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IL CASO GALILEO GALILEI

Last Update: 7/24/2019 2:03 PM
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2/17/2019 12:02 AM
 
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Il caso Galileo
convertì lo storico della scienza agnostico F. S. Taylor

caso galileoSolitamente si cita il caso Galileo come l’emblema del conflitto tra scienza e fede ed invece è un fatto storico che, quando è studiato seriamente, porta a giudizi diametralmente opposti. E’ capitato allo storico della scienza inglese Frank Sherwood Taylor.

 

Se ci si reca sulla pagina Wikipedia dedicata a Frank Sherwood Taylor, si può apprezzare il suo importante ruolo come storico e filosofo della scienza nell’Inghilterra tra gli anni ’30 e ’50 del secolo scorso. Docente di Chimica al Queen Mary College di Londra, direttore del Museo di Storia della scienza a Oxford dal 1950 fino alla sua morte nel 1956. Fu anche presidente dell’Accademia inglese di Storia della scienza (il biologo Sydney Brenner, premio Nobel nel 2002, raccontò di aver iniziato la sua carriera leggendo The Young Chemist, scritto proprio da Sherwood Taylor nel 1934).

Non si legge nulla però sulla sua vita personale, a meno di scorgere alla fine dell’elenco dei suoi libri, il titolo Man and Matter – Essays Scientific & Christian (1951). Si scopre così che il suo ultimo lavoro riguardò proprio i rapporti tra scienza e fede, una serie di saggi scientifici nei quali si armonizzano le conoscenze scientifiche alla visione cristiana e cattolica dell’esistenza. Si accenna anche che F.S. Taylor, invitato a tenere una conferenza su Galileo Galilei, indagò talmente a fondo che divenne un esperto dell’argomento e arrivò alla conclusione che «la storia di Galileo era piena di deliberate distorsioni attuate da scrittori anti-cattolici e razionalisti. Questo gli fece capire che la scienza è colpevole di tutti i reati solitamente assegnati alla Chiesa: è malata, malvagia, ingannevole e superstiziosa». Da quel momento in poi, «Sherwood Taylor iniziò a vedere il cristianesimo come la più pura e più intelligibile delle religioni, capace di offrire soluzioni a innumerevoli problemi della vita».

 

Agnostico ed imbevuto di positivismo illuminista.

Nonostante la precaria attendibilità di Wikipedia, sopratutto su questo tipo di argomenti, occorre ammettere che i fatti raccontati sono veri. Potremmo dire che se il caso Galileo viene solitamente addotto per minare la credibilità della Chiesa, nel caso Taylor è accaduto esattamente l’opposto: uno storico della scienza affermato e autorevole ha studiato la vicenda talmente a fondo, superando la superficie leggendaria restituita dai libri scolastici, trovando ragioni tali da introdurlo da chiedere di poter entrare a far parte della Chiesa cattolica.

F.S. Taylor, figlio di un padre agnostico e di madre anglicana, non aveva alcuna preoccupazione esistenziale prima del suo studio sulla condanna a Galileo. «La mia educazione religiosa fu quasi inutile, la vita della mia famiglia non era regolata in riferimento a Dio, ma alle regole sociali prevalenti nel primo periodo edoardiano», scrisse in Man and Matter. Un periodo dominato dal materialismo e dal positivismo, che lo affascinò pur non completando alcuni dubbi che scalfivano talvolta il suo agnosticismo: «Non riuscivo a vedere come dall’aggiungere un atomo ad un altro si potesse ottenere la vita e il pensiero». Anche il tema della bellezza lo colpiva, perché un fiore selvatico che serve solo come deposito di nettare per un’ape, è talmente bello? «Quale posto occupa la bellezza nello schema evolutivo?».

 

Il caso Galilei e la stima per la posizione della Chiesa.

Nel pieno della sua carriera scientifica, racconterà che nel 1937 ebbe «il mio primo contatto con la Chiesa cattolica, attraverso la più improbabile delle provvidenze». La Rationalist Associated Press lo invitò a tenere una conferenza sul razionalismo nella storia della scienza, la sua specialità, applicandolo però alla fatidica abiura di Galileo Galilei. «Non conoscevo bene l’argomento ma decisi di accettare ed iniziai a studiare per poter anche scrivere un libro sulla vita di Galileo. Mentre studiavo i documenti e la sua storia in dettaglio, tuttavia, mi resi conto che la leggenda comunemente accettata su Galileo era piena di deliberate distorsioni introdotte dagli scrittori anti-cattolici e razionalisti».

Nel 1938, come si era promesso, pubblicò realmente un libro intitolato Galileo and the freedom of thought (Galileo e la libertà di pensiero). In esso dimostrò che l’astronomo pisano mai dimostrò la tesi della rotazione terrestre attorno al sole e, anzi, l’argomento delle maree che usò a suo sostegno si dimostrò errato in pochi mesi. E nemmeno riuscì a smentire con convinzione le “prove” con le quali gli scienziati e filosofi del tempo supportavano il modello geocentrico. La Chiesa, così, si dimostrò esigente nel richiedere a Galileo più “scientificità” prima di annullare di colpo la visione della realtà dominante all’epoca che, oltretutto, pareva conciliare con il racconto biblico. Inoltre, fece notare l’eminente storico della scienza britannico, ci si dimentica delle tante sfumature che contribuirono enormemente all’intervento dell’Inquisizione. Ad esempio lo “scontro di personalità”, considerando la “penna sarcastica” di Galileo nel deridere Papa Paolo V e, inoltre, il fatto che gli eventi accaddero nel mezzo di una tempesta europea con il protestantesimo proprio sull’interpretazione delle Scritture. Infine, si dimentica anche che Copernico (come lo stesso Galileo), venne onorato e sostenuto da papi, vescovi e cardinali quando presento la sua teoria eliocentrica nei giardini vaticani.

Sherwood Taylor, sulla scia di altri studiosi, concluse che nonostante il suo giudizio finale, chiaramente errato dal punto di vista scientifico, la Chiesa si era limitata ad essere cauta in un contesto di confronto virulento su chi avesse il potere di determinare ciò che dice la Bibbia. Pur comprendendo che il Sant’Uffizio agì «goffamente», lo storico della scienza ricordò che Galileo non fu mai torturato, ma rimase agli arresti domiciliari per tutta la vita nella sua villa, dove visse con una pensione pagata dal Papa trascorrendo il suo tempo continuando i suoi studi e ricevendo discepoli da ogni parte del mondo. Mai pronunciò la frase “eppur si muove” e morì da un buon cattolico, come sempre lo fu, dopo aver ricevuto i sacramenti in compagnia della figlia, che scelse di diventare monaca.

 

La conversione dello studioso, grazie anche a Sant’Agostino.

Alla luce di tutti questi fatti, Sherwood Taylor fece un ragionamento illuminante: «Se le affermazioni sull’opposizione della Chiesa alla scienza sono così debolmente fondate, lo stesso potrebbe accadere rispetto a tutte quelle storie sul male, sulla frode e la superstizione che le mie letture protestanti e razionaliste mi avevano messo in mente ai danni del cattolicesimo, ancora non credevo ma ero aperto a credere». La conversione vera e propria maturò grazie all’incontro con due cattolici di cui non rivelò mai il nome, ma che li descrisse come «caritatevoli, umili e inflessibili nella fede, che irradiavano santità. Un esempio di cristianesimo in azione per tutti».

Grazie all’amore sbocciato verso Sant’Agostino, inoltre, aprì gli occhi sul suo ingenuo ottimismo scientista e sull’ideologia del dio Progresso. Capì che la scienza non rende il mondo migliore e non fa l’uomo felice: «Quello che il mondo ha bisogno non è più conoscenza, ma persone migliori. La crudeltà scandalosa e l’oppressione economica del XIX secolo si verificarono a causa della malvagità degli uomini più che all’ignoranza sulla natura. Non potrei vedere un’altra fonte di etica altruistica che nel credere in Dio».

Nel 1938 pubblicò il suo studio sul caso Galileo come parte di un processo di riflessione che lo portò ad essere accolto nella Chiesa cattolica il 15 novembre 1941, all’età di 44 anni, quando già era un scienziato di grande prestigio. Divenne un punto di riferimento sull’argomento e si specializzò in seguito sul pensiero degli alchimisti greci e medievali e sulla compatibilità tra scienza e fede, divenne direttore del Science Museum di Londra.

 

Anche il filosofo Paul Feyerabend: “la Chiesa si attenne più alla ragione di Galileo”.

Un caso, quello di Frank Sherwood Taylor, che ricorda molto quello di un altro celebre studioso, il filosofo della scienza Paul Feyerabend. Anche lui rigorosamente laico -e tale rimase, al contrario di Sherwood Taylor-, approfondì l’abiura di Galilei concludendo a sua volta con la celebre frase: «La Chiesa all’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana».

Abbiamo pubblicato l’intera riflessione di Feyerabend, basata anche sulle lettere del così tanto diffamato card. Bellarmino. Molto interessante in particolare il passaggio in cui riconosce:

«la Chiesa non diceva: quel che è in contraddizione con la Bibbia interpretata da noi deve scomparire, per quanto siano forti le ragioni scientifiche in suo favore. Una verità sostenuta da un ragionamento scientifico non era respinta. Era usata per rivedere l’interpretazione di passi della Bibbia apparentemente incoerenti con essa. Molti passi biblici sembrano suggerire che la Terra sia piatta, tuttavia la Chiesa ha accettato senza problemi che la Terra sia sferica. Dall’altro lato la Chiesa non era pronta a cambiare solo perché qualcuno aveva fornito delle vaghe ipotesi. Voleva prove scientifiche. In questo agì in modo non dissimile dalle istituzioni scientifiche moderne, che di solito aspettano a lungo prima di incorporare nuove idee nei loro programmi. Ma allora non c’era ancora una dimostrazione convincente della dottrina copernicana. Per questo fu consigliato a Galileo di insegnare Copernico come ipotesi; gli fu proibito di insegnarlo come verità».

Fonte UCCR


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2/17/2019 12:03 AM
 
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Il filosofo della scienza Fabio Musso 

affonda alcuni miti popolari

Tra gli studiosi e il grande pubblico esiste da sempre una distanza incolmabile ed è a causa di essa che possono facilmente essere appositamente diffuse convinzioni popolari e miti illuministici che, con l’arrivo di Internet e della comunicazione immediata, si diffondo a macchia d’olio. Fortunatamente escono continuamente volumi interessanti a ribadire perentoriamente come stiano in realtà le cose. L’ultimo in ordine di tempo è quello di Paolo Musso, docente di filosofia della scienza presso l’Università dell’Insubria, intitolato: “La scienza e l’idea di ragione” (Mimesis 2011), con prefazione -occorre dirlo- a firma di Evandro Agazzi, uno dei più autorevoli filosofi della scienza a livello internazionale.

1) Scienza nasce nel cristianesimo. Attraverso un’analisi rigorosa dei testi originali, Musso spiega chiaramente -come riporta Francesco Agnoli su Il Foglio- che la scienza non poteva che nascere laddove si erano già affermate «la fede greca e cristiana in un ordinamento razionale del mondo»«la fede cristiana nella Creazione come atto libero di Dio», e, connessa con quest’ultima, «l’idea di contingenza del mondo» materiale, cioè la «rottura col necessitarismo greco e, quindi, col panteismo». Solo su questa weltanschauung, solo all’interno della razionalità aperta e del “materialismo” cristiano, potette insediarsi Galilei.

2) Galilei, la Chiesa e Cartesio. Il filosofo si sofferma a lungo su Galileo, ribadendo un altro dato di fatto (anch’esso poco conosciuto), cioè che la sua scoperta più importante, l’unità della fisica, trovò nella Chiesa, e in particolare nei Gesuiti, non l’avversario ma il principale alleato, contro accademici, astronomi e averroisti contemporanei. La sua invenzione, il metodo scientifico, perfettamente si accorda col realismo cristiano. Al grande scienziato cattolico, Musso contrappone Cartesio, criticando l’idea diffusa che identifica il meccanicismo ed il razionalismo cartesiani col metodo scientifico galileiano. Cartesio infatti puntò su una ragione astratta e «fraintese la novità del metodo galileiano». Secondo Musso, il matematico francese è il propugnatore del “vero dogma della modernità”, cioè l’autosufficienza della ragione umana, chiusa all’esperienza, per cui «la ragione non può mai incontrare la verità dentro l’esperienza».

3) Eliocentrismo e visione biblica. Una terza cosa che ci sembra importante sottolineare è come Musso smonti completamente l’idea che l’eliocentrismo, di Copernico e Galileo, abbia affondato l’idea biblica della centralità dell’uomo nella Creazione: «la fine del geocentrismo non significò affatto, come oggi si cerca insistentemente di far credere, anche la fine dell’antropocentrismo, inteso nel senso di una radicale svalutazione dell’uomo e della sua importanza nel disegno complessivo del cosmo». Questa interpretazione è del tutto forzata, continua Agnoli, anzitutto perché il geocentrismo aristotelico-tolemaico significava solo una centralità geografica, non certo “morale né tanto meno metafisica”, della Terra. Lo stesso sistema tolemaico era utilizzato in epoca cristiana per le sue valenze pratiche, perché “serviva per i calcoli”, non certo perché i cristiani ne ricavassero qualche verità metafisica. Per un cristiano, all’epoca di Galilei, prima e dopo, infatti, «il valore dell’uomo non può dipendere dalla sua collocazione geografica, né da alcun altro fatto materiale, ma solo dal suo rapporto con l’infinito».


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2/17/2019 12:06 AM
 
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La verità sul “caso Galilei”


INTRODUZIONE


Ciò che capitò a Galilei (1564-1642) non fu causato dalla sua negazione della concezione geocentrica (il Sole che gira intorno alla Terra) quanto dal fatto che la sua posizione si faceva sostenitrice di un nuovo modo di concepire la scienza, un modo in cui la scienza stessa sarebbe potuta divenire l'unica ed esclusiva lettura della realtà. Titus Burckhardt (1908-1984) nel suo Scienza moderna e saggezza tradizionale (1968) scrive a pagina 134: “La Chiesa, esigendo da Galileo di presentare le proprie tesi sul moto della terra e del sole non come verità assoluta ma come ipotesi, aveva le sue buone ragioni(…). L'esaltazione letteraria di Galileo ha fatto nascere in svariati dignitari ecclesiastici una sorta di coscienza di colpa che li rende stranamente impotenti dinanzi alle teorie scientifiche moderne, quand'anche queste siano in palese contraddizione con le verità della fede e della ragione. La Chiesa, si suol dire, non avrebbe dovuto immischiarsi nei problemi scientifici. Eppure lo stesso caso di Galileo dimostra che, accampando la pretesa di possedere la verità assoluta, la nuova scienza razionalista del Rinascimento si presentava alla guisa di una seconda religione. ”


Dunque, la scienza come una sorta di “nuova religione”, ovvero il passaggio dalla scienza allo scientismo . Ma su questo ritorneremo tra pochissimo.


Iniziamo a sfatare alcuni luoghi comuni sul “caso Galilei”. Ci sono sette verità importanti da ribadire . Per quanto riguarda la bibliografia abbiamo attinto soprattutto un prezioso e documentato testo di Enrico ZoffoliGalileo , Roma 1990.


PRIMA VERITA'


La Chiesa non aveva paura della teoria eliocentrica


A differenza di quanto si dice , Galilei non ebbe i suoi problemi per la teoria eliocentrica (la Terra ruota intorno al Sole), per il semplice fatto che questa teoria non faceva paura alla Chiesa. Già quattro secoli prima di Galilei, san Tommaso d'Aquino (1225-1274) disse che la concezione tolemaica, proprio perché non suffragata da prove, non poteva considerarsi definitivaCopernico (1473-1543), astronomo polacco e perfino sacerdote cattolico, morto ventuno anni prima di Galilei, aveva sostenuto la concezione eliocentrica ; e molti contemporanei, perfino esponenti della gerarchia ecclesiastica (tra questi anche pontefici come Leone X e Clemente VII) si mostrarono aperti alle sue tesi. Nella celebre Università di Salamanca, proprio negli anni di Galilei, si studiava e si insegnava anche la concezione copernicana. Lo stesso Galilei era a conoscenza del fatto che la Chiesa non aveva nulla da ridire sull'ipotesi di Copernico. Così scrisse a Cristina di Lorena: “ (Il trattato di Copernico) è stato ricevuto dalla santa Chiesa, letto e studiato per tutto il mondo, senza che mai si sia presa ombra di scrupolo nella sua dottrina (...) ”. Piuttosto era nel mondo protestante che l' eliocentrismo faceva paura. Riferendosi a Copernico, Martin Lutero (1483-1546) scrisse: “Cadde un giorno il discorso sopra un astrologo moderno il quale voleva dimostrare che la Terra si muove e non già il cielo o il firmamento col Sole e con la Luna, (…) Ma le cose adesso vanno così: chi vuole apparire savio e dotto non deve approvare quello che fanno gli altri, ma deve fare alcunché di singolare e tale che a suo credere nessun altro sia capace di fare. Il pazzo vuole rovesciare tutta l'arte astronomica. ”


SECONDA VERITA'


Galilei ebbe problemi per motivi legati alla filosofia della scienza


Il motivo per cui Galilei ebbe problemi non fu dunque legato alla teoria eliocentrica ma a ragioni di filosofia della scienza.


Galilei, pretendendo presentare l' eliocentrismo non come ipotesi ma come una tesi comprovata, rappresentava un atteggiamento scientista e non scientifico . Mentre l'atteggiamento autenticamente scientifico si serve delle prove, parte sì da un'intuizione, ma sottopone questa intuizione a verifica; l'atteggiamentocosiddetto scientista è il contrario, cioè fa dell'intuizione scientificaindipendentemente dalla verifical'intuizione per eccellenza da preferirsi a qualsiasi altra intuizione, tanto a quella della tradizione quanto a quella del senso comune. Galilei, avendo solo delle intuizioni e non delle prove, pretendeva che la mentalità scientifica, solo perché “scientifica”, potesse essere “giudice” della Rivelazione. Ma la Fede , se può e deve dialogare con la scienza , non può certo dialogare con lo scientismo , che è un'ideologia e che fa della scienza una “seconda religione” secondo la definizione del citato Burckhardt.


TERZA VERITA'


Galilei doveva limitarsi a presentare le sue teorie come semplici ipotesi


San Roberto Bellarmino (1542-1621), che svolse un ruolo importante nel processo a Galilei, non pretendeva che lo scienziato pisano rinunciasse alla convinzione eliocentrica bensì che ne parlasse per quello che effettivamente era, cioè un'ipotesi. Così scrive in una lettera del 12 aprile del 1615 al padre carmelitano Paolo Antonio Foscarini che appoggiava Galilei : “Dico che il Venerabile Padre e il signor Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ‘ex suppositione' e non ‘assolutamente', come io ho sempre creduto che abbia parlato il Copernico. (...) Dico che quando ci fusse ‘vera dimostrazione' che il Sole stia nel centro del mondo e la Terra nel terzo cielo, e che il Sole non circonda la Terra , ma la Terra circonda il Sole, all'hora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, ed è meglio dire che non le intendiamo, piuttosto che dire che sia falso quello che si dimostra.” Che poi il Bellarmino dica queste cose non improvvisando né formulando “novità”, è dimostrato dal fatto che egli nel 1571 (cinquant'anni prima) scriveva nelle sue Praelectiones Lovanienses “Non spetta ai teologi investigare diligentemente queste cose (...) . Possiamo scegliere la spiegazione che ci sembra più conforme alle SS. Scritture (...) . Se però in futuro sarà provato con evidenza che le stelle si muovono con moto del cielo e non per loro conto, allora dovrà vedersi come debbano intendersi le Scritture affinchè non contrastino con una verità acquisita. E' certo, infatti, che il vero senso della Scrittura non può contrastare con nessun'altra verità sia filosofica come astronomica (...) . ”


QUARTA VERITA'


Galilei non portava vere prove


Galilei non portava prove convincenti per suffragare la sua ipotesi.


Una prova in realtà la portava, ma era sbagliata. Inviò una lettera al cardinale Orsini dove affermava che la rotazione della Terra intorno al Sole sarebbe provata dalle maree, cioè , secondo lui, il movimento della Terra provocherebbe scuotimento e quindi le alte e basse maree. I giudici però contestarono questa “prova” e dissero giustamente che le cause delle maree dovevano ricercarsi in altro.


Ecco perché il già citato Paul Feyerabend, pur essendo ateo ed anarchico, ha affermato che nel processo a Galilei il rigore scientifico fu più dalla parte della Chiesa che non da quella dello Scienziato pisano.


QUINTA VERITA'


Galilei non subì nulla di eclatante, anzi…


Galilei non subì nulla di eclatante a differenza di quanto molti pensano. Alcuni sondaggi dicono che la stragrande maggioranza degli studenti italiani credono che Galilei subì torture e che fu addirittura arso vivo. I nostri docenti di scuola e di università invece che fare tanta cagnara dovrebbero riflettere sulla scientificità dei loro insegnamenti.


Ecco cosa davvero subì Galilei .


Nel febbraio del 1632 lo Scienziato pisano pubblicò a Firenze il famoso “Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo…” e nell'agosto dello stesso anno, a Roma, se ne proibì la diffusione. Il 16 giugno del 1633 il Sant'Uffizio condannò l'autore. Il 22 giugno dello stesso anno Galilei abiurò e fu condannato a recitare una volta alla settimana i sette salmi penitenziali e al carcere, ma questo fu subito commutato in domicilio coatto. Prima nel Giardino di Trinità dei Monti (alloggio con cinque camere, vista sui giardini vaticani e cameriere personale); poi nella splendida Villa dei Medici al Pincio; quindi a Siena presso l'amico e arcivescovo Ascanio Piccolomini, in seguito a Firenze nella sua casa di Costa San Giorgio e, infine, nella Villa di Arcetri, presso il Monastero delle Clarisse di San Matteo dove vivevano le sue due figlie suore. Di tortura neanche a parlarne.


Lo stesso Galilei fu consapevole della mitezza della pena, tanto che ringraziò i giudici e confessò di aver fatto di tutto per indisporli.


La stessa scelta dell'affezionatissima figlia Virginia di farsi suora (suor Celeste) dimostra la mitezza della pena. Lei che era così attaccata al padre, qualora Galilei fosse stato maltrattato dalla Chiesa, avrebbe avuto il desiderio di consacrarsi?


Galilei, malgrado la condanna, poté continuare a pubblicare e a curare l'amicizia di vescovi e scienziati; e proprio dopo la condanna pubblicò l'opera più importante, “Discorsi e dimostrazioni sopra due nuove scienze”.


Morì ad Arcetri l'8 gennaio del 1642, assistito da discepoli come Vincenzo Viviani ed Evangelista Torricelli; morì con i conforti religiosi e finanche con l'indulgenza plenaria e la benedizione del Papa.


SESTA VERITA'


Il processo a Galilei deve essere collocato nel clima del XVII secolo


Il processo a Galilei si può capire solo collocandolo all'interno del XVII secolo; secolo tutt'altro che facile. Verrebbe da dire che se lo Scienziato pisano fosse vissuto in pieno XIII secolo non avrebbe avuto i problemi che ebbe.


Iniziamo col considerare che nel XVII secolo il riferimento ad Aristotele non era un riferimento critico, capace cioè di selezionare e discernere (come invece riuscì a fare il vertice della Scolastica e in particolar modo san Tommaso), bensì pedissequo: Aristotele doveva essere accettato integralmente, anche per quanto riguardava la sua visione cosmica.


Inoltre, c'era stato da poco (meno di un secolo) lo scoppio della Riforma, imperversavano le guerre di religione…e il mondo protestante accusava quello cattolico di non amare la Bibbia, di leggerla poco, di non rispettarla. Tutto questo portò, per reazione, anche alcuni ambienti cattolici ad un atteggiamento di protezione letteralistica della Bibbia stessa. Per finire, durante la Guerra dei Trent'anni si erano diffusi i manifesti dei Rosa-Croce, che (come ha ampiamente dimostrato la storica inglese Frances Yeats) furono scritti per riproporre una visione ermetica e magica del reale collegata alla prisca philosophia , da contrapporre alla visione cattolica fatta propria dalla parte asburgica. Ora, la visione ermetica e magica si fonda sul monismo e sulla identificazione del creato con il creatore (panteismo) per cui il concepire la Terra non più al centro poteva, secondo alcuni, avvalorare una concezione infinita e divina dell'universo stesso.


SETTIMA VERITA'


L' uso strumentale del “caso Galilei”


E per finire…la famosa frase che campeggia su buona parte dei libri scolastici, e cioè che Galilei avrebbe detto “ eppur si muove” , in realtà non fu mai pronunciata. Fu inventata da un giornalista italiano, Giuseppe Baretti, a Londra nel 1757.


Una frase ad effetto, che doveva servire per creare il mito di una chiesa arroccata nel suo oscurantismo e quindi incapace ad aprirsi al progresso delle conoscenze scientifiche . Insomma, un uso strumentale del “caso Galilei”.


Paul Feyerband e il Caso Galilei


L'allora cardinale Joseph Ratzinger (siamo nel 1990) lo citò in un suo discorso. Si tratta dell'austriaco Paul Feyerband (1924-1994), filosofo della scienza, allievo di Karl Popper e docente nella celebre università di Berkeley. Il suo pensiero nega qualsiasi regola metodologica, affermando un vero e proprio anarchismo metodologico . Non vi è –egli dice- alcun metodo generale a governare la costruzione e lo sviluppo della scienza, perché essa si avvarrebbe di volta in volta delle regole che ritiene più opportune.


Feyerband è autore di scritti famosi, fra cui Contro il metodo (1975) e La scienza in una società libera (1978).


Dunque, un filosofo tutt'altro che sensibile a tentazioni metafisiche o di assolutismo culturale; un filosofo molto letto negli ambienti cosiddetti “alternativi” e per nulla condivisibile da una prospettiva di filosofia naturale e cristiana. Eppure Feyerband dice delle cose molte interessanti sul Caso Galilei: dice che la Chiesa aveva ragione. Ne parla dedicando un capitolo della sua opera Contro il metodo .


Abbiamo scelto alcuni passaggi del suo scritto, servendoci della traduzione italiana di Maria Sepa, pubblicata sul Corriere della sera del 25.1.2008. Una precisazione: la scelta di questi passaggi non significa che è da condividere tutto, piuttosto è una scelta per evidenziare ciò che sorprendentemente afferma un filosofo anarchico sul “caso Galilei”. Leggiamoli. Le parole di Feyerband sono tra virgolette e in corsivo.


· La Chiesa si attenne alla ragione“La Chiesa all'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione.


· Il tentativo di “nascondere” le scoperte scientifiche è di sempre“Oggi la ben più modesta aspirazione dei creazionisti a veder insegnate le loro opinioni nelle scuole, affiancandole e mettendole in competizione con idee diverse, si scontra con le leggi che stabiliscono la separazione tra Chiesa e Stato. Una quantità crescente di conoscenze e tecnologie è tenuta segreta per ragioni militari ed è pertanto esclusa dagli scambi internazionali. Gli interessi commerciali generano le stesse tendenze restrittive. Così la scoperta della superconduttività nella ceramica a temperatura (relativamente) alte, frutto di una collaborazione internazionale, ha indotto il governo americano ad adottare misure protettive. Accordi finanziari possono rendere possibili o interrompere programmi di ricerca, e influire su un intero ambito professionale. Vi sono molti modi di mettere a tacere le persone, oltre a impedir loro di parlare, e oggi li vediamo usati tutti. Il processo della produzione e della distribuzione del sapere non è mai stato lo scambio libero, ‘ oggettivo' e puramente intellettuale che i razionalisti dipingono.”


· Il processo a Galileo è stato montato da una conventicola di intellettuali“Il processo a Galileo fu uno dei tanti. Non ebbe alcuna caratteristica speciale, se non forse il fatto che Galileo fu trattato con una certa moderazione, nonostante le sue bugie e i suoi sotterfugi. Ma una piccola conventicola di intellettuali, con l'aiuto di scrittori sempre alla ricerca dello scandalo, sono riusciti a montarlo enormemente, così quel che in fondo era solo un contrasto tra un esperto e un'istituzione che difendeva una visione più ampia delle cose ora sembra quasi una battaglia tra paradiso e inferno. E' una posizione infantile e anche ingiusta nei confronti delle molte altre vittime della giustizia del XVII secolo.


· Il processo a Galilei non si è voluto capirlo“ Non è l'interesse per l'umanità, sono piuttosto interessi di parte ad avere un ruolo importante nell'agiografia di Galileo. (…) (Questo processo) consistette di due procedimenti, o processi, separati. Il primo si tenne nel 1616. Fu esaminata e criticata la dottrina copernicana. Galileo ricevette un'ingiunzione, ma non fu punito. Il secondo processo si tenne nel 1632-33. Questa volta il punto principale non era più la dottrina copernicana. Fu invece esaminata la questione se Galileo avesse obbedito all'ordine che gli era stato impartito nel primo processo e se avesse ingannato gli inquisitori facendo loro credere che l'ordine non fosse mai stato promulgato. (…) . Il primo processo fu preceduto da voci e denunce in cui ebbero una parte avidità e invidia, come in molti altri processi. Si ordinò ad alcuni esperti di dare un parere su due enunciazioni che contenevano una descrizione più o meno corretta della dottrina copernicana. La loro conclusione toccava due punti: quel che oggi chiameremmo il contenuto scientifico della dottrina, e le sue implicazioni etiche (sociali). Riguardo al primo punto, gli esperti definirono la dottrina ‘insensata e assurda in filosofia' o, usando termini moderni, la dichiararono non scientifica. Questo giudizio fu dato senza far riferimento alla fede o alla dottrina della Chiesa, ma fu basato esclusivamente sulla situazione scientifica del tempo. Fu condiviso da molti scienziati illustri; ed era corretto fondandosi sui fatti, le teorie e gli standard del tempo. Messa a confronto con quei fatti, teorie e standard, l'idea del movimento della Terra era assurda. Uno scienziato moderno non ha alternative in proposito. Non può attenersi ai suoi standard rigorosi e nello stesso tempo lodare Galileo per aver difeso Copernico. Deve o accettare la prima parte del giudizio degli esperti della Chiesa o ammettere che gli standard, i fatti e le leggi non decidano mai di un caso e che una dottrina non fondata, opaca e incoerente possa essere presentata come una verità fondamentale. Solo pochi ammiratori di Galileo si rendono conto di questa situazione.


· Gli aristotelici di allora non sono diversi dagli studiosi contemporanei: “Gli aristotelici, non diversi in questo dai moderni studiosi che insistono sulla necessità di esaminare vasti campioni statistici o di effettuare ‘precisi passi sperimentali', chiedevano una chiara conferma empirica, mentre i galileiani si accontentavano di teorie di vasta portata, non dimostrate e parzialmente confutate. Non li critico per questo (…). Voglio solo mostrare la contraddizione di coloro che approvano Galileo e condannano la Chiesa, ma poi verso il lavoro dei loro contemporanei sono rigorosi come lo era la Chiesa ai tempi di Galileo.”


· Qualsiasi critica al rigore della Chiesa è valida anche verso i moderni detentori del sapere scintifico : “La Chiesa Romana sosteneva inoltre di possedere un diritto esclusivo sullo studio, l'interpretazione e la messa in atto delle Sacre Scritture. I laici, secondo la Chiesa, non avevano né le conoscenze né l'autorità per occuparsi delle Scritture ed era loro proibito farlo. (…). L'atteggiamento dell' American Medical Association verso i professionisti che non ne fanno parte è rigido come quello della Chiesa verso gli esegeti laici, e ha la benedizione della Legge. (…) Qualsiasi critica al rigore della Chiesa Romana è valida anche nei confronti dei suoi moderni successori che hanno a che fare con la scienza. ”


· Galilei sbagliava perché pretendeva spacciare l'ipotesi come verità provata “ (…) la Chiesa era assai più moderata. Non diceva: quel che è in contraddizione con la Bibbia interpretata da noi deve scomparire, per quanto siano forti le ragioni scientifiche in suo favore. Una verità sostenuta da un ragionamento scientifico non era respinta. Era usata per rivedere l'interpretazione di passi della Bibbia apparentemente incoerenti con essa . Molti passi della Bibbia sembrano suggerire che la Terra sia piatta. Tuttavia la Chiesa ha accettato senza problemi che la Terra sia sferica . Dall'altro lato la Chiesa non era pronta a cambiare solo perché qualcuno aveva fornito delle vaghe ipotesi. Voleva prove scientifiche. In questo agì in modo non dissimile dalle istituzioni scientifiche moderne, che di solito aspettano a lungo prima di incorporare nuove idee nei loro programmi. Ma allora non c'era ancora una dimostrazione convincente della dottrina copernicana. Per questo fu consigliato a Galileo di insegnare Copernico come ipotesi; gli fu proibito di insegnarlo come verità. “(…) mentre la Chiesa era preparata ad ammettere che certe teorie potessero essere vere e anche che Copernico potesse avere ragione, se sostenuto da prove adeguate, ci sono ora molti scienziati che considerano tutte le teorie strumenti predittivi e rifiutano le discussioni sulla verità degli assunti. La loro motivazione è che gli strumenti che usano sono così palesemente progettati a fini di calcolo e che i metodi teoretici dipendono in modo così evidente da considerazioni sull'eleganza e sulla facile applicabilità, che una tale generalizzazione sembra ragionevole. Inoltre, le proprietà formali delle ‘approssimazioni' differiscono spesso da quelle dei principi di base, molte teorie sono primi passi verso un nuovo punto di vista che in un qualche tempo futuro potrebbe renderle approssimazioni, e un'inferenza diretta dalla teoria alla realtà è, pertanto, piuttosto ingenua. Tutto questo era noto agli scienziati del XVI e del XVII secolo. (…) Il punto di vista copernicano era interpretato dai più come un modello interessante, nuovo e piuttosto efficiente. La Chiesa chiedeva che Galileo accettasse questa interpretazione. Considerate le difficoltà che quel modello aveva a essere considerato una descrizione della realtà, dobbiamo ammettere che la ‘logica era dalla parte di…Bellarmino e non dalla parte di Galileo', come scriveva lo storico della scienza e fisico Pierre Duhem.


· La Chiesa voleva proteggere la scienza dallo scientismo “Riassumendo: il giudizio degli esperti della Chiesa era scientificamente corretto e aveva la giusta intenzione sociale, vale a dire proteggere la gente dalle macchinazioni degli specialisti . Voleva proteggere la gente dall'essere corrotta da un'ideologia ristretta che potesse funzionare in ambiti ristretti, ma che fosse incapace di contribuire a una vita armoniosa. Una revisione di quel giudizio potrebbe procurare alla Chiesa qualche amico tra gli scienziati, ma indebolirebbe gravemente la sua funzione di custode di importanti valori umani e superumani.”


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2/17/2019 12:14 AM
 
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GALILEO NON SUBI' NESSUNA TORTURA:
EPPURE NE SONO CONVINTI IL 97% DEGLI STUDENTI DI SCIENZE!!! 

Vi presentiamo il video con il servizio televisivo del Tg2 che svela le menzogne insegnate nei libri scolastici 
di Fabio Sansonna 
Rimango sempre un po' perplesso quando vengono date eccessive responsabilità alla Chiesa Cattolica sul caso Galileo. È chiaro che quello che era in gioco era l'unità del sapere e non l' astronomia, e la Chiesa da secoli garantiva quest'unità culturale. 
Per S. Tommaso ogni oggetto esige un suo metodo (Summa Theologica II,II q.1), ma i diversi campi del sapere hanno un significato unico: non a caso la cultura cristiana medievale si esprime nell' università (un verso unico). 
Con gli strumenti culturali e scientifici dell'epoca difficilmente la Chiesa Cattolica avrebbe potuto dare un giudizio diverso da quello che diede, ed è storicamente assurdo pretendere che potesse assumere quelle posizioni che assumeremmo noi oggi, ricchi del bagaglio culturale e scientifico di altri 400 anni. Il caso Galileo è una vicenda che nasce e si conclude all' interno della Chiesa, ma anticlericali e massoni hanno tutto l'interesse a mantenere la frattura tra fede e scienza usando Galileo contro la sua stessa fede, così eroicamente dimostrata quando per amore alla Chiesa scelse di pronunciare la sua abiura. 
La Chiesa non poteva avere paura della scienza per il semplice motivo che quello che Galileo sosteneva all'epoca non era ancora scienza: la teoria tolemaica e aristotelica facevano scuola da due millenni, e la Chiesa riconosceva come scienza quello che tutti riconoscevano come tale. 
Tuttavia già papa Paolo III° amava farsi mostrare da Copernico in visita a Roma i pianeti medicei, e restò aperto all'ipotesi dell'eliocentrismo tanto che lo scienziato polacco gli dedicò un suo libro. 
Ecco quello che scrive San Roberto Bellarmino, il cardinale che per primo ebbe a che fare con Galileo, in una lettera del 12 aprile 1615: "Dire che la terra si muova ed il sole stia fermo è benissimo detto, e non v'ha pericolo alcuno. Quando ci fosse vera dimostrazione che il sole stia al centro del mondo, allora bisognerà andare con molta considerazione in esplicare le Scritture,… e dire piuttosto che lo intendiamo che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tale dimostrazione finchè non mi sia mostrata". 
San Bellarmino dimostra quindi una notevole apertura alla possibilità presentata da Galileo, fino al punto di essere disposto a ridiscutere la lettura della Bibbia. In fondo però cosa chiede San Bellarmino a Galileo? le prove, quelle prove che Galileo non porterà mai. Infatti la conferma del moto della terra si avrà solo con Newton, ma prove precise si avranno solo con Bradley (1725), con la scoperta della parallasse stellare nel 1827 e infine con Foucald nel 1851. 

Galileo pretendeva che tutto il mondo scientifico e la Chiesa si inchinassero davanti ad una sua intuizione che solo nei secoli successivi verrà dimostrata
La sua era una pretesa che dal punto di vista scientifico sarebbe ritenuta anche oggi inaccettabile. Egli aveva contro tutto il mondo scientifico, da Cartesio a Keplero che contestava le prove(le maree) portate dallo scienziato pisano a favore dell'eliocentrismo, e perfino nel secolo successivo scienziati come Laplace e Poincaré ritenevano ancora che l'eliocentrismo fosse una pura ipotesi. 
La Chiesa riconobbe con notevole anticipo rispetto alle conferme scientifiche la validità dell'ipotesi galileiana, già a metà del '700, e poi nel 1822 con Pio VII°, quando ancora mancavano alcuni elementi per le prove definitive: era impossibile pretendere che la Chiesa del XVII° secolo, contro tutto il mondo scientifico, riconoscesse per vero quello che Galileo affermava: per questo gli chiese di parlare per ipotesi ("ex suppositione"). 
Il card. Ratzinger nel 1992 citava il filosofo agnostico Feyerabend : "La Chiesa dell'epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galilei fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione". 
Infatti quello che successe in seguito non appartiene più al discorso scientifico: i discepoli di Galileo andavano tra la gente dicendo che la Bibbia sbagliava e andava corretta, affermando una verità parziale che poco serviva alla educazione del popolo. Galileo amava qualificarsi anche come filosofo, e forse avrebbe fatto meglio a limitarsi ad attaccare come puro scienziato il sistema scientifico tolemaico, anziché la Bibbia. Galileo, cattolico e padre di due monache, era stato difeso dal Sant'Uffizio anni prima sulla questione delle comete, ora Papa Urbano VIII° cercava paternamente di fargli capire che le sue ipotesi stavano sconfinando in un terreno diverso dalla scienza, e voleva anche evitare ulteriori fonti di rottura col mondo protestante, rigidamente anti-eliocentrico. Anche Giovanni Paolo II° nel suo discorso "riabilitativo" di Galileo del 1992 afferma: "Come la maggior parte dei suoi avversari Galileo non fa distinzione tra quello che è l'approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura di ordine filosofico che esso generalmente richiama. È per questo che egli rifiutò il suggerimento che gli era stato dato di presentare come un'ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che esso non fosse confermato da prove irrefutabili". 

Galileo pubblicherà ugualmente il Dialogo, in cui farà apparire Urbano VIII° come uno sciocco: è solo a questo punto che scatta il caso Galileo nella parzialità con cui ci è stato tramandato, a questo punto un caso politico interno alla Chiesa, e non più un caso scientifico : Galileo contravvenne a tutti i consigli del Papa, per questo venne condannato, come ben spiega Luigi Negri in Controstoria. 
Nel frattempo il card. Bellarmino era morto, ed il processo venne condotto a termine da alcuni gesuiti, tra il dispiacere del Papa e la disapprovazione di molti nella Chiesa : è sbagliato dire che la Chiesa tutta di allora in quanto tale lo avrebbe condannato. Galileo abiurò per amore alla Chiesa e occorrerebbe lasciarsi interrogare da questo suo grande gesto. In seguito visse in una villa messa a disposizione da un ecclesiastico e sua figlia Suor Celeste fece per suo padre la "terribile" penitenza comminatagli dal S. Uffizio : recitare i salmi penitenziali. 
La sua abiura non compromise il progresso scientifico successivo : scienziati come Ampère, A. Volta, l'abate G. Mendel e J. Von Neumann (padre dei computer) erano tutti cattolici. L'esito negativo del caso Galileo fu la contrapposizione tra mondo scientifico e religioso e la sistematica attribuzione di merito a Galileo di tutto quello che la scienza produceva, pur di avversare la concezione religiosa della vita. In realtà l'incomprensione fa parte da sempre della storia di ogni genio. 
Un secolo prima il chirurgo francese A. Paré, il primo a usare fili di sutura per le ferite e a praticare la legatura delle arterie, fu deriso dai colleghi che lo chiamavano "il sartino", ma per fare queste scoperte non ebbe bisogno di conoscere il metodo galileiano, né di contrapporre scienza e fede, infatti creò il celebre motto "Je le pansai, Dieu le guérit". 
Il mondo scientifico in seguito nella sua conquistata autonomia non dimostrò tuttavia meno rigidità dei gesuiti con Galileo: nel 1628 l'inglese Harvey scoprì la circolazione del sangue e venne condannato come pazzo, eppure in Inghilterra all'epoca la Chiesa Cattolica era del tutto inesistente da decenni: da dove arrivava allora questa ostilità verso la scienza? 
Il medico francese Laennec, il primo a intuire l'origine batterica specifica della tubercolosi ed inventore dello stetoscopio e Mesmer, creatore della psicoterapia, vennero emarginati dal loro mondo scientifico, ma anche lì la Chiesa non c'entrava. 
Ma l'esempio più clamoroso di emarginazione è quello dell'ungherese Ignazio Semmelweis che a Vienna ridusse la mortalità da sepsi puerperale dal 12% allo 0,5% in soli due anni, contro la mortalità del 33% del suo direttore Klein che con altri baroni universitari fece in modo che Semmelweis fosse licenziato, esposto alla pubblica derisione, perdendo la cattedra universitaria, finendo i suoi giorni in manicomio dove subì anche sevizie fisiche. 
Rispetto a Galileo le differenze sono molte: innanzitutto in gioco c'era la vita concreta di donne che partorivano e non una semplice teoria astronomica senza incidenza diretta 
sulla vita concreta della gente, quindi l'errore aveva conseguenze dirette sulle persone. Inoltre, Semmelweis aveva portato prove più che evidenti delle sue ipotesi, e aveva dalla sua parte almeno cinque grandi medici della Scuola Viennese (tra cui Herba, Rokitansky) che difendevano anche pubblicamente la sua teoria, mentre Galileo aveva contro tutto il mondo scientifico della sua epoca e quindi l'errore scientifico dei gesuiti è stato meno grave. L'errore degli avversari di Semmelweis invece continuò a permettere che donne concrete morissero nella loro "clinica della morte", mentre l'errore dei gesuiti non ha fatto mai morire nessuno, a conferma della principale preoccupazione della Chiesa che ancora oggi al di là delle possibili incoerenze non perde mai di vista l'essenziale e cioè il bene delle persone. 
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2/17/2019 12:15 AM
 
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7/24/2019 2:03 PM
 
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I versetti “imbarazzanti” della Bibbia:
la risposta

Una delle numerose accuse al cristianesimo cattolico è senz’altro quella di prendere alla lettera alcune parti accettabili della Bibbia, chiedendo di contestualizzare in relazione all’epoca in cui furono scritte e alla mentalità allora diffusa, le parti oggi inaccettabili. Un esempio è il versetto 21, 9 del Levitico (“Se la figlia di un sacerdote si disonora prostituendosi, disonora suo padre; sarà arsa con il fuoco.”) o i versetti 39 e 40 del capitolo 10 del libro di Giosuè (“La prese con il suo re e tutti i suoi villaggi; li passarono a fil di spada e votarono allo sterminio ogni essere vivente che era in essa; non lasciò alcun superstite. Trattò Debir e il suo re come aveva trattato Ebron e come aveva trattato Libna e il suo re. Così Giosuè battè tutto il paese: le montagne, il Negheb, il bassopiano, le pendici e tutti i loro re. Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira, come aveva comandato il Signore, Dio di Israele.”).

L’accusa è ovviamente quella di ignorare, o fingendo di ignorare, che in tali versetti – a quel che i cristiani stessi sostengono – parla pur sempre il Dio in cui dicono di credere. Si tratta di un’accusa che giustamente Marco Beccaria, nel suo blog su Panorama, ha definito la cherry picking fallacy (letteralmente, la “fallacia del raccogliere ciliegie”, altresì detta “fallacia di evidenza incompleta”), sostenendo e tentando di dimostrare, però, che «questo argomento sia a sua volta fallace, almeno nei confronti del cattolicesimo».

Infatti il cattolicesimo, spiega Beccaria, «non è una “religione del Libro”», lo dice il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 108: «La fede cristiana tuttavia non è una “religione del Libro”. Il cristianesimo è la religione della “Parola” di Dio, di una parola cioè che non è “una parola scritta e muta, ma del Verbo incarnato e vivente”. Perché le parole dei Libri Sacri non restino lettera morta, è necessario che Cristo, Parola eterna del Dio vivente, per mezzo dello Spirito Santo ci “apra la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,45)». Il cristianesimo è un avvenimento, un’esperienza di vita nella comunità ecclesiale, e la Bibbia è -ha proseguito Beccaria- «il racconto, composito e articolato in una gran varietà di forme, di come questa esperienza si è svolta e sviluppata in una storia lunga più di tre millenni». Un cattolico non si approccia ad essa come un manuale da seguire pedissequamente, un libretto di istruzioni, un elenco di istanze etiche alle quali obbedire. Come invece sono tenuti a fare ebrei, sopratutto, e islamici.

Sempre proseguendo con le indicazioni della Chiesa, leggiamo che «nella Sacra Scrittura, Dio parla all’uomo alla maniera umana. Per una retta interpretazione della Scrittura, bisogna dunque ricercare con attenzione che cosa gli agiografi hanno veramente voluto affermare e che cosa è piaciuto a Dio manifestare con le loro parole […]. Si deve tener conto delle condizioni del loro tempo e della loro cultura, dei “generi letterari” allora in uso, dei modi di intendere, di esprimersi, di raccontare, consueti nella loro epoca. “La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici o profetici, o poetici, o con altri generi di espressione». La Parola di Dio, dunque, va interpretata alla luce della Tradizione e della vita della Chiesa.

In molti ritengono che la Chiesa abbia iniziato ad “interpretare” la Sacra Scrittura soltanto in seguito allo scontro con la modernità (dopo Darwin, Copernico o Galileo), ma in realtà «chi conosca anche superficialmente un po’ di storia culturale della civiltà occidentale sa che le cose non stanno così e che l’idea che la Sacra Scrittura vada interpretata su più livelli, con strumenti culturalmente raffinati e anche al di là della mera ricezione letterale è antica come il cristianesimo stesso», ha commentato Beccaria. Origene di Alessandria, ad esempio, all’inizio del III secolo dopo Cristo spiega come la Sacra Scrittura possa e debba essere interpretata allegoricamente, in relazione al fatto che i suoi autori umani non sono meri strumenti inconsci, bensì contribuiscono alla nascita del testo biblico con le loro conoscenze e con il loro stile. Nei primi Concili ecumenici (Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calcedonia), ancora, i dogmi fondamentali del cristianesimo – trinitario e cristologico – sono affermati mediando la rivelazione biblica in termini e concetti presi di peso dal contesto culturale greco (ousiaphysishypostasis). Anche Agostino, ha proseguito con gli esempi Beccaria, dopo la conversione ha superato  le sua difficoltà nei confronti del testo biblico ascoltando le prediche di Ambrogio, vescovo di Milano, il quale faceva largo uso dell’interpretazione allegorica e filosofica dell’Antico Testamento.

Fin dalle sue origini il pensiero cristiano «ha letto e interpretato la Bibbia come un racconto e una riflessione teologica stratificata, complessa, articolata, e perciò bisognosa del dispiegamento di tutti i mezzi culturali disponibili per decodificarne appieno il senso». La Chiesa ha sempre insistito nella necessità di abbinare sempre, come fonti della fede cristiana, Sacra Scrittura e Tradizione, cioè il testo sacro e la storia delle sue interpretazioni alla luce della fede e del Magistero della Chiesa.

Ovviamente alcune volte non è andata così, come mostra il noto “caso Galileo”, il cui errore –come ha affermato Giovanni Paolo II- «nel sostenere la centralità della terra fu quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del mondo fisico fosse, in certo qual modo, imposta dal senso letterale della S. Scrittura». Occorre dire che la posizione del cardinale Bellarmino, allora capo del Sant’Uffizio, era, in realtà, molto aperta. Innanzitutto fu disponibile ad accettare il copernicanesimo qualora fosse inteso non come una descrizione veridica della struttura fisica del cosmo ma come modello interpretativo della realtà, come di fatto sono le scoperte scientifiche. Inoltre, in una lettera nel 1615 a Paolo Antonio Foscarini, sostenitore del copernicanesimo, scrisse:  «quando ci fusse vera demonstratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, alhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicar le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra.  Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata […].». Moltissimi studiosi “laici”, infatti, contestavano il copernicanesimo e tanti sacerdoti invece lo sostenevano (Copernico stesso), nessuna lotta dunque tra geocentrismo ed eliocentrismo come una lotta tra scienza e religione.

Le richieste della Chiesa, nelle veci di Bellarmino, «di non rinunciare troppo frettolosamente a un modello perfettamente conciliabile con la lettera del testo biblico traduce certamente una profonda preoccupazione pastorale, ma correttamente collocato in prospettiva storica non è affatto irragionevole», il capo del Sant’Uffizio invocava «invoca prove e maggiore chiarezza in un momento in cui la comunità scientifica era spaccata», lasciando comunque intendere che di fronte a una dimostrazione chiara occorrerà considerare meglio le Scritture «che paiono contrarie, e più tosto dire che l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra». Le cose precipitarono a causa di un conflitto personale tra Urbano VIII e Galileo, una rottura nel loro patto di fiducia, oltretutto il Papa era in quel periodo fortemente messo in discussione dalla Riforma protestante. In questo caso l’errore fu proprio quello di pendere maggiormente per la prudenza per evitare di contraddire un passo biblico sulla base di affermazioni ancora poco dimostrate, ma tuttavia «se Galileo fosse vissuto e avesse fatto le sue scoperte un paio di secoli prima forse avrebbe avuto un’altra accoglienza», ha commentato giustamente Beccaria.


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