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UOMINI DI SCIENZA CREDENTI (O EX NON CREDENTI)

Last Update: 8/22/2018 2:50 PM
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5/14/2010 9:12 AM
 
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Noi siamo figli di Dio, non del Caos.
La Scienza porta alla scoperta che il mondo si regge su Tre Colonne e Tre Forze,
Fondamentali. L'insieme di queste Tre Colonne e Tre Forze rappresenta la Logica
seguita da Colui che ha fatto il mondo per dar vita alla realtà immanentistica nella
quale viviamo e di cui siamo parte. Noi non possiamo allora essere figli del Caos, ma
della Logica del Creato. Chi è l'autore di questa Logica? Colui che ha fatto il mondo.
E a chi è stato dato il privilegio di scoprire queste verità? Solo a una e una sola forma di
materia vivente: noi. Alle soglie del Terzo Millennio l'uomo ha la certezza di essere
veramente una creatura privilegiata da Dio.

A. Zichichi espone il suo pensiero sulla teoria dell’evoluzione dei viventi:
La cultura dominante ha posto il tema dell'evoluzione biologica della specie umana sul
piedistallo di una grande verità scientifica in contrasto totale con la Fede.
Eppure l'evoluzione biologica della specie umana non avrebbe mai portato l'uomo sulla
Luna. Né a viaggiare con velocità supersoniche. Tanto meno a scoprire la Scienza.
Immaginiamo un nostro antenato dotato di straordinaria longevità. Invece dei nostri
cento anni, supponiamo che sia capace di vivere diecimila anni. Questa fantastica
proprietà gli permetterebbe di osservare quello che è successo nel mondo da diecimila
anni a oggi. Egli potrebbe quindi studiare il modo peculiare in cui i suoi simili si sono
trasformati nel corso dei vari secoli.
Troverebbe, questo nostro fantastico antenato, non poche difficoltà per capire cosa
succede.
E infatti, nel corso degli ultimi diecimila anni - dall'alba della civiltà ai nostri giorni -
l'evoluzione biologica della specie umana ha fatto ben poco. Anzi, assolutamente nulla.
L'uomo è esattamente com'era diecimila anni fa.
Gli evoluzionisti dicono: ma questo è ovvio. Noi abbiamo sempre detto e ripetuto che i
tempi tipici dell'evoluzionismo umano sono milioni, decine di milioni di anni.
Gli evoluzionisti parlano come se un milione o dieci milioni di anni fossero il risultato
di una previsione teorica legata a un'equazione.
Se la teoria evoluzionista avesse basi scientifiche serie, essa dovrebbe essere in grado di
predire il valore esatto dei tempi che caratterizzano l'evoluzione umana.
I sostenitori della teoria evoluzionista del genere umano non hanno la minima idea di
come impostarne le basi matematiche. La teoria dell'evoluzionismo umano non è
nemmeno al livello della peggiore formulazione matematica di una qualsiasi teoria
di fenomeni fondamentali. Noi fisici siamo molto rigorosi nel formulare i nostri
problemi. Prendiamo ad esempio la Cromodinamica Quantistica: la teoria che descrive
le forze tra quark. Essa ha un apparato matematico ben preciso ed è in grado di
prevedere molti effetti. Ciononostante noi non la consideriamo una teoria
galileianamente verificata in tutti i suoi aspetti. Molte proprietà della sua formulazione
matematica sono ancora poco capite e tante verifiche sperimentali debbono essere
realizzate. Un confronto tra questa teoria e la Teoria dell'Evoluzione Biologica della
specie umana non è nemmeno ipotizzabile. Motivo: la Teoria dell'Evoluzione Biologica
della specie umana non ha alcuna base matematica. Eppure molti arrivano all'incredibile
presunzione di classificarla come un'esatta teoria scientifica, corroborata da verifiche
sperimentali. Domanda: quali sono le equazioni di questa teoria? Risposta: non
esistono.
Noi fisici abbiamo la Teoria delle Forze Elettromagnetiche. Essa è galileiana in quanto
capace di formulare previsioni rigorose, suscettibili di essere poste al vaglio della prova
sperimentale riproducibile. Un esempio di precisione è quello della misura del momento
magnetico anomalo del muone che tocca livelli di frazioni di milionesimo.
Con la teoria dell'evoluzione della specie umana siamo lungi da questi traguardi. I1
nostro ipotetico antenato dotato di straordinaria longevità sarebbe molto sorpreso nel
vedere con quale precisione lavoriamo noi fisici e con quale precisione lavorano gli
evoluzionisti del genere umano.

Diciamo subito che la Teoria dell’Evoluzione Biologica della specie umana non è
Scienza galileiana. … Nel paragrafo IV.3 discuteremo i tre livelli di credibilità
scientifica. Ne anticipiamo i punti fondamentali al fine di capire a quale livello
appartiene la Teoria dell'Evoluzione Biologica della specie umana.
I1 primo livello è quello delle prove riproducibili: chi non credesse che la forza è
proporzionale all'accelerazione potrebbe ripetere gli esperimenti di Galilei. Troverebbe
sempre la stessa risposta.
I1 secondo livello di credibilità si ha quando non è possibile studiare eventi
riproducibili sotto controllo diretto. Vediamolo con un esempio. Nel Cosmo si
osservano diversi tipi di Stelle. Introducendo un modello teorico, si possono interpretare
quelle osservazioni in modo tale che un certo fenomeno stellare rappresenti l'esempio di
come nasce una Stella; un altro fenomeno, di come muore. E così via. E’ ovvio che
nessuno può dire: adesso ricomincio tutto daccapo, per verificare se è proprio vero che
una Stella nasce così ed evolve come previsto. Se manca qualche anello nell'evoluzione
stellare, l'unica possibilità è la ricerca di qualcosa nel grande laboratorio cosmico su cui
l'uomo mai potrà intervenire: il cielo.
Ma c'e di più. I modelli dell'evoluzione stellare potrebbero essere con elementi ancora
da scoprire. Basta ricordare la scoperta delle Stelle pulsanti (pulsar). Prima della
scoperta dei pulsar, nessuno avrebbe potuto sostenere che questo fosse un anello
fondamentale nell'evoluzione stellare.
Nel cielo ci sono diversi esempi di Stelle che nascono e che muoiono. Osservando
esempi identici di evoluzione stellare, è come se si ripetesse l'esperimento. Pur senza
alcuna possibilità di intervento diretto, come già detto.
Viene infine il terzo livello: quando una serie di fenomeni accade una sola volta.
Sarebbe il caso dell'evoluzione della specie umana, se non ci fossero gli anelli mancanti
e le altre difficoltà prima elencate.
L'evoluzione della specie umana non è ancora arrivata al terzo livello. Se lo fosse,
potrebbe assurgere al secondo livello di credibilità scientifica se, qui sulla Terra, diverse
volte - come avviene per i fenomeni stellari - fosse possibile osservare tutte quelle fasi
evolutive da noi sintetizzate prima. Questo è ovviamente impossibile.
L'evoluzione della specie umana rimane quindi al di sotto del terzo livello di credibilità
scientifica. Ma non è tutto. Infatti, nella sequenza evolutiva abbiamo già visto che ci
sono anelli mancanti e fenomeni non capiti. I1 terzo livello di credibilità scientifica
appartiene a quei fenomeni che non hanno né anelli mancanti né punti misteriosi. Ecco
perché la teoria che vuole l'uomo nello stesso albero genealogico della scimmia è al
di sotto del più basso livello di credibilità scientifica. Insomma, non è Scienza
galileiana quella che pretende di imporre verità prive di quel rigore che ha fatto
nascere, con Galilei, la Scienza. … Se l'uomo dei nostri tempi avesse una cultura
veramente moderna, dovrebbe sapere che la teoria evoluzionistica non fa parte della
Scienza galileiana. A essa mancano i due pilastri che hanno permesso la grande svolta
del milleseicento: la riproducibilità e il rigore. Insomma, mettere in discussione
l'esistenza di Dio, sulla base di quanto gli evoluzionisti hanno fino a oggi scoperto,
non ha nulla a che fare con la Scienza. Con l’oscurantismo moderno, sì. …
Sappiamo con certezza che l’evoluzione biologica della specie umana è ferma da
almeno diecimila anni (dall’alba della civiltà). Una precisazione: “alba della civiltà”
vuol dire il momento dal quale siamo in grado di studiare con certezza le proprietà di
questa forma di materia vivente detta uomo. Durante diecimila anni questa forma di
materia vivente è rimasta esattamente identica a se stessa. Evoluzione biologica: zero.

Promuovere la Teoria dell’Evoluzione Biologica della specie umana al rango di teoria
scientifica corroborata da prove sperimentali e in grado di negare l’esistenza di Dio, è
uno degli atti di mistificazione culturale più gravi che siano stati commessi da quando è
nata la Scienza. …
L’evoluzione biologica della specie umana non possiede – fino a oggi – alcun
requisito per essere posta a un livello di dignità scientifica pari a quello degli studi
che descrivono il più sparuto granellino di polvere.
1 Opere di Galileo Galilei, II saggiatore, Ed. Naz., VI, 232.
2 invalso 1'uso di riferirsi ai secoli sedicesimo, diciassettesimo, diciottesimo, diciannovesimo,
ventesimo dicendo nel Cinquecento, nel Seicento, nel Settecento, nell'Ottocento, nel Novecento. I
sostenitori di questo uso dicono che non si può dire nel millecinquecento in quanto millecinquecento
non indica un secolo ma un anno. Volendo essere rigorosi, anche il Cinquecento indica un anno e non
si supera la difficoltà. Noi useremo il termine millecinquecento per riferirci al secolo sedicesimo,
milleseicento per riferirci al secolo diciassettesimo e così via. Se dicessimo nel Cinquecento
intenderemmo riferirci al sesto secolo dopo Cristo.
Antonino Zichichi, uno dei massimi esponenti della cultura scientifica moderna, ha
effettuato importanti scoperte nello studio delle Forze Fondamentali della Natura.
Direttore del Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana di Erice, da lui fondato, è
docente di Fisica Superiore all’Università di Bologna e presidente della World
Federation of Scientists.
5/14/2010 9:35 AM
 
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PAUL C. W. DAVIES, Dio e la nuova fisica, Mondadori, Milano 1984Invia questa  pagina a ...

God and the New Physics, Penguin Books, London 1983

 

 

Giuseppe Tanzella-Nitti,
Pontificia Università della Santa Croce, Roma

L'Autore e lo scopo del libro

Paul Davies è nato a Londra nel 1946. Dopo aver insegnato matematica al King's College di Londra è stato professore di fisica teorica a Cambridge, a Newcastle upon Tyne e ad Adelaide (Australia). Ha successivamente ricoperto una cattedra di Filosofia Naturale presso l'Australian Centre for Astrobiology, nella Macquarie University a Sidney. Come ricercatore si è occupato di problemi legati alla quantizzazione della gravità, alla fisica dei black holes e agli effetti quantistici della curvatura dello spazio-tempo, approdando infine all'astrobiologia. Fin dagli inizi della sua attività Paul Davies si è imposto all'attenzione del pubblico per le sue doti di valente divulgatore, anche in programmi radiofonici e televisivi, prediligendo quegli aspetti della scienza contemporanea, principalmente della fisica e della cosmologia, che offrono collegamenti con la filosofia e la religione. Il graduale, continuo coinvolgimento in queste ultime tematiche gli ha meritato nel 1995 il Premio Templeton per il progresso della scienza e della religione. Con stile attraente e vivace (tale da guadagnarsi una nomina come Fellow della Royal Society of Literature nel 1999), Davies è capace di guidare anche il lettore non esperto verso la comprensione di quei fenomeni e di quegli scenari fisici che hanno più fortemente trasformato la nostra visione della natura, recando con sé importanti conseguenze anche per altri ambiti del sapere. Davies è divulgatore assai prolifico e tutte le sue maggiori opere sono tradotte in lingua italiana, generalmente subito dopo la loro pubblicazione in lingua originale, molte delle quali oggetto di diverse edizioni e varie ristampe. Vanno ricordate: L'universo che fugge (Mondadori, Milano 1979), Universi possibili (Mondadori, Milano 1981), Sull'orlo dell'infinito (Mondadori, Milano 1985), Superforza (Mondadori, Milano 1986), Il cosmo intelligente (Mondadori, Milano 1989), La mente di Dio (Mondadori, Milano 1993), Siamo soli? Implicazioni filosofiche della scoperta della vita extraterrestre (Laterza, Roma-Bari 1994), Gli ultimi tre minuti (Sansoni, Firenze 1995), I misteri del tempo (Mondadori, Milano 1996), Un solo universo o infiniti universi? (Di Renzo, Roma 2002), e ancora The Fifth Miracle. The Search for the Origin and Meaning of Life (1999) e How to Build a Time Machine (2001).

Il volume Dio e la nuova fisica apparve originariamente nel 1983. Disponibile già l'anno successivo in edizione italiana, fu successivamente più volte ristampato (ne citeremo qui i brani dall'edizione più recente, Oscar Saggi Mondadori, Milano 2002) e rappresenta probabilmente una delle opere più emblematiche dello scienziato e divulgatore anglo-australiano. Inizialmente critico verso le riflessioni della filosofia e della teologia sui grandi temi del cosmo e dell'esistenza, è a partire da quest'opera quando l'A. manifesta la consapevolezza che la visione scientifica del mondo si mescola inevitabilmente con interrogativi di ordine filosofico e religioso, sebbene egli sia principalmente preoccupato di valutare quali ripercussioni la scienza abbia sulla filosofia e sulla religione e non viceversa. Siamo dell'avviso che l'A. sia stato protagonista di un percorso intellettuale che lo ha condotto, negli anni successivi alla pubblicazione di questo volume, ad affrontare le tematiche interdisciplinari con profondità crescente. Ormai verso la metà degli anni 1990, egli giunge ad un riconoscimento esplicito dell'apertura che la conoscenza scientifica ha verso un fondamento filosofico e verso la stessa Trascendenza, e dell'importanza che la religione riveste per la genesi delle idee e il futuro dell'uomo sul pianeta. Da questo punto di vista, Dio e la nuova fisica rappresenta ancora una riflessione transitoria ed il modo di riferirsi alla nozione di Dio conoscerà una progressiva maturazione nelle opere successive. Ciononostante, essa ha costituito, e costituisce tuttora, una fonte di riferimento per gran parte degli autori che riflettono sui rapporti fra scienza e religione, probabilmente anche a motivo dell'esplicita menzione di Dio nel suo stesso titolo, cosa divenuta oggi quasi di moda, ma che all'inizio degli anni 1980 era da considerarsi una novità per un libro di divulgazione scientifica. È l'influenza esercitata da questo volume, e non tanto la maturità delle riflessioni filosofiche che vi si contengono, non scevre, al contrario, da ingenuità e da imprecisioni, a suggerirci di darne menzione nelle pagine di questa rubrica di orientamento bibliografico.

Sono tre le considerazioni di sintesi suggerite dalla lettura dell'opera. In primo luogo va riconosciuta l'abilità di Davies nel mettere bene in luce l'ampia gamma di ambiti della ricerca scientifica ove le conoscenze acquisite paiono interagire o comunque confrontarsi con quanto la religione tradizionalmente afferma al parlare di Dio e dei suoi rapporti con il mondo: «questo libro non vuole trattare di argomenti religiosi: si occupa, piuttosto, di valutare l'impatto esercitato dalla nuova fisica su questioni che un tempo erano esclusivamente di pertinenza della religione» (p. 10) In secondo luogo, buona parte delle riflessioni proposte dall'A. offrono un esempio paradigmatico di come gli scienziati possano condurre tale confronto con insufficiente rigore epistemologico, correndo facilmente il rischio di attribuire alla teologia (come scienza) quanto appartiene invece al modo comune o popolare di parlare di Dio, imbattendosi in opposizioni fra scienza e religione che sono assai spesso il frutto di un'incauta collocazione di Dio sul medesimo piano della natura. A questo medesimo rischio cede anche l'A., non disponendo ancora - almeno così si evince dalle pagine di questo libro - né di una coerente metafisica della creazione, né di un'adeguata conoscenza degli attributi teologici associati all'immagine rivelata di Dio. In terzo luogo, il volume persegue con successo il risultato di porre il filosofo, e soprattutto il teologo, di fronte ad un panorama del mondo fisico, della sua struttura e della sua dinamica, la cui influenza sul modo di parlare di Dio , e dunque anche sul modo di fare teologia, non può più essere ignorata. Al di là delle osservazioni critiche che possono essere dirette alla sua opera, a Davies va riconosciuto l'importante merito di aver toccato, forse per la prima volta nella divulgazione scientifica, in modo organico, esauriente e mai polemico, tutti quei settori delle scienze naturali ove il tema di Dio, direttamente o indirettamente, viene chiamato in dibattito. Contestualmente, rappresenta essa stessa un riepilogo proprio di quei punti deboli e di quei luoghi comuni in cui il confronto interdisciplinare cade sovente quando non condotto con adeguato rigore. Per entrambi i motivi, l'opera può rappresentare ancora oggi un riferimento di indubbio interesse.

Una frase che Davies - non senza enfasi di provocazione intellettuale - scrive nella Prefazione di questo libro, sarà successivamente più volte citata da innumerevoli autori: «Può sembrar strano, ma ho l'impressione che la scienza ci indichi la strada verso Dio con maggiore sicurezza di quanto non faccia la religione». Quanto qui l'A. intende non è un impiego apologetico della scienza né la riproposizione di un argomento cosmologico in linguaggio contemporaneo. Egli, invece, desidera solo ribadire la tesi principale del libro, già prima segnalata; la frase, infatti, continua così: «A torto o a ragione, ciò che è certo è che la scienza ha raggiunto oggi un punto in cui può affrontare seriamente questioni ritenute un tempo esclusivamente religioso: e questo fatto stesso è indicativo delle implicazioni della nuova fisica» (p. 11). Tuttavia, a merito di Davies, va detto che tale tesi non può essere interpretata in chiave scientista: «perché ho scritto questo libro? - continua infatti l'A. - Perché sono convinto che c'è di più, nel mondo, di quanto non sembri a prima vista» ( ibidem ).

Quali sono, dunque, i campi ove la scienza contemporanea affronta questioni ritenute un tempo solo pertinenza della religione? Una prima risposta a questa domanda la si ricava dando una scorsa ad alcuni titoli dei capitoli del volume: Perché esiste l'universo? - Che cos'è la vita? - Mente e anima - Libero arbitrio e determinismo - Caso o proposito? - I miracoli - La fine dell'universo, ecc. Ma qui va fatta un'importante considerazione. Quelli che Davies chiama correttamente i «Quattro Grandi Interrogativi dell'esistenza» e che, come tali, vengono proposti nella Prefazione del libro, ovvero: «Perché le leggi naturali sono quelle che sono? Perché l'universo è fatto come è fatto? Come è nato ciò che costituisce l'universo? Come si è determinata l'organizzazione dell'universo?» sono, appunto, interrogativi dell'esistenza, e dunque filosofici , piuttosto che scientifici in senso stretto. Sorge allora spontanea una domanda da indirizzare all'A.: la "nuova" fisica parla di Dio perché la scienza sta togliendo progressivamente spazio alla religione (come previsto dal positivismo Comtiano), oppure la fisica è "nuova" perché, superato il riduzionismo ed il meccanicismo, lo scienziato si apre ai grandi interrogativi sul fondamento e il fine dell'esistenza, domande che nella loro essenza non possono non restare filosofico-religiose? Forse non è la nozione di Dio a migrare (o a cadere) nell'ambito della razionalità scientifica formalmente intesa, ma lo scienziato ad estendere la sua ricerca intellettuale e personale verso quel «che c'è di più, nel mondo, di quanto non sembri a prima vista», e che il neopositivismo scientista aveva privato per lungo tempo di significatività, non solo nell'ambito delle scienze, ma in quello più generale della conoscenza umana come tale. Davies, come lo saranno molti suoi colleghi nelle decadi degli anni 1980 e 1990, è secondo noi testimone, per certi versi forse inconsapevole, di questa "estensione" epistemica, che è ciò che fa la scienza veramente "nuova".

 

Esigenze nuove ed incertezze nel valutare i rapporti fra Dio e la natura, fra teologia e scienze

Anche se Davies fa una certa attenzione a non riproporre lo schema positivista di una scienza che sostituisca la religione, insistendo egli di più sulle implicazioni della prima sulla seconda, a tratti si ha l'impressione che tali implicazioni debbano giungere fino a rimpiazzare quanto affermato dalla religione (si veda ad es. il capitolo su "I Miracoli" o quello su "La fine dell'universo"). Inoltre, analogamente a quanto accade nelle opere di molti autori di ambito anglosassone che scrivono sui rapporti fra scienza e religione, ad interagire con le scienze è più spesso una nozione generica di religione (che rasenta a tratti quella presente nell'immaginario popolare), e non una teologia di matrice ebraico-cristiana, fondata su una Rivelazione correttamente interpretata, e sviluppata a partire da una filosofia dell'essere costitutivamente aperta ad un'istanza metafisica.

Il volume Dio e la nuova fisica , pur nel lodevole tentativo di segnalare il motivo per cui scienza e religione non possono più ignorarsi, visto che ambedue parlano adesso di Dio, rappresenta al tempo stesso un emblematico (e talvolta bizzarro) esempio proprio di tutte quelle modalità, ingenue e piuttosto superficiali, che la maggior parte della divulgazione scientifica oggi ci propone quando intende discutere ed impostare il rapporto fra Dio e i fenomeni del mondo naturale, uomo compreso. Di ciò non escludiamo sia cosciente lo stesso Davies, che potrebbe in parte indulgere alle ingenuità come espediente retorico, per di far cogliere ad un pubblico più ampio possibile le problematiche ivi implicate, ma non potendo così evitare di restare confinati in diversi luoghi comuni (e buona parte del libro pare restarvi, in definitiva), senza erigersi ad un livello di riflessione più pertinente e rigorosa. In linea più generale, il lettore va avvertito che tutto il volume fa continuamente ricorso allo stile retorico, cosa che rende difficile distinguere le tesi sostenute dall'A. dal semplice riferire l'opinione comune che la gente ha in materia. Segnaliamo qui a continuazione, a puro titolo esemplificativo, alcune tematiche ove quanto diciamo pare essere più esplicito.

La trattazione dei rapporti fra teologia e scienza in merito al tema dell'origine dell'universo e alla già trascorsa competizione fra teoria dello stato stazionario e teoria del Big Bang, si conclude, nel capitolo II intitolato "Genesi", riproponendo considerazioni alquanto semplicistiche: «Quindi Dio risulta del tutto assente nel modello dell'universo stazionario. In primo luogo perché l'energia primaria necessaria per la creazione della materia non viene essa stessa creata, ma deriva semplicemente dall'accumularsi di energia negativa in un altro sistema; poi perché spazio e tempo non sono stati creati, ma esistono da sempre. [...] Il fatto che la moderna cosmologia ha fornito prove convincenti di ordine fisico sull'esistenza di una creazione è fonte di grande soddisfazione tra i teologi» (p. 43). Espressione di un preciso luogo comune in questo genere di divulgazione scientifica, le precedenti affermazioni verrebbero facilmente contraddette dall'applicazione di una corretta metafisica dell'atto creatore, come già chiarito secoli fa da Tommaso d'Aquino (rimandiamo il lettore interessato alla voce Creazione , on line su questo Portale). Poco più avanti, però, lo stesso Davies, sembra esserne conscio: «Dunque la creazione della materia dallo spazio vuoto [energia presente nella densità dello spazio-tempo vuoto, ndr], forse senza nemmeno bisogno d'energia, equivale al concetto di creazione ex nihilo della teologia? Si potrebbe obiettare che la scienza ancora non spiega l'esistenza dello spazio (e del tempo). Anche ammettendo che la creazione della materia, da sempre attribuita all'intervento divino, si possa (forse) spiegare ricorrendo alle scienze fisiche, bisogna pur sempre riconoscere che solo ricorrendo a Dio si può motivare l'esistenza stessa dell'universo. Perché, in primo luogo, esistono spazio e tempo, di modo che da essi possa nascere la materia?» (p. 54)

In merito al principio di causalità, il libro sottolinea la critica operata dalla meccanica quantistica e la difficoltà di impiegare tale principio in teologia naturale, riproponendo tuttavia entrambe le considerazioni in modo piuttosto convenzionale. «L'argomento cosmologico si fonda sul presupposto che ogni cosa deve avere una causa; e arriva alla conclusione che almeno una cosa (Dio) non è causata da alcunché: l'argomento è dunque intrinsecamente contraddittorio. Inoltre, se si ammette che qualcosa - e cioè Dio - possa esistere senza causa, viene meno la necessità del concetto di Dio. Infatti, anche l'universo stesso potrebbe esistere senza una causa esterna a sé. Supporre che l'universo sia causa di se stesso richiede una sospensione dell'incredulità non maggiore che dichiarare che Dio è causa di se stesso» (p. 61). Anche qui, basterebbe un riferimento al problema filosofico della contingenza per dirimere la questione, o almeno per porla nei suoi giusti termini, evitando di collocare Dio e il mondo sullo stesso piano. Il punto interessante è che l'A. pare finire con il rendersene conto quando, proprio al termine del capitolo III intitolato "Dio ha creato l'universo?" afferma: «Anche se possiamo attribuire una causa a ogni evento (e ciò è improbabile, a quanto ci dice la fisica quantistica) rimarrebbe sempre misterioso perché l'universo è fatto come è fatto, o perché c'è un universo mentre potrebbe non esserci» (p. 67). E poco più avanti: «Dio quindi non è tanto causa dell'universo quanto spiegazione dell'universo stesso» (p. 71). Siamo di fronte ad una sorta di "filosofia spontanea", che con linguaggio incerto, ma intuendo in fondo la portata del problema, cerca di esprimersi come può «L'universo è così com'è perché Dio ha deciso che fosse così. La scienza, che per definizione si occupa solo dell'universo fisico, potrà riuscire a spiegare ogni cosa ricorrendo ad altre cose, ma la totalità delle cose fisiche richiede una spiegazione dall'esterno» (pp. 72-73).

Nelle pagine di Davies possiamo rintracciare quelle incertezze, comuni a molti divulgatori, che emergono al momento di valutare le supposte conseguenze teologiche di una legge unitaria e onnicomprensiva della realtà o di infiniti universi oltre il nostro, entrambi invocati per ridurre significatività alle "coincidenze" espresse dal Principio Antropico e ricondurle così al risultato naturale di una legge universale, deduttiva e immanente, o al cieco gioco delle probabilità. Lo schema riproposto ricopia da vicino quello comune (e filosoficamente insufficiente) che attribuirebbe ad un creatore divino la sintonizzazione delle coincidenze antropiche in un solo, unico universo, e ne vedrebbe reso superfluo il ruolo se tali coincidenze fossero ricavabili deduttivamente da un legge cosmica universale, ancora sconosciuta, o se fossero semplicemente selezionate dalla nostra presenza in uno degli infiniti universi esistenti. Pur nella insufficienza dell'analisi filosofica proposta (il lettore interessato può consultare la voce Antropico, Principio in questo Portale per vedere i motivi di tale insufficienza), le conclusioni cui l'A. perviene sono in fondo quelle condivise dal senso comune, e rappresentative di buona parte degli scienziati: «Va detto che non è facile resistere alla tentazione di ritenere che l'attuale struttura dell'universo, così sensibile ai minimi mutamenti numerici, sia stata attentamente meditata. Si tratta di un'impressione, naturalmente, che può essere del tutto soggettiva: alla fine si tratta, come sempre, di credere o non credere. Ma è più facile credere all'esistenza di un ordinatore del cosmo o alla molteplicità di universi necessaria perché il principio antropico debole stia in piedi? Non si vede come sia possibile una verifica, in senso scientifico, di entrambe le ipotesi: poiché, come si è visto nel capitolo precedente, non è possibile recarsi di persona negli altri universi, né comunque sperimentarli direttamente, la convinzione nella loro esistenza è una questione di fede, esattamente come è questione di fede la convinzione dell'esistenza di Dio. Può essere che in futuro la scienza ci fornisca qualche prova meno indiretta dell'esistenza di questi altri universi; ma fino a quel momento la coincidenza, si direbbe miracolosa, dei valori numerici delle costanti fondamentali di natura resta la più convincente fra le testimonianze della presenza, nel cosmo, di un elemento di intenzionalità e di un disegno» (p. 262). Ma il punto in questione, che sembra sfuggire allo stesso Davies, è che se esiste una Causa prima o una Causa finale la cui inferenza fosse possibile dall'osservazione della natura, allora nei suoi confronti non vi sarebbe da esercitare alcun atto di fede, bensì un esercizio della ragione, quello di una ragione filosofica che prende le mosse da un mondo oggetto anche della scienza. Ovviamente la fede si rende necessaria per aderire a Dio che si rivela in modo personale nella storia, la cui immagine filosofica, alla quale la ragione naturale accede, rappresenta un debole, ma vero riflesso.

Non pare si distanzi ancora dal "luogo comune", sfortunatamente tipico in molti libri che esplorano il rapporto fra scienza e teologia, il modo un po' troppo approssimativo con cui l'A. si accosta ai testi biblici e all'immagine di Dio che in essi si rivela. Nel parlare dell'origine della vita e della persona umana, ciò conduce Davies: a non impostare adeguatamente il rapporto fra volontà creatrice di Dio e progressiva apparizione delle diverse forme di vita, scegliendo la facile soluzione di optare per l'allegoricità delle narrazioni, opponendola innecessariamente alla loro storicità (cfr. pp. 87-88); a ritenere erroneamente che la Scrittura offra una visione dualista del rapporto fra anima e corpo (cfr. pp. 114-115); a pensare che l'immagine di un Dio eterno sia incompatibile con la natura personale, internamente feconda e attiva di Dio nella storia (cfr. p. 187); a porre in antitesi dialettica l'onnipotenza di Dio e l'esistenza del male (cfr. p. 200). È anche un insufficiente approccio biblico della nozione di miracolo - di cui si ignora la profonda dimensione cristologica per restare confinati all'idea di evento portentoso - a non permettere all'A. di uscire dal circolo vizioso della sua irriconoscibilità in un contesto scientifico, e dunque della sua (supposta) inutilità in ambito apologetico o religioso.

Non possiamo infine condividere quanto l'A. afferma nelle pagine introduttive del volume quando - in parte riferendo l'opinione comune e in parte aderendovi egli stesso - sostiene che fra i motivi per i quali la gente si allontanerebbe oggi dalla religione non vi è solo l'obsoleta visione del mondo che questa continuerebbe a proporre, ma anche il ruolo delle religioni nell'innescare conflitti sociali, la condizione della donna in diverse religioni del pianeta (cattolicesimo compreso), gli intrecci fra religione e potere, più frequenti nel passato ma oggi ancora presenti (cfr. pp. 16-18). Così come l'idea che la religione sia per sua natura conservatrice, e la scienza progressista (p. 20), schemi che, evidentemente, stanno stretti sia all'una che all'altra.

Sebbene, come abbiamo segnalato all'inizio, Davies mostrerà nelle opere successive una certa maturazione di pensiero, il modo in cui il Dio e la nuova fisica illustra il rapporto fra religione e scienze ricopia un cliché che eredita un'impostazione già presente nell'ambiente scientifico, e che a sua volta ne influenzerà la permanenza: la religione si occuperebbe dei valori umani e la scienza degli enunciati sulla natura, la prima consiste in dogmi immutabili che cercano di resistere alle novità delle scoperte, mentre la seconda spinge la conoscenza verso nuove frontiere. La verità delle scienze sarebbe sempre rivedibile e riguarderebbe l'utile, quella della fede avrebbe una natura non falsificabile, la religione guarderebbe indietro, verso la verità rivelata, la scienza guarderebbe avanti, verso nuove prospettive e nuove scoperte.

 

La percezione del problema della contingenza e delle causalità formali

Nei capitoli finali di Dio e la nuova fisica , Davies riepiloga l'itinerario svolto ed approda in modo filosoficamente forse inaspettato alla percezione del "problema della contingenza". Queste riflessioni rappresentano a nostro avviso la parte più interessante del libro, alle quali fanno eco analoghe pagine di altri autori, sebbene le loro opere possano restare nella sostanza autoreferenziali e chiuse alla Trascendenza. In ogni seria analisi, scientifica o filosofica, che parta dal reale, il problema della contingenza è inescapable . Giunge a percepirlo lo stesso Stephen Hawking quando, pur all'interno di un'impostazione non certo metafisica e tesa alla ricerca di una legge immanente e generale in grado di descrivere l'origine e la dinamica dell'intero universo, si chiederà a un certo punto, quasi stupito, «chi ha infuso la vita nelle equazioni» perché esse non solo descrivano il mondo, ma lo facciano esistere ( Dal Big Bang ai buchi neri , Milano 19938, p. 196).

Dopo aver esposto in modo divulgativamente assai attraente le caratteristiche delle particelle e le rigorose leggi di simmetria che ne regolano le proprietà, Davies affronta il tema delle teorie di grande unificazione, fra i cui risultati vi sarebbe anche quello di "dar spiegazione" di quelle proprietà stesse. «Se la teoria della supergravità - egli afferma - raggiunge l'obiettivo che si propone, ci dirà non solo perché ci sono le particelle che esistono, e non altre, ma anche perché hanno la massa, la carica e le altre proprietà che le contraddistinguono. Tutto ciò potrebbe derivare da una teoria matematica che raccogliesse tutta la fisica (in senso riduzionista) in un'unica superlegge. Ma si propone di un uovo l'interrogativo: perché quella superlegge, e non un'altra? È questo l'interrogativo ultimo, terminale: la fisica potrà forse spiegare il contenuto, l'origine e l'organizzazione dell'universo fisico, ma non le leggi (o la superlegge) della fisica stessa. Tradizionalmente si attribuisce a Dio l'invenzione delle leggi di natura e la creazione delle cose (lo spaziotempo, gli atomi, gli uomini e tutto il resto) su cui tali leggi si applicano. Nello scenario del "pasto gratuito" bastano le leggi soltanto: l'universo al resto può provvedere da sé, la propria creazione compresa. Ma, e le leggi? Occorre che già esistessero, le leggi, in modo che l'universo potesse esistere. Bisogna in un certo senso che la fisica quantistica esista affinché una transizione quantica possa generare il cosmo» (p. 298).

Ci troviamo, in sostanza, di fronte al motivo ultimo del perché le cose sono, e del perché sono così come sono, esprimibile in termini filosoficamente più rigorosi come l'interrogativo circa le ragioni ultime dell'esistenza e dell'essenza, ovvero della natura di ogni cosa. Se il primo interrogativo rimanda alla domanda sulla contingenza e sull'essere, il secondo fa accedere alla causalità formale: perché esistono delle formalità specifiche in natura? La causalità formale è spesso percepita dallo scienziato in modo più immediato e indolore rispetto alla causalità finale, in quanto non è necessario ricorrere a nessuna ipotesi di un architetto o di un ordinatore cosmico che regoli l'universo dal di fuori, immagine verso la quale ogni uomo di scienza prova un certo disagio. La causalità formale, al contrario, è interna alla natura di ogni ente ed è nondimeno capace di esprimere finalismo, ma in modo naturale, dapprima immanente e solo in seconda istanza in riferimento ad una causa trascendente. Il problema della finalità non viene glissato né assorbito, ma colto secondo un'articolazione filosoficamente più congeniale a chi studia la natura, perché ricondotto, appunto, ad una filosofia della natura.

È facile constatare che, se non si danno riflessioni addizionali (senso comune, istanza metafisica della conoscenza, teologia naturale, ecc.), l'esito cui può condurre un'analisi condotta sul mero piano delle scienze empiriche può giungere anche ad oscurare il problema della contingenza, ritenendo davvero possibile, e filosoficamente autoconsistente, l'idea che le leggi siano nel loro insieme inseparabili dall'universo stesso, e dunque mettano semplicemente in luce la dimensione informazionale, intelligente se si vuole, insita nell'esistenza delle cose. In tal caso si cade nel panteismo , che se ha il vantaggio di concepire un universo in cui trovi spazio una mente , ha lo svantaggio ben noto di lasciare insoluto il problema della contingenza. A questo esito pare pervenire nel presente libro Paul Davies quando si vede obbligato ad introdurre il concetto di "Dio naturale", ovvero di una mente che presiede al disegno del cosmo, ma della quale non si possa dire molto di più (e la quale non ha nulla da dire a noi). «Bisogna dunque concludere che la filosofia secondo cui si ricerca un'unica soluzione fisica alla fondamentale equazione logico/matematica dell'universo comporta la negazione dell'esistenza di Dio? No di certo. Tale filosofia rende superflua l'idea di un Dio creatore, ma non esclude affatto l'esistenza di una mente universale che partecipa dell'universo fisico: sarà semmai un Dio naturale e non sovrannaturale» (p. 306). Eppure l'inevitabilità di un almeno residuale problema della contingenza (qui percepito in collegamento ad un suo riflesso fisico nel progressivo raffreddamento del cosmo) consente al nostro autore di porsi un'ultima domanda (che è anche, grammaticalmente, l'ultimo "punto interrogativo" del volume): «giacché la mente comporta un'organizzazione, l'esistenza della mente è minacciata dalla seconda legge della termodinamica. L'universo viene lentamente soffocato a morte dalla sua propria entropia: morirà dunque anche Dio?» ( ibidem ). Un Dio "naturale", dunque, può morire con l'universo stesso: c'è bisogno di ben altro per dare ragione dell'essere delle cose.

 

Giuseppe Tanzella-Nit

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5/10/2011 7:11 PM
 
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      «Le persone intelligenti non diventano cristiane». Così la famosa dottoressa Holly Ordway professoressa alla University of North Carolina e alla University of Massachusetts Amherst. Una frase che non desta sospetto alcuno sul suo pensiero rivolto ai cristiani e a coloro che sono credenti in senso lato. Semplicemente poco intelligenti. Poi però, sulla strada della ragione, colei che ebbe modo di dire quanto scritto sopra ha trovato la strada della conversione e nel suo libro Un accademico razionale trova una fede radicale (Editori Moody, 2010) si è ravveduta convertendosi dall’ateismo militante alla fede in Gesù Cristo.

     La professoressa, fervente atea, nonché sicura del fatto che uno scienziato autorevole non potesse credere in Dio ha dovuto ricredersi sino a testimoniare: «E’ una cosa difficile da guardare la verità, sopratutto quando essa è in contrasto con quello che hai sempre creduto. Non ero in cerca di Dio, io non credevo che Lui esistesse. Sono un professore universitario: logico, intellettuale, razionale e atea». A 31 anni però qualcosa ha cominciato a cedere: «La mia visione naturalistica del mondo era insufficiente a spiegare la natura della realtà in modo coerente: non potevo spiegare l’origine dell’universo e non potevo spiegare la morale. Ho dovuto riconoscere che la visione teistica del mondo è sia razionalmente coerente che fortemente esplicativa, e soprattutto spiega tutto ciò che una visione naturalistica non può fare. Non c’è da stupirsi che gli atei siano così ossessionati».
Come per Flew anche per la Ordway è proprio la spiegazione naturalista ad averli condotti a Dio; non un semplice rimbambimento come sostenuto da Dawkins per Antony Flew ma vera e propria consapevolezza nel fatto che la visione materialista della nostra esistenza non è soddisfacente. In Italia fa molto più notizia il fatto che Piergiorgio Oddifreddi scriva un inutile libro come: Perché Dio non esiste più che i maggiori atei al mondo si stiano convertendo al cristianesimo; nel 2007 fu la famosa senatrice socialista Mercedes Aroz militante marxista  ad essersi convertita al cristianesimo, ma ancora più interessante è il processo di conversione seguito dal filosofo ateo Pietro Barcellona Docente di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania, ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura e già deputato PCI.

Barcellona si è convertito in quanto la filosofia naturalista e l’evoluzione della specie non sono risposte soddisfacenti, non rispondono ad una logica razionale e conducono l’uomo verso un nichilismo e un relativismo senza ritorno, una sconfitta per l’uomo.
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5/10/2011 7:24 PM
 
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Nel 2004, uno dei più famosi atei al mondo, se non il più importante in quanto ha trattato l’argomento sull’ateismo in moltissimi suoi libri costruendone un sistema di pensiero, ha cambiato la sua visione del mondo: da ateo a teista.

Seguace del principio socratico di “seguire l’evidenza ovunque essa porti” si è convertito al teismo dichiarando che l’evidenza conduce a Dio e solo l’idea di un progettista può spiegare l’esistenza del creato e la complessità irriducibile dell’esistente.

Parlo del filosofo Antony Flew che ha svolto un “pellegrinaggio della ragione che lo ha condotto dall’ateismo a Dio” come ha detto John Polkinghorne autore del testo “credere in Dio nell’età della scienza. Flew, autorevolissimo filosofo in tutto il mondo, nel suo ultimo libro “Dio Esiste” nel capitolo il “nuovo ateismo” ha rimesso al proprio posto il pensiero di studiosi come Dawkins e Dannet sostenendo che sono rimasti a ragionare con la logica del Circolo di Vienna e quindi del positivismo logico, ormai decisamente superato.

Antony Flew fa infuriare gli atei. Flew ha cambiato la posizione con la forza del ragionamento e analizzando le scoperte scientifiche. Nel suo libro spiega dettagliatamente come le nuove scoperte possono ricondurre solamente a Dio e come la logica non possa sostenere nessun tipo di ateismo. Una rivoluzione.

Il 9 dicembre del 2004 l’agenzia di stampa Associated Press apri la notizia con il seguente titolo: “Famoso ateo ora crede in Dio: uno dei principali atei del mondo ora crede in Dio basandosi sull’evidenza scientifica”;un colpo micidiale all’Ateismo.

Ma in Italia, la notizia, non è stata divulgata, si è letto qualcosa ma senza nessun commento… meglio fare dimenticare subito la notizia, mica che poi si apra un dibattito sull’argomento… mica che si decida di discutere su una certezza come la teoria di Darwin e l’ateismo.
Flew è l’autore di testi “sacri” per tutti gli atei come: Theology an Falsification, God and Philosophy e the Presumption of Atheism. Se B. Russell è sicuramente il più famoso ateo che noi conosciamo è anche colui che non ha scritto quasi nulla sull’ateismo al contrario di Flew che sull’ateismo ha costruito un vero e proprio sistema di pensiero.

Ma non solo Flew è argomento su cui aprire un dibattito. In tutto il mondo è ormai di attualità la discussione sul”progetto intelligente” dell’universo e del creato. Lo stesso J. Barrow, fisico di fama mondiale e premio Templeton nel 2006, ha dichiarato durante una discussione, riferendosi a Dawkins:

  “hai dei problemi con queste idee (origine dell’universo e scienza), Richard, perché non sei veramente uno scienziato. Sei un biologo” continuando con “i biologi hanno una comprensione limitata ed intuitiva della complessità. Sono bloccati su un conflitto ereditato dal diciannovesimo secolo e s’interessano solo dei risultati, di ciò che trionfa sugli altri. Ma i risultati non dicono praticamente nulla delle leggi che governano l’universo. [1]

 Sulla stessa linea di pensiero troviamo anche Paul Davies che con Barrow ha sviluppato le intuizioni di Einstein e altri scienziati con la teoria sulla relazione tra la razionalità della natura e la mente di Dio.

[Edited by Credente. 5/10/2011 7:24 PM]
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5/27/2011 9:27 AM
 
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L’astrofisico Tanzella-Nitti e il suo impegno tra scienza e fede

Sul rapporto tra “scienza e fede” nel pontificato di Benedetto XVI si è espresso di recente l’astrofisico e teologo Giuseppe Tanzella-Nitti. Già ricercatore nel campo della radioastronomia e della cosmologia del CNR presso l’Istituto di Radioastronomia di Bologna e astronomo all’Osservatorio Astronomico di Torino, oggi si occupa del Centro di Documentazione Interdisicplinare di Scienza e Fede (www.disf.org). Lo ha intervistato Zenit.it, in merito anche della presentazione del libro: “Fede e Scienza. Un dialogo necessario” (Lindau 2011), in cui vengono ripresi i discorsi del Pontefice sull’argomento.

Lo scienziato nota subito la continuità nell’attenzione per la scienza tra il magistero di Benedetto XVI e quello di Giovanni Paolo II, seppur con enfasi diverse: «Benedetto XVI difende la ragione umana, perché immagine di Dio e capace di portare a Dio, pur con tutti i limiti derivanti dai limiti e dagli errori della condizione umana. E anche lui, come Giovanni Paolo II, in questo cammino intende recuperare il meglio della riflessione filosofica. Una ragione debole non interessa alla fede. La fede cristiana si consolida proprio mediante il superamento dell’idolatria e della superstizione, due mali che la ragione debole, oggi predominante, sembra invece allegramente sottostimare». Non è un caso che la tradizione filosofica «ha sempre riconosciuto la presenza di un Logos che custodisce e rivela il progetto del mondo e dell’uomo, un Logos che la ragione intravede, intuisce, e al quale può aprirsi con stupore e riverenza. Anche il sapere scientifico è aperto al riconoscimento di questo Logos e che la nostra intelligenza, nel rendersene conto, si comprende ragionevolmente come Sua immagine». Tanzella-Nitti parla anche del suo interesse e l’attenzione per il mondo scientifico e teologico. La scienza è un bene per l’uomo religioso, «trascurando questo campo, vorrebbe dire condannarsi all’inefficacia, al fideismo di una doppia verità, e, credo, anche tradire in buona parte lo spirito del Concilio Vaticano II. Sono stato molto soddisfatto nel vedere fra i cinque grandi ambiti di Nuova Evangelizzazione previsti dai Lineamenta del prossimo Sinodo, dedicato proprio a questo tema, un esplicito riferimento al mondo della ricerca scientifica e tecnologica».

Si torna poi a parlare del prof. Ratzinger, il quale «ha sempre insistito sulla conoscenza scientifica come impresa di verità, e per questo capace di dialogare con la teologia, provocandola e lasciandosi provocare, se necessario. Quando la teologia cessa di suscitare questa curiosità vuol dire che è divenuta tristemente autoreferenziale, cioè si parla addosso ma non parla più al mondo. E quando le scienze perdono anch’esse la curiosità di interrogarsi su Dio, attorno al Fondamento di tutte le cose, vuol dire che hanno perso il loro afflato verso la verità, hanno smarrito la loro capacità di stupirsi di fronte al mistero del mondo».

dal sito:

http://www.uccronline.it/2011/05/26/lastrofisico-tanzella-nitti-e-il-suo-impegno-tra-scienza-e-fede/

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5/28/2011 10:15 PM
 
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ordine troppo preciso, che certo non può essere il risultato di un ‘caso’, di scontri tra ‘forze’. Ecco perchè noi fisici arriviamo a Dio percorrendo la strada della ragione, altri seguono la strada dell’irrazionale”. Carlo Rubbia, Nobel per la fisica.


parlano di un universo assolutamente privo di scopo, non stanno presentando un fatto scientifico dimostrato; essi, piuttosto, stanno difendendo le loro personali prese di posizione in ambito metafisico”. Owen Gingerich, professore di Astronomia e di Storia della Scienze ad Harvard  

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6/27/2011 11:42 PM
 
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Stephen Iacoboni, oncologo americano,

lascia l’ateismo e si converte

L’oncologo Kennewick General Hospital, Stephen Iacoboni, ha scritto un libro in cui racconta della sua conversione religiosa dall’ateismo attraverso le esperienze con la morte dei suoi pazienti malati di cancro.

Il libro si chiama “The Undying Soul, A Cancer Doctor’s Discovery” (Sji Publishing 2010). Iacoboni si è formato in oncologia medica presso la prestigiosa University of Texas MD Anderson Tumor Research Institute di Housto. Vincitore del premio Most Outstanding Research Fellow per i risultati delle sue indagini scientifiche, già direttore sanitario per 16 anni del Kootenai Cancer Center di Coeur d’Alene (Idaho) e oggi co-direttore del programma di oncologia al General Hospital Kennewick (Washington).

L’Umberto Veronesi americano racconta di sé, come riporta un sito web, e spiega: «dopo la laurea ero un giovane intellettuale ateo, fresco di studi e pieno di superbia, ho scelto oncologia perché volevo dimostrare che la scienza e la logica possono trionfare sul nulla. Anche sul cancro». Ma a poco a poco ha detto di aver individuato il divino attraverso i suoi pazienti, ad esempio Pavel Tishkoon, la cui fede cattolica gli ha permesso di affrontare la morte «senza ansia e, ancor più sorprendente, con entusiasmo e stupore».

Oggi, Iacoboni, cresciuto ed educato come cattolico, vede se stesso come una sorta di sacerdote medico, anche se non ha mai avviato alcuna conversazione di spiritualità con i suoi pazienti. Il sito internet del libro è www.theundyingsoul.com

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7/6/2011 11:00 PM
 
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Il celebre genetista Francis Collins: «Dio è autore di tutto, noi studiamo il “come”»

Uno dei più importanti e influenti scienziati a livello mondiale, il genetista e biologo Francis Collins, noto per aver sequenziato il genoma umano, descritto dalla Endocrine Society come “uno degli scienziati più riusciti del nostro tempo“, direttore del National Institutes of Health (cioè l’ente di ricerca medica e scientifica più avanzato degli Stati Uniti e quindi del mondo), membro delle più importanti Accademie scientifiche, compresa quella Pontificia (dal 2009), ha partecipato alla recente 31° Conferenza annuale degli scienziati cristiani presso la Pepperdine University di Malibu, assieme ad oltre 300 studiosi provenienti da 90 università diverse.

In quest’occasione ha spiegato che il combattivo ateo Richard Dawkins gli ha rivelato durante una conversazione che l’argomento più preoccupante per i non credenti è quello di contrastare la messa a punto dell’Universo, cioè il fatto che «le costanti dell’universo sono state fissate ad un valore che se fosse stato leggermente diverso, una piccola parte su un miliardo, non avrebbe fatto funzionare nulla», ha detto. L’argomento è tecnicamente anche definito “fine-tuning”.

«Per ottenere il nostro universo, con tutte le sue potenzialità di complessità o qualsiasi tipo di potenziale per qualsiasi tipo di forma di vita, tutto dev’essere definito con precisione su questo livello di improbabilità». Quindi, ha continuato il genetista, «se sei ateo, o è solo un incredibile colpo di fortuna, oppure devi rivolgerti all’ipotesi del multiverso, la quale dice che ci deve essere un numero quasi infinito di universi paralleli che hanno valori diversi di quelli costanti». Il celebre scienziato ha anche risposto a coloro che chiedono provocatoriamente “chi ha creato Dio“. Egli ha detto: «Un Creatore che non è limitato dal tempo, non ha bisogno di avere un inizio. La questione non ha alcun senso se si dispone di un Creatore di fuori del tempo».

Sulla questione evolutiva, che lui ovviamente accetta in modo naturale (sostiene il cosiddetto Biologos) e la ritiene l’eleganza della creazione di Dio, ha voluto sfidare sia i cristiani creazionisti che coloro che credono che l’evoluzione smentisca la possibilità di Dio. Ha anche spiegato che la teoria di Darwin venne molto apprezzata da tanti scienziati cristiani, i quali la concepirono una valida spiegazione della creazione di Dio. «Dio è l’autore di tutto e dobbiamo solo imparare qualcosa di più sul “come”», ha detto Collins. «Dio è un matematico e fisico impressionante, il Suo piano comprende il meccanismo dell’evoluzione per raggiungere lo scopo, per creare questa meravigliosa diversità degli esseri viventi sul nostro pianeta».

Collins è anche autore del consigliatissimo libro “Il linguaggio di Dio. Alla ricerca dell’armonia fra scienza e fede” (Sperling & Kupfer 2007).

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7/7/2011 1:28 PM
 
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Il fisico Pravica: «più studio il mondo e più credo ad un’intelligenza superiore»

Il fisico americano Michael Pravica, docente presso l’Università del Nevada, membro dell’High Pressure Center at UNLV (HiPSEC), dell’American Physical Society (APS), dell’American Crystallographic Association (ACA) e dell’American Chemical Society (ACS), ha risposto a distanza di tempo alla dichiarazione (molto pubblicitaria) di Stephen Hawking circa l’inutilità di Dio nella creazione dell’Universo. Molti altri suoi colleghi, anche più celebri, si sono già esposti e abbiamo raccolto i loro interventi in questa pagina.

Dopo essersi dichiarato cristiano ortodosso e aver riassunto bene la posizione filosofica di Hawking, spiega che «non possiamo dimostrare l’esistenza di Dio, ma nemmeno possiamo dimostrarne la non esistenza di Dio. Il Creatore del nostro Universo è probabile che sia al di fuori di esso, così come Michelangelo esisteva al di fuori dei suoi famosi dipinti (e forse Lui potrebbe anche esistere al suo interno così come una proiezione quadrimensionale di infinito)».

E’ vero che non si può “provare” l’esistenza di Dio, continua, però «così come si può studiare una vettura sportiva e ben costruita, non conoscendo il sua designer, e discernere comunque la sua intelligenza dalla sua opera, così è con il nostro universo. Più imparo i modi incredibili con cui funziona il mondo fisico, è più ritengo che ci debba essere un’intelligenza superiore sottilmente presente alle sue spalle. Per me, la scienza e la religione sono complementari – non contraddice gli sforzi dell’intelletto umano ed è un peccato la tanta fatica sprecata nel conflitto tra estremisti religiosi e atei».

Conclude citando il fatto che alcuni dei più grandi fisici del mondo, «come Nikola Tesla, Isaac Newton e Albert Einstein, credevano in un Dio». Infine si lamenta degli estremisti religiosi ma anche dell’esistenza di «sforzi potenti e onnipresenti che tentano di screditare la religione per creare un ordine “nuovo” mondiale nello spirito del “culto del vitello d’oro” e quindi annullare qualsiasi fondamento morale della società, riportandoci nella giungla, cioè il caos: la forza crea il diritto».

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7/15/2011 11:11 PM
 
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Il fisico Anton Zeilinger, direttore all'Accademia Austriaca delle Scienze: «fede e scienza si completano a vicenda»

Anton Zeilinger non è un fisico qualunque: è professore all'Università di Vienna, precedentemente all'Università di Innsbruck, direttore all’Accademia Austriaca delle Scienze dell’Institute for Quantum Optics and Quantum Information IQOQI. E' stato definito un pioniere nel nuovo campo dell'informazione quantistica ed è famoso per aver realizzato il teletrasporto quantistico con i fotoni, eletto dal giornale britannico New Statesmen  fra le "10 persone che potrebbero cambiare il mondo".  Ha ricevuto molti premi per il suo lavoro scientifico, tra i più recenti va annoverato il premio King Faisal(2005) ed il primo premio Newton dell'IOP nel (2007). Nel 2010 ha ricevuto il premio Wolf per la fisica.

 

Per Anton Zeilinger fede e scienza non sono opposti, «ma si completano a vicenda».

Lo ha spiegato in un’intervista nell’ultimo numero della rivista francescana austriaca “Antonious”. «Si può comprendere qualcosa, ma Dio non è tangibile», ha detto. Il fisico quantistico ha respinto tutti gli argomenti secondo cui la scienza e la religione siano in contraddizione. Secondo lui la fede può offrire molte valide risposte a cui la scienza non potrà mai rispondere, ad esempio «qual’è il significato della nostra vita, perché esiste il mondo ecc…. La questione è il confine naturale della scienza, che termina esattamente dove la gente è in cerca di risposte e prospettive per la sua vita»Forte delle sue rivoluzionarie scoperte nel campo della quantistica, ha spiegato: «il più grande impatto della fisica quantistica è l’aver messo in discussione la nostra visione meccanicistica del mondo. Il principio di causalità non è più sostenibile», ha dichiarato. In un’intervista rilasciata l’anno scorso aveva invece detto: «è un dato di fatto che il nostro mondo è ovviamente progettato in modo tale che le leggi della natura, così precisamente progettate, facciano in modo che la vita sia possibile. Deve esserci un Dio! Per inciso, ci sono fisici che vedono in ogni singola azione un atto casuale elementare della creazione, e dicono che è tutto creato dal nulla. Ma questa è puramente una questione di interpretazione, una loro posizione filosofica in ambito metafisico, ma non è scienza. Il classico incidente non funziona in fisica quantistica!». Proseguendo: «Un concetto unificante di tutte le religioni è proprio l’esistenza di un Dio che può intervenire nel mondo, modificando qualcosa. E allora sorge la domanda: come può farlo? Ora, naturalmente, c’è la possibilità del miracolo, come postulato dalla Chiesa. Io non si sono impegnato in questo in modo dettagliato. Ma c’è la possibilità che Dio intervenga senza entrare in conflitto con le leggi della natura. Naturalmente solo se viene fatto raramente, così da non violare le leggi della probabilità».

[Edited by Credente. 11/5/2011 10:50 AM]
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10/26/2011 9:03 PM
 
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L’astrofisico Marco Bersanelli:

«tutto, ultimamente, viene da Lui»

L’astrofisico Marco Bersanelli, ordinario presso l’Università degli Studi di Milano, collaboratore presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica e l’Agenzia Spaziale Europea e responsabile della progettazione e sviluppo del Low Frequency Instrument utilizzato dal satellite Planck, è intervenuto il 15 ottobre all’incontro in Vaticano sui nuovi evangelizzatori, tenendo una relazione intitolata: «La scienza nasce dalla meraviglia per l’esserci delle cose». E’ possibile leggere il suo intervento integrale sul sito di Euresis (www.euresis.org), qui verranno sintetizzati alcuni passaggi più interessanti.

Lo scienziato ha iniziato raccontando del fascino per la «natura, soprattutto per la vastità e la bellezza del cielo» fin da quando era ragazzino. «Ho seguito gli studi di astrofisica e oggi, dopo tanti anni, con molta fortuna e poco merito, mi trovo sulla frontiera della ricerca». E ancora oggi è sconcertato per la «vastità dell’universo che emerge dall’indagine scientifica contemporanea», un’estensione abissale. L’astrofisico recita le parole del Salmo 8 quando dice ”Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, / la luna e le stelle che tu hai fissate, / che cosa è l’uomo perché te ne ricordi / e il figlio dell’uomo perché te ne curi?”. E commenta: «Che cos’è l’uomo, che cosa è ciascuno di noi nella stanza smisurata della creazione? Polvere. L’uomo è “quasi nulla” nell’immensità dell’universo. La scienza moderna, ben lungi dal ridimensionare questa sproporzione, la amplifica a dismisura. Ma il Salmo non finisce qui, e subito mette in luce l’altro versante del paradosso della condizione umana: “Eppure l’hai fatto poco meno di Te, / di gloria e di onore lo hai coronato”».

L’uomo non è affatto messo da parte dalla vastità degli spazi, egli «è una particella infinitesima nell’universo, eppure ogni essere umano, l’io di ciascuno di noi, è un punto vertiginoso nel quale l‘universo diventa cosciente di sé», «fra tutte le creature è quella in grado di ammirare la creazione, di percepire con meraviglia la presenza delle cose, e di cercarne il significato. È impressionante pensare alla piccolezza dell’uomo, e al tempo stesso alla grandezza della sua natura, commensurabile solo con l’infinito. L’uomo è l’autocoscienza del cosmo». La scienza nasce proprio dallo stupore della «presenza della realtà come qualcosa che lo precede, come qualcosa di “dato”». L’ammirazione del ricercatore oggi si fissa «nel fatto che la scienza stessa sia possibile. Mi sorprende fino alla commozione ogni volta che riusciamo a “capire” qualcosa, e anche se una scoperta è stata il risultato di un grande sforzo, mi sembra sempre un regalo, qualcosa di non-dovuto. Vi è qualcosa di inspiegabile nella capacità della nostra ragione (pur con tutti i suoi limiti ed errori) di cogliere il meraviglioso ordine nascosto che regge l’universo». Chi siamo noi, granelli di polvere nella vastità del cosmo, si chiede l’astrofisico, «per essere dotati della capacità di intendere – con il linguaggio della matematica – la struttura del mondo fisico fino alle sue rive più lontane, distanti dalla nostra esperienza diretta, dalle particelle elementari alle galassie, dalla cosmologia alla fisica quantistica?».

Dopo aver citato un episodio nel suo rapporto con don Luigi Giussani, riflette: «Tutto, ultimamente, viene da Lui. Le stelle del cielo, fino alle ultime galassie in fondo all’abisso, l’universo informe e infuocato dei primi istanti. E il nostro piccolo pianeta, le nuvole e le montagne, i fiori. Tutto, ultimamente, viene da Lui. La scienza ci mostra tesori di bellezza altrimenti inaccessibili, ci parla dell’evoluzione e del mutare delle cose, dei nessi nascosti tra i fenomeni, ma non ci dice nulla della radice ultima del loro “esserci”, del loro significato, della loro singolarità. Tutto, ultimamente, viene da Lui. Qualunque analisi scientifica è muta di fronte alla singola persona, al dramma del suo dolore, alla sua attesa di felicità». E conclude: «È commovente pensare che il mistero infinito che trae dal nulla l’universo in ogni istante si è preso cura di ciascuno di noi, fino a diventare compagnia umana alla nostra vita. “Per noi Dio non è un’ipotesi distante”, ha detto Benedetto XVI, “non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il Big Bang. Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio, nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi”».

[Edited by Credente. 11/5/2011 10:51 AM]
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11/5/2011 10:49 AM
 
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Il fisico Alan Lightman contro Dennett:

«gli atei dovrebbero rispettare i credenti»

Il fisico Alan Lightman, docente presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) e autore del bestseller internazionale “Einstein’s Dreams”, ha pubblicato un interessante articolo su life.salon.com parlando di “scienza e fede” e criticando Richard Dawkins.

Egli sostiene che scienza e fede possono essere compatibili fino a quando non si sostiene un Dio “interventista” che altera le leggi fisiche conosciute (con i miracoli, ad esempio). Un “Dio” immanente, è proclamato da molti, uno di questi è stato Einstein, dice Lightman. Tuttavia riconosce che un “significativo numero di scienziati” di spicco sono oggi “devotamente religiosi nel senso ortodosso”. Lightman cita ad esempio il recente studio condotto dalla sociologa Elaine Howard Ecklund della Rice University, la quale ha intervistato circa 1.700 scienziati d’élite delle università americane rilevando che il 25% è religioso e un altro 20% dice di avere un «rapporto individualizzato e non convenzionale» con Dio (cfr. Ultimissima 2/7/10). Il fisico del MIT cita come esempi di scienziati credenti il genetista Francis Collins, il fisico nucleare del MIT Ian Hutchinson e il professore emerito di astronomia e di storia della scienza all’Università di Harvard, Owen Gingerich. Tutti essi credono che le leggi autonome della fisica, biologia e chimica governano il comportamento dell’universo fisico e contemporaneamente ritengono che Dio possa intervenire al di fuori di queste leggi.

Lightman si definisce “non credente” ma dichiara «sono senz’altro d’accordo con Collins, Hutchinson e Gingerich sul fatto che la scienza non è l’unica via per arrivare alla conoscenza, che ci sono domande interessanti e vitali al di là della portata di provette ed equazioni. Credo che ci siano cose che accettiamo per fede, senza prove fisiche e anche a volte senza alcuna metodologia di prova». Il fisico parla anche di quegli scienziati che «hanno usato la scienza per contrastare argomentazioni stese per sostenere l’esistenza di Dio. La loro maggior voce è quella del biologo evoluzionista e scrittore britannico Richard Dawkins». Dopo aver esposto il pensiero di Dawkins, dichiara: «Richard Dawkins e gli altri possono spendere le calorie come vogliono per sostenere che Dio non esiste, ma la mia ipotesi è che convinceranno poche persone che hanno già la fede. O una persona crede in un Dio immanente e nel qual caso le sue “argomentazioni scientifiche” sono irrilevanti, o la persona, come il dottor Collins e i professori Hutchinson e Gingerich, credono che Dio viva al di là delle limitazioni della materia e dell’analisi scientifica. Lo sforzo di Dawkins provoca più una discussione sul tema che contribuire a potenziare l’espressione dell’ateismo». Ma non è finita: «Ciò che mi turba dei pronunciamenti Dawkins è il suo licenziamento all’ingrosso della religione e della sensibilità religiosa». Dopo aver citato alcune dichiarazioni farneticanti dello zoologo sulla religione e sulla fede (“scappatoia senza prove”, “sciocchezza pericolosa”, “stampella”), scrive: «A mio parere, Dawkins ha una visione ristretta della fede. Sarei il primo a sfidare qualsiasi convinzione che contraddice le scoperte della scienza, ma, come ho detto prima, ci sono cose in cui crediamo che non si sottomettono ai metodi e riduzioni della scienza. Inoltre, la fede e la passione per il trascendente sono state l’impulso per tante squisite creazioni del genere umano», e ancora: «è vero che gli esseri umani, in nome della religione, hanno talvolta causato grandi sofferenze e la morte ad altri esseri umani. Ma lo stesso ha fatto la scienza con le armi di distruzione. Sia la scienza e la religione possono essere utilizzate nel bene e nel male. E’ come vengono utilizzate dagli esseri umani quello che conta. Gli esseri umani sono stati guidati dalla passione religiosa per costruire scuole e ospedali, per creare poesia e musica, proprio come gli esseri umani hanno utilizzato la scienza per curare le malattie, per migliorare l’agricoltura, per aumentare il comfort dei materiali e la velocità di comunicazione».

Queste parole hanno dato evidentemente alla testa a quel gruppo di atei fondamentalisti di cui si è circondato Dawkins. Infatti sullo stesso sito web pochi giorni dopo, arriva la replica stizzita del filosofo Daniel Dennett, che ha attaccato il fisico dicendo: «Con il suo recente articolo Alan Lightman si unisce a una lunga serie di apologeti atei che si sentono costretti a rispondere negativamente alla campagna di Richard Dawkins». Dennett ha continuato evidenziando gli errori compiuti -secondo lui- da Collins e da Gingerich quando sostengono la loro fede e da bravo discepolo ha tessuto le lodi a Dawkins.

La replica di Alan Lightman è stata immediata, scrivendo l’articolo intitolato: “Perché gli atei dovrebbero rispettare i credenti”. Egli dice: «Sia Dennett che Dawkins assumono la posizione di un dualismo rigoroso, un ritratto in bianco e nero che non posso accettare. In effetti, direi che una posizione così assolutista ha alcuni degli stessi problemi come un fondamentalismo di qualsiasi tipo. Non è la chiarezza di Dawkins che mi preoccupa, ma la sua etichettatura dei credenti come un grande gruppo di persone non-pensatori. Ci sono migliaia di pensatori intelligenti, riflessivi e razionali che credono in Dio. Io non sono d’accordo con Collins e Gingerich nella loro fede in Dio, ma questo non significa che io considero Collins e Gingerich persone irrazionali o pericolose per la nostra società, come Dawkins implica nei suoi scritti. Mi si mostri un caso in cui Collins o Gingerich abbiano rifiutato di accettare una scoperta particolare della scienza o siano stati ostacolati nel loro lavoro scientifico a causa delle loro credenze religiose. Anzi, al contrario, queste persone hanno dato validi contributi alla scienza e alla storia della scienza. La loro capacità di farlo, infatti, dimostra che le credenze religiose e la scienza possono vivere fianco a fianco all’interno della mente umana». E infine ha concluso: «io non credo che sia stata la fede a causare le sofferenze degli esseri umani attraverso i secoli. Dennett mi ricorda che Richard Dawkins è profondamente grato della musica, dell’arte e della poesia che la religione ha generato, ma Dawkins ritiene che la religione, a conti fatti, ha realizzato più male che bene. Avrei difficoltà a tentare una tale riscontro».

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12/9/2011 11:56 AM
 
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Il biochimico Stocchi:

«l’uomo di scienza trova aiuto nell’aprirsi alla fede cristiana»

Il 22 novembre 2011 presso l’Aula Magna della Facoltà di Economia dell’Università di Urbino si è svolto un importante evento sull’interessante tematica “fede e scienza”. Proprio questo è stato infatti il titolo della conferenza a cui ha partecipato come principale relatore il Preside di Scienze Motorie e Professore Ordinario di Biochimica dell’Ateneo, Prof. Vilberto Stocchi, assieme al rettore Stefano Pivato.

Il prof. Stocchi, già docente di Biologia Molecolare e Biochimica Applicata presso l’Università di Urbino, socio della Società Italiana di Biochimica, della International Biochemistry Society, della Biochemical Society, della Protein Society e della New York Academy of Sciences e autore di oltre 170 lavori su riviste scientifiche internazionali, ha iniziato il suo intervento citando una frase riassuntiva della sua convinzione: «Io credo che ogni uomo, nella propria vita, al di là del luogo in cui è nato, cresciuto ed educato e al di là del proprio credo, desideri crescere nella conoscenza della verità e vivere nella verità. Il bisogno di verità è inscritto nel cuore dell’uomo». Parlando ai molti studenti presenti, ha richiamato all’importanza della filosofia e della teologia che «hanno contribuito a mantenere vivo questo dibattito in quasi tremila anni di storia dell’uomo». Ha dunque considerato la “scienza” e la “fede” come due livelli di conoscenza diversi, concentrandosi inizialmente sul primo e sul valore di essere ricercatore, ovvero colui che documenta «per la prima volta ciò che prima non era noto». Tuttavia ha anche riconosciuto il grande limite: «La scienza –nel senso più ampio– non è in grado di dare risposte a domande di fondo che caratterizzano il percorso dell’esistenza umana: Chi sono? Da dove vengo e dove vado? Perché la presenza del male? Cosa ci sarà dopo questa vita?». Eppure da queste domande «dipende l’orientamento da dare alla nostra esistenza [...]. L’uomo è una realtà ben più complessa rispetto ad ogni altro organismo vivente: non possiamo pensarlo costituito soltanto da cellule. Benché possa essere per noi difficile comprenderlo pienamente, in realtà l’uomo è spirito e corpo. Questo mistero ci introduce ad una dimensione e ad un altro livello di conoscenza: quella spirituale».

Ecco dunque che secondo lo scienziato, «la Fede apre a un livello di conoscenza superiore. La persona che crede poggia la propria fiducia in una realtà superiore: il Creatore. Se qualcuno mi rivolgesse la domanda: “Per te, chi è Dio?”, io mi troverei in seria difficoltà a dare una risposta», si ripeterebbero delle definizioni che però «esprimono soltanto una realtà incomprensibile per la mente dell’uomo». Incomprensibile tuttavia fino ad un certo punto, dato che «più di 2000 anni fa si assistette ad un Evento che trasformò la storia dell’uomo: Dio si manifestò attraverso l’Incarnazione assumendo anche la natura umana in Gesù Cristo. Gesù Cristo opera, parla, istruisce. Ora, sebbene l’Evento dell’Incarnazione rimane un mistero per l’uomo, per me questo Evento inizia a riempirsi di significati concreti che meritano di essere sviscerati e compresi». Ecco dunque -continua il biochimico- che dall’atto incomprensibile, la venuta di Cristo permette che «l’orizzonte si amplia e di fronte a questa nuova prospettiva l’uomo inizia gradualmente a prendere coscienza di una realtà nuova, anche se permane l’impossibilità di una piena comprensione di misteri quali l’Incarnazione e la Risurrezione».

Il prof. Stocchi ha così citato tre celebri convertiti come un esempio di questo inizio di comprensibilità del mistero dopo l’incontro cristiano. Il primo è San Paolo, poi tocca ad Agostino e a San Francesco, ovvero tre uomini la cui esperienza «è vero nutrimento, un aiuto concreto per vivere, un insegnamento anche perla nostra vita». Eppure, continua Stocchi, nonostante le numerose esperienze autentiche, fatte da tanti uomini, per noi può essere difficile credere. Viene così citato un articolo apparso sulla rivista Science il 15 agosto 1997, in cui si riportavano i risultati di una indagine condotta da Edward Larson dell’Università della Georgia (Stati Uniti) che dimostrava come il 40% degli scienziati che lavoravano nell’ambito della fisica e della biologia fossero credenti molto convinti. E ha commentato: «Questi dati dimostrano in definitiva una sola cosa, che l’uomo è libero e l’Onnipotenza di Dio si arresta difronte alla libertà che Dio stesso ha dato all’uomo. L’uomo dunque è realmente libero di credere o meno». Tra le testimonianze di prestigiosi scienziati che vennero intervistati per l’occasione, il biochimico ha riportato le parole di Francis Collins, attuale Direttore del National Instituteof Healt (NIH) e Direttore del Progetto Genoma Umano che ha permesso il completo sequenziamento del nostro genoma. Collins, convertitosi a 27 anni, disse: «Quando si conosce qualcosa di nuovo che riguarda il genoma umano, io provo una grande emozione perché l’umanità ora conosce qualcosa che soltanto Dio prima conosceva”».

Lo scienziato ha così concluso l’intervento rivelando la sua posizione: come ricercatore, ha spiegato, «io non trovo alcun contrasto tra Scienza e Fede. Quando nel corso della mia carriera ho avuto la possibilità di fare direttamente gli esperimenti in laboratorio, ho sempre provato grande soddisfazione di fronte ai risultati che ottenevo e che documentavano qualcosa di nuovo. Oggi, provo la stessa soddisfazione di fronte ai risultati ottenuti dai miei allievi. Quando, riflettendo sulla Parola del Signore – con tutti i limiti e la mia fragilità – intuisco e a volte comprendo appena a quale straordinaria realtà l’uomo è destinato, provo stupore e meraviglia». Scegliendo tra Scienza o Fede «di fatto si esprime un atteggiamento di parzialità». L’uomo di scienza, aprendosi anche alla fede, «riceve già un aiuto concreto che consiste nella capacità di dare un giusto valore alle cose: la fiducia riposta nel Creatore genera dunque nell’individuo la speranza. In questo contesto, l’uomo di fede riconosce il valore della Scienza come
strumento indispensabile per crescere nella conoscenza della realtà oggettiva, ma anche il limite a dare risposte sul significato vero della vita»
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1/6/2012 11:17 PM
 
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Il Nobel Carlo Rubbia: «l’unicità della vita umana proviene da un atto creativo»

Il fisico Carlo Rubbia è il penultimo italiano ad aver vinto il Premio Nobel (1984), scienziato dotato di grande prestigio a livello internazionale, già direttore del CERN, dell’ENEA di Frascati, socio onorario dell’Accademia Nazionale dei Lincei, della National Academy of Sciences americana, della Royal Society, della Pontificia Accademia delle Scienze e di tante altre accademie.

Rubbia, assieme a Bombieri, è anche uno degli scienziati più disprezzati da Piergiorgio Odifreddi. Il motivo è semplice: «Carlo Rubbia mi pare che sia cattolico, Enrico Bombieri, medaglia Fields, è cattolico e va a messa», scrive a pag. 122 di “Perché Dio non esiste” (Aliberti 2010). Il Nobel italiano è in realtà uno dei grandi esempi di come un’altissima conoscenza scientifica possa contribuire ad una riflessione esistenziale molto profonda. Ha detto in passato, ad esempio: «Parlare di origine del mondo porta inevitabilmente a pensare alla creazione e, guardando la natura, si scopre che esiste un ordine troppo preciso che non può essere il risultato di un “caso”, di scontri tra “forze” come noi fisici continuiamo a sostenere. Ma credo che sia più evidente in noi che in altri l’esistenza di un ordine prestabilito nelle cose. Noi arriviamo a Dio percorrendo la strada della ragionealtri seguono la strada dell’irrazionale» (citato in C. Fiore, “Scienza e fede”, elledici, Leumann (TO) 1986, p. 23).

Poco prima di Natale ha partecipato ad un convegno organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze, guidata da un altro Premio Nobel, il biologo Werner Arber. Rubbia ha proposto una bellissima relazione intitolata dal quotidiano Liberal così: La vita sulla Terra ha un solo Padre. Citiamo alcuni passaggi: «Con alta precisione, oggi vediamo che il cosmo è straordinariamente unico, caratterizzato dal valore ½° =1. La natura dell’universo non è dunque casuale, essa è il risultato di un evento unico e straordinario, possibile solamente per questo valore [...]. Grazie a potentissimi anelli di collisione tra fasci di altissima energia, è possibile ripetere le fasi iniziali dell’evoluzione della materia cosmica, con la creazione nel laboratorio di tutta una serie di straordinari fenomeni che ci permettono di esplorare le condizioni dell’Universo fino a qualche miliardesimo di secondo dopo il big-bang. Anche a questi incredibili istanti, la creazione iniziale era già un fatto compiuto. L’uomo di scienza non può non sentirsi umile, commosso ed affascinato di fronte a questo immenso atto creativo, così perfetto e così immenso e generato nella sua integralità a tempi così brevi dall’inizio dello spazio e del tempo. Vanno ricordate le fasi successive di questa immensa trasformazione a partire dalla creazione fino al giorno d’oggi. L’universo si è evoluto in maniera unitaria e coerente, come se fosse un unico tutto. Ricordiamo a questo proposito le parole della Genesi, dove si dice: “Dio pose le costellazioni nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona”».

Rubbia passa poi a tratteggiare «un altro successivo immenso evento», ovvero «la creazione della vita [...] Una delle più importanti conquiste della scienza moderna è quella che le leggi della fisica e conseguentemente il comportamento della materia sono invarianti nello spazio e nel tempo. Esse sono dimostrabilmente le stesse a miliardi di anni luce da noi e miliardi di anni fa. Ciò è facilmente comprensibile se si pensa che oggi sappiamo che le leggi fondamentali della fisica sono state per così dire inscritte nelle proprietà “geometriche” dello spazio, ancorché vuoto e quindi prescindono dalla materia fisica in esso eventualmente contenuta. La materia che costituisce l’Universo quindi esprime per così dire il suo “libero arbitrio”, all’interno di strette regole definite apriori, che preesistono alla sua creazione e successiva evoluzione». Il Premio Nobel intende anche sfatare «un’impressione, e cioè il fatto che essendo senza dubbio la Terra solamente un pianeta su tanti possibili in cui condizioni idonee per la vita si sono realizzate, la probabilità di un tale evento sia necessariamente elevata: in realtà questo ragionamento non è valido. Anche se questo fosse un fenomeno unico nell’universo, per definizione esso è avvenuto sulla nostra terra». Tuttavia «è perfettamente concepibile che si costruisca pian piano, come del resto comprovato per gli elementi più semplici, da qualche parte nelle immensità dell’Universo anche la struttura chimica della prima cellula vivente. Va ricordato che nelle sue forme più elementari, tuttavia capaci di riprodursi, la vita abbisogna di un numero relativamente limitato, da alcune decine ad alcune centinaia di migliaia di atomi. Va inoltre ricordato che grazie alla presenza della forte affinità chimica, questo non è puramente una roulette, in quanto elementi più complessi (proteine) sono costruibili a partire da componenti, da “mattoni” più semplici, già pre-costituiti».

Il celebre fisico parla anche dell’evoluzione della vita, «fortemente influenzata dalle condizioni specifiche al nostro pianeta. Ad esempio le transizioni tra grandi periodi geologici, caratterizzati da forme profondamente diverse di vita, come ad esempio il Giurassico, il Cambiano ecc. sembrano essere state determinate da eventi catastrofici e dalle immense estinzioni delle specie prodotte. La fine dei dinosauri e il passaggio ai mammiferi fu un passo evolutivo importante, per cui fu determinante il cambiamento climatico, probabilmente conseguente all’impatto di una meteorite sulla penisola dello Yucatan e del conseguente temporaneo periodo di oscurità e di freddo durato alcuni anni con conseguente estinzione delle specie meno preparate a subire questo straordinario shock climatico, che apparentemente eliminò tutte le specie di dimensioni più grandi di alcuni centimetri e specialmente quelle al momento più evolute e quindi più fragili. È quindi evidente che su di un altro ipotetico pianeta, pur assumendo una simile “partenza” probabilistica, è completamente improbabile che la forma di vita risultante sia, per così dire, la copia-carbone di quella su terra. Tutto ciò depone a favore a due fatti importanti: che l’evoluzione della vita segue una linea precisa a partire molto probabilmente da un unico e singolo fatto iniziale, il primo DNA da cui è conseguita tutta l’evoluzione, motivata da tutta una serie di eventi esterni fa sì che essa abbia una grandissima specificità che rende probabilmente unica la vita su terra, come noi la intendiamo. Oggi sappiamo che l’uomo rappresenta uno degli ultimi anelli della vita. Ciononostante la struttura dettagliata del DNA umano è solo leggermente diversa da quella degli altri esseri viventi. È questa una differenza morfologicamente piccola in sé, ma enormemente diversa per quanto riguarda le sue conseguenze. L’uomo è quindi strutturalmente fondamentalmente diverso dalle altre specie animali conosciute. Ha caratteristiche che lo contraddistinguono profondamente e in maniera unica».

Il fisico conclude il suo intervento augurandosi che la scienza scopra l’esistenza di altra vita nell’immenso universo. «Ma la scoperta di una eventuale vita extra-terrestre, con tutte le somiglianze e diversità rispetto alla nostra», continua,«arricchiranno ancora di più l’unicità dell’uomo in tutti i suoi aspetti e ci aiuteranno a meglio percepire e apprezzare gli immensi patrimoni di umanità e di saggezza che abbiamo ricevuto e di cui dobbiamo fare il più prezioso utilizzo, così ben ricordato in quella meravigliosa immagine dell’uomo con il dito puntato verso il Creatore nel fantastico affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina».

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4/27/2012 1:22 PM
 
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Gli scienziati cattolici che hanno fatto l’Italia

Anche analizzando i grossi progressi scientifici che hanno portato al nascente regno prestigio a livello europeo possiamo riconoscere l’enorme contributo di pensatori cattolici, mossi nelle loro indagini dalla voglia di contribuire all’edificazione del Creato. Nel volume “Nei 150 anni dell’Unità d’Italia” (EDB), che riporta gli interventi del Decimo Forum del progetto Culturale della CEI, il prof. Giuseppe Tanzella-Nittiapprofondisce proprio le scoperte scientifiche e il contributo sociale dei cattolici, laici e religiosi, nel Piemonte del XIX secolo. Uno di questi fu Alessandro Volta, famoso in tutto il mondo per le sue grandi scoperte sull’elettricità. La più importante nel 1800: la pila, il primo generatore di corrente continua. Poco conosciuto è l’altro aspetto caratterizzante della vita di Volta: la sua profonda fede: frequentava la Messa quotidiana, praticava i sacramenti (confessione e comunione), recitava il rosario ogni giorno.Nella parrocchia di San Donnino a Como si può ancora trovare una lapide in memoria di Volta che ricorda: “qui insegnando il catechismo si preparò al miracolo della pila”. Significativa l’esperienza di Silvio Pellico raccontata in una sua lirica dove spiega che furono le argomentazioni di Volta a riaccendere in lui un germe di fede che poi maturerà nel carcere dello Spielberg.

Tanti i volti, come Giovanni Battista Beccaria che contribuì a trasformare l’elettrologia da oggetto di curiosità in vera e propria disciplina scientifica o come Tommaso Valperga Caluso stimato filosofo, astronomo, fisico e matematico, membro dell’ordine di S. Filippo Neri, considerava la felicità il fine ultimo di ogni studio. Studiosi dell’elettricità ma anche astronomi e meteorologi di fama internazionale. Uno fra tanti il sacerdote Giovanni Boccardi che si dedicò alla teoria delle orbite planetarie e fondò nel 1906 la Società Astronomica Italiana. In particolare sviluppò importanti calcoli sul pianetino 416, che dietro sua proposta fu battezzato “Vaticana”. Il beato Francesco Faà di Bruno fu militare, cartografo, architetto, inventore, giornalista ed editore. Si occupò del piano di risanamento igienico idrico di Torino, costruì bagni e lavatoi pubblici, fornelli pubblici economici, la prima biblioteca circolante e la fondazione Opera S. Zita, casa di accoglienza per donne in difficoltà. Insieme a don Giovanni Bosco fondò giornali popolari per l’istruzione di cui curava la parte scientifica. Visse con disagio il suo desiderio patriottico di vedere l’Italia unita, di fronte alla forte spinta anticlericale che si faceva sempre più strada. Da scienziato testimoniò sempre di trovare un’assoluta armonia fra la scienza e la fede. E altri ancora: il fisico Antonio Maria Vassalli Eandi, l’astronomo don Francesco Denza (padre della meteorologia in Italia), l’astronomo Padre Angelo Secchi  (fondatore della spettroscopia astronomica), e così via.

E’ interessante vedere come la collaborazione della Chiesa fu richiesta dal ministero dell’agricoltura che, dovendo diffondere la conoscenza del metro come unico sistema di misura, si rivolse alle 7000 parrocchie, invitando i parroci a spiegare il nuovo sistema di misura. Le scelte politiche di papa Pio IX e la dedizione di molti uomini che si sono avvicendati nel corso dei secoli  hanno sicuramente dato slancio ed energia all’unificazione dell’Italia  e come ha ricordato più volte il cardinal Bagnasco è giusto che i cattolici si sentano a pieno titolo “soci fondatori” di questo Paese.

Marta Cutrera

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5/16/2012 11:19 PM
 
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 “Scienziati, perciò credenti”

di Francesco Agnoli*
*scrittore e giornalista

 
 C’è compatibilità tra scienza sperimentale e fede in un Dio creatore? Tra scienza e Chiesa?Tra scienza e miracoli? Può un uomo di oggi continuare a credere in Cristo, senza essere ed apparire ridicolo e fuori del tempo? Se ne dibatte spesso, per lo più in termini filosofici. Lo si fa anche in questo libro, discutendo sui Dio, l’anima, i miracoli, la Chiesa… Ma soprattutto si interrogheranno gli scienziati, i grandi fisici, astronomi, matematici… e si scoprirà che tutti i padri della scienza moderna hanno creduto in Dio.

Si scopriranno le preghiere di Keplero e di Pascal; gli interessi per la Bibbia diNewton; la fede genuina di Pasteur… Si apprenderà che un monaco, padreBenedetto Castelli, ha fondato l’idraulica ed ha inventato il primo pluviometro; che un , padre Andrea Bina, ha inventato il primo sismografo moderno; che Niccolò Copernico era un religioso cattolico; che il primo teorizzatore del Big bang e dell’espansione delle galassie è stato il sacerdote belga Georges Edouard Lemaître; si apprenderà che il padre dell’aeronautica, Francesco Lana de Terzi, è un padre gesuita, come il “principe dei biologi”, Lazzaro Spallanzani e come un pioniere dell’astrofisica, Angelo Secchi; che il padre della geologia e della cristallografia, Niels Stensen, si fece sacerdote e poi divenne vescovo, e che il fondatore della genetica fu il monaco Gregor Mendel…Si apprenderà che i matematici Gauss ed Eulero leggevano tutte le sere il Vangelo, che i matematici A. L. CauchyEnnio De Giorgi e Maria Gaetana Agnesi si dedicavano, oltre che alla matematica, all’assistenza ai poveri secondo lo spirito cristiano…

Forse qualcuno leggerà per la prima volta che le uniche grandi persecuzioni contro scienziati sono avvenute durante la laicissima rivoluzione francese (a danno di scienziati particolarmente devoti, come Luigi Galvani e Paolo Ruffini), e, soprattutto, nell’URSS ateo e comunista, dove chi proponeva teorie scientifiche vere, ma non ortodosse rispetto al marxismo, ha perso il posto e, non di rado, la vita.

dal libro di Francesco Agnoli, “Scienziati, dunque credenti” (Cantagalli, Siena, 2012, pagine 185, euro 14). 

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5/28/2012 10:57 PM
 
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Graeme Clark, inventore dell’orecchio bionico: «devo a Dio i risultati della mia ricerca»

Uno dei maggiori scienziati australiani si chiama Graeme Clark, conosciuto in tutto il mondo per essere l’inventoredell’orecchio bionico (Bionic Ear) per i bambini e adulti sordi. Si è ritirato nel 2004, dopo una prestigiosa carriera ai massimi livelli scientifici, costellata da numerosi premi.

Intervistato recentemente dal quotidiano “The Australian” in merito al “Global Atheist Convention” che si stava per svolgere a Melbourne, dove il solito Richard Dawkins avrebbe ribadito le sue fantasie sull’ateismo scientifico, ha spiegato che «ci sono molti distinti scienziati ben distinti anche qui in Australia, come nel Regno Unito e negli Stati Uniti, che sono molto impegnati come cristiani e non vedono un conflitto tra scienza e fede». Ha anche citato un paio di statistiche: «Uno studio del numero di scienziati che credono in Dio è stato fatto 40 anni fa, e il numero era compreso tra il 40 e il 50 per cento. Un altro studio è solo dello scorso anno ed è giunto alla stessa conclusione, per cui nonostante tutti i progressi della scienza non c’è stato un cambiamento».

Il professor Clark ha anche affermato che alcune scoperte scientifiche, come la teoria del Big Bang e la “Chaos Theory”, lo hanno convinto più che mai che la scienza non era nemica della fede: «La teoria del Big Bang ha mostrato che l’universo non è eterno, ma ha avuto un inizio. L’incredibile sintoniadell’universo per la vita ha anche dimostrato quanto improbabile sarebbe stata la sua comparsa senza un principio guida». E ancora: «l’effetto butterfly [l'idea che il battito delle ali di una farfalla in Cina possa influenzare il tempo dall'altra parte del mondo, Nda] rispecchia la realtà interconnessa dell’universo e suggerisce ancora una volta un principio ispiratore dell’attività apparente casuale».

Si è definito preoccupato dai proclami di Dawkins, il quale pensa di parlare a nome degli scienziati. Anche lui aderisce alla teoria dell’evolouzione, ma questo non gli affatto impedito di abbracciare una fede basata sulla ragione: «Dal momento dei miei primi studi di anatomia presso l’Università di Sydney, sono stato convinto che la teoria dell’evoluzione di Darwin è stata una magnifica spiegazione di come la vita si è sviluppata sulla terra», ha detto. La fede tuttavia è stata fondamentale per la sua ricerca scientifica: «Non avrei potuto continuare ad andare senza la percezione di questo amorevole Dio, il quale mi ha dato l’opportunità di aiutare le persone sorde».

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5/30/2012 4:09 PM
 
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Sette scienziati contro Richard Dawkins e l’onnipotenza della scienza

Anzi, come ha spiegato John Lennox, docente di fisica e matematico presso l’Università di Oxford: «per il cristianesimo, e solo per esso, Dio non è certo una spiegazione alternativa alla scienza e perciò non può puramente essere inteso come “Dio delle lacune”. Al contrario, Dio è la ragione di ogni spiegazione». Il suo collega di Oxford, il filosofo Richard Swinburne ha approfondito: «io non sto presupponendo un “Dio delle lacune”, un dio al puro scopo di spiegare le cose che la scienza ancora non ha spiegato. Io sto presupponendo un Dio allo scopo di spiegare perché la scienza spiega; io non nego che la scienza spieghi, ma presuppongo Dio per spiegare perché la scienza spiega»(da “Fede e scienza”, Armenia 2009, pag. 56-57).  Segnalare i limiti della scienza non significa dunque avvallare “l’ipotesi di Dio” (non c’è concorrenza), ma soltanto far crollare il “credo” scientista-riduzionista, acquisito dai cosiddetti “New Atheist” per giustificare la loro irreligiosità.

La limitatezza dell’indagine scientifica è proprio il filo rosso che ha collegato la maggior parte delle interviste recentemente realizzate dalla rivista “New Statesman” a scienziati ed epistemologi. Iniziamo citando Richard Dawkins, il gran sacerdote dell’ateismo scientifico internazionale, proprio per sottolineare le enormi differenze dagli altri:  «sappiamo che, se vi è una domanda circa l’universo a cui la scienza non potrà mai rispondere, allora non potrà farlo nessun altra disciplina», ha affermatorispondendo. Dawkins qui intende con “universo” ogni cosa esistente, quindi anche l’uomo e le sue domande, i suoi “perché ultimi” e le sue aspirazioni. Infatti lo ribadisce dopo: «La scienza è la nostra migliore speranza per rispondere alle domande profondedell’esistenza [...]. C’è qualcosa che la scienza non deve cercare di spiegare? No, non c’è».

 

Paul Davies, fisico, celebre divulgatore e direttore del programma “SETI”, è più serio e riflessivo e ha risposto«La mia sensazione è che il metodo scientifico ha il potere di rappresentare e collegare fra loro i fenomeni dell’universo, compresa la sua origine, utilizzando le leggi della natura. Ma ciò lascia inspiegata l’esistenza delle leggi»«Gli scienziati», continua Davies, «normalmente accettano le leggi come “dato” [...]. Così forse le leggi fondamentali della natura saranno sempre off-limits per la scienza».

Martin Ress, astronomo e  presidente della Royal Society, discostandosi ovviamente da Dawkins, sembra concordare con Davies: «la nostra intelligenza non può allungarsi fino agli aspetti più profondi della realtà [...]. Ci sono dei limiti intrinseci al potere predittivo della scienza».

Peter J. Bussey, fisico delle particelle presso l’University of Glasgow, ha affrontato così la questione«ci sono aree in cui la fisica non può dare risposte, come le considerazioni metafisiche: domande sulla fisica. Ancora più importante, la fisica non può trattare la nostra coscienza e la nostra natura di persone umane. La natura della coscienza è al di là del metodo e dell’apparato concettuale della fisica. Le teorie fisiche più intelligenti non servono a nulla qui, la fisica ha un mandato limitato e non è impostata per affrontare ciò che realmente significa essere umani. Procuste filosofie che cercano di ridurre l’umanità verso il basso per inserirla in un letto di fisica, sono una pericolosa illusione e devono essere evitate».

Precious Lunga, epidemiologo, è sulla stessa linea«ci sono domande che si trovano al di là del mondo materiale e sono meglio affrontate dalla filosofia in quanto non riconducibili al metodo scientifico, e di conseguenza non vale nemmeno la pena cercare di spiegarle attraverso la scienza».

Denis Alexander, direttore del “Faraday Institute for Science and Religion” presso il St Edmund’s College (Cambridge), ha offerto la risposta più interessante«La scienza per definizione è in grado di fornire, almeno in linea di principio, complete spiegazioni nomologiche per quegli articoli che si trovano all’interno del suo dominio. Ma la maggior parte delle cose che richiedono una spiegazione si trova al di fuori della competenza della scienza, comprese le spiegazioni assiologiche (perché lo stupro è sbagliato, perché penso che questa pittura sia bella…)». Ha quindi continuato, ribattendo a Dawkins: «non c’è nulla che la scienza non dovrebbe cercare di spiegare, a condizione però che quel che vuole spiegare sia all’interno del suo dominio. Purtroppo, non tutti gli scienziati fanno questa distinzione, portando ad una perdita di tempo e denaro pubblico, oltre all’imbarazzo verso la comunità scientifica».
     Il biologo ha poi sottolineato anche la distinzione tra «scienza e scientismo, cioè l’idea che la spiegazione scientifica sia l’unica che conta».

Richard Swinburneprofessore emerito di filosofia presso l’Università di Oxford  ha confermato quanto detto in altre occasioni: «la scienza non potrà mai spiegare perché ci sono leggi di natura che coprono il comportamento di tutti i fenomeni fisici. Questo perché la spiegazione scientifica del funzionamento delle leggi di un livello inferiorecontiene la causa del funzionamento delle leggi ad un livello superiore in certe condizioni fisiche». Con acutezza ha affrontato anche la controversa questione del Multiverso: «ci sono innumerevoli multiversi logicamente possibili, disciplinati da leggi diverse e con differenti caratteristiche generali che non produrrebbero mai un universo in cui ci sia un pianeta dove gli esseri umani potrebbero evolversi. Quindi, se vi è un multiverso, ciò che la scienza non potrà mai spiegare è perché tale multiverso è di natura tale da produrre un universo “finemente regolato” per la produzione di esseri umani».

Derek Burke, biochimico e attuale vice-rettore dell’University of East Anglia, ha offerto il suo contributo : «come cristiano credo che ci sia uno scopo ultimo nel tentativo di spiegare l’intero mondo naturale. Sappiamo tutti che la scienza opera rispondendo al“come funziona?”. Ma se si chiede anche il “perché funziona?”, “che scopo ha la mia vita?”, questo è il genere di domande a cui la fede religiosa pretende di rispondere e a cui non può dare risposta la scienza e non lo farà mai, perché non è configurata per fare questo. Quindi abbiamo due tipi di domande, e due tipi di risposte, che si completano a vicenda. Abbiamo bisogno di etica e abbiamo bisogno di valori, e questi vengono dal di fuori della scienza. La scienza non è sufficiente».

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6/15/2012 9:24 PM
 
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Scienza, fede e neuroetica nell’impegno del dott. Carrara

La storia della scienza ha visto decine e decine di sacerdoti scienziati portare contributi fondamentali e, a volte, avviare veri e propri campi di studio come è accaduto con il monaco cattolico Gregor Johann Mendel e la genetica moderna. In Ultimissima 15/05/12 abbiamo realizzato un breve ma significativo elenco.

Esistono tuttavia anche tanti altri sacerdoti-scienziati che compiono quotidianamente il loro lavoro di studiosi, tra teologia e ricerca scientifica. E’ il caso del dott. Alberto Carrara, ad esempio, proclamato nel 2004 dottore in Biotecnologie mediche pressola Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Padova e contemporaneamente entrato nella Congregazione religiosa dei Legionari di Cristo. Attualmente è studente di Baccalaureato in Teologia presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma, dove dal 2009 è membro del Gruppo di Ricerca in Neurobioetica. Dal 2010 è divenuto membro della International Neuroethics Society.

Il dott. Carrara gestisce un blog davvero molto interessante, intitolato “Neuroetica e Neuroscienze”, che invitiamo a visitare. Segnaliamo articoli recenti, suddivisi in rubriche settimanali (il lunedì, ad esempio, è il turno dell’omosessualità), davvero interessanti, come “Perché non siamo il nostro cervello”Donne & Uomini: dato di natura”“La coscienza tra mente e cervello: aspetti antropologici ed etici”Coscienza e neuro-libertà”, ecc.

Recentemente è apparsa una sua intervista su “Zenit.it”, in cui affronta la tematica delle biotecnologie mediche e relative sfide bioetiche, mostrando un chiaro approccio scientifico ma al contempo valorizzatore del contributo etico e filosofico, e per nulla riduzionista . Si è poi soffermato sul concetto di anima«il tema dell’anima è forse il “filo rosso” che dagli albori della civiltà ad oggi, l’uomo si porta dietro, lo segue come la sua stessa ombra. Sono certo che proprio grazie alla luce delle moderne neuroscienze e neurotecnologie la realtà dell’anima umana emergerà in tutto il suo splendore. C’è posto per l’anima umana nel dibattito filosofico proprio perchè è l’uomo, essere uni-duale, composto da corpo e anima, sia colui che fa scienza, sia colui che vi riflette filosoficamente». Rispetto al rapporto tra scienza e fede«non c’è contrapposizione, basta rispettare gli ambiti e i metodi propri di ciascuna disciplina. Oggi il grande problema è proprio la mancanza d’equilibrio e di umiltà, il voler possedere una scienza onnicomprensiva che spieghi la realtà, che spieghi l’essere umano».

«Tutti i neuro-determinismi contemporanei», ha concluso, «sono insufficienti proprio perchè assolutizzano, antropomorfizzano un solo dato della complessa realtà dell’uomo. L’essere umano si caratterizza per il “mistero” che da sempre cela e che, d’altronde, costituisce la forza e l’impulso stesso della ricerca scientifica».

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6/15/2012 9:30 PM
 
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Senza la Chiesa e i monasteri, tutta la cultura greco-latina si sarebbe persa, anche materialmente. Senza gli amanuensi benedettini non si sarebbero conservati i documenti e i codici dell’antica cultura latina, che sono stati copiati a volte senza neppure che si capissero. Nessuno, infatti, scriveva più il latino di Cicerone, ad esempio.

La nostra cultura e il progresso scientifico deve molto ai sacerdoti, ai monaci, ai religiosi. Tanti sono gli esponenti principali di specialità filosofiche e scientifiche, che dividevano la loro giornata tra la messa e lo studio. Come don Stanley Jaki (1924–2009), fra i principali rappresentanti della filosofia della scienza, comepadre Georges Lemaitre (1894–1966), fondatore della teoria cosmologica moderna, come don Paul Joachim Schebesta (1887-1967), il più importante antropologo specializzato sui Pigmei e sui Semang, come padre Agostino Gemelli (1878–1959), pioniere della psicologia clinica e del lavoro, come il matematico sacerdote Giovanni Boccardi (1859-1936), fondatore della Società Astronomica Italiana, come il sismologo don Giuseppe Mercalli (1850–1914,), inventore della celebre scala, come Francesco Denza (1834–1894) sacerdote fondatore della meterologia in Italia e della Società Meteorologica Italiana (assieme a don Filippo Cecchi), comedon Antonio Stoppani (1824–1891), fondatore della geologia e della paleontologia, come padre Gregor Johann Mendel (1822–1884), fondatore della genetica moderna.

Don Eugenio Barsanti (1821–1864) fu l’ideatore del primo motore a scoppio,padre Angelo Secchi (1818-1878) fondò la spettroscopia astronomica nell’Osservatorio Vaticano, l’abate Giovanni Caselli (1815-1891) inventò il pantelegrafo (precursore del fax), Francesco de Vico (1805–1848) fu il primo osservatore degli anelli di Saturno,don Luigi Galvani (1737–1798), scoprì l’elettricità biologica, don Lazzaro Spallanzani (1729–1799) fondò la biologia moderna, padre Giovanni Battista Beccaria (1716–1781), inventò il parafulmine e fu uno dei più grandi studiosi dell’elettrologia, padre Giuseppe Boscovich (1711-1787) fondò l’osservatorio astronomico di Brera e fu il primo a fornire una procedura per il calcolo dell’orbita di un pianeta, don Giovanni Girolamo Saccheri (1667–1733), è padre delle geometrie non euclidee, don Niccolò Stenone (1638–1686) fondò la geologia, padre Athanasius Kircher (1602-1680) fondò l’egittologia, padre Benedetto Castelli (1577–1644), fondò l’idraulica e poi ancora più indietro nel tempo, da Copernico a Grossatesta.

In un libro pubblicato di recente  “Antes que Nadie”, lo scrittore spagnolo Fernando Paz ha rivelato che fu un gesuita spagnolo, Pedro Paez, a scoprire le sorgenti del Nilo, e non Richard Francis Burton e John Hanning Speke, come insegnano i libri di storia.  Burton e Speke in effetti scoprirono l’origine del Nilo Bianco, nel punto più lontano dalla foce, nel lago Vittoria, ma in un fiume quello che conta è il flusso idrico, e in questo caso è il Nilo Blu, scoperto dal missionario padre Páez. Il sacerdote portò il Vangelo in posti sconosciuti, passando dal paludismo ai pirati, dalla cattura da parte dei turchi, a torture e carcere, e infine alla vendita come schiavo a un sultano dello Yemen. Poi la traversata a piedi nudi del deserto, cibandosi di cavallette. Páez percorse e descrisse zone come il deserto di Habramaut e Rub-al-Khali, della cui scoperta, due secoli più tardi, altri europei presero il merito.

Nella sua “Storia di Etiopia”, scritta nel 1620, raccontò la scoperta delle fonti del Nilo, mentre  accompagnava il re in una passeggiata a cavallo, descrisse la cosa con distacco, come non rivendicò mai nessuna scoperta. Gli interessava di più annunciare l’unica vera “buona notizia” (evangelium).

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6/15/2012 9:41 PM
 
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padre Roberto Busa,
colui che ci permette di navigare su Internet

Busa non ha mai pensato di togliere la sua lunga talare nera negli innumerevoli consessi scientifici mondiali dove da sessant’anni è rispettato e onorato ospite. L’intervista del quotidiano della CEI è dovuta al fatto che l’Ibm, partner tecnologico e professionale della sua vita, in questi giorni prenderà in consegna l’Index Thomisticus, l’opera che ha fatto di padre Busa una celebrità nel mondo dell’informatica. Essa nasce per stivare l’analisi automatizzata delle nove milioni di parole dell’opera omnia di Tommaso d’Aquino. L’Ibm ha deciso di portarsi il tutto nel suo quartier generale italiano, come un monumento alla genialità. Sul quotidiano è anche raccontata la singolare amicizia tra padre Busa e sir Thomas Watson, il fondatore del colosso informatico americano.

 

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6/30/2012 9:54 PM
 
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Beato Niccolò Stenone,  padre della geologia

 Niels Stensen (1638-1686) è stato un naturalista, geologo, anatomista e vescovo cattolico danese nonchè scopritore del dotto parotideo, della funzione ghiandolare e della distinzione tra ghiandole secernenti e linfonodi, della funzione delle ovaie e delle tube uterine. Dimostrò anche che il cuore era un muscolo, ed enunciò la prima legge della cristallografia. Per i suoi studi è considerato il padre indiscusso della geologia e della stratigrafia. Originariamente luterano, si convertì al Cattolicesimo e fu ordinato dapprima presbitero e poi vescovo. Abbracciata la fede cattolica, desideroso di servire Dio a difesa della Verità, divenne sacerdote e, ordinato poi vescovo, si dedicò con zelo all’evangelizzazione dell’Europa settentrionale. E' stato beatificato da Giovanni Paolo II il 23 ottobre 1988. 

 

Cenni biografici

 

Nato in Danimarca nel 1638, Niels Stensen si formò a Copenhagen studiando lingue, matematica, anatomia e medicina. Viaggiò molto, destando ammirazione e stima nelle maggiori università europee. In Toscana, Niels Stensen arrivò per la prima volta nel 1666, ospite di Ferdinando II de' Medici nella residenza invernale di Pisa. A Firenze il Granduca, appassionato scienziato egli stesso, offrì a Nicolò Stenone - così 'ribattezzato' secondo l'uso nostrano di toscanizzare i nomi stranieri - un appartamento in Palazzo Vecchio e la carica di anatomista all'ospedale di Santa Maria Nuova. Stenone viaggiò molto per il granducato, e dalle sue osservazioni sui reperti geologici e sulla struttura del paesaggio toscano - soprattutto della zona di Volterra - nacque il trattato 'De solido', pietra miliare della geologia moderna, contenente intuizioni fondamentali per la paleontologia e la cristallografia. Nel frattempo, nel novembre 1667, Stenone si era convertito dal luteranesimo al cattolicesimo, e qualche anno dopo, il giorno di Pasqua del 1675, avrebbe addirittura ricevuto l'ordinazione sacerdotale. Chiamato nel nord Europa per assolvere alla sua vocazione, Stenone ebbe incariche importanti come quello di Vicario Apostolico, ma continuò ad operare come un umile pastore di anime. Si recò a piedi da Roma ad Hannover, e il suo agire da vescovo cattolico in terra di Riforma è oggi considerato uno splendido preannuncio ecumenico, con la chiarezza sui princìpi e l'apertura limpida alle persone. Il vescovo-scienziato fa a piedi molte visite pastorali, umilmente; ma dice "no" se un principe cattolico carpisce illecitamente un vescovado. E accetta di farsi semplice missionario a Schwerin, benché sfiancato dalle crisi renali. Aggravatosi, e non essendoci in quella terra luterana un prete cattolico nei paraggi per confessarlo nell'agonia, allora lui si confessa in pubblico, elencando a viva voce i suoi peccati. Così muore Niels Stensen, stroncato sul finire del 1686 da una malattia renale. Il granduca Cosimo III ne rivolle la salma a Firenze, e Nicolò Stenone riposa ora in un sarcofago romano nella cripta della basilica di San Lorenzo, vicino ai suoi benefattori. 

 

La beatificazione 

 

E' stato beatificato da Giovanni Paolo II il 23 ottobre 1988. In occasione della sua beatificazione il Papa, rivolgendosi ai fedeli fiorentini, disse di Niccolò Stenone:

 

« Firenze fu infatti come una seconda patria per il beato Stenone, le cui spoglie sono custodite nella Basilica di san Lorenzo. Nella vostra città egli maturò quelle decisioni fondamentali di carattere religioso che dovevano dare un indirizzo nuovo a tutto il resto della sua vita, arricchendo la sua personalità, già tanto dotata sul piano culturale, con l’apporto di una nuova e più alta professione di vita, quella del ministro di Cristo, che allarga il cuore di un uomo ad orizzonti ben più vasti e profondi di quelli che possa assicurare la semplice scienza umana, per quanto nobile essa sia.

Nella maturazione spirituale del nostro beato molto influirono i contatti con ambienti fiorentini nei quali l’amore per la scienza si sposava armoniosamente con le convinzioni di fede e con la pratica della carità: egli si rese conto che il cattolicesimo non solo non avviliva, ma esaltava quella ardente sete di verità e di conoscenza che negli anni precedenti aveva portato la sua acuta intelligenza a notevoli traguardi nel campo degli studi e delle scoperte scientifiche. Nello stesso tempo, egli rivisse e ripensò queste esperienze umane in una forma del tutto personale, e quindi profondamente libera e responsabile, come è testimoniato da quella famosa illuminazione del due novembre del 1667, con la quale, fugando ogni residua incertezza approdò alla pienezza della fede ed entrò nella Chiesa cattolica. Questa sua decisione, che rivoluzionò in qualche modo la sua anima non gli fece però dimenticare i correligionari di un tempo. Tutt’altro! Divenuto Vescovo e vicario apostolico dell’Europa settentrionale, dette prova, nei numerosi contatti con le altre confessioni cristiane, di grande carità e delicatezza conquistandosi così presso di loro una stima universale e divenendo uno dei precursori del movimento ecumenico. Per questo lo invochiamo perché la sua intercessione conduca tutti i discepoli di Cristo all’unità della fede, per la quale il Signore ha pregato: “Ut omnes unum sint” (Gv 17, 11).

L’esempio che ci offre il Vescovo Stenone è importante, in particolare, per tutti i pastori della Chiesa: in lui rifulgeva un generoso spirito di servizio che lo rendeva sempre pronto ad andare là dov’era chiamato, anche se l’incarico era difficile ed impegnativo. In ogni occasione egli seppe dar prova di zelo fervente e di instancabile spirito apostolico, conducendo una vita mortificata e povera ».

 

Attività scientifica

 

Come anatomista Stenone scoprì il dotto parotideo (o dotto di Stenone); a lui spetta anche il merito della corretta interpretazione della funzione ghiandolare e della distinzione tra ghiandole secernenti e linfonodi. Dimostrò che il cuore è un muscolo, e non la fonte del calore o la sede dell'anima. Interpretò correttamente le circonvoluzioni cerebrali come sede delle funzioni cognitive superiori, ponendosi in contrasto con le allora dominanti teorie cartesiane. Scoprì la funzione delle ovaie e delle tube uterine. In campo paleontologico Stenone si pose in un modo sostanzialmente nuovo il problema della classificazione dei fossili, e della ricostruzione della storia geologica in base al modo in cui questi, e altre rocce, sono contenuti all'interno di rocce più grandi; da questa ricerca sistematica prende il titolo il suo De solido (ossia Prodromo a una dissertazione su un solido naturalmente contenuto in un altro solido). Stenone interpreta correttamente la natura dei fossili come resti di animali vissuti precedentemente. Il caso rimasto più famoso è quello da cui egli era effettivamente partito, quello delle glossopetre, identificate come denti di squali.

Un altro principio introdotto da Stenone fu quello della formazione a stampo (così chiamato da Gould nello scritto segnalato in bibliografia). Esso stabilisce che, quando un solido naturale è racchiuso in un altro, è possibile dedurre quale dei due si sia indurito per primo osservando l'impronta dell'uno sull'altro. Si può, ad esempio, dedurre che le conchiglie fossili erano solide prima degli strati che le hanno ricoperte, poiché esse lasciarono l'impronta in questi ultimi. All'opposto, le rocce circostanti erano solide prima delle vene di calcite che corrono al loro interno, poiché esse riempiono interstizi. Sulla base di questi principi Stenone riuscì a fornire una scala cronologica relativa di una parte non indifferente di popolazione di rocce e fossili. Per quanto essi sembrino oggi semplici, è importante comprendere che l'adozione sistematica che di essi mise in pratica Stenone portava a conclusioni in grado di rivoluzionare le idee sulla formazione e l'evoluzione della Terra. Basti pensare a quanto è lontana dall'intuizione la presenza di denti di pesci all'interno di rocce, o di fossili marini in alta montagna. In entrambi i casi si giunge a conclusioni di portata assoluta, ossia che sono esistiti moltissimi animali vissuti prima della formazione delle attuali rocce e che i mari i fiumi e i laghi possono cambiare posizione nel tempo. Stenone enunciò anche, di sfuggita, la prima legge della cristallografia, ovvero il fatto che gli angoli diedri di cristalli dello stesso tipo sono indipendenti dalle dimensioni assolute dei cristalli stessi.

 

Citazioni di Niccolò Stenone

 

"Dio vede e provvede. Ogni cosa proviene da Lui ed è per la gloria del Suo nome".

 

"Affidiamo tutto alla provvidenza di Dio, non preoccupiamoci del domani, non diffidiamo del Suo aiuto. Evitiamo la superstizione e guadagnamoci con il lavoro l'alimento per noi e per i poveri. Accogliamo i doni di Dio senza farne cattivo uso".

 

"Peccano contro la maestà di Dio coloro che non intendono studiare le opere della natura, ma si accontentano di leggere le opere altrui; in tale modo formano per sé nozioni immaginarie e, non solo si privano della gioia di guardare le meraviglie di Dio, ma pure perdono il loro tempo che dovrebbe essere speso per le necessità e a beneficio del prossimo, e affermano molte cose indegne di Dio. D'ora in poi spenderò il mio tempo non in speculazioni, ma esclusivamente nell'investigazione, in esperimenti."

 

"Questo è il vero scopo dell'anatomia, che attraverso l'ingegnosa struttura del corpo gli spettatori siano portati a cogliere la dignità dell'anima e di conseguenza attraverso le meraviglie del corpo e dell'anima, imparino a conoscere ed amare il Creatore. Pertanto la ragione è sollevata dalla contemplazione delle singole parti e dal confronto di queste tra loro, a cercare il Creatore di così grandi meraviglie".

 

"Se un singolo tratto del viso umano è già così bello, e attira tanto l'osservatore, quale bellezza non vedremmo, quale gioia non proveremmo se potessimo osservare a fondo la meravigliosa costruzione del corpo e di lì arrivare all'anima..."

 

"Conducimi, o Signore, per la gloria del tuo nome. Dammi di poter fare qualcosa di buono con ordine e costanza Dio mio, concedimi la forza di astenermi da ogni peccato, soprattutto da ogni giudizio troppo affrettato e sconsiderato, e da affermazioni su cose a me sconosciute o non perfettamente note".

 

"Oggi ho fatto ben poco di buono. Perdona, o Dio... Fa' che abbia sempre davanti agli occhi l'idea della morte, e sulle labbra le parole: memento mori». E ancora: «Sii presente, Gesù, con la tua grazia!"

 

 "Tu, senza il cui cenno non cade capello dal capo, foglia dall'albero, uccello dall'aria, né viene un pensiero alla mente, una parola alla lingua, un movimento alla mano, Tu mi hai condotto finora su vie a me sconosciute. Guidami ora, veggente o cieco, sul sentiero della Grazia. A Te è certamente più facile accompagnarmi là, dove Tu vuoi che io vada, che a me tenermi lontano da ciò, cui il mio ardente desiderio mi sospinge".

[Edited by Credente. 6/30/2012 9:56 PM]
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6/30/2012 10:07 PM
 
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A chi desidera avere una visione completa delle dichiarazioni degli scienziati americani viventi, che pubblicamente manifestano un atteggiamento affermativo nei riguardi della fede in Dio e della religione, ricordiamo la raccolta The evidence of God in a Expanding Universe (L’evidenza di Dio in un universo in espansione), edito a cura di John Clover Monsma in occasione dell’anno geofisico internazionale 1958. In essa 40 insigni studiosi e professori universitari americani – fisici, chimici, biologi, zoologi, botanici, matematici, astronomi, medici, ecc. – testimoniano chiaramente la loro fede in Dio.

Presentiamo due dichiarazioni.

 Il chimico THOMAS DAVID PARKS confessa:

«Io vedo ovunque intorno a me ordine e determinazione nel mondo inorganico. Non posso credere che essi esistano per causali fortunate combinazioni di atomi! Per me questo piano presuppone un’intelligenza, quest’intelligenza la chiamo Dio… Io personalmente ho trovato a spiegazione di queste meraviglie una soluzione esauriente, ascrivendo l’ordine della natura a una intelligenza suprema e il suo piano ad un creatore supremo, e in tutto ciò – più che una fredda programmazione razionale – io vedo la cura e l’amore di un grande creatore per le sue creature» (p. 76).


 Lo zoologo RUSSEL LOWELL MIXTER dichiara:

«Quando si legge nella Bibbia che Dio ha creato l’uomo, gli animali, le piante, si può credere certamente che ciò che si vede nella natura è in accordo con tale fede. La Bibbia non è un testo scientifico. Ma essa trasmette i presupposti fondamentali della scienza. E ciò è per me una verità eternamente splendente che non si spegne mai – una verità che non perde nulla del suo splendore alla presenza di tutte le teorie materialistiche che mai siano state pensate e inventate – questa verità è che il Dio della Bibbia e il Dio della natura è lo stesso» (p. 99).
 
 
 
 
[Edited by Credente. 6/30/2012 10:08 PM]
7/16/2012 11:23 AM
 
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Georges Lemaître

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
 
Georges Edouard Lemaître

Georges Edouard Lemaître (Charleroi17 luglio 1894 – Lovanio20 giugno 1966) è stato un sacerdote cattolico, fisico e astronomo belga.

Fu il primo a capire che lo spostamento verso il rosso della luce delle stelle era la prova dell'espansione dell'universo e a proporre la legge di Hubble, secondo la quale vi è una proporzionalità fra distanza delle galassie e loro velocità di recessione. Nel 1927, infatti, pubblicò l'ipotesi dell'atomo primigenio,[1] oggi nota come teoria del Big Bang, basata sulla relatività generale, per spiegare entrambi i fenomeni.[2][3]

L'ipotesi dell'ATOMO PRIMIGENIO, non fu accettata dalla comunità scientifica e molti lo ritennero più una trovata di propaganda religiosa. Oggi che l'ipotesi è stata dimostrata, stranamente, i non credenti continuano ad affermare la casualità dell'evento, anzichè porsi le domande sul come e Chi abbia dato origine a tale esplosione di ENERGIA (Sia la LUCE) da cui sono derivate ordinatamente e armonicamente tutte le altre cose.

 
Lemaître fu sempre un sostenitore dell'espansione illimitata dell'universo e a questo scopo conservò nel suo modello la costante cosmologica, proposta da Einstein, ma abbandonata da lui e da quasi tutti gli altri fisici dopo la scoperta del Big Bang. L'espansione illimitata e l'uso della costante cosmologica furono generalmente accettati solo dopo che venne scoperta l'accelerazione dell'espansione dell'universo. Ciò però ebbe luogo solo nel 1998, oltre trenta anni dopo la morte di Lemaître.


Studiò prima nel collegio gesuita di Charleroi e poi matematica e scienze fisiche all'Université catholique de Louvain(Lovanio) dove ottenne il dottorato nel 1920 con una tesi su l'Approximation des fonctions de plusieurs variables réelles(L'approssimazione di funzioni a più variabili reali), avendo come relatore Charles de la Vallée-Poussin. Entrò in seminario aMechelen nel 1920 e fu ordinato sacerdote nel 1923.[4]Biografia
 [modifica]

In seguito si interessò particolarmente alla teoria della relatività di Albert Einstein, che incontrò numerose volte. Lavorò quindi all'osservatorio astronomico di Cambridge sotto la direzione di Arthur Stanley Eddington, e quindi al Massachusetts Institute of Technology dove ottenne il dottorato con una tesi sui campi gravitazionali all'interno della teoria della relatività generale, The gravitational field in a fluid sphere of uniform invariant density according to the theory of relativity. Ritornò inBelgio nel 1925, dove fu nominato professore ordinario all’Università di Lovanio e insegnò fino al 1964.

Ricerche 

Nel 1927, indipendentemente dal lavoro di Alexander Friedmann, Georges Lemaître ipotizzò che l'universo è in espansione, basandosi sulle misure di redshift di Vesto Slipher e di Edwin Hubble e su una delle soluzioni dell'equazione di Einstein. Fu il primo a formulare la legge della proporzionalità fra la distanza e la velocità di recessione degli oggetti astronomici. Questa legge, apparsa in un suo articolo pubblicato del 1927 in lingua francese,[1] e non tradotta nella versione inglese redatta daArthur Eddington, sarà riscoperta empiricamente da Hubble qualche anno dopo.

Nel 1930 infatti Eddington aveva pubblicato nei Monthly Notices of the Royal Astronomical Society un lungo e approfondito commento all'articolo di Lemaître del 1927 in cui definiva come una brillante soluzione ai problemi cosmologici quella proposta dal belga.[5] Il lavoro originale fu pubblicato in inglese in versione ridotta nel 1931 con la successiva risposta di Lemaître ai commenti di Eddington.[6]

Lemaître fu quindi invitato a Londra per prender parte ad un convegno della British Association for the Advancement of Science sulla relazione tra Universo fisico e la spiritualità. Fu lì che egli propose che l'Universo si fosse espanso a partire da un punto iniziale, che egli chiamò atomo primigenio, e ne trasse poi un articolo pubblicato sulla rivista Nature.[7] Lemaître stesso descrisse la sua teoria come l'uovo cosmico che esplodeva al momento della creazione.

La sua stima dell'età dell'universo fu tra 10 e 20 miliardi di anni, (in accordo con le attuali stime). Einstein rifiutò la teoria di Lemaître, in quanto in quel periodo considerava l'universo immutabile. Qualche anno dopo Einstein disse che questo fu uno degli errori più grandi della sua vita.

La teoria di Lemaître fu chiamata teoria del Big Bang da Fred Hoyle il 28 marzo 1949, durante una trasmissione radiofonica della BBC. Negli ultimi anni della sua vita si interessò a fondo dei primi calcolatori elettronici e di informatica. Poco prima della sua morte, avvenuta nel 1966, riuscì a sapere che era stata individuata la radiazione cosmica di fondo, che provava praticamente la sua teoria.

Pubblicazioni maggiori 

Riconoscimenti e onori 

Sin dal 1933 il nome di Lemaître divenne famoso in tutto il mondo anche a livello giornalistico.

Egli ricevette numerosi riconoscimenti in patria:

Nel 1936 fu eletto membro della Pontificia Accademia delle Scienze, di cui fu anche presidente dal marzo 1960 sino alla morte.

Nel 1953 gli venne assegnata la prima "Eddington Medal" rilasciata dalla Royal Astronomical Society inglese.[8][9]

A lui sono stati dedicati:

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10/7/2012 6:12 PM
 
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La lettera di Albert Einstein su Dio,
quello Spirito che si rivela nel cosmo

Con la data del 3 gennaio 1954 venne indirizzata al filosofo Erik Gutkind, a Princeton. Si tratta di una lettera di Albert Einstein su Dio, che vale oggi 3 milioni di dollari.

Uno dei tanti documenti in cui il Premio Nobel per la Fisica esprime il proprio punto di vista su Dio e sulla religione. In molte lettere e in molti articoli ha citato Dio come preoccupazione maggiore emersa, non certo da una base religiosa personale che non aveva, ma dallo studio scientifico del cosmo, delle sue leggi, dell’ordine e dell’intelligenza che dietro a tutto questo inesorabilmente si rivela.«Trovi sorprendente che io pensi alla comprensibilità del mondo come a un miracolo o a un eterno mistero?»domandava a Maurice Solovine nella lettera scritta nel 1956. «A priori, tutto sommato, ci si potrebbe aspettare un mondo caotico del tutto inafferrabile da parte del pensiero. Ci si potrebbe attendere che il mondo si manifesti come soggetto alle leggi solo a condizione che noi operiamo un intervento ordinatore. Questo tipo di ordinamento sarebbe simile all’ordine alfabetico delle parole di una lingua. Al contrario, il tipo d’ordine che, per esempio, è stato creato dalla teoria della gravitazione di Newton è di carattere completamente diverso: anche se gli assiomi della teoria sono posti dall’uomo, il successo di una tale impresa presuppone un alto grado d’ordine nel mondo oggettivo, che non era affatto giustificato prevedere a priori. È qui che compare il sentimento del “miracoloso”, che cresce sempre più con lo sviluppo della nostra conoscenza. E qui sta il punto debole dei positivisti e degli atei di professione, che si sentono paghi per la coscienza di avere con successo non solo liberato il mondo da Dio, ma persino di averlo privato dei miracoli».

Einstein, se bisogna per forza etichettarlo, era certamente deista, ovvero affermava il cosiddetto “Dio degli scienziati”, l’Essere che per forza di cose ha creato e ordinato ma che poi si è tenuto in disparte: «La convinzione profondamente appassionante della presenza di un superiore potere razionale, che si rivela nell’incomprensibile universo, fonda la mia idea su Dio»ha detto lui stesso. E ancora««Chiunque sia veramente impegnato nel lavoro scientifico si convince che le leggi della natura manifestano l’esistenza diuno Spirito immensamente superiore a quello dell’uomo, e di fronte al quale noi, con le nostre modeste facoltà, dobbiamo essere umili». E’ il Dio a cui la sola ragione dell’uomo (come diceva Pio IX), senza l’aiuto della fede, può permettersi di approdare leggendo con intelligenza i segni della realtà: «La mia religiosità consiste in un’umile ammirazione di quello Spirito immensamente superiore che si rivela in quel poco che noi, con il nostro intelletto debole e transitorio, possiamo comprendere della realtà. Voglio sapere come Dio creò questo mondo. Voglio conoscere i suoi pensieri; in quanto al resto, sono solo dettagli», diceva ancora il prestigioso scienziato. «La scienza», secondo lui, «contrariamente ad un’opinione diffusa, non elimina Dio. La fisica deve addirittura perseguitare finalità teologiche, poichè deve proporsi non solo di sapere com’è la natura, ma anche di sapere perchè la natura è così e non in un’altra maniera, con l’intento di arrivare a capire se Dio avesse davanti a sé altre scelte quando creò il mondo»E’ il riconoscimento evidente di un Dio che ha operato, che ha fatto determinate scelte, che ha pensato l’universo.

Un Dio immobile però, disinteressato agli uomini. Tanto che Einstein -come scrive in questa lettera da 3 milioni di dollari oggi  venduta all’asta- parlava in modo molto crudo del Dio rivelato, addirttura come«un’espressione e un prodotto della debolezza umana. La Bibbia è una collezione di onorevoli ma primitive leggende per lo più infantili. Nessuna interpretazione, di nessun genere, può cambiare questo per me». Ma, sempre nello stesso documento, scriveva anche la famosa frase: «la scienza senza religione è zoppa e la religione senza scienza cieca». La presunta dicotomia tra scienza e fede è nata per lui da «errori fatali».

Il teologo Thomas Torrancecome riporta “Il Tempo”, è stato probabilmente il massimo esponente dello studio del pensiero religioso di Einstein ed è arrivato alla conclusione che il celebre fisico «coglieva la rivelazione di Dio nell’armonia e nella bellezza razionale dell’universo che suscitano un’intuitiva risposta non concettuale nella meraviglia, rispetto e umiltà associati alla scienza e all’arte»Max Jammer, rettore emerito della Bar Lan University di Gerusalemme ed ex-collega di Albert Einstein a Princeton, ha affermato invece che la concezione di Einstein della fisica e della religione erano profondamente legate, dato che, nella sua opinione, la natura esibiva tracce di Dio, un po’ come una “teologia naturale”, «in pratica, con l’aiuto della scienza naturale, si può cogliere il pensiero di Dio». Lo scrittore Friedrich Duerrenmatt disse invece: «Einstein parlava così spesso di Dio che quasi lo consideravo un teologo in incognita. Non credo che questi riferimenti a Dio possano essere considerati semplicemente dei modi di dire, perché Dio aveva per Einsteinun profondo significato, piuttosto elusivo, di non scarsa importanza per la sua vita e la sua attività scientifica. Ciò era segno di uno stile profondo di vita e di pensiero: “Dio” non era un modo di pensare teologico ma piuttosto l’espressione di una “fede vissuta”». Il premio Nobel Salam ha invece commentato:«Einstein è nato in una fede abramitica, dal suo punto di vista era profondamente religioso. Ora, questo senso di meraviglia conduce molti scienziati all’Essere superiore -”der Alte” (“il Vecchio”), come Einstein affettuosamente chiamava la Divinità – un’intelligenza superiore, il Signore di tutta la creazione e della legge naturale».

Che cosa è mancato a Albert Einstein? E’ mancato un incontro cristiano, cioè il momento in cui -grazie ad un avvenimento preciso, per aiuto dello Spirito e per libertà personale, dice la Chiesa- l’uomo prende in seria considerazione il fatto che quel Dio così evidente, ma così lontano, si sia voluto rivelare agli uomini. Il più importante esponente dell’ateismo scientifico degli ultimi anni, Antony Flew, si è convertito nel 2004arrivando ad intuire questo«Certamente la figura carismatica di Gesù è così speciale che è sensato prendere in seria considerazione l’annuncio che lo riguarda. Se Dio si è davvero rivelato è plausibile che lo abbia fatto con quel volto». Einstein, per le circostanze della sua vita, non è invece arrivato fino a qui, ma tuttavia in una intervista del 1929 ha commentato«Nessuno può leggere i Vangeli senza sentire la presenza attuale di Gesù. La sua personalità pulsa ad ogni parola. Nessun mito può mai essere riempito di una tale vita».

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11/19/2012 11:54 AM
 
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La psicoanalista Françoise Dolto e il Vangelo:
«qualcosa di divino»

 Non è bastata la profonda spiritualità di Carl Gustav Jung per creare un’inimicizia tra psicologia e religione, la causa di tutto è sicuramente il pensiero di Sigmund Freud, il quale ha rinnegato la fede in Dio liquidando tutto come una proiezione della figura del padre.

Questa incomprensione è durata parecchio, oggi fortunatamente è ampiamente superata. Risulta comunque interessante l’intervista finora inedita in Italia, pubblicata da Avvenire, a Françoise Dolto, psicoanalista e figura emblematica in Francia e in Europa, allieva di Jacques Lacan è stata una delle figura di maggior spicco del movimento psicoanalitico del Novecento e un autorità riconosciuta a livello mondiale per lo studio della psicologia infantile. Cristiana, cattolica di formazione, ha scoperto attraverso il suo matrimonio l’ortodossia e più volte si è confrontata da psicoanalista con il messaggio del Vangelo. Un libro pubblicato di recente, I vangeli alla luce della psicoanalisi (Brossura 2012), ne ha raccolto le riflessioni.

In esso, ad esempio, vengono riportate frasi come queste: «I Vangeli hanno cominciato a interrogarmi e io ho reagito alla loro lettura. Mi stupiva il fatto che l’interesse si rinnovasse a mano a mano che facevo esperienza della vita e soprattutto della clinica psicoanalitica, grazie alla scoperta della dinamica dell’inconscio di cui, dopo Freud, stiamo sperimentando la portata e decodificando le leggi. Mi pare sempre più evidente che ciò che scopriamo dell’essere umano, questi testi lo contengono già e lo lasciano intendere. Nelle loro parole qualcosa parla».  Paragonando il contenuto dei Vangeli all’esperienza con i suoi pazienti, ha raccontato: «Vedevo l’educazione cosiddetta cristiana, che è quella di tanti nostri pazienti, come nemica della vita e della carità, in totale contraddizione con ciò che una volta mi era apparso nei Vangeli un messaggio di amore e di gioia. Allora li ho riletti ed è stato un shock (…) Nulla, nel messaggio di Cristo, era in contraddizione con le scoperte freudiane».

Nell’intervista, citata poco sopra, la Dolto approfondisce il feedback ricevuto: «Quando leggo i Vangeli, io incontro qualcuno. Attraverso i generi, le immagini, fantasmi letterari dei Vangeli, scopro un’umanità che si esprime, una personificazione così straordinaria, una carnalità così profonda che hanno del divino. I Vangeli producono in me delle onde d’urto, di cui cerco di rendermi conto [...]. La psicoanalisi non spiega tutto. A un certo punto si ferma perché l’umano si ferma, non può andare oltre. Ma il desiderio ci trascina sempre oltre… Allora, è o il nonsenso e l’assurdo oppure è il senso che continua a interrogarci nel più profondo di noi stessi fin nel nostro inconoscibile; e questo, per me, è il campo di Dio».

La vita, dice, è una morte continua: la morte del feto quando nasce il bambino, la morte nel bambino quando si accorge che i genitori non sono onnipotenti, la morte nel momento della pubertà, la morte nel tradimento affettivo, insomma «facciamo continuamente l’esperienza della nostra immaginazione impotente sulla realtà. Questa vita, mi dica lei, non è forse una morte permanente? Siamo esseri che scoprono, un giorno dopo l’altro, la propria impotenza. Un’impotenza che è sempre una morte per il nostro desiderio che vorrebbe essere onnipotente». L’uomo ritrova in sé questo desiderio di infinito, eppure la vita è una costante delusione di questo desiderio, perché nulla lo soddisfa veramente. Per questo è fondamentale la figura di Gesù Cristo«Noi siamo esseri di carne, cerchiamo la soddisfazione del nostro desiderio, il godimento della carne. Ma mai questa carne e i piaceri che essa ci procura ci bastano né ci appagano», ha spiegato la Dolto. «Gesù risuscitato ci insegna che se cerchiamo in spirito e in verità, affrontando il dubbio e la sua prova, se superiamo la carne senza bandire i piaceri condivisi, senza fare l’economia dei rischi per il nostro corpo, oltre la morte troveremo la pienezza del nostro desiderio».

 

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11/30/2012 12:49 PM
 
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Il fisico Ugo Amaldi: 
amore per la scienza e amore per la fede

Il 16 novembre scorso è stato consegnato al noto fisico Ugo Amaldi il Premio internazionale Cultura cattolica al Museo civico di Bassano del Grappa (Vi), con la seguente motivazione: «Amore per la scienza e amore per la fede».

Amaldi lavora presso il Cern di Ginevra dal 1960, e dal 1982 è docente presso l’Università di Milano, già direttore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, membro delle maggiori accademie scientifiche, è tra i maggiori studiosi delle particelle elementari. Il suo ultimo libro, appena pubblicato, si chiama “Sempre più veloci”(Zanichelli 2012)

Intervistato per l’occasione da Avvenire, ha spiegato: «Le scienze studiano i fenomeni naturali e nei fatti non hanno nulla da dire alla fede. Però gli scienziati credenti e quelli che si pongono la domanda sulla fede sentono la necessità di integrare in maniera coerente la fede e la visione fisica del mondo. Così facendo devono affrontare questioni che si collocano alla frontiera fra alcune affermazioni del cristianesimo e ciò che loro sanno del mondo naturale. Difficoltà che talvolta possono essere illuminanti anche per coloro che non sono scienziati [...]. D’altra parte non si può non restare meravigliati dalla complessità e dalla logica sottese alla maggior parte dei fenomeni naturali e questo è per uno scienziato credente un’apertura al trascendente»». 

Quest’ultima riflessione ricorda quella di un altro celebre fisico italiano, il premio NobelCarlo Rubbia, il quale pochi mesi fa ha affermato: «L’uomo di scienza non può non sentirsi umile, commosso ed affascinato di fronte a questo immenso atto creativo, così perfetto e così immenso e generato nella sua integralità a tempi così brevi dall’inizio dello spazio e del tempo [...]. L’universo si è evoluto in maniera unitaria e coerente, come se fosse un unico tutto. Ricordiamo a questo proposito le parole della Genesi, dove si dice: “Dio pose le costellazioni nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona”».

L’argomento si sposta poi su una questione originale, ovvero l’assenza della figura di Cristo nel dibattito tra scienza e fede, infatti «si preferisce parlare del Dio Creatore, del Dio che mantiene l’universo in essere e non si connette mai la figura del Cristo con le conoscenze degli scienziati, né queste vengono mai connesse con lo Spirito Santo che, in quanto scienza e sapienza sarebbe perfettamente a tema». Il motivo potrebbe risiedere, ha continuato Amaldi, «nel fatto che il rapporto personale che il credente ha con Cristo è completamente diverso dal rapporto impersonale che lo scienziato ha con i fenomeni naturali che studia. Viaggiano su piani diversi. Invece il Dio Creatore è strettamente connesso con la natura che è l’oggetto di studio dello scienziato».

Nell’intervista per Ilsussidiario.net ha invece affermato: «Io sono uno scienziato credente», ma anch’io «come ogni scienziato  devo essere un “agnostico metodologico”: l’essere credente non deve influenzare il modo di procedere [...]. Penso che si possa integrare la razionalità scientifica con la fede che è poi quella che io chiamo la ragionevolezza sapienziale e trova le sue radici nei libri sacri, nell’esperienza di vita dei santi, nella rivelazione. Sono due aspetti diversi del nostro stesso intelletto, che si coniugano con la ragione filosofica portandoci a guardare il mondo in modo unitario. In tal modo si può costruire una visione della realtà tale che il problema scienza-fede non si pone».

Secondo recenti sondaggi (anche tra studenti universitari), sono una netta minoranza oggi gli scienziati che insistono nel ribadire una dicotomia tra scienza e fede, anche se -giustamente- Amaldi fa notare che «questo dibattito è considerato interessante solo da coloro che a priori si pongono, anche se non credenti, il problema della fede. Gli agnostici, gli atei continuano a considerare con fastidio questa relazione fra scienza e fede, la vedono come inutile».

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1/2/2013 10:20 PM
 
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Rita Levi Montalcini e l’ammirazione per papa Benedetto XVI

Rita Levi MontalciniCome molti sapranno il premio Nobel per la medicina italiano, Rita Levi Montalcini, ha concluso il suo cammino terreno il 30 dicembre scorso.

Celebre neurologa, ha scoperto e identificato il fattore diaccrescimento della fibra nervosa, grazie al quale venne dimostrato che il cervello può “rigenerarsi” ed inoltre la scoperta ebbe un ruolo chiave nel prevenire l’insorgenza dell’Alzheimer. Gli studi della Montalcini mostrarono anche che il sistema nervoso, immunitario ed endocrino non sono unità separate ma un solo grande network strettamente interconnesso e interdipendente.

La scienziata italiana è entrata a far parte della Pontificia Accademia delle Scienze il 24 giugno 1974. Tutti ricorderanno che nel 2008 alcuni di docenti dell’università La Sapienzadi Roma (definiti «70 cretini» dall’attuale rettore Luigi Frati), attraverso una letteraimpedirono a Benedetto XVI di partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico. Qualche quotidiano inserì il nome della Montalcini tra i firmatari.

Il premio Nobel non gradì per nulla questa invenzione, e replicò: «Un’affermazione questa non veritiera; infatti dopo aver contattato diversi giornalisti che hanno scritto gli articoli è stato da loro riconosciuto di “aver dedotto” dalle comunicazioni di Agenzia la frase suddetta senza che questa fosse stata da me pronunciata». Ha quindi proseguito:«In qualità di membro della Pontificia Accademia delle Scienze e dell’ammirazione che nutro verso il Pontefice non avrei mai espresso quanto attribuitomi». Ed infine:«Preciso che sono stata discorde, sin dall’inizio, dai commenti che si sono sollevati attorno a questa incresciosa vicenda e ben lontana dall’assumere una posizione contro il Sommo Pontefice».

I funerali della scienziata si svolgeranno oggi a Torino con rito ebraico e, in forma privata.

 
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9/4/2013 1:56 PM
 
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Il neo senatore Carlo Rubbia
tra scienza e fede

Carlo Rubbia

Il presidente Giorgio Napolitano ha nominato tra i senatori a vitaproprio il fisico Carlo Rubbia, l’unico premio Nobel scientifico italiano vivente (dopo la morte di Rita Levi Montalcini) e l’unico tra i quattro nominati (Renzo Piano, Claudio Abbado ed Elena Cattaneo) a meritare davvero la nomina.

Rubbia, vincitore del Nobel per aver scoperto nel 1983 i bosoni vettoriali W+, W− e Z, confermando così la teoria dell’unificazione della forza elettromagnetica e della interazione debole nella forza elettrodebole, è anche un uomo di fede e non ne ha mai fatto mistero,come spiegato dal collega Franco Gabici, direttore del Planetario di Ravenna. Ebbe a dichiarare una volta: «Parlare di origine del mondo porta inevitabilmente a pensare alla creazione e, guardando la natura, si scopre che esiste un ordine troppo preciso che non può essere il risultato di un ‘caso’, di scontri tra ‘forze’ come noi fisici continuiamo a sostenere. Ma credo che sia più evidente in noi che in altri l’esistenza di un ordine prestabilito nelle cose. Noi arriviamo a Dio percorrendo la strada della ragione, altri seguono la strada dell’irrazionale»(“Il DNA lo prova: la vita sulla terra ha un solo padre”, Liberal 23 dicembre 2011)».

La sua conoscenza delle intime strutture della materia lo ha convinto che «più la scienza cerca e più trova gli indizi di una unica creazione opera di una entità superiore». Infatti, «come ricercatore, sono profondamente colpito dall’ordine e dalla bellezza che trovo nel cosmo, così come all’interno delle cose materiali. E come un osservatore della natura, non posso fare a meno di pensare che esiste un ordine superiore. L’idea che tutto questo è il risultato del caso o della pura diversità statistica, per me è completamente inaccettabile. C’è un’Intelligenza ad un livello superiore, oltre all’esistenza dell’universo stesso».

Nella sua relazione presso la Pontificia Accademia delle Scienze, di cui è membro, ha spiegato:«L’uomo di scienza non può non sentirsi umile commosso ed affascinato di fronte a questoimmenso atto creativo, così perfetto e così immenso e generato nella sua integralità a tempi così brevi dall’inizio dello spazio e del tempo. L’universo si è evoluto in maniera unitaria e coerente, come se fosse un unico tutto. Ricordiamo a questo proposito le parole della Genesi, dove si dice: “Dio pose le costellazioni nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona” [...]. Oggi sappiamo che l’uomo rappresenta uno degli ultimi anelli della vita. Ciononostante la struttura dettagliata del DNA umano è solo leggermente diversa da quella degli altri esseri viventi. È questa una differenza morfologicamente piccola in sé, ma enormemente diversa per quanto riguarda le sue conseguenze. L’uomo è quindi strutturalmente fondamentalmente diverso dalle altre specie animali conosciute. Ha caratteristiche che lo contraddistinguono profondamente e in maniera unica [...]. Ma la scoperta di una eventuale vita extra-terrestre, con tutte le somiglianze e diversità rispetto alla nostra arricchiranno ancora di più l’unicità dell’uomo in tutti i suoi aspetti e ci aiuteranno a meglio percepire e apprezzare gli immensi patrimoni di umanità e di saggezza che abbiamo ricevuto e di cui dobbiamo fare il più prezioso utilizzo, così ben ricordato in quella meravigliosa immagine dell’uomo con il dito puntato verso il Creatore nel fantastico affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina».

 
[Edited by Credente. 9/4/2013 1:58 PM]
10/29/2013 9:38 PM
 
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Quei sacerdoti cattolici
all’origine della scienza moderna

scienziati in tonacaSacerdoti e scienziati: chissà perché, all’orecchio dell’uomo contemporaneo, questa accoppiata suona male. Il punto è che i dogmi del positivismo, sposati sia da molti ambienti liberali sia dalle dittature novecentesche, detti e ripetuti infinite volte, hanno fatto breccia nell’immaginario collettivo, nutrito da una versione banale, zoppa e antistorica dell’affare Galilei.

La realtà, però, è facilmente verificabile: all’origine della scienza sperimentale moderna vi sono essenzialmente uomini religiosi, profondamente religiosi; uomini per i quali studiare la natura altro non è che cercare di leggere il libro scritto dal Creatore, andare alla ricerca delle sue tracce, delle sue orme. Senza nessuna presunzione di possedere ogni verità, di ridurre la causa prima alle cause seconde, di trasformare la scienza sperimentale in una fede, di farne una metafisica onnicomprensiva.

Tutti conoscono il nome del monaco cattolico Gregor Mendel, padre della genetica; solo alcuni sanno che Niccolò Stenone, vescovo e beato, ha posto le basi della moderna geologia; pochi hanno presente, invece, che tanti altri ecclesiastici cattolici – e qualche pastore protestante, ma nessun imam, nessun rabbino, nessuno sciamano, nessun bramino indù, nessun monaco buddhista… – sono stati all’origine di svariati campi dell’indagine scientifica.

Il nuovo libro dello scrittore Francesco Agnoli e del medico chirurgo Andrea Bartelloni,Scienziati in tonaca (La fontana di Siloe 2013), è proprio la storia di alcune (solo alcune) di queste personalità che hanno vissuto nel contempo una forte fede religiosa in un Dio trascendente e una grande passione per l’indagine empirica e scientifica. Così è stato per Keplero, Newton, Maxwell, Volta, Planck, e per tantissimi altri giganti del pensiero scientifico. Così è stato anche per numerosi sacerdoti che hanno contribuito con il loro lavoro alla nascita della citologia, della biologia, della genetica, della cristallografia, della geologia, dell’astronomia. Dal canonico Niccolò Copernico, padre dell’eliocentrismo al terziario francescano Luigi Galvani, scopritore dell’elettricità biologica, da don Georges Lemaître, padre del Big Bang a sacerdoti-scienziati quasi del tutto dimenticati, come l’Abbé René Just Haüy, padre Corti, padre Venturi, padre Bertelli.

In questi ritratti si mescolano vita affettiva, scoperte scientifiche e fede religiosa, nel tentativo di rendere conto, in minima parte, del fecondo rapporto esistente nella Storia tra fede e ragione

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