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SINDONE : una sfida per la scienza

Last Update: 5/15/2024 8:54 AM
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5/4/2022 9:21 PM
 
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La Sindone autentica? Come un esperto risponde alle obiezioni



Intervista ad Alessandro Piana sulla Sindone, una panoramica generale sul dibattito circa gli elementi proposti di autenticità e di non autenticità. Uno sguardo in particolare sul Memoriale di Pierre d’Arcis, uno degli argomenti storici più usati dai critici della Sindone.


 
 
 

Ci sono novità riguardo alla Sindone di Torino.

Ad inizio aprile alcuni ricercatori dell’Istituto di Cristallografia hanno pubblicato sul Journal of Cultural Heritage uno studio su un campione della Sindone.

Applicando un nuovo metodo per la datazione di antichi fili di lino ed ispezionandone il degrado strutturale hanno concluso che si tratte di una reliquia molto più antica di quanto si pensi, compatibile con l’idea tradizionale che risalga al I secolo. Ne parleremo in futuro più dettagliatamente.

Nella nostra selezione dei migliori libri pubblicati tra gennaio e marzo 2022 abbiamo incluso anche Perché la sindone non è un falso? (Mauro Pagliai 2022), un’analisi storica (e non solo) della celebre reliquia.

 

Nella nostra intervista del venerdì abbiamo dialogato proprio l’autore del libro, Alessandro Piana, esperto studioso della Sindone e già membro del Comitato Scientifico Internazionale dell’International Workshop on the Scientific Approach to the Acheiropoietos Images, tenutosi presso il centro ricerche ENEA di Frascati.

 

 

La Sindone e l’attendibilità dei sindonologi.

 

 

DOMANDA – Prof. Piana, il più noto critico della Sindone, Andrea Nicolotti, polemizza spesso con il lavoro dei sindonologi sostenendo che la maggioranza degli studiosi sosterrebbe la non autenticità della Sindone. Qual è al momento il panorama di ricerca sulla Sindone?

RISPOSTA – Il prof. Nicolotti è da sempre molto critico con i sindonologi, screditandoli in quanto studiosi e ponendo la comunità scientifica contro di loro. Ma la questione dell’autenticità è ancora lungi dal ritenersi conclusa.

Contrariamente a quanto qualche irriducibile si ostini a voler far credere, non si tratta di un confronto tra conservatori e progressisti, tra credenti e atei, tra faziosi studiosi della Sindone e serissimi studiosi neutrali. Come se non si possa studiare la Sindone in maniera seria e neutrale!

A conferma di ciò non bisogna trascurare il fatto che tra chi si interessa alla Sindone – o chi se ne è interessato in passato – troviamo persone appartenenti alle confessioni religiose più diverse da quella Cristiana.

Errore madornale è pensare che alla Sindone si interessino unicamente i Cristiani e che, in maniera del tutto aprioristica, antepongano le loro convinzioni alla logica più razionale.

Sulla possibile identità tra la Sindone di Torino e la sindòn utilizzata per avvolgere il corpo del Cristo al momento della deposizione nel sepolcro (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53) non è mai stata presa una posizione ufficiale da parte della Chiesa: la Fede non si fonda certo sulla Sindone!

Seppur sempre più precisa e affidabile, la Scienza si trova nella condizione in cui non è in grado di dimostrare l’autenticità della Sindone quale lenzuolo funerario di Gesù, ma esclusivamente, attraverso il concetto di esclusione, la sua non autenticità.

Poiché non esiste una metodica sperimentale in grado di dimostrare l’identità dei due soggetti – l’Uomo della Sindone e Gesù – una tecnica in grado di provare la sua origine artificiale, sarebbe sufficiente per dimostrare la non autenticità. Cosa che ad oggi non si è ancora verificata, se non nel caso della datazione radiocarbonica, sulla cui affidabilità sono già stati espressi molti dubbi.

La questione dell’autenticità è un problema ancora aperto.

 

 

La Sindone e l’obiezione del Memoriale di Pierre d’Arcis.

 

 

DOMANDA – Lei saprà che l’argomento storico più utilizzato contro l’autenticità della Sindone risale al commento del XIX secolo da parte del canonico Ulysse Chevalier sui documenti medievali riferiti al momento in cui la reliquia emerse nella documentazione storica. In particolare, Chevalier parlò della posizione espressa del vescovo della città di Troyes, la diocesi in cui la reliquia apparve nel XIV secolo, che denunciarono la reliquia come falso, proibendone la venerazione.

RISPOSTA – Si tratta del “Memoriale di Pierre d’Arcis” e gli scritti contemporanei – che definiscono la cosiddetta “Controversia di Lirey” – rappresentano uno degli elementi più volte utilizzati per screditare la Sindone, adducendo alla sua possibile origine artificiale.

Corre l’anno 1389 quando Goffredo II de Charny, figlio del defunto Goffredo, chiede al cardinale de Thury, Legato papale alla corte del re di Francia Carlo VI, il permesso di affidare nuovamente alla chiesa di Lirey la Reliquia già deposta dal padre, mostrarla al pubblico e venerarla pubblicamente. Il permesso è accordato abbastanza rapidamente, ma solo per la prima parte della richiesta.

Questa concessione irrita profondamente il vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, punto nell’orgoglio da questo scavalcamento della sua competenza. Il Decano e i canonici della Collegiata, senza considerare le disposizioni episcopali, si spingono oltre quanto concesso loro dal Legato e continuano a esporre e venerare il Lenzuolo. In seguito ad una petizione degli Charny, Clemente VII, con una lettera a Goffredo II datata 28 luglio 1389, autorizza l’ostensione della Sindone proibendo al vescovo di Troyes di interferire nella modalità delle stesse.

È interessante rilevare che nella lettera papale si invita a utilizzare l’espressione figura seu representacio (figura o rappresentazione) per indicare l’immagine presente sul Telo. Se Clemente VII nel luglio 1389 usa questa espressione, è perché, molto probabilmente, gli Charny avevano usato la stessa espressione nella loro missiva iniziale.

Così Pierre d’Arcis inizia a redigere un Memorandum in cui esprime tutto il suo sdegno per quanto sta avvenendo a Lirey: «Da qualche tempo il decano di una certa chiesa collegiata, vale a dire quella di Lirey, falsamente e con l’inganno si era procurato per la sua chiesa un certo lenzuolo abilmente dipinto sul quale era riprodotta la doppia immagine di un uomo, cioè la parte frontale e dorsale».

Il vescovo prosegue nel suo feroce atto di accusa chiamando in causa il predecessore, Henri de Poitiers, vescovo di Troyes tra il 1353 e il 1370, raccontando di come questi si era premurato di sconfessare quella che riteneva essere una vera e propria truffa ai danni dei fedeli. Occorre precisare una cosa: di questa presunta inchiesta condotta da Henri de Poitiers non esiste alcuna traccia! Appare quanto meno strano che un vescovo che invia i suoi rallegramenti a Goffredo, complimentandosi per la realizzazione della collegiata di Lirey, possa essere stato in conflitto con lo stesso.

 

DOMANDA – Clemente VII diede ragione al vescovo Pierre d’Arcis o a Goffredo II de Charny?

RISPOSTA – Si aprì una vera e propria diatriba in cui nessuna delle due parti fu intenzionata a cedere.

Pierre d’Arcis si rivolse direttamente al re di Francia, chiedendo la revoca del permesso concesso da Clemente VII di esporre la Sindone. Carlo VI, il 4 agosto 1389, ordinò a Giovanni Vendereste, balivo di Troyes, di sequestrare la Sindone e riporla sotto custodia in un’altra chiesa. Il decano della collegiata si oppose adducendo la scusa di non essere in possesso della chiave necessaria per aprire il reliquiario in cui è conservata. Il 5 settembre del 1389 il lenzuolo venne dichiarato proprietà del re.

Goffredo II fu costretto a ricorrere nuovamente a Clemente VII il quale, stanco ormai di questo logorante “tira e molla”, emise, il 6 gennaio 1390, una Bolla nella quale concesse di esporre nuovamente la Sacra Sindone senza però lo sfarzo che ne aveva caratterizzato le precedenti ostensioni; fu inoltre imposto ai canonici di riferirsi al Lenzuolo come a una pictura seu tabula, e non all’originale. Nella Bolla non manca nemmeno un riferimento a Pierre d’Arcis che ottiene ciò che si merita: gli è imposto il silenzio perpetuo sull’argomento!

La Bolla accontentò entrambe le parti: da un lato fu accordato il permesso ai canonici di mostrare la Sindone, dall’altro queste ostensioni sarebbero dovute avvenire senza lo sfarzo caratteristico delle venerazioni di altre reliquie e con il preciso obbligo da parte dei canonici di affermare che non si trattava della vera Sindone ma di una sua rappresentazione. Contemporaneamente a questa Bolla vennero inviate due lettere: una a Pierre d’Arcis e l’altra agli ufficiali ecclesiastici delle diocesi, limitrofe a Troyes, di Autun, Langres e Châlons-sur-Marne.

Nella lettera inviata al vescovo, è invitato a verificare che le ostensioni avvengano secondo le norme stabilite senza impedimento, pena la scomunica. Gli ufficiali ecclesiastici sono invitati a far rispettare a entrambe le parti, i de Charny e Pierre d’Arcis, quanto stabilito dal papa di Avignone. La bolla di Clemente VII del 6 gennaio 1390, insieme alle due lettere, potrebbe essere interpretata come la risposta al Memoriale redatto dal vescovo d’Arcis ma, oltre ad essere diversa per toni e impostazione, non fa il minimo cenno al documento, contrariamente alla prassi che voleva che ci si rifacesse agli scritti del richiedente.

I negatori dell’autenticità della Sindone a questo punto ritengono chiusa la questione senza tenere conto di due documenti molto importanti.

La modifica di alcune espressioni del documento datato 6 gennaio, e la successiva pubblicazione di una nuova Bolla con concessione di nuove indulgenze. L’originale della Bolla del gennaio 1390 riporta alcune correzioni a margine, apposte il 30 maggio successivo. In particolare, l’espressione pictura seu tabula è stata cancellata e, affianco alla cancellazione, troviamo – unitamente all’espressione figura seu representacio – l’indicazione: Cor. de manto. Jo de Neapoli (Correctum de mandato. Joannes de Neapoli). La cui traduzione suona come Corretto per ordine (dell’autorità superiore N.d.A.), seguito dalla firma del responsabile della rettifica: Giovanni Moccia da Napoli, secretarius del papa.

Le correzioni trovano conferma con la Bolla che lo stesso Clemente VII emette il 1° giugno in cui concede nuove indulgenze per chi visita la collegiata di Lirey, dove è custodito «con venerazione, il Sudario con l’impronta o immagine di Nostro Signore Gesù Cristo». A questo punto della vicenda, è anche possibile ipotizzare che Clemente VII – imparentato con il secondo marito di Jeanne de Vergy – abbia ricevuto informazioni utili a fargli rivedere in parte il punto di vista sulla questione.

Giunti a questo punto è utile ricordare che la polemica innescata da Pierre d’Arcis non riguarda l’autenticità del Telo esposto a Lirey, bensì l’aspetto liturgico e dottrinale; ma è stata (e, talvolta, lo è ancora oggi!) strumentalizzata in questo senso.

 

DOMANDA – Il punto, però, è che il vescovo Pierre d’Arcis definì la Sindone “un dipinto”, anche se spinto probabilmente per motivi di gelosia politica, come ha ricordato lei.

RISPOSTA – Le accuse del vescovo di Troyes cadono di fronte alle inequivocabili evidenze scientifiche ricavate sul finire del XX secolo in occasione dell’esame diretto della Sindone, sconfessando, in questo modo, l’idea dell’origine artificiale del Lenzuolo torinese.

Non un dipinto, ma un’immagine achiropita, cioè non fatta da mano umana. Ciononostante assistiamo periodicamente ad una serie di tentativi volti a ricreare artificialmente un oggetto che si avvicini tanto dal punto di vista macroscopico quanto, soprattutto, da quello microscopico, la complessità dell’originale. Tentativi infruttuosi – e talvolta persino maldestri – di riprodurre l’unicum Sindone!

Le ricerche dirette sulla Sindone, hanno escluso l’origine pittorica dell’impronta facendo crollare, in questo modo, la colonna portante della tesi di Pierre d’Arcis!

Il chimico Walter Mc Crone sostiene di aver rilevato l’esistenza di una serie di particelle, componenti di pigmenti, a suo avviso sufficienti per affermare che la Sindone sia stata dipinta da qualche anonimo artista medievale.

Lo studio radiografico effettuato nel 1978, integrato con la registrazione degli spettri di fluorescenza e raggi X, ha consentito di evidenziare la presenza sul telo di ferro, calcio e stronzio. In particolare, le concentrazioni di ferro sono risultate essere costanti sia nelle zone con immagine sia in quelle che ne sono prive e pertanto la loro presenza sembra dover essere collegata con la lavorazione del lino e, in particolare, con la sua macerazione in acqua, piuttosto che essere la diretta conseguenza della apposizione di pigmenti.

I risultati delle analisi autorizzate nel 1978, smentiscono inequivocabilmente questa convinzione: «Nessun pigmento, vernice colorata, tintura o macchia è stata trovata sulle fibrille. La fluorescenza ai raggi X e la microchimica sulle fibrille escludono la possibilità che sia stata usata la pittura come metodo per creare l’immagine. L’esame all’ultravioletto e all’infrarosso conferma questi studi»1.

 

DOMANDA – Il Memoriale di Pierre d’Arcis venne ripreso e rilanciato dal canonico Ulysse Chevalier, un altro nome sempre presente nelle trattazioni critiche verso l’autenticità della Sindone.

RISPOSTA – Si, il primo studioso a sostenere la non autenticità della Sindone fu all’inizio del XX secolo Ulysse Chevalier, canonico e professore di Storia Ecclesiastica all’università Cattolica di Lione: analizzando il Memoriale si convince dell’origine artificiale della Sindone.

Se gli scettici si basano sulla presunta infallibilità dello Chevalier, si può ricordare come Nicolas Camusat, canonico della cattedrale di Troyes e compilatore del Prontuarium Tricassinae Dioecesis parli della collegiata di Lirey, di Henri de Poitiers, di Pierre d’Arcis ma non citi mai il Memoriale.

Forse l’omissione è dovuta al fatto che, come diceva lo stesso Chevalier, esso appariva come una minuta e che questo non sia mai stato redatto in forma ufficiale da inviare ad Avignone. Del resto sul rovescio del foglio del Memoriale è stato trovato il nome del destinatario del documento: Magistro Guillelmo Fulconis (Guillaume Foulques), la persona che doveva redigere in linguaggio burocratico l’esposto del vescovo.

Lo scritto, così com’è, non è probabilmente mai giunto alla cancelleria papale e di conseguenza non è richiamato nella lettera di Clemente VII indirizzata al vescovo di Troyes. Se Clemente VII non si riferisce al Memoriale, significa che questo non è mai arrivato nelle sue mani e dunque non è mai stato spedito.

È possibile considerare il Memoriale come una sorta di pro-memoria personale che certe fonti hanno fatto passare per documento ufficiale. Questo documento, quindi, è da considerarsi storico perché esiste, ma non ufficiale perché non accusato come ricevuto.

Una revisione critica dei lavori dello Chevalier è stata portata avanti, a partire dagli anni Sessanta, dal salesiano Luigi Fossati2 che ha avuto modo di contestare il metodo utilizzato dallo Chevalier e il fatto che quest’ultimo abbia trascurato alcuni dei documenti in cui si parla della Sindone. Concetti poi ripresi anche nel testo del 20003.

 

 

Il tessuto della Sindone, quali prove dall’archeologia?

 

 

DOMANDA – Il dibattito sulla Sindone è aperto anche sul tipo di stoffa utilizzata. Quali sono al momento le evidenze sul tessuto funerario?

RISPOSTA – Pur non avendo un’indicazione precisa riguardo all’epoca e all’area geografica in cui la Sindone è stata realizzata, grazie alle analisi macroscopiche e microscopiche compiute sulla stoffa, siamo in grado di ipotizzare un’origine antica e orientale del tessuto sindonico.

L’irregolarità dell’intreccio del tessuto propende per una realizzazione su di un telaio manuale a pedale, di fattura rudimentale. Pur riscontrandosi la presenza di salti di battuta ed errori lungo tutto il lenzuolo, questo è da considerarsi fatto con una stoffa raffinata. I profili longitudinali, così come l’orlatura dei lati corti, sono stati realizzati in maniera competente e ciò suggerisce che la realizzazione del lenzuolo funebre sia avvenuta in un’unica fase di lavoro.

Inoltre, si suppone che il telo che conosciamo sia stato ricavato da un tessuto venduto a metraggio, il che fa presumere che si trattasse di materiale pregiato destinato ad acquirenti benestanti.

La Sindone è formata da un telo al quale è stata applicata su un lato lungo, mediante una cosiddetta cucitura ribattuta, una striscia dello stesso tipo del lenzuolo larga 8 cm. La stessa cucitura, che unisce la striscia longitudinale di otto centimetri al resto del telo sindonico, presenta alcune peculiarità riscontrabili in manufatti tessili ritrovati nel contesto archeologico di Masada e risalenti al I secolo d.C.

Dunque, sia per quanto concerne la tecnica realizzativa del tessuto sia per le modalità con le quali sono state realizzate le cuciture, abbiamo motivo di supporre che la Sindone possa corrispondere a una manifattura risalente al I secolo d.C.

Il lino usato per la realizzazione della Sindone è stato filato a mano: questa deduzione è resa possibile dal fatto che le fibre presentano un diametro variabile. Ogni filo, composto di un numero variabile da 70 a 120 fibrille, presenta la caratteristica torcitura detta “Z”, cioè in senso orario. Ritrovamenti archeologici di lini aventi la medesima torcitura “Z” in area mediorientale – Siria e Iraq in particolare – farebbero supporre che la manifattura sia stata realizzata in quest’area geografica e in seguito importata. Le stoffe rinvenute nell’area palestinese sono, infatti, caratterizzate dalla torcitura “S”, in senso antiorario.

La tessitura è quella così detta a “spina di pesce” – diagonale 3:1 – ottenuta facendo passare il filo trasversale della trama alternativamente sopra tre e sotto uno di quelli longitudinali dell’ordito, una lavorazione particolare già conosciuta ai tempi di Gesù, contrariamente a quanto sostenuto da chi ritiene la nascita di questa particolare tecnica manifatturiera risalente al periodo medievale.

Infine, una curiosità: nella Sindone sono presenti contaminanti di cotone, mentre non esistono contaminanti di lana. Quest’osservazione – solo all’apparenza banale – ci riporta ai precetti della religione ebraica e in particolare al libro del Deuteronomio, dove troviamo: «Non ti vestirai con un tessuto misto, fatto di lana e lino insieme» (Dt 22,11).

Ciò significa che i due tessuti di origine diversa – animale, la lana; vegetale, il lino – dovevano essere lavorati su telai diversi, onde evitare la contaminazione tra essi e la conseguente violazione dei precetti. Segno dell’attenzione nei confronti del defunto, evidentemente per l’importanza che rivestiva era degno di una sepoltura onorifica.

Un ulteriore contributo allo studio del tessuto è stato dato dalle ricerche effettuate negli anni settanta dello scorso secolo dallo svizzero Max Frei Sulzer che in due riprese, nel 1973 e nel 1978, effettuò alcuni prelievi di microtracce rinvenendo granuli di polline provenienti da una serie piante che crescono in Terra Santa, nell’Anatolia e nell’Europa continentale e peninsulare. Il ricercatore concluse che è altamente probabile la permanenza della Sindone in queste regioni del mondo, che coincidono con il supposto percorso storico ricostruito sulla base di una serie di testimonianze documentarie e iconografiche.

 

 

Sindone e datazione al radiocarbonio: contaminazione?

 

 

DOMANDA – Siamo giunti così alla datazione al radiocarbonio del 1988, ritenuto il colpo più grave alla Sindone in quanto ne colloca l’origine tra il 1260 e il 1390. Anche in questo caso viene detto che la questione è chiusa: si tratta di una reliquia medievale. E’ così?

RISPOSTA – E’ uno degli aspetti più dibattuti da oltre trent’anni.

Già Willard Libby, l’inventore del metodo della datazione mediante radiocarbonio (1947), propose di effettuare una serie di misure sul tessuto sindonico, ma il progetto sfumò a causa dell’eccessiva quantità di campione da utilizzare. L’affinamento della tecnica, con la conseguente diminuzione della quantità di campione necessaria per la misurazione, permise di presentare nuovi progetti nella seconda metà degli anni 80, proponendo l’esecuzione concertata di prelievi di misure di radiodatazione e di tutta una serie di accertamenti in parallelo fatti sui campioni prelevati atti ad evitare errori e a fornire una conoscenza corretta e dettagliata del telo sindonico.

Purtroppo, però, a causa della netta opposizione da parte dei laboratori incaricati dell’operazione di datazione il progetto ad ampio spettro non andò in porto.

Il 21 aprile del 1988 un campione di tessuto fu prelevato da un unico sito, posto nell’angolo in alto a sinistra del telo, e a ciascuno dei tre laboratori incaricati – Oxford, Zurigo e Tucson – venne consegnato un campione di Sindone del peso di circa 50 mg, unitamente a tre campioni di controllo di età nota.

Il risultato della campagna di analisi ebbe un effetto dirompente e scatenò una serie di discussioni e – soprattutto – di contestazioni intorno all’intero programma di datazione, alimentato da una lunga serie di leggerezze, imprudenze e, in taluni casi, anche da comportamenti poco professionali da parte dei responsabili dell’intera operazione.

Da subito si fece notare come un determinante elemento di cautela nell’accettazione dei risultati ottenuti riguardò le modalità di prelievo del campione, contestualmente alla mancanza di esami multidisciplinari atti ad accertare la quantità e la tipologia di sostanze estranee presenti sui campioni esaminati.

Due studiosi statunitensi, Alan Adler e Raymond Rogers, ebbero modo di analizzare un filo residuo del campione sindonico utilizzato per la radiodatazione e scoprirono che questo presentava caratteristiche fisiche differenti rispetto al complesso del telo sindonico ed anche il suo spettro all’infrarosso risultò diverso. Secondo Rogers esisterebbero sufficienti evidenze per supporre che il sito dal quale fu prelevato il campione sia stato sottoposto in passato ad un rammendo esteriormente invisibile e che pertanto la data misurata corretta da un punto di vista strettamente sperimentale non corrisponderebbe alla vera età della Sindone.

È chiaro, dunque, che il prelievo effettuato in un solo sito rischia di fornire dati che sono indubbiamente omogenei tra loro, ma non  rappresentativi dell’intero oggetto in studio.

Al congresso dell’ENEA, tenutosi a Frascati nel 2010, Marco Riani diede i “primi colpi” all’esame del C14 dal punto di vista dell’analisi statistica dei dati pubblicati dai tre laboratori, dimostrando l’esistenza di un’anomala variazione spaziale dell’età dei dodici pezzetti di lino datati, quattro per ciascuno dei tre laboratori. In altri termini, si evince che l’età del tessuto aumenta in maniera costante mano a mano che ci si sposta da un pezzetto all’altro adiacente, muovendosi dall’esterno verso l’interno della Sindone.

Tale dato anomalo suggerisce la presenza di una contaminazione talmente consistente al punto da aver potuto falsare i risultati. Appare evidente che la procedura di pulizia preliminare dei campioni non è stata in grado di rimuovere tutte le sostanze contaminanti depositate sul lino.

 

 

Le bugie (riconosciute) del laboratorio di Tucson.

 

 

DOMANDA – Ha accennato a comportamenti poco professionali tenuti dai responsabili della datazione del 1988…

RISPOSTA – L’analisi statistica ha permesso di dimostrare un dato sconcertante per quanto riguarda la correttezza delle procedure comunicate: uno dei due frammenti forniti al laboratorio di Tucson non venne datato, contrariamente a quanto ammesso e pubblicato. Esempio lampante delle falle presenti in tutto il percorso della campagna di studi.

Sul finire del 2010, il responsabile del laboratorio di Tucson si trovò costretto a pubblicare un articolo in cui mostrò per la prima volta la foto del campione del Telo ricevuto dal suo laboratorio e mai datato.

Di conseguenza la quantità di tessuto utilizzata dal laboratorio di Tucson non è sufficiente per ottenere un risultato significativo, motivo per cui la datazione da loro ottenuta avrebbe dovuto essere scartata e non concorrere, così, alla determinazione dell’età radiocarbonica della Sindone.

 

 

Gli errori statistici nell’articolo di Nature sulla Sindone.

 

 

DOMANDA – Anche il famoso articolo pubblicato dai tre laboratori su Nature è stato analizzato recentemente.

RISPOSTA – Come se non bastasse, nel 2017 una richiesta legale europea di accesso agli atti amministrativi nel Regno Unito ha obbligato il British Museum – all’epoca coordinatore dell’operazione di datazione – a fornire i dati grezzi, ovvero i dati non ancora elaborati e mediati, dopo che per quasi 30 anni ogni richiesta era stata sempre rifiutata.

L’analisi statistica di tali dati grezzi ha dimostrato che il livello di confidenza del 95% dichiarato nell’articolo pubblicato su Nature non è accettabile poiché i dati contengono gravi incongruenze tra i risultati ottenuti dai tre laboratori, probabilmente a causa dei contaminanti non rimossi, come già indicato più sopra e come testimoniato da ulteriori studi effettuati su tessuti antichi dove la contaminazione di tipo biologico, chimico e tessile è in grado di alterare in maniera significativa l’età radiocarbonica.

Sulla base dei risultati ottenuti, dunque, i tre laboratori avrebbero dovuto dichiarare la non attendibilità dell’operazione di datazione e richiederne la ripetizione utilizzando nuovi campioni, Cosa che, come ben sappiamo, non è avvenuta.

Come ben si può immaginare sulla base di quanto detto finora, i risultati della radiodatazione sono ancora oggi oggetto di un ampio dibattito tra gli studiosi circa l’attendibilità dell’uso del metodo del radiocarbonio per datare un oggetto con caratteristiche chimico-fisiche così particolari come la Sindone.

Diversi studiosi hanno proposto metodiche alternative di datazione del tessuto (es. lignina, misura della scomparsa graduale della Vanillina, nuove metodiche spettroscopiche, tanto per citarne alcune) chissà che in un prossimo futuro possano essere prese in considerazione per una nuova stagione di studi. Allo stato attuale il problema della datazione del tessuto sindonico risulta del tutto aperto.

 


[Edited by Credente 5/4/2022 9:25 PM]
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