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RICERCA SU GESU' NELLA STORIA e STORICITA' DEI VANGELI

Last Update: 6/3/2021 4:48 PM
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1/31/2017 11:06 AM
 
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Le testimonianze extrabibliche su Gesù di Nazareth




Fonti extrabibliche2In questo dossier abbiamo raccolto tutte le testimonianze storiche e le reminiscenze sulla persona di Gesù di Nazareth (e sulla primitiva comunità cristiana), rinvenibili negli scritti cristiani extra-canonici (cioè al di fuori dei vangeli ma all’interno del Nuovo Testamento), negli scritti cristiani extra-testamentari (al di fuori del Nuovo Testamento) e negli scritti extra-cristiani (composti da autori non cristiani) dei primi duecento anni dell’era volgare.


Negli ultimi secoli c’è stato un confronto serrato su questo argomento in quanto il problema dell’esistenza storica di Gesù Cristo era al centro dell’attenzione degli studiosi. Oggi non è più così, il dibattito si è spostato su altro, dato che nessuno studioso serio mette più in dubbio il Gesù storico: a far maturare lo studio della storicità del cristianesimo non è stata la scoperta di nuove fonti extrabibliche su Gesù, ma l’aumento di attendibilità storica che hanno guadagnato, agli occhi della comunità scientifica, i quattro Vangeli canonici e gli altri libri cristiani contenuti nel Nuovo Testamento (lettere paoline, Atti degli apostoli ecc.).


Come ha scritto lo studioso agnostico B.D. Ehrman, docente di Nuovo Testamento presso l’Università del North Carolina, le fonti evangeliche «sono bastate a convincere quasi tutti gli studiosi che si sono anche solo interessati al tema. Non parliamo infatti di un unico vangelo che, verso la fine del I secolo, riportò gesta e parole di Gesù, ma di un certo numero di vangeli», e di scritti cristiani, «del tutto indipendenti l’uno dall’altro. Attestano l’esistenza di Gesù e convalidano lo stesso insieme di dati […]. Ancora più degno di nota è il fatto che quelle testimonianze indipendenti attingano a un numero relativamente ampio di scritti antecedenti, vangeli che non ci sono pervenuti ma sono quasi certamente esistiti. E’ stato dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che alcuni di essi risalgono come minimo agli anni Cinquanta dell’era volgare e sono, a loro volta, indipendenti uno dall’altro […]. Cosa ancora più importante, ciascuno di quei numerosi testi evangelici si fondava su tradizioni orali, alcune di esse hanno senz’altro avuto origine nelle comunità palestinesi di lingua aramaica, probabilmente agli anni Trenta, non molto dopo la data tradizionale della morte di Gesù […]. Indipendentemente dal fatto che siano ritenuti o meno scritture inspirate, i vangeli possono essere considerati e utilizzati come fonti storiche importanti» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 75, 93-95).


Le fonti extrabibliche, lo premettiamo fin da ora, non aggiungono nulla di nuovo rispetto a quanto già sappiamo dai vangeli, piuttosto possono essere utili per confermare tali scritti che, tuttavia, sono sufficienti a sostenere la storicità dei dati che affermano. Prima di andare ad esaminare le tracce che la persona di Gesù ha lasciato al di fuori dei vangeli affronteremo il problema della scarsità di queste fonti.
Il dossier a cui rimandano i seguenti links, resta in continuo  ampliamento.

 
 

 
 
 
 
 
 
 
 


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3/5/2017 5:08 PM
 
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L’affidabilità storica dei Vangeli,
risposta alle obiezioni più comuni

nuovo testamento attendibilitàDurante il 2016 l’associazione americana The Best Schools ha messo a confronto per diversi mesi due importanti studiosi del Nuovo Testamento, Bart D. Ehrman, docente di Religious Studies presso l’University of North Carolina, e Michael R. Licona, docente di Teologia presso la Houston Baptist University.

Ehrman è forse il principale studioso di livello con un punto di vista scettico sull’attendibilità storica del Nuovo Testamento, grazie a questo confronto abbiamo anche scoperto che è stato tra gli allievi preferiti di Bruce Metzger, uno dei più importanti biblisti cristiani del secolo scorso. Licona, invece, anch’egli molto noto e apprezzato nell’ambito accademico, sostiene il punto di vista contrario. In questo articolo abbiamo raccolto ampie sintesi dei loro interventi.

Innanzitutto andremo a smontare un mito su B.D. Ehrman: leggenda vuole che si sia allontanato dalla fede cristiana evangelica a causa dei suoi studi biblici. Lui stesso tuttavia ha chiarito le cose nella sua intervista iniziale«Quando ho iniziato ad insegnare alla Rutgers University a metà degli anni 1980 mi è stato chiesto di preparare una lezione sul problema della sofferenza, così come presentata in diverse parti della Bibbia […]. Allora ero un cristiano profondamente impegnato. E ho continuato ad esserlo per anni dopo. Ma ho cominciato a lottare a fondo con il problema della sofferenza […] e sono arrivato ad un punto in cui non credevo avesse più senso. Non potevo più credere che ci fosse un Dio che si preoccupava del suo popolo ed era attivo nel mondo, intervenendo e rispondendo alle preghiere, e contemporaneamente l’esistenza di un bambino innocente che muore di fame ogni cinque secondi. Ad un certo punto ho smesso di credere».

Per quanto riguarda M. Licona, nella sua intervista iniziale appare chiaro l’opposizione all‘infallibilità delle Scritture, ovvero all’errato convincimento (sostenuto da diversi evangelici, protestanti e dai Testimoni di Geova) che tutto ciò che afferma la Bibbia sia privo di errore. Non è così, «l’infallibilità biblica non è il fondamento della fede cristiana; Gesù lo è. Se Gesù è risorto, il cristianesimo è vero, anche se dovesse risultare che la Bibbia non è accurata in ogni dettaglio».

 

Entriamo ora nel merito delle tre grandi obiezioni avanzate da B.D. Ehrman e dalle tre risposte date da M. Licona.

1) OBIEZIONE: DISCREPANZE TRA I QUATTRO EVANGELISTI.
Prima di affrontare la prima obiezione, Ehrman ha tenuto a premettere che «i Vangeli, le loro storie e le azioni di Gesù sono sempre state e sempre saranno a me cari. Tra le altre cose, ho sempre cercato di rendere i valori che promuovono e l’etica che insegnano il centro della mia vita morale, e io incoraggio a fare altrettanto. Senza dubbio sono i libri più importanti che siano mai stati scritti, per me sono i libri più importanti della nostra civiltà e per la mia vita. Ciò non significa però li ritenga sempre storicamente accurati. Al contrario, anche se contengono preziose informazioni storiche sulla vita e la morte di Gesù, essi contengono anche una buona dose di materiale che non è storico». Rispetto a questo materiale non storico, Ehrman ha comunque precisato che «solo perché non è accaduto nella storia, non significa che non possa essere “vero” in qualche altro senso. Potrebbe essere un tentativo da parte dell’autore di trasmettere una “verità” su Gesù che è importante per la sua comprensione di lui».

«I Vangeli certamente contengono informazioni di importanza storica su Gesù», ha proseguito lo studioso scettico americano, citando come esempio le «ottime ragione storiche sul suo arrivo a Gerusalemme per celebrare la cena pasquale, sull’aver fatto arrabbiare i leader ebraici e romani, sull’essere stato arrestato e processato da Ponzio Pilato, essere stato trovato colpevole di tradimento contro lo Stato, ed essere stato crocefisso». Ma, «molti dettagli dei racconti evangelici non possono essere corretti». In particolare, Ehrman cita le contraddizioni sull’ultima cena contenute nel racconto di Marco (per il quale era la cena pasquale) e nel vangelo di Giovanni (per il quale il pasto si è svolto a mezzogiorno ed era il giorno di preparazione alla Pasqua). «Giovanni ha cambiato un dato storico trasmettere una verità», è stato il commento dello studioso. «E’ l’unico che parla di Gesù come “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, cioè come l’agnello pasquale tanto che nel vangelo di Giovanni egli muore lo stesso giorno in cui gli agnelli pasquali vengono massacrati nel tempio, nel giorno di preparazione per la Pasqua». Il problema, secondo Ehrman, è che «questo genere di cose succede dappertutto nei Vangeli», creando il materiale non storico di cui parlava.

Ehrman elenca quelle che ritiene essere le discrepanze tra i diversi vangeli, anche rispettive ai racconti della resurrezione (quante donne c’erano al sepolcro? La pietra era già rotolata via o la fanno spostare loro? Gesù appare ai discepoli a Gerusalemme come si legge nel vangelo di Luca, o in Galilea, come scrive Matteo? ecc.), concludendo così: «se i testimoni sono in contrasto gli uni con gli altri di volta in volta, non possono essere ritenuti affidabili». Forse la discrepanza più significativa riguarda la cacciata dei mercanti dal Tempio che avviene, per Marco alla fine della vita di Gesù, per Giovanni all’inizio. Ma lui stesso precisa che si tratta in gran parte di dettagli, «piccole, piccole differenze […]. So che alcuni di voi stanno leggendo queste istanze di discrepanze e non sono affatto impressionati».

RISPOSTA: DETTAGLI CHE NON ALTERANO L’ATTENDIBILITA’ STORICA.
Prima di entrare nel dettaglio della risposta, Licona ha premesso che «se consideriamo “storicamente affidabile” un documento solo se è privo di errori, allora dobbiamo considerare inaffidabile tutta la letteratura antica». Gli storici romani Sallustio e Tacito, ad esempio, hanno «spostato gli eventi dal loro contesto originario, trapiantandoli in un altro al fine di evidenziare un particolare aspetto», ma senza «distorcere intenzionalmente “verità”». Licona è d’accordo sul fatto che Giovanni abbia modificato la data e l’ora della crocifissione per enfatizzare il punto teologico che Gesù è il nostro agnello pasquale, definendolo un espediente letterario «utilizzato anche da storici greci, romani ed ebrei», aggiungendo che solo perché un testo utilizza dei dispositivi letterari «non significa che deve essere automaticamente classificato come letteratura piuttosto che come storia». Non è solo il genere biografico di quel tempo che permetteva queste piccole modifiche per comunicare meglio la verità, anche nel film Apollo 13 (1995), ad esempio, elogiato per la sua accuratezza storica, il regista ha reso molto più difficile la vita degli astronauti di quanto realmente accaduto, mettendo in bocca ai protagonisti parole mai dette realmente (come la famosa frase: “Il fallimento non è contemplato!”).

Inoltre, ha proseguito lo studioso cristiano, dato che «tra 1000 anni ci sarà un diverso modo di scrivere e raccontare, sarebbe ingiusto se gli storici del futuro considerassero inaffidabile la storia dei primi anni del ventunesimo secolo, solo perché oggi non abbiamo gli stessi standard di scrittura che avranno loro». Per questo occorre «pensare all’attendibilità storica alla luce delle convenzioni letterarie appartenenti al genere storico dell’epoca in cui è stato scritto», e non attraverso «le moderne convenzioni che richiedono una precisione quasi forense». Ovviamente, questo non significa «che l’autore non avrebbe potuto includere un piccolo numero di storie leggendarie, ma che una larga maggioranza di ciò che viene riportato è vero. Ad esempio, Svetonio è considerato uno dei migliori storici di Roma e consideriamo la sua “Vita dei Cesari” storicamente affidabile nonostante abbia usato in modo a volte indiscriminato le fonti e inserito, di tanto in tanto, storie leggendarie». Naturalmente, ha voluto precisare, «la “licenza artistica” ha i suoi limiti e alcuni autori sono andati così lontani che riteniamo inaffidabile ciò che hanno scritto».

Secondo Licona, «se leggiamo i Vangeli dal punto di vista dei dispositivi compositivi utilizzati da alcuni dei più fini biografi storici di quel periodo, la maggior parte delle contraddizioni tra i vangeli si scioglie, tra cui la maggior parte di quelle citate da Ehrman». Si, «ci sono alcune differenze che rimangono per le quali non ho alcuna spiegazione, ma anche queste non alterano la sostanza complessiva delle storie in cui appaiono». Tutti sanno, ad esempio, che il Titanic è affondato, ma i sopravvissuti si sono contraddetti l’un l’altro: alcuni hanno detto di aver visto la nave rompersi in due prima di affondare, altri giurarono che è affondata intatta. «Come avrebbero potuto sbagliarsi?», si è chiesto lo studioso. «E’ stata la notte più terrificante della loro vita, guardavano intensamente una nave lunga 800 piedi e sentivano le urla di chi era ancora a bordo, amici, familiari e colleghi. Non so come hanno fatto a sbagliarsi, ma nessuno ha citato le testimonianze contraddittorie concludendo che il Titanic non è affondato! La differenza riguardava un dettaglio periferico che non cambia l’essenza della storia e coloro che hanno ascoltato le loro testimonianze apprendevano il nocciolo accurato di ciò che era accaduto nel suo complesso. Allo stesso modo, praticamente tutte le differenze nei Vangeli riguardano dettagli periferici. Non ci sono vangeli che riferiscono che Gesù non è stato crocifisso o che la tomba era occupata dal cadavere di Gesù o che non è risorto».

Se andiamo oltre ai dettagli controversi, ha spiegato il prof. Licona, e considerando che gran parte di quanto descrivono riceve conferma dalle fonti non cristiane e dalle lettere di Paolo, «abbiamo ragione di credere che gli evangelisti non erano né troppo indiscriminati nell’uso delle loro fonti né troppo creduloni». Certo, «non possiamo escludere che alcune storie dei Vangeli contengono leggende o abbellimenti», ma certamente tutti e quattro «presentano un ritratto simile di Gesù come Figlio unico e divino di Dio, che è venuto a portare il regno di Dio, offrire la salvezza, che fu crocifisso, e sconfisse la morte». Infatti, chi è abituato a studiare «come gli storici più antichi riportano gli stessi eventi e li confronta a come vengono riportate le storie su Gesù, osserva chiaramente che le somiglianze tra i quattro vangeli sono a dir poco notevoli rispetto a come altri storici antichi riportano gli stessi eventi». Eppure «Ehrman vorrebbe che i racconti siano privi di qualsiasi licenza compositiva che alteri i dettagli. Questo requisito esclude non solo i Vangeli, ma tutta l’antica letteratura storica e rende il termine “storicamente affidabile” privo di significato»Perciò, concludendo, «la domanda non è se i Vangeli sono di “ispirazione divina”, “infallibili” o “senza alcun errore.”, ma se risultano storicamente affidabili sulla vita, gli insegnamenti e la risurrezione di Gesù. L’attendibilità storica ​​non richiede che tutto quanto riportato dagli autori si è verificato esattamente come descritto, né che gli autori non debbano aver incluso un piccolo numero di storie leggendarie, abbellimenti, o errori. “Attendibilità storica” ​​significa che una grande maggioranza di ciò che viene riportato è vero nella misura in cui i lettori ottengono il nocciolo accurato di ciò che si è verificato. I Vangeli, essendo conformi a questo, sono storicamente affidabili».

 

2) OBIEZIONE: TRADIZIONE ORALE POCO ATTENDIBILE, SI MODIFICA NEL TEMPO.
Nella seconda grande obiezione, il prof. Ehrman ha sostenuto che «i Vangeli sono stati scritti da cristiani altamente alfabetizzati, di lingua greca e che vissero 40-65 anni dopo la morte di Gesù. Non erano testimoni oculari degli eventi, perché essi appartenevano per la maggior parte alle classi inferiori, erano analfabeti e contadini della Galilea rurale di lingua aramaica» e «gli studiosi si sono resi conto che gli autori evangelici hanno acquisito le loro storie di Gesù dalla “tradizione orale”, cioè, dai racconti su Gesù che erano entrati in circolazione con il passaparola dal momento della sua morte. I Vangeli sono stati scritti tra il 70-95 d.C., da 40 a 65 anni dopo gli eventi che raccontano, e ciò significa che gli scrittori evangelici stanno riportando storie che sono state raccontate mese dopo mese, anno dopo anno, decennio dopo decennio, tra i cristiani di tutto l’impero romano, in luoghi diversi, in tempi diversi, anche in lingue diverse. Le storie quasi certamente sono cambiate nel corso del tempo. Ecco perché ci sono così tante differenze tra di loro».

RISPOSTA: LE FONTI DEGLI EVANGELISTI ERANO DIRETTE.
Secondo Licona, la tradizione orale era in realtà ben sottoposta al vaglio della chiesa primitiva. Infatti, ha spiegato«un numero significativo di studiosi moderni del Nuovo Testamento, forse anche una maggioranza risicata, afferma che la fonte utilizzata da Marco è stato uno dei discepoli più vicini a Gesù, Pietro, mentre Luca si è rifatto a Paolo (con il quale aveva viaggiato) e la fonte primaria di Giovanni era un testimone oculare, uno dei discepoli di Gesù». Quindi, ha avvertito, «non è affatto vero che Marco, Luca e Giovanni sono i destinatari di storie su Gesù che erano state tramandate da qualche centinaio di persone prima di arrivare a loro». Inoltre, mentre Plutarco scrisse le sue Vite parallele (raccolta di biografie) a circa 150-200 anni dalla morte dei protagonisti, «con le date più ampiamente accettate dagli studiosi moderni, i Vangeli sono stati scritti nel giro di soli 35-65 anni dagli eventi che pretendono di descrivere. Quando i Vangeli sono stati scritti, in particolare i Sinottici, la gente che sapeva cosa era realmente accaduto era ancora in vita».

Inoltre, anche accettando l’analfabetismo di gran parte dei dodici apostoli, «gli autori evangelici avrebbero potuto essere aiutati da uno scriba che scriveva sotto la loro supervisione. Paolo ne ha fatto spesso uso, così come hanno fatto Cicerone e Bruto, anche se erano altamente istruiti». Bisogna anche considerare, aggiungiamo noi, che il substrato aramaico è «riflesso nei quattro Vangeli», tanto che diversi detti «sono proprio estranei all’ebraico e al greco» (cfr. J.P. Meier, Un ebreo marginale, vol. 1, Queriniana 2006, p. 261-263): bisogna quindi ricontestualizzare l’obiezione di Ehrman sulla lingua utilizzata e parlata dagli autori degli scritti evangelici, che sembra essere la stessa utilizzata da Gesù e dai testimoni oculari degli eventi.

Per quanto riguarda la tradizione orale, essa è risultata essere abbastanza affidabile dai lavori sulla conservazione delle antiche tradizioni su Gesù trovate nei Vangeli, realizzati da diversi studiosi: Birger Gerhardsson, Samuel Byrskog, Kenneth Bailey, James DG Dunn, Werner Kelber ed Eric Eve. Noi stessi, ha aggiunto Licona, ricordiamo perfettamente eventi accaduti decine di anni fa, «sopratutto quando quei fatti si sono svolti in un contesto ricco di emozione e/o importanza personale, venendo fissati nella memoria in modo vivido». I primi cristiani, che oltretutto apparteneva ad una cultura orale, vennero sconvolti dall’insegnamento inedito di Gesù (ne siamo stupiti noi ancora oggi), lo osservarono «guarire i paralitici, i ciechi, i lebbrosi, gli indemoniati, lo videro camminare sull’acqua, confrontarsi con i leader ebrei, essendo crocifisso e poi risorgere. Una tale esperienza con Gesù avrebbe influenzato chiunque, tanto da rimanere fissata nella memoria per tutta la vita». Essi, inoltre, viaggiarono con lui di città in città, sentendolo predicare quotidianamente e, ovviamente, «non ci si aspetta che Gesù predicasse un sermone inedito in ogni villaggio, ma che utilizzasse una decide di prediche da adattare al tipo di pubblico, esponendo i suoi insegnamenti attraverso parabole e linguaggio iperbolico, facile da ricordare. I discepoli avranno ascoltato questi insegnamenti molte volte, correggendosi tra loro quando vennero inviati a predicare da Gesù. Si può capire come tale processo potrebbe aver facilitato la capacità dei discepoli di Gesù di ricordare ciò che egli insegnava, anche a distanza di molti anni».

 

3) OBIEZIONE: GESU’ NON HA MAI DETTO DI ESSERE DIO.
La terza obiezione di Ehrman si è basata sull’identità di Gesù, ha infatti affermato«Se il Gesù storico davvero non predicò dicendo di essere Dio in terra, c’è qualcos’altro che poteva forse dire di più significativo? Questa sarebbe la cosa più sorprendente che, concettualmente, avrebbe potuto dire. Eppure, come si spiega il fatto che tali parole non si trovano in nessuna delle nostre fonti precedenti a Giovanni? La spiegazione più probabile è che Gesù in realtà non ha detto queste cose. Si può certamente pensare che le parole di Gesù riportate da Giovanni siano teologicamente vere, cioè che in realtà Gesù era Dio in terra. Ma, storicamente, queste non sono probabilmente le cose che Gesù ha effettivamente detto di se stesso».

Inoltre, Ehrman ha accennato ad una tesi che ripete spesso nei suoi libri: «La mia opinione è che i primi seguaci di Gesù lo ritenevano un uomo, venendo poi a credere che era stato risuscitato dai morti. Col passare del tempo, altri cristiani cominciarono a pensare che Gesù non era originariamente un essere umano, ma che era stato un essere divino per tutta la vita, e hanno quindi sviluppato una teologia dell’incarnazione. Sto dicendo che il cristianesimo è iniziato con un’esaltazione cristologia e poi ha sviluppato una incarnazione cristologia».

RISPOSTA: GESU’ HA SCELTO DI RIVELARSI IN MODO PROGRESSIVO.
L’errore di Ehrman, secondo Licona, è non aver considerato che «la prima letteratura cristiana conosciuta è stata scritta da Paolo, il quale certamente ha creduto che Gesù era Dio in modo non diverso da quanto lo si attesta nel Vangelo di Giovanni». I racconti evangelici mostrano che Gesù svela la sua divinità in modo lento e progressivo, quasi pedagogico ed enigmatico. Un caso è esemplificativo: «In Marco 2,1-12, i capi ebrei accusano Gesù di blasfemia per aver perdonato i peccati di un paralitico, poiché solo Dio può perdonare i peccati. La risposta di Gesù si può riassumere in questo modo: “Questo è corretto. Solo Dio può perdonare i peccati!”». Allo stesso modo, Gesù compie miracoli che tutti sapevano essere possibili solo a Dio, «quando viene riconosciuto il genere biografico del Vangelo di Marco, è del tutto evidente che il ritratto che fa Marco di Gesù è quello di un essere che è, in un certo senso, Dio. E questo è il punto di vista anche di Paolo, che scrisse prima di Marco e di Giovanni».

Tornando a ciò che scrive Paolo e confrontandolo con Giovanni, Licona ha sintetizzato così: «Paolo predicò che Gesù preesisteva in forma di Dio, ancor prima di assumere un corpo umano (Fil 2, 6-11; cfr Gv 1, 1-2, 9,14); Paolo predicò che Gesù è il creatore dell’universo (1 Corinzi 8,6; Col 1,16 cfr. Giovanni 1,3,10). Paolo predicò che Gesù ha ricevuto lo stesso titolo e l’onore di Dio, il quale ha condiviso con il Figlio la gloria (Fil 2,9-11; cfr Is 45,23; Gv 17,5)». Concludendo, «si nota che questi insegnamenti sono chiari paralleli nel vangelo di Giovanni. E quando si aggiunge che allo stesso modo Marco ha a sua volta presentato Gesù come Dio in un certo senso, si osserva un ritratto coerente di Gesù, presentato da tutti loro, anche se con differente enfasi».

 

Sia il prof. Ehrman che il prof. Licona hanno parlato di molte altre cose nel loro confronto, ma per un maggior ordine abbiamo estratto soltanto gli argomenti più importanti di entrambi. Un dibattito ad alto livello, come ci auguriamo possa accadere prima o poi anche in Italia.


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10/23/2017 11:17 PM
 
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SI FECE BUIO DOPO LA CROCIFISSIONE



 

Perché il sole si “oscurò” il Venerdì Santo?

Alcuni teologi credono che Gesù sia morto il 3 aprile 33. Ciò corrisponde ai dati storici secondo cui in quel giorno si verificò un’eclissi lunare (e non solare). Secondo il sito Star of Bethlehem, “quando era in carica Pilato, nel periodo di Pasqua ci fu soltanto un’eclissi lunare visibile da Gerusalemme. E si è verificata il 3 aprile 33 d.C.”

Inoltre, “Quando quella sera la luna si alzò, era rosso sangue… Le equazioni di Keplero indicano che la luna era già in eclissi, già rosso sangue [non riceveva alcuna luce diretta dal sole, ma era illuminata soltanto dalla fioca luce rifratta e arrossata dall’atmosfera terrestre]… Necessariamente, questo significa che l’eclissi ha avuto inizio prima dell’alba lunare. I software ci permettono di guardare sotto l’orizzonte e vedere l’ombra della Terra cominciare l’eclissi. Così facendo, scopriamo che alle 3 del pomeriggio, mentre Gesù esalava l’ultimo respiro sulla croce, la luna stava diventando rosso sangue”.

Negli Atti degli Apostoli, Pietro fece riferimento a una profezia del libro di Gioele, che sembra confermare questo fenomeno: “Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue” (Atti 2:20).



Secondo la computazione giudaica, il giorno cominciava al tramonto del sole, ed era diviso in due parti di sei ore per una (più lunghe o più corte secondo il mutamento di stagione), la prima dal tramonto all'alba, l'altra dall'alba al tramonto. Il nostro Signore fu crocifisso all'ora terza dopo l'alba (cioè alle nove ant. - all'ora del sacrifizio mattutino), ed era rimasto sospeso alla croce, esposto a tutti i vituperii di cui lo coprivano i suoi nemici, per tre ore prima della discesa delle tenebre. Devesi notare inoltre che, la soprannaturale oscurità si produsse appunto nella parte più luminosa del giorno, dalle dodici alle tre pom. (l'ora in cui il sacrifizio serale veniva offerto nel tempio). È del tutto impossibile di spiegare questa oscurità a mezzo d'un eclisse di sole (benché argomentando da una menzione fatta da Flegone, e dopo lui da Thallus, di un eclisse più oscuro del solito avvenuto nella 202a Olimpiade, che sincronizza quasi coll'epoca della crocifissione, alcuni abbiano tentato di spiegarla a questo modo), poiché il primo giorno della nuova luna e il primo giorno del mese essendo identici, la pasqua, osservata il 15 di Nisan, cadde in giorno di piena luna, quando cioè un eclisse era impossibile. Le parole: «e il sole scurò» del ver. 45 non dovevano considerarsi come un segno od un miracolo distinto dall'oscurità di cui parlasi nel versetto antecedente. È meramente un'amplificazione dello stesso fatto, ed è inteso a mostrare quanto profonde e dense fossero quelle tenebre. Inquanto all'estensione di esse, i Sinottici tutti usano la stessa parola, terra, che, nel suo senso più largo, dinota l'intiero globo, orbis terrarum, ma che di frequente viene applicato dagli Evangelisti, in un senso ristretto, al paese di Giudea
La causa del sole oscurato per tre ore è ancora un mistero della scienza, e probabilmente è un atto miracoloso di Dio. 



Luca 23,44 
44 Era circa l'ora sesta, e si fecero tenebre su tutto il paese fino all'ora nona; 45 il sole si oscurò. La cortina del tempio si squarciò nel mezzo.

Tutti i Sinottici testimoniano di questo avvenimento, e sarebbe stato assurdo di aver scritto e messo in giro un tal racconto, così presto dopo ch'era avvenuto e nel paese in cui era accorso, se non fosse stato un fatto molto noto . 

Africano cita il cronista del II secolo Flegonte di Tralles: «Flegonte racconta che sotto l'impero di Tiberio Cesare si era verificata un'eclissi solare totale in una data di plenilunio dalla sesta alla nona ora». Eusebio di Cesarea, nel suo Chronicon, conferma quanto dice Flegonte affermando che il quarto anno della duecentoduesima Olimpiade (32-33 d.C.) «seguì un'eclissi del sole, grande, e più osservabile di quante n'eran prima accadute: il giorno alla ora sesta si converse in notte così tenebrosa, che si videro in cielo le stelle; ed il terremoto nella Bitinia rovesciò vari edifici della città di Nicea». 

Tertulliano nell'Apologeticum testimonia l'eclissi che si verificò verso mezzogiorno durante la crocifissione: 
capo 21[18] In presenza della sua dottrina, da cui venivano soprafatti, i maestri e i maggiorenti dei Giudei si esasperavano al punto (tanto più che un'immensa moltitudine piegava a lui), che alla fine davanti a Ponzio Pilato lo trassero, il quale allora la Siria per parte dei Romani governava; e con la violenza dei loro consensi gli estorsero che fosse loro consegnato per essere crocifisso. Lo aveva predetto egli pure che così avrebbero fatto: questo sarebbe poco, se predetto non lo avessero precedentemente anche i profeti. 
[19] E tuttavia, confitto in croce, molti prodigi, propri di quella morte, manifestò. Ché lo spirito emise da sé con la parola, l'ufficio prevenendo del carnefice. Nello stesso istante il giorno, mentre il sole a mezzo il suo giro segnava, fu sottratto. è vero, la stimarono un'eclisse coloro che non seppero che codesto, anche, sul conto di Cristo era stato predetto. Con tutto ciò quell'avvenimento mondiale registrato lo trovate nei vostri archivi. 
.....[24] Tutti questi avvenimenti riguardanti Cristo, Pilato, egli pure dentro di sè cristiano, al Cesare di allora, Tiberio, annunziò. Ma anche i Cesari avrebbero in Cristo creduto, se o i Cesari non fossero necessari al mondo, o i Cesari essere anche cristiani avessero potuto. 
[25] Inoltre i discepoli, sparsisi per il mondo, in conformità del comando del maestro Dio, obbedirono; e dopo aver molto sofferto essi pure per parte dei Giudei, che li perseguitavano, da ultimo, a causa della crudeltà di Nerone, per la fede nella Verità ben volentieri in Roma sangue cristiano seminarono. 
----------------- 
Tertulliano aveva accesso agli archivi di Roma imperiale e faceva riferimento a quegli archivi per varie notizie inserite nei suoi scritti, e che quindi tutti i suoi lettori del mondo romano al suo tempo avrebbero potuto controllare. 
Quindi anche se egli era cristiano, dovendo difendere i cristiani, doveva nel suo Apologetico, dire necessariamente cose verificabili dai suoi interlocutori romani. Ecco perchè questo suo scritto può essere ritenuto di valore anche storico. 
L'intera opera, in una traduzione adattata la puoi trovare anche qui: 
APOLOGETICO DI TERTULLIANO 

In alcune lettere scritte sotto il nome di Dionigi l'Areopagita, l'autore sostiene di aver assistito a un'eclissi solare da Eliopoli il giorno della crocifissione. Dionigi, che studiò astronomia nella città di Eliopoli, sostenne che "o il Creatore di tutta la terra sta morendo, o questo mondo che vedo sta finendo". 

Anche negli apocrifi si trovano accenni a questo fenomeno così come anche al processo di Gesù da parte di Pilato. Ma per quanto riguarda gli apocrifi, siccome sono ricostruzioni fantasiose e prive di attendibilità storica, a volte dipendenti dai Vangeli canonici, è freferibile non prenderle in considerazione.


[Edited by Credente 10/23/2017 11:23 PM]
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10/24/2017 12:59 PM
 
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LA TORTURA DELLA CROCIFISSIONE

Nel racconto dei Vangeli si sorvola sui particolari della crocifissione di Gesù. Questa forma di tortura, nota ai lettori dei Vangeli, è censurata nei testi dell’ambiente greco-romano. Solo nelle satire di Orazio e nelle commedie di Plauto, o in alcuni testi giuridici e astrologici si parla in modo realistico della morte in croce.

In un testo oratorio, Cicerone, senza esagerare, chiama la croce il supplizio “più crudele e atroce”, “il massimo e vertice delle pene inflitte ad un condannato a morte” (Cicerone, In Verrem 11,5 [165.168.169]).
Nel discorso in difesa del senatore romano Gaio Rabirio, nel 63 a.C., Cicerone riesce a strappare il consenso popolare a favore del suo protetto, presentando in tutta la sua crudezza la tortura e l’infamia della croce, indegna di un cittadino romano e uomo libero. Cicerone chiede che le sofferenze della crocifissione e il nome stesso della croce «siano tenuti lontani non solo dal corpo dei cittadini romani, ma perfino dai loro pensieri, dai loro occhi e orecchie» (Cicerone, Pro C. Rabirio V,16).
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10/27/2017 9:44 AM
 
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Piccola “Vita di Gesù” extra-evangelica.

Gesù fu, non già un eone celestiale, bensì
“un uomo” (Romani, 5, 15) “fatto da donna” (Galati, 4, 4), discendente da
Abramo (Gal, 3, 16) per la tribù di Giuda (Ebrei, 7, 14) e per il casato di
David (Rom., 1, 3).
Sua madre aveva nome Maria (Atti, 1, 14); egli era
chiamato Nazareno (Atti, 2, 22) “quello da Nazareth” (Atti, 10, 38) (§ 259,
nota seconda), e aveva dei “fratelli” (I Corinzi, 9, 5; Atti, 1, 14) di cui uno
chiamato Giacomo (Gai., 1, 19) (§ 264). Fu povero (I Cor., 8, 9,)
mansueto e dimesso (II Cor., 10, 1). Ricevette il battesimo da Giovanni
Battista (Atti, 1, 22).
Raccolse discepoli con cui visse in relazione assidua
(Atti, 1, 21-22); dodici di essi furono chiamati “apostoli”, ed a questo
gruppo appartennero fra altri Cefa, ossia Pietro, e Giovanni (I Cor., 9, 5;
15, 5-7; Atti, 1, 13. 26). In vita sua operò molti miracoli (Atti, 2, 22) e
passò beneficando (Atti, 10, 38).
Una volta apparve ai suoi discepoli
gloriosamente trasfigurato (II Pietro, 1, 16-18). Fu tradito da Giuda (Atti,
1, 16~19). Nella notte del tradimento istitui l'Eucaristia (I Cor., 11, 23-25),
agonizzò pregando (Ebrei, 5, 7), fu oltraggiato (Rom., 15, 3) e posposto ad
un assassino (Atti, 3, 14); pati sotto Erode e Ponzio Pilato (I Timoteo, 6,
13; Atti, 3, 13; 4, 27; 13, 28).
Fu crocifisso (Gai., 3, 1; I Cor., 1, 13. 23; 2,
2; Atti, 2, 36; 4,10) fuori della porta della città (Ebrei, 13, 12); fu sepolto (I
Cor., 15, 4; Atti, 2, 29; 13, 29).
Risorse dai morti il terzo giorno (i Cor., 15,
4; Atti, 10, 40); quindi apparve a molti (I Cor., 15, 5-8; Atti, 1, 3; 10, 41;
13, 31) ed ascese al cielo (Rom., 8, 34; Atti, 1, 2. 9-l0; 2, 33-34).
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4/2/2018 3:41 PM
 
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I primi indizi della resurrezione


di Gianni Valente



...

Don Antonio Persilli, non era soddisfatto delle correnti traduzioni del brano evangelico di Giov.20,6-9.
Ripartì allora dall’inizio, dalla prima volta che, a quanto scrivono i Vangeli, un uomo aveva iniziato a credere nella resurrezione di Gesù. Ossia da quella scena davanti al sepolcro in cui era stato sepolto il corpo di Gesù, dove erano arrivati trafelati Giovanni e Pietro, quella domenica mattina. "È lì che, come racconta nel suo Vangelo, davanti a ciò che era rimasto nel sepolcro spalancato, ormai senza il corpo di Gesù, Giovanni "vide e credette".
A differenza di Pietro, che era rimasto solo confuso e quasi turbato dalla mancanza del corpo di Gesù". Come prima cosa, don Antonio registrò con stupore che la gran parte degli esperti neanche si soffermavano su questo episodio che aveva causato la prima, embrionale presa d’atto della resurrezione di Gesù da parte del discepolo prediletto. 

Poi, leggendo e rileggendo la pericope evangelica dei due apostoli davanti al sepolcro, concordò che in effetti le versioni di uso corrente non facevano capire perché Giovanni aveva iniziato a credere nella resurrezione di Gesù proprio da quel momento. "Ad esempio, nel Nuovo Testamento pubblicato dalla Cei è scritto che i due discepoli, scrutando all’interno del sepolcro, videro "i teli ancora là, e il sudario, che era stato posto sul suo capo, non là con i teli, ma in disparte, ripiegato in un luogo". Ora, non si capisce proprio per quale motivo Giovanni, per aver visto una simile scena, ossia delle bende funerarie e un sudario ripiegato, avrebbe dovuto intuire che Nostro Signore era risorto. Anzi, un simile salto logico a me farebbe sorgere dubbi sulla sanità mentale di Giovanni…". 

E in effetti, in tanti hanno sparlato di Giovanni come del primo idealista visionario, l’anti-Tommaso, il modello del cristiano che per credere non-ha-bisogno- di-vedere. Ma tutto questo a don Antonio non quadrava. Decise di andare più a fondo. Riprese in mano l’originale greco dei Vangeli e i manuali di greco biblico. Raccolse gli studi e gli articoli più aggiornati sugli usi funerari dell’antico mondo ebraico. Tra un battesimo, un’estrema unzione e una benedizione delle case, si avventurò in una vera e propria indagine storico-linguistica. 

Scoprì che le traduzioni ufficiali del brano evangelico in questione erano infelici. Finivano per rendere incomprensibili dei particolari che invece erano indispensabili per cogliere cosa era accaduto quel giorno a Giovanni.
 Bisogna seguire bene tutti i passaggi. "Secondo l’uso del tempo, i morti con effusione di sangue venivano sepolti senza essere lavati né unti. Il sangue era considerato la sede del principio vitale, e quindi andava sepolto insieme al cadavere. I Vangeli ci avvertono che Giuseppe d’Arimatea, il ricco sinedrita padrone del sepolcro in cui fu posto Gesù, aveva portato per l’inumazione un rotolo di tela, mentre Nicodemo aveva portato una "mistura di mirra ed aloe di circa cento libbre", più o meno trentacinque chili. Dal rotolo di tela erano stati tagliati tutti i pezzi necessari a ricoprire e fasciare il corpo di Gesù: il telo più grande, con cui fu avvolto tutto il corpo insanguinato, anche per evitare che chi si occupava dell’inumazione lo toccasse con le mani nude; le fasce, abbastanza larghe (nell’originale greco: tà ¶yónia, tà othónia), che vennero fatte girare intorno al lenzuolo, per tenerlo stretto intorno al corpo; e il sudario, un fazzoletto quadrato che fu posto sul capo di Gesù, come testimonia lo stesso Giovanni. I profumi, a cui si ricorreva per coprire il cattivo odore, erano stati versati all’interno delle fasciature e anche sulla superficie in cui era stato posto il corpo di Gesù". Ora, proprio nella pericope che descrive la scena dei due apostoli davanti al sepolcro, errori grammaticali e di traduzione creano malintesi sulla posizione in cui Giovanni e Pietro trovarono tutti questi panni. Spiega Persili: "Nell’originale greco è scritto che Pietro, entrando nel sepolcro, vide tà ¶yónia keímena (tà othónia keímena).
Ho già detto che la versione della Cei traduce questa espressione con "i teli ancora là". Altre versioni la traducono con "i teli per terra". In realtà il verbo keîmai (keîmai), da cui viene il participio keímena (keímena), non significa genericamente "essere lì" né tantomeno "stare per terra". Esso indica una posizione precisa, significa giacere, essere disteso, in una posizione orizzontale. Ciò vuol dire che i due videro non le fasce a terra, ma le fasce distese, afflosciate, senza essere state sciolte o manomesse. Erano rimaste immobili al loro posto. Probabilmente in una nicchia scavata nella parete, tipica dell’architettura funeraria di tipo signorile, in cui era stato posto il corpo di Gesù. Semplicemente, ora quel corpo non c’era più, e le tele si erano afflosciate su se stesse". Gli errori di interpretazione si ripetono, secondo Persili, anche riguardo alla posizione del sudario. L’originale greco usa ben venti parole per descriverla. Le versioni correnti introducono tutte l’idea che il sudario si trovi spostato rispetto al punto in cui si trovava quando il corpo di Gesù era stato sepolto.
La versione Cei, ad esempio, traduce: "e [videro] il sudario, non là con i teli, ma in disparte, piegato in un luogo". Don Antonio, davanti a tali traduzioni, freme. E dice la sua: "keímenon (keímenon), come già keímena (keímena), è participio di keîmai (keîmai), giacere. O° metà tÓn ¶yonívn keímenon (Ou metà tôn othoníon keímenon) significa che il sudario non era disteso come le altre bende. Ma, al contrario (così va tradotto l’avverbio xvr짠 khorìs –, in senso modale), appariva arrotolato (•ntetuligménon  entetyligménon –, dal verbo •ntulíssv  entylísso –, che significa avvolgere, arrotolare) in una posizione unica, singolare. Così si può tradurre eɧ ²na tópon (eis héna tópon), che le versioni correnti traducono banalmente come "in un luogo". Significa che il sudario, a differenza delle fasce distese, appariva sollevato, in maniera quasi innaturale, forse perché su di esso i profumi avevano avuto un effetto inamidante". 
Se questo fu lo spettacolo che si presentò ai due apostoli, si può comprendere perché a quella vista il discepolo che Gesù amava poté intuire ciò che era accaduto. Non lo avevano portato via. Era risorto nel suo vero corpo, come aveva promesso, con parole che nemmeno i suoi avevano capito. Spiega don Antonio: "Era impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito dalle fasce per una improvvisa rianimazione, o che fosse stato portato via, da amici o da nemici, senza slegare le fasce o manometterle in qualche maniera. Se le fasce erano rimaste al loro posto, afflosciate su se stesse ma ancora avvolte, era il segno che Gesù era uscito vivo dal sepolcro sottraendosi in maniera misteriosa ai panni che lo avvolgevano, fuori dalle leggi dello spostamento dei corpi. Un intervento sovrannaturale aveva sottratto quel corpo dalla nicchia nel sepolcro, lasciando tutte le cose intatte, senza manomettere i teli funerari. Giovanni, davanti al sepolcro, non fece nessun salto mistico. Nel suo Vangelo, soffermandosi così minuziosamente sulla posizione delle fasce, voleva solo descrivere la prima traccia storica della resurrezione". 
Se ripensa ai tanti esperti che hanno passato la vita su queste cose, senza riuscire a tradurre degnamente quattro versetti dal greco, gli viene quasi da ridere. Intanto, gli spunti delle sue ricerche non autorizzate li ha raccolti in un libro. Ne aveva proposto la pubblicazione ad alcune case editrici cattoliche. Respinsero al mittente il manoscritto, bocciandolo per il tono "eccessivamente apologetico". Alla fine se lo pubblicò da solo, nel 1988 (Sulle tracce del Cristo Risorto. Con Pietro e Giovanni testimoni oculari, Edizioni C. P. R.). A distanza di una dozzina d’anni, il volumetto sta uscendo dalla clandestinità. Lo si trova perfino in qualche libreria cattolica. E anche padre Jean Galot, illustre professore della Gregoriana, in un recente saggio su La Civiltà Cattolica ha citato ricerche aggiornate che confermano le "scoperte" di don Persili (cfr. 30Giorni, n.7/8, 2000). Lo hanno anche chiamato in televisione. Dice don Persili: "Adesso, mi hanno invitato a parlare, su a Pordenone. Mi hanno anche chiesto il mio curriculum. Gli ho scritto un foglietto con la data di nascita, quella di battesimo, e quella di quando sono diventato prete. Non è che avessi altro, da raccontare…". Poi questo don Nessuno si alza dalla sedia. Sono quasi le quattro. Deve andare a suonare la campana: "La suono tutti i giorni, a quest’ora. Sa, è per ricordare il momento in cui i primi due, Giovanni e Andrea, hanno incontrato Gesù: "Erano le quattro del pomeriggio", dice il Vangelo…". 
Sulla via del ritorno, attraverso i vicoli di Tivoli, tornano in mente le parole di Péguy, quando avvertiva che il nostro è un tempo in cui la realtà viene difesa solo da gente così, "individualità senza mandato".

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6/1/2018 1:55 PM
 
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[Edited by Credente 12/8/2020 10:07 PM]
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6/7/2018 6:58 PM
 
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La prima e completa fonte su Gesù di Nazareth? Risale al 30 d.C.



I quattro Vangeli sono inattendibili essendo stati redatti a molti anni di distanza dai fatti che pretendono narrare. Così si sente dire spesso, ma è un’affermazione falsa. Vediamo perché.


Innanzitutto più volte abbiamo sottolineato che le informazioni su Gesù di Nazareth sono più numerose e vicine ai fatti raccontati rispetto a moltissimi altri personaggi storici, come Giulio Cesare, Adriano, Marco Aurelio, Giuseppe Flavio, Socrate, Alessandro Magno ecc. Tanto che il celebre studioso John Robinson ha commentato: «La ricchezza dei manoscritti, e, soprattutto, lo stretto intervallo di tempo tra la scrittura e le prime copie esistenti, di gran lunga fanno dei Vangeli il miglior documentato testo di qualsiasi scritto antico della storia» (Can we Trust the New Testament?, Grand Rapids 1977, p. 36).


In secondo luogo, gli evangelisti hanno tratto gran parte delle informazioni da fonti pre-sinottiche (orali e scritte), in circolazione già pochi anni dopo la morte di Gesù. «Alcuni discepoli di Gesù», ha aggiunto il principale biblista vivente, John P. Meier, «possono aver cominciato a raccogliere e sistemare detti di Gesù anche prima della sua morte» (Un ebreo marginale, Vol. 1, Queriniana 2006, p. 157).


Ma c’è un altro argomento su cui vorremmo soffermarci più dettagliatamente: le lettere di San Paolo scritte, come tutti sanno, precedentemente ai Vangeli. In particolare, la Prima Lettera ai Corinzi è stata composta nel 50-55 d.C., dunque soltanto circa vent’anni dopo la crocifissione del Cristo. In essa sono già presenti tutti i “dati salienti del cristianesimo”: è morto per i nostri peccati; fu seppellito ed è risorto il terzo giorno; apparve a Pietro, e poi ai Dodici; apparve a più di cinquecento fratelli; apparve a Giacomo, poi a tutti gli apostoli; per ultimo è apparso anche a Paolo stesso.


In questa lettera Paolo afferma di voler trasmettere ai lettori quel che lui stesso ha ricevuto (παραλαμβάνω) direttamente dai discepoli. Il defunto ebreo ortodosso Pinchas Lapide rimase così impressionato da tale lettera (il capitolo 15, in particolare) che la definì «una formula di fede che può essere considerata come una dichiarazione di testimonianza oculare» (The Resurrection of Jesus: A Jewish Perspective, Ausburg 1983, p. 98-99). Il biblista Richard Bauckham, dell’Università di Leeds, ha sottolineato che il termine “testimonianza oculare” «non ha significato forense, ma significa osservatori di prima mano di quegli eventi». Ovvero, Paolo è entrato in contatto con «informatori che parlavano per conoscenza diretta» (Jesus and the Eyewitnesses, William B. Eerdmans Publishing Company 2006).


Anche gli studiosi più critici sono concordi che ciò che Paolo sta trasmettendo lo ha appreso nell’imminenza dei fatti descritti. Lo studioso non credente Gerd Lüdemann ha affermato: «gli elementi della tradizione citati da Paolo devono essere datati ai primi due anni dopo la crocifissione di Gesù, non più tardi di tre anni. La formazione delle tradizioni di apparizione menzionate in 1 Cor. 15,3-8, cade tra il 30 e il 33 d.C.» (The Resurrection of Jesus Christ: A Historical Inquiry, Promethus 2004, p. 38). L’agnostico Bart. D. Ehrman ha scritto: «Paolo deve aver incontrato Cefa e Giacomo tre anni dopo la sua conversione, ricevendo le tradizioni che riportò nelle sue lettere, verso la metà degli anni Trenta, diciamo nel 35 o nel 36. Le tradizioni che ereditò erano, ovviamente, più vecchie e risalivano probabilmente a un paio d’annicirca dopo la morte di Gesù. Ciò dimostra in modo lampante quanto fosse di pubblico dominio, immediatamente dopo la data tradizionale del suo decesso o quasi, che Gesù fosse vissuto e morto (Did Jesus Exist? HarperCollins Publishers 2012, p. 132). Lo stesso affermano studiosi del calibro di John Dominic Crossan, EP Sanders, Gary Habermas, Ulrich Wilckens, Joachim Jeremias, Robert Funk («La convinzione che Gesù fosse risorto dai morti aveva già messo radici nel momento in cui Paolo si convertì intorno al 33 d.C. Dato che Gesù morì verso il 30 d.C., il tempo per il loro sviluppo era quindi di due o tre anni al massimo», What Did Jesus Really Do?, Polebridge Press 1996).


Tutto questo attesta una semplice verità: il contenuto dei Vangeli (compresa passione, morte e resurrezione di Cristo) era già noto, diffuso e discusso appena dopo la morte in croce di Gesù. Quando tutti i testimoni oculari (amici e nemici dei Dodici apostoli) erano ancora vivi e potevano smentire tali racconti, se fossero stati falsi o alterati. Il Sinedrio e i nemici di Cristo, se avessero voluto, avrebbero taciuto immediatamente i suoi seguaci…ma nessuna fonte ebraica o romana riporta nulla del genere. Anzi, fonti non cristiane come Giuseppe Flavio, confermano i contenuti evangelici.


Lasciamo la conclusione al già citato non credente Bart D. Ehrman, ricercatore dell’Università della Carolina del Nord: «Non dobbiamo attendere il Vangelo di Marco, datato attorno all’anno 70, per sentir parlare del Gesù storico. La prova, che traiamo dagli scritti di Paolo, combacia perfettamente con i dati forniti dalle tradizioni evangeliche, le cui fonti orali risalgono quasi certamente alla Palestina romana degli anni Trenta del I secolo. Paolo dimostra che, a pochi anni di distanza dal periodo in cui era vissuto Gesù, i suoi seguaci discutevano di quanto aveva detto, fatto e vissuto il maestro ebreo palestinese che era stato crocifisso dai romani su istigazione delle autorità ebraiche. E’ una straordinaria convergenza di prove: le fonti evangeliche e i resoconti del nostro primo autore cristiano. E’ difficile spiegare tale convergenza se non dando per certa l’esistenza di Gesù» (Did Jesus Exist? HarperCollins Publishers 2012, p. 132, 133).



[Edited by Credente 6/7/2018 6:59 PM]
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6/7/2018 7:09 PM
 
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 FONTI EBRAICHE


Gli studiosi si sono divisi sull’importanza delle fonti ebraiche in rapporto alla storicità del cristianesimo: a parte l’importante testimonianza di Flavio Giuseppe, rimangono i testi del Talmud, uno dei testi sacri dell’ebraismo. Alcuni storici negano completamente qualsiasi riferimento a Gesù nei testi rabbinici (ad esempio J. Maier), altri sostengono che i materiali rabbinici primitivi (compresa la Mishnà) non parlano di Gesù, pur ammettendo l’esistenza di alcune allusioni negli scritti tardivi ai quali però non attribuiscono alcun valore storico, ad esempio J.P. Meier afferma: «al contrario di altri studiosi non penso che il materiale rabbinico […] ci offra nuove informazioni affidabili o detti autentici, indipendenti dal Nuovo Testamento» (Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 13). lo stesso pensa C.A. Evans, docente di Nuovo Testamento presso l’Acadia Divinity College: «Un serio problema nel fare uso di queste tradizioni è che probabilmente nessuna di esse è indipendente dalle fonti cristiane» (C.A. Evans, The Historical Jesus: Critical Concepts in Religious Studies, vol. 4, Taylor & Francis Group 2004, p.376). Un terzo gruppo di studiosi, invece, rintraccia brevi accenni a Gesù, comunque di scarso valore storico in quanto hanno un tono fortemente polemico e di scarsa obiettività (ad esempio J. Klausner).


 


FLAVIO GIUSEPPE
Lo storico giudeo Flavio Giuseppe (37/38 d.C. – poco dopo il 100 d.C.) è autore di due grandi opere: La guerra giudaica (iniziata dopo il 70 d.C.) e Antichità giudaiche (scritta nel 93-94 d.C.). L.H. Feldman, tra i più importanti studiosi dello storico ebreo, ha notato che per le fonti delle sue opere avrebbe avuto facilmente accesso agli archivi degli amministratori provinciali, custoditi a Roma nella corte imperiale (L. Feldman, The Testimonium Flavianum. The State of the Question, Christological Perspectives, p. 194-195). Entrambi i libri contengono passi che menzionano Gesù.

Il testo relativo a Gesù de La guerra giudaica non è riconosciuto come autentico, si tratta di una lunga interpolazione che si trova solo nell’antica versione russa (slava), preservata in manoscritti russi e rumeni. Sono pochi gli studiosi a sostenerne l’autenticità (tra essi ad esempio R. Eisler o, più recentemente, G.A. Williamson nel suo The World of Josephus, Brown and Company 1964, p.308-309).

Diversamente stanno le cose per quanto riguarda i due passi interessanti delle Antichità giudaiche, quello meno discusso compare nel libro XX e racconta un episodio accaduto nel 62 d.C., prima della rivolta ebraica: «Essendo questo tipo di persona [cioè, un sadduceo senza cuore], Anano, ritenendo di avere una favorevole opportunità, poiché Festo era morto e Albino era ancora in viaggio, convocò un sinedrio di giudici e vi trascinò un uomo di nome Giacomo, fratello di Gesù, chiamato Messia, e alcuni altri. Li accusò di aver trasgredito la legge e li consegnò perché fossero lapidati» (Antichità giudaiche, XX, 9,1). Questo passo si trova nella principale tradizione manoscritta greca delle Antichità, senza alcuna variante di rilievo, cita di sfuggita Gesù come per qualificare meglio Giacomo essendo esso un nome molto comune nell’uso giudaico e negli scritti di Flavio Giuseppe. Il riferimento a Gesù non proviene da mano cristiana e neppure da fonte cristiana, né il Nuovo Testamento né i primi scrittori cristiani, Paolo compreso, parlavano di Giacomo come “fratello di Gesù” ma più solennemente “fratello del Signore” o “fratello del Salvatore”. Senza contare, poi, che il racconto di Giuseppe del martirio di Giacomo differisce, per il tempo e per il modo, da quello di Egesippo (il quale parla di caduta dal pinnacolo del tempio di Gerusalemme prima dell’assedio alla città). L.H. Feldman, grande studioso di Flavio Giuseppe e professore presso la Yeshiva University, ha osservato infatti che «pochi hanno dubitato della genuinità di questo passo su Giacomo» (L.H. Feldman, Josephus and Modern Scholarship, Loeb Libray vol. 10, p. 108).

Per quanto riguarda il secondo brano, noto come Testimonium Flavianum, da secoli la sua autenticità è oggetto di discussione dal momento che in essa troviamo espressioni tipiche di Flavio Giuseppe ma anche tre frasi chiaramente cristiane. Nella citazione del brano che segue sottolineiamo le tre espressioni controverse: «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio ammesso che lo si possa chiamare uomo. Egli infatti compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con piacere accolgono la verità e convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno, di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino al giorno d’oggi continua a esistere la tribù dei cristiani che da lui prende il nome» (Antichità giudaiche XVIII, 3.3).

La posizione degli studiosi è molteplice: alcuni considerano questo passo essenzialmente autentico (come L. von Ranke, F. K. Burkitt e A. von Harnack), altri studiosi preferiscono invece considerare l’intero passo come l’interpolazione di un copista cristiano mentre un terzo gruppo di studiosi, infine, parla di semi-autenticità considerando l’innegabile presenza di interpolazioni cristiane (delle glosse cristiane molto antiche, dato che Eusebio di Cesarea trasmette la versione greca citata in Hist. Eccl I, 11,7-8), ma non così determinanti da inficiare la paternità del testo a Giuseppe (lo studioso B.D. Ehrman ha spiegato infatti che gli amanuensi cristiani «aggiunsero qualche parola qua e là per essere certi che il lettore capisse il senso», in Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 62). Questi studiosi hanno infatti ricostruito quello che potrebbe essere stato il brano originale, eliminando le tre interpolazioni: «In quel tempo comparve Gesù, un uomo saggio. Si diceva che compisse delle opere straordinarie, insegnava alla gente che con piacere riceve la verità: e attirò a sé molti discepoli sia fra Giudei che fra gente di origine Greca. E quando Pilato, a causa di un’accusa fatta dai maggiori responsabili del nostro popolo, lo ha condannato alla croce, coloro che lo amarono fin dall’inizio non cessarono di farlo e fino a oggi la tribù dei cristiani (che da lui prende il nome) continua ad esistere». Il testo è molto simile a quello tradizionalmente riportato anche perché le piccole aggiunte cristiane non avevano lo scopo di modificare il pensiero di Giuseppe, ma piuttosto essere piccole aggiunte chiarificatrici: «Il Testimonium è così misurato, con soltanto un paio di frasi tutto sommato prudenti inserite qua e là, che non sembra proprio un racconto cristiano apocrifo scritto per l’occasione. Piuttosto, è molto simile agli interventi reperibili in tutta la tradizione amanuense dei testi antichi: il lavoro di ritocco che un copista avrebbe potuto eseguire con facilità […]. La maggioranza degli studiosi del giudaismo antico, e gli esperti di Giuseppe Flavio, ritengono che uno o più copisti cristiani avrebbero leggermente “ritoccato” il passo» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 63, 66).

La maggioranza degli studiosi fa parte del terzo gruppo, il prof. L.H. Feldman ha rilevato infatti che tra il 1937 e il 1980, su 52 studiosi che si sono occupati approfonditamente della questione, 39 hanno giudicato il Testimonium Flavianum come autentico; 10 studiosi lo hanno considerato del tutto o in gran parte autentico; 20 studiosi lo hanno accettano con alcune interpolazioni, 9 studiosi con diverse interpolazioni, e solo 13 studiosi lo hanno considerato totalmente un’interpolazione cristiana (L. Feldman, The Testimonium Flavianum. The State of the Question, Christological Perspectives, p. 197). Tra i sostenitori dell’autenticità ci sono anche diversi studiosi ebrei, come Paul Winter e lo stesso Feldman, studiosi cristiani non confessionali, come S.G. Brandon e Morton Smith, studiosi non credenti come B.D. Ehrman, importanti studiosi protestanti, come J.H. Charlesworth, e studiosi cattolici come J.P. Meier, C.M. Martini, W. Trilling e A.M. Dubarle (oltre a Lane Fox, Michael Grant, Crossan, Borg, Tabor, Thiessen, Frederiksen, Flusser ecc.). Tra essi anche J.M. Garcia, che ha scritto: «Questa terza ipotesi sembra essere la più probabile per tre motivi. In primo luogo il testo, con vari rimaneggiamenti, appare in tutti i manoscritti greci, arabi e siriaci. In seconda istanza, lo stile e il linguaggio del brano, eliminate le chiare interpolazioni cristiane, sono tipici di Giuseppe Flavio. Infine, la concezione di Cristo che trasmette non è cristiana, in quanto Gesù viene considerato come un saggio, un predicatore di un certo successo» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 36-40). Il prof. A. Nicolotti ha scritto: «i critici moderni sono ormai concordi nel ritenere il passo del Testimonium come sostanzialmente autenticonella sua testimonianza storica di Gesù, sebbene per molti esso ha aver subito prima del secolo IV delle interpolazioni cristiane. E non manca chi, diversamente spiegando le parti cosiddette “cristiane”, ritiene che queste interpolazioni non esistano, e che il testo sia interamente autentico (Étienne Nodet, per esempio). L’importante monografia di Serge Badet (favorevole all’autenticità completa) affronta tutti questi problemi ed è un riferimento imprescindibile».

Il biblista americano J.P. Meier ha studiato a fondo il problema, concludendo: «c’è una ragione sufficiente per sostenere che tale brano provenga da Flavio Giuseppe? La risposta è affermativa» e si basa su una serie di argomenti: (1) Il “Testimonium Flavianum” è presente in tutti i manoscritti greci e latini ed è ben difficile immaginare che l’invenzione di una scriba cristiano possa apparire identica su tutti i codici pervenutici; (2) La conferma di autenticità deriva dal brano già citato sul martirio di Giacomo, come ha spiegato il biblista J.M. Garcia: «Senza dubbio tutti gli studiosi considerano autentico il racconto sul martirio di Giacomo e, di conseguenza, anche il riferimento a Gesù, giacché non è il modo cristiani di alludervi. Orbene, il fatto che Giuseppe Flavio non si soffermi a specificare chi sia questo Gesù ci porta a supporre che lo abbia già fatto in un brano precedente; l’unico possibile è quello denominato Testimonium Flavianum» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 36-40); (3) Il vocabolario e la grammatica del passo (senza interpolazioni) è molto coerente e caratteristico dello stile e della lingua di Flavio Giuseppe, al contrario dello stile del Nuovo Testamento; (4) La descrizione di Gesù, spogliata dai tre passaggi cristiani, è concepibile sulla bocca di un giudeo che non è particolarmente ostile al cristianesimo ma non sulla bocca di un cristiano antico o medioevale (esprime una cristologia insufficiente, anche considerando i tre passi palesemente cristiani): «se un copista avesse voluto introdurre negli scritti di Giuseppe una solida testimonianza delle qualità di Gesù (facendo del Testimonium una tarda interpolazione), l’avrebbe fatto senz’altro con più fervore e in modo più scontato» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 42). Anche parlare di “tribù” non è concepibile nel linguaggio cristiano e suggerisce un tono dispregiativo; (5) Flavio Giuseppe sembra ignorare materiale e affermazioni fondamentali nei quattro vangeli canonici, addirittura contrastando le informazioni (secondo Giuseppe, Gesù convinse molti giudei e molti pagani, al contrario di quanto dicono i vangeli) e non riflette un modo cristiano di trattare la questione del motivo della condanna a morte di Gesù. Un altro esempio è la trattazione completamente separata di Giovanni Battista e Gesù, senza nessun rapporto tra loro, contraddicendo il quadro neotestamentario del Battista come precursore di Gesù. La definitiva conclusione di J.P. Meier è che «una regola metodologia fondamentale è che, a parità di condizioni, si deve preferire la spiegazione più semplice, che comprende anche la più ampia quantità di dati. Perciò sostegno che la spiegazione più probabile del Testimonium è che, privato delle tre affermazioni ovviamente cristiane, contiene quanto Flavio Giuseppe scrisse». Robert Van Voorst, docente di New Testament Studies al Western Theological Seminary del Michigan, ha infatti osservato che «questo è uno dei tanti motivi per cui gli studiosi ritengono la fonte di Flavio Giuseppe indipendente dal Nuovo Testamento» (Jesus Outside the New Testament: An Introduction to the Ancient Evidence, Grand Rapids 2000, p. 27)

Sempre lo studioso americano Meier, ha anche risposto all’obiezione principale di coloro che negano l’autenticità del Testimonium, ovvero lo strano silenzio su questo brano da parte dei padri della chiesa prima di Eusebio. Se non lo hanno citato, dicono i critici, è perché ancora nessun cristiano lo aveva inventato e attribuito a Flavio Giuseppe. Il biblista americano ha fatto notare: «I padri della chiesa non erano interessati a citarlo, infatti non sostiene minimamente il contenuto principale della fede cristiana in Gesù come Figlio di Dio che è risorto da morte. Questo spiegherebbe perché Origine nel III sec. affermava che Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Messia. Il testo di Origene del Testimonium era privo delle interpolazioni e, senza di esse, il Testimonium attestava semplicemente, agli occhi dei cristiani, l’incredulità di Flavio Giuseppe. Non era dunque un utile strumento apologetico per rivolgersi ai pagani o un utile strumento polemico nelle controversie cristologiche tra i cristiani. In realtà, se non c’era nella copia di Giuseppe in possesso di Origene qualcosa come il testo che abbiamo ricostruito, rimane da chiedersi che cosa nel testo ha spinto Origene ad affermare apoditticamente che Flavio Giuseppe non credeva che Gesù fosse il Cristo. Il passo su Giacomo nel libro 20 non è una ragione sufficiente». Per questo, «il tono distaccato, o ambiguo, o forse di considerazione abbastanza scarsa, del Testimonium, è probabilmente la ragione per cui i primi scrittori cristiani (specialmente gli apologisti del II sec.) lo passarono sotto il silenzio, per cui Origene si dolse che Flavio Giuseppe non credesse che Gesù era il Cristo, e per cui un (alcuni) interpolatore(i) aggiunse(ro) le affermazioni cristiane verso la fine del III sec» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 71,85). Anche B.D. Ehrman, della University of North Carolina, ha usato questa contro-argomentazione: «la versione ridotta di Giuseppe -quella ritenuta originale da altri studiosi, senza le integrazioni cristiane- contiene ben poche informazioni di cui i primi scrittori cristiani avrebbero potuto servirsi per difendere Gesù e i suoi seguaci dagli attacchi degli intellettuali pagani. E’ un’esposizione assai neutrale. Il fatto che Gesù fosse ritenuto un saggio o che avesse compiuto opere straordinarie non avrebbe fatto molta strada nel repertorio degli apologeti cristiani». In ogni caso, «la mia opinione sulla storicità di Gesù non dipende dall’affidabilità della testimonianza di Giuseppe, anche se ritengo sostanzialmente autentico il brano» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 64, 350). Come Meier e Ehrman la pensano anche, ad esempio, Louis H. Feldman della Yeshiva University (in Josephus, Judaism and Christianity, Brill Academic Pub 1997, p.55), Edwin M. Yamauchi della Miami University (in “Josephus and the Scriptures” Fall 1980, pp.213,214) e tanti altri.

Una recente scoperta ha gettato inoltre nuova luce sul dibattito: nel 1972 il prof. Shlomo Pinès dell’Università di Gerusalemme ha sostenuto l’autenticità del Testamentum Flavianum nella versione conosciuta dalle fonti antiche (seppur con piccole variazioni) basandosi su un codice arabo del X sec. che si ritrova nella Kitab Al-Unwan (Storia universale) di Agapio, vescovo cristiano di Ierapoli (Siria), il quale ha riportato il passo delle Antichità Giudaichenella seguente forma: «Afferma l’ebreo Giuseppe, che racconta nei trattati che ha scritto sul governo dei Giudei: “In questo tempo, viveva un uomo saggio, che si chiamava Gesù. Egli aveva una condotta irreprensibile, ed era conosciuto come un uomo virtuoso. E molti fra i Giudei e le altre Nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò a essere crocifisso e a morte. Quelli che divennero suoi discepoli non cessarono di seguire i suoi insegnamento. Essi raccontarono che egli era apparso loro il terzo giorno dopo la sua crocifissione e che egli era vivo. A questo proposito, egli forse era il Messia di cui i profeti avevano raccontato le meraviglie”» (S. Pines, An Arabic version of the Testimonium Flavianum and its implications, Israel Academy of Sciences and Humanities 1971). Il testo, seppur Agapio affermi di basarsi su una più antica cronaca in siriaco di Teofilo di Edessa (morto nel 785), andata persa, è stato comunque riconosciuto come attendibile e privo di interpolazioni cristiane, la maggior parte degli studiosi lo considera originale di Flavio Giuseppe o, comunque, molto vicino a quanto ha davvero scritto.

Sintetizzando il contributo di Flavio Giuseppe, si può affermare: «La mera esistenza di Gesù è già dimostrata dal primo accenno a Gesù nel racconto della morte di Giacomo, nel libro 20. Il più esteso Testimonium nel libro 18 ci mostra che Flavio Giuseppe era informato almeno di alcuni fatti salienti della vita di Gesù. Indipendentemente dai quattro vangeli, ma confermando la loro presentazione fondamentale: durante il governo di Ponzio Pilato -dunque tra il 26 e il 36 d.C.- apparve sulla scena religiosa della Palestina un uomo chiamato Gesù. La sua reputazione nacque dalla sapienza che manifestò nell’operare miracoli e nell’insegnare. Conquistò un ampio seguito, ma (perciò?) i capi giudei lo accusarono davanti a Pilato. Pilato lo fece crocifiggere, ma i suoi ferventi seguaci rifiutarono di abbandonare la loro devozione a lui, nonostante la sua morte disonorevole» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 83-85). Giuseppe, lo ricordiamo, era nato a Gerusalemme nel 37 d.C. da una famiglia sacerdotale che fece parte dell’élite del Tempio durante la vita pubblica, il processo e la condanna di Gesù: questo significa che disponeva di informazioni di prima mano su quanto testimoniava. Ci si aspetterebbe da lui una confutazione di quanto affermavano i seguaci di Gesù, una negazione dei miracoli e, se consideriamo come attendibile la versione di Agapio, un commento scettico alla notizia della resurrezione. Invece il ritratto di Gesù è segnato dal rispetto verso quest’uomo, riconoscendone con realismo l’eccezionalità. «In sintesi, Giuseppe offre in questi due passi qualcosa di unico tra tutte le antiche testimonianze non cristiane su Gesù: un testimone neutrale, indipendente e molto attendibile ci riferisce che Gesù fu un uomo saggio che i suoi seguaci chiamavano “il Cristo”», ha scritto Robert E. Van Voorst, docente di New Testament Studies presso il Western Theological Seminar del Michigan (R.E. Van Voorst, “Jesus Outside the New Testament”, B. Eerdmans Publishing 2000, p.103-104). Ribadiamo dunque l’importante dato dell’indipendenza di Flavio Giuseppe dalle fonti cristiane, in quanto «non c’è nessuna attestazione probante che conoscesse uno qualsiasi dei quattro vangeli» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 2, Queriniana 2003, p. 116).

 

TALMUD BABILONESE (Trattato bSanhedrin 43a)
Un baraitha del II secolo, conservata nel trattato Sanhedrin del Talmud di Babilonia, recita così: «Viene tramandato: Alla vigilia (del sabbat e) della pasqua si appese Jesu (il nazareno). Un banditore per quaranta giorni andò gridando nei suoi confronti: “Egli esce per essere lapidato, perché ha praticato la magia e ha sobillato e deviato Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa, venga e l’arrechi per lui”. Ma non trovarono per lui alcuna discolpa, e lo appesero alla vigilia della pasqua. Disse Ulla: “Credi tu che egli sia stato uno per il quale si sarebbe potuto attendere una discolpa? Egli fu invece un istigatore all’idolatria, e il Misericordioso ha detto “Tu non devi avere misericordia e coprire la sua colpa!”. Con Ješu fu diverso, perché egli stava vicino al regno» (Sanhedrin B, 43b).

Alcuni studiosi, il più radicale è certamente J. Maier (cfr. J. Maier, Jesus von Nazareth in der talmudischen Uberlieferung, Wissenschaftliche Buchgesellsschaft 1978, p. 263-275), si sono rifiutati di identificare questo reo con Gesù, ritenendo l’appellativo “il nazareno” un’aggiunta posteriore. A loro giudizio si farebbe riferimento a un certo Yeshu, discepolo di un rabbino del 100 a.C., nominato in Sanh. 107b, reo di aver praticato la stregoneria e di aver esortato Israele al peccato. Altri la pensano diversamente, il biblista J.M. Garcia, direttore della Cattedra di Teologia dell’Università Complutense e docente di Sacra Scrittura dell’Università Ecclesiastica di San Damaso, ha spiegato ad esempio che «l’appellativo “il nazareno” è molto ben testimoniato. D’altra parte, sembra molto probabile che in origine il nome di Yeshu non figuri nel passo di bSanh 107b, considerato che la stessa notizia appare priva di nomi in altri due posti (cfr bSot47a e pHag77d)». Inoltre, sono tante le coincidenze con Gesù: «accuse analoghe contro Gesù appaiono nel Nuovo Testamento (Mt 12,24; Lc 23,2), l’essere appeso va sicuramente interpretato in riferimento alla crocifissione visto che è un fato ben noto. E’ molto improbabile che questo termine qui stia ad indicare un’esposizione del cadavere dopo la lapidazione. Di fatto il testo non dice nulla sull’esecuzione della lapidazione: il che risulta sorprendente, qualora proprio quello sia stato il metodo di esecuzione. Singolare la coincidenza relativa al giorno della morte di Gesù in questo testo rabbinico e nel vangelo di Giovanni (19,14)» (J.M. Garcia, Il protagonista della storia. Nascita e natura del cristianesimo, Rizzoli 2008, p. 33-35).

La prof.ssa Jaqueline Genot-Bismuth, docente di Ebraismo antico presso l’Università di Parigi, ha sottolineato come il riferimento a Yeshu (=Gesù) concorda con la cronologia della passione del quarto vangelo, «così in qualche modo i due testi si autenticano a vicenda e ci fanno dedurre che la tradizione a cui fanno capo risalga bene a dei testimoni oculari» (J. Genot-Bismuth, Un homme nommé Salut: genèse d’une “hérésie” a Jérusalem, O.E.I.L 1986, p. 267). Anche J. Klausner, importante storico israeliano, ha accettato questo riferimento a Gesù di Nazareth (cfr. J. Klausner, Jesus of Nazareth. His Life, Times and Teaching, Macmillan 1925, p. 23), mentre J.P. Meier non lo ha ritenuto un passo indipendente dai vangeli: «qui non c’è niente che non sappiamo dai vangeli e molto verosimilmente il testo talmudico è semplicemente una reazione alla tradizione evangelica» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 101).

 

TALMUD BABILONESE (Trattato pTa’anit 65b)
Un altro possibile riferimento è contenuto nel trattato sul digiuno, che recita: «Abbahu dice: “Se qualcuno ti dice “Io sono Dio”, egli è un mentitore; (se ti dice) “Io sono il figlio dell’uomo”, alla fine dovrà pentirsene; (se ti dice) “Io ascenderò al cielo”, lo dice e non lo può fare».

Sembra qui apparire una polemica su quanto affermato da Gesù davanti al sinedrio, come riferisce Mc 14,62. Tenendo però presente l’informazione offerta da Celso secondo cui i falsi profeti hanno utilizzato espressioni simili, il testo potrebbe anche alludere a tali falsi profeti e messia e non necessariamente a Gesù.

 

TALMUD BABILONESE (Trattato b’Aboda zara 16b)
Nel trattato dedicato all’idolatria e agli idoli, si legge: «Rabbi Eliezer disse: una volta camminavo al mercato superiore di Sepporis e incontrai uno dei discepoli di Ješu ha-nôserî (Gesù il nazareno), chiamato Giacobbe del villaggio di Sekhanjaa. Egli mi disse: “Nella vostra Torah è scritto: ‘Non porterai il denaro di una prostituta nella casa del Signore’ (Dt. 23,19). Com’è? Non si può con esso costruire una latrina per il sommo sacerdote? Io non gli risposi. Egli mi disse: “Così mi ha insegnato Gesù il nazareno (Ješu ha-nôserî): ‘Fu raccolto a prezzo di prostitute e in prezzo di prostitute tornerà’ (Mi 1,7); da un luogo di sozzura è venuto e in un luogo di sozzura andrà”. La parola mi piacque; perciò io fui arrestato di eresia».

Il rabbino Eliezer è uno dei maestri più citati nella tradizione rabbinica, il testo non riporta un detto autentico di Gesù ma riflette piuttosto la convivenza tra giudei e cristiani in Palestina. Secondo alcuni studiosi (ad esempio J. Jeremias), le versioni più antiche del racconto parlano di un detto eretico attribuito a questo discepolo di Gesù senza specificarne il contenuto, il detto sarebbe stato inventato successivamente per soddisfare la curiosità dei lettori e per screditare Gesù. Anche J.P. Meier si dichiara scettico sull’autenticità del passo, ritenendo che sia «un’invenzione polemica per mettere in ridicolo Gesù» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 103). Lo studioso ebreo J. Klausner, invece, ha sostenuto l’affidabilità del passo (cfr. J. Klausner, Jesus of Nazareth. His Life, Times and Teaching, Macmillan 1925, p. 37-44).

 

TALMUD BABILONESE (Sinedrio 67a)
Nel Sinedrio 67a del Talmud si legge: «E lo hanno fatto a Ben Stada a Lidda, essi lo appesero alla vigilia della Pasqua ebraica Ben Stada era Ben Padira Rabbi Hisda ha detto: “Il marito è Stada, la madre di l’amante Pantheraera sposato con Stada. Sua madre era Miriam, una lavandaia o dal parrucchiere”».

Come ha scritto B.D. Ehrman, «da tempo gli studiosi hanno ammesso che tale tradizione sembra rappresentare un ingegnoso attacco all’idea cristiana della nascita di Gesù quale “figlio di una vergine”. Il termine greco che traduce la parola vergine è parthenos, la cui pronuncia è assai simile a quella di Panthera» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 69). Molto probabilmente non è un brano indipendente dai vangeli.


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6/27/2018 10:23 PM
 
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Come porre domande difficili su Gesù







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Un nuovo libro risponde allo scetticismo di Bart Ehrman


Ricordo vividamente di essermi fermato in una stazione di servizio Shell di Kansas City per fare rifornimento. C’erano molte pompe libere, ma ero io a non essere libero. Stavo ascoltando l’autore Bart Ehrman demolire dei passi del Nuovo Testamento su NPR e non volevo perdermi una parola.


Era interessante non perché era un attacco alla mia fede, ma perché la sua critica non sembrava affatto un attacco. Aveva tutti i requisiti per essere un esame giusto e obiettivo delle prove a favore – e nella maggior parte dei casi contro – della divinità di Cristo, della verità della resurrezione, dell’infallibilità della Scrittura e altro.


Era estremamente convincente, e all’epoca non avevo ancora Jesus, Interpreted per rispondergli.


Ora ce l’ho.


L’autore di questo nuovo libro è il dottor Matthew J. Ramage, teologo presso il Benedictine College del Kansas. Ha ricevuto grande attenzione per il suo libro precedente che affrontava il “problema” Bibbia, Dark Passages of the Bible.


In entrambi i testi, Ramage prende in considerazione le questioni contemporanee fondamentali relative alla Scrittura attraverso l’operato di Papa Benedetto XVI. I libri sono eruditi ma non impenetrabili nel modo in cui è spesso la teologia accademica per i lettori laici. Per me, il libro di Ramage è una guida indispensabile alle opere teologiche di Papa Benedetto sulla vita di Cristo.


 

Ramage sottolinea cosa dice il Papa e perché, e si riferisce anche direttamente alla mia esperienza alla stazione di servizio. Jesus, Interpreted è una risposta diretta all’opera di Ehrman, anche Jesus, Interrupted. Spiega Ramage:


“Ho scelto Ehrman come mio rappresentante principale dell’accademia moderna perché tende a basare le sue argomentazioni sulle visioni condivise tra gli esperti, perché è estremamente popolare ed è un interprete imparziale non così sopraffatto dalla sua agenda da pensare che ogni persona razionale dovrebbe vedere le cose come lui”.


Ramage ha chiaramente un grande rispetto per Ehrman, e questo aiuta a prendere sul serio le sue domande – quelle che ho sentito su NPR e altre.


Per capire i Vangeli bisogna comprenderne obiettivo. “Lo scopo principale dei Vangeli”, scrive Ramage, “è proclamare Gesù. Non sono documenti puramente storici, ma non sono nemmeno antistorici”.


Per analogia, pensate alle menzioni per la Medaglia d’Onore. Presentano le storie degli eroi di guerra nei tratti essenziali, ma con l’obiettivo di proclamare il loro eroismo al mondo.


Presumibilmente, se qualcuno dovesse elaborare un resoconto più dettagliato della vita di ogni eroe, rivelerebbe sottigliezze e sfumature. Un critico militare potrebbe usarle per gettare dei dubbi sulle citazioni. Un ammiratore dei militari potrebbe invece usarle per approfondire la storia raccontata dalle citazioni stesse.


Questo è il punto centrale che Ramage vuole sottolineare. Come dice Ratzinger, “una pura obiettività è un’astrazione assurda… la prospettiva dell’osservatore è un fattore che condiziona e determina il risultato dell’esperimento scientifico”. Per questo, il dibattito sulla Scrittura è fondamentalmente una disputa non tra storici, ma tra filosofi.


Sapere questo significa che Ramage può spesso concedere punti chiave a Ehrman in un modo tale che gli lascia trarre da questi tutta la vita. Ad esempio, quando Ehrman dice che la cristologia della Chiesa si è sviluppata più nei primi decenni del cristianesimo che in tutti i secoli dello sviluppo dogmatico che sono seguiti, pensa che stia dicendo che l’identità di Gesù era un punto interrogativo a cui i primi cristiani – non Gesù stesso – hanno risposto.


Questo non turba Ramage.


“La domanda è se la cristologia sviluppatasi in questo periodo sia stata il frutto di una riflessione vera e provvidenziale sul mistero di Gesù o un tentativo di controllo fuorviato, delirante, disperato o perfino connivente”, spiega.


Fa quindi un esempio. Ehrman cita Paolo in Romani 1, 3-4, quando dice che Gesù è stato “costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti”.


Poiché Ehrman vuole affermare che Paolo credeva che Gesù fosse angelico, non divino, decide che la definizione “con potenza” sia stata “probabilmente aggiunta” a un credo precedente ereditato da Paolo.


Ramage chiede: “Chi emerge di più da questa sorta di esegesi, il volto del Gesù storico o quello dell’interprete?”


Il libro agisce allo stesso modo con molte delle domande di Ehrman, non tanto ponendole e ricontestualizzandole. Ramage offre un grande servizio indicando infatti quali nuovi approcci si guadagnano e quali temi fondamentali vengono ignorati anche dagli studiosi della Bibbia più scettici.


Se quello in cui credono i cattolici è vero, la nostra fede non solo può sopportare un esame rigoroso, ma ne verrà anche rafforzata. Jesus, Interpreted fa esattamente questo.




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7/4/2018 11:28 AM
 
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l Gesù storico è una leggenda? Alcune risposte a Dan Barker




lordolegendNei tanti blog e siti web cattolici presenti sulla rete notiamo spesso una grossa lacuna negli argomenti trattati: il Gesù storico. E’ un tema poco approfondito anche nelle parrocchie e nella Chiesa, sono rarissimi gli incontri nei circoli culturali cattolici e nelle iniziative delle diocesi, nonostante sia e sia stata una passione di Benedetto XVI. Secondo noi è un tema importante, moltissimi credenti covano ancora dubbi e paure a parlare della storicità del cristianesimo, sicuramente dovuti a false informazioni comparse sui media.


Noi, che qualche studio sul Gesù storico lo abbiamo intrapreso, abbiamo il dovere di informare che non c’è nulla da temere ma, al contrario, la ricerca sul Gesù storico può essere molto utile alla fede, a stabilizzarla e a confermarla. Inoltre, impedisce di ridurre la fede in Cristo ad un messaggio simbolico/mitico ed è un baluardo contro la riduzione della fede cristiana a un’importante ideologia di qualsiasi genere.


Per questo, anche oggi, diamo spazio ad un approfondimento sul tema commentando il dibattito avvenuto il 6 giugno 2015 negli Stati Uniti tra Dan Barker, ex pastore protestante, scrittore ateo e co-fondatore della Freedom From Religion Foundation, e Justin W. Bass, docente di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary. La pagina Wikipedia italiana di Barker è pessima: secondo l’autore lo scrittore avrebbe lanciato una “sfida” ai cristiani sulla storicità di Gesù e nessuno la avrebbe accolta (a parte due anonimi sacerdoti che poi si sono tirati indietro). Barker è autore di tre libri sul cristianesimo (“Losing Faith in Faith”, “Godless” e “Life Driven Purpose”), dove si occupa anche del Gesù storico, tuttavia è facile notare che non ha alcun titolo accademico nel suo curriculum e la bibliografia che cita a suo sostegno non include nessun serio studioso del cristianesimo primitivo, a parte RJ Hoffman e Bart Ehrman. Egli fa parte di miticisticioè il gruppo di scrittori/giornalisti/opinionisti americani che negano l’esistenza di Gesù, parlando di storia leggendaria. Una tesi ormai decaduta, gli stessi studiosi che Barker cita a suo (presunto) sostegno, Hoffman ed Ehrman, hanno entrambi scritto numerosi libri contro i miticisti e a sostegno del Gesù storico, seppur entrambi si dichiarino non credenti.

Durante il dibattito con J.W. Bass, Barker ha usato alcuni argomenti per sostenere che Gesù è una leggenda, andiamo a confutarli.


1) La città di Nazareth esisteva ai tempi di Gesù.
Fin dall’inizio del suo discorso di apertura, Baker ha dichiarato che la città di Nazareth non esisteva al tempo di Gesù, ne ha parlato anche nel 1992 nel libro “Losing Faith in Faith” (p. 191), sostenendo che Nazareth non sarebbe esistita fino a prima del secondo secolo. Tuttavia, è alla portata di tutti la notizia che le scoperte archeologiche hanno definitivamente dimostrato che Nazareth esisteva ai tempi di Gesù (grazie anche al lavoro dell’archeologo italiano Bellarmino Bagatti). Non solo, nel 1962 il professor Avi-Yonah dell’Università di Gerusalemme ha rinvenuto vicino all’antica Cesarea Marittima una lapide di marmo grigio, datata al III secolo d.C, che cita la località di Nazareth (testimoniandone l’esistenza da tempi ben più antichi), mentre nel 2009 l’archeolologa Yardenna Alexandre ha scoperto anche una casa privata risalente all’epoca di Gesù. Lo stesso Bart Ehrman, citato come fonte da Baker, afferma in un suo testo: «Molte convincenti prove archeologiche indicano che in realtà Nazareth esisteva ai tempi di Gesù e che, come gli altri villaggi e le città in quella parte della Galilea, è stata costruita sul fianco della collina. Gesù è veramente venuto da lì, come conferma l’attestazione multipla» (“Did Jesus Exist?”, HarperOne 2012, p 191). Dunque il primo argomento usato da Baker è completamente in contrasto con i fatti.

 

2) Tacito si riferisce a Gesù in Annali 15,44
Nel suo secondo argomento Baker ha sostenuto che lo storico romano Tacito non si riferisce a Gesù Cristo nel suo celebre passo di “Annali” 15,44, quando scrive: «Allora, per troncare la diceria, Nerone spacciò per colpevoli e condannò ai tormenti più raffinati quelli che le loro nefandezze rendevano odiosi e che il volgo chiamava cristiani. Prendevano essi il nome da Cristo, che era stato suppliziato ad opera del procuratore Ponzio Pilato sotto l’impero di Tiberio». Come abbiamo dimostrato nel nostro apposito dossier, l’autenticità del passo è sostenuta dalla maggior parte degli studiosi, J.P. Meier -tra i maggiori biblisti viventi- ha scritto: «nonostante alcuni deboli tentativi di mostrare che questo testo è un’interpolazione cristiana in Tacito, il passo è certamente genuino. Non solo è attestato in tutti i manoscritti degli Annali, ma il tono decisamente anticristiano del testo rende quasi impossibile un’origine cristiana» (J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico 1, Queriniana 2001, p. 89). Lo stesso Bart Ehrman, a cui Baker si affida, ha scritto: «non conosco alcun classicista di professione, e nessuno studioso dell’antica Roma, che non ne sostenga l’autenticità. E’ evidente che Tacito sapesse qualcosa di Gesù. Il suo riferimento dimostra che al principio del II secolo le massime cariche istituzionali romane sapevano che Gesù era vissuto ed era stato giustiziato dal governatore della Giudea» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins 2012, p. 57,58). Oltretutto occorre ricordare che oltre a Tacito, esistono almeno 9 autori non cristiani che, tra il 50 d.C. e il 170 d.C., testimoniano l’esistenza di Gesù (molti in modo indipendente).

 

3) San Paolo ritenne l’apparizione di Gesù fisica e corporale.
Le lettere di San Paolo sono molto importanti perché la maggior parte scritte a ridosso della morte e resurrezione di Cristo, prima ancora dei Vangeli. Dan Baker ha contestato il fatto che Paolo riteneva fisica e corporea la risurrezione di Gesù, sostenendo che la parola greca ὤφθη, da lui usata, indica un’esperienza visionaria, spirituale. Occorre dargli ragione sul fatto che a volte questa parola greca è utilizzata nella Bibbia per indicare un’esperienza visionaria/spirituale, ma è falso che non venga mai utilizzata anche per indicare un’esperienza fisica, corporea. Ad esempio ὤφθη compare in Lc 24,34 (“Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone”) e lo stesso Baker ha concordato sul fatto che Luca presenta una apparizione fisica del Gesù risorto (è indubitabile, d’altra parte, se si legge tutto il brano, sopratutto Lc 24, 36-43). Ma anche nella traduzione greca dell’Antico Testamento questa parola viene adoperata per le apparizioni fisiche, ad esempio in Gn 46,29 (Giuseppe incontra Giacobbe), Es 10,28 (Mosè e il Faraone), 1Re 3,16 (due prostitute si recano da Salomone), 1Re 18,1 (Elia si reca da Acab) ecc. Quindi, basarsi soltanto su questa parola greca non può aiutare a decidere la questione.

Inoltre, secondo Baker, Paolo in 1 Corinzi 9, non afferma di aver “visto” il Signore («Non ho veduto Gesù, Signore nostro?»). Per lui è una «traduzione sbagliata». Eppure, la traduzione greca è οὐχὶ Ἰησοῦν τὸν κύριον ἡμῶν ἑόρακα, dove la parola greca ἑόρακαderiva da ὁράω, che significa “(io) vedo”. La cosa comunque importante è che Baker ha riconosciuto che la parola ἀνάστασις è utilizzata per indicare la resurrezione fisica. Egli ritiene però che Paolo non l’abbia mai utilizzata, anche se la conosceva, ed invece è vero il contrario dato che la utilizza nella Lettera ai Romani 1,4 (ritenuta totalmente autentica di Paolo): «costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore» («ἐξ ἀναστάσεωςνεκρῶν, Ἰησοῦ Χριστοῦ τοῦ κυρίου ἡμῶν), tanto che nel procedere del dibattito anche lui stesso lo ha riconosciuto. Ma anche nella stessa Lettera ai Corinzi, che tanto ha creato obiezioni al noto ateo, Paolo utilizza molte volte la parola ἀνάστασις per riferirsi alla risurrezione: «Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti (ἐκ νεκρῶν ἐγήγερται, nda), come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti (ἀνάστασις νεκρῶν, nda). Se non esiste risurrezione dai morti (ἀνάστασις νεκρῶν, nda), neanche Cristo è risuscitato! (ἐγήγερται)» (1 Corinzi 15, 12-13, 20-21). Si può dunque concludere che Paolo disse di aver ricevuto un’apparizione fisica di Gesù (tanto da trasformarlo in un istante da cacciatore di cristiani ad apostolo tra le genti) e, di conseguenza, di credere alla sua resurrezione fisica e corporale.

 

4) I 500 testimoni oculari della resurrezione di Gesù
In 1 Corinzi 15,6, Paolo afferma rispetto a Gesù: «In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti». Questa affermazione è stata spesso al centro del dibattito tra i due relatori: entrambi hanno concordato che la maggioranza degli studiosi ritiene il brano attendibile, tuttavia non sono unanimi nel ritenere se Paolo abbia appreso questa informazione direttamente o in seconda mano. E’ inoltre appurato che tutti i principali studiosi (Lüdemann, Dunn, EP Sanders, J.P. Meier, NT Wright ecc.) concordano sul fatto che Paolo scriva vent’anni dopo i fatti ma citi informazioni che ha appreso entro 2-5 anni dalla morte di Gesù. Secondo Baker non può averle apprese direttamente a causa della distanza tra Gerusalemme e Corinto, tuttavia sappiamo per certo che Pietro e Giacomo hanno viaggiato frequentemente da Gerusalemme a Corinto. Inoltre, sappiamo che Paolo, a causa del suo passato, dovette dimostrare la sua buona fede e credibilità ai primi cristiani, offrire un’informazione falsa come i 500 testimoni oculari, facilmente verificabile da chiunque, avrebbe oscurato non poco la sua reputazione. Oltretutto, occorre osservare che Paolo spiega anche che di questi 500 testimoni oculari, alcuni sono vivi mentre altri sono morti. Qualcosa di parallelo c’è in Flavio Giuseppe quando sostiene che 23 anni dopo l’evento di cui parla le persone sono ancora vive, lo dice «per dimostrare» ciò che afferma (Antichità giudaiche, 20,266). Ugualmente Paolo fornisce questa informazione per invitare i suoi uditori ad andare a verificare, “sono ancora vivi!”.

 

5) Anche se Gesù è risorto non è il Signore?
Un’affermazione scioccante e molto importante è stata pronunciata da Dan Baker negli ultimi 15 minuti del dibattito: anche se Gesù è risorto dai morti e c’è un Dio, tuttavia non lo avrebbe accettato e riconosciuto come il Signore. E’ una onesta rivelazione di un pregiudizio ideologico che muove gli oppositori della storicità di Cristo: egli non DEVE essere quel che disse di essere. Perciò, prove ed argomenti di fatto poco importano a loro.

Questo è molto importante da capire per chi si interessa del Gesù storico: le prove storiche sono molto importanti ma non costituiscono il motivo per chi decide di credere o non credere in Lui. La fede nasce soltanto come dono in coloro che hanno fatto un misterioso incontro personale con Gesù, ed avevano il cuore e la libertà aperti per riconoscerLo. Non c’è altro modo di “originare” la fede se non facendone un’esperienza diretta. E’ la presenza viva di Gesù, qui e ora, che attrae e innamora, le “prove storiche” dei Vangeli possono solamente essere una conferma di quel che si crede. Non il motivo.

 


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7/7/2018 4:43 PM
 
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Storicamente attendibile
Nel suo libro A Lawyer Examines the Bible, l’avvocato Irwin H. Linton osserva a riguardo di Luca 3:1, 2:

Qui l’evangelista menziona sette autorità pubbliche per stabilire quando Gesù Cristo iniziò il suo ministero. Notate i particolari menzionati da Luca: “Nel quindicesimo anno del regno di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, ed Erode era governante del distretto della Galilea, ma Filippo suo fratello era governante del distretto del paese dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania era governante del distretto dell’Abilene, ai giorni del capo sacerdote Anna e di Caiafa, la dichiarazione di Dio fu rivolta a Giovanni figlio di Zaccaria nel deserto”.
[Edited by Credente 7/7/2018 4:45 PM]
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10/26/2018 10:07 PM
 
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«Gesù è risorto? Di certo c’è stato un evento straordinario», lo ammette uno storico laico



Giorgio Jossa e il libro “Voi chi dite che io sia”. Il professore di Storia del Cristianesimo all’Università di Napoli affronta gli eventi successivi alla morte di Gesù e la resurrezione. Un approccio laico ma coerente con i dati storici.


 


Di Giorgio Jossa, professore di Storia del Cristianesimo e Storia della Chiesa Antica presso l’Università degli Studi di Napoli, abbiamo letto ed apprezzato il libro intitolato Il cristianesimo ha tradito Gesù? (Carocci 2008). Impostazione dichiaratamente laica, quella di Jossa, la quale lo porta comunque a smentire categoricamente che gli apostoli e i discepoli, a partire da San Paolo, si siano allontanati dal messaggio originario del Cristo.


In questi giorni è uscito un secondo libro di Jossa, il titolo è Voi chi dite che io sia? (Paiedia-Claudiana 2018). In attesa di offrire una recensione approfondita, critica o positiva che sia, ci accontentiamo per ora di quella apparsa oggi sull’inserto culturale di Repubblica.


Al di là del controverso e discusso dato sui fratelli e le sorelle di Gesù, l’approccio dello storico italiano si conferma davvero interessante. Tratta dei dati storici sull’infanzia di Gesù, delle testimonianze extrabibliche, della non totale dipendenza dei vangeli sinottici tra loro (Marco, Matteo e Luca) grazie a fonti comuni e specifiche (quindi almeno 3 testimonianze storiche indipendenti su Gesù) e dell’antichissimo racconto della Passione: «E’ una parte molto diversa dal resto del Vangelo, per stile, lingua e contenuto teologico», spiega Jossa. «Vi si riconosce chiaramente una fonte più antica, che potrebbe risalire ad un periodo molto vicino alla morte di Gesù». Argomenti, da noi trattati più volte, che annullano la convinzione di alcuni che i Vangeli sarebbero scritti a troppa distanza dai fatti narrati.


Fin qui tutto nella norma, i dati riportati da Jossa sono condivisi da gran parte degli studiosi moderni della Third Quest, la ricerca contemporanea del Gesù storico ben distante dal romanticismo letterario di Rudolf Bultmann e dalla sua critica delle forme. L’idea forte dello storico italiano è che vi sia stato un mutamento, un’evoluzione di pensiero in Gesù, il quale soltanto verso la fine del suo ministero proclamò l’avvento di un Regno celeste mentre all’inizio annunciava una trasformazione radicale solamente terrena. Ci sarebbe «una resistenza teologica ad ammettere che Gesù abbia potuto cambiare opinione», in realtà non è del tutto vero e bastano gli studi di alcuni biblisti statunitensi cattolici per veder condivisa questa impressione, ovvero che Gesù di Nazareth fosse un mistero anche a lui stesso e solo nella relazione con il Padre abbia visto svelarsi progressivamente il suo compito (emblematici i momenti prima della cattura da parte dei soldati, quando prega Dio di allontanare da lui quel doloroso epilogo, salvo poi comprendere il disegno una volta appeso alla croce). Occorrono approfondimenti sul tema e sul pensiero di Jossa, che rimandiamo dopo la lettura del suo volume.


C’è però un colpo di scena, un’affermazione sorprendente dello storico laico che l’autrice della recensione, Giulia Villalonga, ha tenuto per il finale dell’articolo. Il tema è quello del periodo immediatamente successivo alla morte del Cristo, quando i discepoli scappano delusi ed impauriti, fingono di non aver mai conosciuto quell’Uomo (rinnegamento di Pietro) ed il popolo si era già pronunciato scegliendo Barabba. Eppure, pochissimo tempo dopo, gli stessi uomini sono pronti al martirio pur di testimoniare quel che hanno visto con i loro occhi: Gesù risorto dalla morte. E sono tanto convincenti da diffondere il cristianesimo per tutto l’impero romano. Un dato eccezionale, non spiegabile in termini di coerenza storica. «E’ successo qualcosa dopo la sua morte», appunta infatti il laico Jossa. «Per il credente, Gesù è resuscitato. Lo storico non può affermarlo. Può dire: i discepoli hanno avuto un’esperienza straordinaria; si è verificato un evento che ha ridato senso alla loro missione».


Così, anche attraverso un approccio puramente laico, lo storico onesto non può negare che qualcosa di eccezionale, di straordinario dev’essere accaduto. La storia, come la scienza, non può certificare o sostenere il miracolo della Resurrezione, però solamente dando credito ai discepoli si riesce a dar pienamente ragione dei fatti accaduti. E’ l’ipotesi più attendibile: un’esperienza straordinaria, in termini laici e un miracolo, in termini religiosi.


Come abbiamo già mostrato, Jossa non è l’unico storico non credente ad essere giunto a questa convinzione. Prima di lui, la liberal Paula F. Fredriksen, dell’Università ebraica di Gerusalemme: «Conosco le loro parole, quello che hanno visto era il Gesù innalzato. Questo è quello che dicono e tutte le prove storiche che abbiamo attestano la loro convinzione su quello che hanno visto. Non sto dicendo che davvero hanno visto Gesù risorto. Non ero lì. Non so cosa abbiano visto. Ma so, come storica, che devono aver visto qualcosa» (P.F. Frederickson, Jesus of Nazareth: King of the Jews, Vintage 2000). Così, allo stesso modo, anche l’ateo Gerd Lüdemann: «Può essere considerato storicamente certo che Pietro e i discepoli abbiano avuto esperienze dopo la morte di Gesù, in cui Gesù apparve loro come Cristo risorto» (G. Lüdemann, What Really Happened to Jesus?, Westminster John Knox Press 1995, p. 80).



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2/5/2019 12:00 AM
 
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La Prima Lettera ai Corinzi,
fondamentale nel dibattito sul Gesù storico

gesù storico paolo di tarsoNella Prima Lettera ai Corinzi un resoconto risalente a due o tre anni dopo la morte di Gesù, attestato dai principali studiosi contemporanei. Ancora prima dei Vangeli, era di pubblico dominio il cuore dell’annuncio cristiano: la morte, la resurrezione e le apparizioni di Gesù di Nazareth.

 

Quando si tratta del Gesù storico, uno dei passaggi neotestamentari più importanti è certamente 1 Corinzi 15, 3-7. Ovvero, la Prima lettera ai Corinzi scritta da Paolo di Tarso, datata dalla comunità scientifica nel 50-55 d.C., circa vent’anni dopo la crocifissione del Cristo.

In particolare, a focalizzare l’attenzione è il versetto in cui l’apostolo delle genti confessa: «Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto» (1Cor 15,3-7).

Per quale motivo queste parole di San Paolo sono così determinanti? Perché tutti i più importanti studiosi del Nuovo Testamento, credenti o non credenti, concordano sul fatto che l’apostolo sta qui trasmettendo una tradizione risalente a pochissimi anni dopo la morte di Gesù. Oltre al fatto che è ammesso dallo stesso Paolo e che utilizza paredoka e parelabon, termini greci equivalenti alla consegna e alla ricezione della tradizione rabbinica (1 Cor 11,23), l’apostolo impiega parole chiaramente non paoline, tra cui: “apparizione”, “per i nostri peccati”, “secondo le Scritture”, “i Dodici” ecc. Sono frasi che Paolo non ripeterà più nelle sue lunghe lettere alle prime comunità cristiane.

Il filosofo William Lane Craig ha giustamente osservato che l’unico momento in cui egli può aver appreso questo racconto è «la visita che lui stesso menziona» alla comunità cristiana di Gerusalemme (guidata da Pietro e Giacomo), «avvenuta tre anni dopo la sua conversione sulla via di Damasco». Secondo lo studioso agnostico Bart. D. Ehrman«Paolo deve aver incontrato Cefa e Giacomo tre anni dopo la sua conversione, ricevendo le tradizioni che riportò nelle sue lettere, verso la metà degli anni Trenta, diciamo nel 35 o nel 36. Le tradizioni che ereditò erano, ovviamente, più vecchie e risalivano probabilmente a un paio d’anni circa dopo la morte di Gesù. Ciò dimostra in modo lampante quanto fosse di pubblico dominio, immediatamente dopo la data tradizionale del suo decesso o quasi, che Gesù fosse vissuto e morto» (Did Jesus Exist? HarperCollins Publishers 2012, p. 132).

 

I principali studiosi (anche atei): “1Cor 15,3-7 risale a due anni dopo la morte di Gesù”.

L’eminente storico del cristianesimo primitivo, Gary Habermas, ha raccolto in un articolo peer-review del 2006 le conclusioni dei principali studiosi (anche critici, agnostici o non credenti) sulla Prima lettera ai Corinzi. «Gli studiosi contemporanei», ha scritto Habermas, «concordano che l’apostolo Paolo è il principale testimone delle prime esperienze di resurrezione. Un ex avversario, Paolo, afferma che Gesù risorto gli apparve personalmente. Il consenso accademico è piuttosto attestato e poche altre conclusioni sono più ampiamente riconosciute del fatto che in 1 Corinzi 15, 3-7 Paolo registra una tradizione orale antica. Questo resoconto pre-paolino riassume il contenuto centrale dei Vangeli, cioè che Cristo morì per il peccato degli uomini, fu sepolto, resuscitò dalla morte e poi apparve a molti testimoni, sia individui che gruppi» (G. Habermas, Experiences of the Risen Jesus: The Foundational Historical Issue in the Early Proclamation of the Resurrection, Dialog: A Journal of Theology, Vol. 45; No. 3 (Fall, 2006), pp. 288-297).

Hebermas cita alcuni esempi. Come il filosofo ateo Michael Martin, sostenitore della teoria del mito di Cristo, il quale scrisse: «Tuttavia, abbiamo un solo testimone oculare contemporaneo di un’apparizione post-mortem di Gesù, cioè Paolo» (M. Martin, The Case Against Christianity, Temple University 1991, p. 81). Ulrich Wilckens, professore emerito di Nuovo Testamento afferma che «indubbiamente risale alla fase in assoluto più antica nella storia del cristianesimo primitivo» (U. Wilckens, Biblical Testimony to the Resurrection: An Historical Examination and Explanation, St. Andrew 1977, p. 2). Lo stesso sostengono il celebre studioso Joachim Jeremias, il filosofo Thomas Sheehan e Walter Kasper, cardinale cattolico e rinomato studioso del cristianesimo primitivo, il quale sostiene che 1Cor 15,2-7 fosse già «in uso alla fine del 30 d.C.» (W. Kaspar, Jesus the Christ, Mahweh: Paulist 1976, p. 125). Anche lo scettico tedesco Gerd Lüdemann ritiene che «la formazione delle tradizioni menzionate in 1Cor 15, 3-8 cade nel tempo tra il 30 e il 33 d.C.» (G. Ludemann, The Resurrection of Jesus, Fortress 1994, p. 38). Allo stesso modo, l’umanista britannico Michael Goulder pensa che il brano «risale a ciò che Paolo ha ricevuto quando è stato convertito, un paio d’anni dopo la crocifissione» (M. Goulder, The Baseless Fabric of a Vision, Oneworld 1996, p.48). «Nel complesso, la mia recente panoramica delle fonti menzionate», conclude Habermas, «indica che coloro che forniscono una data generalmente optano per la ricezione di questo resoconto da parte di Paolo relativamente presto dopo la morte di Gesù, nella prima metà degli anni ’30».

 

La Prima Lettera ai Corinzi anticipa il contenuto dei Vangeli.

Paolo di Tarso fu così attento nell’assicurare il contenuto del suo messaggio, che fece un secondo viaggio a Gerusalemme (Gal 2, 1-10) specificamente per essere assolutamente sicuro di non essersi sbagliato (2,2). La prima volta incontrò, come già detto, Pietro e Giacomo (Gal 1, 18-20), la seconda volta anche l’apostolo Giovanni (2,9). Paolo stava chiaramente facendo una ricerca, cercando i principali testimoni oculari. Come ha notato Martin Hengel«evidentemente la tradizione di 1Cor 15, 3-7 è stata sottoposta a molte verifiche» da parte di Paolo (M. Hengel, The Atonement: The Origins of the Doctrine in the New Testament, Fortress 1981, p. 38).

Così, la Prima lettera ai Corinzi riporta una descrizione nell’imminenza dei fatti, risalente a due o tre anni dopo il loro avvenimento. L’agnostico B.D. Ehrman usa questo resoconto paolino come prova oculare dell’esistenza di Gesù, ma sorvola sul fatto che 1Cor 15,3-7  conferma anche che già due o tre anni dopo la morte di Gesù fossero di pubblico dominio la Sua resurrezione e le apparizioni post-mortem, anche a «cinquecento fratelli in una sola volta». Non c’era dunque il tempo per sviluppare leggende, bugie fantasiose o teologie in quanto tutti i testimoni oculari erano vivi, sia gli amici che i nemici del cristianesimo nascente. Poco importa che il primo Vangelo sia distante qualche decennio dai fatti raccontati, un resoconto risalente a pochissimi anni dopo Gesù già contiene il cuore dell’annuncio cristiano.


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3/5/2019 6:18 PM
 
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Datazione dei Vangeli,
quali ragioni per retrodatare la loro nascita?

retrodatare i vangeli, quando sono stati scrittiQuando sono stati scritti i Vangeli? Esiste una datazione tradizionale, ma anche motivazioni per retrodatare i Vangeli, così come sostenuto da molti studiosi. Ecco alcune tra le principali argomentazioni a favore di una datazione anticipata..

 

La maggioranza degli studiosi sembra aver trovato un accordo secondo cui l’evangelista Marco sia stato il primo a mettere per iscritto il racconto della vita di Gesù di Nazareth, componendo il suo testo attorno al 70 d.C. Luca e Matteo, invece, avrebbero completato il loro vangelo tra il 70 e l’85 d.C., mentre l’evangelista Giovanni, il più tardivo, avrebbe scritto -secondo gran parte degli specialisti- tra il 90 e il 95 d.C.

E’ una datazione piuttosto condivisa nel mondo accademico e non crea alcun problema per chi argomenta a favore la storicità dei Vangeli partendo dalla vicinanza ai fatti descritti, infatti nella peggiore delle ipotesi la prima fonte completa sulla vita di Gesù Cristo è stata terminata 40 anni dopola sua morte. Un caso piuttosto eccezionale per personaggi così antichi se consideriamo che gran parte delle informazioni su Alessandro Magno, ad esempio, provengono da un’unica fonte (Plutarco), composta 260 anni dopo la sua morte. La prima menzione di Erodoto, invece, arriva dopo 100 anni dalla morte (Aristotele), lo stesso per quanto riguarda il grande imperatore Cesare Augusto (107 anni, da parte di Svetonio).

 

Vi sono tuttavia almeno 5 importanti argomenti che potrebbero sfidare la datazione classica dei quattro vangeli.

1) DISACCORDO TRA STUDIOSI. La datazione “classica” è condivisa da molti, ma non da tutti. Numerosi storici e specialisti di primo piano non sono affatto d’accordo e ritengono che i testi (o almeno alcuni) fossero già redatti prima del ’70 d.C. Tra essi: J.A.T. Robinson, Martin Hengel, Heidelberg Klaus Berger, Gunther Zuntz, Alexander Mittelstaedt, I. Howard Marshall ecc. Le ragioni sono numerose e tuttora dibattute nella comunità scientifica: la questione non è dunque definitivamente risolta e bisognerebbe utilizzare maggior prudenza prima di dare per accertata la datazione tradizionale.

2) DISTRUZIONE DI GERUSALEMMEUno degli argomenti principalmente utilizzati a supporto della “datazione tardiva” (70-95 d.C.) è controverso. Si sostiene infatti che il Vangelo di Marco sia una delle fonti di Matteo e Luca (seppur tutti concordano sull’indipendenza generale di ogni evangelista dall’altro), ne consegue che se Marco è scritto intorno al 70 d.C, allora gli altri Vangeli devono essere stati scritti più tardi. Nel discorso pronunciato sul monte degli Ulivi (Mc 13), Gesù descrive la distruzione di Gerusalemme da parte dei suoi nemici, per questo si sostiene che la narrazione dell’evangelista Marco risalirebbe al tempo di questo evento, accaduto nel 70 d.C. Eppure, diversi studiosi hanno fatto notare che i tratti distintivi dell’assedio romano alla città di Gerusalemme -ben descritti da Giuseppe Flavio-, sono assenti nel discorso di Gesù, le cui predizioni sembrano invece ricordare la distruzione della città da parte dei babilonesi (586 a.C.), così come descritta nell’Antico Testamento. Ciò non dovrebbe stupire, molte volte Gesù si inspirò agli scritti della Bibbia e come profeta avrebbe naturalmente potuto attingere all’Antico Testamento per la sua profezia circa le sorti di Gerusalemme. Così, risulta compromesso uno degli argomenti centrali a sostegno della datazione tradizionale.

3) FONTI PRE-SINOTTICHE. Il terzo argomento che proponiamo non sfida la “datazione tardiva”, ma in qualche modo la rende superflua ed è sostenuta anche dagli studiosi più restii ad anticipare la datazione dei vangeli. Infatti, è noto che gli evangelisti hanno utilizzato fonti orali e scritte a loro precedenti, risalenti a pochissimi anni dopo la crocifissione di Gesù ed addirittura, «alcuni discepoli di Gesù possono aver cominciato a raccogliere e sistemare detti di Gesù anche prima della sua morte» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, Volume 1, Queriniana 2006, p. 156). Tali fonti pre-evangeliche (o pre-sinottiche), ha spiegato lo studioso agnostico B.D. Ehrman, «iniziarono come minimo al principio degli anni Trenta, un anno o due dopo la presunta morte di Gesù, ma è quasi certo che cominciarono a diffondersi anche prima» (B.D. Ehrman, Did Jesus Exist?, HarperCollins Publishers 2012, p. 210). Quasi certamente, infatti, la fonte usata da Matteo è stata redatta quando Gesù ancora in vita, in quanto non c’è alcun accenno alla passione di Cristo. La prova regina di tutto ciò è l’indiscutibile substrato semitico dei Vangeli (aramaico, probabilmente, anche se Jean Carmignac ritenne fosse ebraico): esso dimostra che le fonti pre-sinottiche vennero scritte in lingua semitica, prima che il cristianesimo primitivo si espandesse nelle regioni mediterranee in cui si parlava greco. Lo stesso dicasi per il testo di Giovanni (considerato il più tardivo): il biblista J.P. Meier ha sottolineato: «Giovanni mostra familiarità con la topografia di Gerusalemme prima del 70 d.C. e- dato ancor più importante- dà per scontata tale situazione topografica» (J.P. Meier, Un ebreo marginale, Volume 2, Queriniana 2003, p. 837). Per esempio, il quarto evangelista invita a visitare la piscina di Siloe, distrutta però nel 70 d.C., e non cita la distruzione del Tempio e di Gerusalemme avvenuta anch’essa, come già detto, nel 70 d.C.

4) LETTERE DI PAOLO E ATTI DEGLI APOSTOLI. Il quarto punto prende in esame gli altri testi del Nuovo Testamento, in particolare le lettere di Paolo e gli Atti degli Apostoli. Questi ultimi vengono datati attorno agli anni 80 d.C., scritti dallo stesso autore che già ha redatto il Vangelo di Luca (il quale viene esplicitamente citato). Si riferiscono alle missioni di Pietro e Paolo ma incredibilmente si interrompono bruscamente prima del processo a Paolo, non parlano della persecuzione di Nerone, dell’assedio di Gerusalemme, né del martirio di Giacomo e Pietro (64-66 d.C.). L’omissione di tali fatti ha portato molti studiosi a retrodatare il testo al 60 o 63 d.C., con conseguente retrodatazione del Vangelo di Luca (e, dunque, di Marco che precede Luca): tra essi lo storico razionalista tedesco Adolf von Harnack, convintosi proprio da questa interruzione del racconto alla prigionia di Paolo (A. Harnack, Die Apostelgeschichte, Hinrichs 1908, p. 72). Per quanto riguarda le lettere paoline, la prima risale al 49 d.C. (circa 20 anni dopo la morte di Gesù) e l’ultima al 65 d.C.: già contengono tutti i dati principali della vita di Gesù, confermando anticipatamente i contenuti dei Vangeli: ciò, ancora una volta, rende in qualche modo “superflua” la datazione ufficiale dei testi evangelici.

5) QUMRAN E 7Q5L’ultimo argomento di cui vogliamo parlare è il più controverso e riguarda la “scandalosa” interpretazione del 7q5, uno dei manoscritti rinvenuti a Qumran ed identificato nel 1972 dal papirologo José O’ Callaghan come frammento del Vangelo di Marco: ciò retrodaterebbe –per diversi motivi– la redazione di questo vangelo al 50 d.C. Nonostante una vasta schiera di specialisti a sostegno di O’ Callaghan, è ancora oggi un argomento  tabù, piuttosto ignorato o liquidato frettolosamente come falso da chi si occupa ai massimi livelli di cristianesimo delle origini.

 

Abbiamo visto alcune ragioni a sostegno della retrodatazione dei Vangeli, altre invece si limitano a considerare l’esistenza di fonti precedenti che ne confermano comunque i contenuti. Ne abbiamo accennate solo alcune, sintetizzandole per poterle esporre in un breve articolo divulgativo. In ogni caso, lo ripetiamo, non c’è alcuna obiezione ad accettare la “datazione tradizionale” (dal 70 al 95 d.C.), anche perché risulta essere sufficientemente in grado di avvalorare dal punto di vista storicistico le testimonianze sulla vita di Gesù Cristo.

Il celebre biblista americano J.P. Meier ha sintetizzato bene tutto ciò:

«Dai 20 ai 30 anni dalla morte di Gesù, noi abbiamo le lettere di Paolo, che riferiscono» diversi dati sulla vita, morte e resurrezione di Gesù,«e un gran numero di dati sugli sforzi missionari compiuti dai suoi discepoli nei decenni successivi e sulla fede in lui da essi propagata. Una quarantina d’anni dopo la morte di Gesù c’è un vangelo completo su di lui (Marco) e probabilmente una raccolta piuttosto ampia dei suoi detti (fonte Q) e circolano inoltre tradizioni orali che si stanno sviluppando e che troveranno una loro sistemazione nei vangeli secondo Matteo, Luca e Giovanni, nella generazione successiva o nelle due generazioni successive. Così, nel giro di poco più di una generazione dopo la morte di Gesù, tutti i dati e gli insegnamenti più importanti della sua vita erano fissati per iscritto e verso la fine della seconda o terza generazione cristiana quasi tutto quello che sappiamo su Gesù era stato steso in documenti scritti»(J.P. Meier, Un ebreo marginale, Volume 2, Queriniana 2003, p. 677).

La redazione


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11/16/2019 11:01 PM
 
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[Edited by Credente 8/20/2020 12:25 PM]
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8/20/2020 2:16 PM
 
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Il silenzio delle fonti storiche non cristiane


Tratto da: Theissen-Mertz, Il Gesù storico. Un manuale, Queriniana, Brescia 1999, pg. 123-124


Obiezione: Le fonti non cristiane tacciono in ampia misura su Gesù. Anche là dove potremmo aspettarci informazioni su d lui, di fatto non ne troviamo


     Filone di Alessandria (+ 42/50 d.C.), contemporaneo di Gesù, parla di Pilato: «A questo riguardo si potrebbe parlare della sua corruttibiità, della sua violenza, dei suoi furti, maltrattamenti, offese, delle esecuzioni capitali da lui decise senza processo, nonché della sua ferocia incessante e insopportabile» (LegGai 302). Su Gesù, non una parola.


      Giusto di Tiberiade, contemporaneo di Flavio Giuseppe, scrisse una Cronaca dei re giudei e una Storia della guerra giudaica. Secondo la notizia fornitaci da Fozio di Costantinopoli (820-886 d.C. circa), che conosceva l'opera oggi andata perduta, nemmeno questo autore menzionava Gesù (Photius cod.13).


 


CONTROARGOMENTI: Le fonti antiche tacciono su molti personaggi sulla cui storicità non si nutrono dubbi


Giovanni il Battista è menzionato da Flavio Giuseppe (Ant. 18,116-119) e dai testi mandei, ma non da Filone, da Paolo e dagli scritti rabbinici.


Paolo di Tarso è attestato da lettere autentiche, ma di lui non fanno menzione né Flavio Giuseppe, né altri autori non cristiani.


Il Maestro di Giustizia è noto soltanto dagli scritti di Qumran, mentre negli antichi resoconti tramandatici sugli Esseni mancano notizie su di lui (Flavio Giuseppe, Filone, Plinio il Vecchio).


Rabbi Hillel, il fondatore della famosa tradizione scolastica degli Hilleliti, non è mai menzionato da Flavio Giuseppe, benchè questi si dica seguace del fariseismo.


Bar Kochba, il capo messianico della rivolta giudaica contro i Romani negli anni 132-135 d.C., nel racconto di Dione Cassio su questa stessa rivolta è passato del tutto sotto silenzio.


 


       Le menzioni di Gesù presso gli storici antichi dissipano ogni dubbio sulla sua storicità.


       Le informazioni su Gesù in scrittori ebrei e pagani (vedi indice fonti non cristiane) - in particolare quelle che troviamo in Flavio Giuseppe, nella lettera di Sarapion e in Tacito - , mostrano che nell'antichità la storicità di Gesù era data per scontata, e a ragione, come si evince da due osservazioni sulel fonti menzionate:


> le informazioni su Gesù sono tra loro indipendenti. Tre scrittori appartenenti ad ambienti diversi elaborano, indipendentemente, l'uno dall'altro, notizie su Gesù: un ebreo aristocratico che è storico di professione, un filosofo siriano, un uomo di Stato e storiografo romano;


> tutti e tre sono al corrente dell'esecuzione di Gesù, ma in maniera diversa: Tacito dichiara responsabile di essa Ponzio Pilato, Mara bar Sarapion il popolo giudaico. il Testimonium Flavianum (verosimilmente) l'aristocrazia giudaica in collaborazione con il governatore romano. L'esecuzione era scandalosa per qualsivoglia forma di venerazione di Gesù. In quanto skàndalon (cfr. 1 Cor 1,18ss), non poteva certo essere inventata.


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8/20/2020 2:25 PM
 
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CRITERI LETTERARI DI STORICITA' DEI VANGELI


fonte- gesustorico.it


L’attività critica nei confronti dei vangeli si è sviluppata nel corso dei secoli a partire dall’epoca moderna fino ai nostri giorni. Essa ha conosciuto 3 fasi: la prima ricerca è risalente al tentativo della scuola liberale della Leben Jesu Forschung di ricostruire una biografia di Gesù basandosi sulle fonti di Marco e Quelle (la cosiddetta fonte Q).


La nuova ricerca è stata invece iniziata da Kaseman che, in reazione al suo maestro R. Bultmann, sostenne la validità storica dei vangeli e la necessità di fondare la fede cristiana su tale base storica.


La cosiddetta terza ricerca è scaturita da un cambiamento del livello su cui si ponevano le due ricerche precedenti. Si passa infatti dallo studio delle forme letterarie e di redazione, allo studio sull’autenticità storica dei vangeli mettendo a punto, a tal proposito, dei criteri di verificabilità storica degli scritti evangelici.


Certo, come in tutte le ricerche su un argomento, nel nostro caso i vangeli nella loro attendibilità storica, bisogna ammettere che c’è sempre una posizione e un punto di vista di partenza soggettivo che riguarda colui che compie la ricerca: lo storico. Infatti, se non si è il più possibile oggettivi e “neutri” nell’operare, si rischia di trarre dalla propria ricerca dei risultati che nel nostro caso specifico ci danno un’immagine di Gesù ora politica, ora idealista, ora troppo a carattere sociale, etc.


Analizziamo, dunque, i criteri di attendibilità storica messi a punto dalla “terza ricerca” su Gesù di Nazareth.


1) Criterio di discontinuità.


Un importante  e valida prova della storicità dei vangeli e dell’esistenza di Gesù è data dalla discontinuità che egli ha dimostrato nei confronti dell’ambiente giudaico nel quale ha vissuto. La sua posizione, ad esempio, nei confronti del legalismo giudaico per l’osservanza della legge; la nuova immagine che dà di Dio chiamandolo Abbà (Padre); la sua predilezione per i deboli e i poveri considerati, nella mentalità comune del tempo, maledetti ed abbandonati da Dio; etc. sono tutti elementi che contrastano con la mentalità del suo ambiente così rigorosamente posto sotto degli schemi e delle prescrizioni inattaccabili e considerate sacre. E se dunque Gesù è stato portatore e fondatore di un nuovo modo di vivere la fede ed ha operato con tale autorità nel dare la Nuova Legge, possiamo a ragione credere che questi sono elementi molto sicuri della sua effettiva esistenza storica.


2) Criterio di conformità


Un altro criterio che attesta la storicità di Gesù è quello che ci offre l’immagine di Gesù  come un uomo che ha parlato il linguaggio del suo tempo, che appare inserito nel suo ambiente, che è innanzitutto un giudeo, che mostra dei tratti storici che lo contraddistinguono e che sono riconducibili alla sua epoca.


Questo criterio, che ci da la validità storica di Gesù poiché egli ci appare una persona che ha vissuto nel suo tempo, è da usare accanto al primo criterio, quello di discontinuità, per controbilanciare quest’ultimo nel momento in cui ci da un Gesù troppo estraneo e quasi fuori dal suo tempo, inserendolo giustamente nel contesto storico cui Gesù è appartenuto, senza comunque sottovalutare la notevole novità è superiorità di Gesù rispetto al suo tempo.


3) Criterio dell’imbarazzo


Tale criterio riguarda la Chiesa primitiva e soprattutto gli apostoli e i discepoli che per primi hanno annunciato la sua resurrezione. Infatti, avrebbe creato senz’altro un grande imbarazzo alla Chiesa farsi portavoce soltanto di un mito come quello della resurrezione e dell’esistenza straordinaria di Gesù, se questi fatti non fossero veramente accaduti. Perché un gruppo di persone avrebbe inventato una storia così fantastica e scandalosa per quei tempi tanto da rischiare la persecuzione e la morte come è effettivamente stato? Le conseguenze drammatiche a cui portò l’annuncio di Gesù morto e risorto da parte della Chiesa erano ben accette dai primi cristiani poiché essi stessi erano stati in realtà testimoni di un fatto inaudito e sconvolgete come quello dell’evento di Gesù, per cui andava la pena senz’altro di incorrere nel pericolo della persecuzione e del martirio.


4) Criterio dell’attestazione multipla


Questo criterio tiene conto dei vangeli considerandoli contemporaneamente. È vero un fatto quando è riportato da più fonti, nel nostro caso i Vangeli. Fatti uguali sono riscontrabili nei vangeli ma nonostante tali  fatti sono narrati con diversità dall’uno all’altro vangelo, la presenza contemporanea e tale diversità insieme sono evidente prova di autenticità storica del fatto. Le differenze che possiamo notare nella narrazione di un fatto attestato nei vari vangeli è da ricollegare alla personalità del redattore, alle su caratteristiche redazionali e letterarie, alla sua cultura, nonché alla sua intenzione teologica.


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5/13/2021 9:07 AM
 
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6/3/2021 4:45 PM
 
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LA STORICITA' DI GESU'



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6/3/2021 4:47 PM
 
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6/3/2021 4:48 PM
 
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