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QUANTO E' PROBABILE CHE ESISTA UN CREATORE ?

Last Update: 9/12/2019 11:49 AM
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2/15/2010 9:16 AM
 
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Moltissimi nel corso dei secoli hanno affrontato la questione dell'ESISTENZA DI DIO.

Vi sono stati pensatori, filosofi, scienziati, teologi, artisti e persone di ogni ceto che da sempre si sono posti questa domanda: esiste Dio? e come si può provarlo in modo logico ed evidente per tutti?

Abbiamo già riportato in altro thread, le PROVE ONTOLOGICHE dell'esistenza di Dio; però non tutti purtroppo riescono a cogliere nel ragionamento filosofico, la certezza di un Essere creatore, origine di tutte le cose.

Vi sono altri riscontri su cui fermare la nostra attenzione.

Uno di questi riscontri,  è l'analisi STATISTICO-MATEMATICA. 
Anche in questo caso, così come anche per la dimostrazione dell'autenticità della Sindone e per la corrispondenza delle profezie messianiche e il loro adempimento in Gesù di Nazareth, questa analisi ci consente di ottenere un dato molto significativo.

Esaminiamo attentamente l'osservazione, fatta da vari ricercatori e uomini di scienza, da cui trarremo le debite conclusioni.
[Edited by Credente. 5/2/2012 10:36 PM]
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2/15/2010 10:32 AM
 
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  IL CALCOLO STATISTICO MATEMATICO DELLA FORMAZIONE DI UNA SINGOLA CELLULA MOSTRA CHE VI E' UNA PROBABILITA' INFINITESIMALE CHE ESSA SI FORMI CASUALMENTE;
La struttura complessa di una cellula era sconosciuta ai tempi di Darwin, si riteneva, quindi, abbastanza convincente attribuire la vita a "coincidenze e condizioni naturali".
   La tecnologia del XX secolo ha investigato fin nei più reconditi recessi della vita, rivelando che la cellula è il più complesso sistema che l'umanità abbia mai incontrato
   Oggi sappiamo che la cellula contiene centrali di forza che generano l'energia di cui ha bisogno, fabbriche che producono gli enzimi essenziali alla vita, una banca dati con tutte le informazioni necessarie ai suoi processi, sistemi complessi di trasporto e condutture per trasferire da un posto ad un altro materia prima e trattata, laboratori avanzati e raffinerie per disgregare il materiale grezzo nelle parti utilizzabili, proteine della membrana cellulare specializzate nel controllo dell'accesso e dell'uscita di sostanze. Tutto questo costituisce soltanto una minima parte dell'incredibile complessità del sistema.

 

LA COMPLESSITA' DELLA CELLULA

La cellula è il sistema più complesso e accurato che l'uomo abbia mai conosciuto. Il professore di biologia Michael Denton, nel suo libro Evolution: A Theory in Crisis (Evoluzione: una teoria in crisi), spiega tale complessità con un esempio:

"Per cogliere la realtà della vita come è stata rivelata dalla biologia molecolare, dobbiamo ingrandire una cellula fino a raggiungere un diametro di venti chilometri, così da somigliare ad un'aeronave gigante grande abbastanza da coprire una città delle dimensioni di Londra o New York. Ciò che vedremmo sarebbe un oggetto di impareggiabile complessità. Sulla superficie della cellula sarebbero visibili migliaia di fori, simili a oblò di una nave immensa, aprentisi alternativamente per permettere il continuo flusso e riflusso di materiali. Se entrassimo in uno di questi fori, ci troveremmo in un mondo di suprema tecnologia e stupefacente complessità... [una complessità] superiore alle nostre capacità creative, una realtà che rappresenta l'antitesi del caso, che supera in ogni senso qualsiasi cosa prodotta dall'intelligenza dell'uomo...".

Lo scienziato evoluzionista W. H. Thorpe riconosce che "il più elementare tipo di cellula costituisce un 'meccanismo' incredibilmente più complesso di qualsiasi macchina che sia stata fino ad ora pensata, per non dire costruita, dall'uomo."1


Una cellula è talmente complessa che neppure il più alto livello di tecnologia raggiunto dall'uomo è in grado di riprodurla. Nessun tentativo di creare una cellula artificiale ha mai ottenuto successo. Simili esperimenti, di conseguenza, sono stati abbandonati.

La teoria evoluzionista sostiene che tale sistema, che il genere umano, con tutta l'intelligenza, la conoscenza e la tecnologia a sua disposizione non ha potuto ricreare, pervenne all'esistenza "per caso", nelle primordiali condizioni terrestri. Per fare un altro esempio, la probabilità che una cellula si formi casualmente è pari a quella di stampare un libro a seguito di un'esplosione in una tipografia.

Il matematico e astronomo inglese sir Fred Hoyle ha fatto un confronto simile in un'intervista rilasciata alla rivista Nature pubblicata il 12 novembre 1981. Per quanto evoluzionista, Hoyle disse che la possibilità di manifestazione di forme di vita superiore per questa via è paragonabile a quella di un tornado che, spazzando un deposito di rottami, possa assemblare un Boeing 747 col materiale presente.
2 Ciò dimostra l'impossibilità che una cellula pervenga all'esistenza accidentalmente. Deve essere inevitabilmente "creata".

Una delle ragioni principali per cui la teoria evoluzionista non può spiegare l'apparizione della cellula è la sua "irriducibile complessità". Una cellula vivente si mantiene grazie all'armoniosa cooperazione di molti organi. Qualora uno di questi cessasse di funzionare, la cellula morirebbe. Essa non ha la possibilità di aspettare che meccanismi inconsci quali la selezione naturale e la mutazione le permettano di svilupparsi. La prima cellula apparsa sulla terra fu, quindi, necessariamente completa e in possesso di tutti gli organi e delle funzioni richieste, dimostrando definitivamente di essere stata creata.

Le proteine sfidano il caso


   Il fallimento della teoria evoluzionista si rivela non soltanto in riferimento alla cellula, ma anche ai suoi elementi costitutivi, qualora tenti di offrire una spiegazione plausibile. La formazione, in condizioni naturali, di soltanto una singola proteina tra le migliaia di molecole complesse che costituiscono la cellula, è impossibile.

   Le proteine sono molecole giganti che consistono di unità più piccole dette "amminoacidi", i quali vengono disposti secondo una sequenza particolare in certe quantità e strutture. Queste molecole costituiscono i blocchi da costruzione delle cellule viventi. La più semplice è composta di cinquanta amminoacidi, mentre in altre se ne possono contare migliaia.

Il punto cruciale è che l'assenza, l'aggiunta o la sostituzione di un singolo amminoacido nella struttura di una proteina può trasformarla in un inutile ammasso molecolare. Ogni amminoacido deve trovarsi al posto giusto e nell'ordine corretto. La teoria evolutiva, che sostiene la casuale manifestazione della vita, dispera di fronte a questo ordine troppo meraviglioso per poter essere spiegato con la coincidenza. (La teoria non è inoltre in grado di giustificare la presunta "formazione casuale" degli amminoacidi, di cui discuteremo oltre.)

Il fatto che la struttura funzionale delle proteine non possa assolutamente essersi presentata per caso può facilmente essere osservato per mezzo del semplice calcolo delle probabilità, comprensibile a tutti:

Una proteina di media dimensione è composta di 288 amminoacidi, dei quali esistono dodici tipi differenti. Questi possono essere disposti in 10300 modi diversi. (Questo numero astronomicamente IMMENSO, consiste di un 1 seguito da ben 300 zeri.) Di tutte queste possibili sequenze, UNA SOLTANTO,  forma la desiderata molecola proteica. Il resto di esse sono catene di amminoacidi che possono risultare o del tutto inutili, o potenzialmente dannose per gli esseri viventi.

La probabilità della formazione casuale di una sola molecola proteica è pari a "1 su 10300". La probabilità che questo "1" accada, è praticamente impossibile.
(In matematica, le probabilità inferiori a 1 su 1050 sono considerate "probabilità zero").

Per di più una molecola proteica di 288 amminoacidi è piuttosto modesta se paragonata ad alcune molecole proteiche giganti composte di migliaia di amminoacidi. Qualora si applichi il calcolo delle probabilità a queste proteine giganti, diventa ancora "più impossibile" che esse si formino casualmente.

Avanzando di un passo nella direzione dello schema dello sviluppo della vita, osserviamo che una sola proteina non significa nulla per se stessa. Uno dei più piccoli batteri mai scoperti, il Mycoplasma Hominis H39, contiene addirittura 600 tipi di proteine. In questo caso dovremmo ripetere gli stessi calcoli delle probabilità prima applicati ad una sola proteina per ognuno di questi 600 tipi differenti. Il risultato rende assurdo anche il concetto stesso di impossibilità.

Alcuni lettori che considerino la teoria dell'evoluzione una spiegazione scientifica, potrebbero sospettare che questi numeri siano esagerati e che non riflettano i fatti: invece questi sono dati definiti e concreti. Nessun evoluzionista potrebbe muovere alcuna obiezione a questi numeri, i quali confermano la probabilità che la formazione accidentale di una singola proteina "sia pari alla possibilità che una scimmia scriva la storia dell'umanità su una macchina da scrivere senza commettere alcun errore".3 Nondimeno, piuttosto di accettare l'altra spiegazione, che è la creazione, essi continuano a difendere quanto è manifestamente impossibile.

Le proteine sono gli elementi più vitali per gli esseri viventi. Esse non soltanto si combinano per costituire le cellule viventi, ma hanno anche una parte di primo piano nella chimica del corpo. La loro azione si estende dalla sintesi proteica alla comunicazione ormonale.


Molti di coloro che ad esempio propugnano la teoria dell'evoluzione lo hanno confessato. Ad esempio, Harold F. Blum, un noto scienziato evoluzionista, il quale afferma che "la formazione spontanea di un polipeptide delle dimensioni della più piccola proteina nota è al di là di ogni probabilità."
4

Coloro che negano un Creatore, si ingegnano per mostrare che la formazione molecolare sia avvenuta nel corso di un periodo molto lungo di tempo che ha reso possibile l'impossibile. Nondimeno, indifferentemente dalla durata, gli amminoacidi non possono formare delle proteine in modo accidentale. William Stokes, un geologo americano, nel suo libro Essential of Earth History scrive che tale possibilità è così remota "che essa (la proteina) non sarebbe potuta apparire neppure nel corso di miliardi di anni su miliardi di pianeti, ognuno dei quali ricoperto da un manto di soluzione di acqua concentrata dei necessari amminoacidi."5

Cosa significa tutto questo? Perry Reeves, professore di chimica, risponde a questa doİnvia:

Quando si esamina il vasto numero di strutture possibili che potrebbero risultare da una semplice combinazione casuale di amminoacidi in un primordiale stagno in evaporazione, è stupefacente credere che la vita possa avere avuto origine in questo modo. È più plausibile che un Gran Costruttore con un progetto maestro sia necessario a una tale impresa.6

Se la formazione accidentale di anche una sola di queste proteine è impossibile, è miliardi di volte ancora più impossibile che circa un milione di queste proteine si riuniscano in modo corretto casualmente e costituiscano una cellula umana. Ciò che è più importante, una cellula non è mai composta di un mero ammasso di proteine. Oltre a queste, una cellula include anche gli acidi nucleici, i carboidrati, i lipidi, le vitamine e molte altre sostanze chimiche quali gli elettroliti, ordinate in proporzioni specifiche, in armonia e ordine, sia in termini di struttura che di funzione. Ognuna di queste funge da blocco abitativo o co-molecola in vari organuli. Robert Shapiro, professore di chimica preso l'Università di New York e esperto di DNA, ha calcolato la probabilità di formazione accidentale dei 2000 tipi di proteine trovati in un singolo batterio (Vi sono 20000 differenti tipi di proteine in una cellula umana). Il numero che si ottenne fu 1 su 1040000,97.7 (Questo è un numero incredibile, che si ottiene aggiungendo 40000 zeri all'1.) Un professore di matematica applicata e astronomia presso la University College (Cardiff, Galles), Chandra Wickramasinghe, commenta:

La probabilità di una formazione spontanea della vita dalla materia inanimata è pari a 1 seguito da 40000 zeri... È abbastanza grande da seppellire Darwin e l'intera teoria dell'evoluzione. Non vi è stato alcun brodo ancestrale, né su questo pianeta né su qualsiasi altro, e se gli inizi della vita non furono accidentali, allora devono essere stati prodotti da un'intelligenza risoluta.8

Sir Fred Hoyle scrive a proposito di questi numeri non plausibili:

In verità, tale teoria (che la vita sia stata creata da un'intelligenza) è così ovvia che ci si stupisce che non sia ampiamente accettata come evidente. Le ragioni sono psicologiche piuttosto che scientifiche.9

La ragione per cui Hoyle ha usato il termine "psicologico" è l'auto-condizionamento  dei NON CREDENTI a non accettare il fatto che la vita possa essere stata CREATA. Queste persone hanno deciso di rifiutare l'esistenza di DIO,  come loro obiettivo principale. probabilmente per questo motivo, o per non doversi assumere nessun onere derivante dall'ammissione dell'esitenza di Dio, perseverano a difendere gli irragionevoli scenari che essi stessi riconoscono come impossibili.



1. W. R. Bird, The Origin of Species Revisited., Nashville: Thomas Nelson Co., 1991, pp. 298-99.
2. "Hoyle on Evolution", Nature, Vol 294, November 12, 1981, p. 105.
3. Ali Demirsoy, Kalıtım ve Evrim (Inheritance and Evolution), Ankara: Meteksan Publishing Co., 1984, p. 64.
4. W. R. Bird, The Origin of Species Revisited. Nashville: Thomas Nelson Co., 1991, p. 304.
5. Ibid, p. 305.
6. J. D. Thomas, Evolution and Faith. Abilene, TX, ACU Press, 1988. p. 81-82.
7. Robert Shapiro, Origins: A Sceptics Guide to the Creation of Life on Earth, New York, Summit Books, 1986. p.127.
8. Fred Hoyle, Chandra Wickramasinghe, Evolution from Space, New York, Simon & Schuster, 1984, p. 148.
9. Ibid, p. 130.

[Edited by Credente. 2/17/2010 8:25 PM]
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2/17/2010 8:51 PM
 
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Quanto detto sopra era limitata alla singola cellula, ma occorre tener presente che ogni cellula ha un certo ruolo finalizzato al funzionamento di ciascun organo di cui fa parte ed ogni organo ha un ruolo che è funzionale, complementare ed adatto per la formazione globale di un intero essere vivente. Ad esempio nell'uomo, le cellule del fegato, funzionali per svolgere determinati compiti, necessari alla vita umana, sono diverse da quelle del cuore o degli occhi. Stupefacente è anche il fatto che l'organo della vista, atta a captare la luce è simile in quasi tutti gli esseri viventi. Non solo, ma ancor più sorprendente ogni maschio è complementare alla femmina per una interazione di completamento reciproco che possa riprodurre finalisticamente un nuovo essere. Tanti animali che sono fatti a coppie!
E senza entrare nel dettaglio di come in natura ogni cosa sia funzionale alle altre cose. Se tutte le cose risultano finalizzate e complementari fra loro e che al contempo hanno una loro bellezza, una loro essenzialita', una loro armonicità, dovrebbe essere consequenziale dedurre che vi sia una Potente Intelligenza creatrice. 
Non possiamo parlare di probabilità che all'origine di tutto questo, vi sia il caso. Si tratta solo di non voler chiudere gli occhi. 

 

Ro 1,20 Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità;

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2/18/2010 10:57 PM
 
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Nella espressione di s.Paolo ai Romani 1,20 sopra riportata, troviamo che anche la Scrittura, indica nella osservazione delle opere del creato, la deduzione logica della esistenza del Creatore.
Questa evidenza si chiama PROVA TELEOLOGICA.
Esprimendo i concetti in altra forma, si possono così sintetizzare:

LA PROVA TELEOLOGICA
LA TESI. Nell’universo vigono leggi “naturali” e “perfette” e le probabilità che possa sorgere spontaneamente la vita sono infinitesimali.
Non solo, le costanti fisiche sono così strettamente relazionate tra loro che anche piccoli cambiamenti produrrebbero un universo completamente differente. Pensiamo poi alla complessità e alla perfezione nei dettagli di un occhio umano, composto di una quantità stratosferica di atomi che cooperano per il suo funzionamento. Ogni cosa e ogni essere sembra avere un fine ben specifico, e l’essere umano è una creatura dotata di un dono meraviglioso: l’intelligenza.
È impossibile che un universo così ordinato e complesso sia sorto per caso. Dietro questa perfezione deve per forza esserci un progettista perfetto che ha concepito ogni cosa, così come dietro ogni orologio c’è un orologiaio. Come si può negare che dietro la bellezza del creato non vi sia un creatore, che dietro la regolarità delle leggi fisiche non vi sia un supremo legislatore?
Anche la prova teleologica trova in Aristotele e Tommaso d’Aquino i suoi più noti sostenitori. Più recentemente, in reazione all’evoluzionismo, la tesi è nota sotto il nome di “disegno intelligente”.

I non credenti, tuttavia obiettano:
Se è vero che le probabilità della vita sono infinitamente basse, è anche vero che questo argomento dimostra che l’eventuale creatore non sarebbe perfetto (perché creare un universo infinito e confinare la vita su un piccolo pianeta sperduto?). Il fatto che le probabilità siano basse non significa poi che non esistano: sarebbe come voler dire che, visto che un solo biglietto su una decina di milioni vince la lotteria nazionale, la lotteria stessa è stata concepita per far vincere lui.
Né si può dire che l’universo sia perfetto, in quanto gran parte di esso è invivibile, e il nostro mondo è pieno di difetti: ammesso che abbia avuto un progettista, ben difficilmente lo si potrebbe definire “perfetto”, e da questo punto di vista l’evoluzionismo offre una spiegazione migliore. Lo stesso occhio umano non è perfetto (esistono gli oculisti, e nessun essere umano ha la vista di un falco).
Le costanti fisiche sono del resto straordinariamente lontane dai numeri perfetti: se si ritiene che l’universo sia un “perfetto matematico”, la circostanza che le sue connotazioni fondamentali siano così palesemente imperfette contraddice tale assunto.
L’universo non è un orologio, perché la vita è qualcosa di diverso da un artefatto: quando vediamo uno scoiattolo non pensiamo che esista un costruttore di scoiattoli, ma pensiamo che sia stato concepito da una coppia di scoiattoli. Inoltre, come già notò David Hume, noi possiamo concepire l’orologiaio perché abbiamo esperienza sia degli orologiai che degli orologi, e del rapporto che esiste tra loro: ma noi non abbiamo alcuna esperienza né di Dio, né dell’universo nel suo complesso (così come non l’avremmo dell’orologio se non ne avessimo mai visto uno). Alla stessa stregua, dato che i comportamenti degli esseri umani ci sono più familiari dei comportamenti dei marziani, ci è più semplice spiegare un furto come opera di esseri umani, piuttosto che come opera di marziani.
Quanto al fine a cui tenderebbero le “creature”, esso è spesso una proiezione dei desideri dei credenti, che vorrebbero in tal modo veder confermate le proprie asserzioni: Voltaire parodiò questa impostazione, sostenendo che la forma del naso è dovuta alla necessità di adattarlo agli occhiali. Allo stesso modo, i corpi umani sono usati come cibo da batteri e virus, ma nessun credente sosterrebbe che è questo lo scopo dei corpi umani.
Kant sostenne che questa prova può al massimo dimostrare l’esistenza di un Dio ordinatore, e non di un Dio creatore (la cui esistenza non è a sua volta dimostrabile).
Rimane infine il solito problema: chi avrebbe progettato un progettista così perfetto (o la sua mente)?
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2/18/2010 11:19 PM
 
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    Per poter fare un raffronto tra le posizioni dei credenti e quelle dei non credenti riguardo alle prove dell'esistenza di Dio, abbiamo riportato in sintesi qui sopra la loro argomentazione ed obiezione riguardo alla esistenza di Dio. 
 
Cercheremo mano mano di offrire degli argomenti per dare una risposta a queste obiezioni, che comunque certamente non dimostrano la inesistenza di Dio, ma servono solo a far sembrare inconsistente l'argomentazione sulla Sua esistenza.
 
 Prima di tutto essi AMMETTONO che le probabilità che la vita sorga dal caso sono INFINITAMENTE BASSE.
Sottolineiamo quell'INFINITAMENTE; cioè vale a dire che riconoscono la pratica impossibilità che si sia prodotta la vita. 
 
   Tuttavia obiettano che ci potrebbe anche essere stata questa probabilità, considerando gli innumerevoli tentativi di assemblaggio della materia in uno spazio e un tempo molto grandi. 
   Ma anche ammesso per assurdo, che ci possa essere stata questa probabilità, essa non spiega la finalizzazione e la complementarità di ciascun componente della singola cellula vivente e poi di ciascuna cellula nel formare gli organi di appartenenza che a loro volta avrebbero dovuto formare degli esseri anch'essi complementari ad altri. Una tale complessità di fattori, rende assurdo che si possa essere prodotta una simile quantità di cellule diversificate in modo da poter assemblare in modo armonico le varie parti della natura che per funzionare ha avuto bisogno  della completezza delle parti più piccole e di  quelle più grandi. 
Se una sola cellula presenta probabilità infinitesimale che si sia auto prodotta, quanto più lo presenta una quantità enorme di cellule di altro tipo destinate a formare un mondo organico, armonioso ed organizzato per lo svolgimento di tante disparate funzioni integrantesi a vicenda.
 
Continua...
[Edited by Credente. 5/2/2012 10:44 PM]
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2/19/2010 11:52 AM
 
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È necessario affermare la mancanza di scientificità della pretesa che i materiali inorganici possano congiungersi per formare la vita, in quanto nessun esperimento o osservazione ne ha mai confermato la veridicità. La vita si genera solo dalla vita, questo finora la scienza ha dovuto ammettere. Ogni cellula vivente è formata dalla riproduzione di un'altra cellula. Nessuno al mondo è mai riuscito a creare una cellula vivente mettendo insieme dei materiali inorganici, neppure nei più avanzati laboratori.

Nonostante la teoria della formazione casuale affermi che la cellula di un essere vivente si sia prodotta fortuitamente durante le primitive condizioni della terra, essa, in realtà, non può essere prodotta neppure con il concorso di tutto il potere dell'intelletto umano, della sua conoscenza e della sua tecnologia.

Più di 30 anni di sperimentazioni sull'origine della vita nei campi della chimica e dell'evoluzione molecolare hanno consentito solo una miglior percezione dell'immensità di tale problema senza pervenire tuttavia ad una soluzione. Tutte le attuali discussioni sulle principali teorie e gli esperimenti pervengono a un punto morto o a un'ammissione di ignoranza

Una delle ragioni principali per cui la teoria del CASO non può spiegare l'apparizione della cellula è la sua "irriducibile complessità". Una cellula vivente si mantiene grazie all'armoniosa cooperazione di molti organi. Qualora uno di questi cessasse di funzionare, la cellula morirebbe.

Essa non ha la possibilità di ASPETTARE che meccanismi inconsci quali la selezione naturale e la mutazione, supposte da taluni, le permettano di svilupparsi. La prima cellula apparsa sulla terra fu, quindi, necessariamente completa e in possesso di tutti gli organi e delle funzioni richieste, dimostrando di essere stata CREATA.

Ci si chiede se ci fu un evento fortuito oppure una Intelligenza che produsse almeno questo inizio della vita.

William Stokes, nel suo libro Essential of Earth History scrive che tale possibilità è così remota "che la proteina non sarebbe potuta apparire neppure nel corso di miliardi di anni su miliardi di pianeti, ognuno dei quali ricoperto da un manto di soluzione di acqua concentrata dei necessari amminoacidi."

Antony Flew, irriducibile non credente, ad un certo punto delle sue ricerche è stato persuaso dall'infinitamente piccolo ed ha ammesso che La struttura del Dna, è talmente complessa da risultare impensabile essere stata prodotta dal caso al di fuori di quel «Disegno Intelligente» che presuppone appunto l'esistenza di un Creatore.

La questione posta è da ritenersi certamente analizzata dagli scienziati e qualcuno ha avuto il coraggio di sconfessare le proprie convinzioni di non credente anche a costo di perdere la reputazione.

[Edited by Credente. 5/2/2012 10:48 PM]
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2/20/2010 10:08 AM
 
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I non credenti obiettano che il creato presenta tanti difetti: se per l'occhio esistono gli oculisti o per il corpo esistono tanti altri specialisti che lo curino vorrebbe dire che questo deporrebbe a favore di una evoluzione e non per un creatore perfetto. 

Noi credenti riteniamo che il Creatore può aver scelto di strutturare tutto in modo già completo dall'inizio oppure di dare alle cose l'impulso per svilupparsi nel tempo, in modo che tutto risultasse MOLTO BUONO e completo. Uno degli elementi di questa perfezione era anche la libertà dell'uomo. Proprio le libere scelte umane, espressione di quella perfezione della sua natura, lo hanno portato a sconvolgere l'ordine e l'armonia del creato e ad introdurre il male nel mondo con tutte le deturpazioni che a tutt'oggi si possono riscontrare. Il male che si riscontra non è perciò, secondo i credenti, da attribuire a Dio o al caso, ma all'opera umana che anzichè custodire ha distrutto la bellezza esistente.


I non credenti obiettano:
"perché creare un universo infinito e confinare la vita su un piccolo pianeta sperduto?"
 
Come credenti si potrebbe rispondere:
1) Se l'universo è infinito è evidente che noi, fatti anche di materia, saremmo sempre relativamente piccoli, per quanto grandi potessimo essere. Occorre fare sempre un raffronto relativo ad altre cose create; siamo piccoli rispetto al tutto, ma siamo grandi rispetto alle formiche e ancor più rispetto ai microbi. Le proporzioni che abbiamo non tolgono e non aggiungono niente al nostro valore.
2) Non si può affermare che il nostro pianeta sia "sperduto". In qualsiasi punto dell'universo un pianeta si trovi resta sempre un luogo ben determinato.
3) Non è detto che la vita si trovi solo sul nostro pianeta terra. Vi potrebbero essere dei pianeti con condizioni simili al nostro, oppure vi potrebbe essere vita diversa dalla nostra non necessariamente supportata da corpi fisici come li abbiamo noi. Noi credenti, infatti crediamo che esistano tante altre forme di vita intelligente come ad esempio gli angeli.

L'obiezione, mossa dai non credenti, non incrina  l'idea che vi sia un Essere che abbia voluto creare un determinato pianeta come il nostro, nella posizione in cui si trova, con le proporzioni che possiede, e con la vita così come si manifesta ai nostri occhi.



[Edited by Credente. 5/2/2012 10:57 PM]
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3/30/2010 11:49 AM
 
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La legge delle probabilità enunciata da Borei asserisce che quello che capita per puro caso, non capita se la probabilità è estremamente scarsa. Egli dice: « Possiamo calcolare che 10 50 è il livello di probabilità minimale. Quando la probabilità è inferiore, l'opposto può essere anticipato con certezza, nonostante il numero di occasioni che si presentano nell'intero universo ».

È stato stimato che il numero totale di molecole di proteine mai esistite sulla terra non avrebbe superato il 10 52. Se la loro grandezza media fosse uguale a quello della proteina media nell'essere vivente più semplice, esisterebbe soltanto una possibilità su 10 71 che una sola molecola di proteine, avente tutti gli aminoacidi del tipo a sinistra, si sarebbe formata per caso. Ammettendo che la più semplice sostanza capace di vivere richiederebbe soltanto 239 proteine (che è probabilmente troppo poco) la probabilità di trovare questo numero di proteine con aminoacidi del tipo a sinistra tutti nello stesso posto allo stesso tempo è una su 10 293345.

Per aiutarci a capire la grandezza dei numeri di cui abbiamo parlato, Coppedge ci da l'illustrazione di un'ameba che si muove così lentamente da spostarsi soltanto di 2,5 cn.. all'anno. A questa velocità, le ci vorrebbero 10 28 anni per attraversare l'universo. Perché essa non perda il suo tempo, noi le diamo un lavoro da fare: deve portare con sé un atomo, e poi tornare per prenderne un altro. A questa velocità, potrebbe portare tutti gli atomi nell'universo, attraverso l'intera sua lunghezza, in 10 107 anni. Wald ci scrive in un modo tipico degli evoluzionisti di come la vita iniziò. Egli dice: « Malgrado quanto possa sembrare impossibile l'origine della vita, o qualsiasi passo necessario per essa, dato sufficiente tempo, quasi certamente capiterà...

« Il tempo è infatti l'eroe della storia. Il tempo a disposizione è due miliardi (2 x 10 9) di anni. Quello che a noi sembra impossibile non significa più niente. Data una tale quantità di tempo, l'impossibile diventa possibile, il possibile probabile, e il probabile quasi certo. Dobbiamo soltanto aspettale. Il tempo stesso fa miracoli »8.

Il breve accenno che abbiamo appena fatto della probabilità statistica di uno solo dei molti passi necessari all'origine della vita dimostra chiaramente quanto è ingenua questa posizione.

Se fosse poi capitato l'impossibile e le proteine neces-sarie per produrre la vita si fossero formate spontaneamente, allo stesso modo non avrebbero dato alcun risultato. Torniamo al nostro ipotetico aereo e immaginiamo che tutti i pezzi si siano formati e poi ammucchiati spontaneamente. Avremmo per questo un aereo? No, di certo? Qualcuno potrebbe obiettare: « Ma se li buttassimo tutti in un grande recipiente e li rigirassimo per un certo tempo, potrebbe capitare qualche cosa! ». Anche qui la ragione ci dice che, così facendo, si finirebbe soltanto col consumare i pezzi. Occorre invece un'intelligenza che li sappia mettere ognuno al proprio posto!

Per l'apparecchio, comunque, il problema sarebbe fantasticamente semplificato, perché è tanto facile da costruirsi che persino la tecnica di 50 anni fa ci è riuscita. La cellula invece è talmente complicata, che, anche se costruissimo il più grande laboratorio del mondo e lo facessimo dirigere dai migliori scienziati, non saremmo ancora capaci di fare quello che l'evoluzione richiede dalla cellula.

Adesso che abbiamo posto le fondamenta, possiamo considerare i problemi più seri circa l'evoluzione della vita. Se il primo aereoplano si fosse formato per caso e fosse stato in grado di funzionare, sarebbe durato soltanto per un certo periodo, poi si sarebbe consumato ed eventualmente decomposto. Per la cellula, generatasi spontaneamente, si sarebbe posto lo stesso problema, e di nuovo il mondo si sarebbe trovato senza vita. Quello formatosi per caso allora, non sarebbe dovuto essere un semplice aereoplano, ma un apparecchio che contenesse dentro di sé una piccola fabbrica capace di costruirne altri identici!

Anche se questo fosse accaduto, le difficoltà dell'evoluzionista non sarebbero ancora superate. La cellula capace di riprodursi, indubbiamente si consumerebbe e morirebbe insieme alle cellule da essa prodotte.

La prima cellula allora non dovrebbe essere stata capace di produrre soltanto nuove cellule per permettere la continuazione della vita, ma avrebbe dovuto anche saper passare alle sue progenie le istruzioni necessarie per poter continuare il processo di riproduzione.

[Edited by Credente. 5/2/2012 10:58 PM]
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3/30/2010 12:01 PM
 
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Supponendo che sia avvenuto un miracolo, permettendo così la realizzazione del desiderio emesso dall'evoluzionista, di modo che fosse disponibile una quantità sufficiente di ciascun elemento e che le sostanze si formavano e non si scomponevano ma gradualmente si arrivasse a fare degli oceani quel « brodo organico » di cui parlano gli evoluzionisti, vi sarebbe stata una concentrazione dei particolari materiali necessari alla vita? Diamo uno sguardo alle possibilità statistiche di mettere nell'ordine giusto le molte combinazioni dei pochi aminoacidi necessari per ottenere una particolare proteina:
 

L'ordine degli aminoacidi in una proteina contenente solo dodici specie diverse di aminoacidi, d'un peso molecolare 34.000 (all'in-circa trecentoquaranta aminoacidi, quindi una proteina relativamente semplice) potrebbe esser disposta in 10300 maniere diverse! In altre parole, agli inizi della terra avrebbero potuto sorgere 10300 molecole proteiniche composte dei dodici stessi aminoacidi e del peso molecolare 34.000. Se avessimo soltanto una di ciascuna di queste molecole, il peso totale sarebbe di gr. 10280, ma il peso della terra è di soli gr. 1027! Se l'intero universo traboccasse di proteine, non si riuscirebbe a trovare neppure una di ciascuna di queste molecole! 12 .


Perciò possiamo dire con certezza che il caso non avrebbe mai prodotto una concentrazione delle specifiche proteine necessarie per la vita.

Se in questa situazione impossibile, per un caso la giusta combinazione di composti organici vaganti nel mare venivano a incontrarsi per un momento, occorreva qualcosa per tenerli legati, altrimenti il mare che li aveva uniti li avrebbe separati di nuovo. Perciò ad un certo punto occorreva che si formasse qualcosa capace di rimanere insieme.

Sfortunatamente i complessi coacervi e le altre cose considerate come aventi qualità simili a quelle delle cellule e che forse avrebbero potuto evolversi trasformandosi in cellule, sono privi di una reale membrana, ed in tal modo si decompongono facilmente. Invece di evolversi nel corso degli anni, essi si dissolverebbero ed il loro contenuto si perderebbe di nuovo nel mare.

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3/30/2010 1:12 PM
 
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Abbiamo citato alcuni dei problemi che la statistica pone a chi sostiene che la formazione anche della più semplice delle creature viventi, sia dovuta al CASO.
Pur essendo quelli citati sufficienti a mostrare che la fede nell'evoluzione è fede non in un fatto scientifico, ma in una impossibilità matematica, esistono anche molte complicazioni dei problemi statistici che. per essere onesti, occorrerebbe anche affrontare prima di accettare la teoria del CASO progettista.

Dal punto di vista statistico il problema si complica grandemente quando si pensa ai parassiti che non possono vivere in più di uno o di alcuni ospiti precisi, oppure al caso di piante che vengono impollinate da una sola specie di insetti. Se attraverso mutamenti a casaccio la pianta cambiasse al punto di dover dipendere dall'insetto per riprodursi prima che l'insetto sia pervenuto alla capacità di fare, o di avere il desiderio di fare, quello che è necessario per impollinarla, la pianta dovrebbe morire.

Se ci rendiamo conto che stiamo aggiungendo quest'altro ai fantastici problemi d'ordine statistico già esistenti, sembrerebbe saggio ammettere che l'evoluzione non potrebbe essere il metodo attraverso il quale il mondo è arrivato ad avere la vita nella sua grande varietà visibile intorno a noi. Per quelli che non sono ancora convinti, esaminiamo la successiva complicazione statistica, quella che sorge in casi in cui sia la pianta che l'insetto che l'impollina dipendono l'uno dall'altro per vivere. Un esempio è dato dal fico e dalla vespa che l'impollina. Nessuno dei due potrebbe vivere senza l'altro. Se il loro stato di sviluppo attuale è conseguenza di milioni di anni di piccoli cambiamenti casuali, è difficile immaginarli, ambedue, arrivare al punto di essere capaci di mantenere ciascuno l'altro in vita esattamente lo stesso anno. Ciò diviene particolarmente ovvio se si considera il carattere fantasticamente complicato del rapporto riproduttivo di questi due organismi, troppo complicato perché lo si descriva qui. Si potrebbero moltiplicare gli esempi di questo genere, ma basterà semplicemente indicare qui le complicazioni del problema.
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12/10/2011 9:53 PM
 
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LA SORPRENDENTE COMPLESSITA' DELLA VITA
Tratto da: C'era una volta il Darwinismo
 



Il concetto iniziale più importante, che ha fatto sì che la realtà della Creazione sia ben conosciuta da ognuno, è la complessità della vita, che non poteva neanche essere immaginata ai tempi di Darwin. Nel suo libro del 1996, Darwin's Black Box [La scatola nera di Darwin], Michael Behe, professore di biochimica alla Lehigh University, scrive a proposito della scoperta della complessità delle cose viventi:

Sin dalla metà degli anni ’50 la biochimica ha spiegato, con estrema accuratezza, i procedimenti della vita a livello molecolare […] La scienza del XIX secolo non poteva neanche immaginare i meccanismi della vista, dell’immunità, o del movimento, ma la moderna biochimica ha identificato le molecole che permettono queste e altre funzioni. Una volta ci si aspettava che la base della vita fosse oltremisura semplice. Questa aspettativa si è incrinata. Si è constatato che la vista, il moto e le altre funzioni biologiche non sono meno sofisticate delle telecamere o delle automobili. La scienza ha fatto enormi progressi nella comprensione del funzionamento della chimica della vita, ma l’eleganza e la complessità dei sistemi biologici a livello molecolare hanno paralizzato il tentativo della scienza di spiegare le loro origini. […] Molti scienziati hanno temerariamente asserito che le spiegazioni erano già in loro possesso, o che prima o poi lo sarebbero state , tuttavia non si può trovare nessun argomento a favore di tale asserzione  nella letteratura scientifica autorevole. Ancora più importante è il fatto che vi sono ragioni inoppugnabili, basate sulla struttura dei sistemi stessi, per arrivare alla conclusione che una spiegazione darwiniana dei meccanismi della vita sarà sempre evasiva.13

Dunque cosa c’è di così complesso in una cellula? Behe risponde:

Poco dopo il 1950, la scienza progredì fino al punto che fu possibile determinare le forme e le proprietà di alcune molecole che costituiscono gli organismi viventi. Un po’ alla volta, e con estrema cura, furono rivelate le strutture di un numero sempre maggiore di molecole biologiche, e come queste funzionassero, desumendolo da un incalcolabile numero di esperimenti. I risultati complessivi hanno poi dimostrato, con assoluta chiarezza, che la vita è basata su delle macchine – macchine composte da molecole! Macchine molecolari che trasportano il carico da un posto all’altro nelle cellule, procedendo in “autostrade” fatte di altre molecole, mentre  altre ancora funzionano da cavi, funi e pulegge per mantenere la cellula nella giusta forma. Macchine che spengono e accendono gli interruttori cellulari, a volte uccidendo la cellula, e altre volte facendola crescere di dimensioni. Macchine funzionanti   a energia solare che catturano l’energia dei fotoni e la conservano sotto forma di sostanze chimiche. Macchine elettriche che permettono alla corrente di fluire attraverso i nervi. Macchine che fabbricano sia sé stesse che altre macchine molecolari. Le cellule nuotano usando le macchine, si copiano con il macchinario e con questo ingeriscono il cibo.  In breve, macchine molecolari altamente sofisticate controllano ogni processo cellulare. Perciò i dettagli della vita vengono finemente calibrati, e il macchinario della vita è enormemente complesso.14

Gerald Schroeder, fisico e biologo molecolare, mette in evidenza questa straordinaria complessità:

[…] In media, ogni cellula del vostro corpo, in questo preciso istante ed in ogni secondo, sta formando duemila proteine. Ogni secondo! In ogni cellula. Continuamente.  E lo fanno con una tale semplicità. Noi, di tutta questa attività, non ce ne accorgiamo neanche. Una proteina è una fila di diverse centinaia di aminoacidi, e un aminoacido è una molecola che ha circa venti atomi. Ognuna di tutte le cellule del vostro corpo sta selezionando, proprio adesso, circa cinquecentomila aminoacidi, costituite da circa dieci milioni di atomi, organizzandoli in stringhe preselezionate, unendoli insieme, controllando che ogni stringa sia ripiegata in forme specifiche, e infine inviando ogni proteina verso il luogo giusto, qualcuna all’interno della cellula, qualcuna fuori, luoghi che hanno segnalato  la necessità di queste proteine specifiche. Ogni secondo. Ogni cellula. Il tuo corpo, e anche il mio, è una meraviglia vivente.15

Come scrisse Paul Davies , affermare che questo sistema straordinariamente complesso  è un prodotto del caso o di leggi naturali è come asserire che una casa può essere costruita facendo saltare in aria i mattoni con della dinamite. Ed è per questa ragione che la complessità della vita disarma i darwinisti.  Secondo Behe  nessuna delle loro pubblicazioni scientifiche dà una spiegazione evoluzionista delle origini della vita:

Se si cerca nella letteratura scientifica sull’evoluzione, e  si concentra la propria ricerca sulla questione di come le macchine molecolari - la base della vita – si sono sviluppate, si troverà un innaturale e completo silenzio. La complessità della fondazione della vita ha paralizzato il tentativo della scienza di darne conto; le macchine molecolari si innalzano come una barriera finora impenetrabile e irraggiungibile per il darwinismo.16

In breve, le indagini sulle origini della vita sono state un importante sviluppo che ha contribuito al  crollo della teoria dell’evoluzione. Allora perché gli evoluzionisti ancora si aggrappano al darwinismo?

Harold Urey, uno degli autori dell’esperimento di Miller, ammette:

Tutti noi che studiamo l’origine della vita troviamo che più vi guardiamo dentro, più abbiamo l’impressione che la vita sia troppo complessa perché si sia evoluta da qualche parte. Tutti noi crediamo, come un atto di fede, nell’evoluzione della vita dalla materia inerte di questo pianeta. Ma è proprio il fatto che la sua complessità sia così grande, che ci rende difficile immaginare che  sia stata davvero così.

Urey dichiara che lui e molti dei suoi colleghi “credono” che l’origine della vita sia un evento del caso. Pertanto, in effetti, non fu la scienza la base di questo esperimento, ma la fede. E l’idea che niente esista oltre alla materia, che tutto debba essere spiegato in termini di effetti fisici, è filosofia materialista.

Il darwinismo è scientificamente crollato, solo una fede cieca nella sua filosofia lo mantiene ancora in vita, ma non potrà mai  farlo  rivivere in quanto teoria.

 

Tratto da: C’era una volta il darwinismo

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3/23/2012 10:42 PM
 
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Il biologo strutturale israeliano Ada Jonath ha condiviso il premio nobel per la chimica per il suo lavoro sulla struttura e funzione del ribosoma.In un suo recente articolo descrivendo la struttura e la funzione del ribosoma dice:'"le strutture tridimensionali del ribosoma battericoe, le loro subunità mostrano che in ciascuna delle subunità le proteine ribosomiali sono intrappolate all'interno del RNA ribosomiale con una conformazione complessa mantenendo cosi' una sorprendente architettura dinamica che è ingegnosamente progettata per la sua funzione: decodifica del messaggio genetico,formazione del legame peptidico tra gli aminoacidi,e attività di polimerasi efficiente". Cfr.Ada Yonath centri funzionali del ribosoma".

Quindi anche eminenti scienziati incominciano a riconoscere la progettualità della vita anche se lontani da concezioni vicino al creazionismo o ID.
Il darwinismo è sempre più in crisi ed è incapace di spiegare una macchina molecolare complessa come il ribosoma che deve essere sorto sin dai primordi della vita perche senza di esso non si possono codificare e costruire le proteine e quindi non può sorgere la vita come noi la conosciamo .Si pensi poi che la parte più attiva del ribosoma il RNA ribosomiale è costituito da due catene nucleotidiche formate da 4000 unità in tutto.Le sequenze nucleotidiche di queste molecole sono quasi completamente conservate in tutte le specie viventi dai batteri all'uomo, ciò dimostra la importanza per la sopravvivenza della corretta sequenza nucleotidica; se fosse il caso cieco a creare queste strutture esso avrebbe dovuto vagliare ,per tentativi ed errori un numero di sequenze possibili uguale a 4 con fattoriale 4000 , cioè 4 seguito da 4000 zeri.un numero straordiariamente grande, astronomico e avrebbe dovuto fare in fretta perchè senza il ribosoma niente vita!
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5/2/2012 11:00 PM
 
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ELOGIO AD ANTHONY FLEW

09/12/2009 ·

Seguire l’evidenza ovunque essa porti fu il principio socratico a cui Anthony Flew si è affidato per sviluppare i suoi famosi ragionamenti che sino al 2004 lo hanno portato  ad essere il maggior rappresentate della filosofia atea nel mondo. Dicevo sino al 2004 in quanto A. Flew, seguendo l’evidenza dei fatti, ha dovuto ricredersi e ha dovuto accettare ed ammettere l’evidenza: Dio esiste.

Il teorico dell’ateismo ha così affrontato uno di quei percorsi che  tutti gli uomini è sempre stato ostico, l’ammissione di un errore… e che errore. Per 50 anni Flew ha scritto, insegnato e dibattuto in tutto il mondo sul concetto che Dio era un’invenzione dell’uomo. Ma continuando nei suoi studi e nei suoi pensieri, ha seguito il suo pellegrinaggio della ragione passando dalla fede atea a quella in Dio.

Nel suo libro dal titolo Dio esiste, l’autore, nel capitolo “il nuovo ateismo” sistema per bene due dei maggiori atei al mondo: Dennett e Dawkins. Normalmente le persone estranee al dibattito sull’esistenza di Dio credono che la scienza abbia dimostrato la sua inesistenza; ciò è avvenuto a causa di tantissime menzogne che vengono propagandate dai mass media, menzogne secondo le quali  lo scienziato deve essere ateo, mentre  coloro che credono in Dio non possono essere scienziati. Nella storia dell’uomo e della scienza, al contrario, i credenti sono stati coloro che hanno dato forza a nuove scoperte e allo sviluppo della scienza moderna. Sono i maggiori scienziati della storia ad essere stati credenti. Proprio Flew è convinto che la scienza dimostri il contrario e cioè l’esistenza di Dio.

Nei maggiori libri atei di A. Flew l’autore sviluppò argomenti insoliti contro il teismo che fornirono una nuova mappa alla la filosofia delle religioni; per Flew era inutile una discussione sull’esistenza di Dio sino al momento in cui non fosse stabilita una coerenza del concetto di spirito onnipresente e onnisciente, e soprattutto che la prova toccava al teismo in quanto l’ateismo è una posizione implicita. Posizioni chiare che lo hanno reso famoso e filosofo di riferimento dell’ateismo mondiale.

Come dicevo precedentemente sono state le scoperte scientifiche a dimostrare che l’evidenza portava all’esistenza di Dio. Il premio Templeton Paul Davies sostiene che: “la scienza può andare avanti solo se lo scienziato adotta una visione del mondo essenzialmente teologica”. Inoltre Davies, che si può ritenere il più influente commentatore della scienza moderna, ha anche dichiarato che “gli atei dichiarano che le leggi (di natura) esistono irrazionalmente e che l’universo è definitivamente assurdo;  come scienziato, trovo che questo sia difficile da accettare, ci deve essere un terreno razionale immutabile nel quale la natura logica e ordinata dell’universo affonda le sue radici” [1]  per Flew  queste considerazioni, oggi, sono assolutamente da accettare e condividere.

Tra le varie motivazioni che hanno spinto a comprendere la necessità di un Dio è la scoperta del DNA e della sua incredibile complessità non spiegabile con la selezione naturale e ipotetiche mutazioni sviluppatrici di nuova informazione. Scrive Flew: “il messaggio genetico del DNA è replicato e poi copiato e trascritto dal DNA al RNA. Dopodiché viene comunicato agli amminoacidi e, infine, questi ultimi vengono assemblati in proteine. Le due strutture della gestione dell’informazione e dell’attività chimica della cellula, fondamentalmente diverse, sono coordinate dal codice genetico universale”.

Seguendo il ragionamento e l’evidenza di una complessità che non è possibile ridurre alla logica riduzionistica del neodarwinismo Paul Davies ha scritto “ la vita è qualcosa di più di mere reazioni chimiche complesse. La cellula è anche un sistema d’immagazzinamento, trattamento e replica dell’informazione. Abbiamo bisogno di spiegare l’origine di questa informazione e il modo in cui il macchinario del trattamento dell’informazione iniziò ad esistere”. Concetti che fanno comprendere quanto in realtà la teoria di Darwin non ha fornito risposte e Antony Flew lo ha compreso bene arrivando a confutare se stesso ed ad ammettere l’errore della sua vita, cioè l’avere creduto all’ateismo.

La capacità di Antony Flew ad ammettere l’errore dei suoi scritti è notevole se si considera che viviamo in una società in cui nessuno ammette di avere sbagliato anche sotto l’evidenza. L’evidenza ha dimostrato al più importante filosofo ateo del ‘900 che  si sbagliava e che guardando senza pregiudizi la realtà dei fatti si può vedere la mente di Dio.

 

[1] Paul Davies, Whot Happened Bifore the Big Bang? , in God for the 21-st- Century, a cura di Russel Standard, Philadelphia, templeton Foundation Press, 2000, p. 12.

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5/2/2012 11:32 PM
 
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L’insostenibile leggerezza del neodarwinismo

 
di Giorgio Masiero*,
*fisico e docente universitario

Michele Forastiere*,
*insegnante di matematica e fisica

  
 In un recente articolo abbia mostrato i limiti scientifici del neodarwinismo e persino la sua contraddizione con il naturalismo. In aggiunta ai commenti dei lettori apparsi sul sito, abbiamo ricevuto privatamente molte mail con richiesta di delucidazioni e quantificazioni, cui ci proponiamo di rispondere in questo articolo.

Ricordiamo che il neodarwinismo è riconducibile allo schema monodiano, che vede nel gioco esclusivo diCaso & Necessità, agenti a livello di DNA, le condizioni sufficienti all’insorgenza di organismi sempre più complessi, dalle forme prebiotiche fino all’uomo. Il neodarwinismo identifica il motore dell’evoluzione nella successione graduale di mutazioni genetiche provocate per caso, i cui effetti fenotipici sono poi selezionati col criterio della sopravvivenza del più adatto (necessità). In questa visione, la ricca evidenza paleontologica e genetica dell’evoluzione (la speciazione asincrona di organismi a contenuto informativo crescente insieme alla desunzione di appartenenza di specie simili ad antenati comuni) assegna un ruolo smisuratamente prevalente del caso. L’evoluzione è un fatto, ciò che appare insufficiente è che il caso (più la selezione naturale, che però al livello fisico di DNA assume il ruolo d’improbabile comparsa) sia l’unica risorsa per spiegare l’origine di specie nuove ad informazione genetica crescente e di tutte le forme biologiche esistenti, compreso l’uomo. In altri termini, il caso diventa in questo paradigma l’alibi all’assenza di spiegazioni scientifiche, assume il ruolo di onnipresente “god of the gaps” e rischia di bloccare così linee di ricerca alternative.

L’aberrazione appare particolarmente evidente con la speciazione umana, e in particolare in quello che abbiamo definito “effetto Ramanujan”: vale a dire, nella constatazione che l’abilità matematica umana, intesa come prestazione biologica del cervello di H. Sapiens Sapiens, si è costituita da subito in una capacità sovradimensionata rispetto alle esigenze di fitness selettiva. La soluzione proposta dal neodarwinismo di considerare la capacità astrattiva e matematica umana come un carattere gregario correlato ad un altro genuinamente adattativo (quale per es. il bipedismo) non può essere consideratauna spiegazione scientifica nemmeno in termini coerenti con il paradigma, finché non si indica la necessità, ovvero il meccanismo fisico responsabile della correlazione tra i due caratteri. Emerge l’assenza di un’appropriata legge fisica capace di spiegare come ciò potrebbe avvenire, superando la spinta contraria dell’entropia.

Qual è la probabilità che in una popolazione si fissi un carattere (allele) mutato, neutro rispetto alla selezione? La vita, anche al livello più elementare di un batterio, è informazione e in matematical’informazione non è il caso, ma per definizione il suo opposto. La quantità d’informazione  I  è collegata alla sua probabilità P dall’equazione di Shannon:

P = 2I,

da cui si evince che ad un’alta quantità di informazione corrisponde una bassa probabilità e viceversa. Così, se tirando una moneta a testa (T) o croce (C) comunico di aver fatto C, poiché la probabilità dell’evento C è 1:2 = 2-1, l’informazione che ho dato vale 1 bit, che è il quanto minimo d’informazione: c’erano 2 possibilità, T o C, ed ho comunicato quale si è attuata. Se invece comunico una successione esatta di 8 uscite di lancio (per es., TCCTCTTT), poiché la probabilità di questa stringa è 1:28 = 1:256 = 2-8, l’informazione che ora dò vale 1 byte ≡ 8 bit. Con 8 lanci ci sono 256 possibilità equiprobabili, ed ho comunicato quella di 256 che si è avverata: l’informazione è maggiore, vale 1 byte. Un 13 al totocalcio contiene un’informazione ancora maggiore, 21 bit, perché la sua probabilità è 1:313 ≈ 1:221 = 2-21.Maggiore è il numero delle forme diverse in cui un evento può potenzialmente manifestarsi, maggiore èla quantità d’informazione contenuta nella sua forma attualizzata.

Quanta informazione c’è nel genoma umano? Secondo J.C. Venter, esso contiene 3.200 Mbyte, di cui solo il 37,5% (1.200 Mbyte) è utile, perché codificante o comunque composto di geni e sequenze correlate. Quale sottostruttura della “quota utile” è dedicata alle funzioni astratte della mente? Lo “Chimpanzee Genome Project” ha tra i suoi scopi la comparazione tra i genomi degli umani e quelli delle scimmie, per comprendere che cosa distingue i primi. Non è ancora stata eseguita l’intera scansione del DNA dello scimpanzé, ma con riferimento ai campioni finora esaminati (33,3 megabasi del cromosoma 22), la distanza in termini d’istruzioni emersa tra uomo e scimmia è l’1,44%. Assumendo che tale percentuale sia omogeneamente distribuita in tutto il genoma e, soprattutto – secondo una delle assunzioni fondamentali del neodarwinismo – che tutte le differenze tra le specie siano riducibili al DNA, se ne deduce che la “caratteristica” genetica umana sta in 17 Mbyte.

Facciamo ora l’assunzione che la mutazione che porta all’effetto Ramanujan sia dovuta all’apparire casuale di una specifica proteina che regola la crescita e/o la connessione di particolari strutture neurali. Una proteina media ha la lunghezza di 300 amminoacidi ed ogni amminoacido è codificato da 3 basi: dunque, il nostro gene richiede una stringa di 900 bit (abbiamo prudentemente dimezzato i 1.800 bit canonici, tenuto conto che il codice genetico è degenerato, alcune mutazioni sono silenti e molte posizioni lungo la sequenza portano alla stessa struttura 3D). Questo equivale ad assegnare alle funzioni più astratte della mente un peso dello 0,005% sulla caratteristica genetica umana, che sarebbe giudicato forse troppo basso da Aristotele che ripartiva le funzioni vitali in 3 componenti: la vegetativa, la sensitiva e l’intellettiva. Se si deve “soltanto” al caso senza l’azione di una legge selettiva la formazione di questa sottostruttura del genoma, a priori il numero di stringhe è 2900 ≈ 10271, che ripartito in centinaia di migliaia di anni tra decine di migliaia di generazioni di una popolazione totale dell’ordine di alcuni miliardi d’individui (~ 1010) fornisce il valore P ~ 10-261 ≈ 0. Se invece assumiamo l’arco di tempo a partire dall’abiogenesi (~ 3,5 × 109 anni), con l’enzima apparso da subito e rimasto quiescente fino ad oggi in tutti gli organismi derivati dal primo, otteniamo un limite superiore  P < 10-221 ≈ 0, tenuto conto che gli atomi della Terra sono dell’ordine di 1050.

Un’altra stima, del tutto indipendente, si può ottenere supponendo che una prima forma del nostro enzima (lunga magari solo un centinaio di amminoacidi) sia apparsa per caso fin dalla nascita della vita – nel cosiddetto “brodo primordiale” – e sia stata poi in qualche modo codificata nel DNA, rimanendo sepolta in sezioni neutre del pool genico complessivo della biosfera fino alla comparsa del primo H. Sapiens Sapiens. Sotto questa ipotesi, possiamo avvalerci del metodo di calcolo delle probabilità messo a punto da E. Koonin e presentato qui qualche tempo fa. Questa volta, nelle ipotesi di Koonin (1021 pianeti adatti a ospitare la vita, un tasso di sintesi di 1 molecola/cm3×sec per un tempo di 10 miliardi di anni), la probabilità della comparsa spontanea di tale proteina da qualche parte nell’Universo, in tutto il tempotrascorso dal Big Bang, risulta dell’ordine di 10‑119. Per un’ulteriore comparazione, può essere utile il calcolo della probabilità di autocomposizione casuale di un organismo monocellulare, che il fisico inglese F. Hoyle eseguì negli anni ‘80, immaginando un modello di batterio astratto con un DNA semplificato, capace di programmare soltanto 400 proteine. Egli trovò P ≈ 10‑40.000, che è un valore compatibile con quello da noi calcolato per una sola proteina, anziché 400. Un valore analogo è stato ottenuto anche dal chimico e genetista americano R. Shapiro nel 1986 per un batterio di 2.000 proteine.

In conclusione, tutti i valori trovati risultano inferiori alla cosiddetta soglia di impossibilità assoluta di10-100, introdotta dal matematico francese G. Salet. Detto in altri termini, l’effetto Ramanujan, e più in generale la comparsa di una singola proteina, è da considerarsi un evento impossibile, se inquadrato esclusivamente nell’ambito del neodarwinismo. Fu lo stesso F.H. Compton Crick, scopritore insieme a J.D. Watson della struttura del DNA (che valse ai due biologi il premio Nobel 1962 per la medicina), ad ammettere: «Se una particolare sequenza di aminoacidi fu selezionata a caso, quanto raro potrebbe essere un tale evento? […] La gran parte delle sequenze [necessarie al DNA] non potrà mai essere sintetizzata del tutto, in nessun tempo». Queste parole sono la traduzione genetica del dilemma di Wallace, dell’effetto Ramanujan e più in generale dell’enigma dell’origine della vita. Allorché J. Monod, parlando dell’emergenza della vita, scrisse nel suo saggio “Caso e necessità” che «il nostro numero è uscito per caso alla roulette cosmica», si espresse con una metafora adatta forse ad un libro di divulgazione, ma non con la precisione che si richiederebbe ad un saggio scientifico. Per vincere la puntata massima alla roulette, infatti, le probabilità sono 1:37; perché si combini casualmente la più semplice cellula di sole 400 proteine, invece, esse sono 1:1040.000 ≈ 1:3725.507: Monod avrebbe dovuto dire per la precisione che, non tanto “noi” umani, ma già gli organismi unicellulari a capo della catena biologica hanno vinto la puntata massima alla roulette per almeno 25 mila volte di seguito!

S.J. Gould e R. Lewontin sono stati i pionieri nella denuncia del ruolo smisurato giocato dal caso nel neodarwinismo. Chi, come R. Dawkins, si era inizialmente rifugiato nel nebuloso concetto di “cernita cumulativa”, ora ha trovato nelle infinite possibilità di replica fornite dalla metafisica del multiverso, la sua consolazione. Schiere crescenti di scienziati, tuttavia, non si rassegnano a fondare la biologia su basi così anti-sperimentali, e addirittura anti-scientifiche (perché contrarie alle leggi statistiche), solo per non toccare ideologie di moda ed interessi forti: oltre ai “revisionisti”, ci sono molti studiosi che vanno ormai oltre la cosiddetta “nuova sintesi” (fusione di genetica ed evoluzionismo darwiniano) considerandola superata: G. Dover, J. Fodor, E. Koonin, L. Kruglyak, L. Margulis, S. Newman, M. Piattelli Palmarini, C. Woese,… Se non si è disposti ad accontentarsi d’un ricorso ripetitivo alla roulette, se anzi si consideraquesta scappatoia la via opposta ad un’autentica ricerca scientifica, occorre pensare a qualcosa di nuovo.

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6/20/2012 10:44 PM
 
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di Stefano Maria Chiari

Vorrei  portare una piccola riflessione, tale da minare alla base le radici del ragionamento evoluzionista.
Se crollano infatti le premesse fantasiose dello pseudoscientifico castello di carta
darwiniano, allora le conclusioni non possono che essere evidenti: esiste un Creatore.
In realtà non è vero quanto a volte sentiamo affermare da parte di evoluzionisti, scienziati
e perfino prelati, ossia il fatto che la scienza non possa provare l'esistenza di Dio; che cioè
essa viaggi su un binario parallelo rispetto a quello della Fede.
Questa affermazione relega la Fede ad una sorta di ipotesi residuale per spiegare quanto
resta ancora da comprendere della realtà circostante e per vincere la paura della morte
(entrambe affermazioni sostenute con convinzione da parte dell'astrofisica Margherita
Hack; la fede come rifugio dall'ignoto, valvola di salvataggio, che diviene assolutamente
inutile nel momento in cui la «scienza» sarà in grado di «spiegare tutto»!
Le cose tuttavia non stanno proprio così. Dall'esame delle risultanze dell'evidenza
scientifica è invece possibile comprendere che la perfezione della natura è tale da non
lasciare dubbi di sorta: dalla meraviglia del creato, si può e si deve desumere con piena
certezza l'esistenza di un Essere soprannaturale estremamente intelligente, completamente
distinto dalla natura creata, perché in grado di conferirle l'informazione necessaria
all'esistenza ed al suo ordine. Anzi! È convinzione di chi scrive che l'evoluzionismo sia
tanto sponsorizzato e supportato più di ogni altra ragione per il fatto che occorra, in ogni
modo, gettare confusione estrema sulle scoperte scientifiche di ultima generazione. Troppo
conclamate! Troppo spudoratamente favorevoli al «Progettista intelligente».
Ebbene, basta un semplicissimo «globulo rosso» per smentire la Hack e compagni. Uno
solo! Non ne scomodiamo di più.

Ebbene, seguite il ragionamento, semplice e lineare:
un solo globulo rosso contiene in sé 
circa 280.000.000 molecole di emoglobina (che è una proteina).
Ora, la formazione casuale, darwinista, di una sola proteina, che contenga 500
amminoacidi è pari a 1 su 10 seguito da 950 zeri! Per comprendere la dimensione di questo
numero, occorre ricordare che in matematica l'impossibilità si identifica con 1 su 10
seguito da 50 zeri (soltanto!!!). Ne segue che: la formazione di una sola proteina composta
da 500 amminoacidi non può essere determinata da combinazioni casuali! Occorre che ci
sia Qualcuno a progettarla e realizzarla.

Ma, attenzione! Il globulo rosso, che ne contiene un numero impressionante, non è
composto da proteine di 500 amminoacidi, bensì da 547!
Quindi più impossibile 
dell'impossibile! 
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6/26/2012 1:07 PM
 
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Dove neodarwinismo coincide con creazionismo:
il bluff della “selezione naturale”

 
 

di Giorgio Masiero*
*fisico e docente universitario

 
 

In un recente articolo, Michele Forastiere ed io abbiamo calcolato la probabilità che una proteina si sintetizzi per caso: P « 10-100, come dire che l’eventualità appartiene al regno umbratile del paranormale. L’irrealizzabilità è confermata da Richard Dawkins, che nel suo best seller “L’orologiaio cieco” (1986) dà per l’emoglobina P ≈ 10-190. Per una cellula, il numero precipita: P < 10-40.000. Per gli organismi viventi più complessi poi, la matematica ricorre a potenze di potenze: perché infatti in un organismo appaia un nuovo organo, è necessario che innumerevoli giustecombinazioni conferiscano simultaneamente a più geni i caratteri complementari necessari ad esercitare la nuova funzione; che il nuovo organo sia coordinato con il resto dell’organismo, cioè che la sua funzione sia integrata a quelle correlate di altri organi; che in sincronia nuovi sistemi di regolazione capaci di assicurare il corretto funzionamento di tutti gli organi appaiano nell’organismo…, e le improbabilità si moltiplicano ogni volta.

Come si pongono i mezzi “ufficiali” d’istruzione e informazione di fronte al problema dell’origine della vita e delle specie sulla Terra? Anziché dire i fatti, che sono: “60 anni di studi ed esperimenti in biologia molecolare ci hanno fatto avanzare solo nellapercezione dell’immensità del problema. Oggi sappiamo che neanche la cellula più semplice può sorgere per caso. L’origine della vita e delle specie è un problema ancora senza soluzioni in vista”; invece di ciò, l’apparatcik accademico e mediale proclama: “La vita è sorta sulla Terra dalla materia inanimata, circa 3 miliardi di anni fa, in seguito ad un processo evolutivo di qualche tipo. Con altre mutazioni poi, ogni specie vivente si è evoluta dalle precedenti in un processo culminato nella specie umana”. Il lieto annuncio, però, non è supportato da alcuna evidenza diretta; è irriso da paleontologia, statistica e fisica; non rispetta neanche i canoni scientifici. È solo la foglia di fico dietro cui l’arroganza cela la sua ignoranza.

Togliamo subito un equivoco sulle “mutazioni”. Nessuno dubita delle micro-variazioni di DNA, dove la selezione naturale causata dai vantaggi competitivi cumulativamente ottenuti in modi contingenti o la selezione artificiale operata in modi intelligenti dagli obiettivi economici degli allevatori, inducono cambiamenti stabili all’interno della stessa specie: questa è scienza o tecnica genetica, almeno a partire dall’abate G.J. Mendel, e riguarda il mimetismo criptico della Kallima paralekta come la dolcezza vellutata dei piselli odorosi o l’abilità venatoria dei setter inglesi o l’aromatica succosità delle renette della Val di Non (nonché le proprietà di 4 ceppi di OGM vegetali). No, qui si discute di evoluzione da una specie ad un’altra e si vuol capire se la selezione naturale invocata dal darwinismo possa bilanciare la scientifica impotenza del caso ad integrare la serie delle micro-evoluzioni nel DNA necessarie a comporre una macro-mutazione interspecifica. Mi baserò sulla descrizione del meccanismo proposta dal più famoso dei neodarwinisti nel cap. 3 del libro su citato, traducendo con parole mie dall’edizione inglese. Ringrazio Enzo Pennetta che mi ha illuminato con un suo articolo.

Per simulare il processo stocastico di produzione di un piccolo segmento di DNA, Dawkins narra di aver messo davanti alla figlia di 11 mesi, “nel ruolo di perfetto dispositivo simulatore del caso”, una tastiera semplificata di 27 caratteri: le 26 lettere inglesi, senza distinzione di maiuscole e minuscole, e lo spazio per separare le parole. Poi ha atteso che la bimba, battendo le manine sui tasti, riuscisse a digitare un verso di Shakespeare di 28 caratteri: METHINKS IT IS LIKE A WEASEL. Ripartita la striscia di caratteri battuta dalla neonata in stringhe di 28 caratteri, ne sono sortite le “frasi”:

UMMK JK CDZZ F ZD DSDSKSM;
S SS FMCV PU I DDRGLKDXRRDO;
RDTE QDWFDVIOY UDSKZWDCCVYT;
H CHVY NMGNBAYTDFCCVD D;
RCDFYYYRM N DFSKD LD K WDWK;
HKAUIZMZI UXDKIDISFUMDKUDXI

dove si capisce che siamo lontani dall’aver centrato il bersaglio. D’altronde, non si può pretendere che una bambina (seppure dal corredo genico almeno per metà darwinista…) indovini il verso giusto quando le combinazioni sono 2728 ≈ 1040! Servirebbe molto tempo per ottenere la frase che cerchiamo, per non parlare di battere a macchina le opere complete di Shakespeare [corrispondenti all’intero DNA]”, sbotta Dawkins. Qui interrompo il quadretto familiare per fare 3 correzioni, perché in cose di scienza vale la misura che è un numero controllabile, più che l’aggettivo che è un’entità non falsificabile.

1: non servirebbe “molto” tempo, ma un dispendio di materia-energia e di spazio-tempoestremamente superiore alle risorse terrestri. Anche mettendo al lavoro un esercito di 10 miliardi di scimmie, al ritmo stakanovista di 10 battute al secondo, per battere un solo verso di Shakespeare servirebbero circa 1020 anni, che è un tempo 20 miliardi di volte maggiore dell’età della Terra. 
2
: per centrare l’opera omnia di Shakespeare, che è composta di 118.406 versi, le combinazioni esplodono a ~105.000.000 e il dispendio fisico diventa estremamente superiore alle risorse dell’intero Universo.
3: l’informazione contenuta nel genoma umano è calcolata intorno ai 1.200 MB, quindi 3-400 volte superiore a tutto Shakespeare, e voliamo alle potenze di potenze: ~10(10^9).

Ma non è con questo meccanismo del puro caso (“selezione a singolo passo”) che procede l’evoluzione, c’istruisce papà Richard: “Neanche la costruzione casuale della sola emoglobina è immaginabilese già per questa molecola il numero delle combinazioni è 10190! E che dire di un intero organismo?” No, il meccanismo dell’evoluzione che sconfigge l’improbabilità rendendo la speciazione una necessità è la “selezione cumulativa”, ovvero una selezione con setaccio ad ogni singolo passo. […] Senza questa scoperta, servirebbe un Creatore e l’ateismo sarebbe irragionevolecon essa invece, l’ipotesi Dio è superflua”, ci spiega in un audace raid teologico OT. Per spiegare come funziona il setaccio neodarwiniano nel DNA che scarta le combinazioni “senza senso”, Dawkins parte da due fenomeni di fisica: l’ordinamento trasversale dei sassolini in spiaggia secondo la loro massa e le velocità di rivoluzione dei pianeti. Una tribù primitiva potrebbe attribuire il primo evento “all’intervento di un grande spirito del cielo”, ma noi, “sorridendo con superiorità davanti alla superstizione”, sappiamo che si tratta soltanto di un meccanismo fisico “cieco” provocato dalle onde, il cui impulso ha separato i ciottoli più massicci dai più leggeri. Altrettanto cieca è, per Dawkins, la legge fisica che filtra le velocità dei pianeti compatibili con i raggi delle loro orbite, impedendo loro di precipitare sul Sole o di allontanarvisi indefinitamente: “Miracolo? disegno provvidenziale? Macché, solo un altro filtro naturale”.

Idem per la vita. Qui lo zoologo di Oxford riprende la simulazione di centrare il verso di Shakespeare, usando però stavolta il suo pc. La figlia che cosa faceva? Batteva a caso i tasti e così imitava la genesi del DNA con la selezione a singolo passo. Il computer invece è stato programmato per simulare la vera selezione naturale. Come? Attenzione! Dopo essere stato inizializzato con una sequenza casuale di 28 lettere, “riproduce la frase iniziale in tante copie, con una certa probabilità di errore casuale (mutazione) nell’operazione di copiatura. Poi, controlla le frasi mutanti (figlie dell’originale) e sceglie quella che somiglia di più, anche di pochissimo, alla frase-obiettivo, METHINKS IT IS LIKE A WEASEL”. Partendo dalla frase selezionata, la routine è ripetuta: nascono nuove figlie mutanti, e [tra quelle che più somigliano all’obiettivo] viene scelta una nuova vincitrice. E così via, di generazione in generazione”. Questo è il vero modo di agire della selezione naturale, conclude Dawkins, con l’annuncio trionfante che “con tale procedura” in un centinaio di “generazioni” al massimo, in tempi “compresi tra 11 secondi e la durata di un pranzo”, il pc gli restituiva il verso di Shakespeare da qualsiasi stringa esso fosse stato inizializzato.

Confesso, cari lettori: quando nei giorni scorsi ho letto il modello di Dawkins della speciazione e di come la cosiddetta selezione naturale, in maniera cumulativa, setaccerebbe dall’infinita pletora delle variazioni possibili quella “più simile all’obiettivo”, un bit alla volta, non credevo ai miei occhi e mi dicevo: ma questo è Intelligent Design (ID)! Una cosa infatti è un selettore cieco come nella Farfalla Foglia, che con micro-mutazioni casuali agisce a posteriori sotto la spinta della lotta per la sopravvivenza e in cui la teleonomia di un adattamento lepidottero coincide con la nostra interpretazione ammirata del suo lavorio cumulativo; altra cosa, anzi l’opposto, è un selettore lungimirante, che a priori progetta la macro-modifica necessaria per trasformare una specie in un’altra, memorizza l’“obiettivo”, dalla specie di partenza filtra le variazioni secondo la loro conformità al suo fine e in cui, quindi, la teleologia è la giustificazione del divenire! E, incredulo, mi sono letto e riletto il mito narrato in un libro di divulgazione “scientifica”, che è stato venduto in tutto il mondo in milioni di copie, ha procurato al suo autore onorifici titoli e prosaiche royalties e che, secondo quotati opinion maker, avrebbe relegato la Genesi biblica ad una favola per gli asili nido. Ma la spiegazione finalistica, sedicente scientifica, dell’origine delle specie stava lì, nelle pagine impresse col piombo della rinomata casa editrice W.W. Norton & Co. di New York e Londra. Questo sarebbe dunque “il libro che più di ogni altro ha fatto capire ed accettare la biologia evolutiva a livello globale” (J. Maynard Smith, biologo e genetista con 6 medaglie internazionali in scienze biologiche nel suo palmarès)? tutta qua “la più vigorosa difesa del darwinismo mai pubblicata dopo il 1859” (The Economist)?

Se col suo software Dawkins ha ottenuto una volta il verso di Shakespeare “in 11 secondi dopo sole 43 generazioni”, io sono più bravo: ho scritto un programma in Basic per averlo entro un massimo di 28 generazioni in una frazione di secondo da qualunque stringa di partenza! Come l’ID, il meccanismo della selezione naturale nella graduale costruzione e diversificazione della struttura del DNA non è scientificamente accettabile, perché – come sa ogni studente delle medie – la scienza moderna esclude per statuto l’intenzionalità in Natura e ne ricerca il funzionamento riducendo i fenomeni a poche assunzioni (in fisica, sotto forma di equazioni matematiche: la seconda legge della meccanica per i sassolini, quella di Newton per le rivoluzioni planetarie), col follow up di predizioni controllabili ed il fallout di applicazioni tecnologiche. Questa è la differenza tra scienza e mito! Nessuna meraviglia, quindi, se come quelli della Sibilla cumana (ibis redibis…) gli oracoli darwiniani non sono né falsificabili (essi si adattano ad ogni evidenza come all’opposta), né utili (ricadute tecnologiche zero). Finché la teleonomia degli organismi viventi non sarà ricondotta ad assunzioni preterintenzionali di fisica (e in questa direzione già si muovono alcune avanguardie di biologi e fisici con le poche risorse non assorbite dalla pseudoscienza della Sintesi postmoderna), l’origine delle specie che gremiscono la Terra resterà un mistero.

Epilogo. 20 anni dopo “L’orologiaio cieco”, Dawkins butta nel cestino l’altro mito della biologia ufficiale (l’abiogenesi da “molecola autoreplicante”), narrato in un altro suo libro. Sorridendo al ricordo dei milioni di sterline guadagnate, riconosce che nulla sappiamo di come la vita abbia avuto origine sul nostro pianeta e si rifugia nella panspermia, un racconto “nuovo” (nel senso di “diverso”, perché quanto ad originalità l’idea risale almeno ad Anassagora, V sec. a.C.), secondo cui la vita sarebbe stata portata sulla Terra da progettisti intelligenti di galassie lontane: incontra così un’altra volta gli aborriti creazionisti nel Disegno, se non nella natura del Disegnatore. Più di recente, realizza che la panspermiasposta solo il problema da un pianeta ad un altro e trova pace nel multiverso degli infiniti mondi di Alice, dove tutto è possibile. Fuorché, ancora, un discorso scientifico.

10/18/2012 6:39 AM
 
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12/7/2012 6:25 PM
 
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La complessità fondamentale della vita: le proteine


 
 
di Michele Forastiere*
*professore di matematica e fisica

 

Le proteine sono le molecole tuttofare della vita, veri e propri nanostrumenti capaci di svolgere le funzioni più svariate. La maggior parte delle attività delle cellule di ogni organismo vivente viene eseguita da proteine che interagiscono tra loro e con altre molecole organiche. Di solito si tratta di interazioni complesse, che prevedono una successione di passi esattamente scandita e regolata, sia nel tempo sia nello spazio. Si pensi, ad esempio, all’interazione fondamentale: la sintesi proteica. Si tratta di un meccanismo complicato che prevede, a grandi linee, prima latrascrizione del gene codificante una data proteina in RNA messaggero (mRNA) all’interno del nucleo, poi la traduzione del codice mediante il montaggio sequenziale – all’interno dei ribosomi – delle molecole di amminoacidi trasportate dall’RNA transfer (tRNA), infine ilripiegamento della lunga catena molecolare nella forma finale della proteina (la cosiddettaconformazione nativa).

Tutte le operazioni che coinvolgono molecole organiche dipendono, ovviamente, dallespecifiche interazioni chimiche che avvengono tra di loro. Dal punto di vista della fisica queste ultime sono semplicemente la manifestazione di interazioni elettromagnetiche tra le nuvole elettroniche degli atomi coinvolti. In pratica, le molecole organiche si combinano tra di loro, si “smontano” e si “rimontano” in configurazioni diverse grazie al fatto che la loro superficie costituisce un “paesaggio” composito di zone, diverse per forma e dimensione, con densità di carica elettrica differente. In tal modo una proteina può agganciarne un’altra in una specifica direzione e (per esempio) formare un aggregato di forma allungata, come nelle fibre di cheratina; oppure può trattenere una molecola di ossigeno, per poi rilasciarla al momento opportuno; e via dicendo.

Ora, pur sapendo che la conformazione nativa della proteina è determinata univocamente dalla sequenza degli amminoacidi costituenti, esiste il cosiddetto problema del ripiegamento: in che modo, cioè,  una proteina raggiunge la sua forma funzionale? Il fatto è che se il ripiegamento dovesse avvenire mediante un processo di “ricerca casuale”, questo richiederebbe un tempo assolutamente irrealistico, molto maggiore di quello trascorso dalla nascita dell’Universo. Il numero delle possibili geometrie – tutte non funzionali – che una data catena di amminoacidi può assumere è infatti astronomicamente alto. D’altra parte, un batterio come l’Escherichia Coli si riproduce ogni 20 minuti, duplicando l’intero insieme delle sue proteine entro quell’intervallo di tempo. Tale contraddizione venne riconosciuta per la prima volta da Cyrus Levinthal nel 1969: si tratta di quello che è ormai universalmente noto come “paradosso di Levinthal”.

Secondo Levinthal, il paradosso si risolve supponendo che il ripiegamento avvenga seguendo percorsi preferenziali. Il funzionamento di una cellula dipende però dall’insieme delle interazioni tra le proteine e tutte le altre molecole, organiche e inorganiche, presenti al suo interno. In particolare, l’attività cellulare è determinata dalla rete completa del suo interattoma, vale a dire dall’insieme di tutte le interazioni fisiche proteina-proteina che possono aver luogo nella cellula. Non è difficile comprendere che ilproblema dell’assemblaggio dell’interattoma sia analogo a quello del ripiegamento delle proteine, nel senso che in entrambi i casi lo stato funzionale viene selezionato entro un numero enormemente elevato di alternative non funzionali.

I biologi Peter Tompa della Vrije Universiteit di Brussels e George Rose della Johns Hopkins University hanno affrontato la questione della sintesi dell’interattoma in un articolo apparso su Protein Science nel 2011, The Levinthal paradox of the interactome. Tompa e Rose forniscono una stima approssimata del numero di possibili schemi di interazione in un interattoma-modello, quello esistente in una particolare fase di crescita del lievito Saccharomyces cerevisiae. Ebbene, il numero a cui si giunge è assolutamente strabiliante: 10 alla 79 000 000 000 distinte configurazioni. Tale straordinaria complessità esclude la possibilità che un interattoma funzionale si formi per tentativi ed errori in un qualsiasi accettabile arco di tempo. Secondo gli autori, dunque, è evidente che la formazione di un interattoma funzionale necessiterebbe di una rete preesistente di proteine interagenti – vale a dire, dell’interattoma stesso. Inoltre, tutte le nanomacchine coinvolte richiedono un flusso continuo di energia per funzionare: non è quindi pensabile che il risultato finale del loro lavoro (un interattoma funzionale) possa mantenersi in equilibrio senza alcun dispendio energetico.

La conclusione che se ne trae è che, senza una rete preesistente di interazioni, una cellula finirebbe per impantanarsi in uno stato caotico non funzionale, incompatibile con la vita. Insomma, secondo Tompa e Rose esiste, tra un interattoma vitale e i suoi componenti isolati – tra vita e non vita – una barriera che risulta essere insormontabile, in modo spontaneo, al di fuori dell’ambiente cellulare. In altre parole, tracaos ordine esiste una discontinuità essenziale, almeno nelle condizioni attualmente esistenti sulla Terra; è evidente, del resto, che la vita deve averla attraversata almeno una volta – all’inizio.

Può questo essere avvenuto per puro caso? È certamente possibile, sebbene molto improbabile. Una stima di tale probabilità – che risulta effettivamente bassissima – è stata effettuata da Eugene Koonin: ne abbiamo parlato estesamente a suo tempo qui (UCCR – L’enigma dell’abiogenesi II° parte).

D’altro canto, non possiamo che rimanere stupiti, direi quasi abbacinati, quando ci soffermiamo a osservare le forme e le intricate interazioni delle proteine nell’ambiente cellulare. Esaminiamo per esempio la conformazione di questa macromolecola, adibita al compito di “correggere” i difetti strutturali di certe proteine. Certamente la perfezione di tale forma rimanda a qualcosa di più che alle semplicistiche alchimie in cui i biologi molecolari della precedente generazione si contentavano di ravvisare il funzionamento della cellula. In effetti, vi è chi suggerisce che alla base dei meccanismi biochimici della vita non vi possa essere la contingenza caotica di innumerevoli miscugli chimici che – quasi filtri magici sempre più raffinati – vengono via via selezionati in base al loro effetto macroscopico, ma bensì una logica molto più profonda, che estende le sue radici nelle leggi fisiche, nel Logos dell’Universo.

Quel che è certo è che ancora non sappiamo come stiano realmente le cose. Pensiamo, tuttavia, che valga davvero la pena di continuare a riflettere su come funzioni esattamente la chimica complessa della vita: una questione che, nella sua basilarità, promette di essere la più importante per la biologia del XXI secolo.

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8/4/2014 9:45 PM
 
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Evoluzione e matematica
di LUCIANO BENASSI,

Il 19 aprile 1882, compiuti da poco i settantatré anni, Charles Robert Darwin moriva nella sua casa di Down, nel Kent. Gli sopravvivevano la moglie Emma, sette dei suoi dieci figli, una mole notevole tra libri, articoli e memorie scientifiche; ma il suo nome sarebbe rimasto indissolubilmente legato a una delle maggiori mistificazioni della storia della scienza e della cultura occidentale: la teoria della evoluzione (1).

I. La rivoluzione evoluzionistica

A cento anni dalla scomparsa, il mondo scientifico ufficiale, con grande dispiego di mezzi, ha celebrato nel 1982 l'"anno darwiniano". Quotidiani, settimanali, riviste di divulgazione hanno offerto generosamente le proprie pagine alla memoria del "fondatore" e alla diffusione del suo "messaggio": una claque invadente e ossessiva ha applaudito senza interruzione alle vecchie tesi evoluzionistiche riproposte, come sempre, secondo enunciati ambigui e sfuggenti e con il consueto corredo di "prove" (2). Lo spazio per il dissenso è stato pressoché nullo e su ogni voce discorde è stata fatta gravare un'atmosfera ora di ironia, ora di disinteresse. Non è consentito avere dubbi "sulla validità della teoria [...]. L'impostazione corretta di questo dubbio non è [...] "se l'evoluzione è vera", ma se sappiamo tutto dell'evoluzione" (3). Della evoluzione, in pratica, si conosce ben poco. Giuseppe Montalenti, presidente dei Lincei, fautore e divulgatore in Italia della teoria evoluzionistica, ammette, per esempio, che "non è a credere che tutto sia chiaro, che tutti i problemi siano risolti. Al contrario, molti rimangono aperti e intorno a essi si discute e si ricerca molto. [...] Molti e gravi sono i problemi anche in quello che abbiamo chiamato l'aspetto storico dell'evoluzione. Il quadro del processo evolutivo appare disegnato nelle sue grandi linee in modo abbastanza attendibile, ma quando si cerca di fissare il particolare si incontrano spesso grandi difficoltà" (4). Se le difficoltà permangono, come sempre, e se nessun fatto nuovo, nessuna verifica sostanziale sono intervenuti in questi cento anni a fare sì che l'evoluzionismo sia qualcosa di più di un disegno "attendibile " soltanto nelle sue "grandi linee ", le celebrazioni riservate a Darwin e alla sua teoria, fatto anomalo nella storia della scienza, inducono a un atteggiamento di sospetto. Il sospetto cade e diviene certezza se si considera che Darwin e l'evoluzionismo sono troppo importanti per essere lasciati al vaglio della usuale metodologia scientifica: non tanto per il rischio di vedere cadere ciò che affermano, quanto per il timore di dovere affermare ciò che negano. Ne ha chiara coscienza Francois Jacob, evoluzionista, premio Nobel per la medicina nel 1965: "Quello che Darwin ha mostrato è che per rendere conto dello stato attuale del mondo vivente non c'era affatto bisogno di ricorrere ad un Ingegnere Supremo. […] Tuttavia se l'idea di un progetto, di un piano generale del mondo vivente, stabilito da un creatore è scomparsa con il darwinismo, questo ha conservato un alone di armonia universale" (5). Quindi, per evitare che l'"Ingegnere Supremo ", cacciato dalla porta principale più di cento anni fa, rientri per quella di servizio attraverso la oggettiva constatazione della "armonia " della sua opera, ovvero della perfezione e della finalità delle sue parti, si rende necessario un costante rilancio della teoria evoluzionistica, nel quale non siano discussi e criticati i dubbi e le prove, ma sia posto l'accento sull'impatto rivoluzionario che essa ha avuto e continua ad avere su ogni concezione del mondo che faccia ricorso a un creatore. Un creatore presuppone una volontà, e una volontà esprime una intenzione, un progetto: ebbene, continua Jacob, "la teoria della selezione naturale consiste precisamente nel capovolgere questa affermazione. [...] In questo rovesciamento, in questa specie di rivoluzione copernicana sta l'importanza di Darwin per la nostra rappresentazione dell'universo e della sua storia " (6). Se poi si considera che la concezione tradizionale del mondo "ha nella dottrina cristiana il suo più saldo fondamento " (7), non è difficile collocare il movimento evoluzionistico nel quadro più ampio del movimento che il pensiero contro-rivoluzionario denomina "Rivoluzione" e che si realizza nella lotta e nella demolizione tematica di ogni espressione conforme a quella dottrina: sul piano religioso, su quello politico-sociale-istituzionale, su quello economico, fino a colpire, da ultimo, i legami microsociali e l'individuo stesso. Seguendo lo schema di Plinio Corrêa de Oliveira (8), lo svolgimento storico mette in evidenza, dalla fine dei Medioevo cristiano, una I Rivoluzione, protestantica, che distrugge i legami religiosi; una II Rivoluzione, liberale-illuministica, che distrugge i vincoli e i legami dell'antico ordine sociale; una III Rivoluzione, comunistica, che abolisce il residuo ordine economico. Ma, ulteriore al comunismo, Corrêa de Oliveira intravede una "IV Rivoluzione nascente " (9), il cui tratto saliente sta nel carattere ristretto del suo campo d'azione: i legami microsociali, cioè la trama di relazioni che ogni uomo tesse in quanto membro di una comunità, di una famiglia, in quanto genitore. E dopo i legami microsociali, spesso in diretta relazione con essi, si pone l'ordine interiore della persona, che trova nella gerarchia intelletto-volontà-sensibilità il riferimento di ogni azione e di ogni manifestazione.

V'è ora da chiedersi: se l'evoluzionismo, come non esitano ad affermare i suoi esponenti più rappresentativi, è una rivoluzione, nel senso di "sovvertimento" e non in quello, purtroppo diffuso, di semplice "cambiamento" rispetto a un ordine precedente, come collocarlo all'interno dello schema ora tracciato? Per il suo carattere intellettuale e accademico, l'evoluzionismo si pone innanzitutto su di un piano non immediatamente legato ai fatti e ai comportamenti delle persone: l'evoluzionismo è una rivoluzione nelle idee.

Cionondimeno, analogamente ai grandi sistemi ideologici del passato, esso aspira a fornire una giustificazione al comportamento individuale e sociale. Ciò è tanto più vero in un'epoca come la nostra che "si è lasciata gradatamente persuadere che l'essere umano, analizzato, scomposto, scandagliato dalle varie direttive di ricerca non è altro che una macchina, di volta in volta meccanica, chimica, elettrica o cibernetica " (10). Ora, è al contenuto delle idee evoluzionistiche e alla loro capacità di penetrazione che si deve guardare per rispondere alla importante domanda che ho posto prima. Già ho osservato che il loro carattere sovversivo generale risiede nell'affermazione di una visione del mondo che fa a meno di un creatore. Tuttavia non è difficile constatare che esse si spingono ben oltre, negando anche l'ordine morale che deriva dalla esistenza di un creatore e che, per questo, è vincolante. L'evoluzionismo, infatti, traendo l'uomo dal caso e facendone un "prolungamento delle cose [...] sullo stesso piano degli animali " (11), lo sottrae a ogni responsabilità: la storia diventa storia della biologia, dove "tutto è permesso " (12) e dove "non vi sono più leggi divine che assegnino limiti all'esperimento " (13). Una volta esclusi Dio e la sua volontà, cioè una volta rotto il legame Creatore-creatura, rimane la constatazione del puro divenire. Da esso gli esseri emergono non in vista di un fine secondo un progetto, ancorché immanenti al movimento stesso, bensì in virtù del puro gioco delle fluttuazioni statistiche. "L'evoluzione - scrive Jacob - mette in gioco intere serie di contingenze storiche " (14), così che "il mondo vivente avrebbe potuto essere diverso da quello che è, o addirittura non esistere affatto " (15). Questa affermazione è molto importante per il tipo di analisi che sto conducendo. Essa dimostra, infatti, che l'evoluzionismo contiene in sé anche gli elementi della II e della III Rivoluzione: la rottura dei legami politici, cioè delle antiche solidarietà sociali fondate sulla gerarchia e sull'ordine, e di quelli economici. Se ne rende ben conto lo stesso Jacob: "Finché l'Universo era opera di un Divino Creatore, tutti gli elementi erano stati da lui creati per accordarsi in un insieme armonioso, accuratamente preparato al servizio del componente più nobile: l'uomo. [...] Era un modo di concepire il mondo che aveva importanti conseguenze politiche e sociali, in quanto legittimava l'ordine e la gerarchia della società " (16). Ora, invece, perde di senso qualunque tentativo di fondare un ordine e una gerarchia: "il migliore di tutti i mondi possibili è diventato semplicemente il mondo che si trova a esistere " (17). In questo emergere prepotente del "caso" come fonte ed essenza della realtà, in questa dissolvenza dell'essere umano, della sua libertà e della sua volontà nel movimento evolutivo, risiede il carattere originale della rivoluzione darwiniana: una originalità che la distingue dallo stesso marxismo e da ogni altra ideologia di matrice hegeliana.

Nella dialettica hegeliana e in quella marxistica, il movimento universale, dell'Idea o della Materia, conservava pur sempre una sua finalità, una "direzione privilegiata", "ascendente", e offriva agli individui più consapevoli la possibilità di tuffarsi nella corrente e di accelerare in qualche modo il corso della storia. Ma ora che il mondo esistente non può essere che il frutto del caso, costruito come una quaterna del lotto, ogni pretesa di perfettibilità diventa inutile e assurda: anche il mondo di domani, come quello di oggi, uscirà "alla cieca" dall'urna dei "mondi possibili". Distinta dal comunismo, dunque, ma anche "oltre" il comunismo (18): la rivoluzione darwiniana procede inesorabile secondo una logica folle di trasgressioni successive. Abbattute le barriere tra le specie, in una visione del mondo vivente nel quale gli organismi perdono la loro tipicità e la loro fissità strutturale, dove "oggetto effettivo di conoscenza è la popolazione nel suo insieme " (19), l'avanguardia evoluzionistica propone, da ultimo, il programma di ricostruzione della società e degli individui sulle basi delle indicazioni della sociobiologia e della ingegneria genetica. L'inserimento dell'aborto nelle legislazioni di molti paesi, accompagnato da campagne propagandistiche sul suo uso come strumento di selezione in base alle caratteristiche genetiche dei feti (20); la diffusione della fecondazione artificiale, che esclude ogni rapporto di paternità e di maternità, lasciano intravedere l'inquietante scenario di una umanità pianificata e manipolata artificialmente, che attraverso la tecnica della clonazione (21), realizza il sogno utopico della uguaglianza assoluta: quella relativa al patrimonio ereditario degli individui.

Il movente occulto della Rivoluzione è l'odio a Dio. Non potendo questo odio scagliarsi contro Dio stesso, si proietta contro le sue opere e, nella sua forma più consapevole e compiuta, contro il capolavoro del creato: l'uomo. Nell'uomo Dio ha infuso la scintilla dell'intelletto, che lo distingue dagli animali, ma a ogni uomo ha anche assegnato una vita interiore , un modo di affacciarsi al reale e di riflettere su di esso del tutto diverso da quello di ogni altro uomo: è il dono della personalità . È evidente che l'aggressione organizzata e tematica della Rivoluzione al creato deve prevedere il momento di lotta specifica all'essere umano: questo attacco, come si è detto, si compie con la IV Rivoluzione.

Nel quadro di questa battaglia, forse quella finale che la Rivoluzione si accinge a combattere (22), la rivoluzione evoluzionistica svolge il ruolo di aggressivo genetico , fornendo le idee per una alterazione delle differenze psico-somatiche tra gli individui. La prospettiva è al limite ; tuttavia non è eliminabile : la direzione in cui l'evoluzionismo lavora nei laboratori di genetica è quella di un mondo popolato da miliardi di esseri uguali, repliche esatte di uno stesso "progetto umano". Scrive ancora Jacob: "Forse si riuscirà anche a produrre, a volontà e nel numero di esemplari desiderato, la copia esatta di un individuo: un uomo politico, un artista, una reginetta di bellezza, un atleta. Nulla vieta di applicare fin d'oggi agli esseri umani i procedimenti selettivi utilizzati per i cavalli da corsa, i topi da laboratorio o le vacche lattiere [...]. Ma tutto questo non ha più a che fare soltanto con la biologia " (23). È vero, tutto ciò è già oltre la biologia, è la prospettiva sinarchica della Repubblica Universale, di un mondo, come insegna Corrêa de Oliveira "senza disuguaglianze né sociali né economiche, diretto mediante la scienza e la tecnica, la propaganda e la psicologia " (24); di un mondo nel quale, paradossalmente, quella umanità che l'evoluzionismo vuole scaturita dai branchi scimmieschi delle savane, ritorna a essere mandria indistinta e brutale come i suoi mitici progenitori.

II. L'evoluzionismo scientifico

La filosofia insegna che l'unità è un carattere della verità. La verità è compatta: negandone un aspetto, prima o poi si dovrà negarla tutta. L'errore, al contrario, è molteplice , nel senso che il contrario di una affermazione vera non è una affermazione falsa, ma possono essere infinite affermazioni false. Ciò rende, evidentemente, più ardua la difesa della verità, tuttavia ogni errore presenta sempre uno o più punti particolarmente deboli, sui quali intraprendere l'opera di demolizione completa. Nel caso dell'errore evoluzionistico la situazione descritta è assai favorevole in quanto tutta la visione del mondo che scaturisce da esso trae la propria forza da un preteso riscontro scientifico, cioè da un contesto in cui la verifica della bontà di una affermazione è immediata e, entro certi limiti, inoppugnabile. In altri termini, la rivoluzione evoluzionistica pretende di essere fondata scientificamente, per cui è sul terreno scientifico che può cominciare una seria opera di confutazione nei suoi confronti. La sproporzione tra la produzione scientifica evoluzionistica e quella antievoluzionistica, decisamente a favore della prima, non deve indurre a credere in una altrettanto sproporzionata differenza di qualità, anzi. Semplicemente il mondo accademico ufficiale, di concerto con i più importanti organi di divulgazione, impedisce che ottimi lavori di valenti uomini di scienza, di impostazione antievoluzionistica, possano raggiungere il vasto pubblico dei lettori. Basti, per tutte, la dichiarazione di Pietro Omodeo, evoluzionista presentato come "il più noto studioso italiano di evoluzionismo " (25), rilasciata nel corso di una intervista sul movimento neo-creazionistico americano. Ascoltando le affermazioni dei suoi avversari, a Omodeo "viene voglia di rispondere con un pernacchio " (26).

Più dei suoni non propriamente civili evocati da Omodeo, ciò che condiziona lo scienzato anticonformista è, naturalmente, il clima di ostracismo e di intimidazione che si crea contro chi avanza ipotesi contrarie alle vedute ufficiali sull'argomento (27). Tuttavia non sono mancati nel passato, e non mancano ancora oggi, autorevoli ricercatori che, con i loro lavori, hanno messo in evidenza le lacune dell'evoluzionismo scientifico e proposto soluzioni radicalmente alternative al problema relativo all'origine e allo sviluppo della vita sulla Terra (28). Fra questi, merita particolare attenzione, per il prestigio dell'autore e per la completezza e il rigore della trattazione, lo studio dello scienziato francese Georges Salet (29).

Docente universitario, profondo conoscitore delle maggiori questioni scientifiche del nostro tempo, Salet, cattolico, non ha esitato a scendere in campo ogni qualvolta l'"intellighentsia" scientista, mistificando i fatti, ha attaccato la Chiesa, le verità di fede, la filosofia naturale e cristiana (30). Il pregio del volume di Salet consiste nell'andare direttamente al cuore della questione evoluzionistica, confutando i due cardini della teoria: il ruolo della selezione naturale e quello del caso come fonti del mondo vivente, della sua varietà, e della sua pretesa evoluzione. Nella impossibilità di trascrivere in extenso tutte le osservazioni di Salet, svolte in diverse centinaia di pagine, mi limito a esporre i passaggi fondamentali della sua confutazione dell'evoluzionismo, che non è ancora stata smentita.

1. I princìpi della teoria evoluzionistica

Con il termine "evoluzionismo" si intende l'ipotesi scientifica che spiega l'origine della vita a partire dalla materia inerte (evoluzione molecolare), e la successiva diversificazione del mondo vivente a partire dagli esseri più semplici e primitivi, fino a rendere conto dello stato attuale del mondo vivente, con i milioni di specie esistenti nei regni vegetale e animale (evoluzione biologica). Circa i meccanismi di questo processo non esistono spiegazioni univoche, e questo fatto, già di per sé, non depone a favore della bontà della teoria. Grosso modo , le teorie esplicative della evoluzione possono riassumersi in tre gruppi:

a. spiegazioni spiritualistiche: sono quelle che fanno appello a non meglio identificati princìpi immateriali , che orienterebbero la materia verso stati sempre più complessi e perfezionati;

b. spiegazioni verbali: si tratta di definizioni tautologiche della evoluzione, dissimulate sotto la maschera di discorsi dotti e di terminologie scientifiche. Questo tipo di spiegazioni sono dovute, per esempio, ai biologi marxisti, come il sovietico Oparin e l'inglese Haldane, e a uno spiritualista come Teilhard de Chardin, con la sua legge di "complessità-coscienza" (31);

c. spiegazioni scientifiche: sono i tentativi di spiegare il processo evolutivo attraverso i fatti di osservazione.
Sui primi due gruppi la scienza non può formulare giudizio alcuno, in quanto essi stessi si pongono al di fuori del suo campo di azione. Per quanto riguarda le spiegazioni scientifiche si può dire che, attualmente, pur nella grande varietà delle posizioni dei singoli ricercatori, la maggior parte degli evoluzionisti concorda su spiegazioni dell'evoluzione che combinano le acquisizioni della genetica sulla eredità e sulle mutazioni , con l'idea originale di Darwin intorno alla selezione naturale: le teorie attuali sui meccanismi della evoluzione non sono altro che messe a punto di questa "teoria-base" detta "mutazioni-selezione". Vediamo che cosa afferma.
La genetica , branca della biologia che si occupa della eredità, mostra che il patrimonio ereditario di ciascun individuo è strutturato secondo unità microscopiche perfettamente individuate, dette geni . I geni sono localizzati nei cromosomi , situati nel nucleo di ogni cellula, secondo un ordine ben determinato: ciascun gene, o una data sequenza di essi, corrisponde a una serie complessa di funzioni, che la cellula è o sarà chiamata a svolgere. Il corredo di geni di ogni individuo contiene, in altri termini, la descrizione dell'individuo stesso, il suo progetto o piano di montaggio: è questo corredo di geni che, per esempio, è all'origine dello sviluppo dell'uomo così come di ogni animale pluricellulare. Esso stabilisce i tempi e le modalità della crescita del feto: quando e come si deve formare il tessuto nervoso, quando e come quello osseo, quando e come gli occhi, i capelli, e così via. Accade, tuttavia, che nel corso dello sviluppo di un individuo, o durante la sua vita, il suo patrimonio genetico subisca mutazioni, cioè alterazioni di struttura. Ricorrendo di nuovo alla immagine del piano di montaggio, è come se le linee di esso fossero state in qualche modo alterate. Ciò che la genetica ha accertato intorno al fenomeno delle mutazioni si può riassumere nelle seguenti proposizioni:

> le mutazioni si trasmettono ereditariamente secondo le leggi di Mendel;

> il loro tasso è estremamente basso: presso gli animali superiori è appena di 1 ogni 10.000 / 100.000 individui;

> fanno generalmente apparire delle anomalie, delle tare, a volte delle vere e proprie mostruosità, che limitano notevolmente gli individui colpiti;

> se l'organo colpito è un organo fondamentale, l'individuo muore prematuramente, spesso allo stadio di embrione;

> il carattere delle mutazioni è profondamente casuale , cioè non si conosce alcun agente mutageno con azione specifica;

> il numero delle mutazioni letali è da 10 a 15 volte superiore a quello delle mutazioni "vitabili", cioè delle mutazioni che mantengono comunque in vita l'individuo colpito.

Per la teoria evoluzionistica "mutazioni-selezione", le mutazioni costituiscono la fonte della variabilità del mondo vivente, alla quale attinge la selezione naturale per trattenere gli individui nei quali le mutazioni hanno incrementato il tasso di natalità o diminuito quello di mortalità, cioè gli individui favoriti dalle mutazioni. Anche la selezione naturale è un fatto di osservazione, definitivamente acquisito alla scienza. Le sue modalità di azione, quando possono esplicarsi, sono estremamente incisive. Per esempio, se in una coltura di un milione di batteri compare un individuo mutato, o mutante, il cui ritmo di duplicazione è superiore dell'1 % rispetto agli altri, dopo 4000 generazioni, cioè qualche giorno su scala batterica, il rapporto di popolazione sarà invertito: un individuo originale per milione di mutanti. La selezione naturale, utilizzando i prodotti delle mutazioni e con l'effetto dell'isolamento geografico delle popolazioni, rende perfettamente conto di quelle modificazioni limitate in seno alle specie , note da sempre ai naturalisti, che talvolta prendono il nome di microevoluzione . Una delle sue manifestazioni più conosciute è la formazione di razze all'interno di una specie. La microevoluzione, però, non ha nulla a che vedere con l'evoluzionismo: tra essi esiste una differenza di natura . Quasi sempre gli evoluzionisti trascurano tale differenza con disinvoltura colpevole, così che fenomeni microevolutivi vengono interpretati come esempi di evoluzione (32).

La microevoluzione implica modificazioni organiche limitate ed esclude completamente la comparsa di nuovi organi o di nuove funzioni; l'evoluzionismo, invece, per rendere conto delle differenze organiche e funzionali tra i gruppi di viventi passati e attuali, deve postularle: la microevoluzione è indifferente o regressiva , l'evoluzionismo è progressivo . La teoria evoluzionistica dunque, parte da basi concrete - le mutuazioni, la selezione -, in grado di rendere conto delle modificazioni limitate dei viventi, realmente riscontrabili in natura, per spiegare la comparsa di nuovi gruppi della classificazione sistematica attraverso modifiche profonde e apparizioni di funzioni e di organi nuovi negli esseri viventi. Per rendere plausibili questi fantomatici passaggi, gli evoluzionisti ricorrono a sofismi e a mistificazioni, con i quali il ruolo delle mutazioni e della selezione viene completamente alterato.

2. Il primo inganno evoluzionistico

Il ruolo della selezione naturale Spiega Salet che la reale variabilità del mondo vivente può riassumersi nella seguente proposizione: "Gli organismi si modificano a caso. Ogni modificazione (mutazione) che corrisponde al MIGLIORAMENTO di un organo è automaticamente selezionata " (33). Ed ecco, invece, ciò che gli evoluzionisti, al seguito di Darwin, continuano a insinuare: "Gli organismi si modificano a caso. Le modificazioni (mutazioni) che corrispondono all'APPARIZIONE di una nuova funzione (e quindi, in senso lato, di un nuovo organo) SONO automaticamente selezionate " (34).
Le due proposizioni, come si vede, differiscono per le parole scritte in maiuscolo:

> "mutazione", che era singolare, è diventata plurale;

> "miglioramento" è diventato "apparizione".

Questi cambiamenti, apparentemente banali, sono tali da trasformare una proposizione esatta in un sofisma. Infatti è chiaro che la selezione naturale può intervenire sul mutante soltanto dopo che si sono verificate tutte le mutazioni necessarie alla comparsa del nuovo organo o della nuova funzione, cioè soltanto dopo che il nuovo organo è completamente costituito ed è in grado di esplicare perfettamente la nuova funzione: la selezione non può in alcun modo trattenere mutazioni intermedie perché non corrispondono ad alcunché di compiuto nell'organismo; anzi, un individuo in un simile stato sarebbe svantaggiato rispetto agli individui originali e la selezione naturale provvederebbe a cancellarlo in breve tempo dalla faccia della Terra. Per esempio, un essere vivente dotato di un organo a mezza strada tra una pinna e un arto non è né un pesce capace di nuotare nell'acqua, né un animale da terraferma. Un organo come un arto implica ossa , che ne assicurino la rigidità; articolazioni , che ne assicurino la mobilità , e muscoli, tendini e nervi , che ne assicurino la forza . Parlare di formazione progressiva e lenta degli arti è un puro esercizio verbale, privo di ogni riscontro scientifico. La selezione naturale non avrebbe nulla su cui agire. Dietro una simile concezione circa il ruolo della selezione, oltre al misconoscimento dei fatti, vi è una cattiva comprensione dei concetti di "organo" e di "funzione". Nei trattati, nei libri di scuola e in ogni articolo sull'evoluzionismo, spesso si dice che un organo nuovo compare in forma molto semplice e che, in seguito, esso si perfeziona sotto il controllo della selezione come se, afferma Salet, bastasse "un poco di organo " per avere assicurata anche "un poco di funzione " (35). Gli evoluzionisti dimenticano che il "diagramma" della funzione svolta da un organo è del tipo "tutto o niente", proprio come accade per le macchine: nessun funzionamento fino a quando non sono a posto tutti i dispositivi componenti della macchina. Lo sanno bene gli automobilisti, dice Salet, che "senza carburatore o senza dispositivo di accensione un'auto non viaggia "meno bene": non viaggia affatto " (36). Di fatto, una via di uscita esiste, ed è quella di ritenere che le mutazioni relative alla comparsa di un organo nuovo e di una nuova funzione avvengano tutte simultaneamente , così che la selezione può intervenire subito per conservare il risultato finale. Come si comprende, il problema si sposta verso il calcolo delle probabilità, poiché occorre stabilire che valore di probabilità hanno mutazioni casuali di verificarsi simultaneamente e di costruire qualcosa di nuovo. Quella che sembra una via di uscita pone, in realtà, quesiti ancora più gravi dei precedenti e, ancora una volta, gli evoluzionisti propongono soluzioni illusorie.

3. Il secondo inganno evoluzionistico

Il tempo necessario alla evoluzione Fino dai tempi di Darwin, ancora prima di individuare nelle mutazioni la fonte della variabilità del mondo vivente, i biologi avevano intuito le connessioni tra matematica ed evoluzione, ma nessuno tentò mai di impostare rigorosamente il problema (37). Ancora oggi l'atteggiamento evoluzionistico è quello di una certa "sufficienza": avendo avuto a disposizione un periodo dell'ordine di due miliardi di anni, si ritiene sostanzialmente inutile chiedersi cosa sia possibile o impossibile per la evoluzione in un tempo tanto lungo. Basta attendere: il tempo compirà da solo il miracolo della creazione della vita e della sua trasformazione. Ma non sarà un'attesa inutile? A fronte di affermazioni gratuite e non provate, Salet dimostra che la formazione casuale di un organo nuovo, anche modesto, richiederebbe periodi di tempo di durata inimmaginabile, che, espressi in anni, sarebbero dell'ordine di 10 seguito da parecchie centinaia o migliaia di zeri. Nella impossibilità di ripercorrere punto per punto i suoi calcoli, riporto qui di seguito i passaggi principali della dimostrazione. Occorre osservare, innanzitutto, che la casualità delle mutazioni non implica affatto che esse possano produrre un qualsiasi risultato. Anche le fantasie del caso, dice Salet, hanno limiti. Nella teoria delle probabilità, questi limiti si chiamano soglie di impossibilità e rappresentano quei valori di probabilità al di sotto dei quali vi è la certezza che un evento casuale, di una certa natura, non si è mai verificato né mai si verificherà. Sulla scorta delle speculazioni di Émile Borel, uno dei massimi matematici del nostro secolo, Salet determina le soglie di impossibilità assoluta per eventi di natura chimica e biochimica sulla Terra e nell'Universo. Considerando la velocità dell'elettrone nell'atomo e la sua massa si può stabilire in 10 38 il massimo numero di eventi chimici che si possono svolgere ogni secondo in 1 grammo di materia. Stimando ancora, con larghissimo margine, che il Sole abbia riserve di idrogeno per 100 miliardi di anni, si può ritenere che il nostro pianeta, esistente già da qualche miliardo di anni, possa avere una vita di 10 18 secondi. Infine, ritenendo che gli esseri viventi possano muovere una quantità di materia pari, al più, a quella contenuta in uno strato terrestre dello spessore di 1 chilometro, cioè 10 24 grammi, si giunge alla cifra di 10 80 come limite superiore sicuro del numero di tutto ciò che è possibile immaginare sulla Terra relativamente a eventi di natura chimica e biochimica. Questo numero è molto importante perché il suo inverso, cioè 10 -80 (=1/10 80), costituisce proprio la soglia di impossibilità assoluta per eventi chimici e biochimici (38). Salet riassume in un teorema queste considerazioni: "la realizzazione sulla Terra di un evento supposto o di un insieme di eventi supposti di natura chimica è impossibile se la probabilità di realizzazione di tale evento o insieme di eventi, in una sola prova, è inferiore a 10 -100 " (39).

Un altro dato utile ai fini della dimostrazione della impossibilità evolutiva è il numero massimo di esseri viventi che sono potuti esistere da quando la Terra può ospitare la vita, cioè da due miliardi di anni. I calcoli forniscono 10 45 come valore. Nel caso particolare dei vertebrati tetrapodi, cioè anfibi, rettili, uccelli e mammiferi, ovvero i grandi gruppi della sistematica animale, si ottiene come valore massimo la cifra di 10 25. Sulla scorta di questi limiti superiori e dei relativi valori inversi di probabilità, Salet calcola i valori di probabilità delle serie di mutazioni casuali, che possono portare alla comparsa di novità vantaggiose nel patrimonio ereditario di un individuo. I risultati non lasciano adito a dubbio alcuno: tali valori di probabilità sono talmente inferiori ai limiti superiori da fare ritenere impossibile non solo la evoluzione nel suo complesso, ma anche la singola mutazione, o gruppo di mutazioni, capace di fare apparire un organo nuovo, per quanto semplice possa essere .

Per dare una idea, consideriamo il caso particolarmente interessante dei vertebrati tetrapodi, di cui si è detto sopra. L'interesse nasce da due considerazioni: la prima è che gli evoluzionisti hanno elaborato numerose e contraddittorie teorie sulla filiazione di un gruppo di vertebrati da un altro (40); la seconda è che ai mammiferi appartiene anche l'uomo che, per questo, verrebbe ricollegato ad antenati animaleschi.
Consideriamo, dunque, una specie S di vertebrati tetrapodi costituita da M individui. Se P è la probabilità che n geni del patrimonio ereditario di un individuo abbiano acquisito un nuovo carattere, in seguito a mutazioni casuali, si può scrivere che

P = p1 x p2 x ... x pn,

dove p1, p2,..., pn sono le probabilità di mutazione vantaggiosa dei singoli geni (41). Chiamando p il valore più grande tra essi si può scrivere che la probabilità di mutazione degli n geni è inferiore a pn , cioè

P < pn.

Ora, il numero probabile di individui della specie che hanno subito la mutazione sarà

N = P x M,

cioè la probabilità per un individuo moltiplicata per il numero totale degli individui (42). In virtù della diseguaglianza scritta sopra vale allora che

N < pn x M.

Assegniamo adesso valori ai simboli della disequazione, cercando di essere benevoli con la evoluzione. Supponiamo che alla mutazione siano interessati soltanto 5 geni (n = 5); che la probabilità della singola mutazione sia di un milionesimo (p = 10 -6) e che la popolazione della specie sia addirittura uguale al numero massimo di vertebrati tetrapodi (M = 10 25): con questa ipotesi il numero di individui mutati risulta inferiore a 10 -30 x 10 -25 = 10 -5, cioè a 1 su 100.000. Nel contesto della nostra dimostrazione questo numero significa che, in un periodo di un miliardo di anni la probabilità che sia apparso un solo vertebrato munito di 5 nuovi geni funzionali, è di 1 su 100.000, ovvero che occorrono 100.000 miliardi di anni per avere la quasi certezza di vederne uno. Queste cifre danno solo una pallida idea del tipo di problema che sorge quando si vuole assegnare al caso la genesi e la complessità del mondo vivente. Basta supporre, per esempio, che i geni interessati alla novità siano 6 anzichè 5, perché la certezza della comparsa di un mutante risulti di 1 su 100 miliardi di miliardi di anni! Dato che la cosmologia più recente assegna all'Universo una età di circa 20 miliardi di anni (43), si può ritenere assurda ogni ipotesi che faccia ricorso al caso come a fonte di variabilità vantaggiosa, sia in ambiente pre-vivente che in ambiente vivente. Salet riassume quanto succintamente ho esposto nel seguente principio generale: "Se una costruzione nuova necessita di n nuovi geni, il tempo necessario perché mutazioni geniche conferiscono loro il carattere voluto è una funzione esponenziale di n rapidamente crescente. Tempi largamente superiori a quelli delle ere geologiche sono raggiunti per valori di n molto modesti " (44).

Conclusione

Questo principio, e i calcoli da cui deriva, non hanno trovato smentita di nessun genere. Ed è anche molto inverosimile che possano trovarne. L'atteggiamento evoluzionistico è, di solito, quello di ignorare le difficoltà e le obiezioni e di passare oltre, giocando sulla ignoranza dei molti e su fattori emotivi. Tra questi ultimi trova posto, senza dubbio, la convinzione diffusa che una risposta non scientifica a un problema posto dalla scienza, quale è quello relativo alla origine e alla varietà dei viventi, sia una sorta di capitolazione dell'intelletto, l'ammissione di un limite. In realtà, ciò che cade e si frantuma, di fronte alle grandi questioni, non è l'intelletto, ma l'orgoglio "originale" che rispunta, oggi, nelle vesti di una scienza egemone del reale, attraverso la tecnica, e intollerante verso ogni fatto che sfugga ai suoi metodi di indagine. Nel costringere i limiti della conoscenza entro i rigori del principio fisico di indeterminazione, Max Born, premio Nobel per la fisica nel 1954, scriveva con disprezzo "Quello che sta al di là, gli aridi tratti della metafisica, lo lasciamo volentieri alla filosofia speculativa " (45). Dal canto suo, la filosofia naturale e cristiana si fa carico di quegli "aridi tratti", sorretta dall'antica e ispirata sapienza: "Vani [per natura] sono tutti gli uomini, cui manca la conoscenza di Dio,/ e che dai beni visibili non seppero conoscere Colui che è,/ né dalla considerazione delle opere riconobbero l'artefice./ Ma o il fuoco o il vento o l'aria mobile/ o il cielo delle stelle o la gran massa delle acque/ o il sole e la luna credettero dei, governatori del mondo./ Se dilettati dalla bellezza di tali cose le supposero dei,/ sappiano quanto più bello di esse è il loro Signore,/ giacché l'autore della bellezza creò tutte quelle cose./ Se furono colpiti invece dalla loro potenza ed energia,/ intendano da esse, che più potente di loro è colui che le produsse./ Dalla grandezza invero e dalla bellezza delle creature/ si può conoscere, per analogia, il loro creatore; " (46).

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Note

(1) In Giuseppe Sermonti e Roberto Fondi, Dopo Darwin. Critica all'evoluzionismo, Rusconi, Milano 1980, p. 16, chiedendosi se sia "possibile un evoluzionismo senza Darwin", Sermonti risponde che "se si intende il vero spirito e la vera intenzione dell'evoluzionismo la risposta è no".
(2) La corsa alle "prove" costituisce, nella storia dell'evoluzionismo, un capitolo a sé. Dalla ricerca dei cosiddetti "anelli mancanti" tra due gruppi di viventi al clamoroso falso paleontologico di Piltdown nel quale ebbe un ruolo attivo padre Teilhard de Chardin gli evoluzionisti non hanno mai tralasciato nulla che potesse confortare la validità della loro teoria. Così non è infrequente imbattersi in notizie come Un bimbo con coda conferma la teoria dell'evoluzione (il Giornale nuovo, 21-5-1982).
(3) Così Claudio Barigozzi, in il Giornale nuovo, 17-6-1982. Questo tour d'esprit è talmente frequente presso gli autori evoluzionisti che, si può dire, caratterizzi la logica dell'evoluzionismo stesso: non è più la teoria a sottostare ai dati della realtà, ma è la realtà a essere forzata entro le maglie rigide della teoria.
(4) Giuseppe Montalenti, Charles Darwin, Editori Riuniti, Roma 1982, pp. 117-118.
(5) Francois Jacob, Evoluzione e bricolage, gli "espedienti" della selezione naturale, Einaudi, Torino 1978, p. VIII.
(6) Ibid., p. 36. Sul carattere rivoluzionario del darwinismo cfr. anche Iring Bernard Cohen, La rivoluzione darwiniana, in Le Scienze, n. 172, dicembre 1982. L'autore - che in realtà è Victor S. Thomas, professore di storia della scienza ad Harvard - ritiene estremamente significativa l'affermazione fatta da Darwin a conclusione dell'Origine delle specie, l'opera con cui presentò al mondo scientifico la sua teoria. Scriveva Darwin: "Quando le opinioni sostenute in questo libro, od altre opinioni analoghe, verranno ammesse dalla generalità degli studiosi, si può prevedere oscuramente che vi sarà una grande rivoluzione nella storia della scienza" (Charles Darwin, L'origine delle specie, ed. originale del 1859 e app. con le varianti dell'ed. del 1872, trad. it., Newton Compton, Roma 1981, p. 557). Cohen commenta così: "Questo evento, una dichiarazione di rivoluzione in una pubblicazione scientifica formale, è apparentemente senza precedenti nella storia della scienza". Interessante è ancora l'osservazione di Cohen sul fatto che "c'è un solo altro autore scientifico dell'epoca moderna che può essere paragonato a Darwin, [...] ed è Sigmund Freud, un dato che mostra l'incredibile intuito che Freud ebbe quando, paragonò l'effetto prevedibile delle sue idee [sull'inconscio e sulla psicanalisi, ndr] a l'effetto di quelle di Darwin".
(7) G. Montalenti, op. cit., p. 42.
(8) Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, 3a ed. it. accresciuta, Cristianità, Piacenza 1977.
(9) Ibid., p. 189.
(10) Emanuele Samek Lodovici, Ma l'uomo non è solo una macchina, in Il Settimanale, anno 1980, n. 34-35.
(11) F. Jacob, La logica del vivente, tr. it., Einaudi, Torino 1971, p. 215.
(12) Ibidem.
(13) Ibidem.
(14) Idem, Evoluzione e bricolage, Gli "espedienti" della selezione naturale, cit., p. VIII.
(15) Ibidem.
(16) Ibidem.
(17) Ibid., p. IX.
(18) Cfr. Lucio Colletti, Marx era il suo miglior nemico, in Darwin. Come si diventa uomo, supplemento a L'Espresso, anno XXVII, n. 13, 4-4-1982.
(19) F. Jacob, La logica del vivente, cit., p. 207. Darwin, in pratica, ha negato la specie e il "tipo" o "modello" a cui ogni specie rinvia. Il mondo vivente è, per l'evoluzionismo, un grande sistema i cui elementi, tutti diversi, sono in continua trasformazione.
(20) Il problema è discusso in Harry Harris, Diagnosi prenatale e aborto selettivo, tr. it., Einaudi, Torino 1978.
(21) Clonazione è la tecnica con cui l'intero patrimonio cromosomico di un individuo viene introdotto in una cellula per ottenere un duplicato biologico dell'individuo stesso. Fino dal 1979 i ricercatori Karl Illmensee, svizzero, e Peter Hoppe, statunitense, hanno ottenuto topi clonati, primi tra i mammiferi a essere generati con questo trattamento. Il Corriere Medico del 13/14-1-1981, nel pubblicare un estratto del testo ufficiale con cui i due ricercatori presentavano l'esperimento, titola "profeticamente": Oggi i topi, domani l'uomo.
(22) Cfr. Massimo Introvigne, Le origini della Rivoluzione sessuale, in Cristianità, anno VII, n. 54, ottobre 1979. L'autore osserva che il mutamento di interesse della Rivoluzione, dai fenomeni macrosociali a quelli microsociali, non è il segno di una "crisi" della Rivoluzione stessa. Al contrario, "il fine della Rivoluzione è la IV Rivoluzione", ovvero si sono demolite le istituzioni cristiane per quindi demolire l'uomo naturale e cristiano.
(23) F . Jacob, La logica del vivente, cit., p. 375.
(24) P. Corrêa de Oliveira, op. cit., p. 117.
(25) Cfr. il servizio Il nonno perde il pelo, in Panorama, anno XIX, n. 772, 2-2-1981.
(26) Ibidem.
(27) Lo stesso fenomeno si verifica anche in altri settori della ricerca, che hanno immediate implicazioni di carattere filosofico o religioso. Chi scrive è a conoscenza, per diretta notizia da parte dell'interessato, di condizioni poste alla pubblicazione dei risultati di una analisi elettronica, estremamente raffinata, sulla Santa Sindone, da parte della redazione della rivista a cui il lavoro era diretto. La redazione era disposta a pubblicarlo purché l'autore rinunciasse al confronto con i Vangeli che si rivelavano, naturalmente, in pieno accordo con i risultati.
(28) Tra questi autorevoli ricercatori, merita di essere espressamente ricordato A. Ernst Wilder Smith. Sulla sua opera, cfr. Ermanno Pavesi, "Le scienze naturali non conoscono l'evoluzione", in Cristianità, anno VII, n. 56, dicembre 1979.
(29) Cfr. George Salet, Hasard et certitude. Le Transformisme devant la biologie actuelle, Èditions scientifiques St-Edme, 2a ed., Parigi 1972. Allo stesso livello, anche se con carattere diverso, è da collocare il già citato testo di G. Sermonti e R. Fondi.
(30) Di Salet è uscito un utilissimo studio sul "caso Galileo", in Courrier de Rome et d'ailleurs, anno XII, n. 11-12, Parigi maggio-giugno-luglio 1980.
(31) Per una confutazione delle teorie abiogeniche di Haldane e Oparin, cfr. G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., pp. 162 ss. Sul pensiero e sulla teoria evoluzionistica di Teilhard de Chardin, cfr. Pier Carlo Landucci, Miti e realtà, La Roccia, Roma 1968.
(32) Cfr. G. Montalenti, L'avesse saputo Darwin, in Scienza e Vita nuova, anno IV, 4-5-1982. Montalenti riporta come "un classico" della evoluzione l'esempio della Biston betularia, la falena di cui sono sopravvissuti soltanto individui scuri. Quelli chiari, al tempo della rivoluzione industriale, risaltavano particolarmente sui tronchi di betulla ricoperti di fuliggine, diventando facile preda degli uccelli. Un tipico esempio di azione della selezione naturale è diventato un caso di evoluzione in atto!
(33) G. Salet, Hasard et certitude. Le Transformisme devant la biologie actuelle, cit., p. 212.
(34) Ibidem.
(35) Ibid., p. 214.
(36) Ibidem.
(37) Ammette F. Jacob, La logica del vivente, cit., p. 200, che "Darwin - per analizzare la variazione delle popolazioni - non ricorre a trattamenti matematici complessi, ma fa appello all'intuizione e al buon senso".
(38) Il criterio per passare da 10 80 (= numero massimo di eventi possibili) a 10 -80 (= probabilità di un evento), è lo stesso che si applica nel noto caso del dado. Nel lancio del dado il numero massimo di eventi possibili è 6 (le sei facce dei dado), mentre 1/6 è la probabilità di uscita di una faccia.
(39) G. Salet, op. cit., p. 107. Il valore 10 -80 è stato arrotondato, per comodità di calcolo, a 10 -100 e ciò non cambia la validità della dimostrazione. Il teorema è, in realtà, il corollario di una proposizione più generale, enunciata per la prima volta da É. Borel e nota come "legge unica del caso". Per brevità non ho ritenuto di citarla in questa sede, anche se l'autore ne fa oggetto di una lunga analisi concettuale e matematica.
(40) Cfr., su questo argomento, l'ottima esposizione di R. Fondi, in G. Sermonti e R. Fondi, op. cit., pp. 233-274.
(41) La formula scritta della probabilità totale di eventi indipendenti come prodotto delle probabilità dei singoli eventi può risultare più chiara ricorrendo a un esempio immediato. Nel lancio di un dado, come si è detto, la probabilità di ottenere un numero, per esempio 4, è 1/6. Nel lancio di una moneta, invece, la probabilità di ottenere, per esempio, "testa" è 1/2. Nel lancio di dado e moneta la probabilità di ottenere 4 e "testa" è proprio 1/6 x 1/2 = 1/12.
(42) Procedendo con l'esempio del dado, si può ritenere, con buona approssimazione, che, su 6000 lanci, il numero di volte in cui uscirà 4 sarà circa 1/6 x 6000 = 1000.
(43) Cfr. Venzo de Sabbata, Universo senza fine. Attualità in astrofisica, Corso, Ferrara 1978, p. 162.
(44) G. Salet, op. cit., p. 156.
(45) Max Born, Fisica atomica, tr. it., Boringhieri, Torino 1968, p. 384.
(46) Sap. 13, 1-5.

[Edited by Credente. 8/4/2014 9:49 PM]
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7/29/2015 5:21 PM
 
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Bogdanov ci mette anche davanti al tempo necessario perchè si verifichi uno solo dei diversi passaggi necessari per arrivare alla prima cellula vivente:
"Affinchè la formazione dei nucleotidi porti 'per caso' all'elaborazione di una molecola di RNA (acido ribonucleico) utilizzabile, sarebbe stato necessario che la natura moltipllcasse i tentativi a caso per un tempo di almeno anni 1 seguito da 15 zeri (cioè un milione di miliardi di anni), il che è un tempo centomila volte più esteso dell'età complessiva del nostro universo" (Grichka Bogdanov, Igor Bogdanov, Jean Guitton, Dio e la scienza, Bompiani, Milano 1992, p. 44).

Non meno illuminante è quanto ha detto il prof. Bucci del campus biomedico universitario di Roma, nel corso di un congresso internazionale avente per tema "La probabilità nelle scienze": "Supponiamo che io vada in una grotta preistorica, e vi trovi incisa, su una parete, una scritta, per esempio: 'Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la dritta via era smarrita', e che io dica ai miei colleghi: in quella grotta, a causa dell'erosione dell'acqua, della solidificazione dei carbonati e dell'azione del vento, si è prodotta, per caso, la prima frase della Divina Commedia. Non mi prenderebbero per matto? Eppure non avrebbero nulla da ridire se dicessi loro che si è formata per caso la prima cellula vivente, che ha un contenuto d'informazioni equivalente a 5000 volte l'intera Divina Commedia".
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11/9/2015 5:21 PM
 
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Perché il teismo cristiano
fornisce la spiegazione più razionale

esiste un dioSe mettessimo su una asettica bilancia delle probabilità l’esistenza di Dio e la non esistenza di Dio, la conclusione sarà che, si, probabilmente c’è un Dio. Ma non un Dio qualunque, soltanto una delle principali religioni del mondo, infatti, ha la possibilità razionale di rivendicare di essere vera: il cristianesimo.

Questa è la conclusione a cui è giunto il celebre filosofo Richard Swinburne, uno dei più eminenti filosofi della religione del nostro tempo, nel suo libro più popolare: “Esiste un Dio?” (Lateran University Press 2013). Un’opera destinata al grande pubblico, certo, ma che è comunque un saggio filosofico nel quale Swinburne affronta dettagliatamente diverse argomentazioni, e confutazioni delle possibili obiezioni, per arrivare alla sua conclusione.

La fondamentale premessa è accettare che una tesi è probabilmente vera se:
1) Porta ad aspettarci (con precisione) numerosi eventi differenti che si possono osservare;
2) ciò che viene proposto è semplice;
3) Si adatta molto bene alle nostre conoscenze del contesto;
4) Non c’è un’altra argomentazione concorrente che soddisfa i criteri 1-3 così bene come la tesi da noi proposta.

Per rispondere al grande dilemma metafisico del perché c’è qualcosa anziché il nulla esistono tre spiegazioni definitive: il materialismo, secondo cui l’esistenza e il funzionamento di tutti i fattori coinvolti nella spiegazione personale (le cose avvengono perché provocati intenzionalmente da qualcuno) hanno una spiegazione inanimata completa (le cose avvengono perché causati da cose inanimate).L’umanesimo, invece, è una teoria mista e sostiene che l’esistenza e il funzionamento dei fattori coinvolti nella spiegazione inanimata non hanno tutti una spiegazione ultima in termini personali. Infine il teismo, ovvero che l’esistenza e il funzionamento dei fattori coinvolti nella spiegazione inanimata debbono essi stessi essere spiegati in termini personali.

«La tesi di questo libro», spiega Swinburne, «è che il teismo fornisce di gran lunga la spiegazione più semplice di tutti i fenomeni. Il materialismo, a mio parere, non è un’ipotesi semplice, ed esiste uno spettro di fenomeni che, con grandissima probabilità, non risulta in grado di spiegare. L’umanesimo costituisce un’ipotesi ancora meno semplice del materialismo» (p. 48,49). Il materialismo, in particolare, postula che ogni spiegazione completa del fatto che le cose si comportano come si comportano è fornita dai poteri e dagli obblighi di un numero immenso(forse infinito) di oggetti materiali. Il teismo, al contrario, afferma che ogni singolo oggetto che esiste è causato ad esistere e mantenuto in esistenza da un’unica sostanza, Dio. La spiegazione più semplice postula un’unica causa, per questo il teismo è anche più semplice del politeismo. Soltanto questa tesi soddisfa i quattro criteri iniziali: è la teoria più semplice che prevede fenomeni osservabili quando non ci aspetteremmo altrimenti di osservarli.

Questa Causa, sostiene il teismo, non può che avere necessariamente alcune caratteristiche precise: una Persona con un potere infinito (onnipotenza), conoscenza infinita (onniscienza) e libertà infinita (non viene influenzato). Sostenere queste proprietà di Dio è anch’essa la spiegazione più semplice che non il contrario (ad esempio diventa una spiegazione complicata postulare che Dio sia venuto all’esistenza in un certo momento, così come se introduciamo un limite ai suoi poteri ecc.) Ovviamente il filosofo spiega e dettaglia ogni sua affermazione e conclusione a cui giunge, cosa che qui per motivi di spazio non è possibile fare.

Se Dio esistesse, prosegue il ragionamento, ci aspetteremmo che la sua creazione sia ordinata, non dominata dal caos, e quindi che fosse governata da poche leggi, sempre le stesse. Ed infatti, tutti gli elementi dell’Universo non soltanto esistono ma si comportano esattamente allo stesso modo, obbedendo alle stesse leggi della natura (dalle galassie più lontane alle particelle del nostro corpo). Non domina il caos mal’ordine è la regola, inoltre tutti gli oggetti rientrano in dei generi i cui membri si comportano in modo uguale tra loro in maniera ancora più specifica (ogni elettrone si comporta come un altro elettrone per respingere un elettrone con la stessa forza elettrica, così come ogni tigre si comporta come ogni altra tigre ecc.). Senza una causa di tutto sarebbe una coincidenza davvero straordinaria, «troppo straordinaria perché qualunque persona razionale vi creda», così come sarebbe poco razionale non ipotizzare una autore comune se trovassimo tutti i documenti presenti in una stanza scritti con la stessa calligrafia.

La semplice ipotesi del teismo porta ad aspettarci tutti i fenomeni descritti con un ragionevole grado di probabilità: un Dio onnipotente non solo ha buone ragioni per farlo, ma è in grado di produrre questo mondo ordinato. Allo stesso tempo postulare Dio di fronte a tutto questo è una reazione naturale e razionale (è la base della quinta “via” di S. Tommaso d’Aquino, cioè il comportamento ordinato dei corpi materiali che hanno la tendenza a muoversi verso un fine). Non ci sono argomenti alternativi che soddisfano i criteri posti inizialmente, ovvero non c’è un’altra ipotesi semplice che porta ad aspettarci questi fenomeni osservabili. Il filosofo, inoltre, confuta le obiezioni del principio antropico e del multiverso, così come respinge l’accusa di utilizzare un “Dio delle lacune“: «non sto postulando un dio che serva semplicemente a spiegare le cose che la scienza non ha ancora spiegato. Io postulo Dio per spiegare perché la scienza spiega. Proprio il successo della scienza a spiegarci quanto è profondamente ordinato il mondo naturale fornisce una forte motivazione per credere che esiste una causa ancora più profonda di quell’ordine» (p.79).

Collegandosi al punto precedente, Swinburne aggiunge che un maestoso ordine regola anche l’infinita complessità dei corpi umani e dei corpi animali. Un ordine emerso tramite leggi evolutive, ma l’evoluzione è uno strumento non una spiegazione ultima: non spiega infatti perché abbiano funzionato quelle leggi evolutive (oltretutto guidate da limiti e confini ben precisi) e non altre, non spiega da dove nascano le stesse leggi evolutive e perché c’erano proprio quegli elementi chimici sulla Terra. Gli esseri umani sono anche esseri coscienti, mentre gli atomi non lo sono: la coscienza non può essere una proprietà di un semplice oggetto materiale, ma dev’essere proprietà di qualcosa connesso al corpo che, tradizionalmente, si chiama anima, a cui appartiene la vita cosciente del pensiero e dei sentimenti. Essa non può essere oggetto di studio da parte della scienza, non si rileva la vita cosciente ispezionando il cervello, per questo (e per tanti altri motivi) la dimensione mentale va distinta dal cervello.

Così, in qualche momento della storia evolutiva i corpi degli uomini sono diventati connessi alle anime e questo è al di fuori di una spiegazione scientifica: perché un cervello darebbe origine alla coscienza? E perché proprio questi specifici eventi mentali? Servirebbe una teoria scientifica corpo-anima formata da alcune semplici leggi, quindi che preveda che certi eventi cerebrali daranno luogo a certi eventi mentali. Ma non è possibile l’esistenza di tale legge scientifica poiché gli eventi mentali differiscono in termini misurabili dagli eventi mentali. Soltanto il teismo può offrire una risposta semplice, soddisfacente e razionale, considerando che soltanto un Dio buono ha una buona ragione per causare l’esistenza delle anime e unirle ai corpi, rendendoli consapevoli di ciò che li circonda. Così, «l’ipotesi di Dio ci conduce con una certa probabilità ad aspettarci anche questi fenomeni» (p. 106).

Un capitolo del libro è utilizzato a spiegare perché l’esistenza del male non è una obiezione all’esistenza di Dio, interessante anche il capitolo dedicato alla razionale probabilità che questo Dio intervenga nella storia (miracoli) e, conseguentemente, molti argomenti portano a riconoscere solo nella religione cristiana (diversa per numerose caratteristiche da tutte le altre) la volontà di Dio di rivelare alcune verità agli uomini.

La conclusione di questo affascinante percorso del celebre filosofo è che «l’esistenza, l’ordine, la regolazione accurata del mondo; l’esistenza di esseri umani coscienti in esso con provvidenziali opportunità di plasmare se stessi, plasmarsi a vicenda e plasmare il mondo; alcune prove storiche di miracoli collegati con necessità umane e preghiere, particolarmente in connessione con la fondazione del cristianesimo, completate infine dell’evidente esperienza di milioni di persone delle sua presenza, tutto ciò rende significativamente più probabile che ci sia un Dio anziché il contrario» (p. 153).


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4/29/2017 8:13 PM
 
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                                                                                                                                                                                                                                                                                 L'insieme di proteine in una cellula si chiama proteoma; lo studio della proteomica sta cescendo in modo esponenziale. E' uscito un lavoro in "Nature" dei biologi Ruedi Aebersold e Mathias Mann; essi affermano che "potenti tecnologie di spettrometria di massa forniscono intuizioni senza precedenti sulla struttura, la funzione e il controllo del proteoma così da far luce sui processi biologici complessi".


Essi non accennano mai, nel loro articolo, all'evoluzione e affermano che le proteine controllano sostanzialmente tutti i processi cellulari; esse nel loro insieme svolgono funzioni nella cellule in determinati momenti  e luoghi in associazione fisica con altre proteine. Una cellula dello schizosaccaromicete contiene circa 60 milioni di molecole proteiche che vanno da alcune copie di una determinata proteina a 1,1 milione di copie di un'altra specifica proteina. Esiste una concentrazione di 2-4 milioni di proteine per micrometro cubo  o 100-300 mg.per ml. La vasta rete proteomica della cellula si adatta dinamicamente alle perturbazioni esterne o interne, cioè genetiche e quindi il proteoma determina il fenotipo della cellula. Descrivere e comprendere il proteoma e il suo funzionamento è la sfida centrale e fondamentale della biologia. I due biologi guardano al proteoma come ad un sistema integrato che contribuisce alla vita e alla salute della cellula, il proteoma fornisce energia, consegna merci, conserva le informazioni genetiche rimuove i rifiuti  e fa replicare la cellula. Diversi sistemi cellulari hanno proteoni simili e differiscono tra loro per poche specifiche proteine ed è piuttosto l'abbondanza diversa delle singole proteine che determina la specificità della cellula e come sono organizzate nel loro insieme.                                                                                                                     


Un altro articolo in "nature" degli studiosi Huang, Boyken e Brake si interessa della progettazione ex novo di nuove proteine. Per questo hanno bisogno di capire come una sequenza di aminoacidi determina una conformazione pieghevole della proteina. Questo lavoro è interessante perchè si riferisce ai lavori di Douglas Axe. Nel suo recente libro "innegabile" Axe ha stimato la prevalenza di sequenze che potrebbero ripiegarsi in sequenze funzionali su tutta intera la sequenza spazio: egli ha stimato che solo una proteina su 10 ^74 sequenze è funzionale in una sequenza di 150 aminoacidi, cioè ogni 10^ 74 sequenze si trova una proteina piegata in modo funzionale a svolgere qualsiasi funzione. Il nuovo documento in "nature" indica uno spazio funzionale ancora più piccolo. Gli autori sostengono che il numero di sequenze distinte che sono possibili per una proteina di lunghezza tipica di 200 aminoacidi è 20^200  sequenze. Il numero di proteine che possono essere prodotte da tutti i microorganismi esistenti è dell'ordine di 10^12, l'articolo prosegue spiegando che l'evoluzione non è una buona guida per l'esplorazione delle proteine funzionali dalla massa di proteine che abitano nello spazio sequenza di 20^200, e che inoltre è possibile trovare sequenze funzionali in base alla comprensione delle proprietà fisiche delle proteine; ci vuole pertanto un processo mentale di conoscenza per trovare le proteine funzionali. Cercare a caso serve a poco. Da 20^200 sino ad arrivare a 10 ^12 sono le proteine effettivamente presenti negli organismi, il salto è molto grandeed è di 240 ordini di grandezza per le catene proteiche di 200 aminoacidi e di 183 ordini di grandezza per le catene di 150 aminoacidi che Axe ha usato. Qualsiasi ricerca casuale, dicono gli autori, non danno alcuna probabilità di trovare sequenze funzionali anche utilizzando tutti gli atomi dell'universo. Dembski ha calcolato che una probabilità inferiore a 10^-150 non potrà mai accadere in tutta la storia dell'universo. La stima di Axe di 1 su 10 ^74 è al di sopra del limite di probabilità di 10^150 ma si deve tener presente che per creare casualmente una proteina funzionale tutti gli aminoacidi devono essere levogiri e tutti i legami devono essere peptidici. Questo lo spiega Stephen Meyer nel libro “Firma nella cellula”. Applicando generose probabilità di 0,5 per tutti gli aminoacidi levogiri e 0,5 probabilità per tutti i legami peptidici Meyer riduce le probabilità di trovare una proteina funzionale nello spazio sequenza a uni in 10^164, probabilità ben al disotto del limite posto da Dembski di 10^150. Nonostante questi ordini di grandezza gli autori dell'articolo Huang, Boyken e Baker continuano a credere ciecamente  che questi processi incredibili di estrema precisione siano dovuti all'evoluzione. La loro visione del mondo non permette loro di considerare questo come prova di un progetto intelligente




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4/29/2017 8:36 PM
 
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Le proteine istoniche sono un tipo di proteine basiche, abbastanza piccole, con un contenuto medio di 100 aminoacidi; sono presenti nel nucleo cellulare di tutti gli eucarioti e servono ad impacchettare il DNA che è un filamento, se svolto interamente di circa 5 cm. e, se non fosse impacchettato non potrebbe starci nel nucleo che misura pochi nanometri soltanto.


 


I singoli pacchetti in cui è avvolto il DNA si chiama nucleosoma e il DNA ,in condizioni normali è costituito da una serie di nucleosomi intervallati da brevi filamenti liberi. Gli istoni sono le proteine che formano i nucleosomi. Sono di 4 tipi diversi: h1, h2, a sua volta costituito da h2 a e h2b, h3 e h4. Sono estremamente conservati in tutti gli eucarioti, nel senso che possiedono pochissime variazioni nella sequenza aminoacidica, ciò vuol dire che l'esatta sequenza degli aminoacidi negli istoni è essenziale alla vita e anche una piccola variazione degli aminoacidi è letale per la funzione. Quindi, per costruire gli istoni il cieco caso, se fosse vero il paradigma darwiniano avrebbe dovuto vagliare per tutti e quattro gli istoni 20^400 possibilità diverse, e un numero enorme di molto superiore all'indice di probabilità che possa accadere in tutto l'universo che è di 1su 10^150! Ma gli istoni, oltre ad avere la funzione di impacchettare il DNA formando i nucleosomi possiedono un'altra funzione importante che è quella di essere metilati da enzimi specifici chiamati metil trasferasi; la metilazione degli istoni provoca una despiralizzazione della zona del DNA dove gli istoni sono metilati e quindi succede che nella zona despiralizzata il DNA è permeabile all'azione della RNA polimerasi che è l'enzima che codifica i geni copiando la sequenza genica in RNA messaggero che poi tradurrà il messaggio nella proteina corrispondente presso i ribosomi. Lo sviluppo dell'embrione quindi avviene con una sequenza continua di metilazione e demetilazione degli istoni ed anche in maniera molto precisa, per cui vengono silenziati oppure al contrario vengono espressi centinaia di geni che danno la caratteristica alle 200 varietà di cellule differenti possedute dal corpo umano. Questa sequenza è altamente programmata ed è evidente come il sole che esiste per questo una  Intelligenza che ha programmato tutto ciò.
Il caso e la necessità che vengono invocati da chi non crede, non possono fornire le risposte a tali e tanti elementi così complessi.


9/12/2019 11:49 AM
 
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Due scoperte fondamentali  della scienza moderna  hanno messo in crisi  la scienza materialistica .Queste scoperte sono: il software del computer e gli studi sul DNA che hanno accertato che questa  molecola contiene tutte le informazioni per la costruzione di tutta  ll organize axioms degli apparati  e  structure di un organismo, quindi si  comporta come il software di un computer.


Questo fatto lo riconoscono anche degli scienziati atei come Dawkins. 
Bill Gates, paragonando la struttura del DNA con i computer affermava che il DNA è molto più sofisticato e complesso di tutte le informazioni immesse dall'uomo in un computer.
Se si prende  un pezzo di DNA che costruisce una funzione e se si rimettono a caso i nucleotidi che lo compongono , prima che avvenga una nuova funzione proteica passa un tempo enorme; nel frattempo si  formano solo proteine non funzionali. Douglas Axe dice che le probabilità  sarebbero le stesse che un uomo a occhi bendati possa trovare un atomo specifico  disperso nella galassia. La scienza materialistica è quindi in crisi per la nascita e lo sviluppo della vita. Dietro al suo  sviluppo è  di necessità  pensare  che esista una straordinaria Intelligenza che ha creato tutte le meraviglie della vita. 
E’ diffusa nella  nostra società  la  dimenticanza di Dio ma chi vede le cose con obiettività  scientifica deve riconoscere la sua esistenza.


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