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COSA SAPPIAMO DEL PARADISO ?

Last Update: 11/19/2019 9:25 PM
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2/25/2016 12:06 PM
 
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La domanda posta nel titolo "COSA SAPPIAMO DEL PARADISO ?"  ci mette sicuramente in difficoltà perchè, pur trovando al riguardo, alcuni versetti nella Scrittura, in realtà riusciamo a capire poco perchè non siamo in grado ora di SPERIMENTARE ciò che troviamo descritto e rivelato nella Scrittura, ma che riguarda una condizione futura.
   In ogni caso, proprio a partire dai brevi brani e singoli versetti, vorremmo tentare almeno di tracciare quelle linee essenziali, che servono a comprendere che Dio non ha fatto l'uomo per la sofferenza terrena ma perchè sia associato al suo gaudio eterno.
Ma per quale motivo dovremmo indagare su una condizione che non ancora possiamo sperimentare? Una risposta ci viene dall'esortazione di s.Paolo che raccomanda:
Colossesi 3,2 ... pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Come potremmo pensare alle cose di lassù se non ne avessimo alcuna idea, sia pure molto lontana dalla realtà?
Ecco quindi che la nostra ricerca, per quanto destinata a non trovare rappresentazioni sufficienti, servono comunque a farci desiderare la nostra destinazione finale che è poi insito nel nostro più intimo desiderio.

Nel Nuovo Testamento si menzione tre volte la parola PARADISO, nei seguenti versetti:

Luca 23,43 Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

2Cor 12,4 fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare.

Apoc 2,7 Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: Al vincitore darò da mangiare dell'albero della vita, che sta nel paradiso di Dio.





[Edited by Credente. 6/21/2016 6:13 PM]
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2/25/2016 12:06 PM
 
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Esaminiamo innanzitutto i versetti che contengono il termine PARADISO.

Nel testo originale il termine greco è PARADEISON, in tutti e tre i versetti citati.  PARADISO, dunque è il termine italiano che traduce quello originale quasi in maniera identica.

Luca 23,43 (Gesù) Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

Gesù, sulla croce promette a uno dei due malfattori che sarebbe stato con lui in paradiso. Era stato sufficiente che quel malfattore gli chiedesse fiduciosamente di ricordarsi di lui, dal momento che si vedeva condannato alla stessa pena di Gesù a cui riconosceva la morte da innocente. Evidentemente il riconoscimento di subire una giusta pena a differenza di Colui che riteneva innocente e tanto potente da poter decidere la sua sorte futura, furono gli ingredienti sufficienti a ottenere la remissione di tutti i suoi peccati e la promessa del paradiso.

Da tale promessa si evince solo che Gesù prospetta al malfattore una condizione di felicità.

Il secondo versetto è

2Cor 12,4 fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare.

Leggiamo anche il contesto:

1 Bisogna vantarsi? Non è una cosa buona; tuttavia verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore.
2 Conosco un uomo in Cristo che quattordici anni fa (se fu con il corpo non so, se fu senza il corpo non so, Dio lo sa), fu rapito fino al terzo cielo. 3 So che quell'uomo (se fu con il corpo o senza il corpo non so, Dio lo sa) 4 fu rapito in paradiso, e udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo di pronunciare. 5 Di quel tale mi vanterò; ma di me stesso non mi vanterò se non delle mie debolezze. 6 Pur se volessi vantarmi, non sarei un pazzo, perché direi la verità; ma me ne astengo, perché nessuno mi stimi oltre quello che mi vede essere, o sente da me.

Paolo definisce prima "terzo cielo", la condizione che gli fu data di sperimentare pur senza sapere se con o senza il proprio corpo.
Questo evidenza che Paolo non esclude che vi sia una parte della propria persona che possa sussistere senza il corpo. In pratica egli lo suppone come possibile e quindi ciò significa che tutti noi abbiamo una parte spirituale che può vivere senza il corpo.
S.Paolo continua dicendo che egli fu rapito IN PARADISO . Non dice cosa vi ha visto, ma precisa solo che le cose udite sono ineffabili. E aggiunge che NON E' LECITO PRONUNCIARE.
E' difficile sapere cosa intendesse Paolo con l'espressione NON E' LECITO PRONUNCIARE.  
Voleva forse dire che non gli era permesso riferire nulla di quanto aveva udito? Forse tale rivelazione riguardava lui soltanto o la sua missione e non  altri?
O forse intendeva che NON E' POSSIBILE PRONUNCIARE, per la impossibilità di rendere una pallida idea di ciò che aveva udito?

COnfrontando le tante traduzioni esistenti, sembra che la prima ipotesi sia la più verosimile. Dunque a Paolo non era consentito riferire nulla di quanto aveva udito. Possiamo però dedurre dal verso 5 che le cose sperimentate  costituivano motivo di vanto e che egli si vantava appunto da uomo spirituale di quell'uomo che aveva avuto tale esperienza, mentre essendo ancora nel corpo fisico poteva vantarsi solo delle sue debolezze. Ci si vanta solo di cose magnifiche, meravigliose che danno gioia e gloria. E tale doveva essere dunque la condizione che Paolo aveva vissuto nel PARADISO.




[Edited by Credente. 2/25/2016 11:39 PM]
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2/25/2016 12:07 PM
 
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In altra occasione però Paolo accenna a qualcosa che potrebbe far meglio capire cosa egli avesse sperimentato.

1Cor 2,9 Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.
10 Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio.
11 Chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. 12 Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato.

Il versetto 9, cita un versetto ricavato da Isaia 64:4 (confr. Isaia 65:17; 55:8-9), adattandolo per indicare la condizione futura ed eterna di quanti amano Dio.
Tale condizione, dice Paolo, sorpassa ogni cosa che sia stata vista da occhi umani, o che sia stato udito da orecchie umane, e sorpassa addirittura quanto possa essere concepibile o immaginabile da cuore umano.
Specifica poi che lo Spirito permette di conoscere tutto ciò che Dio ha donato. Si ricollega forse all'esperienza che ha avuto del paradiso? Non lo sappiamo ma possiamo comunque accostare le due cose.
Infatti da una parte Paolo dice che non è neppure immaginabile cosa ci aspetta se amiamo Dio, dall'altra dice che lo Spirito ha fatto conoscere tutto ciò che Dio ha donato.

Significa molto probabilmente che a lui e ad alcuni come lui viene dato da Dio la grazia di fare esperienza di questa realtà che ci attende al termine della vita, per poter affrontare il rigore della vita terrena e per essere luce per gli altri.

[Edited by Credente. 2/26/2016 12:00 AM]
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2/28/2016 9:00 PM
 
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Vi sono alcune altre espressioni nella Scrittura che possono darci qualche elemento di comprensione:

1Corinzi 6,17      Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito.

Sapienza 3,7   Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là.

Daniele 12,3  I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.

Sap, 3, 5: Per una breve pena riceveranno grandi benefici,
perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé:  
6 li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto.
7 Nel giorno del loro giudizio risplenderanno; come scintille nella stoppia, correranno qua e là.

1Gv 3,2 Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.





Occorre fare una precisazione. Quando noi moriamo, la parte spirituale vivrà nella condizione a cui Il Signore giudicherà di destinarla. Ma questa condizione sarà temporanea, ed in attesa della resurrezione finale, in cui i corpi gloriosi dei risorti saranno riunite alle loro anime.
Questo emerge dai seguenti versetti.

Ap 6,9 Quando l'Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l'altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. 10 E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?». 11 Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro.

Mat 22,30 Alla risurrezione infatti non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo.

Luca 20,36 e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.

 

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Cosa possono significare le suddette espressioni? Cerchiamo di comprenderle

1Corinzi 6,17      Ma chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito.

Questo versetto può essere inteso come riferito tanto alla vita presente che a quella futura.

Naturalmente, ora però generalmente non abbiamo una cognizione che si avvicini neppure lontanamente alla realtà futura.
Sappiamo tuttavia che per mezzo dello Spirito Santo, che si degna di unirsi al nostro spirito, noi possiamo unirci a Dio fino a formare addirittura uno spirito solo con Lui. 
Una tale fusione di spiriti, sarà certamente esaltante, appagante,  tanto da renderci felici in sommo grado, soprattutto sapendo che una tale condizione sarà permanente e indefettibile. In questa vita, per quanto si possa essere in una condizione gioiosa, vi è sempre un sottofondo di amarezza, se solo pensiamo che qualcuno o qualcosa può alterare la nostra temporanea gioia.

Le altre tre citazioni bibliche sopra riportate hanno in comune un elemento: e cioè che i salvati RISPLENDERANNO.
Lo splendore viene paragonato a quello di astri del firmamento facendo intendere che maggiore sarà stata la loro fedeltà a Dio, maggiore sarà il loro splendore. Tale caratteristica viene unita al fatto che essi CORRERANNO.  Lascia supporre loro leggerezza e la velocità con cui potranno muoversi, simili ad un lampo, che viene descritto come il diffondersi e il muoversi delle scintille in un campo di stoppie.



[Edited by Credente. 4/7/2017 1:46 PM]
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3/1/2016 11:06 PM
 
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Veniamo ora a questa espressione usata da Giovanni nella sua prima lettera:

1Gv 3,2 Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

Proviamo ad immaginare le bellezze del creato, delle piante, degli animali, delle persone umane.
Vi sono delle cose che sono spettacolari, altre che richiamano la nostra simpatia, altre ancora sono buone.
Delle creature ammirevoli, alcune ci possono attrarre a tal punto da non voler mai cessare di guardarle.
Pensiamo che questa serie innumerevole di soggetti creati sono solo un pallido riflesso della bellezza, della sapienza e della potenza di Colui che le ha pensate e fatte esistere.
Quanto maggiore della loro bellezza e grazia, sarà dunque la Sua bellezza e la Sua grazia ?
Quanto non sarà appagante il suo sguardo, la sua natura che potremo vedere in tutta la sua sfolgorante magnificenza e gloria?
E poi, noi abbiamo una idea di cosa si prova quando si ama una persona in quanto molti hanno fatto e fanno l'esperienza dell'AMORE. Non solo per quanto riguarda un generico affetto, ma anche della esperienza fisica dell'acme di felicità che si raggiunge nell'amore coniugale, in cui vi è una fusione totale dei corpi e delle anime dei due esseri che diventano una sola cosa.

Ebbene quell'acme di gioia profonda e forse massima rispetto a tutte le altre gioie della vita, sono solo un pallido riflesso dell'acme di gioia che avremo quando saremo fusi con l'Essere Eterno divenendo un solo spirito con Lui che è Spirito.
Quanto sarà più appagante questo Amore Eterno, senza alcuna imperfezione , senza alcuna limitazione, senza alcun ostacolo da superare per fruirne, senza alcuna interruzione nella appagante ed esaltante soddisfazione del nostro più intimo desiderio ?

S.Paolo ci dice in 1 Cor.1,21 È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo, e ci ha conferito l'unzione, ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito Santo nei nostri cuori.

Per mezzo dello Spirito Santo noi che siamo ancora su questa terra possiamo avere un acconto, o meglio un assaggio di quello che il Signore ha preparato per coloro che lo amano, pur senza vederlo ora.

Ecco dunque dei termini di paragone, anche se molto limitati e riferiti solo per analogia rispetto a ciò che sarà la realtà del PARADISO, ma che ci permette di avere una qualche idea di quello che ci aspetta se avremo fede e saremo fedeli.
[Edited by Credente. 5/4/2016 4:56 PM]
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5/4/2016 5:05 PM
 
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Eccoci alle parole forse più estese, più solenni e almeno in qualche misura, più adatte a rappresentare una reale esperienza del mondo futuro che sperimenteranno i salvati:

Ap, 21, 1: Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più.

2 Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.
3 Udii allora una voce potente che usciva dal trono: «Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio-con-loro".
4 E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate».
5 E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.
6 Ecco sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega,
il Principio e la Fine. A colui che ha sete darò gratuitamente
acqua della fonte della vita. 
7 Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio.

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Sono le parole ispirate che ci aiutano a capire per quanto possibile la realtà ineffabile che attende i redenti.

Vediamo qui di seguito qualche commento alle parole dell'Apostolo:


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Da un commento evangelico:

Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perchè il primo cielo e la prima terra, erano passati e il mare non era più.

Come il corpo contaminato dal peccato deve morire per risorgere quale organo della vita nuova superiore, così l'abitazione dell'umanità peccatrice ha da subire una trasformazione che la renda adatta ad esser la dimora di un'umanità rinnovata e santa. Si trova di già nell'Antico Testamento l'annunzio di nuovi cieli e nuova terra. «Ecco, è detto nel secondo Isaia, io creo dei nuovi cieli e una nuova terra; non ci si ricorderà più delle cose di prima» Isaia 65:17; ma, dal contesto, risulta che si tratta di un innovamento parziale simile a quello del millennio, la cui prospettiva, nell'Antico Testamento, si confonde con quella dello stato definitivo. Il passare del mondo di prima non equivale al suo annientamento, e l'apparizione del nuovo non è necessariamente dovuta ad una creazione dal nulla; una radicale trasformazione, per opera del fuoco secondo 2Pietro 3:10-13, basta a render ragione delle espressioni qui usate. «E non saranno, d'altronde, i veri scienziati che negheranno la possibilità d'una simile rivoluzione, in un tempo in cui l'azione formidabile degli invisibili, degli infinitamente piccoli, degli ioni ed elettroni; nel momento in cui l'infinita ricchezza del serbatoio delle forze cosmiche è stata messa in evidenza, in cui il gran mistero delle cose, lungi dall'essere chiarito, è stato spinto indietro in illimitate profondità» (P. Vallotton). Il solo particolare che ci sia dato è alquanto misterioso. Il mare non era più; perchè? Perchè rappresenta dei pericoli, perchè simboleggia le agitazioni della vita presente, perchè separa e tien lontani i popoli gli uni dagli altri mentre la futura umanità formerà una sola famiglia, perchè non è luogo d'abitazione nè può dare dei frutti, perchè ricorda il caos ecc. Ci saranno elementi di verità in parecchie di queste risposte; ma è difficile dire quale sia da preferire.

21:2:
E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scender giù dal cielo d'appresso a Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo.

Gerusalemme è presentata ad un tempo come l'abitazione dei santi e come la personificazione della chiesa glorificata. Perciò è la città santa ed è la sposa di Cristo. E frequente nell'Antico Testamento questo rappresentare una nazione o una città come una donna. Nell'Apocalisse la chiesa degenere è una meretrice ed è Babilonia. La Gerusalemme veduta da Giovanni è nuova rispetto all'antica calpestata dai pagani ed anche rispetto a quella del millennio che non è ancora santa se non in senso relativo. Questa scende dal cielo d'appresso a Dio (cfr. Galati 4:26; Ebrei 12:22) perchè è opera di Dio: lo è come dimora da lui preparata per gli eletti e lo è come società dei salvati, redenti da Cristo, santificati dallo Spirito, fatti degni della comunione perfetta col loro Dio. Infatti essa è pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Cfr. Apocalisse 19:7 e le note a quel passo. E giunto per lei il giorno delle nozze, immagine della sua perfetta ed eterna felicità. «L'immagine [della sposa] è quella che meglio raffigura la giovinezza perenne, e l'eterna maraviglia dell'amore che rende beata una vita d'amore, la quale, dopo migliaia di secoli, avrà la stessa freschezza che aveva al principio» (Allo).

21:3:
E udii una gran voce dal trono, che diceva: Ecco il tabernacolo di Dio cogli uomini: ed Egli abiterà con loro, ed essi saranno suoi popoli, e Dio stesso sarà con loro e sarà loro Dio.

La gran voce può esser d'un angelo o d'una delle creature viventi. Essa proclama che nello stato perfetto saranno adempiute le figure e le promesse antiche in cui l'ideale del popolo di Dio era fatto consistere nell'abitazione di Dio in mezzo ad esso. Cfr. Apocalisse 7:15. Nel tabernacolo mosaico Dio era presente soltanto simbolicamente; e il popolo non poteva avervi libero accesso perchè contaminato dal peccato; nella nuova Gerusalemme Dio abiterà col popolo suo reso perfetto. Essa risponderà al nome datole nella visione d'Ezechiele: 'L'Eterno è quivi' Ezechiele 48:35. Da notare la variante significativa alle promesse fatte ad Israele (Ezechiele 37:27; Geremia 31:33; Zaccaria 8:8 ecc.) d'essere il popolo di Dio. A significare che, insiem con Israele, godranno della presenza di Dio tutte le anime salvate di qualunque nazione, la voce dice: 'saranno suoi popoli.' Tale almeno è la lez. dei Codd. A e alef. Una parte dei critici sopprime le ultime parole di Apocalisse 21:1 'e sarà loro Dio' che mancano in varii manoscritti. «Così, nota il Bonnet, il cielo della Bibbia, l'essenza stessa della felicità eterna non sta affatto in quel che l'immaginazione o il sentimento hanno potuto sognare all'infuori di Dio; essa sta nella comunione reale, vivente con Dio, nel possesso e nel godimento di Dio stesso. Per degli esseri giunti alla perfezione, compenetrati dall'amor di Dio... non v'è nulla al disopra di questo, nulla che l'oltrepassi. Una tale sorte dell'anima creata ad immagine di Dio... è sola degna e dell'anima e di Dio. Il confronto tra questa realtà perfetta e i sogni assurdi od impuri coi quali l'umanità spesso si è fatto un cielo, basta da solo a provarci che qui abbiamo una rivelazione divina».

21:4:
e asciugherà ogni lagrima dagli occhi loro

Cfr. Apocalisse 7:17; Isaia 25:8.

e la morte non sarà più

cfr. Apocalisse 20:14. Presso Dio fonte di vita, non c'è più posto per la morte salario del peccato, e ogni lagrima - ce ne sono di molte specie - è asciugata dalla sua bontà piena di tenerezza. Con la morte spariranno i dolori che la seguono e che la precedono: nè ci saran più cordoglio, nè grido, nè dolore, poichè le cose di prima sono passate.

Dei riscattati dell'Eterno, profetava Isaia: «Verranno a Sion con canti di gioia; un'allegrezza eterna coronerà il loro capo otterranno gioia e letizia, e il dolore e il gemito fuggiranno» Isaia 35:10.

21:5:
E Colui che siede sul trono disse: Ecco io fo ogni cosa nuova ed aggiunse (lett. e dice): Scrivi, perchè queste parole sono fedeli e veraci.

E, la prima volta nell'Apocalisse che Giovanni ode la parola diretta di Dio Padre che siede sul trono. Essa conferma la voce proceduta dal trono. Il rinnovamento della vita umana e dell'abitazione dei redenti, rispondente all'avvenuto rinnovamento dei cuori, di cui nella 2Corinzi 5:17, fa parte del piano eterno di Dio ed è conforme alla sua essenza, poich'Egli è santità e amore. Queste parole si riferisce a quelle pronunziate dalla voce, a quelle di Dio stesso relative al rinnovamento di tutte le cose ed anche alle promesse che seguono. Giovanni deve scriverle perchè la certezza assoluta della speranza cristiana darà coraggio ai credenti nella prova e sarà salutare ammonimento a chiunque le leggerà.
[Edited by Credente. 5/4/2016 5:28 PM]
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6/21/2016 5:59 PM
 
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Dal commento di Lino Pedron
IL MONDO NUOVO

(21,1–22,5)

UN NUOVO CIELO E UNA NUOVA TERRA

Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:
« Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro 
ed essi saranno suo popolo 
ed egli sarà il "Dio-con-loro". 
E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; 
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»; e soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.
Ecco sono compiute!
Io sono l'Alfa e l'Omega,
il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente 
acqua della fonte della vita. 
Chi sarà vittorioso erediterà questi beni;
io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio. 
Ma per i vili e gl'increduli, gli abietti e gli omicidi, gl'immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E' questa la seconda morte».



Seguendo la lettura dell’Apocalisse abbiamo percorso un viaggio: dal tumulto della storia umana e dalle sue contraddizioni alla pace e alla semplicità del regno di Dio. Ci è stato messo sotto gli occhi l’intero cammino dell’umanità, dal passato al presente e dal presente al futuro.

La pagina che stiamo leggendo è infatti in punto terminale verso cui l’umanità è incamminata. Anche in questa parte conclusiva abbiamo la presentazione di tre visioni: la nuova creazione, la nuova Gerusalemme, il fiume dalle acque abbondanti.

Al centro, come sempre, il trono di Dio. È dal trono che proviene la voce che spiega il contenuto della visione ed è "Colui che sedeva sul trono" che afferma: "Ecco, io faccio nuove tutte le cose". È dal trono che scaturisce il fiume di acqua viva. L’immagine del trono è importante e ricorrente, e l’uso che se ne fa è molto istruttivo. Nella maggioranza dei casi l’immagine è contrapposta polemicamente ai molti troni che gli uomini innalzano ai potenti e ai falsi dei.

La tesi dell’Apocalisse è trasparente: soltanto il trono di Dio ha diritto di essere innalzato nella città dell’uomo, perché soltanto il trono di Dio libera e riunisce. Soltanto davanti al trono di Dio l’uomo deve inchinarsi, e soltanto all’unica e assoluta sovranità di Dio è dovuta l’adorazione. Mentre il trono degli uomini è l’espressione dello sforzo orgoglioso e impotente di salire verso l’alto, quasi per rapire all’unico signore il suo dominio, la sovranità di Dio invece è, al contrario, un movimento che discende verso il basso, dal cielo al cuore della nostra storia: come appunto la Gerusalemme celeste che discende dal cielo, da presso Dio.

C’è una profonda differenza tra il trono di Dio e il trono degli uomini. Il trono degli uomini esprime la volontà che s’innalza per dominare e piegare gli altri ai propri interessi. Il trono di Dio esprime la volontà di chi, già in alto, si avvicina all’uomo per amarlo e salvarlo: "lo sarò il suo Dio ed egli sarà suo figlio" (21,7).

Se è vero che l’immagine che domina e dà stabile fondamento a tutto il resto è quella del trono di Dio, è altrettanto vero che l’idea qui più ricorrente è la novità: cielo nuovo, terra nuova, nuova Gerusalemme, tutte le cose nuove.

L’aggettivo nuovo, nel suo uso biblico, esprime globalmente il desiderio dell’uomo che, finalmente!, succeda qualcosa di diverso, e insieme esprime la consapevolezza che gli uomini non riescono a fare nulla di veramente diverso: molte chiacchiere e molte promesse, ma sempre, alla fine, le stesse cose. L’uomo biblico si è accorto che la novità è possibile soltanto a Dio: l’uomo non la raggiunge da solo, ma unicamente nell’obbedienza al Signore e nell’accoglienza del suo dono. È Dio che fa nuove tutte le cose (21,5). Solitamente nell’Apocalisse, Dio non parla: altri parlano a suo nome. Ma qui egli prende direttamente la parola, quasi per sottolineare che ciò che sta dicendo è la cosa più importante di tutte. Egli ci dà la conferma che il sogno degli uomini di un rinnovamento globale non è sogno, ma realtà.

*****

vv. 1–4. Se il vecchio mondo è scomparso (20,11), Dio metterà al suo posto un nuovo cielo e una nuova terra (Gen 1,1). Il testo aggiunge esplicitamente che non vi sarà più il mare. Scomparirà così la caotica e inquietante potenza da cui era emersa la bestia satanica (13,1). La nuova Gerusalemme scenderà allora dal cielo sulla nuova terra che rappresenta l’opposto dell’empia città di Babilonia. La nuova Gerusalemme è paragonata a una figura femminile: appare come una sposa che si è adornata per essere condotta dallo sposo (21,9ss). Anche Paolo parla della Gerusalemme dell’alto e la chiama la nostra madre, indicando con quel nome la nuova creazione che ha già avuto inizio per la comunità cristiana (Gal 4,26). La prostituta Babilonia è stata ormai condannata (17,3ss; 18,1ss), ma la comunità cristiana è la sposa di Cristo (19,7).

Una voce celeste proclama, con numerose espressioni dell’Antico Testamento, che Dio è nuovamente presente. Dio rimarrà per l’eternità con gli uomini di tutti i popoli. Allora sarà scomparso ogni dolore (7,16-17), e la morte stessa non ci sarà più. Infatti le cose di prima, ossia il vecchio mondo, che viveva sotto il segno del peccato, della sofferenza e della morte, è scomparso.

vv. 5–8. Giunti ormai alla fine del libro, Dio stesso prende la parola (1,8) e conferma che quell’immagine del nuovo mondo è vera. Egli fa nuove tutte le cose (2Cor 5,27; Gal 6,15) e dà a Giovanni l’ordine di scrivere le sue parole, che sono incrollabili e certe, e di trasmetterle alle comunità che vivono ancora nella tribolazione e nella persecuzione. La sua parola è vera perché egli è il principio e la fine (1,8), il creatore e il reggitore dell’universo. Ciò che egli dice, avviene (Sal 33,9). Egli disseterà gli uomini dando loro gratuitamente l’acqua della vita (7,17; Gv 4,10.14; 7,37–38). Egli dona senza fine la sua grazia misericordiosa. Questa promessa veritiera deve fortificare il coraggio della chiesa ancora militante. Come ciascuna delle sette lettere si chiudeva con una parola di vittoria (2,7; ecc.), così anche il discorso di Dio termina con una promessa ai vincitori: chi vince sarà figlio di Dio, e Dio sarà il suo Dio. Mentre quelli che saranno rimasti fedeli riceveranno questa eredità, gli infedeli cadranno nella perdizione eterna (2,11; 20,6.15). Il brano termina con una solenne ammonizione: i codardi e gli increduli non avranno la salvezza. La comunità deve comprendere questo serio avvertimento come un appello alla perseveranza.

 

 

LA NUOVA GERUSALEMME

Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell'Agnello». 10 L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11 Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12 La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele. 13 A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. 14 Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell'Agnello.
15 Colui che mi parlava aveva come misura una canna d'oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16 La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L'angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l'altezza sono eguali. 17 Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall'angelo. 18 Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19 Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20 il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l'ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l'undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21 E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.
22 Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l'Onnipotente, e l'Agnello sono il suo tempio. 23 La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello.
24 Le nazioni cammineranno alla sua luce 
e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza. 
25 Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno, 
poiché non vi sarà più notte.
26 E porteranno a lei la gloria e l'onore delle nazioni. 
27 Non entrerà in essa nulla d'impuro, 
né chi commette abominio o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell'Agnello.

Un angelo aveva accompagnato Giovanni nel deserto per mostrargli la grande prostituta, cioè la città pagana, la società idolatra (18,3ss), i cui contrassegni evidenti sono l’insofferenza di Dio ("è coperta di nomi blasfemi"), il lusso sfacciato e volgare ("vestita di porpora e di scarlatto, adorna di gioielli e di pietre preziose"), la capacità di attrarre nella propria visione idolatra tutti i popoli della terra ("madre di tutte le abominazioni della terra"), la persecutrice dei cristiani ("ebbra del sangue dei santi e dei martiri di Gesù"). Ora lo stesso angelo conduce Giovanni su un monte altissimo per fargli contemplare la città santa, la nuova Gerusalemme. Le due città sono una l’opposto dell’altra: Babilonia si erge contro Dio, Gerusalemme discende da Dio. L’architettura della città di Dio dà la netta sensazione della completezza, della definitività e dell’armonia. Così il simbolismo del numero dodici, il numero della pienezza (le dodici porte, i dodici basamenti), e il simbolismo del quadrato ("la città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza"). Tutto è compiuto, armonico, simmetrico: non vi si può aggiungere né togliere nulla. È chiaro che Giovanni non sta descrivendo il piano di una città, ma il volto della comunità salvata e purificata da Dio. Sono cadute tutte le contraddizioni che ora caratterizzano la convivenza, è caduta la frammentarietà, la disarmonia, la provvisorietà.

Inoltre Giovanni accumula immagini che creano il senso dell’armoniosità, della trasparenza e della preziosità: lo splendore della città è come quello delle gemme ed è tutta costruita con oro e pietre preziose. Ma a differenza di Babilonia, che ostenta i suoi gioielli per mostrare la propria gloria, la nuova Gerusalemme risplende della gloria di Dio.

Ed è proprio questo il tratto più importante: la nuova città è in comunione con Dio, una comunione diretta, trasparente, senza veli e mediazioni: "Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l’Onnipotente, l’Agnello sono il suo tempio". Dio non è più incontrato attraverso qualcosa, ma faccia a faccia, e questo è il grande sogno dell’uomo, l’ansia profonda di ogni sua ricerca. Sono caduti i veli, e Dio è di fronte.

Notiamo che è solo con l’aiuto di un angelo di Dio che Giovanni ha compreso l’idolatria di Babilonia e ha contemplato la nuova Gerusalemme. Al di là del simbolo, l’insegnamento è chiaro: è alla luce della parola di Dio, cioè nell’ascolto, nella preghiera, nella fede, che la comunità cristiana trova lucidità per scoprire l’idolatria del mondo presente e per ritrovare la certezza del mondo futuro. Senza l’aiuto della parola di Dio la lettura della storia perde lucidità e si confonde con la lettura mondana: la comunità credente finisce col ragionare come il mondo. Oppure smarrisce la speranza, vede il fallimento e non scorge, nel profondo, il germe carico di promessa delle novità di Dio.

*****

vv. 9–17. Gli angeli stanno a guardia delle dodici porte (Is 62,6) che si aprono verso i quattro punti cardinali per permettere il libero accesso alla città (Ez 48,30ss). Ciascuna delle porte porta scritto il nome di una delle dodici tribù d’Israele (Ez 48,31ss) poiché Gerusalemme è la città del popolo di Dio. Però questo non è più limitato al popolo dell’antica alleanza, ma è la comunità di Gesù Cristo di cui sono stati chiamati a far parte giudei e pagani (7,4ss). Perciò Giovanni aggiunge che i dodici basamenti portano scritto il nome dei dodici apostoli; la chiesa infatti è costruita sul fondamento degli apostoli e dei profeti (Ef 2,20; Mt 16,18), che formano la base su cui poggia l’intero edificio. L’angelo, che con la sua canna d’oro misura la città, ne comunica a Giovanni le enormi dimensioni. La città ha una pianta quadrata. Nell’antichità il quadrato e il cubo erano considerati immagini della perfezione e, secondo le notizie trasmesseci dalla tradizione antica, anche Babilonia era una città a pianta quadrata. La misura di dodicimila stadi, che corrisponde a circa 2.400 km, riguarda non solo la lunghezza e la larghezza, ma anche l’altezza. Questo cubo dalle dimensioni colossali richiama alla mente la concezione che si aveva nel mondo antico della volta celeste; le dimensioni del cubo e la frequente ripetizione del numero dodici vogliono simboleggiare la massima perfezione. I 144 cubiti indicati per le mura, presumibilmente devono riferirsi al loro spessore (= 70 metri circa) e non alla loro altezza.

vv. 18–27. La descrizione della bellezza indicibile della città prosegue con la menzione del ricchissimo materiale usato per costruirla (Is 54,11; Tb 13,16-17). La città è d’oro puro e trasparente e le sue fondamenta sono adornate di sfavillanti pietre preziose (4,3), i cui nomi sono indicati in una successione molto simile a quelle delle analoghe liste dell’Antico Testamento (Es 28,17ss; 39,10ss; Ez 28,13).

Le porte della città sono formate da dodici perle meravigliose. La strada che attraversa la città celeste è anch’essa d’oro purissimo. Le materie preziose ricordate in questa lista non vanno interpretate separatamente, ma viste tutte insieme come un modo per descrivere la luminosa e risplendente bellezza della nuova Gerusalemme, colma della presenza di Dio. Lo sguardo di Giovanni si rivolge ora all’interno della città. Nel mondo antico il santuario era considerato il luogo nel quale era presente la divinità, e di conseguenza si immaginava anche l’esistenza di un tempio nel cielo (11,19; 14,15.17; 15,5ss); ma nel nuovo mondo non ci sarà più bisogno di un santuario, perché Dio e l’Agnello abiteranno in mezzo alla città. Non si adorerà più in un edificio a ciò consacrato, ma soltanto in spirito e verità (Gv 4,24). La luce eterna che emana dalla presenza di Dio illumina la nuova Gerusalemme. Perciò non c’è più la notte, e non occorre più la luce del sole e della luna; infatti solo Dio stesso e l’Agnello sono la luce (1Gv 1,5) che espelle definitivamente ogni oscurità (22,5). Ormai il giorno luminoso non ha più fine, perciò le porte della città non si chiudono, ma rimangono ininterrottamente aperte e permettono in ogni tempo un libero accesso. Accorrono dunque da ogni parte gli adoratori che camminano alla luce della nuova Gerusalemme. Su questo punto Giovanni si ricollega a certe promesse dell’Antico Testamento che in origine non si riferivano a una città celeste, ma alla futura gloria di Sion e della Gerusalemme della terra (Is 60). Quelle profezie si sono ora miracolosamente adempiute: accorrono alla città i popoli pagani, che però non sono più pagani perché ricevono il diritto di cittadinanza della città. I re portano regali e doni preziosi in segno di omaggio. Tutto ciò che è impuro è bandito dalla città: nelle sue mura abitano solo i cittadini del cielo, i cui nomi sono scritti nel libro della vita (3,5; 13,8; 17,8).

 


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6/21/2016 6:02 PM
 
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LE ORIGINI E LA CONCLUSIONE





Mi mostrò poi un fiume d'acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall'altra del fiume si trova un albero di vita che dá dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni.
E non vi sarà più maledizione.
Il trono di Dio e dell'Agnello
sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno;
vedranno la sua faccia 
e porteranno il suo nome sulla fronte.
Non vi sarà più notte
e non avranno più bisogno di luce di lampada,
né di luce di sole,
perché il Signore Dio li illuminerà 
e regneranno nei secoli dei secoli.

La terza visione propone le idee principali già ribadite dalle prime due. La simbologia richiama chiaramente il cap. 2 della Genesi: il paradiso terrestre. Le origini della storia umana e la conclusione si ricongiungono. Ma la visione di Giovanni si ricollega a Gen 2 passando attraverso la rielaborazione che ne ha fatto Ezechiele (cap. 47): dal tempio scaturisce la sorgente di acqua viva che cresce fino a trasformarsi in un fiume maestoso, tra due rive di alberi lussureggianti.

C’è un’idea di fondo molto chiara: l’acqua scaturisce dal tempio, cioè da Dio. È da Dio che viene la vita e il mondo nuovo, non da altri.

Abbiamo detto che l’inizio e la fine si congiungono, le prime pagine della Bibbia fluiscono nelle ultime. La Bibbia si apre con il racconto di un paradiso perduto: Adamo ed Eva hanno perso la comunione con Dio, l’amicizia tra di loro e l’armonia con la terra. Gli uomini di fede che hanno scritto quelle antichissime pagine hanno compreso che il mondo così come oggi lo troviamo è un mondo decaduto, è la conseguenza del peccato. Per darsi una spiegazione hanno guardato indietro, verso il passato. La nostra pagina invece, che non solo conclude l’Apocalisse, ma la Bibbia intera, rovescia la prospettiva: non la nostalgia verso il paradiso perduto, ma la speranza verso un mondo nuovo che sta nascendo. Lo sguardo è in avanti, non all’indietro. Il mondo, così com’è, è frutto del peccato (questo l’Apocalisse lo dice con molto vigore), ma è anche un mondo in cui la forza della presenza di Dio sta operando. È un mondo che soffre nel travaglio del parto, e le crisi che l’attraversano sono momenti di crescita, e non semplicemente castighi per le molte idolatrie commesse. Un mondo degno dell’uomo non è un sogno svanito, anche se è vero che il peccato sembra sciupare ogni cosa. La conclusione a cui ci porta l’Apocalisse è questa: il mondo nuovo, il mondo degno dell’uomo non è un sogno, ma è una certezza. Il mondo nuovo è una realtà sicura come è sicura la promessa di Dio.

Il paragone con le prime pagine della bibbia può essere ulteriormente approfondito. Là un movimento che andava dalla pace al travaglio (dal paradiso terrestre alla fatica del lavoro, alla morte, alle lotte fratricide, al diluvio, alla schiavitù dell’Egitto ... ), e dall’universale al particolare (dall’intera umanità al popolo di Abramo). Qui invece è tutto alla rovescia: dal travaglio della storia umana alla pace di Dio, dalle comunità cristiane (a cui sono rivolte le sette lettere e l’intero libro) all’umanità intera.

Ma L’Apocalisse non è solo una visione di consolazione, neppure nelle sue pagine conclusive. È anche un drastico avvertimento. Dal mondo nuovo di Dio ci possono essere anche degli esclusi, dei quali l’Apocalisse tenta di tracciare una descrizione, quasi un elenco: una descrizione che però deve essere compresa alla luce di tutto il discorso apocalittico per non essere fraintesa. Che ci possano essere degli esclusi è ribadito con forza due volte: 21,8.27. Come si vede da questi due passi, le mancanze che l’uomo commette sono molte, ma ciò che è più importante capire è che tutte sono indicative di una scorrettezza più profonda, che possiamo chiamare "menzogna" o anche "idolatria". È qui la radice di tutto. Più volte l’Apocalisse ci ha fatto capire che la menzogna non è semplicemente la mancanza di sincerità, come il dire bugie, ma è una falsità esistenziale, un modo scorretto di impostare l’intera vita e la società: cioè una vita impostata su falsi valori, su ideali che pretendono servire l’uomo e in realtà lo distruggono, pretendono appellarsi alla verità, ma in realtà sono a vantaggio di interessi di parte, possono perfino presentarsi in nome di Dio, ma in realtà non fanno che idolatrare l’uomo. Tutto questo è la menzogna e l’idolatria, cioè una filosofia e un’impostazione pagana dell’esistenza.

Non tutto conduce alla novità di Dio e alla Gerusalemme celeste. Soltanto la strada dei martiri, che sono coloro che rifiutano l’idolatria e impostano la vita sulla parola di Dio, vi conduce.

*****

vv. 1–5. Con la venuta della nuova Gerusalemme è tornato il paradiso anticamente perduto. Un fiume limpido come il cristallo sgorga dal trono di Dio e dell’Agnello (Gen 2,10-14; Ez 47; GI 4,18; Zc 14,8). Le sue acque donano la vita; ne deriva una crescita rigogliosa e un’abbondante benedizione. La fine dei tempi corrisponde ai tempi delle origini: l’albero della vita, che era al centro del paradiso terrestre (Gen 2,9; 3,22) verdeggia anche nel nuovo mondo di Dio (2,7; 22,14.19).

Siccome la visione si avvicina al testo di Ez 47,7.12, dove il profeta osserva le piante sulle due rive del fiume, forse l’albero della vita in questa pagina va inteso come un singolare collettivo: sulle due rive del fiume ci sono alberi della vita. Le loro radici attingono alle acque della vita del fiume e i rami fruttificano, con abbondanza paradisiaca, dodici volte all’anno. Le foglie danno guarigione ai popoli che accorrono (21,3), perché nel nuovo mondo di Dio non ci sarà più né malattia, né dolore, né morte (21,4). Secondo la promessa di Zc 14,11 nella città non vi sarà più nulla di maledetto, perché il peccato sarà stato definitivamente eliminato insieme al diavolo e alla morte. Il luogo della presenza divina nella nuova Gerusalemme non sarà più il tempio, ma il trono di Dio e dell’Agnello, e i suoi servi lo serviranno e avranno comunione con Dio e con Cristo. Sulla terra nessun uomo aveva potuto vedere Dio perché al cospetto della santità divina avrebbe dovuto morire (1,17). Ma adesso i servi di Dio, che portano il suo nome sulla fronte e sono quindi segnati come sua proprietà, possono vederlo com’è (Mt 5,8; 1Gv 3,2). Lo splendore di Dio li illumina in ogni tempo (21,23-25) ed essi parteciperanno al governo di Dio sull’universo (1,6; 5,10). Come la condanna che ha colpito i dannati rimane eternamente valida (20,10), così i beati regneranno con Dio e saranno con lui per tutta l’eternità.


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9/10/2018 4:53 PM
 
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Ma che paradiso è quel “riposo eterno”?


GATES TO HEAVEN
 




La vita eterna è un perenne cominciare nell’amore, è l’esperienza di un Dio che è inesauribilmente Colui che inizia ad amare...


Come sarà la vita eterna? L’unica via possibile di risposta a questa domanda ci è offerta nell’esperienza pasquale delle origini, nell’incontro da cui ha avuto inizio il movimento cristiano nella storia. I pavidi fuggiaschi del Venerdì Santo sono diventati i coraggiosi testimoni di Pasqua, pronti a dare la vita per amore di Gesù, annunciato come il Crocifisso Risorto. Che cosa ha indotto questi uomini a trasformare la loro paura davanti alla morte nell’audacia dell’annuncio fino al dono della vita? E’ stato l’incontro di cui i racconti delle apparizioni, riportati dagli evangelisti e da Paolo, sono testimonianza.


Questi racconti non possono essere armonizzati tra loro da un punto di vista cronologico e geografico: c’è però in essi una struttura fondamentale, che ritorna costantemente, articolata in tre momenti, l’iniziativa del Risorto, il riconoscimento da parte dei discepoli e la missione, la vita nuova che scaturisce dall’incontro vivificante e trasformante.


L’iniziativa del Risorto è alla base dei racconti pasquali: Gesù «si mostrò loro vivente» (At 1.3). E questo “mostrarsi vivente”, questa oggettiva esperienza dell’iniziativa che viene da Colui che, prigioniero della morte, si offre ora Signore della vita, che è anche l’inizio della fede cristiana nella storia. I discepoli, raggiunti dall’iniziativa del Risorto che appare loro, vengono illuminati e profondamente segnati e trasformati da essa.- Se questa esperienza pasquale può essere in qualche modo vista come anticipazione della vita eterna, perché è in essa che l’Eterno si è manifestato nella vittoria sulla morte di Gesù il Cristo, è fondato pensare che un primo aspetto della vita eterna sarà quello dell’iniziativa eterna nell’amore di Dio.


La vita eterna è un perenne cominciare nell’amore, è l’esperienza di un Dio che è inesauribilmente Colui che inizia ad amare, non perché sia necessitato o costretto a cominciare sempre di nuovo nell’amore, ma perché nella Sua infinita gratuità non è mai stanco di cominciare ad amare. Vita eterna è sorgività eterna dell’Amore, partecipazione alla circolazione dell’amore tanto antico e sempre nuovo della vita trinitaria di Dio, e perciò all’iniziativa del Padre, all’accoglienza del Figlio, alla comunione unificante e liberante dello Spirito, che a Pasqua ci sono stati rivelati. E’ per questo che non è possibile concepire la vita eterna come eterna ripetizione dell’identico: se Dio che ama è eternamente nuovo nell’amore, la vita eterna, iniziativa di questo amore divino, non potrà non esser eterna novità, eterno sgorgare dell’amore dalla Sorgente inesauribile di esso, che è il mistero del Padre.


Il secondo momento presente nei racconti delle apparizioni del Risorto è il processo di riconoscimento, che porta i discepoli a identificare nel Signore che appare loro il Gesù che essi avevano conosciuto nei giorni della sua vita terrena. Questo riconoscimento avviene superando le resistenze e le fatiche dell’oscurità della fede. «E’ il Signore!» è il grido gioioso in cui culmina l’aprirsi degli occhi della fede nel cuore dei discepoli. Se è legittimo vedere nell’esperienza pasquale un anticipo di eterno, è possibile pensare che la vita eterna sarà un eterno processo di riconoscimento nell’amore, e cioè una scoperta sempre nuova dell’amore divino, che in Gesù è stato rivelato nel frammento del tempo. Come gli uomini delle origini cristiane, camminando attraverso l’oscurità della fede vissuta nella più totale libertà, hanno risposto all’iniziativa di amore del Risorto confessandolo come Signore della loro vita e della storia, così nella vita eterna all’iniziativa inesauribile dell’amore divino risponderà l’umile confessione della lode, il cantico eternamente nuovo dei redenti, che proclameranno Gesù Signore e Cristo e adoreranno il Padre, al quale il Risorto li ha condotti nello Spirito. La vita eterna in questo senso è eterno procedere verso le profondità del Padre, scoperta inesauribile della Sorgente eterna, novità sempre nuova del cammino verso l’abisso mai risolto del mistero di Dio.


E, infine, nell’esperienza pasquale all’iniziativa del Risorto ed al riconoscimento che ad essa corrisponde da parte dei discepoli, fa seguito la missione: «Di questo sarete testimoni!». Coloro che hanno incontrato il Risorto non possono fermare nel segreto del cuore l’intensità dell’esperienza che hanno vissuto. Essi devono “andare” ad annunciare Colui che, abbandonato nell’oscurità del Venerdì Santo, è stato costituito Signore e Cristo per la riconciliazione del mondo. L’esperienza registrata dai racconti delle apparizioni pasquali è trasformante: essa segna per sempre coloro che la vivono nella forza dell’incontro col Risorto, spingendoli a dare tutto, finanche la vita per amore di Lui. Se c’è una corrispondenza fra questo “anticipo d’eterno” e l’eternità del futuro della vita in Dio, bisogna domandarsi a che cosa corrisponderà nella vita eterna il momento di “missione”, di trasformazione profonda e di proiezione al di fuori di sé verso gli altri per la causa di Dio. E’ possibile riconoscervi il permanente “invio”, il sempre nuovo cominciare, che nella storia dell’amore eterno sempre di nuovo si compie. All’iniziativa eterna dell’amore corrisponde il processo eterno del riconoscimento dell’amore in un perenne nuovo inizio, in una perennità del dono da parte del Padre e in una perennità della risposta da parte del Figlio e in Lui della creatura ammessa per grazia alla festa senza fine del Regno di Dio.


 

C’è come una missione nel seno della Trinità, di cui le missioni storiche del Figlio e dello Spirito sono rivelazione e proiezione per la nostra salvezza. Questo eterno invio del Figlio nello Spirito da parte del Padre fonda l’eterno invio dei “figli nel Figlio” perché realizzino nel tempo e nell’eternità l’unico, profondo senso dell’esistenza: la gloria di Dio tutto in tutti. All’eternità dell’invio corrisponde l’eternità del lasciarsi inviare: la vita eterna è il permanente ricominciare nel saperci fatti per la gloria di Dio; è la gioia di voler sempre di nuovo, nel giorno eterno di Dio, ricominciare a dire di sì all’Amore più grande di ogni amore.


In questo senso si può dire che la vita eterna è il giorno senza fine, non come attimo che tutto consumi in una ripetizione eterna dell’identico, ma come inesauribile processo di vita in cui tutto sempre comincia nell’intensità dell’amore divino. Vita eterna – a partire dall’anticipo d’eterno che è l’esperienza pasquale del Risorto – è dunque iniziare ad amare e rispondere all’amore nella perenne novità dell’essere in Dio, senza fine partecipi della Sua gloria. Nell’eternità la festa sarà un perenne cominciare ad amare da parte di Dio, un perenne e sempre nuovo sapersi amata da parte della creatura ed un suo perenne e sempre nuovo rispondere all’amore, avvolta nel movimento senza fine dell’eterna provenienza dell’amore, il Padre, dell’eterna venuta dell’amore, il Figlio, e dell’avvenire dell’amore eterno, lo Spirito.


L’immagine del “riposo” può certo essere utilizzata, allora, se con essa non si intenda l’assenza della vita, ma si voglia esprimere la gratuità della festa e della libertà del sempre nuovo iniziare ad amare.


Il giorno senza tramonto è la festa dell’amore che non conosce fine, che “è”, anzi, sempre e solo, di nuovo e in modo nuovo, “inizio”.


(da Jesus)


Qui l’articolo tratto da “Dimensione Speranza”




11/19/2019 9:25 PM
 
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Come saremo noi coniugi nella vita eterna?


MARE, COPPIA, NUOTARE




Il matrimonio cristiano è una vocazione alla santità che come tale si compie nel perimetro della vita terrena; l’amore prima mediato dallo sposo e dalla sposa diventa immediato in Dio, quando vivremo la nuova dimensione della vita eterna -Dio ci aiuti a raggiungerlo! -; ma del nostro legame non resterà traccia?




In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda:
«Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello.
C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli.
Allora la prese il secondo
e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli.
Da ultimo anche la donna morì.
Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito;
ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito;
e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio.
Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe.
Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». (Luca 20,27-38.)

Cerchiamo di contestualizzare questo Vangelo. Chi erano i sadducei? I sadducei erano l’elitè della società ebraico-palestinese del tempo di Gesù. Da loro proveniva quella classe dirigente e sacerdotale che spesso rappresentava gli ebrei di fronte ai romani. Erano pochi ma molto influenti. Non credevano, ed è quello che più ci interessa, nella vita eterna e nella resurrezione dai morti. Gesù, attraverso questa parola, ha voluto mettere in evidenza come su questo punto i sadducei sbagliano e conferma che siamo invece fatti per vivere in eterno. Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi. Questo blog aiuta a riflettere sulla nostra chiamata all’amore sponsale e questo Vangelo pone una questione importante. Come sarà la nostra vita nell’eterno di Dio? Come sarà la relazione tra gli sposi?

Non lo sappiamo come non sappiamo quasi nulla della vita eterna. E’ qualcosa che non ci appartiene ancora e che non possiamo comprendere. Ci sono però alcune riflessioni che possiamo fare assumendo alcune realtà e verità che conosciamo.

Il matrimonio è una vocazione. Attraverso il matrimonio possiamo rispondere all’amore di Dio. L’altro/a diventa mediatore tra noi e Dio. Amando l’altro/a possiamo amare Dio. Amando il fratello/la sorella che vediamo e che tocchiamo possiamo riamare Dio che non vediamo. Il matrimonio è un sacramento del corpo. Il corpo è parte integrante del matrimonio. Noi possiamo vivere il nostro matrimonio solo attraverso il corpo. Non basta la nostra parte più profonda e spirituale (la volontà, l’anima, il cuore) ma serve che l’amore che nasce nella nostra parte più profonda ed intima possa diventare visibile e concreto attraverso il corpo. Non c’è infatti matrimonio senza il primo rapporto fisico.

Da queste verità della nostra fede è chiaro che il matrimonio cessa con la morte. In paradiso potremo amare Dio direttamente senza più nessuna mediazione. Viene meno quindi lo scopo principale del matrimonio. Anche il nostro corpo sarà diverso, sarà trasfigurato, non sappiamo come ma sappiamo che sarà diverso. E’ quindi poco sensato e plausibile credere che la nostra sessualità possa essere vissuta come la viviamo ora.

Quindi non ci sarà più matrimonio, lo conferma anche Gesù, ma davvero possiamo pensare che i coniugi Quattrocchi, i coniugi Martin, Pietro e Gianna Beretta Molla, e tante altre coppie che hanno incarnato un amore matrimoniale stupendo poi non ne portino i segni anche nella vita eterna? Non ci credo. Di sicuro, più che una certezza è una speranza, resterà un’amicizia particolare. Sono sicuro che Luisa avrà un posto speciale nel mio cuore anche in Paradiso. Tutto quello che ho costruito con lei in questa vita non si cancella, non si resetta. Tutti i gesti di tenerezza, di cura, di intimità, di perdono, di ascolto, di presenza, di condivisione di gioie e dolori, tutte queste esperienze restano impresse in modo indelebile nel mio cuore. Il giorno della mia morte lascerò tutto qui in questa vita. Nella mia valigia porterò solo il mio cuore, l’amore dato e ricevuto e lei ne è parte integrante. Sono sicuro che il giorno del nostro matrimonio, il 29 giugno 2002, è iniziata una relazione che durerà per sempre. Nella vita eterna sarà sicuramente diversa e trasfigurata, ma ancora più bella e meravigliosa perché vissuta nella luce e alla presenza di Dio.

 

Papa Francesco in Amoris Laetitia cita un’affermazione di Tommaso D’Aquino che potete leggere nella Summa contra Gentiles. Una frase che spiega in modo preciso tutto il senso di questo articolo: Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la «più grande amicizia». Credo che questo sarà vero  per sempre. Questa amicizia non ci verrà mai tolta.

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO SUL BLOG MATRIMONIO CRISTIANO


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