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Serbava queste cose, meditandole... (Lc.2,19)

Last Update: 3/31/2020 1:15 PM
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3/11/2020 8:49 AM
 
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«Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore»

Rev. D. Francesc JORDANA i Soler
(Mirasol, Barcelona, Spagna)

Oggi la Chiesa —Ispirata dallo Spirito Santo— ci propone in questo tempo di Quaresima un testo in cui Gesù imposta ai suoi discepoli —e per tanto anche a noi— un cambio di mentalità. Gesù oggi capovolge le visioni umane e terrestri dei suoi discepoli e gli apre un nuovo orizzonte di comprensione su quale dovrà essere lo stile di vita dei suoi proseliti.

Le nostre tendenze naturali ci suscitano il desiderio di dominare le cose e le persone, dirigere e dare ordini, che si faccia ciò che a noi piace, che la gente possa riconoscere in noi uno status, una posizione. Invece il cammino che Gesù ci propone è l’opposto: «Tra voi non sarà così, ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,26-27). “Servitore”, “schiavo”: non possiamo rimanere nell’enunciato delle parole!. Le abbiamo sentite centinaia di volte dobbiamo, essere capaci di entrare in contatto con la realtà che significano, e confrontare questa realtà con le nostre attitudini e comportamenti.

Il Concilio Vaticano II ha affermato che «L’uomo acquisisce la sua pienezza attraverso il servizio di donarsi agli altri». In questo caso, ci sembra che diamo la vita, quando in realtà la stiamo incontrando. L’uomo che non vive per servire non serve per vivere. E con questa attitudine il nostro modello è lo stesso Cristo, -l’uomo pienamente uomo- giacché «il Figlio dell’uomo, non è venuto per farsi servire ma a servire e a dare la sua vita come riscatto per molti».

Essere servo, essere schiavo così come ce lo chiede Gesù, è impossibile per noi. Rimane fuori dalla capacità della nostra povera volontà: dobbiamo implorare, attendere e desiderare intensamente che ci siano concessi questi doni. La Quaresima e le sue pratiche quaresimali -digiuno, elemosina e preghiera– ci ricordano che per ricevere questi doni dobbiamo prepararci adeguatamente.
3/14/2020 9:46 AM
 
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«Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te»

Rev. D. Antoni CAROL i Hostench
(Sant Cugat del Vallès, Barcelona, Spagna)

Oggi, vediamo la misericordia, la nota caratteristica di Dio Padre, nel momento in cui contempliamo una Umanità “orfana”, perché –smemorata- non sa che è figlia di Dio. Cronin parla di un figlio che andò via di casa, dissipò denaro, salute, l’onore della famiglia...fu imprigionato. Poco prima di uscire in libertà, scrisse a casa: se i suoi lo perdonavano che mettessero un fazzoletto bianco sul melo, vicino alla ferrovia. Al vederlo sarebbe tornato a casa; se no, non lo avrebbero più visto. Il giorno che uscì dal carcere, arrivando, non si azzardava a guardare, ci sarà il fazzoletto? «Apri gli occhi!...Guarda!» gli disse un compagno. E rimase a bocca aperta: nell’albero non c’era solo un fazzoletto bianco, ma centinaia di questi; era pieno di fazzoletti bianchi!

Ci ricorda quel quadro di Rembrandt nel quale si vede il figlio che ritorna, indifeso e affamato, ed è abbracciato da un anziano, con due mani diverse: una da padre che abbraccia fortemente; e l’altra da madre affettuosa e dolce, accarezzandolo. Dio è padre e madre...

«Padre, ho peccato» (cf. Lc 15,21), vogliamo dire anche noi, e sentire l’abbraccio di Dio nel sacramento della confessione, e partecipare alla festa dell’Eucarestia: «mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita»(Lc 15,23-24). Così, visto che – «Dio ci aspetta – ogni giorno!- come quel padre della parabola aspettava suo figlio prodigo» (San Josemaría), ricorriamo il cammino con Gesù verso l’incontro con il Padre, dove tutto sarà più chiaro: «Il mistero dell’uomo solo diventa comprensibile alla luce del mistero del Verbo incarnato» (Consiglio Vaticano II).

Il protagonista è sempre il Padre. Che il deserto della Quaresima ci porti a interiorizzare questa chiamata e a partecipare nella misericordia divina, giacché la vita è un ritornare al Padre
3/17/2020 6:13 AM
 
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«Il padrone ebbe compassione (...) e gli condonò il debito»

Rev. D. Enric PRAT i Jordana
(Sort, Lleida, Spagna)

Oggi, il Vangelo di Matteo ci invita a una riflessione sul mistero del perdono, proponendo un parallelismo tra lo stile di Dio e il nostro nel momento di perdonare.

L’uomo si azzarda a misurare e a calcolare la sua magnanimità nel perdonare. «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Sette volte?» (Mt 18,21). A Pietro sembra che `sette volte´ è già un po’ troppo o che, forse, sia il massimo che possiamo sopportare. Riflettendoci meglio, Pietro si rivela essere ancora più generoso se lo paragoniamo all’uomo della parabola, che, quando incontrò un suo compagno che gli doveva cento danari, «lo prese per il collo e soffocandolo gli diceva: «Restituisci quello che devi» Mt 18,28), negandosi ad ascoltare la sua supplica ne la promessa di restituzione.

A conti fatti, l’uomo o si rifiuta di perdonare o riduce alla minima espressione il suo perdono. Realmente, nessuno direbbe che abbiamo appena ricevuto, da Dio, un perdono, infinitamente reiterato e senza limiti. La parabola dice: «Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito» (Mt 18,27). E pensare che il debito era molto importante.

La parabola, però, che stiamo commentando fa risaltare lo stile di Dio, al momento di concedere il perdono. Dopo aver richiamato il suo debitore e di avergli fatto osservare la serietà della situazione, si lasciò improvvisamente intenerire dalla sua richiesta compunta ed umile: «Prostrato a terra, lo supplicava dicendo: «Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa» Il padrone ebbe compassione...» (Mt 18,26-27). Questo episodio mette in evidenza quello che ognuno di noi sa per propria esperienza e con profonda riconoscenza, cioè che Dio perdona senza limiti chi si pente e si converte. Il finale negativo e triste della parabola, dopo tutto, fa onore alla giustizia e mette in evidenza la veracità di quell’altra espressione di Gesù in Lc 6,38: « Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».
3/19/2020 6:52 AM
 
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«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa»

+ Mons. Ramon MALLA i Call Vescovo Emerito di Lleida
(Lleida, Spagna)

Oggi, la Chiesa celebra la festa di San Giuseppe, lo sposo di Maria. E’, diremmo, una parentesi festiva dentro l’austerità della Quaresima. L’allegria di questa festa, però, non risulta essere un ostacolo per continuare il nostro cammino di conversione che è proprio del tempo quaresimale.

E’ bravo chi, alzando il suo sguardo, si sforza perché la propria vita si adatti al progetto di Dio. Ed è bravo chi, guardando gli altri, cerca di interpretare sempre nel migliore dei modi tutte le azioni che realizzano e salva la buona fama. Nei due aspetti di bontà, ci viene presentato san Giuseppe nel Vangelo di oggi.

Dio ha, per ognuno di noi, un progetto d’amore, perché «Dio è amore» (1Gv 4,8). La durezza della vita, però, fa sì che, qualche volta, non riusciamo a scoprirlo. Logicamente, poi, ci lagniamo e ci resistiamo ad accettare le croci.

Non dovette essere facile per san Giuseppe vedere che Maria «prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo» (Mt 1,18). Aveva pensato di sciogliere l’accordo matrimoniale, ma, «in segreto» (Mt 1,19). E alla volta, quando «ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore» (Mt 1,20), rivelandogli che lui doveva essere il padre putativo del Bambino, l’accettò immediatamente «e prese con sè sua moglie» (Mt 1,24).

La Quaresima è una buona occasione per scoprire quello che aspetta Dio da noi e per rafforzare il nostro desiderio di tradurlo in pratica. Chiediamo al buon Dio, «per l’intercessione dello Sposo di Maria», come diremo nella colletta della Messa, che avanziamo nel nostro cammino di conversione, imitando San Giuseppe nell’accettare la volontà di Dio e nell’esercizio della carità verso il prossimo. Allo stesso tempo, teniamo presente che «tutta la Chiesa santa è debitrice verso la Vergine Madre, poiché per mezzo di Lei ha ricevuto Cristo, così pure, dopo di Lei, San Giuseppe è il più degno della nostra riconoscenza e riverenza» (San Bernardino di Siena).
3/21/2020 10:43 AM
 
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« Io vi dico: questi (...) tornò a casa sua giustificato »

Fr. Gavan JENNINGS
(Dublín, Irlanda)

Oggi, Gesù ci presenta due uomini che, di fronte ad un “osservatore” occasionale, potrebbero sembrare quasi identici, giacché essi si trovano allo stesso posto, svolgendo la stessa attività: entrambi «salirono al tempio a pregare» (Lc 18,10). Ma oltre le apparenze, nel profondo delle loro coscienze personali, i due uomini sono radicalmente differenti: l’uno, il fariseo, ha la coscienza tranquilla, mentre l’altro, il pubblicano -esattore delle tasse- si trova inquieto a causa dei suoi sentimenti di colpa.

Ai nostri giorni siamo propensi a considerare i sentimenti di colpa –il rimorso- come un qualcosa che si avvicina ad una aberrazione psicologica. Tuttavia la coscienza di colpa consente al pubblicano di uscire dal Tempio, con l’animo sollevato, giacché «questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato» (Lc 18,14) mentre l’altro no. «Il senso di colpa», ha scritto Benedetto XVI, quando Egli era ancora Cardinale Ratzinger (“Coscienza e verità”), rimuove la falsa tranquillità di coscienza e può essere chiamato, contraria alla mia “protesta della coscienza” contro la mia esistenza auto-compiacente. E’ tanto necessario all’uomo, come il dolore fisico che indica un’alterazione corporale delle funzioni normali».

Gesù non vuole indurci a pensare che il fariseo non stia dicendo la verità quando afferma di non essere avido, ingiusto, ne adultero, che digiuna e offre soldi al Tempio (cf. Lc 18,11); ma neppure che l’esattore delle tasse stia delirando al considerarsi peccatore. Non è questo il caso. Succede, invece che «il fariseo, anche lui, ha colpa. Egli ha la coscienza completamente chiara. Ma il “silenzio della coscienza” lo rende impenetrabile davanti a Dio e d’innanzi agli uomini, mentre il “grido della coscienza” inquieta il pubblicano e lo rende capace della verità e dell’ amore. «Gesù può riscuotere i peccatori!» (Benedetto XVI).

«Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato»

Rev. D. David COMPTE i Verdaguer
(Manlleu, Barcelona, Spagna)

Oggi, immersi nella cultura dell’immagine, il Vangelo, che ci viene proposto, ha una profonda carica di contenuto. Ma avanziamo un po’ alla volta.

Nel passaggio che contempliamo, vediamo che nella persona c’è un nodo con tre corde, in modo tale che è impossibile scioglierlo se uno non ha presente le tre corde menzionate. La prima ci relaziona con Dio, la seconda con gli altri e la terza con noi stessi. Osserviamo attentamente: quelli ai quali si dirige Gesù «avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (Lc 18,9) e in questo modo, pregavano male. Le tre corde sono sempre relazionate tra di loro!

Come fondamentare bene queste relazioni? Qual’è il segreto per sciogliere il nodo? Ce lo dice la conclusione di questa incisiva Parabola: `l’umiltà´. Così pure fu espresso da Santa Teresa di Avila: «L’umiltà è la verità».

E’ vero, l’umiltà ci permette di riconoscere la verità su noi stessi. Ne compiacersi di vanagloria, ne disprezzarci. L’umiltà ci fa riconoscere, come tali, i doni ricevuti e ci permette di presentare innanzi a Dio il lavoro della giornata. L’umiltà riconosce anche i doni del prossimo. Anzi, si rallegra.

Infine l’umiltà è anche la base della relazione con Dio. Pensiamo che nella parabola di Gesù, il fariseo, conduce una vita inappuntabile, con le pratiche religiose settimanali e, perfino, pratica l’elemosina! Ma non è umile e ciò danneggia tutte le sue azioni.

E’ prossima la Settimana Santa. Presto contempleremo –ancora una volta!- Cristo sulla Croce: «Il Signore crocifisso è una prova insuperabile di amore paziente e di umile mansuetudine» (Giovanni Paolo ll) Lì vedremo come di fronte alla supplica di Dima -«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42)- il Signore risponde con una “canonizzazione fulminante”, che non ha precedenti: «In verità ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Questo personaggio era un assassino che resta, infine, canonizzato dallo stesso Cristo, prima di morire.

E’ un caso inedito e, per noi, un motivo di consolazione...; la santità non la “fabbrichiamo” noi, ma la concede Dio se Iddio trova in noi un cuore umile e convertito.
3/22/2020 9:44 AM
 
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«Va’ a lavarti»

Rev. D. Joan Ant. MATEO i García
(La Fuliola, Lleida, Spagna)

Oggi, quarta domenica di Quaresima, —detta “Dominica Laetare”— tutta la liturgia ci invita a provare una allegria profonda, una grande gioia per la vicinanza della Pasqua.

Gesù fu motivo di grande gioia per quello nato cieco, al quale ha concesso la visione del corpo e della luce spirituale. Il cieco ha creduto e ha ricevuto la luce di Cristo. Invece, quei farisei, che si credevano nella saggezza e la luce, sono rimasti ciechi per la loro durezza di cuore ed il suo peccato. Infatti, «Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista» (Gn 9,18).

Quanto ci è necessaria la luce di Cristo per noi vedere la realtà nella sua vera dimensione! Senza la luce della fede saremmo praticamente ciechi. Noi abbiamo ricevuto la luce di Cristo ed è necessario che tutta la nostra vita sia illuminata da questa luce. Inoltre, questa luce deve risplendere nella santità di vita per attrarre molti che ancora la sconoscono. Tutto questo presuppone conversione e crescita nella carità. Soprattutto in questo tempo di Quaresima e in questa fase tardiva. San Leone Magno ci esorta : «Sebbene ogni momento è il momento giusto per praticare la virtù della carità, in questi giorni di Quaresima ci invita a farlo con più urgenza».

Solo una cosa ci può separare dalla luce e la gioia che Cristo ci dona, e questa cosa è il peccato, il voler vivere lontano dalla luce del Signore. Purtroppo, molti —a volte noi stessi— entriamo in questo sentiero oscuro e perdiamo la luce e la pace. Sant'Agostino, partendo dalla sua propria esperienza, ha detto che non c'è niente di più miserabile che la felicità di coloro che peccano.

Pasqua è vicina e il Signore vuole comunicarci tutta la gioia della Risurrezione. Prepariamoci ad accoglierla e festeggiarla. «Va’ a lavarti» (Gv 9,7), ci dice Gesù... Un lavaggio nelle acque purificatrici del sacramento della Penitenza! Qui troviamo la luce e la gioia, e faremo la migliore preparazione alla Pasqua
3/29/2020 11:55 AM
 
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«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà»

Dr. Johannes VILAR
(Köln, Germania)

Oggi, continuare a scrivere la Chiesa ci presenta un grande miracolo: Gesù risuscita una persona, morta da diversi giorni.

La risurrezione di Lazzaro è “tipo” di quella di Cristo che ricorderemo prossimamente. Gesù dice a Marta che Lui è la «risurrezione e la vita (cf. Gv 11,25). A noi tutti domanda: «Credi questo?» (Gv 11,26). Crediamo che nel Battesimo ci ha regalato Iddio una nuova vita? Dice San Paolo che noi siamo una creatura nuova (cf. 2Cor 5,17). Questa risurrezione è il fondamento della nostra speranza, che si basa non in una utopia futura, incerta e falsa, ma in un fatto: «Davvero il Signore è risorto» (Lc 23,34).

Gesù ordina: «Liberatelo e lasciatelo andare» (Gv 11,34). La redenzione ci ha liberati dalle catene del peccato, che tutti soffrivamo. Diceva il Papa Leone Magno: «Gli errori sono stati vinti, sono state soggiocate le potestà ed il mondo ha guadagnato un nuovo inizio. Perché, se soffriamo con Lui, regneremo pure con Lui (cf. Rom 8,17). Questo guadagno si trova preparato non solo per quelli che, nel nome del Signore, vengono torturati dai senza-dio, ma pure per tutti quelli che servono Dio e vivono in Lui, perché essi sono crocifissi in Cristo ed in Cristo otterranno la corona».

I cristiani sono chiamati, fin da questa terra, a vivere questa nuova vita soprannaturale che ci rende capaci di dar credito della nostra sorte, sempre pronti a dare una risposta a tutti quelli che domandano il motivo della nostra speranza! (cf. 1Pi 3,15). E’ logico che, in questi giorni, cercheremo di seguire da vicino Gesù Maestro. Tradizioni, quali il Via Crucis, la meditazione dei Misteri del Rosario, i testi dei Vangeli,... tutto può e deve esserci d’aiuto.

La nostra speranza va posta anche in Maria, Madre di Gesù Cristo e Madre nostra che è, allo stesso tempo, un’immagine della speranza: sotto la Croce sperò contro ogni speranza e fu associata all’opera redentrice di Suo Figlio
3/31/2020 1:15 PM
 
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«Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono»

Rev. D. Josep Mª MANRESA Lamarca
(Valldoreix, Barcelona, Spagna)

Oggi, V martedì di Quaresima, a una settimana dalla contemplazione della Passione del Signore, Lui ci invita ad osservarlo anticipatamente redimendoci dalla Croce: «Gesù Cristo è il nostro Pontefice, il Suo corpo prezioso è il nostro sacrificio che Lui offrì sull’ara della Croce per la salvezza di tutti gl uomini» (San Giovanni Fisher).

«Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo...» (Gv 8,28). Infatti, Cristo Crocifisso, -Cristo “innalzato” è il grande, definitivo segno d’amore del Padre verso l’umanità cadente. Le sue braccia aperte , distese tra il cielo e la terra, tracciano il segno incancellabile della Sua amicizia con noi uomini. Al contemplarlo così, alzato davanti al nostro sguardo peccatore, «sapremo che è Lui» (Gv 8,28), e allora, come quei giudei che l’ascoltavano, anche noi crederemo in Lui.

Solo l’amicizia di chi è familiarizzato con la Croce può offrirci la connaturalità per addentrarsi nel Cuore del Redentore. Pretendere un Vangelo senza Croce, spoglio del senso cristiano della mortificazione, o contagiato dall’ambiente pagano e naturalista che ci impedisce di capire il valore redentore della sofferenza, ci metterebbe nella terribile possibilità di ascoltare dalle labbra di Cristo: «Dopo tutto, non vale la pena di continuare a parlarci».

Che il nostro sguardo alla Croce, uno sguardo sereno e contemplativo, sia una domanda al Crocifisso che, senza suoni di parole Gli dica: «Tu, chi sei?» (Gv 8,25). Egli ci risponderà che è «il Cammino, la Verità e la Vita» (Gv 14,6), la Vite, alla quale se non siamo uniti, poveri tralci, non possiamo dare frutto, perché solo Lui ha parole di vita eterna. E così, se non crediamo che `Lui è´, moriremo per i nostri peccati. Vivremo tuttavia, e vivremo, già in questa terra, vita Celestiale, se impariamo da Lui la gioiosa certezza che il Padre è con noi, che non ci lascia soli. Così imiteremo il Figlio, facendo sempre quello che compiace al Padre.
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