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INDAGINE SULLA RESURREZIONE: GESU' E' VERAMENTE RISORTO ?

Last Update: 5/27/2021 12:14 PM
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4/25/2011 10:32 AM
 
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Malgrado venti secoli di appassionata lettura credente e due di occhiuta, spesso sospettosa, lettura "storico-critica", si ha l'impressione - che è poi certezza, fondata sull'esperienza quotidiana dell'indagatore - che le parole greche del Nuovo Testamento siano ancora lontane dall'avere rivelato tutta la loro profondità e tutti i loro segreti.

Si ha l'impressione, cioè, che, dietro quelle antiche espressioni, ci siano ancora molte cose da capire e da portare alla luce. Così che, agli scavi archeologici, può e deve accompagnarsi lo scavo sempre più approfondito dentro testi la cui inesauribilità è tra gli aspetti che più inducono a convincersi di un Mistero che vi stia dietro.

[Edited by Credente 4/25/2011 10:33 AM]
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4/25/2011 10:33 AM
 
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GESU (634)
[Edited by Credente 4/25/2011 10:47 AM]
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4/25/2011 10:34 AM
 
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Ci confronteremo con uno di quei casi in cui, probabilmente, la comprensione sinora avuta di certe espressioni va mutata, aprendo nuove prospettive. E questo proprio nel cuore della fede, proprio al suo inizio stesso, il mattino di Pasqua.
La fede in Gesù come il Cristo atteso da Israele nasce infatti, per tutti, con le apparizioni del Risorto. Per tutti, tranne che per uno: per il discepolo prediletto, per colui che "il Maestro amava", per il giovane Giovanni. E costui stesso che, nel suo vangelo, ci racconta come, entrato con Pietro nel sepolcro "vuoto" (ma che, poi, evidentemente, vuoto del tutto non era, visto che vi era abbastanza da indurre alla fede), "vide e credette" (Gv 20,8): Eiden kaì episteusen, nell'originale greco. Un'espressione sintetica, lapidaria, che segna un momento solenne: è in quell'istante, in effetti, che nasce la fede, che nasce il cristianesimo stesso.
Ma perché Giovanni "credette", a differenza di Pietro che pure, prima di lui e poi accanto a lui, vide le stesse cose e restò perplesso, senza "ancora avere compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti", come aggiunge Giovanni stesso (20,9) e come conferma Luca, 24,12 ("(Pietro) tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto")? Perché a Giovanni basta ciò che ha scorto, appena entrato nel sepolcro, mentre a Simone, che pure è capo del collegio apostolico, occorre una speciale iniziativa del Risorto stesso, per stare a Luca nella finale del resoconto dei discepoli sulla via di Emmaus: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone" (Lc, 24,34)?
E una domanda di straordinaria importanza perché, lo dicevamo, dalla sua risposta dipende il momento stesso della nascita della fede. Eppure, è sorprendente constatare come si sia sorvolato proprio su questo versetto decisivo.
Ci si accontenta, così, di spiegazioni che in realtà non spiegano nulla come (citiamo un solo esempio, tra i più recenti e diffusi) la nota che a quel "vide e credette" appone la traduzione ecumenica della Bibbia: "II discepolo vede nella tomba vuota e nelle bende piegate con cura il segno che lo conduce a riconoscere, nella fede, la risurrezione di Gesù".
Siamo ben lontani da una spiegazione soddisfacente: la "tomba vuota" è tutt'altro che un segno inequivocabile, tant'è vero che non è bastata a far intuire la verità alle donne, le quali, "entrate (nel sepolcro) non trovarono il corpo del Signore. Mentre erano incerte per questo..." (Le, 24,4). La sola scomparsa del cadavere autorizzava tutte le supposizioni, a cominciare dal furto, come pensa - piangendo, e per stare allo stesso Giovanni -Maria di Magdala (20,11 ss.).
Non è poi ammissibile l'altro elemento della presunta spiegazione: le "bende piegate con cura" come "segno" della Risurrezione, evidentemente sul presupposto, da parte dell'autore della nota, che un ladro avrebbe lasciato tutto in disordine e non avrebbe perso tempo a mettere ordine. Non è ammissibile, innanzitutto, perché proprio le "bende" (come dice, con scarsa precisione, la nota) erano, stando alla traduzione della Cei - che è il testo utilizzato per l'edizione italiana della traduzione ecumenica, di cui si sono riprodotti solo i commenti - quelle "bende", dunque, erano gettate "per terra", come Giovanni ripete per due volte (20,5-7). In apparente ordine ("piegato in un luogo a parte", Gv, 20,7, per dirla con la stessa traduzione) era semmai "il sudario che gli era stato posto sul capo" (ibid.).
Dunque, la tomba presentava un aspetto insieme ordinato e disordinato. Sia la sparizione del cadavere sia l'aspetto delle vesti funerarie sembravano lanciare un messaggio ambiguo, aperto a tutte le interpretazioni. Tale, comunque, da non giustificare affatto quel "vide e credette".
Oltretutto, dal contesto sembra chiaro che quel "credette" non risale al fatto che la tomba fosse vuota, ma piuttosto al fatto che c'era là dentro - in quell'alba della prima domenica della storia - "qualcosa" che indusse di colpo Giovanni a credere. Divenendo, se così possiamo dire, il primo cristiano. Che cos'era quel "qualcosa"? E possibile, scrutando i testi, riuscire a intravedere quali siano stati quei "segni" tanto inconfutabili?
Occorre riconoscere (come già abbiamo fatto e faremo) che l'annuncio primitivo del cristianesimo, quale ci appare dal Nuovo Testamento, sembra quasi dimenticare la tomba. Il fatto che sia restata vuota non entra nel Credo e tutta la prima predicazione insiste, come prova di verità, unicamente sulle apparizioni.
Solo nel vangelo di Luca vi è l'episodio narrato anche da Giovanni, ma vi si cita soltanto Pietro: "Pietro corse al sepolcro e, chinatosi, vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l'accaduto" (Le, 24,12).
La tradizione cui Luca ispira il suo vangelo è quella che ha raccolto da Paolo: in essa, evidentemente, l'episodio era raccontato in modo abbreviato, non citando Giovanni (probabilmente perché ancora troppo giovane al momento dei fatti e, dunque, non abbastanza autorevole), ma confermando quanto nel quarto vangelo è detto, a proposito degli effetti di perplessità e non di fede procurati su Pietro dalla visita al sepolcro.
Si noti, tra l'altro, nel brano di Luca appena citato, quel "chinatosi", che è esattamente il "chinatosi" di Giovanni, che lo riferisce a se stesso, ma che ha lo stesso valore: quello, cioè, di una sorta di "frammento" di ricordo diretto, restato nel racconto fatto dagli stessi protagonisti. E un altro dei tanti segnali, sparsi per tutto il vangelo, che rinviano - all'improvviso e senza alcun sospetto di premeditazione - a una testimonianza diretta e oculare, a un elemento cronachistico.
Ma è tra i segnali di verità, anche perché rispecchia una realtà che l'archeologia ha confermato: come tutte quelle dei notabili d'Israele, anche la tomba di Giuseppe d'Arimatea era scavata nella roccia e la sua apertura era più bassa della statura di un uomo. Così che, per entrarvi o anche solo per guardarvi dentro, occorreva "chinarsi": proprio come dicono il vangelo di Luca e quello di Giovanni.
Tra l'altro, tra le tracce e gli indizi di nascosto accordo tra i vangeli, c'è un "segnale" nello stesso capitolo 24 di Luca dove, al versetto 12, per brevità o per il motivo che dicevamo (l'età di Giovanni, in un mondo dove aveva valore solo la testimonianza di uomini maturi) non si parla che di Pietro accorso al sepolcro. Ma ecco che, poco sotto, i due discepoli che se ne vanno verso Emmaus e parlano con lo Sconosciuto, dicono: "Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato le cose proprio come le donne avevano detto, ma lui non l'hanno trovato!" (Le, 24,24). I verbi al plurale ("alcuni dei nostri" è il soggetto) non possono spiegarsi con il solo Pietro di cui lo stesso evangelista aveva parlato e sembrano confermare che accanto a lui c'era qualcun altro, visto che non vi è cenno di altre visite al sepolcro da parte di uomini (delle donne gli evangelisti parlano sempre a parte, e distinguendo con chiarezza).



Comunque sia, soltanto quando Giovanni - dopo che i Sinottici avevano già scritto, secondo il parere comune degli studiosi -redasse il suo vangelo, dell'episodio fu data la versione "completa"; e fu data dall'evangelista-apostolo stesso, che dice di avervi partecipato in prima persona.
La riportiamo qui, quella versione giovannea, come al solito nella traduzione della Conferenza Episcopale Italiana.
C'è, innanzitutto, l'antefatto, che non è possibile trascurare e che quindi richiamiamo al lettore, anche se la nostra analisi si eserciterà su quanto segue: "Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e ando da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!"" (Gv, 20,1 ss.).
Perché Giovanni - l'apostolo e l'evangelista - fu il primo che credette nella risurrezione di Gesù? Che cosa "vide" per avere "creduto" (come dichiara al versetto 8 del capitolo 20 del suo vangelo), dopo essere entrato nel sepolcro, al seguito di Pietro, in quell'ottavo giorno" che divenne la prima domenica della storia?
Abbiamo impostato il problema nel precedente capitolo. Adesso, affrontiamo subito il testo di Giovanni nella traduzione datane dalla Bibbia della Gei, affiancandovi la versione e la relativa interpretazione di Antonio Persili, il sacerdote che ha dedicato gli studi di una intera vita a cercare di decifrare il perché di quella fede subitanea.
Giovanni, 20,5, traduzione della Conferenza Episcopale Italiana: "Chinatesi, (Giovanni) vide le bende per terra, ma non entrò".
Traduzione di Antonio Persili: "Chinatesi, (Giovanni) scorge le fasce distese, ma non entrò".
Come si vede, l'edizione ufficiale cattolica ha "le bende per terra"; quella del nostro studioso traduce "le fasce distese". Il punto è decisivo per lo stesso evangelista, che in ciascuno degli altri due versetti che seguono (il 6 e il 7) parla di quelle che per la Cei sarebbero "bende per terra", mentre per Persili sono sempre e solo "fasce distese". Che cosa ha voluto comunicarci Giovanni, ripetendo tré volte in tré versetti successivi quel suo kei-mena tà othónia, quel linteamina posita come traduce la Vulgata latina?
Per capire dobbiamo rifarci, come sappiamo, alla "tecnica" di sepoltura messa in atto per Gesù, secondo le leggi e i costumi ebraici, da Giuseppe d'Arimatea, dal suo pietoso aiutante, Nico-demo e, certamente, dai loro servi. Come ricordavamo nel capitolo precedente, Persili coordina (con un'abilità nella quale non sembra però di scorgere forzature) Ì cenni che al proposito ci danno i Sinottici con quelli di Giovanni, mettendo in rilievo che il corpo del Crocifìsso deve essere stato interamente avvolto in una grande tela - la sindón - non solo per evitare il contatto dei vivi con un cadavere di per sé impuro, ma anche per obbedire al precetto di non disperdere il sangue di chi fosse morto con ferite sul corpo.
Dallo stesso rotolo di tela da cui fu ricavata quella "sindone", l'Arimateo - o qualche suo servo - tagliarono tà othónia: che non sarebbero "bende", ma "fasce". "Bende", in effetti, erano quelle che legavano il cadavere di Lazzaro e per indicare le quali lo stesso Giovanni usa un diverso sostantivo (11,44). Le othónia - le quali, lo ripetiamo, tornano qui in tré versetti - erano più alte: delle grosse "fasce", con le quali fu avvolto tutto il corpo di Gesù, escludendo solo la testa. Su quest'ultima, alla "sindone", che già la copriva, fu sovrapposto il "sudario".
Come giunge Persili a questa ricostruzione? Innanzitutto, facendo osservare come sia scritto che Giovanni, "chinatesi vide le fasce": se vide solo esse e non il lenzuolo, è evidentemente perché quest'ultimo era tutto coperto dalla fasciatura (ad esclusione del capo; ma l'Apostolo, stando al di fuori, vedeva la parte dov'erano stati i piedi).
Ma, poi, non va dimenticato che poco prima lo stesso evangelista aveva parlato di quelle stesse othónia: "Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, come è usanza seppellire per i Giudei" (Gv, 19,40). Gli "oli aromatici" sono la "mistura di mirra e di aloè di circa cento libbre" portata da Nicodemo. Erano ben 32 chili e 700 grammi, in forma liquida, di cui una parte fu versata sulla pietra sepolcrale sino a preparare un "letto" di profumi, un'altra parte servì per ungere le pareti interne della tomba (ecco perché una slmile quantità, che è sembrata inverosimile a tanti critici) e il rimanente fu versato sulla sindone.
Le "fasce" messe tutto attorno al corpo di Gesù, sino a coprire interamente il lenzuolo, avevano anche la funzione di impedire quella troppo rapida evaporazione del liquido aromatico che si sarebbe verificata se la sindone fosse stata a contatto con l'aria. Si noti che questa sembra essere stata la funzione anche del sudario sul capo. Se c'era già la sindone che lo avvolgeva, perché quel pezzo ulteriore di tela? Una ragione precisa l'aveva: proteggere la soluzione di mirra e di aloè da una evaporazione eccessivamente veloce.
"Fasce", dunque, non "bende": una copertura completa sino al collo. E, soprattutto, non "per terra" (Cei) bensì "distese" (Per-sili). Il testo greco, in effetti, dice che le othónia erano keimena. C'è qui, dunque, il parricipio del verbo keÌmai, che corrisponde al latino jacere, giacere. Come spiega un vocabolario classico di greco, quello del Bonazzi, keìmai "significa giacere, essere disteso, seduto, steso, orizzontale; si dice di una cosa bassa in opposizione ad una elevata, eretta, come per esempio il mare calmo rispetto al mare agitato".
Ne deriva, dunque, Persili: "II significato che Giovanni vuoi dare a questo verbo è far risaltare che prima le fasce erano rialzate ("come un mare agitato"), perché all'interno c'era il corpo; dopo la Risurrezione, invece, le fasce erano abbassate, distese ("come un mare calmo"), giacendo nel medesimo posto in cui si trovavano quando contenevano il cadavere di Gesù. E arbitrario farle giacere per terra, come vuole la versione ufficiale. La Vulgata traduce con il participio posita, che rende bene l'idea delle fasce distese e vuote, perché il verbo ponere significa appunto "mettere giù". Perciò le due parole keimena tà othónia si devono tradurre come "le fasce distese", ma intatte, non manomesse, non disciolte (...) Esse costituiscono la prima traccia della Risurrezione: era infatti assolutamente impossibile che il corpo di Gesù fosse uscito dalle fasce, semplicemente rianimato, o che fosse stato asportato, sia da amici che da nemici, senza svolgere quelle fasce o, comunque, senza manometterle in qualche maniera".
Continua il nostro autore: "Questa traccia sarebbe stata sufficiente per credere nella Risurrezione, ma nel sepolcro v'era una traccia ancora più straordinaria, che Pietro ebbe la ventura di vedere per primo: la posizione del sudario. Se è importante, per capire la fede immediata di Giovanni, la posizione delle fasce, lo è ancora di più la posizione del sudario, quello che stava al contatto del corpo. E una posizione così sorprendente che all'evangelista è necessario un intero versetto di venti parole per descriverlo".
Prima di quel versetto, il settimo, c'è ovviamente il sesto che, nella versione Cei, dice: "Giunse intanto Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra". Qui la sola mutazione da apportare, come sappiamo, sarebbe "le fasce distese" al posto di "le bende per terra".
Ma ci sarebbe da aggiungere che sia la Vulgata latina che l'attuale versione cattolica italiana traducono sempre con "vedere" i tré diversi verbi greci impiegati in questi versetti da Giovanni. Si perde così una sfumatura importante, con la quale l'evangelista sembra avere voluto indicare una progressione: dal primo constatare con perplessità, al contemplare successivo e poi al vedere pienamente, così da comprendere e da credere.
Non è una osservazione marginale, perché anche in questa scelta attenta di verbi solo apparentemente sinonimi Giovanni conferma quale attenzione richieda al lettore perché colga il significato preciso di ogni parola. Che nulla nei vangeli sia "casuale" è possibile scoprirlo anche in queste "finezze" che stanno dietro al testo originale e che spesso non è possibile apprezzare nelle traduzioni, che hanno reso i tré verbi usati da Giovanni in questi versetti (blépei, theórei, eiden) tutti con un "vide".
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4/25/2011 10:35 AM
 
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Ma veniamo al versetto 7 che continua la descrizione di ciò che si trovò davanti Pietro: "e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte". Così la versione Cei. Stando, invece, alla traduzione proposta da Persili: "e il sudario, che era sul capo di lui, non con le fasce disteso, ma al contrario avvolto in una posizione unica".
Innanzitutto, va ricordato che il termine "sudario" ha assunto per noi - e proprio sotto l'influsso delle parole evangeliche - un significato funerario, mentre invece altro non era che un pezzo di tela, un fazzoletto (più grande dei nostri attuali) usato per detergere il sudore. Come dice, del resto, la parola stessa.
Ricordarlo è importante, perché molti hanno fatto e fanno confusione tra la "sindone" di cui parlano i Sinottici e il "sudario" di Giovanni, magari al punto di identificarli, credendo fossero entrambi "abiti funerari". In realtà, quel "sudario" era un pezzo - probabilmente con un lato dai 60 agli 80 centimetri -che Giuseppe d'Arimatea tagliò, o fece tagliare, da quel rotolo di tela da cui già aveva tratto la sindón e le othónia, il lenzuolo e le fasce.
Sul perché di questa copertura ulteriore, col sudario, sul capo già rivestito dalla sindón abbiamo detto più sopra: una protezione del liquido aromatico versato in quantità da Nicodemo e dai suoi servi. Ne è da escludere l'altro motivo addotto da Persili: non lasciare in disordine le piegature del lenzuolo, visto che tutto il resto del corpo era ordinatamente fasciato. E sia l'Arimateo che Nicodemo, ricchi e autorevoli notabili, non erano certo persone da amare lavori approssimativi, soprattutto per un uomo che avevano amato. Forse non è da escludere neppure che le ferite al volto e al capo (la corona di spine, tra l'altro, fonte di una abbondante emorragia) inzuppassero di sangue il lenzuolo.
Se Giovanni specifica che era proprio "quel sudario che gli era stato posto sul capo" è probabilmente, dice Persili, per "mettere in guardia il lettore dal credere che si stia parlando dell'altro sudario, che si trovava all'interno della grande tela, come mentoniera, e che perciò non era visibile. Giovanni, insomma, precisa che Pietro ha visto il sudario che stava all'esterno, sul capo di Gesù, e non quello che stava all'interno, intorno al capo di Gesù". La mentoniera, m effetti, faceva parte pietosa dell'uso funebre per impedire la vista disdicevole della bocca spalancata a causa del cedimento, nel defunto, dei muscoli della mandibola. Un chiarimento al lettore antico era dunque necessario da parte dell'evangelista: Gesù era stato sepolto rispettandone anche in questo la dignità.
Proseguiamo: quel "sudario", quel fazzoletto, "non (era) per terra con le bende" (Gv 20,7): così vorrebbe la traduzione Coi. E qui ritornano, dunque (per la terza e ultima volta), le othónia kei-mena, Persili: "In realtà, il vangelo vuoi dire che il sudario non era appiattito sulla pietra sepolcrale. I geometri dell'antica Grecia usavano l'espressione keimenon schèma nel senso di "figura in piano, orizzontale". L'evangelista vuoi dire la stessa cosa: le fasce erano distese in piano, si trovavano in posizione orizzontale, mentre il sudario era in una posizione rialzata". Da qui, la traduzione proposta dal nostro studioso: "non con le fasce disteso". Il sudario, s'intende, è il soggetto.
Segue subito dopo - in questo stesso cruciale, decisivo versetto 7 - un alla choris entetyligménon, che la Cei traduce con un "ma piegato a parte". Sentiamo ancora il nostro sacerdote biblista: "L'infelice traduzione distrugge la mirabile traccia che l'evangelista ha rilevato con grande cura e ha descritto con laconicità e chiarezza. Infatti, questa traduzione contiene tré errori che stravolgono la testimonianza di Giovanni".
Secondo don Persili, dunque, "prima di tutto, il participio en-tetyligménon è stato tradotto, arbitrariamente, con il participio italiano "piegato" invece che con "avvolto". Il verbo entylisso corrisponde ai verbi "avvolgo, involgo, ravvolgo". Ne è conferma il fatto che deriva dal sostantivo entylé che corrisponde a "coperta, accappatoio", oggetti che servono per avvolgere e non per piegare".
Ma c'è poi quel choris, che è un avverbio: "E vero che, in italiano, significa innanzitutto "separatamente, a parte, in disparte". Ma è anche vero che, in senso traslato, può significare "differentemente, al contrario". Può assumere due sensi: quello locale e quello modale, traslato. Qui si vuoi dare all'avverbio choris il significato traslato, perché la logica della testimonianza consiste nell'opporre la posizione assunta dalle fasce (distese) a quella, diversa, assunta dal sudario (avvolto)".
Terzo errore - o fraintendimento che sia - della traduzione ecclesiale italiana sarebbe il non avere compreso (per motivazioni filologiche che qui sarebbe troppo complesso esporre) i rapporti tra l'avversativo alla ("ma") e l'avverbio choris.
"Concludendo", scrive Persili, "la frase si deve tradurre in modo da rendere l'idea che il sudario per il capo si trovava in una posizione diversa da quella delle fasce per il corpo e non in un luogo diverso. Pietro contempla le fasce distese sulla pietra sepolcrale e, sulla stessa pietra, contempla anche il sudario che, al contrario delle fasce, che sono distese, è in posizione di avvolgimento, anche se non avvolge più nulla".
Pertanto, la traduzione corretta sarebbe, invece che il "ma piegato a parte" della Cei: "Ma al contrario avvolto".
Però, per completare questo versetto 7, ci sono tré altre brevi parole greche le quali sarebbero state fraintese più ancora delle altre. Quelle parole sono eis éna tópon: stando alla CeÌ - e, bisogna pur dire, stando al senso immediato per chiunque sappia anche solo un po' di greco - il loro significato sembra evidente. E, cioè: "in un luogo". E con questi tré termini che la traduzione dei vescovi italiani può costruire la frase "in un luogo a parte".
Poiché, però, questo non sembra dare significato sufficiente, le interpretazioni si sono sprecate: pensiamo di poterle risparmiare al lettore, arrivando subito alla proposta di Persili. Proposta certamente inedita, magari "scandalosa" per qualche esperto, ma che in realtà non sembra avere contro motivazioni filologiche serie. Se poi, davvero, si trattasse della traduzione "giusta", si illuminerebbe in modo plausibile e definitivo il senso di quell'enigmatico "vide e credette".
Lasciamo dunque ancora la parola a Persili, il quale propone innanzitutto di intendere la parola greca tópos non come "luogo", ma come "posizione". Non si tratta di un arbitrio, poiché questo significato è dato anche, tra gli altri, da quel vocabolario di Lorenzo Rocci che ha accompagnato generazioni di studenti liceali (il sottoscritto compreso...) e che è ancora oggi tra i più completi e attendibili.
"Ma quale è questa posizione del sudario", continua il nostro parroco biblista, "posizione così importante da dedicargli l'intero versetto 7? Pietro (nel racconto, s'intende, che da lui dovette raccogliere Giovanni che scrive l'evangelo) la precisa con un tocco da artista per mezzo di una preposizione, eis (in italiano, "in") e di un aggettivo numerale, éna (è l'accusativo accordato con l'accusativo del sostantivo tópos, e significa "uno"). Abbiamo visto che questo aggettivo numerale éna non può avere il significato di prótos e che perciò non si può tradurre che il sudario stava "nella medesima posizione"; che non si può neanche sostenere che il sudario si trovava in un altro luogo, diverso dalla pietra sepolcrale; infine, che non si può neppure affermare che il sudario stava in un luogo indeterminato, perché tale affermazione sarebbe inutile, pleonastica e addirittura assurda. Dobbiamo perciò concludere che l'espressione eis éna deve avere un altro significato, che renda viva e precisa la testimonianza di Pietro. Il numerale eis, come si legge nel vocabolario del Bonazzi, può essere usato con il significato di "unico"".
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4/25/2011 10:36 AM
 
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Interrompendo un momento la citazione, aggiungiamo ciò che al Persili sembra essere sfuggito e che rafforza invece notevolmente la sua interpretazione. In effetti (come abbiamo constatato noi stessi, mentre vagliavamo questa proposta di traduzione) la voce eis - firmata dall'autorevole Etheibert Stauffer, docente di Nuovo Testamento all'Università di Bonn - nei 15 volumi dell'insuperato Grande Lessico del Nuovo Testamento ("il Kittel", per gli addetti al lavori) inizia così: "Nel Nuovo Testamento, eis è usato solo raramente come numerale. Per lo più significa solo, unico, incomparabile; oppure dotato di validità unica...". Cioè, esattamente come propone Persili, del quale riprendiamo adesso la citazione: "Unico è il significato che Pietro ha voluto dare a éna. Il sudario, il grande fazzoletto che avvolge il capo, al contrario delle bende, era avvolto in una posizione unica, nel senso di singolare, eccezionale, irripetibile. Infatti, mentre avrebbe dovuto essere disteso sulla pietra sepolcrale con le fasce, era invece rialzato e avvolto. La posizione del sudario appare unica per eccellenza agli occhi di Pietro e di Giovanni, perché è una sfida alla forza di gravita".
Per capire meglio, bisogna ricordare (stando al nostro autore, che ha però dalla sua il Nuovo Testamento: il corpo del Risorto è "materiale", sì, e si fa per questo "toccare" e mangia e beve, ma al contempo entra nella sala dove sono i discepoli a porte chiuse, passando dunque attraverso la materia), bisogna dunque ricordare che "Gesù non solo non uscì dal sepolcro (il ribaltamento della pietra all'entrata non fu che un "segno"), ma che non uscì neanche dalle tele perché, dall'interno di esse, entrò direttamente nella dimensione dell'eternità. Così che il suo non fu uno spostamento da un luogo all'altro, ma il passaggio misterioso da uno stato all'altro, dal tempo all'eterno".
Pur rispettando l'enigma, ciò potè avvenire con una sorta di lampo di luce e di calore: un riflesso "sensibile" del Mistero, che dovette prosciugare di colpo gli aromi che impregnavano le tele. Scomparso il corpo, le fasce che lo avevano avvolto, più pesanti, si abbassarono sulla sindone che esse coprivano e assunsero quella posizione "distesa" che abbiamo visto. Il sudario per il capo, più leggero e più piccolo, per così dire "inamidato" per l'istantaneo essiccarsi dei profumi liquidi, restò - per usare le parole stesse del Nuovo Testamento - "al contrario" (rispetto alle fasce) "avvolto", come quando cingeva la testa del defunto, apparendo così ai due apostoli "in una posizione unica".
E questa situazione straordinaria che giustifica il "credette" di Giovanni dopo che "vide"? Di certo, la mancanza di ogni segno di effrazione e di manomissione nelle tele, dalle quali nessuno poteva essere uscito o essere stato estratto, e quella posizione "incomparabile" del sudario, ancora alzato, ma sul vuoto del lenzuolo sottostante distesosi sulla pietra del sepolcro; di certo, dunque, tutto questo giustificherebbe l'immediato comprendere di Giovanni e il suo arrendersi - per primo nella storia - alla realtà di una risurrezione che aveva lasciato tracce mute ma così eloquenti.

Per ulteriore chiarezza ripetiamo infine nella loro interezza i versetti dal 5 al 7 del capitolo 20 di Giovanni nella traduzione di Antonio Persili:
"(Giovanni) chinatosi, scorge le fasce distese, ma non entrò. Giunge intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entra nel sepolcro e contempla le fasce distese e il sudario, che era sul capo di lui, non disteso con le fasce, ma al contrario avvolto in una posizione unica".

Riportando questo testo, così importante per la fede, per offrirlo alla riflessione dei lettori, ci proponiamo di aggiungere al proposito alcune altre
considerazioni nel corso del post che segue.


 


[Edited by Credente 4/23/2019 11:50 AM]
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4/25/2011 10:36 AM
 
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Il "segno di Giona"
I farisei e i sadducei si avvicinarono per metterlo alla prova " e gli chiesero che mostrasse loro un segno dal cielo. Ma egli rispose: "Quando si fa sera, voi dite: Bei tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l'aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni del tempo? Una generazione perversa e adultera cerca un segno, ma nessun segno le sarà dato se non il segno di Giona". E, lasciatili, se ne andò". Così Matteo (16,1-4).
E una risposta secca e perentoria, seguita da quell'inappellabile "lasciatili, se ne andò". Risposta, oltretutto, chiarissima per gli ebrei, cui era ben noto il libro di Giona. Ad ogni buon conto, è Gesù stesso che aveva esplicitato, stando a un passo precedente dello stesso evangelista: "Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà dato, se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tré giorni e tré notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tré giorni e tré notti nel cuore della terra..." (Mt, 12,39 s.).
Leggendo i vangeli, quasi sempre si pensa che questo "segno" più volte annunciato, e che avrebbe dato la prova della verità della pretesa messianica di Gesù, sia costituito dalle apparizioni dopo la Risurrezione. Ma, in realtà, non sembra essere così: il Risorto non appare che ai discepoli, agli amici, mentre nessuna traccia esiste di apparizioni a quegli avversar! - "farisei e sadducei", come dice il vangelo, per indicare non quelle due classi soltanto, ma tutto 1''establishment di Israele, quello che gli si oppone durante la predicazione e che alla fine riuscirà a mandarlo a morte -di apparizioni a quegli avversar!, dunque, cui è annunciata la "prova", il "segno di Giona", l'argomento irrefutabile.
Deve trattarsi di un fatto sensibile, visibile, constatarle, non smentibile, che provi a tutti, non solo a quelli della sua cerchia, la realtà della Risurrezione.
Escluse le apparizioni (cui i non-amici non avranno diritto), non può trattarsi neanche della tomba vuota, perché questa non rappresenta un argomento univoco, credibile di per sé. Come già più volte ricordammo, la semplice scomparsa del cadavere autorizzava tutte le supposizioni, a cominciare dal furto, come pensa piangendo Maria di Magdala.
Il solo "segno di Giona" possibile, il fatto cogente etiam erga inimicos, l'unico di cui sia traccia nel vangelo, sembra essere - e stiamo ancora a Matteo che, significativamente, è il solo che introduca l'episodio della guardia al sepolcro - la testimonianza dei soldati: "Alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto" (Mt, 28,11).
Che cosa riferirono quei militari? Evidentemente, ciò che racconta lo stesso evangelista e che i guardiani avevano constatato: "Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve". Tanto che "per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite" (Mt, 28,2 ss.). Siamo abituati a pensare che, subito ripresisi, quegli uomini non abbiano pensato ad altro che a fuggire, a raggiungere luoghi abitati, a dare affannosa relazione dello straordinario accaduto.
E davvero strano che siano su questa falsariga anche tante ricostruzioni compiute da studiosi attentissimi quanto autorevoli delle parole evangeliche. E strano, perché così si discostano dal chiaro racconto dell'evangelista Matteo. Secondo il quale, donne e guardie sono protagonisti insieme, nello stesso tempo, della medesima, sconvolgente esperienza. E solo dopo averla vissuta mescolati tra loro - tutti e tutte - le donne se ne vanno ("Abbandonato il sepolcro in fretta, con timore e gioia grande, corsero a dare l'annunzio ai suoi discepoli", Mt, 28,8); e se ne vanno, poi, anche i soldati. Ma non tutti. Perché, come dice l'evangelista con una precisazione che non sembra quasi mai notata: "Alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto". Tines, in greco: solo "alcuni", dunque; e "mentre esse (le donne, cioè) erano per via", come precisa l'inizio dello stesso versetto (28,11).
Vediamo con ordine, allora, lo schema della prima parte di questo ventottesimo capitolo di Matteo, che è poi anche l'ultimo del suo vangelo. All'alba, "Maria di Magdala e l'altra Maria andarono a visitare il sepolcro". Vi sono già giunte davanti, quando si verificano i fatti straordinari: il "gran terremoto", "l'angelo del Signore che, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa". Prosegue subito il testo: "Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie restarono tramortite".
Ed ecco che quei militari sono lasciati da parte, in attesa che rinvengano dal tramortimento, così che Matteo continua immediatamente: "Ma l'angelo disse alle donne" (a conferma del fatto che esse già erano lì): "Non abbiate paura, voi!", dove quel "voi" non è richiesto dalla sintassi greca; è comprensibile solo se l'angelo intende rivolgersi alle donne, per tranquillizzare proprio loro, intendendo così chiaramente che gli "altri", i soldati, fanno bene a provare un poco di salutare paura. Continua l'angelo: "So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E risorto, come aveva detto". Seguono poi altre parole, anch'esse, spesso, poco notate eppure assai importanti (e non a caso vi ritorneremo sopra più avanti, in questo stesso capitolo): "Venite a vedere il luogo dove era deposto".
A questo punto è necessario pensare a una pausa, anche se il discorso che Matteo attribuisce all'angelo continua senza stacco, tra le stesse virgolette. Non è ipotizzabile, infatti, che all'invito di quella straordinaria creatura celeste non segua l'effettuazione concreta, con l'ingresso delle due nella tomba per vedere "il luogo dove era deposto". Le donne entrano, dunque. A rapida visita terminata, segue l'esortazione, la missione, basata proprio su quanto visto nel sepolcro: "Presto, andate a dire ai suoi discepoli: è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea. Là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto". Segue la corsa verso la città, interrotta dall'incontro con Gesù stesso: Chairete, salute a voi, shalòm!
Ed ecco, a questo punto, lo zoom dell'evangelista, che si risposta ad inquadrare di nuovo il gruppo dei soldati. I quali erano ancora lì, tutti; e anche quelli che poi se ne andarono non lo fecero subito, come fa capire Matteo con una indicazione temporale altrimenti incomprensibile o, almeno, del tutto superflua: "Mentre esse (le donne) erano per via, alcuni della guardia giunsero in città...".
Il tragitto dal sepolcro alla casa dove si erano rifugiati Ì discepoli del Crocifisso non doveva essere breve, probabilmente occorreva attraversare tutta la città se - come sembra apparire dagli Atti - quella casa era la stessa, sul Sion, dove era stata consumata l'ultima cena. Ora: il Golgotha è a nord di Gerusalemme, mentre il Sion è all'opposto, è a sud. Inoltre, il tempo fu allungato dall'incontro per strada con il Maestro. Assai più breve la strada da percorrere per i soldati: dal giardino di Giuseppe d'A-rimatea al vicino tempio - passando per la scorciatoia della porta di Efraim - dove a quell'ora erano certamente radunati i "sommi sacerdoti" e tutti gli altri notabili religioso-politici, per la liturgia del mattino.
Dunque, Matteo sembra voler farci capire - a sapere leggere con attenzione - che, andatesene le donne e scomparso l'angelo, ci fu tempo sufficiente anche per quei soldati, che correranno poi in città, di soddisfare la loro curiosità ansiosa, andando essi pure a vedere, dentro il sepolcro, "il luogo dove era stato deposto".
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4/25/2011 10:37 AM
 
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Entrarono, e videro ciò che Pietro e Giovanni avrebbero visto fra poco, dopo essere stati avvertiti dalle donne. Constatarono, dunque, quel "qualcosa" per individuare il quale abbiamo dedicato i due capitoli precedenti a questo. Videro, cioè, nella traduzione di Antonio Persili, "le fasce distese e il sudario, che era sul capo di lui, non disteso con le fasce, ma al contrario avvolto in una posizione unica". Quel "qualcosa", insomma, visto il quale il discepolo che Gesù amava "credette".
C'era dunque lì, nella grotta, la "prova" della risurrezione, il "segno di Giona", il solo promesso da Gesù a chi avrebbe dubitato dell'evento prodigioso, malgrado il fatto irrefutabile? In effetti, solo il misterioso passaggio del corpo del Crocifisso dalla storia all'eternità, oltrepassando ogni legge fìsica, poteva spiegare la posizione di quelle tele, dove lenzuolo e fasce si erano solo "appiattiti", come se il corpo ne fosse stato sfilato senza toccare nulla e dove il fazzoletto sul viso, il sudario, restava alzato, inamidato, con ancora i tratti del volto.
Non si dimentichi che anche nel vangelo di Marco, "un giovane, seduto sulla destra, vestito di una veste bianca", dice alle donne: "E risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano deposto" (Me, 16,5 s.). Lo stesso invito, dunque, a constatare quelle "tracce", quei "segni", quegli "indizi indiscutibili" rivolto dall'angelo di Matteo.
Che significato avrebbe avuto un simile invito in un momento tanto solenne, in cui tutto si svolge in fretta, se ciò che era rimasto nel sepolcro non fosse stato di interesse decisivo, se non fosse stato prova immediata ed evidente della Risurrezione? Che significato avrebbe potuto assumere la visita a una tomba vuota o dove fossero rimasti solo addobbi funerari in posizione casuale e ambigua, non tali comunque da far trarre l'immediata conclusione che un grande Mistero aveva appena avuto luogo lì?
Sul piano che ci interessa (quello della credibilità dei vangeli) possiamo trarre alcune considerazioni che ci sembrano non irrilevanti. Innanzitutto, si scopre un accordo profondo (anche se nascosto, come abbiamo visto tante altre volte e com'è nello stile del Nuovo Testamento) tra il quarto vangelo, con il suo "vide e credette", e la tradizione che si esprime nei Sinottici, con la conferma data da messaggeri celesti che, in quella tomba, c'era davvero abbastanza per "credere".
I critici radicali, esaminando i racconti di Risurrezione, ne hanno tante, forse troppe volte denunciato le discordanze, le contraddizioni, vere e presunte. Vale dunque la pena di mettere in rilievo un caso - che non è certo il solo - di concordia, di coerenza tra tradizioni diverse come quella sinottica e quella giovan-nea. Caso tanto più degno di attenzione in quanto non evidente a prima vista, a tal punto che - a quanto almeno ci risulta - ben pochi interpreti sembrano averlo notato.
E sarà da rimarcare, tra l'altro, un segno anche nei Sinottici di "cosa vista", una notazione che può risalire soltanto al racconto di un testimone diretto, alla pari del "chinatesi, vide..." che abbiamo rilevato in Giovanni (20,5) e che corrisponde a ciò che anche l'archeologia ci ha confermato: occorreva davvero "chinarsi" per entrare o per guardare dentro a una tomba ebraica. Ebbene, in quella stessa tomba, stando a Marco, il misterioso "giovane" stava "seduto sulla destra": perché quel en tós dexiós se non vi fosse l'eco del racconto - chissà quante volte ripetuto -fatto dalle donne stesse? Perché, se non fosse il particolare di una visione indimenticabile?
Ma, forse, c'è qui anche un altro enigmatico segnale di accordo tra Marco e quanto racconta il quarto evangelo. Stando a questo, Giovanni, "chinatesi, vide le fasce distese, ma non entrò". Se da fuori vide le "fasce" e soltanto quelle (e solo dopo essere entrato scorse anche "il sudario che era sul capo di lui") è evidentemente perché il corpo di Gesù era sull'apposito ripiano orizzontale con Ì piedi rivolti verso l'entrata. Su quella lastra di marmo o di pietra il cadavere era stato posto sulla sinistra di chi guardasse e dunque restava sgombra dai teli solo la parte destra: proprio quella dove il misterioso giovane sedeva, stando al vangelo di Marco! E un ennesimo esempio delle ricchezze probabilmente ancora nascoste dietro particolari evangelici dall'apparenza casuale o pleonastica.
Per tornare al cuore del nostro discorso: a differenza di tanti che si sbrigano troppo in fretta del "vide e credette" giovanneo o del "segno di Giona", che per Matteo e Marco rappresenta quasi certamente ciò che è restato nella tomba con la posizione inspiegabile dei teli (anche di quel "segno" i soldati dovettero parlare ai capi ebraici, non solo del terremoto, della pietra rovesciata, degli angeli), a differenza di tanti, dunque, abbiamo dedicato spazio e attenzione a questo argomento. Ma questo abbiamo fatto anche per una esigenza che è oggi di particolare attualità. Oggi, cioè, quando tanti biblisti e teologi - prima protestanti e poi anche cattolici - insistono nel presentare la Risurrezione unicamente come "mistero di fede", quando tanti esperti dicono che, in ciò che avvenne a partire dall'alba della domenica, siamo completamente al di fuori della storia; e che, dunque, non solo è impossibile "provarne" la storicità, ma che sarebbe anche contrario alle intenzioni dello stesso vangelo volere considerare questi racconti come contenenti echi di cronaca vera.
Sarebbe impossibile (stando a quei biblisti) ovunque altrove, nei vangeli, ma in particolare qui: la Resurrezione solo come "mistero di fede", da accettare o da rifiutare, ben attenti a non scambiare dei "testi apologetici redatti da credenti per credenti" per cronache verosimili. Non, dunque, la Risurrezione che crea la fede; ma la fede che rende "vera" la Risurrezione.
In realtà la Risurrezione, come base di tutto l'edificio cristiano, non poteva sfuggire alla dinamica cristiana dell'^-^, del questo e quello: dunque è anche mistero di fede. Ed è certamente per rispetto di questo mistero che gli evangelisti sono così sobri e si astengono dal descrivercela. Non ci fu alcun testimone per questo evento, misterioso tra tutti. E i vangeli canonici (a differenza di quelli apocrifi) non si lasciano andare a nessun tentativo di descrivere ciò di cui manca testimonianza: è il segno massimo del loro proposito, seguito sempre, di attenersi soltanto a ciò che è riferito in modo diretto e autorevole. Nessun testimone: dunque, nessun racconto. La fantasia (al contrario di quanto vuoi farci credere certa critica) non ha per gli evangelisti alcun diritto di cittadinanza.
"Mistero di fede" ineffabile, dunque, la Risurrezione. E "mistero", certamente, il Gesù delle apparizioni postpasquali: alla "materialità" del suo corpo - che si fa toccare, che mangia e che beve - si aggiunge l'incomprensibile e l'inesplicabile del passaggio già avvenuto, per quel suo corpo stesso, dalla "fisica" alla "metafisica", dalla dimensione terrena a quella celeste, dal tempo all'eternità. E un corpo che esce dalle bende in cui era strettamente avvinto senza scompigliarle, anzi lasciando in esse ancora la sua impronta: il sudario - lo ricordiamo - "in una posizione unica", le fasce "distese". E un corpo che esce dalla caverna del sepolcro lasciando intatta al suo posto la grossa pietra che ne sbarrava l'apertura, come ci fa capire Matteo (28,2-3), alludendo al fatto che il macigno fu rotolato via dall'angelo solo dopo che il Crocifìsso ne era già uscito. E un corpo che entra attraverso le porte chiuse (Gv, 20,19).
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4/25/2011 10:38 AM
 
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Ma, all’et indubbio del "Mistero di fede", si aggiunge l’et della storia: quel Mistero lascia anche, su questa terra, le tracce fìsiche, constatabili, sensibili, irrefutabili che gli angeli invitano le donne a contemplare. E che devono avere visto pure i soldati, riferendone poi a chi di dovere. E che Giovanni vede anch'egli giungendo, subito, attraverso di esse, alla certezza irrefutabile che il Mistero si è compiuto, che la Risurrezione è avvenuta.
Per il credente, il Gesù glorioso di Pasqua è ancora dentro e, al contempo, è ormai fuori dalla storia. Ma quella sua gloria divina non ha dimenticato le esigenze nostre; di noi, ancora immersi nel tempo e con quella concupiscenza che ci obnubila di cui parla la Scrittura stessa. Dunque, ci ha lasciato qui sulla terra dei "segni": anzi, un "segno" proposto a tutti, non solo ai credenti. Quello - parola di Gesù stesso - "di Giona".
La tomba vuota non bastava; le apparizioni erano riservate ai soli discepoli. Il "segno" era costituito dalle tele rimaste nel sepolcro.
Tra quelle tele una, la maggiore, il lenzuolo - sindón - sarebbe rimasta tra noi e giacerebbe ancora nel Duomo di Torino. Come già dicevamo, ci sembra di non potere entrare - in questo nostro studio - nei problemi posti da quella Sindone. E confessavamo di esitare nel seguire qui le conclusioni drastiche di Antonio Persili. Ci sia permesso tuttavia osservare come non sia di certo ingiustificata la venerazione istintiva di tanti credenti, la lunga fatica di tanti altri per saggiarla con le scienze più disparate, da quelle umane a quelle fìsiche.
In ogni caso, un "lenzuolo", sindón, fece parte del "segno" di Giona, fece parte di ciò - visto il quale - "il discepolo che Gesù amava vide e credette". Da qui lo straordinario interesse di credenti e non, per quell'"oggetto" di Torino che è al contempo reliquia e motivo di accanita ricerca scientifica. E che - come abbiamo visto nella nostra analisi dei testi evangelici - non è ai margini, ma è nel cuore stesso della fede. Non una "curiosità", ma la parte essenziale di una prova di verità della Risurrezione annunciata da Gesù stesso.
Anche per questo sarà bene interrogarsi in modo minuzioso su quella guardia al sepolcro della quale parla - lo sappiamo - il solo Matteo. Ed è anche questa singolarità una conferma dell'antica tradizione cristiana che, unanime, identifica l'autore del primo vangelo nel Levi che Gesù chiamò al suo seguito distogliendolo dalla professione di esattore delle imposte (Mt, 9,9). Si tratta della stessa tradizione la quale, come ad esempio in Ori-gene, sostiene che "questo testo fu scritto per i fedeli venuti dal giudaismo". E Matteo stesso, infatti, che ci fa capire perché egli solo abbia ritenuto opportuno non trascurare l'episodio della guardia: "Questa diceria (quella, cioè, suggerita dai "sommi sacerdoti": il cadavere rubato dai discepoli, ndr) si è divulgata fra Ì Giudei fino ad oggi " (28,15).
Tra l'altro, su quel usque in hodiemum diem, come traduce la Vulgata - "fino al giorno d'oggi" - sorvolano con disinvoltura anche gli specialisti cristiani che, ormai da tempo, sono convcrtiti, in maggioranza, alla tesi che vuole il vangelo di Matteo "composto negli anni 80-90". Così, tra l'altro, la nota introdut-tiva della TOB, la traduzione ecumenica che, bontà sua, aggiunge un pudico "forse un po' prima". In ogni caso, dopo il 70, quando Israele è distrutto, e con esso non scompare soltanto l'antica società giudaica, ma i luoghi stessi, a cominciare da Gerusalemme, sono sconvolti.
Ma dopo quella data non si riuscirebbe affatto a capire a chi potrebbe alludere il testo di Matteo, quando afferma che "questa diceria si è tramandata tra i Giudei fino ad oggi", visto che i "giudei" che non erano periti nel grande massacro erano stati deportati e venduti come schiavi ai quattro angoli dell'Impero!
Molti biblisti - anche buona parte degli odierni autori cattolici - affermano che l'episodio della guardia al sepolcro sarebbe stato aggiunto (e probabilmente inventato) per ragioni apologeti-che, per polemica con l'ebraismo ufficiale che spiegava il sepolcro trovato vuoto con il furto da parte dei discepoli. Ma c'è, qui, una contraddizione: come sostenere una datazione così tarda di Matteo e sostenere al contempo l'invenzione polemica? Polemica con chi, infatti, visto che il rullo compressore romano sin dal 70 aveva fatto tabula rasa di Gerusalemme e della Palestina intera?
In realtà, sia l'episodio in sé, sia quel "fino ad oggi", non rinviano di certo a dopo, ma a prima del fatidico anno 70. Testimoniano della solidità e, dunque, dell'attendibilità della tradizione di cui parla l'ebreo Matteo, che scrive per gli ebrei; e ne scrive quando l'ebraismo era ancora installato nel tempio della Città Santa.
Al capitolo prossimo la continuazione del discorso su questa koustodia, su questa "guardia", composta di sbirri, forse, più che da soldati (ne vedremo le ragioni), cui fu affidata la testimonianza sconvolgente del "segno di Giona".
In realtà la Risurrezione, come base di tutto l'edificio cristiano, non poteva sfuggire alla dinamica cristiana dell'^-^, del questo e quello: dunque è anche mistero di fede. Ed è certamente per rispetto di questo mistero che gli evangelisti sono così sobri e si astengono dal descrivercela. Non ci fu alcun testimone per questo evento, misterioso tra tutti. E i vangeli canonici (a differenza di quelli apocrifi) non si lasciano andare a nessun tentativo di descrivere ciò di cui manca testimonianza: è il segno massimo del loro proposito, seguito sempre, di attenersi soltanto a ciò che è riferito in modo diretto e autorevole. Nessun testimone: dunque, nessun racconto. La fantasia (al contrario di quanto vuoi farci credere certa critica) non ha per gli evangelisti alcun diritto di cittadinanza.
"Mistero di fede" ineffabile, dunque, la Risurrezione. E "mistero", certamente, il Gesù delle apparizioni postpasquali: alla "materialità" del suo corpo - che si fa toccare, che mangia e che beve - si aggiunge l'incomprensibile e l'inesplicabile del passaggio già avvenuto, per quel suo corpo stesso, dalla "fisica" alla "metafisica", dalla dimensione terrena a quella celeste, dal tempo all'eternità. E un corpo che esce dalle bende in cui era strettamente avvinto senza scompigliarle, anzi lasciando in esse ancora la sua impronta: il sudario - lo ricordiamo - "in una posizione unica", le fasce "distese". E un corpo che esce dalla caverna del sepolcro lasciando intatta al suo posto la grossa pietra che ne sbarrava l'apertura, come ci fa capire Matteo (28,2-3), alludendo al fatto che il macigno fu rotolato via dall'angelo solo dopo che il Crocifìsso ne era già uscito. E un corpo che entra attraverso le porte chiuse (Gv, 20,19).
Ma, all’et indubbio del "Mistero di fede", si aggiunge l’et della storia: quel Mistero lascia anche, su questa terra, le tracce fìsiche, constatabili, sensibili, irrefutabili che gli angeli invitano le donne a contemplare. E che devono avere visto pure i soldati, riferendone poi a chi di dovere. E che Giovanni vede anch'egli giungendo, subito, attraverso di esse, alla certezza irrefutabile che il Mistero si è compiuto, che la Risurrezione è avvenuta.
Per il credente, il Gesù glorioso di Pasqua è ancora dentro e, al contempo, è ormai fuori dalla storia. Ma quella sua gloria divina non ha dimenticato le esigenze nostre; di noi, ancora immersi nel tempo e con quella concupiscenza che ci obnubila di cui parla la Scrittura stessa. Dunque, ci ha lasciato qui sulla terra dei "segni": anzi, un "segno" proposto a tutti, non solo ai credenti. Quello - parola di Gesù stesso - "di Giona".
La tomba vuota non bastava; le apparizioni erano riservate ai soli discepoli. Il "segno" era costituito dalle tele rimaste nel sepolcro.
Tra quelle tele una, la maggiore, il lenzuolo - sindón - sarebbe rimasta tra noi e giacerebbe ancora nel Duomo di Torino. Come già dicevamo, ci sembra di non potere entrare - in questo nostro studio - nei problemi posti da quella Sindone. E confessavamo di esitare nel seguire qui le conclusioni drastiche di Antonio Persili. Ci sia permesso tuttavia osservare come non sia di certo ingiustificata la venerazione istintiva di tanti credenti, la lunga fatica di tanti altri per saggiarla con le scienze più disparate, da quelle umane a quelle fìsiche.
In ogni caso, un "lenzuolo", sindón, fece parte del "segno" di Giona, fece parte di ciò - visto il quale - "il discepolo che Gesù amava vide e credette". Da qui lo straordinario interesse di credenti e non, per quell'"oggetto" di Torino che è al contempo reliquia e motivo di accanita ricerca scientifica. E che - come abbiamo visto nella nostra analisi dei testi evangelici - non è ai margini, ma è nel cuore stesso della fede. Non una "curiosità", ma la parte essenziale di una prova di verità della Risurrezione annunciata da Gesù stesso.
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4/25/2011 10:38 AM
 
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Anche per questo sarà bene interrogarsi in modo minuzioso su quella guardia al sepolcro della quale parla - lo sappiamo - il solo Matteo. Ed è anche questa singolarità una conferma dell'antica tradizione cristiana che, unanime, identifica l'autore del primo vangelo nel Levi che Gesù chiamò al suo seguito distogliendolo dalla professione di esattore delle imposte (Mt, 9,9). Si tratta della stessa tradizione la quale, come ad esempio in Ori-gene, sostiene che "questo testo fu scritto per i fedeli venuti dal giudaismo". E Matteo stesso, infatti, che ci fa capire perché egli solo abbia ritenuto opportuno non trascurare l'episodio della guardia: "Questa diceria (quella, cioè, suggerita dai "sommi sacerdoti": il cadavere rubato dai discepoli, ndr) si è divulgata fra Ì Giudei fino ad oggi " (28,15).
Tra l'altro, su quel usque in hodiemum diem, come traduce la Vulgata - "fino al giorno d'oggi" - sorvolano con disinvoltura anche gli specialisti cristiani che, ormai da tempo, sono convcrtiti, in maggioranza, alla tesi che vuole il vangelo di Matteo "composto negli anni 80-90". Così, tra l'altro, la nota introdut-tiva della TOB, la traduzione ecumenica che, bontà sua, aggiunge un pudico "forse un po' prima". In ogni caso, dopo il 70, quando Israele è distrutto, e con esso non scompare soltanto l'antica società giudaica, ma i luoghi stessi, a cominciare da Gerusalemme, sono sconvolti.
Ma dopo quella data non si riuscirebbe affatto a capire a chi potrebbe alludere il testo di Matteo, quando afferma che "questa diceria si è tramandata tra i Giudei fino ad oggi", visto che i "giudei" che non erano periti nel grande massacro erano stati deportati e venduti come schiavi ai quattro angoli dell'Impero!
Molti biblisti - anche buona parte degli odierni autori cattolici - affermano che l'episodio della guardia al sepolcro sarebbe stato aggiunto (e probabilmente inventato) per ragioni apologeti-che, per polemica con l'ebraismo ufficiale che spiegava il sepolcro trovato vuoto con il furto da parte dei discepoli. Ma c'è, qui, una contraddizione: come sostenere una datazione così tarda di Matteo e sostenere al contempo l'invenzione polemica? Polemica con chi, infatti, visto che il rullo compressore romano sin dal 70 aveva fatto tabula rasa di Gerusalemme e della Palestina intera?
In realtà, sia l'episodio in sé, sia quel "fino ad oggi", non rinviano di certo a dopo, ma a prima del fatidico anno 70. Testimoniano della solidità e, dunque, dell'attendibilità della tradizione di cui parla l'ebreo Matteo, che scrive per gli ebrei; e ne scrive quando l'ebraismo era ancora installato nel tempio della Città Santa.
Al capitolo prossimo la continuazione del discorso su questa koustodia, su questa "guardia", composta di sbirri, forse, più che da soldati (ne vedremo le ragioni), cui fu affidata la testimonianza sconvolgente del "segno di Giona".
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4/25/2011 10:49 AM
 
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GESU (688)
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7/15/2014 11:38 AM
 
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Una obiezione contro la fede nella Resurrezione di Cristo:

Obiezione:
La definizione di morte, varia clinicamente a seconda del test. Nessuno fece tale test su Gesù. 
Ora esiste, da una analisi di vari casi documentati, uno stato intermedio fra vita normale e morte che è quella in cui le funzioni corporali sono sospese — senza decomposizione — e lo spirito è assente; stato sperimentato da sciamani, monaci fra cui il maestro del Dalai Lama, ecc. In tale stato lo spirito può essere altrove e il rientro nel corpo attiva fenomeni speciali.

Rispondiamo:

La risurrezione fu un fatto che, sebbene preannunciato da Gesù, non fu per nulla preso in considerazione dai suoi seguaci, dopo la sua morte. L’apparizione di Gesù fu considerata dapprima quella di uno spirito, e per i discepoli questo erano terrorizzati (Lc 24,37). Gesù dovette ingiungere loro di verificare con mano le sue ferite a mani, piedi e costato (Lc 24,39s; Gv 20,27).

     Inoltre allora c’erano testimoni oculari della sua morte e della sua risurrezione che erano ancora in vita (1 Cor 15,3-8). Anche altri apostoli scrissero cose simili a Paolo e anche per loro la risurrezione era un fatto storico, su cui si basava la loro fede e dottrina. Lo stesso Luca, che scrisse il suo Vangelo, era un medico.

   Si vorrebbe presumere una cosiddetta «morte apparente», un tema che è stato già dibattuto fra gli studiosi ed ha trovato molte confutazioni. Non penso che dovremmo credere a ciò che una persona possa dire oggi, trascurando i molteplici testimoni oculari che assistettero alla crocifissione, al seppellimento, al sepolcro vigilato, alla pietra rimossa, eccetera. 

Sciamani e monaci buddisti non possono essere presi come termine di paragone, poiché i loro «esperimenti» non avvengono in tale stato di stress fisico e mentale qual è la crocifissione romana. Gesù fu assoggettato a un martirio terribile qual era la crocifissione; egli legato, fu frustato a sangue, fu tenuto sveglio tutta la notte fino alle 15°° del pomeriggio, quando spirò, fu portato avanti e indietro fra i palazzi di diverse autorità civili e religiose, fu accusato, fu ingiuriato, dovette difendersi, i suoi polsi e i suoi piedi furono forati,   e certamente il fianco. Da quest’ultimo uscì oramai il siero del sangue. Tommaso parlò del fatto che si poteva mettere il «dito nel segno dei chiodi» e addirittura la «mano nel suo costato» (Gv 20,25). Gesù lo invitò a fare proprio ciò (v. 27). 

E un uomo, nel cui fianco era possibile mettere un’intera mano, dovrebbe essere per questo solo morto apparentemente? I soldati romani erano esperti di crocifissioni, essendo esse abbastanza ricorrenti. Quando vennero a spezzare le gambe a Gesù e ai ladroni, per accelerarne il decesso, constatarono la sua morte oramai sopravvenuta e non ritennero necessario, fracassargli le gambe (Gv 19,32ss). 

 

Eppure, per andare sul sicuro, «uno dei soldati gli forò il costatocon una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua» (v. 34).

Questo particolare toglie ogni dubbio sulla questione. Forando il costato e trapassando il cuore ne uscì il siero che si produce appunto dopo l'avvenuta morte del condannato.

 

Con gli organi forati, avrebbe potuto ancora sopravvivere, se fosse stato in uno stato di morte apparente? E in tale stato avrebbe potuto spostare la grande pietra che occludeva la tomba?  Nessuno è stato sottoposto a queste condizioni e soprattutto nessuno ha subito il colpo di lancia al cuore e lo abbia raccontato.

Dovremmo fare dunque una prova sperimentale e statistica con metodo del doppio cieco, servendoci di un migliaio di sciamani o di monaci buddisti, che assoggetteremo al martirio romano che ha subito Gesù e i due ladroni per poter fare ragionevolmente questo tipo di obiezioni . Ma riteniamo che nessuno sia disposto a sottoporsi a questo test.


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7/15/2014 11:40 AM
 
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"Se Cristo non fosse risorto..."   (1 Corinti 15,14)




Il fatto della risurrezione non è immediatamente comprensibile alla nostra mente né può essere scientificamente dimostrato, se non come constatazione di "una tomba vuota".



Gesù risorto, che apparve ai suoi discepoli, non era semplicemente un "tornato in vita", come quelli da che lui erano stati "richiamati" a vivere (Lazzaro, il giovane di Nain, la figlia di Giairo). Se fosse stato così, tutti avrebbero potuto vederlo.


Invece, dopo la sua resurrezione, Gesù ha un altro modo di esistere. Pur essendo in carne ed ossa (e lo dimostra agli apostoli ancora increduli), la sua vita è una realtà assolutamente nuova nel mondo: una realtà che non proviene dalle possibilità del mondo, ma dalle imprevedibili possibilità di Dio.


Gesù è veramente risorto per una vita piena ed Immortale: è questo il messaggio di gioia che da duemila anni i cristiani portano al mondo. I primi discepoli di Gesù, che hanno mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione, sono i testimoni su cui è fondata la fede dei credenti fino alla fine del mondo.


Se Gesù non fosse risorto, allora veramente sarebbe la morte ad avere l'ultima parola su di noi, e la nostra esistenza non avrebbe altra prospettiva che il buio totale, l'assurdità, il non senso e la disperazione.


La festa di Pasqua ci rincuora profondamente e ci dice che vale la pena di vivere, anche quando ci sono le sofferenze, perché ormai, per il credente, non c'è più dolore che non possa essere abitato dalla speranza, che è certezza di vita eterna.



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7/15/2014 11:45 AM
 
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LA CORPOREITA’ DEL RISORTO


 


     Dopo esserci lungamente soffermati sulla nuova tesi interpretativa del passaggio dell’apostolo Giovanni dal vedere al credere, passaggio avvenuto nel sepolcro vuoto, e dopo aver considerato, brevemente s’intende, il mistero della Sindone e le sue eventuali relazioni con la tesi rivoluzionaria di don Antonio Persili, in un clima di continuità con quanto espresso, vediamo di affrontare un tema molto dibattuto della risurrezione di Gesù. Si tratta dellacorporeità del Risorto, dopo l’esperienza della pasqua, così come ci viene presentata dalle tradizioni del Nuovo Testamento. 


   Intanto è opportuno precisare che tali testimonianze non si soffermano molto nella considerazione della natura del corpo glorioso di Cristo.


   E’ negli scritti di Luca e Giovanni che troviamo dei riferimenti al corpo di Gesù risorto. Accenni che, in realtà, sono ispirati più da motivi apologetici che da un’intenzione primaria degli agiografi. Alle comunità cristiane di provenienza ellenistica, e quindi alquanto scettiche sull’idea della risurrezione corporea, Luca intende dimostrare che proprio ciò che sembra impossibile a loro è avvenuto in Gesù di Nazareth.  Inoltre egli vuole dimostrare la continuità storica tra il Crocifisso ed il Risorto:


  


   “Ma egli disse:  «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse:  «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro”(Lc 24,38-43).


  


   Anche Giovanni, che con Luca ha molti punti in comune, s’interessa particolarmente della dimensione corporea del risorto, se è vero che Gesù invita l’incredulo Tommaso ad affondare le sue mani nella ferita del costato, e le dita nelle stigmate delle mani e dei piedi.  Anche lui, quindi, intende dimostrare l’identità del Risorto con il Crocifisso di alcuni giorni prima, visto che anche lui si rivolge, come Luca, a comunità extra palestinesi, e quindi di matrice ellenistica, abituate, quindi, ad un’idea che nega il carattere corporeo della risurrezione.


   Tuttavia, da nessuna parte dei vangeli è scritto che i discepoli arrivano al punto di toccare il corpo del Signore risorto, per giungere alla fede. Solo in alcuni scritti tardivi dell’era apostolica, come la Lettera degli Apostoli e la Lettera agli Smirnesi, di Ignazio d’Antiochia,  troviamo alcuni accenni.


   In realtà, come si puoi capire dai dati evangelici, il Risorto viene riconosciuto non perché è toccato dai suoi discepoli, fatto questo non indicato nei testi di Luca e Giovanni, ma perché, innanzitutto, è lui stesso che ha preso l’iniziativa di farsi riconoscere. E poi, perché Egli apre gli occhi dei discepoli alla conoscenza delle Scritture.


   Ciò che pongono in evidenza sia Luca che Giovanni è che dopo la sua risurrezione  sembra non essere fisicamente riconosciuto il Risorto. I discepoli di Emmaus lo riconoscono solo allo spezzare del pane(Lc  24,30-31). Sul lago di Tiberiade viene riconosciuto solo dopo la pesca abbondante (Gv 21,4-7). 


   Contrariamente ai principi che regolano lo spostamento dei corpi, il risorto si sottrae alle leggi fisiche. Egli entra a porte chiuse nel luogo dove si trovavano chiusi i discepoli (Gv 20,19). Appare e scompare, in linea con le teofanie dell’Antico Testamento (Cfr. Genesi 18; Giosuè 5, 13, etc.). Appare chiaro,  quindi, che la risurrezione di Gesù non va confusa con quella del suo amico Lazzaro di Betania, il quale morirà nuovamente. Quella di Gesù, invece, è una risurrezione definitiva, un Evento che trascende e supera la Storia umana.


   Ma dobbiamo all’apostolo Paolo una maggiore precisazione in riguardo alla corporeità del Risorto. Proprio scrivendo ai cristiani di Corinto, Paolo si sofferma in modo abbastanza prolungato, sulla corporeità del Risorto e sulla nostra partecipazione alla sua risurrezione, considerando particolarmente le prerogative dei corpi risorti:


   “Ma qualcuno dirà:  «Come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?».  Stolto! Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore; e quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, di grano per esempio o di altro genere. E Dio gli dá  un corpo come ha stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo. Non ogni carne è la medesima carne; altra è la carne di uomini e altra quella di animali; altra quella di uccelli e altra quella di pesci.


   Vi sono corpi celesti e corpi terrestri, ma altro è lo splendore dei corpi celesti, e altro quello dei corpi terrestri. Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle: ogni stella infatti differisce da un'altra nello splendore. Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c'è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l'ultimo Adamo divenne spirito datore di vita.


   Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l'uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l'immagine dell'uomo di terra, così porteremo l'immagine dell'uomo celeste.


   Questo vi dico, o fratelli: la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio, né ciò che è corruttibile può ereditare l'incorruttibilità.  Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati,  in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati.  E` necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità. 


   Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la legge. Siano rese grazie a Dio che ci dá  la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, prodigandovi sempre nell'opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.”(1Cor 15,35-58).


   Il problema che ci poniamo ora è sapere che cosa sia un corpo spirituale, o incorruttibile, secondo la terminologia Paolina. Insomma, qual è la natura di questo Corpo Risorto?


   Ebbene, dobbiamo riconoscere, agli evangelisti, un’estrema discrezione in riguardo alla corporeità del Risorto. A parte quello che è stato detto, è evidente che ad essi, e quindi tanto più a noi, sfugge qualcosa di molto importante in riguardo alla natura di questa corporeità. E questa loro discrezione potrebbe essere anche interpretata come un segno di credibilità delle apparizioni di Gesù dopo la Pasqua. Se essi avessero volutamente creato questi racconti, li avrebbero presentati con maggiori dettagli. Mentre invece noi vediamo che, solo in seguito alla tradizione kerygmatica, e quindi nel pieno di quella narrativa, possiamo attingere a determinate notizie in riguardo a questa corporeità.


   Certamente, come abbiamo visto a proposito dello spostamento del corpo di Gesù, considerando sia l’analisi di don Persili che le apparizioni a porte vuote, non si può non pensare che quello di Gesù sia un tipo di Corpo che appartenga alle normali categorie umane. Pur riconoscendo che, già nella sua vita terrena Gesù aveva avuto delle prerogative straordinarie – come quella di camminare sull’acqua del lago – egli era, in un certo senso, limitato dalla materia del suo corpo. Per cui come uomo aveva sentito il bisogno di mangiare, di bere, di riposarsi, di pregare.


   Ora, però, qualcosa di molto importante è avvenuto nel sepolcro, se è vero che Gesù ha attraversato il lenzuolo, il sudario e le bende che  lo avvolgevano, ed è entrato a porte chiuse nel Cenacolo.


   Non si può più parlare di corpo fisico, ma di un tipo di corpo che trascende e supera ormai la materia e le categorie umane. Lo stesso Paolo, nella lettera ai Corinti, parla di corpo spirituale, ma non va oltre questa definizione, soffermandosi più sulla differenza tra il corpo animale e quello spirituale.


   E’ vero che Gesù si è mostrato alla Maddalena, ai discepoli di Emmaus. E’ verso che si è fatto toccare da Tommaso. E’ vero che sul lago di Tiberiade, secondo la tradizione del quarto Vangelo, si è fermato a mangiare con i suoi amici ed a Pietro ha conferito il primato sul nuovo Popolo di Dio. Ma è stato riconosciuto solo quando lui stesso si è personalmente rivelato. Altrimenti, non l’avrebbero riconosciuto: né la Maddalena, né i discepoli di Emmaus, né i discepoli sul lago di Tiberiade.


   C’è, quindi, una continuità tra il Gesù del venerdì santo con quello della risurrezione. C’è un’identità di sentimenti e di personale tra il Gesù morto e quello risorto. Ma non sembra esserci un’identità fisica. Altrimenti, sarebbe stato riconosciuto. Ed anche questo, del riconoscimento del Risorto, avvenuto solo dietro sua personale rivelazione, può essere un segno underground, cioè un segno in filigrana del fatto che l’evento degli Eventi della risurrezione non è avvenuto per un’idea che si son fatta gli apostoli, cosa che pensano alcuni Studiosi, ma che, invece, tutto è avvenuto per l’iniziativa di Gesù.


   Forse nelle stesse parole del Maestro, anche se appartengono alla tradizione del Gesù terreno, troveremo un’ulteriore luce sulla corporeità del Risorto.


   Tre termini interessano la nostra ricerca in riguardo a ciò che Gesù dice della sua risurrezione. Il primo è risorgerà. Il secondo è risurrezione. Il terzo è risorto.


   Partiamo dal primo in quanto si tratta del termine che dei tre è il meno citato.


   Il termine risorgerà, in greco “™gerq»setai”, significa svegliare, far sorgere. E’ citato due volte nei vangeli. E precisamente nel vangelo secondo Matteo “e lo uccideranno, ma il terzo giorno risorgerà»(Mt 17,23). E nel vangelo secondo Luca, dove però il termine greco “¢nast»setai” significa fare sorgere su, innalzare su, innalzare dall'essere sdraiato, risuscitare dai morti: “e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà”(cap. 18,33). 


   Anche se i verbi sono diversi, sostanzialmente si equivalgono. Nella parola di Gesù tramandataci dai Vangeli, almeno per ora rileviamo solo questa profezia, fatta dal Maestro, in riguardo al suo svegliarsi, al suo risorgere dalla morte.


   Veniamo al secondo termine italiano: risorto, riscontrato cinque volte nei Vangeli, anche se sulle labbra di Gesù è nominato una sola volta, e cioè nel momento successivo alla scena della trasfigurazione, quando Gesù ordina ai suoi tre discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni di Zebedeo: “Non parlate a nessuno di questa visione, finché il Figlio dell'uomo non sia risorto dai morti”(Mt 17,9). Qui Matteo continua ad usare il verbo ™gerqÍ.


   Ma il termine non assume alcun rilievo in riguardo al nostro discorso sulla natura del risorto.


   Per trovare qualcosa del genere dobbiamo puntare all’altro termine nominato prima:risurrezione. Manco a farlo apposta, la parola è citata ben 15 volte nei Vangeli.


   E allora, nel testo del Vangelo di Matteo, confermato seppur con qualche piccola discordanza, da Marco e Luca, vediamo che il partito dei Sadducei interpella Gesù sulla risurrezione, con lo scopo di metterlo in difficoltà, perché essi negano la realtà della risurrezione:


     “In quello stesso giorno vennero a lui dei sadducei, i quali affermano che non c'è risurrezione, e lo interrogarono: «Maestro, Mosè ha detto: Se qualcuno muore senza figli, il fratello ne sposerà la vedova e così susciterà una discendenza al suo fratello. Ora, c'erano tra noi sette fratelli; il primo appena sposato morì e, non avendo discendenza, lasciò la moglie a suo fratello. Così anche il secondo, e il terzo, fino al settimo.  Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, di quale dei sette essa sarà moglie? Poiché tutti l'hanno avuta».  E Gesù rispose loro:  «Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture né la potenza di Dio. Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo. Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: [32]Io sono il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Ora, non è Dio dei morti, ma dei vivi»”(Mt 22,23-32 Mc 12,18 ss. Lc 20,27-38).


 


   “Alla risurrezione – dice Gesù – non si prende né moglie né marito ma si è come angeli nel cielo.  Una risposta che taglia corto circa l’idea di una risurrezione prettamente corporale, ma che apre, invece,  alla dimensione dello spirito. E poiché Gesù utilizza, come parametro di riferimento, le figure angeliche, che sfuggono, peraltro, alla nostra percezione sensoriale, risulta evidente che la risurrezione è un evento metastorico, che oltrepassa i confini della materia, che supera le dimensioni della fisicità per configurare, il risorto, ad una dimensione simile a quella degli angeli, che, come sappiamo, si possono intendere come Esseri personali e spirituali, oltre ché esseri perfetti(Cfr. Giampiero Bof, Angeli, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, VI Edizione 1991, 8.).


   Ma ascoltiamo un passo di Marco attestato, peraltro, anche da Matteo:


   ”Gesù disse loro:  «Tutti rimarrete scandalizzati, poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea»”(Mc 14,27-28; Mt 26,32).


   Ma se Gesù lascia intravedere la realtà della risurrezione come una realtà prettamente spirituale, perché, poi, nello stesso vangelo di Matteo, usa il termine “vi precederò in Galilea”? Precedere significa “andare innanzi”. Fino a che punto, allora, un essere letteralmente spirituale, può precedere, andare innanzi, rispetto agli altri, se la dimensione dello spirito esula dai confini della materia e dello spazio?


   Gesù avrebbe potuto dire: “Ci incontreremo in Galilea”. Invece dice “Vi precederò in Galilea”. Il termine precederò, in greco pro£xw, significa: condurre avanti, qualcuno da un luogo in cui era nascosto, come da una prigione. Ma significa anche andare davanti, precedere, essere anteriore nel tempo, essere precedente, procedere, andare in avanti. Certamente l'espressione di Gesù può dare adito a varie interpretazioni, ma bisognerebbe vedere la terminologia aramaica corrispondente al verbo greco. E qui mi fermo, aspettando qualche contributo.  


     Nel Vangelo di Luca abbiamo un’altra citazione della risurrezione posta sulle labbra di Gesù: “…Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti»”(Lc 14,13-14). Ma qui, al di fuori della ricompensa che Gesù promette a chi si mostra misericordioso e fa del bene  ai poveri, storpi, zoppi, ciechi, non c’è alcun accenno alla natura del corpo risorto.


   E’ evidente che l’unico accenno alla natura del corpo risorto, è quello che Gesù fa replicando ai Sadducei che negano la risurrezione. 


  


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7/15/2014 11:47 AM
 
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L’AUTENTICITA’ DELLA RISURREZIONE


     Al termine di questo lungo capitolo dedicato alla risurrezione, vediamo di trarre delle conclusioni obiettive. A questo punto noi pensiamo che  gli elementi a favore dell’autenticità storica del Cristo risorto siano considerati più validi di quelli che negano o tale realtà.


   E consentitemi di menzionare, a parte l’elemento probante degli apostoli che hanno mostrato un mutamento  straordinario di carattere e, da timorosi che erano, hanno affrontato mille supplizi fino alla morte, pur di restare fedeli all’annuncio del Risorto. 


   A parte questa realtà inopinabile, ciò che colpisce l’uomo raziocinante che è in me, è che l’annuncio pasquale si è irradiato, nel mondo, partendo del kerygma primitivo: “Gesù è il Signore”(Rm 10,9) e  dalle parole di Pietro, registrate negli Atti dagli apostoli e che costituiscono lo schema essenziale del primo annuncio cristiano:


   “Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che egli è il giudice dei vivi e dei morti costituito da Dio. Tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome»”(At 10,37-43)


   E’ partendo da questo messaggio di gioia, ed annunciando la sua morte e risurrezione che i discepoli di Gesù hanno irradiato in tutto il mondo il suo messaggio. La vita, le parole e le opere sono venute dopo. Gli stessi vangeli, col dubbio di Marco, la cui  datazione tardiva è stata messa in discussione in studi recenti., sono stati scritti dopo le lettere di Paolo. In queste non c’è accenno alla vita di Gesù,  ma solo all’evento sfolgorante della sua risurrezione, preceduto dalla passione e morte.


   E’ questo, a mio parere, un elemento probante della storicità della pasqua. E se Paolo, in nome del suo annuncio pasquale, non ha esitato ad affrontare la morte, ciò significa che egli aveva fatto un’esperienza visibile, concreta e palpabile del Risorto.


   E torniamo ai Dodici. Il fatto stesso che anch’essi, timorosi ebrei di Galilea arrivano a propagare il Vangelo di Gesù Cristo, ma in primo luogo l’annuncio della sua morte e risurrezione, testimoniando anche con la morte la fedeltà al Maestro, insegna che qualcosa di sconvolgente è avvenuto nei giorni che seguono la morte di Gesù. Qualcosa che si può spiegare solo con la percezione della sua Divinità che rifulge proprio nei giorni della Pasqua, quando cadranno le squame dai loro occhi e comprenderanno ciò che afferma il più giovane e lucido di loro, Giovanni Evangelista: "Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo"(1 lettera di Giovanni 1,1-3).


     


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7/15/2014 11:51 AM
 
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Una domanda riguardo alla formula «Credo nella risurrezione della carne». Ma è necessaria la carne affinché si compia la risurrezione? La risurrezione non avviene senza il corpo fisico?







Risponde don Alessandro Clemenzia, docente di Teologia fondamentale alla facoltà teologica dell'Italia centrale.

Per comprendere il significato della «resurrezione della carne», che fa parte dell’intelligenza della fede ecclesiale sin dai primi secoli, e coglierne il nucleo fondamentale, è necessario inserire l’uomo all’interno di quella relazione che meglio lo spiega e lo esprime, vale a dire: Cristo. Egli è la rivelazione definitiva di Dio all’uomo e anche dell’uomo all’uomo. La pretesa cristiana non è di poco conto: solo Cristo può dire chi sia l’uomo. Questo spiega perché il significato della resurrezione della carne vada letto e compreso in stretto rapporto alla resurrezione di Cristo.

La resurrezione, infatti, culmine salvifico (e teologico) dell’esperienza del Figlio di Dio, è la rivelazione ultima di Dio e, proprio per questo, la pienezza del compimento della vita umana.

Come si trova nelle più antiche formulazioni di fede, la Chiesa crede «la resurrezione della carne». Per rispondere alla domanda posta, è bene spiegare cosa si intenda con questa espressione. Al di là della motivazione storica, in risposta al pensiero gnostico, per cui era necessario affermare la resurrezione del corpo, ciò che la Chiesa ha sempre voluto intendere con questa formulazione è proprio che ad essere resuscitata (come atto di Dio) è la persona nella sua globalità. In questo senso, la corporeità è indice dell’individualità, vale a dire di tutta la persona. Il corpo resuscitato, infatti, è quello terreno, non nel senso di una riassunzione del corpo morto, ma come compimento del proprio «io». Già questo spiega come nella resurrezione all’uomo sia conferita la pienezza del proprio essere, la sua glorificazione, proprio perché, nel suo riferimento all’evento pasquale, Cristo non toglie nulla all’umano, ma, anzi, lo restituisce a se stesso.

Nella resurrezione della carne, tutti gli uomini, elemento straordinariamente interessante, «partecipano» pienamente alla resurrezione di Cristo: sono innestati in essa. In una Lettera della Congregazione della Dottrina della Fede del 1979, su alcune questioni concernenti l’escatologia, è scritto: «La Chiesa intende tale resurrezione come riferentesi all’uomo tutt’intero; per gli eletti questa non è altro che l’estensione agli uomini della resurrezione stessa di Cristo». Bellissima espressione: agli uomini non accade qualcosa di simile a ciò che è avvenuto in Cristo (per imitazione), ma ciò che è avvenuto a Cristo, la stessa dinamica, si estende a tutti gli uomini: è l’unico e medesimo evento per l’uno e per gli altri.

Nella stessa Lettera è scritto: «Né le Scritture né la teologia ci offrono lumi sufficienti per una rappresentazione dell’aldilà». La Chiesa è consapevolmente umile e prudente nell’affrontare questo discorso, eppure domanda di tenere conto, simultaneamente, di due elementi distinti: il primo, è quello di credere che ci sia una continuità tra la vita presente in Cristo e la vita futura (proprio perché è sempre il nostro «io» il destinatario di quest’azione divina della resurrezione); il secondo, è di credere ad una rottura tra presente e futuro, per cui, tornando al discorso sulla resurrezione della carne, non si tratta di una rianimazione del cadavere, ma di una nuova condizione della nostra umanità.

Prima di concludere vorrei mettere in luce un altro aspetto fondamentale che l’insegnamento della Chiesa ci offre in questo ambito. La difficoltà che molti riscontrano nell’accogliere tale dottrina, non tanto in riferimento alla possibilità di un aldilà, quanto all’accettazione di una resurrezione della carne, può dipendere in parte da un’interpretazione negativa che si attribuisce alla carnalità. In questo senso, la difficoltà o meno di credere la «resurrezione della carne» è la cartina di tornasole del nostro modo di cogliere l’umano. Questo articolo del Credo è un invito esplicito a non censurare nulla della propria umanità, neanche il peggio che possa averla «segnata»: ferite, paure, sconfitte. Proprio perché la resurrezione di Cristo si estende alla totalità della persona, anche la carne, con tutta la debolezza che la contraddistingue, entrerà in Dio. Chissà che questo «credere la resurrezione della carne», più che significare una chiarezza assoluta del futuro, non sia, tra le altre cose, un invito ad accogliere chi siamo nel presente. Come afferma la Lettera già menzionata: «Se la nostra immaginazione non vi può arrivare, il nostro cuore vi giunge d’istinto ed in profondità».

Chi ha invocato Gesù sulla croce: Dio o Elia? - "Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni...» Alcuni dei presenti dicevano: «Ecco chiama Elia!»"(Marco 15, 34-35)

Sorprende un po’ questa confusione che si genera negli spettatori durante quel momento tragico della vita terrena di Gesù. Egli è lassù, sul colle detto Golgota; stanno scoccando gli ultimi istanti della sua esistenza in mezzo a noi. Egli ha provato tutta la gamma oscura della sofferenza: dalla paura della morte (cfr. Marco 14,36), all’abbandono e al tradimento dei suoi amici, nel peso della solitudine; dalle torture dei militari romani fino all’irrisione della folla. 

Ora Gesù sta per precipitare nei due abissi estremi, il silenzio di Dio che non risponde alle sue invocazioni e la morte, una fine brutta secondo Marco: «Lanciando un forte urlo, spirò» (15,37). Le sue ultime parole sono un grido angosciato che l’evangelista ci riferisce nella lingua popolare di allora, l’aramaico. Si tratta dell’avvio del Salmo 22: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni», tradotto subito in greco: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Un’osservazione filologica. L’invocazione Eloì non è aramaica, come il resto della citazione, perché dovrebbe essere Elahî: forse Marco è stato trascinato dall’influsso dell’ebraico Elohîm, “Dio”. 

Come hanno potuto però i presenti scambiare quelle parole gridate come un’implorazione a Elia? Questo intoppo può apparire come la traccia di una memoria storica di quei momenti convulsi. Il profeta Elia, infatti, oltre a essere considerato come il precursore redivivo del Messia (Matteo 17,10-13), secondo la tradizione giudaica era venerato come il protettore degli agonizzanti e delle persone in grave pericolo di vita. I presenti, udendo quel grido straziato di Gesù, potevano scambiare la prima parola (Eloì o Elahî o, in ebraico, Elì) come un’invocazione del profeta sulle labbra di Gesù moribondo. 

Certo è che questo equivoco come, a maggior ragione, il versetto salmico rivelano la profonda e autentica “incarnazione” di Gesù, nostro fratello anche nella tragedia dell’assenza di Dio, muto davanti alla voce del sofferente. Tuttavia non si può classificare quel grido come un segno di disperazione e quasi di incredulità, perché – secondo l’uso giudaico – citare l’incipit di un testo sacro vuol dire assumerne la totalità. 

E il Salmo 22 inizia con un lamento angosciato simile a un De profundis ma finisce con un inno di grazie, di gloria e di lode al Signore re, una specie di Magnificat o Te Deum. Non si spezza, quindi, nel cuore di Gesù morente il filo estremo della fiducia. Esso sarà esplicitato da Luca che registra questa estrema invocazione di Cristo, anch’essa desunta dai Salmi: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Luca 23,46; cfr. Salmo 31,6).

[Edited by Credente 7/15/2014 11:52 AM]
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11/1/2014 5:38 PM
 
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Esiste una prova storica della resurrezione di Gesù?




La tesi del prof. Craig è che vi sia una certezza morale per la resurrezione di Gesù che si basa dall’esperienza personale (approccio esperienziale) dell’incontro con Lui tramite il dono della fede, ma che esista anche un sostegno storico che porta a guardare alla resurrezione di Gesù come la miglior spiegazione (dunque potremmo dire una “prova indiretta”) di quattro eventi ben definiti nella storia di Gesù, giudicati altamente attendibili storicamente dalla comunità scientifica. Ecco i quattro eventi:


1) La sepoltura di Gesù: è riferita da numerose fonti indipendenti (i quattro Vangeli, tra cui il materiale utilizzato da Marco che secondo Rudolf Pesch risale a sette anni dalla crocifissione di Gesù e proviene da testimonianze oculari, diverse lettere di Paolo, scritte prima dei Vangeli e ancora più vicine ai fatti, e l’apocrifo Vangelo di Pietro) e ciò è un elemento di autenticità sulla base del criterio della molteplice attestazione. Inoltre, la sepoltura di Gesù per mezzo di Giuseppe d’Arimatea, membro del Sinedrio ebraico, risulta attendibile poiché soddisfa il cosiddetto criterio dell’imbarazzo: come ha spiegato lo studioso Raymond Edward Brown (in “The Death of the Messiah”, 2 vols., Garden City 1994, p.1240-1).la sepoltura di Gesù grazie a Giuseppe d’Arimatea è “molto probabile” dal momento che è “inspiegabile” come dei membri della chiesa primitiva potessero valorizzare tanto un membro del Sinedrio ebreo, avendo verso di loro una comprensibile ostilità (erano gli artefici della morte di Gesù). Per questi e altri motivi il compianto John At Robinson dell’Università di Cambridge, la sepoltura di Gesù nella tomba è «uno dei fatti più antichi e meglio attestati su Gesù» (“The Human Face of God”, Westminster 1973, p. 131)


2) La tomba trovata vuota: la domenica dopo la crocifissione, la tomba di Gesù fu trovata vuota da un gruppo di donne. Anche questo fatto soddisfa il criterio dellamolteplice attestazione essendo attestato da diverse fonti indipendenti (Vangelo di Matteo, Marco e Giovanni, e Atti degli Apostoli 2,29 e 13,29). Inoltre, il fatto che le protagoniste del ritrovamento della tomba vuota siano delle donne, allora considerate prive di qualunque autorità (perfino nei tribunali ebraici) avvalora l’autenticità del racconto, soddisfando il criterio dell’imbarazzo. Così lo studioso austriaco Jacob Kremer ha affermato: «di gran lunga la maggior parte degli esegeti considera affidabili le dichiarazioni bibliche relative al sepolcro vuoto» (“Die Osterevangelien–Geschichten um Geschichte”, Katholisches Bibelwerk, 1977, pp. 49-50).


3) Apparizioni di Gesù dopo la morte: in diverse occasioni e in varie circostanze numerosi individui e gruppi di persone differenti dicono di aver sperimentato apparizioni di Gesù dopo la sua morte. Paolo spesso cita questi eventi nelle sue lettere, considerando che sono state scritte vicine agli eventi e tenendo conto la sua conoscenza persona con le persone coinvolte, queste apparizioni non possono essere liquidate come semplici leggende. Oltretutto esse sono presenti in diverse fonti indipendenti, soddisfando il criterio della molteplice attestazione (l’apparizione a Pietro è attestata da Luca e Paolo; l’apparizione ai Dodici è attestata da Luca, Giovanni e Paolo; l’apparizione alle donne è attestata da Matteo e Giovanni, ecc.) Il critico tedesco del Nuovo Testamento, scettico, Gerd Lüdemann, ha concluso: «Può essere preso come storicamente certo che Pietro e i discepoli abbiano avuto esperienze dopo la morte di Gesù in cui egli apparve loro come il Cristo risorto» (“What Really Happened to Jesus?”, Westminster John Knox Press 1995, p.8).


4) Il cambiamento radicale dell’atteggiamento dei discepoli: dopo la loro fuga impaurita al momento della crocifissione di Gesù, i discepoli hanno improvvisamente e sinceramente creduto che Egli era risorto dai morti, nonostante la loro ebraica predisposizione contraria. Tanto che improvvisamente furono disposti perfino a morire per la verità di questa convinzione. L’eminente studioso britannico NT Wright ha perciò affermato: «Questo è il motivo per cui, come storico, non riesco a spiegare l’ascesa del cristianesimo primitivo a meno che Gesù sia risorto, lasciando una tomba vuota dietro di lui». (“The New Unimproved Jesus”, Christianity Today, 13/09/1993).


Il prof. Craig ci tiene a sottolineare: «La risurrezione di Gesù è una spiegazione miracolosa di queste prove, ma queste prove in sé non sono miracolose. Nessuno di questi quattro fatti è alcun modo soprannaturale o inaccessibile allo storico». Per questo egli afferma chela migliore spiegazione di questi fatti è che Gesù è risorto dai morti. Questa è anche stata la spiegazione che i testimoni oculari stessi hanno dato e nessuna spiegazione naturalistica riesce a fornire una spiegazione davvero plausibile dei fatti, tenendo in conto tutti gli elementi.


 


La replica del prof. Ehrman si è basata su tre punti. La prima obiezione è stata che i Vangeli non sono così solidi come fonti storiche, dato che sono stati composti dai 35 ai 65 anni dopo la morte di Gesù. Un’affermazione che contraddice quanto scriverà in seguito nel volume “Did Jesus Exist?”«Indipendentemente dal fatto che siano ritenuti o meno scritture ispirate, i Vangeli possono essere considerati e utilizzati come fonti storiche importanti» (HarperCollins Publisher 2013, p.75). La seconda obiezione è che vi sono delle contraddizioni tra i diversi Vangeli su come si sono svolti i quattro fatti citati dal prof. Craig (l’ora e il giorno della morte di Gesù, il numero di donne che ha trovato il sepolcro vuoto ecc.). Ad essa ha contro-replicato il prof. Craig, facendo notare che i Vangeli sono tutti concordi sui quattro fatti al centro del dibattito, anche se possono variare dei particolari secondari ma che non compromettono il racconto.


La terza obiezione del prof. Ehrman è che la resurrezione dai morti di Gesù da parte di Dio è un’affermazione teologica e non può essere storica poiché «gli storici possono stabilire solo quello che probabilmente è accaduto in passato, e per definizione, un miracolo è l’evento meno probabile. E così, per la natura stessa dei canoni della ricerca storica, non possiamo affermare storicamente che un miracolo probabilmente è accaduto. Per definizione, probabilmente non è accaduto». Il prof. Craig ha contro-replicato, in modo illuminate secondo noi, spiegando che si sta valutando l’ipotesi che Gesù sia risorto dai morti in modo soprannaturale, non in modo naturale (il che sarebbe, questo si, altamente improbabile). «Ma non vedo alcun motivo per pensare che sia improbabile che Dio abbia risuscitato Gesù dai morti». Infatti, «al fine di dimostrare che tale ipotesi è improbabile,bisognerebbe dimostrare che l’esistenza di Dio è improbabile. Ma il prof. Ehrman dice che lo storico non può dire nulla su Dio. Pertanto, non può dire che l’esistenza di Dio è improbabile. Ma, se non si può dire questo allora non si può nemmeno affermare che la risurrezione di Gesù è improbabile. Quindi la posizione del prof. Ehrman è letteralmente auto-confutante». Inoltre, ha ricordato ancora il prof. Craig, il dibattito è centrato sulla probabilità della resurrezione in seguito ad una serie di fatti che richiedono essa come spiegazione migliore, non la probabilità della resurrezione dai morti senza alcun elemento di prova.


 


Il resto del confronto tra i due si è basato solamente sull’approfondimento delle loro posizioni. Il prof. Ehrman, nonostante avesse il vantaggio di trattare un argomento di cui è un professionista (il prof. Craig è un filosofo, non uno storico), non si è dimostrato molto preparato alle argomentazione filosofiche del prof. Craig. Anzi, si è contraddetto come accade spesso nei suoi libri. Bisogna invece riconoscergli un’ottima disposizione al confronto e non allo scontro. Il prof. Craig si è invece dimostrato certamente più convincente e illuminato, arrivando a fornire una buona plausibilità ad una tesi -la prova storica della resurrezione- poco considerata anche dai cristiani.



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4/6/2015 7:16 PM
 
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ARGOMENTI A SOSTEGNO DELLA FEDE NELLA RISURREZIONE DI CRISTO


Per circa 2000 anni c’è stato il fenomeno storico della Cristianità. Malgrado la chiesa attraverso i suoi primi anni soffrì intense persecuzioni per mano sia dei Giudei che dei Romani, essa comunque rinacque. Molti dei primi missionari di fede Cristiana morirono martirizzati a motivo del loro credo in Gesù Cristo.

Perché questi primi Cristiani vollero affrontare la morte per il loro credo in Gesù Cristo? Fu perché furono convinti del fatto storico della risurrezione di Gesù Cristo e questo provò senza ombra di dubbio che Gesù Cristo era il Figlio di Dio e anche l’unico Salvatore del mondo. Così per loro, la morte non consisteva nella fine. La risurrezione è un fatto storico e non semplicemente un pensiero, un ideale filosofico o idea.

Contesto Storico

Di conseguenza, il messaggio della chiesa primitiva era sempre incentrato sul fatto storico della risurrezione e questo non era un semplice mito teologico che iniziò a circolare tra i discepoli di Gesù Cristo 20 o 30 anni dopo di esso ma era un messaggio proclamato sin dal primo mattino del terzo giorno e si trattava anche di un messaggio basato su di una prova incontestabile.

Luca 24:9-11; 33-35 Al loro ritorno dal sepolcro, raccontarono tutte queste cose agli undici e a tutti gli altri. 10 Or quelle che riferirono queste cose agli apostoli erano Maria Maddalena, Giovanna, Maria madre di Giacomo e le altre donne che erano con loro. 11 Ma queste parole parvero loro come un'assurdità; ed essi non credettero loro… . 33 In quello stesso momento si alzarono e ritornarono a Gerusalemme, dove trovarono gli undici e quelli che erano con loro riuniti insieme. 34 Costoro dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi allora raccontarono le cose avvenute loro per via, e come lo avevano riconosciuto allo spezzar del pane.

Atti 1:21-22 Bisogna dunque che tra gli uomini che sono stati in nostra compagnia per tutto il tempo in cui il Signor Gesù è andato e venuto tra noi, 22 cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui egli fu portato in cielo da mezzo a noi, uno di questi diventi testimone con noi della sua risurrezione».

Atti 2:23-24; 31-32 egli, dico, secondo il determinato consiglio e prescienza di Dio, vi fu dato nelle mani e voi lo prendeste, e per mani di iniqui lo inchiodaste alla croce e lo uccideste, 24 Ma Dio lo ha risuscitato, avendolo sciolto dalle angosce della morte, poiché non era possibile che fosse da essa trattenuto. … 31 e, prevedendo le cose a venire, parlò della risurrezione di Cristo, dicendo che l'anima sua non sarebbe stata lasciata nell'Ades e che la sua carne non avrebbe visto la corruzione. 32 Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; e di questo noi tutti siamo testimoni.

Atti 3:14-15 Ma voi rinnegaste il Santo, il Giusto, e chiedeste che vi fosse dato un assassino 15 e uccideste l'autore della vita, che Dio ha risuscitato dai morti e del quale noi siamo testimoni!

Atti 10:39-41 E noi siamo testimoni di tutte le cose che egli ha fatto nel paese dei Giudei e in Gerusalemme; e come essi lo uccisero, appendendolo a un legno. 40 Ma Dio lo ha risuscitato il terzo giorno e ha fatto sì che si manifestasse, 41 non già a tutto il popolo, ma ai testimoni preordinati da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui, dopo che è risuscitato dai morti.

Atti 13:29-39 Dopo aver compiuto tutte le cose che sono scritte di lui egli fu tratto giù dal legno e fu posto in un sepolcro. 30 Ma Dio lo risuscitò dai morti. 31 ed egli fu visto per molti giorni da coloro che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, i quali sono ora i suoi testimoni presso il popolo. 32 E noi vi annunziamo la buona novella della promessa fatta ai padri, 33 dicendovi, che Dio l'ha adempiuta per noi, loro figli, avendo risuscitato Gesù come anche è scritto nel secondo salmo: Tu sei il mio Figlio. oggi ti ho generato. 34 E poiché lo ha risuscitato dai morti per non tornare più nella corruzione, egli ha detto così: Io vi darò le fedeli promesse fatte a Davide. 35 Per questo egli dice anche in un altro Salmo: Tu non permetterai che il tuo Santo veda la corruzione. 36 Or Davide, dopo aver eseguito il consiglio di Dio nella sua generazione, si addormentò e fu aggiunto ai suoi padri, e vide la corruzione, 37 ma colui che Dio ha risuscitato, non ha visto corruzione. 38 Vi sia dunque noto, fratelli, che per mezzo di lui vi è annunziato il perdono dei peccati, 39 e che, mediante lui, chiunque crede è giustificato di tutte le cose, di cui non avete potuto essere giustificati mediante la legge di Mosè.

Atti 17:30-31 Ma ora, passando sopra ai tempi dell'ignoranza, Dio comanda a tutti gli uomini e dappertutto che si ravvedano. 31 Poiché egli ha stabilito un giorno in cui giudicherà il mondo con giustizia, per mezzo di quell'uomo che egli ha stabilito; e ne ha dato prova a tutti, risuscitandolo dai morti».

Atti 26:22-23 Ma, per l'aiuto ottenuto da Dio fino a questo giorno ho continuato a testimoniare a piccoli e grandi, non dicendo nient'altro se non ciò che i profeti e Mosè dissero che doveva avvenire, 23 cioè: che il Cristo avrebbe sofferto e che, essendo il primo a risuscitare dai morti, avrebbe annunziato la luce al popolo e ai gentili».

Da notare come inizia il libro degli Atti degli Apostoli:

Atti 1:1-3 Io ho fatto il primo trattato, o Teofilo, circa tutte le cose che Gesù prese a fare e ad insegnare, 2 fino al giorno in cui fu portato in cielo dopo aver dato dei comandamenti per mezzo dello Spirito Santo agli apostoli che egli aveva scelto. 3 Ad essi, dopo aver sofferto, si presentò vivente con molte prove convincenti, facendosi da loro vedere per quaranta giorni e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio.

Senza la risurrezione sarebbe tutto finito al verso 1 e la morte ne sarebbe stata la conclusione ma prendiamo nota di cosa i versi 2 e 3 dicono:

“Prove convincenti” il verso 3 usa come termine originale Greco tekmerion derivante dalla radice tekma che significa “limite stabilito, obbiettivo finale” Tekmerion significa “un segno stabilito e certo, una evidenza o prova” La parola è usata come prova dimostrante ed evidente in contrasto con mere superstizioni filosofiche o segni fallibili. Galen, che era scrittore medico del secondo secolo D.C. utilizzò la parola tekmerion in questo modo. Quindi anche Luca, il fisico storico esperto nel raccogliere prove, scelse questo particolare termine per confermare la prova storica, quale più convincente termine per una prova legale.

Inoltre Luca aggiunge l’aggettivo “molte” per farci capire che esaminò attentamente le prove. Il Dr. Luca che visse al tempo di Gesù Cristo e che aveva personalmente parlato con molti testimoni oculari ci sta dicendo che c’erano molte prove dimostrabili ed incontestabili, non solamente una o due ma molte. (Cfr. Luca 1:1-2)

Sin dal principio ci furono quelli che rigettarono la risurrezione come se fosse una mistificazione, una favola, una finzione o una menzogna. Un certo numero di teorie sono state presentate per dimostrare la falsità della risurrezione ma sono state tutte grandemente screditate dagli studiosi di storia uno dopo l’altro. Da notare come non uno straccio di prova valida è mai stata presentata a supporto di quelle affermazioni. Dunque come mai gli uomini fanno queste affermazioni? Perché non hanno mai esaminato le prove oppure a motivo dei loro pregiudizi, dei loro preconcetti filosofici, o della loro incredulità in questo evento miracoloso.

Il silenzio dei nemici di Cristo e la mancanza di prove storiche contro la risurrezione sono da sé quasi una grande evidenza di prova positiva della risurrezione di Gesù Cristo. Nella mia libreria, ho un libro che tratta il dibattito tra Gary Habermas e Anthony Flew intitolato, Gesù risorse dai morti?, dibattito sulla risurrezione. Il dibattito fu tenuto a Dallas e fu giudicato da una giuria organizzata in due gruppi di esperti nelle loro rispettive aree di specializzazione per fornire un verdetto sull' argomento del dibattito. Il primo gruppo consistette in cinque filosofi a cui fu chiesto di giudicare il contenuto del dibattito e decretarne il vincitore, il secondo consistette in cinque giudici di dibattito molto esperti a cui fu chiesto di giudicare le tecniche di argomentazioni dei dibattitori. Tutti e dieci i partecipanti prestano servizio in facoltà universitarie Americane e collegi come l’Università di Pittsburgh, l’Università della Virginia, l’Università Western Kentucky, l’Università James Madison e l’Università George Mason.

Le decisioni dei giudici furono le seguenti. Il gruppo dei filosofi giudicanti il contenuto diede quattro voti per Habermas il quale discuteva a favore del fatto della risurrezione, nessuno per Flew ed uno nullo. Il gruppo dei giudici esperti del dibattito votarono tre a due, anch' essi in favore di Habermas, questa volta riguardo al metodo di argomentazione. Da notare che un giudice disse:

Io sono del parere che l’oratore a favore della risurrezione [Habermas] ha un significativo carico di prove per confermare le sue dichiarazioni. La varietà di fonti storiche mi convinse ad accettare gli argomenti dell’oratore a favore. Il Dr. Flew contrario alla risurrezione, d'altra parte, non fu in grado, in particolare nel momento della confutazione e durante la sessione testa a testa, di presentare significativi punti a sostegno della sua posizione. Il Dr Habermas ritenne grave il fatto che il Dr. Flew negasse molti punti specifici. Quando le controprove avanzarono, disse Habermas, ebbi l'impressione che il Dr. Flew cercasse di evitare le accuse (Habermas and Flew, p. xiv).

Un’altro giudice esperto di dibattito disse:

Io concludo che la prova storica, sia pure imperfetta, è abbastanza forte per indurre menti razionali a concludere che Cristo di fatto risorse dai morti. Habermas aveva già vinto il dibattito. … Sconfiggendo la critica scettica dei miracoli in generale, ispirata al filosofo Hume e presentata da Flew e dimostrando la forza di alcune delle prove storiche, Habermas concluse fornendo “prove altamente probabili” sulla storicità della risurrezione “e mancanza di prove scientifiche plausibili contro di essa.” Habermas dunque, a mia opinione, vinse il dibattito (Ibid., p. xv).

Una Assurdità
Teologica e Filosofica

Ci sono sempre quelli che dicono che il fatto storico di una risurrezione fisica di Gesù Cristo non è importante. “E' sufficiente” dicono, che uno creda in una risurrezione spirituale, oppure che …

il fu Norman Perrin, uno studioso del Nuovo Testamento dell' Università di Chigago altamente stimato, rimarcò non molto tempo fa che la cosa veramente importante riguardo la risurrezione di Gesù non è tanto la realtà storica di quell'evento, ma le verità teologiche che essa esprime” (William Craig, Knowing the Truth About the Resurrection, Servant Books, p. xiii).

Altri hanno sostenuto non c'è bisogno di credere nella risurrezione. Se questo interferisce col tuo modo di pensare razionale, accetta semplicemente Gesù come come un gran leader e come un esempio di amore, gentilezza e pace.

Questo modo di pensare è semplicemente senza senso, illogico, e contrario ai fatti della vita di Cristo.

Abbiamo bisogno di vedere chiaramente che ci possono essere implicazioni teologiche positive sulla risurrezione solo per il fatto che la sua realtà storica è confermata. Mentre molti teologi possono trovare questo tipo di convinzione disperatamente antiquata, l'uomo di strada lo sa bene. Il suo buon senso gli dice che non c'è nessuna ragione per la quale un uomo morto debba essere decisivo per la sua esistenza oggi, ed io sono d'accordo con lui. Una volta che gli insegnamenti dottrinali vengono staccati dalle loro realtà storiche, siamo entrati nell'arena del mito. E semplicemente non c'è più una buona ragione per preferire i miti Cristiani agli altri miti o addirittura alle filosofie secolari. La risurrezione è reale per le nostre vite odierne soltanto quando è reale l'evento nella storia (Craig, p. xiii).

Se togliamo la risurrezione, allora Gesù Cristo non era nemmeno un buon leader umano, ma una mostruosità umana il quale si poneva allo stesso livello di un uomo che pensa di essere Capitan Meraviglia. Sia che egli fosse il più grande ingannatore del mondo meritevole di morire o che Egli fu chi dichiarava di essere, il Dio-Uomo Salvatore del mondo, la risurrezione è quella che fa la differenza.

Non è mia intenzione di presentare tutte le prove, ma di concentrare l'attenzione su alcune delle più rimarchevoli ed importanti prove.

La Prova della Pietra

Matteo 28:1-4 Ora, alla fine dei sabati, all'alba del primo giorno dopo i sabati, Maria Maddalena e l'altra Maria, andarono a vedere il sepolcro. 2 Ed ecco, si fece un gran terremoto, perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, venne e rotolò la pietra dall'apertura del sepolcro e si pose a sedere su di essa. 3 E il suo aspetto era come di folgore e il suo vestito bianco come la neve. 4 E, per lo spavento che ebbero di lui, le guardie tremarono e rimasero come morte;

Marco 16:1-4 Ora, trascorso il sabato, Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo, e Salome acquistarono degli aromi a per andare ad imbalsamare Gesù. 2 La mattina del primo giorno della settimana, molto presto, vennero al sepolcro al levar del sole. 3 E dicevano fra di loro: «Chi ci rotolerà la pietra dall'entrata del sepolcro?». 4 Ma, alzando gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata, sebbene fosse molto grande.

Luca 24:2 E trovarono che la pietra era stata rotolata dal sepolcro.

Giovanni 20:1-9 Or il primo giorno dopo i sabati, al mattino quando era ancora buio, Maria Maddalena andò al sepolcro e vide che la pietra era stata rimossa dal sepolcro. 2 Allora andò di corsa da Simon Pietro e dall'altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano posto». 3 Pietro dunque e l'altro discepolo uscirono fuori e si avviarono al sepolcro. 4 Correvano tutti e due insieme, ma l'altro discepolo corse avanti più in fretta di Pietro e arrivò primo al sepolcro. 5 E, chinatosi, vide i panni di lino che giacevano nel sepolcro, ma non vi entrò. 6 Arrivò anche Simon Pietro che lo seguiva, entrò nel sepolcro e vide i panni di lino che giacevano per terra, 7 e il sudario, che era stato posto sul capo di Gesù; esso non giaceva con i panni, ma era ripiegato in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, vide e credette. 9 Essi infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli doveva risuscitare dai morti,

IL SIGILLO SULLA PIETRA

Il sigillo posto sulla pietra (Mt. 27:62-66). Come affermato dai Farisei, fu una loro richiesta verso Pilato al fine di impedire ogni tipo di imbroglio o menzogna da parte dei discepoli di Gesù Cristo. Facendo questo, tuttavia, fornirono due prove eccellenti in più sulla risurrezione di Cristo. Involontariamente, prepararono una inconfutabile controprova delle loro affermazioni nel tentativo di screditare il fatto della risurrezione (cf. Mat. 28:11-15).

Il sigillo includeva due cose (1) una corpo di guardia Romana, e (2) un sigillo consistente in una corda incerata intorno la pietra e collegata alla tomba.

Matteo 27:65, Voi avete un corpo di guardia; andate, e assicurate il sepolcro come vi sembra meglio.

Alcuni hanno dichiarato che Pilato rifiutò la richiesta di un corpo di guardia Romano dicendo loro di usare quello che era a guardia del tempio. Ma il verbo utilizzato può essere un imperativo, prendete un corpo di guardia, assicurate il sepolcro come vi sembra meglio. Può anche significare che stesse dando loro il permesso di ottenere un corpo di guardia Romano.

La parola guardia è la parola Greca kustodia, dal Latino o Romano custodia. L'uso di questo particolare termine sta ad indicare un corpo di guardia Romano e non il corpo di guardia del tempio dei Giudei. Questo è ulteriormente verificato dal fatto che chiesero a Pilato un corpo di guardia. Se avessero potuto utilizzare il loro corpo di guardia allora perchè andare da Pilato? Ancora, se solo il corpo di guardia del tempio ne era implicato, la citazione del verso 14 sarebbe stata inutile. Nessuno avrebbe dovuto parlare al governatore e tantomeno corrompere qualcuno.

Perchè ciò era così importante? Perchè la presenza alla tomba dei soldati Romani ed il sigillo Romano sulla pietra che la chiudeva rese possibile ai capi religiosi dichiarare più volte la maggior difficoltà se non l'impossibilità. La probabilità che questi timidi, timorosi Galilei e discepoli potessero o volessero rubare il corpo di Gesù da sotto il naso di questo corpo di guardia di soldati Romani abili e altamente disciplinati, non è solo ridicolo ma impossibile. Anche se i soldati si fossero addormentati, pensate al rumore che i discepoli avrebbero fatto cercando di spostare la grande pietra che impediva l'accesso alla tomba!

LA PIETRA ROTOLATA VIA

Le tombe in Palestina erano qualcosa come uno scavo intagliato nella parte rocciosa di una montagna o collina. Consistevano di un ingresso rettangolare che accedeva alla camera principale o camera centrale con una nicchia scolpita nel lato di uno dei muri interni dove il corpo veniva posto. Alla fine della nicchia vi era una parte rialzata appositamente per la testa.

L'ingresso della camera centrale era chiusa da una larga pietra circolare o pesante disco di pietra messo in una scanalatura obliqua così che quando la pietra veniva liberata, sarebbe rotolata col suo stesso peso a chiudere l'entrata. Per il suo enorme peso (talvolta di alcune tonnelate) spostarla avrebbe richiesto lo sforzo combinato di molti uomini per riportarla nella scanalatura e bloccarla. Dunque chi avrebbe rotolata via la pietra?

¤ I nemici non l'avrebbero fatto poichè il loro scopo era di tenere il Suo corpo lì con la porta sigillata (Mat. 27:62-66).

¤ Se furono i discepoli a togliere il corpo, lo fecero all'insaputa delle donne, perchè vennero aspettandosi di trovare il corpo (Giov. 20:1-2). Inoltre le guardie erano presenti.

¤ Le donne da sole non sarebbero state in grado di rimuovere la pietra. Così, venendo alla tomba il mattino della risurrezione, si stavano domandando chi avrebbe rimosso la pietra per loro (Marco 16:2-8).

¤ Matteo 28:2-4 Ci dice che fu un angelo del Signore e questo mostra un' intenzione divina.

Non fu rimossa affinchè Cristo potesse andarsene in quanto egli avrebbe potuto passare attraverso i muri col Suo corpo glorificato. Fu rimossa per uno scopo divino, al fine di richiamare l'attenzione sulla testimonianza della tomba vuota. La tomba fu aperta non per permettere a Gesù di uscirene ma per permettere alla gente di entrarvi.

Perchè la gente aveva bisogno di entrare? Perchè dentro la tomba stessa vi erano deposte alcune prove stupefacenti sul fatto della risurrezione di Gesù, la testimonianza dei panni della sepoltura.

La Prova della Tomba Vuota

Giovanni 20:2-9 Allora andò di corsa da Simon Pietro e dall'altro discepolo che Gesù amava e disse loro: «Hanno tolto il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'abbiano posto». 3 Pietro dunque e l'altro discepolo uscirono fuori e si avviarono al sepolcro. 4 Correvano tutti e due insieme, ma l'altro discepolo corse avanti più in fretta di Pietro e arrivò primo al sepolcro. 5 E, chinatosi, vide i panni di lino che giacevano nel sepolcro, ma non vi entrò. 6 Arrivò anche Simon Pietro che lo seguiva, entrò nel sepolcro e vide i panni di lino che giacevano per terra, 7 e il sudario, che era stato posto sul capo di Gesù; esso non giaceva con i panni, ma era avvolto in un luogo a parte. 8 Allora entrò anche l'altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, vide e credette. 9 Essi infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che egli doveva risuscitare dai morti,

LA REAZIONE DI MARIA

Avendo visto la pietra rimossa, la reazione immediata di Maria fu pensare che dei ladri, forse i Giudei, avessero preso il corpo. Senza entrare come fecero le altre donne, ella ritornò da Pietro e Giovanni. La sua conclusione fu hanno portato via il Signore (riferendosi probabilmente ai Giudei) .

LA REAZIONE DEI DISCEPOLI

Giovanni arrivò per primo e vide i panni di lino ancora avvolti. Il verbo usato (in Greco blepo) descrive il semplice atto di vedere gettando un occhio, un semplice sguardo. Proprio quello sguardo casuale attirò l'attenzione di Giovanni dove gli indisturbati involucri, erano giacenti ordinati nella loro naturale posizione così come quando avvolgevano il corpo. La parola ordinati lo rende evidente, giacenti anche prima. Persino uno sguardo casuale è attirato da questo.

Allora Pietro arrivò e, col suo modo impetuoso entrò immediatamente e vide. La parola vide è theoreo. Questa parola denota una determinata ed attenta osservazione, uno che osserva i dettagli, non solo una occhiata casuale. Ciò che Pietro osservò furono i panni di lino avvolti.

La Prova
dei Panni Sepolti

LE OSSERVAZIONI DI PIETRO

¤ Pietro osservò i panni avvolti che giacevano indisturbati.

¤ Egli notò l'aspetto del sudario arrotolato separatamente, così come lo era stato quando il corpo fu preparato, suggerendoci che l'avvolgitura del capo aveva parzialmente mantenuto la sua forma circolare.

Un ladro che avesse rubato il corpo avrebbe preso il corpo con tutti i suoi panni avvolti.

Gli involucri che eventualmente fossero stati rimossi dal corpo, non sarebbero rimasti modellati in modo indisturbato. Come precedentemente descritto, c'era un luogo apposito per il corpo con uno scalino rialzato per il capo perciò il capo era avvolto separatamente dal corpo. Se qualcuno li avesse rimossi dal corpo, non sarebbero rimasti giacenti come posti in origine, cioè il sudario del capo a parte, nel posto dove si trovava il capo e gli altri panni dove si trovava il corpo indisturbato.

Pietro continuò a meditare nel suo cuore tutto ciò che aveva osservato.

LE OSSERVAZIONI DI GIOVANNI

Quando Giovanni entrò nella tomba, ciò che vide lo portò ad una immediata comprensione, una comprensione intelligente dei fatti. La frase ciò che vide in questo versetto, denota una percezione mentale risultante principalmente dalla visione.

Pietro stava ponderando tutto ciò che aveva osservato, Giovanni invece no. Ora avendo visto la prova della tomba vuota, comprese che il Suo Signore era risorto dai morti. Nel versetto 8-9 ci viene detto che comprese e credette. Capì che la Scrittura del Vecchio Testamento e le stesse parole di Cristo riguardavano il fatto che il Messia sarebbe stato eliminato, ma avrebbe fatto ritorno e regnato attraverso la risurrezione. (Cfr. Sal. 16:10; Dan. 2; Dan. 7; Dan. 9:6) Prima non avevano compreso le Scritture o le parole di Cristo. Ma ora gli occhi di Giovanni si aprirono (cfr. Luca 24:25-27, 44-47).

La Prova
dell'Apparizione di Cristo

Le apparizioni di Cristo che seguirono la Sua risurrezione sono altre prove storiche schiaccianti. Le donne ed i discepoli videro, sentirono, e pure toccarono il Signore. Infatti, 500 fratelli in una sola volta lo videro (1 Cor. 15:6).

Sono state date varie spiegazioni riguardo la risurrezione, ma nessuna di esse onestamente e in modo chiaro concorda con la registrazione storica e sono chiaramente tentativi pregiudiziali di negare l'evidenza.

R. T. France nel suo libro, The Evidence for Jesus, scrive di teorie tipiche riguardanti Gesù, la Sua vita, morte, e risurrezione e i vari tentativi della gente di arrivare al cosiddetto vero Gesù attraverso tali teorie sia da articoli su periodici, libri o serie televisive. Egli mostra come questi danno sempre la prominenza alle teorie degli scettici e, principalmente non trattano il Vangelo come una prova storica. Alla fine del libro, dopo aver discusso sia di non-Cristiani che di prove bibliche, fa la seguente dichiarazione:

Si nota nei capitoli iniziali la tendenza di alcuni scrittori nel tentare di riscoprire il ritratto del Gesù del NT, in cerca di un più 'recente' Gesù che persino al tempo in cui i documenti del Nuovo Testamento furono scritti era stato ampiamente dimenticato e rimpiazzato da una figura semi-mitica, il 'Cristo di fede'. Si è visto ripetutamente che la prova sulla quale questo tipo di ricostruzioni sono basate (quando non sono pure speculazioni insostenibili) è infatti datata posteriormente agli scritti del NT, e può generalmente essere identificata con quelli che intorno al secondo secolo erano visti come movimenti eretici. Si tratta di una deviazione dal messaggio originale Cristiano, usualmente in direzione di una fede più attraente per il clima filosofico o religioso del giorno. The Evidence for Jesus, R.T. France, The Jesus Library, Michael Green, series editor, pp. 165-166)

La Prova
dei Discepoli Trasformati

I discepoli avevano visto il loro maestro morire e a motivo di questo, avevano perso ogni speranza. Cristo aveva detto loro che sarebbe morto e risorto. Infatti ciò era parte integrante delle Sue affermazioni. Tuttavia erano compunti, pienamente scoraggiati, e si incontravano in posti oscuri, mentre dopo la risurrezione, troviamo i discepoli gioiosi, senza timori, e rendenti pubblica testimonianza. Erano persino pronti a morire e sicuramente non pronti a morire per una menzogna (Cfr. Schaff, Vol. I, p. 173f.)

Pietro che rinnegò il Signore quando fu messo a confronto con la giovane, proclamò coraggiosamente la parola durante la Pentecoste davanti agli stessi capi religiosi che crocifissero Cristo.

Quando consideriamo la trasformazione dei discepoli in congiunzione col silenzio dei Giudei e la loro incapacità di produrre il corpo di Cristo o qualsiasi prova contraria, gli eventi di Pentecoste diventano un'altra prova della risurrezione di Cristo.

La Prova della Pentecoste
(Acts 2-4)

Solo 50 giorni dopo la morte e la risurrezione, Pietro predicò la dottrina della risurrezione e migliaia si riunirono per ascoltarlo. Ma il punto importante è che stava predicando al popolo che ebbe accesso alla tomba. La risurrezione non era un fatto nuovo, e ne stava predicando il significato dalle Scritture del Vecchio Testamento (Sal. 16:8-10).

Nessuno offrì una controprova. I Giudei stavano in silenzio, un silenzio che è significativo tanto quanto l'audacia dei discepoli nel parlare. Tremila persone le quali erano nella posizione di conoscere i fatti riguardanti la risurrezione di Cristo credettero e furono salvate. (Atti 2:41; 4:2-14).

Ci sono altre grandi prove della risurrezione di Cristo come:

¤ Le profezie del Vecchio Testamento.

¤ Le profezie di Cristo stesso.

¤ L'esistenza della chiesa.

¤ L'osservanza della Domenica come primo giorno della settimana.

¤ La trasformazione e la testimonianza di Paolo

Le prove che abbiamo menzionato in questo studio sono più che sufficienti per mostrare la validità della risurrezione. Per negarlo, in vista di una prova, uno non dovrebbe solo negare i suoi processi razionali, ma dovrebbe negare la Cristianità e le Scritture come valide e fonti di salvezza per l'umanità


----------------------------------

J. Hampton Keathley III is a 1966 laureato al Dallas Theological Seminary e già pastore all'età di 28 anni. Hampton attualmente scrive per il Biblical Studies Foundation ed insegna Greco al Moody Northwest (una estensione del Moody Bible Institute) in Spokane, Washington.
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3/13/2019 9:12 PM
 
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7 motivi per cui la risurrezione di Cristo non è un’invenzione



risurrezione falso L’eminente specialista N.T. Wright esprime ragioni ed argomenti a favore della storicità della risurrezione di Cristo, spiegando perché non può essere stata un’invenzione nata nella società ebraica, per la quale erano totalmente inconcepibili i fatti avvenuti. Non è così che si inventa.


 


Gesù era interamente ebreo. Molti critici del cristianesimo storico sottolineano spesso questo dato, certamente corretto, pensando in qualche modo di smentire la “cristianità” di Gesù o la sua intenzione di creare altro al di fuori di un ebraismo rinnovato.


Eppure, è proprio amplificando la stretta appartenenza di Gesù e dei suoi discepoli all’ebraismo che diventa ancora più impossibile che un evento come la risurrezione possa essere stato inventato. E’ questo il tema di una interessante conferenzatenuta nel 2007 da uno dei principali studiosi del Nuovo Testamento del mondo anglosassone: N.T. Wright. Vescovo anglicano, già docente all’Università di Cambridge e Oxford, è autore di oltre 40 testi specialistici.


 


La concezione dell’antico ebraismo su morte e risurrezione.


Il prof. Wright sostiene sinteticamente che la risurrezione non può essere stata un mito inventato dalla prima comunità cristiana perché l’idea del Messia che muore e risorge fisicamente alla vita eterna era completamente inaspettata nella teologia ebraica. E’ un fatto accertato nella comunità scientifica, come attestato dall’eminente Joachim Jeremias (Università di Gottinga): «Nell’antico ebraismo non esisteva l’attesa di una risurrezione come un evento della storia. Certamente erano conosciute le risurrezioni dei morti, ma queste erano semplicemente rianimazioni per il ritorno alla vita terrena. Da nessuna parte nella letteratura giudaica si trova qualcosa di paragonabile alla risurrezione di Gesù» (J. Jeremias, Die älteste Schicht der Osterüberlieferungen, in Resurrexit, Libreria Editrice Vaticana 1974, p. 194).


Nell’antico giudaismo era inconcepibile, allora, il concetto di una singola risurrezione corporea, definitiva, prima della risurrezione generale di tutti i giusti nel giorno del giudizio. Eppure, se si osserva l’evoluzione della teologia nella società ebraica si scoprirà la sua radicale mutazione riguardo alla possibilità di risorgere dai morti, proprio in seguito ai fatti avvenuti all’ebreo Gesù nel I° secolo. «Queste mutazioni» nell’ebraismo, ha spiegato Wright, «sono così straordinarie, in un’area teologico-politica in cui le società tendono ad essere molto conservatrici, tanto che costringono lo storico a chiedersi: perché si sono verificate?».


 


7 mutazioni teologiche nella società ebraica.


Vi si possono contare ben 7 mutazioni fondamentali nella società antica in seguito alla risurrezione di Cristo.


1) La teologia sull’aldilà si trasforma da più punti di vista (giudaismo) ad un’unica visione: la risurrezione (cristianesimo). Nel giorno del giudizio, i giusti riceveranno nuovi corpi di risurrezione, identici al corpo di risurrezione di Gesù.


2) L’importanza relativa della dottrina della risurrezione passa dall’essere periferica (teologia ebraica) all’essere centrale (teologia cristiana).


3) L’idea di come avviene la risurrezione passa da avere più punti di vista (giudaismo) ad un’unica visione: un corpo incorruttibile, orientato spiritualmente, composto nella forma del precedente corpo corruttibile (cristianesimo).


4) I tempi della risurrezione cambiano: dal giorno del Giudizio universale (giudaismo) ad una divisione tra la risurrezione del Messia in questo momento e la risurrezione del resto dei giusti nel giorno del giudizio (cristianesimo)


5) Compare una nuova visione dell’escatologia come collaborazione con Dio per trasformare il mondo.


6) Compare un nuovo concetto metaforico di resurrezione, indicato come “rinascita”.


7) Viene all’esistenza una nuova concezione di resurrezione del Messia, così tanto atteso nel mondo dell’Antico Testamento. Il Messia, nella convinzione ebraica antica, non avrebbe mai dovuto morire e certamente mai avrebbe dovuto risorgere dai morti in un corpo risorto! Sebbene vi fossero molti pretendenti Messia in scena in quel momento storico, ogni volta che uno di loro veniva ucciso i loro seguaci lo abbandonavano perché era il momento in cui si comprendeva chiaramente che non poteva essere il vero Messia. In un primo momento accadde anche con Gesù, poi però qualcosa convinse i discepoli a non abbandonarlo e a morire per affermare quel che videro.


 


Non è così che si inventa: chi si aspettavano di convincere i discepoli?


Occorre anche tenere in considerazione che se la prima comunità cristiana avesse voluto comunicare che Gesù era speciale, nonostante la sua vergognosa morte sulla croce, avrebbe inventato una storia teologicamente comprensibile ai loro contemporanei, usando l’esistente concetto ebraico di esaltazione. Applicare il concetto di resurrezione fisica ad un Messia morto sarebbe stata una scelta folle per convincere la teologia e la società ebraica che Gesù era realmente il Messia da sempre atteso.


Nella sua lezione, N.T. Wright indica anche che nel Vangelo più antico, quello di Marco, non appare nessun abbellimento e nessuna “teologia storicizzata” nel raccontare gli eventi finali della vita di Gesù. Un’invenzione avrebbe necessariamente incluso connessioni con noti concetti teologici -come avviene in qualche teofania descritta nel Vangelo di Giovanni-, invece la narrazione è cruda: Gesù muore di morte pubblica, le persone lo incontrano nuovamente vivo. Se invece si leggono i vangeli apocrifi e gli scritti gnostici, si noterà immediatamente come i racconti siano pieni di abbellimenti leggendari ed evidentemente fantasiosi (croci che parlano, gruppi di angeli che cantano ecc.).


Non c’è migliore spiegazione alternativa a quanto scrivono i Vangeli.


E’ per questi (e altri elementi) che l’eminente studioso arriva a concludere che la migliore spiegazione di tutto questo e di tutti i cambiamenti teologici più sopra elencati, è che i Vangeli vanno presi sul serio. Dio ha realmente resuscitato Gesù (corporalmente) dai morti. Semplicemente non c’è una spiegazione alternativa migliore, nessuno è mai riuscito a spiegare come la prima comunità cristiana possa aver inventato qualcosa di incomprensibile anche per loro stessi -come una singola resurrezione e, per di più, di un Messia che non avrebbe mai dovuto morire- e poi riuscire con enorme successo a convincere se stessi e i loro contemporanei. «Affermare che il Messia era tornato in vita, semplicemente non era un’opzione ragionevole. A meno che, naturalmente, fosse accaduto davvero così»

fonte UCCR


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4/13/2020 11:55 AM
 
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COSA TROVARONO NELLA TOMBA ?

Il testo di Gv.20,6-8 permette una differente traduzione rispetto a quelle correnti, sulla base di diversi sensi possibili dei termini greci, e che ci fa capire il motivo per cui Giovanni potè credere, basandosi sul modo in cui si presentavano ai suoi occhi stupefatti, il sudario e le larghe fasce che molto probabilmente avvolgevano e nascondevano la sindone (Marco 15,46) al loro interno, in quanto tali fasce non risultavano essere state srotolate come fu necessario fare per Lazzaro.


"...Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e OSSERVO' le BENDE AFFLOSCIATE per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma INARCATO nello STESSO posto, DISTACCATO dalle BENDE. Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, CONTEMPLO' e credette.


--
[Edited by Credente 9/19/2020 6:42 PM]
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1/1/2021 10:19 PM
 
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Uno scettico esamina le prove


Il giornalista inglese Frank Morison credeva che la resurrezione di Gesù fosse un mito e iniziò le ricerche per scrivere un libro che dimostrasse la sua tesi. Morison voleva sapere cosa accadde realmente per trasformare i seguaci di Gesù e avviare un movimento che ebbe un impatto così profondo sul nostro mondo.



Egli realizzò che c’erano cinque possibili spiegazioni:

  1. Gesù non è veramente morto sulla croce.
  2. Il corpo di Gesù fu trafugato.
  3. I discepoli avevano le allucinazioni.
  4. Il racconto è leggenda. O,
  5. è successo davvero.

Morison iniziò a esaminare i fatti con pazienza e imparzialità per vedere dove lo avrebbero condotto.

1. Gesù era veramente morto?

Morison voleva innanzitutto verificare che Gesù fosse veramente morto quando fu posto nella tomba. Egli apprese che la morte di Gesù fu considerata una realtà per quasi 1800 anni. Poi circa 200 anni fa, alcuni scettici postularono che Gesù non morì sulla croce, ma semplicemente perse conoscenza e fu rianimato dall’aria fresca e umida della tomba. Questa divenne nota come la “teoria dello svenimento”.


Morison si chiese se Gesù potesse essere sopravvissuto alla croce e studiò sia la storia contemporanea ebraica che romana e scoprì i seguenti fatti a sostegno della morte di Gesù:

  • Tutti i resoconti affermano che morì.
  • Pilato verificò che morì.
  • Nessuno dei testimoni oculari contestò in vita la sua morte.
  • Gli storici secolari e contemporanei, Luciano, [5] Giuseppe Flavio, [6] e Tacito [7] citarono la sua morte come un dato di fatto.

Morison si convinse che Gesù era veramente morto, un fatto quasi universalmente accettato come vero da studiosi e storici di fama.[7]

Morison concluse: “Che Gesù Cristo sia morto sulla croce, nel pieno senso fisico del termine … mi sembra essere una delle cose certe della storia.” [8]

Ma forse il corpo di Gesù fu trafugato?


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1/1/2021 10:21 PM
 
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2. Il corpo di Gesù fu trafugato?


Morison si chiese se i discepoli avessero falsificato la storia della risurrezione trafugando il corpo di Gesù e poi affermando che era vivo. Ciò potrebbe essere plausibile se la tomba fosse stata in una zona oscura dove nessuno li avrebbe visti.


Invece, la tomba apparteneva a un noto membro del Consiglio del Sinedrio, Giuseppe di Arimatea. Poiché la tomba di Giuseppe si trovava in un luogo ben noto e facilmente identificabile, qualsiasi idea di Gesù “svanito nella necropoli” doveva essere abbandonata.


Non solo il luogo era ben noto, ma i romani avevano assegnato un plotone di guardie addestrate composto da quattro a 16 soldati per sorvegliare la tomba 24 ore al giorno.


L’ex ateo e scettico Josh McDowell ha trascorso più di settecento ore a ricercare le prove della risurrezione. McDowell osserva: “Il plotone di guardia romano era tenuto alla disciplina e temeva il fallimento in ogni modo.” [9] Sarebbe stato impossibile per chiunque sgattaiolare tra le guardie inosservato e quindi spostare la pietra. Eppure, la pietra fu spostata, rendendo possibile ai testimoni oculari di entrare nella tomba. E quando lo fecero, il corpo di Gesù era scomparso.


Se il corpo di Gesù fosse stato trovato da qualche parte, i suoi nemici avrebbero rapidamente smascherato la risurrezione come una frode. Tom Anderson, ex presidente della California Trial Lawyers Association, riassume la forza di questa tesi:


“Con un evento così ben pubblicizzato, non credete sia ragionevole che uno storico, un testimone oculare, un antagonista riportino con certezza di aver visto il corpo di Cristo? … Il silenzio della storia è assordante quando si tratta della testimonianza contro la risurrezione. ”[10]


Quindi, senza prove e con una tomba nota chiaramente vuota, Morison accettò che il corpo di Gesù fosse in qualche modo scomparso dalla tomba.


Forse i discepoli erano in preda ad allucinazioni e hanno soltanto pensato di aver visto Gesù?


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1/1/2021 10:22 PM
 
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3. I discepoli avevano le allucinazioni?


Morison si chiedeva se i discepoli potessero essere stati così emotivamente sconvolti da avere allucinazioni e immaginare la risurrezione di Gesù.


Lo psicologo Gary Collins, ex presidente dell’American Association of Christian Counselors, spiega che “Le allucinazioni sono eventi individuali. Per loro stessa natura, solo una persona alla volta può avere una data allucinazione. Certamente non sono qualcosa che può essere visto da un gruppo di persone. “[11]



L’allucinazione non è una possibilità nemmeno remota, secondo lo psicologo Thomas J. Thorburn. “È assolutamente inconcepibile che … cinquecento persone, mediamente in retti sensi … sperimentino ogni tipo di impressioni sensoriali – visive, uditive, tattili – e che tutte queste … esperienze si basino interamente su … allucinazioni.” [12]


La teoria dell’allucinazione, quindi, sembra essere un altro vicolo cieco. Cos’altro potrebbe spiegare la risurrezione?

4. È solo una leggenda?

Alcuni scettici poco convinti attribuiscono la storia della risurrezione a una leggenda che iniziò con una o più persone che mentivano o credevano di aver visto Gesù risorto. Nel tempo, la leggenda si sarebbe alimentata e si sarebbe abbellita man mano che veniva tramandata. Ma sorgono tre problemi principali con questa teoria.

Le leggende semplicemente non nascono mentre più testimoni oculari sono vivi per confutarle. Uno storico dell’antica Roma e della Grecia, A. N. Sherwin-White, ha sostenuto che la notizia della risurrezione si diffuse troppo presto e troppo rapidamente perché fosse una leggenda. [13] Anche gli studiosi scettici ammettono che a distanza di due o tre anni dalla crocifissione di Gesù si recitassero inni e credo cristiani nelle prime chiese. [14]

Le leggende si sviluppano per tradizione orale e non sono supportate da documenti storici contemporanei. Invece, i Vangeli furono scritti entro tre decenni dalla risurrezione. [15]

La teoria della leggenda non spiega adeguatamente né la tomba vuota né la fervida convinzione degli apostoli che Gesù fosse vivo. [16]

L’ipotesi originale di Morison che il racconto della risurrezione fosse mito o leggenda non coincideva con i fatti.

Allora cosa accadde veramente?


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1/1/2021 10:23 PM
 
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5. La risurrezione accadde  veramente?


Dopo aver eliminato i principali argomenti contro la risurrezione di Gesù per la loro incoerenza con i fatti, Morison iniziò a chiedersi: “è successo davvero?” Invece di cercare prove contro la resurrezione di Gesù, si chiese quanto fosse invece il caso di provare il suo effettivo verificarsi. Saltano agli occhi diversi fatti.


Apparve alle donne per prime


Ogni racconto dei testimoni oculari riferisce che Gesù apparve all’improvviso fisicamente ai suoi seguaci, alle donne per prime. Morison si chiese perché i contraffattori avrebbero posto le donne al centro della trama. Nel I secolo, le donne non avevano praticamente diritti, personalità o status. Morison pensava che dei contraffattori avrebbero ritratto uomini, non donne, come i primi a vedere Gesù vivo. Eppure leggiamo che le donne lo toccarono, parlarono con lui e furono le prime a trovare la tomba vuota.


Testimoni oculari multipli


I discepoli affermano di aver visto Gesù in più di dieci occasioni diverse. Dicono che abbia mostrato loro mani e piedi e abbia detto loro di toccarlo. Ha mangiato con loro e in seguito, in un’occasione, è apparso vivo a più di 500 seguaci.


A Cesarea, Pietro disse a una folla perché lui e gli altri discepoli erano così convinti che Gesù fosse vivo:




“Noi apostoli siamo testimoni di tutto ciò che ha fatto in Israele e a Gerusalemme. Lo misero a morte crocifiggendolo, ma Dio lo resuscitò tre giorni dopo … Noi siamo quelli che mangiarono e bevvero con lui dopo che era risorto “. [17]

Morison si rese conto che questi primi avvistamenti di un Gesù risorto da parte di così tanti dei suoi seguaci sarebbero stati praticamente impossibili da falsificare.

Allora cos’altro potrebbe essere successo?


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1/1/2021 10:24 PM
 
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Coerente fino alla fine


Man mano che Morison continuava le sue indagini, egli iniziò a esaminare le motivazioni dei seguaci di Gesù e considerò che doveva essere accaduto qualcosa di straordinario perché i seguaci di Gesù smettessero di piangerlo e di nascondersi e iniziassero a proclamare senza paura di aver visto Gesù vivo.

Anche se i rapporti dei testimoni oculari non fossero sufficienti a sfidare lo scetticismo di Morison, egli rimase sconcertato dal comportamento dei discepoli. Questi undici ex codardi erano improvvisamente disposti a subire umiliazioni, torture e morte. Tutti tranne uno dei discepoli di Gesù furono trucidati come martiri. Se avessero trafugato loro il corpo, avrebbero sacrificato così tanto per una bugia? È accaduto qualcosa a questi uomini e donne che ha cambiato tutto.

Fu questo fatto significativo che persuase Morison che la resurrezione doveva essere realmente avvenuta. Egli riconosce: “Chiunque arrivi a questo problema deve prima o poi affrontare un fatto che non può essere spiegato altrimenti … Questo fatto è che … una profonda convinzione persuase il piccolo gruppo di persone – un cambiamento che attesta il fatto che Gesù era risorto dalla tomba “. [18]

Il professor JND Anderson, autore di “Prove a favore della Resurrezione“, concorda: “Pensate all’assurdità psicologica di immaginare un piccolo gruppo di codardi sconfitti un giorno nascosti in una stanza al piano superiore e alcuni giorni dopo trasformati in una compagine che nessuna persecuzione potè silenziare- e all’assurdità di tentare di attribuire questo cambiamento radicale a niente di più che una mera bugia… Semplicemente non avrebbe senso. “[19]


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1/1/2021 10:26 PM
 
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Perché ha vinto?


Morison era infine sconcertato dal fatto che “un piccolo movimento insignificante fu in grado di prevalere sull’astuta morsa dell’establishment ebraico, così come sulla potenza di Roma”. Spiega:




“Nell’arco di venti anni, le pretese di questi contadini galilei avevano sconvolto la chiesa ebraica … In meno di cinquant’anni avevano cominciato a minacciare la pace dell’Impero Romano. Si può dire di tutto ma… ci troviamo di fronte al più grande dei misteri di tutti: perché questo movimento ha vinto? “[20]


In ogni caso, se non ci fosse stata la resurrezione, il cristianesimo si sarebbe dovuto estinguere sotto la croce, quando i discepoli fuggirono per salvarsi. Ma gli apostoli fondarono un movimento cristiano in continua crescita.

Qualunque cosa si creda sulla validità della resurrezione di Gesù, chiaramente “è accaduto qualcosa” dopo la sua morte che ha avuto un impatto duraturo sul nostro mondo. Quando è stato chiesto allo storico mondiale H. G. Wells chi ha lasciato la più grande eredità nella storia, lo studioso, non cristiano, ha risposto: “Gesù è il primo tra tutti”. [21]

Quale è questa eredità? Diamo un’occhiata solo ad alcuni dei fatti conseguenza dell’impatto di Gesù sulla storia:

  • Il tempo è scandito dalla sua nascita, A.C. – prima di Cristo; D.C. – nell’anno del nostro Signore.
  • Sono stati scritti più libri su Gesù che su qualsiasi altra persona.
  • Furono fondate circa 100 grandi università per diffondere il suo insegnamento, tra cui Harvard, Yale, Princeton, Dartmouth, Columbia e Oxford. [22]
  • L’insegnamento di Gesù che tutte le persone sono create uguali ha gettato le basi per i diritti umani e la democrazia in più di 100 paesi. [23]
  • L’alto valore che Gesù attribuiva a ogni persona indipendentemente dal sesso o dalla razza portò i suoi seguaci a promuovere i diritti delle donne e ad abolire la schiavitù.
  • Opere umanitarie come la Croce Rossa, World Vision, Samaritan’s Purse, Mercy Ships e l’Esercito della Salvezza sono state fondate dai suoi seguaci.

Una conclusione a sorpresa

Capovolgendo il suo scetticismo, Morison ha cambiato il titolo del suo libro in Who Moved the Stone, che documenta le prove che lo hanno persuaso che la resurrezione di Gesù Cristo fosse un vero evento storico.

Un altro studioso che ha scritto sulle prove della risurrezione di Gesù è stato il dottor Simon Greenleaf, fondatore della Harvard Law School. Greenleaf ha scritto le regole relative alle testimonianze ancor oggi utilizzate nel nostro sistema legale. Applicando queste regole agli eventi che circondano la morte di Gesù, Greenleaf ha concluso che qualsiasi giuria onesta avrebbe reso un verdetto che la resurrezione di Gesù è realmente avvenuta. Come per Morison, è stato il cambiamento improvviso nel comportamento dei discepoli a convincerlo. Greenleaf scrive:

Sarebbe stato impossibile per i discepoli persistere nella convinzione che Gesù era risorto se non avessero effettivamente visto il Cristo risorto“.
[24]

La resurrezione di Gesù convinse i suoi discepoli che era il Messia, morto per i nostri peccati. Che Egli era “l’unica via a Dio” e “la resurrezione e la vita”.

Ora sapevano che solo Gesù aveva il potere sulla vita e sulla morte, e diedero la loro vita proclamandolo come il Signore risorto.

Sebbene fosse in origine uno scettico, lo studioso di Oxford C. S. Lewis spiega come la risurrezione di Gesù sia stato un evento unico tra tutti gli eventi della storia umana.

Era successo qualcosa di perfettamente nuovo nella storia dell’Universo. Cristo aveva sconfitto la morte. Quella porta che era sempre stata sigillata era stata per la prima volta aperta “[25]


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1/1/2021 10:31 PM
 
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fonte:

https://y-jesus.org/italian/lp/6-jesus-rise-dead-ttn/
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1/6/2021 6:32 PM
 
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Per un ulteriore ed approfondito studio sulla RESURREZIONE DI GESU' a cura del Prof. Vito Sibilio, scorrere col cursore posto a destra della pagina visualizzata qui di seguito:


[Edited by Credente 5/27/2021 12:14 PM]
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