini ad essere la sua famiglia, li convoca (™kklhs…a - ekklesía = convocazione, assemblea) nella sua casa, perché siano suoi figli. Questo "mistero" è stato rivelato da Gesù.

Documentazione essenziale

Lettera agli Efesini:

q Leggendomi, voi potete misurare la conoscenza che io ho nel mistero del Cristo. (Tale mistero) nelle altre generazioni, non fu conosciuto dai figli degli uomini, come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito, che i gentili sono con-eredi e con-corporei e con-partecipi della promessa in Cristo Gesù per mezzo del vangelo (Ef 3,4-7).

Vangelo secondo Giovanni:

q (Disse Gesù:) «Io sono il buon pastore e conosco le mie (pecore) e le mie (pecore) conoscono me, come il Padre conosce me ed io conosco il Padre e per le mie pecore do la mia vita. Ed ho altre pecore che non sono di questo ovile: anche quelle bisogna che io conduca, e ascolteranno la mia voce e si farà un solo gregge, un solo pastore» (Gv 10,14-16).

Tutti dunque sono «chiamati» a far parte della famiglia di Dio, anche se solo i cristiani lo sanno dalla rivelazione di Gesù.



b) La risposta positiva dell’uomo

La persona che ha ricevuto l’evangelizzazione ed accetta di diventare discepolo di Gesù, entra a far parte del gruppo dei cristiani, la Chiesa (cfr. Atti di apostoli in molti brani).

Fondatore e capo di tale comunità, secondo gli apostoli, è Gesù (Ef 1,22).

Capi, scelti da Gesù: gli apostoli (Mt 10,1-4; Mc 3,13-19; Lc 6,12-16; Gv 13,18; 15,16).

Membri della Chiesa sono tutti coloro che, fidandosi dell’annuncio predicato dagli apostoli, si impegnano esplicitamente a prendere Gesù come unico maestro della loro vita.

Segno dell’adesione alla Chiesa: il battesimo.


Documentazione essenziale

Vangelo secondo Marco

q Disse Gesù agli apostoli: "Andate in tutto il mondo, annunciate l’evangelo (bella notizia) ad ogni creatura.

Chi ha creduto ed è stato battezzato sarà salvato, chi invece non ha creduto sarà condannato" (Mc 16,15-16).

Vangelo secondo Matteo

q E avvicinatosi Gesù parlò loro (= gli apostoli) dicendo: "Fu dato a me ogni potere in cielo e sulla terra.

Andate dunque, fate discepole tutte le genti (= i pagani), battezzandole (lett. immergendole) nel nome del Padre e del Figlio e del santo Spirito, insegnando loro ad osservare tutte le cose che prescrissi a voi. Ed ecco io con voi sono tutti i giorni fino al compimento del tempo" (Mt 28,16-20).





2. L'organizzazione della Chiesa

Una comunità deve avere un minimo di organizzazione. Anche la Chiesa se ne è data una, costituendosi dei capi (gerarchia o clero) e delle strutture (edifici detti chiese). Tale organizzazione si è evoluta durante i secoli. Tracceremo perciò un breve profilo storico.

a) L'organizzazione alle origini (I sec.)

Le comunità cristiane del I sec., diffuse ben presto nelle principali città dell’impero romano, hanno avuto la necessità di darsi un’organizzazione che assicurasse:

- il sostegno alla fede dei singoli: riunioni di istruzione, di preghiera, eucaristia... (At 2,41-47);

- la diffusione del messaggio ai non cristiani (Mt 28,19-20; Mc 16,15-16);

- l’aiuto reciproco per sostenersi nelle persecuzioni ebraiche e romane;

- il controllo contro le deviazioni dallo spirito e dall’insegnamento di Gesù (Gv 16,12-15; At 15; 1 Cor 1,5-8; 11-12; Gal 1-3; 1 Tim 1,3-7; ecc.).


Poiché il numero dei fedeli aumentava, gli apostoli dovettero scegliere in ogni città persone adatte ad essere capi che

- continuassero nella Chiesa la loro presenza e quella di Gesù (Gv 20,21; Mt 28,20; Lc 10,16);

- organizzassero la predicazione del vangelo (Mt 28,18-20; Mc 16,15-16; Gal 1,11-12; 1 Cor 1,17);

- accogliessero nella comunità coloro che avevano creduto (iniziazione cristiana) (Mt 28,19);

- accogliessero ogni successiva espressione di fede nei momenti fondamentali dell’esistenza (gli altri sacramenti) (Gv 20,23; 1 Cor 11,24-25).

Segno della scelta ad essere capi era (ed è tuttora) l’imposizione delle mani sulla testa, allora da parte dell’apostolo, oggi da parte di un vescovo.

Questo rito si chiama ordinazione (cfr. Atti 6,8; 13,3; 1 Tim 4,14; 5,22).

In assenza degli apostoli (alcuni nel frattempo erano morti), la scelta dei capi dovette avvenire nei modi più diversi, a seconda delle situazioni locali (v. appendice).

Sempre però fu richiesta, per l’esercizio dell’autorità, l’imposizione delle mani da parte di qualche vescovo, che garantisse il collegamento con Gesù. Nessuno infatti può dire di rappresentare Gesù, se non ha ricevuto da Lui la delega. E questa si ha attraverso la successione apostolica.

Alla fine del I secolo è già delineata una distinzione precisa di funzioni nel gruppo dei capi (gerarchia):

- capo della comunità è il vescovo (™p…skopoj - epíscopos = sorvegliante), visto come successore degli apostoli, centro della comunione dei cristiani, segno visibile della presenza di Gesù nella comunità;

egli è aiutato

- nella guida spirituale della comunità dai presbiteri (= anziani - di qui il termine "preti");

- nella organizzazione materiale (beneficenza, assistenza, amministrazione dei beni della comunità) dai diaconi (= servitori) (At 6) e dalle diaconesse (Rom 16,1). Cfr. la testimonianza di Ignazio di Antiochia († 107 circa).



b) Tra il II e il V secolo

Tra il II ed il V secolo, le varie comunità cristiane si organizzano territorialmente in base al principio dell’accomodamento alle divisioni amministrative dell’impero romano (provincia e diocesi).

Capo della comunità locale è il vescovo, aiutato dai preti e dai diaconi.

Quanto più è importante la città, tanto più il vescovo della Chiesa che ivi si riunisce acquista importanza in relazione ai vescovi vicini, sui quali svolge una funzione di controllo. A seconda dell’importanza della Chiesa, il vescovo ha il titolo di patriarca, metropolita (= arcivescovo), vescovo.

Ogni Chiesa metropolitana ha molti vescovi suffraganei (= che concorrono all'elezione del metropolita) e a sua volta il patriarcato è formato da molte Chiese metropolitane, delle quali la più importante è la stessa sede patriarcale.

La struttura organizzativa del V secolo è rimasta sostanzialmente immutata fino ad oggi.


c) La situazione della Chiesa oggi
(secondo i cattolici)

- Oggi la Chiesa è divisa territorialmente in diocesi, a capo di ognuna delle quali sta un vescovo.

In occidente di norma è nominato dal vescovo di Roma, il papa.

Tra i vescovi c'è una gerarchia:

Patriarca - Arcivescovo - Vescovo.

- I vescovi formano il Collegio Episcopale, il cui capo è il vescovo di Roma come successore di Pietro ("primus inter pares" = primo fra uguali).

Il Collegio Episcopale, riunito insieme al vescovo di Roma (papa), costituisce il Concilio Ecumenico.

L'insieme dei vescovi di una regione o di uno stato forma una Conferenza Episcopale.

- Il vescovo è aiutato dai preti, dai diaconi.

I preti e i diaconi sono nominati (= ordinati) dal vescovo, col consenso, almeno indiretto, del popolo cristiano.

A questa chiamata precede un periodo di formazione.

- Per attività pastorali meno importanti ci sono degli incaricati (ministri istituiti).


3. Il laicato nella Chiesa
a) Chi è il laico?

"Laico" è una parola usata oggi con almeno due diversi significati, sui quali dobbiamo intenderci:

1. Laico è un aggettivo sostantivato proveniente dal greco laÕj - laòs (= popolo).

Prima del Cristianesimo, indicava il semplice cittadino, membro del popolo, privo di un qualsiasi grado gerarchico.

Il Cristianesimo si è appropriato di questo termine usandolo per indicare ogni membro della Chiesa non appartenente alla gerarchia.

Purtroppo di "laico" viene data una definizione solamente "negativa". È difficile trovare una definizione "positiva" che vada bene anche per i religiosi "laici".

2. La medesima parola è stata a sua volta "catturata" recentemente dai politici e viene usata anche col significato di non cristiano: es. le forze laiche, in contrapposizione alle forze cattoliche.

Noi la usiamo nel senso cristiano.

Definiamo dunque laici tutti coloro che fanno parte della Chiesa (cristiani battezzati), senza rivestire incarichi nella gerarchia.

Come abbiamo visto nel capitolo precedente, il laico può essere religioso o secolare.

Qui parleremo dei laici secolari, che costituiscono la stragrande maggioranza dei cristiani.

Dei laici religiosi abbiamo parlato nel capitolo precedente.



b) Funzioni del laico secolare

Dovremmo ripetere qui il medesimo discorso svolto nel capitolo precedente sulle funzioni profetica, sacerdotale e regale dei secolari.

Tenendo conto di tutti i dati che abbiamo raccolto sulla struttura della Chiesa, li possiamo ora sintetizzare con il seguente specchietto:





APPENDICE

L'elezione dei vescovi in Occidente

Non c’è stato un uso costante ed uniforme, però si può indicare la seguente linea evolutiva:

a) Nei primi secoli della Chiesa (III-V sec.), concorrono ad eleggere il vescovo tutti i capifamiglia cristiani della diocesi (cfr. il caso di s. Ambrogio a Milano).

b) Quando i vescovi assunsero anche importanza politica (da Costantino - IV sec.- in poi) ed essere vescovo divenne anche un titolo d’onore, iniziarono allora ad esserci fra i cristiani controversie e divisioni per l’elezione del vescovo. Per evitare questo, l’elezione venne affidata al clero.

c) In un successivo momento (V-VI sec.), sempre per evitare litigi dovuti ad ambizione di potere, si incaricarono di eleggere il vescovo solo i «notabili» del clero (canonici), oppure alcune famiglie potenti (cfr. quanto avvenne per il vescovo di Roma, eletto, anche ora, dai notabili del clero di Roma, i cardinali, anche se di fatto i cardinali sono sparsi in tutto il mondo).

d) In varie occasioni e luoghi (VI-XI sec.), intervennero nell’elezione del vescovo i príncipi, i re e poi l’imperatore del Sacro Romano Impero

- o per ingerenza autonoma (principio: "cuius regio eius et religio", cioè il re ha anche il potere religioso);

- o su invito dei fedeli che non erano riusciti a mettersi d’accordo sulla persona da eleggere;

- o per richiesta dell’eletto stesso, che desiderava avere maggiore autorità od eliminare contendenti.

Questo fece sì che lentamente la massima autorità politica, cioè l’imperatore, cominciasse ad eleggere a vescovi persone di suo gradimento o a confermarne l’elezione (investitura). Spesso, assieme al potere spirituale, l’imperatore dava anche al vescovo un potere politico (vescovi-prìncipi, marchesi, duchi o conti).

Questo modo di elezione fu accolto abbastanza bene dal popolo cristiano, in base al principio che anche l’autorità politica veniva da Dio (Rom 13).

Questo sistema, in vari casi, produsse però gravi inconvenienti:

1. vescovi eletti con criteri non religiosi, ma politici o militari;

2. vescovi che risiedevano normalmente alla corte imperiale, mentre la loro diocesi era spiritualmente abbandonata;

3. vescovi senza una formazione teologica adatta, più signorotti medievali che pastori.

Tutto questo provocò grande decadenza spirituale e morale nel clero e nel laicato cristiano.

e) Nel sec. XI il movimento monastico, soprattutto di Cluny, cercò di reagire a questi inconvenienti in nome della "libertas Ecclesiae". Personificazione di questa reazione fu il monaco di Cluny, Ildebrando di Soana, divenuto papa nel 1073, col nome di Gregorio VII. Egli volle liberare la Chiesa d'Occidente dalla tutela-oppressione dell’imperatore, onde poter avere pastori (vescovi e preti) che fossero all’altezza del loro compito. Per questo diede inizio alla lotta per le investiture. Essa si concluse nel 1122 col trattato di Worms: le nomine dei vescovi in Occidente diventarono di competenza del vescovo di Roma.

Questo fatto ha lasciato l'impressione nel popolo cristiano occidentale che il papa fosse il capo della Chiesa universale.

f) La lotta ebbe ancora qualche ripresa nel 1200, ma terminò con Innocenzo III (Concilio Lateranense IV del 1215).

g) Alla fine del 1300 ritornò l’ingerenza statale nella nomina dei vescovi, ma questa volta per concessione pontificia (vari concordati), fatta soprattutto per ottenere per la Chiesa di qualche nazione o per lo Stato Pontificio "beni maggiori" (?). Sorsero così varie forme di regalismo 1 (gallicanesimo, giuseppinismo...), che rimasero fino alla Rivoluzione Francese (fine 1700).

h) Nel 1800-1900 si stipularono vari concordati fra stati e Santa Sede, che permisero ancora ingerenze statali nelle nomine dei vescovi (si richiedeva infatti almeno il gradimento statale del vescovo eletto, oppure la scelta da parte dello stato su una terna di nomi, ...). Alcuni stati intervennero anche nella elezione del vescovo di Roma. Il culmine fu raggiunto nel 1904 col veto posto dall’Austria all’elezione a papa del card. Rampolla, veto che portò all’elezione di Pio X, il quale però, con un suo decreto, eliminò (speriamo per sempre) ogni ingerenza degli stati nell’elezione del papa.

i) Il Concilio Vaticano II invitò i capi di stato cattolici (erano solo più Spagna e Portogallo) a rinunciare spontaneamente ai diritti e privilegi che avevano in relazione alla nomina dei vescovi e fece voti che in futuro non fossero più concessi (Decreto sull’Ufficio Pastorale dei Vescovi n. 20 del 28.X.1965).

Oggi ci sono pressioni perché il vescovo torni ad essere eletto dai cristiani, come già si faceva in antico. Tuttavia, data l'attuale confusione su chi è cristiano e chi non lo è (basta essere battezzati da piccoli per essere cristiani?), questa proposta sembra per ora irrealizzabile.


Un'evoluzione analoga all'elezione dei vescovi si è avuta nei modi per scegliere i preti da ordinare. Col tempo è prevalsa la consuetudine di affidare al vescovo e ai suoi collaboratori il totale controllo sulla formazione e sull'elezione dei preti. Tuttavia il popolo cristiano in molte occasioni è stato chiamato ad esprimere il proprio consenso (applausi) oppure la propria eventuale opposizione all'ordinazione.



19/04/2010 23.37
 
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L' interpretazione
del "vangelo" di Gesù
L'INFALLIBILITA'




In questo capitolo vedremo:
1. I problemi
2. La risposta
3. La Chiesa è infallibile
4. L'infallibilità nella Chiesa
a) il Concilio Ecumenico
b) il Papa
5. Il cristiano e l'infallibilità
6. I dogmi ed il magistero ecclesiastico



1. I problemi

Il cristiano deve seguire l'insegnamento di Gesù.

Ma, tenuto conto che

- Gesù ha parlato in ebraico/aramaico e per i suoi contemporanei ebrei,

- il Nuovo Testamento è giunto a noi scritto in greco: dunque c'è stata una traduzione,

- ogni testo scritto va interpretato,

si sono posti assai presto nella Chiesa due problemi:

* come stabilire il senso esatto dell'insegnamento di Gesù?

* come attuare il suo insegnamento in caso di situazioni nuove?

Equivalentemente: chi ha l'autorità di interpretare in modo sicuro il pensiero di Gesù? Facciamo due esempi:

1) Dice Gesù: "Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, [...] non può essere mio discepolo" (Lc 14, 26).

Come intendere questa frase? alla lettera?

2) Che cosa insegna Gesù a proposito delle pillole anticoncezionali? Resta difficile trovare nel Nuovo Testamento una risposta a questo problema, dato che non esisteva ai tempi di Gesù e degli apostoli!


2. La risposta

Per rispondere a questi delicati problemi procediamo per gradi.

a) La testimonianza dei primi cristiani

Se vogliamo conoscere oggi il pensiero di Gesù di Nazareth, non possiamo rivolgerci direttamente a Lui, poiché non possediamo documenti scritti da Lui; dobbiamo allora rivolgerci a coloro che furono vicini a Lui e che divennero i fondatori del Cristianesimo: gli apostoli.

Molti di essi però hanno preferito raccontare a voce i fatti e i detti di Gesù, anziché scriverli.

Coloro che hanno ascoltato gli apostoli ed hanno creduto alla loro parola sono diventati cristiani e, pur non avendo conosciuto Gesù, si sono messi a loro volta a predicare ad altri il suo vangelo, così come essi stessi lo avevano imparato dagli apostoli.

Si è creata in questo modo una tradizione orale su Gesù, tradizione che si è sviluppata nell’arco di almeno venti anni.

Alla radice di questa tradizione c’era comunque l’insegnamento degli apostoli, in grado di intervenire, a voce o per scritto, per correggere eventuali deviazioni, rettificare errate interpretazioni, completare insegnamenti lacunosi (così infatti è successo più volte a Pietro e a Paolo).

Questa tradizione è comunemente chiamata «costitutiva», in quanto è l’unica sostanziale fonte delle nostre conoscenze su Gesù e finisce con la morte dell’ultimo apostolo. Dopo tale data infatti non può più essere accolta nessuna affermazione «nuova» su Gesù, in quanto non potrebbe più esserne controllata la veridicità.
Inizia il tempo della tradizione «conservativa» (orale o scritta) che può soltanto tramandare l’insegnamento di e su Gesù.

Siccome c'era il rischio che la tradizione orale si alterasse, sorse la necessità di metterla per scritto.

Furono perciò prodotti e cominciarono a circolare nelle comunità cristiane vari scritti,

- o di apostoli che erano stati con Gesù fin dall’inizio della sua attività,

- o di Paolo che si era convertito dopo la morte di Gesù e che confermava di averlo visto risorto,

- o di discepoli che avevano raccolto direttamente l’insegnamento orale di qualche apostolo.

La necessità di mettere per scritto le tradizioni su Gesù nasceva anche dal fatto che la fine del mondo, che qualche cristiano attendeva come imminente, in realtà non veniva e intanto gli apostoli cominciavano a morire.

Poiché questi scritti sorsero in comunità cristiane che avevano udito gli apostoli, sarebbero stati rifiutati, se il loro discorso fosse stato diverso dall'insegnamento apostolico. Così è successo per almeno una lettera falsamente attribuita a Paolo (cfr. 2 Tess 2,1), per tutti i vangeli dichiarati «apocrifi», per la Didaché, ecc.

Furono dunque le comunità cristiane a giudicare quali fossero i libri da accettare come vincolanti per la fede e lo fecero in base alla conformità di essi con la tradizione orale apostolica: il Nuovo Testamento.

La fede cristiana perciò non potè fondarsi sul Nuovo Testamento, ma sulla Tradizione (di cui il Nuovo Testamento era certamente una parte):

- sia perché, almeno da vent'anni, il Cristianesimo c'era già, senza che ci fossero i libri che poi formeranno il Nuovo Testamento;

- sia perché non era scritto nella Bibbia quali fossero i libri della Bibbia.


Conclusione

I libri del N.T. contengono la genuina tradizione apostolica su Gesù. Ma questo si può accettare ciò solo se si dà fiducia alla Chiesa del I-II secolo, che abbia selezionato bene questi libri e li abbia garantiti e tramandati lungo i secoli.

(Chi non accetta questo non riuscirà ad arrivare a conoscere con sicurezza i fatti e i detti di Gesù).


b) La testimonianza degli apostoli su Gesù

Leggendo ora i documenti del Nuovo Testamento, si vede che il punto fondamentale che gli apostoli hanno tramandato su Gesù è che egli è risorto.

Però, per gli apostoli, la risurrezione di Gesù non è solo importante come fatto realmente successo, ma anche come garanzia che Gesù stesso ha dato per essere creduto quando diceva

- di essere Figlio di Dio;

- di portare la parola di Dio (verità): cfr. Mt 12,38-40; 16,4; Lc 11,29-32; Gv 2,18-22; At 2,36; 10,36-43; Rom 10,9-10 (riprende un’idea di Deut 18,18-22: "Dio susciterà un profeta come Mosè").

Atto di fede negli apostoli è essenzialmente accogliere questa testimonianza.

Chi sceglie di dar fiducia agli apostoli che trasmettono il fatto eccezionale della risurrezione di Gesù non ha più difficoltà a fidarsi di loro per tutto quanto raccontano su Gesù.

E perciò accetta che gli apostoli abbiano

1. tramandato in modo sostanzialmente fedele i fatti e i detti di Gesù;

2. interpretato correttamente il senso delle sue parole (anche nell’adattarle alle esigenze delle varie comunità in cui le hanno predicate);

3. fatto su Gesù un discorso vero, quando dissero che parlava a nome di Dio (profeta) e quindi portava la verità di Dio.

Ciò vale anche per Paolo, in quanto le comunità del I-II secolo hanno accettato i suoi scritti al pari di quelli degli altri apostoli (cfr. 2 Pt 3,15-16).

È abbastanza frequente oggi, soprattutto negli ambienti ebraici, sentir dire che Gesù era un rabbino che ha operato ed insegnato all'interno dell'ebraismo e che è stato Paolo ad alterare il suo messaggio, presentando un Cristianesimo diverso da quello di Gesù.

A chi afferma questo è necessario fare i complimenti: per poter dire che Paolo ha alterato il messaggio di Gesù, egli deve conoscere il messaggio di Gesù! Ma da quali documenti? I vangeli non sono certo stati scritti da Gesù!

Gesù non ha scritto nulla che ci sia giunto e perciò il suo messaggio lo conosciamo solo da quelle comunità che hanno accettato come fondamentale per il Cristianesimo anche l’insegnamento di Paolo: evidentemente l'hanno visto come omogeneo all'insegnamento di Gesù. Il sospetto che queste comunità non abbiano capito le differenze fra i due messaggi ne farebbe sorgere legittimamente un altro, che cioè non abbiano neanche capito quello di Gesù.



c) Le risposte del Nuovo Testamento

Alla domanda: Chi ha autorità di interpretare in modo sicuro il pensiero di Gesù? il Nuovo Testamento risponde:

1. Lo Spirito Santo

Interprete autorevole del pensiero di Gesù è lo Spirito Santo, dato da Gesù risorto ai discepoli, cioè alla Chiesa.

Documentazione

q «Io pregherò il Padre che vi darà un altro Paràclito (difensore), affinché (sia) con voi nei secoli, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede né lo conosce. Voi lo conoscete, perché rimane presso di voi e sarà in voi... il difensore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel nome mio, egli vi insegnerà tutto e vi farà ricordare tutte le cose che io dissi a voi» (Gv 14,16-26).

q «Quando sarà venuto Lui, lo Spirito della verità, vi guiderà verso tutta la verità; infatti non parlerà da se stesso, ma dirà (lett. parlerà) quanto ascolta e vi annuncerà le cose a venire» (Gv 16,13).


2. La coscienza del cristiano

Lo Spirito Santo opera anzitutto attraverso la coscienza del cristiano. Il cristiano infatti ha ricevuto lo Spirito di Gesù e perciò in generale sa come attuare concretamente il pensiero di Gesù nella sua vita.

Documentazione

q Pietro a loro: «Cambiate mentalità e sia battezzato ciascuno di voi nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati e riceverete il dono del Santo Spirito» (Atti 2,38-39).

q Avendo udito allora gli apostoli che erano in Gerusalemme che la Samaria aveva accolto la parola del Dio, mandarono a loro Pietro e Giovanni, i quali, arrivati, pregarono per loro perché ricevessero Spirito Santo; infatti non era ancora disceso su nessuno di essi, ma soltanto erano stati battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano le mani su di essi e ricevevano Spirito Santo (Atti 8,14-17).

q Voi però non siete ne(lla) carne ma ne(llo) spirito, se veramente (lo) Spirito di Dio abita in voi. Se poi qualcuno non ha (lo) Spirito di Cristo, questo non è di lui. Se invece Cristo (è) in voi, il corpo (è) morto a causa de(l) peccato, mentre lo Spirito (è) vita per giustificazione.

Se poi lo Spirito di colui che risuscitò Gesù da morti abita in voi, colui che risuscitò Cristo da morti vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito inabitante in voi (Rom 8,9-11).


3. Gli apostoli - Pietro - la Chiesa

La coscienza però non è la norma ultima per interpretare con sicurezza il pensiero di Gesù. Essa infatti può avere dei dubbi nel realizzarlo concretamente (cfr. Rom 14, 23: "Chi è incerto,...").

Tale autorità invece Gesù l'ha data:


a) agli apostoli

Essi erano la fonte autentica per interpretare l'insegnamento di Gesù. Egli infatti aveva detto loro:

q «Chi riceve voi riceve me e chi riceve me riceve Colui che mi ha mandato» (Mt 10,40).

q «Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi, disprezza me; chi poi disprezza me, disprezza Colui che mi ha mandato» (Lc 10,16).

q (Disse Gesù): «Io ho comunicato loro la tua parola e il mondo li ha odiati... Santificali per la verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato nel mondo me, anch'io ha mandato nel mondo loro: E per essi io santifico me stesso, affinché essi pure siano santificati per la verità» (Gv 17,14-19).

Inoltre gli apostoli affermano di agire con l’autorità dello Spirito Santo nel decidere per es. la non necessità della circoncisione (At 15,28).


b) a Pietro

Secondo le parole di Gesù, gli apostoli avevano bisogno di essere confermati nella fede. Questa funzione Gesù l`ha data a Pietro:

q (Disse Gesù a Pietro): «Io a te dico che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell'ade non prevarranno contro di lei. Darò a te le chiavi del regno dei cieli e ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,18-19).

Secondo la mentalità ebraica, «legare» e «sciogliere» vuol dire valutare se una determinata azione cade o no sotto la legge. Cfr. Gv 5,18: "Gesù scioglieva il sabato".

Comunemente gli ebrei riconoscevano questa prerogativa di «legare e sciogliere» ai loro rabbini.

Secondo alcuni esegeti è anche il potere di assolvere o no i peccati, ma questo è meno documentabile.

q «Simone, Simone, ecco il satana cercò di vagliarvi come grano; io pregai per te affinché non venga meno la tua fede; e tu una volta convertito conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,31-32).

Si ritiene che i «fratelli» siano gli altri apostoli.

Quando dunque ebbero mangiato dice a Simon Pietro Gesù: «Simone di Giovanni mi ami più di questi?». Dice a lui: «Certamente, Signore, tu sai che ti voglio bene». Dice a lui: «Pasci i miei agnellini». Dice a lui nuovamente una seconda volta: «Simone di Giovanni mi ami?». Dice a lui: «Certamente, Signore, tu sai che ti voglio bene». Dice a lui: «Pasci le mie pecorelle». Dice a lui per la terza volta: «Mi vuoi bene?». E disse a lui: «Signore, tutto tu sai, tu conosci che ti voglio bene». Dice a lui Gesù: «Pasci le mie pecorelle» (Gv 21,15-17).

«Agnellini» e «pecorelle» si ritiene che significhino gli altri apostoli o/e tutti i fedeli.


Ma, dopo la morte degli apostoli, a chi riferirsi per avere un'interpretazione autentica?


c) ai discepoli, cioè alla Chiesa

Il Nuovo Testamento riconosce l'autorità di interpretare infallibilmente il pensiero di Gesù alla Chiesa, cioè all'insieme dei discepoli di Gesù.

Documentazione

- Parole dette da Gesù

q «Amen dico a voi: quanto legherete sulla terra sarà legato in cielo e quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto in cielo» (Mt 18,18).

È il potere dato ai discepoli di Gesù (la Chiesa) di interpretare la legge cristiana, parallelo a quello dato a Pietro in Mt 16,19.

q «Io pregherò il Padre che vi darà un altro Paràclito (difensore), affinché (sia) con voi nei secoli, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere perché non lo vede né lo conosce. Voi lo conoscete, perché rimane presso di voi e sarà in voi... il difensore, lo Spirito santo che il Padre manderà nel nome mio, egli vi insegnerà tutto e vi farà ricordare tutte le cose che io dissi a voi» (Gv 14,16-26).

q «Quando sarà venuto Lui, lo Spirito della verità, vi guiderà verso tutta la verità; infatti non parlerà da se stesso, ma dirà (lett. parlerà) quanto ascolta e vi annuncerà le cose a venire» (Gv 16, 13).

- Parole dette dagli apostoli

* Paolo

q «...la casa di Dio, che è (la) Chiesa (= assemblea) di Dio vivente, colonna e fondamento della verità» (1 Tim 3,15).

q «Sapete quali istruzioni abbiamo dato a voi da parte del Signore Gesù... Pertanto chi disprezza (questi precetti) non disprezza un uomo, ma il Dio che ha anche donato a voi il suo Spirito santo» (1 Tess 4,2-8).

* Giovanni

q «Quanto a voi, l’unzione che avete ricevuto da lui (= Gesù) rimane in voi e non avete necessità che qualcuno insegni a voi; ma come la sua unzione insegna a voi riguardo a tutte le cose, ed è vera e non è menzognera, e come insegnò a voi, così rimanete in lui» (1 Gv 2,27).

q «... per la verità che rimane in noi (= i cristiani) e sarà con noi in eterno» (2 Gv 2).



3. La Chiesa è infallibile

Da questi testi del Nuovo Testamento deriva che lo Spirito di verità, che è lo Spirito di Gesù, è costantemente presente nei discepoli di Gesù e li assiste in modo che essi non errino nell’interpretare quanto Gesù ha insegnato ed è contenuto nella tradizione orale e scritta: questa è l’infallibilità della Chiesa.

NB. L'affermazione che "la Chiesa è infallibile" stupisce i non cristiani. Infatti, se la Chiesa è l'insieme di tutti i cristiani, come può la somma di tante persone, ognuna delle quali fallibile, dare origine ad un organismo infallibile? La somma è della stessa natura degli addendi!

La risposta si può dare solo alla luce della fede: Gesù ha garantito che nella Chiesa è presente il suo Spirito che guida la Chiesa verso tutta la verità.

La Chiesa qui non è più vista nella sua realtà sociologica, (= l'insieme dei cristiani), ma nel suo mistero: la presenza nel tempo dello Spirito di Gesù.

Ecco perché vale il principio teologico: "La Chiesa ha i poteri che agendo dimostra di avere"!

L’infallibilità è il servizio (a volte si dice "potere") di interpretare con sicurezza il senso delle affermazioni di Gesù e degli apostoli in relazione alla vita del cristiano. Riguarda perciò solo la fede e la morale.


Documentazione Patristica

L'infallibilità-inerranza della Chiesa fu riconosciuta, fra gli altri, da

1. Melitone di Sardi, verso la metà del II sec.:

«La Chiesa è deposito della verità» (Omelia per la Pasqua, 40).

2. Ireneo di Lione, verso il 170:

- «Ricevuto il messaggio e la fede, la Chiesa lo custodisce (...) e proclama, insegna e trasmette la verità» (Adversus hæreses, l. 1, 10,2).

- «Questa (fede) l’abbiamo ricevuta dalla Chiesa e la custodiamo: essa, per opera dello Spirito di Dio, come un deposito prezioso contenuto in un vaso di valore, ringiovanisce e fa ringiovanire anche il vaso che la contiene.

Alla Chiesa infatti è stato affidato il dono di Dio...; e in lei è stata deposta la comunione con Cristo, che è lo Spirito Santo, conferma della nostra fede... Dove è la Chiesa, lì è anche lo Spirito di Dio; dove è lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia. Lo Spirito poi è verità» (Adversus hæreses, l. 3, 24,1).

- «Dio giudicherà tutti coloro che sono al di fuori della verità, cioè fuori dalla Chiesa» (Adversus hæreses, l. 4, 33,7).

3. Cipriano di Cartagine, nel 251:

«La sposa di Cristo non sarà mai adultera... Lei ci conserva per Dio... Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre» (De Ecclesiae unitate, 6).

4. Origene, verso la metà del III sec.:

«La Sacra Scrittura afferma che tutta la Chiesa di Dio è il corpo di Cristo, animato dal Figlio di Dio (...); come l’anima vivifica e muove il corpo (...), così il Logos muove come si conviene ed anima l’intero corpo che è la Chiesa» (Contro Celso, VI, 48).

5. Tertulliano da Cartagine, nel III sec.:

«è vero che ogni dottrina (insegnamento) che sia in accordo con le Chiese fondate dagli apostoli, sorgenti della fede, è da considerare fondata sulla verità, poiché è la verità che conserva quanto le Chiese hanno ricevuto dagli apostoli, gli apostoli da Cristo, e Cristo da Dio (Padre); invece, ogni dottrina che contraddice la verità delle Chiese e degli apostoli e di Cristo e di Dio deve essere giudicata come proveniente dalla menzogna» (De præscriptione hæreticorum, 21).


Concretamente l'infallibilità della Chiesa è stata espressa in modo felice da Vincenzo di Lérins (430 circa), mediante il seguente principio tradizionale:

«È norma di fede ciò che è stato creduto
- da tutti,
- dovunque
- sempre».

E in caso di controversia, cioè quando le Chiese siano divise?


4. L'infallibilità nella Chiesa

I cristiani (= la Chiesa, che è infallibile) hanno (sempre e dovunque ) riconosciuto come infallibili

- il vescovo di Roma in quanto successore di Pietro,

- il Concilio Ecumenico, cioè l'insieme dei vescovi riuniti, in quanto successori degli apostoli.



Sviluppiamo queste idee.

a) L'infallibilità del Concilio e del Papa

Come si è visto, Gesù ha dato l'infallibilità agli Apostoli e a Pietro.

La Chiesa, infallibile, ha sempre e dovunque interpretato che quelle frasi di Gesù vadano applicate anche

- ai successori di Pietro, cioè i vescovi di Roma (papi);

- ai successori degli apostoli, cioè i vescovi riuniti nel Concilio Ecumenico.







Su questo punto non sono d’accordo i Protestanti ed in parte anche gli Ortodossi.

- Per i Protestanti la fede si fonda sulla "sola Scrittura" e nella sacra Scrittura non è scritto che i testi citati a favore dell’infallibilità di Pietro e degli apostoli si possano estendere al Papa ed al Concilio Ecumenico.

- Per gli Ortodossi è infallibile il Concilio Ecumenico, ma non il papa, vescovo di Roma. Quantunque in antico essi accettassero l'infallibilità del papa (almeno fino al tempo del patriarca Fozio, sec. IX), dal sec. XI di fatto non l'accettarono più

.

Vediamo in dettaglio.

La Chiesa ha giudicato infallibili:

1. Il Collegio Episcopale (= Conc. Ecumenico)

La Chiesa ha sempre e dovunque riconosciuto che i vescovi riuniti insieme e sotto il primato del vescovo di Roma (successore di Pietro e primo dei vescovi) sono infallibili in quanto successori degli apostoli e portavoci della fede di tutta la Chiesa: Concilio Ecumenico.

Le prove di questa affermazione si ricavano dalla storia dei Concili Ecumenici. Solo piccoli gruppi di cristiani hanno rifiutato di riconoscere come infallibili alcune loro decisioni.

2. Il vescovo di Roma

Potrebbe darsi il caso (e storicamente si è dato) che intere comunità, magari con i loro vescovi, diano interpretazioni divergenti su qualche punto della fede cristiana.

Per esempio nel sec. XVI le Chiese di Germania, con Lutero e molti vescovi, davano dei cap. 5-8 della lettera ai Romani interpretazioni opposte rispetto alle chiese italiane.

In questi casi chi ha ragione? Il cristiano chi deve seguire, dato che l’unanimità (= tutti, dovunque e sempre!) non c’è più?

Siccome è difficile riunire un Concilio Ecumenico, ecco allora l’utilità o la necessità dell’infallibilità del papa.

La Chiesa ha infatti sempre e dovunque riconosciuto che il vescovo di Roma è infallibile, in quanto successore di Pietro e portavoce della fede di tutta la Chiesa.

Le prove storiche di questa affermazione sono molte, almeno fino al sec. XI. Poi, con la divisione fra Roma e Costantinopoli (1054), l’affermazione venne contestata in Oriente.

Basta citare, tra i tanti, i seguenti pochi dati:

- Verso il 96, Clemente, vescovo di Roma, interviene nelle questioni interne alla Chiesa di Corinto, senza che nessuno metta in discussione il suo diritto di farlo.

- La presidenza dei primi Concili Ecumenici (IV-V sec.), anche se tenuti in Oriente, è stata affidata al vescovo di Roma, che la esercitava attraverso suoi delegati.

- Al concilio di Calcedonia, un sobborgo di Costantinopoli, (anno 451), dopo la lettura del tomo a Flaviano di papa Leone Magno, i vescovi applaudirono dicendo: «Questa è la fede dei Padri. Pietro ha parlato per bocca di Leone».


Il Concilio Vaticano I il 18.7.1870 ha sintetizzato così la fede tradizionale:

«Il romano pontefice, quando parla "ex cathedra", cioè quando, adempiendo il suo compito di pastore e dottore di tutti i cristiani in base alla sua suprema autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la fede o la morale che tutta la Chiesa deve ritenere, per l’assistenza divina a lui promessa nel beato Pietro, gode di quella infallibilità, di cui il divino Redentore ha voluto dotare la sua Chiesa nel definire una dottrina riguardante la fede o la morale.

Perciò le definizioni dello stesso romano pontefice sono irreformabili di per sé e non per il consenso della Chiesa.

Se qualcuno osa contraddire questa definizione sia scomunicato».

Riflessioni su questa definizione:

a) Il vescovo di Roma ha la stessa infallibilità che ha la Chiesa.

b) Fondamento: il papa non è infallibile perché l’ha detto egli stesso (sarebbe un circolo vizioso!) e neppure perché gli ha dato l’infallibilità il Concilio Ecumenico, ma perché la Chiesa gliel’ha sempre riconosciuta (compresa la Chiesa di Costantinopoli, almeno fino ai tempi di Fozio - sec. IX).

c) L’infallibilità del papa è funzionale, cioè non legata alla persona, ma alla funzione-servizio che il vescovo della Chiesa di Roma svolge nei confronti della comunione di tutte le Chiese.

d) L'importanza del vescovo di Roma è dovuta al fatto che egli è il successore dell’apostolo Pietro, al quale Gesù ha garantito che non andrà fuori strada nella fede (cfr. Lc 22,31-32; Mt 16,16-19; Gv 21,15-17). La fede della Chiesa di Roma (che si esprime attraverso il suo vescovo) è dunque il metro su cui misurare la fede di tutte le altre Chiese.

L'importanza del vescovo di Roma non viene dal fatto di essere stata Roma la capitale dell'impero, ma dalla presenza di Pietro 1, anche se è logico che Pietro, per diffondere meglio la fede abbia scelto le città più grandi dell'impero, come Antiochia e Roma.

e) Le decisioni del papa sono irreformabili di per sé e non per il consenso della Chiesa, perché c’è bisogno dell’infallibilità del papa soprattutto quando la Chiesa è divisa nell’interpretare qualche punto della fede.



b) I limiti all'infallibilità del Concilio ecumenico e del vescovo di Roma

La Chiesa ha messo alcune limitazioni nell'esercizio dell'infallibilità:

1. Per il Concilio

- deve essere "ecumenico", cioè universale (tutti i vescovi devono essere stati invitati);

- può definire solo verità che riguardino la fede o la morale, non la storia, le scienze,...;

‑ deve dire espressamente, in modo inequivoca-bile, che intende vincolare la fede di tutti i cristiani (la formula usata spesse volte è «anátema sit» = "sia scomunicato", ma possono essere usate formule equivalenti);

- deve procedere all’unanimità (o a stragrande maggioranza 2);

- deve essere in armonia col vescovo di Roma.

2. Per il vescovo di Roma

Come per il Concilio Ecumenico, la Chiesa ha messo alcune limitazioni nell’esercizio della sua infallibilità:

- può definire solo verità che riguardano la fede o la morale (questo è detto anche nella definizione del Concilio Vaticano I);

- deve dire espressamente, in modo inequivocabile, che intende vincolare la fede di tutti i cristiani.


c) Precisazioni

1. Sull'infallibilità in generale

a) Il cristiano ha il dovere di essere, nella sua vita, in armonia con Gesù Cristo.

Il Magistero nella Chiesa e, in particolare, il vescovo di Roma o il Concilio sono strumenti che lo aiutano a scoprire qual è il genuino insegnamento cristiano in tante situazioni, anche nuove, che la vita (Provvidenza?) presenta. Non possono sostituirsi a lui nella decisione da prendere.

b) Occorre notare che, quando il vescovo di Roma o il Concilio ecumenico fanno una affermazione che riguarda la fede o la morale,

- o intendono usare la loro infallibilità (ma lo devono dire espressamente);

- o non intendono usarla.

Nel primo caso quell'affermazione deve essere da tutti i cristiani riconosciuta come verità e quindi vincolante in coscienza.

Nel secondo invece, il cristiano non è vincolato (a meno che citino affermazioni già precedentemente definite come infallibili da Concili Ecumenici o da papi).

In questi casi, se un cristiano ha delle valide ragioni per dissentire, può farlo (mantenendo però sempre il rispetto dovuto all'autorità), a suo rischio di andare contro Gesù Cristo.

Se invece è nel dubbio, ma segue quanto dice l'Autorità, presumibilmente non va contro gli insegnamenti di Gesù Cristo. C'è infatti da presumere che, prima di pronunciarsi, l'Autorità abbia indagatato a fondo per scoprire qual è la genuina tradizione cristiana.

c) Occorre notare che tra infallibilità e non-infallibilità, non esiste una mezza infallibilità (= l'Autorità non è infallibile, ma è come se lo fosse!).

d) È importante precisare che le definizioni conciliari o pontificie non creano nuove verità di fede, ma le riconoscono come tali, soprattutto quando vengono negate da qualcuno.

La Chiesa infatti non ha una dottrina propria, ma conserva quella di Gesù.


2. Sull'infallibilità del vescovo di Roma

a) A volte si sente fare questa obiezione: "E se un papa impazzisse e definisse infallibilmente come verità di fede un'affermazione che la Chiesa non ha mai creduto?".

La risposta può venire solo da un atto di fede: lo Spirito Santo (e solo lui!) garantisce che questo non avverrà mai, cioè non è possibile che ci sia contraddizione fra papa e Chiesa.

Parallelamente non è possibile che ci sia contraddizione fra un papa e un altro, o fra un papa e un Concilio Ecumenico, o fra un Concilio Ecumenico ed un altro, quando si tratta di definizioni infallibili... lo Spirito Santo non va in vacanza!

b) Quando si dice che il papa è infallibile, non si intende dire che è impeccabile (= non può peccare): il papa può peccare come qualsiasi altro cristiano.

c) Occorre distinguere tra infallibilità e primato del vescovo di Roma.

Primato significa che il vescovo di Roma, in quanto successore di Pietro (che nella prima comunità aveva una funzione di capo degli apostoli), è il primo dei vescovi, il capo del collegio episcopale, il presidente naturale del concilio ecumenico, colui che ha la responsabilità della comunione fra tutte le Chiese (ciò era accettato anche dagli ortodossi - cfr. la questione storica di Fozio e di Cerulario).

Giovanni Paolo II, nell'enciclica Ut unum sint del 25.05.1995, si è detto disposto a rivedere il modo di intendere il primato: "Sono convinto di avere a questo riguardo una responsabilità particolare, soprattutto nel constatare l’aspirazione ecumenica della maggior parte delle Comunità cristiane e ascoltando la domanda che mi è rivolta di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova" (n. 95).

d) Primato non vuol dire però che il papa sia il "capo della Chiesa cattolica" o una sorta di "supervescovo".

Per la propria diocesi, capo nella Chiesa è ogni vescovo.

Il Concilio Vaticano II infatti ha insegnato che «l’episcopato è sacramento» (cfr. Lumen Gentium, n. 21).

Ciò significa che il vescovo riceve l' autorità da Gesù Cristo, di cui è vicario, non dal papa (che pure in Occidente nomina i vescovi) e celebra i sacramenti a nome proprio, non a nome del papa.

Due citazioni "romane" confermano questa idea:

* l'iscrizione della basilica di S. Sabina in Roma (V sec.).

Sopra l'ingresso vi è un mosaico di dedica della basilica. Il testo latino è in oro su sfondo azzurro e dice testualmente:

"Quando Celestino aveva il sommo grado apostolico e rifulgeva nel mondo intero come il primo dei vescovi, questa (Chiesa) che tu contempli costruì un prete dell'Urbe (Roma) (nato) da stirpe Illiria, Pietro, uomo degno di tanto nome, (perché) dalla nascita nutrito nell'aula di Cristo, ricco per i poveri, povero per se stesso, che, fuggendo dai beni della vita presente, meritò di sperare (di ricevere) la futura".

* lettera di papa Gregorio Magno (590 - 604), in risposta ad una lettera di Eulogio, patriarca di Alessandria d'Egitto.

«Gregorio ad Eulogio, vescovo di Alessandria.

La santità vostra, a me molto cara, ha parlato molto diffusamente nelle sue lettere della cattedra di san Pietro, dicendo che quell’apostolo in persona siede ora su di essa fino a che avrà dei successori. A dire il vero, io riconosco la mia indegnità non solo nell’onore dei capi, ma anche nel numero dei fedeli: tuttavia, ho accettato di buon grado tutto ciò che è stato detto in rapporto alle affermazioni sulla cattedra di Pietro fatte da colui che detiene la cattedra di Pietro.

E per quanto gli onori distintivi non mi entusiasmino affatto, mi sono tuttavia molto rallegrato perché voi, o santissimi, avete dato a voi stessi ciò che avete speso per me.

Chi mai non sa che la santa Chiesa è stata resa stabile sulla solidità del capo degli apostoli, che ricevette nel nome la fermezza dell’animo, tant’è vero che Pietro trae il suo nome da "pietra"? A chi la voce della Verità dice: "Ti darò le chiavi del Regno dei cieli"? A chi dice ancora: "E tu, una volta che avrai mutato d’animo, da’ forza ai tuoi fratelli" e, poi, di nuovo: "Simone di Giovanni, mi ami? Pasci le mie pecore"?

Pertanto, anche se gli apostoli sono molti, proprio in virtù di quel primato spiccò per autorità la sola sede del capo degli apostoli, che, in tre luoghi (cioè Roma, Alessandria e Antiochia - nota nostra), è di una sola persona. Egli glorificò la sede, ove accettò di fermarsi per sempre e di terminare la vita terrena; egli diede prestigio alla sede, ove inviò il suo discepolo evangelista; egli diede stabilità alla sede, ove sedette per sette anni, anche se avrebbe poi dovuto allontanarsene. Poiché, dunque, una sola e di un solo apostolo è la sede a capo della quale, per l’autorità divina, siedono ora tre vescovi, tutto il bene che sento dire di voi, lo ascrivo a me».

e) Il Concilio Vaticano II ha parlato inoltre di collegialità dei vescovi: ciò vuol dire che i vescovi, uniti al vescovo di Roma, oltre che la responsabilità sulla loro diocesi, hanno anche una corresponsabilità ed un certo controllo sulle altre Chiese (Lumen Gentium, n. 20-23).





5. Il cristiano e l'infallibilità

In concreto, come fa il cristiano a sapere se una certa affermazione riguardante la fede cristiana è vera?

La Tradizione cristiana risponde:

un'affermazione riguardante la fede cristiana è sicuramente vera se

- o è scritta inequivocabilmente nel N.T. (con unanimità di interpretazione da parte della Chiesa);

- o è stata creduta come verità di fede da tutti, dovunque e sempre (il "sensus Ecclesiae" = il sentire cristiano);

- o è stata definita infallibilmente da un vescovo di Roma o da un Concilio ecumenico.

Al di fuori di questi casi, il cattolico può personalmente accettare come verità di fede anche altre affermazioni contenute nella tradizione, ma non ha il diritto di imporle come tali ad altri o di giudicare come eretico (scomunica) chi non la pensa come lui 1.





6. I dogmi e il magistero ecclesiastico

a) Si chiama dogma una verità della fede cristiana che tutti i cristiani devono ritenere.

La negazione di essa costituisce una eresia (v. p. 173) e pone fuori della Chiesa.

I dogmi possono essere di due tipi:

- definiti: quando c'è stato un pronunciamento infallibile di un papa o di un concilio ecumenico (es. la divinità di Gesù, che fu definita dal concilio di Nicea del 325).

Una verità cristiana, importante per la fede, diventa dogma definito quando qualche gruppo di cristiani la nega, facendo nascere una spaccatura nella Chiesa. In tal caso l'Autorità (papa o concilio ecumenico) interviene a definire infallibilmente.

- non definiti: quando si tratta di verità pacificamente credute da tutti, dovunque e sempre (es. la risurrezione di Gesù è un dogma che non è mai stato definito, perché non è mai stato messo in discussione da cristiani).

Occorre notare che non tutte le affermazioni che si insegnano al catechismo sono dogmi di fede. Ci sono anche punti che è possibile credere come verità, senza che la loro negazione costituisca un'eresia ed escluda dall'appartenenza alla Chiesa (es. le apparizioni di Lourdes, il limbo dei bambini,...).

b) Si intende per magistero ecclesiastico l'insegnamento pubblico dato dai vescovi.

Si distingue in

- magistero ordinario: è l'insegnamento comunemente trasmesso attraverso la predicazione dei vescovi;

- magistero straordinario: è l'insegnamento dato solennemente attraverso una definizione dogmatica di un Concilio ecumenico o di un vescovo di Roma.

Come il cristiano deve valutare tale insegnamento?

Lo specchietto che segue, servirà a chiarire meglio le idee:
19/04/2010 23.39
 
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La BIBBIA
Parola di DIO



In questo capitolo vedremo:
l'opera della Chiesa
1. nella fissazione del canone della Bibbia
2. nella trasmissione del testo (copie)
3. nel valutare la Bibbia come parola di Dio
4. nell'interpretarla infallibilmente

In appendice:
"Il" metodo di leggere la Bibbia
Sintetizzeremo idee già espresse altrove e poi diremo perché la Bibbia è parola di Dio.



1. Il canone dei libri cristiani ufficiali

Abbiamo già notato (v. pag. 41-46) che nel I-II secolo circolavano nelle comunità cristiane parecchi libri di apostoli, di discepoli degli apostoli o falsamente attribuiti agli apostoli (apocrifi).

Nelle discussioni teologiche che sorsero c’era incertezza su quali libri ritenere veramente vincolanti.

Si sentì allora la necessità di stabilire un elenco di libri «ufficiali» in cui ritrovare il genuino pensiero cristiano.

Fu essenziale l’apporto ed il controllo delle Chiese che giudicarono quali fossero i libri da accettare come vincolanti per la fede.

I criteri usati per fare questa selezione furono i seguenti (v. pag. 48-51):

- ecclesialità: libri accettati da tutte le Chiese che li conoscevano;

- apostolicità: libri che avevano alle loro spalle, direttamente o indirettamente, un apostolo che ne garantiva l’autenticità;

- tradizionalità: libri che facevano su Gesù un discorso conforme alla predicazione orale degli apostoli.

In base a questi criteri vennero selezionati 27 libri, detti Nuovo Testamento.



2. La trasmissione del testo

La Chiesa è intervenuta anche a garantire la corretta trasmissione dei manoscritti che venivano copiati.

Così, con i manoscritti per ora in nostro possesso, siamo in grado di ricostruire il testo come era in uso agli inizi del III sec. o forse anche alla fine del II.

Si è visto che solo la Chiesa, per ora, può garantire la conformità del testo del III sec. col testo originale (atto di fiducia nella Chiesa - v. pag. 62).



3. La Bibbia, parola di Dio

(ispirazione)

La Chiesa, assistita dallo Spirito Santo e quindi infallibile, i concili ecumenici e i papi, anch’essi infallibili, hanno sempre riconosciuto come Parola di Dio, e quindi vincolante per la fede e la vita del cristiano, la Sacra Scrittura.

Ma qual è la Sacra Scrittura?

Secondo il Cattolicesimo solo la Chiesa può dire quali siano i libri sacri, cioè provenienti da Dio e vincolanti. Infatti non è scritto nella Bibbia quali siano i libri della Bibbia!

a) Per il Nuovo Testamento

La Chiesa ha riconosciuto come parola di Dio i 27 libri delle Scritture Cristiane detti "Nuovo Testamento", in cui, secondo essa, è contenuto l’autentico pensiero cristiano.

b) Per l'Antico Testamento

Quanto ai libri delle Scritture ebraiche (Antico Testamento), la Chiesa ha accettato che contengano la parola di Dio solo alla luce dell’interpretazione data ad essi da Gesù.

Per i cristiani l'Antico Testamento contiene una rivelazione «incompleta» e provvisoria e viene perciò letto come preparazione al N.T.

La Chiesa si è sempre comportata in modo libero nei confronti dell'Antico Testamento. Ha infatti lasciato cadere molte norme contenute in esso, come le norme di purità (l’aveva detto anche Gesù almeno riguardo ai cibi - Mc 7, 19), le norme liturgiche e sacrificali, molte norme giuridiche (es. la circoncisione o il divieto di farsi immagini, su cui Gesù non disse nulla, ...).


Documentazione del N.T.

NB. Offrire una documentazione biblica di queste affermazioni sarebbe un circolo vizioso: la Bibbia direbbe quali sono i libri della Bibbia!

Tuttavia si può presentare qualche documento che dice almeno qual è il modo di pensare di alcuni cristiani del I secolo:

- per l'Antico Testamento:
q «...Tutta la Scrittura (è) divinamente ispirata e utile per l’insegnamento, per convincere, per correggere, per formare alla giustizia, affinché l’uomo del Dio sia formato perfetto, pronto per ogni opera buona» (2 Tim 3,16).

q «... e abbiamo ben salda la parola profetica, alla quale voi fate bene ad attenervi, come a luce che splende in luogo oscuro, finché non splenda il giorno e non si levi nei vostri cuori la stella del mattino; questo sapendo in primo luogo che nessuna profezia può diventare di interpretazione propria: infatti non per volontà di uomo fu fatta una profezia, ma mossi da Spirito Santo uomini parlano da (parte di) Dio» (2 Pt 1,19-21).


- per le lettere di Paolo e le altre lettere:

«... e la magnanimità del Signore nostro ritenetela salvezza, come anche l’amato nostro fratello Paolo, secondo la sapienza data a lui, scrisse a voi, come anche in tutte le lettere, parlando in esse di queste cose; nelle quali vi sono alcune cose difficili da intendersi, che gli ignoranti e deboli stravolgono, come anche le altre Scritture, per la propria perdizione» (2 Pt 3, 15-16).

Le lettere di Paolo sono messe qui sullo stesso piano delle "altre scritture". Non abbiamo per gli altri libri del N.T. alcuna documentazione contenuta nel N.T. stesso.

Dire che i libri della Bibbia sono «ispirati», significa che le Chiese riconoscono che in essi è contenuto quanto Dio vuole rivelare all’umanità, non nel senso che Dio parli ebraico o greco, ma nel senso che il contenuto di essi corrisponde, in modo comprensibile dagli uomini, a quanto Dio ha voluto che i cristiani sapessero sul senso della vita umana e sul modo migliore per realizzarlo 1.





4. L'interpretazione della Bibbia

* La Bibbia è un messaggio di Dio, ma le parole attraverso cui si esprime sono parole umane, scritte secondo la mentalità e la cultura dell'autore umano.

Ora qualsiasi testo scritto, per essere rettamente capito, deve essere interpretato. E ciò è tanto più necessario per la Bibbia, se si tiene conto del fatto che essa è scritta in tempi, culture e lingue molto diverse dalle attuali.

Hanno senso perciò ulteriori domande:

a) Chi può interpretare autorevolmente la Bibbia?

b) Con quali criteri o metodi deve essere interpretata?

Ecco la ragione dell’argomento che segue!

* Come si è visto, è stata la Chiesa che ha stabilito quali sono i libri sacri. È perciò la Chiesa che fonda e giudica le Sacre Scritture e non viceversa.

Pensare diversamente vuol dire mettersi nell'impossibilità di stabilire quali siano le Sacre Scritture. Perché infatti il vangelo secondo Luca dovrebbe essere parola di Dio, mentre la Didaché (libro contemporaneo al vangelo secondo Luca e che pretende di contenere la dottrina dei Dodici Apostoli) no?

L’unica risposta che i cristiani possono dare è che la Chiesa di allora, guidata dallo Spirito di Gesù, così ha giudicato.

Dunque, secondo la testimonianza delle Chiese antiche (contestata però da Lutero nel 1500), la Sacra Scrittura non può da sola essere norma e fondamento della fede, in quanto essa, almeno per il Nuovo Testamento, è venuta dopo: la fede cristiana c’era già quando il Nuovo Testamento non c’era ancora. Si ricordi infatti che il Cristianesimo è sorto verso il 30 d. C., mentre il Nuovo Testamento sorse dal 51 al 100 circa!

* Ammesso il principio secondo cui è la Chiesa che, ispirata dallo Spirito santo, giudica la Scrittura, ne consegue che è sempre la Chiesa che ha il compito di interpretarla per stabilire che cosa veramente lo Spirito di Dio ha voluto far sapere ai cristiani (e attraverso loro all’umanità), perché vi si uniformino.



Documentazione

u Sant'Agostino di Ippona (†nel 430), nel suo Contra epistulam fundamenti, 5, scrive:

«Non crederei al vangelo se non mi spingesse l'autorità della Chiesa cattolica»

u Vincenzo di Lérins († prima del 450) ha sintetizzato il pensiero tradizionale dei cristiani in questo bel testo:

«La Sacra Scrittura, per la sua stessa sublimità, non viene interpretata da tutti nello stesso senso: uno ne spiega i detti in un modo, l’altro in un altro; sembra quasi di poterne dedurre: tanti uomini, tante sentenze... Ma per questo, per tante tortuosità di vario errore, è necessario che la linea interpretativa degli scritti profetici e apostolici sia guidata dalla norma del senso ecclesiale (sensus Ecclesiae) e cattolico (= universale). Nella stessa Chiesa cattolica dobbiamo curare con grande attenzione di attenerci a ciò che è stato creduto ovunque, sempre e da tutti: ciò infatti che è veramente e propriamente cattolico, per lo stesso significato e la stessa forza della parola, comprende universalmente tutto. Ma ciò avverrà solo se ci atterremo all’universalità, all’antichità e al consenso

Ci atteniamo all’universalità, se professiamo come vera solo la fede che tutta la Chiesa professa in tutto il mondo; ci atteniamo invece all’antichità, se non ci allontaniamo dalle concezioni che i nostri santi predecessori e padri hanno chiaramente professato; e ci atteniamo infine al consenso, se, all’interno delle dottrine antiche, seguiamo il parere di tutti, o almeno di quasi tutti, i vescovi e i maestri.

Che farà dunque il cristiano cattolico, se qualche piccola parte della Chiesa si stacca dall’universale comunione di fede? Che cosa, se non anteporre ad un membro appestato e corrotto la salute di tutto il corpo? E che farà, se qualche nuovo contagio cerca di invadere non solo una particella della Chiesa, ma tutta la Chiesa insieme? Anche allora avrà cura di attenersi alle dottrine antiche, che certo non possono venire sedotte da inganno di novità. Ma se anche in queste si scova l’errore di due o tre uomini, o addirittura di una città o di una provincia? Avrà allora cura di preporre alla presunzione o all’ignoranza di pochi le decisioni conciliari, se vi sono, della Chiesa universale.

Ma se si affaccia una dottrina su cui non si trova nulla di simile? Allora si metterà all’opera per consultare, esaminare e confrontare tra di loro le opinioni degli antichi e precisamente di coloro che, pur in tempi e luoghi diversi, costanti nella comunione e nella fede dell’unica Chiesa cattolica divennero, in materia, un’autorità. Tutto ciò che egli troverà essere stato sostenuto, scritto e difeso non da uno o da due soli, ma da tutti, nello stesso senso, chiaramente, con frequenza e continuità, sappia che anch’egli lo deve credere senza dubbio alcuno» (Commonitorio, 2-3).

* Dunque, alle due domande iniziali si risponde:

a) solo la Chiesa può interpretare autorevolmente la Bibbia. Infatti

- alla radice del N.T. c’è una lunga tradizione orale che lo precede;

- è la tradizione che ha scelto quali libri fossero «apostolici»;

- l'interpretazione del testo biblico data dagli antichi ha maggiori garanzie di verità, rispetto a tutte quelle che vennero dopo, sia per la maggior vicinanza al tempo come lingua e sia per la migliore conoscenza dell'ambiente in cui il testo fu prodotto.

E, come si è visto, la Chiesa si esprime

- o mediante una sostanziale unanimità dei fedeli,

- o mediante il Concilio Ecumenico,

- o mediante il vescovo di Roma.

Si noti però che la tradizione non ha peso uguale per tutti i punti della fede. Ci sono infatti interpretazioni di testi biblici da tutti sempre e dovunque accettate e queste sono vincolanti per il cristiano. Ci sono invece altre interpretazioni che, anche se comunemente sostenute da molti, non furono sostenute sempre e da tutti e inoltre le persone che dissentirono pubblicamente non furono mai condannate. Queste interpretazioni sono di libera discussione.




b) i criteri per interpretare la Bibbia sono stati fissati dalla Chiesa stessa.

La tradizione antica ci ha presentato due metodi per interpretare la Bibbia:

1) quello della scuola teologica di Antiochia di Siria: preferiva dare ai testi una interpretazione letterale, cercando il senso esatto delle parole usate dall’autore sacro (agiógrafo) e cercando di capire esattamente tutto quello che egli voleva comunicare;

2) quello della scuola teologica di Alessandria d’Egitto: preferiva invece una interpretazione simbolica, allegorica, basata sul principio secondo cui, trattandosi di parola di Dio, la Bibbia poteva avere significati molteplici, al di là delle intenzioni dello scrittore sacro.

Garanzia di non commettere errori in questa interpretazione allegorica è il sentire cristiano (il sensus Ecclesiae).



5. Sintesi

Lo specchietto che segue espone sinteticamente il percorso obbligato che deve fare il cristiano per arrivare a dire che la Bibbia (e in particolare il N.T.) è parola di Dio:

1. l'atto di fiducia nella Chiesa antica ed attuale porta a dire che i libri del Nuovo Testamento sono libri antichi e ufficiali;

NB. Qui la Chiesa è vista come una società umana, cioè una realtà formata da uomini che si danno i loro statuti per poter operare in modo ordinato.

2. l'atto di fiducia nella Chiesa del I/II sec. porta a dire che sono libri apostolici (sono stati prodotti direttamente o indirettamente dagli apostoli);

3. l'atto di fiducia negli apostoli porta a dire che sono libri storici;

4. l'atto di fiducia in Gesù, figlio di Dio perché risorto, che ha dato l'infallibilità alla Chiesa, porta a dire, sull'autorità della stessa, che sono libri sacri - parola di Dio.

NB. Qui la Chiesa è vista come una mistero, cioè come la presenza dello Spirito di Gesù nella storia.




APPENDICE

"Il" metodo di lettura della Sacra Scrittura

1. Premesse

L’articolo determinativo «il» è volutamente provocatorio.

In nome della libertà di lettura, di interpretazione, di giudizio e di scelta, questo articolo oggi è da abolire; oggi vale il «secondo me».

Ma, superato il primo momento di reazione puramente emotiva, dovuta forse al condizionamento ambientale, vediamo se non vi siano ragioni valide per sostenere tale tesi. Se non tengono, si potranno pur sempre scartare. È però quanto meno onesto prenderle in esame.


2. Il punto di partenza

È dato dalla seguente considerazione:

di fronte allo scritto di un autore, possono certo darsi da parte dei lettori numerose interpretazioni del suo pensiero, ma è innegabile che ad una e ad una sola pensava egli scrivendo, cioè a quanto intendeva veramente dire (a meno che non lo sapesse bene neppure lui...).

Esistono cioè nella lettura un dato soggettivo (la nostra interpretazione) ed un dato oggettivo (l’idea che l’autore vuole trasmettere).

Metodo corretto di lettura è quello che si propone di giungere al secondo: non che cosa l’autore suggerisce a noi, ma che cosa egli intendeva veramente dire, pur tenendo conto delle difficoltà di determinare tale dato oggettivo e del fatto che esso dovrà pur sempre essere espresso mediante una nuova formulazione soggettiva.

Mettendoci sulla strada del «cosa dice a me», il testo diventa solo uno spunto per operazioni mentali di tipo volutamente indifferente alle intenzioni ed alle espressioni dell’autore: come si può affermare che i risultati abbiano ancora qualcosa in comune col suo pensiero? Esso non interessa più: rimane solo una scintilla che fa scoppiare l’incendio delle nostre meditazioni. Per questo tipo di operazioni, se vogliamo spingere fino in fondo, il testo scritto può addirittura essere superato.

3. Applicazione alla Sacra Scrittura

La Bibbia è un testo sorto, quanto all'A.T., nell’ambiente ebraico durante molti secoli e, quanto al N.T., nell’ambito delle prime comunità cristiane, le quali hanno recepito come Sacra Scrittura anche l'A.T., dandone una nuova ed originale interpretazione alla luce di un fatto nuovo: Gesù di Nazareth è il Messia, perché è risorto.

Volendo conoscere il pensiero degli autori biblici, ci si deve necessariamente rifare all’ambiente che l'ha prodotto.

Come si può pretendere di leggere con una mentalità moderna testi tanto antichi? Interpretarli liberamente? Si rischia di inventare. Chi può garantire in questa avventurosa avventura?

Eppure sono dei nostri giorni interpretazioni «riduttive» del testo: è edificante vedere tanti begli ingegni chinarsi su questo libro e pretendere di leggerlo come un libro di oggi. Le «spiegazioni» si snocciolano una dietro l’altra piane, suadenti, «vere» (?).

Si può tirare un respiro di sollievo dopo tale «lettura»: essa non turba più come all’inizio, quando conservava intera la sua carica dirompente di assoluta novità. Adesso quel libro è stato ridotto nei nostri schemi e si può anche accantonarlo, perché inutile. La domanda che poneva è stata evitata, non si è risposto, ma gli sono state poste delle domande e sono state risolte ritrovando non l’autore, ma se stessi.

Ecco allora due modi opposti di leggere la Bibbia:

1. una lettura pagana: leggere il testo sentendo che risponde alle nostre esigenze. Il testo è vero, perché corrisponde alle nostre idee.

2. una lettura di fede: non sempre si sa bene che cosa sia la verità e quindi non sempre si trova che il testo sia vero, ma lo si crede vero, fidandosi della Chiesa, anche quando non corrisponde alle nostre idee.



4. Conclusione

Una lettura che voglia giungere al pensiero degli autori non può prescindere dalla presentazione che ne fa la comunità nella quale tale libro è sorto ed è sempre stato letto.

A questo riguardo l’obiezione possibile è che anche una tradizione può essere manipolata, può trasmettere errori. Non basta dirlo! Bisogna anche presentare in primo luogo prove o almeno seri motivi di dubbio. In secondo luogo l’eventuale conclusione che la tradizione sia viziata condurrà a rifiutarla, ma non permetterà di proporre al suo posto una interpretazione che nasca oggi e che quindi ha probabilità assai minori di essere vera.

E come non giudicare «orgoglio» un simile atteggiamento? Possibile che i cristiani prima di noi non abbiano capito nulla o abbiano capito male il testo?... Eppure erano più vicini di noi all’ambiente in cui il testo è sorto, conoscevano meglio la lingua, gli usi, la mentalità...

Possibile che lo Spirito Santo sia andato in vacanza per secoli per tornare adesso per una «nuova Pentecoste»?

Non può venire il sospetto che questi «moderni» interpreti stiano vendendo come parola di Dio le proprie elucubrazioni mentali?

Stranamente oggi si assiste al fatto che volentieri vengono abbracciate moderne spiegazioni «rivoluzionarie». La vera ragione forse è che queste ultime permettono sonni più tranquilli alle umane coscienze.



19/04/2010 23.39
 
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EVANGELIZZAZIONE
e SACRAMENTI



In questo capitolo vedremo:
1. l'evangelizzazione: che cosa è
2. l'accoglimento dell'evangelizzazione
3. il sacramento (in genere)
4. i singoli sacramenti

A questo punto un corso sui fondamenti del Cristianesimo può considerarsi terminato.

Crediamo tuttavia utile fare una sintesi (che si rivolge personalmente al lettore) di quanto si è detto e collegarlo coi sacramenti.



1. Evangelizzazione

Ti è stato fatto conoscere che, se dai fiducia agli Apostoli (la cui testimonianza ti arriva attraverso la Chiesa),

a) accetti come vero il fatto della risurrezione di Gesù, fondamento di tutto il Cristianesimo;

b) accetti le conseguenze di questo fatto e cioè

1. Gesù, figlio di Dio, porta la risposta di Dio al nostro problema del senso della vita;

2. Dio Padre ha concepito un progetto di amore verso tutti gli uomini, te compreso;

3. l’uomo è strutturato sul modello di Gesù Cristo (e quindi figlio di Dio);

4. Gesù Cristo è l’uomo come Dio l’ha pensato e quindi il modello di vita per tutti gli uomini.

Tutto questo è il contenuto essenziale della «evangelizzazione». Ti è stata annunciata una «bella notizia»: la vita eterna con Dio!



2. Accoglimento dell’evangelizzazione

Se ora decidi liberamente di aderirvi, di farla tua, sei esplicitamente cristiano ed esprimi nella comunità (Chiesa) questa tua decisione in modo umano, cioè con dei «segni», allo stesso modo con cui il mistero di Dio è giunto alla tua conoscenza.

Il primo segno è la tua vita vissuta sul modello di Gesù.

Altri segni sono quelli, indicati da Gesù stesso, con i quali la Chiesa ha espresso il suo «sì» alla evangelizzazione: i sacramenti.

Ecco il perché del titolo messo all’inizio: Evangelizzazione e Sacramenti: l’evangelizzazione prepara, è ordinata ai sacramenti, anzi è parte dei sacramenti stessi, che sono l’accoglimento di una evangelizzazione. Disse Gesù:

"Andando in tutto il mondo, annunciate le bella notizia a tutta la creazione. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi invece non crederà sarà condannato" (Mc 16,15-16).

Di questo legame strettissimo tra evangelizzazione e sacramento ti convincerai ancor di più se rifletterai più approfonditamente sul significato di «sacramento» e di «sacramenti».



3. Sacramento

Il sacramento è un segno che ti fa scoprire che una determinata situazione della tua vita deve essere da te assunta e vissuta «come la vivrebbe Gesù». In esso ti viene annunciata, per quella circostanza o situazione, una particolare conformità a Gesù, che tu liberamente vuoi accettare e vivere: ti trovi in una certa situazione della tua vita e il sacerdote, a nome di Cristo, ti fa conoscere (ti evangelizza) e propone alla tua accettazione una dimensione tutta speciale, un aspetto particolare della tua conformità al Figlio di Dio. Se tu accetti di vivere «da figlio» quella particolare circostanza e di prolungare poi nella tua vita quella tua decisione, il sacramento è compiuto.

È evidente che ogni sacramento è segno della fede, cioè è compiuto in una comunità di cristiani da te che hai fede nell’annuncio che ti è stato fatto.

Da tutto questo comprenderai allora bene lo stretto legame fra evangelizzazione e sacramenti: di fronte a te vi è la persona (ministro) che, a nome di Cristo, ti annuncia una situazione filiale nuova; poi ci sei tu che l’accetti, che la fai tua. Il sacramento dunque implica evangelizzazione e accettazione: è, come già detto, l’accoglimento di una evangelizzazione.

Di qui ti accorgerai pure della «necessità» del sacramento, come segno di accoglimento di una realtà sovrasensibile che ti viene annunciata. Noterai poi già fin d’ora come il sacramento non sia qualcosa di «magico», «bancario» o meccanico, ma qualcosa di pienamente e profondamente vissuto, una presa di posizione personale davanti all’iniziativa amorosa di Dio.



4. I singoli sacramenti

Passando ora in sommaria rassegna i singoli sacramenti te ne accorgerai ancora di più. Ti avverto però che i sacramenti sono segni di situazioni capitali, di straordinaria importanza nella tua vita, che tu sei chiamato a vivere «da figlio», secondo l'insegnamento di Gesù.

Iniziamo così dalla prima fondamentale situazione, quella in cui prendi in mano la tua vita e le dai un orientamento di fondo: o per Dio o per te stesso. Questa situazione è così importante e complessa che non basta un sacramento per esprimerla in tutte le sue implicazioni. Ci sono i primi tre sacramenti, che si chiamano della Iniziazione cristiana.

a) Il battesimo

Esso è prima di tutto il segno che indica la tua rinuncia al male, la tua opposizione ad una vita dettata da una mentalità egoistica, che poneva il tuo «io» al centro dell’universo come metro di ciò che è bene e di ciò che è male. Il battesimo è quindi un segno che indica la tua conversione.

Questo aspetto di «purificazione dal peccato» è espresso con il rito del lavare con l’acqua (bagno).

Vi è di più però: nel battesimo, Dio, agendo sempre attraverso la persona del ministro che lo rappresenta, ti fa conoscere la tua realtà di Figlio di Dio, ti manifesta il suo eterno amore che ti ha fatto figlio ad immagine del Figlio suo Gesù Cristo; e tu manifesti di accogliere questo suo amore, riconoscendoti così come Egli ti ha fatto, cioè figlio suo. Poni così il segno della tua fede, con la quale cambi la tua mentalità, accettando di pensare e di vedere tutta la realtà e la tua vita nel modo che è proprio di Dio (fede!).

Il battesimo, essendo soprattutto il segno della tua fede, è il segno fondamentale, con il quale tu ti riconosci figlio di Dio, accetti di essere veramente quello che Dio ti dice che sei; l’immagine del Figlio in te non è solo più «donata», ma diventa «accolta», riconosciuta, tua: tu diventi così «personalmente» figlio di Dio. È in questo senso che devi intendere la frase di Giovanni (1,12): «A quelli che credono nel suo nome, diede il potere di diventare figli di Dio».

Le espressioni tradizionali: «Il battesimo ti dà, ti infonde la fede...», ora forse suonano un po’ male al tuo orecchio, quasi che la fede sia qualcosa di materiale... Bisogna semplicemente intenderle nel senso che nel Battesimo si realizza l’annuncio-accoglimento di una visione soprannaturale del mondo e della storia, che comprende anche la realtà della tua persona. Ti aggiungo ancora una cosa: nel battesimo tu «inizi» ad essere figlio di Dio, riconoscendoti tale ed inizi pure il tuo inserimento visibile nella Chiesa, comunità dei credenti in Cristo.

b) La confermazione

Con la confermazione esprimi un altro aspetto di quel tuo orientamento fondamentale a Dio Padre: potrebbe darsi che, diabolicamente, nel tuo spirito si insinui un cuneo che provoca un’incrinatura così profonda da dire: «Riconosco di essere figlio di Dio, ma mi dispiace: riconosco di essere modellato sull’immagine di Cristo, ma non voglio che questa immagine sia viva e parlante nella mia vita, non accetto di vivere come figlio».

Ti manca così la carità.

Se tu accetti di vivere secondo lo Spirito del Figlio, che è la carità e che ti viene annunciata, tu hai fatto la Confermazione, hai posto il segno dello Spirito, della carità di Cristo: esprimi la tua volontà di amare tutti gli uomini e tutte le cose col cuore di Cristo.

Si può dire così: con la confermazione tu hai fatto tuo il dinamismo interiore delle tre Persone divine: il Padre che dona tutto al Figlio: il Figlio che si riconosce come tale e si ridona tutto al Padre nell’Amore che è lo Spirito santo.

Le tre persone divine sono così inabitanti in te, perché hai deciso di fare tua la loro stessa vita (Gv 14,23).

Ancora una cosa: la confermazione perfeziona, completa, «conferma» ritualmente il battesimo - ecco perché il nome «confermazione» -, non invece il battezzato.

c) L'eucaristia

Finalmente nell’eucaristia ti viene manifestata la tua conformità al Cristo anche nel tuo fisico e tu accetti di offrire tutto te stesso, corpo compreso, a Lui.

Non solo: ti viene manifestata anche la tua massima conformità spirituale al Cristo che muore, che esprime il suo supremo amore al Padre ed agli uomini dando la vita.

Nell’eucaristia, ponendo il segno del mangiare il pane e del bere il vino, esprimi la tua comunione totale a Gesù e insieme poni il segno della tua piena incorporazione nella Chiesa: unito ai tuoi fratelli nella fede e nell’amore.

L’eucaristia è il sacramento verso cui convergevano gli altri due (battesimo e confermazione) e verso cui convergeranno tutti gli altri e tutta la tua vita, perché in esso esprimi in sommo grado la tua volontà di unirti pienamente a Gesù, di vivere come Lui e di realizzare così il tuo fine soprannaturale: unito a Gesù nel suo dare la vita in attesa della manifestazione della glorificazione con Lui (risurrezione tua).


Osservazioni:

1. Come già detto, questi tre sacramenti dell’Iniziazione cristiana formano una profonda unità, perché sono segni di un’unica realtà (la tua fondamentale e personale adesione al Cristo) espressa nei suoi tre aspetti diversi. Sono tre espressioni rituali diverse di un’unica realtà.

2. Ti sarà anche facile ora comprendere qual è la realtà spirituale soprannaturale sorta in te dall’incontro con Cristo:

- la realizzazione di uno «stato di grazia», cioè la tua accettazione del dono che Dio ti ha fatto della sua stessa vita (figlio nel Figlio), l’armonia tra il tuo essere filiale e la tua volontà (il peccato sarà il rifiuto di quel dono di Dio);

- la volontà di vivere tutta la tua vita, in ogni suo momento, con lo Spirito del Figlio, la carità. Ogni tua azione sarà vissuta «filialmente», come il prolungamento di quella volontà espressa nel sacramento. Tutta la tua vita sarà «sacramentalizzata».

3. Tale realtà spirituale comportata dai sacramenti della Iniziazione cristiana è normalmente presentata dalla Scrittura in termini di compartecipazione alla morte-risurrezione di Gesù.

Ricorda ad esempio il passo di Paolo: «Sepolti con Lui nel battesimo, in Lui siete risorti per la fede nella potenza del Dio che risuscitò Lui dai morti» (Col 2,12).

NB. Questo vale per l’iniziazione cristiana degli adulti, capaci di una risposta cosciente.

Per i bambini il battesimo esprime il segno, valido per i cristiani adulti, del dono concesso da Dio al bambino, in attesa che lo accetti personalmente, una volta che gli sia stato annunciato.

Ci sono poi, oltre a quella situazione fondamentale di cui ti ho parlato finora, altre situazioni, anch’esse importanti nella vita.

d) La penitenza

Col sacramento della penitenza viene presa in considerazione la triste possibilità di venir meno all’impegno di vivere secondo Gesù Cristo, assunto nei sacramenti dell'Iniziazione cristiana. Hai la possibilità del peccato, di ritornare cioè a vivere secondo il tuo egoismo, di «tentare» di affermare te stesso fino alla distruzione di Dio.

Nel sacramento della penitenza, Dio ti rivela che Gesù è il tuo modello di figlio che ritorna al Padre opponendosi al peccato. Ti rivela che Gesù è anche il tuo Redentore, cioè il tuo modello supremo di opposizione al peccato, perché, morendo, ha affermato il Padre fino alla distruzione di sé.

Nel sacramento della penitenza, Dio, attraverso il ministro, si manifesta sempre disponibile ad accoglierti pentito dei tuoi peccati e a riammetterti nuovamente nella comunione con gli altri cristiani.

e) L'unzione degli infermi

Col sacramento dell'unzione degli infermi si prende in considerazione il disfacimento del tuo essere a causa di una malattia, specialmente se grave.

Anche in tale situazione Dio ti manifesta una tua particolare conformità all’immagine del Cristo, il quale accetta la sofferenza e la morte per amore, rimettendosi nelle mani del Padre.

Nel sacramento fai tuoi questi sentimenti di Gesù ed esprimi la tua volontà di passare da questo mondo al Padre, per incontrarti eternamente con Lui (cfr. Giac 5,14 ss.).

f) L'ordine

Il sacramento dell’ordine orienta la tua vita al bene degli uomini proprio in funzione dell’evangelizzazione. Dio ti rende segno della presenza di Cristo, capo della Chiesa.

g) Il matrimonio

Infine il sacramento del matrimonio considera la tua volontà di donazione ad un’altra persona di sesso diverso.

Anche qui Dio ti vuole manifestare che quell’atto di donazione reciproca è per indicare l’intima e personale unione di Gesù con tutti gli uomini. Fra due persone in questo mondo non ci può essere un’unione più profonda, fisica e spirituale, e nel matrimonio accetti di realizzare tale unione come segno di quella fra Dio e l’umanità in Cristo (cfr. Ef 5,22-23).



5. Conclusione

a) Credo ormai che tu sia convinto dell’intimo legame tra evangelizzazione e sacramenti e dell’importanza prioritaria della evangelizzazione, la quale ti fa conoscere da parte di Dio il suo eterno disegno di amore, che si realizza in te e ti porta a vivere «coscientemente» la tua vita di figlio di Dio. Penso che sia chiaro anche il compito della Chiesa: quello di continuare la funzione di Cristo, rendendo noto a tutti gli uomini il «mistero di Dio», perché essi vi possano liberamente e coscientemente conformare la loro vita (cfr. Mt 28,16-20).

Il dovere missionario è di ciascun cristiano che conosce il «mistero di Dio» e che è spinto dal suo amore di figlio a farlo conoscere anche agli altri. Così la fede nell’amore «preventivo» di Dio ti può anche spingere alla sua proclamazione nei riguardi di una nuova creatura che viene alla luce in questo mondo: la tua fede e il tuo amore ti spingono a professare nella comunità dei credenti: «Anche questo bambino è figlio di Dio» (senso del battesimo dei bambini).

b) Ti sarai accorto da tutta la trattazione che non sono mai state adoperate espressioni come: «I sacramenti producono qualcosa... infondono...». Si è voluto così che tu evitassi il pericolo di scambiare per qualcosa di materiale e sensibile ciò che è al di là della tua esperienza.

Possiamo però dire che nei sacramenti qualcosa è avvenuto nel tuo spirito, indipendentemente dalla persona, più o meno buona, che ti ha evangelizzato più o meno bene: veramente nel tuo spirito si è verificata una rispondenza, un'armonia col tuo essere di figlio, armonia che ti verrà manifestata soltanto dopo la morte.

A livello sensibile tu continuerai a svolgere normalmente la tua vita, ma sappi che di fatto c’è in te una realtà sovrasensibile che si sviluppa e cresce: la tua realtà di figlio di Dio.

Se si può quindi parlare di efficacia dei sacramenti, non si deve intendere che nel sacramento si realizza qualcosa indipendentemente da te, ma nel senso che realmente avviene in te ciò che il segno manifesta: la tua unione personale a Gesù, la tua «alleanza» con Dio Padre.

L’eternità beata non darà a te qualcosa in più di quanto avevi già prima qui. Semplicemente là sarà manifestato quanto avevi qui, cioè quale veramente è stato il livello del tuo amore filiale. L’eternità beata sarà così l’eternizzazione del tuo stato di grazia, mentre l’eternità infelice sarà l’eternizzazione del tuo stato di peccato, di lacerazione profonda del tuo essere (vera morte).

Siamo così in grado di concludere dicendo che nei sacramenti c’è sempre da una parte Dio che, attraverso il suo ministro, ti fa un annuncio e dall’altra parte ci sei tu che, coscientemente e liberamente, rispondi a quell’annuncio, accettando di vivere filialmente, per tutta la vita, quella particolare situazione della tua esistenza.

Se, in questo corso,
hai scoperto o riscoperto
il Cristianesimo,
impegnati ad annunciare
a tutti
il "vangelo" della Risurrezione!





Precisazione:

Questo libro ha un costo, ma non ha un prezzo,

perché l'evangelizzazione deve essere gratuita.

Gesù infatti ha detto:

"Gratis avete ricevuto e gratis date" (Mt 10,8).

Tutto quanto verrà raccolto

sarà usato solo per evangelizzare.
19/04/2010 23.40
 
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Le VOCAZIONI
CRISTIANE



In questo capitolo tratteremo:
- le fondamentali vocazioni cristiane:
* religiosa consacrata
* secolare
- i loro rapporti



Premessa

Il principio fondamentale del comportamento cristiano, cioè l'imitazione di Gesù, ha avuto, nella storia, due modi diversi di essere attuato: il modo del religioso consacrato e il modo del secolare.

Gesù è vissuto e si è impegnato in questo mondo, ma ora è risorto e vive la vita di Dio, cioè la vita eterna, fuori da questo mondo. Gesù ha anche insegnato che questo capiterà a tutti gli uomini che vivranno come lui.


Documentazione essenziale

Disse Gesù (ai suoi discepoli):
«Questa è la volontà di colui che mi mandò, che tutto ciò che mi ha dato non perda da lui, ma lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque osserva il figlio e crede in lui abbia vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,35-40).

Disse Gesù (ai suoi discepoli):
«Non sia turbato il vostro cuore; credete nel Dio e/anche in me credete. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore; se no, forse che vi avrei detto che "vado a prepararvi un luogo?" (opp.: se no, ve l’avrei detto: vado a prepararvi un luogo).
E se vado e vi preparo un luogo, di nuovo vengo e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io anche voi siate. E dove io vado conoscete la strada» (Gv 14,14).


Allora il cristiano, che è in questo mondo, ma non è di questo mondo (Gv 17,14-16), può imitare Gesù in due modi:

- o impegnandosi nella realtà del mondo attuale in vista dell’eternità (vita secolare);

- o realizzando già adesso, per quanto è possibile, la vita definitiva, cioè anticipando l’eternità, pur vivendo ancora nel tempo (vita religiosa consacrata).


Precisazioni
1. La scelta se imitare Gesù da religioso consacrato o da secolare è una scelta assolutamente personale, insindacabile, e costituisce la risposta fondamentale che il cristiano dà alla chiamata (vocazione) che Dio ha scritto nella sua vita.
2. «Religioso» qui non significa «colui che pratica una religione», ma ha il significato che stiamo spiegando, cioè un cristiano "consacrato", perché ha assunto un impegno formale davanti a Dio di vivere "superando" questo mondo.




Approfondiamo:
1. La vita religiosa consacrata

a) In che cosa consiste?

Consiste nel vivere fin da ora, in anticipazione, per quanto è possibile in questo mondo, la vita eterna che tutti vivranno dopo la morte.

Come sarà la vita eterna?

Il cristiano cerca la risposta nel Nuovo Testamento e viene a scoprire che nella vita eterna passerà «la figura di questo mondo» (1 Cor 7,31; Mc 13,31; Lc 21,33; Mt 24,35).

In particolare

- non ci sarà il matrimonio (Mt 22,23-32);

- non ci saranno le cose di questo mondo (1 Cor 7,29-31; 1 Tim 6,7-8).

Il cristiano religioso, guidato dalla parola di Gesù, cerca di fare questo in anticipazione, consacrandosi a vivere il più direttamente possibile solo con Dio, superando le realtà create e usando di questo mondo il minimo indispensabile per vivere.

In particolare il religioso consacrato sceglie di

- rinunciare al matrimonio, per vivere in perfetta castità;

- distaccarsi da tutte le cose che non sono strettamente necessarie, per vivere in completa povertà;

- rinunciare anche ad una normale convivenza con gli altri fratelli, per vivere, per quanto possibile, in solitudine con Dio.


Precisazioni

­ La vita religiosa consacrata è un chiaro atto di fede nella risurrezione (che i non cristiani avranno sempre difficoltà a capire): il religioso crede, sulla parola di Gesù, alla vita eterna, tanto da rinunciare per essa ai beni di questo mondo, non perché siano un male, ma perché sono valori transitori.

­ Non tutti i cristiani sono chiamati da Gesù a questa scelta radicale. Un testo significativo del vangelo secondo Matteo:

Dicono i discepoli a Gesù: «(Se le cose stanno così)... non conviene sposarsi». Egli disse loro: «Non tutti capiscono questa parola, ma soltanto quelli ai quali è stato concesso. Ci sono infatti degli eunuchi nati così dal seno della madre e vi sono degli eunuchi fatti tali dagli uomini e ci sono di quelli che si son fatti eunuchi da sé, in vista del regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda» (Mt 19,10-12).

­ L’impegno di vivere da religioso il cristiano lo prende davanti a Dio, in piena libertà di coscienza. Spesso l'impegno è preso anche davanti alla comunità cristiana ed allora il religioso emette voti pubblici, seguendo una regola approvata da qualche vescovo o dal papa.

­ Sempre si è visto nella castità perfetta (cioè nella rinuncia totale all’uso della facoltà sessuale) l’essenza della vita religiosa. Invece la povertà e la solitudine sono state vissute in differenti modi dai religiosi.

Quest'ultimo aspetto ha diversificato lungo i secoli le varie forme della vita religiosa.

­ A volte qualche giovane imposta male il problema della sua vocazione dicendo: "O Dio, o una donna/un uomo!". Così fa l'insulto al Dio infinito di essere messo sullo stesso piano di un essere finito. Il modo cristianamente giusto di impostare il problema è: "O a Dio direttamente, o a Dio attraverso una donna/un uomo!".

­ In tutto quello che si è detto, non si è parlato di preti.

In occidente molti confondono i preti con i religiosi. Dei preti parleremo più avanti (v. cap. successivo). Basti per ora sapere che esistono preti secolari e preti religiosi, o meglio secolari preti (o diaconi, o vescovi) e religiosi preti (o diaconi, o vescovi). L'essere preti è comunque un servizio specifico nella Chiesa.


b) Forme storiche di vita religiosa

1. Secondo la tradizione, la forma ideale della vita religiosa è la vita eremitica (= vita di unione con Dio nella solitudine completa).

Però la vita eremitica ha un grave rischio: se l’eremita non ha raggiunto una vera maturità spirituale, l’entusiasmo iniziale della donazione totale a Dio lentamente può diminuire e possono sorgere tentazioni molto gravi a cui l’eremita facilmente soccomberà.

2. Per questo, sia in preparazione alla vita eremitica, sia come vita definitiva, è sorta la vita cenobitica (= vita religiosa comunitaria).

Il monaco, per garantirsi contro le debolezze e i «ritorni» della propria volontà, oppure per vivere in una comunità in cui sia possibile praticare pienamente il vangelo, liberamente accetta

- la disciplina di una regola;
- il controllo di un superiore: obbedienza 1;
- l’aiuto di una comunità che vive, o dovrebbe vivere, i suoi stessi ideali.

Questi religiosi vivono insieme una vita di preghiera (vita contemplativa). Essi vivono separati dal mondo. Tuttavia non si estraniano del tutto dalla vita della comunità umana e cristiana, anzi sono pronti ad intervenire, in situazioni di emergenza, qualora altri uomini abbiano bisogno del loro aiuto.

3. Per fare questo in modo organico, sono nati anche gruppi di religiosi di vita attiva che si dedicano stabilmente, oltre che alla preghiera, all’apostolato ed all’attività caritativa.

Anticipando l’azione degli altri uomini o collaborando con loro, questi religiosi si sono dedicati alla predicazione, alle missioni, alla liberazione degli schiavi, hanno fondato ospedali, pensionati, ricoveri, hanno aperto scuole, collegi... Tutto per aiutare i poveri!

Spesse volte essi hanno fatto per primi quello di cui in seguito tutti hanno capito l’importanza.

4. È possibile infine vivere una vera vita religiosa consacrata anche a casa propria, impegnandosi, «in vista del regno di Dio», nelle cose di questo mondo. Qualora questi religiosi «nel mondo» siano organizzati in un gruppo approvato dall’autorità ecclesiastica, formano un istituto secolare.





2. La vita secolare

a) In che cosa consiste?

Essa consiste nel vivere la vita cristiana impegnandosi in questo mondo (in latino: saeculum) per trasformarlo in vista della parusía (= presenza o manifestazione finale del Cristo).

Secolare è colui che imita Gesù Cristo impegnandosi nella realtà di questo mondo, ma sempre secondo la volontà di Dio.

Campi di attività specifica dei secolari: la famiglia, il lavoro retribuito, la politica, il sindacato, ... in una parola: tutte le attività strettamente legate al mondo attuale e che terminano con la morte.

A volte queste medesime attività "secolari" sono fatte anche da religiosi, ma devono essere fatte in funzione di supplenza, per indicare ai secolari vie nuove della carità. Appena questi si impegnano a realizzarle, i religiosi impegnati in esse o si ritirano nuovamente nei monasteri, oppure perdono la ragione della loro esistenza e perciò decadono e si estinguono.

b) Funzioni dei secolari
Sono le funzioni generali di ogni cristiano 1: vivere unito a Gesù imitandone la vita.

Secondo il Concilio Vaticano II, tre punti caratterizzano questa unione dei secolari 2 con Gesù:

1. Funzione profetica: il secolare è profeta

Avendo lo Spirito di Gesù, il cristiano è diventato profeta (= uno che parla a nome di Dio e manifesta il piano di Dio nella storia). Concretamente insegna ai non cristiani il senso che Dio ha dato a questo mondo e quindi il senso divino delle singole realtà.

Da ciò consegue il dovere di
- conoscere questo piano mediante la meditazione della Scrittura (approfondire la visione di fede);
- manifestare agli altri ciò che ha visto nella fede:
* con la parola - apostolato di evangelizzazione;
* con la vita - apostolato di testimonianza alla verità (= vita coerente di disponibilità alla carità), fino alla morte (= martirio, cioè testimonianza suprema).

2. Funzione sacerdotale: il secolare è sacerdote

a) Il fatto

È affermato con chiarezza nel Nuovo Testamento.

Rivolgendosi ai cristiani Pietro scrive:

Voi siete una stirpe eletta, un sacerdozio regale, una nazione santa, un popolo di acquisto per annunziare le grandezze di colui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce ammirabile (1 Pt 2,9).

b) La spiegazione

Il sacerdote nelle religioni è l’intermediario fra Dio e gli uomini, colui che offre a Dio il sacrificio degli uomini e porta agli uomini la volontà di Dio.

Gesù è sacerdote perché offre a Dio il sacrificio della sua vita e rivela il senso di ogni vita.

Ogni uomo è sacerdote del proprio sacrificio, quando esprime la volontà di obbedire a Dio fino ad essere disposto a dare la vita per fare la sua volontà.

Il cristiano, con questa disposizione, non fa altro che prolungare nel tempo il sacrificio di Gesù, facendo propri i suoi sentimenti.

3. Servizio regale: il secolare è re

a) Il cristiano è unito a Gesù, è figlio di Dio in Gesù e quindi partecipa alla dignità di Dio-Re.

In linguaggio biblico ciò si esprime con la formula: il cristiano è re, un re alla maniera di Gesù, un re che non esercita un potere, ma che si mette a servizio di tutti (Lc 22,25-30).

b) Verso chi esercita questo servizio?

Non certo verso Dio, che non ne ha bisogno, ma verso gli uomini.

E quale sia il servizio che il secolare deve rendere a tutti gli uomini suoi fratelli è detto dal Concilio Vaticano II: «Deve consacrare a Dio le realtà terrene» (Lumen Gentium, n. 34) e cioè

- offrire, per mezzo del proprio lavoro, ai figli di Dio, cioè a tutti gli uomini, le cose di questo mondo;

- insegnare agli uomini ad usare bene (= secondo la volontà di Dio) tutte le realtà del mondo 1;

- impegnarsi perché effettivamente tutte le cose vengano usate per il bene;

- impegnarsi umilmente e fermamente «fino in fondo», perché l’autorità di Dio, cioè il suo Regno, non trovi ostacoli.



3. Relazione tra vita religiosa e secolare

1. Tutte e due sono vita cristiana, cioè vita a imitazione del Cristo. Non si pensi perciò che la vita religiosa sia vita «più» cristiana di quella secolare!

Ogni cristiano è chiamato ad imitare Gesù, obbedendo a Dio e superando il proprio egoismo, mediante una scelta personale fatta in base alle inclinazioni che egli ritiene Dio abbia posto in lui (vocazione).

Secondo il Cristianesimo però la vita secolare non è ancora la vita definitiva, la prepara soltanto. La vita religiosa, invece, è già la vita definitiva vissuta «in anticipo». Perciò la vita religiosa «in sé» è migliore di quella secolare, come il definitivo è migliore del provvisorio.

Ma con ciò non si vuole assolutamente dire che il religioso sia più santo del secolare: la santità consiste infatti nel fare la volontà di Dio nella situazione concreta in cui ognuno si trova.

2. Per tutti i cristiani, castità, povertà ed obbedienza, sono dei valori, però sono vissuti in modo diverso dai religiosi e dai secolari:

­ la castità
- per i religiosi è la rinuncia totale all’uso della facoltà sessuale, "per il regno dei cieli" (Mt 19,12; 22,30; 1 Cor 7,29): castità perfetta;
- per i secolari implica la volontà di integrare in Cristo la propria sessualità: castità prematrimoniale e matrimoniale.

Non è detto però che tutti i secolari sono tali perché si sposano, per sposarsi bisogna essere d’accordo in due!

Non si è religiosi per la sola ragione che non si è trovata una persona con cui sposarsi! L'essere religioso è una scelta, non una necessità.

­ la povertà
Disse Gesù:

"Chi non rinuncia a tutto ciò che possiede non può essere mio discepolo" (Lc 14,33).

Però
- per i religiosi questo implica un distacco totale, affettivo ed effettivo, dai beni del mondo;
- per i secolari invece è lecito possedere beni di questo mondo, ma per il sevizio degli altri, secondo la volontà di Dio (distacco affettivo).


­ l’obbedienza
- per i religiosi implica la rinuncia alla propria volontà, per ricercare sempre la volontà di Dio in relazione alla vita eterna e, per chi vive in comunità, in piena sottomissione ad un superiore, che rappresenta Dio;
- per i secolari implica la rinuncia alla propria volontà per ricercare sempre la volontà di Dio in relazione alla vita attuale, vista come preparazione alla vita eterna.

3. Influssi reciproci dei due modi di vita cristiana

Secondo la tradizione cristiana
il secolare ha il compito di
- insegnare ai non cristiani ad usare bene (= secondo la volontà di Dio) le realtà create;
- ricordare al religioso che le realtà di questo mondo sono un bene;

il religioso consacrato ha il compito di
- ricordare ai secolari che i veri valori sono quelli eterni e perciò di non attaccare troppo il cuore ai beni di questo mondo, perché sono transitori;
- indicare spesso ai secolari strade nuove per praticare la carità.

Precisazione

I non cristiani difficilmente potranno capire la funzione dei religiosi soprattutto contemplativi; penseranno che essi sprechino la loro esistenza o siano dei parassiti della società.

Giova perciò ricordare che
a) i religiosi consacrati di per sé hanno un compito di testimonianza solo verso i cristiani secolari;
b) tradizionalmente i religiosi si sono sempre mantenuti col loro lavoro, senza pesare sulla società (cfr. il motto di san Benedetto: "ora et labora").


4. Tentazioni specifiche

v i religiosi consacrati hanno quella dell’angelismo:
- rifiutare il corpo con tutti i suoi con-dizionamenti, quasi che fosse un male, sia dimenticando che Gesù ha preso un corpo umano per essere come noi, sia giudicando che le realtà create (per es. il matrimonio) siano un male;
- tradire gli uomini per falsa fedeltà a Dio (egoismo);

v i secolari hanno quella del terrenismo:
- mondanizzarsi, trasformando i valori funzionali (= in funzione di... ) del mondo in valori assoluti e dimenticando che il creato non deve diventare un fine, ma è solo un mezzo per giungere a Dio;
- tradire Dio per falsa fedeltà agli uomini (attivismo).

19/04/2010 23.41
 
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La STORICITA' della RISURREZIONE
Le interpretazioni dei documenti





In questo capitolo vedremo:
come sono stati interpretati nei secoli
i racconti della risurrezione

Presenteremo le interpretazioni:
- degli ebrei non cristiani
- della scuola critica
- della scuola mitica
- della scuola tradizionale




1. Il problema: la storicità dei racconti

1. Abbiamo visto che nei documenti antichi riguardanti la risurrezione di Gesù, sono emerse due opinioni contrastanti:

- un gruppo notevole di documenti (quelli cristiani) dice che Gesù è risorto; però in essi, ci sono, quanto ai fatti, convergenze di fondo, ma anche divergenze e contraddizioni;- altri documenti (quelli ebraici) dicono che i cristiani hanno rubato il cadavere di Gesù ed hanno ingannato la gente dicendo che Gesù era risorto.

2. Ora, chiunque si ponga seriamente il problema della realtà della risurrezione dovrà valutare l'attendibilità dei documenti per dare un giudizio di storicità

- positivo, ove attribuisca maggior peso alle convergenze;

- negativo, ove ritenga maggiormente probanti le varie divergenze e contraddizioni.

* Nel primo caso si dovranno spiegare le divergenze esistenti fra i documenti (tutti affermanti il medesimo fatto);

* nel secondo invece sarà necessario spiegare non solo le concordanze, ma soprattutto come sia sorta l'idea della risurrezione di un uomo-Dio tra ebrei così estranei ad ogni tentazione di associare all'unico e trascendente Dio Jhwh un uomo, anche importante come Mosè.

3. Il giudizio di storicità non si dà solo in base ai testi (i quali possono essere letti - in buona fede - in vari modi), ma in base al modo di interpretarli, per il quale è implicata la propria esperienza di vita.

Tutto questo forma il delicato problema della precomprensione del testo: ad un testo si arriva già con precedenti esperienze di vita che ne condizionano l’interpretazione.

4. Una cosa, comunque, è chiara: soltanto una delle due affermazioni è storicamente vera e cioè

- o Gesù è risorto

- o Gesù non è risorto.

Ma quale delle due? In altri termini:

- o è stata la prima comunità cristiana a creare, magari in buona fede, la risurrezione che poi ha predicato come fondamento del Cristianesimo;
- o è stata la risurrezione - fatto reale - a riunire i discepoli, che la morte di Gesù aveva disperso, e a dare inizio alla comunità.

Qual è la causa e quale l'effetto?

A livello soggettivo poi si aggiunge una terza possibilità: il dubbio.



Per capire meglio l’argomento e per poter fare una scelta a ragion veduta, è bene conoscere le risposte che lungo i secoli furono date al problema dagli studiosi.

Ecco, perciò, la necessità delle informazioni che seguono.



2. Le interpretazioni dei documenti

I testi sulla risurrezione di Gesù furono letti prima di noi da molti studiosi, che dedicarono a volte anni della loro vita a questo studio e che ne diedero diverse interpretazioni.
Nessuna meraviglia! Che un morto sia tornato in vita è, non diciamo un fatto impossibile, perché non sappiamo che cosa nella storia sia possibile o impossibile, ma almeno contrario alla nostra esperienza ordinaria.
E perciò la risurrezione è un fatto difficile da accettare.
Tuttavia, leggendo i documenti, si ha l’impressione che i testimoni la raccontino come un fatto reale.
Come devono essere giudicati i primi cristiani che si sono presentati come testimoni oculari della risurrezione 1: credibili o non credibili?
Presentiamo in sintesi il quadro delle interpretazioni date lungo i secoli.


Vediamo ora in dettaglio le varie posizioni:

A) Interpretazioni contrarie alla storicità

Se non si vuole accettare la testimonianza dei primi cristiani nel suo senso più immediato e, a prima vista, ovvio, allora bisognerà trovare una spiegazione plausibile alla testimonianza stessa. Poiché la risurrezione è impossibile, allora non è successa. E se i vangeli la raccontano, è perché c'è stato un errore.
E l'errore è stato fatto:
- o in malafede: i cristiani hanno inventato tutto;
- o in buona fede: hanno raccontato la risurrezione come un fatto, ma, in realtà, il fatto non è successo: semplicemente si sono sbagliati.


1. La malafede dei primi cristiani

L’affermazione della malafede dei primi cristiani è stata fatta da alcuni ebrei (ovviamente non cristiani) almeno a partire dall’80-85: «I discepoli di Gesù hanno rubato il suo cadavere ed ingannato la gente dicendo che era risorto dai morti» (cfr. Mt 27-28, Giustino e i Talmùd ebraici).

Movente: salvarsi dalla brutta figura di fronte ai loro amici ebrei per aver seguito un fanatico.



2. La buona fede dei primi cristiani

L’ipotesi della malafede dei primi cristiani contrasta col loro comportamento. Resta difficile infatti accettare che queste persone abbiano avuto il coraggio di testimoniare con la morte un’affermazione che sapevano essere falsa.

Tuttavia qualcuno può obiettare che è anche possibile che alcuni apostoli fossero in malafede (i 2-3 asportatori del cadavere) e tutti gli altri (quelli che si sono fatti uccidere per le loro convinzioni) invece siano stati ingannati da questi 2 o 3.
Questo è possibile, ma a supporto di questa ipotesi non abbiamo alcun indizio nei documenti.

Accettata la buona fede dei testimoni, sorge allora il problema:
come può avvenire che delle persone in buona fede raccontino cose non successe?
I pensatori che hanno tentato di rispondere a questa domanda si possono raggruppare in due grandi gruppi o scuole, dette rispettivamente:

scuola critica e scuola mitica.


1) Scuola critica o razionalista

a) Il problema e la risposta dei razionalisti

Che i racconti evangelici contengano contraddizioni, non è cosa che scopriamo noi oggi: già nell’antichità vari pensatori, anche cristiani, si erano interrogati sul problema. Valga per tutti l’esempio di sant’Agostino, che circa nel 400 d.C. scrisse un trattato intitolato De consensu evangelistarum, il cui scopo era dichiaratamente quello di dimostrare che le contraddizioni contenute nei vangeli erano solo apparenti e non turbavano il consenso di fondo dei racconti.
Sulla questione si tornò a discutere con maggiore consapevolezza scientifica a partire dal ‘700, quando numerosi autori, cui si dà il nome di razionalisti, riproposero il problema della storicità dei vangeli sulla base di una minuziosa analisi critica dei medesimi, condotta in opere spesso intitolate Vita di Gesù. Gli autori di tendenza razionalistica operarono tra il ‘700 e l’ ‘800, in un’epoca in cui i grandi progressi nel campo delle scienze “esatte” (matematica e fisica) e delle scienze naturali (chimica, biologia, medicina) avevano generato negli intellettuali dell’epoca due convinzioni:

1) l’infallibilità della retta ragione
Poiché i progressi scientifici sono il risultato dell’applicazione della ragione a vari campi di ricerca, i razionalisti conclusero che la ragione, se usata bene (= retta), conduce l’uomo al pieno possesso della verità;

2) l’inviolabilità delle leggi di natura
Il mondo è retto da leggi ferree, eterne, immutabili, che valgono sempre ed ovunque, e non possono essere infrante senza compromettere l’ordine del mondo.

Da queste due convinzioni, essi fecero derivare due corollari:

1) la negazione del soprannaturale, dimensione di cui l’uomo non ha esperienza e su cui, pertanto, nulla può dire di sicuro. Il soprannaturale o non esiste, o, se anche esiste, non interferisce comunque assolutamente con la realtà dell’uomo;

2) la negazione del miracolo: esso, infatti, è un’eccezione alle leggi di natura, per definizione invece inviolabili. Pertanto esso è impossibile e, se anche viene raccontato, non può essere accaduto. Nei tempi passati il miracolo era credibile solo a motivo dell’ignoranza delle leggi scientifiche e dell’assenza di spirito critico degli antichi.

Valga ad illustrazione di queste idee questo passo di Reimarus (1694-1768):

“L’unico miracolo di Dio è la creazione. Ulteriori miracoli sono impossibili, perché sarebbero correzioni o mutamenti ad un’opera che, per essere uscita dalle mani di Dio, deve considerarsi perfetta. Dio non può volere che l’immutabile conservazione del mondo nella sua totalità. Quindi, se i miracoli sono impossibili, è impossibile anche una rivelazione soprannaturale che sarebbe essa stessa un miracolo” (Trattato delle principali verità della religione naturale).

L’applicazione di questi criteri alla lettura dei vangeli produce risultati facilmente prevedibili.
Là dove essi parlano di miracoli, è intervenuta la fede degli evangelisti, che ha deformato la storia.
Il compito dello storico è, pertanto, quello di eliminare dai testi l’elemento fideistico (storia sacra), per ricostruire i fatti come si sono svolti realmente (storia vera).

Valga ad illustrazione di queste idee questo passo tratto dal dramma Processo a Gesù di Diego Fabbri (1955):
“Quel miracolo collettivo raccontato un momento fa da Pietro il pescatore (la moltiplicazione dei pani - ndr), potrebbe essere contestato in cento modi, con cento argomenti. Era una turba, ci ha detto, una turba numerosa... Ma quale turba? Quanti potevano mai essere? E chi ci dice che ognuno non avesse la sua brava provvista com’è solita fare la povera gente quando parte per un viaggetto? L’involto, il cartoccio, la sporta... E quel po’ di provvista che tutti avevano fu messo in comune, e bastò a tutti! I pochi pani e i pochi pesci erano quel che avevano i discepoli. In fondo, ognuno dovette mangiare col proprio! Dov’è il miracolo? (...) Io non invento. Interpreto. Dò spiegazioni logiche, razionali”.

Ciò che, secondo i razionalisti, vale per tutti i miracoli, vale anche per il miracolo per eccellenza, ossia per la risurrezione. Essa è per loro un semplice racconto, privo di ogni fondamento storico, che può esser nato:

- o da una vera e propria frode degli apostoli, i quali, per non esporsi al ridicolo dopo la morte di Gesù, che segnava la fine delle loro ambizioni terrene, trafugarono nottetempo il suo cadavere, diffondendo poi la notizia della risurrezione.

Questa accusa, già mossa ai cristiani dai capi ebrei, fu ripresa dal Reimarus, primo autore a sottoporre i vangeli al vaglio della ragione.

- o da un errore degli apostoli, che, pur in buona fede, avevano sbagliato nell’interpretare i fatti .

Tali fatti erano:
- la reale morte di Gesù,
- il sepolcro trovato vuoto,
- le apparizioni di Gesù,
da cui avevano dedotto la risurrezione.

Come esempio, si vedano questi due brani di Ernest Renan:

* “La domenica mattina le donne si recarono di buon’ora al sepolcro; prima fu Maria di Màgdala. La pietra dell’apertura era spostata e il corpo non era più nel luogo dove era stato riposto. Nel medesimo tempo, in mezzo alla comunità cristiana si diffusero le voci più strane. Il grido: “Egli è risorto!” sorse tra i discepoli come un lampo. A tanto l’amore persuase facilmente di prestar fede.
Che era avvenuto? Esamineremo questo punto narrando la storia degli apostoli, e indagheremo l’origine delle leggende relative alla risurrezione. La vita di Gesù finisce per lo storico con il suo ultimo respiro; ma nel cuore dei discepoli e di alcune devote amiche egli aveva lasciato una tale orma di sé, che per varie settimane fu vivente e consolatore per essi.
Era stato rapito il suo corpo? L’entusiasmo, sempre credulo, fece sorgere più tardi quell’insieme di racconti, con i quali si cercò di stabilire la fede nella risurrezione? Mancandoci documenti contraddittori lo ignoreremo sempre. Notiamo tuttavia che la forte immaginazione di Maria di Màgdala ebbe in questa circostanza una parte capitale. Potenza divina dell’amore! Momenti sacri, in cui la passione di un’allucinata risuscita un Dio al mondo!” (Vita di Gesù, tr. it., 1975, I corvi, p. 240).

* “Il gruppo principale dei discepoli era appunto allora adunato intorno a Pietro. Era notte fonda. Ognuno comunicava le sue impressioni, e ciò che aveva udito dire: la credenza generale era che Gesù fosse risuscitato.
All’entrare dei due discepoli (quelli di Emmaus - ndr), gli altri si affrettarono a parlar loro della “visione di Pietro”. Quelli, d’altra parte, narrarono quello che era avvenuto loro per via e come l’avevano riconosciuto dal modo di spezzare il pane. La fantasia di tutti si trovò vivamente accesa. Le porte erano chiuse, sia per timore dei Giudei, sia perché le città orientali sono mute dopo il tramonto; il silenzio quindi era in certi momenti profondo nell’interno; ogni lieve rumore che si produceva per caso, era interpretato nel senso dell’aspettativa universale. L’aspettativa suol creare il suo oggetto. Durante un momento di silenzio, qualche lieve soffio passò sul volto degli astanti. In quelle ore decisive, una corrente d’aria, il cigolìo di una finestra, un fortuito mormorìo fermano per secoli la credenza dei popoli. Insieme al soffio, parve loro udire qualche strepito. Alcuni dissero di aver distinto la parola shalòm, “felicità” o “pace”, saluto ordinario di Gesù, parola con cui rivelava la sua presenza. Nessun dubbio è possibile: Gesù è presente; è nell’assemblea. È la sua voce diletta; ognuno la riconosce” (Gli Apostoli, tr. it., Dall’Oglio, 1966, pp. 16-17).


b) Le ricerche dei razionalisti:
loro impatto e prime reazioni

Gli esiti delle ricerche dei razionalisti suscitarono, al loro tempo, una fortissima impressione: il loro modo di leggere i vangeli era, infatti, assolutamente nuovo per l’epoca.

Gli effetti sulla pratica religiosa non tardarono a farsi sentire e così, soprattutto in Germania, le chiese, sia cattoliche, sia protestanti, cominciarono a svuotarsi.

Sicuramente, grazie a loro, l’esegesi biblica compì enormi progressi: leggendo i vangeli come documenti antichi prima che come testi ispirati, essi ne ripulirono l’interpretazione dalle incrostazioni pietistiche e dal sentimentalismo che si erano accumulati su di loro nel corso dei secoli. Se oggi noi possiamo applicare ai vangeli lo stesso metodo storico-critico che usiamo per tutti gli altri testi letterari, lo dobbiamo proprio al contributo dei razionalisti.

Tuttavia, agli inizi del ‘900, cominciarono a manifestarsi tra gli studiosi segni sempre più evidenti di reazione a quel metodo di lettura dei testi, per effetto di varie constatazioni:

1) l’analisi di tutte le Vite di Gesù prodotte nell’arco di un secolo rivelava che ogni autore ricostruiva un Gesù diverso, per cui spesso i razionalisti si trovavano in contrasto tra loro.

Di qui derivò una prima, importantissima conseguenza: si cominciò a dubitare seriamente dell’infallibilità della ragione. Se, infatti, essa è davvero infallibile ed è la stessa per tutti gli uomini (presupposto che per i razionalisti era assolutamente indiscutibile), tutti gli studiosi, applicando la stessa ragione, avrebbero dovuto pervenire alle stesse conclusioni. Questo, però, era smentito dai fatti.

Da questo primo dubbio ne derivò un altro, circa la reale possibilità di distinguere con sicurezza, sulla base della ragione, tra storia vera e storia sacra, cioè tra il livello dei fatti bruti e quello della loro interpretazione. Questo secondo dubbio era confermato da un dato di esperienza: nessun testimone, per quanto onesto ed imparziale sia, racconta i fatti; tutt’al più, egli racconta i fatti come lui li ha visti. Il che introduce sempre, in qualunque resoconto storico, una componente soggettiva, con la quale lo studioso moderno deve fare i conti. Pretendere di separare, in qualunque documento storico, il livello dei fatti da quello dell’interpretazione che ne dà l’autore significa esporsi al rischio di stravolgere il documento stesso;

2) il Gesù ricostruito dai razionalisti era, per lo più, un predicatore di morale, e di una morale di stampo illuministico, spesso coincidente con quella dei singoli interpreti. Ma si poteva attribuire una morale o una religiosità sette-ottocentesca ad un uomo vissuto nel I sec. d.C.

Si cominciò pertanto a sospettare che le ricostruzioni dei razionalisti, malgrado le pretese di storicità, mancassero di senso storico.

* Per dirla in breve, si cominciò a pensare che, nelle Vite di Gesù, molto vi fosse di arbitrario e che quel “principio di ragionevolezza” invocato dai razionalisti si traducesse concretamente nel criterio di accettare per vero ciò che coincideva con l’immagine di Gesù che ogni autore aveva in mente, interpretando invece quegli aspetti che non si conciliavano con le sue proprie idee.

Si veda questa ironica osservazione di Charles Perrot contenuta nel suo saggio Gesù e la storia (Borla, 1981, p. 180): “Altri, infine, ma rifiutati dagli odierni specialisti di critica biblica, cedono ai miraggi di un falso razionalismo di tipo “storicista” o alle spiegazioni cosiddette parapsicologiche. In effetti si proiettano subito nella storia riportata da un racconto dato e, non appena non quadra con le loro idee, ne riscrivono allegramente un’altra! Così Gesù se ne sarebbe andato a spasso un mattino sulla riva... e i discepoli avrebbero creduto da lontano che egli camminasse sulle acque!”.

Tutte queste critiche furono organicamente espresse in un importante studio di Albert Schweitzer, intitolato: Da Reimarus a Wrede: storia della ricerca sulla Vita di Gesù. Questo saggio, uscito nel 1913, è un solenne necrologio di tutta la produzione dei razionalisti, tra cui, a detta dello Schweitzer, si salvano solo Reimarus e Wrede, rispettivamente il primo e l’ultimo della serie.

Il messaggio, per gli addetti ai lavori, era chiarissimo: se si voleva affrontare il problema “Gesù”, era inutile insistere su un metodo che ormai aveva dato tutto quello che poteva dare. Bisognava percorrere nuove vie.



2) Scuola mitica

a) La nuova lettura dei vangeli
ad opera di Bultmann

La provocazione di Schweitzer fu raccolta da Rudolf Bultmann, fondatore della “Scuola della storia delle forme” (Form-geschitchtliche Schule), nota anche col nome di Scuola Mitica.

Egli, riprendendo la polemica contro i razionalisti, oppone loro un’affermazione di san Paolo: “Se anche abbiamo conosciuto il Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così” (2 Cor 5, 16). Da essa, il Bultmann deduce le ragioni del fallimento delle ricerche dei razionalisti.

Essi hanno fallito perché hanno preteso di usare i vangeli come testi di storia, mentre, da quanto dice san Paolo, si capisce chiaramente che tutte le opere del Nuovo Testamento - e quindi anche i vangeli - sono testi di fede, scritti da credenti e indirizzati a credenti, per rafforzare una fede già sorta.

Lo scopo primario ed esclusivo dei vangeli è quindi la catechesi, per cui agli evangelisti non interessa ricostruire “archeologicamente” la figura di Gesù, ma annunciarlo come Cristo, Figlio di Dio e Salvatore degli uomini.

Nei vangeli, dunque, non troviamo il Gesù della storia, cioè il profeta galileo vissuto in Palestina nel I sec. d. C. e crocifisso sotto Ponzio Pilato, ma il Cristo della fede, cioè colui che ha definitivamente realizzato la promessa di salvezza fatta da Dio agli uomini. Il personaggio Gesù è sicuramente esistito, ma la fede di cui è stato fatto oggetto lo ha completamente sottratto alla storia, al punto che “di nessuna parola o azione a lui attribuita si può dimostrare la storicità”.

Se tutto questo è vero, conclude Bultmann, pretendere di ricostruire la “vita di Gesù” a partire dai vangeli significa cercare in essi proprio quello che non c’è e, quand’anche le ricostruzioni storiche dei razionalisti fossero attendibili, esse non avrebbero nulla da dire al credente, perché egli, con la sua fede, salta la storia a pié pari.

A queste affermazioni non vale obiettare che, eliminata la storia, non si capisce più su che cosa si possa fondare la fede, perché Bultmann, in quanto luterano, è assolutamente convinto che la caratteristica primaria della fede sia quella di imporsi all’uomo contro ogni evidenza razionale o storica; essa, quindi, non si fonda né sulla ragione (irrimediabilmente corrotta per effetto del peccato originale e quindi incapace di pervenire alla verità), né sulla storia, ma solo su se stessa, in quanto dono di Dio (la fede si autofonda!).

Tuttavia, se oggetto dei vangeli è la fede, bisogna tener presente che essa è stata espressa in termini che erano capiti nel I sec. d.C., cioè in un mondo che non solo non è più il nostro, ma è anzi lontanissimo dal nostro: se la mentalità dell’uomo di oggi è scientifica, quella degli antichi era mitica.

Per capire la differenza tra mentalità mitica e mentalità scientifica, ricorreremo ad un facile esempio. Tutti sappiamo che il tuono è effetto di una scarica elettrica causata dall’incontro di strati d’aria a differente potenziale: questa è la spiegazione scientifica del fenomeno “tuono”. I nostri vecchi, invece, che non la conoscevano, dicevano che quando tuona “il diavolo va in carrozza”, oppure che “i santi giocano a bocce”: queste spiegazioni del fenomeno sono per l’appunto di tipo mitico.

Poiché la visione del mondo degli antichi non è più la nostra, il compito dello studioso del Nuovo Testamento è quello di demitizzare l’annuncio degli apostoli, ossia di attualizzarlo culturalmente, trascrivendolo in termini comprensibili per gli uomini di oggi.

Per questa via, Bultmann perviene a distinguere nel kérygma (cioè nell’annuncio della fede cristiana) ciò che gli apostoli hanno detto da ciò che essi hanno voluto dire.

Ciò che veramente conta per il credente di oggi è questo secondo aspetto; la forma in cui gli apostoli si sono espressi è legata alla loro cultura e a quella dei loro primi uditori, nonché ai modi di dire propri della lingua in cui essi si esprimevano.

Applicando tutto questo all’annuncio “Gesù è risorto”, Bultmann conclude che al credente non interessa affatto sapere o stabilire se dietro ad esso stia o non stia un fatto storico; ciò che conta per lui è che Gesù sia risorto nell’annuncio degli apostoli, il cui valore autentico ed eterno non sta quindi nel fatto di riferire un evento realmente accaduto, ma nel fatto di mettere l’uomo davanti ad una scelta radicale: se credere o non credere.

In altre parole, Bultmann ritiene che, con l’affermazione “Gesù è risorto”, gli apostoli volessero dire ai loro ascoltatori: “In questo momento, attraverso le nostre parole, Dio vi sta interpellando a fidarvi ciecamente di Lui”.

Si veda, a conferma di quanto detto sopra, il seguente testo di Bultmann:
“Spesso... si dice che, secondo la mia interpretazione del kérygma, Gesù sarebbe risorto nel kérygma. Io accetto questa formula. Essa è esatta a condizione che sia esattamente compresa. Essa suppone che il kérygma stesso sia un evento escatologico; essa afferma che Gesù è realmente presente nel kérygma, che questo è la sua parola la quale raggiunge l’uditore nel kérygma. Se non fosse così, tutte le speculazioni sul modo di essere del Risorto, tutti i racconti sulla tomba vuota e tutte le leggende pasquali, anche se contengono alcuni elementi di ordine storico e anche se possono essere vere secondo il simbolismo del loro contenuto, tutto diventa senza valore. Il senso della fede pasquale è di credere al Cristo presente nel kérygma” (Verhaltnis, 1960, p. 127).

Da questo punto di vista, l’annuncio del Cristo (la risurrezione) è attualizzazione definitiva dell’annuncio di Gesù (il Regno di Dio): già in esso era infatti contenuto l’invito ad una scelta radicale: “Per amore del Regno di Dio vale la pena di rinunciare a tutto. L’uomo è situato di fronte ad un grande aut... aut, se decidersi per il regno di Dio e sacrificare ad esso ogni cosa” (Gesù, tr. it., Queriniana, p. 28).

A chi gli chiedesse allora: “Come mai la predicazione apostolica non si è limitata a ripetere l’annuncio di Gesù, come i discepoli in genere ripetono la dottrina del maestro”, Bultmann risponde che: “La comunità più antica ha inteso (con sempre maggior chiarezza) la storia di Gesù come l’evento escatologico decisivo, che come tale non può essere mai relegato nel passato, ma resta sempre presente, nell’annuncio (...). Se la pura ripetizione dell’annuncio di Gesù (...) rende il passato presente in modo tale che esso pone l’uditore (o il lettore) di fronte ad una decisione per (o contro) una possibilità di autocomprendersi, quale ci viene dischiusa nell’annuncio del Gesù storico, il kérygma del Cristo esige la fede nel Gesù presente in esso, in quel Gesù che a differenza del Gesù storico non si è limitato a promettere la salvezza, ma l’ha già conferita” (Sitzungberichte der Heidelberger Akademie der Wissenschaften, 1960).

In altre parole, se l’annuncio del Regno di Dio è promessa, l’annuncio della risurrezione evidenzia che quella promessa si è definitivamente realizzata.

Con questa lettura teologica, Bultmann replicava ad un’insidiosa obiezione dei razionalisti, quella per cui Gesù aveva predicato il Regno di Dio... e ne era nata la Chiesa.

Ancora più significativo è un testo di W. Marxen, discepolo di Bultmann, anche perché si presta bene a sintetizzare tutto quanto si è detto sin qui della scuola mitica:
“Nell’indagine storica dietro i nostri testi noi non incontriamo il fatto della risurrezione di Gesù, bensì la fede della comunità primitiva dopo la morte di Gesù.
Questa fede è una realtà constatabile nelle sue espressioni. Ci imbattiamo, nello stesso tempo, con l’asserzione che questa realtà si è verificata attraverso un miracolo. E il fatto che abbiamo a che fare in essa con un miracolo, lo si esprime con la rappresentazione della risurrezione di Gesù (...)
Se io sperimento il mio-giungere-alla-fede come miracolo e se esprimo questo miracolo dicendo che Gesù è risorto, non posso affermare nulla di più di quello che affermava la comunità primitiva.
Nondimeno, ci si può chiedere se è assolutamente necessario esprimerlo così. Di fronte all’attuale babele si potrebbe persino chiedere se si debba ancor oggi esprimere così, perché c’è il pericolo di equivocare subito. Per questo ho proposto altre formulazioni: la causa di Gesù continua; oppure: egli viene ancor oggi... È la realtà del mio esser-giunto-alla-fede che qui interpreto. La realtà non esiste isolata dall’interpretazione. Ma essa esprime il carattere di miracolo della realtà, la priorità di Dio o di Gesù nel verificarsi della mia fede” (La Risurrezione, 1968, p. 144).
Il discorso di Marxen è chiarissimo: il vero miracolo è quello della fede, non l’evento della risurrezione. Anzi, intendere il kérygma nel secondo modo significa esporsi al rischio di “equivocare”.

Detto questo, però, si trattava per Bultmann e per i suoi allievi di spiegare da dove fosse nato “l’equivoco” della fede nella risurrezione come fatto: tale fede, storicamente documentata, costituisce infatti un autentico travisamento dell’originario annuncio degli apostoli.

Per Bultmann, questo travisamento va collocato nel momento cruciale della diffusione del Cristianesimo presso i pagani. Finché, infatti, la prima comunità si era rivolta agli ebrei, il valore metaforico dell’annuncio della risurrezione, formulato originariamente in ebraico o in aramaico, era chiaro a tutti: l’espressione “Gesù è risorto” era un modo di dire proprio di una lingua semitica e tanto chi la pronunciava, quanto chi la ascoltava sapeva benissimo che essa non andava presa alla lettera, ma che si trattava di un “mito”, ovvero di un discorso figurato che voleva esprimere un’altra realtà.

Quando, però, il Cristianesimo si diffuse presso i pagani, che erano per lo più di lingua greca, l’annuncio della risurrezione fu tradotto alla lettera, secondo l’uso degli antichi: proprio per questo, il valore metaforico dell’originaria espressione semitica andò perso e i greci furono indotti ad intendere l’espressione “Gesù è risorto” in senso storico, anziché in senso mitico.

In altre parole, Bultmann ritiene che vi sia stato un errore nella seconda comunità cristiana, quella greca, che ha interpretato male i modi di dire ebraici o aramaici che gli apostoli hanno impiegato per esprimere la loro fede nel Cristo.



b) Critiche al metodo di Bultmann

A Bultmann furono, tuttavia, mosse varie obiezioni:

1) in primo luogo non convinse il suo atteggiamento di rinuncia totale a qualunque collocazione storico-cronologica degli avvenimenti relativi all’uomo Gesù: non c’è dubbio che la sua figura sia stata idealizzata dagli evangelisti, ma poneva e pone tuttora obiettive difficoltà pensare che questa idealizzazione sia stata talmente radicale da far scomparire totalmente un personaggio dalla storia a non molto tempo di distanza dalle sue vicende.

Ad accorgersi di questa difficoltà fu proprio un allievo di Bultmann, Ernest Kase-mann, al quale dobbiamo l’elaborazione di una serie di criteri grazie a cui è possibile, dai vangeli, risalire al Gesù storico e pronunciarsi, con un buon grado di probabilità, sulla storicità effettiva di questo o quel detto o fatto di Gesù.

In effetti, un esame anche non approfondito dell’attuale produzione relativa al problema del Gesù storico rivela che più nessuno studioso condivide lo scetticismo radicale di Bultmann;

2) l’abdicazione alla storia implicita nella lettura di Bultmann produce un altro inconveniente, quello per cui non si riesce a spiegare storicamente come dal giudaismo sia potuta scaturire l’idea, anzi... il mito del dio che si incarna. Bultmann tentò di spiegare la cosa, ma la sua spiegazione non risultò convincente;

3) Paolo di Tarso, che culturalmente era bilingue, in quanto conosceva perfettamente sia il greco, sia le lingue semitiche, in 1 Cor 15, 6, parla della risurrezione di Gesù come di un autentico fatto, tant’è che si fa scrupolo di precisare che molti testimoni delle apparizioni di Gesù erano ancora vivi nel momento in cui egli scriveva (senso del discorso: “Non credete a me? Andate a chiedere a loro!”): ora, se c’era una persona perfettamente in grado di cogliere il valore... figurato dell’annuncio della risurrezione, era proprio lui. Paradossalmente, proprio Paolo, “l’apostolo delle genti”, sarebbe stato alla radice del fraintendimento di quell’annuncio!


In sintesi,

per le scuole critica e mitica la risurrezione non è successa o non è importante sapere se è successa: c’è stato un errore di interpretazione, in buona fede, da parte della comunità cristiana:

- per la scuola critica l’errore è stato nella prima comunità cristiana (gli ebrei cristiani) che hanno interpretato male i fatti che aveva visto;

- per la scuola mitica l’errore è stato nella seconda comunità cristiana (i cristiani greci) che hanno interpretato male i modi di dire ebraici/aramaici che gli apostoli hanno usato.

Queste due ipotesi che vogliono salvare la buona fede della comunità cristiana, sono le uniche possibili, perché l'errore è potuto solo avvenire in una di quelle due comunità, ebraica o greca. In seguito l'errore non fu più possibile, perché
- il greco non fu più dimenticato;
- nel Nuovo Testamento, dopo la codificazione nel canone, non poterono introdursi altri errori d’interpretazione, data la continuità nel tempo delle comunità che lo leggevano.



B) Interpretazione per la storicità

La scuola della tradizione, formata da cattolici, ortodossi e molti protestanti, ha sempre letto i testi nel loro senso più immediato. Accetta perciò la storicità della risurrezione di Gesù, ritenendo che le convergenze esistenti nei vari racconti della risurrezione siano molto più importanti che non le divergenze e le contraddizioni.

Si è mossa in tre direzioni:

1) Obietta a quelli che sostengono la tesi contraria

+ agli ebrei e a tutti i sostenitori della malafede:
qualcuno dà forse la vita per una ragione che sa essere falsa?

+ alle scuole critica e mitica: per sostenere le loro tesi hanno dovuto ipotizzare una datazione tardiva per i vangeli, datazione smentita dalle scoperte archeologiche.

+ alla scuola critica:
- si aggrappa alla ottimistica fede nell'infallibilità della ragione umana. Ma la ragione umana è veramente infallibile?
- suppone le leggi naturali assolutamente immutabili. È certo?
- come può ipotizzare con tanta disinvoltura la divinizzazione di un uomo da parte di ebrei? (scarsa conoscenza della loro mentalità);

+ alla scuola mitica:

- abdica a qualunque collocazione cronolo-gica degli avvenimenti riguardanti l'uomo Gesù. Possibile che gli evangelisti abbiano così radicalmente idealizzato il personaggio, a poco tempo di distanza dalle sue vicende?
- ancor più della precedente scuola essa non è in grado di giustificare storicamente come dal giudaismo sia potuta scaturire l'idea, anzi... il mito (!) del dio che si incarna (disinformazione storica);
- come spiegare la testimonianza di Paolo, in 1 Cor 15,6: egli conosceva perfettamente il greco, l'ebraico e l'aramaico e dice «apparve a più di 500 fratelli in una volta, la maggior parte dei quali vive ancora, mentre alcuni sono morti»?

Non si fa così anche oggi per far accettare la storicità di un fatto?

2) Porta "indizi" a favore dell'attendibilità dei cristiani (v. Cap. successivo):

1. I primi cristiani,

pur volendo far credere alla risurrezione, non la raccontano mai. Raccontano di aver visto Gesù vivo, di averlo visto morto e poi risorto. Non dicono di averlo visto risorgere.

2. Senza la risurrezione resta difficile spiegare:
a) come gli apostoli siano ritornati a credere a Gesù dopo la catastrofe della sua morte (nell'ebraismo non si pensava ad una risurrezione immediatamente dopo la morte);
b) come gli apostoli si siano impegnati così a fondo per dire che Gesù è risorto. Che cosa potevano fare di più? Chi glielo faceva fare? Solo il fanatismo?
c) come gli apostoli, da giovani, non abbiano avuto il coraggio di morire per Gesù e poi l'abbiano avuto da vecchi.

3. La conversione di Paolo:
come spiegarla dopo quello che egli ha fatto per diffondere il Cristianesimo, senza che fosse convinto di aver veramente visto Gesù risorto?

4. Il fatto che gli stessi cristiani,
pur accorgendosi delle contraddizioni contenute nei vangeli (le discussioni al riguardo datano già dal II sec. d.C.), non abbiano mai approvato i tentativi operati per appianarle. Così, ad es., non fu accettato come canonico il vangelo di Pietro, che pure tentava di eliminare le divergenze dei racconti evangelici.

5. Il "fatto" che molte persone, dopo averli conosciuti,
abbiano accettato la loro parola ed abbiano creduto a loro: vuol dire che li hanno giudicati credibili.

3) Cerca di spiegare le ragioni delle divergenze nei testi:

- prima di essere scritti, i fatti sono stati tramandati a voce per alcuni decenni e una tradizione orale può alterare i particolari;
- i vangeli sono libri di fede scritti da credenti e per credenti: non mirano a far credere, ma a far rafforzare una fede già sorta e quindi non si preoccupano troppo dei particolari storici;
- gli antichi avevano un diverso concetto di storia: non si curavano tanto della precisione cronachistica, quanto piuttosto di dimostrare la veridicità delle tesi da loro affermate;
- anche oggi i racconti fatti da più testimoni sul medesimo avvenimento sono spesso contraddittori o quanto meno divergenti (almeno nei particolari).

Per esserne convinti basta confrontare fra loro le varie descrizioni che di uno stesso fatto danno i diversi giornali. Anzi un criterio di indipendenza reciproca di più testimoni spesso è proprio la diversità di impostazione del racconto e la divergenza dei particolari messi in risalto.

- l'attenzione dell'uomo, che è un essere limitato, si ferma su quegli aspetti che lo toccano di più. Quindi non può essere totalmente oggettivo;
- i primi cristiani hanno raccolto attorno all’annuncio fondamentale della risurrezione soprattutto quei particolari che permettevano loro di rispondere ad obiezioni critiche che nascevano o potevano nascere da parte dell’uditorio il quale, da un ambiente all’altro, manifestava interessi ed esigenze diverse. Nei racconti evangelici si colgono molti accenni scritti espressamente per controbattere le obiezioni degli avversari. Così hanno ricordato via via quei particolari dei racconti che più servivano a rispondere a sempre nuove obiezioni.

Alla luce di questi princìpi si spiegano abbastanza bene le varie divergenze contenute nei racconti della risurrezione.
19/04/2010 23.42
 
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Le REAZIONI
all'ANNUNCIO dell'EVANGELO




In questo capitolo vedremo
alcuni dubbi che possono venire dopo l'ascolto
della predicazione sulla risurrezione



1. Premessa

La risurrezione, fatto straordinario

- All'origine del Cristianesimo, secondo i documenti cristiani, c'è l'annuncio della risurrezione di Gesù.

- L'annuncio di questo fatto "straordinario" è giunto a noi (anche solo attraverso la lettura del precedente capitolo di questo libro).

- Questo fatto, se è successo, è totalmente al di fuori della nostra esperienza e perciò in qualche modo provoca la nostra curiosità: non capita infatti tutti i giorni che un uomo risorga. E dobbiamo tuttavia dedurre da esso una conclusione elementare, ma fondamentale: se è vero che un uomo è risorto, è nelle possibilità dell'uomo risorgere.

N.B. Qui non partiamo dal presupposto che Gesù fosse un essere straordinario (Dio?), ma che fosse un uomo come tutti gli altri, perché tale è stata l'esperienza prima di coloro che dicono di averlo conosciuto (cfr. per es. Pietro in At 2,22: "Gesù il Nazoreo, uomo accreditato dal Dio..."). D'altronde nessun ebreo dei tempi di Gesù poteva pensare che egli fosse Dio. Per il pensiero ebraico Dio è "l'assolutamente altro", inaccessibile, invisibile, innominabile... Spesso i cristiani (e in particolare i cattolici) sono educati a pensare che Gesù sia un essere speciale, non sia un uomo, ma soltanto un Dio. Perciò non suscita affatto meraviglia in loro che egli sia risorto: è infatti già nato in modo del tutto speciale! Facciamo però notare che, in quanto Dio, Gesù non poteva neanche morire. Se è risorto, lo è in quanto uomo.



2. Le reazioni all'annuncio della risurrezione

Vediamo allora le prime possibili reazioni di fronte a questo annuncio:

a) "Non mi interessa"

Qualcuno potrebbe pensare: "Il fatto di risorgere a me non interessa. Questa vita è già troppo brutta perché debba continuare dopo la morte. Gesù è risorto? Buon per lui, ma questo fatto, come tanti altri, non tocca la mia vita, come per es. il fatto che Napoleone abbia perso a Waterloo. Il saperlo per me è pura cultura; non serve a dare un senso alla mia vita".

¯ È quasi superfluo notare che, per una persona che ragiona così, il discorso sul Cristianesimo può interessare solo come fenomeno storico e culturale, vista l'importanza che il Cristianesimo ha avuto nella storia dell'umanità.

b) "Mi interessa e perciò approfondisco"

Qualcuno potrebbe invece ragionare in questo modo:
«Io sto cercando di dare un senso alla mia vita e, a prima vista, capisco che vivere è camminare verso la morte. Tuttavia sento questo come innaturale: morire mi dispiace e mi fa paura. La Chiesa mi dice: "Gesù, pretendendo di parlare a nome di Dio, anzi dichiarandosi addirittura Figlio di Dio, dice che la vita umana continua dopo la morte ed è destinata a raggiungere una felicità che l'uomo non può neanche immaginare, a patto che si seguano i suoi insegnamenti. Per essere creduto, cioè per far vedere che le sue affermazioni sono vere, Gesù offre come garanzia la sua risurrezione". Questo discorso mi interessa. Desidero perciò approfondirlo per valutarne la verità». Il corso di base (e questo libro che lo sintetizza) sono fatti per queste persone.
3. I dubbi

A chi vuol veder chiaro nel discorso cristiano è inevitabile che sorgano modubbi. Cerchiamo di elencare i principali (senza pretendere di essere completi) e di tentare di dare ad essi una risposta onesta.

a) Dubbi sull'esistenza storica di Gesù

È veramente esistito un uomo di nome Gesù di Nazareth, iniziatore del Cristianesimo?



b) Dubbi sui libri cristiani

Per conoscere l'insegnamento di Gesù dobbiamo rivolgerci ai libri cristiani e qui sorgono altri dubbi:

1. Quali documenti reali abbiamo?

2. Siamo sicuri che risalgano veramente a testimoni oculari?

3. Siamo sicuri che i manoscritti non siano stati manipolati lungo i secoli? Siamo sicuri di leggere oggi il testo come è uscito dalle mani degli autori?



c) Dubbi sulla risurrezione di Gesù

1. È veramente accaduta? I testimoni sono credibili?

2. Come interpretare i documenti che la raccontano?



d)Dubbi sulla natura di Gesù

Sarà veramente Figlio di Dio?



e) Dubbi sull'insegnamento di Gesù

1. I testimoni avranno capito bene quanto Gesù diceva?

2.Nel tradurre il suo insegnamento dall'aramaico/ebraico in greco non si saranno introdotti errori?

3.Il suo insegnamento è valido per tutte le generazioni o qualcosa deve essere abbandonato col passaggio da una cultura all'altra?
Nei capitoli che seguono cercheremo di dare una riposta a queste domande.



4. Scopo del corso

Il corso vuole presentare le risposte che i cristiani danno a questi dubbi, non con la pretesa di far credere, ma con quella di dare gli elementi per fare una scelta onesta.

Al termine di questo lavoro saremo in possesso dei dati necessari per formulare un nostro giudizio personale, che potrà essere:

- sono disposto a credere che il fatto sia successo (atto di fede);

- non sono disposto a credere che il fatto sia successo;

- rimango nel dubbio, almeno per ora.







L'ESISTENZA di GESU' di NAZARETH

I documenti

In questo capitolo vedremo:
cosa ci dicono gli storici soprattutto non cristiani
del I e II sec. sull'esistenza di un uomo di nome
Gesù di Nazareth

1.Il problema

La Chiesa pone alle sue origini un uomo, Gesù di Nazareth, detto il Cristo 1 (= portavoce di Dio) vissuto in Palestina nel I sec. d.C. di cui dice che è risorto.

Ma Gesù è davvero esistito?

Cosa sappiamo su di lui?
La nostra sarà una ricerca sui documenti antichi.

2. La risposta

Trattandosi di un personaggio di 2000 anni fa, la risposta si può avere solo dai documenti storici antichi, i quali sono di sue tipi:

- scritti da non cristiani

- scritti da cristiani.

Su di essi facciamo alcune precisazioni.

Precisazioni
1. I documenti non cristiani verranno riportati prevalentemente per esteso, in una nostra traduzione quasi letterale.

2. Dei documenti cristiani (contrassegnati con *) daremo invece solo le informazioni essenziali, perché è abbastanza facile trovarli e poi perché da qualcuno possono essere contestati in quanto "di parte" (... ma ci può essere uno storico che non sia di parte?).

3.Citeremo i documenti secondo l'ordine cronologico della loro data di composizione (sicura o probabile).
a) Documenti del I sec. d.C.

45-80 * Vangelo secondo Matteo, scritto in greco, probabilmente come rielaborazione di un documento più antico, che non possediamo, redatto in una lingua semita.

50-65 * Vangelo secondo Marco, in greco.

50-67 * Epistolario Paolino, 13 lettere di Paolo in greco.

55-62 * Vangelo secondo Luca, in greco (collocato da vari studiosi dopo il 70).

50-58? * Lettera di Giacomo, scritta in greco.

61-63 * Atti di apostoli, in greco (anche dopo il 70?).

60-65? * Prima lettera di Pietro, in greco.

64-67? * Lettera agli ebrei, in greco.

70-80? * Didaché (cioè "dottrina dei dodici apostoli"), in greco.

* Seconda lettera di Pietro, in greco.

* Lettera di Giuda, in greco.

80-95 * Scritti di Giovanni, in greco:

* Vangelo

* Tre lettere

* Apocalisse

93-94 - Le antichità giudaiche di Giuseppe Flavio

Giuseppe (37-110 d.C.), è uno storico ebreo, diventato filoromano, al servizio di Vespasiano e di suo figlio Tito, divenuti imperatori.
Scrisse in greco varie opere storiche tra cui le Antichità giudaiche, in 20 libri, che raccontano la storia ebraica da Abramo ai suoi tempi.
Nel libro XVIII, § 63-64, si trova un passo, detto Testimonium flavianum, citato da Eusebio di Cesarea nella Storia Ecclesiastica (1,11,7) e nella Demonstr. evang. (3,5,105-106), e dal vescovo cristiano Agapio (sec. IX) nella sua Storia Universale scritta in arabo.
Presentiamo qui il testo ora accettato da tutti:

«Ci fu verso questo tempo (l'anno 30 d.C.) Gesù uomo sapiente. La sua condotta era buona ed era stimato per la sua virtù. E attirò a sé molti giudei e anche molti greci. Pilato lo condannò ad essere crocifisso e a morire. Ma non cessarono di amarlo coloro che da principio lo avevano amato. Essi raccontano che era apparso loro tre giorni dopo la sua crocifissione e che era vivo. Forse perciò era il Cristo di cui i profeti hanno raccontato tante meraviglie»


95 * Prima lettera di Clemente, vescovo di Roma, scritta in greco e indirizzata ai cristiani di Corinto.

b) Documenti del II sec. d.C.

96-138 * Lettera di Barnaba, in greco.

105-7 * Epistolario di Ignazio di Antiochia, in greco: comprende 7 lettere indirizzate da questo vescovo ai cristiani di varie Chiese che avrebbe incontrato mentre veniva portato a Roma per subirvi il martirio.

112 ? - Annales di Tacito, scritti in latino.

Sono la storia dell'Impero romano dalla morte di Augusto a quella di Nerone, cioè dal 16 al 68 d.C. Racconta che nel 64 c'era stato a Roma un incendio ed era corsa voce che l'imperatore Nerone stesso avesse dato ordine di appiccare il fuoco. In riferimento a tale fatto lo storico romano scrisse:

«Per mettere fine alla diceria, Nerone fece passare per colpevoli e sottopose a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli per le loro vergognose azioni, denominava cristiani. L’autore di questo nome, Cristo, era stato messo a morte sotto l’impero di Tiberio, per ordine del procuratore Ponzio Pilato; e, pur essendo stata momentaneamente repressa, questa esiziale superstizione ricominciava a diffondersi, non solo per la Giudea, origine di quella sciagura, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di scellerato e di vergognoso. Perciò, in primo luogo furono arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro loro indicazione, una grande moltitudine fu condannata, non tanto per l’accusa di aver appiccato l’incendio, quanto per odio del genere umano» (Annales, XV, 44).

112 - Lettera di Plinio il giovane all’imperatore Tra-iano, scritta in latino (Epist. X, 96).

Plinio è «legato per la provincia del Ponto e della Bitinia con potere consolare». Riportiamo parti della lettera:­

«Non ho mai preso parte ad istruttorie a carico dei cristiani; perciò, non so che cosa si sia soliti fare: o punire, od inquisire, ed entro quali limiti ]...].
Certamente erano meritevoli di castigo per la loro pertinacia e la loro cocciuta ostinazione. Altri ve ne furono, colpiti dalla stessa follia, al cui riguardo, poiché erano cittadini romani, ordinai che fossero condotti a Roma. Ben presto, poiché, per il fatto stesso di trattare questi problemi, le accuse aumentarono, come di solito accade, mi capitarono sottomano numerosi casi [...].
Altri, denunciati da un delatore, dissero di essere cristiani e subito dopo negarono; dissero di esserlo stato in passato, ma di aver cessato di esserlo, chi da tre anni, chi da un numero d’anni ancor maggiore, alcuni addirittura da vent’anni. Anche tutti costoro venerarono la tua immagine e quella degli dèi e maledissero Cristo.
Dicevano, inoltre, che la loro colpa o il loro errore consisteva nel fatto di esser soliti riunirsi all’alba in un giorno fisso e di intonare a cori alterni un inno in onore di Cristo, come se fosse un dio, e di impegnarsi con un giuramento non a commettere qualche delitto, ma a non commettere furti, frodi, adultèri, a non venir meno alla parola data, a non negare un deposito, qualora ne fossero richiesti. Fatto ciò, era loro costume allontanarsi e ritrovarsi di nuovo insieme per prendere un cibo, ad ogni modo comune ed innocente, ma avevano desistito da questa usanza in seguito al mio editto, nel quale, in osservanza ai tuoi ordini, avevo vietato la costituzione di eteríe (= associazioni) [...] Mi è parso, infatti, che la questione meritasse di esser sottoposta al tuo giudizio, soprattutto per il numero di quelli che sono coinvolti in questo pericolo: molte persone di ogni età, di ogni ceto sociale, addirittura di ambo i sessi, sono trascinate in questo pericolo e ancora lo saranno. E non solo per la città, ma anche per i sobborghi e per le campagne si è esteso il contagio di questa deleteria superstizione; tuttavia, mi pare che si possa ancora bloccarla e ricondurla nella norma».

112 - Risposta di Traiano a Plinio (Epist. X, 97)

«Mio caro Plinio, nell’istruttoria dei processi contro coloro che ti venivano denunciati come cristiani, hai seguito la procedura alla quale dovevi attenerti. Non si può infatti stabilire una norma generale che abbia, per così dire, un carattere rigido. Non li si deve ricercare; nel caso in cui vengano denunciati e riconosciuti colpevoli, debbono esser puniti, in modo, però, che colui che avrà negato di esser cristiano e lo avrà dimostrato coi fatti, cioè rivolgendo suppliche ai nostri dèi, sebbene sospetto in passato, ottenga il perdono per il suo ravvedimento».

120 - Vite dei Cesari di Svetonio, scritte in latino

Nella Vita di Claudio (25, 4), dice che l'imperatore:
«Espulse da Roma i giudei diventati per istigazione di Cresto 1, una continua causa di disordini».

L’espulsione avvenne nel 49 (cfr. anche Atti 18, 2).

125 * Apologia di Quadrato all’imperatore Adriano.

150 * Il Pastore di Ermas: è una raccolta di visioni in greco.

155-65 - Giustino, filosofo cristiano nato a Nablus, in Samaria, ma non ebreo, scrisse in greco tre opere:

* due Apologie in difesa dei cristiani (a. 155 e 165)

* Dialogo con Trifone (anno 160)

è un dialogo tra Giustino ed il rabbino ebreo Trifone a proposito dell'Ebraismo e del Cristianesimo. In esso Giustino afferma:

«Voi ebrei avete preso uomini scelti di Gerusalemme e li avete inviati per tutta la terra a dire che era apparsa la setta empia ed iniqua dei cristiani» (17,1) «per l'errore di un certo Gesù, un galileo, e dicendo che loro (=gli ebrei) l'avevano crocifisso, ma i suoi discepoli l'avevano sottratto di notte dal sepolcro dove era stato deposto una volta schiodato dalla croce e ora andavano ingannando gli uomini affermando che era ridestato dai morti ed era salito al cielo» (108,1).

Questo giudizio di malafede contro i cristiani ha varcato i secoli ed è ancora sostenuto oggi da studiosi ebrei.

177 * Apologia di Atenagora all'imperatore Marco Aurelio.

180 - Il discorso veritiero del filosofo Celso (conservato nel * Contra Celsum di Origene), sostiene che:

Gesù era soltanto un uomo; le profezie (dell'Antico Testamento) si possono adattare a migliaia di altre persone meglio che a Gesù.
Si noti, a conclusione, che, davanti all’abbondanza delle fonti cristiane, le fonti non cristiane riguardanti l'origine del Cristianesimo sono assai poche, perché la «Storia» si accorge di un fenomeno solo quando esso acquista notevole rilevanza. E, normalmente, ciò avviene solo molto tempo dopo che il fenomeno è sorto.

c) Documenti con fonti dei sec. I e II

a) Libri apocrifi 1 del N.T. (soprattutto vangeli)

Sono "costruzioni" della vita di Gesù o di qualche apostolo. Spesso sono attribuite ad un apostolo per dare maggior credito al libro stesso, anche se in qualche caso è facile dimostrare che si tratta di un falso. Per questo sono anche detti "libri pseudoepigrafi" (= falsamente attribuiti).
Nascono dal desiderio di conoscere qualche cosa di più sul Maestro-Fondatore o sugli altri fondatori del Cristianesimo e dipendono spesso in modo evidente dai libri del Nuovo Testamento: cercano di supplire con la fantasia al carattere lacunoso dei libri ufficiali. Non è escluso che qualche informazione sia storica.
Spesse volte sono difficili da datare. Elenchiamo i principali, di cui abbiamo frammenti:

* Vangelo secondo gli ebrei, redatto in aramaico, poi tradotto in greco.

* Vangelo dei nazorei, (lingua ?).

* Vangelo degli ebioniti, in greco.

* Vangelo degli egiziani, in greco.

* Vangelo di Pietro, in greco.

* Protovangelo di Giacomo, in greco.

* Vangelo di Tommaso, in greco.

* Atti di Pilato, in greco.

* ...

b) I Talmùd (III-V sec.) - libri ebraici

Sono scritti del giudaismo ufficiale per interpretare e commentare la legge di Mosè. Sono giunti a noi in due edizioni: quella di Gerusalemme (più breve) e quella di Babilonia (più lunga).

In questi libri la figura di Gesù è ben nota.

Nell’edizione babilonese di questi scritti è contenuto questo brano:
«Ecco ciò che è trasmesso: Il giorno di preparazione di Pasqua, fu appeso Gesù (di Nazareth, aggiunge un manoscritto). Un araldo aveva camminato quaranta giorni davanti a lui (dicendo): "Deve essere lapidato perché ha praticato la magia e ha sviato e sedotto Israele. Chiunque sa qualcosa a sua discolpa venga a difenderlo". Ma non fu trovata alcuna difesa e fu appeso il giorno di preparazione della Pasqua» (Sanhedrin 43a). Si noti la somiglianza di questo giudizio con quello riportato da Giustino nel suo Dialogo con Trifone (v. pag. 31)Nel Talmùd di Gerusalemme è scritto:
«Così parla R. Abbahu: quando uno dice "sono Dio" egli mente; "sono Figlio dell’uomo", alla fine Egli lo rifiuterà; "Io salirò al cielo", lo dice ma non può compierlo» (Taanìt II,1 opp. II, 65, 69). Palesi allusioni ai testi evangelici.Da vari altri passi indiretti del Talmùd, sappiamo anche che Gesù è nato da una pettinatrice di nome Maria e da un soldato romano di passaggio di nome Pantera o Pandera (anche il Talmùd allora ammette che Giuseppe non è il padre di Gesù!).


3. Conclusioni minime

Dai documenti non cristiani emerge:

1. È esistito Gesù di Nazareth 1, morto giustiziato attorno al 30 d.C. in Palestina, sotto Ponzio Pilato, ai tempi dell’imperatore romano Tiberio.

2. I suoi seguaci affermano di aver visto Gesù nuovamente vivo e riconoscono in lui il Cristo (o Dio).

3. Gesù è indicato come il fondatore della "setta" cristiana.



18/10/2018 14.41
 
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Ecco perché il cristianesimo non è una religione…



Si parla sempre di religione cattolica, non è sbagliato. Ci mancherebbe. Anche nel cristianesimo ci sono riti, preghiere, dottrina, ci sono i sacerdoti. In questo senso c’è tutto quello che c’è in una religione. Solo che questo legame non lo abbiamo stabilito noi.


Don Luigi Giussani, un sacerdote e un grande educatore che ha fatto scoprire la fede a moltissime persone, per spiegare questo faceva un disegno alla lavagna. Una lunga riga orizzontale, con una freccia: la linea della storia. Sopra la riga, in alto, piazzava una “X”, come l’incognita delle equazioni: il Mistero, Dio. Poi, tante frecce che partivano da punti diversi della riga per avvicinarsi alla “X”. Le spiegava così: «Sono le religioni, che nascono in certi momenti storici come tentativi dell’uomo di conoscere la “X”, di svelarne il volto». Tentativi nobili, ma impossibili: il Mistero è troppo più grande delle capacità dell’uomo.


Conoscere fino in fondo Dio, per noi, è impossibile. «A meno che…». E lì disegnava una freccia che faceva il percorso inverso: dalla “X” a un punto della riga. «A meno che in un certo momento della storia non sia Dio a rivelarsi. A rendersi incontrabile da noi». Il cristianesimo è proprio questo. Un uomo che, in un certo momento della storia, dice: io sono la via, la verità e la vita. Io sono Dio.


E’ un caso unico. Non ce ne sono altri nella storia. Maometto, Buddha, Confucio e i fondatori delle varie religioni sono in qualche modo profeti. Annunciano Dio agli uomini. Dicono: ho capito qualcosa in più di Dio e ve lo spiego. E magari lo fanno anche in maniera accattivante, tanto è vero che attorno a loro si creano folle di persone che li seguono. Gesù no. Lui non si limita a dire: vi spiego chi è Dio. Lui dice di essere Dio. Delle due l’una: o era pazzo, o quello che diceva di essere è vero. Non ci sono vie di mezzo.


Attenzione, però: se quello che dice è vero, cambia completamente il nostro modo di entrare in rapporto con Dio. Invece di restare un mistero assoluto, che richiede sforzi immani di comprensione e una serie di tentativi di immaginarselo destinati a restare insoddisfatti, Dio diventa qualcosa di semplice, di incontrabile da tutti. Anche dai semplici, dai poveri, da chi non ha studiato. Anzi, sotto questo aspetto è davvero una rivoluzione enorme perché proprio le persone più semplici e aperte, quelle che non hanno delle loro teorie da difendere, paradossalmente sono avvantaggiate.


Lo stesso don Giussani faceva questo esempio. Immagina di avere davanti una grande pianura piena di cantieri. Ovunque ci sono gruppi di persone che costruiscono torri altissime che vanno verso il cielo, ognuno è un progetto diverso disegnato da un architetto diverso; ognuno con il suo staff di ingegneri e capomastri che seguono i lavori; ognuna con migliaia di operai che portano travi e mattoni. Intorno, qua è là, si vedono le macerie di altre torri, già crollate. Ma architetti e manovali continuano a lavorare senza fermarsi perché hanno tutti la stessa speranza: «Con questa torre arriveremo a vedere in faccia Dio». A un certo punto, sulla cima di una collina che dà sulla pianura, spunta un uomo. Guarda per un bel po’ quel cantiere infinito, quel brulicare di formichine che si affannano a correre qua e là. Poi grida: «Fermatevi!».


Gli operai del cantiere più vicino lo sentono e si fermano, incuriositi. Poi gli altri, e gli altri ancora. Alla fine, sulla pianura c’è un silenzio totale. Ascoltano tutti quell’uomo. «Il lavoro che state facendo è bellissimo. Ma è triste. Perché nessuna delle vostre torri, neanche la più alta, può arrivare a Dio». Brusio, vociare. Poi, di nuovo silenzio. E l’uomo prosegue: «Ma Dio ha avuto pietà di voi e dei vostri sforzi. Ha deciso di venire Lui da voi per farsi conoscere». Silenzio totale, pieno di tensione. «Sono io che vi parlo». Urla, strepiti, parolacce. Sopratutto da architetti e ingegneri: «E’ un pazzo, lasciatelo perdere». «Ma che volete mettere questo matto con i nostri progetti? Su, tornate al lavoro. Non perdiamo tempo!». E si rimettono tutti a lavorare. Tutti, tranne qualcuno degli operai. Non hanno un loro progetto da difendere, con la loro firma sopra. Ma vogliono davvero arrivare a Dio. Si guardano in faccia, incuriositi: «E’ se fosse vero?». Così abbandonano il cantiere e vanno verso la collina, per vedere se quell’uomo ha ragione o no.


L’annuncio cristiano è così, rivolto a tutti. Possibile a tutti. Ma sopratutto a chi è più semplice. In uno dei passi del Vangelo, Gesù dice: «Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei cieli» (Mt 5,3). Cioè i semplici, quelli che non hanno teorie da difendere davanti a Dio. Per questo, la notte di Natale i primi ad arrivare davanti alla grotta non sono stati i sacerdoti e gli studiosi -quelli che pure sapevano che il Messia “doveva nascere a Betlemme di Giudea”-, sono stati i pastori. I più semplici furono i primi a riconoscere che c’era qualcosa di misterioso in quel bambino. Ecco, il cristianesimo è questo: è l’annuncio che quel bambino, nato la notte di Natale in quel posto e in quel momento preciso della storia, è Dio.


Il cristianesimo non è una morale, né una serie di regole da rispettare. E’ semplicemente credere a questo fatto, farne esperienza personale. E seguirlo. Cioè, stare con Lui. Benedetto XVI lo ha detto benissimo: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la decisione decisiva». Si diventa cristiani perché ci si imbatte in un fatto, anzi in una Persona. Un Uomo fatto di carne ed ossa come noi: Gesù.

fonte: http://www.uccronline.it/2016/01/17/ecco-perche-il-cristianesimo-non-e-una-religione/


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