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COMMENTO DELLA LETTERA AGLI EFESINI

Ultimo Aggiornamento: 03/11/2018 10.51
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03/11/2018 10.48
 
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CONCLUSIONE E SALUTI




[21]Desidero che anche voi sappiate come sto e ciò che faccio; di tutto vi informerà Tìchico, fratello carissimo e fedele ministro nel Signore.

La comunione per Paolo non è solo nella preghiera, è anche nella conoscenza. Sapere come sta l’altro, cosa fa, come opera, quale difficoltà ha incontrato e incontra, come vive il suo ministero, quali le cose più importanti e quali meno importanti, o significative, tutto questo è cosa buona portarlo a conoscenza dei fratelli.

Nella Chiesa delle origini era stile raccontare ciò che il Signore operava attraverso il loro ministero e il loro apostolato.

Era questo sempre un motivo di lode, di preghiera intensa di ringraziamento e di benedizione, a volte si trasformava in preghiera di impetrazione. Occorreva che Dio intervenisse, per aiutare i cuori ad una conversione più forte e più duratura, fatta di costanza e di perseveranza sino alla fine.

Si scrivono, se necessario, le cose più importanti, le altre devono essere raccontate a voce.

Paolo affida questo compito a Titicho, che è anche il latore della lettera.

Sarà lui a informare gli Efesini di tutto il lavoro apostolico di Paolo e informare Paolo dei progressi spirituali fatti dagli Efesini nel mistero di Cristo Gesù.

Come definisce, Paolo, Titicho? Lo chiama fratello carissimo e fedele ministro nel Signore. Dice queste cose perché sono l’evidenza della storia. Nessuno può dire una cosa di un altro, se questo non emerge con chiara evidenza, con una evidenza tale, che le nostre affermazioni devono restare sempre inappuntabili, chiare, precise, puntuali, senza alcuna esagerazione, senza sminuire o ingrandire la realtà in sé.

Titico è fratello carissimo e fedele ministro nel Signore. È fratello carissimo e fedele ministro, ma nel Signore.

È fratello nel Signore, ma anche è ministro nel Signore. Come fratello gli è carissimo, come ministro è fedele.

Paolo vede ogni cosa nella sua fonte originaria, primaria, che è il Signore. È fratello e ministro perché è nel Signore. È carissimo e fedele perché agisce secondo la volontà del Signore.

Titico ha un rapporto di verità con Cristo Gesù. La verità con Cristo diviene anche verità con Paolo. Quando un uomo non ha un rapporto di verità con Cristo, non può avere un rapporto di verità con i fratelli.

Non può averlo, perché Cristo Gesù è la verità assoluta, piena, eterna, divina, umana, terrena, celeste.

Ogni relazione tra gli uomini che prescinde da Lui è una relazione non perfetta, non piena, non del tutto vera; se cerca il bene. È invece malvagia, cattiva, falsa, se cerca il male.

Titico è uomo vero con Paolo, perché è uomo vero con Cristo. Poiché è fedele ministro nel Signore è anche amico carissimo di Paolo.

D’altronde non sarebbe in alcun modo possibile che uno fosse amico vero di Paolo, che è amico vero e vero amico di Cristo Gesù, se non fosse amico vero e vero amico dello stesso Cristo Gesù.

È Cristo Gesù che esige che vi sia verità nell’amicizia e chi è amico di Cristo, deve essere vero suo amico, perché solo così potrà essere vero amico di ogni altro fratello. Questa è la legge eterna che regola l’amicizia con Cristo e di quanti sono amici di Cristo tra di loro.

Nella Chiesa non vi può essere vera amicizia tra gli uomini, se la loro amicizia con Cristo è falsa, errata, non vera, non giusta, non santa. Se è un’amicizia solo apparente, perché in verità si è suoi nemici perché non si compie e non si realizza la sua parola di salvezza.

È vero amico del cristiano chi è vero amico di Cristo Gesù; chi non è vero amico di Cristo non può essere vero amico del cristiano, anche perché il cristiano e Cristo sono un solo corpo, una sola vita, una sola realtà.

[22]Ve lo mando proprio allo scopo di farvi conoscere mie notizie e per confortare i vostri cuori.

Viene manifestata in questo versetto una delle esigenze più profonde insite nel cuore dell’uomo.

L’amore è comunione. Ora non può esserci vera comunione senza conoscenza dell’altro. La conoscenza è a fondamento della comunione e la comunione è il principio dell’amore. L’amore genera la comunione, la comunione a sua volta genera altro amore, amore e comunione necessitano di conoscenza sempre più profonda, sempre più vera, sempre più autentica, una conoscenza senza lacune, senza spazi vuoti.

Amore, comunione e conoscenza sono perfetti quando diventano una cosa sola e sono l’uno il frutto delle altre e le altre l’albero dell’uno e viceversa.

Come si fa a entrare in comunione se non si conosce neanche l’esistenza dell’altro, si ignorano le sue reali condizioni, non si sa qual è il ministero che il Signore gli ha affidato, i frutti prodotti, le difficoltà incontrate, i pericoli sostenuti?

Come si fa ad amare una persona se c’è totale disinteresse per rapporto a ciò che fa, perché lo fa?

Come ci può essere comunione, se non si condivide la fede dell’altro, la conoscenza dell’altro, l’esperienza dell’altro?

Paolo rende partecipi gli Efesini del suo ministero, del suo apostolato svolto a favore dei gentili, svela loro difficoltà, pericoli, ma anche il grande lavorio della grazia che opera conversioni e attira a Cristo quanti si lasciano conquistare dalla sua parola.

Questa conoscenza ha un duplice frutto: prima di tutto essa deve portare un poco di conforto ai cuori degli Efesini. Chi ama vuol sapere che il suo amato sta bene. Non è in pericolo. Lavora con impegno. Produce frutti di Vangelo in questo mondo.

Il secondo frutto è l’esempio che Paolo dona attraverso l’invio di notizie. Le notizie di Paolo sono tutte notizie di apostolato, di conversioni, di difficoltà, ma anche di aiuto e di sostegno da parte del Signore.

Inviando sue notizie è come se lui volesse invitare gli Efesini a fare altrettanto, a non risparmiarsi a causa del Vangelo e della buona novella, di mettere ogni impegno a che Cristo sia fatto conoscere. Se poi questo lavoro apostolico, missionario, dovesse generare sofferenze, dolori, persecuzioni, la stessa morte, che vengano tutte queste cose, ormai la vita dell’apostolo del Vangelo è tutta nella mani di Dio e saprà Lui come spenderla per la diffusione del Vangelo sulla terra.

Paolo ama quanti amano Cristo. Dare notizie di lui è come darle di Cristo Gesù, è come darle degli stessi Efesini, i quali anche loro sono in Cristo Gesù. È questa la bellezza della comunione e dell’amore tra i cristiani.

Amandosi e conoscendosi, amano e conoscono Cristo. Amando e conoscendo Cristo, si amano e si conoscono tra di loro.

La conoscenza, l’amore, la comunione nascono da una condivisione di fede, di speranza, di carità. È questo l’unico fondamento vero sul quale innalzare ogni relazione all’interno e all’esterno del Corpo del Signore Gesù.

[23]Pace ai fratelli, e carità e fede da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo.

Paolo augura, in chiusura a questa lettera, tre doni preziosi agli Efesini: la pace, la carità e la fede. Non solo le augura. Le dona con un regalo d’amore da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo.

Sappiamo cosa è la pace, cosa è la verità, cosa è la fede. Ne abbiamo già parlato a profusione e in abbondanza.

Il problema che ci interpella è questo: può l’apostolo del Signore conferire questi doni in un modo così diretto, da parte di Dio, quando abitualmente vengono date come desiderio e augurio?

Lo può sempre per via sacramentale. Nei sacramenti agisce nel nome e con l’autorità della Beata Trinità. Nei sacramenti l’apostolo si riveste di una parola efficace, creatrice, onnipotente.

Ciò che dice si compie e ciò che esprime si realizza.

Fuori del sacramento può un uomo agire in nome e con l’autorità di Cristo Gesù, o semplicemente della Beata Trinità?

La risposta è sì, quando c’è una perfetta comunione di vita tra il discepolo e il Signore; quando questa comunione è santità perfetta, carità perfetta, giustizia perfetta, amore perfetto.

Nella carità, nell’amore, nella giustizia perfetti c’è la realizzazione di una sola vita, una sola volontà, un solo corpo, un solo desiderio tra Cristo e il suo discepolo.

Paolo, questa sola vita, l’ha realizzata in modo sublime. Lui stesso dice che non è più lui a vivere, è invece Cristo che vive in lui.

Poiché tra Cristo e Paolo c’è questa sola vita, c’è anche una sola azione, una sola operazione, un solo dono. Ciò che dona Paolo, dona Cristo e ciò che dona Cristo, dona Paolo.

Fuori di questa unione mirabile, sublime, nella santità, tutto si può dare, ma come preghiera, come augurio, come desiderio, come implorazione a Dio.

Paolo qui invece dona, non augura, questi doni da parte di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo.

Breve osservazione: Dio è il Padre, Gesù Cristo è il Signore. Padre è solo Dio, Signore è il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Gesù è il Signore nella sua umanità, oltre che nella sua divinità.

Questa precisazione meritava di essere ancora una volta puntualizzata, a motivo della grande confusione che oggi viene operata a proposito di Cristo e del Padre suo che è nei cieli.

[24]La grazia sia con tutti quelli che amano il Signore nostro Gesù Cristo, con amore incorruttibile.

In questo versetto Paolo ritorna alla forma abituale: la preghiera. Dare ogni cosa nella forma della preghiera è cosa giusta e santa, perché è il proprio dell’uomo presentarsi ai fratelli, pregando per loro.

Sul concetto e sul significato della grazia, anche di questo si è parlato in precedenza. Non c’è bisogno che in questo contesto si specifichi e si sviluppi ulteriormente il concetto, o la nozione di grazia.

Assai necessario invece si rivelano i destinatari di questo augurio o di questa preghiera: tutti coloro che amano il Signore nostro Gesù Cristo con amore incorruttibile.

La grazia ha un destinatario. Questo destinatario deve accoglierla. L’accoglie se ama il Signore Gesù. La condizione che Paolo mette a questo dono è assai grande: per ricevere la grazia bisogna amare il Signore nostro gesù Cristo con amore incorruttibile.

È un amore che non viene mani meno, non si trasforma, non si rovina, non si perde, cresce ogni giorno di più, si affina, diventa spirituale, trova sempre una ragione d’amare l’altro, il fratello.

Cristo Gesù non sa che farsene di un amore che viene meno, che si perde per strada, che si smarrisce, non si fa opera di carità, non si alimenta e non cresce nella preghiera comunitaria e personale.

L’amore verso Cristo deve essere un amore che va oltre gli stessi confini dell’esistenza.

Non si corrompe solo quell’amore che è basato, costruito sulla Parola di Gesù. Ogni altro amore è già corrotto. È corrotto perché non è quello di Gesù, è anche corrotto perché tutto si fa, ma non per amore di Cristo Gesù, non per essere a lui di aiuto nella missione che è di salvezza per ogni uomo che vive sulla terra, nessuno escluso.

Da qui l’urgenza di fare un uso santo di ogni parola che è uscita dalla bocca dell’Altissimo. Bisogna che venga ripresa, compresa, insegnata attraverso vere e proprie scuole di conoscenza della volontà del Signore.

Ma cosa significa in verità amare Cristo Gesù con amore incorruttibile?

Significa porre la nostra vita nella sua Parola eterna. Ogni attimo che è vissuto fuori o senza la parola è un attimo morto, da non addebitare nel computo dei nostri giorni.

Ogni attimo che viene messo in movimento senza che il responsabile sacerdote venga debitamente avvisato, anche questo non è un attimo santo, vero, giusto.

È un attimo non di salvezza, ma di perdizione.

È l’osservanza della Parola del Vangelo che rende incorruttibile il nostro amore, perché è la Parola di Dio che ci introduce nell’amore eterno che Dio ha per l’uomo.

Dio manifesta tutto il suo amore attraverso una Parola creatrice che compie sempre prodigi per noi; noi manifestiamo il nostro amore per il Signore anche per mezzo della stessa Parola, ogni qualvolta che la osserviamo, ma anche l’annunziamo, la proclamiamo, la testimoniamo.

Se la Parola è il punto d’incontro tra noi e Dio; se essa la sorgente del nostro amore incorruttibile verso il Signore ed è incorruttibile perché è prima amore del Signore verso l’uomo, si dimostra necessario, anzi indispensabile partire proprio dalla Parola di Dio in seno alle nostre comunità parrocchiali e non parrocchiali.

Dove non c’è catechesi, annunzio del Vangelo, ricordo della Parola di Gesù è segno evidente che in questa comunità l’amore per il Signore non è incorruttibile e che resta molto da fare per impiantare in ogni parrocchia una catechesi diuturna, in modo che tutti possano confrontarsi con le radici del loro amore e ristabilire con la Parola di Dio il fervore, l’amore, la frequentazione: cose tutte che si addicono ai buoni cristiani, di ieri, di oggi, di sempre.



PER OPERA DI GESÙ CRISTO



Genitori e figli sono di Dio. Dio è l’unico Signore. È il Signore unico di ogni uomo, di ogni altra cosa che esiste nell’ordine del visibile ed invisibile. È l’unico Signore perché ogni cosa viene dalla sua Parola onnipotente, creatrice. Egli è il Dio onnipotente, Creatore del cielo e della terra. Al di fuori di Lui non c’è altro Dio. Egli è il solo, è l’unico: “Non avrai altri dei di fronte a me”. Essendo ogni cosa dalla volontà di Dio, anche la paternità e la maternità sono da Lui, sono per sua volontà, rientrano nel suo disegno eterno sulla creazione e sull’uomo. Padre, madre, figli sono di Dio. Se sono di Dio, se Lui è il loro unico Signore, a Lui ognuno deve prestare obbedienza, ascolto; ognuno vive una giusta relazione con l’altro solo se si pone all’interno della divina volontà.

La volontà di Dio: principio unico d’azione. Il genitore ha il posto di Dio in seno alla famiglia. Se ha il posto di Dio, egli è lì per vivere la volontà di Dio, per eseguire gli ordini di Dio, per osservare i comandamenti di Dio. La sola volontà di Dio deve governare sia genitori che figli. Ma c’è una volontà di Dio universale, che è la vocazione alla santificazione, attraverso l’osservanza dei comandamenti e c’è anche una volontà di Dio particolare, ministeriale, che è la via attraverso la quale ogni uomo deve andare a Dio, deve servire Dio, deve amare Dio, deve amare i fratelli. I genitori devono essere di esempio nell’una e nell’altra volontà di Dio; perfettamente devono osservare sia la volontà universale, sia quella particolare. In questo devono essere specchio, devono vivere una esemplarità perfetta. Vivendo loro nella santità, devono aiutare i figli a crescere nella santità, ad abbondare in frutti di santità. Per questo devono sostenerli, incoraggiarli, spingerli a cercare solo la volontà di Dio; la volontà di Dio devono anche manifestare, quella universale, perché tutto compiano osservando i comandamenti, vivendo le beatitudini. Questo potranno farlo se mai dimenticano che il loro ruolo è il più grande e il primo servizio alla santità; se mai dimenticano che questo ruolo e questo servizio può essere portato a compimento solo nella santificazione. Nessuno potrà mai aiutare un altro a vivere nella santità, se lui per primo non si decide a fare della santificazione l’unico scopo della propria vita. La santificazione del mondo è un frutto della propria santità; come anche la conversione di un cuore è frutto della propria conversione e fede al Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.

Dire il motivo ultimo. L’educazione ha bisogno, necessita delle quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Ogni altra virtù è necessaria per chi vuole educare l’altro a camminare seguendo la propria vocazione. Ci sono però due vie che i genitori mai devono trascurare se vogliono incidere santamente nella vita dei loro figli. La prima via è senz’altro la preghiera costante per i figli. I figli sono di Dio, a Dio ogni giorno bisogna affidarli, a lui consegnarli, perché su di loro faccia posare il suo Santo Spirito, perché siano resi forti, giusti, equilibrati, temperanti, prudenti, sapienti oltre misura. Chi prega per la santificazione dei propri figli, santificando se stesso, avrà ascolto dal Signore e di sicuro le sue preghiere produrranno frutti assai copiosi di santità in seno alla propria famiglia. La seconda via è quella di manifestare sempre non la loro volontà, ma la volontà di Dio. Dire ai figli che il motivo ultimo del loro comando, della loro esortazione, di ogni loro richiesta non è in loro, ma è in Dio. Loro non hanno alcuna volontà sui figli; la volontà che loro manifestano è quella di Dio. Il genitore deve sempre considerarsi strumento di Dio per manifestare la volontà di Dio, per aiutare i propri figli a vivere la volontà di Dio. Deve svolgere questo compito con le parole e con le opere. La parola poi deve essere ricca di motivazioni, di spiegazioni, di ogni altra delucidazione che aiuti il figlio a comprendere che quanto il genitore gli sta chiedendo è solo volontà di Dio, non sua volontà. Per cui se c’è disobbedienza, questa non è fatta ai genitori, è fatta a Dio.

Obbedienza e onore. Obbedienza e motivazioni. Il figlio è obbligato all’obbedienza. Ma l’obbedienza è a Dio. È obbligato all’obbedienza se quanto il genitore gli comunica è volontà di Dio. Se non è volontà di Dio, il figlio non ha alcun obbligo di obbedire; se obbedisse commetterebbe peccato, perché non c’è obbedienza se non alla verità, alla carità, al ministero che Dio comanda che noi facciamo, esercitiamo come espressione della sua Signoria sopra di noi. Nessuno potrà mai sottrarsi all’obbedienza a Dio. Per obbedire a Dio, il figlio deve essere anche disposto a perdere l’amore del genitore; non perché lui lo ha voluto, ma perché il genitore lo ha voluto. Ciò però non obbliga mai il figlio a togliere l’onore ai genitori. L’obbedienza è a Dio; l’obbedienza a Dio comanda che i genitori siamo sempre onorati. Onore e obbedienza però non sono la stessa cosa. Non sono la stessa cosa perché l’obbedienza è solo a Dio; è anche ai genitori in quanto portatori della volontà di Dio, perché la insegnano, perché educano ad osservare la legge santa di Dio, i suoi comandamenti, le sante beatitudini. Quando un figlio non obbedisce al genitore è obbligato a manifestare al genitore il motivo della non obbedienza. Le motivazioni non sono molte. Una sola deve essere la motivazione: c’è una volontà di Dio che voi non conoscete che io devo osservare. La motivazione è quella di portare i genitori nella volontà di Dio perché la scrutino e trovino in essa la via particolare che il Signore ci manifesta perché noi la eseguiamo. Così i genitori devono dare ai figli la volontà di Dio. I figli per volontà di Dio devono sempre rispettare, onorare, soccorrere, aiutare, sostenere i genitori, avere a cuore la loro gloria e il proprio onore. Sempre i figli, per volontà di Dio, devono dire ai propri genitori che il motivo della loro non obbedienza risiede solo nell’obbedienza a Dio. Il genitore avrà così modo di pensare, di riflettere, di pregare, perché Dio anche a loro manifesti la sua volontà sui loro figli. Se l’obbedienza e l’onore sono per volontà di Dio; dove non c’è Dio, non c’è né obbedienza, né onore. C’è dispotismo, anarchia, schiavitù, ogni genere di soprusi, di ambiguità, di peccato.

La gioia e la felicità dono di Dio: sappiamo dov’è la fonte: onore. Il Signore tiene a che coloro che hanno il suo posto sulla terra siano onorati. Si è già visto che onore e obbedienza non sono la stessa cosa. Mentre l’obbedienza può venir meno, l’onore mai deve venir meno. L’onore è obbligo perenne del figlio per i genitori e l’onore è rispetto, ossequio, aiuto concreto, sostentamento, comprensione, frequentazione, non abbandono, compagnia, ogni altro sevizio di carità che serve perché il genitore viva con dignità i giorni che il Signore gli ha concesso su questa terra. Perché quest’onore mai venga meno, mai venga sottratto, il Signore lo ha sancito con una promessa: tutti coloro che onoreranno i genitori saranno oggetto di una sua particolare benedizione. Saranno felici sulla terra, vivranno a lungo. La lunga vita ricolma di gioia è per coloro che onorano il padre e la madre. Ogni figlio sa ora dov’è la fonte della sua gioia, dov’è la sorgente della sua vita: è nell’onore e nel rispetto che deve ai suoi genitori. Se farà questo, Dio lo benedirà sulla terra e nel cielo; se non farà questo, la sua vita è solo nelle sue mani e si sa che quando una vita è solo nelle mani dell’uomo, questa non avrà un risultato di gioia e di felicità. Una vita senza la benedizione di Dio che vita potrà mai essere? Anche questo è giusto che si insegni ai figli, non perché i genitori vengano onorati, ma perché i figli sappiano cosa il Signore ha loro promesso congiuntamente all’onore e al rispetto verso i loro genitori.

Le strutture sociali non sono la volontà di Dio. Bisogna però che vengano inserite nella volontà di Dio. La struttura familiare della società è l’unica struttura voluta da Dio, sancita da un comandamento. Tutte le altre strutture non sono direttamente la volontà di Dio. Volontà di Dio è la comunione che deve sempre regolare le azioni degli uomini e le loro relazioni, assieme alla comunione è volontà di Dio che tutto si viva nella grande carità e nell’amore universale di tutti verso tutti. Sappiamo cosa è l’amore in Dio. È il dono di se stesso perché l’altro viva. La vita sulla terra e nel cielo è dall’amore, è nell’amore. Però la vita sulla terra e nel cielo è vita se è nella verità, se viene dalla verità di Dio e nella verità di Dio si conserva sempre. Bisogna che ogni struttura sociale sia inserita nella verità. La verità è questa: ogni struttura è per l’uomo, non l’uomo per la struttura. Quando la struttura nega, distrugge la dignità dell’uomo, questa struttura è una struttura di male, è figlia del peccato dell’uomo, è generata da un uomo che ha il cuore di pietra, cuore non ancora scalfito dalla forza della verità e della carità che abitano solo in Cristo Gesù. Portata ogni struttura nella verità, bisogna che venga costantemente alimentata dalla carità. La carità non è togliere all’altro, ma dare. Ci si serve di una struttura per dare la vita al fratello, per consentirgli di vivere con dignità, nella pienezza della sua umanità. Poiché tutto è nella verità e nella carità, nella sapienza e nell’amore, è giusto che colui che ha creato la struttura sociale e colui che ne fa parte, che la fa funzionare, siano l’uno e l’altro a servizio della verità e della carità. Per cui anche colui che fa funzionare la struttura sociale deve sapere che il suo è un servizio alla verità e alla carità. Il padrone deve essere servo di verità e di carità per i suoi schiavi; lo schiavo deve essere un signore di verità e di carità per il suo padrone. Quando si entra in questa visione di verità e di carità, la vita fiorisce sulla terra. Dal peccato, quindi dalla falsità e dall’egoismo degli uni e degli altri non nasce la vita, bensì la morte. E c’è sempre la morte sia fisica che spirituale dove non si porta ogni struttura sociale nella legge della verità e della carità.

Strutture storiche e volontà di Dio. Giustizia e modalità. Non ogni struttura storica è volontà di Dio. È volontà di Dio però che ogni struttura storica aiuti ogni uomo, sia a servizio dell’uomo secondo verità, giustizia, carità. Se una di queste virtù viene a mancare, la struttura non è nella volontà di Dio e quindi non produce bene per l’uomo, ma solo male. Il peccato infatti non può generare bene, né prosperità, né altra cosa che aiuti l’uomo a crescere in umanità. Il peccato è la realtà più antiumana che esista, poiché il peccato genera sempre morte, sia nel cuore del singolo che all’interno della società degli uomini. Ogni peccato apre una breccia in seno all’umanità attraverso la quale infiniti altri peccati vengono ad aggiungersi, conducendo gli uomini di male in male e di ingiustizia in altra ingiustizia ogni giorno più grande e più avvolgente la grande massa degli uomini. Sulle ingiustizie bisogna sempre vigilare, perché vengano estirpate dal cuore dell’uomo e della società. San Paolo detta una regola fondamentale: ognuno da parte sua è obbligato a rompere con le ingiustizie sociali. Devono farlo i servi, devono farlo anche i padroni. Ai servi però non deve interessare ciò che fanno i padroni. A loro deve interessare di interrompere il circuito di male per quanto riguarda loro. Così dicasi anche per rapporto ai padroni. Anche loro sono chiamati a interrompere ogni circuito di ingiustizia, facendo sì che ogni relazione sia vissuta secondo verità e giustizia. C’è poi una modalità che sempre deve governare i rapporti di giustizia tra i cristiani, sia servi che padroni: ognuno deve vedere l’altro in Cristo, ogni servizio e ogni comando deve essere fatto da Cristo a Cristo. Questa è l’unica modalità santa che consente non solo di vivere la giustizia secondo Dio, ma anche di progredire e di crescere verso una giustizia sempre più grande.

Santificazione come obbedienza agli uomini. C’è un principio nella visione di fede di Paolo che merita di essere preso in considerazione. La santificazione è nell’obbedienza a Dio, ma questa si costruisce giorno per giorno attraverso il servizio all’uomo. Si ama Dio servendo l’uomo, si serve Dio amando l’uomo. La santificazione è un amore e un servizio secondo verità, nella più grande carità di Cristo, che è la carità crocifissa. Nessuno pensi di farsi santo da solo, o lontano dagli uomini. Ci si fa santi in mezzo al mondo, tra gli uomini, da servire secondo il comando di Dio, portando loro la verità e la carità, aiutandoli a che entrino nella verità, vivano della carità di Cristo, che per tutti deve essere carità crocifissa. Quando questo avviene, si può dire che l’uomo entra nel vero cammino della santificazione. Si inizia il cammino, ma poi bisogna farlo progredire fino alla perfezione e la regola della perfezione è una sola: servire gli uomini nella verità e nella carità che sono in Cristo Gesù. Senza il servizio all’uomo non può esserci alcuna santità, perché Cristo è il Servo di Dio per la salvezza del mondo. Il cristiano è anche lui in Cristo servo di Dio per la redenzione dei cuori.

Libertà dalla mente e dalle opere. Nella semplicità. Ancora un altro principio merita di essere evidenziato, se si vuole entrare nel cuore di Paolo e leggervi in esso lo spirito che lo animava, la verità che lo spingeva, la carità che lo sorreggeva in ogni occasione. Chi vuole servire il Signore secondo verità, con la stessa carità di Cristo Gesù deve conquistare la virtù della più grande e assoluta libertà: libertà dalla propria mente, libertà dalle proprie opere. Il servizio, in altre parole, non deve essere l’uomo a pensarlo, non deve farlo consistere in determinate opere da ripetere con cronologica precisione. La salvezza è nell’obbedienza, la santificazione è nell’obbedienza, la redenzione è nell’obbedienza, la verità è nell’obbedienza, come nell’obbedienza è anche la carità. L’obbedienza deve essere vissuta nella più grande semplicità. Il Signore comanda e l’uomo ascolta, il Signore vuole e l’uomo eseguisce, il Signore decide e l’uomo compie, il Signore pensa e l’uomo smette di pensare. Quando si raggiunge questa perfezione si inizia a divenire servi del Signore; non lo si è perfettamente fino a quando non si è nella perfezione dell’ascolto e dell’esecuzione della volontà di Dio, senza neanche far passare per la nostra mente, o il nostro cuore, la volontà di Dio manifestata. Questa totale libertà deve possedere il vero servo del Signore e finché non si possiede questa libertà piena, totale, avvolgente tutta intera la nostra vita, non si è veri servi. Manca ancora la libertà dal proprio cuore e dalla propria mente; manca la libertà dalla propria gloria e dalle opere che noi crediamo necessarie per realizzare la salvezza sulla terra.

Con retta intenzione, come servizio a Cristo. San Paolo vuole – lo si è già visto – che ogni cosa che il cristiano intraprenda la faccia secondo verità, nella più grande carità. Per questo gli è necessaria la retta intenzione ed è retta intenzione fare ogni cosa come se fosse fatta a Cristo, perché voluta e comandata da Cristo, perché serve a Cristo per la redenzione del mondo. Senza retta intenzione ogni opera è viziata, quindi è destinata al fallimento. Fallisce ogni opera dell’uomo che non ha a suo fondamento la santità di Cristo, la verità di Cristo, la carità di Cristo, la sua croce come perfetta obbedienza al Padre.

La buona voglia. Non basta che vi sia retta intenzione perché si sia graditi al Signore. Si è graditi al Signore quando la sua volontà viene assunta da noi e fatta come propria, con tutto l’ardore, la buona volontà, la scienza e la conoscenza, la perizia e l’arte messi in opera al massimo delle nostre possibilità. Se questo non avviene, anche se si compie l’opera di Dio, questa è fatta alla meno peggio. Dio non gradisce nessuna opera che non comporti il dono di tutto noi stessi, l’immersione della nostra vita in essa con tutto quello che noi siamo e abbiamo. Tutto l’uomo deve lasciarsi coinvolgere nell’opera del Signore, allo stesso modo che fece Cristo Gesù, il quale per amore del Padre andò sulla croce, lasciandosi crocifiggere, ma offrendo ogni suo dolore e ogni goccia di sangue versato per la nostra redenzione eterna. La buona volontà è solo una parte di noi che dobbiamo mettere nell’opera di Dio; poi c’è il cuore, la mente, le forze, ogni altra capacità, ogni intelligenza e sapienza vi devono essere profusi per essere graditi al Signore. Un solo vizio nella forma rende l’opera non gradita a Dio.

L’arbitrio non è legge evangelica. Il cristiano, poiché chiamato ad agire sempre con rettitudine di coscienza, è obbligato a cercare solo la volontà di Dio nella sua vita, in ogni azione, in ogni pensiero, in ogni sentimento, in ogni moto del suo cuore. Se questo non lo fa, egli è fuori della volontà di Dio. Agisce non per comando, ma per arbitrarietà, non per obbedienza, ma per libera decisione, non compie un sacrificio gradito a Dio, fa un’opera che solo lui gradisce e solo a lui piace. Quando non si compie la volontà di Dio, ricercata con retta intenzione, vissuta di buona volontà e con tutto il cuore, non si opera né redenzione, né salvezza, né santificazione. La nostra è un’opera che muore in noi, si esaurisce in noi, in noi finisce. Non va oltre e non produce salvezza né in noi, né negli altri. Quest’opera che finisce in noi non serve per la nostra eternità. Muore ancor prima di essere concepita, realizzata, attualizzata. L’arbitrio non è, mai potrà divenire legge evangelica, legge che governa le relazioni con Dio e con gli uomini. “Non ciò che voglio io” – arbitrio – “ma ciò che il Signore vuole” – retta intenzione – di buona volontà: è questa l’unica via del sacrificio gradito al Signore. Anche di questo bisogna tener conto, specie oggi, tempo in cui tutta la pastorale è un arbitrio, una decisione dell’uomo. Dio, in Cristo, ha mandato la Chiesa a predicare il Vangelo; arbitrariamente molti uomini di Chiesa si sono dati ad altro, sostituendo il Vangelo con i loro sentimenti e pensando così di rendere gloria a Dio e peggio di portare salvezza in questo mondo. Sarebbe sufficiente osservare questa semplice regola di pastorale, perché la luce della verità e della carità ritornasse a risplendere nella Chiesa e in ogni comunità cristiana. Purtroppo l’arbitrio regna sempre sovrano, dal momento che l’uomo si è sostituito a Dio e si è proclamato signore e padrone nella sua santa Chiesa.

Alla lotta ci si presenta armati. Paolo è un lottatore. Egli è l’uomo della verità contro la falsità, della carità contro ogni egoismo; è l’uomo della speranza soprannaturale di fronte ad un mondo immerso nell’immanenza e sotterrato in essa. Lui sa che c’è il regno della luce, ma anche il regno delle tenebre; se capo del regno della luce è Cristo Signore, chi dirige il regno delle tenebre è satana, il diavolo. La lotta è dura, lunga, assai lunga; è lunga quanto tutta una vita. Satana fino all’ultimo istante è pronto per far cadere l’anima nella sua falsità e condurla nella morte eterna. Il modo per entrare nella lotta è uno solo: imitare ogni buon soldato. Nessun soldato della terra si presenta al combattimento disarmato, non bene equipaggiato, spoglio. Così nessun soldato di Cristo si deve presentare alla lotta spirituale spoglio, non armato delle armi spirituali. Solo con queste è possibile sconfiggere il nemico, altrimenti si soccombe, si cade, si muore. Oggi molti cristiani sono passati nell’altro campo, divenendo alleati di satana per la rovina dei credenti e quelli che sono rimasti nel campo di Dio sono così spogli dell’armatura spirituale che è sufficiente la più piccola delle tentazioni per abbatterli e farli cadere nella morte. Possiamo affermare che la stoltezza avvolge tanti cristiani; ma possiamo affermare anche che nessuno vede questa stoltezza e che nessuno indica ai cristiani come vestirsi, come proteggersi, quale armatura indossare affinché possano risultare vittoriosi nella lotta.


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Il nemico è invisibile. Il nostro nemico è invisibile, perché satana, che è il nostro nemico è invisibile. Per Paolo l’uomo non ha a che fare con un altro uomo. Se un uomo si trovasse di fronte ad un altro uomo, con le sue energie umane potrebbe anche vincerlo, superarlo, rimanendo nella sua verità e nella sua carità. Invece il nostro nemico è invisibile, il vero nemico dell’uomo è satana, il diavolo. Caratteristica del diavolo è una sola: l’invidia che lo corrode contro l’uomo, che non gli dona pace, né tregua finché non vede l’uomo, ancora possibile di salvezza, nell’inferno da vivo come lui. Le passioni dell’uomo possono alla fine anche cessare; l’invidia di satana mai cessa, mai viene meno, mai finisce, mai si dona per vinta. Lui vuole la morte eterna degli amici di Cristo Gesù e con furore diabolico li tenta perché abbandonino la via della verità ed entrino in quella della falsità, dell’egoismo, della sopraffazione, di ogni vizio, di ogni peccato, della negazione di Dio, fino a farsi loro stessi dei, farsi cioè legge a se stessi, legge di peccato e di morte, non certamente legge di vita e di verità. Poiché il nostro nemico è invisibile solo il nostro amico anch’esso invisibile potrà batterlo, vincerlo, superarlo: Gesù Cristo nostro Signore. Di Cristo si deve rivestire il cristiano se vuole sconfiggere satana. Se non riveste Cristo è già uno sconfitto, è sconfitto perché non ha rivestito Cristo Signore. Quando un uomo si è lasciato vincere da satana, costui diviene lo strumento visibile di satana per la rovina di quanti credono in Cristo Gesù. Diviene uno strumento veramente cattivo, cattivo come satana. Dinanzi alla cattiveria satanica di un uomo, solo la grazia di Cristo ci può, ma anche solo la tenda di luce di Cristo ci può salvare. Chi non ha Cristo è perduto; chi non ha Cristo è già vinto, sconfitto. È sconfitto perché anche lui ormai fa parte del regno di questo mondo. Satana è riuscito a portarlo nel suo regno attraverso i suoi strumenti umani. Anche su questo campo c’è molto da dire. Oggi c’è una pastorale che non considera più il peccato, non sa neanche dell’esistenza di questo nemico invisibile, ignora che deve lottare un male la cui origine non è nel cuore dell’uomo, ma nel cuore di satana. Questa pastorale pensa che le buone intenzioni degli uomini siano sufficienti a cambiare il peccato in grazia, la falsità in verità, l’egoismo in carità, le tenebre in luce, l’invidia in sentimento di bontà e di misericordia. Questa pastorale ignora che il campo avversario è governato da satana e satana uno solo lo può vincere, perché uno solo lo ha vinto: Cristo Signore. Lo vince Cristo Signore e quanti formano con Lui un solo corpo nella santità e nella verità, nella giustizia e nella saggezza dello Spirito Santo. Questa pastorale che esclude Cristo e fonda la sua riuscita sulle buone intenzioni degli uomini è una pastorale cieca, non cristiana, neanche pagana. È una pastorale di chi non conosce satana e neanche le sue insidie.


Qual è il giorno malvagio? I giorni sono malvagi, perché la storia è sotto il governo di satana e gli uomini sono sotto il suo impero di male. Dove c’è il governo di satana, i giorni sono malvagi. I giorni sono chiamati anche loro a redenzione e salvezza. Si salvano e si redimono nel cuore di chi cerca il Signore, di chi lo ama, di chi supera la tentazione e inizia un vero cammino di perfezione nella verità e nella carità che sono in Cristo Gesù. Il giorno malvagio è il giorno del malvagio; il giorno santo è il giorno del santo. Il cristiano, che è chiamato alla santità, deve operare a portare santità nei giorni dell’uomo e ve la porta strappando uomini al regno del malvagio per consegnarli al regno dell’unico e solo Giusto: Gesù Cristo Signore nostro. Il giorno malvagio pertanto non è un giorno cronologico, ma è un giorno spirituale: è il modo di essere dell’uomo che è malvagio, perché senza Dio.


Ben fermi. Chi vuole iniziare il buon combattimento della fede, della verità, della giustizia, del Vangelo, chi vuole camminare dietro Cristo, deve avere una sola certezza nel cuore: solo Cristo è la via, la verità, la vita; solo Lui ha parole di vita eterna; solo Lui è la vita eterna per ogni uomo; solo in Lui l’uomo trova se stesso; solo conformandosi a Lui raggiunge la sua piena maturità. La fermezza del cristiano deve essere nella fede. Se non è fermo nella verità, nella fede, nella giustizia che discendono da Dio, tutto alla fine diventerà per lui vacillante. Oggi il cristiano non combatte più perché ha vacillato nella fede, non crede più nella verità e nell’unicità della Parola di Cristo Gesù. Anzi neanche più crede nella necessità di appartenere a Cristo. Tutto è divenuto vacillante nel cristiano senza più fermezza nella fede. Se non si porterà la fermezza della fede nel cuore, niente si potrà più fare per riportare il cristiano nella sana moralità, nella carità, nella speranza. Tutto inizia dalla fede al Vangelo, come unica Parola di salvezza; tutto comincia dalla fermezza del cuore, della mente, dell’intelligenza, dei pensieri che si radicano nel Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, senza distaccarsi da esso neanche di una particella infinitesimale. Se questo non avviene, inutile sperare in qualcosa di buono nel cristiano. Questi è già consegnato al male e ci si consegna sempre al male, nel momento in cui ci si consegna alla falsità; si è sempre dell’altro regno, quando non si è fermi, radicati, stabilizzati nella verità della Parola di Cristo Gesù.


Verità e giustizia. La fermezza del cristiano sono per lui la verità e la giustizia di Dio. Verità e giustizia discendono dal cielo, gli sono date per rivelazione. Verità e giustizia non sono lasciate alla libera ricerca dell’uomo, neanche alla sua intelligenza, o buona volontà. Niente deve introdurre l’uomo nella verità e nella giustizia, niente deve togliere. Se toglie e se aggiunge si pone fuori della verità e della giustizia che vengono da Dio. Fuori della verità e della giustizia, che sono la manifestazione della volontà di Dio, volontà perfetta, puntuale, attuale, non c’è costruzione del regno di Dio. Questo deve essere affermato con chiarezza, con precisione di linguaggi, con libertà della mente e del cuore da tutto ciò che l’uomo pensa siano giustizia e verità, mentre altro non sono che arrangiamenti di giustizia e di verità, quindi parvenza di esse. Nella parvenza, nell’arrangiamento non c’è regno di Dio; c’è solo la falsità e la stoltezza di un uomo che pensa potersi sostituire a Dio e in suo nome stabilire la legge e la regola che governa il suo regno di verità e di giustizia sulla nostra terra.


Lo zelo per il Vangelo. Chi vuole essere vero discepolo del regno, deve essere anche vero soldato di Cristo, impegnato assiduamente, quotidianamente nella diffusione della sua Parola, nella proclamazione del suo Vangelo. Se manca l’impegno attivo per la diffusione del Vangelo, se il cuore è privo di questo fuoco di carità verso Cristo che lo spinge ad annunziare Cristo ad ogni uomo, l’appartenenza del cristiano a Cristo è ben misera cosa, è inesistente, nulla. La verità del cristiano è nella sua forza di dare Cristo ai fratelli, al mondo intero. Questo è lo zelo per propagare il Vangelo sulla terra. Da questa forza non solo il mondo riceve nuova luce, il cristiano stesso diventa invincibile. Il Vangelo che egli dona, Cristo che porta nei cuori, a poco a poco diventano forma della sua stessa vita, essenza del suo essere. Donando il Vangelo, portando Cristo, il cristiano si trasforma in Vangelo, in uomo della Parola di Cristo, si trasforma in Cristo, si conforma interamente a Lui, assume la stessa forma ed essenza della Parola, diviene ciò che la Parola insegna e annunzia. Nessuno potrà più rapirgli il tesoro nascosto del Vangelo, dal momento che ormai lui e il tesoro formano un’unica essenza, una sola vita, un solo cuore, una sola volontà, un solo corpo, un solo tutto.


Lo scudo della fede. Nella lotta contro il nemico invisibile si deve attaccare, ma anche difendere dagli attacchi. Sappiamo che l’attacco del nostro nemico invisibile è uno solo: distruggere a poco a poco la fede nel nostro cuore, in modo che in noi non regni più alcuna certezza, alcuna verità, alcuna volontà di Dio. Il nostro nemico invisibile vuole, e per questo viene all’attacco, distruggere la verità nel nostro cuore, nella nostra mente, nella nostra volontà. Come si resiste a questo attacco? Per Paolo non c’è alcuna possibilità di resistenza se non attraverso lo scudo della fede. La fede deve essere nel cristiano l’unica sua certezza, l’unico metro per separare errore da verità, l’unica regola per sapere ciò che viene da Dio da ciò che viene dal male, o dal nemico invisibile dell’uomo. Anche in questo caso la fede deve essere non una verità fuori di noi, ma la nostra stessa vita. Il nostro spirito, la nostra mente, il nostro cuore devono essere impregnati di fede, anzi immersi e sommersi nella fede. La fede deve divenire la nostra stessa forma mentale. Tutto in noi deve traspirare di fede. Se questo non avviene, se la nostra immersione nella fede è superficiale, sarà facile per il nemico invisibile dell’uomo trasportarlo nel regno della menzogna, della falsità, dell’errore. Una volta che si è tolto lo scudo della fede, il cristiano non ha più scampo alcuno. Egli è vittima perenne del suo nemico. Questi può fare di lui ciò che vuole, lo può trascinare in ogni nefandezza, in ogni peccato, in ogni trasgressione. Senza fede, il cristiano è senza più protezione. La fede in lui deve essere però totale, integra. Un solo cedimento in una sola parte della fede è come se aprisse un foro nella fortificazione della sua torre. Tutto il male può avvolgere il cristiano da un solo errore circa la sua fede. Per questo coloro che vogliono iniziare una qualche opera pastorale nel popolo di Dio, devono iniziare nel riparare le brecce fatte dal nemico nella sua fede. Possiamo dire che oggi il cristiano, quanto alla fede, è senza scudo, senza fortificazione alcuna, è esposto ai quattro venti ad ogni insidia del male. Il cristiano di oggi per molti versi è senza fede alcuna. Senza fede, si è sempre perdenti, si è già vinti.


L’elmo della salvezza. Non basta però la sola protezione dello scudo della fede, occorre anche possedere, o indossare un buon elmo della salvezza. Cosa è quest’elmo e come lo si indossa? L’elmo è elemento protettivo della testa. La testa è l’elemento più prezioso che il combattente deve proteggersi. Proteggere la testa significa proteggere gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, come elementi esterni attraverso i quali l’intelligenza, la sapienza, vede, ascolta, percepisce, intuisce pericoli, sa intraprendere tutte quelle soluzioni utili per avere la vittoria sul campo di battaglia. L’elmo della salvezza che il cristiano deve indossare è quella particolare grazia che gli consente di vivere sempre da uomo redento, giustificato, salvato, da uomo che cerca nella realizzazione del suo essere ad immagine di Cristo Gesù, una sempre più grande conformazione a Lui nella vita e nella morte. L’elmo della salvezza è quella comunione di vita con Cristo per cui il cristiano vede come vede Cristo, sente come sente Cristo, ama come ama Cristo, lotta come lotta Cristo, costruisce il regno di Dio come lo costruisce Cristo Signore. L’elmo della salvezza è la salvezza, che ogni giorno diviene più grande santificazione, che si fa strumento e mezzo di difesa del cristiano. È quella crescita in grazia e in sapienza che rende il cristiano immune dalla falsità, dalla menzogna, dall’errore, da ogni insidia del male. In niente il male lo può ingannare, sedurre, perché il cristiano vede con gli occhi di Cristo, ascolta con le sue orecchie, sente e parla alla stessa maniera di Cristo Gesù. Senza crescita in grazia, in santità, in sapienza, nella salvezza, è come se perdessimo ogni difesa immunitaria del nostro spirito. È sufficiente un solo attacco del male per cadere, per precipitare rovinosamente nella falsità e nel peccato. Questa è la sorte per tutti coloro che non crescono in grazia e in verità.


La spada dello Spirito. La spada dello Spirito è la divina Parola, il santo Vangelo che il cristiano annunzia, proclama, dice, proferisce, testimonia. Quando il cristiano diventa missionario, allora la sua capacità operativa nel regno di Dio è grande. Ma questa capacità operativa non si sviluppa in lui, se manca la crescita nella grazia e nella sapienza. Un cristiano che rimane rachitico quanto alla grazia e alla sapienza, mai prenderà in mano la spada dello Spirito per propagare il Vangelo della pace nel mondo. La battaglia, il combattimento è degli uomini adulti. L’adulto può divenire soldato di Cristo Gesù, chi rimane piccolo nella grazia e nella sapienza, perché non mette nessuna buona volontà per crescere in esse, non potrà mai combattere la buona battaglia della diffusione del Vangelo, mai potrà prendere la spada dello Spirito Santo. Ha arrestato la crescita del regno dentro di lui, necessariamente l’arresterà attorno a lui; non è cresciuto lui nel regno, non potrà aiutare nessun altro a crescere nella grazia e nella sapienza. Questo ci insegna non solo quanto sia importante prendere in mano la spada dello Spirito e diffondere la divina Parola intorno a noi, ma anche come nessuno potrà mai essere in grado di fare questo, se in lui per primo il Vangelo non ha messo radici profonde e non si è sviluppato secondo tutta la forza di espansione che Dio ha posto in esso. Diffondendo la Parola attorno a noi, la stessa Parola cresce in noi; facendo crescere la Parola in noi, essa naturalmente espande le sue radici attorno a noi. Se si arresta la crescita in noi si arresterà anche fuori di noi. La causa però della crescita della Parola fuori di noi è in noi ed è la crescita nostra nella divina Parola. Quando la Parola è forte in noi, con essa costruiamo il regno di Dio attorno a noi e lo stesso regno che costruiamo diviene per noi una fortezza che ci protegge da ogni dardo infuocato del nemico.


Dono intenzionale, dono operativo della volontà. C’è nel cristiano l’intenzione e c’è l’operazione; c’è la volontà e la sua realizzazione. Ogni cosa che il cristiano pensa, deve essere conforme alla volontà di Dio, deve essere manifestazione della sua verità. Se manca la conformazione del pensiero alla verità, l’opera non può essere fatta. Nessun dono può essere offerto se non nasce dalla verità, nella verità si compie e si realizza, nella verità svolge la sua finalità. Se uno solo di questi passaggi non è nella più pura verità, il dono non può essere fatto. L’intenzione deve essere sempre retta ed è retta quando la verità è a fondamento, a principio, a coronamento, quando è anche scopo e finalità del pensiero, dell’intenzione. Se non c’è verità in quello che facciamo, non c’è neanche opera secondo Dio, non c’è carità e ogni dono che non è frutto della nostra carità, è un dono che si trasforma nell’altro in tentazione, in esplicito invito alla trasgressione dei comandamenti o al peccato. In questo il cristiano deve porre attenzione. Egli mai deve prestare la sua opera per una qualsiasi realizzazione che non conservi la verità dal pensiero alla sua finalità. Se in un solo passaggio, ciò che si vuole realizzare esce dalla verità, fosse anche per un solo istante, il cristiano deve ritirare la sua collaborazione. Ciò che lui sta per fare non entra più nei canoni della verità e senza la verità non è possibile costruire la carità. Quanto si sta facendo o è già peccato, o sicuramente ci si potrà servire di esso per il peccato. Questo il cristiano mai deve permetterlo; mai deve consentire a che una sua idea, o una sua realizzazione sia usata direttamente per il peccato. Se userà questo principio, se saprà conservare nella verità ogni suo dono all’umanità, la benedizione di Dio scenderà su di lui e lo accompagnerà per tutti i giorni della sua vita.


Pregare nello Spirito Santo. Paolo sa che tutto discende da Dio come grazia. Sa anche che Dio concede la sua grazia, se invocato dall’uomo. La preghiera apre le porte del cuore del Signore e fa riversare sulla terra tutti quegli aiuti di ordine materiale e spirituali necessari per svolgere con santità la missione che il Signore ci ha affidato. Se si tralascia la preghiera, il cielo si chiude e il cristiano è lasciato solo a se stesso. Senza Dio, c’è il vuoto, la nullità; senza Dio non c’è il trionfo della verità ma della falsità, non c’è la vittoria della carità ma dell’egoismo; non c’è la costruzione del regno di Dio ma l’asservimento al principe di questo mondo. Il male avrà anche il sopravvento sugli uomini di Dio e questi a poco a poco abbandoneranno il Vangelo e la via della salvezza per consegnarsi alla durezza del cuore e alla cattiva volontà. La preghiera però deve essere fatta nello Spirito Santo, cioè in santità, in umiltà, nella grande carità, in quell’amore che ci fa innalzare lo sguardo verso Dio per chiedergli la salvezza, la redenzione, la giustificazione non solo per noi, ma per il mondo intero. Il cristiano sa che tutto è in Dio e chiede che tutto Dio si riversi nel mondo come luce, verità, santità, carità, giustificazione, parola di salvezza, conversione del cuore, adesione al Vangelo, cammino spedito dietro Cristo fino al Golgota. Pregare secondo lo Spirito è pregare nella grazia di Dio, quindi in stato di santità, ma anche è pregare perché solo la volontà di Dio si compie e mai la nostra. Noi vogliamo solo ciò che vuole il Signore, per questo ci rivestiamo di umiltà, ci spogliamo della nostra volontà, ci affidiamo totalmente al Signore, gli chiediamo che intervenga nella nostra storia, ma per portare salvezza nei cuori, perché i cuori siano liberati da tutto ciò che li lega al peccato, oppure da tutto ciò che impedisce loro di aprirsi alla grazia. Si chiede anche che ogni cuore possa ascoltare la divina Parola e da questa sia toccato perché vi aderisca e costruisca su di essa la propria vita. La preghiera è tutto per l’uomo di Dio. La sua vita vale quanto la sua preghiera, è santa quanto la sua preghiera, è giusta quanto la sua preghiera, ma è anche vera quanto è vera la sua preghiera.


Elemosiniere di preghiere. Il cristiano non solo deve pregare per sé, pregare per gli altri; deve anche chiedere che si preghi per lui, che si preghi per gli altri, specie per i missionari del Vangelo, perché possano annunziare la divina Parola con franchezza e siano tolti tutti quegli ostacoli che impediscono la realizzazione sulla terra del regno di Dio. Il cristiano per Paolo dovrebbe essere un elemosiniere di preghiere, uno che non si vergogna di chiedere preghiere, di domandare che venga sostenuto con la preghiera. Più preghiera si innalza per lui verso il cielo, più la grazia discende con abbondanza su di lui e più egli è nella possibilità dello Spirito Santo di predicare, di annunziare, di guidare, di correggere, di formare la comunità, di camminare dinanzi ad essa facendosi suo modello, con una vita intensamente vera e santa, tutta orientata verso il possesso e l’adempimento di una giustizia sempre più grande, più vera, più solenne. Oggi si prega poco, si prega male, non si chiedono preghiere, coloro ai quali si chiedono non possono elevarle al cielo perché non sono nello Spirito Santo, non vivono una vita nella verità e nella carità; sono fuori della comunione di vita con il corpo di Cristo. Bisogna che anche su questo si dica al popolo cristiano una parola forte, chiara, inequivocabile, santa. Si deve pregare in grazia, nella volontà di camminare nella verità, nel desiderio di farsi un dono d’amore per il Signore nel servizio dei fratelli. Quando questa volontà è forte e radicata in noi, noi possiamo chiedere preghiere, anzi dobbiamo elemosinare preghiere, perché solo nella preghiera è racchiuso il nostro futuro di uomini di Dio protesi e intenti a costruire il suo regno sulla nostra terra. Che il Signore conceda ad ogni suo figlio la grazia di comprendere la necessità di divenire un elemosiniere di preghiere. Da questa condizione di povertà nasce la vera ricchezza spirituale, poiché dalla comune preghiera elevata a Dio una vita santa sorgerà in noi e una carità operosa trasformerà il nostro egoismo nel più grande dono d’amore a Dio a beneficio dei fratelli da salvare.


Missionari ambasciatori. Il cristiano deve sentirsi missionario, ma deve essere non un missionario qualsiasi, un missionario che si sente investito di una missione di salvezza e la vive a suo piacimento, a suo gusto, secondo i desideri del suo cuore, o la sensibilità del suo spirito. Il cristiano tutto questo deve dimenticarlo. Se vuole vivere bene la missione che il signore gli ha affidato, non solo deve sentirsi missionario, deve avvertire nel suo spirito di essere un missionario ambasciatore. Se il missionario può avere un qualche centimetro di libertà individuale anche nell’impostare e nel riformulare la missione che gli è stata affidata, l’ambasciatore invece nulla può fare di sua spontanea libertà. Egli deve essere costantemente in ascolto del Signore; il Signore lo ha inviato, il Signore gli comanda cosa dire, cosa non dire e anche come dirlo e a chi dirlo. Se una sola di queste modalità – “cosa, come, a chi” – viene meno, non si è più ambasciatori, si è missionari e basta. Ma l’essere solo missionari non genera di per sé salvezza; la salvezza è generata dal missionario che è anche ambasciatore. È questa oggi la più grave lacuna esistente nella missione cristiana. Non si è più ambasciatori. Il missionario si è sostituito a Dio, è missionario, ma indipendente; è missionario, ma non è più ambasciatore; non dipende più da Dio in tutto. Anche questa modalità appartiene a quella pastorale cieca che non sortisce effetti di salvezza. Ci si può riprendere da questa situazione di disastro spirituale, ad una sola condizione: che il missionario riprenda la mansione di ambasciatore e che nulla faccia che non sia obbedienza a Dio, non sia dono della verità e della grazia, non siano anche modalità secondo le quali deve annunziare e parlare, e sia anche libertà dalle persone cui annunziare il Vangelo, perché chi stabilisce dove, quando e a chi annunziare il Vangelo è il Signore della gloria. È il Signore se il missionario ambasciatore si consegna interamente al suo Dio e lo invoca nello Spirito Santo affinché gli manifesti tutte le regole che sono insite nella missione e funzione di ambasciatore per il nostro Dio, del nostro Dio.


Rapporto vero con Cristo. Rapporto vero con gli uomini. Su questo spesse volte si è intervenuti, dicendo e manifestando anche perché solo il vero Dio fa il vero uomo. Ora questo rapporto con Dio si specifica, si chiarisce in Cristo Gesù. Solo Cristo Gesù fa l’uomo vero, perché solo Lui è il vero Uomo, l’Uomo che ha consegnato tutta la sua vita a Dio per farne un sacrificio d’amore per la salvezza del mondo intero. Solo Cristo Gesù è l’immagine di Dio ad immagine della quale ci dobbiamo lasciare trasformare dallo Spirito Santo. Ora chi è Cristo Gesù? È Colui che ha sacrificato sul legno della croce la sua vita per la redenzione del mondo. Se Cristo si è fatto sacrificio di amore, olocausto di salvezza, passione di verità e di giustizia, perché noi ci facessimo in Lui verità e giustizia, può esistere un rapporto vero con i fratelli che non sia in tutto simile a quello di Gesù Signore? Il rapporto vero con i fratelli è uno solo: ad immagine e somiglianza di Gesù, inseriti nella sua verità, farsi dono di carità per la salvezza del mondo intero. Ogni altro rapporto che non sia finalizzato alla realizzazione di questo unico rapporto vero, non è un rapporto cristiano, non è quindi un rapporto vero, necessariamente non è neanche santo. Anche in questo bisogna dire che assistiamo quasi sempre ad una pastorale cieca. È cieca molta pastorale perché ha dimenticato Cristo, la trascendenza, la salvezza, la redenzione, la benedizione del mondo intero che deve instaurarsi sulla terra attraverso il cristiano che nella verità del suo essere ritrovato in Cristo, per Cristo, con Cristo, si fa olocausto, sacrificio, offerta viva e gradita al Signore. È da questo rapporto vero con Dio che si instaura il rapporto vero con gli uomini. Anche in questo dobbiamo dire che molta pastorale è cieca: è cieca perché non insegna l’olocausto come unica via di imitazione di Cristo Gesù, come unico sentiero attraverso cui nasce nel cuore una speranza nuova: farsi strumento di salvezza in Cristo a favore dell’umanità intera.


Comunione nella conoscenza. Ogni cristiano deve lasciarsi fare da Cristo un olocausto di amore per la salvezza del mondo intero. È questa la sua vocazione ed anche la sua missione tra i fratelli: divenire sacrificio di salvezza, aiutare ogni altro a lasciarsi fare vittima di espiazione per il mondo intero dallo Spirito Santo. La vita non appartiene più al cristiano; la vita del cristiano è una vita consegnata a Dio, in Cristo, nello Spirito Santo, perché ne facciamo uno strumento di verità e di carità a beneficio del mondo intero. Questo è lo statuto del cristiano in Cristo. Se il cristiano è chiamato a consegnare la sua vita per il bene spirituale e materiale dei suoi fratelli, ogni altra cosa che è nella vita, che appartiene alla vita, deve essere data ai fratelli. Un dono da dare sempre è la conoscenza, la sapienza, la saggezza nella verità e nella santità che noi abbiamo del Signore. Ogni cristiano è chiamato ad aiutare i suoi fratelli a crescere nella perfetta conoscenza di Dio e per questo occorre che vi sia una comunione nella conoscenza, attraverso la quale tutto il popolo di Dio, non solo alcuni privilegiati, tutta la Chiesa, tutta l’umanità può avvicinarsi di più a Dio perché ora lo conosce con più particolari di verità, di intelligenza, di sapienza nello Spirito Santo. La comunione nella conoscenza è una forma assai singolare di evangelizzazione. Per essa ogni conoscenza informale del Vangelo, o semplicemente da bambini, può divenire conoscenza adulta, matura, piena; può aprire la mente ad una verità sempre più grande, sempre più completa. La conoscenza poi genera il desiderio di perfezione nella verità sempre più grande. È questa l’unica via percorribile per chi vuole veramente entrare nella conoscenza di Dio secondo verità, nella giustizia vera, nella sapienza ed intelligenza dello Spirito Santo di Dio.


L’apostolo dona da parte di Dio. Il vero apostolo del Signore deve dimenticare se stesso, i suoi pensieri, i suoi doni spirituali, la sua scienza, la sua intelligenza, ogni altra capacità del suo spirito, o facoltà del suo essere. Egli deve considerarsi solo uno strumento nelle mani del Signore. Egli quanto dona ai fratelli, deve sempre donarlo da parte di Dio, proveniente da Lui. Anche una semplice parola non deve mai uscire dal suo spirito o dalla sua mente, deve venire in lui dallo Spirito del Signore e dalla mente di Dio perché sia data ai fratelli come un dono da parte dello Spirito Santo, da parte di Dio. Su questo ci sarebbe molto da dire. In molta pastorale è come se Dio non esistesse, o se esiste, esiste solo come soggetto remoto, lontano, assai distante dall’uomo. In questa pastorale l’uomo è tutto, l’uomo è il Signore, è il creatore della stessa pastorale. Urge un cambiamento di tendenza, di orientamento e questo cambiamento è uno solo: pensarsi dispensatori, amministratori dei misteri di Dio, esecutori perfetti della sua volontà, datori onesti, giusti, imparziali dei suoi doni di grazia e di verità, portatori nel mondo del Dio che vuole condurre l’uomo nel suo regno. Non è facile pensare così l’azione missionaria, o apostolica, ma questo è il vero modo santo di pensarla, non solo, ma anche di realizzarla, di attuarla. D’altronde il cristiano è tale perché ha deciso di annientarsi in Cristo, perché solo Cristo, la sua verità, la sua carità, vengano dati ad ogni uomo per mezzo di lui, nel suo sacrificio e nel suo annientamento.


Amore incorruttibile. L’amore incorruttibile è solo quello di Dio, donato tutto all’uomo in Cristo Gesù, versato nel nostro cuore per opera dello Spirito Santo. Amare Dio con amore incorruttibile significa amarlo con il suo stesso amore. Lo si ama così solo se l’amore di Cristo viene riversato interamente dallo Spirito Santo nel nostro cuore e noi attraverso un’obbedienza a Dio sempre più perfetta, completa, coinvolgente tutta la nostra esistenza, lo portiamo a maturazione allo stesso modo in cui lo ha portato a maturazione Cristo sull’albero della croce. Se manca l’obbedienza, non può esserci amore incorruttibile, perché quando non si obbedisce a Dio, l’amore di Dio versato nei nostri cuori è già morto e chi ha nel cuore l’amore di Dio morto, in nessun caso può amare il Signore. Gli manca l’amore con il quale amarlo e questo amore è l’amore incorruttibile di Cristo Gesù. Anche su questo ci sarebbe tanto da dire. Il cristiano pensa di amare ponendosi fuori della verità, fuori dell’obbedienza, fuori dell’ascolto della divina Parola. Lo si è già detto: senza verità non c’è amore e l’amore è il dono della nostra verità, di noi, che siamo diventati verità ad immagine di Cristo Gesù, al mondo intero. Anche in questo la pastorale deve mettervi un impegno non indifferente; deve spendere qualche secolo della sua attività al fine di convincere ogni uomo che non è possibile amare quando si è nella falsità, nel peccato, nella trasgressione dei comandamenti, quando ci si pone fuori delle sante beatitudini. Quando l’amore incorruttibile di Dio non viene messo da noi a frutto, noi non possiamo amare con amore incorruttibile. L’amore umano non è l’amore con il quale ci è chiesto di amare. La nostra missione di cristiani è fallita, interamente fallita. Non serviamo né per la terra, né per il cielo. Dio non sa cosa farsene di noi, neanche si può servire di noi. Non siamo più portatori del suo amore incorruttibile nel mondo.





03/11/2018 10.51
 
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Dal mistero di Cristo nasce un nuovo modo di vedere Dio, l’uomo, il creato, la Chiesa, ogni altra realtà. Tutto diventa diverso, se si guarda dal mistero di Cristo Gesù, tutto diventa differente, tutto acquisisce una nuova dimensione: la dimensione della sua ritrovata unità.


Cristo è il principio, il fondamento, il culmine dell’unità dell’intero creato. L’unità ha origine in Lui, per mezzo di Lui; l’unità si ricompone in Lui, per mezzo di Lui. Dell’unità, Cristo è l’essenza, ma anche la via; dell’unità è la verità, ma anche la grazia che la ricompone e sempre la vivifica. Dell’unità, Cristo è il realizzatore perfetto, unico, assoluto, eterno, di ogni storia, di ogni uomo, dell’intero creato, del cielo e della terra, dei popoli e delle nazioni, dei pensieri, dei progetti, delle realizzazioni.


Ogni cosa trova in Lui la sua naturale e soprannaturale unità; fuori di Lui, senza di Lui, lontano da Lui, nell’ignoranza di Lui, nella non retta confessione di Lui, nella non accoglienza obbedienziale di Lui c’è solo divisione, separazione, scissione, ogni altro genere di disordine. Ogni confusione nasce dalla non conoscenza di Cristo Signore.


Nell’uomo, nella società, nella Chiesa Cristo è il principio unico dell’unità, perché è il principio unico della vita, della grazia, della verità, della santità, della rivelazione, del Vangelo.


Tutto è in Lui, per Lui, con Lui. Niente è fuori di Lui, senza di Lui. Tutto in Lui vive. Tutto senza di Lui è avvolto dalla morte. Con Lui tutto progredisce, cresce, cammina verso la gloria eterna. Senza di Lui non c’è cammino, c’è solo ripetizione di parole, di frasi, di gesti, di opere che nulla di buono producono per l’uomo, perché sono opere che lasciano l’uomo nella sua divisione, nella sua morte, nella guerra e nell’odio degli uni contro gli altri; anzi molte delle opere dell’uomo altro non sono che strumenti per accrescere la divisione e la separazione tra i popoli.


Se Cristo è il fondamento e il principio dell’unità, se è il principio della vita, della verità, della grazia, perché non accoglierlo in modo che ogni nostro problema di divisione e di morte abbia fine per sempre e la vera pace discenda sulla terra? Perché questo avvenga sono necessarie tre cose. Se una sola di queste tre viene a mancare, Cristo non potrà mai essere accolto e l’umanità continuerà a camminare su sentieri di separazione, che null’altro fanno presagire se non un progredire di guerra e in guerra e di uccisione in uccisione, ma mai in riconciliazione e in pace per tutto il genere umano.


Perché Cristo sia accolto occorrono: la Chiesa, il Vangelo, lo Spirito Santo. Queste tre realtà devono operare in unità: Unità tra Vangelo, Chiesa e Spirito Santo; ma anche unità all’interno di tutte le persone nella Chiesa, le quali a loro volta devono comporre l’unità con il Vangelo e con lo Spirito Santo.


La Chiesa. Perché la Chiesa sia strumento di unità per tutto il genere umano è necessario che essa stessa per prima viva di intima e vitale unità con Cristo Gesù.


L’unità deve essere la stessa che fu di Cristo nei confronti del Padre. Non parliamo dell’unità di natura, che tra Padre e Figlio sono una sola natura divina, nella quale sussiste anche lo Spirito Santo. Questa unità non viene considerata, non deve essere considerata.


L’unità che ci interessa e che anche noi dobbiamo costruire – l’unità di natura l’abbiamo in quanto già il battesimo ci ha fatto un solo corpo con Cristo e in più lo stesso Battesimo ci ha resi partecipi della divina natura, quindi sacramentalmente siamo una cosa sola con Cristo, siamo partecipi della divina natura – è l’unità nella volontà.


Non dobbiamo unire le due volontà, quella di Cristo e la nostra per farne una sola. Dobbiamo invece svestirci della nostra, per assumere quella di Cristo, in modo che la volontà di Cristo Gesù sia l’unica volontà di tutti noi credenti in Lui.


Poiché la volontà di Cristo è la volontà del Padre, attraverso Cristo, noi assumiamo una sola volontà, quella del Padre e la viviamo in ogni sua manifestazione.


C’è unità nella volontà, perché c’è una sola volontà che si manifesta, che si accoglie, che si vive e che si realizza. Questa unità dobbiamo sempre più intensificarla, ma non a livello di una singola persona. La forza della Chiesa è il pensiero di Cristo, la volontà di Dio che si manifesta in ogni persona, in ogni battezzato. Se una sola persona si dissocia dalla volontà del Padre, l’unità viene infranta tra Dio, l’uomo e Cristo e non c’è alcuna possibilità di essere testimoni di Cristo Gesù nel nostro mondo.


L’impegno di ciascun credente è uno solo: conformarsi alla volontà di Dio, in questa conformazione è la sua vita, perché questa conformazione è il principio primo dell’unità, nella quale splende la vita di Cristo Gesù.


Ci si conforma alla volontà di Dio attraverso una duplice via: vivendo in una obbedienza perfetta la volontà che Dio ha su di noi, secondo il carisma o il ministero che Dio ci ha conferito, ma anche accogliendo il carisma e il ministero dei nostri fratelli, posti da Dio accanto a noi perché facendo unità con loro, una vita più grande sgorghi in noi a favore loro e del mondo intero.


Su questo dobbiamo lamentare che non c’è unità. Non c’è unità con la volontà di Dio che è una ed unica; non c’è unità di vita con i carismi e i ministeri dei fratelli nell’unica fede.


Non essendo questo primo principio e fondamento della vita per la Chiesa, questa non può presentarsi al mondo secondo verità; si manifesta in modo disordinato, sconclusionato, diviso, quindi in situazione di morte e non vita. Chi vede la Chiesa in questo stato, non può aderire al suo messaggio di unità – il Vangelo è messaggio, il messaggio dell’unità – e quindi è condannato a vivere nella morte.


Vive nella morte non per una sua libera scelta, ma perché costretto a continuare su una via di morte, perché la via della vita non gli viene indicata, manifestata, predicata, annunziata, secondo l’unico modo possibile: mostrandola compiuta nel suo cuore, nella sua mente, nei pensieri di tutti, nella volontà di ciascuno.


Su questo Paolo fa a tutti noi un serio esame di coscienza e tra l’altro ci dice che se vogliamo costruire l’unità, dobbiamo fare ciò che Cristo ha fatto: togliere la divisione nel mondo attraverso il nostro sacrificio, la nostra obbedienza, il rinnegamento di noi stessi, perché solo Cristo e la sua verità regnino dentro di noi, allo stesso modo che Gesù Signore. Anche Lui si fece vittima d’amore e di obbedienza, perché il nostro misfatto fosse cancellato e la nostra divisione con Dio, con gli uomini e con l’intero creato fosse definitivamente vinta.


Il futuro della Chiesa è nella costruzione della sua unità. Dall’unità della Chiesa nasce l’unità della società e del mondo intero. Ma dobbiamo fare un discorso serio, molto serio sull’unità da ritrovare.


C’è un modo unico di ritrovare e di ricostruire l’unità della Chiesa. Essa non si costruisce per accordo diplomatico, non si edifica per stesura di dichiarazioni e di composizione di simboli vecchi e nuovi. Neanche viene fuori perché alcuni si mettono d’accordo sulla necessità di lavorare per l’unità della Chiesa.


L’unità della Chiesa si costruisce in un solo modo: al modo unico di Cristo Gesù, trovando ciascuno la sua unità con il Padre. Se non c’è unità con il Padre, nessuna unità sorgerà mai sulla terra, nella Chiesa, nel creato.


L’unità con il Padre è personale, è del singolo; come l’unità con il Padre era personalissima da parte di Cristo Gesù. L’unità con il Padre dice consegna della nostra volontà a Lui, offerta della nostra vita perché solo la sua volontà si compia in noi. Da questa offerta, prolungata fino alla morte anche fisica per restare in essa, nuova santità viene riversata nel mondo e nuova unità viene costruita nei cuori.


Questa via è da insegnare, predicare, annunziare. Questa via è da percorrere da ognuno, senza troppi perché. La si corre personalmente, ma i frutti sono di una comunione e di una unità tra i figli di Dio sempre più grande.


L’unità con il Padre è liberante, perché ha come frutto l’unità con i fratelli, nei quali si vede sempre la volontà del Padre che li anima, o la volontà del Padre che deve animarli. L’unità con il Padre ci insegna anche che alcuni doni discendono su di noi direttamente da Lui, altri invece Lui ce li dona per mezzo dei nostri fratelli.


Donando e ricevendo i suoi doni, vivendo la nostra ministerialità e lasciando che gli altri vivano la loro nei nostri confronti, noi costruiamo l’unità in noi e attorno a noi e più vita nasce nei cuori, nella Chiesa e nel mondo.


Le altre vie sono buone se fondate su questa via. Se questa via è assente dalle menti e dai cuori, le altre vie non sortiscono frutti, o se li sortiscono, si tratta di frutti esterni, effimeri, passeggeri che non danno speranza di vita eterna.


Il Vangelo. Si è detto che l’unità della Chiesa è prima di tutto unità con Dio Padre, attraverso il dono della nostra volontà a Cristo Gesù. Si dona la volontà a Cristo, per accogliere la Parola di Cristo nei nostri cuori, nelle nostre menti, in tutto il nostro essere. Ma la volontà prima di Cristo nei nostri confronti è il Vangelo, la sua Parola di vita eterna.


Anche il Vangelo ha la sua legge di unità, anzi ha la sua legge di unicità. C’è un solo Vangelo, perché c’è una sola rivelazione, perché c’è una sola manifestazione della volontà di Dio, perché c’è una sola Volontà di Dio.


Se la volontà di Dio è una, se la rivelazione è una, se il Vangelo è uno, una deve essere anche la Parola che lo annunzia, lo proclama, lo rende noto a tutti gli uomini.


Non è possibile che di una sola Parola se ne facciano due e di un solo Vangelo ognuno ne abbia una sua personale versione, una sua personale interpretazione, una sua personalissima attuazione e realizzazione.


La verità del Vangelo è nella sua unità e unicità. Se lo si predica in modo differente, diverso, alterato, contraffatto, male interpretato, esso non è più uno; esso è quante sono le menti degli uomini, quante sono le loro parole, i loro desideri, le loro aspirazioni.


Non è più il Vangelo che verifica la nostra volontà e i nostri desideri, sono bensì i desideri e la nostra volontà a interpretare il Vangelo e a dargli contenuti di salvezza ben diversi da quelli che vi hanno racchiuso Dio e Cristo Gesù.


L’unità del Vangelo vuole che esso venga predicato all’unisono, che sia manifestazione dell’unico mistero di salvezza e di redenzione operato da Cristo Gesù, ma anche realizzato e compiuto in Lui, per mezzo di Lui.


Il futuro della Chiesa è nel ritrovare la sua unità nel Vangelo da proclamare, annunziare, predicare, dire dinanzi ad ogni uomo, ma dirlo in nome di Dio e di Cristo Gesù, dirlo nella sua purezza e perfezione di rivelazione, dirlo secondo la più pura e spirituale interpretazione, dirlo liberandosi da tutti quei pensieri della nostra mente che altro non fanno se non inquinarlo e renderlo irriconoscibile come Vangelo della salvezza e della redenzione di ogni uomo.


Su questa esigenza di ritrovare l’unità nell’unico Vangelo non si insisterà mai abbastanza. Come per la Lettera ai Galati si sentiva l’esigenza e l’urgenza a che si vigili perché nessuna moderna o antica circoncisione venga a togliere a Cristo di essere il solo, l’unico Redentore del mondo, l’unico suo Messia con Parole di vita eterna, così deve dirsi per l’unico Vangelo.


Non ci sono altri Vangeli e neanche altre vie di salvezza alternative, in sostituzione del Vangelo. Non ci sono più possibilità di interpretare il Vangelo. C’è una interpretazione buona, le altre tutte cattive, fatte passare però come buone.


Ci sono all’interno di quest’unica interpretazione buona del Vangelo, le differenti sfumature, o il cogliere questo o quell’altro aspetto in modo più incisivo, vivace, più attinente ai tempi e agli uomini. Ma le sfumature, mai devono riguardare l’essenza della verità, della grazia, della via; l’essenza dei ministeri e dei carismi, l’essenza della volontà di Dio che è una sola.


Anche su questa seconda via, inseparabile e inscindibile dalla prima, ci sono forme buone per la sua attuazione e forme cattive, vie attuali e vie non più buone; vie sante, giuste, vie inefficaci, perché non corrispondenti alla volontà di Cristo e, in Cristo, di Dio, addirittura vie inique.


Per noi l’unica forma è il totale rinnegamento della nostra mente e dei nostri pensieri. Il pensiero umano non deve entrare nel Vangelo. Se entra il pensiero umano, il Vangelo si dilegua, poiché il pensiero dell’uomo intromesso nel Vangelo è un potente diluente, che riesce a sciogliere e a rovinare la verità più santa e la rivelazione più essenziale.


Per questo bisognerebbe che ognuno, personalmente, si decidesse a vivere tutto il Vangelo e solo il Vangelo, di viverlo più profondamente man mano che più profondamente lo si comprende.


Per fare questo il cristiano è chiamato a costruire un’altra unità: quella con lo Spirito Santo.


Lo Spirito Santo. L’unità con lo Spirito Santo non solo è necessaria, ma indispensabile, di necessità assoluta. Non è una necessità assoluta esterna, è interiore, è vitale.


La Parola di Gesù riceve la vita soprannaturale dallo Spirito. È Lui che la genera e la rigenera costantemente, perennemente alla vita. È Lui che le dona la vita. Senza lo Spirito Santo la parola è lettera morta; uccide, non vivifica; dona teorie di salvezza, ma non apre le menti alla verità e alla fede.


Lo Spirito Santo genera la vita dalla Parola, ma per generare la Parola alla vita attuale e la vita attuale dalla Parola ha bisogno di un cuore, come ha avuto bisogno di un seno verginale, quello di Maria, per generare alla vita terrena il Verbo Eterno del Padre.


Parola, Spirito Santo e Cuore sono una sola unità: Se uno solo di essi viene a mancare, non c’è più vita, non c’è vera salvezza, vera redenzione, vera giustificazione, vero cammino di santità, vera e perfetta comunità dei credenti, perché manca la vita della parola, dalla quale nasce la salvezza e sulla quale si edifica la vera comunità dei credenti.


Lo Spirito Santo feconda di vita soprannaturale la Parola nel cuore del credente in Cristo. Il cuore non è quello del destinatario della Parola di vita, il cuore è quello di origine, è il cuore della persona che deve portare nel mondo la vita contenuta nella Parola.


Come Maria Santissima diede al mondo il Verbo della vita concepito nel suo seno verginale, casto, puro, santo, immacolato, intatto, così deve essere il cuore di chi vuole concepire la Parola nella sua pienezza di vita, in modo da effonderla nel mondo come principio della vera vita e della salvezza che Dio ci dona in Cristo Gesù.


La santità nel cuore è lo Spirito Santo che deve crearla. Prima crea la santità del cuore, poi fa germogliare di vita la Parola del Vangelo, infine dal cuore attinge la vita della Parola e la semina in un altro cuore, ma la semina attraverso la bocca del missionario del Vangelo, il quale non semina un seme morto, semina un seme vivo, vitale, capace di far germogliare la vita eterna in altri cuori, perché nella Parola che lui dice, proferisce, annunzia e predica, c’è tutta la vita che lo Spirito ha posto in essa perché scenda in altri cuori e li risvegli alla verità, alla salvezza, alla santità.


Tutte le tecniche di evangelizzazione, tutti i ritrovati della moderna e anche dell’antica pastorale, tutte le invenzioni psicologiche, pedagogiche, scientifiche per un approccio sempre più vitale con gli uomini del tempo in cui la parola viene annunziata naufragano contro lo scoglio della mancata santificazione del cuore. O si santifica il cuore e lo si rende degna culla di fecondazione e di gestazione della vita piena contenuta nella Parola, oppure non c’è alcun’altra possibilità che la vita contenuta nella Parola possa esplodere e incendiare di verità un altro cuore, un’altra esistenza.


Su questa verità è giusto che si prenda coscienza, perché si inizi un vero cammino di santità del cuore, la sola che consente che si ricomponga l’unità tra Spirito Santo, Parola, Persona. La santità della persona fa sì che lo Spirito possa fecondare nel cuore la Parola di vita; la santità della persona fa altresì che la Parola fecondata di vita eterna possa essere donata ad ogni uomo bisognoso di verità, di salvezza, di santità.


Ognuno di noi, se vuole essere incisivo nel dono della vita, se vuole che lo Spirito attraverso il suo ministero, o il suo carisma, porti la verità in altri cuori, deve operare per una crescita in sapienza e grazia sempre più grande. È la crescita in santità la fonte della vita per il mondo intero.


Questo ci deve insegnare una sola verità: nessuno potrà mai dire la Parola secondo verità se non si lascia santificare l’anima, il cuore, la mente, tutto il corpo dallo Spirito Santo. Nella santità la Parola seminata nel nostro cuore comincia a prendere vita, a sviluppare tutti i semi di vita in essa contenuti, a prendere la forma della pienezza della verità, a manifestare la bellezza del suo splendore, a inebriare i cuori di desiderio di possederla.


Se la santità non viene fatta crescere e sviluppare in un cuore, tutto alla fine risulterà vano. Si viene ad infrangere l’unità dalla quale solamente è possibile far nascere la Parola alla vita e la vita dalla Parola.


Questo ci sta a significare quanto sia necessaria la persona in ordine al conferimento della salvezza. Senza la persona manca l’elemento nel quale si feconda la Parola di verità, di fede, di desiderio e di forza di salvezza. La parola senza la santità del cuore rimane lettera che uccide, che non vivifica, che non genera alla vita eterna.


L’unità è tutto per il cristiano, perché la vita è dall’unità. Individuare quali sono i centri dell’individualismo, oggi, nella Chiesa, è il primo passo da fare perché si abbandonino i sentieri di morte sui quali si è impostata la vita e si inizia una vera rivoluzione culturale, oltre che morale, teologale, mistica, spirituale.


Ai tempi di Paolo il problema dell’unità si poneva e come. Anche oggi si pone con più veemenza. Saperlo scorgere ovunque si manifesti per dare una soluzione secondo Dio è compito del cristiano, di ogni cristiano.


La Vergine Maria, Madre della Redenzione, ci aiuti. Vogliamo costruire l’unità attorno a noi, perché essa è il solo principio soprannaturale di ogni vita.


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