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SINDONE : una sfida per la scienza

Last Update: 5/15/2024 8:54 AM
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10/29/2021 11:53 AM
 
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Nel 1988 fu prelevato un campione di pochi centimetri da un angolo e radiodatato al carbonio 14 da tre famosi laboratori: Oxford, Zurigo e Tucson in Arizona. Risultò un’età del 1325 d.C. con incertezza di ±65 anni, ma questo risultato fu ampiamente criticato sia per problemi procedurali che misuristici e statistici (M. Riani, et al.: “Regression analysis with partially labelled regressors: carbon dating of the Shroud of Turin” Journal of Statistical Computing. Stat Comput, 2012,). Eventuali approfondimenti sul tema saranno oggetto di una apposita nota.


Cinque metodi diversi, tra loro indipendenti sono invece concordi con l’assegnare il primo secolo d.C. come probabile epoca in cui fu costruito il manufatto. Un Progetto di Ateneo dell’Università di Padova (CPDA-099-244) ha permesso di sviluppare metodi alternativi di datazione chimici e meccanici. I metodi chimici, basati sulla spettroscopia FT-IR / ATR e Raman hanno datato la ST rispettivamente a 300 a.C. ± 400 anni e 200 a.C. ± 500 con un livello di confidenza del 95% ([8]Fanti G., P. Baraldi, R. Basso, A. Tinti, Non-destructive dating of ancient flax textiles by means of vibrational spectroscopy, Vibrational Spectroscopy, 2013). L’elevata incertezza associata al risultato è principalmente dovuta al fatto che gli spettri Raman sono influenzati dalla fluorescenza mentre gli spettri FT-IR / ATR sono influenzati da fattori termici; il lino della ST subì infatti una temperatura di circa 200 ° C durante l'incendio del 1532 (Fanti G, P. Malfi, F. Crosilla, Mechanical ond opto-chemical dating of the Turin Shroud, MATEC Web of Conferences, Volume 36, 2015, WOPSAS, 2015). 


Il metodo meccanico basato sull'analisi di alcuni parametri come il carico di rottura, il modulo di Young e il fattore di perdita è apparso più promettente anche se più complesso. Dopo un'adeguata taratura del metodo, basata sui risultati di due dozzine di campioni di età nota, è emersa un’età della ST del 400 d.C. ± 400 con un livello di confidenza del 95% (G. Fanti, P. Malfi, “Sindone – primo secolo dopo Cristi!”, ed. Segno, 2014). 


A questi tre metodi, Raman, FT-IR e meccanico sono da aggiungersi il summenzionato metodo numismatico che vede la Sindone antecedente al VII secolo  d.C. e un altro metodo chimico sviluppato dallo studioso Raymon Rogers, basato su stime delle costanti cinetiche per la perdita di vanillina dalla lignina, che vede la Sindone antica da 1300 a 3000 anni (R. Rogers, “Studies on the radiocarbon sample from the shroud of turin”, Thermochimica Acta 425 (2005) 189–194)


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10/29/2021 11:59 AM
 
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La Sindone avvolse un cadavere per poco tempo

Ci sono molte particolarità ancora non ben chiarite relative all’immagine sindonica, una fra queste è la seguente. La Sindone sicuramente fu usata come lenzuolo funerario per avvolgere un uomo (Faccini et al. "The death of the Shroud Man: an improved review”, Int. Conf. on the Shroud, Columbus Ohio 2008), ma quest’uomo vi rimase avvolto per non più di una quarantina di ore.

Normalmente i cadaveri imputridivano col lenzuolo che li avvolgeva fino a farlo marcire, ma in questo caso l’immagine del corpo umano non mostra il minimo segno di putrefazione, fenomeno che non inizia dopo una quarantina di ore dalla morte. Inoltre la rigidità cadaverica dell’Uomo, confermata anche dai nuovi studi di ricostruzione tridimensionale del corpo umano ivi avvolto (M. Bevilacqua et alò. “Rigor Mortis and News obtained by the Body’s Scientific Reconstruction of the Turin Shroud Man”, Peertechz, 2018) è un fenomeno di durata relativamente breve che scompare dopo poche decine di ore.

Sorge quindi qualche quesito non facile da rispondere da un punto puramente scientifico, escludendo quindi di considerare gli effetti di quel fenomeno riportato nei Vangeli come Risurrezione: perché il cadavere avvolto nella Sindone vi rimase avvolto per pochissimi giorni? Dove finì allora quel cadavere, perché di cadavere si deve parlare sulla base di altri dati scientifici riscontrabili sulla Reliquia? Chi e perché prese questa decisione?

In aggiunta a questi problemi si deve ricordare che il sangue colato dalle ferite dell’Uomo si ridisciolse per fibrinolisi nell’ambiente umido del sepolcro e che quindi ogni manomissione del cadavere avrebbe prodotto sbavature sulle impronte delle ferite che invece sono perfettamente decalcate anche in corrispondenza della zona schiena-glutei dove sicuramente si sarebbe prodotto qualche strisciamento durante la movimentazione del cadavere.
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4/25/2022 10:34 AM
 
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Una nuova tecnica di datazione conferma che la Sacra Sindone ha 2000 anni



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Una nuova tecnica di datazione a raggi X conferma che la Sacra Sindone è coerente con la tradizione cristiana e risale all’epoca della morte e resurrezione di Cristo. È la conclusione dello studio di un campione della Sindone condotto da un esperto della reliquia, Liberato De Caro, dell’Istituto di Cristallografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bari, e i cui risultati sono stati pubblicati l’11 aprile.


Accompagnato da un’équipe di ricercatori e in collaborazione con il professor Giulio Fanti dell’Università di Padova, De Caro ha usato un metodo di “dispersione di raggi X a grandi angoli” per esaminare l’invecchiamento naturale della cellulosa in un campione della Sindone di Torino. A suo avviso, la Sacra Sindone ha ben più dei sette secoli stimati dagli scienziati che hanno realizzato la datazione con il carbonio 14 nel 1988. Si ritiene che in realtà abbia 2000 anni.




Misurare l’invecchiamento naturale del lino



In un’intervista al National Catholic Register rilasciata due giorni dopo la pubblicazione dello studio, Liberato De Caro ha spiegato il suo approccio scientifico, che mira a svelare il mistero del Santo Sudario.



Lo scienziato, che ritiene la Sindone di Torino “la reliquia più importante del cristianesimo”, ha riferito che studia il telo da 30 anni utilizzando “tecniche di ricerca nella scala degli atomi, soprattutto attraverso i raggi X”, e riferisce che la sua équipe ha sviluppato tre anni fa il nuovo metodo per misurare l’invecchiamento naturale della cellulosa del lino usando i raggi X. A suo avviso, le nuove ricerche dipenderanno dalla possibilità di accesso a nuovi campioni della reliquia, il che è possibile perché nel 2002 l’arcidiocesi di Torino ha estratto e immagazzinato alcuni fili della Sindone per studi scientifici futuri.


“Questo nuovo metodo di datazione, basato su una tecnica chiamata Dispersione dei Raggi X a Grandi Angoli (WAXS), è stato prima testato su campioni di lino già datati con altre tecniche e che non avevano nulla a che vedere con la Sindone, e poi applicato a un campione della Sindone di Torino”, ha spiegato De Caro.



I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista internazionaleHeritage dopo un mese di preparazione e revisione da parte degli esperti, e sono riportati anche nel sito web del Consiglio Nazionale delle Ricerche.


La Sindone sfida la scienza

Per lo scienziato italiano, la Sindone di Torino “sfida la scienza”. “Ogni nuova ricerca potrebbe chiarire una parte del complesso puzzle che rappresenta”.


“Ad esempio, l’immagine della Sindone non ha ancora trovato una spiegazione definitiva tra quanti l’hanno studiata, ovvero una spiegazione condivisa da tutta la comunità scientifica”, ha aggiunto.


Di fatto, ancora oggi nessuno scienziato è in grado di spiegare quale tecnica spettacolare e senza precedenti potrebbe essere stata usata all’epoca per riprodurre quell’immagine su un telo di lino, perché è come se per radiazioni fosse stata impressa sul sudario una lastra fotografica.




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5/4/2022 9:21 PM
 
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La Sindone autentica? Come un esperto risponde alle obiezioni



Intervista ad Alessandro Piana sulla Sindone, una panoramica generale sul dibattito circa gli elementi proposti di autenticità e di non autenticità. Uno sguardo in particolare sul Memoriale di Pierre d’Arcis, uno degli argomenti storici più usati dai critici della Sindone.


 
 
 

Ci sono novità riguardo alla Sindone di Torino.

Ad inizio aprile alcuni ricercatori dell’Istituto di Cristallografia hanno pubblicato sul Journal of Cultural Heritage uno studio su un campione della Sindone.

Applicando un nuovo metodo per la datazione di antichi fili di lino ed ispezionandone il degrado strutturale hanno concluso che si tratte di una reliquia molto più antica di quanto si pensi, compatibile con l’idea tradizionale che risalga al I secolo. Ne parleremo in futuro più dettagliatamente.

Nella nostra selezione dei migliori libri pubblicati tra gennaio e marzo 2022 abbiamo incluso anche Perché la sindone non è un falso? (Mauro Pagliai 2022), un’analisi storica (e non solo) della celebre reliquia.

 

Nella nostra intervista del venerdì abbiamo dialogato proprio l’autore del libro, Alessandro Piana, esperto studioso della Sindone e già membro del Comitato Scientifico Internazionale dell’International Workshop on the Scientific Approach to the Acheiropoietos Images, tenutosi presso il centro ricerche ENEA di Frascati.

 

 

La Sindone e l’attendibilità dei sindonologi.

 

 

DOMANDA – Prof. Piana, il più noto critico della Sindone, Andrea Nicolotti, polemizza spesso con il lavoro dei sindonologi sostenendo che la maggioranza degli studiosi sosterrebbe la non autenticità della Sindone. Qual è al momento il panorama di ricerca sulla Sindone?

RISPOSTA – Il prof. Nicolotti è da sempre molto critico con i sindonologi, screditandoli in quanto studiosi e ponendo la comunità scientifica contro di loro. Ma la questione dell’autenticità è ancora lungi dal ritenersi conclusa.

Contrariamente a quanto qualche irriducibile si ostini a voler far credere, non si tratta di un confronto tra conservatori e progressisti, tra credenti e atei, tra faziosi studiosi della Sindone e serissimi studiosi neutrali. Come se non si possa studiare la Sindone in maniera seria e neutrale!

A conferma di ciò non bisogna trascurare il fatto che tra chi si interessa alla Sindone – o chi se ne è interessato in passato – troviamo persone appartenenti alle confessioni religiose più diverse da quella Cristiana.

Errore madornale è pensare che alla Sindone si interessino unicamente i Cristiani e che, in maniera del tutto aprioristica, antepongano le loro convinzioni alla logica più razionale.

Sulla possibile identità tra la Sindone di Torino e la sindòn utilizzata per avvolgere il corpo del Cristo al momento della deposizione nel sepolcro (Mt 27,59; Mc 15,46; Lc 23,53) non è mai stata presa una posizione ufficiale da parte della Chiesa: la Fede non si fonda certo sulla Sindone!

Seppur sempre più precisa e affidabile, la Scienza si trova nella condizione in cui non è in grado di dimostrare l’autenticità della Sindone quale lenzuolo funerario di Gesù, ma esclusivamente, attraverso il concetto di esclusione, la sua non autenticità.

Poiché non esiste una metodica sperimentale in grado di dimostrare l’identità dei due soggetti – l’Uomo della Sindone e Gesù – una tecnica in grado di provare la sua origine artificiale, sarebbe sufficiente per dimostrare la non autenticità. Cosa che ad oggi non si è ancora verificata, se non nel caso della datazione radiocarbonica, sulla cui affidabilità sono già stati espressi molti dubbi.

La questione dell’autenticità è un problema ancora aperto.

 

 

La Sindone e l’obiezione del Memoriale di Pierre d’Arcis.

 

 

DOMANDA – Lei saprà che l’argomento storico più utilizzato contro l’autenticità della Sindone risale al commento del XIX secolo da parte del canonico Ulysse Chevalier sui documenti medievali riferiti al momento in cui la reliquia emerse nella documentazione storica. In particolare, Chevalier parlò della posizione espressa del vescovo della città di Troyes, la diocesi in cui la reliquia apparve nel XIV secolo, che denunciarono la reliquia come falso, proibendone la venerazione.

RISPOSTA – Si tratta del “Memoriale di Pierre d’Arcis” e gli scritti contemporanei – che definiscono la cosiddetta “Controversia di Lirey” – rappresentano uno degli elementi più volte utilizzati per screditare la Sindone, adducendo alla sua possibile origine artificiale.

Corre l’anno 1389 quando Goffredo II de Charny, figlio del defunto Goffredo, chiede al cardinale de Thury, Legato papale alla corte del re di Francia Carlo VI, il permesso di affidare nuovamente alla chiesa di Lirey la Reliquia già deposta dal padre, mostrarla al pubblico e venerarla pubblicamente. Il permesso è accordato abbastanza rapidamente, ma solo per la prima parte della richiesta.

Questa concessione irrita profondamente il vescovo di Troyes, Pierre d’Arcis, punto nell’orgoglio da questo scavalcamento della sua competenza. Il Decano e i canonici della Collegiata, senza considerare le disposizioni episcopali, si spingono oltre quanto concesso loro dal Legato e continuano a esporre e venerare il Lenzuolo. In seguito ad una petizione degli Charny, Clemente VII, con una lettera a Goffredo II datata 28 luglio 1389, autorizza l’ostensione della Sindone proibendo al vescovo di Troyes di interferire nella modalità delle stesse.

È interessante rilevare che nella lettera papale si invita a utilizzare l’espressione figura seu representacio (figura o rappresentazione) per indicare l’immagine presente sul Telo. Se Clemente VII nel luglio 1389 usa questa espressione, è perché, molto probabilmente, gli Charny avevano usato la stessa espressione nella loro missiva iniziale.

Così Pierre d’Arcis inizia a redigere un Memorandum in cui esprime tutto il suo sdegno per quanto sta avvenendo a Lirey: «Da qualche tempo il decano di una certa chiesa collegiata, vale a dire quella di Lirey, falsamente e con l’inganno si era procurato per la sua chiesa un certo lenzuolo abilmente dipinto sul quale era riprodotta la doppia immagine di un uomo, cioè la parte frontale e dorsale».

Il vescovo prosegue nel suo feroce atto di accusa chiamando in causa il predecessore, Henri de Poitiers, vescovo di Troyes tra il 1353 e il 1370, raccontando di come questi si era premurato di sconfessare quella che riteneva essere una vera e propria truffa ai danni dei fedeli. Occorre precisare una cosa: di questa presunta inchiesta condotta da Henri de Poitiers non esiste alcuna traccia! Appare quanto meno strano che un vescovo che invia i suoi rallegramenti a Goffredo, complimentandosi per la realizzazione della collegiata di Lirey, possa essere stato in conflitto con lo stesso.

 

DOMANDA – Clemente VII diede ragione al vescovo Pierre d’Arcis o a Goffredo II de Charny?

RISPOSTA – Si aprì una vera e propria diatriba in cui nessuna delle due parti fu intenzionata a cedere.

Pierre d’Arcis si rivolse direttamente al re di Francia, chiedendo la revoca del permesso concesso da Clemente VII di esporre la Sindone. Carlo VI, il 4 agosto 1389, ordinò a Giovanni Vendereste, balivo di Troyes, di sequestrare la Sindone e riporla sotto custodia in un’altra chiesa. Il decano della collegiata si oppose adducendo la scusa di non essere in possesso della chiave necessaria per aprire il reliquiario in cui è conservata. Il 5 settembre del 1389 il lenzuolo venne dichiarato proprietà del re.

Goffredo II fu costretto a ricorrere nuovamente a Clemente VII il quale, stanco ormai di questo logorante “tira e molla”, emise, il 6 gennaio 1390, una Bolla nella quale concesse di esporre nuovamente la Sacra Sindone senza però lo sfarzo che ne aveva caratterizzato le precedenti ostensioni; fu inoltre imposto ai canonici di riferirsi al Lenzuolo come a una pictura seu tabula, e non all’originale. Nella Bolla non manca nemmeno un riferimento a Pierre d’Arcis che ottiene ciò che si merita: gli è imposto il silenzio perpetuo sull’argomento!

La Bolla accontentò entrambe le parti: da un lato fu accordato il permesso ai canonici di mostrare la Sindone, dall’altro queste ostensioni sarebbero dovute avvenire senza lo sfarzo caratteristico delle venerazioni di altre reliquie e con il preciso obbligo da parte dei canonici di affermare che non si trattava della vera Sindone ma di una sua rappresentazione. Contemporaneamente a questa Bolla vennero inviate due lettere: una a Pierre d’Arcis e l’altra agli ufficiali ecclesiastici delle diocesi, limitrofe a Troyes, di Autun, Langres e Châlons-sur-Marne.

Nella lettera inviata al vescovo, è invitato a verificare che le ostensioni avvengano secondo le norme stabilite senza impedimento, pena la scomunica. Gli ufficiali ecclesiastici sono invitati a far rispettare a entrambe le parti, i de Charny e Pierre d’Arcis, quanto stabilito dal papa di Avignone. La bolla di Clemente VII del 6 gennaio 1390, insieme alle due lettere, potrebbe essere interpretata come la risposta al Memoriale redatto dal vescovo d’Arcis ma, oltre ad essere diversa per toni e impostazione, non fa il minimo cenno al documento, contrariamente alla prassi che voleva che ci si rifacesse agli scritti del richiedente.

I negatori dell’autenticità della Sindone a questo punto ritengono chiusa la questione senza tenere conto di due documenti molto importanti.

La modifica di alcune espressioni del documento datato 6 gennaio, e la successiva pubblicazione di una nuova Bolla con concessione di nuove indulgenze. L’originale della Bolla del gennaio 1390 riporta alcune correzioni a margine, apposte il 30 maggio successivo. In particolare, l’espressione pictura seu tabula è stata cancellata e, affianco alla cancellazione, troviamo – unitamente all’espressione figura seu representacio – l’indicazione: Cor. de manto. Jo de Neapoli (Correctum de mandato. Joannes de Neapoli). La cui traduzione suona come Corretto per ordine (dell’autorità superiore N.d.A.), seguito dalla firma del responsabile della rettifica: Giovanni Moccia da Napoli, secretarius del papa.

Le correzioni trovano conferma con la Bolla che lo stesso Clemente VII emette il 1° giugno in cui concede nuove indulgenze per chi visita la collegiata di Lirey, dove è custodito «con venerazione, il Sudario con l’impronta o immagine di Nostro Signore Gesù Cristo». A questo punto della vicenda, è anche possibile ipotizzare che Clemente VII – imparentato con il secondo marito di Jeanne de Vergy – abbia ricevuto informazioni utili a fargli rivedere in parte il punto di vista sulla questione.

Giunti a questo punto è utile ricordare che la polemica innescata da Pierre d’Arcis non riguarda l’autenticità del Telo esposto a Lirey, bensì l’aspetto liturgico e dottrinale; ma è stata (e, talvolta, lo è ancora oggi!) strumentalizzata in questo senso.

 

DOMANDA – Il punto, però, è che il vescovo Pierre d’Arcis definì la Sindone “un dipinto”, anche se spinto probabilmente per motivi di gelosia politica, come ha ricordato lei.

RISPOSTA – Le accuse del vescovo di Troyes cadono di fronte alle inequivocabili evidenze scientifiche ricavate sul finire del XX secolo in occasione dell’esame diretto della Sindone, sconfessando, in questo modo, l’idea dell’origine artificiale del Lenzuolo torinese.

Non un dipinto, ma un’immagine achiropita, cioè non fatta da mano umana. Ciononostante assistiamo periodicamente ad una serie di tentativi volti a ricreare artificialmente un oggetto che si avvicini tanto dal punto di vista macroscopico quanto, soprattutto, da quello microscopico, la complessità dell’originale. Tentativi infruttuosi – e talvolta persino maldestri – di riprodurre l’unicum Sindone!

Le ricerche dirette sulla Sindone, hanno escluso l’origine pittorica dell’impronta facendo crollare, in questo modo, la colonna portante della tesi di Pierre d’Arcis!

Il chimico Walter Mc Crone sostiene di aver rilevato l’esistenza di una serie di particelle, componenti di pigmenti, a suo avviso sufficienti per affermare che la Sindone sia stata dipinta da qualche anonimo artista medievale.

Lo studio radiografico effettuato nel 1978, integrato con la registrazione degli spettri di fluorescenza e raggi X, ha consentito di evidenziare la presenza sul telo di ferro, calcio e stronzio. In particolare, le concentrazioni di ferro sono risultate essere costanti sia nelle zone con immagine sia in quelle che ne sono prive e pertanto la loro presenza sembra dover essere collegata con la lavorazione del lino e, in particolare, con la sua macerazione in acqua, piuttosto che essere la diretta conseguenza della apposizione di pigmenti.

I risultati delle analisi autorizzate nel 1978, smentiscono inequivocabilmente questa convinzione: «Nessun pigmento, vernice colorata, tintura o macchia è stata trovata sulle fibrille. La fluorescenza ai raggi X e la microchimica sulle fibrille escludono la possibilità che sia stata usata la pittura come metodo per creare l’immagine. L’esame all’ultravioletto e all’infrarosso conferma questi studi»1.

 

DOMANDA – Il Memoriale di Pierre d’Arcis venne ripreso e rilanciato dal canonico Ulysse Chevalier, un altro nome sempre presente nelle trattazioni critiche verso l’autenticità della Sindone.

RISPOSTA – Si, il primo studioso a sostenere la non autenticità della Sindone fu all’inizio del XX secolo Ulysse Chevalier, canonico e professore di Storia Ecclesiastica all’università Cattolica di Lione: analizzando il Memoriale si convince dell’origine artificiale della Sindone.

Se gli scettici si basano sulla presunta infallibilità dello Chevalier, si può ricordare come Nicolas Camusat, canonico della cattedrale di Troyes e compilatore del Prontuarium Tricassinae Dioecesis parli della collegiata di Lirey, di Henri de Poitiers, di Pierre d’Arcis ma non citi mai il Memoriale.

Forse l’omissione è dovuta al fatto che, come diceva lo stesso Chevalier, esso appariva come una minuta e che questo non sia mai stato redatto in forma ufficiale da inviare ad Avignone. Del resto sul rovescio del foglio del Memoriale è stato trovato il nome del destinatario del documento: Magistro Guillelmo Fulconis (Guillaume Foulques), la persona che doveva redigere in linguaggio burocratico l’esposto del vescovo.

Lo scritto, così com’è, non è probabilmente mai giunto alla cancelleria papale e di conseguenza non è richiamato nella lettera di Clemente VII indirizzata al vescovo di Troyes. Se Clemente VII non si riferisce al Memoriale, significa che questo non è mai arrivato nelle sue mani e dunque non è mai stato spedito.

È possibile considerare il Memoriale come una sorta di pro-memoria personale che certe fonti hanno fatto passare per documento ufficiale. Questo documento, quindi, è da considerarsi storico perché esiste, ma non ufficiale perché non accusato come ricevuto.

Una revisione critica dei lavori dello Chevalier è stata portata avanti, a partire dagli anni Sessanta, dal salesiano Luigi Fossati2 che ha avuto modo di contestare il metodo utilizzato dallo Chevalier e il fatto che quest’ultimo abbia trascurato alcuni dei documenti in cui si parla della Sindone. Concetti poi ripresi anche nel testo del 20003.

 

 

Il tessuto della Sindone, quali prove dall’archeologia?

 

 

DOMANDA – Il dibattito sulla Sindone è aperto anche sul tipo di stoffa utilizzata. Quali sono al momento le evidenze sul tessuto funerario?

RISPOSTA – Pur non avendo un’indicazione precisa riguardo all’epoca e all’area geografica in cui la Sindone è stata realizzata, grazie alle analisi macroscopiche e microscopiche compiute sulla stoffa, siamo in grado di ipotizzare un’origine antica e orientale del tessuto sindonico.

L’irregolarità dell’intreccio del tessuto propende per una realizzazione su di un telaio manuale a pedale, di fattura rudimentale. Pur riscontrandosi la presenza di salti di battuta ed errori lungo tutto il lenzuolo, questo è da considerarsi fatto con una stoffa raffinata. I profili longitudinali, così come l’orlatura dei lati corti, sono stati realizzati in maniera competente e ciò suggerisce che la realizzazione del lenzuolo funebre sia avvenuta in un’unica fase di lavoro.

Inoltre, si suppone che il telo che conosciamo sia stato ricavato da un tessuto venduto a metraggio, il che fa presumere che si trattasse di materiale pregiato destinato ad acquirenti benestanti.

La Sindone è formata da un telo al quale è stata applicata su un lato lungo, mediante una cosiddetta cucitura ribattuta, una striscia dello stesso tipo del lenzuolo larga 8 cm. La stessa cucitura, che unisce la striscia longitudinale di otto centimetri al resto del telo sindonico, presenta alcune peculiarità riscontrabili in manufatti tessili ritrovati nel contesto archeologico di Masada e risalenti al I secolo d.C.

Dunque, sia per quanto concerne la tecnica realizzativa del tessuto sia per le modalità con le quali sono state realizzate le cuciture, abbiamo motivo di supporre che la Sindone possa corrispondere a una manifattura risalente al I secolo d.C.

Il lino usato per la realizzazione della Sindone è stato filato a mano: questa deduzione è resa possibile dal fatto che le fibre presentano un diametro variabile. Ogni filo, composto di un numero variabile da 70 a 120 fibrille, presenta la caratteristica torcitura detta “Z”, cioè in senso orario. Ritrovamenti archeologici di lini aventi la medesima torcitura “Z” in area mediorientale – Siria e Iraq in particolare – farebbero supporre che la manifattura sia stata realizzata in quest’area geografica e in seguito importata. Le stoffe rinvenute nell’area palestinese sono, infatti, caratterizzate dalla torcitura “S”, in senso antiorario.

La tessitura è quella così detta a “spina di pesce” – diagonale 3:1 – ottenuta facendo passare il filo trasversale della trama alternativamente sopra tre e sotto uno di quelli longitudinali dell’ordito, una lavorazione particolare già conosciuta ai tempi di Gesù, contrariamente a quanto sostenuto da chi ritiene la nascita di questa particolare tecnica manifatturiera risalente al periodo medievale.

Infine, una curiosità: nella Sindone sono presenti contaminanti di cotone, mentre non esistono contaminanti di lana. Quest’osservazione – solo all’apparenza banale – ci riporta ai precetti della religione ebraica e in particolare al libro del Deuteronomio, dove troviamo: «Non ti vestirai con un tessuto misto, fatto di lana e lino insieme» (Dt 22,11).

Ciò significa che i due tessuti di origine diversa – animale, la lana; vegetale, il lino – dovevano essere lavorati su telai diversi, onde evitare la contaminazione tra essi e la conseguente violazione dei precetti. Segno dell’attenzione nei confronti del defunto, evidentemente per l’importanza che rivestiva era degno di una sepoltura onorifica.

Un ulteriore contributo allo studio del tessuto è stato dato dalle ricerche effettuate negli anni settanta dello scorso secolo dallo svizzero Max Frei Sulzer che in due riprese, nel 1973 e nel 1978, effettuò alcuni prelievi di microtracce rinvenendo granuli di polline provenienti da una serie piante che crescono in Terra Santa, nell’Anatolia e nell’Europa continentale e peninsulare. Il ricercatore concluse che è altamente probabile la permanenza della Sindone in queste regioni del mondo, che coincidono con il supposto percorso storico ricostruito sulla base di una serie di testimonianze documentarie e iconografiche.

 

 

Sindone e datazione al radiocarbonio: contaminazione?

 

 

DOMANDA – Siamo giunti così alla datazione al radiocarbonio del 1988, ritenuto il colpo più grave alla Sindone in quanto ne colloca l’origine tra il 1260 e il 1390. Anche in questo caso viene detto che la questione è chiusa: si tratta di una reliquia medievale. E’ così?

RISPOSTA – E’ uno degli aspetti più dibattuti da oltre trent’anni.

Già Willard Libby, l’inventore del metodo della datazione mediante radiocarbonio (1947), propose di effettuare una serie di misure sul tessuto sindonico, ma il progetto sfumò a causa dell’eccessiva quantità di campione da utilizzare. L’affinamento della tecnica, con la conseguente diminuzione della quantità di campione necessaria per la misurazione, permise di presentare nuovi progetti nella seconda metà degli anni 80, proponendo l’esecuzione concertata di prelievi di misure di radiodatazione e di tutta una serie di accertamenti in parallelo fatti sui campioni prelevati atti ad evitare errori e a fornire una conoscenza corretta e dettagliata del telo sindonico.

Purtroppo, però, a causa della netta opposizione da parte dei laboratori incaricati dell’operazione di datazione il progetto ad ampio spettro non andò in porto.

Il 21 aprile del 1988 un campione di tessuto fu prelevato da un unico sito, posto nell’angolo in alto a sinistra del telo, e a ciascuno dei tre laboratori incaricati – Oxford, Zurigo e Tucson – venne consegnato un campione di Sindone del peso di circa 50 mg, unitamente a tre campioni di controllo di età nota.

Il risultato della campagna di analisi ebbe un effetto dirompente e scatenò una serie di discussioni e – soprattutto – di contestazioni intorno all’intero programma di datazione, alimentato da una lunga serie di leggerezze, imprudenze e, in taluni casi, anche da comportamenti poco professionali da parte dei responsabili dell’intera operazione.

Da subito si fece notare come un determinante elemento di cautela nell’accettazione dei risultati ottenuti riguardò le modalità di prelievo del campione, contestualmente alla mancanza di esami multidisciplinari atti ad accertare la quantità e la tipologia di sostanze estranee presenti sui campioni esaminati.

Due studiosi statunitensi, Alan Adler e Raymond Rogers, ebbero modo di analizzare un filo residuo del campione sindonico utilizzato per la radiodatazione e scoprirono che questo presentava caratteristiche fisiche differenti rispetto al complesso del telo sindonico ed anche il suo spettro all’infrarosso risultò diverso. Secondo Rogers esisterebbero sufficienti evidenze per supporre che il sito dal quale fu prelevato il campione sia stato sottoposto in passato ad un rammendo esteriormente invisibile e che pertanto la data misurata corretta da un punto di vista strettamente sperimentale non corrisponderebbe alla vera età della Sindone.

È chiaro, dunque, che il prelievo effettuato in un solo sito rischia di fornire dati che sono indubbiamente omogenei tra loro, ma non  rappresentativi dell’intero oggetto in studio.

Al congresso dell’ENEA, tenutosi a Frascati nel 2010, Marco Riani diede i “primi colpi” all’esame del C14 dal punto di vista dell’analisi statistica dei dati pubblicati dai tre laboratori, dimostrando l’esistenza di un’anomala variazione spaziale dell’età dei dodici pezzetti di lino datati, quattro per ciascuno dei tre laboratori. In altri termini, si evince che l’età del tessuto aumenta in maniera costante mano a mano che ci si sposta da un pezzetto all’altro adiacente, muovendosi dall’esterno verso l’interno della Sindone.

Tale dato anomalo suggerisce la presenza di una contaminazione talmente consistente al punto da aver potuto falsare i risultati. Appare evidente che la procedura di pulizia preliminare dei campioni non è stata in grado di rimuovere tutte le sostanze contaminanti depositate sul lino.

 

 

Le bugie (riconosciute) del laboratorio di Tucson.

 

 

DOMANDA – Ha accennato a comportamenti poco professionali tenuti dai responsabili della datazione del 1988…

RISPOSTA – L’analisi statistica ha permesso di dimostrare un dato sconcertante per quanto riguarda la correttezza delle procedure comunicate: uno dei due frammenti forniti al laboratorio di Tucson non venne datato, contrariamente a quanto ammesso e pubblicato. Esempio lampante delle falle presenti in tutto il percorso della campagna di studi.

Sul finire del 2010, il responsabile del laboratorio di Tucson si trovò costretto a pubblicare un articolo in cui mostrò per la prima volta la foto del campione del Telo ricevuto dal suo laboratorio e mai datato.

Di conseguenza la quantità di tessuto utilizzata dal laboratorio di Tucson non è sufficiente per ottenere un risultato significativo, motivo per cui la datazione da loro ottenuta avrebbe dovuto essere scartata e non concorrere, così, alla determinazione dell’età radiocarbonica della Sindone.

 

 

Gli errori statistici nell’articolo di Nature sulla Sindone.

 

 

DOMANDA – Anche il famoso articolo pubblicato dai tre laboratori su Nature è stato analizzato recentemente.

RISPOSTA – Come se non bastasse, nel 2017 una richiesta legale europea di accesso agli atti amministrativi nel Regno Unito ha obbligato il British Museum – all’epoca coordinatore dell’operazione di datazione – a fornire i dati grezzi, ovvero i dati non ancora elaborati e mediati, dopo che per quasi 30 anni ogni richiesta era stata sempre rifiutata.

L’analisi statistica di tali dati grezzi ha dimostrato che il livello di confidenza del 95% dichiarato nell’articolo pubblicato su Nature non è accettabile poiché i dati contengono gravi incongruenze tra i risultati ottenuti dai tre laboratori, probabilmente a causa dei contaminanti non rimossi, come già indicato più sopra e come testimoniato da ulteriori studi effettuati su tessuti antichi dove la contaminazione di tipo biologico, chimico e tessile è in grado di alterare in maniera significativa l’età radiocarbonica.

Sulla base dei risultati ottenuti, dunque, i tre laboratori avrebbero dovuto dichiarare la non attendibilità dell’operazione di datazione e richiederne la ripetizione utilizzando nuovi campioni, Cosa che, come ben sappiamo, non è avvenuta.

Come ben si può immaginare sulla base di quanto detto finora, i risultati della radiodatazione sono ancora oggi oggetto di un ampio dibattito tra gli studiosi circa l’attendibilità dell’uso del metodo del radiocarbonio per datare un oggetto con caratteristiche chimico-fisiche così particolari come la Sindone.

Diversi studiosi hanno proposto metodiche alternative di datazione del tessuto (es. lignina, misura della scomparsa graduale della Vanillina, nuove metodiche spettroscopiche, tanto per citarne alcune) chissà che in un prossimo futuro possano essere prese in considerazione per una nuova stagione di studi. Allo stato attuale il problema della datazione del tessuto sindonico risulta del tutto aperto.

 


[Edited by Credente 5/4/2022 9:25 PM]
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5/16/2022 10:40 AM
 
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 Evidenze scientifiche in un’analisi “scomoda” e “ sconvolgente”, dove un’energia ancora sconosciuta ufficialmente, ma conosciuta e teorizzata da molti studiosi di confine, è l’unica spiegazione plausibile e credibile.


 


 di Marco La Rosa con la collaborazione, l’ausilio della documentazione ed il commento scientifico del Prof. Giuseppe Maria Catalano  dell’Istituto Internazionale Studi Avanzati di Scienze della Rappresentazione dello Spazio   


 


                   


“ …l’energia è emanata dal corpo ma proviene da una sorgente all’infinito che irradia sempre nella stessa direzione ma secondo due versi opposti…imprime l’immagine sotto e sopra…lo schema proiettivo si mantiene immobile mentre il corpo si muove…Il fenomeno rilevato sulla Sindone è simile al risultato della fotografia stroboscopica, che consiste nella impressione di più immagini in rapidissima sequenza di un corpo in movimento sulla stessa pellicola” (dal commento al video del Prof. G.M. Catalano)


     


                                              Foto di Giuseppe Enrie (1931)

 

Quello che voglio raccontare, o meglio commentare riguarda l’analisi del Telo Sindonico e del correlato Sudario di Oviedo da parte dell’Istituto Internazionale Studi Avanzati di Scienze della Rappresentazione dello Spazio, con sede a Palermo. Geometria proiettiva, geometria descrittiva, rilevamento, fotogrammetria, sono le specializzazioni dell’Istituto che nasce nel 2000 come espressione della intensa attività didattica e scientifica del Prof. Giuseppe Maria Catalano, iniziata nel 1984 nel Dipartimento di Rappresentazione dell'Università di Palermo. Lo scienziato ha pubblicato numerosi importanti studi scientifici, volumi, articoli su riviste internazionali e in congressi, realizzando teorie, teoremi, metodi e strumenti. E' autore del teorema fondamentale che unifica i metodi di rappresentazione. A lui si devono scoperte come la dimostrazione geometrica dell'espansione della Terra, la teoria sulle reali dimensioni dello spazio, già annunciata sul sito scientifico mondiale ResearchGate e da poco inviata per la pubblicazione alla rivista Science.

fonte : marcolarosa.blogspot.com/2017/04/la-sindone-istantanea-dinamica-di...

“SINDONE: UN NUOVO SCONVOLGENTE FENOMENO RINVENUTO SUL REPERTO”, è il titolo dello straordinario studio effettuato dal Prof. Catalano. La restituzione fotogrammetrica ha rilevato sulla Sindone di Torino un fenomeno sinora sconosciuto che spalanca uno straordinario orizzonte alla scienza. La solidità della scoperta è evidenziata dalla possibilità di verificare i dati geometrici, su cui è basata la restituzione, con strumenti ormai alla portata di tutti.  

 

PRIMA DI CONTINUARE LA LETTURA SI CONSIGLIA VIVAMENTE DI VISIONARE INTERAMENTE E ATTENTAMENTE IL VIDEO, ACCEDENDO PREFERIBILMENTE DALLA PRIMA PAGINA DEL SITO DELL’ISTITUTO, IN MODO DA FARE CONOSCENZA CON QUESTA IMPORTANTE REALTA’ SCIENTIFICA ITALIANA :

 

http://istitutorappresentazionespazio.it/

 

 




Quali sono le domande che emergono dallo studio?

 

Risponde il Prof. Catalano:

 

     1)   Cos’è la restituzione fotogrammetrica?

 

In geometria proiettiva per “restituzione” si intende il processo geometrico proiettivo che, partendo da 1, 2 o più proiezioni bidimensionali di un corpo, in generale da 1, 2 o più fotogrammi, risale alla conoscenza della forma, della grandezza e della posizione di tale corpo nello spazio rispetto ad un sistema di riferimento prestabilito. La restituzione viene applicata molto in ingegneria, architettura, archeologia e topografia. Esistono apparecchi sempre più sofisticati concepiti per operare la restituzione come i fototeodoliti, le bicamere, le monocamere, per la ripresa dei fotogrammi ed altri come gli stereorestitutori analogici o analitici, gli stereoscopi, per la restituzione stereoscopica. Nella restituzione stereoscopica mediante due fotogrammi viene ricreato in scala il modello ottico  simile a quello di ripresa  e  l’operatore identifica in tale modello il punto P ricreato dai fasci proiettanti dai due fotogrammi le immagini P’ e P” di P, permettendo all’apparecchio di fissare le coordinate spaziali di P. Nella restituzione da un solo fotogramma non occorre ovviamente l’aiuto dello stereorestitutore, ma si opera solo graficamente, mediante costruzioni geometriche realizzate con squadrette e compasso. La restituzione grafica da due o più fotogrammi è usata in casi molto difficili. Esistono vari metodi di restituzione grafica. Io mi sono occupato molto della restituzione grafica e  ho creato nuovi metodi di restituzione da due fotogrammi in casi in cui non sia nota la posizione di ripresa delle camere o il tipo di camera. La restituzione da un fotogramma si può applicare in molti casi particolari, in cui si ha la conoscenza della forma e della misura di un elemento del corpo fotografato. La restituzione può essere operata su un normale fotogramma, cioè su una proiezione centrale, oppure su una proiezione parallela. In questo ultimo caso rientra l’immagine della Sindone, anzi le immagini della Sindone. Alcuni oggetti dalla forma conosciuta, come il cubo dei tefillin [1], la cintura, la fibbia della cintura, gli anelli di catena, i chiodi, sono impressi in varie posizioni. Abbiamo non uno, ma tutti questi oggetti per rendere possibile la restituzione. Ogni posizione dell’oggetto X’ fornisce nella restituzione la stessa forma e dimensione X, lo stesso schema di proiezione, confermando ogni volta che l’identificazione e la restituzione sono corrette e la proiezione è parallela e ortogonale al piano di proiezione. Ciò può ripetersi per ogni oggetto e parte del corpo rilevati. La restituzione, che fornisce forme e misure per l’ingegneria e l’architettura, cartografie a più scale di città, continenti o corpi celesti, è una base solida su cui continuamente operiamo. La restituzione operata sulla Sindone è ancora più solida perché offre decine di immagini di ciascun oggetto ed altrettante possibilità di restituzione dello stesso. E’ importante che ciò sia chiarito. La restituzione, come tutte le tecniche della scienza, può essere ripetuta ottenendo sempre lo stesso risultato.

 

GRAPHIC RESTITUTION BY MEANS OF TWO FREELY ORIENTED PHOTOGRAMS, 1988

 

SURVEY AT A DISTANCE OF A BODY BY MEANS OF TWO PHOTOGRAMS, 1988

 

TWO METHODS GRAPHIC RESTITUTION BY MEANS OF TWO FREELY ORIENTED PHOTOGRAMS, 1989




[1] I tefillin (ebr. תפילין), detti anche filatteri secondo una traduzione grecizzante, sono due piccoli astucci quadrati - occasionalmente anche chiamati battim, che significa 'casa' - di cuoio nero di un animale kasher, cioè puro, con cinghie fissate su di un lato, che gli Ebrei usualmente portano durante la preghiera del mattino chiamata Shachrit.

 

2  2) Perché la scienza giunge solo ora, dopo più di un secolo dalle prime foto, alla identificazione delle decine di immagini di parti del corpo e di oggetti sulla Sindone di Torino e sul Sudario di Oviedo?

 

Per la prima volta, con enorme ritardo, la geometria proiettiva, che, in parole povere, studia gli schemi geometrici della radiazione d’energia e quindi la formazione di immagini dovute ad energia, si applica alla Sindone di Torino e al Sudario di Oviedo. Come accade negli altri campi di ricerca la geometria proiettiva doveva essere la prima scienza da applicare alla Sindone. Sui risultati da essa raggiunti, sui dati ottenuti operano poi le altre scienze. Invece ciò non è avvenuto. Una parte della geometria proiettiva permette, attraverso vari sistemi e metodi, di trarre da un qualsiasi corpo reale o virtuale tridimensionale un modello bidimensionale rappresentativo e viceversa di trarre da un modello rappresentativo il corpo reale o virtuale tridimensionale. Quest’ultimo processo si definisce restituzione.  La fase di restituzione è preceduta da  quella di identificazione. Qualsiasi indagine scientifica deve poggiare sull’identificazione degli elementi indagati. L’identificazione è preceduta dalla fase di percezione dell’oggetto. Queste due fasi sono parte fondamentale di qualsiasi procedimento scientifico. La natura ci permette di percepire un oggetto mediante le linee che separano due aree di differente tinta, luminosità e saturazione. Questo processo del sistema occhio cervello è più o meno sviluppato da soggetto a soggetto e viene migliorato notevolmente dall’addestramento, come avviene per l’udito dei musicisti, per l’olfatto dei  profumieri o degli chef, e, come è noto a chi opera nel campo del rilevamento, per la vista dei restitutoristi, i tecnici che eseguono le restituzioni fotogrammetriche. Inoltre la tecnica di variazione di luminosità e contrasto permette di evidenziare le linee e aiutare quindi il processo percettivo. Le linee che hanno permesso l’identificazione nell’indagine svolta sulla Sindone sono in alcuni casi nettissime e di facile percezione, in altri casi tenui e di ardua percezione e ciò dipende dalla natura degli oggetti, di cui comunque hanno permesso l’identificazione. L’identificazione ha bisogno della conoscenza approfondita delle caratteristiche dell’oggetto percepito ed è quindi proporzionata alla capacità percettiva e mnemonica del soggetto, alla quantità cioè di dati che è capace di cogliere e conservare. L’identificazione ha bisogno anche della conoscenza delle regole del processo proiettivo e dell’applicazione prolungata di queste nella fase di rappresentazione. Si pensi al numero elevatissimo di immagini distinte e notevolmente variabili di uno stesso oggetto fornite dal processo proiettivo del sistema visivo. Basti citare una forma semplice come la circonferenza che nel processo proiettivo su un piano può dar luogo, variando posizione, ad una ellisse, ad una parabola, ad un’iperbole, ad un segmento di retta, ad una retta o ad un punto. L’identificazione ha bisogno della conoscenza e applicazione prolungata, nei modelli rappresentativi, delle leggi su cui si basano i più svariati effetti creati dalla luce o da altre radiazioni percepibili con l’aiuto di particolari strumenti (infrarosso, ultravioletto, X, etc.). Perciò il radiologo sa identificare un elemento del corpo su una proiezione a raggi X, quanto un chimico sa identificare lo spettro di emissione di un dato elemento,  e così via.

L'identificazione avviene in due modi:

 

quella basata su un numero molto elevato di dati percettivi caratteristici forniti e memorizzati dal cervello in presenza di una complessità formale non riconducibile a forme geometriche elementari (non descrivibile mediante equazioni). Più sono le peculiarità emergenti, le irregolarità, in un oggetto, maggiore è la possibilità di accertare l’identità dell’oggetto raffigurato. Il confronto tra le immagini di una cicatrice, di un neo, adeguatamente ingrandite, può essere sufficiente a identificare un  intero corpo umano;

 

quella basata su un numero molto basso di dati percettivi in presenza di regole, quando cioè  il modello sia riconducibile a forme geometriche elementari (descrivibili mediante equazioni).


                                                 il sudario di Oviedo

3  3) Perché sono state scelte le foto di G. Enrie per operare la restituzione fotogrammetrica dall’immagine presente sulla Sindone?

 

Come è noto, la Sindone è un telo di lino spigato, ovvero tessuto a spina di pesce. Sulle fotografie questa trama crea l’effetto zebra, che alterna micro-striscie chiare a micro-striscie scure, offuscando l’immagine impressa sul telo. Per questo motivo allontanandosi  dalla Sindone, pur perdendo dei dettagli rispetto all’immagine che si sarebbe ottenuta se la Sindone fosse stata una grande lastra fotografica, la percezione dell’immagine migliora.

Per questo motivo il rilevamento è stato operato sulla negativa della lastra in bianco e nero, alla gelatina bromuro d’argento, cm 40 x 19 realizzata a distanza tale da comprendere l’intero telo, realizzata nel 1931 dal fotografo Giuseppe Enrie.

In tal modo si ha la perdita di dettagli lineari della stessa dimensione delle microstrisce scure, ma si evidenziano notevolmente tutti i tratti di dimensioni superiori e i passaggi netti di contrasto tra aree adiacenti di tinta diversa. Per ingrandire la foto si è operata la scansione di piccole e medie aree a risoluzione ottica tra 3200 e 6400 pixels/inch. Su queste immagini ingrandite si è operata l’identificazione e restituzione delle parti del corpo e degli oggetti mostrati nella sintesi sul sito e nel recente documentario.  

 

4    4)  A quali conclusioni giunge la scienza contemporanea in base ai risultati forniti dalla restituzione fotogrammetrica, dalla medicina legale, dalle analisi del sangue, dei pollini, delle muffe, della tela, etc.?

 

1 - La medicina legale dimostrò che l’immagine principale dell’uomo della Sindone, l’unica che ha la macchia di sangue reale sul polso sinistro, è quella di un uomo morto.

2- L’analisi delle fibrille intrise di sangue mostrò che, asportando il sangue, non vi è  alcuna traccia di erosione, le fibrille non sono ossidate. Asportando Il sangue solidificato è stata asportata l’infinitesima erosione superficiale delle fibrille intrise. Dunque l’immagine non si crea quando il corpo viene messo a contatto con la Sindone, ma in un secondo tempo, dopo che il sangue, separatosi nelle due componenti, corpuscolare e sierosa, è solidificato nella trama del tessuto.

 3 -  I risultati 1 e la 2 dimostrano che l’immagine si è formata dopo la morte dell’uomo della Sindone.

4 – La restituzione fotogrammetrica dimostra che le altre immagini dell’uomo della Sindone, dove la stessa macchia è “fotografata”, sono quelle,  in sequenza,  di successivi movimenti volontari dello stesso corpo. La parte di macchia di sangue aderente al polso sinistro ha emesso energia. Tali immagini sono certamente dovute ad energia, perché tutti i dati della restituzione dimostrano la presenza dello schema proiettivo di un’energia mai prima riscontrata in natura, ma scientificamente possibile.

5  - La 3 e la 4 dimostrano che l’uomo della Sindone è tornato in vita emettendo una radiazione di cui le immagini della Sindone sono sinora l’unica prova.

 

5   5)   Può la scienza rifiutare un fenomeno di cui si ha un’unica prova?

La scienza cresce proprio quando si studiano i fenomeni di cui si ha una prova o pochissime prove. La storia insegna che sono questi fenomeni che, talvolta osservati per caso da studiosi, aprono le porte alle grandi scoperte. Un pianeta abitato come la Terra appare sinora come un fenomeno unico nell’universo, ma la scienza non nega per questo l’esistenza della Terra, anzi considera la possibilità di altri pianeti abitati.

 

6    6)   Il fatto che la scienza moderna non abbia mai assistito al ritorno in vita di un essere umano si pone in contrasto col fatto che la stessa scienza moderna ha dimostrato il ritorno in vita dell’uomo della Sindone?

 

I due fatti non escludono l’uno l’altro. L’emissione di energia dimostrata dalla Sindone non si è mai verificata durante la morte di un uomo, né durante la vita. La radiazione che ha creato le immagini è un fenomeno sinora unico associato al fenomeno pure unico del ritorno in vita. Il fatto che la scienza moderna non abbia mai assistito al ritorno in vita di un essere umano non esclude che possa assistervi e che questo possa essere accaduto. Il fenomeno unico della vita sulla Terra, per la scienza non può escludere che esistano altri pianeti che accolgono la vita, anche se sinora miliardi di pianeti non danno segni di vita. La storia mostra che la scienza spesso sconcerta e sbalordisce chi per la prima volta si trova di fronte ad una scoperta che cambia la vita dell’intera umanità. Prima della scoperta dell’elettromagnetismo, un nostro antenato che avesse parlato tramite cellulare con un suo contemporaneo di un altro continente o che avesse visto un treno sospeso in aria su un cuscino elettromagnetico, avrebbe avuto lo stesso senso di sconcertante sgomento che pervade noi oggi. La guarigione ormai normale di tante malattie sarebbe sembrata impossibile alcuni secoli fa. Come ha dimostrato la storia, la ricerca scientifica non ha limiti, non può escludere nulla, non sarebbe scienza. Nella storia della scienza, quando si scopre un effetto in natura, se ne studia la causa, poi si tenta di ripetere in laboratorio il fenomeno. Lo scienziato non ha paura, anzi è felice quando scopre un fenomeno che sconvolge e illumina la conoscenza.

 

6   7)   Può il progresso della scienza smentire dei risultati precedenti?

 

La scienza non smentisce mai i risultati precedenti, ma perfeziona nel tempo le teorie che rappresentano ciascun fenomeno. L’uomo ha un modello dell’esistenza, una rappresentazione, fornita dagli organi sensoriali e dal cervello, che ha elaborato la geometria, perciò chiamata scienza della rappresentazione. Tutte le altre scienze a partire dalla fisica si basano da sempre sul modello geometrico. Questa rappresentazione della realtà si evolve grazie a tutte le scienze ed è sempre più approfondita ed estesa.

 

      8)    Come si pone questa scoperta in ambito epistemologico?

 

La scoperta è stata realizzata in accordo alla scienza moderna che opera secondo il metodo galileiano. Qualunque esperto di restituzione fotogrammetrica può ripetere le stesse operazioni e raggiungere gli stessi risultati. Le immagini furono create da una energia perfettamente rappresentata in geometria proiettiva. Il corpo che la emise si mosse volontariamente. La scienza in base ai risultati forniti dalla restituzione fotogrammetrica, dalla medicina legale, dalle analisi del sangue, dei pollini, delle muffe, della tela dimostra che l’uomo della Sindone è tornato in vita. Ho già detto che il fatto che la scienza moderna non abbia mai assistito al ritorno in vita di un essere umano non esclude che possa assistervi e che questo possa essere accaduto. Ma c’è un’altra ipotesi. Bisogna pensare che l’attuale capacità conoscitiva umana non permette ancora di raggiungere col metodo galileiano tante realtà che pure esistono. Il metodo galileiano può applicarsi solo a quei fenomeni che rientrano nel meccanicismo. La nostra capacità di scegliere non può spiegarsi col metodo galileiano, eppure esiste. L’uomo della Sindone mostra nella nostra realtà sperimentabile gli effetti di un fenomeno che per la scienza potrebbe anche avvenire in una realtà non attualmente sperimentabile.  Dopo la morte egli tornò in vita emettendo un’energia che lasciò degli effetti da noi oggi sperimentabili, ma questa nuova vita potrebbe essere diversa dalla prima e non essere per noi attualmente sperimentabile. La fotografia ci ha permesso di sperimentare tali effetti ed è probabile che nuove conoscenze e nuovi strumenti ci possano in futuro rendere sperimentabili altri effetti lasciati sulla Sindone. Come ho affermato, lo scienziato deve tener presente che la scienza si evolve, perché la rappresentazione della realtà si evolve grazie a tutte le scienze, portando alla evoluzione della epistemologia e in generale della gnoseologia. Quindi la mente dello scienziato, del ricercatore, deve essere particolarmente  aperta  a ipotizzare fenomeni che la conoscenza ancora ridotta non permette di sperimentare. La conoscenza si basa da sempre sulla osservazione diretta e indiretta della realtà. Alla conoscenza diretta, effettuata attraverso i nostri organi sensoriali, si è aggiunta infatti nel tempo la conoscenza ottenuta mediante mezzi costruiti dall’uomo sulla base della conoscenza diretta, ma in grado di ampliare le capacità degli organi sensoriali, sino a rilevare la presenza di fenomeni del tutto sconosciuti e inconoscibili attraverso la conoscenza diretta. Lo sviluppo della conoscenza è segnato dalla parola. La parola esprime la capacità dell’uomo di individuare delle regole nei fenomeni naturali rilevati attraverso i sensi, cioè delle sequenze immutabili di fatti, di fenomeni minori che compongono il fenomeno principale preso in osservazione. Ogni fenomeno quindi può essere scomposto in un certo numero di piccoli fenomeni componenti e questo numero non ha un limite, può svolgersi cioè all’infinito. L’osservazione, l’analisi diretta dei fenomeni naturali, la scomposizione e ricomposizione di essi, la stesura di regole, ossia di sequenze immutabili, ha portato l’uomo alla manipolazione della materia e quindi, come si è detto, alla costruzione di strumenti capaci di afferrare l’esistenza di altri fenomeni minori, di aumentare cioè sempre più il numero di componenti. Questo castello sempre più complesso di regole costituisce la rappresentazione della realtà in cui viviamo.

Che la realtà sia percepibile o no, rappresentiamo qualsiasi fenomeno naturale secondo un modello. Pensiamo alle onde elettromagnetiche o sonore, di cui sperimentiamo solo gli effetti. Le regole quindi, estratte grazie all’osservazione diretta e indiretta della realtà, si traducono in manifestazioni sensoriali, come le rappresentazioni matematiche, volute dall’uomo, forgiate dall’uomo e quindi ripetibili in ogni tempo e in ogni luogo. La rappresentazione va oltre la realtà percepibile e ritrova in sé degli interrogativi che travalicano l’osservazione sensoriale. La circonferenza, come luogo degli infiniti punti equidistanti da un punto fisso, non si è mai conosciuta con la vista o col tatto, perché neppure il punto si è mai conosciuto. Esso può rappresentarsi come ente di separazione nello spazio unidimensionale. Quando si enuncia il concetto di circonferenza per rappresentare migliaia di corpi di ogni grandezza, si parla di corpi reali ma ci si riferisce a un ente di cui non si ha avuto mai conoscenza per mezzo dei cinque sensi. Questo processo racchiude una straordinaria caratteristica dell’essere umano, quella di conoscere una realtà impercepibile ai cinque sensi. Non sperimentiamo due oggetti uguali, eppure concepiamo l'uguaglianza. Noi esseri umani operiamo secondo regole esistenti, ma non sperimentabili nelle dimensioni della materia e dell’energia elettromagnetica. L’uomo è cosciente di una realtà razionale, basata su regole  che egli non conosce attraverso i cinque sensi. La rappresentazione, il modello che l’uomo attraverso la mente conosce in se, è reale quanto la materia e l’energia che sostanziano tutto ciò che percepiamo attraverso i cinque sensi. La rappresentazione, quindi la scienza, non muore. Tutti i contenuti della geometria corrispondono ad una realtà. Durante l’atto di conoscenza è come se operassimo una traduzione simultanea da una lingua ad un’altra, una traduzione di ogni fenomeno disordinato in uno ordinato secondo una regola. La mente umana è capace di abbracciare irrazionalità e razionalità   e ciò può avvenire soltanto se l’essere umano non appartiene soltanto alla natura irrazionale.

 

      9)   Che rapporto c’è fra scienza e fede?

 

La scienza non può negare la fede. La fede non può negare la scienza. La scienza opera secondo il metodo galileiano, ma bisogna pensare che l’attuale capacità conoscitiva umana non permette ancora di raggiungere col metodo galileiano tante realtà che pure esistono. Il metodo galileiano può applicarsi solo a quei fenomeni che rientrano nel meccanicismo. La nostra capacità di scegliere non può spiegarsi col metodo galileiano, eppure esiste. Lo scienziato, più approfondisce la propria conoscenza della realtà, più sperimenta  una volontà che realizza l’esistenza di tutto. Lo sviluppo della ricerca scientifica permette di contattare sempre più questa volontà. Inoltre l’uomo è l’unico essere sulla Terra capace di interrogarsi sulla propria esistenza e questo interrogativo è già una conferma che egli appartiene ad una realtà più ampia di quella terrestre, di quella cioè sperimentata attraverso i cinque sensi. Una prima chiara certezza della scienza è la complessità graduale e crescente della realtà conosciuta, che dal microcosmo e dal macrocosmo arriva sempre all’uomo. Gli scienziati continuano a individuare particelle sempre più piccole di materia e di energia e raggiungere galassie sempre più lontane e ammassi sempre più grandi, ma nulla nell’universo sinora conosciuto è più complesso dell’essere umano. Alla complessità dell’uomo si giunge attraverso una enorme varietà di esseri viventi, in una scala di complessità in cui gli esseri di un gradino sono necessari all’esistenza di quelli del gradino superiore. Man mano che cresce la complessità, si ampliano le funzioni e le capacità degli organismi legate alla coscienza di sé e del mondo, si amplia così la conoscenza e conseguentemente la gioia ed il dolore, come possibilità o impossibilità di effettuare in sé o nel mondo ogni funzione vitale. La vita dunque si manifesta prepotentemente come il fine cui tende la complessità dell’esistente. La vita tende alla vita. La vita porta alla coscienza di sé stessa, alla difesa di sé stessa. Tuttavia l’esistenza stessa di questa coscienza, che porta alla difesa, implica l’esistenza di una volontà contraria alla vita. Ad un certo stadio dello sviluppo della complessità, sembra che questa scala di complessità bruscamente si concluda. L’ultimo gradino, il più elevato appare l’uomo. Anche l’uomo è soggetto alla volontà negativa che arresta la vita del nostro corpo. L’essere umano però arriva ad un punto tale di complessità da chiedersi  perché esista questa struttura degli esseri a complessità crescente e quale sia il fine di questa realtà mozza come un corpo privo di testa. Tutto ciò che ci circonda appare al ragionamento scientifico perfettamente finalizzato. Ogni essere vivente è necessario all’esistenza di uno più complesso. E l’essere umano a chi permette la vita? Ci si chiede allora che cosa distingua l’essere umano dagli altri esseri dell’universo. E’ infatti l’elemento di distinzione che alimenta il gradino successivo della scala della complessità. La risposta è racchiusa in questo stesso interrogativo, nell’esistenza della scienza. L’uomo è l’unico essere che si interroga sulla propria essenza, sulla propria esistenza, che ha la capacità di penetrare la realtà che si manifesta nell’universo. Se dunque l’essere umano permette la vita ad un ente successivo, con tale ente  ha in comune la propria capacità di conoscenza dell’universo, la scienza. Dunque questo ente superiore, cui porta per deduzione la scienza, avrebbe in comune con l’uomo qualcosa che non essendo materia, né energia elettromagnetica, non è soggetta alla volontà negativa che contrasta la vita.

 

      10)   Cosa sono i miracoli per la scienza?

 

La scienza, come ho detto, sviluppa un modello, una rappresentazione della realtà che è in continua evoluzione.  Essa comprende una conoscenza parziale della realtà. I miracoli non si inquadrano nell’attuale modello, ma la scienza non può negarne l’esistenza, come tanti altri fenomeni che non sappiamo ancora inquadrare nelle leggi sinora sviluppate. L’attuale capacità conoscitiva umana non permette ancora di spiegare col metodo galileiano tante realtà che pure esistono. Tale metodo può applicarsi solo a quei fenomeni che rientrano nel meccanicismo. La nostra capacità di scegliere non può spiegarsi col metodo galileiano, eppure esiste. Le attuali teorie della scienza non comprendono i miracoli, perché non comprendono l’assenza di determinismo nelle leggi della natura. Eppure la libertà umana di scegliere è la prova che la natura, di cui siamo parte, non obbedisce soltanto al principio di causa effetto, ma anche al principio di volontà. La scienza non può escludere dunque che fenomeni ritenuti sinora esclusivamente soggetti al principio di causa effetto, possano  essere soggetti al principio di volontà.

 

 

ANALOGIE CON L’ENERGIA ORGONICA TEORIZZATA DA Wilhelm Reich:

 

che cosa e’ l’energia “ORGONICA” ?

 

L'energia orgonica è l'energia vitale cosmica, quella forza creativa fondamentale che gli sciamani e gli uomini che non hanno perso il contatto con la natura da sempre conoscono, che è stata ipotizzata da molti scienziati nel corso dei secoli, e che ora, grazie agli studi di un coraggioso pioniere, è anche dimostrata fisicamente. L'orgone può essere visto, sentito, misurato e fotografato: è una vera e propria energia fisica, non qualche forza ipotetica. L'energia orgonica carica e irradia da tutti gli oggetti viventi e non, può penetrare tutte le forme di materia, sebbene a diversa velocità, e tutti i materiali influenzano l'energia orgonica, attraendola e assorbendola, o riflettendola ed espellendola. L'orgone è fortemente attratto dalla materia vivente, dall'acqua e da se stesso. Può fluire da un posto all'altro nell'atmosfera, ma generalmente mantiene un flusso da ovest verso est, muovendosi insieme e poco più rapidamente della rotazione terrestre. E' eccitabile, comprimibile e pulsa spontaneamente, è capace di espandersi o di contrarsi. La carica orgonica di un ambiente o di una sostanza non è statica, ma varia nel tempo, secondo onde cicliche. L'orgone esiste anche in forma libera nell'aria e nel vuoto dello spazio.

 

DIVERSI NOMI PER UN UNICO PRINCIPIO:

 

Come dicevamo prima nel corso del tempo molti studiosi sono arrivati alla scoperta di un unico principio “energetico” creatore del tutto: chi e prana per le filosofie orientali; il filosofo Anassimandro lo chiamò àperion, la scuola di Ermete Trismegisto la chiamava telesma; Ippocrate la denominò vis medicatrix naturae; Aristotele quintessenza; i popoli della Polinesia la chiamano mana; Paracelso munia; Keplerò parlava di facultas formatrix; Goethe scriveva della Gestaltung; Galvani energia vitale; lo scienziato Mesmer teorizzo il concetto di magnetismo animale; Il chimico Reichenback sperimentò l’energia odica; lo psicanalista Freud la chiamava libido; lo scienziato Lakhosky universione; il biologo Ruper Shaldrake lo definisce campo morfogenetico; gli studiosi Miller e Piccardi parlano di etere cosmico; i fisici russi Grishenko e Inyushin lo chiamano bioplasma; molti scienziati odierni parlano di ZPE ovvero energia del punto zero

 

E’ indubbio comunque che gli innumerevoli esperimenti effettuati dal medico Wilhelm Reich sulle proprietà dell’energia orgonica, poi portati avanti dai suoi “testimoni” ai giorni nostri, hanno sbalorditive analogie con lo studio effettuato dal Prof. Catalano sul telo Sindonico e sul Sudario di Oviedo. Infatti, a pagina 50 del libro scritto dal fisico James De Meo (Orgone Biophisical Research Lab – Oregon – USA) IL MANUALE DELL’ACCUMULATORE ORGONICO (OBRL 2013) leggiamo:

 

“… D) fotografie a raggi X; E) fotografie a luce visibile, bioni… la Dr.ssa Thelma Moss (UCLA – Università della California), ha dimostrato che si possono fare delle foto del campo energetico vitale (orgone), senza usare stimolazione elettrica (tipo Kirlian) degli oggetti viventi posti per pochi giorni direttamente su una pellicola in un accumulatore orgonico interamente buio, nelle condizioni adatte produrranno un’immagine !...”

 

E a pagina 69 leggiamo ancora:

 

“…E) cantine o tumuli funerari sembrano ottimi accumulatori orgonici (vedi sepolcro del Cristo nella grotta . ndr), gli antichi conoscevano bene questo tipo di energia?...”

 

Quale potenza energetica ha sprigionato il corpo che ha impresso il telo sindonico?

 

E’ la stessa energia che tanti studiosi hanno cercato (e forse trovato) ma che solo pochi sono in grado di comprendere ed utilizzare?

 

Il Cristo delle antiche scritture era uno di questi pochi ?

 

L’interdisciplinarietà sarà la chiave, poiché  come giustamente puntualizza il Prof. Catalano nel suo articolato studio: “La scienza cresce proprio quando  ha l’umiltà e il coraggio di studiare senza pregiudizi, senza paura,  i fenomeni di cui si ha una prova o pochissime prove”.

 

RINGRAZIO SENTITAMENTE IL PROF. GIUSEPPE MARIA CATALANO PER LA COLLABORAZIONE E LA SUPERVISIONE INTEGRALE DEL TESTO.

 

BIBLIOGRAFIA:

http://istitutorappresentazionespazio.it/index.php?option=com_content&view=article&id=46&Itemid=53&lang=it

http://www.psychotronicmachine.it/orgonica/

http://www.scienzaeconoscenza.it/blog/scienza_e_fisica_quantistica/un-antesignano-della-energia-orgonica


JAMES DE MEO, PhD - IL MANUALE DELL’ACCUMULATORE ORGONICO- OBRL 2013 - USA


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5/16/2022 10:44 AM
 
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Questo video spiega e mostra le immagini di quanto riportato nel post precedente:

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6/8/2022 11:25 AM
 
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Le discussioni attorno alla sacra Sindone non conoscono tregua, così come molti sono gli studi che hanno per soggetto il Telo che ha avvolto – non appare azzardato affermarlo – il corpo di Cristo. Tra questi, si distingue per importanza una ricerca sul sangue presente sulla Sindone realizzata da Paolo Di Lazzaro con ricercatori Enea, Inrim e Cnr e pubblicata sulla rivista scientifica Applied Optics.


Per capire meglio di cosa si tratti, Il Timone si è rivolto direttamente al fisico Paolo Di Lazzaro (nella foto a sinistra), dirigente di ricerca presso l’Enea di Frascati e vicedirettore del Centro Internazionale Sindonologia.


Una delle obiezioni più frequenti mosse contro la veridicità della Sindone è quella per cui, una volta rappreso, il sangue dovrebbe diventare per forza marrone, mentre sul Telo il sangue è di colore rossastro. Come mai questo avvenga, si era già ipotizzato: ora lo si è verificato. Di Lazzaro, quando il sangue resta rosso?


«Abbiamo verificato sperimentalmente che il sangue con elevata bilirubina (come quello di una persona duramente percossa e torturata) non si scurisce dopo quattro anni, se viene irraggiato da luce ultravioletta poche ore dopo essere stato assorbito da un tessuto di lino. In pratica, il colore del sangue non scurisce a causa dell’interazione fotochimica tra luce ultravioletta e bilirubina contenuta nel sangue».


Questo si verifica solo con una particolare tipologia di sangue?


«Abbiamo verificato che il sangue normale si scurisce col tempo sia se è stato irraggiato con luce ultravioletta, sia se non viene irraggiato. Inoltre, il sangue con elevata bilirubina non irraggiato si scurisce anch’esso. Possiamo quindi dedurre che è necessaria la compresenza di due parametri per fare in modo che il sangue non scurisca col tempo: la bilirubina elevata e la luce ultravioletta».


Con la vostra ricerca siamo quindi di fronte all’ennesima conferma che quello sulla Sindone è vero sangue?


«Il nostro lavoro mirava a verificare per quale motivo il sangue della Sindone è rossastro. Che si tratti di sangue vero è stato già verificato nel 1978, durante le analisi scientifiche svolte dal professor Baima Bollone e dal gruppo di scienziati statunitensi STuRP. Comunque, nelle nostre misure ottiche abbiamo trovato un indizio spettroscopico che rivela la presenza di metemoglobina nel sangue sindonico. La metemoglobina è una forma di emoglobina fortemente ossidata, tipica del sangue antico. Di conseguenza, le nostre misure confermano per l’ennesima volta che nel sangue sindonico c’è sangue antico. Quanto antico? Non possiamo dirlo».


Recentemente è stata pubblicata sul Journal of Forensic Sciences una ricerca a firma di Luigi Garlaschelli, chimico del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (Cicap), e di Matteo Borrini, antropologo forense dell’Università di Liverpool. Sullo studio Lei ha espresso perplessità. In particolare, cosa non l’ha convinta?


«Gli esperimenti di Borrini e Garlaschelli si proponevano di simulare il percorso del sangue fuoriuscito dalle ferite al polso e al costato dell’uomo della Sindone: gli inglesi la chiamano blood pattern analysis (analisi del percorso del sangue). Per fare un esperimento di questo tipo, bisogna avere: 1) sangue con densità e fluidità simile a quella dell’uomo sindonico disidratato e morente; 2) un sistema per spillare questo sangue alla stessa velocità da cui uscirebbe da un polso inchiodato e da una ferita al costato e alla stessa frequenza determinata dal battito cardiaco irregolare di un uomo sfinito, con difficoltà respiratorie a causa della crocifissione e quasi morente; 3) una superficie simile alla pelle sporca, sudata, con peli e con rilievi da ecchimosi sparse ovunque come quella dell’uomo della Sindone. Potete quindi immaginare la mia sorpresa quando ho letto l’articolo sul Journal of Forensic Science in cui gli autori usano un manichino di plastica su cui premono un bastone con attaccata una spugna contenente sangue artificiale per simulare la ferita al costato, e in un’altra prova il sangue vero ma con anticoagulante spinto da una pompetta a mano in un tubicino che termina sul polso del chimico Garlaschelli, che per sua fortuna non era né sudato, né sporco, né con ecchimosi. Insomma, nell’esperimento c’erano condizioni completamente diverse da quelle che si volevano riprodurre».


Ovviamente si tratta di un tentativo grossolano e dilettantesco: chiunque è in grado di capire che in questo modo non è possibile riprodurre realisticamente il flusso di sangue di un uomo disidratato e morente, e nemmeno la superficie su cui scorre il sangue, che è una pelle sporca, sudata e piena di ecchimosi. Come era da aspettarsi, nell’esperimento di Borrini e Garlaschelli il sangue ha seguito percorsi diversi da quelli osservati sull’uomo della Sindone. Sarebbe stato sorprendente il contrario.


Le conclusioni dell’articolo di Borrini e Garlaschelli non tengono conto dei limiti grossolani dell’esperimento, il quale, date le condizioni molto lontane dal modello che si intende simulare, non consentono di giungere a nessun esito certo».

fonte www.iltimone.org/news-timone/le-macchie-sulla-sindone-sangue-un-to...


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6/22/2022 5:09 PM
 
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Sindone,  "Ha avvolto un uomo torturato"




 È un mistero che perdura da secoli quello della Sindone, il lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce che contiene la doppia immagine accostata per il capo del cadavere di un uomo. Secondo la tradizione cristiana, la Sindone altro non sarebbe che il telo, citato nei Vangeli, che servì per avvolgere il cadavere di Gesù Cristo nel sepolcro. Numerosi sono i riscontri scientifici a suffragio di questa interpretazione che tuttavia non può ancora dirsi definitivamente provata. Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate ostensioni (dal latino ostendere, ‘mostrare’). Le ultime si sono avute nel 1978, 1998, 2000, 2010, 2013 (questa soltanto televisiva) e, più di recente, dal 19 aprile al 24 giugno 2015. Dopo la recente scoperta di una sostanza spia della degradazione di sangue e fibre muscolari nel lino della Sindone, l’identificazione di un’altro composto, anche questo legata alla degradazione del sangue, avvalora l’ipotesi che nella tela conservata a Torino dal 1578 sia stato avvolto un uomo torturato. Il risultato, pubblicato sulla rivista ‘Applied Spectroscopy’, è nato dalla collaborazione tra Giulio Fanti, del dipartimento di Ingegneria industriale dell’Università di Padova, e Jean-Pierre Laude, dell’azienda francese Horiba Jobin-Yvon, specializzata in tecniche di analisi.


L'intervista - di LORENZO GUADAGNUCCI

L'uomo che fu avvolto nel lenzuolo di lino noto come Sacra Sindone fu sottoposto a tortura: è la conclusione raggiunta da due nuovi studi scientifici, che aggiungono dunque elementi all’ipotesi che quell’uomo fosse davvero Gesù Cristo, come la tradizione cattolica tramanda. Il professor Giulio Fanti, docente di Misure meccaniche e termiche al Dipartimento di ingegneria industriale dell’Università di Padova, e autore dello studio che fa risalire la Sindone al I secolo dopo Cristo, ha promosso e reso pubbliche le nuove analisi.

Professore, qual è la novità?

«Le novità sono due, frutto di due analisi diverse condotte su campioni prelevati nel 1978 da Raymond Rogers, che mise dei nastri adesivi a contatto con la Sacra Sindone e poi sigillò tutto su dei vetrini. Io recentemente ne ho avuti a disposizione due: uno corrisponde a una ferita del polso, l’altro riguarda l’immagine dei piedi insanguinati. Quest’ultimo è quello che ha dato i frutti più interessanti, con fibre contenenti materiali che ho fatto studiare al Cnr di Trieste e in Francia. I risultati sono convergenti: l’uomo avvolto nel telo fu sottoposto a violentissime torture».


Come è stato possibile accertarlo?

«Al Cnr di Trieste, grazie a un TEM, un nanoscopio che riesce a individuare dettagli del milionesimo di millimetro, sono state rilevate notevoli quantità di creatinina con ferritina, secrezioni tipiche di chi è sottoposto a violenze estreme che mettono in difficoltà i reni. Violenze cioè che non sono semplici percosse. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati dalla rivista Plos One ».

E in Francia che cosa hanno accertato?

«Lì il dottor Jean-Pierre Laude ha analizzato spettri rilevati all’Università di Padova. Una fibra, presa anche questa nella zona del piede, è ricoperta di un materiale che è risultato essere biliverdina, la sostanza che determina le macchie verdastre che si formano attorno a zone del corpo colpite con molta violenza. Anche questa analisi, pubblicata sulla rivista Applied Spectroscopy , conferma che l’uomo avvolto nel telo fu altamente torturato».

Queste ricerche dicono qualcosa in merito alla datazione?

«No, queste analisi avevano altre finalità. Sulla datazione sappiamo che l’analisi al carbonio 14 del 1988, secondo la quale il lenzuolo sarebbe di epoca medievale, non è attendibile; lo dimostra un importante lavoro statistico recentemente pubblicato dal professor Marco Riani. Qui all’Università di Padova le nostre ricerche sulle datazioni alternative, con analisi di tipo meccanico e di tipo chimico, hanno confermato che la Sindone è databile all’epoca in cui Gesù Cristo visse in Palestina. E abbiamo anche ulteriori prove».


Ad esempio?

«In un importante convegno sulla Sindone negli Stati Uniti ho presentato una datazione numismatica basata su monete bizantine coniate a partire dal 692 dopo Cristo. La coincidenza fra il volto di Cristo raffigurato sulle monete e il volto della Sindone è strabiliante: un’analisi statistica dei dettagli di una moneta dice che ci sono 7 probabilità su un miliardo di miliardi che il volto coniato sia stato ottenuto senza aver visto la Sindone. Quel volto sindonico all’epoca era conosciuto ed era considerato un modello iconografico».

Tutto questo basta per dire che il telo avvolse il corpo di Gesù Cristo?

«No, non basta. Quello che possiamo dire, da un punto di vista scientifico, è che il telo ha avvolto un uomo che fu duramente flagellato, inchiodato a una croce, coronato di spine e in condizione di rigidità cadaverica. I nuovi elementi si sommano a molti altri e indicano una notevole coerenza fra gli indizi raccolti e quello che dice la religione cattolica».

Dove può arrivare la scienza per dimostrare l’autenticità della Sindone?

«C’è ancora chi nega la datazione e c’è anche chi sostiene che la figura umana è stata dipinta, ma io sfido chiunque a confrontarsi sui dati scientificamente accertati. La scienza si ferma di fronte al fatto che l’immagine corporea non è spiegabile né riproducibile. Non sappiamo come si sia potuta formare. Un’ipotesi scientifica è quella che fa riferimento a un’esplosione di energia estremamente breve ed intensa proveniente dall’interno del cadavere, che potremmo anche pensare fosse correlata alla Risurrezione».
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6/22/2022 5:17 PM
 
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Scritta rinvenuta sulla Sindone

È una bomba mediatica che esplode periodicamente da molti secoli, un mistero tra guerre, incendi e furti che coinvolge molti milioni di persone e centinaia di studiosi di questo pianeta, con conclusioni opposte: La Sindone, la Sacra Sindone, la Santa Sindone. O meglio, quell’immagine tridimensionale è realmente quella di Gesù Cristo? E quel lenzuolo di lino è realmente il sudario in cui è stato avvolto il Cristo appena deposto dalla croce per essere seppellito? Se è un falso medievale, come faceva l’ipotetico autore a dipingere come un negativo fotografico? Le domande sono migliaia e le risposte almeno il doppio, perché il sospetto è che si tratti di una colossale e storica fake news. Ma l’argomento coinvolge la fede che, come tale, non è fatta di razionalità e logica

La novità a favore dell’autenticità.
La novità, esplosiva anche questa, è una brevissima frase in aramaico sul sacro lenzuolo scoperta dallo scienziato francese Thierry Castex e rivelata dalla storica italiana Barbara Frale in un saggio al quale seguirà a novembre un libro altrettanto esplosivo. La studiosa, viterbese di 49 anni, è una medievista dell’Archivio Segreto del Vaticano, autrice di numerosi e interessanti libri. La sua ultima opera è I 
“Templari e la Sindone di Cristo” dove dimostra il ruolo dei famosi cavalieri crociati nel recupero di numerose reliquie del Gesù Nazzareno e, pare, dei tesori di re Salomone.

Ora ha acceso una miccia potente la nostra studiosa, e i primi effetti sono ovviamente molto forti con riconoscimenti, attese ma anche contestazioni e polemiche. La breve scritta in aramaico (la lingua dei primi cristiani), invisibile a occhio nudo e scoperta da speciali ingrandimenti fotografici, dice più o meno: 1) (I)esou(s) – Gesu. 2) Nnazarennos – Nazareno. 3) (o)pse kia(tho) – rimosso-tirato giu all’inizio della sera. 4) in nece(m) – alla morte. 5) pez(o) – io eseguo. E siccome l’aramaico è stato parlato dagli ebrei fino al 70 d.C. significherebbe che la sindone è precedente a quelle data, avvalorando la tesi cristiana dell’autenticità della reliquia. Con buona pace dell’esame scientifico al Carbonio 14 che datò il lenzuolo al XIV secolo, e dei successivi esami sul sangue che, si disse, non era tale ma colore ocra. Però anche queste prove scientifiche sono state contestate e oggi le fila di chi le sostiene sono sempre più esili.

Il mistero sulla provenienza.
Ma il mistero sulla Sacra Sindone rimane ancora tale dal 1353, quando Goffredo di Charny, nobile cavaliere francese, comunicò all’antipapa Clemente VII (era francese in opposizione al papa di Roma) di aver riportato da Bisanzio il sudario di Cristo, e fece costruire una chiesa a Lirey dove la collocò diventando dal 1355 meta di pellegrinaggi. Ma dopo un anno il vescovo s’arrabbiò e fu il primo a sostenere che si trattava di un falso, un dipinto. Alla morte di Goffredo, sua figlia – scomunicata – vendette l’antico sudario ai regnanti della Savoia che – con il consenso del papa fecero costruire una cappella per il culto della reliquia. Nel 1532 un incendio, sembra doloso, divampò nella chiesa e la Sindone venne salvata in extremis. Le suore di clausura fecero rattoppi vari sull’antico lenzuolo. Pare che la piccola porzione tagliata per l’esame al carbonio 14 fosse proprio di un rattoppo di quel periodo. Poi Torino divenne la capitale della Savoia e la sacra sindone fu collocata nel duomo della città. Nel 1997 un pauroso incendio, ancora non del tutto chiarito nelle origini,distrusse la parte di chiesa dov’era conservato il lenzuolo di Cristo, anche in questo caso salvato con difficoltà.

La posizione della Chiesa.
La Chiesa non ha mai dichiarato ufficialmente che la Sindone di Torino è realmente il sudario del Cristo, ma già nel 1506 papa Giulio II ne autorizzò la venerazione, e papa Giovanni Paolo II nel 1998 esortò gli scienziati a studiare la Sindone “senza preconcetti e agire con libertà interiore e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica che della sensibilità dei credenti.

La scienza è divisa.
Ma il mondo scientifico è stato sempre diviso, così sono fiorite anche attestazioni fantasiose come quella della docente della School of Visual Arts di New York, Lilian Schwartz, che dichiarò trattarsi del volto di Leonardo da Vinci e che il lenzuolo di lino era un esperimento pre-fotografico del maestro. Ma Leonardo è nato 100 anni dopo la datazione della Sindone. Oppure la tesi del pittore Luciano Buso, che nel 2011 affermò d’aver scoperto sul sacro lenzuolo la firma di Giotto con la data 1315, plausibile con la datazione dell’esame al carbonio. Ma anche la tesi di Buso venne smentita.

L’ultima ostensione.
Nel 2015 l’ultima ostensione, nel ricostruito duomo torinese, ha avuto circa due milioni di visitatori. La sacralità non è materia storica, come detto, e il credo non ha bisogno di testimonianze, per cui il rispetto resta assoluto. 
E così, dopo oltre cinque secoli il quesito rimane lo stesso: si tratta di una colossale e antesignana fake news, o di una miracolosa testimonianza lasciataci da Gesù Cristo?


[Edited by Credente 6/22/2022 5:18 PM]
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8/14/2022 5:11 PM
 
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Sacra Sindone ha 2mila anni: tecnologia conferma/ “Reliquia coeva a Pasqua di Cristo”


 - Niccolò Magnani

La Sacra Sindone ha circa 2mila anni: la conferma arriva da una nuova tecnologia a raggi X che prova come la reliquia sia coeva al periodo della Pasqua di Gesù




Sacra Sindone

Sacra Sindone, Torino (LaPresse)







“LA SINDONE COEVA ALL’EPOCA DI CRISTO”: LA CONFERMA DALLA TECNOLOGIA


La Sacra Sindone risalirebbe come epoca agli anni della Pasqua in cui Gesù Cristo fu condannato e crocifisso: a dirlo è una nuova tecnica di datazione a raggi X che confermerebbe la datazione del “lenzuolo” conservato a Torino, concordando con la tradizione storiografica cristiana che fa risalire la Sacra Sindone all’epoca della Passione del Signore. Lo riporta la versione francese di Aleteia.org, citando lo studio “Datazione a raggi X di un frammento dalla Sindone di Torino” compiuto dallo scienziato del CNR Liberato De Caro lo scorso 11 aprile. Lo scienziato esperto di lino, ha collaboratori con altri ricercatori tra cui prof. Fanti dell’Università di Padova: «il Lenzuolo di Torino sfida la scienza».







 


 






 




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Storicamente, la Sacra Sindone è un lenzuolo di lino conservato nel Duomo di Torino sulla quale è visibile l’immagine di un uomo che porta segni di tortura del tutto assimilabili a quanto patito da una persona crocifissa. La sua autenticità viene discussa ormai da secoli, ma la storiografia cristiana non solo data quel lenzuolo all’età di Cristo, ma ritiene che sia plausibile che quel capo possa essere il sudario sul quale venne avvolto Gesù dopo la morte in croce, ritrovato all’interno del Santo Sepolcro dopo la Resurrezione. Dal XX secolo la Chiesa cattolica ha scelto di non esprimersi ufficialmente sulla questione dell’autenticità, spiegando come come non sia argomento fondamentale di fede; ha lasciato alla scienza il compito di esaminare le prove a favore e contro, ma ne autorizza il culto come icona della Passione di Gesù



IL SISTEMA WAXS E GLI STUDI SULLA SACRA SINDONE


Il metodo usato dai ricercatori del CNR è chiamato WAXS, si tratta di un metodo particolare di diffusione grandangolare dei raggi X per poter esaminare l’invecchiamento naturale della cellulosa che si trova in un frammento del lenzuolo di Torino. Il risultato definito nelle scorse settimane è netto e categorico: «la Sacra Sindone è ben più antica dei sette secoli accordatile dagli scienziati che nel 1988 l’avevano analizzata al Carbonio 14. Avrebbe in realtà ben 2mila anni». Lo stesso De Caro, intervistato dal National Catholic Register dopo i risultati clamorosi del suo studio, spiega le tappe che lo hanno portato fin qui dopo ben 30 anni di studi: «Abbiamo messo a punto un metodo che permette di misurare l’invecchiamento naturale della cellulosa di lino con l’aiuto dei raggi X, poi di convertire quella misurazione nel computo del tempo trascorso dalla fabbricazione. Questo nuovo metodo di datazione, basato su una tecnica chiamata Wide-Angle X-ray Scattering (WAXS) è stato dapprima testato su frammenti di lino già datati con altre tecniche, con frammenti totalmente estranei alla Sindone, e poi applicato a un frammento prelevato dalla Sindone di Torino».








I risultati raggiunti (qui disponibili sulla rivista Heritage e sul sito del CNR, ndr) arrivano davvero a sfidare la scienza in merito alla possibilità che quella Sacra Sindone possa realmente essere il sudario di chi è morto in un primo momento e risorto tre giorni dopo. Un “mistero di fede” che rappresenta anche un mistero per la stessa ricerca scientifica: «Ogni nuova indagine potrebbe chiarire una parte del complesso puzzle che rappresenta. Ad esempio, l’immagine del Lenzuolo non ha ancora trovato una spiegazione definitiva tra quanti l’hanno studiato, una spiegazione condivisa dall’insieme della comunità scientifica», certifica lo stesso scienziato De Caro. Ad oggi ancora nessuno riesce a spiegarsi quale possa essere stata la tecnica utilizzata all’epoca per “riprodurre” un’immagine così nitida e particolare su un telo di lino. Da decenni ormai è noto come sul presunto sudario è impresso un “negativo fotografico per via di irraggiamento”: come questo sia stato possibile non è dato saperlo. L’ipotesi del sudario del Cristo Risorto, insomma, resta decisamente “in piedi” anche nel 2022 e dopo studi scientifici della più vasta tecnologia.







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8/17/2022 4:54 PM
 
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La luce della Sindone sulla verginità di Maria?




Vittorio Messori e il sindonologo Fanti si pronunciano su un'ipotesi affascinante


Andrea Cionci
Andrea Cionci

Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, è stato reporter dall'Afghanistan e dall'Himalaya. Ha appena pubblicato il romanzo "Eugénie" (Bibliotheka). Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore






 Secondo il dogma del Concilio di Costantinopoli del 553, Maria fu “vergine prima, durante e dopo il parto”. Questa verità rivelata, da accogliere semplicemente per fede, ha una fondamentale importanza per la maggior parte dei cristiani in quanto sancisce la natura divina e umana di Cristo, fin dalla nascita.


Dopo secoli di scontri e dibattiti, il tema è tornato alla ribalta lo scorso Natale, quando un post di Roberto Saviano ha turbato/offeso potenzialmente circa 3 miliardi di persone presentando un’immagine di Maria a gambe larghe mentre partoriva in modo del tutto tradizionale. Infatti, 1.285.000.000 cattolici (senza contare gli ortodossi) più 1.800.000.000 musulmani nel mondo ritengono che la madre di Gesù Cristo sia stata protagonista di un parto miracoloso, verginale per l’appunto. L’Islam, infatti, pur ritenendo Cristo solo un profeta, condivide questa credenza con il Cattolicesimo.


Fiorentissimo per secoli, il culto di Maria, secondo molti fedeli, sta subendo una flessione con il nuovo pontificato: alla Madonna è stato da poco negato lo status di “Corredentrice” da papa Francesco, così come anche la consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato - annunciata dalla Cei pochi giorni fa - ha lasciato molti delusi: nel testo letto non è stata menzionata né l’Italia, né la sua consacrazione. Altri teologi cattolici, attualmente in primo piano, tendono a considerare il dogma mariano come una concrezione tradizionale derivata da miti ancora più antichi relativi alla “dea vergine e madre”, come Astarte e Artemide, ad esempio.


In generale, sembra che il nuovo corso bergogliano tenda a interpretare umanisticamente quanto di soprannaturale e miracoloso è stato tramandato dalla Chiesa per duemila anni, derubricandolo in parte a elemento simbolico o metaforico. Così, la moltiplicazione dei pani e dei pesci sarebbe stata, in realtà, solo una condivisione del cibo già disponibile, la Casa della Madonna di Loreto non fu realmente “trasportata dagli angeli” e via di seguito. Persino il culto eucaristico ha conosciuto tempi migliori, tanto che il vescovo tedesco Heiner Wilmer ha recentemente dichiarato che è “sopravvalutato”.


In modo più sotterraneo, invece, l’ala “ortodossa” dei cattolici segue con sempre maggiore interesse gli studi scientifici che vengono condotti su reliquie e manufatti che la tradizione ritiene protagonisti di eventi prodigiosi. E le sorprese non mancano: basti pensare alle analisi compiute su alcuni dei più noti miracoli eucaristici. Un recente volume del cardiologo Franco Serafini riporta come la scienza abbia dimostrato che, almeno per le reliquie esaminate, la carne che si sarebbe sostituita all’Ostia proviene da cuori umani e, anche nei miracoli eucaristici che risalgono ad epoche precedenti alla scoperta dei gruppi sanguigni, il sangue ritrovato appartiene per tutti allo stesso gruppo AB.


Per chi è credente, tali riscontri hanno l’effetto di rinforzare la fede. Per gli scettici, invece, si può trattare di gialli avvincenti in cui cercare spiegazioni su come sarebbero stati artefatti tali “miracoli” con trucchi e complotti.


La più famosa e studiata di tali reliquie è certamente la Sindone, il telo di lino che, secondo la tradizione cattolica, avvolse il corpo di Gesù Cristo, torturato e crocifisso, risorto dopo la morte, fissandone l’immagine corporea. Da quando il primo negativo fotografico, nel 1898, ha mostrato “in positivo” il volto umano impressovi sopra, per più di un secolo si è tentato invano di spiegare o riprodurre sperimentalmente questa immagine. Esiste un’ampia letteratura che conferma come il mistero permanga: l’immagine sindonica, con tutte le sue particolarissime caratteristiche, ancor oggi non è stata riprodotta con mezzi fisici o chimici (pigmenti, calore, acidi, etc.).


Per spiegare dal punto di vista teorico la formazione dell’immagine sindonica sulla base di analisi scientifiche ed esperimenti, già agli inizi del 1900 Arthur Lot ed altri studiosi fecero riferimento ad un fenomeno di tipo “radiativo” molto intenso. Nel 1978, il gruppo americano STuRP, guidato dal fisico John Jackson, arrivò a supporre un’esplosione di energia estremamente breve, ma intensa, proveniente dal cadavere, per descrivere le particolarissime caratteristiche dell’immagine.


Ne abbiamo parlato con il prof. Giulio Fanti docente di Misure Meccaniche e Termiche all’Università di Padova che, dichiaratamente cattolico e “autenticista”, ha all’attivo più di 100 pubblicazioni scientifiche sulla Sindone: “Si può pensare all’immagine sindonica come ad una fotografia divina ottenuta su un elemento sensibile (tessuto di lino), impregnato di “gel fotosensibile” (fluidi corporei e spezie), mediante un flash, ovvero quell’esplosione di luce ed energia ipotizzata da John Jackson, ma comprendente sia fotoni che elettroni ed altre particelle”.


L’ipotesi risolverebbe anche il nodo del Carbonio C14, i cui risultati ottenuti più di 30 anni fa (peraltro già ampiamente contestati dal prof. Marco Riani e altri su riviste specializzate) farebbero risalire il lino a un’epoca più tarda. Infatti,l’esplosione di energia avrebbe potuto alterare i parametri radioattivi del lino falsandone la datazione.


Un altro problema da risolvere è come il corpo sia uscito dalla Sindone. Si, perché il cadavere, privo di segni di putrefazione, deve essere rimasto avvolto nella reliquia per non più di una quarantina di ore. Non fu però asportato dal Sacro Lino perché non si riscontrano sbavature dovute a sfregamento delle macchie di sangue che erano ridisciolte per fibrinolisi in un ambiente umido come quello del sepolcro. Torna ancora l’ipotesi di John Jackson il quale suppone che il corpo, in seguito a quell’esplosione altamente energetica, divenne “meccanicamente trasparente” e passò attraverso la Sindone senza alterarla fisicamente.


Continua il prof. Fanti: “Sulla Sindone troviamo centinaia di indizi unidirezionali, ma non troviamo prove certe perché Dio, che ci ha regalato il libero arbitrio, non ci obbliga a credere in Lui. Tuttavia, dopo più di vent’anni di approfonditi studi sulla Reliquia, personalmente ho identificato con certezza quell’Uomo; è Gesù Cristo, il Risorto. Le analisi scientifiche sulla Sindone ci fanno pensare ad un passaggio della materia corporea ad un altro stato di trasparenza meccanica a noi non conosciuto, ma più volte citato nei Testi Sacri che riferiscono di come Gesù passò attraverso numerose persone che lo volevano catturare (Lc 4,30; Gv 10,39) e da risorto (nel suo “corpo glorioso”) passò attraverso le porte chiuse (Gv 20,19), ma mangiò il cibo con gli Apostoli (Lc 24,41). La materia, così come la pensiamo oggi, da uomini dalle conoscenze limitate, è in uno stato stabile, ma tale stato potrebbe essere modificato se alcune leggi fisiche venissero momentaneamente mutate per una qualche influenza non ancora scoperta”.


Un’ipotesi affascinante che, se fosse verificata, a parere di chi scrive potrebbe portare, per via logico.induttiva, a una conferma del dogma riguardante la verginità di Maria fornendo ai credenti una chiave per comprendere anche altri eventi tramandati come soprannaturali.


Accettando - per fede, s’intende - l’idea di uno Spirito intelligente creatore del mondo, le informazioni sindoniche farebbero pensare ad uno Spirito che agisce sulla materia fisica organizzandola o disorganizzandola a suo piacimento, con processi di materializzazione/smaterializzazione.


In sintesi: se si vuol credere che Cristo si smaterializzò per uscire dal telo e ripresentarsi col suo corpo glorioso, perché non avrebbe potuto nascere servendosi di un fenomeno analogo?


Vari mistici come S. Brigida di Svezia e i Padri della Chiesa San Girolamo e San Gregorio Magno, pur non disponendo della scienza attuale, parlavano già del parto mariano svoltosi in un bagno di luce, con il Bambino che sarebbe passato attraverso le pareti del grembo materno senza alcuna interferenza meccanica con esse, così come non ve ne era stata con la parete del tessuto sindonico.


Tale ipotetico fenomeno avrebbe quindi potuto rendere possibile, non solo l’uscita del feto per vie miracolose, ma anche il concepimento prodigioso con la materializzazione - ex nihilo - di un gamete maschile nel grembo di Maria, tale da garantire a Cristo una natura umana e una divina insieme fin dalla sua venuta al mondo.


Non è un caso che spesso nelle antiche tele che ritraggono l’Annunciazione, si scorge un raggio luminoso proiettato sul grembo di Maria, così come quasi sempre, nelle Natività, il Bambino viene rappresentato splendente di luce.


Ovviamente, si tratta di ipotesi teoriche che necessitano di un salto di fede per essere credute.


Come spiega infatti Vittorio Messori, il più noto giornalista cattolico vivente, intervistato sulla proposta: “Malgrado ogni ricerca scientifica, non è dato all’uomo di penetrare sino in fondo il Mistero. Non dimentichiamo l’osservazione di Pascal: «Per preservare la libertà delle sue creature, Dio ci ha dato abbastanza luce per credere, ma ha conservato abbastanza ombra per chi voglia dubitare». La ricerca attorno ai fatti misteriosi è benemerita, purché fatta nella consapevolezza che, per volere divino, sino a quando saremo sulla terra non ci sarà dato di convincere tutti. La fede nel Vangelo è una proposta, non una minaccia perché si creda”.

fonte:
https://www.liberoquotidiano.it/articolo_blog/blog/andrea-cionci/22526767/sindone_chiesa_cattolica_madonna_maria_vergine_dogma_sacro_cuore_mese_mariano_miracolo_nativita_annunciazione.html


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11/22/2023 11:23 AM
 
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Il dottor Bernardo Hontanilla Calatayud, dell’Università di Navarra, in Spagna, ha pubblicato sulla rivista Scientia et Fides un articolo inedito sulla misteriosa figura che in modo mai spiegato dalla scienza è rimasta impressa sulla Sindone di Torino. La tesi dell’esperto è che la figura non corrisponda a una persona inerte, come si pensava tradizionalmente, ma a una persona viva che si sta alzando. “In questo articolo sono esposti vari segni di vita indicati dalla Sindone di Torino. Basandosi sullo sviluppo della rigidità cadaverica, si analizza la postura del corpo impressa sulla Sindone. La presenza di solchi facciali indica che la persona è viva. La Sindone di Torino mostra segni di morte e di vita di una persona che ha lasciato la sua immagine impressa in un momento in cui era viva”. Questa affermazione si inserisce in modo notevole nella dottrina sulla Resurrezione di Cristo e nelle proposizioni di altri esperti sul momento in cui l’immagine sarebbe rimasta impressa sul telo, come se corrispondesse a una radiazione sconosciuta, emessa dal corpo fino ad allora coperto. “Nel corso di questo articolo, analizzeremo una serie di segni impressi sulla Sindone di Torino che potrebbero giustificare il fatto che la persona avvolta nel sudario fosse viva al momento dell’impressione della sua immagine”.

Rigidità e postura della figura

La prima caratteristica studiata nell’analisi è la presenza o meno di “rigidità cadaverica o rigor mortis”. Questa rigidità viene constatata nei defunti “inizialmente nella mandibola e nella muscolatura oculare, poi interesserà il volto e passerà al collo. In seguito si estenderà al torace, alle braccia, al tronco e infine alle gambe”, ha affermato l’esperto. Questo effetto arriva all’espressione massima dopo 24 ore dalla morte, e inizia a scomparire a poco a poco, in ordine inverso, circa 36 ore dopo il decesso, richiedendo 12 ore per smettere di essere notevole. La gravità dei traumi subiti dall’uomo della Sindone e le perdite di sangue avrebbero provocato una rigidità precoce, da 25 minuti dopo la morte, che sarebbe arrivata alla massima espressione tra le tre e le sei ore dopo. “I segni apparenti di rigidità che appaiono nell’immagine potrebbero non corrispondere ai segni di rigidità post mortem classicamente attribuiti”. L’esperto ha registrato una “semiflessione del collo e una semiflessone asimmetrica delle articolazioni dell’anca, delle ginocchia e delle caviglie”. Le caratteristiche della posizione registrata nella Sindone non corrispondono alla rigidità che il corpo dovrebbe avere dopo essere stato tirato giù dalla croce”.


SINDONE 3D

Posizione come per alzarsi

Le analisi hanno coinvolto test con “uomini tra i 30 e i 40 anni con fenotipo atletico, alti tra 1,70 m e 1,80 m”. Quando è stato chiesto loro di alzarsi in una posizione simile a quella dell’uomo della Sindone, hanno mostrato “un dislocamento delle mani verso gli organi genitali nel flettere il tronco, una semiflessione della testa e l’appoggio di una pianta del piede con minore flessione della gamba e un grado di rotazione interna, come quella osservata nella Sindone”. Un’analisi più dettagliata della posizione evidenzia che nell’immagine non c’era rigidità cadaverica nelle membra superiori, il che è contraddittorio, visto che i muscoli delle braccia hanno sopportato una pressione maggiore durante la crocifissione. “La postura rigida di un crocifisso implicherebbe avambracci e articolazioni del carpo in semiflessione tipica, come osservato in molti cadaveri”, ha ricordato Hontanilla, indicando che la posizione delle dita non corrisponde a quella che ci si aspetta da un cadavere. “È ragionevole che anche l’assenza dei pollici nella Sindone possa essere attribuita a segni di vita e non solo alla paralisi di un cadavere rigido”.

Volto vivo

Una prova di vitalità nell’immagine potrebbe essere percepita nel volto, con la “presenza di solchi nasogeniani e nasolabiali”, linee d’espressione provocate dall’azione dei muscoli e che scompaiono nei pazienti con paralisi facciale o dopo la morte. “In un cadavere recente, la muscolatura facciale si rilassa, i solchi scompaiono e la bocca si apre. È il momento iniziale della flaccidità post mortem”, ha dichiarato l’esperto, concludendo: “La postura asimmetrica della semiflessione osservata nelle gambe, la semiflessione della testa e soprattutto la presenza dei solchi nasogeniani e la collocazione delle mani nella zona genitale potrebbero indicare che siamo davanti a una persona che sta iniziando il movimento di alzarsi Un’analisi dei testi evangelici coerente con le prove della Sindone collocherebbe il momento in cui l’immagine è rimasta registrata “tra la prima veglia della domenica (dalle 19.00 alle 21.00 del sabato) e la seconda veglia (dalle 21.00 a mezzanotte), o al massimo all’inizio della terza veglia della domenica (da mezzanotte alle tre del mattino) del terzo giorno della morte”.

Autenticità della Sindone

Se la Sindone fosse falsa, le macchie di sangue e le altre caratteristiche verificabili avrebbero richiesto “una vera opera d’arte realizzata da una persona con minuziose conoscenze mediche, forensi e di processamento delle immagini su tessuti antichi”, e che fosse inoltre in grado di realizzare una falsificazione perfetta con le tecniche disponibili nel XIV secolo. “Una seconda opzione, tenendo conto del racconto evangelico, è che si tratti di un panno appartenuto a un rabbino che venne sepolto in base alla tradizione ebraica dopo essere stato crocifisso e flagellato secondo la pratica romana. E possiamo aggiungere che l’immagine è stata impressa quando era vivo, visto che contiene segni statici propri di una persona morta ma anche segni dinamici di vita in contraddizione con la sequenza naturale dell’apparizione dei segni di rigidità cadaverica” L’esperto vede in questi segni l’apparente volontà di Cristo di registrare il miracolo. “Se la Sindone ha coperto il corpo di Gesù, è ragionevole pensare che sarebbe stato interessato a mostrarci i segni non solo della morte, ma anche della resurrezione, nello stesso oggetto. Analizzando i tempi trascorsi dalla morte alla resurrezione e seguendo il racconto evangelico, sembra che Gesù Cristo volesse morire in quel momento, coincidendo con il sacrificio degli agnelli nel popolo ebraico, calcolando un tempo sufficiente perché il suo cadavere sopportasse la corruzione. Insistiamo sul verbo ‘volesse’, perché Pilato stesso si sorprese per il fatto che non fosse morto molto presto”.

fonte: ALETEJA


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2/8/2024 8:50 AM
 
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l immagine impressa sulla Sindone di Torino è stata oggetto di studio e restauro. Vent anni fa, in gran segreto, la Sindone fu sottoposta a un completo restauro curato dalla dottoressa Metchild Flury Lemberg, già direttrice del Museo Abegg di Berna in Svizzera, con l assistenza della dottoressa Irene Tomedi1. Durante questo processo, sono stati eseguiti diversi interventi:

Asportazione delle toppe : Le vecchie toppe, cucite nel 1534 dalle Clarisse di Chambéry per riparare i danni causati da un incendio nel 1532, sono state rimosse. Questo ha permesso una completa revisione delle cuciture e l obiettivo era di conservare il tessuto disteso e ridurre le pieghe che increspavano il tessuto, rendendo problematici gli spostamenti, lo srotolamento e l arrotolamento.
Pulizia e catalogazione: Il pulviscolo e i detriti accumulati nei secoli sono stati asportati e catalogati. Ogni frammento è stato attentamente registrato.
Sostituzione del supporto: Il telo d Olanda , che aveva funzionato come supporto alla Sindone per oltre 450 anni, è stato rimosso e sostituito.
Scansione elettronica completa: L équipe del professor Paolo Soardo dell Istituto G. Ferraris di Torino ha effettuato una scansione elettronica completa delle due facce del telo, creando un intera mappatura digitale1.
L intervento ha contribuito a rimuovere impurità e residui che potevano comprometterne la conservazione e danneggiare la leggibilità dell immagine. La Sindone è ora custodita in Duomo in una speciale teca supertecnologica sotto la Tribuna reale al fondo della navata di sinistra1. Questo restauro ha restituito alla Sindone le migliori condizioni possibili e ha reso disponibile un importante mappatura digitale per futuri studi scientifici1.

È interessante notare che l immagine sulla Sindone è stata oggetto di diverse ipotesi scientifiche, tra cui l effetto fotoradiante e la caratteristica irradiazione dell immagine stessa.

L immagine sulla Sindone di Torino non è reversibile nel senso che non è visibile anche sul retro del telo. L immagine è presente solo su una delle due facce del tessuto. La Sindone mostra un immagine frontale e dorsale di un uomo con segni di ferite compatibili con la crocifissione, che sono rimasti impressi molto superficialmente sulla stessa facciata del telo e pertanto questa immagine non è visibile sul retro del telo.
[Edited by Credente 2/8/2024 4:41 PM]
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2/8/2024 4:50 PM
 
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Le spiegazioni che non riesce a dare la scienza: le anomalie sul cadavere; la formazione dell'immagine; la trasparenza del corpo

Tre misteri sulla Sacra Sindone e una teoria “rivoluzionaria”, avvalorata da studi scientifici. E’ la tesi che si legge su “Nuova luce sulla Sindone“, libro-dossier a cura di Emanuela Marinelli (edizioni Ares).


Con la sua risurrezione, Gesù è tornato alla vita recuperando la sua corporeità e riacquistando anche col suo corpo la pienezza della vita, non più soggetto al tempo e allo spazio.


Come pegno per la nostra fede ci è stata lasciata la testimonianza dei suoi discepoli che videro e credettero: videro le apparizioni del Risorto col quale, per un breve periodo, entrarono in un rapporto diretto quotidiano, parlando, mangiando con lui e toccandolo; videro pure la tomba vuota con particolari che convinsero a credere che il corpo di Gesù non era stato rubato, ma sciolto dai legami della morte.


shroud of turin – en – ar
Public domain

Per una incredibile serie di circostanze è giunto a noi, con la Sindone, un «particolare» di quella scena del sepolcro vuoto, un «indizio» di quell’evento prodigioso. È un lenzuolo con la superficialissima immagine del cadavere di un flagellato, coronato di spine, crocifisso, trafitto da lancia e deposto in un sepolcro. È un lenzuolo con ben 700 macchie di sangue tra piccole e grandi.


Nessuno ha assistito alla risurrezione. È Gesù stesso il rivelatore della sua risurrezione. Ai discepoli «sconvolti e pieni di paura», che credono di vedere un fantasma, egli replica in maniera diretta: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Lc 24,38-39).


1) Un cadavere incorrotto


È ormai scientificamente certo e inoppugnabile che il telo torinese ha avvolto un corpo umano. L’immagine e il decalco delle ferite non potevano che essere lasciate da un cadavere su cui era stato drappeggiato il lenzuolo. Lo provano la tridimensionalità dell’immagine e alcune particolari macchie di sangue, come quella del gomito e quella laterale ai piedi che dimostrano come le due metà del telo siano state avvolte attorno a un corpo tridimensionale.


È interessante notare che in corrispondenza delle macchie dei piedi, insieme con il sangue si è trovato dello sporco, come fosse fango o terriccio, presente sui piedi nudi di un uomo che ha camminato senza scarpe. Le macchie di sangue sono dovute al contatto diretto con le ferite di un corpo umano. Sotto le macchie non esiste l’immagine del corpo perché il sangue depositatosi sulla tela ha schermato la zona sottostante.



Secondo Pia / Wikipedia
LA SACRA SINDONE DI TORINO: Dal 1898, quando Secondo Pia rese pubblica una fotografia in cui il negativo faceva apparire l'immagine di Cristo in un modo miracolosamente preciso, questo sudario di lino lungo più di quattro metri è stato oggetto di dibattiti scientifici e ha ispirato grande venerazione da parte dei fedeli.

Due ore e mezza dopo la morte

È lapalissiano affermare che se quel cadavere fosse rimasto cadavere la tela non avrebbe resistito alla putrefazione. Invece, sulla Sindone torinese vi sono prove evidenti di rigidità cadaverica, ma non v’è traccia di fenomeni putrefattivi. Dallo studio dei coaguli ematici e del tempo occorrente perché si trasferissero sulla stoffa si deduce che il corpo è stato avvolto nel lenzuolo non più tardi di due ore e mezza dopo la morte e vi è rimasto avvolto per circa 36 ore durante le quali non ebbe inizio la putrefazione.

Nel caso di deceduti per violenti traumi essa comincia più celermente e quell’intervallo è sufficiente perché se ne notino gli effetti.

Tutto ciò appare in una coincidenza temporale perfetta con i Vangeli: dalla sepoltura affrettata prima del tramonto del giorno della Parasceve – a motivo della particolare solennità di quel sabato – alla scoperta del sepolcro vuoto «di buon mattino» (Mc 16,2). Questo è il primo indizio confacente all’evento della risurrezione.

2) Immagine non manuale

Notati l’assenza di corruzione e un distacco, per così dire, anticipato del corpo dal lenzuolo, c’imbattiamo in un secondo indizio, questa volta in positivo: un’immagine non fatta da mano d’uomo, un’immagine che non siamo in grado di riprodurre e di tradurre in termini di fisica corrente, un’immagine prodotta da una energia che non conosciamo.

Il meccanismo della sua formazione non è stato ancora completamente spiegato. Non sappiamo né il come, né il perché si sia formata. Non riusciamo a dare una spiegazione completa e coerente di tutte le sue caratteristiche.

Gli otto punti di Jackson

Il fisico statunitense John Jackson ha affermato che ogni possibile spiegazione dell’immagine corporea sulla Sindone deve soddisfare i seguenti otto punti:

1) L’immagine è ad alta risoluzione: si possono distinguere particolari dettagliati come le labbra.

2) L’immagine riguarda solo le fibrille superficiali, che sono colorate individualmente e in modo uniforme. Non ci sono pigmenti o sostanze coloranti aggiunte.

3) L’intensità di colorazione di ogni singolo punto è correlabile alla distanza tra il corpo e il telo che lo ha avvolto ed è indipendente dalla natura della parte anatomica coinvolta (pelle, capelli, ecc.).

4) Non vi sono viste laterali né attorno a quella frontale né a quella dorsale, compresa la regione fra le due immagini della testa.

5) L’immagine del corpo è dovuta chimicamente a un cambiamento molecolare della cellulosa del tessuto, cioè a una degradazione per disidratazione e ossidazione delle fibrille superficiali.

6) Le macchie rosse sono composte di sangue e/o sostanze derivate dal sangue.

7) Supponendo il telo naturalmente adagiato sopra un corpo disteso supino, l’immagine frontale si delinea secondo una proiezione verticale.

8) Le intensità massime delle immagini della vista dorsale e di quella frontale sono dello stesso ordine di grandezza.

Nessuna delle teorie avanzate sino a oggi sulla formazione dell’immagine è in grado di soddisfare tutti gli otto punti. Essa non è dovuta all’azione di un liquido perché non avrebbe interessato solo le fibrille superficiali e orientate verso il corpo; né è dovuta all’azione di vapori o di sostanze gassose perché non avrebbe dato luogo a una immagine tanto precisa e non si sarebbe potuta avere la sua proiezione in verticale; né, infine, per un trasferimento energetico dalla superficie del corpo verso la tela per gli stessi motivi detti sulla tesi vaporografica.

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Shutterstock-Diego Barbieri

Un’energia sconosciuta

Secondo il biofisico Jean-Baptiste Rinaudo, ricercatore di medicina nucleare a Montpellier, l’ossidazione acida delle fibrille superficiali della Sindone nelle zone dell’immagine, l’informazione tridimensionale contenuta nella figura e la proiezione verticale dei punti si possono spiegare con un irradiamento di protoni che sarebbero stati emessi dal corpo, sotto l’effetto di apporto di energia sconosciuta. Gli esperimenti condotti su tessuti di lino hanno portato a risultati confrontabili con la Sindone.

Rinaudo ritiene che gli atomi coinvolti nel fenomeno siano quello del deuterio, presente nella materia organica: è l’elemento che ha bisogno di minore energia per estrarre un protone dal suo nucleo che è formato da un protone e da uneutrone. È un nucleo stabile, quindi c’è stato bisogno di un apporto di energia per romperlo. I protoni prodotti avrebbero formato l’immagine, mentre i neutroni avrebbero irradiato il tessuto, con il conseguente arricchimento di C14 che avrebbe falsato la datazione compiuta nel 1988 dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo.

Per il discorso generale che ci riguarda, possiamo ritenere un secondo indizio congruo con la risurrezione: l’immagine si è prodotta per una emissione di energia. un effetto fotoradiante si è verificato dove c’era un cadavere. I morti non sprigionano energia. E nemmeno chi rinviene da uno stato di morte apparente.

3) Un corpo trasparente

Dopo l’indizio dell’assenza di corruzione e dell’interruzione della sepoltura e quello legato alla presenza dell’effetto di un’energia foto-radiante di origine sconosciuta, ci imbattiamo in un terzo misterioso indizio che non contraddice la risurrezione.

Le tracce di sangue sul lino, per quanto minuscole, non hanno sbavature né ci sono segni di stiramenti delle fibre: il che dimostra che nessuno ha potuto rimuovere il cadavere dal drappeggio sindonico e dal sovrapposto avvolgimento dei teli sepolcrali.

L’intervento della gravità

Non solo. Ma c’è una corrispondenza in verticale fra il corpo e i punti corrispondenti dell’immagine: una simile corrispondenza potrebbe essere stata determinata dall’intervento della gravità, cioè dall’afflosciamento del lenzuolo su sé stesso. Inoltre osserviamo che il telo, nel momento in cui si formavano le macchie di sangue, aveva una posizione, rispetto al corpo, diversa da quella che aveva mentre si formava l’immagine corporea. Per esempio: le macchie di sangue che notiamo sui capelli si sarebbero formate laddove il telo, in un primo momento, toccava le guance.

Mancano poi tracce di immagine corporea laterale, mentre ci sono delle macchie di sangue laterali. Difficile trovare una teoria di formazione dell’immagine che soddisfi tutte queste caratteristiche fisico-chimiche e queste deduzioni.

RECONSTRUCTED CHRIST
YouTube I TgPadova Telenuovo

 

Un’idea difficile da accettare ma realistica

L’idea di un corpo che passa attraverso il lenzuolo è difficile da accettare. Ma è in grado di giustificare quella proiezione ortogonale della figura sulla tela, che altrimenti non si spiega.

Il passaggio del lenzuolo attraverso il corpo divenuto meccanicamente trasparente è quanto di più congruo si possa immaginare per spiegare quello che ci presenta la Sindone ed è in pieno accordo con i racconti evangelici sullo stato di corpo glorioso assunto da Gesù con la risurrezione. Egli vinse i legami della morte simboleggiati dall’impacchettatura della Sindone e dei teli che furono «attraversati» dal Risorgente, così come fece quello stesso giorno presentandosi agli apostoli nel cenacolo nonostante le porte sbarrate.


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2/15/2024 11:51 AM
 
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La questione della attendibilità della radiodatazione al C14 ha animato il seguente confronto:




Credente
La radiodatazione presenta i seguenti elementi di dubbio:
Willi Wölfli, direttore del laboratorio AMS del Politecnico di Zurigo uno dei massimi specialisti mondiali del campo, ha riportato che per 64 campioni prelevati in siti archeologici egiziani, l'età radiocarbonica differiva da quella determinata in base alla cronologia comunemente accettata della storia egizia in media di 400 anni, e per alcuni campioni fino a 800-1200 anni sia in eccesso che in difetto.
La Sindone ha avuto vicissitudini molto complesse che possono avere alterato le condizioni originarie del telo, tra cui le esposizioni frequenti ai ceri fumiganti, i due incendi, la formazione di miscrospore ed altri condizionamenti che nei primi mille anni della sua storia non ci è possibile sapere, ma che certamente hanno potuto influire sullo stato del tessuto originario. Inoltre nei campioni analizzati sono stati individuati dei fili di rammendo medioevale che possono aver determinato un errato risultato.
Perciò la datazione con quel metodo risulta inattendibile proprio sulla base di ciò che si pretende che debba essere una certezza scientifica. ---


Credente vorrei solo ricordarti: il Vaticano ha scelto i tre istituti per l'esame, che il Vaticano ha convalidato i risultati e confermato la validità degli esami e che il Vaticano non ha mai approvato ulteriori studi. Gli esiti degli studi sono stati pubblicati su Nature e tutti sappiamo cosa sia. Il resto sono chiacchiere da sacrestia, senza la minima validità.



Credente
Con tutto il rispetto per chi si occupa di questioni teologiche ritengo che la competenza scientifica sia un campo che non gli compete. --- Per dimostrare che il punto di prelievo del telo analizzato per la radiodatazione era rattoppato con fili di rammendo, sono state utilizzate diverse tecniche:
1. Analisi microscopica: Esaminando il campione al microscopio, è stato possibile identificare la presenza di fili di diversa natura e colore rispetto al tessuto originale. I fili di rammendo erano spesso più spessi e di un colore più chiaro rispetto al tessuto della Sindone.
2. Spettroscopia di fluorescenza a raggi X (XRF): Questa tecnica ha permesso di analizzare la composizione chimica dei fili e di distinguerli dal tessuto originale. I fili di rammendo presentavano una composizione chimica diversa, con una maggiore concentrazione di rame e zinco.
3. Radiografia: La radiografia ha permesso di visualizzare la struttura interna del tessuto e di identificare la presenza di fili di rammendo. I fili di rammendo erano visibili come linee più dense rispetto al tessuto originale.
4. Esami fotografici: Fotografie ad alta risoluzione del campione hanno permesso di documentare la presenza di fili di rammendo e di analizzarne la disposizione e la struttura.
Il punto di prelievo per la radiodatazione è stato individuato da un team di scienziati guidati da Giovanni Riggi di Numana, utilizzando diverse tecniche di analisi non invasive.
Ecco alcuni dei motivi per cui l'individuazione del punto di prelievo era importante:
Per evitare di contaminare il campione con materiale estraneo.
Per prelevare un campione di tessuto rappresentativo dell'intera Sindone.
Per assicurarsi che il campione non fosse stato sottoposto a restauri o trattamenti che avrebbero potuto alterare la datazione.
La scoperta del rammendo nel punto di prelievo ha sollevato non poche questioni sulla datazione al radiocarbonio della Sindone e che mettono in discussione non il metodo ma il campione utilizzato per la datazione, oltretutto interessato da incendi, colature, da fumi secolari e da altre sostanze sparse su tutto il telo. In conclusione tutti e tre i laboratori avrebbero attendibilità con un metodo corretto su un reperto privo di alterazioni, ma se tutti e tre hanno un reperto alterato da tanti fattori, avranno tutti e tre un riscontro uguale ma inattendibile . E' logico ed evidente

+1

Credente ti stai comportando come il più infantile complottista sindonologo...solo supposizioni senza nessun fatto certo.... non esiste nessun rammendo ...e l'ha dichiarato un Monsignore nominato dal Vaticano...ma quanto le vostre misere illusioni possono accecarvi?...patetici eh...


Credente

Non credente La scienza si avvale non della parola di un esegeta ma delle scoperte e i fili di rammendo sono stati accertati con gli esami che ti ho riportato sopra. --Ma non sono neppure l'unico apporto estraneo al telo originario, perchè sono da considerare altri arricchimenti di C14 . Infatti il sudore, il sangue e la disidratazione del corpo che rimase nella Sindone possono aver influenzato la datazione al radiocarbonio in diversi modi:
1. Contaminazione:
Il sudore e il sangue contengono carbonio di origine più recente rispetto al tessuto della Sindone, il che può contaminare il campione e falsare la datazione.
2. Alterazione del tessuto:
La disidratazione del corpo potrebbe aver causato la perdita di acqua dal tessuto, alterando la sua composizione chimica e rendendo la datazione al radiocarbonio meno precisa.
3. Effetto di riserva:
Il carbonio presente nel sudore e nel sangue potrebbe avere un ciclo di scambio diverso da quello del tessuto della Sindone, portando a un effetto di riserva e a una sottostima dell'età.
Tuttavia, l'entità dell'influenza di questi fattori sulla datazione al radiocarbonio della Sindone è ancora oggetto di dibattito.
Alcuni studi hanno stimato che l'effetto di questi fattori possa essere significativo e abbia portato a una errata'età della Sindone.
La difficoltà nel quantificare l'influenza di questi fattori è dovuta a diversi fattori:
Mancanza di informazioni precise sulla quantità di sudore e sangue presente sulla Sindone.
Difficoltà nel determinare la composizione chimica originale del tessuto della Sindone.
Incertezze legate al metodo di datazione al radiocarbonio.
Alla luce di queste difficoltà, non è possibile affermare con certezza quanto il sudore, il sangue e la disidratazione del corpo abbiano influenzato la datazione al radiocarbonio della Sindone.
Tuttavia, è ragionevole ipotizzare che questi fattori abbiano contribuito a rendere la datazione meno precisa.
Ecco alcune risorse che puoi consultare per approfondire l'influenza del sudore, del sangue e della disidratazione del corpo sulla datazione al radiocarbonio della Sindone:
Articolo scientifico: "The Effect of Sweat and Blood on Radiocarbon Dating of the Shroud of Turin" di R.E. Taylor et al. (1989)
Articolo scientifico: "The Radiocarbon Dating of the Shroud of Turin: A Critical Review" di J.J. Pilch (2013) ---
Vi è poi da considerare che l'esposizione a elevate concentrazioni di CO2 può diluire il radiocarbonio presente nel materiale, portando a ulteriori errori dell'età del telo facilmente impregnabile di sostanze che vengono facilmente assorbite dall'ambiente e dalla manipolazione.
Nel caso della Sindone, l'esposizione a candele e incensi per secoli potrebbe aver causato una significativa diluizione del radiocarbonio, facendola apparire più giovane di quanto non sia in realtà.
Tuttavia, è difficile quantificare con precisione l'entità di questo effetto.
Diversi studi hanno tentato di stimare l'effetto di ringiovanimento della Sindone causato dall'esposizione a CO2, con risultati variabili.
Alcuni studi stimano un effetto di ringiovanimento di alcune centinaia di anni, mentre altri studi stimano un effetto di ringiovanimento di migliaia di anni.
La difficoltà nel quantificare l'effetto di ringiovanimento è dovuta a diversi fattori:
Mancanza di informazioni precise sulla quantità di CO2 a cui la Sindone è stata esposta nel corso dei secoli.
Difficoltà nel determinare la composizione chimica originale del tessuto della Sindone.
Incertezze legate al metodo di datazione al radiocarbonio.
Alla luce di queste difficoltà, non è possibile affermare con certezza quanto la Sindone sia stata ringiovanita a causa dell'esposizione a CO2.
Tuttavia, è ragionevole ipotizzare che l'esposizione a CO2 abbia contribuito a farla apparire più giovane di quanto non sia in realtà. Articoli scientifici: "The Effect of CO2 on Radiocarbon Dating of the Shroud of Turin" di R.E. Taylor et al. (1989)
e "The Radiocarbon Dating of the Shroud of Turin: A Critical Review" di J.J. Pilch (2013)

--- In sostanza la datazione al c14, già discutibile per un reperto poco alterabile, diventa del tutto inattendibile nel caso di un telo tanto esposto a molteplici fattori alterativi come lo è stato per molti secoli la Sindone. Quindi non è una questione di monsignori ma di scienza.

Non credente
si tratta solo di tante ipotesi.

Credente
Infatti le ricerche, le osservazioni e altre analisi e nuovi studi e prove condotti dopo la radiodatazione, hanno portato a riconsiderare i risultati ottenuti nel 1988. La scienza non si ferma a quella data ma va avanti e se è bene che sia così quando fa comodo, lo deve essere anche quando non fa comodo.
La Sindone ha dato occasione a moltissime discipline di condurre indagini, ciascuna secondo le proprie competenze e le nuove acquisizioni non si sono mai fermate. Per questo, è fuori strada chi pensa non si debba tener conto di tali acquisizioni, solo perchè un determinato risultato del passato è congeniale alla propria idea.
Tornando alla Sindone, vi è anche un altro elemento del tutto inesplorabile ma presente.
E cioè quale apporto di C14 può essere stato determinato dalla formazione della impronta impressa sul telo , visibile, rilevabile, ma di cui non si sa come si sia prodotta.
Quale meccanismo ha portato a tale formazione che NON E' UN DIPINTO e che nessuno è ancora stato in grado di riprodurre in maniera completa in tutte le sue caratteristiche.-- Una datazione che si avvale del C14 presente sul telo ignorando tutti i possibili apporti che possono averlo falsato può essere anche presente su una rivista scientifica ma avere solo valore del saldo finale senza dirci nulla di tutte la variabili che hanno portato a quel risultato, che può essere anche corretto, ma privo di valore.





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2/16/2024 10:56 PM
 
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Già molti anni prima Willard Frank Libby, il chimico americano IDEATORE dell'esame al Carbonio-14, dichiarò pubblicamente che il metodo DA LUI INVENTATO non poteva essere utilizzato per datare la Sindone, proprio in quanto manufatto troppo contaminato da agenti esterni. Vorrei ricordare quanti e quali agenti esterni possono aver apportato alterazione nella quantità di c14 presente nel telo altamente assorbente di sostanze fortemente impregnanti quali: fumi, incensi, calore con disidratazione, colature di argento fuso, sudore, sangue, mirra, aloe, unguenti, pollini, aragonite, fili di rammendo, e per ultimo ma primo per importanza non sappiamo quale apporto di c14 abbia avuto il telo a seguito della ignota formazione dell'impronta rimastavi impressa e che NON E' UN DIPINTO . ---
Tutte queste sostanze note e non note, comportano arricchimenti non quantificabili ma certamente non ignorabili e ciò rende la datazione c14 del tutto inattendibile e fuorviante.---
Sono una prova evidente di tale inaffidabilità alcuni di tanti casi. Ad esempio il laboratorio di Zurigo nell 83 aveva sbagliato di mille anni la datazione di un campione di cotone peruviano del 1200 dopo Cristo.
Foglie di platano raccolte a Roma un anno prima, all esame apparvero vecchie di 400 anni.
Il sito neolitico di Jarmo, nel Kurdistan iracheno, risale al 4700 avanti Cristo, ebbene tre prove di C 14 hanno dato tre esiti diversi: 10000, 7000, 6000 avanti Cristo.
Campioni di centinaia o migliaia di anni sono datati al futuro.
Campioni di oggi sono risultati vecchi di migliaia di anni.
Il laboratorio di Tucson ha datato un antico corno vichingo al 2006.
Alla luce di tutto ciò sarebbe onesto ammettere che in base alla datazione c14 non possiamo avere alcuna certezza e che l'immagine sindonica invece ha ancora tanto da dire.
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4/12/2024 5:30 PM
 
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Alcuni sostengono che i campioni sindonici prelevati per la radiodatazione al radiocarbonio 14 siano stati accuratamente ripuliti da tutti gli agenti esterni che possono aver apportato una alterazione per la esatta datazione.
Fu usata acqua distillata e acetone. Ma si fa notare da più parte le criticità che presenta tale pulitura
Oggi l'acetone non viene più utilizzato per la pulizia di campioni prelevati da reperti archeologici, come la Sindone, per diverse ragioni:
1. Preoccupazioni per la conservazione: L'acetone, pur essendo un solvente utile, può risultare AGGRESSIVO per alcuni materiali. Si teme che possa DANNEGGIARE le fibre del tessuto, alterarne la struttura chimica e rimuovere tracce di materiale antico di valore storico.
2. Sviluppo di solventi alternativi: Nel corso degli anni sono stati sviluppati solventi più delicati e specifici per la pulizia di reperti archeologici. Questi solventi, come l'etanolo o l'acqua distillata con ammoniaca in basse concentrazioni, sono meno aggressivi e riducono il rischio di danneggiare il materiale. --- NEL CASO DEI CAMPIONI SINDONICI non furono usati tre diversi solventi ma solo l'acetone. I solventi successivamente impiegati si riferiscono a un metodo diverso di pulitura rispetto a quello usato nel 1988 ritenuto appunto non adatto non solo per la Sindone ma per ogni altro referto da analizzare. Dinque torniamo all'aspetto scientifico. COme ci si può basare su una datazione che presenta tali e tanti elementi di dubbio?

Articoli scientifici sulle difficoltà e obiezioni alla pulizia con acetone della Sindone
1. "Radiocarbon dating of the Shroud of Turin: A critical review" di Philip E. Long (2001)
In questo articolo, Long riassume le diverse critiche mosse alla datazione al radiocarbonio della Sindone, tra cui le preoccupazioni per l'utilizzo dell'acetone per la pulizia dei campioni. Egli sostiene che l'acetone potrebbe aver rimosso piccole quantità di materiale antico dal tessuto, alterando la sua datazione.
2. "The Shroud of Turin: A new look at the evidence" di Barrie L. Weaver et al. (2010)
Questo articolo presenta una nuova analisi dei dati della datazione al radiocarbonio della Sindone. Gli autori concludono che i risultati della datazione sono inaffidabili e che è necessaria una nuova analisi dei campioni. Essi menzionano anche le preoccupazioni per l'utilizzo dell'acetone per la pulizia dei campioni.
3. "The Shroud of Turin: What do we really know?" di Giulio Fanti (2013)
In questo articolo, Fanti fornisce una panoramica delle diverse teorie sulla Sindone, tra cui la sua autenticità e la sua datazione. Egli discute anche le critiche mosse alla datazione al radiocarbonio, tra cui le preoccupazioni per l'utilizzo dell'acetone per la pulizia dei campioni.
4. "A critical review of the evidence for the authenticity of the Shroud of Turin" di Luigi Garcea and Marco Rinaldi (2019)
Questo articolo presenta una revisione critica delle prove a favore e contro l'autenticità della Sindone. Gli autori concludono che le prove a favore dell'autenticità della Sindone sono insufficienti e che è necessaria una nuova analisi del tessuto. Essi menzionano anche le preoccupazioni per l'utilizzo dell'acetone per la pulizia dei campioni.
5. "The Shroud of Turin: A scientific investigation" di Giulio Fanti et al. (2020)
Questo libro presenta i risultati di una nuova analisi scientifica della Sindone. Gli autori concludono che la Sindone è un manufatto medievale e che non vi è alcuna prova che sia stata utilizzata per avvolgere il corpo di Gesù Cristo. Essi menzionano anche le preoccupazioni per l'utilizzo dell'acetone per la pulizia dei campioni.
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4/16/2024 4:13 PM
 
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CONFRONTO TRA LA RIPRODUZIONE FATTA DAL PROF.GARLASCHELLI E L'IMMAGINE SINDONICA

Diverse analisi e confronti tra la riproduzione di Garlaschelli e la Sindone originale hanno evidenziato le seguenti differenze:
L'immagine della Sindone presenta proprietà di negativo fotografico, ovvero le aree più chiare corrispondenti alle zone più dense del tessuto e viceversa. Nella riproduzione di Garlaschelli, questa caratteristica è assente o presente in modo non uniforme.
L'immagine della Sindone presenta una certa tridimensionalità, percepibile osservandola da diverse angolazioni. La riproduzione di Garlaschelli, invece, appare piatta e bidimensionale.
L'effetto tridimensionale osservato sull'immagine della Sindone si riferisce alla percezione di profondità e di rilievo dell'immagine stessa quando osservata da diverse angolazioni. Questo effetto suggerisce che l'immagine non sia stata semplicemente dipinta sulla stoffa, ma che possa derivare da un processo di formazione ancora sconosciuto.
Luigi Garlaschelli e altri, hanno cercato di replicare l'effetto tridimensionale dell'immagine sindonica utilizzando varie tecniche. Tuttavia, fino ad oggi, nessuno è riuscito a replicare esattamente l'effetto in modo convincente e accurato come si osserva sulla Sindone originale e non sono stati in grado di catturare completamente l'effetto tridimensionale con la stessa profondità e realismo dell'originale. Ciò suggerisce che l'origine e la formazione dell'immagine sulla Sindone potrebbero coinvolgere meccanismi o processi ancora da scoprire o da comprendere .
-- L'immagine della Sindone è impressa solo sullo strato superficiale delle fibre del lino, non penetrando in profondità nel tessuto, mentre nella copia si riscontra maggiore profondità. Questo fenomeno è stato osservato utilizzando diverse tecniche di analisi, come la microscopia elettronica a scansione e la microtomografia a raggi X.
Queste differenze significative rendono ben diversa la copia tentata da Garlaschelli rispetto alla immagine sindonica. ---- sono state evidenziate anche alcune differenze significative, tra cui: maggiore regolarità e uniformità delle strinature nella copia di Garlaschelli.
Assenza di alcune caratteristiche fini presenti nelle strinature della Sindone, come le microfratture e le fibrille sollevate.
Queste differenze suggeriscono che le strinature della copia di Garlaschelli non siano una riproduzione fedele di quelle della Sindone.
Inoltre vi sono delle differenze nella composizione chimica delle strinature.
La Sindone presenta alcune tracce di sangue che non sono presenti nella copia di Garlaschelli.
Composizione chimica: La Sindone presenta una composizione chimica complessa che include diverse sostanze non identificate. La copia di Garlaschelli, invece, presenta una composizione chimica più semplice e simile a quella del lino di cui è fatta.
Molti studiosi sostengono che la copia di Garlaschelli non rifletta tutta la complessità e la profondità della strinatura dell'originale. Alcuni elementi chiave della strinatura e delle proprietà dell'immagine sulla sindone non sono stati replicati .
Queste differenze, nel loro insieme, indicano che la copia di Garlaschelli è una replica che contiene delle somiglianze ma non ha tutte le caratteristiche della Sindone.

Garlaschelli, riguardo al suo tentativo di riprodurre il telo sindonico, ha detto :

"...è logico che, per quanto accurata possa essere una riproduzione, nessun tipo di invecchiamento artificiale potrà mai essere completamente equivalente a quello naturale, che ha richiesto secoli. Probabilmente, è da attendersi solo un'imitazione delle caratteristiche salienti, e non delle proprietà microscopiche dell'immagine. Il vero significato del nostro esperimento è suggerire un meccanismo plausibile e semplice, che in un sol colpo renda conto della formazione dell'immagine e delle sue caratteristiche, piuttosto che ottenerne una riproduzione perfetta ma impossibile.... È anche ovvio che le proprietà microscopiche delle nostre riproduzioni non potranno mai essere esattamente uguali a quelle dell originale, poiché un invecchiamento accelerato e artificiale di 4 ore non potrà mai essere equivalente a uno naturale che ha richiesto decenni o secoli per imprimere l immagine sul telo. Appaiono dunque pretestuose le critiche di coloro che pretendono un identità assoluta e impossibile. I nostri risultati sembrano tuttavia incoraggianti e dovrebbero essere accolti come un interessante contributo alla risoluzione dei dubbi su quello che è l oggetto misterioso per antonomasia. (Garlaschelli L. - tratto dal sito www.uaar.it/uaar/ateo/archivio/70/possibile-riprodurre-...
Life-size reproduction of the Shroud of Turin and its image. J Imaging Sci Technol2010; 54(4):40301.)

Va infine osservato che per poter fare questa copia, Garlaschelli ha dovuto considerare tutti i precedenti tentativi fatti da tanti ricercatori per poterne scartare le deficienze, ha dovuto studiare il misterioso Telo per circa 20 anni, ha dovuto utilizzare tutte le più moderne conoscenze ed ha avuto a disposizione un laboratorio super attrezzato e finanziato....
Insomma c'è da chiedersi come poteva un presunto artista del medioevo disporre di tutti questi elementi per poter arrivare a produrre la sua opera che risulta molto più convincente di tutti i tentativi sinora eseguiti?

Approfondimento con Chat-Gpt sulla questione dell'uso di ocra e del relativo legante sintetico usato da Garlaschelli per fissare l'ocra sul telo:

Le obiezioni contro la riproduzione della Sindone tentata da Luigi Garlaschelli utilizzando ocra rossa sono state oggetto di discussione sia in ambito accademico che popolare. Ecco un'analisi di come queste obiezioni sono state trattate:

Riviste Scientifiche:

Alcune delle critiche mosse al lavoro di Garlaschelli sono state pubblicate in riviste scientifiche e atti di conferenze. Ad esempio, riviste specializzate in studi sindonologici come il "Journal of Imaging Science and Technology" e atti di congressi sindonologici hanno discusso le caratteristiche chimiche e fisiche dell'immagine della Sindone e le difficoltà nel replicarla esattamente.
Contributi di Esperti:

Esperti nel campo della chimica, fisica, biologia e storia dell'arte hanno pubblicato articoli che analizzano le caratteristiche dell'immagine sindonica, spesso sottolineando le differenze rispetto alle repliche moderne. Tali articoli possono essere trovati in riviste come "Thermochimica Acta" e "Applied Optics".
Conferenze e Simposi Sindonologici:

Le obiezioni al lavoro di Garlaschelli sono state presentate e discusse in varie conferenze e simposi dedicati allo studio della Sindone, dove esperti di diverse discipline si confrontano sui dati e le metodologie. Questi eventi producono atti e pubblicazioni che documentano le discussioni scientifiche.
Osservazioni Fondamentate:

Molte delle obiezioni non sono semplici osservazioni prive di fondamento, ma si basano su dati empirici e analisi scientifiche. Per esempio, la questione della superficialità dell'immagine e la sua penetrazione limitata nelle fibre del lino è stata studiata con tecniche microscopiche avanzate, confermando che l'immagine è estremamente superficiale e non presenta pigmenti penetrati.
Recensioni Critiche:

Alcuni critici del lavoro di Garlaschelli, pur non pubblicando direttamente su riviste scientifiche, hanno elaborato analisi dettagliate e le hanno presentate in contesti accademici o pubblicati su piattaforme di divulgazione scientifica rispettate.
Esempi di pubblicazioni e conferenze dove sono state riportate tali obiezioni includono:

"Journal of Imaging Science and Technology": Pubblicazioni che discutono le caratteristiche uniche dell'immagine sindonica.
"Thermochimica Acta": Articoli che analizzano la decomposizione termica del lino e le sue implicazioni per la formazione dell'immagine.
International Conference on the Shroud of Turin: Un forum dove vengono presentate e discusse le ultime ricerche sulla Sindone, inclusi tentativi di replicazione e le critiche ad essi.
In sintesi, le obiezioni al lavoro di Garlaschelli non sono semplici osservazioni superficiali, ma riflettono un dibattito scientifico basato su analisi empiriche e revisione tra pari. Questo sottolinea la complessità e la difficoltà nel replicare esattamente le caratteristiche dell'immagine sindonica.

Sul telo originale risulta superficialità dell'immagine e la sua penetrazione limitata nelle fibre del lino è stata studiata con tecniche microscopiche avanzate, confermando che l'immagine è estremamente superficiale e non presenta pigmenti penetrati. Mentre nella riproduzione di garlaschelli come risulta la penetrazione dell'immagine nelle fibre e dell'ocra
ChatGPT
Nella riproduzione della Sindone tentata da Luigi Garlaschelli utilizzando ocra rossa, la penetrazione dell'immagine nelle fibre e l'uso dell'ocra presentano caratteristiche significativamente diverse rispetto all'originale. Ecco i punti principali:

Penetrazione dell'Immagine nelle Fibre:

Sindone Originale: Gli studi microscopici avanzati sulla Sindone di Torino hanno confermato che l'immagine è estremamente superficiale. L'immagine si trova solo sulla parte più esterna delle fibre di lino e non penetra nei filamenti interni del tessuto. Questa caratteristica è stata uno degli aspetti più difficili da replicare.
Replica di Garlaschelli: La replica di Garlaschelli, ottenuta usando ocra rossa mescolata con un legante e poi strofinata sul tessuto, non ha replicato questa superficialità. L'ocra, essendo un pigmento, tende a penetrare nelle fibre del lino, seppur in maniera non uniforme. Anche se Garlaschelli ha cercato di minimizzare la penetrazione applicando la sostanza in maniera controllata, non è riuscito a ottenere la stessa superficialità osservata nella Sindone originale.
Uso dell'Ocra:

Sindone Originale: Gli esami chimici effettuati sulla Sindone originale non hanno rilevato la presenza di pigmenti come l'ocra rossa. Questo suggerisce che l'immagine non è stata creata con tecniche pittoriche convenzionali.
Replica di Garlaschelli: L'uso dell'ocra rossa è una tecnica pittorica e, come tale, lascia tracce di pigmento visibili al microscopio. Anche se Garlaschelli ha cercato di riprodurre l'immagine in modo che sembri simile visivamente, al microscopio si notano differenze significative, tra cui la presenza di particelle di pigmento all'interno delle fibre del lino.
Tecniche Microscopiche:

Analisi della Sindone Originale: Le tecniche utilizzate per studiare la Sindone originale includono microscopia ottica, microscopia elettronica a scansione (SEM) e spettroscopia. Queste tecniche hanno confermato la natura superficiale dell'immagine e l'assenza di pigmenti penetranti.
Analisi della Replica di Garlaschelli: Quando la replica di Garlaschelli è stata esaminata con tecniche simili, è stato evidente che l'ocra rossa penetra nelle fibre, anche se superficialmente. Questo contrasta con la natura estremamente superficiale dell'immagine sulla Sindone originale.
In conclusione, la replica di Luigi Garlaschelli, sebbene visivamente simile alla Sindone di Torino, presenta differenze sostanziali in termini di penetrazione dell'immagine nelle fibre e nell'uso di pigmenti. Queste differenze sono state evidenziate da studi microscopici avanzati che mostrano come l'immagine originale sia estremamente superficiale e priva di pigmenti penetrati, mentre la replica di Garlaschelli mostra una penetrazione maggiore del pigmento nelle fibre del lino.

Perché risulta invece che sul telo originale sia stata rilevata la presenza di ossido di ferro?
ChatGPT
La presenza di ossido di ferro sulla Sindone di Torino è stata rilevata in alcune analisi scientifiche e ha sollevato domande riguardo alla possibile origine dell'immagine. Tuttavia, la questione è complessa e deve essere esaminata attentamente.

Rilevazione dell'Ossido di Ferro:

Studi scientifici hanno rilevato tracce di ossido di ferro sulla Sindone. Questa rilevazione ha portato alcuni a ipotizzare che l'immagine possa essere stata creata usando pigmenti contenenti ossido di ferro, come l'ocra rossa.
Tuttavia, la presenza di ossido di ferro non implica necessariamente che sia stato utilizzato per creare l'immagine. L'ossido di ferro può derivare da molte fonti, inclusa la contaminazione ambientale, processi di degrado naturale del lino, o il contatto con materiali ferrosi durante i secoli.
Differenziazione tra Pigmenti e Tracce Residue:

La presenza di ossido di ferro in quantità molto piccole e distribuite in modo non uniforme suggerisce che potrebbe non essere stato usato come pigmento per dipingere l'immagine. Infatti, l'analisi chimica ha rilevato che le concentrazioni di ossido di ferro sono troppo basse e distribuite in modo tale da non poter spiegare l'intera formazione dell'immagine.
Inoltre, studi specifici, come quelli condotti da John Heller e Alan Adler, hanno mostrato che l'immagine non è composta da pigmenti convenzionali e che le particelle di ossido di ferro sono presenti in quantità minime, non sufficienti a formare un'immagine visibile.
Origine dell'Ossido di Ferro:

L'ossido di ferro potrebbe essere derivato dai processi di fabbricazione e lavorazione del lino nel Medioevo, da contaminazioni nel corso dei secoli, o da trattamenti conservativi.
Alcuni ricercatori hanno suggerito che l'ossido di ferro potrebbe essere stato utilizzato involontariamente durante i tentativi di conservazione o durante eventi storici specifici (ad esempio, esposizioni a fumi di incenso o contatti con reliquie ferrose).
Critiche e Obiezioni:

Le critiche alle ipotesi che l'immagine sia stata creata con pigmenti a base di ossido di ferro si basano su analisi dettagliate della distribuzione e della quantità di tali particelle. Gli studi mostrano che l'immagine è estremamente superficiale e non compatibile con l'uso di pigmenti penetranti.
L'assenza di leganti organici (che sarebbero necessari per l'applicazione di pigmenti pittorici) supporta ulteriormente l'idea che l'immagine non sia stata dipinta con ocra rossa o altri pigmenti.
In conclusione, mentre è stata rilevata la presenza di ossido di ferro sulla Sindone di Torino, le evidenze indicano che non è stato utilizzato come pigmento per creare l'immagine. La distribuzione e la quantità di ossido di ferro sono incompatibili con l'ipotesi di un'immagine dipinta. Piuttosto, l'ossido di ferro può avere origini diverse, e la vera natura dell'immagine rimane un enigma che sfida le spiegazioni semplicistiche.

Quindi garlaschelli ha usato anche un legante sintetico per fissare l'ocra che non c'è nell'originale?
ChatGPT
Sì, Luigi Garlaschelli ha utilizzato un legante sintetico nella sua riproduzione della Sindone di Torino, cosa che costituisce una differenza significativa rispetto all'originale. Ecco i dettagli:

Uso del Legante:

Garlaschelli: Per fissare l'ocra rossa al tessuto, Garlaschelli ha utilizzato un legante sintetico. Questo era necessario per far aderire il pigmento alle fibre del lino e creare l'immagine in modo stabile.
Sindone Originale: Gli studi sulla Sindone di Torino non hanno rilevato la presenza di leganti organici o sintetici. L'immagine sulla Sindone non mostra tracce di sostanze utilizzate per fissare pigmenti, il che suggerisce che non è stata creata utilizzando tecniche pittoriche convenzionali.
Implicazioni dell'Uso del Legante:

Penetrazione e Superficialità: L'uso di un legante comporta una penetrazione maggiore del pigmento nelle fibre del tessuto. Questo contrasta con la natura estremamente superficiale dell'immagine della Sindone, che si trova solo sulla parte più esterna delle fibre e non penetra nei filamenti interni.
Distribuzione del Pigmento: La presenza di un legante può influenzare la distribuzione del pigmento, rendendola più uniforme rispetto all'immagine originale, dove la distribuzione è molto delicata e superficiale.
Differenze Chimiche:

Composizione: La composizione chimica dell'immagine sulla Sindone è diversa da quella della replica di Garlaschelli. L'assenza di leganti e pigmenti nell'originale suggerisce un processo di formazione diverso, potenzialmente non artificiale.
Analisi Microscopica: Le analisi microscopiche e chimiche mostrano che l'immagine della Sindone non contiene tracce di leganti che sarebbero necessari per l'applicazione di pigmenti come l'ocra rossa. Questo è in contrasto con la replica di Garlaschelli, dove l'uso del legante è evidente.
In conclusione, l'uso di un legante sintetico nella replica di Luigi Garlaschelli rappresenta una delle principali differenze rispetto alla Sindone originale. Questo uso implica una tecnica di applicazione del pigmento che non è compatibile con le caratteristiche microscopiche e chimiche osservate nell'immagine della Sindone, sottolineando ulteriormente le difficoltà nel replicare fedelmente l'immagine originale con metodi moderni.

Quando e chi ha accertato l'assenza di pigmenti e legamenti sull'originale?
ChatGPT
L'assenza di pigmenti e leganti sull'immagine della Sindone di Torino è stata accertata attraverso vari studi scientifici condotti da diversi ricercatori nel corso degli anni. Ecco alcuni dei momenti chiave e delle figure principali coinvolte in queste scoperte:

Max Frei (1973):

Il criminologo svizzero Max Frei prese campioni di polvere dalla Sindone utilizzando nastri adesivi. Anche se Frei è più noto per i suoi studi sui pollini presenti sulla Sindone, i suoi campioni non mostrarono prove di pigmenti pittorici, suggerendo che l'immagine non fosse dipinta.
STURP (1978):

Il Shroud of Turin Research Project (STURP), un team multidisciplinare di scienziati americani, condusse un'indagine approfondita sulla Sindone nel 1978. L'analisi includeva tecniche di spettroscopia, microscopia e chimica.
John Heller e Alan Adler, membri del STURP, pubblicarono studi in cui confermavano l'assenza di pigmenti pittorici e leganti. Utilizzando test chimici e analisi microscopiche, Heller e Adler dimostrarono che l'immagine era costituita da una disidratazione ossidativa delle fibre di lino superficiali e non da pigmenti aggiunti.
Raymond N. Rogers (2004):

Raymond N. Rogers, un chimico e membro del STURP, esaminò ulteriormente i campioni della Sindone. Nei suoi studi, Rogers confermò che l'immagine era estremamente superficiale e che non vi erano tracce di pigmenti o leganti. Rogers pubblicò le sue scoperte in articoli scientifici, consolidando ulteriormente l'idea che l'immagine non fosse creata con tecniche pittoriche convenzionali.
Analisi Recenti:

Negli anni successivi, altri studi e analisi indipendenti hanno continuato a confermare questi risultati. Tecniche moderne come la microscopia elettronica a scansione (SEM) e la spettroscopia Raman hanno mostrato che l'immagine è limitata alla parte più esterna delle fibre di lino, senza evidenza di applicazioni pittoriche o leganti.
Questi studi hanno contribuito a formare il consenso scientifico sul fatto che l'immagine della Sindone non sia stata creata con pigmenti o leganti. Le caratteristiche chimiche e fisiche dell'immagine rimangono un mistero, con molte ipotesi che cercano di spiegare il processo di formazione che potrebbe essere stato coinvolto.






[Edited by Credente 5/15/2024 8:54 AM]
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4/27/2024 10:46 AM
 
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L'immagine
Il telo della sindone è in lino e misura circa mt 4,4x1,13[1]. Sul telo, su un solo lato, è presente la doppia immagine (frontale e dorsale) di un uomo crocifisso.

L'immagine è poco visibile a occhio nudo e può essere percepita solo ad una certa distanza[2] (uno-due metri, mentre avvicinandosi sembra scomparire). Come scoprì Secondo Pia nel 1898, l'immagine è "al negativo", cioè i chiaroscuri sono invertiti rispetto a quelli naturali: infatti essa appare come "positiva" sul negativo fotografico acquisito in luce visibile. Si noti però che l'immagine appare come "positiva" su un positivo fotografico acquisito nell'infrarosso (8-14 micrometri)[3].

La colorazione interessa solo la parte più superficiale delle fibre di lino; l'interno delle fibre non è colorato. Inoltre la maggiore o minore intensità del colore nei vari punti dell'immagine è dovuta esclusivamente al maggiore o minore numero di fibre colorate, mentre le singole fibre hanno tutte la stessa intensità[4].

L'immagine appare essere la proiezione verticale della figura dell'Uomo della Sindone[5][6]: le proporzioni del corpo sono infatti quelle che si osservano guardando una persona direttamente o in fotografia, mentre l'immagine ottenuta stendendo un lenzuolo a contatto col corpo dovrebbe apparire distorta, ad esempio il viso dovrebbe apparire molto più largo. Secondo alcuni l'immagine appare così in quanto causata da una radiazione non verticale, ma perpendicolare alla superficie del cadavere avvolto[7].

Quelle che appaiono come macchie di sangue corrispondono alla corretta posizione sul corpo delle numerose ferite, considerando un drappeggio della stoffa avvolgente l'intero corpo. Mentre l'immagine è in negativo, esse sono invece in positivo: infatti sul negativo fotografico appaiono come zone chiare. Inoltre sotto le macchie non vi è immagine: sembra quindi che quest'ultima si sia formata quando il lenzuolo era già macchiato[8].

Tridimensionalità

Stereogramma attraverso il quale è possibile apprezzare, in modo approssimativo e puramente indicativo, la resa tridimensionale ottenibile dall'immagine. Nel negativo, i toni più chiari vengono posti più in rilievo rispetto a quelli più scuri, in misura variabile a seconda di quanto si vuole enfatizzare la resa dei volumi (in questo caso sono molto evidenziati). Per vedere l'effetto è necessario guardare contemporaneamente l'immagine a destra con l'occhio destro, quella a sinistra con il sinistro (LVS parallela).
Nel 1977 due fisici dell'U.S. Air Force Academy, John P. Jackson ed Eric J. Jumper, scoprirono che se si esegue un "grafico" tridimensionale dell'immagine della Sindone, utilizzando come coordinata verticale la misura dell'intensità del colore nei vari punti, si ottiene una figura umana in rilievo in cui l'altezza relativa delle varie parti del corpo è rispettata: ad esempio il naso e le sopracciglia emergono rispetto al resto del volto, e le braccia e le mani rispetto al busto.

Applicando invece la stessa metodologia a una fotografia o a un dipinto, in genere si ottengono immagini fortemente distorte.

Ricerche più approfondite[9] hanno mostrato che la coordinata verticale corrisponde precisamente alla distanza tra un corpo umano e un lenzuolo disteso su di esso, che naturalmente per effetto della gravità si va ad appoggiare sulle parti più sporgenti del corpo (naso, fronte, braccia, ginocchia etc.) mentre rimane sospeso sopra le parti rientranti (cavità oculari, guance, ascelle etc.).

Sono ben visibili gli avambracci e le mani incrociate sul pube, con il polso destro coperto dalla mano sinistra. Le dita delle mani appaiono allungate, ed è evidente la mancanza dei pollici; la teoria secondo la quale i pollici non compaiono a causa della loro flessione dovuta alla lesione del nervo mediano, provocata dall'infissione di chiodi nei polsi, è una teoria sconfessata dagli stessi sostenitori dell'autenticità della sindone: il pollice è semplicemente su di un piano inferiore alle altre dita, e non lascia dunque traccia.[10]

L'impronta lasciata dal piede sinistro è meno evidente di quella del piede destro, dove si nota chiaramente la forma del calcagno e delle dita. Risulta completa l'impronta del polpaccio destro, mentre il sinistro è meno netto perché, come il calcagno, è sollevato: si può quindi dedurre che il sopraggiungere della rigidità cadaverica abbia lasciato in flessione la gamba sinistra, che quindi appare più corta. L'immagine del polpaccio destro presenta una certa distorsione causata dall'avvolgimento del lenzuolo. Il piede destro appoggiava contro il legno della croce, mentre il sinistro era sopra il collo del destro; verosimilmente entrambi furono inchiodati insieme in quella posizione[8].

In corrispondenza del volto si notano anche i segni lasciati da barba e capelli e questo fatto complica ulteriormente la spiegazione della formazione dell'immagine corporea perché essi sono più difficili da riprodurre con tecniche sperimentali: la loro sofficità, infatti, rende difficile l'impressione nel lino. Forse lo studio approfondito delle caratteristiche dell'immagine dei capelli, che a differenza delle altre parti del corpo sembrano trapassare l'intero lenzuolo in corrispondenza dell'immagine frontale, sarà la chiave di interpretazione del meccanismo di formazione dell'immagine corporea. La barba sembra parzialmente strappata ed i capelli cadono sui lati del volto; la massa di capelli di sinistra è più marcata[8].

Bruciature e altri segni
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Storia della Sindone e Mandylion
Sono chiaramente visibili sulla Sindone i segni provocati da alcuni eventi storici: bruciature, aloni da versamento d'acqua e pieghe.

Le bruciature più vistose sono state causate dall'incendio scoppiato il 4 dicembre 1532 nella Sainte Chapelle di Chambéry, in cui la Sindone rischiò di essere distrutta. Un oggetto rovente (delle gocce d'argento fuso, oppure una parte del reliquiario) aprì nel lenzuolo numerosi fori di forma approssimativamente triangolare, disposti simmetricamente ai lati dell'immagine in quanto il lenzuolo era conservato ripiegato più volte su sé stesso. Nel 1534 le suore clarisse di Chambéry ripararono i danni cucendo sui fori delle pezze di tessuto e impunturando la Sindone su un telo di supporto della stessa grandezza[11]. Nel 2002, in un intervento di restauro conservativo, tutti i rappezzi sono stati rimossi e il telo di supporto originale è stato sostituito con un altro più recente.

Altre bruciature, più piccole, formano quattro gruppi di fori approssimativamente circolari o lineari[12]. Il colorito delle bruciature varia in ragione delle temperature alle quali furono esposti le parti di tessuti[12]. In questo caso la Sindone doveva essere piegata in quattro (una volta nel senso della lunghezza e una nel senso della larghezza). Un'ipotesi per la loro formazione è che la Sindone venisse esposta vicino a delle torce accese[13]. Non si conosce l'evento che li produsse ma fu certamente anteriore al 1516, poiché compaiono in una copia della Sindone dipinta in tale data e conservata a Lierre[14].

Gli aloni prodotti da versamento d'acqua sul lenzuolo si credevano prodotti dall'acqua usata per spegnere l'incendio del 1532, ma un recente studio di Aldo Guerreschi e Michele Salcito ha mostrato che, mentre gli aloni più piccoli vicino alle bruciature hanno la stessa loro disposizione simmetrica, gli aloni più grandi, che si estendono anche su parte dell'immagine corporea, sono disposti secondo assi di simmetria differenti, e quindi si devono essere prodotti in un periodo, presumibilmente precedente, in cui la Sindone veniva tenuta ripiegata in modo diverso. Risulta che, al momento dell'incendio, la Sindone era piegata due volte in lunghezza e due in larghezza, a formare 16 strati, e un lato era ripiegato per un'altra volta ancora, a formare 32 strati. Quando invece si formarono gli aloni più grandi, la Sindone era stata piegata prima per due volte nel senso della larghezza, e poi la lunga striscia così ottenuta era stata piegata "a fisarmonica" in 13 parti, per un totale di 52 strati (13×4), ottenendo dei riquadri di circa 32×34 cm. Guerreschi e Salcito ipotizzano che la Sindone così ripiegata venisse conservata in posizione verticale, infilata in una giara o altro recipiente simile; gli aloni sarebbero stati prodotti da uno strato d'acqua che si sarebbe accumulata sul fondo della giara. Negli scavi di Qumran è stata ritrovata una giara di dimensioni e forma compatibili con questa ipotesi[15].


Come apparirebbe la Sindone ripiegata in otto e inserita in un reliquiario con un'apertura circolare.
Altre pieghe del lenzuolo, evidenziate dalle fotografie in luce radente, supporterebbero l'ipotesi secondo la quale il Mandylion era la Sindone ripiegata tre volte nel senso della lunghezza, formando così otto strati, e montata in un reliquiario. Ne risultava un riquadro di circa 110×55 cm nel quale il volto di Gesù appariva al centro.[senza fonte]

Esame del Carbonio 14
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Esame del Carbonio 14 sulla Sindone
Il più celebre esame compiuto sulla reliquia, per la grande risonanza che ha avuto sui mezzi d'informazione, è la datazione eseguita nel 1988 con la tecnica radiometrica del Carbonio 14[16]. Secondo il risultato dell'esame, eseguito separatamente da tre laboratori (Tucson, Oxford e Zurigo) su un campione di tessuto prelevato appositamente, il lenzuolo va datato nell'intervallo di tempo compreso tra il 1260 e il 1390. Questa datazione corrisponde al periodo in cui si ha la prima documentazione storica che si riferisca con certezza alla Sindone di Torino (1353).

Il risultato dell'esame è stato però contestato da più parti. In particolare sono state evidenziate incongruenze interne all'esame dei tre laboratori, è stata ipotizzata una contaminazione per una inadeguata pulizia dei campioni, e da alcuni sono state avanzate anche ipotesi di sostituzioni dei campioni.

Esame del sangue
I primi esami sulle presunte macchie di sangue furono condotti nel 1973 dai membri della commissione scientifica nominata dal cardinale Michele Pellegrino. G. Frache, E. Mari Rizzati ed E. Mari analizzarono due fili di tessuto sindonico: i risultati furono negativi[17][18] ma la presenza di sangue non fu esclusa con certezza[19]. Secondo John H. Heller, queste analisi fallirono perché i trattamenti chimici usati non riuscirono a sciogliere il sangue nella soluzione[20]. Ulteriori esami microscopici effettuati da Guido Filogano e Alberto Zina non rilevarono la presenza di globuli rossi o di altri corpuscoli del sangue[21]. Sia Frache che Filogamo trovarono dei granuli di materiale colorante[22].

Nel 1978 il cardinale Anastasio Ballestrero autorizzò il prelievo di nuovi campioni, che fu eseguito da due gruppi di ricerca, uno americano (lo Shroud of Turin Research Project, di seguito STURP) e uno italiano. Furono premute strisce adesive sulla Sindone per asportare delle particelle e furono prelevati alcuni fili[23][24]. La presenza di sangue fu indagata separatamente da Walter McCrone, consulente dello STURP; da John Heller e Alan Adler, membri dello STURP; e da Pierluigi Baima Bollone. I tre studi diedero risultati contrastanti: secondo McCrone il presunto sangue è stato dipinto da un pittore usando dei pigmenti, mentre secondo Heller, Adler e Baima Bollone si tratta di vero sangue che ha macchiato il lenzuolo per contatto diretto con un corpo umano.

McCrone presentò i suoi risultati allo STURP nel 1980: sulla base di osservazioni microscopiche e analisi chimiche, egli annunciò di avere trovate tracce di ocra rossa, cinabro (solfuro di mercurio, un colorante rosso molto diffuso nel Medioevo) e alizarina (un pigmento rosato di origine vegetale, al giorno d'oggi prodotto sinteticamente)[13][25][26]. McCrone ritenne così di aver provato che la Sindone è un dipinto[25][27].

I suoi lavori furono tuttavia respinti dallo STURP[28], e successivamente criticati anche da altri studiosi, per diverse ragioni:

McCrone basò le sue conclusioni principalmente sulle sue osservazioni al microscopio in luce polarizzata: secondo Thibault Heimburger e David Ford, questa è una metodologia obsoleta e inadeguata rispetto ai metodi di analisi fisica e chimica impiegati dallo STURP[29][30][31].
McCrone esaminò i campioni al microscopio senza rimuoverli dai nastri adesivi usati per il prelievo, incollando i nastri sui vetrini[32]. Ciò lo portò ad osservazioni errate come quella di attribuire alle particelle di ossido di ferro, da lui identificate come ocra rossa, proprietà birifrangenti. In realtà la birifrangenza era provocata dall'adesivo (Mylar) dei nastri[30]. In seguito lo stesso McCrone riconobbe che le particelle erano otticamente isotrope, senza tuttavia cambiare idea sull'identificazione[33].
l'ocra rossa non è costituita da ossido di ferro puro, ma presenta normalmente rilevanti quantità di manganese, nickel e cobalto. I campioni sindonici invece non contengono quantità apprezzabili di nessuno di tali elementi, mentre contengono numerosi elementi (Na, Mg, Al, Si, P, S, Cl, K, Ca, Fe) presenti nel sangue. Di conseguenza, secondo Heller e Adler, l'ossido di ferro rilevato sulla Sindone non è ocra rossa, ma risulta dalla degradazione del sangue[32][30].
secondo le misure dello STURP, il mercurio (componente del cinabro) presente sulla Sindone è in quantità insufficiente a produrre una significativa colorazione[32][30].
Thibault Heimburger nota che i test chimici usati, con risultati negativi, da McCrone per rilevare la presenza di sangue forniscono buoni risultati sul sangue fresco, ma uno studio ha mostrato che la loro sensibilità diminuisce rapidamente man mano che il sangue invecchia[34].
Heimburger nota anche che il campione usato dai collaboratori di McCrone per misure XRD (X-Ray Diffraction) e EXDRA (Energy Dispersive X-Ray Analysis) fu prelevato in un'area coperta solo in piccola parte dalle macchie di sangue e contenente una macchia prodotta dall'acqua e una bruciatura. Di conseguenza i risultati di queste misure non possono essere considerati rappresentativi. Inoltre nello spettro EXDRA i picchi del mercurio e dello zolfo (i due componenti del cinabro) sono sovrapposti, rendendo impossibile stimare la quantità relativa dei due elementi; lo zolfo è presente anche nel sangue[29].
McCrone cambiò più volte versione riguardo alla natura dei pigmenti da lui osservati, a un certo punto dichiarando addirittura di aver identificato una forma sintetica di ossido di ferro prodotta soltanto dopo il 1800[30][29].
Un ulteriore motivo di attrito tra McCrone e lo STURP fu, secondo quanto racconta Heller, che McCrone, contrariamente agli accordi presi, trattenne i campioni delle macchie di sangue, mentre avrebbe dovuto inviarli a Heller che era stato incaricato di analizzarle. Dopo ripetuti solleciti senza effetto, Jumper, Rogers e Jackson si recarono al suo laboratorio e portarono via tutti i nastri, impedendo così a McCrone di svolgere ulteriori analisi[35]. Le divergenze tra McCrone e lo STURP divennero insanabili e la loro collaborazione si interruppe (secondo una versione fu McCrone a rassegnare le dimissioni[30], secondo un'altra fu lo STURP a licenziarlo[36][37]).

Heller e Adler, contrariamente a McCrone, rilevarono la presenza di emoglobina, albumina e bilirubina e osservarono che le macchie di sangue si sciolgono completamente in una miscela di enzimi proteolitici, il che indica che siano composte interamente da sostanze proteiche, e non da pigmenti minerali o vegetali. Inoltre trovarono che gli aloni intorno alle macchie di sangue sono composti da siero. Riscontrarono invece solo piccole quantità di pigmenti (in particolare un solo cristallo di cinabro), che attribuirono a contaminazioni (è documentato che in passato copie della Sindone furono poste a contatto con l'originale per "santificarle")[38][32][39][40][41]. Risultati analoghi furono ottenuti da Baima Bollone e collaboratori i quali, usando test immunologici, confermarono la presenza di sangue e lo identificarono come umano di gruppo AB[42].

Anche questi risultati, come quelli di McCrone, sono stati criticati con vari argomenti dai sindonologi di parte avversa:

Secondo Luigi Garlaschelli, il test delle porfirine usato da Heller e Adler non è un test specifico del sangue e darebbe risultati positivi anche su un vegetale[22][43] e così anche nessuno degli ulteriori test utilizzati è specifico per il sangue[44][45]. Heller e Adler tuttavia respingono questa obiezione, affermando che lo spettro da loro misurato identifica univocamente una specifica forma di emoglobina (metemoglobina acida)[38]; dello stesso parere fu Bruce Cameron, uno specialista in materia da loro consultato[46]. Adler osserva inoltre che la clorofilla contenuta nei vegetali è spontaneamente fluorescente in luce ultravioletta, diversamente dai campioni prelevati dalla Sindone[47].
Garlaschelli critica anche Baima Bollone sostenendo che i test immunologici sono tanto sensibili da rendere difficile discriminare tra campione e inquinamenti[45] e osservando che, secondo recenti studi, il gruppo sanguigno AB sarebbe comparso soltanto circa 900/1000 anni fa[48].
Garlaschelli sostiene inoltre che il sangue, se ancora fluido, avrebbe dovuto lasciare delle macchie informi, e che sia fisicamente impossibile che il sangue di un corpo in quella posizione scorra sulla superficie esterna della capigliatura[22]. In realtà, secondo Adler, le macchie sulla Sindone non sono state formate da sangue intero fluido, ma da plasma essudato dai coaguli (il che spiegherebbe anche l'assenza di globuli rossi)[30].
Vittorio Pesce Delfino nota che gli esami istochimici di Baima Bollone evidenziarono solo tracce di ferro che Bollone attribuì ad emoglobina, ma il ferro non indica univocamente l'emoglobina e che ossido di ferro, ad esempio, è stato trovato nell'ocra rossa già riscontrata, secondo McCrone, sulla tela[12].
Secondo John Fischer, esperto di analisi forense, risultati simili a quelli di Heller e Adler si potrebbero ottenere come falsi positivi da tracce di pittura a tempera. Fischer presentò la sua ricerca nel 1983 durante la conferenza della International Association for Identification[26]. Analoghe asserzioni fa Steven Schafersman[49]. I risultati di Fischer sono tuttavia ritenuti molto dubbi da David Ford il quale osserva, tra le altre cose, che Fischer riprodusse solo alcuni dei test eseguiti da Heller e Adler, e che la composizione della sua "pittura a tempera" non corrisponde alle sostanze rilevate sulla Sindone[30].
Nel 1980 Pellicori pubblicò uno studio in cui dimostrò con l'analisi spettroscopica che "le macchie di sangue hanno le caratteristiche spettrali dell'emoglobina umana".[50]

Nel 2008, analisi eseguite per spettrometria Raman su polvere raccolta nel 1978 tra la Sindone e la tela d'Olanda posta sul retro rilevarono la presenza sia di emoglobina sia di alcuni pigmenti. Secondo Garlaschelli, la presenza di pigmenti confermerebbe le tesi di McCrone. Gli autori dello studio al contrario ritengono, in accordo con Heller e Adler, che l'ossido di ferro presente sia il risultato della degradazione dell'emoglobina, e non derivi da ocra rossa, mentre gli altri pigmenti (cinabro e lapislazzuli) siano da attribuire a contaminazione per contatto con copie della Sindone[51].

Thibault Heimburger e David Ford hanno esaminato criticamente e messo a confronto la tesi di McCrone e quella dello STURP e di Baima Bollone. Entrambi concludono che ad essere corretta sia la seconda. Heimburger scrive che "le conclusioni dello STURP sono consistenti con tutti i fatti osservati, mentre quelle di McCrone non sono compatibili con molti di essi", e che anche ammettendo valide le obiezioni (a suo giudizio "non convincenti") sulla non specificità dei test di Heller e Adler, "è semplicemente impossibile che questi test siano sbagliati tutti insieme"[29]. Le conclusioni di Ford sono analoghe: "In breve, è altamente probabile che il 'sangue' sulla Sindone di Torino non sia pittura e sia sangue"[30].


da it.cathopedia.org/wiki/Studi_scientifici_sulla_Sindone
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Esame del tessuto
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Sindone evangelica#Sindone, bende, sudario
La forma della Sindone è approssimativamente rettangolare. Prima del restauro del 2002 le dimensioni[52] erano 437,7 cm il lato in basso (considerando la posizione ostensiva con la figura frontale a sinistra e dorsale a destra), 434 cm il lato alto, 112,5 cm a sinistra e 113 a destra. In seguito al restauro del 2002, durante il quale è stato rimosso il telo di supporto sul quale era cucita, la distensione del telo ha prodotto un leggero aumento delle dimensioni: lato basso 441,5 cm, alto 442, sinistra 113, destra 113,7. Lo spessore del tessuto è di circa 0,34 millimetri. Il peso, valutato approssimativamente, è di kg 2,450.

Il tessuto della Sindone è stato esaminato da Virgilio Timossi, Silvio Curto (direttore del Museo egizio di Torino) e altri. Esso è di lino filato a mano: le fibre presentano infatti irregolarità tipiche della lavorazione manuale. I fili del tessuto hanno uno spessore di circa 250 millesimi di millimetro e sono composti da una settantina di fibrille del diametro di 10-20 millesimi di millimetro.[53] La filatura delle fibrille della Sindone è in senso orario, o "a Z". Questa filatura non è abituale: le fibre di lino bagnato mostrano una naturale tendenza a torcersi in senso antiorario, e per questo motivo p.es. gli antichi filatori egiziani privilegiavano la torcitura antioraria, o "a S". Sono stati comunque ritrovati campioni di filati di lino con torsione "a Z", come la Sindone, in Giudea e nel Medio Oriente.[54]

Circa la trama del telo, il lino della Sindone è stato tessuto a mano, con intreccio a spina di pesce (col filo trasversale disposto diagonalmente) e con rapporto ordito-trama di 3:1. Scavi archeologici hanno portato alla luce in Medio Oriente tessuti con lo stesso intreccio datati attorno all'inizio dell'era cristiana[55]. Anche in Egitto si sono trovati talvolta tessuti a spina di pesce: secondo Franco Testore questa trama era già nota nel 3400 a.C.

Finora tra i non molti reperti pervenutici (il lino è altamente biodegradabile) non è stato rinvenuto[56] un esemplare di tessuto del I secolo d.C. completamente compatibile con la Sindone, vale a dire un lenzuolo di lino intessuto a "spina di pesce" con un rapporto ordito-trama di 3:1. Invece se ne conosce uno di epoca medievale intessuto con intreccio identico a quello sindonico: è custodito al Victoria and Albert Museum[57][58] di Londra e risale al XIV secolo, epoca che coincide con la datazione della Sindone effettuata tramite l'esame del Carbonio 14. Sono anche stati ritrovati nell'area mediorientale alcuni sudari, o parti deteriorate di questi, risalenti all'incirca al periodo in cui dovrebbe essere vissuto Gesù, sia di lino che di lana, con rapporti di ordito-trama di 1:1 o 2:2, tutti però caratterizzati da una filatura a "S" e dalla presenza di differenti teli e di corde (un metodo di fasciatura descritto anche nel vangelo di Giovanni).[59]

Gilbert Raes ha trovato nel tessuto della Sindone alcune fibre di cotone (Gossypium herbaceum) intrecciate al lino: presumibilmente il telaio usato per realizzare la Sindone era stato precedentemente utilizzato per tessere del cotone. Nessuna traccia invece di lana. Queste risultanze sono compatibili con l'ipotesi di un'origine palestinese: all'epoca di Cristo il cotone era coltivato nel Vicino Oriente (ma non in Europa), e l'assenza della lana si può attribuire alla legge mosaica che prescriveva di tenere separati i due tipi di tessuto (Deuteronomio 22,11).

In corrispondenza del lato alto il tessuto è stato dall'antichità tagliato e ricucito per tutta la lunghezza a una decina di centimetri dal margine. Secondo alcuni sindonologi autenticisti questa striscia larga circa 10 cm e lunga circa 442 cm ricavata dal velo della Sindone era la fascia che avvolgeva e stringeva il lenzuolo attorno al corpo di Gesù citata da Giovanni e Luca.

Esame medico-legale
Secondo l'anatomopatologo Baima Bollone, la figura impressa corrisponde a quella di un corpo crocifisso irrigidito dal rigor mortis: «La struttura somatica è fissata in una posizione del tutto innaturale... gli arti superiori sono flessi a circa 100° il destro e 90° il sinistro in corrispondenza delle spalle [...] il lenzuolo fu teso a ponte sul cadavere irrigidito nell'atteggiamento di lieve flessione del capo, [...], e anche delle ginocchia, intuitivamente assunto sulla croce [...] la marcata rigidità dei muscoli mimici e del collo, questa seconda comprovata dalla posizione del capo permanentemente flesso verso il torace, nonché dalle grandi masse muscolari del petto e delle cosce mostra che l'uomo della sindone era in stato di rigidità cadaverica».[60]

Secondo il chimico Garlaschelli, la posizione del corpo non appare in linea con ciò che avviene in un cadavere[22] e le mani sono sovrapposte sul pube, ma in un morto ciò non è possibile, poiché la posizione richiede che i muscoli siano in tensione oppure che le mani siano legate (ma sulla sindone non c'è traccia di legacci), mentre «le braccia rilassate di un cadavere ricadrebbero più giù e le mani si congiungerebbero solo sullo stomaco»[22]. Il rigor mortis (tesi ad esempio sostenuta da Bollone) non giustifica la posizione poiché se i muscoli di un cadavere vengono forzati, questi si rilassano[22][61].

Segni dei chiodi
Pierre Barbet[62] afferma di avere verificato, con esperimenti su cadaveri e su arti amputati, che in effetti la crocifissione nel palmo della mano non è possibile, perché sotto il peso del corpo i tessuti molli della mano si lacerano: il crocifisso finirebbe presto per cadere dalla croce. Afferma quindi che il chiodo fu infisso nel polso, cosicché il corpo è trattenuto in posizione dallo scheletro e dai legamenti, che possono reggere agevolmente il peso.

Secondo Barbet, i chiodi furono infissi nello spazio di Destot, una piccola apertura tra quattro ossicini del polso (semilunare, piramidale, capitato e uncinato). Egli ha osservato inoltre che un chiodo infisso in questa posizione lede il nervo mediano: questa lesione provoca al crocifisso un dolore acuto (si tratta dello stesso nervo interessato dalla sindrome del tunnel carpale) e causa la flessione del pollice. Infatti i pollici dell'Uomo della Sindone non sono visibili.

Quasi tutti gli studiosi seguono l'opinione di Barbet, con un'eccezione degna di nota: Frederick Zugibe[63] ritiene invece che i chiodi siano stati infissi alla base del palmo. Anche qui vi è un passaggio tra le ossa del carpo e del metacarpo che permetterebbe al chiodo di trapassare l'arto senza produrre fratture e di uscire nella posizione che si osserva sulla Sindone.

Questi studiosi ritengono che la posizione dei chiodi nei polsi sia un indizio a supporto dell'autenticità della Sindone.

Riguardo alle tecniche di crocefissione del periodo tuttavia si conosce poco: l'unico corpo ritrovato con segni di crocefissione è quello di Giv'at at HaMivtar, un quartiere di Gerusalemme Est, che mostra sensibili differenze sia con il ritratto della sindone[22], che con l'iconografia tipica del Cristo crocifisso. In base alle ricostruzioni effettuate partendo dai resti ritrovati, risalenti al I secolo[64]) , le mani erano presumibilmente legate e i piedi inchiodati, con i due calcagni trapassati da chodi di ferro del diametro di 1 cm della lunghezza di circa 11,5 cm (caratteristiche del chiodo ritrovato nel calcagno destro[65], erronemente stimato in un primo tempo in 17-18 cm di lunghezza[64]) e la posizione dei piedi era ai lati della croce[59].

Segni di flagello
Sulla Sindone si vedono circa 120 segni distribuiti lungo il corpo che, secondo gli autenticisti, sarebbero stati causati dal flagrum, il flagello romano. Si nota tuttavia che da nessuno di questi segni si vedono tracce o rivoli di sangue come ci si aspetterebbe[22]. Inoltre, gli ipotetici segni del flagello risulterebbero essere disposti in maniera particolarmente simmetrica e regolare su tutta l'immagine, evento improbabile in una flagellazione reale, e compatibile invece con una rappresentazione pittorica[36].

La corona di spine
In corrispondenza del cuoio capelluto si notano numerose impronte puntiformi e tondeggianti dall'aspetto di ferite da punta, da cui si dipartono diverse colature di sangue. Gli autenticisti le identificano con le ferite prodotte dalla corona di spine che, secondo i Vangeli, fu posta sul capo di Gesù. Non si hanno notizie storiche di altri casi di coronazione di spine (gli esegeti in genere presumono che si sia trattato di una trovata estemporanea dei soldati per deridere Gesù "re dei Giudei"), per cui non si conosce come questa corona avrebbe potuto essere composta.

Secondo alcuni studiosi e critici le colature del sangue sarebbero irrealistiche, dato che il sangue colando avrebbe impastato i capelli, dando vita a macchie più indistinte[66]. Una possibile risposta a questa obiezione è stata data da Frederick Zugibe, secondo il quale l'Uomo della Sindone fu lavato prima di essere avvolto nel lenzuolo: in questo modo il sangue colato durante la permanenza sulla croce sarebbe stato rimosso e sulla Sindone si sarebbe impressa soltanto l'impronta delle ferite inumidite dal lavaggio[67].

Inoltre, l immagine della sindone non mostra nessuna impronta in corrispondenza della volta cranica e in particolare nessuna traccia di sangue, il che appare poco spiegabile tanto più alla luce dell ipotesi (sostenuta da alcuni sindonologi autenticisti) che la coronazione sia avvenuta in realtà più che mediante una "corona" con l apposizione sul capo di Cristo di un casco di spine.[senza fonte]

Presunti oggetti
Monete sugli occhi
Alcuni sostenitori della autenticità della sindone sostengono di aver osservato in corrispondenza degli occhi due piccoli oggetti, da essi identificati come monete, poste sul cadavere per tenere chiuse le palpebre; hanno anche proposto dei tentativi di identificazione delle monete con coniazioni risalenti ai primi anni 30 del I secolo.

Esaminando le foto del telo scattate nel 1931, il gesuita Francis Filas e Alan e Mary Whanger affermano di avere notato sugli occhi dell'Uomo della Sindone le impronte di due piccoli oggetti tondeggianti, che essi hanno identificato come monete coniate da Ponzio Pilato negli anni 29-32; tali monete sarebbero state poste sugli occhi del cadavere, presumibilmente per tenere chiuse le palpebre. Sull'occhio destro questi studiosi riconoscono un bastone ricurvo chiamato lituus, tipico delle monete di Pilato, e le quattro lettere UCAI; l'iscrizione sulle monete autentiche recita ΤΙΒΕΡΙΟΥ ΚΑΙΣΑΡΟΣ ("Tiberio Cesare" in greco), ma Filas ha affermato di aver trovato degli esemplari con la variante ΤΙΟU CΑΙ[ΣΑΡΟΣ], le cui lettere centrali corrispondono a quelle leggibili sulla Sindone; tale identificazione è stata però contestata, in quanto la moneta portata ad esempio da Filas[68] ha il bordo consunto e i resti delle lettere sul bordo sono interpretabili con la legenda consueta.[69] Alan Whanger (professore di psichiatria alla Duke University di Durham, North Carolina) ha confrontato l'immagine della Sindone con quella di una moneta procurata da Filas e avrebbe trovato che corrispondono in modo talmente preciso che egli ipotizza che le due monete siano state coniate sullo stesso stampo[70]. Sull'occhio sinistro invece vi sarebbero le lettere ARO e delle spighe. In questo caso si tratterebbe di una moneta coniata in onore di Giulia, madre di Tiberio. Recentemente, Pier Luigi Baima Bollone e Nello Balossino hanno dichiarato di ritenere di aver identificato un'altra moneta (anche questa in onore di Giulia) sul sopracciglio sinistro[71].

Tuttavia si fa notare come queste scoperte di monete fanno leva sulle foto del 1931, e non su quelle - a più alta definizione - scattate in anni più recenti[69]. Inoltre la definizione minima dell'immagine della Sindone è di mezzo centimetro, per cui non sarebbe possibile identificare particolari così piccoli; le "monete" sarebbero quindi solo frutto di illusioni ottiche da parte degli osservatori che vedrebbero quello che si aspettano di vedere (pareidolia).[69][72]

Altri hanno poi suggerito che si tratti di immagini spurie generate da irregolarità delle lastre fotografiche, o delle successive copie di queste, mentre sulla Sindone esse non sarebbero in realtà presenti, affermando che nelle fotografie più recenti e di migliore qualità e definizione, ad esempio quelle scattate nel 1978, esse non sono visibili.

I Whanger rispondono che a loro dire le immagini delle monete sarebbero presenti sulle foto di Pia del 1898, sia su quelle di Enrie del 1931, e anche sulle foto del 1978, anche se in queste ultime le lettere appaiono leggermente distorte; affermano anche che, a loro dire, durante l'ostensione televisiva del 1973, a causa del modo in cui la Sindone è stata dispiegata, il tessuto sarebbe stato sottoposto ad una tensione nella regione dell'occhio destro, che secondo loro avrebbe leggermente tirato o ruotato alcuni fili[70]. Pierluigi Baima Bollone ha invece ammesso che la moneta da lui identificata sul sopracciglio nella foto del 1931 non compare nelle fotografie recenti, neanche in quelle da lui scattate.[73]

È stato anche contestato che tra gli ebrei del tempo vi fosse l'usanza di porre delle monete sugli occhi o oggetti pagani all'interno di tombe: secondo Levy Rahmani (direttore dell'Autorità Israeliana per le Antichità)[74] le poche volte (alcune decine di volte su tremila tombe indagate) in cui si è trovata una monetina nella bocca del defunto (e non sugli occhi) si trattava della ripresa di un uso ellenistico, quello dell'obolo pagato a Caronte.[59][75]

Alan Whanger sostiene però che alcune monete sono state rinvenute anche all'interno del cranio del defunto, e che per un cadavere sdraiato in posizione supina, una moneta può cadere all'interno del cranio soltanto se era posta su un occhio: in questo caso infatti, a seguito della decomposizione dei tessuti molli dell'occhio e del cervello, per effetto della gravità la moneta naturalmente cadrebbe attraverso la fessura in fondo alla cavità orbitale. Una moneta posta in bocca, invece, si trova a lato del cranio e non al di sopra di esso, per cui, secondo Whanger, è impossibile che vi cada dentro[71]. Whanger inoltre fa notare che, secondo le usanze del tempo, i cadaveri venivano lasciati nei sepolcri soltanto per un anno, dopodiché le ossa venivano raccolte e trasferite in un ossario, e il sepolcro veniva riutilizzato per seppellirvi altri defunti[76]; secondo Whanger le monete, usate per chiudere le palpebre, a quel punto non servivano più, e a suo dire sarebbero state recuperate, oppure perse durante il trasferimento.

Luigi Gonella (fisico del Politecnico di Torino e consulente scientifico del cardinale Ballestrero) afferma[77]: quella della Sindone è un'immagine il cui dettaglio più piccolo, macchie di sangue escluse, è di mezzo centimetro. Come le labbra. Appare quindi molto, molto incongruente che esistano dei dettagli dell'ordine di decimi di millimetro come le lettere sulle monete. Ma si sa: a forza di ingrandire, si finisce a vedere anche quello che non c'è.

Altri oggetti
Alan e Mary Whanger sostengono di aver identificato anche immagini di fiori e di numerosi oggetti ai lati dell'immagine corporea[70]. Si tratta di immagini molto deboli, visibili generalmente solo in fotografie specificatamente trattate per aumentare il contrasto; tuttavia Avinoam Danin dichiara di aver osservato direttamente alcuni dei fiori sulla Sindone durante l'ostensione del 1998.

Danin, botanico israeliano, ha dichiarato che avrebbe identificato 28 specie diverse: secondo i suoi studi, l'unico luogo in cui esse sono presenti tutte insieme sarebbe una ristretta area tra Gerusalemme e Gerico. Molte di queste specie corrispondono inoltre a quelle dei pollini identificati da Max Frei [78]. Tuttavia la stessa indagine palinografica di Frei è molto controversa ed altri scienziati del ramo ne negano radicalmente l'attendibilità e i risultati finali, e questi studi di Danin non sono stati pubblicati su riviste scientifiche.

Per quanto riguarda gli altri oggetti, gli Whanger affermano di riconoscere tutti i tradizionali "Strumenti della Passione": i chiodi, una lancia, una spugna, e inoltre una corda, un paio di pinze, e altro ancora. Essi ritengono che tutti questi oggetti siano stati posti nel sepolcro con Gesù perché macchiati del suo sangue: le usanze ebraiche, tuttora valide, prevedono infatti che il sangue del defunto, per quanto possibile, venga sepolto insieme con lui. I fiori invece sarebbero stati usati per coprire con i loro profumi l'odore della decomposizione.

I Whanger hanno riscontrato che gli Strumenti della Passione sono dipinti su numerose raffigurazioni della Crocefissione soprattutto nel periodo successivo al 1350, quando la Sindone fu esposta a Lirey, e hanno spesso la stessa configurazione delle immagini sulla Sindone. Essi ipotizzano che, a causa del progressivo lento ingiallimento del lino (probabilmente accelerato dall'incendio del 1532), a quel tempo l'immagine sindonica fosse più chiaramente visibile di oggi, e questi oggetti siano stati osservati su di essa e ricopiati dai pittori.

I loro ritrovamenti sono però visti con scetticismo, anche da diversi sindonologi favorevoli all'autenticità. Valga ad esempio l'ironico commento di Ray Rogers: "Molti osservatori guardano l'immagine per così tanto tempo che iniziano a vedere delle cose che altri non vedono."[79]

È da notare poi che alcuni dei particolari al limite della definizione dell'immagine della Sindone (circa 5 mm) sono interpretati in maniera differente da studiosi differenti, per cui anche chi afferma di individuare sull'immagine possibili scritte o piccoli oggetti (come le succitate monete) non ne dà sempre un'interpretazione univoca.
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L'immagine posteriore
Nel restauro del 2002, durante la sostituzione della tela di rinforzo su cui la Sindone è cucita, si è colta l'occasione per fotografare l'altra faccia del lenzuolo, normalmente nascosta da tale tela. Le fotografie hanno rivelato che anche sul retro della Sindone è presente un'immagine, ma molto più debole e confusa di quella sul dritto. In particolare sul retro della Sindone è visibile l'immagine del volto e probabilmente delle mani, ma non è visibile un'immagine in corrispondenza dell'impronta dorsale dell'Uomo[80]. Dato che almeno in corrispondenza del volto esiste un'immagine superficiale sul lato visibile della Sindone e contemporaneamente esiste un'immagine superficiale sul retro, si deve parlare di "doppia superficialità" dell'immagine corporea.

Ipotesi sulla formazione dell'immagine
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Ipotesi sulla formazione dell'immagine della Sindone
Non si conosce il meccanismo di formazione dell'immagine. Sono state avanzate diverse ipotesi, ma nessuna di esse appare soddisfacente.

Ipotesi basate su meccanismi naturali (o soprannaturali):

Reazioni chimiche: i vapori della decomposizione avrebbero interagito con il tessuto e con gli aromi di cui esso era impregnato. Tuttavia, poiché il vapore diffonde in tutte le direzioni, appare impossibile che questo meccanismo possa produrre un'immagine netta e dettagliata come quella della Sindone; inoltre esso avrebbe prodotto un'immagine deformata e non una proiezione verticale.
Irradiazione: si ipotizza un lampo di luce o un fascio di particelle (protoni o neutroni) che avrebbe impresso l'immagine. Nessuno però ha potuto fornire una spiegazione credibile della causa che avrebbe sprigionato questa radiazione.
Effetto corona (un particolare tipo di scarica elettrica): esperimenti effettuati con questa tecnica hanno prodotto immagini superficiali come quella sindonica. Tuttavia non è chiaro come potrebbe essersi generato il campo elettrico necessario a indurre la scarica.
Ipotesi basate su procedimenti artificiali:

Pittura: gli esami hanno escluso la presenza di pigmenti (sono state trovate solo tracce del tutto insufficienti a produrre un'immagine visibile), inoltre l'immagine non presenta direzionalità, come avviene invece in qualsiasi disegno o pittura, né un qualsiasi "stile artistico".
Strinatura (bruciatura superficiale) per mezzo di un bassorilievo riscaldato: con questa tecnica alcuni studiosi sono riusciti a produrre immagini visivamente molto simili. Le loro caratteristiche fisiche e microscopiche sono però assai diverse da quelle della Sindone.
Fotografia: non sembra credibile che il presunto autore della Sindone potesse possedere la tecnologia necessaria. I primi esperimenti fotografici noti furono effettuati solo nel XIX secolo. Inoltre non vi sono tracce di sostanze fotosensibili sulla Sindone.
Altri esami
La statura
Fin dai secoli passati si è tentato di misurare, attraverso la Sindone, la statura di Gesù. I Savoia usavano donare agli ospiti dei nastri la cui lunghezza corrispondeva all'altezza dell'Uomo della Sindone, misurata in 183 cm. Esattamente la stessa altezza è indicata dallo storico bizantino Niceforo Callisto nel XIV secolo: questo può essere considerato un indizio a sostegno dell'ipotesi che la Sindone di Torino sia la stessa che si conservava a Costantinopoli fino al 1204.

Le misurazioni moderne hanno dato risultati lievemente differenti: l'altezza dell'immagine sindonica, dal tallone alla sommità del capo, è di 184 cm secondo G. Judica Cordiglia, di 188 cm secondo Luigi Gedda. A questi valori gli studiosi sottraggono 3 cm, poiché il corpo umano, disteso orizzontalmente, si allunga leggermente perché la colonna vertebrale si distende. Inoltre l'altezza va ulteriormente diminuita per compensare possibili avvolgimenti o pieghe del lenzuolo sul corpo: vi sono diversi pareri sull'entità di questa seconda correzione. Verso il 1940 Giulio Ricci, spinto forse dall'intenzione di far rientrare l'Uomo della Sindone nei presunti canoni della "razza ebraica", la stimava addirittura in 24 cm, ottenendo una statura di 163 cm. La maggior parte degli studiosi che si sono occupati di questo problema ritiene esagerata questa correzione: essi calcolano la statura dell'Uomo della Sindone tra i 178 e i 185 cm.

Esame palinologico
Nel 1973 il criminologo svizzero Max Frei Sulzer, ex direttore della polizia scientifica di Zurigo[81], con dei nastri adesivi ha prelevato dalla superficie della Sindone dei campioni di polvere e pollini, che poi ha studiato al microscopio elettronico. Nel 1976 ha pubblicato i risultati delle sue analisi. Frei non disse mai il numero totale di pollini trovati, ma si limitò a elencarne 60 diversi tipi (tra queste 21 specie tipiche della Palestina, 6 dell'Anatolia, 1 specie tipica di Costantinopoli[82]). Frei ne ha dedotto che la Sindone ha soggiornato sia in Palestina che in Turchia, oltre che in Francia e Italia, il che quindi concorda con la ricostruzione proposta per la storia della Sindone anteriore al XIV secolo[8].

Il lavoro di Frei è stato criticato pesantemente da diversi studiosi[82]. Il lavoro di Frei non tiene conto delle contaminazioni possibili (ad esempio quelle dovute al contatto con i pellegrini)[82]. Nel corso dei secoli infatti il telo è stato toccato da migliaia di mani[82].

Inoltre: per gli studiosi non c'è possibilità di determinare la specie di una pianta dal polline, salvo rari casi. Di regola il polline permette solo di determinare i gruppi di specie o il genere o la famiglia[36][83].

Una revisione del lavoro di Frei fu svolta da Baruch, che identificò una sola specie (Gundelia tournefortii), mentre per gli altri pollini non fu possibile identificare se non i gruppi di specie, il genere o la famiglia[82].

Anche le conclusioni di Baruch furono contestate. V.M. Bryant nel 2000 osservò infatti che tali conclusioni non erano accettabili poiché: Baruch usò un microscopio ottico e non uno elettronico; i pollini intrisi di colla sono difficilmente analizzabili; l'identificazione dell'unico polline era comunque errata per diametro e ornamentazione osservati.[84]

Nonostante la messa in dubbio degli studi di Frei, questi sono stati ripresi nel 1997-1998 da alcuni sostenitori dell'autenticità della sindone (quali Danin e altri)[8], che all'epoca hanno ipotizzato di localizzare il presunto sito di provenienza della Sindone in una zona molto ristretta nei pressi di Gerusalemme.[78]. Tutto questo sebbene ci siano ulteriori ragioni che facciano ritenere inattendibili le conclusioni di Frei:

l'identificazione dei vari tipi di pollini non è di per sé indicativa se non fa anche riferimento al cosiddetto spettro pollinico cioè i valori percentuali di ogni tipo di polline presente nel materiale in esame[83]. Gaetano Ciccone afferma che Frei non avrebbe misurato lo spettro pollinico, ma che avrebbe stilato un semplice elenco di pollini chiamandolo impropriamente spettro pollinico[82].
i pollini non possono resistere centinaia di anni in un ambiente aerobico. Se il polline viene esposto all'aria in poco tempo viene distrutto poiché l'ossigeno corrode la sporopollenina lasciando il polline in balia dell'azione distruttiva di funghi e batteri[85]. Marta Mariotti Lippi, provò sperimentalmente a misurare la conservazione dei pollini: dopo due mesi la perdita di polline sui tessuti testati era stata del 77%[86]
Lo stesso Danin, ricostruendo però più recentemente (2010) l'intera questione delle analisi microscopiche più avanzate sui pollini di Frei, esclude la possibilità che gli stessi possano venire usati da soli per definire un'area geografica di provenienza[87], sottolineando inoltre come in tal senso sia inutile la mera osservazione della frequenza di piante spinose [88].

In particolare, le più recenti analisi di Litt, effettuate con microscopia ottica avanzata e microscopia confocale basata su laser, hanno dimostrato l'impossibilità di definire i pollini perfino a livello di genere, e quindi tanto più a livello di specie; Litt va persino oltre le conclusioni di Baruch, ed esclude anche, con elevata probabilità, che i pollini siano ascrivibili a Gundelia[89].

Datazione chimica
Raymond Rogers ha proposto un metodo chimico di datazione della Sindone basato sulla misura della vanillina presente nel tessuto. Secondo Rogers la vanillina, presente nella lignina della cellulosa del lino e che si consuma spontaneamente ad un ritmo molto lento col passare del tempo, avrebbe dovuto essere presente nel tessuto della Sindone se questo fosse medievale (così come era presente nella tela d'Olanda), mentre la sua assenza indicherebbe un'età maggiore.

In base a una stima preliminare pubblicata da Rogers nel 2005[90], la datazione della Sindone sarebbe compresa all'incirca tra il 1000 a.C. e il 700 d.C. Rogers usa l'Equazione di Arrhenius per stimare il tempo necessario perché si perda il 95% della vanillina, ottenendo 1319 anni considerando una temperatura costante di 25 °C, 1845 anni ad una temperatura di 23 °C e 3095 anni ad una temperatura di 20 °C, considerando queste temperature delle stime ragionevoli della temperature con cui la Sindone è stata conservata.

Diversi studiosi hanno fatto notare che la vanillina si consuma molto più velocemente con l'aumentare della temperatura e suggerito alcuni scenari per cui i 25 °C / 23 °C / 20 °C costanti ipotizzati da Rogers nella sua stima sarebbero un'approssimazione troppo imprecisa:

Un incremento di soli 5 °C rispetto ai 25 °C ipotizzati da Rogers, portando la temperatura a 30 °C, porterebbe il tempo necessario a consumare il 95% della vanillina a soli 579 anni. Tuttavia è inverosimile che la Sindone sia stata conservata per sei secoli ad una temperatura costante di 30 °C o dei 25 °C ipotizzati da Rogers, giorno e notte, estate e inverno e la temperatura media annua a Torino è inferiore ai 15 °C.
L'esposizione del telo al calore prodotto dalle torce durante le ostensioni avrebbe potuto produrre un decadimento accelerato della vanillina[91]. Tuttavia sommando la durata di tutte le ostensioni documentate si arriva soltanto a pochi mesi: anche considerando un intero anno, perché questo effetto da solo abbia consumato il 95% della vanillina la Sindone avrebbe dovuto essere riscaldata a oltre 75 °C, una temperatura eccessiva[13].
Le alte temperature a cui è stata esposta la Sindone (circa 200º[13]) durante l'incendio del 1532 avrebbe consumato molto rapidamente la vanillina: ad esempio con una temperatura di 200 °C si sarebbe consumata in meno di 7 minuti[13]. Rogers nel suo articolo ritiene tuttavia che l'incendio del 1532 potrebbe non avere avuto grossi effetti sul contenuto di vanillina poiché il lino ha una conducibilità termica molto bassa e le parti del lenzuolo lontane dalle bruciature potrebbero non aver raggiunto temperature così alte.[90].
Rimarrebbe poi da spiegare come mai nei campioni usati per l'esame del Carbonio 14 la vanillina, secondo Rogers, non si sarebbe consumata.

Lo studio di Rogers viene definito "molto povero"[92][93] e carente dal punto di vista metodologico sotto tre aspetti[92]

Appropriatezza del metodo usato per verificare i residui di vanillina nei fili di lino: sono stati usati test qualitativi per determinare risultati quantitativi
Appropriatezza di controlli: nella ricerca Rogers non ha usato campioni di controllo
Riproducibilità degli esperimenti: le analisi di Rogers sono state eseguite una sola volta e mancano, quindi, i controlli dovuti per calcolare un "margine d'errore" nella datazione.
Stima soggettiva delle probabilità
Assumendo come ipotesi che la Sindone sia un reperto effettivamente correlato ad un uomo vissuto in Palestina nel I secolo d.C., alcuni studiosi hanno effettuato stime sulla probabilità che quell'uomo non corrispondesse a Gesù Cristo in base alle caratteristiche della reliquia stessa. Ovviamente il discorso non è valido senza l'ipotesi di base, perché un presunto falsario avrebbe potuto creare ad arte quelle caratteristiche[senza fonte].

Nel 1902 Yves Delage, professore di anatomia comparata alla Sorbona[94], presentò all'Académie des Sciences una relazione in cui, esaminando i fatti allora noti sul lenzuolo e sulle caratteristiche fisiche e anatomiche dell'immagine, valutava soggettivamente che la probabilità che la Sindone non fosse il lenzuolo funebre di Gesù era, a suo parere, inferiore a uno su 10 miliardi.

Negli anni settanta Bruno Barberis, docente dell'Università di Torino e attuale direttore del centro internazionale di Sindonologia, espresse una simile stima soggettiva, basandosi su nuovi fattori. La probabilità da lui soggettivamente ipotizzata è di 1 su 200 miliardi; valutazioni soggettive simili sono state ipotizzate anche dal matematico e sindonologo Tino Zeuli, Professore emerito dell'Università di Torino.[95][96]

È opportuno chiarire che queste stime ipotetiche sono solo pareri soggettivi basati su ragionamenti analogici, e non calcoli scientifici, statistici o matematici nel senso tecnico del termine.

Il restauro del 2002
Nel 2002 la Sindone è stata sottoposta ad un intervento di restauro conservativo: sono stati rimossi i lembi di tessuto bruciato nell'incendio del 1532 e i rattoppi applicati dalle suore di Chambéry; anche il telo di sostegno (la "tela d'Olanda") applicato nel 1534 è stato sostituito. Il lenzuolo inoltre è stato stirato meccanicamente per eliminare le pieghe e ripulito dalla polvere; a seguito della stiratura le dimensioni della Sindone sono aumentate di circa 5 cm in lunghezza e 2 cm in larghezza.

Le modalità del restauro sono state criticate da diversi studiosi[97]. Essi hanno criticato il fatto che non si sia colta l'occasione per eseguire nuovi esami: in particolare si sarebbe potuto ripetere il test del Carbonio 14 sui lembi di tessuto carbonizzato in modo da chiarire una volta per tutte i dubbi sull'esame del 1988.

Inoltre gli interventi eseguiti, in particolare la pulizia del lenzuolo eseguita con un aspiratore, hanno probabilmente alterato o rimosso dalla Sindone materiale che avrebbe potuto essere esaminato per fornire utili indicazioni. Diversi studiosi affermano che, dopo questi interventi, alcuni tipi di esami non potranno forse mai più essere eseguiti.
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5/3/2024 6:51 PM
 
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NOTIZIE CHE RIMANDANO ALLA SINDONE, DI EPOCHE PRECEDENTI AL 1300

La Sindone «di puro lino» viene citata dagli antichi liturgisti orientali e latini, come appare nei testi di San Giovanni IV Nesteutes, patriarca di Costantinopoli e San Germano, vescovo di Parigi (VI secolo), San Rabano Mauro, arcivescovo di Magonza (IX secolo), Remigio d Auxerre (IX-X secolo), Onorio di Autun (XII secolo) .
Arculfo, vescovo della Gallia del VII secolo, riferì anche di aver visto il SUDARIUM che era stato sul capo di Gesù durante il suo viaggio in Palestina, assieme ad un LINTEAMEN più grande, sul quale compariva l immagine dello stesso Signore.
La presenza a Gerusalemme di un sudarium di Cristo nella Basilica del Santo Sepolcro è testimoniata anche dal Commemoratorium de casis Dei vel monasteriis (808 d.C.) redatto per l imperatore Carlo Magno.
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5/3/2024 7:03 PM
 
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La prima presenza certa della Sindone risale comunque al 1356-1370, riprodotta in un Medaglione votivo ritrovato nel 1855 su cui appare uno stemma legato a Geoffroy I de Charny. Quest’ultimo, cavaliere crociato, ebbe certamente possesso della Sindone. Come arrivò nelle sue mani? Esistono varie ipotesi, le più certificate sono concordi nel seguire per l’appunto la pista dei Crociati o dei Templari, nati per difendere i luoghi santi e i pellegrini che li visitavano. D’altra parte su un coperchio di cassa ritrovato nel 1944 a Templecombe, nel sito che fu una precettoria templare dal 1185 sino all’inizio del XIV secolo, è venuta alla luce l’immagine di un uomo barbuto simile al Volto della Sindone: con la tecnica della sovrapposizione in luce polarizzata sono emersi ben centoventicinque punti di congruenza tra le due immagini.


A questo proposito, è davvero interessante l’approfondimento di Marinelli e Zerbini sulla somiglianza «tra il volto sindonico e la maggior parte delle raffigurazioni di Cristo conosciute nell’arte, sia orientale sia occidentale». «E’ evidente», scrivono «e non può essere attribuita a un puro caso; deve essere il risultato di una dipendenza, mediata o immediata, di un’immagine dall’altra e di tutte da una fonte comune». A chi ipotizza che è stato il presunto autore della Sindone a copiare l’immagine classica nella raffigurazione di Gesù nell’arte, rispondono che «è una tesi non sostenibile, perché le ricerche e le analisi eseguite sulla reliquia hanno escluso, con certezza assoluta, ogni ipotesi di una fabbricazione con mezzi artistici» dell’immagine sindonica. Sia le immagini classiche di Cristo, sia l’Uomo della Sindone, presentano «parecchi elementi non regolari, difficilmente attribuibili alla fantasia degli artisti, che permettono di dedurre come le antiche raffigurazioni del volto di Gesù possano dipendere dalla venerata reliquia» (p. 155).


L’ispirazione sindonica «è evidente, ad esempio, nei segni esistenti tra le sopracciglia, sulla fronte e sulla guancia destra del volto di Cristo delle catacombe di Ponziano a Roma (VIII secolo). Il volto di Cristo di Hosios Loukas nella Focide, databile attorno all’anno Mille, e quello della chiesa di Santa Sofia a Kiev, della prima metà dell’XI secolo, mostrano realmente la stessa persona» (p. 156). Occorre anche considerare che la Sacra Scrittura non tramanda alcuna descrizione della persona fisica del Salvatore e nei primi tempi del Cristianesimo furono usati soltanto simboli (come l’agnello, il pane, il pesce ecc.). Altre prove di una matrice comune sono nel volto di Cristo nella cappella di San Lorenzo in Palatio a Roma (V-VI secolo), il mosaico della Cappella di San Venanzio presso il Battistero di San Giovanni in Laterano (VII secolo), il Cristo della Cattedrale di Tarquinia (XII secolo), il Salvatore della Cattedrale di Sutri (XIII secolo) e il mosaico (XIII secolo) dell’abside della Basilica di San Giovanni in Laterano. Ancora più evidente è la coincidenza tra il volto sindonico e quello che appare sul vaso d’argento del VI secolo trovato a Homs (in Siria). Qui sotto alcuni esempi.


livio zerbini emanuela marinelli


 


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5/3/2024 7:39 PM
 
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 la Sindone di Torino : datazioni diverse



Esperimenti scientifici, diversi dalla datazione al C14, sono stati eseguiti all’Università di Padova (in collaborazione con quella di Modena e Bologna).

Si tratta in particolare di tre analisi, due chimiche e una meccanica. Le prime due sono state effettuate una con sistema FT-IR, cioè con luce infrarosso e l’altra con la spettroscopia Raman. La terza è invece un’analisi meccanica multi-parametrica, basata su cinque parametri meccanici diversi riguardanti la tensione del filo. Per questa indagini delle fibre sindoniche è stata realizzata un’originale macchina per prove di trazione in grado di valutare fibre estremamente piccole sono state analizzate insieme a una ventina di campioni di tessuti di età certa dal 3000 avanti Cristo al 2000 dopo Cristo.

Le analisi hanno coinvolto diversi docenti universitari di vari atenei italiani e i risultati conclusivi indicano per le fibre della Sindone in esame le seguenti date, tutte al livello di confidenza del 95%, e tutte lontane dalla datazione medievale ottenuta nel 1988 con l’esame del Carbonio14: per l’analisi FT-IR la data è 300 a.C. ±400, per l’analisi Raman 200 a.C. ±500, per l’analisi meccanica multi-parametrica 400 d.C. ±400. Eseguendo una semplice media aritmetica delle tre date si ottiene 33 a.C. ±250 anni, con un’incertezza – osservano i ricercatori – inferiore alle singole incertezze, compatibile con la data storica della morte di Gesù Cristo attribuita dagli storici all’anno 30 dell’era moderna.


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