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TENTATIVI PER SCREDITARE IL CRISTIANESIMO

Ultimo Aggiornamento: 22/01/2019 18.13
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14/09/2017 18.23
 
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L'industria delle BUFALE non conosce crisi :
" Orrore.Scozia, fossa comune in un orfanotrofio cattolico: sepolti oltre 400 bambini".


I soliti giornali e Tv ,i veri e grandi produttori di fakenews ripetono,con poca fantasia, uno schema già utilizzato in Irlanda per screditare i cattolici.
Occorre innanzi tutto ricordare che anche diversi ospedali governativi utilizzavano questo tipo di sepoltura in quel periodo, segnato da una pesantissima carestia e un’altissima incidenza di mortalità infantile .
La realtà è che non si tratta di una "fossa comune" ma come ha già spiegato il prof. Finbar McCormick, docente di Archeologia e Paleontologia presso la Queens University di Belfast per una notizia simile che riguardava un ospedale gestito da suore in Irlanda ,rimproverando i media per l’utilizzo del termine “fossa comune” per descrivere il tipo di sepoltura : «Si tratta in realtà di un metodo comune di sepoltura utilizzato nel recente passato e utilizzato ancora oggi in molte parti d’Europa.
Molti ospedali materni in Irlanda hanno utilizzato questo tipo di sepoltura comune per i bambini nati morti o per coloro che sono morti subito dopo la nascita, e non certo per bambini uccisi. Questi venivano sepolti assieme in un cimitero vicino, ma più spesso in una zona speciale all’interno dell’ospedale».

I fabbricanti di queste bufale dovrebbero invece denunciare la sistematica uccisione ed eliminazione di tanti nascituri per mezzo della brutale pratica dell'aborto, spiegando da chi e dove vengono smaltiti i poveri corpicini.
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25/09/2017 23.22
 
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28/09/2017 11.21
 
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Alcuni cercano di demolire la figura e l'insegnamento di Cristo, sostenendo che Egli fosse uno zelota e come tale un rivoluzionario politico.
E affermano distorcendo i Vangeli che vi sarebbero notevoli punti di contatto tra i principi di Gesù e quelli di Giuda detto il "galileo" fondatore del gruppo degli zeloti.
Ecco le loro "dimostrazioni" sui supposti punti di contatto fra Gesù il galileo e Giuda il galileo:

  • la politica di obiezione fiscale: Giuda invitava gli ebrei a non pagare le tasse ai romani, poiché ciò sarebbe stato sacrilego, in quanto avrebbe riconosciuto all'imperatore romano una sovranità su Israele che spettava esclusivamente a Yahweh;

  • la denominazione: il fatto che i suoi componenti erano definiti "galilei";

  • gli obiettivi: l'ambizione messianica (che fu coronata da uno dei figli di Giuda, Menahem, il quale, durante la terribile guerra del 66-70 d.C., riuscì, seppure per breve tempo, ad indossare la veste messianica in Gerusalemme);

  • le azioni: il fatto di incitare il popolo alla rivolta e di avere acceso, più volte, focolai di ribellione;

  • le conseguenze: praticamente tutti i suoi leader sono stati condannati a morte per la loro attività messianica;

  • la provenienza: Gamla.

E aggiungono che non possono fare a meno di notare una curiosa serie di corrispondenze coi punti suddetti, che sembrano mettere in relazione il movimento di Giuda il galileo con quello di Gesù:

1) 
la politica di obiezione fiscale: anche Gesù, come Giuda, è stato accusato per questioni relative all'obiezione fiscale ("Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re" Lc XXIII, 2). Si noti la perfetta coincidenza delle tre accuse coi temi del movimento di Giuda;

2)la denominazione: anche il movimento di Gesù era conosciuto col nome "i galilei" ("In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo." Lc XXII, 59; "....Una serva gli si avvicinò e disse: "Anche tu eri con Gesù, il Galileo!"..." Mc XXVI, 69);

3)gli obiettivi: anche Gesù vantava una ambizione messianica, ovverosia il diritto al trono di Israele, al punto da essere definito "figlio di Davide" per numerose volte nella narrazione evangelica. Inoltre tutta la sua famiglia, anche molto dopo la sua morte, continuava a vantare un diritto dinastico ("...Quando lo stesso Domiziano ordinò di sopprimere i discendenti di Davide, un'antica tradizione riferisce che alcuni eretici denunciarono anche quelli di Giuda (che era fratello carnale del salvatore) come appartenenti alla stirpe di Davide e alla parentela del Cristo stesso. Egesippo riporta queste notizie, dicendo testualmente: "Della famiglia del Signore rimanevano ancora i nipoti di Giuda, detto fratello suo secondo la carne, i quali furono denunciati come appartenenti alla stirpe di Davide").Questo passo di Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica) mostra in modo fin troppo chiaro due cose: che Gesù aveva dei fratelli carnali, e che costoro e i loro discendenti, dopo la morte di Gesù, continuarono a perseguire la medesima causa dinastica, per la quale furono perseguitati dai romani;

4)
le azioni: anche Gesù è stato accusato per azioni sovversive ("Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, ... e affermava di essere il Cristo re" Lc XXIII, 2);

5)le conseguenze: anche Gesù è stato giustiziato dai romani per attività messianica ("...Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei..." Mc XV, 25);

6)la città di Gesù, secondo la descrizione lucana, deve trovarsi nelle strette vicinanze di un precipizio, caratteristica questa che manca del tutto a Nazareth mentre calza a perfezione su Gamla.
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RIspondiamo a queste infondate osservazioni.

Cerchiamo di dimostrare invece come i suddetti  supposti punti di contatto sono del tutto erronei e tendenti a demolire la figura, l'opera e l'insegnamento di Cristo.

Partendo dall'ultima obiezione su quanto dice Luca 4,28 ss parlando di Nazareth : All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; 29 si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.,

Che Nazareth fosse situata su un monte, collima con quanto affermato dall'archeologo Ehrman  e cioè che «...analogamente ad altri villaggi e cittadine di quella parte della Galilea,
 era stata edificata sul fianco della collina, nei pressi delle future tombe scavate nella roccia. 
Quindi è anche comprensibile che da un fianco di quella collina montuosa, vi fosse un ciglio roccioso che si affacciava su un dirupo, dal quale, secondo Luca, i conterranei di Gesù volevano gettarlo giù. 
I dati evangelici sono compatibili con i dati archeologici. 
------

Coloro che cercavano capi di accusa contro Gesù volevano farlo come agitatore, sobillatore, bestemmiatore e usurpatore del potere romano .
Ma tutto ciò, come dimostrano  Vangeli non corrisponde a quanto Gesù fece ed insegnò.
Infatti ecco cosa ci fanno sapere i Vangeli, gli unici documenti di cui, o ci fidiamo, oppure cade ogni discorso, perchè a quel punto si può sostenere di tutto, ma senza poter provare nulla
.

Gesù non impedì che venissero versati i tributi a Cesare sia nell'insegnamento che nei fatti.
Questo si dice in Mt 17,24 Venuti a Cafarnao, si avvicinarono a Pietro gli esattori della tassa per il tempio e gli dissero: «Il vostro maestro non paga la tassa per il tempio?». 25 Rispose: «Sì». Mentre entrava in casa, Gesù lo prevenne dicendo: «Che cosa ti pare, Simone? I re di questa terra da chi riscuotono le tasse e i tributi? Dai propri figli o dagli altri?». 26 Rispose: «Dagli estranei». E Gesù: «Quindi i figli sono esenti. 27 Ma perché non si scandalizzino, va' al mare, getta l'amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d'argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te». Ancor più calzante è la domanda specifica riguardante il tributo ai romani oppressori:

Mt.22,17 Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». 18 Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? 19 Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. 20 Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». 21 Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

------

 Gesù fu definito "galileo" da una serva che accusava anche Pietro di essere tale, probabilmente dal loro territorio di provenienza, ma tale soprannome non fu mai attribuita da altri nè a Gesù nè a Pietro nè al seguito di Gesù, soprattutto  perchè tale nomea , se riguardava gli zeloti, certamente non riguardava Gesù e gli apostoli che non avevano nulla in comune. E anche la Chiesa da lui fondata non ebbe mai nessuna connotazione che richiamasse nè questa definizione nè quella degli zeloti, nè agli inizi nè dopo.

Invece Gesù veniva nominato "Nazareno" e tale fu anche l'iscrizione della sua condanna. Ecco le tante attestazioni della sua comune definizione:
Mat 2,23 e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Mat 26,71 Mentre usciva verso l'atrio, lo vide un'altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno».

Mar 1,24 «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio».

Mar 10,47 Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».

Mar 14,67 e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».

Mar 16,6 Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto.

Lu 4,34 «Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di Dio!».

Lu 18,37 Gli risposero: «Passa Gesù il Nazareno!».

Lu 24,19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo;

Giov 18,5 Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore.

Giov 18,7 Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno».

Giov 19,19 Pilato compose anche l'iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei».


Se fosse stato condannato per appartenenza al gruppo degli zeloti avrebbe avuto altra connotazione e la sua colpa sarebbe stata individuata da Pilato, che invece non trovò colpe in Gesù, come specificato in Gv 18,33: Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». 34 Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?». 35 Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». 36 Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 

A ulteriore dimostrazione che Gesù non cercasse un regno mondano tendente a scalzare il governo romano, troviamo:

Giovanni 6,15 Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.

Quindi la condanna di Gesù come re dei giudei in opposizione a Cesare non fu digerita da Pilato perchè si rendeva conto che era solo un capo di accusa rivolta dai giudei per far crocifiggere Cristo.


3) Ciò dimostra anche che l'appartenenza alla discendenza davidica non significava che Gesù rivendicasse per se un trono terreno nè un governo terreno, ma di poter regnare in eterno su un popolo rinnovato dalla Spirito.

 

Non si registrano nei vangeli incitamenti alla rivolta da parte di Gesù, anzi il contrario; infatti non troviamo mai alcun invito a combattere facendo uso di armi, o ricorso alla forza o alla violenza. Troviamo anzi inviti ad accettare persecuzioni e perfino uccisioni senza opporsi, addirittura pregando per i nemici ed amandoli.
Ecco le parole di Gesù in Luca 6,27:... Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, 28 benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. 29 A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l'altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. 30 Da' a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. 31 Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. 

Insomma tutto il contrario di come si sarebbero dovuti comportare gli zeloti.

Un'ultimo aspetto che contraddistingueva gli zeloti era che non si sarebbero mai potuti mettere a mensa con dei pagani.
Mentre sappiamo da Marco 2,14: E, passando, vide Levi, figlio d'Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì. 15 Mentre Gesù era a tavola in casa di lui, molti pubblicani e peccatori erano anch'essi a tavola con lui e con i suoi discepoli; poiché ce n'erano molti che lo seguivano. 16 Gli scribi che erano tra i farisei, vedutolo mangiare con i pubblicani e con i peccatori, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangia con i pubblicani e i peccatori?» 





[Modificato da Credente. 28/09/2017 18.34]
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29/05/2018 22.13
 
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Sfatiamo il mito di Horus


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Ne provano di tutte pur di screditare il Cristianesimo!


Cosa vogliono farci credere stavolta?
Questo: la vita di Cristo è totalmente inventata poichè sarebbe molto simile a quella della divinità egizia Horo (o Horus).

Premettiamo che questa teoria, come al solito, non esiste in nessun testo attendibile che si occupi di mitologia e storicità Egizia(guarda tutti i link in fondo alla pagina).
Il tutto nasce e resta esclusivamente nel libro: “The Christ Conspyracy” scritto dalla sconosciuta D.M. Murdok, (sotto il nome di Acharya) e ha avuto tanta popolarità perchè è disponibile gratuitamente su internet ed è diventato un video circolante su blog e youtube. Ma andiamo con ordine (verifica tutto quello che dico con la voce Horus  di Wikipedia).

  • Inizialmente sono due i sostenitori di questa teoria: Gerald Massey, sconosciuto poeta britannico, che per dimostrare, ad esempio, che Pilato fosse un nome inventato provò a ricostruire il nome (anagramma) partendo da un mix di personaggi mitici egizi. Purtroppo morì prima di vedere che nel 1961 a Cesarea Marittima si scopriva una lapide con inciso il nome del prefetto romano.
    E il massone teosofo (cioè un mistico-filosofo) Alvin Boyd Kuhn.La loro tesi, come ho già detto, è subito contrastata fortemente dagli Egittologi (vedi studiosi del calibro di Assman ,Hornung  e Frankfort ).
  • Queste teorie sono nate da un’interpretazione errata, a detta degli egittologi moderni, di un rilievo trovato a Luxor in cui è descritta la vita di Horus.
    Ad esempio Richard C. Carrier , storico dell’antichità e filosofo ateo, afferma:“Le opere di Massey, che tentano di stabilire un più generale parallelismo tra la religione giudaico-cristiana e la religione egizia, sono assolutamente disconosciute dalla moderna egittologia e non sono menzionate nell’Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt o in qualche altra opera di riferimento di questa branca accademica. Massey non è infatti nominato né in “Who Was Who in Egyptology” di M. L. Bierbrier (III ed., 1995), attuale lista degli egittologi internazionali di riferimento, né tanto meno nella più estesa bigliografia sull’antico Egitto stilata da Ida B. Pratt (1925/1942), universalmente riconosciuta dalla comunità internazionale degli egittologi”.
    (Carrier, Brunner’s Gottkoenigs and the Nativity of Jesus: a Brief Communication)
  • Negli anni ’30, Margaret Murray, in un capitolo del suo libro “Il Dio delle streghe”, conferma la teoria di Massey.
    Subito viene smentita dagli storici ed egittologi, come Norman Cohn  (che definisce il lavoro della Murray: “bufala storica”),Ronald Hutton , G. L. Kitteredge (accademico e storico), Keith Thomas , J. B. Russell e il famoso storico italiano Carlo Ginzburg (in Folklore, magia, religione, Einaudi, 1972).
  • Infine nel 1999, la poco famosa storica Murdok riporta alla luce questa assurda somiglianza, ma lei stessa ammette di aver attinto alle fonti di Massey.Concentriamoci sul libro della Murdok: “The Christ Conspyracy”., smontando una per una tutte le tesi:

“Horus nacque dalla vergine Isis-Meri il 25 dicembre in una grotta/magiatoia con la nascita annunciata da una stella in oriente e attesa da 3 saggi uomini”.E’ una affermazione piena di errori:

1) Isis/Iside non era vergine, era sposata con Osiride e nessuna fonte attesta esplicitamente che fosse vergine e non avesse consumato il matrimonio.

2) Il concepimento miracoloso sta nel fatto che Set uccise Osiride e Isis ricompose i pezzi del marito e giacque con lui. In questo modo fu “miracolosamente” concepito Horus. (vedi qui  la versione ufficiale)

3) Il nome di Isis era Isis e basta, non Isis-Meri.

Non ci sono documenti ufficiali che provano che Meri fosse parte del nome. La stessa Murdok, nel suo libro, non menziona alcuna fonte su tal fatto. Il ‘Meri’ aggiunto non ha riscontro nella mitologia egizia (guarda i link in basso o cerca tu dei siti che parlino di antico Egitto, e non solo di questa storia).

4) Horus secondo il mito nacque l’ultimo giorno del mese di ‘Khoiak’ ovvero il 15 Novembre e non il 25 dicembre.
Altre fonti dicono sia nato il 25 agosto (vedi qui ).
La nascita di Horus, inoltre, non fu annunziata da una stella in oriente e non ci furono saggi o magi presenti alla sua nascita.

5) Parliamo della stella: la Murdok, copiando l’idea di Massey, afferma che la stella, profetizzatrice di Gesù, era Orione e quindi la Stella di Orus. Oltre al fatto che Orione è una costellazione e non una stella, non fu questa la costellazione o stella che i Magi vedettero (guarda qui ).

“Il padre terreno di Horus era Seb (Giuseppe)
Non si nota alcun parallelo tra il nome ebreo Joussef (Giuseppe) e l’egizio Seb.

“Horus era di origine regale”
E’ vero nel senso che era figlio diretto degli dei, ma non si può comunque comparare con Cristo.

La regalità di Gesù deriva dalla Stirpe di Davide, un re terreno. Horus, secondo il mito, era discendente della celeste regalità essendo figlio diretto del dio maggiore.
Qualche somiglianza, ma forzata.

“A dodici anni Horus insegnava nel Tempio, a 30 fu battezzato dopo essere sparito per 18 anni”.
Non è vero. Nessuna fonte parla di queste cose, tant’è che neanche la Murdok (Achaya) ne porta le fonti.

Inoltre Gesù non è sparito, semplicemente gli evangelisti si concentrano sulla vita pubblica da adulto. Studiosi autorevoli, come Thiede, stanno confermando le ipotesi che Gesù prima della vita pubblica abbia frequentato la città di Sefforis distante 6km da Nazareth. (vi darò notizie a breve).

Horus fu battezzato nel fiume Eridano o Iarutana (Giordano) da “Anup il battista” e “Aan”.
Mai accaduto. Anup il Battista non compare da nessuna parte nel mito di Horus. Inoltre l’eridano è una costellazione.

“Aveva 12 discepoli, due dei quail suoi testimoni ed erano chiamati Anup ed Aan (sempre gli stessi)”.
Horus aveva quattro discepoli (chiamati Heru-Shemsu). Una referenza parla anche di 16 discepoli ed un gruppo (non numerato) di ‘mesnui’ (fabbri) che lo seguirono in battaglia contro Set. Anupo e Aan non compaiono nel mito.

“Fece miracoli, esorcizzo demoni, e resuscitò El-Azarus ( El-Osiris) dai morti.
Vero, fece miracoli, anzi alcune guarigioni. Gesù fece molto di più che guarire (moltiplicazione pani e pesci, placare le tempeste, tramutare acqua in vino ecc..).

Inoltre Horus non ha mai esorcizzato demoni o resuscitato dai morti Osiride. Inoltre Osiride era Osiris e non venne mai chiamato El-Asarus o El-Osiris.

“Horus camminò sulle acque”
Non è riportato nella sua mitologia (guarda link in basso)

“Il suo epiteto personale era “Iusa” (Gesù?), il figlio di Ptah il “padre”. Era quindi un figlio santo”.
Non fu mai chiamato Iusa (e tale nome non compare da nessuna parte in Egitto, mitologia o storia) e nemmeno fu chiamato ‘figlio santo’. La Murdok non cita le sue fonti.

“Ha dato un Sermone della Montagna e i suoi discepoli raccontarono ‘I detti di Iusa’
Horus non ha mai predicato sulla montagna e come detto sopra non fu mai chiamato Iusa (guarda link in basso)

“Horus si transfigurò sul monte”
Nel mito non compare questo fatto.

“Horus fu crocifisso, morì e fu sepolto e poi resuscitò”
Horus non fu mai crocifisso.

Un mito di minore rilievo e valutato ufficiosamente, afferma che fu ucciso e fu gettato a pezzi nel Nilo e poi sua madre Isis lo fece recuperare da un coccodrillo. In un altro si afferma che muore per morso da scorpione e sua madre ha riesumato il cadavere (non l’ha resuscitato). Nelle fonti ufficiali, comunque, Horus non muore, è invece Osiride ad essere ucciso da Set.

“Horus era anche “La via, verità e luce”, “Messia”, “L’unto di Figlio di Dio” (affermando che KRST vuol dire “unto”), ‘Il figlio dell’uomo’, “il buon pastore” ,etc…..”
I soli ed unici titoli di Horus erano: Grande Dio, Signore delle Potenze, Signore dei Cieli e Vendicatore di Suo Padre. Krst inoltre in egiziano significa funerale (o sotterramento), non ‘unto’. E comunque non fu mai chiamato così.

“Era pescatore e viene associato con il Pesce (Ichtys), l’Agnello e il Leone”.
Horus non fu mai pescatore, nè ci riferì a lui come pescatore. Gesù non è associato ad un pesce, e Horus non è mai associato ad agnelli e leoni ma ad un falco.

“Horus venne a portare a compimento la Legge”
No, non c’era nessua “Legge” da portare a compimento.

“Doveva regnare per 1000 anni come Gesù”
Nel mito non sta scritto.

Insomma, dalle fonti ufficiali si evince che Horus e Gesù hanno pochissimi tratti in commune, ma le loro storie sono completamente differenti.

Ma cosa dicono gli egittologi della Murdok, dopo questa serie di totali bugie?
Dicono che la Murdock non ha una formazione accademica da egittologa ed una delle critiche fondamentali che le si rivolgono è di non aver attinto da fonti primarie ma di aver utilizzato fonti poco attendibili come quelle di Massey o quelle di Murray (vedi link in basso Wikipedia)

La ricostruzione della vita di Iside e Horus fatta dalla Murdock è in aperto contrasto con i risultati raggiunti dall’attuale egittologia e non trova riscontri nella narrazione delle vicende di Horus e Iside come narrate nella mitologia egizia.

Questo argomento dimostra la cosa più assurda: come una semplice teoria portata da una persona qualunque senza alcuna preparazione, con l’unica caratteristica di essere anticristiana, possa diventare più famosa e attendibile delle stesse fonti storiche ufficiali. Ciò purtroppo evidenzia il livello di ignoranza che circola nel web!

Per tutte le verifiche di quello che è stato detto:

  • Horo , voce Wikipedia.
  • Horus , voce Wikipedia inglese, molto ampliata, non accenna neanche alla similitudine Gesù/Horus.
  • Piccola storia di Horus , Versione ufficiale.
  • La stessa versione ma ampliata , La storia del dio Horus.
  • Sito interessantissimo, pieno di riferimenti, che affronta l’argomento in modo esauriente: (1° parte ), (2°parte ), (3°parte ).
  • Reginadistracci.splinder : altro blog che tratta l’argomento in modo interessante, prendendo in considerazione anche le altre divinità egizie.
  • Horus , la sua storia in un sito di mitologia egizia inglese.
  • Horus,  i miti dell’egitto, in lingua inglese.
  • Horus , l’antico egitto in lingua inglese.
  • Horus , miti dell’egitto, in lingua inglese
 

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06/06/2018 12.22
 
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Il mito degli Esseni:     non erano una setta esoterica




Il prof. Simone Paganini rivela quanto sappiamo oggi sui rotoli del Mar Morto

e sulla comunità di ebrei credenti identificata erroneamente con gli abitanti di Qumran e 

Molto mito e altrettanta disinformazione sulla comunità degliEsseni e il loro ruolo nella vita e nella formazione di Gesù. Una comunità come altre nel panorama variegato delle scuole politico-filosofiche del giudaismo antico, ma non una setta dai tratti esoterici. Ci aiuta a fare chiarezza il prof. Simone Paganini, che oltre a partecipare al Festival Biblico di Vicenza, ha di recente mandato alle stampe anche un libro su queste tematiche, dal titolo “Qumran, le rovine della luna” per i tipi delle Dehoniane. Raggiunto telefonicamente ad Aquisgrana (Germania), dove insegna ebraico, aramaico, esegesi dell’Antico e del Nuovo Testamento e giudaismo antico presso la locale università, il prof. Paganini ci restituisce una realtà molto più concreta e quindi molto più interessante.

Innanzitutto, chi sono gli “Esseni”?

Simone Paganini: Noi li conosciamo soprattutto grazie alla storiografia di Giuseppe Flavio che si occupa di restituire una immagine del giudaismo a cavallo tra il primo secolo avanti Cristo e il primo secolo dopo Cristo. Egli divide la società giudaica in tre grandi scuole filosofiche-culturali: i Farisei, i Sadducei e infine gli Esseni. Giuseppe Flavio li descrive come ebrei credenti che vivono in comunità, dediti allo studio delle Scritture, ma anche alla medicina e alle scienze, alcuni sposati, altri no e dunque non quella che definiremmo una “comunità monastica”. La cosa più interessante è l’esclusività della fonte, solo Giuseppe Flavio ne parla ma non i Vangeli, almeno non con quella definizione.

Come entrano nel dibattito scientifico allora?

Simone Paganini: A partire dal 1946 vengono ritrovati in 11 grotte del deserto giudaico nelle vicinanze dell’antico insediamento di Qumran i cosiddetti “manoscritti del Mar Morto”. In alcune di queste opere viene descritta una comunità con caratteristiche simili a quelle enunciate da Flavio per gli Esseni. La comunità scientifica negli anni ’50-’60 cominciò a pensare che ci fosse una correlazione tra il gruppo descritto nei manoscritti – identificato quasi da subito, ma molto probabilmente erroneamente, con gli abitanti di Qumran – e la “fazione” descritta da Giuseppe Flavio. Oggi, anche grazie all’approfondimento della ricerca, si ha una visione più completa e differenziata che mette in discussione questa teoria che sembrava essere un dato di fatto acquisito.

Vale a dire?

 

Simone Paganini: Sinteticamente possiamo definire che a Qumran non vivevano solo gli Esseni per tre motivi:

1) I manoscritti non sono riconducibili ad un unico gruppo, il corpus letterario è troppo variegato perché sia stato prodotto da una sola corrente di pensiero.
2) I documenti trovati non sono stati scritti a Qumran. Il sito è stato abitato per circa 120 anni, da un gruppo molto piccolo che non può materialmente aver scritto 1500 documenti. E’ più probabile che esso sia il resto di una biblioteca più grande portata lì per difenderla dall’invasione romana. Ricordiamo che la distruzione del Tempio a Gerusalemme è del 70 d.C., compatibile con il periodo in cui c’era l’insediamento.
3) Infine, la ricerca ci dice che probabilmente Qumran altro non era che una grande “industria” agricola, all’interno della quale si producevano oggetti di ceramica ritualmente pura. In ogni caso all’interno dell’insediamento non è stato ritrovato nemmeno un frammento di pergamena scritto.

Perché questi manoscritti sono importanti? Quali le relazioni con i Vangeli?
 
Simone Paganini: I manoscritti sono importanti perché ci aiutano a capire la società giudaica nel periodo immediatamente precedente alle descrizioni dei Vangeli. Gesù interpreta la Legge come un “Rabbì” del suo tempo, o almeno in linea con alcune scuole di pensiero. La sua interpretazione è certo innovativa e radicale, come ad esempio sul matrimonio quando abolisce la pratica del ripudio, ma l’attività di interprete non è certo nuova.

I Vangeli sono anche documenti storici che ci permettono di ricostruire non solo biografie ma anche la società di quel tempo. Tutti gli scritti del Mar Morto sono invece antecedenti alla scrittura del Vangelo, ci sono alcune somiglianze ma molto più importanti sono le molte differenze. Le somiglianze riguardano le basi teologiche simili, così come i riferimenti scritturali. Le differenze invece sono diverse e molto profonde: gli Esseni di Giuseppe Flavio erano un gruppo chiuso di soli ebrei. Mentre la comunità “gesuana” è aperta: aperta ai non ebrei, e a tutta una serie di categorie considerate impure dal giudaismo (pescatori, prostitute, lebbrosi). Gli Esseni erano chiusi per conservare la purezza e la salvezza, la comunità che ruota attorno a Gesù invece è aperta, addirittura per San Paolo la circoncisione non è più essenziale per la salvezza.

Quindi gli anni di “vuoto” tra Gesù che sta nel Tempio adolescente e l’inizio della predicazione pubblica, non li ha passati in qualche comunità essena?

Simone Paganini: Gesù ha avuto contatti con i Farisei e i Sadducei, ma i Vangeli non parlano di Esseni. La vita di Gesù si svolge in Galilea, gli Esseni avevano il loro centro principale a Gerusalemme. Nella cultura letteraria antica se una cosa non viene detta è perché ritenuta non essenziale. Il “vuoto” di avvenimenti, è da attribuire alla non essenzialità di quel periodo, non c’è nessun nascondimento esoterico, i contatti formativi non ci sono stati o non sono stati fondamentali. Bisogna sfatare una sorta di “mito”. Gli evangelisti non vogliono nascondere nulla e non presentano una dottrina esoterica.

E Giovanni Battista?

Simone Paganini: Giovanni Battista viveva nel deserto. Di lui abbiamo sia testimonianze bibliche che extra bibliche e questo è molto importante perché anche di lui abbiamo la certezza della sua esistenza storica. E’ una figura carismatica che porta una innovazione: il perdono dei peccati individuali col battesimo. Ancora oggi questo non esiste nel giudaismo ortodosso. Nel giudaismo c’é la cerimonia dello Yom Kippur che è un momento di espiazione collettiva, del popolo nel suo insieme. Nel giudaismo esisteva il lavaggio rituale con cui viene tolta l’impurità rituale. Anche l’Essenismo faceva questo, con grande frequenza, ma non si tratta di un rito paragonabile a quello del Battista. Gli Esseni vivevano in condizione di purità rituale molto stretta. Giovanni invece non era interessato all’osservanza di questi precetti. Oltretutto esce dalla Terra Promessa, superando il Giordano egli esce dall’autorità di Gerusalemme, una cosa inconcepibile per l’interpretazione essenica: non c’è salvezza lontano dalla Terra di Abramo. Sia Gesù che il Battista vivono il loro essere Giudei in maniera diversa dalla massa, lo vogliono riformare, vogliono sottolineare aspetti tralasciati e poco considerati, ma non lo vogliono superare o abolire.


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22/06/2018 14.17
 
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La distruzione dei templi pagani?:
più fantasia che storia

«La storia in gran parte sconosciuta e profondamente scioccante di come il cristianesimoviolento, spietato ed intollerante estinse il mondo classico». Prosegue la saga del “libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere”, questa volta a cura della critica d’arte (ma priva di titoli in ambito storico) Catherine Nixey: The Darkening Age: The Christian Destruction of the Classical World è il titolo del suo (primo) libro. Una collezione di falsità, seppur ampiamente celebrata dalla stampa inglese.

L’autrice, una sorta di Corrado Augias in gonnella, è consapevole che «la storia delle buone opere del cristianesimo è stata raccontata tante volte», per questo ha deciso di smascherare le presunte malefatte. Peccato che la storica Dame Averil Cameron, docente emerito di Antichità e Storia Bizantina presso l’Università di Oxford abbia liquidato come “parodia, esagerata e squilibrata” la fatica di Nixey, sottolineandone peraltro la poca originalità. Già nel ‘700 il polemista anticristiano Edward Gibbon, tentò di incolpare i cristiani non solo di aver ucciso la civiltà classica, ma anche di essersi meritata la persecuzione da parte dei Romani. «Avevamo immaginato di aver fatto qualche progresso nel ribaltare definitivamente il modello gibboniano dopo oltre due secoli. Ed invece no», ha commentato amareggiata la Cameron.

Il blogger agnostico Tim O’Neill ha realizzato un’esauriente recensione critica, notando come la retorica dell’autrice tradisca un’avversione ideologica, definendo i cristiani come “stupidi” ed “ignoranti”. Ecco un passaggio del libro: «Gli intellettuali pagani guardavano disperati mentre volumi di libri non cristiani -spesso testi sulle arti liberali- andavano in fiamme. Gli amanti dell’arte osservavano con orrore come alcune delle più grandi sculture del mondo antico venivano distrutte da persone troppo stupide per apprezzarle e certamente troppo stupide per ricrearle. I cristiani non sapevano nemmeno distruggerle efficacemente: molte statue in cima ai templi si salvarono semplicemente in virtù del fatto che erano troppo alte per loro, con le loro primitive scale e martelli» (p. 34). Evidentemente, quando i cristiani costruirono la basilica di Santa Sofia (55 metri di altezza) utilizzarono scale e martelli iper-tecnologici rubati ai pagani…

Entriamo nel merito della tesi di Catherine Nixey. Il suo intento è valorizzare la cultura greco-romana contrapponendola alla barbarie cristiana. Così ha dovuto innanzitutto minimizzare il bilancio delle vittime nella persecuzione dei cristiani da parte dei “tolleranti” Romani, mettendo in dubbio l’esistenza dei martiri ed episodi di violenza come quello provocato da Nerone. Le sue fonti sono lo scrittore Henry Dodwell (1684) ed il già citato Edward Gibbon (1776), l’unico studioso moderno citato è William Hugh Clifford Frend, secondo il quale i martiri cristiani sarebbero stati «centinaia, non migliaia» (p. 76). Ma lo storico inglese si stava riferendo alle sole vittime dell’imperatore Decio nel 250 d.C. e non al totale dei martiri cristiani. Anche perché è lui stesso a ricordare, ad esempio, che le vittime della persecuzione di Diocleziano furono «un totale complessivo di 3.000-3.500» (Martyrdom and Persecution in the Early Church, p. 357).

E’ stucchevole come l’autrice tenti di rappresentare i governatori romani, responsabili delle persecuzioni cristiane, come validi amministratori urbani (e su questo non ci piove), persone perfettamente ragionevoli, pluralisti, razionali ed intellettuali tolleranti, che dovettero sopportare quei cristiani parassiti, buoni solamente per offrirsi volontari per essere uccisi. Gli stessi testi dei Romani, tuttavia, dicono il contrario. I culti erano tollerati finché si conformavano, più o meno, alla concezione romana. «Non dovresti solo adorare il divino ovunque ed in ogni modo in accordo con le nostre tradizioni ancestrali», scrisse ad esempio il senatore Cassio Dione, «ma anche obbligare tutti gli altri ad onorarlo. Coloro che tentano di distorcere la nostra religione con strani riti vanno odiati e puniti, e non solo per il bene degli dei» (Dio Cassius, Hist. Rom. LII.36.1-2). Ed i Romani hanno “odiato e punito” tante volte e non soltanto i cristiani: dai culti di Cibele e Attis a quello dei druidi celtici, passando dalla setta dei Baccanali.

Così, eccoci all’accusa ai rozzi cristiani di aver abbattuto violentemente la civiltà classica. Una tesi sostenuta in Italia, ad esempio, da Umberto Galimberti che si definisce “greco o pre-cristiano”. La lunga descrizione di Catherine Nixey dell’orgia distruttiva termina con l’infausta affermazione che «il “trionfo” del cristianesimo era iniziato». (pp. 19-21). Siti antichi profanati, statue decapitate, templi abbattuti, vandalismo ecc. Le fonti sono pagane ma anche racconti cristiani, agiografie esultanti di Santi in particolare (scritti spesso molto tempo la morte). L’autrice stessa avverte: «l’agiografia non è storia, bisogna leggere tali resoconti con cautela». Cosa che lei, però, non sembra fare. Prendendo anche grosse cantonate, come quando attribuisce ai soliti cristiani la distruzione del tempio di Poseidone (Atene), abbattuto invece dai Visigoti nel 396 d.C.

Al centro dell’accusa ci sono i decreti dell’imperatore Teodosio. Ma, come giustamente ha osservato l’agnostico O’Neill, tali editti erano per lo più «una dichiarazione del desiderio dell’imperatore» prima di passare per la lunga catena amministrativa e spesso venire bloccati se il prefetto locale o il governatore diocesano non fossero stati entusiasti del decreto. Il fatto che gli stessi ordini vennero ripetuti molte volte, «mostra che i successivi imperatori riconobbero che i decreti precedenti erano sostanzialmente rimasti non applicati». In ogni caso, Teodosio proibì i cruenti sacrifici dei pagani e, di conseguenza, anche i riti in sé, dando una importante spallata ai culti tradizionali ma anche all’immoralità di tali rituali: «Che nessuno, senza eccezione, qualunque sia la sua origine o il suo ragno nelle dignità umane, che occupi un posto di potere o sia investito di una carica pubblica, che sia potente per nascita o umile di origine, assolutamente in alcun luogo o città sacrifichi una vittima innocente ad idoli sprovvisti di senso […]. Che se qualcuno osasse immolare una vittima con l’intenzione di compiere un sacrificio o consultare nelle viscere ancora vive, costui subirà una condanna appropriata».

L’archeologia è forse la fonte più attendibile per comprendere la vastità di tale presunta furia cristiana. Un’ampia ed apprezzata indagine è The Archaeology of Late Antique ‘Paganism’ (Brill 2011) a cura degli archeologi Luke Lavan e Michael Mulryan(Università del Kent), i quali concludono: «Come risultato dei lavori, si può affermare con certezza che i templi pagani non furono né ampiamente convertiti in chiese, né ampiamente demoliti nella tarda antichità. Esistono solo 43 casi (di desacralizzazione o distruzione architettonica attiva dei templi), di cui solo 4 sono stati confermati archeologicamente» (p. 24). In particolare, è stato provato che solo il 2,4% di tutti i templi della Gallia sono stati distrutti con violenza (p. 35), un solo tempio in tutta l’Asia Minore, uno in Italia, sette in Egitto e uno solo in Grecia (ovvero quello già citato, distrutto dai Visigoti). Non vanno dimenticate, inoltre, le iniziative cristiane di riparazione e conservazione dei templi classici: «in regioni come l’Africa, la Grecia e l’Italia», hanno scritto Lavan e Mulryan, «la conservazione dei templi sembra essere stato un processo più diffuso rispetto alla loro distruzione» (p. 37).

La verità è che i luoghi di culto pagani fecero la stessa fine delle piccole chiese di campagna delle nostre società occidentali. Nel tempo smisero di essere utilizzati, furono mantenuti per un periodo e poi smantellati per recuperare materiali da costruzione, o convertiti per altri usi. Uno studio equilibrato è quello di Edward J. Watts, eminente storico della University of California San Diego, intitolato The Final Pagan Generation (2015). Lo studioso evidenzia come la transizione da paganesimo a cristianesimo avvenne in modo graduale, senza particolari sconvolgimenti. Il paganesimo è morto di morte naturale. Certamente vi furono alcune esplosioni di violenza contro statue e templi pagani, ma si trattò di un’eccezione, non della regola.


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23/06/2018 17.27
 
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Gesù un mito?
Lo specialista replica al complottismo storico di Michel Onfray

Uno dei pochi sopravvissuti del battaglione dei New-Atheist, il gruppo di accademici che hanno vanamente investito tutte le loro risorse intellettive a favore di una violenta e controproducente apologia atea dal 2001 al 2010, si chiama Michel Onfray.

Il filosofo è autore del Trattato di ateologia (Éditions Grasset & Fasquelle 2015), condannato per essere una letterale «propaganda d’odio», dove «il cristianesimo è assimilato al nazismo» e i «credenti per lui sono “minorati mentali” che diffondono un’”epidemia mentale”» (citazioni di Matthieu Baumier). Onfray si è scagliato contro il monoteismo, coinvolgendo tutte le religioni, venendo anche definito “antisemita” (dalla filosofa Di Cesare, sul Corriere della Sera, lo stesso quotidiano con cui Onfray collabora).

L’ultimo libro dell’imperterrito Onfray si chiama Decadenza. Vita e morte della civiltà giudaico-cristiana (Ponte alle Grazie, 2017), in esso l’autore concentra tutti i suoi complotti storici sull’inesistenza di Gesù Cristo, riducendo quest’ultimo a mito e illusione: «La civiltà giudeo- cristiana», è il cuore della sua tesi, «è costruita su una finzione: quella di un Gesù che non altro non è se non un’altergoria, una metafora, un simbolo, una mitologia» (p. 45).

Ancora non abbiamo avuto l’onore di sfogliare il volume e dunque ci limitiamo a segnalare la risposta di uno specialista, Jean-Marie Salamito, docente di Storia dell’antichità cristiana all’Università Sorbona di Parigi e direttore della Biblioteca agostiniana, nonché autore di Monsieur Onfray au pays des mythes (Salvator 2017), diretta confutazione al libro del famoso ateo francese. Se Onfray scrive sciocchezze, perché uno storico del calibro di Salamito dovrebbe prendersi la briga di rispondere? Semplice, il filosofo in questione «può contare sul proprio nome e sulla propria celebrità. E’ un personaggio famoso e letto. Inoltre, le nostre società presentano una quantità elevata e preoccupante di ignoranza». Ecco il motivo, dunque.

«Onfray si nutre di approssimazioni e di imprecisioni storiche», ha continauto Salamito, «il suo libro non solo è frutto dell’ignoranza storica e del pregiudizio, ma è anche portatore di una concezione profondamente anticristiana. Egli parte dal presupposto che Gesù non sarebbe mai esistito, ma così va contro il consenso di tutti gli specialisti internazionali». Negare oggi la storicità di Gesù, come fa Onfray, significa dimostrare «la propria fragilità metodologica, poiché non si fonda su argomenti storici e si limita a citare pagine dei vangeli apocrifi. Siccome questi testi sono pieni di leggende, egli crede che la figura di Gesù sia leggendaria. Gesù di Nazareth è realmente esistito, e pretendere il contrario costituisce una prova di ignoranza e di ostinazione ideologica, ma non una scelta intellettualmente valida».

A chi obietta che possediamo fonti parziali, l’accademico francese risponde che «la storia di Gesù non è diversa da quella che studiamo quando trattiamo di Giulio Cesare, di Augusto, dei Gracchi o degli Antonini. Si tratta di fare storia antica, confrontandosi sempre con il problema di disporre di poche fonti, spesso frammentarie. Ciò è vero per la storia greca, per la storia romana più antica, ma anche per la storia dell’Impero romano in epoca cristiana. Disporre di pochi documenti a proposito di Gesù, non poter sapere tutto della sua persona e della sua biografia, è normale poiché non conosciamo tutti i dettagli della vita di Giulio Cesare oppure di Adriano, o ancora di Marco Aurelio».

Perché, allora, nessuno dubita dell’esistenza di tutti questi personaggi storici? Il prof. Salamito ha un’ottima risposta: «Gesù di Nazareth disturba perché porta con sé un messaggio di vita e di trasformazione esistenziale. Alcuni possono far finta di non credere alla sua esistenza oppure ignorarne l’evidenza storica, perché fondamentalmente la figura di Gesù disturba. Se si trattasse di un altro personaggio dei primi secoli, di cui si dispone di una documentazione storica più rara e meno affidabile, non si metterebbe in dubbio l’esistenza. Tuttavia, ammettere l’esistenza storica di Giulio Cesare, di Pericle o di un qualsiasi altro personaggio della storia antica non disturba l’umanità, poiché non è in gioco il senso della vita».

Così come i creazionisti tentano di negare l’evoluzione biologica, anche gli anticristiani hanno diritto di negare la storicità dei Vangeli, a patto di farlo con razionalità: «Coloro che negano l’esistenza storica di Gesù si percepiscono come più “scientifici” o “intelligenti” perché l’idea soggiacente è che la critica della religione sia l’espressione di una maggiore libertà e intelligenza. Tuttavia, la critica della religione deve essere condotta in modo razionale. Le esigenze intellettuali e i metodi esistono per tutti, credenti e non credenti. Eppure, Onfray non conosce le fonti, manifesta un’ignoranza spaventosa della storia antica, degli scritti neotestamentari, del personaggio di Paolo di Tarso, scrivendo così tante pagine fino al punto di rendersi ridicolo».

Nel proseguo dell’interessante intervista, l’accademico difende autorevolmente l’indipendenza del primo cristianesimo dal politeismo greco-romano e della festività del Natale dal Natalis Solis degli antichi romani. Vale davvero la pena di leggerla tutta.


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23/06/2018 17.33
 
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Il Gesù storico è una leggenda? Alcune risposte a Dan Barker



lordolegendNei tanti blog e siti web cattolici presenti sulla rete notiamo spesso una grossa lacuna negli argomenti trattati: il Gesù storico. E’ un tema poco approfondito anche nelle parrocchie e nella Chiesa, sono rarissimi gli incontri nei circoli culturali cattolici e nelle iniziative delle diocesi, nonostante sia e sia stata una passione di Benedetto XVI. Secondo noi è un tema importante, moltissimi credenti covano ancora dubbi e paure a parlare della storicità del cristianesimo, sicuramente dovuti a false informazioni comparse sui media.


Noi, che qualche studio sul Gesù storico lo abbiamo intrapreso, abbiamo il dovere di informare che non c’è nulla da temere ma, al contrario, la ricerca sul Gesù storico può essere molto utile alla fede, a stabilizzarla e a confermarla. Inoltre, impedisce di ridurre la fede in Cristo ad un messaggio simbolico/mitico ed è un baluardo contro la riduzione della fede cristiana a un’importante ideologia di qualsiasi genere.


Per questo, anche oggi, diamo spazio ad un approfondimento sul tema commentando il dibattito avvenuto il 6 giugno 2015 negli Stati Uniti tra Dan Barker, ex pastore protestante, scrittore ateo e co-fondatore della Freedom From Religion Foundation, e Justin W. Bass, docente di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary. La pagina Wikipedia italiana di Barker è pessima: secondo l’autore lo scrittore avrebbe lanciato una “sfida” ai cristiani sulla storicità di Gesù e nessuno la avrebbe accolta (a parte due anonimi sacerdoti che poi si sono tirati indietro). Barker è autore di tre libri sul cristianesimo (“Losing Faith in Faith”, “Godless” e “Life Driven Purpose”), dove si occupa anche del Gesù storico, tuttavia è facile notare che non ha alcun titolo accademico nel suo curriculum e la bibliografia che cita a suo sostegno non include nessun serio studioso del cristianesimo primitivo, a parte RJ Hoffman e Bart Ehrman. Egli fa parte di miticisticioè il gruppo di scrittori/giornalisti/opinionisti americani che negano l’esistenza di Gesù, parlando di storia leggendaria. Una tesi ormai decaduta, gli stessi studiosi che Barker cita a suo (presunto) sostegno, Hoffman ed Ehrman, hanno entrambi scritto numerosi libri contro i miticisti e a sostegno del Gesù storico, seppur entrambi si dichiarino non credenti.


 


Durante il dibattito con J.W. Bass, Barker ha usato alcuni argomenti per sostenere che Gesù è una leggenda, andiamo a confutarli.


1) La città di Nazareth esisteva ai tempi di Gesù.
Fin dall’inizio del suo discorso di apertura, Baker ha dichiarato che la città di Nazareth non esisteva al tempo di Gesù, ne ha parlato anche nel 1992 nel libro “Losing Faith in Faith” (p. 191), sostenendo che Nazareth non sarebbe esistita fino a prima del secondo secolo. Tuttavia, è alla portata di tutti la notizia che le scoperte archeologiche hanno definitivamente dimostrato che Nazareth esisteva ai tempi di Gesù (grazie anche al lavoro dell’archeologo italiano Bellarmino Bagatti). Non solo, nel 1962 il professor Avi-Yonah dell’Università di Gerusalemme ha rinvenuto vicino all’antica Cesarea Marittima una lapide di marmo grigio, datata al III secolo d.C, che cita la località di Nazareth (testimoniandone l’esistenza da tempi ben più antichi), mentre nel 2009 l’archeolologa Yardenna Alexandre ha scoperto anche una casa privata risalente all’epoca di Gesù. Lo stesso Bart Ehrman, citato come fonte da Baker, afferma in un suo testo: «Molte convincenti prove archeologiche indicano che in realtà Nazareth esisteva ai tempi di Gesù e che, come gli altri villaggi e le città in quella parte della Galilea, è stata costruita sul fianco della collina. Gesù è veramente venuto da lì, come conferma l’attestazione multipla» (“Did Jesus Exist?”, HarperOne 2012, p 191). Dunque il primo argomento usato da Baker è completamente in contrasto con i fatti.

 

2) Tacito si riferisce a Gesù in Annali 15,44
Nel suo secondo argomento Baker ha sostenuto che lo storico romano Tacito non si riferisce a Gesù Cristo nel suo celebre passo di “Annali” 15,44, quando scrive: «Allora, per troncare la diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati quelli che le loro nefandezze rendevano odiosi e che il volgo chiamava cristiani. Prendevano essi il nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio». Come abbiamo dimostrato nel nostro apposito dossier, l’autenticità del passo è sostenuta dalla maggior parte degli studiosi, J.P. Meier -tra i maggiori biblisti viventi- ha scritto: «nonostante alcuni deboli tentativi di mostrare che questo testo è un’interpolazione cristiana in Tacito, il passo è certamente genuino. Non solo è attestato in tutti i manoscritti degli Annali, ma il tono decisamente anticristiano del testo rende quasi impossibile un’origine cristiana» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 89). Lo stesso Bart Ehrman, a cui Baker si affida, ha scritto: «non conosco alcun classicista di professione, e nessuno studioso dell’antica Roma, che non ne sostenga l’autenticità. E’ evidente che Tacito sapesse qualcosa di Gesù. Il suo riferimento dimostra che al principio del II secolo le massime cariche istituzionali romane sapevano che Gesù era vissuto ed era stato giustiziato dal governatore della Giudea» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 57,58). Oltretutto occorre ricordare che oltre a Tacito, esistono almeno 9 autori non cristiani che, tra il 50 d.C. e il 170 d.C., testimoniano l’esistenza di Gesù (molti in modo indipendente).

 

3) San Paolo ritenne l’apparizione di Gesù fisica e corporale.
Le lettere di San Paolo sono molto importanti perché la maggior parte scritte a ridosso della morte e resurrezione di Cristo, prima ancora dei Vangeli. Dan Baker ha contestato il fatto che Paolo riteneva fisica e corporea la risurrezione di Gesù, sostenendo che la parola greca ὤφθη, da lui usata, indica un’esperienza visionaria, spirituale. Occorre dargli ragione sul fatto che a volte questa parola greca è utilizzata nella Bibbia per indicare un’esperienza visionaria/spirituale, ma è falso che non venga mai utilizzata anche per indicare un’esperienza fisica, corporea. Ad esempio ὤφθη compare in Lc 24,34 (“Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”) e lo stesso Baker ha concordato sul fatto che Luca presenta una apparizione fisica del Gesù risorto (è indubitabile, d’altra parte, se si legge tutto il brano, sopratutto Lc 24, 36-43). Ma anche nella traduzione greca dell’Antico Testamento questa parola viene adoperata per le apparizioni fisiche, ad esempio in Gn 46,29 (Giuseppe incontra Giacobbe), Es 10,28 (Mosè e il Faraone), 1Re 3,16 (due prostitute si recano da Salomone), 1Re 18,1 (Elia si reca da Acab) ecc. Quindi, basarsi soltanto su questa parola greca non può aiutare a decidere la questione.

Inoltre, secondo Baker, Paolo in 1 Corinzi 9, non afferma di aver “visto” il Signore («Non ho veduto Gesù, Signore nostro?»). Per lui è una «traduzione sbagliata». Eppure, la traduzione greca è οὐχὶ Ἰησοῦν τὸν κύριον ἡμῶν ἑόρακα, dove la parola greca ἑόρακαderiva da ὁράω, che significa “(io) vedo”. La cosa comunque importante è che Baker ha riconosciuto che la parola ἀνάστασις è utilizzata per indicare la resurrezione fisica. Egli ritiene però che Paolo non l’abbia mai utilizzata, anche se la conosceva, ed invece è vero il contrario dato che la utilizza nella Lettera ai Romani 1,4 (ritenuta totalmente autentica di Paolo): «costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore» («ἐξ ἀναστάσεωςνεκρῶν, Ἰησοῦ Χριστοῦ τοῦ κυρίου ἡμῶν), tanto che nel procedere del dibattito anche lui stesso lo ha riconosciuto. Ma anche nella stessa Lettera ai Corinzi, che tanto ha creato obiezioni al noto ateo, Paolo utilizza molte volte la parola ἀνάστασις per riferirsi alla risurrezione: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti (ἐκ νεκρῶν ἐγήγερται, nda), come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti (ἀνάστασις νεκρῶν, nda). Se non esiste risurrezione dai morti (ἀνάστασις νεκρῶν, nda), neanche Cristo è risuscitato! (ἐγήγερται)» (1 Corinzi 15, 12-13, 20-21). Si può dunque concludere che Paolo disse di aver ricevuto un’apparizione fisica di Gesù (tanto da trasformarlo in un istante da cacciatore di cristiani ad apostolo tra le genti) e, di conseguenza, di credere alla sua resurrezione fisica e corporale.

 

4) I 500 testimoni oculari della resurrezione di Gesù
In 1 Corinzi 15,6, Paolo afferma rispetto a Gesù: «In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti». Questa affermazione è stata spesso al centro del dibattito tra i due relatori: entrambi hanno concordato che la maggioranza degli studiosi ritiene il brano attendibile, tuttavia non sono unanimi nel ritenere se Paolo abbia appreso questa informazione direttamente o in seconda mano. E’ inoltre appurato che tutti i principali studiosi (Lüdemann, Dunn, EP Sanders, J.P. Meier, NT Wright ecc.) concordano sul fatto che Paolo scriva vent’anni dopo i fatti ma citi informazioni che ha appreso entro 2-5 anni dalla morte di Gesù. Secondo Baker non può averle apprese direttamente a causa della distanza tra Gerusalemme e Corinto, tuttavia sappiamo per certo che Pietro e Giacomo hanno viaggiato frequentemente da Gerusalemme a Corinto. Inoltre, sappiamo che Paolo, a causa del suo passato, dovette dimostrare la sua buona fede e credibilità ai primi cristiani, offrire un’informazione falsa come i 500 testimoni oculari, facilmente verificabile da chiunque, avrebbe oscurato non poco la sua reputazione. Oltretutto, occorre osservare che Paolo spiega anche che di questi 500 testimoni oculari, alcuni sono vivi mentre altri sono morti. Qualcosa di parallelo c’è in Flavio Giuseppe quando sostiene che 23 anni dopo l’evento di cui parla le persone sono ancora vive, lo dice «per dimostrare» ciò che afferma (Antichità giudaiche, 20,266). Ugualmente Paolo fornisce questa informazione per invitare i suoi uditori ad andare a verificare, “sono ancora vivi!”.

 

5) Anche se Gesù è risorto non è il Signore?
Un’affermazione scioccante e molto importante è stata pronunciata da Dan Baker negli ultimi 15 minuti del dibattito: anche se Gesù è risorto dai morti e c’è un Dio, tuttavia non lo avrebbe accettato e riconosciuto come il Signore. E’ una onesta rivelazione di un pregiudizio ideologico che muove gli oppositori della storicità di Cristo: egli non DEVE essere quel che disse di essere. Perciò, prove ed argomenti di fatto poco importano a loro.

Questo è molto importante da capire per chi si interessa del Gesù storico: le prove storiche sono molto importanti ma non costituiscono il motivo per chi decide di credere o non credere in Lui. La fede nasce soltanto come dono in coloro che hanno fatto un misterioso incontro personale con Gesù, ed avevano il cuore e la libertà aperti per riconoscerLo. Non c’è altro modo di “originare” la fede se non facendone un’esperienza diretta. E’ la presenza viva di Gesù, qui e ora, che attrae e innamora, le “prove storiche” dei Vangeli possono solamente essere una conferma di quel che si crede. Non il motivo.

 


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04/07/2018 11.20
 
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Che Gesù sia nato da una vergine,
non è un mito precristiano.

Che molti cadano nella bufala dell’equiparare il cristianesimo alle religioni pre-cristiane è un dato di fatto, se però ci casca anche un editorialista di Repubblica allora urgono dei chiarimenti. Per Michele Serra, infatti, ilconcepimento virginale di Gesù ricalcherebbe un mito precristiano (cfr. L’indiscutibilità dei miti religiosi fa male ai miti, 02/02/18).

Spesso affrontiamo il tema della storicità e della vita di Gesù, ma oggi non è questa la nostra intenzione. Appurato che la perpetua verginità di Maria è verità di fede definita per la Chiesa, gli studiosi hanno avanzato argomenti a favore e contro la plausibilità storica di tale avvenimento che, in ogni caso, richiede un intervento divino impossibile da certificare con i criteri della storia e della scienza (a parte un poco convincente tentativo di Frank Tipler nel suo La fisica del cristianesimo, ma questo è un altro discorso).

Semplicemente vorremmo ricordare che non ci sono argomenti per sostenere che la storia di Gesù sia una falsariga degli uomini-dei dell’antichità. Anzi, ce ne sono e in opposizione a questa tesi. Per quanto riguarda specificamente la nascita da una vergine, i miticisti -tra cui il teologo Rudolf Bultmann- spesso citano il parallelismo con Apollonio di Tiana Mitra, due divinità pagane. Il problema è che non esiste alcuna testimonianza sulle loro vicissitudini e, per quanto riguarda Apollonio, l’unica fonte è quella di Filostrato, scritta dopo i Vangeli (III sec. d.C., più precisamente 217-220 d.C.) e «ritenuta dagli studiosi inattendibile per “la misura notevole di invenzione, finzione e falsità storica”» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, Volume 2, Queriniana 2003, p. 959).

 

L’agnostico Bart D. Ehrman, docente di Nuovo Testamento e presidente del Dipartimento di studi religiosi dell’Università della Carolina del Nord, ha più volte affrontato queste strampalate teorie: «E’ una pura invenzione!». Coloro che sostengono questi parallelismi, come il già citato Michele Serra,«non citano alcuna fonte pervenutaci dal mondo antico che sia possibile verificare. Gli studiosi dei misteri mitraici non hanno difficoltà ad ammettere che, come per la maggior parte delle religioni misteriche, non sappiamo molto del mitraismo. Non abbiamo testi mitraici, e tanto meno testimonianze secondo cui il dio Mitra sarebbe nato da una vergine il 25 dicembre e sarebbe morto per espiare i peccati, per poi risorgere di domenica» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2012). Senza contare che secondo l’iconografia romana, Mitra nasce già adulto da una roccia, la petra genetrix.

Il noto studioso americano ha aggiunto: «Quando i cristiani sostennero che Gesù era nato da una vergine, per esempio, intesero affermare che la madre di Gesù non aveva mai avuto rapporti sessuali. Nel caso degli uomini divini, invece, il cui padre era un dio e la madre una mortale, c’è quasi sempre di mezzo un rapporto sessuale. Il bambino è, alla lettera, in parte un essere umano e in parte una divinità. La donna mortale non è una vergine: ha avuto un rapporto sessuale divino» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2012, p. 218). Per quanto riguarda i presunti parallelismi con HorusKrishna e Dioniso rimandiamo a questo rapido ma ben argomentato debunking.

L’editorialista di Repubblica, il già citato Michele Serra, ha concluso dicendo di non credere «che esista “la parola di Dio”. Penso si tratti di parole umane (alcune delle quali affascinanti, importanti) attribuite al Padre per ragioni» varie. Ha tutto il diritto di crederlo, avrebbe invece il dovere di argomentare se vuole parlare di storia e di presunti (ed inesistenti) plagi del cristianesimo. Consigliamo, infine, l’articolo del teologo Angelo Bellon a chi volesse approfondire la storia del dogma cattolico della verginità perpetua di Maria, che risale al secondo Concilio di Costantinopoli (553 d.C.).


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09/07/2018 17.28
 
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Gesù è una copia degli dèi pagani?
Una bufala respinta dagli storici

diosole 
 
di Bart D. Ehrman*
*docente di Nuovo Testamento presso l’Università di North Carolina

 
da Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2012, pp. 25-35

 

Una diffusa teoria sostiene che Gesù sarebbe stato una creazione fondata sulle diffuse mitologie delle divinità soggette a morte e rinascita, note in tutto il mondo pagano. Ecco come, ad esempio, Timothy Freke e Peter Gandy, espongono la loro tesi principale in The Jesus Mysteries: Was the “Original Jesus” a Pagan God?: «La vicenda di Gesù non è la biografia di un messia storico, ma un mito fondato sulle eterne favole pagane. Il cristianesimo non fu una rivoluzione nuova e unica, ma un adattamento ebraico dell’antica religione dei misteri pagani».

Al cuore dei tanti misteri pagani, affermano Freke e Gandy, c’era il mito di un uomo-dio che sarebbe morto e risorto. A questa figura divina furono attribuiti nomi diversi nei misteri pagani: Osiride, Dioniso, Attis, Adone, Bacco e Mitra. Ma, «in buona sostanza, tutti questi uomini-dei rappresentavano il medesimo essere mitico». La ricerca per cui i due autori sostengono questa tesi va ricercata nella mitologia che accomunerebbe tutte quelle figure: Dio ne era il padre; la madre era una vergine mortale; ciascuno di loro nacque il 25 dicembre in una grotta di fronte a tre pastori e uomini sapienti; uno dei miracoli compiuti da tutti fu la trasformazione dell’acqua in vino; tutti fecero il loro ingresso in città a dorso d’asino; tutti furono crocifissi per Pasqua allo scopo di emendare i peccati del mondo; tutti discesero all’inferno e il terzo giorno risuscitarono. Poiché di Gesù si raccontano le stesse vicende, è ovvio che le storie in cui credono i cristiani sono semplici imitazioni delle religioni pagane.

Gli storici del mondo antico -quelli seri- sono scandalizzati da tali asserzioni, o meglio lo sarebbero se si prendono il disturbo di leggere il libro di Freke e Gandy. Gli autori non corredano di prove le loro affermazioni sul modello mitologico dell’uomo-dio. Non citano alcuna fonte pervenutaci dal mondo antico che sia possibile verificare. Non si può dire che abbiano fornito un’interpretazione alternativa delle testimonianze a nostra disposizione. Non le hanno neppure citate. E hanno fatto bene. Quelle testimonianze non esistono.

Quale sarebbe, per esempio, la prova che dimostra la nascita di Osiride il 25 dicembre di fronte a tre pastori? O la sua crocifissione? O il fatto che la sua morte sia servita a espiare i peccati? O che sia tornato in vita sulla terra dopo essere risorto? Il fatto è che nessuna fonte antica afferma niente del genere su Osiride (o sugli altri dei). Questi non sono seri studi storici. Sono libri sensazionalistici la cui finalità è vendere.

Secondo tali autori, il “Cristo” originario fu un uomo-dio al pari di tutti gli altri uomini-dei pagani. Solo in una seconda fase fu ripreso dagli ebrei e trasformato in un messia che venne immaginato come personaggio storico, creando in tal modo il Gesù della storia. L’apostolo Paolo, secondo questa ricostruzione, non sapeva nulla del Gesù storico e, come lui, nessun altro membro della Chiesa primitiva. Il vangelo scritto da Marco fu determinante per dar vita al personaggio storico perché fu Marco a storicizzare il mito per il bene degli ebrei a cui serviva una figura storica che li salvasse, non una divinità. Furono i cristiani delle regioni occidentali dell’Impero, il cui centro delle loro attività era a Roma, a far nascere la Chiesa cattolica romana, che interpretò in senso letterale la figura storicizzata del salvatore e finì con l’occultare le originarie interpretazioni mitologiche degli gnostici.

Questa tesi presenta una gran quantità di problemi. Basti dire che tutto ciò che sappiamo su Gesù -il Gesù storico- non proviene dagli ambienti fortemente influenzati dalle religioni misteriche pagane dell’Egitto della fine del I secolo, ma dagli ebrei vincolati alla loro religione decisamente antipagana della Palestina degli anni Trenta dell’era volgare e dei periodi seguenti. Le interpretazioni di questi autori saranno state credibili oltre un secolo fa, ma oggi nessuno studioso le sostiene.


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13/10/2018 12.23
 
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I cristiani e la distruzione della Biblioteca d’Alessandria:
storia di un falso mito

La Biblioteca d’Alessandria e il Serapeo distrutti dai cristiani? La leggenda nera è avvallata dal libro “Nel nome della croce” di Catherine Nixey, ma è un falso storico creato da Edward Gibbon nel ‘700.

 

Nel giugno scorso abbiamo raccolto numerosi commenti critici di affermati storici al nuovo libello anticristiano che ha scatenato le polemiche negli Stati Uniti. L’autrice è una critica d’arte, priva di titoli storici, di nome Catherine Nixey e il suo libro è arrivato velocemente anche in Italia: Nel nome della croce. La distruzione del mondo classico (Bollati Boringhieri 2018).

La Nixey non fa altro che riprendere il lavoro del polemista Edward Gibbon (1737-1794), tentando di incolpare i cristiani di aver ucciso la civiltà classica. Il suo libro è stato recensito per La Stampa da un altro non-storico, Giorgio Ieranò, che insegna Letteratura greca all’Università di Trento e si occupa solitamente di mitologia e di teatro antico. E Ieranò è cascato in pieno nella mitologia anticristiana raccontata dalla Nixey, seppur ritenendola esagerata e negando il «genocidio culturale» che l’autrice vorrebbe addossare ai cristiani.

 

DISTRUZIONE DELLA BIBLIOTECA D’ALESSANDRIA.
Una parte consistente del volume si concentra sulla distruzione della Biblioteca d’Alessandria d’Egitto. Ecco come la riporta Ieranò nella suarecensione«Nel 392 una folla di cristiani inferociti assale il Serapeo di Alessandria d’Egitto, uno dei templi più splendidi di tutto il mondo antico, riducendolo ad un cumulo di macerie e devastandone la gloriosa libreria». Come si evince, la Nixey -al contrario del suo mentore Gibbon-, non parla della grande Biblioteca d’Alessandria ma del Serapeo d’Alessandria (o Tempio di Serapide), due cose diverse come vedremo.

Questo perché è stato ormai dimostrato che la Biblioteca d’Alessandria, annessa al grande Museo d’Alessandria (mouseion in greco), non venne distrutta da un evento specifico ma cadde rovinosamente in declino in un periodo piuttosto lungo. Non è questo il momento di parlarne ma, per chi fosse interessato, esistono studi autorevoli che smentiscono si trattasse della “più grande biblioteca del mondo antico” come viene spesso ripetuto o che contenesse libri di inestimabile valore scientifico, come l’esauriente ricerca del prof. Roger S. Bagnall, direttore dell’Institute for the Study of the Ancient World presso la New York University. La verità è che già nel 30 a.C., diciotto anni dopo la sua nascita, aveva perso il suo iniziale prestigio.

Occupiamoci però della sua distruzione. Il già citato storico Roger S. Bagnall, scrive:

«È difficile rinunciarvi per qualcuno, ma sembra che dobbiamo smettere di cercare qualcuno o un piccolo gruppo su cui riversare la colpa. La scomparsa della Biblioteca è il risultato inevitabile della fine di impeto e di interesse che l’aveva portata alla luce e della mancanza di sostentamento e manutenzione. È inutile, data questa realtà, concedersi alle riflessioni di Edward Gibbon […]. Inoltre tutto ciò che era stato raccolto dai tolemaici era probabilmente già inutilizzabile. Anche senza azioni ostili, quindi, la Biblioteca (o le Biblioteche), di Alessandria non sarebbe sopravvissuta all’antichità, a meno che i suoi libri non venissero costantemente sostituiti da nuove copie, con i rotoli soppiantati dai codici» (p. 359).

Vi furono tuttavia specifici atti d’aggressione alla Biblioteca. E ancora lo statunitense Bagnall scrive: «Il candidato più papabile per la distruzione della Biblioteca è stato Giulio Cesare, ma ce ne sono altri: Caracalla, Aureliano e Diocleziano» (p. 359). In effetti, il primo attacco subìto avvenne durante la guerra civile nel 48 a.C. da parte di Giulio Cesare.

Sarà Plutarco il primo a scriverne:

«In questa guerra […] quando il nemico cercò di tagliare la sua flotta, Cesare fu costretto a respingere il pericolo usando il fuoco, e questo si diffuse nei cantieri navali e distrusse la Grande Biblioteca, e in terzo luogo, quando una battaglia sorse a Pharos, trovò una piccola barca e tentò di andare in aiuto dei suoi uomini nella loro lotta, ma gli Egiziani salparono contro di lui da ogni lato, così che si gettò in mare e con grande difficoltà riuscì a fuggire nuotando»(Plutarco, Vita di Cesare, 49).

Anche lo storico romano Cassio Dione conferma:

«Dopo questo si verificarono molte battaglie tra le due forze, sia di giorno che di notte, e molti luoghi furono incendiati, con il risultato che le banchine e i depositi di grano, tra gli altri edifici, furono bruciati, e anche la biblioteca, i cui volumi, è detto, erano del più grande numero ed eccellenza» (Cassio Dione, Storia romana, XLII.36).

Terza testimonianza storica è quella di Aulo Gellio, che cita la Biblioteca formata da «quasi settecentomila volumi», aggiungendo: «ma questi furono tutti bruciati durante il sacco della città nella nostra prima guerra con Alessandria», riferendosi all’assedio di Cesare (Gellio, Le Notti Attiche, VII.17).

Almeno tre storici romani individuano dunque il colpevole della distruzione della Grande Biblioteca in Giulio Cesare, nel 48 a.C. Tuttavia, oggi sappiamo che fu solo una perdita parziale della collezione di libri e non tutto l’intero Mouseion greco venne distrutto, almeno fino alla punizione che l’imperatore Caracalla inflisse ad Alessandria nel 215 d.C., massacrando i suoi giovani e saccheggiando parti della città e, sopratutto, nel 272 d.C. quando Aureliano prese d’assalto il quartiere Bruchion, sede della Biblioteca. Lo storico romano Ammiano Marcellino annotò: «le mura di Alessandria furono distrutte e lei perse la maggior parte del distretto chiamato Bruchion» (Ammiano, Storie, XII.15). Il terzo saccheggio fu invece perpetrato da Diocleziano nel 295 d.C., seguito dal devastante terremoto del 365 d.C. In ogni caso, Roger S. Bagnall, direttore dell’Institute for the Study of the Ancient World presso la New York University, ha commentato: «La scomparsa della Biblioteca non ha portato un’epoca buia, la sua sopravvivenza non avrebbe migliorato quei tempi. Piuttosto, la vicenda mostra che le autorità sia ad Est che ad Ovest mancavano della volontà e dei mezzi per mantenere una grande biblioteca. Un edificio incolto, pieno di libri in rovina non avrebbe fatto una particella di differenza» (R.S. Bagnall, Alexandria: Library of DreamsProceedings of the American Philosophical Society, Vol. 146, No. 4, Dec. 2002, p.359).

Abbiamo quindi due certezze storiche: il Mouseion e la sua prestigiosa Biblioteca furono distrutti in più eventi dagli imperatori romani e nessuna fonte storica accusa un piromane o una folla cristiana.

 

DISTRUZIONE DEL TEMPIO DI SERAPIDE (O SERAPEO).
Il Tempio di Serapide (o Serapeo) era un tempio pagano che fu probabilmente utilizzato come “biblioteca secondaria”, oltre alla Biblioteca d’Alessandria, per contenere parte dei libri. L’autrice del libro in questione, Catherine Nixey, accusa i cristiani di aver messo fine proprio a questo tempio-biblioteca. Come avviene per ogni mito, c’è un seme di verità: nel 391 d.C. il Tempio di Serapide fu effettivamente abbattuto dai soldati romani e da una piccola folla di cristiani. Questo episodio ha generato la leggenda nera dei “cristiani che distrussero la Biblioteca d’Alessandria d’Egitto” per odio religioso o perché odiavano la cultura. Ognuno la racconta come vuole.

I problemi di questa tesi sono due. Il primo è che l’ordine di distruzione del Tempio venne dall’imperatore Teodosio, impegnato a proibire i cruenti sacrifici pagani che si svolgevano nei templi e, secondo, che il Serapeo non conteneva alcuna biblioteca al momento della sua distruzione.

La prima fonte storica è quella di Sozomeno, storico cristiano, che racconta la decisione imperiale di convertire un tempio pagano al culto cristiano e i successivi attacchi da parte dei pagani contro i cristiani:

«Uccisero molti dei cristiani, ferirono altri e presero il Serapeo, un tempio che era cospicuo per la bellezza e la vastità. Fu convertito in una cittadella temporanea; e qui hanno trasportato molti dei cristiani, li hanno sottoposti alla tortura e li hanno costretti a offrire sacrifici. Coloro che hanno rifiutato il rispetto sono stati crocifissi, rompendo loro le gambe e mettendoli a morte in modo crudele. Allora i governanti arrivarono e sollecitarono la gente a ricordare le leggi, a deporre le armi e a rinunciare al Serapeon» (Sozomeno, Storia della Chiesa, VII.15).

Sozomeno scrive nel secolo successivo ed è cristiano, quindi ritenuto da alcuni “di parte” (ma lo erano anche gli storici romani o pagani), così come lo è Socrate Scolastico che, scrivendo più vicino agli eventi, conferma che molti cristiani furono uccisi nei disordini. Il tutto viene confermato da una terza fonte, Tirannio Rufino, che trascorse molti anni della sua vita ad Alessandria, in Storia ecclesiastica (libro X).

Dopo questi disordini seguì una situazione di stallo, con le truppe romane che circondarono il tempio e negoziarono con i pagani all’interno. Alla fine, la situazione venne risolta nel 391 d.C. dall’imperatore romano Teodosio che escogitò un compromesso: i pagani dovevano essere perdonati per i loro omicidi e fu loro permesso di andarsene, ma decise di demolire il Tempio di Serapide. I soldati iniziarono così ad eseguire l’ordine dell’imperatore, aiutati da molti cristiani alessandrini, probabilmente parenti o familiari delle vittime uccise dai pagani. Il blogger ateo Tim O’Neill ha commentato:«La Nixey, quando si occupa della distruzione del tempio, inizia come se tutto fosse stato spontaneo: “Un giorno, all’inizio del 392, una grande folla di cristiani iniziò a distruggere il tempio … “(p. 86). Secondo la Nixey, questa “folla di cristiani” si riuniva senza motivo, senza menzionare la banda di terroristi pagani che erano rintanati all’interno del tempio, torturando e crocifiggendo la gente».

Sempre la Nixey lamenta che «decine di migliaia di libri, i resti della più grande biblioteca del mondo, erano tutti persi, per non riapparire mai più. Forse furono bruciati. Più di mille anni dopo, Edward Gibbon si infuriò contro lo spreco: “L’apparizione degli scaffali vuoti suscita il rimpianto e l’indignazione di ogni spettatore, la cui mente non è completamente oscurata da pregiudizi religiosi”» (p. 88).  Peccato che né la critica d’arte né Edward Gibbon abbiano mai verificato le fonti storiche, che negano l’esistenza di libri all’interno del Serapeo.

La distruzione del Tempio di Serapide è un evento tra i più documentati di quel periodo in quanto presente in ben cinque resoconti, quello di:Tirannio Rufino (cristiano), Socrate Scolastico (cristiano), Sozomeno (cristiano), Teodoreto di Cirro (cristiano) e Eunapio di Antiochia(pagano). Eppure, ha ben osservato lo storico James Hannam«nessuno dei loro racconti contiene il minimo indizio di una biblioteca o di qualche libro all’interno del Tempio». Persino lo studioso pagano Eunapio, noto come veemente anti-cristiano, avrebbe certamente condannato qualsiasi distruzione della biblioteca se fosse stato vero. Ciò perché nel 391 d.C. non esisteva più alcuna biblioteca, i templi erano privi di fondi anche a causa della lenta conversione al cristianesimo di molti ricchi mecenati e benefattori.

Lo storico romano Ammiano Marcellino ha fornito una descrizione dettagliata del Serapeo nel 378 d.C. (13 anni prima la sua distruzione) menzionando la sua biblioteca e utilizzando il verbo al passato: «Qui vi sono state preziose biblioteche e la testimonianza unanime di antichi documenti dichiara che settecentomila libri, riuniti dall’energia incessante dei Tolomei, furono bruciati nella guerra alessandrina quando la città fu saccheggiata sotto il dittatore Cesare» (Ammiano, Storia romana XXII, 16-17). Lo storico sta chiaramente confondendo il Serapeo con la libreria principale di Mouseion, quella sì con 700mila libri bruciati da Cesare, ma il resto della sua descrizione è corretto. Altri riferimenti nel suo lavoro indicano che egli stesso aveva visitato l’Egitto, probabilmente intorno al 363 d.C., essendo quindi un possibile testimone oculare. Ancor più significativo, dunque, l’uso del passato a riguardo della biblioteca presente nel tempio pagano.

 

La Grande Biblioteca d’Alessandria non fu distrutta da un evento specifico ma crollò sotto l’assedio e i saccheggi degli imperatori romani, a partire da Giulio Cesare. Il Tempio di Serapide, inizialmente usato come “biblioteca secondaria”, fu invece distrutto dai soldati su ordine dell’imperatore Teodosio, aiutati da un gruppo di cristiani alessandrini arrabbiati per il massacro dei cristiani prigionieri che i pagani effettuarono al suo interno. Le fonti storiche smentiscono che al momento della distruzione (391 d.C.) il tempio contenesse una biblioteca. «Si può tranquillamente affermare che la storia dei cristiani che distrussero la biblioteca del Serapeum fu creata da Edward Gibbon alla fine del XVIII secolo»ha concluso lo storico James Hannam«Da allora la storia è stata ripetuta da Jean-Yves, da Carl Sagan e da William Dalyrymple, mentre persino studiosi come Luciano Canfora e Alfred Butler hanno cercato invano di interpretare le prove a sostegno di Gibbon».

Il mito dell’incendio della Grande Biblioteca d’Alessandria è una enorme caricatura dei fatti, che gioca sulla confusione tra due eventi separati (la distruzione della Biblioteca e quella del Tempio di Serapide). La sua costante ripetizione e la resistenza a qualsiasi correzione da parte degli storici è la perfetta testimonianza di analfabetismo storico, la cui ultima rappresentate è l’autrice del libro appena pubblicato in Italia, Catherine Nixey.

 

AGGIORNAMENTO ore 10
Dopo aver visionato la pagina Wikipedia in lingua inglese dedicata alla distruzione della Biblioteca e del Serapeo d’Alessandria ne confermiamo, stranamente, l’attendibilità, in quanto coincide in gran parte con le fonti storiche da noi utilizzate. Al contrario, la voce italiana è terribile e avvalla il resoconto del matematico anticristiano Morris Kline, che incolpa i cristiani della distruzione del tempio Serapide e sostiene, non si sa in base a quale fonti, che contenesse «ancora l’unica grande raccolta esistente di opere greche. Si ritiene che siano stati distrutti 300.000 manoscritti».


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13/10/2018 12.33
 
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Il falso mito dei pagani perseguitati dai cristiani



Qualche mese fa si è parlato di un ritorno al culto degli dèi in Grecia, con relativa diffusione del politeismo e della tradizione etnica. Ad accompagnare la notizia anche la segnalazione della distruzione di una chiesa ortodossa sull’isola di Creta da parte dei “seguaci di Zeus”: oltre ad atti di vandalismo sono state depositate feci al suo interno e sono comparsi messaggi contro il cristianesimo sulle pareti della chiesa.


Questo perché i seguaci neo-pagani vedono il cristianesimo come una religione che ha sostituito le pratiche religiose degli antichi greci, e per certi versi, lo avrebbe fatto con la violenza. Ma è davvero andata così? Innanzitutto, bisognerebbe ricordare cosa accadde prima che il cristianesimo divenne religione predominante dell’impero romano.


La più famosa e iniziale persecuzione ai danni dei cristiani originò dall’imperatore Nerone che, secondo la studiosa italiana Marta Sordi, ordinario di Storia greca e Storia romana all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha provocato «qualche centinaio di vittime» (M. Sordi, I cristiani e l’impero romano, Jaca Book 2011, p.31). L’oppressione continuò con l’imperatore Domiziano (81-96 d.C.), mentre sotto l’imperatore Traiano (98-117 d.C.) il cristianesimo venne considerato illecito. Nel 112 Plinio il Giovane, governatore della Bitinia, scrisse: «Io chiedo loro di persona se sono cristiani, e se loro ammettono, io ripeto la domanda una seconda e poi una terza volta, avvertendoli della punizione che li attende. Se persistono, ordino che vengano portati via per essere giustiziati» (Lettere, Rizzoli 2009, 10.96). Soltanto nel 260 venne abrogata la legge della trasgressione capitale, ma le persecuzioni ricominciarono sotto l’imperatore Galerio nel 305 d.C. che -secondo il prof. Timothy Barnes dell’University of Edinburgh-, era nientemeno che «un pagano fanatico» (T. Barnes, Constantine and Eusebius, Harvard Univeristy Press 1981, p.19), il quale fece pagare ai cristiani le avversità che avevano colpito l’impero.


L’editto di Galerio (a nome di Diocleziano) del 303 «mise al bando tutti i raduni cristiani, comandò che tute le scritture cristiane fossero bruciate, estromise i cristiani dai pubblici uffici. In tutto, circa tremila capi e membri illustri furono giustiziati, e migliaia di altri furono condannati alla schiavitù e mandati in miniera» (M. Grant, “The History of Rome, Faber and Faber 1978, p.308). Nel 311, Galerio, sul letto di morte, revocò tutti i decreti che aveva fatto promulgare contro i cristiani e ordinò che essi pregassero per la sua guarigione. La cosa più incredibile è che, nonostante questa profonda persecuzione, «la rapida crescita della popolazione cristiana continuò!» (R. Stark, Il trionfo del cristianesimo, Lindau 2012, p.195). L’Editto di Milano, emanato nel 313 da Costantino, stabilì la libertà di culto per tutte le religioni e pose fine alle persecuzioni contro i cristiani nell’Impero romano.


Come spiegato dal rinomato sociologo Rodney Stark, docente alla Baylor University, «moltissimi romani, sopratutto appartenenti all’èlite politica, credevano sinceramente che fossero stati gli dei a rendere Roma quel grandioso impero che era diventata. Stando così le cose, il cristianesimo costituiva un chiaro insulto nei confronti degli dei». I persecutori romani, ha proseguito, «prestarono attenzione anzitutto ai leader della Chiesa. I vescovi di Roma e Antiochia furono torturati e giustiziati quasi contemporaneamente, i vescovi di Gerusalemme e Antiochia morirono in prigione, diversi cristiani ordinari furono catturati, fra cui varie anziane inermi come Apollonia di Alessadria a cui furono rotti i pochi denti rimasti prima di essere arsa viva» (R. Stark, Il trionfo del cristianesimo, Lindau 2012, p.188-191).


Da Costantino in poi, sopratutto quando i suoi figli presero il potere, la situazione politica si capovolse e l’opposizione antipagana arrivò con gradualità. La cosiddetta “persecuzione pagana” da parte dei cristiani si concretizzò in diversi templi e statue abbattute, testi bruciati e forte opposizione ai sacrifici cruenti, spesso umani, compiuti dai fedeli pagani e conseguente proibizione delle pratiche divinatorie che li contemplavano (l’ultimo editto dell’imperatore Teodosio, ad esempio, recitava: «È nostra volontà e piacere che nessuno dei nostri sudditi, sia magistrato o cittadino privato, nobile o plebeo, presuma in qualsiasi città o luogo, adorare un idolo inanimato col sacrificio di vittime innocenti»). Alcune cose sono però da puntualizzare: innanzitutto, la chiusura dell’Accademia di Atene da parte dell’imperatore Giustiniano nel 529, citata spesso come esempio dell’oppressione dei cristiani nei confronti dei pagani, è da ritenersi «l’azione isolata di un monarca tirannico, un evento significativo solo per i diretti interessati e ben lontano dalla fine della filosofia antica», come ha scritto lo storico inglese James Hannam, il cui lavoro è entrato nella rosa dei candidati per il premio della British Society for the History of Science. Al contrario, per quanto riguarda la distruzione della biblioteca di Alessandria,«la storia che l’imperatore cristiano Teodosio la abbia distrutta»ha scritto sempre Hannam, «è chiaramente una finzione».


Anzi, sempre lo storico inglese Hannam ha ricordato che se conosciamo la letteratura latina«dobbiamo ringraziare la Chiesa per quello che abbiamo». Furono infatti i monaci cristiani a ricopiare i testi classici, conservandoli nel tempo e permettendo la loro sopravvivenza. La sua conclusione è che «non è mai avvenuta una distruzione indiscriminata della letteratura antica da parte del cristianesimo istituzionale; non c’è stato alcun tentativo di sopprimere la scrittura pagana di per sé, le opere magiche ed esoteriche sono state trattate esattamente nello stesso modo di come lo erano sotto gli imperatori pagani, che non le apprezzavano molto; con alcune eccezioni, il rispetto per la cultura pagana era diffuso tra i cristiani; la sopravvivenza della letteratura classica è quasi interamente attribuibile agli sforzi dei monaci cristiani che hanno laboriosamente copiando a mano i testi».


Effettivamente durante il governo degli imperatori “cristiani” (bisognerebbe poi aprire un capitolo sulla loro reale devozione, al di là della convenienza politica) non sembra si siano affatto verificate le violente stragi che hanno invece caratterizzato il dominio pagano sui cristiani. Ci fu certamente un conflitto politico-religioso -caratterizzato da azioni certamente condannabili, oggi- ma nessun dilagante spargimento di sangue. Lo storico Giovanni Filoramo, ordinario di Storia del Cristianesimo all’Università di Torino, ha infatti scritto che il cristianesimo tentò di eliminare l’errore, non coloro che erravano. Al di là di singoli episodi violenti, riconducibili ad una forma di guerriglia urbana, la legislazione degli imperatori “cristiani” imponeva e rendeva legittimo il contrasto alla religione pagana ma mai autorizzava la lotta armata per la loro eliminazione fisica (G. Filoramo, La croce e il potere, Mondadori 2011, pag. 361). Nel periodo costantinopolitano, ha spiegato ancora lo storico italiano, «l’appoggio ai cristiani non si tradusse in persecuzione antipagana, né Costantino si indusse mai a rifiutare la collaborazione dei pagani e la loro presenza a corte e nelle cariche più alte»(G. Filoramo, Storia del cristianesimo. L’antichità, Laterza 2008, p. 292). Il paganesimo venne maggiormente osteggiato dai figli di Costantino, ma le loro «non numerose leggi» a vantaggio della chiesa cristiana «non costituirono in nessun caso una dichiarazione di guerra alla vecchia religione» (p. 302). In particolare, «non avevano contenuti specificamente antipagani, ma risentivano della moralità cristiana le leggi che condannavano la pederastia (alla pena capitale) e il matrimonio tra consanguinei» (p. 303). E ancora: «il processo di cristianizzazione fu lento e talvolta desultorio», vi furono tentativi di ristabilire il vecchio culto (noto quello di Giuliano, in particolare) ma «il nuovo mondo cristiano mostrò di avere vitalità sufficiente per superare ritardi e battute di arresto» (p. 303).


Tra il 361 e il 365 d.C. si inasprirono le sanzioni imperiali verso il culto pagano, ma «neanche in questo caso si trattò di una persecuzione antipagana» (p. 312), ha precisato ancora Filoramo. Più controverso, infine, il governo di Teodosio dove vennero promulgate durissime pene (anche la condanna a morte) verso chi celebrava i sacrifici pagani: fu «proibita ogni forma di culto non cristiano», in particolare «adorare gli idoli, innalzare loro degli altari e immolare vittime in loro onore» (p. 323). Tuttavia, uno dei pochi casi realmente cruenti verso i pagani fu la strage in seguito allaribellione di Tessalonica (generata per non aver permesso i giochi annuali): il vescovo di Milano Ambrogio, venutone a conoscenza, scrissesdegnato a Teodosio chiedendo di umiliarsi davanti a Dio e invitandolo a chiedere pubblicamente perdono (cfr. Epistola 51). «Ambrogio insorse acondannare l’inumano massacro e scomunicò l’imperatore», scrive Filoramo. «Abbandonò Milano e annunziò che non vi avrebbe fatto ritorno fino a quando l’imperatore non avesse fatto pubblica penitenza. Anche questa volta Teodosio cedette e, sconfessando il proprio operato, fece pubblico atto di riparazione» (p. 329).


Parlare di “persecuzione” violenta dei pagani è altamente scorretto dal punto di vista storico, sopratutto quando si finge di dimenticare la vera persecuzione, fatta di morte e sangue, che subirono sistematicamente i cristiani fino all’arrivo dell’imperatore Costantino (indipendentemente dalla veridicità o meno della sua conversione).



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18/10/2018 14.27
 
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Il monoteismo biblico
non è nato copiando il faraone Akhenaton

Mosé e Akhenaton. Chi cerca una spiegazione naturale del monoteismo biblico sostiene che il monoteismo ebraico e mosaico sia nato copiando il monoteismo del faraone Amenofi IV (Akhenaton). Ma gli egittologi smentiscono l’ipotesi.

 

All’interno del filone di ricerca della spiegazione naturale e non divina delle origini della religione giudaico-cristiana, la tesi predominante è che il monoteismo biblico nacque imitando quello instaurato dal faraone Akhenaton (Amenofi IV) che scelse una divinità secondaria, Aton, e la trasformò nel culto centrale del Pantheon egizio, fino a farle reggere una religione monoteistica.

Questa la tesi dello storico delle religioni Raffaele Pettazzoni (1883-1959), oratore del Grande Oriente d’Italia, la loggia massonica italiana. Il suo libro, Storia delle religioni e mitologia (Mimesis 2018), è stato da poco ripubblicato e recensito da Armando Torno sul Corriere della Sera.  Non è un caso che Pettazzoni fu convinto massone, la sua tesi coincide espressamente con la volontà di appiattire le religioni ad un unica grande ideologica etica, contrastando l’originalità e negando al monoteismo ebraico la sua origine in una rivelazione divina. Ma, quelle appena esposte, sono affermazioni ampiamente superate e per nulla originali, anche perché furono già divulgate da Sigmund Freud nel suo saggio L’uomo Mosè e la religione monoteistica (e prima di lui, da altri autori: Breasted, Rank e Abraham).

Innanzitutto esistono forti dubbi che quello del faraone Akhenaton fosse davvero un monoteismo. L’egittologo francese Nicolas Grimal, docente presso l’Università della Sorbona, ne dubita fortemente e ha spiegato che a quel tempo semplicemente vi fu un «aumento progressivo» comune della volontà di celebrare anche una divinità legata al sole e, già nella XVIII dinastia(precedente a Akhenaton), si può vedere «un sorgere di culti “eliopolitani” e una “solarizzazione” dei principali dei dell’Egitto». Così, il cambiamento operato dal faraone a tale riguardo, «non era di per sé rivoluzionario ed era ben lungi dall’essere la religione rivelatrice che gli studiosi hanno affermato di essere» (N. Grimal, A History of Ancient Egypt, Barnes and Noble 1997, p. 238). Quello di Akhenaton fu di fatto quello che gli esperti chiamano un “henotheismo”, ovvero una preferenza e superiorità di un dio sugli altri. Le prime iscrizioni lasciate dal faraone, infatti, «si riferiscono agli “dei” al plurale» (D.B. Redford, The Monotheism of Akhenaten, in Aspects of Monotheism, p. 22).

Ma anche assumendo che fosse un vero e proprio rivoluzionario monoteismo, diversi studiosi hanno rilevato grandi differenze tra il monoteismo biblico e mosaico con quello (supposto) egiziano di Akhenaton, che viene chiamato “atenismo” (dal dio Aton). «L’atenismo era alla sua origine una tipica religione egiziana che “non infastidiva nessuno”», ha scritto l’egittologo canadese Donald B. Redford. «Mai sarebbe venuto in mente ad un antico egizio il postulare il soprannaturale come una monade, un’emanazione trinitaria intellettualmente superiore. Ancor meno gli sarebbe venuto in mente di supporre che la sua salvezza eterna dipendesse dal riconoscimento di tale monade. Un egizio poteva scegliere di adorare questo dio o quello; un altro poteva anche credere, per qualsiasi ragione, che altri dei non esistevano. Questo non era importante per un egiziano antico, nulla avrebbe potuto importargli di meno» (D.B. Redford, Akhenaten: The Heretic King, Princeton University Press, 1984, p. 22). Il monoteismo di Akhenaton, infatti, non era affatto esclusivo mentre, fin nel primo Comandamento insegnato da Mosè, l’esclusivismo è la base del monoteismo biblico (Non avrai altro Dio all’infuori di me).

Altra annotazione. «L’atenismo è privo di contenuto etico» (D.B. Redford, The Monotheism of Akhenaten, in Aspects of Monotheism, p. 113). Aton, ha proseguito l’egittologo canadese. «Non sembra mostrare alcuna compassione per le sue creature, ma fornisce loro vita e sostentamento in un un modo piuttosto superficiale: nessun testo ci dice che sente “il grido del povero”, o soccorre i malati o perdona i peccatori. Allo stesso modo, mentre conosciamo tutto sull’apparato di culto spiegato dettagliatamente nell’Antico Testamento, l’atenismo non ha offerto atti di culto (cose diverse dai quotidiani sacrifici umani/animali), non esiste nessuna immagine di culto, nessuna mitologia, nessun concetto di manifestazione continua (D.B. Redford,Akhenaten: The Heretic King, Princeton University Press, 1984, p. 169-179). Si potrebbe dire che l’atenismo ha più in comune con il Deismodell’Occidente del XVIII secolo che con il monoteismo ebraico.

La conclusione del prof. Redford è drastica: .«C’è poca o nessuna prova a sostegno del fatto che Akhenaton fosse un progenitore del monoteismo vero e proprio che troviamo nella Bibbia, esso ha avuto un suo sviluppo separato […]. Il monoteismo di Akhenaton è così distinto dallo Yahwismo che mi chiedo perché i due vengano a volte messi a confrontino» (p. 113). E anche il suo collega egittologo francese, Nicolas Grimal, arriva alla stessa conclusione: «Si è supposto che l’atenismo si trovi alle radici del cristianesimo, quando in realtà non fa altro che riflettere il terreno comune delle civiltà semitiche» (p. 228). E potremmo anche aggiungere il giudizio di un terzo egittologo, lo statunitense James Peter Allen della Brown University e presidente dell’Associazione Internazionale degli egittologi: «l’Atenismo, è meno all’origine delle religioni monoteistiche del mondo che di una filosofia naturale: se questa religione avesse avuto successo, avremmo dovuto aspettarci che da essa fosse emerso un Talete piuttosto che un Mosè» (P.J. Allen, The Natural Philosophy of Akhenaten, in Religion and Philosophy in Ancient Egypt, Yale University Press 1985, pp. 89-101). Ovvero, come già detto, l’atenismo si avvicinava al Primo Motore di Aristotele o al Deismo di Thomas Jefferson ma nulla a che vedere con l’originale monoteismo ebraico.


fonte: https://www.uccronline.it/2018/10/05/il-monoteismo-biblico-non-e-nato-copiando-il-faraone-akhenaton/?fbclid=IwAR1vbm5vomVxS9_T2uFigNzFIzVtak3tgNjV-huV8Zc5fu71B1omND46w5E


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01/12/2018 22.59
 
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I gatti neri, Gregorio IX e lo sterminio nel Medioevo:
una fake news storica

La superstizione per i gatti neri non arriva dal Medioevo. La bolla papale “Vox in Rama” di Gregorio IX (1233) parla sì di un gatto nero ma non autorizza alcuna persecuzione e tanto meno ciò è all’origine della Peste nera. Una bufala ripetuta da decenni priva di alcun riscontro, basta leggere il testo dell’enciclica.

 

«Il gatto, venerato dall’Islam e perseguitato dalla Chiesa». Così il titolo di una importante rivista di natura, in cui si legge: «L’origine della persecuzione dei gatti nel mondo cristiano ha una data ben precisa: nel 1233 Papa Gregorio IX emana la bolla “Vox in Rama”, con la quale si autorizzava lo sterminio dei gatti e in particolar modo di quelli neri, considerate creature diaboliche». A scriverlo tale Marta Frigerio, che dice di sé: «amo i gatti e mi nutro di letteratura». Ma anche di enormi bufale!

Gregorio IX non ha mai autorizzato alcuno sterminio di gatti neri, tanto meno lo ha mai fatto la Chiesa cattolica. Si tratta forse della fake news anticlericale più creduta, anche perché pochi si sono presi la briga di sfatarla. Qualche giorno fa è stata rilanciata da Maurizio Belpietro su La Verità (sic!), dove si legge che «papa Gregorio IX diede disposizione di sterminare tutti i gatti neri».

Ma quando mai?! Ad avventurarsi nel debunking della bufala è stato in particolare un agnostico/ateo americano, Tim O’Neill: «La storia secondo cui stupidi personaggi medievali, su istigazione del loro ancor più stupido clero, uccisero migliaia di gatti portando alla morte di un numero ancora maggiore di persone durante l’epidemia della peste nera del 1340, è popolare e diffusa. Ma il massacro medievale di gatti è contrassegnato da una totale mancanza di riferimenti. Perché? Perché non è mai successo». Infatti, chi sostiene che Gregorio IX autorizzò lo sterminio di gatti neri intende anche insinuare che tale “superstizione cattolica” sia all’origine della Peste Nera che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1352, uccidendo almeno un terzo della popolazione del continente.

Innanzitutto la bolla papale in questione, la “Vox in Rama”, risale al 1232 mentre l’epidemia iniziò un secolo più tardi, e nessuno spiega perché ci sia voluto così tanto tempo prima che tale supposto massacro di gatti neri causasse la peste. Ma, sopratutto, in tale bolla papale non esiste alcuna indicazione a sterminare i felini. In quell’occasione il Papa scrisse al re di Germania, Enrico (figlio dell’Imperatore Federico II), informandolo a proposito di un culto satanico che andava diffondendosi in Germania, da parte di un gruppo di “Luciferiani”.

Gregorio IX, nella Vox in Rama, riporta quanto gli è stato riferito da Corrado di Marburgo a riguardo di questa setta:

«Quando un neofita dev’essere iniziato ed introdotto dinanzi all’assemblea dei malvagi per la prima volta, gli appare in visione una specie di rana o, secondo gli altri, un rospo. Talvolta il rospo è di normali dimensioni, ma spesso è grosso quanto un’oca o una papera. Di solito è grande come l’apertura di un forno. Il novizio si fa avanti e si mette di fronte ad un uomo di un pallore spaventoso i cui occhi sono neri ed il cui corpo è così sottile ed emaciato che sembra non aver carne ma solo pelle ed ossa. Il novizio lo bacia e lo trova freddo come il ghiaccio. Dopo averlo baciato, ogni resto di fede cattolica che poteva ancora albergare nel cuore del neofita, lo abbandona. Poi, tutti si siedono per banchettare e, al termine, tutti si alzano. Da una specie di statua che di solito si trova in queste riunioni, emerge un gatto nero: è grande quanto un cane di buona taglia, ed entra camminando all’indietro con la coda sollevata. Per prima cosa il novizio gli bacia il posteriore, poi fa lo stesso il Maestro delle Cerimonie, ed infine vi partecipano tutti, a turno. O almeno, tutti quelli che meritano tanto onore. Il resto, cioè coloro che non ne sono ritenuti degni, baciano il Maestro delle Cerimonie. Ritornati ai loro posti, per un po’ restano in piedi in silenzio, con le teste girate verso il gatto. Quindi il Maestro esclama: “Perdonaci”. La persona dietro di lui ripete la formula ed una terza aggiunge: “Signore lo sappiamo”. Un quarto partecipante finisce la formula dicendo: “Obbediremo”. Quando questa cerimonia si è conclusa, le luci vengono spente ed i presenti si abbandonano alla più abominevole sensualità. Se ci sono più uomini che donne, questi soddisfano tra di loro i reciproci depravati appetiti. Le donne fanno lo stesso l’una con l’altra. Alla fine di tali orrori si riaccendono le lampade ed ognuno torna al suo posto. Quindi, da un angolo buio emerge la figura di un uomo. La parte superiore del suo corpo, dai fianchi in su, risplende come il sole ma, sotto, la sua pelle è grezza e coperta da una pelliccia, come un gatto. Il Maestro delle Cerimonie taglia un pezzo del vestito del novizio e dice a quella risplendente immagine: “Maestro, mi è stato dato questo ed io, a mia volta, lo passo a te”. Al che l’altro risponde: “Tu mi hai ben servito e meglio mi servirai ancora nel futuro. Metterò sul tuo conto ciò che mi hai dato”. E sparisce non appena pronunciate queste parole. Ogni anno, a pasqua, quando ricevono dal prete il corpo di Cristo, lo nascondono in bocca per poi sputarlo nelle immondizie in segno di spregio verso il loro Salvatore. Inoltre, questi uomini tra i più miserabili, bestemmiano contro il Signore dei Cieli, e nella loro follia dicono che il Signore ha fatto male a sprofondare Lucifero in un pozzo senza fondo. Questa gente disgraziata crede in Lucifero e lo ritiene il creatore dei corpi celesti che assurgerà a gloria dopo la caduta del Signore. Con lui, e attraverso lui, sperano di raggiungere la felicità eterna. Confessano di non credere che bisogna fare il volere di Dio ma, piuttosto, che bisogna dispiacerlo…».

Basterebbe leggere la bolla papale per veder scritto che sì, si parla di un gatto nero, ma in nessuna parte si autorizza alcun sterminio. Eppure, tale falsità viene ripetuta da anni, senza alcun controllo delle fonti. Ignorando, inoltre, che i gatti erano molto apprezzati nel Medioevo in quanto limitavano la riproduzione dei roditori. Molte raffigurazioni dell’epoca, infatti, riportano di gatti come animali domestici e i bestiari medievali, cioè i libri che descrivevano gli animali, sono pieni di elogi verso i felini. Era frequente che le famiglie possedessero un gatto e addirittura nella cosiddetta Regola delle anacorete (XIII secolo), un manuale monastico rivolto alle anacorete, si consiglia: «Non possederete nessuna bestia, mie care sorelle, eccetto solo un gatto».

La conclusione del blogger O’Neill è che «l’intero mito è il solito groviglio di pregiudizi sulla Chiesa medievale, idee popolari sbagliate sul Medioevo e la tendenza generale di accettare “per veri” racconti che perpetuano l’idea che i nostri antenati non erano intelligenti come noi. Aggiungiamo una pesante dose di pregiudizio anticristiano e possiamo capire perché» la bufala è ancora così diffusa.


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07/12/2018 13.36
 
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San Paolo misogino? Per nulla, è vero il contrario



San Paolo sulle donne. L’eminente biblista Romano Penna commenta il fatidico passo della Lettera ai Corinzi in cui Paolo invita le donne a tacere durante l’assemblea. Ma poco prima aveva approvato che le donne profetizzassero nell’assemblea e ha sempre lodato il loro ruolo nella comunità, come interpretare l’apparente contraddizione?


 


“Le donne nelle chiese stiano zitte (…) È indecente infatti per una donna parlare nell’assemblea”. Questa breve frase della Prima Lettera ai Corinzi, «è stata spesso un cavallo di battaglia dentro e fuori la Chiesa per dimostrare l’antifemminismo di Paolo». A scriverlo è l’eminente biblista italiano Romano Penna, conosciuto e apprezzato a livello internazionale per il suo studio neotestamentario e, in particolare, sul Corpus paolinum, attualmente professore Emerito presso la Pontificia Università Lateranense.


Solo un paio di mesi fa ci eravamo nuovamente occupati dell’apostolo San Paolo e dell’accusa spesso a lui rivolta di essere stato un incorreggibile misogino. Davamo invece conto della smentita a questa tesi da parte di una decina di teologhe femministe che hanno dato una lettura completamente diversa delle lettere paoline (ma anche dell’Antico e del Nuovo Testamento, in generale). Domenica scorsa è sceso in campo “un pezzo da novanta”, sempre sulla stessa tematica, per l’appunto il biblista italiano Romano Penna.


Concentrandosi sull’enunciazione citata inizialmente, Penna ha giustamente premesso che vi sono molti studiosi che ritengono che parole non appartengano al testo originale della lettera «ma siano state inserite posteriormente nel corso della tradizione manoscritta come una glossa». I dubbi sull’autenticità sono molti, infatti, in quanto «il Paolo storico documenta un tutt’altro modo di vedere le cose. Ciò che fa problema semmai è l’aperto contrasto con il fatto che l’apostolo dà assolutamente per scontato che le donne possano intervenire liberamente in pubblico, senza porre loro alcuna museruola, come denota l’uso del verbo profetèuein impiegato a loro riguardo esattamente come per l’uomo». Il biblista si riferisce ad un altro passo, sempre nella Prima Lettera ai Corinzi, in cui Paolo scrive: «Ogni uomo che prega o profetizza un capo coperto, fa disonore al suo capo; ma ogni donna che prega o profetizza senz’avere il capo coperto da un velo, fa disonore al suo capo, perché è lo stesso che se fosse rasa» (1 Corinzi 11, 4-5).


Così, nella Lettera ai Corinzi per San Paolo è scontato e approvato che le donne profetizzino in chiesa, le esorta però (assieme agli uomini) a porsi un velo o copricapo solo e durante le assemblee liturgiche. Tuttavia, poche righe sotto, compare l’invito (ammesso che sia autentico) alle donne a “stare zitte” in chiesa. E’ una contraddizione apparente, infatti -ha spiegato Penna-, «le parole di Paolo possono valere come semplice e banale ammonizione alle donne corinzie a non parlottare durante l’assemblea liturgica. Alternativamente, visto che poco prima a proposito di chiunque parla come glossolalo, cioè senza farsi capire, Paolo ha stabilito che abbia un interprete (14, 28: “Ma se non ha un interprete, stia zitto nella chiesa”), si può pensare che l’apostolo proibisca alle donne di parlare soltanto come glossolale, dato che in 11, 5 egli dava per scontato che potessero parlare apertamente come profetesse, cioè in modo da farsi capire a edificazione della comunità».


A rendere ragione a questa interpretazione è il fatto che nelle altre lettere paoline «è ampiamente documentata la partecipazione attiva di donne, addirittura menzionate singolarmente per nome, nell’esercizio di un impegno che riguarda sia la fondazione di chiese sia i ministeri al loro interno». Romano Penna si spinge a conteggiare le persone lodate da Paolo per il loro impegno evangelico in rapporto alla comunità e, scorrendo la lista di nomi, rileva 7 donne (Prisca, Maria, Giunia, Trifena, Trifosa, Perside, Giulia) e 5 uomini (Aquila, Andronico, Urbano, Apelle, Rufo). «Ebbene, a livello di statistica», ha concluso il biblista italiano, «dobbiamo constatare che le donne impegnate per l’Evangelo superano gli uomini. Basterebbe questa secca pagina epistolare per smentire quanti hanno scritto di un supposto antifemminismo di Paolo».


Così, nelle chiese paoline, le donne impegnate attivamente in ruoli di prestigio sono molte e vengono lodate da Paolo (altro che “state zitte!”). Addirittura, ha concluso Penna, «si può ritenere che le donne esercitassero delle funzioni tali che non ebbero neanche al tempo di Gesù, a parte una loro significativa presenza alla croce e al sepolcro vuoto. Infatti, di una loro responsabilità ecclesiale si può parlare solo nel periodo successivo alla Pasqua e specificamente appunto nelle Chiese paoline, dato che non abbiamo notizia di donne attive nelle Chiese giudeo-cristiane». Fu proprio Paolo, infatti, a stabilire che tra i battezzati in Cristo «non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3, 27-28), annullando così «tutte le differenze o meglio le contrapposizioni: culturali, sociali, e persino sessuali». D’altra parte, in Israele si era fondata una pretesa superiorità dell’uomo sulla donna, come si legge in Flavio Giuseppe: “La donna, come dice la Legge, è in ogni cosa inferiore all’uomo” (Contro Apione 2, 201). In quell’occasione, ha proseguito il biblista Penna, «San Paolo non richiama soltanto l’uguaglianza davanti a Dio del “maschio” e della “femmina”, bensì e soprattutto quella di una parità di funzioni a livello comunitario».


La “rivoluzione femminile” di Paolo fu davvero sconvolgente nella cultura de I° secolo, tanto che un Padre della Chiesa, San Giovanni Crisostomo, commentando la Lettera ai Romani (in particolare Rm 16,5), scrisse: «Di nuovo Paolo esalta e addita a esempio una donna, e di nuovo noi uomini siamo sommersi dalla vergogna! O meglio, non solo siamo sommersi dalla vergogna, ma siamo anche onorati. Siamo onorati, infatti, perché abbiamo con noi donne del genere; ma siamo sommersi dalla vergogna, perché siamo molto indietro al loro confronto» (Giovanni Crisostomo, Omelie sulla Lettera ai Romani 31, 1, PG 60, 667)Una dichiarazione che oggi chiameremmo “femminista”.

Fonte UCCR


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25/12/2018 21.07
 
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SORPRENDENTE. FOUCAULT DIFENDE LA CHIESA
SUL TEMA DELLA SESSUALITA’

 

C’è, da tempo, un ritornello  che parla della Chiesa come un’istituzione sessuofoba e repressiva la quale avrebbe distrutto la “joie de vivre” che – a quanto si dice – caratterizzava le antiche civiltà pagane, libere dal moralismo cattolico. Dalla secolare “repressione” clericale e dalle sue proibizioni – secondo questa narrazione – deriverebbero i sensi di colpa e le nevrosi di cui ancora dovremmo liberarci.

Bene, se avete sentito ripetere questa cosa (e di sicuro l’avrete sentita in mille salse), sappiate che non è vera. E’ una colossale ed epocale bufala.

Ad affermarlo non è un “bigotto”, ma è addirittura uno dei grandi maestri dell’occidente laico moderno, uno che sicuramente non può essere sospettato di “cattolicesimo”: Michel Foucault.

Gallimard ha pubblicato, in Francia, la sua opera postuma “Les aveux de la chair”(Le confessioni della carne), quarto volume della sua “Storia della sessualità”

Un testo erudito dove il pensatore francese – con un’attenta analisi dei testi della cultura classica e della patristica – demolisce proprio l’idea oggi dominante per cui la sessualità sarebbe stata repressa per secoli dalla Chiesa, mentre nella modernità tornerebbe ad esprimersi liberamente, come nell’antichità pagana, grazie all’emancipazione che ci libera dai vincoli moralistici del cristianesimo.

Foucault scrive: 

“La ‘carne’ deve essere intesa come un modo dell’esperienza, cioè come un modo di conoscere e trasformare se stessi, secondo una certa relazione tra l’annullamento del male e la manifestazione della verità. Con l’arrivo del cristianesimo non si è passati da un codice tollerante nella sessualità ad un codice rigoroso, restrittivo e repressivo. È necessario pensare diversamente i processi e le loro articolazioni: la costituzione di un codice sessuale, organizzato attorno al matrimonio e alla procreazione, è stato in gran parte iniziato prima del cristianesimo, fuori di esso, accanto ad esso. Il cristianesimo lo ha fatto proprio nelle cose essenziali. E fu nel corso dei suoi sviluppi successivi e attraverso la formazione di certe tecniche dell’individuo – disciplina penitenziale, ascetismo monastico – che si formò un tipo di esperienza la quale fece sì che quel codice giocasse in un modo nuovo, prendendo forma, in un modo molto diverso, nella condotta degli individui”.

Così scopriamo che tutto ciò che viene addebitato alla Chiesa come colpa (lo scopo procreativo della sessualità nel rapporto coniugale, l’obbligo di fedeltà, il rifiuto degli atti omosessuali eccetera) è un codice che era già stato elaborato dal pensiero classico, cioè dai filosofi dell’epoca pagana.

La Chiesa lo ha fatto proprio (fondendolo con l’insegnamento della Sacra Scrittura) senza accentuare affatto il rigore e i sensi di colpa, ma anzi spalancando un orizzonte nuovo e liberante, che è quello del perdono insieme all’ascesi per la vita eterna. 

La Chiesa ha fatto irrompere la potenza della grazia dei sacramenti e della misericordia nel caotico guazzabuglio delle passioni umane, rendendo capaci gli uomini normali di realizzare ciò che i filosofi antichi consideravano l’ideale. 

In sostanza il cristianesimo ha inscritto l’esperienza dell’amore terreno nell’orizzonte del grande Amoreper cui è fatto il cuore umano: Dio, l’infinito fattosi carne e rivelatosi storicamente con il volto di Gesù Cristo.

Leggendo le pagine di Foucault si direbbe che trova conferma nella cultura classica quanto la Chiesa insegna a proposito di “legge naturale” e di “famiglia naturale”.

Foucault intuisce e spiega che il cristianesimo non ha affatto cercato di annientare l’esperienza della sessualità. Tuttavia non va oltre. 

La cultura moderna non fa i conti davvero e fino in fondo con l’annuncio cristiano. Se ci provasse scoprirebbe che il cristianesimo – oltre a non disprezzare la carne – spalanca l’orizzonte più esaltante alla corporeità umana.

Giorgio La Piraprovocatoriamente sosteneva che il cristianesimo è l’unico, vero materialismoperché annuncia che Dio stesso si è fatto carne e addirittura che la nostra stessa carne risorgerà e vivrà eternamente. 

Anche il teologo Romano Guardiniaccentuava questo che è l’aspetto centrale del cristianesimo – legato all’incarnazione e alla resurrezione del Figlio di Dio – perché è proprio questo l’essenziale che viene oggi dimenticato. Dall’esperienza della vita divina, partecipata già sulla terra attraverso la vita comunitaria e i sacramenti, ne escono trasfigurate anche la corporeità e la sessualità, come ci mostra la grande letteratura monastica di oriente e di occidente.

Resta da chiedersi se la cosiddetta rivoluzione sessualeche, da alcuni decenni, avrebbe emancipato i moderni dal cristianesimo abbia portato la felicità promessa o se invece – come a me pare – si sia risolta nel tragico fallimentodi tutte le altre rivoluzioni.

L’ultimo Pier Paolo Pasoliniintuì che proprio la cosiddetta liberazione sessuale stava diventando l’estremo, raffinato strumento del potereper stabilire la più brutale delle dominazioni sull’anima degli individui e sui loro corpi. 

.

Antonio Socci

Da “Libero”, 


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28/12/2018 12.17
 
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Il Natale Non Ha Origini Pagane,
Il 25 Dicembre Celebrato Prima Del Sol Invictus

sol invictus natale

L’origine pagana del Natale, una leggenda. Lo storico W.J. Tighe spiega che il culto pagano del Sol Invictus venne istituito da Aureliano nel 274 d.C., dopo che i cristiani indicarono nel 25 dicembre la nascita di Gesù. Furono i pagani a copiare dai cristiani.

 
di William J. Tighe*
*docente di Storia presso il Muhlenberg College (Pennsylvania)
da Touchstonemag, 25/12/13
 
 

Anche molti cristiani credono che il cristianesimo celebri la nascita di Cristo il 25 dicembre perché i Padri della Chiesa si sarebbero appropriati della data di una festa pagana, quella del Sol Invictus. Pochi danno reale importanza a questo fatto, tuttavia è interessante sapere che la scelta del 25 dicembre è il risultato dei tentativi dei primi cristiani di indicare la data della nascita di Gesù basandosi su calcoli del calendario che non avevano nulla a che fare con le feste pagane.

Avvenne piuttosto il contrario. La festa pagana del Sol Invictus fu istituita dall’imperatore romano Aureliano il 25 dicembre 274, quasi certamente un tentativo di creare un’alternativa pagana ad una data che già godeva di una certa importanza per i cristiani romani. Per questo “le origini pagane del Natale” sono un mito senza fondamenta storiche.

 

Origini pagane del Natale, da chi arriva questa tesi?

L’idea che la data sia stata “rubata” ai pagani risale a due studiosi tra la fine del 17° e l’inizio del 18° secolo. Il primo è Paul Ernst Jablonski, un protestante tedesco, il quale intendeva dimostrare che la celebrazione della nascita di Cristo del 25 dicembre era una delle tante “paganizzazioni” del cristianesimo che la Chiesa del IV secolo aveva adottato, come una delle tante “degenerazioni” che avrebbero trasformato il puro cristianesimo apostolico in cattolicesimo. L’altro è Dom Jean Hardouin, un monaco benedettino, il quale invece cercò di dimostrare che la Chiesa cattolica aveva adottato feste pagane per scopi cristiani, senza paganizzare il Vangelo. Nel calendario giuliano, creato nel 45 a.C. sotto Giulio Cesare, il solstizio d’inverno cadeva il 25 dicembre e, pertanto, Jablonski e Hardouin trovarono chiaro che questa data doveva necessariamente contenere un significato pagano prima che venisse cristianizzata.

Eppure tale data non aveva mai avuto alcun significato religioso nel calendario festivo pagano in tempi precedenti ad Aureliano, ed il culto al solenon giocò mai un ruolo importante a Roma prima del suo arrivo. C’erano due Templi del sole a Roma. Uno di essi (gestito dalla famiglia in cui Aureliano nacque o venne adottato) celebrava la sua festa di consacrazione il 9 agosto, mentre nell’altro si festeggiava il 28 agosto. Tuttavia, entrambi questi culti caddero in disuso nel II° secolo, quando i culti solari orientali -come il mitraismo-, iniziarono a guadagnare adepti a Roma. In ogni caso, nessuno di questi culti, vecchi o nuovi che fossero, aveva festività legate a solstizi o equinozi.

 

Festa del Sol Invictus nacque dopo il Natale cristiano.

Quello che realmente accadde fu che Aureliano, che governò dall’anno 270 fino al giorno del suo omicidio nel 275 d.C., promosse (com’è ben documentato) l’istituzione della festa del Sol Invictus come tentativo di unificare i vari culti pagani dell’Impero Romano attorno ad una commemorazione della “rinascita” annuale del sole. Ostile al cristianesimo, Aureliano guidò un impero che stava avanzando verso il collasso, a causa di sconvolgimenti interni, ribellioni nelle province, declino economico e ripetuti attacchi delle tribù germaniche nel nord e dell’Impero persiano nell’est. La sua scelta cadde sul 25 dicembre, quando la luce del giorno comincia ad allungarsi e l’oscurità ad accorciarsi, un simbolo profetico della “rinascita” o dell’eterno ringiovanimento dell’Impero Romano, favorito dalla perseveranza nel culto degli dei la cui tutela (come credevano i romani) aveva portato Roma alla gloria. Se la nuova festa poteva anche sovrapporsi alla celebrazione cristiana, ancora meglio.

È vero che la prima notizia di una celebrazione cristiana della Natività a Roma, nel giorno del 25 dicembre, risale a pochi anni dopo Aureliano, nel 336 d.C.. Ma ci sono prove provenienti dall’Oriente greco e dall’Occidente latino che mostrano come i cristiani hanno cercato di individuare la data della nascita di Cristo molto prima che iniziassero a celebrarla in modo liturgico. Un chiaro esempio è quello di Sesto Giulio Africano, uno scrittore cristiano che nel 221 d.C., nella sua Chronographiae, scrive che Gesù si è incarnato (fu concepito) il 25 marzo (così, evidentemente, nacque nove mesi dopo, il 25 dicembre). Sesto Giulio Africano scrive mezzo secolo prima della creazione della festa del Sol Invictus da parte dell’imperatore Aureliano,

Occorre anche ricordare una credenza che sembra essersi diffusa nel giudaismo al tempo di Cristo, ma che non coinvolse tutti i cristiani. Riguarda “l’età integrale” dei grandi profeti ebrei, ovvero l’idea che i profeti di Israele siano morti nella stessa data della loro nascita o concepimento. I primi cristiani applicarono questa idea a Gesù, partendo dal fatto che il 25 marzo (o il 6 aprile) non era solo la data della morte di Gesù, ma anche quella del suo concepimento. Vi sono infatti alcune prove che almeno alcuni cristiani nel I° e nel II° secolo consideravano il 25 marzo o il 6 aprile la data della nascita di Cristo, ma -come già detto- la prima data prevalse rapidamente come il giorno del concepimento di Cristo. Ed è in questo giorno, il 25 marzo, che i cristiani ancora oggi commemorano quasi universalmente la festa dell’Annunciazione, cioè quando l’Arcangelo Gabriele portò alla Vergine Maria l’annuncio. Quanto dura una gravidanza? Nove mesi. Se contiamo nove mesi a partire dal 25 marzo, si arriva al 25 dicembre. Se invece si parte dal 6 aprile, si arriva al 6 gennaio, giorno dell’Epifania. Gli Armeni sono gli unici tra le antiche chiese cristiane che ancora oggi celebrano la nascita di Cristo, l’Adorazione dei Magi ed il battesimo il 6 gennaio.

 

Comunque sia, il 25 dicembre come data della nascita di Cristo non è affatto in debito con influenze pagane. Andrebbe meglio studiato se sia stata la data esatta della nascita di Gesù di Nazareth, ma è certamente nata dagli sforzi dei primi cristiani latini di individuare la data storica della morte del Salvatore. D’altra parte, la festa pagana del Sol Invictus istituita dall’imperatore Aureliano in quella data, nell’anno 274 d.C., avvenne successivamentee non fu solo uno sforzo per usare il solstizio d’inverno con l’obiettivo di una dichiarazione politica, ma, quasi certamente, fu anche un tentativo di dare un senso pagano ad una data importante per i cristiani romani. A loro volta, i cristiani si riferiranno in seguito, in memoria della nascita di Gesù, all’ascensione del “Sole della salvezza” o del “Sole della giustizia”.

fonte UCCR

Per approfondire ulteriormente consigliamo:
– il nostro dossier sulla data storica del 25 dicembre.
– il testo Le origini dell’anno liturgico – Thomas J. Talley (Queriniana 1991)


22/01/2019 18.13
 
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Nessuna similitudine tra Gesù,
Mitra e altre divinità pagane

MitraGesù Cristo non sarebbe altro che una creazione fondata sulle diffuse mitologie delle divinità soggette a morte e rinascita, note in tutto il mondo pagano. Il testo che ha maggiormente diffuso queste credenze è “The Jesus Mysteries: Was the “Original Jesus” a Pagan God?” (Three Rivers Press 1999) di T. Freke e P. Gandy.

La tesi dei due autori è che «la vicenda di Gesù non è la biografia di un messia storico, ma un mito fondato sulle eterne favole pagane. Il cristianesimo non fu una rivelazione nuova e unica, ma un adattamento ebraico dell’antica religiose dei misteri pagani» (p. 2). Secondo loro al cuore dei tanti misteri pagani ci sarebbe il mito di un uomo-dio che sarebbe morto e risorto, a cui furono attribuiti diversi nomi: Osiride, Dioniso, Attis, Adone, Bacco, Mitra. E anche Apollonio. Ciò che accomunerebbe tutte queste divinità è la loro biografia: sarebbero figli di Dio e di una madre mortale vergine, nacquero il 25 dicembre in una grotta di fronte a tre pastori e uomini sapienti, come primo miracolo trasformarono l’acqua in vino, fecero il loro ingresso in città a dorso d’asino, furono crocifissi per Pasqua allo scopo di emendare i peccati del mondo, il terzo giorno resuscitarono. Avete già sentito questa storia, vero?

Inutile ricordare che i due autori non sono studiosi ma semplici scrittori, famosi unicamente per queste tesi. L’agnostico Bart D. Ehrman, docente di Nuovo Testamento e presidente del Dipartimento di studi religiosi dell’Università della Carolina del Nord, nel suo “Did Jesus Exist” (HarperCollins Publisher 2012) ha commentato: «Gli storici del mondo antico -quelli seri- sono scandalizzati da tali asserzioni. Gli autori non corredano di prove le loro affermazioni sul modello mitologico dell’uomo-dio. Non citano alcuna fonte pervenutaci dal mondo antico che sia possibile verificare. Non si può dire che abbiano fornito un’interpretazione alternativa delle testimonianze a nostra disposizione. Non le hanno neppure citate. E hanno fatto bene. Quelle testimonianze non esistono» (p. 27). Effettivamente il grande problema di queste tesi è che mancano completamente le testimonianze storiche. Senza contare che «il Gesù storico non proviene dagli ambienti fortemente influenzati dalle religioni misteriche pagane del’Egitto della fine del I secolo, ma dagli ebrei vincolati alla loro religione decisamente antipagana della Palestina degli anni Trenta dell’èra volgare e dei periodi seguenti»(p. 28).

I miticisti, in particolare, si soffermano particolarmente a mostrare presunti paralleli tra Gesù Cristo e Mitra, perché una loro teoria alternativa è che la biografia di Gesù sarebbe interamente paragonabile a quella di questa divinità: oltre alle identiche date e luoghi di nascita, al concepimento verginale della madre (in realtà l’iconografia romana fa nascere Mitra già fanciullo da una roccia, la petra genetrix) e la loro resurrezione, i rituali di venerazione di Mitra sarebbero stati guidati da un sovrano con il nome di papa e tenuti sul colle del Vaticano. La replica di Ehrman è netta: «Non ci sono proveche sia così. E’ un’invenzione. Gli studiosi dei misteri mitraici non hanno difficoltà ad ammettere che, come per la maggior parte delle religioni misteriche, non sappiamo molto del mitraismo. I mitraisti non hanno lasciato libri per spiegare quali fossero i loro riti e le loro credenze. Quasi tutte le testimonianze in nostro possesso sono prove archeologiche, dal momento che sono stati scoperti molti templi sacri al culto (chiamati mitrei) e una statua che raffigura l’uccisione di un toro […]. Non abbiamo testi mitraici, e tanto meno testimonianze secondo cui il dio Mitra sarebbe nato da una vergine il 25 dicembre e sarebbe morto per espiare i peccati, per poi risorgere di domenica. Religioni quali il mitraismo sono definite culti misterici dagli studiosi perché i seguaci erano vincolati da un voto di segretezza e non rivelarono mai né i misteri del loro culto, né i loro riti o il loro credo». Per approfondire consigliamo le più importanti opere storiche sul mitraismo: “The religion of the Mithras Cult in the Roman Empire: Mysteries of the Unconcquered Sun” (R. Beck, Oxford University Press 2007) e “Mystery Cults of the Ancient World” (H. Bowden, Princeton University Press 2010).

E’ vero che alcuni autori cristiani, come Tertulliano, trovavano similitudini tra la propria religione e i culti misterici, ma scrivevano in un periodo molto tardo e non avevano compiuto ricerche in proposito, il loro intento era far capire ai pagani che il cristianesimo comprendeva parole e azioni non tanto diverse da quelle delle loro religioni, pertanto non c’era ragione di fare un distinguo per i cristiani e perseguitarli. Ma non disponevano di fonti di informazione affidabili. Come ha commentato recentemente il prof. Larry Hurtado, docente di Nuovo Testamento presso l’Università di Edimburgo, «alcuni cristiani del II secolo a volte hanno usato la terminologia utilizzata nei culti misterici a causa dei contrasti con il cristianesimo ma, ovviamente, non è la stessa cosa dell’essere influenzati/plasmati dai culti misterici».

I parallelismi inoltre, oltre a non avere fonti storiche ed essere inventati di sana pianta, hanno anche diverse problematiche per come sono presentati e appaiono completamente differenti dalla biografia di Gesù, come ha ottimamente mostrato il prof. Alfredo Jacopozzi, docente alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale. Pensiamo soltanto alla crocifissione di Gesù: «Morire per espiare i peccati è un’idea che non è mai appartenuta all’antica mitologia pagana» (p. 218), ha commentato il prof. Ehrman. «Sia per i particolari sia per la teoria complessiva, sembra perlopiù una tesi studentesca, zeppa di informazioni palesemente false e di incongruenze. Le loro interpretazioni saranno state credibili oltre un secolo fa, ma oggi nessuno studioso le sostiene» (p. 28).

Ha quindi concluso il prof. Jacopozzi: «i presunti “paralleli cristiani” presenti nel mitraismo romano, sono nati almeno un secolo dopo i testi neotestamentari, dunque troppo tardi per dire che il cristianesimo abbia preso in prestito qualche idea dal mitraismo. Semmai, è estremamente probabile che sia vero il contrario».

fonte UCCR


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