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SINDONE : una sfida per la scienza

Last Update: 6/22/2022 5:18 PM
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10/29/2021 11:53 AM
 
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Nel 1988 fu prelevato un campione di pochi centimetri da un angolo e radiodatato al carbonio 14 da tre famosi laboratori: Oxford, Zurigo e Tucson in Arizona. Risultò un’età del 1325 d.C. con incertezza di ±65 anni, ma questo risultato fu ampiamente criticato sia per problemi procedurali che misuristici e statistici (M. Riani, et al.: “Regression analysis with partially labelled regressors: carbon dating of the Shroud of Turin” Journal of Statistical Computing. Stat Comput, 2012,). Eventuali approfondimenti sul tema saranno oggetto di una apposita nota.


Cinque metodi diversi, tra loro indipendenti sono invece concordi con l’assegnare il primo secolo d.C. come probabile epoca in cui fu costruito il manufatto. Un Progetto di Ateneo dell’Università di Padova (CPDA-099-244) ha permesso di sviluppare metodi alternativi di datazione chimici e meccanici. I metodi chimici, basati sulla spettroscopia FT-IR / ATR e Raman hanno datato la ST rispettivamente a 300 a.C. ± 400 anni e 200 a.C. ± 500 con un livello di confidenza del 95% ([8]Fanti G., P. Baraldi, R. Basso, A. Tinti, Non-destructive dating of ancient flax textiles by means of vibrational spectroscopy, Vibrational Spectroscopy, 2013). L’elevata incertezza associata al risultato è principalmente dovuta al fatto che gli spettri Raman sono influenzati dalla fluorescenza mentre gli spettri FT-IR / ATR sono influenzati da fattori termici; il lino della ST subì infatti una temperatura di circa 200 ° C durante l'incendio del 1532 (Fanti G, P. Malfi, F. Crosilla, Mechanical ond opto-chemical dating of the Turin Shroud, MATEC Web of Conferences, Volume 36, 2015, WOPSAS, 2015). 


Il metodo meccanico basato sull'analisi di alcuni parametri come il carico di rottura, il modulo di Young e il fattore di perdita è apparso più promettente anche se più complesso. Dopo un'adeguata taratura del metodo, basata sui risultati di due dozzine di campioni di età nota, è emersa un’età della ST del 400 d.C. ± 400 con un livello di confidenza del 95% (G. Fanti, P. Malfi, “Sindone – primo secolo dopo Cristi!”, ed. Segno, 2014). 


A questi tre metodi, Raman, FT-IR e meccanico sono da aggiungersi il summenzionato metodo numismatico che vede la Sindone antecedente al VII secolo  d.C. e un altro metodo chimico sviluppato dallo studioso Raymon Rogers, basato su stime delle costanti cinetiche per la perdita di vanillina dalla lignina, che vede la Sindone antica da 1300 a 3000 anni (R. Rogers, “Studies on the radiocarbon sample from the shroud of turin”, Thermochimica Acta 425 (2005) 189–194)


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10/29/2021 11:59 AM
 
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La Sindone avvolse un cadavere per poco tempo

Ci sono molte particolarità ancora non ben chiarite relative all’immagine sindonica, una fra queste è la seguente. La Sindone sicuramente fu usata come lenzuolo funerario per avvolgere un uomo (Faccini et al. "The death of the Shroud Man: an improved review”, Int. Conf. on the Shroud, Columbus Ohio 2008), ma quest’uomo vi rimase avvolto per non più di una quarantina di ore.

Normalmente i cadaveri imputridivano col lenzuolo che li avvolgeva fino a farlo marcire, ma in questo caso l’immagine del corpo umano non mostra il minimo segno di putrefazione, fenomeno che non inizia dopo una quarantina di ore dalla morte. Inoltre la rigidità cadaverica dell’Uomo, confermata anche dai nuovi studi di ricostruzione tridimensionale del corpo umano ivi avvolto (M. Bevilacqua et alò. “Rigor Mortis and News obtained by the Body’s Scientific Reconstruction of the Turin Shroud Man”, Peertechz, 2018) è un fenomeno di durata relativamente breve che scompare dopo poche decine di ore.

Sorge quindi qualche quesito non facile da rispondere da un punto puramente scientifico, escludendo quindi di considerare gli effetti di quel fenomeno riportato nei Vangeli come Risurrezione: perché il cadavere avvolto nella Sindone vi rimase avvolto per pochissimi giorni? Dove finì allora quel cadavere, perché di cadavere si deve parlare sulla base di altri dati scientifici riscontrabili sulla Reliquia? Chi e perché prese questa decisione?

In aggiunta a questi problemi si deve ricordare che il sangue colato dalle ferite dell’Uomo si ridisciolse per fibrinolisi nell’ambiente umido del sepolcro e che quindi ogni manomissione del cadavere avrebbe prodotto sbavature sulle impronte delle ferite che invece sono perfettamente decalcate anche in corrispondenza della zona schiena-glutei dove sicuramente si sarebbe prodotto qualche strisciamento durante la movimentazione del cadavere.
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4/25/2022 10:34 AM
 
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Una nuova tecnica di datazione conferma che la Sacra Sindone ha 2000 anni



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Una nuova tecnica di datazione a raggi X conferma che la Sacra Sindone è coerente con la tradizione cristiana e risale all’epoca della morte e resurrezione di Cristo. È la conclusione dello studio di un campione della Sindone condotto da un esperto della reliquia, Liberato De Caro, dell’Istituto di Cristallografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bari, e i cui risultati sono stati pubblicati l’11 aprile.


Accompagnato da un’équipe di ricercatori e in collaborazione con il professor Giulio Fanti dell’Università di Padova, De Caro ha usato un metodo di “dispersione di raggi X a grandi angoli” per esaminare l’invecchiamento naturale della cellulosa in un campione della Sindone di Torino. A suo avviso, la Sacra Sindone ha ben più dei sette secoli stimati dagli scienziati che hanno realizzato la datazione con il carbonio 14 nel 1988. Si ritiene che in realtà abbia 2000 anni.




Misurare l’invecchiamento naturale del lino



In un’intervista al National Catholic Register rilasciata due giorni dopo la pubblicazione dello studio, Liberato De Caro ha spiegato il suo approccio scientifico, che mira a svelare il mistero del Santo Sudario.



Lo scienziato, che ritiene la Sindone di Torino “la reliquia più importante del cristianesimo”, ha riferito che studia il telo da 30 anni utilizzando “tecniche di ricerca nella scala degli atomi, soprattutto attraverso i raggi X”, e riferisce che la sua équipe ha sviluppato tre anni fa il nuovo metodo per misurare l’invecchiamento naturale della cellulosa del lino usando i raggi X. A suo avviso, le nuove ricerche dipenderanno dalla possibilità di accesso a nuovi campioni della reliquia, il che è possibile perché nel 2002 l’arcidiocesi di Torino ha estratto e immagazzinato alcuni fili della Sindone per studi scientifici futuri.


“Questo nuovo metodo di datazione, basato su una tecnica chiamata Dispersione dei Raggi X a Grandi Angoli (WAXS), è stato prima testato su campioni di lino già datati con altre tecniche e che non avevano nulla a che vedere con la Sindone, e poi applicato a un campione della Sindone di Torino”, ha spiegato De Caro.



I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista internazionaleHeritage dopo un mese di preparazione e revisione da parte degli esperti, e sono riportati anche nel sito web del Consiglio Nazionale delle Ricerche.


La Sindone sfida la scienza

Per lo scienziato italiano, la Sindone di Torino “sfida la scienza”. “Ogni nuova ricerca potrebbe chiarire una parte del complesso puzzle che rappresenta”.


“Ad esempio, l’immagine della Sindone non ha ancora trovato una spiegazione definitiva tra quanti l’hanno studiata, ovvero una spiegazione condivisa da tutta la comunità scientifica”, ha aggiunto.


Di fatto, ancora oggi nessuno scienziato è in grado di spiegare quale tecnica spettacolare e senza precedenti potrebbe essere stata usata all’epoca per riprodurre quell’immagine su un telo di lino, perché è come se per radiazioni fosse stata impressa sul sudario una lastra fotografica.




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5/4/2022 9:21 PM
 
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La Sindone autentica? Come un esperto risponde alle obiezioni



Intervista ad Alessandro Piana sulla Sindone, una panoramica generale sul dibattito circa gli elementi proposti di autenticità e di non autenticità. Uno sguardo in particolare sul Memoriale di Pierre d’Arcis, uno degli argomenti storici più usati dai critici della Sindone.


 
 
 

Ci sono novità riguardo alla Sindone di Torino.

Ad inizio aprile alcuni ricercatori dell’Istituto di Cristallografia hanno pubblicato sul Journal of Cultural Heritage uno studio su un campione della Sindone.

Applicando un nuovo metodo per la datazione di antichi fili di lino ed ispezionandone il degrado strutturale hanno concluso che si tratte di una reliquia molto più antica di quanto si pensi, compatibile con l’idea tradizionale che risalga al I secolo. Ne parleremo in futuro più dettagliatamente.

Nella nostra selezione dei migliori libri pubblicati tra gennaio e marzo 2022 abbiamo incluso anche Perché la sindone non è un falso? (Mauro Pagliai 2022), un’analisi storica (e non solo) della celebre reliquia.

 

Nella nostra intervista del venerdì abbiamo dialogato proprio l’autore del libro, Alessandro Piana, esperto studioso della Sindone e già membro del Comitato Scientifico Internazionale dell’International Workshop on the Scientific Approach to the Acheiropoietos Images, tenutosi presso il centro ricerche ENEA di Frascati.

 

 

La Sindone e l’attendibilità dei sindonologi.

 

 

DOMANDA – Prof. Piana, il più noto critico della Sindone, Andrea Nicolotti, polemizza spesso con il lavoro dei sindonologi sostenendo che la maggioranza degli studiosi sosterrebbe la non autenticità della Sindone. Qual è al momento il panorama di ricerca sulla Sindone?

RISPOSTA – Il prof. Nicolotti è da sempre molto critico con i sindonologi, screditandoli in quanto studiosi e ponendo la comunità scientifica contro di loro. Ma la questione dell’autenticità è ancora lungi dal ritenersi conclusa.

Contrariamente a quanto qualche irriducibile si ostini a voler far credere, non si tratta di un confronto tra conservatori e progressisti, tra credenti e atei, tra faziosi studiosi della Sindone e serissimi studiosi neutrali. Come se non si possa studiare la Sindone in maniera seria e neutrale!

A conferma di ciò non bisogna trascurare il fatto che tra chi si interessa alla Sindone – o chi se ne è interessato in passato – troviamo persone appartenenti alle confessioni religiose più diverse da quella Cristiana.

Errore madornale è pensare che alla Sindone si interessino unicamente i Cristiani e che, in maniera del tutto aprioristica, antepongano le loro convinzioni alla logica più razionale.

Sulla possibile identità tra la Sindone di Torino e la sindòn utilizzata per avvolgere il corpo del Cristo al momento della deposizione nel sepolcro (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53) non è mai stata presa una posizione ufficiale da parte della Chiesa: la Fede non si fonda certo sulla Sindone!

Seppur sempre più precisa e affidabile, la Scienza si trova nella condizione in cui non è in grado di dimostrare l’autenticità della Sindone quale lenzuolo funerario di Gesù, ma esclusivamente, attraverso il concetto di esclusione, la sua non autenticità.

Poiché non esiste una metodica sperimentale in grado di dimostrare l’identità dei due soggetti – l’Uomo della Sindone e Gesù – una tecnica in grado di provare la sua origine artificiale, sarebbe sufficiente per dimostrare la non autenticità. Cosa che ad oggi non si è ancora verificata, se non nel caso della datazione radiocarbonica, sulla cui affidabilità sono già stati espressi molti dubbi.

La questione dell’autenticità è un problema ancora aperto.

 

 

La Sindone e l’obiezione del Memoriale di Pierre d’Arcis.

 

 

DOMANDA – Lei saprà che l’argomento storico più utilizzato contro l’autenticità della Sindone risale al commento del XIX secolo da parte del canonico Ulysse Chevalier sui documenti medievali riferiti al momento in cui la reliquia emerse nella documentazione storica. In particolare, Chevalier parlò della posizione espressa del vescovo della città di Troyes, la diocesi in cui la reliquia apparve nel XIV secolo, che denunciarono la reliquia come falso, proibendone la venerazione.

RISPOSTA – Si tratta del “Memoriale di Pierre d’Arcis” e gli scritti contemporanei – che definiscono la cosiddetta “Controversia di Lirey” – rappresentano uno degli elementi più volte utilizzati per screditare la Sindone, adducendo alla sua possibile origine artificiale.

Corre l’anno 1389 quando Goffredo II de Charny, figlio del defunto Goffredo, chiede al cardinale de Thury, Legato papale alla corte del re di Francia Carlo VI, il permesso di affidare nuovamente alla chiesa di Lirey la Reliquia già deposta dal padre, mostrarla al pubblico e venerarla pubblicamente. Il permesso è accordato abbastanza rapidamente, ma solo per la prima parte della richiesta.

Questa concessione irrita profondamente il vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, punto nell’orgoglio da questo scavalcamento della sua competenza. Il Decano e i canonici della Collegiata, senza considerare le disposizioni episcopali, si spingono oltre quanto concesso loro dal Legato e continuano a esporre e venerare il Lenzuolo. In seguito ad una petizione degli Charny, Clemente VII, con una lettera a Goffredo II datata 28 luglio 1389, autorizza l’ostensione della Sindone proibendo al vescovo di Troyes di interferire nella modalità delle stesse.

È interessante rilevare che nella lettera papale si invita a utilizzare l’espressione figura seu representacio (figura o rappresentazione) per indicare l’immagine presente sul Telo. Se Clemente VII nel luglio 1389 usa questa espressione, è perché, molto probabilmente, gli Charny avevano usato la stessa espressione nella loro missiva iniziale.

Così Pierre d’Arcis inizia a redigere un Memorandum in cui esprime tutto il suo sdegno per quanto sta avvenendo a Lirey: «Da qualche tempo il decano di una certa chiesa collegiata, vale a dire quella di Lirey, falsamente e con l’inganno si era procurato per la sua chiesa un certo lenzuolo abilmente dipinto sul quale era riprodotta la doppia immagine di un uomo, cioè la parte frontale e dorsale».

Il vescovo prosegue nel suo feroce atto di accusa chiamando in causa il predecessore, Henri de Poitiers, vescovo di Troyes tra il 1353 e il 1370, raccontando di come questi si era premurato di sconfessare quella che riteneva essere una vera e propria truffa ai danni dei fedeli. Occorre precisare una cosa: di questa presunta inchiesta condotta da Henri de Poitiers non esiste alcuna traccia! Appare quanto meno strano che un vescovo che invia i suoi rallegramenti a Goffredo, complimentandosi per la realizzazione della collegiata di Lirey, possa essere stato in conflitto con lo stesso.

 

DOMANDA – Clemente VII diede ragione al vescovo Pierre d’Arcis o a Goffredo II de Charny?

RISPOSTA – Si aprì una vera e propria diatriba in cui nessuna delle due parti fu intenzionata a cedere.

Pierre d’Arcis si rivolse direttamente al re di Francia, chiedendo la revoca del permesso concesso da Clemente VII di esporre la Sindone. Carlo VI, il 4 agosto 1389, ordinò a Giovanni Vendereste, balivo di Troyes, di sequestrare la Sindone e riporla sotto custodia in un’altra chiesa. Il decano della collegiata si oppose adducendo la scusa di non essere in possesso della chiave necessaria per aprire il reliquiario in cui è conservata. Il 5 settembre del 1389 il lenzuolo venne dichiarato proprietà del re.

Goffredo II fu costretto a ricorrere nuovamente a Clemente VII il quale, stanco ormai di questo logorante “tira e molla”, emise, il 6 gennaio 1390, una Bolla nella quale concesse di esporre nuovamente la Sacra Sindone senza però lo sfarzo che ne aveva caratterizzato le precedenti ostensioni; fu inoltre imposto ai canonici di riferirsi al Lenzuolo come a una pictura seu tabula, e non all’originale. Nella Bolla non manca nemmeno un riferimento a Pierre d’Arcis che ottiene ciò che si merita: gli è imposto il silenzio perpetuo sull’argomento!

La Bolla accontentò entrambe le parti: da un lato fu accordato il permesso ai canonici di mostrare la Sindone, dall’altro queste ostensioni sarebbero dovute avvenire senza lo sfarzo caratteristico delle venerazioni di altre reliquie e con il preciso obbligo da parte dei canonici di affermare che non si trattava della vera Sindone ma di una sua rappresentazione. Contemporaneamente a questa Bolla vennero inviate due lettere: una a Pierre d’Arcis e l’altra agli ufficiali ecclesiastici delle diocesi, limitrofe a Troyes, di Autun, Langres e Châlons-sur-Marne.

Nella lettera inviata al vescovo, è invitato a verificare che le ostensioni avvengano secondo le norme stabilite senza impedimento, pena la scomunica. Gli ufficiali ecclesiastici sono invitati a far rispettare a entrambe le parti, i de Charny e Pierre d’Arcis, quanto stabilito dal papa di Avignone. La bolla di Clemente VII del 6 gennaio 1390, insieme alle due lettere, potrebbe essere interpretata come la risposta al Memoriale redatto dal vescovo d’Arcis ma, oltre ad essere diversa per toni e impostazione, non fa il minimo cenno al documento, contrariamente alla prassi che voleva che ci si rifacesse agli scritti del richiedente.

I negatori dell’autenticità della Sindone a questo punto ritengono chiusa la questione senza tenere conto di due documenti molto importanti.

La modifica di alcune espressioni del documento datato 6 gennaio, e la successiva pubblicazione di una nuova Bolla con concessione di nuove indulgenze. L’originale della Bolla del gennaio 1390 riporta alcune correzioni a margine, apposte il 30 maggio successivo. In particolare, l’espressione pictura seu tabula è stata cancellata e, affianco alla cancellazione, troviamo – unitamente all’espressione figura seu representacio – l’indicazione: Cor. de manto. Jo de Neapoli (Correctum de mandato. Joannes de Neapoli). La cui traduzione suona come Corretto per ordine (dell’autorità superiore N.d.A.), seguito dalla firma del responsabile della rettifica: Giovanni Moccia da Napoli, secretarius del papa.

Le correzioni trovano conferma con la Bolla che lo stesso Clemente VII emette il 1° giugno in cui concede nuove indulgenze per chi visita la collegiata di Lirey, dove è custodito «con venerazione, il Sudario con l’impronta o immagine di Nostro Signore Gesù Cristo». A questo punto della vicenda, è anche possibile ipotizzare che Clemente VII – imparentato con il secondo marito di Jeanne de Vergy – abbia ricevuto informazioni utili a fargli rivedere in parte il punto di vista sulla questione.

Giunti a questo punto è utile ricordare che la polemica innescata da Pierre d’Arcis non riguarda l’autenticità del Telo esposto a Lirey, bensì l’aspetto liturgico e dottrinale; ma è stata (e, talvolta, lo è ancora oggi!) strumentalizzata in questo senso.

 

DOMANDA – Il punto, però, è che il vescovo Pierre d’Arcis definì la Sindone “un dipinto”, anche se spinto probabilmente per motivi di gelosia politica, come ha ricordato lei.

RISPOSTA – Le accuse del vescovo di Troyes cadono di fronte alle inequivocabili evidenze scientifiche ricavate sul finire del XX secolo in occasione dell’esame diretto della Sindone, sconfessando, in questo modo, l’idea dell’origine artificiale del Lenzuolo torinese.

Non un dipinto, ma un’immagine achiropita, cioè non fatta da mano umana. Ciononostante assistiamo periodicamente ad una serie di tentativi volti a ricreare artificialmente un oggetto che si avvicini tanto dal punto di vista macroscopico quanto, soprattutto, da quello microscopico, la complessità dell’originale. Tentativi infruttuosi – e talvolta persino maldestri – di riprodurre l’unicum Sindone!

Le ricerche dirette sulla Sindone, hanno escluso l’origine pittorica dell’impronta facendo crollare, in questo modo, la colonna portante della tesi di Pierre d’Arcis!

Il chimico Walter Mc Crone sostiene di aver rilevato l’esistenza di una serie di particelle, componenti di pigmenti, a suo avviso sufficienti per affermare che la Sindone sia stata dipinta da qualche anonimo artista medievale.

Lo studio radiografico effettuato nel 1978, integrato con la registrazione degli spettri di fluorescenza e raggi X, ha consentito di evidenziare la presenza sul telo di ferro, calcio e stronzio. In particolare, le concentrazioni di ferro sono risultate essere costanti sia nelle zone con immagine sia in quelle che ne sono prive e pertanto la loro presenza sembra dover essere collegata con la lavorazione del lino e, in particolare, con la sua macerazione in acqua, piuttosto che essere la diretta conseguenza della apposizione di pigmenti.

I risultati delle analisi autorizzate nel 1978, smentiscono inequivocabilmente questa convinzione: «Nessun pigmento, vernice colorata, tintura o macchia è stata trovata sulle fibrille. La fluorescenza ai raggi X e la microchimica sulle fibrille escludono la possibilità che sia stata usata la pittura come metodo per creare l’immagine. L’esame all’ultravioletto e all’infrarosso conferma questi studi»1.

 

DOMANDA – Il Memoriale di Pierre d’Arcis venne ripreso e rilanciato dal canonico Ulysse Chevalier, un altro nome sempre presente nelle trattazioni critiche verso l’autenticità della Sindone.

RISPOSTA – Si, il primo studioso a sostenere la non autenticità della Sindone fu all’inizio del XX secolo Ulysse Chevalier, canonico e professore di Storia Ecclesiastica all’università Cattolica di Lione: analizzando il Memoriale si convince dell’origine artificiale della Sindone.

Se gli scettici si basano sulla presunta infallibilità dello Chevalier, si può ricordare come Nicolas Camusat, canonico della cattedrale di Troyes e compilatore del Prontuarium Tricassinae Dioecesis parli della collegiata di Lirey, di Henri de Poitiers, di Pierre d’Arcis ma non citi mai il Memoriale.

Forse l’omissione è dovuta al fatto che, come diceva lo stesso Chevalier, esso appariva come una minuta e che questo non sia mai stato redatto in forma ufficiale da inviare ad Avignone. Del resto sul rovescio del foglio del Memoriale è stato trovato il nome del destinatario del documento: Magistro Guillelmo Fulconis (Guillaume Foulques), la persona che doveva redigere in linguaggio burocratico l’esposto del vescovo.

Lo scritto, così com’è, non è probabilmente mai giunto alla cancelleria papale e di conseguenza non è richiamato nella lettera di Clemente VII indirizzata al vescovo di Troyes. Se Clemente VII non si riferisce al Memoriale, significa che questo non è mai arrivato nelle sue mani e dunque non è mai stato spedito.

È possibile considerare il Memoriale come una sorta di pro-memoria personale che certe fonti hanno fatto passare per documento ufficiale. Questo documento, quindi, è da considerarsi storico perché esiste, ma non ufficiale perché non accusato come ricevuto.

Una revisione critica dei lavori dello Chevalier è stata portata avanti, a partire dagli anni Sessanta, dal salesiano Luigi Fossati2 che ha avuto modo di contestare il metodo utilizzato dallo Chevalier e il fatto che quest’ultimo abbia trascurato alcuni dei documenti in cui si parla della Sindone. Concetti poi ripresi anche nel testo del 20003.

 

 

Il tessuto della Sindone, quali prove dall’archeologia?

 

 

DOMANDA – Il dibattito sulla Sindone è aperto anche sul tipo di stoffa utilizzata. Quali sono al momento le evidenze sul tessuto funerario?

RISPOSTA – Pur non avendo un’indicazione precisa riguardo all’epoca e all’area geografica in cui la Sindone è stata realizzata, grazie alle analisi macroscopiche e microscopiche compiute sulla stoffa, siamo in grado di ipotizzare un’origine antica e orientale del tessuto sindonico.

L’irregolarità dell’intreccio del tessuto propende per una realizzazione su di un telaio manuale a pedale, di fattura rudimentale. Pur riscontrandosi la presenza di salti di battuta ed errori lungo tutto il lenzuolo, questo è da considerarsi fatto con una stoffa raffinata. I profili longitudinali, così come l’orlatura dei lati corti, sono stati realizzati in maniera competente e ciò suggerisce che la realizzazione del lenzuolo funebre sia avvenuta in un’unica fase di lavoro.

Inoltre, si suppone che il telo che conosciamo sia stato ricavato da un tessuto venduto a metraggio, il che fa presumere che si trattasse di materiale pregiato destinato ad acquirenti benestanti.

La Sindone è formata da un telo al quale è stata applicata su un lato lungo, mediante una cosiddetta cucitura ribattuta, una striscia dello stesso tipo del lenzuolo larga 8 cm. La stessa cucitura, che unisce la striscia longitudinale di otto centimetri al resto del telo sindonico, presenta alcune peculiarità riscontrabili in manufatti tessili ritrovati nel contesto archeologico di Masada e risalenti al I secolo d.C.

Dunque, sia per quanto concerne la tecnica realizzativa del tessuto sia per le modalità con le quali sono state realizzate le cuciture, abbiamo motivo di supporre che la Sindone possa corrispondere a una manifattura risalente al I secolo d.C.

Il lino usato per la realizzazione della Sindone è stato filato a mano: questa deduzione è resa possibile dal fatto che le fibre presentano un diametro variabile. Ogni filo, composto di un numero variabile da 70 a 120 fibrille, presenta la caratteristica torcitura detta “Z”, cioè in senso orario. Ritrovamenti archeologici di lini aventi la medesima torcitura “Z” in area mediorientale – Siria e Iraq in particolare – farebbero supporre che la manifattura sia stata realizzata in quest’area geografica e in seguito importata. Le stoffe rinvenute nell’area palestinese sono, infatti, caratterizzate dalla torcitura “S”, in senso antiorario.

La tessitura è quella così detta a “spina di pesce” – diagonale 3:1 – ottenuta facendo passare il filo trasversale della trama alternativamente sopra tre e sotto uno di quelli longitudinali dell’ordito, una lavorazione particolare già conosciuta ai tempi di Gesù, contrariamente a quanto sostenuto da chi ritiene la nascita di questa particolare tecnica manifatturiera risalente al periodo medievale.

Infine, una curiosità: nella Sindone sono presenti contaminanti di cotone, mentre non esistono contaminanti di lana. Quest’osservazione – solo all’apparenza banale – ci riporta ai precetti della religione ebraica e in particolare al libro del Deuteronomio, dove troviamo: «Non ti vestirai con un tessuto misto, fatto di lana e lino insieme» (Dt 22,11).

Ciò significa che i due tessuti di origine diversa – animale, la lana; vegetale, il lino – dovevano essere lavorati su telai diversi, onde evitare la contaminazione tra essi e la conseguente violazione dei precetti. Segno dell’attenzione nei confronti del defunto, evidentemente per l’importanza che rivestiva era degno di una sepoltura onorifica.

Un ulteriore contributo allo studio del tessuto è stato dato dalle ricerche effettuate negli anni settanta dello scorso secolo dallo svizzero Max Frei Sulzer che in due riprese, nel 1973 e nel 1978, effettuò alcuni prelievi di microtracce rinvenendo granuli di polline provenienti da una serie piante che crescono in Terra Santa, nell’Anatolia e nell’Europa continentale e peninsulare. Il ricercatore concluse che è altamente probabile la permanenza della Sindone in queste regioni del mondo, che coincidono con il supposto percorso storico ricostruito sulla base di una serie di testimonianze documentarie e iconografiche.

 

 

Sindone e datazione al radiocarbonio: contaminazione?

 

 

DOMANDA – Siamo giunti così alla datazione al radiocarbonio del 1988, ritenuto il colpo più grave alla Sindone in quanto ne colloca l’origine tra il 1260 e il 1390. Anche in questo caso viene detto che la questione è chiusa: si tratta di una reliquia medievale. E’ così?

RISPOSTA – E’ uno degli aspetti più dibattuti da oltre trent’anni.

Già Willard Libby, l’inventore del metodo della datazione mediante radiocarbonio (1947), propose di effettuare una serie di misure sul tessuto sindonico, ma il progetto sfumò a causa dell’eccessiva quantità di campione da utilizzare. L’affinamento della tecnica, con la conseguente diminuzione della quantità di campione necessaria per la misurazione, permise di presentare nuovi progetti nella seconda metà degli anni 80, proponendo l’esecuzione concertata di prelievi di misure di radiodatazione e di tutta una serie di accertamenti in parallelo fatti sui campioni prelevati atti ad evitare errori e a fornire una conoscenza corretta e dettagliata del telo sindonico.

Purtroppo, però, a causa della netta opposizione da parte dei laboratori incaricati dell’operazione di datazione il progetto ad ampio spettro non andò in porto.

Il 21 aprile del 1988 un campione di tessuto fu prelevato da un unico sito, posto nell’angolo in alto a sinistra del telo, e a ciascuno dei tre laboratori incaricati – Oxford, Zurigo e Tucson – venne consegnato un campione di Sindone del peso di circa 50 mg, unitamente a tre campioni di controllo di età nota.

Il risultato della campagna di analisi ebbe un effetto dirompente e scatenò una serie di discussioni e – soprattutto – di contestazioni intorno all’intero programma di datazione, alimentato da una lunga serie di leggerezze, imprudenze e, in taluni casi, anche da comportamenti poco professionali da parte dei responsabili dell’intera operazione.

Da subito si fece notare come un determinante elemento di cautela nell’accettazione dei risultati ottenuti riguardò le modalità di prelievo del campione, contestualmente alla mancanza di esami multidisciplinari atti ad accertare la quantità e la tipologia di sostanze estranee presenti sui campioni esaminati.

Due studiosi statunitensi, Alan Adler e Raymond Rogers, ebbero modo di analizzare un filo residuo del campione sindonico utilizzato per la radiodatazione e scoprirono che questo presentava caratteristiche fisiche differenti rispetto al complesso del telo sindonico ed anche il suo spettro all’infrarosso risultò diverso. Secondo Rogers esisterebbero sufficienti evidenze per supporre che il sito dal quale fu prelevato il campione sia stato sottoposto in passato ad un rammendo esteriormente invisibile e che pertanto la data misurata corretta da un punto di vista strettamente sperimentale non corrisponderebbe alla vera età della Sindone.

È chiaro, dunque, che il prelievo effettuato in un solo sito rischia di fornire dati che sono indubbiamente omogenei tra loro, ma non  rappresentativi dell’intero oggetto in studio.

Al congresso dell’ENEA, tenutosi a Frascati nel 2010, Marco Riani diede i “primi colpi” all’esame del C14 dal punto di vista dell’analisi statistica dei dati pubblicati dai tre laboratori, dimostrando l’esistenza di un’anomala variazione spaziale dell’età dei dodici pezzetti di lino datati, quattro per ciascuno dei tre laboratori. In altri termini, si evince che l’età del tessuto aumenta in maniera costante mano a mano che ci si sposta da un pezzetto all’altro adiacente, muovendosi dall’esterno verso l’interno della Sindone.

Tale dato anomalo suggerisce la presenza di una contaminazione talmente consistente al punto da aver potuto falsare i risultati. Appare evidente che la procedura di pulizia preliminare dei campioni non è stata in grado di rimuovere tutte le sostanze contaminanti depositate sul lino.

 

 

Le bugie (riconosciute) del laboratorio di Tucson.

 

 

DOMANDA – Ha accennato a comportamenti poco professionali tenuti dai responsabili della datazione del 1988…

RISPOSTA – L’analisi statistica ha permesso di dimostrare un dato sconcertante per quanto riguarda la correttezza delle procedure comunicate: uno dei due frammenti forniti al laboratorio di Tucson non venne datato, contrariamente a quanto ammesso e pubblicato. Esempio lampante delle falle presenti in tutto il percorso della campagna di studi.

Sul finire del 2010, il responsabile del laboratorio di Tucson si trovò costretto a pubblicare un articolo in cui mostrò per la prima volta la foto del campione del Telo ricevuto dal suo laboratorio e mai datato.

Di conseguenza la quantità di tessuto utilizzata dal laboratorio di Tucson non è sufficiente per ottenere un risultato significativo, motivo per cui la datazione da loro ottenuta avrebbe dovuto essere scartata e non concorrere, così, alla determinazione dell’età radiocarbonica della Sindone.

 

 

Gli errori statistici nell’articolo di Nature sulla Sindone.

 

 

DOMANDA – Anche il famoso articolo pubblicato dai tre laboratori su Nature è stato analizzato recentemente.

RISPOSTA – Come se non bastasse, nel 2017 una richiesta legale europea di accesso agli atti amministrativi nel Regno Unito ha obbligato il British Museum – all’epoca coordinatore dell’operazione di datazione – a fornire i dati grezzi, ovvero i dati non ancora elaborati e mediati, dopo che per quasi 30 anni ogni richiesta era stata sempre rifiutata.

L’analisi statistica di tali dati grezzi ha dimostrato che il livello di confidenza del 95% dichiarato nell’articolo pubblicato su Nature non è accettabile poiché i dati contengono gravi incongruenze tra i risultati ottenuti dai tre laboratori, probabilmente a causa dei contaminanti non rimossi, come già indicato più sopra e come testimoniato da ulteriori studi effettuati su tessuti antichi dove la contaminazione di tipo biologico, chimico e tessile è in grado di alterare in maniera significativa l’età radiocarbonica.

Sulla base dei risultati ottenuti, dunque, i tre laboratori avrebbero dovuto dichiarare la non attendibilità dell’operazione di datazione e richiederne la ripetizione utilizzando nuovi campioni, Cosa che, come ben sappiamo, non è avvenuta.

Come ben si può immaginare sulla base di quanto detto finora, i risultati della radiodatazione sono ancora oggi oggetto di un ampio dibattito tra gli studiosi circa l’attendibilità dell’uso del metodo del radiocarbonio per datare un oggetto con caratteristiche chimico-fisiche così particolari come la Sindone.

Diversi studiosi hanno proposto metodiche alternative di datazione del tessuto (es. lignina, misura della scomparsa graduale della Vanillina, nuove metodiche spettroscopiche, tanto per citarne alcune) chissà che in un prossimo futuro possano essere prese in considerazione per una nuova stagione di studi. Allo stato attuale il problema della datazione del tessuto sindonico risulta del tutto aperto.

 


[Edited by Credente 5/4/2022 9:25 PM]
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5/16/2022 10:40 AM
 
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 Evidenze scientifiche in un’analisi “scomoda” e “ sconvolgente”, dove un’energia ancora sconosciuta ufficialmente, ma conosciuta e teorizzata da molti studiosi di confine, è l’unica spiegazione plausibile e credibile.


 


 di Marco La Rosa con la collaborazione, l’ausilio della documentazione ed il commento scientifico del Prof. Giuseppe Maria Catalano  dell’Istituto Internazionale Studi Avanzati di Scienze della Rappresentazione dello Spazio   


 


                   


“ …l’energia è emanata dal corpo ma proviene da una sorgente all’infinito che irradia sempre nella stessa direzione ma secondo due versi opposti…imprime l’immagine sotto e sopra…lo schema proiettivo si mantiene immobile mentre il corpo si muove…Il fenomeno rilevato sulla Sindone è simile al risultato della fotografia stroboscopica, che consiste nella impressione di più immagini in rapidissima sequenza di un corpo in movimento sulla stessa pellicola” (dal commento al video del Prof. G.M. Catalano)


     


                                              Foto di Giuseppe Enrie (1931)

 

Quello che voglio raccontare, o meglio commentare riguarda l’analisi del Telo Sindonico e del correlato Sudario di Oviedo da parte dell’Istituto Internazionale Studi Avanzati di Scienze della Rappresentazione dello Spazio, con sede a Palermo. Geometria proiettiva, geometria descrittiva, rilevamento, fotogrammetria, sono le specializzazioni dell’Istituto che nasce nel 2000 come espressione della intensa attività didattica e scientifica del Prof. Giuseppe Maria Catalano, iniziata nel 1984 nel Dipartimento di Rappresentazione dell'Università di Palermo. Lo scienziato ha pubblicato numerosi importanti studi scientifici, volumi, articoli su riviste internazionali e in congressi, realizzando teorie, teoremi, metodi e strumenti. E' autore del teorema fondamentale che unifica i metodi di rappresentazione. A lui si devono scoperte come la dimostrazione geometrica dell'espansione della Terra, la teoria sulle reali dimensioni dello spazio, già annunciata sul sito scientifico mondiale ResearchGate e da poco inviata per la pubblicazione alla rivista Science.

fonte : marcolarosa.blogspot.com/2017/04/la-sindone-istantanea-dinamica-di...

“SINDONE: UN NUOVO SCONVOLGENTE FENOMENO RINVENUTO SUL REPERTO”, è il titolo dello straordinario studio effettuato dal Prof. Catalano. La restituzione fotogrammetrica ha rilevato sulla Sindone di Torino un fenomeno sinora sconosciuto che spalanca uno straordinario orizzonte alla scienza. La solidità della scoperta è evidenziata dalla possibilità di verificare i dati geometrici, su cui è basata la restituzione, con strumenti ormai alla portata di tutti.  

 

PRIMA DI CONTINUARE LA LETTURA SI CONSIGLIA VIVAMENTE DI VISIONARE INTERAMENTE E ATTENTAMENTE IL VIDEO, ACCEDENDO PREFERIBILMENTE DALLA PRIMA PAGINA DEL SITO DELL’ISTITUTO, IN MODO DA FARE CONOSCENZA CON QUESTA IMPORTANTE REALTA’ SCIENTIFICA ITALIANA :

 

http://istitutorappresentazionespazio.it/

 

 




Quali sono le domande che emergono dallo studio?

 

Risponde il Prof. Catalano:

 

     1)   Cos’è la restituzione fotogrammetrica?

 

In geometria proiettiva per “restituzione” si intende il processo geometrico proiettivo che, partendo da 1, 2 o più proiezioni bidimensionali di un corpo, in generale da 1, 2 o più fotogrammi, risale alla conoscenza della forma, della grandezza e della posizione di tale corpo nello spazio rispetto ad un sistema di riferimento prestabilito. La restituzione viene applicata molto in ingegneria, architettura, archeologia e topografia. Esistono apparecchi sempre più sofisticati concepiti per operare la restituzione come i fototeodoliti, le bicamere, le monocamere, per la ripresa dei fotogrammi ed altri come gli stereorestitutori analogici o analitici, gli stereoscopi, per la restituzione stereoscopica. Nella restituzione stereoscopica mediante due fotogrammi viene ricreato in scala il modello ottico  simile a quello di ripresa  e  l’operatore identifica in tale modello il punto P ricreato dai fasci proiettanti dai due fotogrammi le immagini P’ e P” di P, permettendo all’apparecchio di fissare le coordinate spaziali di P. Nella restituzione da un solo fotogramma non occorre ovviamente l’aiuto dello stereorestitutore, ma si opera solo graficamente, mediante costruzioni geometriche realizzate con squadrette e compasso. La restituzione grafica da due o più fotogrammi è usata in casi molto difficili. Esistono vari metodi di restituzione grafica. Io mi sono occupato molto della restituzione grafica e  ho creato nuovi metodi di restituzione da due fotogrammi in casi in cui non sia nota la posizione di ripresa delle camere o il tipo di camera. La restituzione da un fotogramma si può applicare in molti casi particolari, in cui si ha la conoscenza della forma e della misura di un elemento del corpo fotografato. La restituzione può essere operata su un normale fotogramma, cioè su una proiezione centrale, oppure su una proiezione parallela. In questo ultimo caso rientra l’immagine della Sindone, anzi le immagini della Sindone. Alcuni oggetti dalla forma conosciuta, come il cubo dei tefillin [1], la cintura, la fibbia della cintura, gli anelli di catena, i chiodi, sono impressi in varie posizioni. Abbiamo non uno, ma tutti questi oggetti per rendere possibile la restituzione. Ogni posizione dell’oggetto X’ fornisce nella restituzione la stessa forma e dimensione X, lo stesso schema di proiezione, confermando ogni volta che l’identificazione e la restituzione sono corrette e la proiezione è parallela e ortogonale al piano di proiezione. Ciò può ripetersi per ogni oggetto e parte del corpo rilevati. La restituzione, che fornisce forme e misure per l’ingegneria e l’architettura, cartografie a più scale di città, continenti o corpi celesti, è una base solida su cui continuamente operiamo. La restituzione operata sulla Sindone è ancora più solida perché offre decine di immagini di ciascun oggetto ed altrettante possibilità di restituzione dello stesso. E’ importante che ciò sia chiarito. La restituzione, come tutte le tecniche della scienza, può essere ripetuta ottenendo sempre lo stesso risultato.

 

GRAPHIC RESTITUTION BY MEANS OF TWO FREELY ORIENTED PHOTOGRAMS, 1988

 

SURVEY AT A DISTANCE OF A BODY BY MEANS OF TWO PHOTOGRAMS, 1988

 

TWO METHODS GRAPHIC RESTITUTION BY MEANS OF TWO FREELY ORIENTED PHOTOGRAMS, 1989




[1] I tefillin (ebr. תפילין), detti anche filatteri secondo una traduzione grecizzante, sono due piccoli astucci quadrati - occasionalmente anche chiamati battim, che significa 'casa' - di cuoio nero di un animale kasher, cioè puro, con cinghie fissate su di un lato, che gli Ebrei usualmente portano durante la preghiera del mattino chiamata Shachrit.

 

2  2) Perché la scienza giunge solo ora, dopo più di un secolo dalle prime foto, alla identificazione delle decine di immagini di parti del corpo e di oggetti sulla Sindone di Torino e sul Sudario di Oviedo?

 

Per la prima volta, con enorme ritardo, la geometria proiettiva, che, in parole povere, studia gli schemi geometrici della radiazione d’energia e quindi la formazione di immagini dovute ad energia, si applica alla Sindone di Torino e al Sudario di Oviedo. Come accade negli altri campi di ricerca la geometria proiettiva doveva essere la prima scienza da applicare alla Sindone. Sui risultati da essa raggiunti, sui dati ottenuti operano poi le altre scienze. Invece ciò non è avvenuto. Una parte della geometria proiettiva permette, attraverso vari sistemi e metodi, di trarre da un qualsiasi corpo reale o virtuale tridimensionale un modello bidimensionale rappresentativo e viceversa di trarre da un modello rappresentativo il corpo reale o virtuale tridimensionale. Quest’ultimo processo si definisce restituzione.  La fase di restituzione è preceduta da  quella di identificazione. Qualsiasi indagine scientifica deve poggiare sull’identificazione degli elementi indagati. L’identificazione è preceduta dalla fase di percezione dell’oggetto. Queste due fasi sono parte fondamentale di qualsiasi procedimento scientifico. La natura ci permette di percepire un oggetto mediante le linee che separano due aree di differente tinta, luminosità e saturazione. Questo processo del sistema occhio cervello è più o meno sviluppato da soggetto a soggetto e viene migliorato notevolmente dall’addestramento, come avviene per l’udito dei musicisti, per l’olfatto dei  profumieri o degli chef, e, come è noto a chi opera nel campo del rilevamento, per la vista dei restitutoristi, i tecnici che eseguono le restituzioni fotogrammetriche. Inoltre la tecnica di variazione di luminosità e contrasto permette di evidenziare le linee e aiutare quindi il processo percettivo. Le linee che hanno permesso l’identificazione nell’indagine svolta sulla Sindone sono in alcuni casi nettissime e di facile percezione, in altri casi tenui e di ardua percezione e ciò dipende dalla natura degli oggetti, di cui comunque hanno permesso l’identificazione. L’identificazione ha bisogno della conoscenza approfondita delle caratteristiche dell’oggetto percepito ed è quindi proporzionata alla capacità percettiva e mnemonica del soggetto, alla quantità cioè di dati che è capace di cogliere e conservare. L’identificazione ha bisogno anche della conoscenza delle regole del processo proiettivo e dell’applicazione prolungata di queste nella fase di rappresentazione. Si pensi al numero elevatissimo di immagini distinte e notevolmente variabili di uno stesso oggetto fornite dal processo proiettivo del sistema visivo. Basti citare una forma semplice come la circonferenza che nel processo proiettivo su un piano può dar luogo, variando posizione, ad una ellisse, ad una parabola, ad un’iperbole, ad un segmento di retta, ad una retta o ad un punto. L’identificazione ha bisogno della conoscenza e applicazione prolungata, nei modelli rappresentativi, delle leggi su cui si basano i più svariati effetti creati dalla luce o da altre radiazioni percepibili con l’aiuto di particolari strumenti (infrarosso, ultravioletto, X, etc.). Perciò il radiologo sa identificare un elemento del corpo su una proiezione a raggi X, quanto un chimico sa identificare lo spettro di emissione di un dato elemento,  e così via.

L'identificazione avviene in due modi:

 

quella basata su un numero molto elevato di dati percettivi caratteristici forniti e memorizzati dal cervello in presenza di una complessità formale non riconducibile a forme geometriche elementari (non descrivibile mediante equazioni). Più sono le peculiarità emergenti, le irregolarità, in un oggetto, maggiore è la possibilità di accertare l’identità dell’oggetto raffigurato. Il confronto tra le immagini di una cicatrice, di un neo, adeguatamente ingrandite, può essere sufficiente a identificare un  intero corpo umano;

 

quella basata su un numero molto basso di dati percettivi in presenza di regole, quando cioè  il modello sia riconducibile a forme geometriche elementari (descrivibili mediante equazioni).


                                                 il sudario di Oviedo

3  3) Perché sono state scelte le foto di G. Enrie per operare la restituzione fotogrammetrica dall’immagine presente sulla Sindone?

 

Come è noto, la Sindone è un telo di lino spigato, ovvero tessuto a spina di pesce. Sulle fotografie questa trama crea l’effetto zebra, che alterna micro-striscie chiare a micro-striscie scure, offuscando l’immagine impressa sul telo. Per questo motivo allontanandosi  dalla Sindone, pur perdendo dei dettagli rispetto all’immagine che si sarebbe ottenuta se la Sindone fosse stata una grande lastra fotografica, la percezione dell’immagine migliora.

Per questo motivo il rilevamento è stato operato sulla negativa della lastra in bianco e nero, alla gelatina bromuro d’argento, cm 40 x 19 realizzata a distanza tale da comprendere l’intero telo, realizzata nel 1931 dal fotografo Giuseppe Enrie.

In tal modo si ha la perdita di dettagli lineari della stessa dimensione delle microstrisce scure, ma si evidenziano notevolmente tutti i tratti di dimensioni superiori e i passaggi netti di contrasto tra aree adiacenti di tinta diversa. Per ingrandire la foto si è operata la scansione di piccole e medie aree a risoluzione ottica tra 3200 e 6400 pixels/inch. Su queste immagini ingrandite si è operata l’identificazione e restituzione delle parti del corpo e degli oggetti mostrati nella sintesi sul sito e nel recente documentario.  

 

4    4)  A quali conclusioni giunge la scienza contemporanea in base ai risultati forniti dalla restituzione fotogrammetrica, dalla medicina legale, dalle analisi del sangue, dei pollini, delle muffe, della tela, etc.?

 

1 - La medicina legale dimostrò che l’immagine principale dell’uomo della Sindone, l’unica che ha la macchia di sangue reale sul polso sinistro, è quella di un uomo morto.

2- L’analisi delle fibrille intrise di sangue mostrò che, asportando il sangue, non vi è  alcuna traccia di erosione, le fibrille non sono ossidate. Asportando Il sangue solidificato è stata asportata l’infinitesima erosione superficiale delle fibrille intrise. Dunque l’immagine non si crea quando il corpo viene messo a contatto con la Sindone, ma in un secondo tempo, dopo che il sangue, separatosi nelle due componenti, corpuscolare e sierosa, è solidificato nella trama del tessuto.

 3 -  I risultati 1 e la 2 dimostrano che l’immagine si è formata dopo la morte dell’uomo della Sindone.

4 – La restituzione fotogrammetrica dimostra che le altre immagini dell’uomo della Sindone, dove la stessa macchia è “fotografata”, sono quelle,  in sequenza,  di successivi movimenti volontari dello stesso corpo. La parte di macchia di sangue aderente al polso sinistro ha emesso energia. Tali immagini sono certamente dovute ad energia, perché tutti i dati della restituzione dimostrano la presenza dello schema proiettivo di un’energia mai prima riscontrata in natura, ma scientificamente possibile.

5  - La 3 e la 4 dimostrano che l’uomo della Sindone è tornato in vita emettendo una radiazione di cui le immagini della Sindone sono sinora l’unica prova.

 

5   5)   Può la scienza rifiutare un fenomeno di cui si ha un’unica prova?

La scienza cresce proprio quando si studiano i fenomeni di cui si ha una prova o pochissime prove. La storia insegna che sono questi fenomeni che, talvolta osservati per caso da studiosi, aprono le porte alle grandi scoperte. Un pianeta abitato come la Terra appare sinora come un fenomeno unico nell’universo, ma la scienza non nega per questo l’esistenza della Terra, anzi considera la possibilità di altri pianeti abitati.

 

6    6)   Il fatto che la scienza moderna non abbia mai assistito al ritorno in vita di un essere umano si pone in contrasto col fatto che la stessa scienza moderna ha dimostrato il ritorno in vita dell’uomo della Sindone?

 

I due fatti non escludono l’uno l’altro. L’emissione di energia dimostrata dalla Sindone non si è mai verificata durante la morte di un uomo, né durante la vita. La radiazione che ha creato le immagini è un fenomeno sinora unico associato al fenomeno pure unico del ritorno in vita. Il fatto che la scienza moderna non abbia mai assistito al ritorno in vita di un essere umano non esclude che possa assistervi e che questo possa essere accaduto. Il fenomeno unico della vita sulla Terra, per la scienza non può escludere che esistano altri pianeti che accolgono la vita, anche se sinora miliardi di pianeti non danno segni di vita. La storia mostra che la scienza spesso sconcerta e sbalordisce chi per la prima volta si trova di fronte ad una scoperta che cambia la vita dell’intera umanità. Prima della scoperta dell’elettromagnetismo, un nostro antenato che avesse parlato tramite cellulare con un suo contemporaneo di un altro continente o che avesse visto un treno sospeso in aria su un cuscino elettromagnetico, avrebbe avuto lo stesso senso di sconcertante sgomento che pervade noi oggi. La guarigione ormai normale di tante malattie sarebbe sembrata impossibile alcuni secoli fa. Come ha dimostrato la storia, la ricerca scientifica non ha limiti, non può escludere nulla, non sarebbe scienza. Nella storia della scienza, quando si scopre un effetto in natura, se ne studia la causa, poi si tenta di ripetere in laboratorio il fenomeno. Lo scienziato non ha paura, anzi è felice quando scopre un fenomeno che sconvolge e illumina la conoscenza.

 

6   7)   Può il progresso della scienza smentire dei risultati precedenti?

 

La scienza non smentisce mai i risultati precedenti, ma perfeziona nel tempo le teorie che rappresentano ciascun fenomeno. L’uomo ha un modello dell’esistenza, una rappresentazione, fornita dagli organi sensoriali e dal cervello, che ha elaborato la geometria, perciò chiamata scienza della rappresentazione. Tutte le altre scienze a partire dalla fisica si basano da sempre sul modello geometrico. Questa rappresentazione della realtà si evolve grazie a tutte le scienze ed è sempre più approfondita ed estesa.

 

      8)    Come si pone questa scoperta in ambito epistemologico?

 

La scoperta è stata realizzata in accordo alla scienza moderna che opera secondo il metodo galileiano. Qualunque esperto di restituzione fotogrammetrica può ripetere le stesse operazioni e raggiungere gli stessi risultati. Le immagini furono create da una energia perfettamente rappresentata in geometria proiettiva. Il corpo che la emise si mosse volontariamente. La scienza in base ai risultati forniti dalla restituzione fotogrammetrica, dalla medicina legale, dalle analisi del sangue, dei pollini, delle muffe, della tela dimostra che l’uomo della Sindone è tornato in vita. Ho già detto che il fatto che la scienza moderna non abbia mai assistito al ritorno in vita di un essere umano non esclude che possa assistervi e che questo possa essere accaduto. Ma c’è un’altra ipotesi. Bisogna pensare che l’attuale capacità conoscitiva umana non permette ancora di raggiungere col metodo galileiano tante realtà che pure esistono. Il metodo galileiano può applicarsi solo a quei fenomeni che rientrano nel meccanicismo. La nostra capacità di scegliere non può spiegarsi col metodo galileiano, eppure esiste. L’uomo della Sindone mostra nella nostra realtà sperimentabile gli effetti di un fenomeno che per la scienza potrebbe anche avvenire in una realtà non attualmente sperimentabile.  Dopo la morte egli tornò in vita emettendo un’energia che lasciò degli effetti da noi oggi sperimentabili, ma questa nuova vita potrebbe essere diversa dalla prima e non essere per noi attualmente sperimentabile. La fotografia ci ha permesso di sperimentare tali effetti ed è probabile che nuove conoscenze e nuovi strumenti ci possano in futuro rendere sperimentabili altri effetti lasciati sulla Sindone. Come ho affermato, lo scienziato deve tener presente che la scienza si evolve, perché la rappresentazione della realtà si evolve grazie a tutte le scienze, portando alla evoluzione della epistemologia e in generale della gnoseologia. Quindi la mente dello scienziato, del ricercatore, deve essere particolarmente  aperta  a ipotizzare fenomeni che la conoscenza ancora ridotta non permette di sperimentare. La conoscenza si basa da sempre sulla osservazione diretta e indiretta della realtà. Alla conoscenza diretta, effettuata attraverso i nostri organi sensoriali, si è aggiunta infatti nel tempo la conoscenza ottenuta mediante mezzi costruiti dall’uomo sulla base della conoscenza diretta, ma in grado di ampliare le capacità degli organi sensoriali, sino a rilevare la presenza di fenomeni del tutto sconosciuti e inconoscibili attraverso la conoscenza diretta. Lo sviluppo della conoscenza è segnato dalla parola. La parola esprime la capacità dell’uomo di individuare delle regole nei fenomeni naturali rilevati attraverso i sensi, cioè delle sequenze immutabili di fatti, di fenomeni minori che compongono il fenomeno principale preso in osservazione. Ogni fenomeno quindi può essere scomposto in un certo numero di piccoli fenomeni componenti e questo numero non ha un limite, può svolgersi cioè all’infinito. L’osservazione, l’analisi diretta dei fenomeni naturali, la scomposizione e ricomposizione di essi, la stesura di regole, ossia di sequenze immutabili, ha portato l’uomo alla manipolazione della materia e quindi, come si è detto, alla costruzione di strumenti capaci di afferrare l’esistenza di altri fenomeni minori, di aumentare cioè sempre più il numero di componenti. Questo castello sempre più complesso di regole costituisce la rappresentazione della realtà in cui viviamo.

Che la realtà sia percepibile o no, rappresentiamo qualsiasi fenomeno naturale secondo un modello. Pensiamo alle onde elettromagnetiche o sonore, di cui sperimentiamo solo gli effetti. Le regole quindi, estratte grazie all’osservazione diretta e indiretta della realtà, si traducono in manifestazioni sensoriali, come le rappresentazioni matematiche, volute dall’uomo, forgiate dall’uomo e quindi ripetibili in ogni tempo e in ogni luogo. La rappresentazione va oltre la realtà percepibile e ritrova in sé degli interrogativi che travalicano l’osservazione sensoriale. La circonferenza, come luogo degli infiniti punti equidistanti da un punto fisso, non si è mai conosciuta con la vista o col tatto, perché neppure il punto si è mai conosciuto. Esso può rappresentarsi come ente di separazione nello spazio unidimensionale. Quando si enuncia il concetto di circonferenza per rappresentare migliaia di corpi di ogni grandezza, si parla di corpi reali ma ci si riferisce a un ente di cui non si ha avuto mai conoscenza per mezzo dei cinque sensi. Questo processo racchiude una straordinaria caratteristica dell’essere umano, quella di conoscere una realtà impercepibile ai cinque sensi. Non sperimentiamo due oggetti uguali, eppure concepiamo l'uguaglianza. Noi esseri umani operiamo secondo regole esistenti, ma non sperimentabili nelle dimensioni della materia e dell’energia elettromagnetica. L’uomo è cosciente di una realtà razionale, basata su regole  che egli non conosce attraverso i cinque sensi. La rappresentazione, il modello che l’uomo attraverso la mente conosce in se, è reale quanto la materia e l’energia che sostanziano tutto ciò che percepiamo attraverso i cinque sensi. La rappresentazione, quindi la scienza, non muore. Tutti i contenuti della geometria corrispondono ad una realtà. Durante l’atto di conoscenza è come se operassimo una traduzione simultanea da una lingua ad un’altra, una traduzione di ogni fenomeno disordinato in uno ordinato secondo una regola. La mente umana è capace di abbracciare irrazionalità e razionalità   e ciò può avvenire soltanto se l’essere umano non appartiene soltanto alla natura irrazionale.

 

      9)   Che rapporto c’è fra scienza e fede?

 

La scienza non può negare la fede. La fede non può negare la scienza. La scienza opera secondo il metodo galileiano, ma bisogna pensare che l’attuale capacità conoscitiva umana non permette ancora di raggiungere col metodo galileiano tante realtà che pure esistono. Il metodo galileiano può applicarsi solo a quei fenomeni che rientrano nel meccanicismo. La nostra capacità di scegliere non può spiegarsi col metodo galileiano, eppure esiste. Lo scienziato, più approfondisce la propria conoscenza della realtà, più sperimenta  una volontà che realizza l’esistenza di tutto. Lo sviluppo della ricerca scientifica permette di contattare sempre più questa volontà. Inoltre l’uomo è l’unico essere sulla Terra capace di interrogarsi sulla propria esistenza e questo interrogativo è già una conferma che egli appartiene ad una realtà più ampia di quella terrestre, di quella cioè sperimentata attraverso i cinque sensi. Una prima chiara certezza della scienza è la complessità graduale e crescente della realtà conosciuta, che dal microcosmo e dal macrocosmo arriva sempre all’uomo. Gli scienziati continuano a individuare particelle sempre più piccole di materia e di energia e raggiungere galassie sempre più lontane e ammassi sempre più grandi, ma nulla nell’universo sinora conosciuto è più complesso dell’essere umano. Alla complessità dell’uomo si giunge attraverso una enorme varietà di esseri viventi, in una scala di complessità in cui gli esseri di un gradino sono necessari all’esistenza di quelli del gradino superiore. Man mano che cresce la complessità, si ampliano le funzioni e le capacità degli organismi legate alla coscienza di sé e del mondo, si amplia così la conoscenza e conseguentemente la gioia ed il dolore, come possibilità o impossibilità di effettuare in sé o nel mondo ogni funzione vitale. La vita dunque si manifesta prepotentemente come il fine cui tende la complessità dell’esistente. La vita tende alla vita. La vita porta alla coscienza di sé stessa, alla difesa di sé stessa. Tuttavia l’esistenza stessa di questa coscienza, che porta alla difesa, implica l’esistenza di una volontà contraria alla vita. Ad un certo stadio dello sviluppo della complessità, sembra che questa scala di complessità bruscamente si concluda. L’ultimo gradino, il più elevato appare l’uomo. Anche l’uomo è soggetto alla volontà negativa che arresta la vita del nostro corpo. L’essere umano però arriva ad un punto tale di complessità da chiedersi  perché esista questa struttura degli esseri a complessità crescente e quale sia il fine di questa realtà mozza come un corpo privo di testa. Tutto ciò che ci circonda appare al ragionamento scientifico perfettamente finalizzato. Ogni essere vivente è necessario all’esistenza di uno più complesso. E l’essere umano a chi permette la vita? Ci si chiede allora che cosa distingua l’essere umano dagli altri esseri dell’universo. E’ infatti l’elemento di distinzione che alimenta il gradino successivo della scala della complessità. La risposta è racchiusa in questo stesso interrogativo, nell’esistenza della scienza. L’uomo è l’unico essere che si interroga sulla propria essenza, sulla propria esistenza, che ha la capacità di penetrare la realtà che si manifesta nell’universo. Se dunque l’essere umano permette la vita ad un ente successivo, con tale ente  ha in comune la propria capacità di conoscenza dell’universo, la scienza. Dunque questo ente superiore, cui porta per deduzione la scienza, avrebbe in comune con l’uomo qualcosa che non essendo materia, né energia elettromagnetica, non è soggetta alla volontà negativa che contrasta la vita.

 

      10)   Cosa sono i miracoli per la scienza?

 

La scienza, come ho detto, sviluppa un modello, una rappresentazione della realtà che è in continua evoluzione.  Essa comprende una conoscenza parziale della realtà. I miracoli non si inquadrano nell’attuale modello, ma la scienza non può negarne l’esistenza, come tanti altri fenomeni che non sappiamo ancora inquadrare nelle leggi sinora sviluppate. L’attuale capacità conoscitiva umana non permette ancora di spiegare col metodo galileiano tante realtà che pure esistono. Tale metodo può applicarsi solo a quei fenomeni che rientrano nel meccanicismo. La nostra capacità di scegliere non può spiegarsi col metodo galileiano, eppure esiste. Le attuali teorie della scienza non comprendono i miracoli, perché non comprendono l’assenza di determinismo nelle leggi della natura. Eppure la libertà umana di scegliere è la prova che la natura, di cui siamo parte, non obbedisce soltanto al principio di causa effetto, ma anche al principio di volontà. La scienza non può escludere dunque che fenomeni ritenuti sinora esclusivamente soggetti al principio di causa effetto, possano  essere soggetti al principio di volontà.

 

 

ANALOGIE CON L’ENERGIA ORGONICA TEORIZZATA DA Wilhelm Reich:

 

che cosa e’ l’energia “ORGONICA” ?

 

L'energia orgonica è l'energia vitale cosmica, quella forza creativa fondamentale che gli sciamani e gli uomini che non hanno perso il contatto con la natura da sempre conoscono, che è stata ipotizzata da molti scienziati nel corso dei secoli, e che ora, grazie agli studi di un coraggioso pioniere, è anche dimostrata fisicamente. L'orgone può essere visto, sentito, misurato e fotografato: è una vera e propria energia fisica, non qualche forza ipotetica. L'energia orgonica carica e irradia da tutti gli oggetti viventi e non, può penetrare tutte le forme di materia, sebbene a diversa velocità, e tutti i materiali influenzano l'energia orgonica, attraendola e assorbendola, o riflettendola ed espellendola. L'orgone è fortemente attratto dalla materia vivente, dall'acqua e da se stesso. Può fluire da un posto all'altro nell'atmosfera, ma generalmente mantiene un flusso da ovest verso est, muovendosi insieme e poco più rapidamente della rotazione terrestre. E' eccitabile, comprimibile e pulsa spontaneamente, è capace di espandersi o di contrarsi. La carica orgonica di un ambiente o di una sostanza non è statica, ma varia nel tempo, secondo onde cicliche. L'orgone esiste anche in forma libera nell'aria e nel vuoto dello spazio.

 

DIVERSI NOMI PER UN UNICO PRINCIPIO:

 

Come dicevamo prima nel corso del tempo molti studiosi sono arrivati alla scoperta di un unico principio “energetico” creatore del tutto: chi e prana per le filosofie orientali; il filosofo Anassimandro lo chiamò àperion, la scuola di Ermete Trismegisto la chiamava telesma; Ippocrate la denominò vis medicatrix naturae; Aristotele quintessenza; i popoli della Polinesia la chiamano mana; Paracelso munia; Keplerò parlava di facultas formatrix; Goethe scriveva della Gestaltung; Galvani energia vitale; lo scienziato Mesmer teorizzo il concetto di magnetismo animale; Il chimico Reichenback sperimentò l’energia odica; lo psicanalista Freud la chiamava libido; lo scienziato Lakhosky universione; il biologo Ruper Shaldrake lo definisce campo morfogenetico; gli studiosi Miller e Piccardi parlano di etere cosmico; i fisici russi Grishenko e Inyushin lo chiamano bioplasma; molti scienziati odierni parlano di ZPE ovvero energia del punto zero

 

E’ indubbio comunque che gli innumerevoli esperimenti effettuati dal medico Wilhelm Reich sulle proprietà dell’energia orgonica, poi portati avanti dai suoi “testimoni” ai giorni nostri, hanno sbalorditive analogie con lo studio effettuato dal Prof. Catalano sul telo Sindonico e sul Sudario di Oviedo. Infatti, a pagina 50 del libro scritto dal fisico James De Meo (Orgone Biophisical Research Lab – Oregon – USA) IL MANUALE DELL’ACCUMULATORE ORGONICO (OBRL 2013) leggiamo:

 

“… D) fotografie a raggi X; E) fotografie a luce visibile, bioni… la Dr.ssa Thelma Moss (UCLA – Università della California), ha dimostrato che si possono fare delle foto del campo energetico vitale (orgone), senza usare stimolazione elettrica (tipo Kirlian) degli oggetti viventi posti per pochi giorni direttamente su una pellicola in un accumulatore orgonico interamente buio, nelle condizioni adatte produrranno un’immagine !...”

 

E a pagina 69 leggiamo ancora:

 

“…E) cantine o tumuli funerari sembrano ottimi accumulatori orgonici (vedi sepolcro del Cristo nella grotta . ndr), gli antichi conoscevano bene questo tipo di energia?...”

 

Quale potenza energetica ha sprigionato il corpo che ha impresso il telo sindonico?

 

E’ la stessa energia che tanti studiosi hanno cercato (e forse trovato) ma che solo pochi sono in grado di comprendere ed utilizzare?

 

Il Cristo delle antiche scritture era uno di questi pochi ?

 

L’interdisciplinarietà sarà la chiave, poiché  come giustamente puntualizza il Prof. Catalano nel suo articolato studio: “La scienza cresce proprio quando  ha l’umiltà e il coraggio di studiare senza pregiudizi, senza paura,  i fenomeni di cui si ha una prova o pochissime prove”.

 

RINGRAZIO SENTITAMENTE IL PROF. GIUSEPPE MARIA CATALANO PER LA COLLABORAZIONE E LA SUPERVISIONE INTEGRALE DEL TESTO.

 

BIBLIOGRAFIA:

http://istitutorappresentazionespazio.it/index.php?option=com_content&view=article&id=46&Itemid=53&lang=it

http://www.psychotronicmachine.it/orgonica/

http://www.scienzaeconoscenza.it/blog/scienza_e_fisica_quantistica/un-antesignano-della-energia-orgonica


JAMES DE MEO, PhD - IL MANUALE DELL’ACCUMULATORE ORGONICO- OBRL 2013 - USA


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5/16/2022 10:44 AM
 
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Questo video spiega e mostra le immagini di quanto riportato nel post precedente:

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6/8/2022 11:25 AM
 
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Le discussioni attorno alla sacra Sindone non conoscono tregua, così come molti sono gli studi che hanno per soggetto il Telo che ha avvolto – non appare azzardato affermarlo – il corpo di Cristo. Tra questi, si distingue per importanza una ricerca sul sangue presente sulla Sindone realizzata da Paolo Di Lazzaro con ricercatori Enea, Inrim e Cnr e pubblicata sulla rivista scientifica Applied Optics.


Per capire meglio di cosa si tratti, Il Timone si è rivolto direttamente al fisico Paolo Di Lazzaro (nella foto a sinistra), dirigente di ricerca presso l’Enea di Frascati e vicedirettore del Centro Internazionale Sindonologia.


Una delle obiezioni più frequenti mosse contro la veridicità della Sindone è quella per cui, una volta rappreso, il sangue dovrebbe diventare per forza marrone, mentre sul Telo il sangue è di colore rossastro. Come mai questo avvenga, si era già ipotizzato: ora lo si è verificato. Di Lazzaro, quando il sangue resta rosso?


«Abbiamo verificato sperimentalmente che il sangue con elevata bilirubina (come quello di una persona duramente percossa e torturata) non si scurisce dopo quattro anni, se viene irraggiato da luce ultravioletta poche ore dopo essere stato assorbito da un tessuto di lino. In pratica, il colore del sangue non scurisce a causa dell’interazione fotochimica tra luce ultravioletta e bilirubina contenuta nel sangue».


Questo si verifica solo con una particolare tipologia di sangue?


«Abbiamo verificato che il sangue normale si scurisce col tempo sia se è stato irraggiato con luce ultravioletta, sia se non viene irraggiato. Inoltre, il sangue con elevata bilirubina non irraggiato si scurisce anch’esso. Possiamo quindi dedurre che è necessaria la compresenza di due parametri per fare in modo che il sangue non scurisca col tempo: la bilirubina elevata e la luce ultravioletta».


Con la vostra ricerca siamo quindi di fronte all’ennesima conferma che quello sulla Sindone è vero sangue?


«Il nostro lavoro mirava a verificare per quale motivo il sangue della Sindone è rossastro. Che si tratti di sangue vero è stato già verificato nel 1978, durante le analisi scientifiche svolte dal professor Baima Bollone e dal gruppo di scienziati statunitensi STuRP. Comunque, nelle nostre misure ottiche abbiamo trovato un indizio spettroscopico che rivela la presenza di metemoglobina nel sangue sindonico. La metemoglobina è una forma di emoglobina fortemente ossidata, tipica del sangue antico. Di conseguenza, le nostre misure confermano per l’ennesima volta che nel sangue sindonico c’è sangue antico. Quanto antico? Non possiamo dirlo».


Recentemente è stata pubblicata sul Journal of Forensic Sciences una ricerca a firma di Luigi Garlaschelli, chimico del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (Cicap), e di Matteo Borrini, antropologo forense dell’Università di Liverpool. Sullo studio Lei ha espresso perplessità. In particolare, cosa non l’ha convinta?


«Gli esperimenti di Borrini e Garlaschelli si proponevano di simulare il percorso del sangue fuoriuscito dalle ferite al polso e al costato dell’uomo della Sindone: gli inglesi la chiamano blood pattern analysis (analisi del percorso del sangue). Per fare un esperimento di questo tipo, bisogna avere: 1) sangue con densità e fluidità simile a quella dell’uomo sindonico disidratato e morente; 2) un sistema per spillare questo sangue alla stessa velocità da cui uscirebbe da un polso inchiodato e da una ferita al costato e alla stessa frequenza determinata dal battito cardiaco irregolare di un uomo sfinito, con difficoltà respiratorie a causa della crocifissione e quasi morente; 3) una superficie simile alla pelle sporca, sudata, con peli e con rilievi da ecchimosi sparse ovunque come quella dell’uomo della Sindone. Potete quindi immaginare la mia sorpresa quando ho letto l’articolo sul Journal of Forensic Science in cui gli autori usano un manichino di plastica su cui premono un bastone con attaccata una spugna contenente sangue artificiale per simulare la ferita al costato, e in un’altra prova il sangue vero ma con anticoagulante spinto da una pompetta a mano in un tubicino che termina sul polso del chimico Garlaschelli, che per sua fortuna non era né sudato, né sporco, né con ecchimosi. Insomma, nell’esperimento c’erano condizioni completamente diverse da quelle che si volevano riprodurre».


Ovviamente si tratta di un tentativo grossolano e dilettantesco: chiunque è in grado di capire che in questo modo non è possibile riprodurre realisticamente il flusso di sangue di un uomo disidratato e morente, e nemmeno la superficie su cui scorre il sangue, che è una pelle sporca, sudata e piena di ecchimosi. Come era da aspettarsi, nell’esperimento di Borrini e Garlaschelli il sangue ha seguito percorsi diversi da quelli osservati sull’uomo della Sindone. Sarebbe stato sorprendente il contrario.


Le conclusioni dell’articolo di Borrini e Garlaschelli non tengono conto dei limiti grossolani dell’esperimento, il quale, date le condizioni molto lontane dal modello che si intende simulare, non consentono di giungere a nessun esito certo».

fonte www.iltimone.org/news-timone/le-macchie-sulla-sindone-sangue-un-to...


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6/22/2022 5:09 PM
 
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Sindone,  "Ha avvolto un uomo torturato"




 È un mistero che perdura da secoli quello della Sindone, il lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce che contiene la doppia immagine accostata per il capo del cadavere di un uomo. Secondo la tradizione cristiana, la Sindone altro non sarebbe che il telo, citato nei Vangeli, che servì per avvolgere il cadavere di Gesù Cristo nel sepolcro. Numerosi sono i riscontri scientifici a suffragio di questa interpretazione che tuttavia non può ancora dirsi definitivamente provata. Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate ostensioni (dal latino ostendere, ‘mostrare’). Le ultime si sono avute nel 1978, 1998, 2000, 2010, 2013 (questa soltanto televisiva) e, più di recente, dal 19 aprile al 24 giugno 2015. Dopo la recente scoperta di una sostanza spia della degradazione di sangue e fibre muscolari nel lino della Sindone, l’identificazione di un’altro composto, anche questo legata alla degradazione del sangue, avvalora l’ipotesi che nella tela conservata a Torino dal 1578 sia stato avvolto un uomo torturato. Il risultato, pubblicato sulla rivista ‘Applied Spectroscopy’, è nato dalla collaborazione tra Giulio Fanti, del dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova, e Jean-Pierre Laude, dell’azienda francese Horiba Jobin-Yvon, specializzata in tecniche di analisi.


L'intervista - di LORENZO GUADAGNUCCI

L'uomo che fu avvolto nel lenzuolo di lino noto come Sacra Sindone fu sottoposto a tortura: è la conclusione raggiunta da due nuovi studi scientifici, che aggiungono dunque elementi all’ipotesi che quell’uomo fosse davvero Gesù Cristo, come la tradizione cattolica tramanda. Il professor Giulio Fanti, docente di Misure meccaniche e termiche al Dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Padova, e autore dello studio che fa risalire la Sindone al I secolo dopo Cristo, ha promosso e reso pubbliche le nuove analisi.

Professore, qual è la novità?

«Le novità sono due, frutto di due analisi diverse condotte su campioni prelevati nel 1978 da Raymond Rogers, che mise dei nastri adesivi a contatto con la Sacra Sindone e poi sigillò tutto su dei vetrini. Io recentemente ne ho avuti a disposizione due: uno corrisponde a una ferita del polso, l’altro riguarda l’immagine dei piedi insanguinati. Quest’ultimo è quello che ha dato i frutti più interessanti, con fibre contenenti materiali che ho fatto studiare al Cnr di Trieste e in Francia. I risultati sono convergenti: l’uomo avvolto nel telo fu sottoposto a violentissime torture».


Come è stato possibile accertarlo?

«Al Cnr di Trieste, grazie a un TEM, un nanoscopio che riesce a individuare dettagli del milionesimo di millimetro, sono state rilevate notevoli quantità di creatinina con ferritina, secrezioni tipiche di chi è sottoposto a violenze estreme che mettono in difficoltà i reni. Violenze cioè che non sono semplici percosse. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati dalla rivista Plos One ».

E in Francia che cosa hanno accertato?

«Lì il dottor Jean-Pierre Laude ha analizzato spettri rilevati all’Università di Padova. Una fibra, presa anche questa nella zona del piede, è ricoperta di un materiale che è risultato essere biliverdina, la sostanza che determina le macchie verdastre che si formano attorno a zone del corpo colpite con molta violenza. Anche questa analisi, pubblicata sulla rivista Applied Spectroscopy , conferma che l’uomo avvolto nel telo fu altamente torturato».

Queste ricerche dicono qualcosa in merito alla datazione?

«No, queste analisi avevano altre finalità. Sulla datazione sappiamo che l’analisi al carbonio 14 del 1988, secondo la quale il lenzuolo sarebbe di epoca medievale, non è attendibile; lo dimostra un importante lavoro statistico recentemente pubblicato dal professor Marco Riani. Qui all’Università di Padova le nostre ricerche sulle datazioni alternative, con analisi di tipo meccanico e di tipo chimico, hanno confermato che la Sindone è databile all’epoca in cui Gesù Cristo visse in Palestina. E abbiamo anche ulteriori prove».


Ad esempio?

«In un importante convegno sulla Sindone negli Stati Uniti ho presentato una datazione numismatica basata su monete bizantine coniate a partire dal 692 dopo Cristo. La coincidenza fra il volto di Cristo raffigurato sulle monete e il volto della Sindone è strabiliante: un’analisi statistica dei dettagli di una moneta dice che ci sono 7 probabilità su un miliardo di miliardi che il volto coniato sia stato ottenuto senza aver visto la Sindone. Quel volto sindonico all’epoca era conosciuto ed era considerato un modello iconografico».

Tutto questo basta per dire che il telo avvolse il corpo di Gesù Cristo?

«No, non basta. Quello che possiamo dire, da un punto di vista scientifico, è che il telo ha avvolto un uomo che fu duramente flagellato, inchiodato a una croce, coronato di spine e in condizione di rigidità cadaverica. I nuovi elementi si sommano a molti altri e indicano una notevole coerenza fra gli indizi raccolti e quello che dice la religione cattolica».

Dove può arrivare la scienza per dimostrare l’autenticità della Sindone?

«C’è ancora chi nega la datazione e c’è anche chi sostiene che la figura umana è stata dipinta, ma io sfido chiunque a confrontarsi sui dati scientificamente accertati. La scienza si ferma di fronte al fatto che l’immagine corporea non è spiegabile né riproducibile. Non sappiamo come si sia potuta formare. Un’ipotesi scientifica è quella che fa riferimento a un’esplosione di energia estremamente breve ed intensa proveniente dall’interno del cadavere, che potremmo anche pensare fosse correlata alla Risurrezione».
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6/22/2022 5:17 PM
 
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Scritta rinvenuta sulla Sindone

È una bomba mediatica che esplode periodicamente da molti secoli, un mistero tra guerre, incendi e furti che coinvolge molti milioni di persone e centinaia di studiosi di questo pianeta, con conclusioni opposte: La Sindone, la Sacra Sindone, la Santa Sindone. O meglio, quell’immagine tridimensionale è realmente quella di Gesù Cristo? E quel lenzuolo di lino è realmente il sudario in cui è stato avvolto il Cristo appena deposto dalla croce per essere seppellito? Se è un falso medievale, come faceva l’ipotetico autore a dipingere come un negativo fotografico? Le domande sono migliaia e le risposte almeno il doppio, perché il sospetto è che si tratti di una colossale e storica fake news. Ma l’argomento coinvolge la fede che, come tale, non è fatta di razionalità e logica

La novità a favore dell’autenticità.
La novità, esplosiva anche questa, è una brevissima frase in aramaico sul sacro lenzuolo scoperta dallo scienziato francese Thierry Castex e rivelata dalla storica italiana Barbara Frale in un saggio al quale seguirà a novembre un libro altrettanto esplosivo. La studiosa, viterbese di 49 anni, è una medievista dell’Archivio Segreto del Vaticano, autrice di numerosi e interessanti libri. La sua ultima opera è I 
“Templari e la Sindone di Cristo” dove dimostra il ruolo dei famosi cavalieri crociati nel recupero di numerose reliquie del Gesù Nazzareno e, pare, dei tesori di re Salomone.

Ora ha acceso una miccia potente la nostra studiosa, e i primi effetti sono ovviamente molto forti con riconoscimenti, attese ma anche contestazioni e polemiche. La breve scritta in aramaico (la lingua dei primi cristiani), invisibile a occhio nudo e scoperta da speciali ingrandimenti fotografici, dice più o meno: 1) (I)esou(s) – Gesu. 2) Nnazarennos – Nazareno. 3) (o)pse kia(tho) – rimosso-tirato giu all’inizio della sera. 4) in nece(m) – alla morte. 5) pez(o) – io eseguo. E siccome l’aramaico è stato parlato dagli ebrei fino al 70 d.C. significherebbe che la sindone è precedente a quelle data, avvalorando la tesi cristiana dell’autenticità della reliquia. Con buona pace dell’esame scientifico al Carbonio 14 che datò il lenzuolo al XIV secolo, e dei successivi esami sul sangue che, si disse, non era tale ma colore ocra. Però anche queste prove scientifiche sono state contestate e oggi le fila di chi le sostiene sono sempre più esili.

Il mistero sulla provenienza.
Ma il mistero sulla Sacra Sindone rimane ancora tale dal 1353, quando Goffredo di Charny, nobile cavaliere francese, comunicò all’antipapa Clemente VII (era francese in opposizione al papa di Roma) di aver riportato da Bisanzio il sudario di Cristo, e fece costruire una chiesa a Lirey dove la collocò diventando dal 1355 meta di pellegrinaggi. Ma dopo un anno il vescovo s’arrabbiò e fu il primo a sostenere che si trattava di un falso, un dipinto. Alla morte di Goffredo, sua figlia – scomunicata – vendette l’antico sudario ai regnanti della Savoia che – con il consenso del papa fecero costruire una cappella per il culto della reliquia. Nel 1532 un incendio, sembra doloso, divampò nella chiesa e la Sindone venne salvata in extremis. Le suore di clausura fecero rattoppi vari sull’antico lenzuolo. Pare che la piccola porzione tagliata per l’esame al carbonio 14 fosse proprio di un rattoppo di quel periodo. Poi Torino divenne la capitale della Savoia e la sacra sindone fu collocata nel duomo della città. Nel 1997 un pauroso incendio, ancora non del tutto chiarito nelle origini,distrusse la parte di chiesa dov’era conservato il lenzuolo di Cristo, anche in questo caso salvato con difficoltà.

La posizione della Chiesa.
La Chiesa non ha mai dichiarato ufficialmente che la Sindone di Torino è realmente il sudario del Cristo, ma già nel 1506 papa Giulio II ne autorizzò la venerazione, e papa Giovanni Paolo II nel 1998 esortò gli scienziati a studiare la Sindone “senza preconcetti e agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica che della sensibilità dei credenti.

La scienza è divisa.
Ma il mondo scientifico è stato sempre diviso, così sono fiorite anche attestazioni fantasiose come quella della docente della School of Visual Arts di New York, Lilian Schwartz, che dichiarò trattarsi del volto di Leonardo da Vinci e che il lenzuolo di lino era un esperimento pre-fotografico del maestro. Ma Leonardo è nato 100 anni dopo la datazione della Sindone. Oppure la tesi del pittore Luciano Buso, che nel 2011 affermò d’aver scoperto sul sacro lenzuolo la firma di Giotto con la data 1315, plausibile con la datazione dell’esame al carbonio. Ma anche la tesi di Buso venne smentita.

L’ultima ostensione.
Nel 2015 l’ultima ostensione, nel ricostruito duomo torinese, ha avuto circa due milioni di visitatori. La sacralità non è materia storica, come detto, e il credo non ha bisogno di testimonianze, per cui il rispetto resta assoluto. 
E così, dopo oltre cinque secoli il quesito rimane lo stesso: si tratta di una colossale e antesignana fake news, o di una miracolosa testimonianza lasciataci da Gesù Cristo?


[Edited by Credente 6/22/2022 5:18 PM]
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