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Detti dei Padri del deserto

Last Update: 11/26/2019 7:22 PM
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11/1/2015 7:20 PM
 
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PROLOGO AL LIBRO DELLE PAROLE DEGLI ANZIANI [1]



In questo libro si raccontano la virtuosa ascesi, l’ammirabile modo di vivere e le parole dei santi e beati padri, per infiammare ed educare a imitarli quelli che vogliono condurre una vita celeste e vogliono percorrere la via che conduce nel regno dei cieli: bisogna dunque sapere che i santi padri, zelatori e maestri di questa beata vita monastica, una volta infiammati dall’amore divino e celeste, stimarono come nulla le cose che gli uomini ritengono buone e pregevoli, e cercarono innanzitutto di non fare niente per essere visti. Fu col nascondersi e col celare, per eccesso di umiltà, la maggior parte delle loro opere, che percorsero la via che è secondo Dio: perciò nessuno ha potuto descriverci con precisione la loro vita; tuttavia alcuni si sono dati grande pena per affidare alla tradizione scritta un po’ delle parole e delle gesta da essi compiute, non per piacere a loro, ma per risvegliare lo zelo dei posteri. Parecchi dunque, in diverse epoche, hanno messo in forma di racconto i detti e le azioni dei santi anziani, con uno stile semplice e disadorno, perché essi miravano a quest’unico scopo: l’edificazione di molti. Tuttavia, molto di questo materiale, essendo mescolato e non ordinato, presenta qualche difficoltà alla mente del lettore, che non riesce ad abbracciare con la memoria il senso sparso qua e là per il libro. Perciò siamo stati costretti a una sistemazione in ordine alfabetico, in modo che il materiale così ordinato possa offrire, a chi lo desidera, più utile comprensione e pronta edificazione. Quindi, ciò che riguarda il padre Antonio, Arsenio e gli altri, che cominciano per alfa, è raccolto sotto la lettera alfa; ciò che riguarda Basilio il Grande, Bessarione e Beniamino, è raccolto sotto la lettera beta, e così via fino all’omega. Ma poiché vi sono anche altre parole e azioni di santi anziani, che non presentano il nome dei protagonisti, le abbiamo raccolte in capitoli alla fine della sistemazione per alfabeto [2]. Dopo aver fatto ripetute ricerche in molti libri, abbiamo posto alla fine dei capitoli quanto abbiamo potuto trovare [3], perché l’anima ricavi da tutto edificazione, e si diletti delle parole degli anziani più dolci del miele e del succo dei favi [4], e noi, vivendo in modo degno della chiamata cui siamo stati chiamati [5] dal Signore, raggiungiamo il suo Regno. Amen.

[1] Alcuni mss. portano anche altri titoli: Prologo al libro sull’ascesi dei santi anziani, oppure: Prologo del libro dei santi anziani, che è chiamato Paradiso. L’antico redattore della raccolta, in questo prologo che a lui risale, spiega le ragioni che l’hanno indotto a intraprendere quest’opera.

[2] Si tratta della collezione sistematica, suddivisa cioè in capitoli per argomenti, che costituisce il nucleo principale della raccolta anonima che nella maggior parte dei mss. più importanti segue la raccolta alfabetica, e qui non pubblicata.

[3] Questa affermazione è molto meno chiara della precedente e ha costituito difficoltà per la critica; sembra infatti alludere a un’inchiesta successiva alla costituzione della raccolta, il che parrebbe molto strano se fosse ad opera dello stesso primo compilatore. Il Guy ha formulato l’ipotesi che la frase sia da attribuirsi a un secondo redattore, che l’abbia interpolata per motivare le innegabili aggiunte di copisti successivi (Guy, Rech. p. 15). O forse potrebbe alludere ai brani su un anziano che in alcuni mss. sono aggiunti alla fine della rispettiva lettera dell’alfabeto o seguono il gruppo di detti di un altro anziano. Oppure la frase potrebbe semplicemente riguardare le serie minori che nel nucleo più antico di anonimi seguono la raccolta sistematica. A ogni modo, rimane non del tutto chiara.

[4] Sal 18 11.

[5] Ef 4, 1.
[Edited by Credente. 11/26/2019 7:22 PM]
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11/1/2015 7:22 PM
 
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Una volta si presentò all'abate Arsenio il beato arcivescovo Teofilo (vescovo di Alessandria d'Egitto dal 385 al 412, n.d.a.) insieme a un magistrato, per chiedergli di ricevere da lui una parola.


Dopo un attimo di riflessione Arsenio rispose : <<Ma se ve la dico mi promettete che la metterete in pratica?>>.

Naturalmente entrambi risposero di si.

Allora Arsenio continuò: <<In qualunque luogo sentirete dire che c'è Arsenio, allontanatevi da lì! >>.


***  La battuta, a dir poco esilarante, dell'anziano, denota come, pur tra digiuni, veglie e altre severe penitenze, questi eremiti conservavano il buonumore, a testimonianza della serenità con cui affrontavano le loro fatiche ascetiche, che a loro volta non facevano che accrescere la loro pace interiore: e questo rimane un testindispensabile e rassicurante dell'autenticità di ogni sforzo ascetico portato avanti con discernimento e moderazione.
Se un percorso personale di crescita spirituale, che necessariamente richiede “sforzo”, (Luca 13,24) facesse però perdere o solo traballare la serenità interiore, vorrebbe dire che è un percorso che porta in una direzione sbagliata.


Il racconto, inoltre, dimostra la grande libertà interiore che l'ascesi conferiva a questi “prigionieri di Cristo”(Efesini 3,1; Filemone 1,1), che non provavano alcuna soggezione nei riguardi dell'autorità sia religiosa che civile, pur rispettandone i ruoli.

Sia davanti all'arcivescovo di Alessandria che dinanzi al magistrato, Arsenio non perde la libertà di espressione o “parresia”, com'è chiamata nel Nuovo Testamento.

Nessun segno di quel servilismo adulatorio, che oltre a degradare chi lo compie, essendo una meschina parodia della vera umiltà e ubbidienza, denigra nondimeno chi lo riceve perchè lo considera talmente ottuso e vanaglorioso da accettare quell'ipocrita sottomissione.

A tale proposito il papa Francesco ha detto:

La malattia di divinizzare i capi: è la malattia di coloro che corteggiano i Superiori, sperando di ottenere la loro benevolenza. Sono vittime del carrierismo e dell’opportunismo, onorano le persone e non Dio (cfr. Mt 23:8-12). Sono persone che vivono il servizio pensando unicamente a ciò che devono ottenere e non a quello che devono dare. Persone meschine, infelici e ispirate solo dal proprio fatale egoismo (cfr. Gal 5,16-25). Questa malattia potrebbe colpire anche i Superiori quando corteggiano alcuni loro collaboratori per ottenere la loro sottomissione, lealtà e dipendenza psicologica, ma il risultato finale è una vera complicità” (Discorso natalizio sui 15 mali della curia, n° 10; 22.12.2014).
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11/1/2015 7:23 PM
 
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L'alfabeto del contadino

Un tale chiese all'abate Arsenio: <>.

Il padre Arsenio rispose: <>.



Un altro giorno un fratello scorse il padre Arsenio mentre sottoponeva i suoi pensieri al discernimento di un eremita egiziano.

Meravigliato alquanto di ciò gli domandò: <>.

Quello rispose: <>.


*** Entrambi gli episodi hanno un unico filo conduttore: il rapporto tra cultura mondana e sapienza cristiana.

Il commento più pertinente può essere il discorso che, a tale riguardo, fa san Paolo, e che dovremmo avere la pazienza e il coraggio di leggere con attenzione, senza rimuoverlo dalla mente subito dopo averlo letto, perchè può apparire scomodo e addirittura pericoloso se venisse applicato non “alla lettera” ma semplicemente sul serio.

Perchè non poche volte, con la scusa di non prendere alla lettera certe parole della Scrittura (magari per non essere tacciati di fondamentalismo), si finisce con annullare, completamente o quasi, la Rivelazione divina scegliendo per sé e per gli altri, “un dio fatto da mani d'uomo” al quale si può far dire ciò che si preferisce.

Ecco come san Paolo, e per lui lo Spirito Santo, intende il rapporto tra cultura mondana e sapienza cristiana nella 1 Lettera ai Corinti cap. 1:

18La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. 19Sta scritto infatti:
Distruggerò la sapienza dei sapienti
e annullerò l’intelligenza degli intelligenti.

20Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? 21Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. 22Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, 23noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; 24ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. 25Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.

26Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. 27Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; 28quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, 29perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. 30Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, 31perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.

E al cap. 2, v.4

La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, 5perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

In questo rapporto tra cultura mondana e sapienza evangelica, è riposto anche il segreto della vera comunione cristiana, ad ogni livello: più si scende nel cuore del vangelo che è la carità e più ci si ritrova uniti, mentre quanto più si cerca di “elaborare” la Rivelazione, sottoponendola al "make-up" della cosiddetta attualizzazione e magari "abbellendola" con le “extensions” dei sottili ragionamenti (eccezion fatta, com'è ovvio, per ogni sana teologia elaborata sull'inginocchiatoio e con la Bibbia in mano), più ci si allontana e ci si divide, come i raggi di una bicicletta mano a mano che si allontanano dal perno che li unisce.
Il "perno", per ogni cristiano di qualunque denominazione è quel comandamento che riassume tutta la Legge e i Profeti e in base al quale tutti saremo giudicati (Matteo 22,36-40).

Si legga anche la 1 Corinzi cap. 13.

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11/5/2015 3:24 PM
 
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CARITA'

Un giorno un monaco volle confidare al padre Arsenio una sua preoccupazione che gli toglieva la pace.

Gli disse così: <<Padre, sono tormentato dai miei pensieri che mi conducono allo scoraggiamento e alla disperazione. E' come se mi suggerissero: “Non sei capace e non hai voglia né di digiunare nè di lavorare. Cosa stai a fare qui? Va' almeno a visitare qualche ammalato così eserciti la carità!”>>.

Allora l'anziano, riconoscendo in tutto questo l'opera del demonio, ordinò al fratello: <<Piuttosto torna subito nella tua cella, mangia, bevi e non lavorare; soltanto non muoverti di lì per nessun motivo>>. Diceva così perchè aveva intuito che quel monaco era tentato (dal diavolo) di evadere dalla cella, in modo da perdere la sua pace.


***  Può sembrarci, questo, uno strano racconto, ma contiene un insegnamento importante per la vita spirituale.

Esiste una tentazione molto raffinata e sottile che può cogliere tutti noi: andare a fare qualunque cosa, che sia magari di giovamento al prossimo, pur di evitare di “marcire” nella solitudine (come il “seme di frumento” :Giovanni 12,24), abitando un po' con se stessi e temprando la propria volontà con la virile resistenza alla voglia di evasione, camuffata da impellente spinta altruistica.

Certo, occuparsi degli altri e delle loro necessità è quanto di meglio un vero cristiano possa fare.

Ma il comandamento evangelico e vetero-testamentario "ama il prossimo tuo", sarebbe privato di ogni criterio e diverrebbe cieco, se si tagliasse la sua seconda parte “come te stesso” (Levitico 19,18; Matteo 22,39 e par.)

L'amore verso se stessi è il metro dell'amore verso gli altri, tanto che la “regola d'oro” che Gesù suggerisce è proprio: <<Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro>> (Luca 6,31).

Uno dei migliori modi per praticare l'amore verso se stessi è quello di “imporsi” dei tempi e dei momenti determinati per ogni attività da svolgere e non deflettere per nessun motivo, fatte salve naturalmente le eventuali urgenze o imprevisti: “Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo” (Qoelet 3,1)

Questa autodisciplina alla fine si rivela utile a se stessi, perchè forgia la volontà nel crogiuolo della resistenza alle varie "spinte centrifughe" mascherate da bisogni, propri o altrui.

Ma sarà utile anche agli altri, perchè ogni rafforzamento del proprio carattere non potrà che recare giovamento ai rapporti interpersonali.

Perciò, qualora non vi siano valide urgenze altruistiche, la cosa migliore che si può fare nel tempo a propria disposizione è quella di “marcire” in una solitudine solo apparente, poiché abitare con se stessi equivale a coabitare con quel Dio che ha scelto, per amore, di abitare con noi, anzi dentro di noi (Giovanni 14,23).

E così saremo pronti, quando sarà il momento, ad accorrere verso i bisogni altrui non per evadere dal peso della solitudine, ma per immergere nelle altrui necessità il Dio che portiamo dentro, come fece Maria con Elisabetta.

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11/26/2015 10:58 PM
 
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La pietra di Ammone




Un giorno l'abate Antonio, desiderando mostrare al suo discepolo Ammone come si progredisce nel timore di Dio, lo condusse fuori della cella e, mostratagli una pietra, gli ordinò di infierire contro di essa con ogni tipo di insulti, infliggendole anche qualche percossa.
Ammone eseguì l'ordine.
Allora il padre Antonio gli chiese: <<Forse che la pietra ha reagito in qualche modo o si è lamentata?>>.
L'altro rispose di no.
E il padre Antonio continuò: <<Anche tu devi arrivare a questo punto>>.
 
 
***  E' un chiaro esempio di "apàtheia", una virtù cristiana che a prima vista ci fa storcere il naso, perchè ci sembra parente stretta di quella "apatia", la qualità che attribuiamo alle persone "apatiche", che non ci sembra affatto di dover imitare.
 
Ma la "apàtheia" di cui si parla nel racconto, per uno strano scherzo etimologico, è esattamente il contrario dell'apatia come noi la intendiamo comunemente.
Infatti, quella di cui si parla nel racconto è una delle qualità migliori che un cristiano dovrebbe possedere, e che gli farebbe fare uno scatto decisivo nella scalata spirituale.
Che si intende allora per "apàtheia"?
Il termine deriva dal greco "a-patheia" = mancanza di passione o di sofferenza, una sorta di anestesia dell'anima, di fronte ad ogni tipo di sofferenza interiore e uno scudo contro le passioni o tendenze negative che vorrebbero spingerci fuori strada.
Come sempre, il punto di partenza migliore per fare chiarezza, è la Parola di Dio, alla quale questi santi eremiti si ispiravano, anzi, dalle cui labbra continuamente pendevano.
 
"Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Galati 2,19-20).
 
e Gesù aveva detto:
 
"Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna" (Giovanni 12,25).
 
Sono queste le radici bibliche profonde della virtù dell'apàtheia".
Ogni cristiano è chiamato alla "perdita del proprio io".
Ma si tratta di una perdita  solo apparente, perchè in realtà è il guadagno più grande e più conveniente che possa fare.
Perde il proprio io, meschino ed egoistico, quell'io piccino piccino del quale ha molto più da vergognarsi che da vantarsi, ed acquista l'Io stesso di Cristo.
 
A questo punto mi pare di sentire le proteste assordanti di chi ritiene che un tale atto di rinuncia al proprio io sia l'operazione più spersonalizzante che si possa concepire.
Se così fosse, allora bisognerebbe concludere che quando Gesù, nel brano sopra citato invita in modo inequivocabile ad "odiare la propria vita" (letteralmente "la propria anima"), sta attentando alla personalità dei discepoli, o gli vuol fare il lavaggio del cervello o li sta plagiando.
Invece sta promettendo un "io nuovo ed una vita nuova", che non sminuirà la personalità e l'autonomia di ognuno, ma la accrescerà a dismisura, e tanto più quanto più lo svuotamento del vecchio io sarà stato completo e ben rifinito.
Non è proprio questo il significato del battesimo, fondamento della vita cristiana? Si depone l'uomo vecchio (o l'io vecchio)mediante l'immersione nell'acqua, per rinascere come uomini nuovi emergendo dalle acque.
E chi è l'uomo nuovo, se non l'icona vivente del nuovo Adamo che è Cristo?
Nulla da perdere, quindi, ma tutto da guadagnare da questa rinuncia al proprio io e alla propria vita:
"Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà" (Matteo 16,25). 
 
e san Paolo:
 
 "Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova.  6 Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato. 7Infatti chi è morto, è ormai libero dal peccato. 8 Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui" (Romani 6,4-8).
 
Tornando al nostro racconto, l'"apàtheia" che Antonio abate richiede dal suo discepolo Ammone, non è altro che la risultante logica ed esistenziale di questo processo graduale di sradicamento del proprio io marcio e infettato dal terribile virus dell'anima che è l'egoismo, retaggio di ogni uomo fin dal seno materno.
Tale processo non è automatico, ma è il  faticoso risultato di numerosi tentativi e di uno sforzo talvolta immane, pur tra tanti fallimenti.
Esso produrrà un graduale distacco dal proprio io, anzi un superamento di se stessi, che porterà a non risentirsi per ogni offesa ricevuta, a non essere irascibili e vendicativi, a non scusare ad ogni costo se stessi accusando sempre gli altri, a non reagire di fronte agli insulti, e perfino a "porgere l'altra guancia".
Sarà come se tutti quegli sgarbi fossero rivolti ad un altro e non a noi. Qualunque dardo infuocato ci colpisca, o da parte di altri uomini o da parte dei demoni, non potrà ferirci, semplicemente perchè non siamo più dentro il fragile guscio della nostra ipersensibilità, ma siamo saliti al piano superiore di noi stessi, ci siamo rivestiti dell'uomo nuovo, che è Cristo, e abbiamo indossato la corazza della fede che ci rende più invulnerabili della pietra di Ammone.
 
Tutto questo è facile a dirsi,... ma è ancora più facile a farsi se ci lasciamo"mangiare" e "metabolizzare" da Cristo: ciò che dovrebbe accadere in ogni Eucaristia, che i nostri eremiti neppure avevano la nostra fortuna di poter ricevere quotidianamente.

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11/28/2015 10:02 AM
 
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Una botte piena di "misericordia"




Una volta Ammone, che era diventato vescovo, si recò in un luogo dove abitava un fratello che non godeva di buona fama, perchè si era scoperto che frequentava di nascosto una donna.

Proprio quel giorno ella era andata a trovarlo.

La gente del luogo, intenzionata da tempo a cacciare quel fratello che dava scandalo, approfittò della presenza del vescovo Ammonio, per denunciare il grave peccato. Perciò lo pregarono di andare con loro alla casa del fratello.

Questi, accortosi del loro arrivo, nascose in tutta fretta la donna in una grande botte.

Ammonio, pur conoscendo, per divina ispirazione, quel sotterfugio, per Amor di Dio, volle coprire la colpa. Perciò, appena entrato in casa, andò a sedersi sulla botte. Poi invitò la gente a ispezionare accuratamente la casa, se mai vi si nascondesse la donna.

Quando ebbero terminato senza trovare nulla, il vescovo li rimproverò dicendo: <<Che Dio vi perdoni, fratelli miei, perchè avete rivolto questa accusa?

Dopo aver pregato con loro li congedò. Quindi, tenendogli la mano, ammonì il fratello: <<Fratello, bada a te stesso>>.

 

 

***  Pur avendo piena autorità e responsabilità verso quel fratello, incorso in una colpa gravissima, Ammone preferisce usargli

Misericordia, piuttosto che giudicarlo e condannarlo.

Perciò non esita a ricorrere ad una furbesca mancanza verso la verità, sedendosi sulla botte dove sapeva esservi la donna.

Certo non è il comportamento ideale, e la cosa potrebbe scandalizzare qualche pignolo moralista, ma Ammonio non ha esitato sul da farsi, è stato pronto e deciso.

Forse, facendosi un po' di conti, dovendo scegliere tra salvare l'integrità della verità, palesando la flagranza della colpa, e salvare la reputazione e la dignità del fratello, ha deciso che, più del principio, valeva la persona. Così, invece di sacrificare questa ha preferito sminuire un po' la prima.

E' una bugia? Solo gli ottusi lo direbbero. Non è forse vero che la prima e più grande verita è l'Amore?

Gesù, di fronte all'adultera colta in fragrante, che secondo la più vera applicazione della Legge data da Dio a Mosè, avrebbe dovuto essere lapidata, preferì all'amore della Legge, la Legge dell'Amore, e alla Giustizia la Misericordia: "Va' e d'ora in poi non peccare più" (Giovanni 8,11):Ammonio ripete quasi le medesime parole.

 

Il suo comportamento ci deve fare molto riflettere.

Per salvare la reputazione del fratello, lui ha preferito mancare alla verità, mentre noi non ci facciamo nessuno scrupolo a scalfire o distruggere la buona fama e la dignità dei nostri fratelli, senza neppure voler salvare la verità.

 Che anzi manchiamo pure verso di essa, ma non per difetto, come Ammonio, stendendo il velo della misericordia su qualche dettaglio concernente quella determinata colpa, ma per eccesso, ingigantendo, compiaciuti, l'accaduto e inventando qualche altro dettaglio scabroso, magari all'uscita dalla Messa, senza ricordarci che:

"Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana" (Giacomo 1,26).

 

Invece ci farebbe più che mai comodo un pizzico di quella  santa furbizia che Gesù augurava ai "figli della Luce" (Luca 16,8), per assicurarci il passaporto, senza scadenza, per l'Eternità, superando con dieci e lode il Giudizio divino, qualunque siano state le nostre colpe.

Questa affermazione può suonare strana ed eretica ma è una precisa ed irrevocabile promessa dello stesso Signore, quando nel vangelo ci assicura che:


"Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio" (Luca 6,37-38). 

La santa furbizia consiste nell'usare una misura larghissima, senza limite e restrizione alcuna, verso le colpe dei fratelli, anche quelle più gravi, nella divina certezza che la stessa misura Dio si impegna ad usare con noi.

Cosa c'è di più semplice e di più certo? Si dovrebbe dire, che ogni volta che copriamo e perdoniamo i peccati del fratello guadagniamo una sicura indulgenza, e così tutta la vita diventerà un "Anno Santo" e un "Giubileo della Misericordia" indetto direttamente da Gesù.

 

Ma c'è anche un'altra solenne promessa, ben diversa, che lo stesso Gesù ci fa: ma questa volta si tratta di un passaporto sicuro per l'inferno:

"Ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe" (Matteo 6,15).

 


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12/15/2015 12:38 PM
 
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Il padre Daniele diceva: <<Quanto più il corpo fiorisce, tanto più l'anima si infiacchisce, quanto più il corpo viene mortificato, tanto più l'anima rinvigorisce>>.


 
*** Ai cristiani emancipati e al passo con i tempi, queste parole suonano arcaiche e fuori moda, ma contengono una verità basilare: non si può accontentare allo stesso tempo sia il corpo che l'anima, semplicemente perchè hanno esigenze opposte, per cui, se si accontenta l'una si scontenta l'altra: 

Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda” (Galati 5,16-17).

Corpo e anima sono componenti o, se si preferisce, aspetti diversi della stessa persona, che, a causa della disarmonia prodotta dal peccato originale, sono in lotta tra loro.

Quello che offre godimento all'uno fa star male l'altra.

Certo occorre equilibrio e buon senso: non tutti possiamo sottoporci alle stesse penitenze massacranti degli eremiti del deserto, ma neppure è lecito pensare che la regola della penitenza valesse solo per loro, mentre per noi, più emancipati, è stata abolita.

L'aspetto penitenziale della vita cristiana non può essere snobbato da nessuno, come ci ricordano i periodi che la chiesa gli dedica in certi tempi, come l'Avvento e la Quaresima.

E se la chiesa lo fa, è proprio per ricordare ad ognuno che l'intera vita cristiana è vita di penitenza.

Gesù ce lo ricorda costantemente con l'esempio, i quaranta giorni di digiuno nel deserto, e con la parola, lungo tutto il vangelo.

Ce lo ricordano Mosè, Elia, Giovanni Battista, che si nutriva di locuste e miele selvatiche, dimorando nel deserto, rivestito di pelle di cammello.

Ce lo ricordano tutti i santi, nessuno escluso, che si imponevano penitenze volontarie di ogni genere. Essi non erano supereroi, ma gente come noi, a volte anche più deboli e in cattiva salute.

Nessuno è o sarà mai esonerato dal sottoporre il proprio corpo a privazioni e rinunce nel cibo o nel vestito o in ogni altra soddisfazione.

E' una regola che è presente in tutte le grandi religioni: basti pensare all'Induismo, al Buddismo, all'Ebraismo o all'Islamismo, nelle quali l'osservanza di digiuni e astinenze e privazioni di ogni genere, è molto sentita e praticata. Mentre per noi rinunciare a qualsiasi bevanda alcolica o a certi cibi, per tutta la vita, sembra assurdo e impossibile, per molti di loro è un sacrificio costante che portano avanti con fedeltà. Perchè credono fermamente che ne derivi un grande beneficio per la loro anima.

Se anche noi, emancipati, disinvolti e disincantati cristiani del ventunesimo secolo, dedicassimo al “make-up” dell'anima, una minima parte del tempo e dell'attenzione che dedichiamo o sprechiamo nella cura del corpo, il benessere dell'anima si accrescerebbe, e la nostra vita interiore ne sarebbe rinvigorita.

Il bello, o il brutto, e che, proprio chi dice di non aver tempo per pregare o per nutrire lo spirito con buone letture, è lo stesso che ha trascorso diverse ore davanti allo specchio per imbellettare “fratello asino”, la cui destinazione finale tutti conosciamo.

Ma, come sempre, è solo questione di fede.
Occorre credere che, come dice il padre Daniele:
"Quanto più il corpo fiorisce, tanto più l'anima si infiacchisce, quanto più il corpo viene mortificato, tanto più l'anima rinvigorisce".
E, se siamo sinceri con noi stessi, dobbiamo riconoscere che anche l'esperienza conferma questa verità.

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12/16/2015 11:28 AM
 
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80- La solitudine aguzza l'ingegno

Il padre Dula diceva: < Non c'è nulla che possa sconfiggerlo, meglio della solitudine unita alla moderazione nel cibo.
Entrambe rendono più acuti gli occhi dell'anima”.


*** E' necessario che i momenti di solitudine scandiscano i tempi di incontro e di comunione con gli altri.

Solo chi sa stare da solo saprà anche stare con gli altri.

Non si toglie nulla ai rapporti, ma gli si dà un valore aggiunto: limpidità, imparzialità e profondità.

La solitudine, carica di preghiera e di riflessione, aiuterà a purificare quello che ci può essere di poco limpido o di torbido nei rapporti umani, soprattutto quelli molto o troppo piacevoli.

Oppure aiuterà a trovare le giuste motivazioni di fede, per rapportarsi con pazienza e apertura del cuore, con coloro che non ci ispirano nessuna spontanea simpatia.

Infine, starsene per un po' di tempo da soli, arricchirà ogni rapporto di una dimensione fondamentale: la profondità.

Non è sufficiente, infatti, darsi da fare per ampliare ed estendere le proprie cerchie di conoscenti e amici, cosa che oggi i vari “social network” rendono possibile, se poi, come purtroppo succede, le relazioni restano superficiali, vuote e svuotanti, generando un nuovo tipo di solitudine negativa e frustrante: quella di chi, immerso nella moltitudine, sperimenta in sé e negli altri la più totale mancanza di senso e di orientamento. Parlando per ore del nulla si diventa delle nullità, con la testa vuota di idee e col cuore pieno di illusioni o di delusioni.

Saper stare da soli, per un tempo prolungato, equivale a riempire la mente di idee e di progetti, colmando il cuore di serenità e di speranza, per poi riversare la propria pienezza nei rapporti con gli altri, attingendo alla loro ricchezza interiore.

La solitudine, come dice l'abate Dula, “rende acuti gli occhi dell'anima”, perchè aiuta a prendere la necessaria distanza dalle situazioni, fornendo quella “visione panoramica”, quella “visione d'insieme”, indispensabile per comprenderle e per risolverle.

Comprende e si gode meglio un panorama, ricco e variegato, non colui che vi è immerso, ma colui che lo osserva dal di fuori e da lontano, meglio ancora se “dall'Alto”.

Come pure, non può comprendere ed ammirare l'acqua azzurra e le onde spumeggianti dell'oceano colui che, ad occhi chiusi, annaspa sott'acqua.

L'altro aspetto cui fa accenno il nostro racconto è la moderazione nel cibo.

E' fin troppo chiaro che ingozzandosi di carne e di dolci, ed innaffiando il tutto con qualche bicchiere di vino, non si crea la condizione più adatta ad affrontare con la dovuta lucidità gli assalti del nemico e le sue innumerevoli insidie (Luca 21,34).
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12/17/2015 9:00 PM
 
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75- Provvidenza o Previdenza?

BESSARIONE

Fu discepolo di Macario, fondatore di Scete, e visse nel IV secolo.


Un giorno l'abate Bessarione camminava lungo la riva del mare insieme al suo discepolo il padre Dula.

Ad un certo punto questi ebbe sete e manifestò a Bessarione il suo desiderio di dissetarsi.

L'abate gli ordinò di bere l'acqua del mare e quello obbedì. Per intervento divino l'acqua da salata divenne dolce.

Mentre il padre Dula si affrettava a riempire la borraccia, Bessarione lo riprese dicendo: <>.

Quello rispose che forse, lontano da lì, avrebbe avuto ancora sete.

Ma l'abate replicò dicendo: <>.


*** Si possono scorgere sullo sfondo alcuni riferimenti biblici, come spesso accade in questi racconti, impregnati di Parola di Dio, anche quando non la citano espressamente.

Il primo accenno è all'episodio della manna nel deserto, quando Mosè proibì agli Israeliti di accaparrarsi una doppia razione di manna, facendola avanzare per il giorno dopo, ma permise di raccogliere solo la porzione quotidiana (Esodo 16,19-21).

Con questo si collega la domanda del padre nostro nella quale Gesù insegna a chiedere: “Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano” (Luca 11,3).

Gesù, inoltre, raccomanda ai suoi discepoli “di non preoccuparsi del domani, perchè il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno la sua pena” (Matteo 6,34).

E' questa stessa fiducia incondizionata nella Provvidenza di Dio, che Bessarione raccomanda al suo discepolo ansioso.

Dio era intervenuto operando il prodigio dell'acqua salata divenuta potabile, e lo stesso Dio sarebbe intervenuto ancora in qualunque altro momento e luogo.

Noi credenti (?) di oggi siamo troppo preoccupati per il nostro futuro, per la nostra vecchiaia e per l'avvenire dei figli.

Sulle nostre insicurezze proliferano varie forme di Previdenze e Assicurazioni sociali. Ad esse ci affidiamo, mentre, senza confessarlo apertamente, diffidiamo della Provvidenza.

Ma le Previdenze e le Assicurazioni intervengono quando il danno è già compiuto, con un rimedio solo esteriore e materiale, la Provvidenza, invece, o previene il danno stesso, o, se lo permette, lo rende utile alla nostra crescita rafforzandoci e rigenerandoci interiormente.

La nostra “assennata” prudenza umana ci suggerisce di mettere una + dove il vangelo raccomanda di mettere una “o” (“aut...aut”), perchè “di tutte queste cose si preoccupano i pagani” (Matteo 6,32).
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12/18/2015 3:17 PM
 
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66- Non "pensati" ma "pensanti"
Fu chiesto al padre Ammone quale fosse la porta stretta e la via angusta di cui parla il vangelo (Matteo 7,13-14).
Egli rispose: < Questo equivale anche all'altro detto evangelico: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito">> (Matteo 19,27).

*** Lasciare tutto per seguire Gesù non significa soltanto distaccarsi da ogni bene materiale, ma soprattutto abbandonare se stessi, cioè i propri pensieri e desideri sia carnali che "carnalmente" spirituali, per permettere allo Spirito Santo di plasmare a suo piacimento e a nostro eslusivo vantaggio, sia la mente che il cuore.
E' questa la via stretta e angusta, perchè è la cosa più difficile da attuare.
E' difficile essere padroni dei propri pensieri in modo tale che da "esseri pensati" si diventi "esseri pensanti".
Non è facile accorgersi che, nel momento stesso in cui si sta difendendo a spada tratta una certa idea, in nome della libertà di pensiero, in realtà si è schiavi di un modo di pensare e di una moda di pensiero. Più che pensare si sta subendo un pensiero, si sta accettando supinamente di "essere pensati" da pensieri precostituiti dall'ambiente sociale, con i suoi numerosissimi mezzi di persuasione più o meno occulta.
Dominare i propri pensieri vuol dire quindi, riappropriarsi del vero se stessi, liberandosi di quella escrescenza dell' io, che l'ambiente ha installato su ognuno di noi, a nostra insaputa, come si trattasse di pericolosi virus informatici , allo scopo di telecomandarci e farci prima pensare e poi fare ciò che ai dominanti di turno torna più vantaggioso.
E, purtroppo, questo processo schiavizzante, si attua proprio quando siamo più che mai convinti di stare portando avanti e difendendo a spada tratta un nostro personale modo di pensare, che in realtà tutto è tranne che "nostro".

Come sfuggire a questa subdola trappola che può avere origini alquanto oscure e deleterie?
C'è un unico modo ed è quello suggerito da Ammonio: bisogna controllare i propri pensieri, "per Amore di Dio", selezionarli con cura sulla base di motivazioni desunte da riflessioni personali, e non respirate e assorbite in modo passivo da un ambiente inquinato e tossico.

Per tutti i padri antichi, dominare sul pensiero, è determinante per il progresso spirituale: tutto nasce da lì, ogni tentazione è originata da un pensiero, che poi mette in moto l'immaginazione, che, a sua volta, stimola i vari istinti, ai quali i cinque sensi non tarderanno a rendere il loro tributo con ogni compiacenza.
Di conseguenza sarà tanto più facile "recidere le proprie voglie", quanto più prontamente si interverrà sul pensiero per smorzarlo sul nascere (ogni temporeggiamento potrebbe essere fatale), o per aiutarlo a "sublimare" qualche insana voglia incanalando la sua energia verso fini più vantaggiosi.

E' logico che per un credente, questa difficile e faticosa pulizia della mente, non equivale ad uno svuotamento puro e semplice, per ritrovarsi con una sorta di "testa vuota", come già ce ne sono tante in giro.
Al contrario, deve essere la premessa per riempire il nobilissimo contenitore che chiamiamo mente o cervello, di un unico pensiero: il Pensiero stesso di Cristo.
Ciò non equivale a diventare ossessionati da quello che viene chiamato "il pensiero unico", che rende manipolatori delle coscienze e produce altri schiavi e fanatici.
Non seguaci del "pensiero unico" ma dell'Unico Pensiero" che veramente conta e deve contare per ogni cristiano, che, fidandosi soltanto di un solo Maestro che è Gesù, si riempie la testa di vangelo, con una scelta libera e responsabile, col diritto costante di recesso quando quel vangelo non gli andasse più a genio, ma senza alcun diritto di trasformarlo per adattarlo alla mentalità mondana.

Ascoltiamo la Parola:
"Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo" (Matteo 23,8-10).

e san Paolo:
"Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 ¶ l'uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. 15 l'uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16 Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo" (1 Corinzi 2,13-16).
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12/22/2015 12:27 PM
 
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83- LA BIBBIA "IN BELLA VISTA"

Il beato Epifanio disse anche:
< Infatti il solo fatto di guardare il libro della Bibbia, indebolisce la nostra inclinazione al peccato ed accresce l'attrazione verso la santità>>.


*** Nulla di feticistico o di magico in queste parole, ma una incontestabile verità: il Libro sacro, nella sua “fisicità e materialità”, è il segno della Parola di Dio in esso contenuta.

Potremmo chiamarlo, senza timore di esagerare, la “specie” cartacea della Parola, per analogia con la “specie” eucaristica del pane e del vino o con le altre “materie” sacramentali.

La Bibbia è il segno o “sacramento” della divina Parola o del Verbo, che è lo stesso Figlio di Dio, il quale, prima di incarnarsi nella carne umana, si è, in certo senso, “incarnato” nella parola umana, facendosi Scrittura Sacra.

E non è certo una esagerazione, affermare ciò.

L'esagerazione è piuttosto quella di “degradare” in modo sacrilego le nostre Bibbie casalinghe, a libri come tutti gli altri, da lasciare ammuffire sugli scaffali polverosi delle nostre piccole o grandi biblioteche, senza la dovuta riverenza e venerazione.

Il Concilio Vaticano II parla della “duplice mensa” del Pane eucaristico e del Pane della Parola, mettendo sullo stesso piano Bibbia ed Eucaristia.

La Santa Messa è appunto composta, in modo paritario, da Liturgia della Parola e Liturgia Eucaristica, e l'Evangeliario viene solennemente deposto sul leggio, e con esso si fa una solenne benedizione, come avviene per la benedizione eucaristica.

Purtroppo non sempre l'atteggiamento dei cristiani verso i Libri sacri, corrisponde alla venerazione che la chiesa dedica loro.

Forse i musulmani ci superano in questo campo, perchè nutrono una scrupolosa riverenza verso il Corano, al punto che fanno la massima attenzione affinchè neppure un piccolo frammento di carta, contenente qualche sacro versetto, possa essere trattato in modo improprio e venire quindi “profanato”.

Ritornando all'affermazione del vescovo Epifanio, sulle proprietà “terapeutiche” della semplice vista delle Sacre Scritture, dopo aver chiarito come non vi sia nulla di feticistico o di magico nelle sue parole, chiediamoci perchè il solo “guardare” il Libro sacro, senza ancora aver letto, possa tanto giovare all'anima.

Il motivo è semplicissimo: la vista di quel Libro diventa un “promemoria” di una delle Verità più fondamentali della fede cristiana: il Dio in cui crediamo è “un Dio Parlante”. Quel Libro, che contiene la sua Parola, ne è il segno più evidente.

Non è un idolo, che non vede, non sente e non risponde (Salmo 115,5; 135,16), come gli idoli di pietra, di legno, o di metallo, costruiti dalle mani dell'uomo.

Non è un'idea raffinata o un concetto sublime, elaborato dalla testolina umana, né è una impersonale Energia o Anima del Cosmo o il “dio spray” di cui parlava il papa Francesco in una omelia.

Niente di tutto ciò.

Il Dio della Bibbia è il Dio Vivente (“El chai”, nell'ebraico), il Dio Personale, anzi, Tripersonale, che ha voglia di intrattenersi in un lunghissimo dialogo con l'uomo, attraverso le centinaia di pagine di quel Libro.

La Sua Parola, che è lo stesso Figlio di Dio, la stessa Parola con la quale ha creato i cieli e la terra, è contenuta in quelle Sacre Pagine.

Il credente, che le abbia sempre “a portata di vista”, prima ancora che a portata di mano, si ricorderà con Chi ha a che fare, non potrà dimenticare che il Dio Vivente Tripersonale lo interpella ad ogni istante attraverso quelle pagine, non per condannarlo ma per salvarlo.

Quel promemoria, “a portata di vista”, gli ricorderà che questo Dio gli ha inviato una meravigliosa “Lettera d'Amore”, come i padri e i santi chiamavano la Bibbia, e che le innumerevoli parole in essa contenute, “son tutte Parole d'Amore”.

Ecco perchè, in conclusione, sarà un ottimo espediente, “intronizzare” la propria Bibbia in una posizione centrale della casa o della stanza, prima di statuette e ammennicoli vari, in modo che, secondo il suggerimento di Epifanio, “il solo fatto di guardare il libro della Bibbia, indebolisca la nostra inclinazione al peccato ed accresca l'attrazione verso la santità”.

Sia detto fra parentesi, perchè ognuno è libero di crederci o meno, ma una delle raccomandazioni che la Madonna di Medjugorje va ripetendo da anni con insistenza, è proprio quella di "mettere la Sacra Scrittura in un posto ben visibile della casa".
E' una interessante coincidenza.
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12/28/2015 6:35 PM
 
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90- Un salutare ricordo

Il padre Evagrio diceva: «Ricordati continuamente che un giorno lascerai questa vita e non dimenticare l'eterno giudizio.
In questo modo eviterai di cadere nel peccato».


*** Rimuovere il ricordo della morte e del giudizio, è una cattiva abitudine che ci accompagna per tutta la vita.
Ma non serve a nulla, perchè, tanto, la morte arriverà quando meno te lo aspetti.
Anzi, il ricordo abituale di "sorella morte", non peggiorerà la tua qualità di vita, nè, tanto meno, l'accorcerà.
All'opposto, il pensiero non rimosso che, prima o poi dovrai morire ed essere giudicato, ti aiuterà a vivere meglio e più a lungo.

A vivere meglio, perchè guardando le cose, le persone e gli avvenimenti, in quella prospettiva, ti appariranno in una luce inedita: le valli si colmeranno e le montagne si abbasseranno, il terreno scosceso diventerà pianura e le pianure aride rifioriranno,
ciò che sembrava sconnesso si ricomporrà in splendida armonia, ciò che sembrava troppo lontano da potersi raggiungere, ti apparirà a portata di mano.

Il tarlo roditore dell'anima, chiamato "rancore" sarà disinfestato e annientato, tutti gli altri timori e paure saranno ridimensionati, gli insuccessi e le frustrazioni, ridotte drasticamente di peso, non graveranno troppo sull'anima, col loro carico depressivo, mentre, i successi e le vittorie conseguite non la risucchieranno nel vortice rischioso della vanagloria.

Ogni noia svanirà, la pigrizia subirà una scossa salutare, la voglia di vivere, come delicato fermento, risveglierà la volontà indolente in preda a una cronica indolenza, l'epidermica e scomposta euforia si muterà in composta riflessione, la incosciente "leggerezza dell'essere" si trasformerà nella coscienza della "gravità dell'essere" un "animale ragionevole".

Chi viveva senza chiedersi "perchè", e si vantava, per questo, di essersi emancipato, si accorgerà di aver vissuto fino ad allora, come un semplice"animale", omettendo la preziosa qualifica di "ragionevole" impressagli dal Creatore.

Chi, e ce ne sono tanti, bollava come bambini ed eterni adolescenti tutti quegli esseri pensanti che si chiedono "chi sono, da dove vengo, e dove vado", e li metteva in ridicolo, come "chi ha la testa fra le nuvole", facendo i conti col pensiero della propria morte e dell'eterno giudizio, sarà costretto almeno a ipotizzare che, forse, "riderà bene che riderà ultimo".

A colui che non vedeva "al di là del suo naso", si apriranno davanti orizzonti sconfinati, tutti da esplorare, colui che strisciava per terra e perfino sotto terra, nutrendosi di terra, come i lombrichi, sarà indotto a risalire e a puntare lo sguardo verso il Cielo.

Chi era giustamente affascinato dalla armoniosa bellezza che il Divino Scultore aveva impresso nel corpo umano, sarà costretto a considerare che esso è "come l'erba che al mattino fiorisce e germoglia, ma alla sera è falciata e dissecca" (Salmo 90,6).

Che ne è di tante bellezze che qualche decennio fa incantavano chi le guardava, ma che ora giacciono nel grembo della terra?

Ecco solo qualche esempio, di come il ricordo costante della morte e del giudizio possono offrirci la giusta prospettiva per gustare il vero sapore della vita, e per vivere con pienezza e massima intensità ogni istante, ogni "attimo fuggente", nella sua genuinità e naturalezza, senza quelle "spezie artificiali" che, mentre sembrano arricchire i sapori, in realtà ne deformano o ne disperdono la naturale fragranza.

In questo modo il ricordo della morte e del giudizio migliorano, non guastano affatto, la qualità della nostra vita.

Riguardo al fatto,poi, che tale ricordo riesca perfino ad allungare i giorni di vita, è sufficiente riflettere su quanto "benessere esistenziale" derivi ad ogni individuo dal veder attutiti in sè stesso certi aspetti negativi, snervanti e deprimenti, a cui sopra si è accennato, e come, viceversa tale benessere, intimo e profondo, risulti favorito e potenziato dai numerosi aspetti positivi
che sono stati elencati, prodotti, appunto, dal salutare "memento mori", "ricordati che devi morire", dei latini e degli antichi cristiani.

Da questo "benessere esistenziale", in base al più elementare principio di medicina psico-somatica, è del tutto ovvio e naturale che scaturisca una migliorata salute del corpo, ottimo auspicio per un allungamento della aspettativa di vita.

Puoi visitare anche gli altri miei blog:
"Imitazione di Cristo"

Omelie del santo Curato d'Ars
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12/30/2015 9:13 PM
 
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Passaporto per la pace

Il padre Evagrio disse anche: «Principio della salvezza è accusare se stessi».



*** L'uomo possiede dentro di sè diversi istinti.

Ma ce n'è uno, il più “ancestrale”, che risale all'inizio della sua comparsa nel mondo creato, ed è l'istinto che lo porta, immediatamente, ad accusare gli altri di ciò che succede a lui o intorno a lui, o perfino dentro di lui.

Tale istinto ancestrale, è il primo prodotto della colpa originaria, o peccato originale: non appena Adamo ed Eva ebbero commesso il peccato, invece di incolpare, ciascuno di loro, se stesso, pentendosi e chiedendo perdono a Dio, non fecero altro che scaricare ogni colpa sull'altro.

Adamo dà la colpa ad Eva, questa incolpa di tutto il serpente, il quale, in questo caso, si mostra l'unico che si assume le sue responsabilità, e, non potendo chiedere perdono, almeno tace (cfr. Genesi, cap.3).

Viene da pensare a cosa sarebbe successo, se i nostri due progenitori, invece di accusarsi a vicenda, avessero riconosciuto la loro colpa e avessero chiesto perdono. Fu, forse, proprio quell'atteggiamento impenitente di reciproca accusa, che ha meritato la terribile condanna da parte di Dio, più che lo stesso atto di disobbedienza? Forse Dio li avrebbe perdonati, concedendo loro un'altra possibilità, se avessero recitato insieme il "mea culpa"?

In tal caso, apparirebbe ancora più chiaramente quali enormi e tragici danni produca quell'innato istinto di "accusare gli altri".

Se dunque l'accusare gli altri ha segnato l'inizio della condanna, appare del tutto evidente la verità dell'affermazione di Evagrio (ma anche di altri Padri), che il principio della salvezza non possa essere altro che l'opposto, cioè "l'accusa di se stessi".

Sia detto in modo "semiserio", ma, sembra che già nell'atto di nascere il bambino pianga, per gettare sugli altri la colpa di averlo drasticamente sottratto al suo ambiente comodo e protetto, nel grembo della madre.

Crescendo, farà risuonare i suoi urli e i suoi pianti, battendo i pugnetti sul petto della madre, per farla sentire in colpa perchè non lo accontenta in ciò che chiede.

Appena inizia a frequentare la scuola, una delle prime cose che impara è quella di incolpare gli insegnanti di non valutarlo come dovrebbero o di preferirgli qualche altro, invece di imparare a dare la colpa a se stesso, impegnandosi di più e meglio.

Crescendo, farà le prime esperienze di amicizia o di relazione con l'altro sesso, e non perderà occasione di gettare sugli altri la colpa di ogni eventuale incomprensione, o mancanza di corrispondenza o della stessa rottura dei rapporti, invece di esaminare il suo proprio modo di relazionarsi con loro, e di corrispondere al loro affetto e alla loro attenzione.

Se poi avrà la rara fortuna di trovare un posto di lavoro, incomincerà, dopo un po', a trovare "tanti peli nell'uovo", innumerevoli motivi di insoddisfazione, distribuendo colpe a destra o a sinistra (ogni riferimento è casuale), invece di conservare nell'animo la dovuta riconoscenza verso Dio e verso gli uomini, accontentandosi di quello che gli viene offerto e che tanti non hanno, e impegnandosi con tutte le sue forze per produrre quei risultati che ci si aspetta da lui, accusando il suo scarso impegno, per gli eventuali insuccessi.

Ma il vero "tiro a segno" delle colpe, inizierà quando i due faranno il fatidico passo del matrimonio. Allora inizierà la fiera degli "scarica barile", quando ciascuno incolperà l'altro di quasi tutte le immancabili difficoltà del vivere insieme, invece di accusare se stesso per ogni eventuale disguido o incomprensione o frainteso o affievolimento dell'interesse verso l'altro. Finchè, alla fine, questa catena arrugginita e ininterrotta di reciproche accuse porterà alla crisi o alla rottura di quell'altra catena dorata, intessuta di promesse d'amore, che un giorno li aveva avvinti, in un crescendo di stima e di affetto altamente liberatorio ed esaltante.

Se poi, mediante la rigenerante e vitalizzante accusa di se stessi, si riuscirà ad andare avanti, nonostante le inevitabili difficoltà della vita comune (che per gli antichi costituiva la "maxima poenitentia"), arriverà il momento dello "scarica barile" riguardo all'educazione dei figli. Allora ciascuno attribuirà a sè gli aspetti positivi del loro carattere, e all'altro quelli negativi, magari considerando positivo ciò che l'altro considera negativo, e viceversa, in uno scambio interminabile di accuse intorno ai troppi o troppo pochi permessi accordati, intorno alla responsabilità di qualche vizio, piccolo o grosso, acquisito dai figli, riguardo perfino alle scelte che essi faranno, per la professione, per il partner, ecc.

Infine il povero essere umano, arrivato al tramonto della vita, non potrà certo cessare di esercitare il vizio ancestrale dell'accusare sempre gli altri, che lo ha accompagnato fino ad allora, e, per non interrompere l'allenamento, continuerà ad accusare i figli o i nipoti, perchè non si prendono la dovuta cura di lui, accrescendo a dismisura le pretese, basate sui diritti sacrosanti acquisiti per averli messi al mondo. E questo, almeno in parte è vero, purchè non si intenda riscuotere con interessi usurai il prezzo dell'aver donato la vita ad altri esseri umani, non senza essere stati già ampiamente ricompensati all'origine, dal dono immenso che gli stessi figli costituiscono per chi li ha messi al mondo.

Quando poi la prospettiva dell'accusare gli altri e mai se stessi, si sposta dall'ambito individuale a quello sociale, allora avremo il cittadino che incolperà sempre chi lo governa, sia che piova sia che non piova, scaricherà sui vicini di casa o sui condomini torrenti impetuosi di accuse di ogni genere e per ogni occasione, invece di impegnarsi ad essere un cittadino modello, che, prima di pretendere i diritti, veri o presunti, adempie appieno ogni suo dovere, senza omettere le tante forme di gentilezza e di cortesia verso gli altri, che nessuna legge prescrive, ma che la fantasia intrisa di benevolenza e depurata da ogni forma di acidità, può suggerire.

Dovendo concludere, per non essere accusato di eccessiva prolissità, accenno solo alla sostanziale differenza che esiste tra il "senso di colpa" patologico e "l'accusa di se stessi" di cui si sta parlando, naturalmente, al lume dell'esperienza e del buon senso, senza pretese psicologiche.

Basti dire che il senso di colpa è un impulso coatto, che si annida nelle profondità della psiche di ognuno, sebbene in forme e gradazioni diverse, che, come un autentico "guastafeste", impedisce, sia di gustare la gioia dei propri successi e dei meriti che si acquisiscono, sia di riconoscere con libertà e serenità, senza ossessione e tormento, le proprie immancabili colpe.

Invece "l'accusa di se stessi" è il riconoscimento libero e consapevole della possibilità certa e indiscutibile, che ognuno ha, di commettere errori e colpe, preferendo, però, peccare per eccesso piuttosto che per difetto, nel preferire di attribuire a sè e non ad altri la responsabilità di quello che succede, sia dentro che fuori sè, sotto l'ispirazione benefica di un salutare e salvifico sentimento di "umiltà evangelica", che invita ciascuno a considerare gli altri migliori di se stessi, senza che questo comporti alcun complesso di inferiorità, ma nella immancabile certezza che, alla fine, ci sarà Uno che saprà stabilire le reali responsabilita di ogni individuo, condannando o premiando ognuno secondo le sue opere.

Sull'argomento trattato, riportiamo un brano di una omelia di papa Francesco, molto illuminante ed autorevole:

“Se noi non impariamo questo primo passo della vita, mai, mai faremo passi sulla strada della vita cristiana, della vita spirituale”: “È il primo passo, accusare se stesso. Senza dirlo, no? Io e la mia coscienza. Vado per la strada, passo davanti al carcere: ‘Eh, questi se lo meritano’, ‘Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, anche peggio ancora?’. Questo è accusare se stesso, non nascondere a se stesso le radici di peccato che sono in noi, le tante cose che siamo capaci di fare, anche se non si vedono”.

“È più facile accusare gli altri”, eppure “accade una cosa un po’ strana” se proviamo a comportarci in modo diverso: “quando noi incominciamo a guardare di quali cose siamo capaci”, all’inizio “ci sentiamo male, sentiamo ribrezzo”, poi questo “ci dà pace e salute” (Omelia a Santa Marta, 2 marzo 2015).
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1/1/2016 10:03 PM
 
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94- PREGI E DIFETTI

Un fratello si recò dall'Egitto in Siria, per incontrare il padre Zenone e per aprirgli il cuore confessando alcuni peccati commessi.
Dopo aver ascoltato, il vecchio osservò:
«I monaci egiziani nascondono le buone qualità che possiedono, e manifestano i difetti che non hanno;
mentre i siri e gli elleni, nascondono i difetti che possiedono e simulano virtù che non hanno».


*** A prescindere dalla nazionalità, tutti abbiamo la stessa tendenza, scaturita da un innato “egocentrismo”: facciamo di tutto per mettere in mostra le nostre buone qualità, vere o presunte, mentre cerchiamo di nascondere, sia a noi stessi, che agli altri, i nostri difetti, molte volte veri e raramente presunti.

Purtroppo, l'effetto finale, che, in questo modo, si ottiene, è esattamente agli antipodi di quello che si voleva ottenere.
Infatti, quella “dissimulazione” dei difetti, non fa altro che metterli maggiormente in risalto; senza dire che, l'aver tentato di nasconderli, costituisce già, di per se stesso, il difetto principale, in quanto è esattamente l'opposto dell'umiltà, che, come dice il nome è l'“humus” necessario perchè possa germogliare e crescere qualsiasi altra buona qualità o virtù.

Avviene un fatto straordinario riguardo alle virtù e ai peccati o difetti di qualsiasi genere, e cioè: mentre le virtù si assomigliano ad un liquido profumato che, più rimane chiuso e sigillato nel suo contenitore, e più conserva ed accresce la sua fragranza, i difetti, al contrario, qualora li si nasconda per falso pudore egocentrico, somigliano ad una stanza satura di aria consumata e maleodorante, la quale, più continuerà a rimanere chiusa, senza il necessario ricambio d'aria a finestre e porte spalancate, e più ancora accrescerà il suo nauseabondo fetore.

Perciò contrariamente a quanto si è indotti a credere, a prima vista e quasi per un istinto di conservazione della propria onorabilità, in realtà, c'è tutto da guadagnare nel nascondere, il più possibile, agli altri, le proprie buone qualità, mettendole, però, in atto in ogni cosa che si faccia, piccola o grande che sia, come fermento nell'impasto delle proprie giornate, dedicate ai molteplici modi di servire gli altri.

Così come, ci sarà tanto da guadagnare, nella propria onorabilità, se, senza falsa umiltà, ma in tutta verità, si sarà disposti, sia a non fingere di essere migliori di ciò che si è, o addirittura perfetti, sia ad accettare, anche ingoiando bocconi amari, che gli altri ci facciano scoprire qualcuno dei tanti difetti che tutti possediamo fin da prima di nascere, incisi nel nostro DNA, o che abbiamo acquisito con le scelte sbagliate della vita.

Il tutto dovrà avvenire senza particolari artifici, o eccedendo nel voler camuffare i propri pregi, oppure ostentando furbescamente i difetti, magari aspettandoci che, in quest'ultimo caso, gli altri ci contraddicano.

Si tratterà solo di “essere pienamente se stessi”, con la massima spontaneità, rinunciando, una volta per sempre, a considerare la vita come un grande o piccolo palcoscenico, popolato di tante maschere carnevalesche, che recitano una parte che, o si sono scelta essi stessi, oppure gli è stata imposta dal ruolo che svolgono in una società di burattini e di burattinai, o che corrisponde, e deve farlo, alle aspettative degli altri.

La vita non è una “fiction”, anche se nel pullulare di questo “format” televisivo che, sia attraverso la Tv che attraverso il Web, invade le case della gente, quest'ultima, per il numero di ore che trascorre nel vederle, a volte più numerose delle altre ore che impiega per vivere la vita reale, rischia seriamente di considerare reale la “fiction” e “fittizia” la realtà.

Ma, lo si voglia o no, la vita reale esiste.
Essa è un campo di battaglia, dove vince (il Cielo), chi perde (il suo egocentrismo). E' una palestra per allenarsi a vivere la vita dell'Eternità, dove le tragedie, non quelle finte, ma quelle reali, avranno il loro “lieto fine”, mentre le commedie e le farse verranno definitivamente “smascherate”, da Colui che fu il vero Regista dell'unica vera “reality”, dove, al posto di un “grande fratello”, c'era un “Grande Padre”, Misericordioso e Giusto.

E' di Lui che ci parla lo splendido salmo 139 (138), di cui riportiamo alcuni versetti:
“Signore, tu mi scruti e mi conosci, 2 tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, 3 mi scruti quando cammino e quando riposo...
Ti sono note tutte le mie vie; 4 la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta.
7Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? 8 Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti...
11 Se dico: "Almeno l'oscurità mi copra e intorno a me sia la notte"; 12 nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce.
13 Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre... 15 Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra.
16 Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno”.
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1/12/2016 1:09 PM
 
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 "BASTA UN CENNO"




Il padre Isaia diceva anche: «Se si vuole rendere male per male, è sufficiente un solo cenno per ferire l'anima di un fratello».

 
 
*** Lo Spirito Santo, per bocca di san Paolo ci avverte:

«Badate che nessuno renda male per male ad alcuno, ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti» (1 Tessalonicesi 5,15).

Gesù aveva, imposto ai suoi discepoli, non soltanto di rinunciare alla legge del taglione: “occhio per occhio e dente per dente”, ma addirittura di“porgere l'altra guancia” a chi li percuoteva sulla guancia destra (Matteo 5,38-39).

In verità, nella vecchia economia di salvezza, Dio autorizzava sì la regola del contraccambio ma, solo come misura precauzionale, cioè per impedire che la persona offesa, trascendesse ben oltre i limiti dell'offesa ricevuta, per cui a chi gli avesse rotto solo un dente, gli rompesse anche il resto della faccia o dell'intero corpo (Esodo 21,24-25).

La sentenza del padre Isaia, precisa un dettaglio per nulla insignificantee sembra spingersi oltre lo stesso precetto di Gesù, ma, in realtà, ne precisa lo spirito autentico, al di là della lettera.

Egli afferma che, oltre alla reazione aperta e plateale di chi risponde ad una offesa arrecatagli, o con gesti di violenza, o con parole di insulto, che possono ferire più di pesanti sassi acuminati, esiste anche un modo di reagire più sottile e raffinato, che può essere ancora più deleterio e devastante sia del pugno che della parolaccia.

La reazione a cui l'anziano si riferisce, consiste nell'uso esperto, ma malizioso e profondamente ipocrita, di certe sottili sfumature del“linguaggio non verbale”, per cui all'offesa ricevuta, si risponde solo “con un cenno”, che, a seconda dei casi e dei caratteri, potrà consistere in una parolina garbata, ma condita con un tono di profondo disprezzo, oppure sarà un semplice sguardo di sdegno, oppure un cenno di sfida, come per dire all'altro che ci ha percosso: “dai, dammene un altro” (sottintendendo :“tanto tu non vali niente, mentre io sono un essere superiore”).

E, nella stessa linea, esistono numerosi altri modi ipocriti di rendere “male per male o occhio per occhio”, senza “sporcarsi le mani”, né con parole né con gesti eclatanti, ma con le innumerevoli risorse e sfumature del linguaggio non verbale, cioè con un “cenno” o uno “sguardo”, come dice il saggio Isaia, con la sua geniale intuizione, frutto non di una laurea in psicologia, ma della sua immersione quotidiana nella preghiera, che è l'unico modo che abbiamo, per smascherare le innumerevoli facce e le inesauribili risorse di quell'atteggiamento profondo, latente nell'animo di ognuno, che Gesù condanna senza appello, e che l'Apostolo dellAmore, Giovanni, definisce come “il peccato che conduce alla morte” (dell'anima), per il quale è inutile perfino pregare:

«Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; s'intende a coloro che commettono un peccato che non conduce alla morte: c'è infatti un peccato che conduce alla morte; per questo dico di non pregare» (1Giovanni 5,16).

Tale funesta predisposizione o atteggiamento dell'anima si chiama:“ipocrisia”il peccato contro lo Spirito Santo, che non sarà mai perdonato:

«In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna» (Marco 3,28-29).

Dio ci liberi da questa insidiosa catastrofe della vita spirituale, l'ipocrisia, peggiore di qualunque altro peccato, perchè recide alle radici qualunque possibilità di conversione, essendo la condizione abituale e consapevole di un'anima, che è e resta, “insincera” verso Dio, verso se stessa e verso gli altri.

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1/18/2016 8:27 AM
 
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Dove c'è superbia non può esserci amore

Diceva padre Elia, il diacono: «Quale potere rimane al peccato, quando c'è il pentimento?
E cosa vale l'amore, quando c'è la superbia?».


*** Il pentimento cancella il peccato, e la superbia cancella l'amore.

La prima parte della sentenza dell'abate Elia appare ovvia. Essa serve solo a rafforzare con l'ausilio dell'espediente stilistico del parallelismo, la parte seguente, che, al contrario, non sembra altrettanto logica e consequenziale.

Perchè, infatti la superbia dovrebbe annullare l'amore, che è come dire che un uomo superbo e orgoglioso è inetto ad amare? Cosa ha a che fare la superbia con la capacità di amare?

Se per amore si intende soltanto attrazione fisica o semplice capacità di affezzionarsi a qualcuno, anche intensamente, allora questo lo sa e lo può fare anche una persona superba.
Ma l'amore non è solo sesso e affettività. L'amore è molto di più.
Sia chiaro che, per il momento, prendiamo in considerazione soltanto l'amore umano, e non la carità, o Amore cristiano.
Nell'amore umano rientra anche e soprattutto, anche se a volte lo si dimentica e lo si sottovaluta, il desiderio, che nasce dal profondo, di vedere colui che si ama, felice e realizzato in se stesso.

E' un desiderare il bene della persona amata, che non parte da alcun interesse proprio, ma resta inspiegabile, sebbene sia chiaro e deciso. Non ha un perchè, o, se c'è, giace nell'abisso insondabile del cuore umano.
Questo non significa che ci sia sotto qualcosa, qualche interesse recondito nei meandri contorti di qualche interrato o seminterrato della psiche, che chiamano subconscio o inconscio, o in qualunque altro modo.

E, qualora ci fosse, non condiziona la coscienza chiara e limpida di colui che ama. Ama e basta, “ama per amare”, come direbbe san Bernardo: “L'amore é sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. E' a se stesso merito e premio. L'amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all'infuori di Sé. Il suo vantaggio sta nell'esistere. Amo perché amo, amo per amare” (Discorsi sul cantico dei cantici, 83,4-6).
Il superbo, affetto per sua natura da “ipertrofia dell'io” e da egocentrismo, non potrebbe mai amare in questo modo, perchè a lui, tutto centrato sul suo io, non interessa nulla dell'io dell'altra persona e quindi del suo bene, di vederlo cioè, felice e realizzato.

Il superbo può desiderare solo due cose: o inglobare e fagogitare l'io dell'altro, ingrassando ancor più il proprio io già ipertrofico, o, al massimo, eliminare l'io dell'altra persona per sostituirvi il proprio io, che la farà da padrone nella vita dell'altro.
E', purtroppo ciò che può succedere non solo in certe finte amicizie, finte almeno da parte del superbo, ma anche, purtroppo in maniera più catastrofica e irreparabile, nelle coppie.

Quando un superbo, col miraggio, magari, di un ottimo “status” sociale, abbindola un'altra persona, fino a portarla all'altare o al municipio, è una vera condanna all'infelicità, per colei o colui che, con leggerezza o dabbenaggine, si accorgerà presto di aver firmato davanti al prete o al sindaco, l'espropriazione graduale della cosa più bella e importante per ogni essere umano: il proprio io.
Solo l'umile può davvero amare, perchè solo a lui l'io dell'altra persona interessa veramente come o più del proprio io. Lui non desidera l'altra persona, per divorarle la personalità, annullandola, ma lui, l'umile, desidera la felicità dell'altro, mettendo in pratica, sia pure da un punto di vista, solo umano, il precetto dell'amore: “ama il tuo prossimo come ami te stesso”.

Se poi dall'amore puramente umano, si passa all'Amore cristiano, si ripeteranno le medesime dinamiche sopra descritte.
Il superbo continuerà ad amare il suo prossimo per gli stessi motivi e scopi di prima, avendo solo cura di appiccicare sul suo finto e ipocrita amore, l'etichetta farisaica di “lo faccio per Dio”, ma è un infame bugia.

Per giunta, il superbo oserà rivolgere il suo io famelico, perfino verso Dio: sarà così che per lui, amare Dio, vorrà dire inglobarlo e fagogitarlo, strumentalizzandolo per i suoi scopi, non amando Dio perchè è Dio, e se stesso per amor Suo, ma amando Dio per amore di se stesso, tanto quanto gli possa essere utile, mettendo Dio al proprio servizio e non se stesso al servizio di Dio.
Questi superbi “approfittatori di Dio”, non è difficile che siano i più assidui frequentatori di riti, di cerimonie, di processioni, e perfino educatori, ma, tutto questo, solo a tempo determinato, cioè fino a che quel Dio resterà un loro fedele servitore, farà riuscire ogni loro impresa, anche economica, e non creerà loro alcun problema, ma eseguirà fedelmente ogni loro comando.

L'umile, anche lui, trasferirà nell'ambito della carità cristiana le buone predisposizioni di cui abbiamo parlato sopra, ma, all'opposto del superbo, per lui, amare il prossimo vorrà dire soltanto una cosa: volere per lui non solo il bene, ma anzitutto il Sommo Bene, che è Dio.
Inoltre, per la persona umile, amare il suo Dio, vorrà dire rinnegare gradualmente il suo io egoistico, e amare Dio perchè è Dio, il prossimo e se stesso per amore di Lui.

Risultato finale: come volevasi dimostrare, partendo dalla sentenza dell'abate Elia, nulla vale l'amore dove c'è la superbia, e quindi, solo l'umile sa e può amare, l'umiltà e l' “humus” della carità.
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1/22/2016 9:00 AM
 
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Preghiera "globale"
Il padre Elia diceva anche: "Se la mente non recita i salmi, insieme al corpo, la fatica è vana".

*** L'essere umano è un composto di anima, nel nostro testo equivale a "mente", e corpo, secondo la filosofia greca, oppure, secondo la "antropologia" (concezione dell'uomo) di origine ebraico-orientale, assunta dalla Bibbia, l'essere umano consta di tre elementi, dall'esterno verso l'interno: corpo (in ebraico "basar" = carne), anima (in ebraico "nephesh" = desiderio, emozione, sentimento), e spirito (in ebraico "ruach" = l'io profondo).

Alla visione dualistica della filosofia greca: uomo = "soma" (corpo) + "psuchè" = anima, andrebbe aggiunta la terza dimensione: "pneuma" = spirito.

E in realtà, più che di elementi che compongono la totalità dell'essere umano, si tratta piuttosto di tre dimensioni o aspetti del medesimo soggetto umano.

E' evidente che ogni uomo deve entrare in rapporto con Dio, con tutto se stesso, corpo, anima e mente, se no sarà un rapporto parziale e quindi non autenticamente umano.

Questo vuole indicare il detto dell'abate Elia: in quel rapporto privilegiato con Dio che è la preghiera, devono essere attivi protagonisti sia il corpo che l'anima e lo spirito.

Non c'è vera preghiera a Dio gradita se prega solo il corpo, o la voce, senza l'anima e lo spirito, e neppure se prega solo la mente o spirito, senza il corpo e l'anima.

Non può esistere una preghiera disincarnata, angelica, ma nemmeno una preghiera solo esteriore e ritualistica.

Riguardo al primo punto, è un dato di fatto in tutte le religioni di ogni epoca, la necessità di formule vocali e riti gestuali per esprimere la relazione con Dio. Ciò è vero perfino in quelle forme "borderline", al limite tra religione e filosofia, come il buddismo, anche nella sua forma estrema, il buddismo "zen", il quale si autodefinisce come nè religione nè filosofia, ma che non rinuncia a una serie variegata di riti e formule (mantra).

Quindi sbaglia chi vorrebbe una preghiera e una religiosità scarna e disincarnata, che non esisterà nemmeno in cielo, come ci suggerisce l'Apocalisse, descrivendoci, sia pure in forma simbolica, una liturgia celeste ricca di formule e riti (ad es. 5,8-13).

Ma è anche altrettanto vero che una preghiera solo esteriore e ritualistica, che coinvolgesse solo il corpo, sarebbe una preghiera cadaverica, senza vita.

Perciò ha pienamente ragione il padre Elia a dire che "se la mente non recita i salmi insieme al corpo, la fatica è vana", o, si potrebbe dire "è tempo sprecato" è una preghiera inutile a chi la fa, a chi la riceve e non gradita al Destinatario finale.

Qui non si tratta delle distrazioni involontarie, che si devono accettare e lasciar scorrere nella mente, senza scacciarle con rabbia e disappunto, perchè, così facendo non si otterrebbe altro risultato che di distrarsi di più e mandare a monte l'intera preghiera.
E' sufficiente rimettersi a pregare, qui e ora dal punto in cui si è giunti, senza l'affanno di voler recuperare il versetto che ci si era persi, distraendosi.

Ciò che è da evitare, per mettere in pratica il consiglio dell'abate Elia, è la leggerezza, gravemente colpevole, di chi si mette in preghiera senza sgomberare la mente dalla zavorra di pensieri e preoccupazioni, che in quel momento sono solo inutili, fuori luogo e fuori tempo, perchè non è quella la sede giusta per risolverli.

Anche l'anima, intesa come la dimensione intermedia tra corpo e spirito, sede di desideri, emozioni e sentimenti, va ripulita da quelle immaginazioni e fantasie che non farebbero che ravvivarli.

Di certo, qualche distrazione verrà comunque, anche i santi le avevano, ma c'è un piccolo segreto per ridurle.
Diceva san Carlo Borromeo ai suoi preti: "Se non volete dostrarvi durante la Messa, rimanete raccolti in sacrestia".
Estendendo questa saggia raccomandazione, si potrebbe dire: Se non vuoi distrarti quando stai pregando, raccogliti in silenzio qualche minuto prima, e fai il vuoto nella mente e nel cuore.

Se invece, ti lamenti perchè ti distrai, ma arrivi al momento della preghiera immediatamente dopo aver spento la tv-spazzatura, o aver bighellonato sparlando, o aver borbottato e sghignazzato in sacrestia, poi non lamentarti se la "pazza di casa", la fantasia, ti perseguiterà fino al termine di quella che tutto sarà stato, tranne una Messa o una preghiera.
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2/2/2016 8:41 PM
 
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Il "promemoria" più importante

Il padre Elia raccontò che un anziano eremita viveva in un tempio, ma i demoni gli apparirono per scacciarlo, affermando che quella era la loro casa.

Il vecchio cercava di resistere ma un demonio lo afferrò con forza e lo condusse all'uscio per costringerlo ad uscire.

A questo punto l'anziano gridò: «Gesù, aiutami!», e subito il demonio fuggì via.

Il Signore gli apparve e gli chiese perchè piangesse e avesse tanta paura, e quello rispose che era stupito e sgomento per la violenza esercitata su di lui dai demoni.

Gesù allora gli ribattè: «Perchè tu sei stato negligente e non hai invocato il mio nome? Vedi come sono venuto subito, non appena mi hai chiamato? Comunque occorre anche un grande sforzo per conservare la Presenza di Dio con sè. Ricorda sempre che Dio è stato crocifisso per te!».


*** L'invocazione del nome di Gesù, unita a una dura e faticosa lotta personale, sono l'unico rimedio per vincere ogni tentazione e ogni difficoltà

La vita cristiana non è una passeggiata turistica tra le meraviglie di una fantasmagorica vita spirituale, come qualcuno forse si augura all'inizio, ma una irta e insidiosa scalata verso il Cielo: solo lì ci sarà riposo e infinito gaudio. Ora è tempo di prove, di aspra lotta, e di problemi di ogni genere.

Presumere di farcela da soli vuol dire ingannare se stessi e condannarsi a un sicuro fallimento: invocare il Nome di Gesù e il suo aiuto è l'unica arma vincente.

Ma bisogna ricordare sempre a se stessi e a tanti cristiani “troppo risorti”, che il Dio che adoriamo, l'unico vero Dio, è un Dio Crocifisso. Solo accettando di essere crocifissi con Lui in questa vita, si potrà risorgere con Lui nell'altra.

Chi pensa di accaparrarsi una vita da risorto, saltando a piè pari la necessità di “morire” a se stesso, resterà per tutta la vita un “allegro vagabondo” ,che i diavoli porteranno a spasso giocherellando e distraendolo dall'essenziale, per poi condurlo nel loro tempio super riscaldato ma privo di Luce, da dove non uscirà mai più.

Il Dio Crocifisso non basta appenderlo ai muri ma bisogna stamparselo nel cuore e imprimerlo nella mente, non è un accessorio ornamentale o religiosamente campanilistico, ma è l'essenza distintiva della fede cristiana. Il Risorto non esisterebbe senza il Crocifisso.

Agli “allegri vagabondi” e ai cristiani giocherelloni, si consiglia di meditare questa Parola:

1 Corinzi 1,22-24 E mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, 23 noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 24 ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio.

1 Corinzi 2,1-2 Anch'io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso.

Galati 2,19-20 In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. 20 Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me.

Galati 3,1 O stolti Gàlati, chi mai vi ha ammaliati, proprio voi agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso?
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2/24/2016 5:48 PM
 
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"Il peccato che conduce alla morte"

Diceva il padre Teodoro:
"Se hai un amico che ti confida di essere caduto nel peccato contro la castità, stagli vicino e aiutalo come meglio puoi a riprendersi.
Ma se, per sua disgrazia cade nel peccato di eresia e vi persiste tenacemente, allora allontanati da lui, per non essere trascinato nell'abisso insieme a lui".


*** I peccati commessi per fragilità, come possono essere quelli contro la virtù della castità, in genere umiliano e prostrano colui che li commette e che possiede una certa delicatezza di coscienza, specialmente se è impegnato in un cammino di perfezione.

A costui fa bene trovare una persona amica, oltre il confessore, che lo incoraggi a non demordere ma a riprendere il suo faticoso cammino, con ancora maggiore slancio e buona volontà, senza scoraggiarsi.

Ma il peccato di eresia non è frutto di debolezza umana, bensì denota un atto di superbia molto pericoloso per chi lo compie, e rischioso anche per chi, stando in sua compagnia, potrebbe esserne contagiato.

L'eresia scaturisce dal vizio capitale della superbia, perchè consiste, sostanzialmente, nell'anteporre la propria valutazione e opinione personale all'autorità incontestabile delle Sacre Scritture le quali, in quanto contengono la Parola di Dio, vanno accettate con umiltà e sottomissione assoluta.

L'eresia nasce quasi sempre dall'inquinamento prodotto dalle interferenze indebite di principi sedicenti "razionali", con le affermazioni chiare e limpide della Scrittura, letta nella sua totalità e integrità, col supporto anzitutto della propria coscienza, che sinceramente cerca Dio, e poi anche con l'autorevole opinione (in greco "dogma") della comunità che ci ha generati alla fede e alla vita nuova mediante il battesimo.

Per meglio comprendere ciò che si è detto, basti pensare che una delle eresie più in voga al tempo dei padri era l'arianesimo, che non accettava la divinità di Gesù Cristo, vero Dio e Figlio di Dio.

Se la comunità ecclesiale, guidata dal magistero, sosteneva il contrario, lo faceva per difendere una verità alquanto evidente nella Sacra Scrittura, a patto, ben inteso, di leggerla e ascoltarla con occhi e cuore di bimbo (Luca 10,21), ossia con quella rettitudine, rispetto, semplicità e sincerità che caratterizzano un animo umile e consapevole che in quel Libro è contenuta la divina Parola.

In quale maniera più evidente le Scritture avrebbero potuto affermare che Gesù era veramente Dio uguale al Padre se non dicendo chiaramente che Egli, il Verbo di Dio, era, prima della creazione "presso Dio", anzi che "era Dio"? (Giovanni 1,1).

E di simili affermazioni il Nuovo Testamento è pieno, anche se non sempre dice "Gesù è Dio" ma usa espressioni chiaramente equivalenti (ad es. Giovanni 5,18: "chiamava Dio suo Padre facendosi uguale a Dio!").

Chi, ancora oggi dubita di questa verità fondamentale per la fede cristiana, denota o enorme ignoranza oppure è in mala fede.
Ma si tratta solo di alcune "sette", perchè nessuna delle chiese cristiane non cattoliche nega tale evidenza.

L'eresia possiede un alto potenziale di contagiosità, ed è per questo che l'abate Teodoro raccomanda al discepolo di non indugiare troppo al fianco dell'amico eretico, ma di allontanarlo da sè, per preservare la sua anima dall'abisso della perdizione.

Nè c'è da meravigliarsi della severa ammonizione dell'anziano, visto che, secondo un'interpretrazione tradizionale di alcuni passi biblici, il diavolo e i suoi colleghi, decaddero dal Paradiso all'inferno, proprio per il peccato di superbia, che non è mai da sottovalutare, anche se spesso ci si convive con molta incoscienza e con grande leggerezza, ritenendolo cosa da nulla.

Invece cosa da nulla non lo è affatto.

Riguardo alla pericolosità dell'eresia c'è da dire anche, per concludere, che il misterioso "peccato che conduce alla morte" (dell'anima), per il quale l'apostolo dell'Amore, Giovanni, dice di non pregare, (cfr.1Lettera di Giovanni 5,16-17), sia esattamente il peccato di eresia, che già ai suoi tempi attaccava gravemente la fede nella divinità di Gesù.

Ed è proprio per questo motivo che Giovanni, apostolo dell'Amore, ordina: "Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento (si riferisce alla divinità di Cristo), non ricevetelo in casa e non salutatelo, perchè chi lo saluta, partecipa alle sue opere perverse"
(2Giovanni 1,10-11).

Non è esattamente, quasi alla lettera, quello che Teodoro raccomanda al suo discepolo?

Bisognerebbe ricordarlo a tanti cristiani cattolici, che pensano di essere gentili e cortesi accogliendo in casa chi vuole convincerli che Gesù è solo un uomo o un super-uomo, e perdono con quella gente il loro prezioso tempo, rubandolo alla preghiera e alla meditazione.

Naturalmente tutte le verità dottrinali sono vere, ma non tutte hanno la medesima importanza, perchè esiste una gerarchia delle verità di fede, e su tutte si innalzano di gran lunga le due verità principali che, come insegnava il catechismo, quando lo si faceva sul serio, sono: Unità e Trinità di Dio, e Incarnazione, Passione e Morte, del Nostro Signore Gesù Cristo.

Esistono anche altre verità pur vere, ma meno essenziali e più marginali, che, al massimo, mandano al Purgatorio, indulgenze permettendolo, ma non all'inferno.

Nel caso del nostro racconto doveva trattarsi sicuramente di verità fondamentali per la fede biblico-cristiana.
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4/21/2017 4:46 PM
 
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Detti dei Padri del deserto

su DIO

 

« Se l'uomo non dice nel suo cuore: « Dio e io siamo soli al mondo", non avrà mai riposo », disse l'abate Alonio.

 

Diceva l'abate Mios: « Obbedienza per obbedienza. Se uno obbedisce a Dio, Dio gli obbedisce »

 

« Se l'uomo lo volesse, una sola giornata, dal mattino alla notte, gli basterebbe per raggiungere la misura della divinità », disse l'abate Monio.

 

Un anziano disse: « Se vuoi vivere, o uomo, secondo la legge di Dio, avrai per protettore l'autore stesso di quella legge ».

 

Un anziano diceva: « Se il tuo pensiero dimora in Dio, la forza di Dio dimora in te ».

 

Un anziano disse: « Non feci mai un passo senza sapere dove posassi il piede. Mi fermavo a riflettere,  senza cedere, sino a che Dio non mi prendesse per mano».

 

Un anziano ha detto: «Quanto uno si sarà reso folle per il Signore, altrettanto il Signore lo renderà saggio ».

 

L'abate Iperechio ha detto: « Abbi sempre nello spirito il Regno dei Cieli, e presto l'avrai in eredità ».

 

L'abate Mosè disse: « Tutto quello che può pensare un uomo su quanto è sotto il cielo e su quanto è sopra il cielo, è inutile. Solo colui che persevera nel ricordo di Gesù è nella verità »

 

Un anziano disse: « Lo sforzo e la sollecitudine di non peccare hanno un solo scopo: non scacciare dalla nostra anima Dio che vi abita ».

 

Gregorio disse: « Che la tua opera sia pura per la presenza del Signore e non per l'ostentazione».

 

Si domandò al nostro santo padre Atanasio, l'arcivescovo di Alessandria: « In qual modo il Figlio è uguale al Padre?». Rispose: « Come la vista nei due occhi »

 

Un anziano disse: « Faccio ciò di cui l'uomo ha bisogno: temere il giudizio di Dio, odiare il peccato, amare la virtù, e pregare Dio senza intermissione ».

 

Un anziano disse: « Giuseppe d'Arimatea prese il Corpo di Gesù e lo mise in una sindone monda e in un sepolcro nuovo, cioè in un uomo nuovo. Che ciascuno abbia gran cura di non peccare per non oltraggiare Dio che abita in lui, e per non scacciarlo dalla sua anima. La manna fu data a Israele per nutrirsi nel deserto, ma al vero Israele è stato dato il Corpo di Cristo».

 

Un anziano diceva: « Un uomo non può essere buono anche se ne ha la volontà e se vi si applica con tutte le sue forze, se Dio non abita in lui, poichè nessuno è buono se non Dio».

 

Un anziano disse: «Dio abita in colui nel quale non penetra niente di estraneo ».

 

Un anziano diceva: «Sopporta obbrobrio e afflizione per il nome di Gesù con umiltà e cuore contrito. E mostra davanti a lui la tua debolezza ed egli diverrà la tua forza».

 

L'abate Amun disse: « Sopporta ogni uomo come Dio ti sopporta ».

 

Un anziano disse: « Se l'uomo fa la volontà del Signore, non finisce mai di udire la voce interiore ».

 

L'abate Giacomo disse [a un fratello]: « Forza il tuo cuore a venire dal Signore ». E il fratello disse: « Come, padre mio? ». L'anziano gli rispose:

« Come Gesù forzò i suoi discepoli a salire sulla barca, nello stesso modo tu forza il tuo cuore a venire dal Signore ».

 

L'abate Giovanni ha detto: « Questa parola è scritta nel Vangelo: "Quando Gesù chiamò Lazzaro fuori dal sepolcro, le sue mani e i suoi piedi erano legati e il suo viso cinto da un lino; Gesù lo sciolse e lo congedò. Noi dunque abbiamo le mani e i piedi legati e il nostro viso è stato coperto con un lino dalle mani del nemico? Se dunque ascoltiamo Gesù, Egli ci slegherà da tutto questo e ci libererà dalla schiavitù di tutti questi cattivi pensieri. Saremo allora figli del Signore, riceveremo le promesse in eredità e saremo figli del Regno Eterno».


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4/22/2017 12:00 PM
 
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DELL'HESYCHIA


I sacerdoti della regione visitarono le celle dei monaci dei dintorni. Li abitava Pastor. L'abate Anub si presentò e gli disse: « Invitiamo questi sacerdoti ad accettare qui oggi i doni di Dio, preparando una agape ». Pastor che era ritto in piedi stette lungo tempo così, senza rispondere. L'abate Anub si ritirò contristato. Quelli che erano seduti accanto a lui gli domandarono perché non avesse risposto. « Questo non mi riguarda», rispose loro, « perché sono già morto; un morto tace. Non consideratemi quindi come fossi tra voi».


 



Alcuni fratelli andarono a visitare un santo anziano che abitava in un luogo deserto. Trovarono presso la sua cella dei bambini che custodivano le greggi e parlavano tra loro in modo fastidioso. I fratelli videro l'anziano, gli palesarono i propri pensieri e trassero beneficio dalle sue risposte. Poi gli dissero: « Padre, perché accetti d'avere intorno questi bambini e non gli ordini di cessare tanto baccano? ». L'anziano rispose: « Fratelli, credetemi, vi sono giorni in cui vorrei dare questo ordine, ma mi fermo, dicendo: « Se non sopporto questa bazzecola, come potrei sopportare una più grande prova, se Dio permette che mi si presenti? ». Così non dico niente, per abituarmi a sopportare tutto ciò che accade ».


 



Un fratello interrogò un anziano: « Quale è la cultura dell'anima che porta frutti? ». L'anziano rispose: «La cultura dell'anima consiste in questo: l' hesychia del corpo, molte preghiere corporali, non fare attenzione alle colpe degli uomini ma solamente alle proprie. Se l'uomo persevera in tutto questo, la sua anima non tarderà a produrre frutti »


Fu domandato a un anziano: « Come avviene che io mi scoraggi senza tregua? ». « Perché non hai ancora visto la meta », rispose.


Un  novizio volle un giorno rinunciare al mondo. Disse all'anziano: "Voglio diventare monaco". L'anziano rispose: " Non ce la farai". L'altro disse: "Ce la farò". L'anziano disse: "Se realmente lo vuoi, va', rinuncia al mondo, poi vieni ad abitare nella tua cella. Egli se ne andò, donò ciò che possedeva, tenne per sé cento monete e tornò dall'anziano. L'anziano gli disse: « Va' ad abitare nella tua cella ». Andò ad abitarvi. Mentre era là i suoi pensieri gli dissero: « La porta è vecchia e deve essere sostituita ». Andò dunque a dire all'anziano: «I miei pensieri mi dicono: La porta è vecchia e deve essere sostituita ». L'anziano gli rispose: « Tu non hai ancora rinunciato al mondo; va', rinuncia al mondo, e poi abita qui». Se ne andò, donò novanta monete, ne tenne dieci e disse all'anziano: « Ecco, ho rinunciato al mondo ». L'anziano gli disse: « Va', abita nella tua cella ». Andò ad abitarvi. Mentre era là i suoi pensieri gli dissero: «Il tetto è vecchio e deve essere rifatto ». Andò dall'anziano: « I miei pensieri mi dicono: Il tetto è vecchio e deve essere rifatto ». L'anziano gli disse: « Va', rinuncia al mondo ». Il fratello se ne andò, donò le dieci monete e tornò dall'anziano: « Ecco che ho rinunciato al mondo ». Mentre era nella sua cella i suoi pensieri gli dissero: «Ecco, tutto è vecchio, verrà il leone e mi mangerà ». Espose i suoi pensieri all'anziano che gli disse: « Vorrei che tutto cadesse su di me e che il leone venisse a mangiarmi, per essere liberato dalla vita. Va', dimora nella tua cella e prega Dio ».


Un anacoreta divenne vescovo. Pio e pacifico, non correggeva nessuno, sopportando con pazienza le colpe e i peccati di ciascuno. Ora, il suo economo non amministrava correttamente gli affari della Chiesa e alcuni vennero a dire al vescovo: « Perché non rimproveri questo economo così negligente? ». Il vescovo differì il rimprovero. L'indomani gli accusatori dell'economo ritornarono dal vescovo, irritati contro di lui. Il vescovo, avvertito, si nascose in qualche parte e arrivando non lo trovarono. Lo cercarono a lungo, lo scoprirono alfine e gli dissero: «Perché ti sei nascosto? ». Egli rispose: « Perché ciò che sono riuscito ad ottenere in sessanta anni, a forza di pregare Dio, voi volete rubarmelo in due giorni ».


Un anziano diceva: «I santi che possiedono Dio ricevono in retaggio, per la loro impassibilità, sia le cose di quaggiù che quelle future, poiché le une e le altre sono di Cristo, e quelli che possiedono il Cristo hanno anche i suoi beni. Colui che ha il mondo, cioè le passioni, anche se ha il mondo non ha niente, se non le passioni che lo dominano ».


L'abate Agatone dava sovente questo consiglio al suo discepolo: « Non appropriarti mai di un oggetto che non vorresti cedere immediatamente a chiunque.


Fu domandato a un vegliardo: « Che vuoi dire rendere conto di una parola inutile? ». Rispose:« Ogni parola detta intorno a un oggetto materiale è pettegolezzo inutile, non vi sono che le parole dette per la salvezza dell'anima che non siano pettegolezzo. D'altronde è meglio scegliere il silenzio totale, perché, mentre tu dici il bene, viene anche il male ».


Un anziano disse: «Se tu abiti nel deserto come esicasta, non considerarti come uno che faccia qualcosa di grande, ma piuttosto reputati come un cane che sia stato scacciato dalla folla e legato perché mordeva e assaliva la gente ».


L'abate Antonio predisse all'abate Amun: « Tu farai molti progressi nel timor di Dio ». Poi lo condusse fuori dalla cella e gli mostrò una pietra: « Mettiti a ingiuriare questa pietra », gli disse, « e colpiscila senza smettere ». Quando Amun ebbe terminato, sant'Antonio domandò se la pietra gli avesse risposto qualcosa. « No », disse Amun. « Ebbene! anche tu », aggiunse l'anziano, « devi raggiungere questa perfezione e pensare che non ti si fa nessuna offesa ».


L'abate Macario diceva: « Queste tre cose sono capitali ed è bene presentarsele senza tregua: In ogni momento ci si deve ricordare della mortesi deve morire ad ogni uomo, e il pensiero deve essere costantemente unito a Nostro Signore. Difatti, se non si ha ad ogni momento presente la propria morte non si sarà capaci di morire ad ogni uomo; e se non si è capaci di morire ad ogni uomo non si sarà capaci di essere costantemente davanti a Dio ».


Un anziano diceva: «Fuggite l'amore che ispirano le cose periture perché passa con loro e perisce con loro ».


Disse un anziano: « Lascio cadere il fuso e metto la morte dinanzi ai miei occhi prima di sollevarlo di nuovo».


 


Paisio, il fratello dell'abate Pastor, contrasse un'amicizia particolare con un monaco di fuori. L'abate Pastor non voleva; si levò e corse a dire all'abate Ammona: «Mio fratello Paisio ha un'amicizia particolare con uno e ciò non mi lascia riposo». «Abba Pastor, tu vivi ancora! », gli rispose Ammona. « Torna alla tua cella e mettiti bene in cuore che sei già nella tomba da un anno ».


Fu domandato a un anziano: « Perché ho paura quando cammino nel deserto? ». « Perché vivi ancora», rispose.


L'abate Macario diceva ancora: «Lotta per tutte le morti. Per la morte del corpo: vale a dire, se non hai la morte dello spirito, lotta per la morte del corpo. E allora la morte dello spirito ti sarà data in soprammercato. E quella morte ti farà morire ad ogni uomo, e in seguito potrai acquistare la capacità di essere costantemente vivente con Dio nel silenzio».


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4/26/2017 8:04 PM
 
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DELL'ORAZIONE


Non appena ti levi dopo il sonno, subito, in primo luogo, la tua bocca renda gloria a Dio e intoni cantici e salmi poichè la prima preoccupazione alla quale lo spirito si apprende fin dall'aurora, esso continua a macinarla come una mola per tutto il giorno, sia grano, sia zizzania. Perciò sii sempre il primo a gettar grano, prima che il tuo nemico getti zizzania.


 


Accadde un giorno che gli anziani si recassero dall'abate Abraham il profeta della regione. Lo interrogarono sull'abate Banè, dicendo: « Ci siamo intrattenuti con abba Banè sulla clausura nella quale egli si trova adesso; ci ha detto queste gravi parole: Egli stima tutta l'ascesi e tutte le elemosine che ha fatto nel suo passato come una profanazione». E il santo vegliardo Abraham rispose loro e disse: «Ha parlato rettamente». Gli anziani si rattristarono per via della loro vita che era anch'essa a quel modo. Ma l'abate Abraham disse loro: « Perché affliggervi? Durante il tempo, in effetti, nel quale abba Banè distribuiva le elemosine, sarà arrivato a nutrire forse un villaggio, una città, una contrada. Ma ora è possibile a Banè levare le sue due mani affinché l'orzo cresca in abbondanza nel mondo intero. Gli è anche possibile, ora, chiedere a Dio di rimettere i peccati di tutta questa generazione ». E gli anziani, dopo averlo udito, si rallegrarono che vi fosse un supplice che intercedeva per loro.


 



Un fratello si recò presso un anziano che abitava al Monte Sinai e gli domandò: «Padre, dimmi come si deve pregare, perchè ho molto irritato Iddio». L'anziano gli disse: «Figliuolo, io quando prego parlo così: Signore, accordami di servirti come ho servito Satana e di amarti come ho amato il peccato».


 


Se sei lento ad alzarti la notte per la liturgia, non dare nutrimento al tuo corpo, perché la Scrittura dice: « Il pigro non mangi neppure ». E io ti dico: come nel mondo colui che ruba incorre in una severa condanna, uguale condanna è riservata da Dio a chiunque non si alzi per la sua liturgia, salvo nel caso di malattia o di grande lavoro, benché dal malato come dal lavoratore Dio esiga una liturgia spirituale, perché essa può essere offerta a Dio facendo a meno del corpo.


 


L'abate Evagrio diceva: « Se ti vien meno il coraggio, prega. Prega con timore e tremore, con ardore, sobrietà e vigilanza. Così bisogna pregare, soprattutto a motivo dei nostri nemici invisibili che sono malvagi e accurati nel male, perché principalmente su questo punto essi ci porranno ostacoli ».


 


L'abate Macario, interrogato su come si debba pregare, rispose: «Non è necessario parlare molto nella preghiera, ma stendiamo sovente le mani  e diciamo: « Signore abbi pietà di noi, come tu vuoi e come tu sai". Quando la tua anima è in angustiata, di': «"Aiutami". E Dio ci farà misericordia, perché sa quello che a noi conviene ».


 


Gli anziani dicevano: «La preghiera è lo specchio del monaco ».


 


Un fratello andò a visitare uno dei padri della laura di Suca sopra Gerico e gli disse: « Allora, Abba, come stai? ». L'anziano rispose: « Male». Il fratello disse: « Perché, Abba? ». L'anziano rispose: « Perché sono trent'anni che mi tengo ritto davanti a Dio durante la mia preghiera, e ora maledico me stesso dicendo a Dio: «Non aver pietà di tutti quelli che commettono iniquità», e « Maledetti quelli che si allontanano dai tuoi comandamenti». E io che sono un bugiardo dico ogni giorno a Dio: « Danna tutti quelli che mentono". E io che ho del rancore contro mio fratello, dico a Dio: "Perdonami come anche noi perdoniamo». Ed io che metto ogni mia preoccupazione nel mangiare, dico: "Ho dimenticato di mangiare il mio pane». E dormendo sino al mattino, vado salmodiando: "Nel mezzo della notte mi sono svegliato per confessarti ». Non possiedo assolutamente alcuna compunzione e dico: "Ho penato nel mio pianto e le lacrime hanno preso il posto del pane giorno e notte». E mentre ho nel cuore pensieri perversi, dico a Dio: « La meditazione del mio cuore è davanti a te sempre». Ed io che non digiuno assolutamente, dico: "I miei ginocchi si sono indeboliti causa il digiuno". E pieno d'orgoglio e di godimento della carne mi rendo ridicolo salmodiando: "Guarda la mia umiltà e la mia pena e rimettimi tutti i miei peccati». E io che non sono ancora pronto dico: "Il mio cuore è pronto, o Dio». E, in una parola, tutto il mio Uffizio e la mia preghiera tornano a me in rimprovero e in vergogna ». Il fratello disse all'anziano: «Penso, Abba, che Davide disse tutto ciò per se stesso ». Allora l'anziano disse piangendo: « Che dici, fratello? Di certo, se noi non osserviamo ciò che salmodiamo di fronte a Dio, andiamo in perdizione ».


 


Se fai il tuo lavoro manuale nella cella e viene l'ora della preghiera, non dire: « Finirò i miei ramoscelli e il piccolo cesto e dopo mi alzerò », ma alzati subito e rendi a Dio il debito della preghiera; diversamente prenderai a poco a poco l'abitudine di trascurare la tua preghiera e il tuo Uffizio e la tua anima diventerà deserta di ogni opera spirituale e corporale. Poiché è dall'alba che si mostra la tua volontà.


 



Un anziano diceva: « Non far mai nulla senza pregare e non avrai rimpianti».


   


L'abate Epifane diceva: « Conosci te stesso, e non cadrai mai. Procura lavoro alla tua anima, cioè la preghiera continua e l'amore di Dio, prima che un altro non le procuri cattivi pensieri; e prega affinché lo spirito d'errore si allontani da te ».


 


Un anziano diceva: « Come una sola bocca non può pronunciare nello stesso momento due parole talché siano riconosciute e capite, così è della preghiera impura che un uomo fa udire davanti a Dio ».


 


I fratelli dicono: « Quale è la preghiera pura?». Il vecchio dice: « Quella che è breve in parole e grande in opere. Poiché se le opere non superano la richiesta non sono che parole vuote, semente che non dà frutto. Se non fosse così, perché ci accadrebbe di chiedere senza ricevere, mentre la grazia sovrabbonda di misericordia? Diverso è, del resto, il modo dei penitenti, diverso il modo degli umili; i penitenti sono mercenari, gli umili, figli ».


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4/27/2017 6:17 PM
 
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"FUGE, TACE, QUIESCE"

L'abate Pastor diceva: « Quali che siano le tue pene, la vittoria su di esse sta nel silenzio ».



Un giorno che i fratelli si erano riuniti a Scete, alcuni anziani vollero mettere alla prova l'abate Mosè: si fecero sprezzanti e gli dissero: « Perché questa specie di etiope viene tra noi? ».

L'abate tacque udendo queste parole. Di ritorno dall'assemblea, quelli che lo avevano ingiuriosamente trattato gli dissero: « Non sei turbato? ». Egli rispose: « Sono turbato, ma non dico niente ».



Un fratello disse all'abate Pastor: « Se vedo qualche cosa, a tuo parere, posso parlarne?». L'anziano rispose: « Sta scritto: "Chi risponde prima d'aver ascoltato, fa una sciocchezza, per sua confusione". Parla dunque se ti si interroga; altrimenti, taci».


Un anziano disse: « La xenìteia abbracciata per Dio è buona se è accompagnata dal silenzio, poiché con la libertà di parola non vi è più xenìteia».

Alcuni fratelli di Scete vollero vedere l'abate Antonio. Salirono su una barca, e li trovarono un anziano che anche lui voleva andare da Antonio, ma i fratelli non ne sapevano niente. Seduti sulla barca conversavano sui detti dei padri, sulle Scritture e sui loro lavori manuali. L'anziano invece stava in silenzio. Giunti al porto, si accorsero che anche l'anziano andava dall'abate. Arrivati da Antonio, questi disse:
«Avete trovato un buon compagno di strada in questo anziano! ». E al vecchio: « E tu ti sei trovato con dei buoni fratelli, Padre! ». L'anziano rispose: d'accordo, ma la loro casa non ha porte: entra chi vuole nella stalla e slega l'asino! ». Parlava così perché i fratelli dicevano tutto quello che passava loro per la testa.

Quando l'abate Arsenio abitava a Canope, una vergine di
famiglia senatoriale molto ricca e timorata di Dio venne da Roma per vederlo. Accolta dall'arcivescovo Teofilo, ella gli domandò d'insistere con l'anziano, perché la ricevesse. L'arcivescovo si recò da quest'ultimo e gli disse: « Una dama di famiglia senatoriale viene da Roma e desidera vederti». Ma l'anziano non la volle vedere. Quando seppe la risposta, la dama fece sellare la sua cavalcatura e disse: «Ho fiducia che Dio mi permetterà di vederlo, perché non sono venuta a vedere un uomo: ce ne sono molti nella nostra città. Sono venuta a vedere un profeta». Quando ella arrivò presso la cella dell'anziano, per una divina disposizione egli si trovava sulla soglia. Vedendolo, la donna si gettò ai suoi piedi. Indignato, egli la rialzò e le disse fissandola: « Ebbene! se vuoi vedere il mio volto, guardalo! ». Ma ella, confusa, non lo guardò. Il vegliardo aggiunse: « Non hai inteso parlare delle mie opere? Quelle bisogna guardare! Perché hai osato fare una simile traversata? Non sai di essere una donna e che non devi affatto uscire? Ritornerai a Roma adesso, per raccontare che hai visto Arsenio e per fare del mare una via che porterà altre donne? ». « Se è volontà di Dio che io ritorni a Roma », ella rispose, « non permetterò a nessuna donna di venir qui. Prega per me e ricordati sempre di me ». Ed egli rispose: «Prego Dio di cancellare il tuo ricordo dal mio cuore. A queste parole ella si ritirò turbata. E rientrata a Roma si ammalò di dolore. L'arcivescovo, avvertito, andò a consolarla e s'informò del suo male. « Ah », ella gli disse, « se soltanto non fossi stata là! Ho detto al vegliardo: "Ricordati di me", ed egli mi ha risposto: « Io prego Dio di cancellare il tuo ricordo dal mio cuore! ». Ne muoio di dolore ». « Non sai di essere una donna », gli rispose l'arcivescovo, « e che il nemico combatte i santi per mezzo della donna? Per questo il vegliardo ti ha parlato così. Ma pregherà di continuo per la tua anima». Così guarì il suo cuore, ed ella se ne ritornò a casa con gioia.

L'abate Arsenio, quando era ancora a Palazzo, così pregò: «Signore, conducimi verso la salvezza». Udì allora una voce che gli disse: « Arsenio, fuggi gli uomini e sarai salvo ». Dopo che fu entrato nella vita monastica, pregò ancora nello stesso modo, e intese la voce dire: « Arsenio, fuggi, taci e pratica l' hesychia. Sono queste le radici del non peccare».

L'arcivescovo Teofilo, di beata memoria, venne un giorno con un magistrato dall'abate Arsenio. L'arcivescovo lo interrogò per ascoltare la sua parola. L'anziano stette un momento in silenzio, poi disse: « Se vi dico una parola, voi la osserverete? ». Lo promisero. L'anziano disse allora: « Se voi sentite dire: là sta Arsenio, non andatevi! ».

Un anziano ha detto: « Bisogna fuggire tutti gli artefici d'iniquità senza eccezione, siano amici o parenti, posseggano dignità di sacerdoti o di principi; perché evitare la loro compagnia ci procurerà l'intimità e l'amicizia di Dio».

« A che cosa mi serve piacere agli uomini, se irrito il Signore mio Dio? Testimone il divino Apostolo che disse: « Se piacessi ancora a degli uomini, non sarei il servo di Cristo". Preghiamo dunque dinanzi al Signore, dicendo: «Gesù, nostro Dio, guardaci dalle loro lodi e dalle loro critiche". E non facciamo niente per piacer loro, perché le loro lodi non possono farci entrare nel Regno dei Cieli, né le loro critiche hanno il potere di impedirci d'entrare nella vita eterna, seppure non hanno proprio quello di farci entrare in essa. Sappiate dunque, o prediletti, che noi dovremo rendere conto di ogni parola inutile; fuggiamo dunque, come si fugge davanti a un serpente ».
L'abate Arsenio arrivò un giorno presso un canneto agitato dal vento. L'anziano disse ai fratelli: « Che cosa è che si muove così? ». « Sono le canne», risposero. « In verità, se qualcuno si mantiene nell'hesychia e ascolta il grido di un uccello, il suo cuore non possiede più l'hesychia. Più ancora voi, che siete agitati come queste canne».

Disse un anziano: « E la stessa cosa, per un monaco, voler entrare in lite con un avversario o con il diavolo».

Disse un anziano: « Senza la sorveglianza delle labbra è impossibile all'uomo progredire anche in una sola virtù; poiché la prima delle virtù è la sorveglianza delle labbra ».

Un anziano diceva: « Il silenzio è pieno di ogni vita, ma la morte è nascosta nei copiosi discorsi ».
L'abate Isaia disse: « Ama tacere piuttosto che parlare, poiché il silenzio tesaurizza, ma il parlare disperde ».

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4/28/2017 5:11 PM
 
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DELL'UMILTÀ

Un fratello interrogò un anziano: « Che devo fare, poiché la vanagloria mi attanaglia?». L'anziano gli rispose: « Hai ragione, perché sei tu che hai fatto il cielo e la terra » Il fratello, toccato dalla compunzione, disse: « Perdonami, non ho fatto nulla »

Un fratello domandò all'abate Poemen se era meglio vivere in disparte o con il prossimo. Il vecchio rispose: « Colui che biasima sempre e solo se stesso può vivere in qualsiasi luogo. Ma se glorifica se stesso, allora non reggerà in nessun luogo ».

Un anziano disse: «Non colui che denigra se stesso è umile, ma colui che riceve con gioia le ingiurie, gli affronti e le critiche del prossimo ».

L'abate Pastor disse: « L'uomo deve respirare incessantemente l'umiltà e il timor di Dio, come il soffio che inala ed espelle attraverso le narici ».

L'arcivescovo Teofilo si recò un giorno al Monte di Nitria e l'abate del Monte gli venne incontro. « Abba », gli chiese l'arcivescovo, « che hai trovato di più vantaggioso in questa via?». L'anziano rispose: « Accusarmi e riprendermi senza tregua ». « Non vi è in effetti, altra via», replicò l'arcivescovo.

L'abate Antonio disse all'abate Pastor: « La grande opera dell'uomo è di gettare la colpa su se stesso dinanzi a Dio e attendersi la tentazione sino all'ultimo soffio della sua vita».

Un fratello interrogo' l'abate Sisoe: « Vedo, esaminandomi, che il ricordo di Dio non mi lascia mai ». L'anziano gli disse: « Non è una gran cosa che la tua anima sia con Dio. Sarebbe grande se tu ti accorgessi che sei inferiore a tutte le creature. Questo pensiero unito al lavoro corporale: ecco ciò che corregge e conduce all'umiltà ».

Un anziano diceva: « Se noi ci applichiamo all'umiltà, non avremo bisogno del castigo. Molti mali ci vengono causa l'orgoglio. Difatti, se l'angelo di Satana è stato dato all'Apostolo per castigarlo, per paura che egli si sollevi, a

maggior ragione, a noi che viviamo nell'orgoglio, è Satana stesso che sarà dato, per farci calpestare sino a che ci umiliamo ».



L'abate Antonio scrutava la profondità dei giudizi di Dio; e domandò: «Signore perchè alcuni muoiono dopo breve vita, mentre altri giungono all'estrema vecchiezza? Perché alcuni mancano di tutto, e altri abbondano di ogni bene? Perchè i malvagi sono ricchi, e i buoni schiacciati dalla povertà? ». Una voce gli rispose: « Antonio, occupati di te stesso: questi sono i giudizi di Dio e non ti è utile capirli

L'abate Evagrio disse: «Il principio della salvezza è condannare se stessi ».


L'abate Mosè disse al fratello Zaccaria: « Dimmi che cosa devo fare». A queste parole, l'altro si gettò ai suoi piedi dicendo: « Padre proprio tu mi interroghi? ». L'anziano riprese: « Credi, Zaccaria, figlio mio, ho visto lo Spirito Santo discendere su di te; per questo sono costretto a interrogarti ». Si tolse allora Zaccaria il cappuccio, lo mise sotto i piedi, e calpestandolo disse: « Se non si è così calpestati non si può essere monaci».

Una volta l'abate Teodoro mangiava con i fratelli. Prendevano le coppe con rispetto e senza nulla dire, neanche il consueto « Perdonatemi ». Allora l'abate 'Teodoro disse: «I monaci hanno perduto il loro titolo di nobiltà (eugenia): la parola "Perdonatemi».

L'abate Pastor ha detto: « Prosternarsi davanti a Dio, non
darsi alcuna importanza, mandare a spasso la propria volontà: ecco gli attrezzi con i quali l'anima può lavorare».

L'abate Pastor ha detto: «Non darti importanza ma legati a colui che si comporta bene».

L'abate Olimpo di Scete era schiavo. Scendeva ogni anno ad Alessandria a portare il suo guadagno ai padroni. Questi gli venivano incontro per salutarlo, ma l'anziano metteva dell'acqua in una bacinella e la presentava per lavar loro i piedi. « No, Padre, non darti pena! », gli dicevano i suoi padroni. « So di essere vostro schiavo », rispondeva, « e vi ringrazio di lasciarmi libero di servire Dio. In cambio, vi laverò i piedi, e voi riceverete ciò che ho guadagnato » G1i altri insistevano, e poiché non volevano cedere, Olimpo diceva loro: « Credetemi: se non volete prendere il mio danaro, rimango qui a servirvi». Allora i padroni, pieni di deferenza, gli lasciavano fare quello che voleva; e alla sua partenza lo riaccompagnavano con onore e gli donavano il necessario perché distribuisse in vece loro delle elemosine. Tutto questo lo rese celebre a Scete.

L'abate Pastor disse: « Un fratello domandò all'abate Alonio che cosa fosse il disprezzo di sé. L'anziano rispose: "Consiste nell'abbassarsi al di sotto degli animali, e sapere che essi non saranno condannati »

L'abate Pastor ha detto: « L'umiltà è la terra che il Signore ha richiesto per compiere il sacrificio ».

Un anziano disse: « Da qualunque prova tu sia colto, non incriminare se non te solo, dicendo: "M'è accaduto per mia colpa, causa i miei peccati"».

Un giorno alcune persone se ne andarono in Tebaide a visitare un anziano. Portavano con loro un uomo tormentato dal demonio, affinché l'anziano lo guarisse. Dopo essersi fatto a lungo pregare l'anziano disse al demonio: «Esci da questa creatura di Dio! ». Il demonio rispose: «Me ne vado, ma voglio farti una domanda: "Dimmi: chi sono i capri e chi gli agnelli?"». L'anziano gli rispose: «I capri, sono io; quanto agli agnelli, lo sa Iddio ». A queste parole il demonio urlò: « Mi ritiro a causa della tua umiltà!». E subito se ne andò.

Un fratello domandò a un anziano: « Indicami una sola cosa da custodire, perché io ne viva! ». L'anziano gli disse: "Se puoi essere ingiuriato e sopportarlo, è una gran cosa, che supera tutte le virtù».

Un anziano ha detto: « La terra sulla quale il Signore ha comandato di lavorare è l'umiltà »

Un anziano ha detto: « Sei giunto a serbare il silenzio? Non credere, tuttavia, di aver compiuto un atto di virtù. Di' piuttosto: « Sono indegno di parlare" ».

Un anziano ha detto: « Se il mugnaio non copre gli occhi dell'animale che gira la macina, questi si volterà e mangerà il frutto del suo lavoro. Così, per una disposizione divina, noi abbiamo ricevuto un velo che ci impedisce di vedere il bene che facciamo, di beatificare noi stessi e di perdere così la nostra ricompensa. E' anche per questo che di tanto in tanto siamo abbandonati ai pensieri impuri e non vediamo più che questi; ci condanniamo così ai nostri stessi occhi, e questi pensieri sono per noi un velo che copre il poco bene che facciamo. In effetti, quando l'uomo si accusa, non perde la sua ricompensa».

Un fratello disse a un anziano: « Se un fratello mi rivolge parole profane, mi permetti tu, Abba, di dirgli di non farlo? ». L'anziano gli disse: « No ». E il fratello disse: « Perché? ». L'anziano disse: « Poiché neppur noi siamo capaci di osservare questo, e c'è da temere che, dicendo al prossimo di non farlo, siamo trovati noi in procinto di farlo». Il fratello disse: « Che si deve dunque fare? ». L'anziano gli disse: « Se sappiamo tacere, l'esempio basta al prossimo".

Fu domandato a un anziano: « Che cosa è l'umiltà? ». Egli disse: « Che, se tuo fratello pecca contro di te, tu lo perdoni prima che egli ti testimoni il suo pentimento».

Un fratello era assalito da molto tempo dal demone dell'impurità e malgrado molti sforzi non riusciva a sbarazzarsene. Una volta, mentre era alla Sinassi, si sentì come d'abitudine tormentato dalla passione; decise dunque di trionfare sulla macchinazione del demonio e di chiedere ai fratelli di pregare per lui affinché fosse liberato. E, sprezzando ogni vergogna, si mise nudo davanti a tutti i fratelli e mostrò l'azione di Satana: «Pregate per me, padri e fratelli miei», disse, «perché sono quattordici anni che sono così combattuto »; e subito il combattimento si allontanò da lui, grazie all'umiltà che aveva mostrato.

Uno dei padri ha detto: «I Padri entravano nell'interiore attraverso l'austerità, e noi, se possiamo, entriamo nel bene attraverso l'umiltà ».

Un anziano che abitava in Egitto diceva sempre: « Non c'è strada più breve che quella dell'umiltà».

L'abate Sisoe ha detto: «Colui che lavora e pensa aver fatto qualche cosa, riceve quaggiù la sua ricompensa ».

Disse un anziano: « L'umiltà non è uno dei piatti del festino, ma il condimento che insaporisce tutti i piatti ».

Ho udito riferire di un anziano che diceva: « A chi possiede l'umiltà di spirito, è data una corona sulla propria dimora e un coperchio sulla propria marmitta ».

L'abate Poemen ha detto: « L'anima non è umiliata in niente se tu non le razioni il pane, cioè se tu non la riduci a nutrirsi solamente del necessario».



Si raccontava di un anziano che viveva nell'esicasmo nelle parti basse del paese e che aveva al suo servizio un laico cristiano. Accadde che il figlio di costui si ammalò. Il padre supplicò per molto tempo l'anziano d'andare a pregare per suo figlio e l'anziano partì con lui. Correndo avanti, il laico entrò nella sua casa e gridò: « Venite incontro all'anacoreta ». Quando l'anziano li vide venire da lontano con le fiaccole, gli venne l'idea di togliersi i vestiti, di tuffarsi nel fiume e di mettersi a lavarli restando nudo. Quando il suo servitore lo vide, pieno di vergogna disse alla gente: « Andatevene, perché l'anziano ha perduto il senno ». Poi andò da lui e gli domandò: « Abba, perché hai fatto questo? Tutti dicono: "L'anziano ha il diavolo in corpo" ». L'altro rispose: « Ecco precisamente quello che volevo ».

Un vescovo d'una certa città cadde nella fornicazione per opera del demonio. Un giorno in cui cui si riuniva in chiesa e nessuno era a conoscenza del suo peccato, egli lo confessò davanti a tutto il popolo e disse: « Ho peccato ». Poi depose il suo pallio sull'altare e disse: « Non posso più essere il vostro vescovo». Tutti piansero e gridarono: «Che questo peccato ricada su di noi, ma conserva l'episcopato ». Egli rispose: « Voi volete che conservi l'episcopato, fate dunque ciò che vi dico ». Fece chiudere le porte della chiesa, poi si distese faccia a terra davanti a una porta laterale e disse: « Colui che passerà senza calpestarmi con i piedi non partecipera' a Dio ». Fecero come lui chiedeva, e quando l'ultimo fu uscito, una voce venne dal cielo e disse: «Per la sua grande umiltà, gli ho rimesso il suo peccato ».
L'abate Giovanni, discepolo dell'abate Giacomo, disse: « Mio fratello Macario mi ha detto, mentre moriva: "Due cose che ho fatto in questo mondo mi tormentano: ho comprato una stuoia per un fratello e ne ho preteso su due piedi il prezzo, e tessendo ho fatto due paia di tovaglioli che ho lasciato inferiori alla misura, perché mancava un po' di filo" ».

Un fratello interrogò uno dei padri su un pensiero blasfemo: « Abba, la mia anima è oppressa da un pensiero blasfemo, abbi pietà di me e dimmi da dove esso mi viene e ciò che devo fare ». L'anziano rispose: « Questo pensiero ci viene perché noi sparliamo, disprezziamo e critichiamo; esso è soprattutto una conseguenza dell'orgoglio, della volontà propria, della negligenza nella preghiera, della collera e del furore, tutte cose che sono, precisamente, i segni dell'orgoglio. Difatti l'orgoglio ci fa entrare nelle passioni che ho enumerato, e da esse nasce il pensiero blasfemo. E se questo pensiero indugia nell'anima, il demone della blasfemia lo consegna al demone dell'impurità. Sovente lo conduce sino allo smarrimento dei sensi, e se l'uomo non li ritrova è perduto »

Si domandò ad abba Elia: « Con che cosa saremo salvati in questi tempi? ». Egli rispose: « Ci salveremo per il fatto di non aver stima di noi stessi».
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4/29/2017 10:44 AM
 
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DELLA CUSTODIA DELLA MENTE

L'abate Sisoe diceva: « Rettifica le inclinazioni del tuo corpo e per il cuore non ti sarà richiesto nulla ».

Si domandò un giorno all'abate Agatone: « Che cosa è meglio: l'ascesi corporale o la custodia della mente? ». «Gli uomini», rispose, « sono come gli alberi; il lavoro del corpo ne è il fogliame e la custodia della mente ne è il frutto: ora, tutti gli alberi che non danno frutto, sta scritto, saranno tagliati e gettati nel fuoco. In vista dei frutti, dunque, bisogna
sorvegliare quello che accade in noi, vale a dire, custodire la nostra mente. Abbiamo anche bisogno dell'ombra e della bellezza del fogliame, che rappresentano l'ascesi corporale ». Del resto l'abate Agatone era molto accorto e infaticabile nel lavoro; bastava a se stesso in tutto; assiduo al lavoro manuale, si accontentava di poco cibo e di semplici vesti.

Un anziano disse: « Credete forse che Satana voglia introdurre in voi tutti i pensieri? No, è per mezzo di un pensiero solo che vince l'anima e spera condurla a perdizione. Egli abbandona in essa quell'unico pensiero, non occorre altro. Atténti dunque a non mostrar compiacenza verso un solo cattivo pensiero ».

Disse un anziano: « Compito del monaco è veder giungere fin da lontano i propri pensieri ».

Si racconta che vi era alle Celle un anziano di dura ascesi. Un giorno che recitava l'Uffizio, un sant'uomo venne alla sua cella, e dall'esterno lo udì che si adirava contro i propri pensieri. « Fino a quando », diceva, « per una sola parola continuerò a perdere tutto il resto? ». Quello che stava fuori immaginò che l'anziano stesse disputando con qualcun altro: bussò, onde entrare e riportare tra di loro l'accordo. Entrando, però, vide che oltre il vecchio non c'era nessuno. E poiché con lui parlava schietto, gli domandò: « Abba, con chi ti accapigliavi?». « Con i miei pensieri », gli fu risposto. « Ecco, ho mandato a memoria quattordici libri, e fuori di qui non ho udito che una sola, povera parola. E quando mi sono ritrovato a compiere l'opera di Dio, tutto avevo dimenticato: solo quell'unica, povera parola era nella mia mente al momento di adempiere all'Uffizio. Ecco perché mi accapigliavo con i miei pensieri ».

Un fratello interrogò uno dei padri: « Ci si macchia se si pensano cose riprovevoli? ». Dopo aver esaminato la cosa tra loro, alcuni padri dissero: «sì certamente ci si macchia ». Altri invece dissero: «No, se ci si macchiasse la salvezza diventerebbe impossibile perché noi siamo deboli; al contrario, è possibile salvarsi dal momento che noi non compiamo, corporalmente, ciò che pensiamo ». Il fratello che aveva posto la domanda giudicò che queste risposte discordanti dei padri non gli erano sufficienti. Se ne andò da un anziano di maggiore esperienza e lo consultò su questo punto. L'anziano gli rispose: « Si chiedono compiti a ciascuno secondo la sua misura ». - Il fratello insistette: « Te ne prego nel nome del Signore, spiegami questa parola ». Il vegliardo disse: « Supponiamo che si trovi qui un vaso e che non lo si possa vedere senza desiderarlo. Due fratelli entrano; uno ha ottenuto grandi virtù con l'ascesi della vita, l'altro poche. Se lo spirito del monaco perfetto si turba nel vedere questo vaso e se si dice: "Voglio averlo immediatamente, ma ricaccia il desiderio, non resta macchiato. Quanto a colui che non è ancora giunto a un alto grado di virtù, se brama questo vaso e ne rimugina a lungo il pensiero perchè il desiderio ve lo spinge, ma di fatto non lo ruba, neppure lui si macchia".
Un fratello disse all'abate Sisoe: « Perché le mie « passioni non si allontanano? ». « Gli strumenti delle passioni sono in te », gli rispose, « ma se renderai loro i loro pegni, se ne andranno ».

L'abate Geronte di Petra disse: « Molti di coloro che sono tentati dalle voluttà del corpo non peccano con il corpo, ma commettono impurità nel pensiero. E pur conservando la verginità del corpo commettono impurità nella loro anima. Dunque, miei diletti, fate come sta scritto: "Ciascuno custodisca il suo cuore con attenta vigilanza ».

Un fratello domandò all'abate Arsenio: « Che cosa devo fare, Abba? Un pensiero mi angustia: poiché non riesci né a digiunare né a lavorare, visita almeno gli ammalati. Questo merita ricompensa ». L'anziano riconobbe in ciò la semente del diavolo: « Su», gli rispose, « mangia, bevi, dormi; soltanto, non uscire dalla tua cella ». Sapeva infatti che la fedeltà alla cella rende il monaco tale quale deve essere. Tre giorni dopo, il fratello fu colto dall'accidia Trovando poi qualche piccola palma, la spezzò, e il giorno dopo si mise a farne una corda. Quando ebbe fame, si disse: « Ecco qualche altra piccola palma: terminiamole e poi mangerò ». Fatto questo, si disse ancora: «Voglio leggere un poco, e poi mangio». E, dopo aver letto: « Recitiamo qualche breve salmo, e dopo mangeremo senza scrupoli ». E così, con l'aiuto di Dio, progrediva a poco a poco, sino a diventare ciò che doveva essere, e padroneggiando i suoi cattivi pensieri, ne trionfò.

Un fratello, perseguitato dal pensiero di lasciare il monastero, se ne aperse con il suo abate. Questi rispose: « Rimani in cella, da' il tuo corpo in pegno ai quattro muri della tua cella. Non preoccuparti di quel pensiero. Che il tuo pensiero vada dove vuole, ma che il tuo corpo non esca dalla cella »

L'abate Ammon interrogò l'abate Pastor sui pensieri impuri e i vani desideri del cuore umano. L'abate rispose: « Un'ascia può vantarsi di far qualcosa senza colui che se ne serve per tagliare? Ebbene tu non coltivare questi pensieri ed essi saranno senza effetto su di te ».

Anche l'abate Giuseppe interrogò l'abate Pastor sui pensieri impuri. L'abate Pastor gli rispose: « Se si chiude un serpente o uno scorpione in un vaso e poi lo si tappa, dopo un certo tempo finirà per soffocare. Lo stesso avviene per i cattivi pensieri che il demonio fa germogliare in noi; a poco a poco soffocati dalla pazienza di colui che li ha avuti ».

Un fratello visitò l'abate Pastor e gli disse: « Mi vengono molti pensieri e mi mettono in pericolo». L'anziano lo portò allora all'aria aperta e gli disse: « Distendi il tuo abito e chiudici dentro il vento! Il fratello gli risp6se: « Questo non lo posso fare! ». «Dunque», rispose l'anziano, « se non puoi far questo , ancor meno potrai impedire il sorgere di quei pensieri; ma ciò che puoi fare è resistere loro ».

Un fratello interrogò un anziano: « Che fare? Una moltitudine di pensieri mi fa guerra e non so come resistere ». Disse l'anziano: « Non lottare mai contro tutti, ma contro uno solo. Poiché tutti i pensieri dei monaci hanno una testa sola. Bisogna dunque esaminare quale sia realmente quell'unico pensiero e quale la sua natura, poi lottare contro di esso. Allora tutti gli altri pensieri perderanno la loro forza ».

Quando l'abate Pastor si preparava a uscire per l'Uffizio, sedeva dapprima in disparte per circa un'ora onde sbrogliare i propri pensieri. Poi usciva.

« A ogni pensiero che ti sopravviene », dicevano i vecchi, « tu domanda: « Sei dei nostri o vieni dal nemico?". E non potrà non confessartelo».

Un anziano ha detto: « L'oblio è la radice di tutti i mali».

Un fratello assillato dai cattivi pensieri era molto addolorato e, per grande umiltà, diceva: « Io, con tali pensieri, non sono in grado di ottenere salvezza ». Se ne andò dunque presso un grande anziano e gli raccomandò di pregare perché questi pensieri gli fossero tolti. L'anziano gli disse: « Questo non ti è utile, figlio mio». Ma lui insisteva con violenza. E come costui ebbe pregato, Dio tolse la lotta al fratello; e subito egli cadde nella presunzione e nell'orgoglio. E se ne andò a pregare l'anziano che gli ritornassero i pensieri e l'umiltà che aveva.

Se tu sei assillato dai pensieri impuri, non nasconderli, ma raccontali subito al tuo padre spirituale e così dominali. Poiché, nella misura in cui si nascondono i propri pensieri, essi si moltiplicano e prendono forza. Allo stesso modo di un serpente che esce dalla sua tana e subito fugge correndo, così i pensieri malvagi una volta palesati dileguano subito. E come un verme in un legno, così i cattivi pensieri corrompono il cuore. Chi palesa i propri pensieri è rapidamente guarito; chi li nasconde fa peccato d'orgoglio. Poiché, se non hai abbastanza fiducia in qualcuno per svelargli le tue lotte, questa è la prova che non hai l'umiltà. Poiché a colui che è umile tutti appaiono come santi e buoni, mentre considera se stesso come l'unico peccatore. D'altronde, se qualcuno invoca Dio con tutto il suo cuore e interroga un uomo sui propri pensieri, l'uomo gli risponde o piuttosto è Dio che per la mediazione dell'uomo risponde come si deve, lui che aprì la bocca dell'asina di Balaam, anche se l'interrogato è indegno e peccatore.

Un fratello domandò a un anziano: « Che devo fare, Abba, per combattere i pensieri che vengono dalle passioni? ». Egli rispose: «Prega il Signore, affinché gli occhi della tua anima vedano gli aiuti che Dio manda all'uomo per fargli da baluardo e proteggerlo.

Un fratello domandò a un anziano: « Che devo fare quando i miei pensieri mi turbano? ». Egli rispose: di' loro: "Ciò mi riguarda? Che ho da fare con voi?". E avrai i1 riposo. Non contarti per niente, butta la tua voiontà dietro te, sii senza alcuna preoccupazione, e i pensieri fuggiranno lontano da te ».

Un fratello interrogò un anziano e gli disse: « Che vuoi che faccia di questi cattivi pensieri che penetrano nel mio cuore? ». L'anziano gli rispose: « Vedi il vestito che riponi in una cassapanca e dimentichi là, senza toglierlo né sbatterlo: sarà perduto, non sarà più di alcuna utilità a nessuno. Ma se tu sbatti il vestito e lo porti costantemente, non si rovinerà ma durerà. Così è per i cattivi pensieri, se tu parli loro e te ne compiaci, essi spingeranno sempre più la loro radice nel tuo cuore, cresceranno e non se ne andranno più. Se, al contrario, tu non gli parli e se, anziché compiacertene, li hai in odio, periranno e usciranno dal tuo cuore ».

Un anziano parlò intorno ai pensieri impuri: « E' per negligenza che noi li tolleriamo; perché se fossimo convinti che Dio abita in noi, mai vi introdurremmo qualcosa di estraneo: il Signore Cristo, che vive in noi e con noi è testimone della nostra vita. Per questo noi che lo portiamo e lo contempliamo, non dobbiamo trascurarci ma santificarci, poiché egli stesso è santo. Teniamoci sulla Pietra, e il fiume potrà rovesciare contro di noi le sue onde, si sarà senza timore e non si potrà cadere. Canta l'anima tranquilla: "Quelli che hanno fiducia nel Signore, somigliano al monte Sion: mai sarà scosso colui che abita Gerusalemme" ».
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3/29/2019 10:47 AM
 
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Alcuni fratelli andarono a visitare un santo anziano che abitava in un luogo deserto. Trovarono presso la sua cella dei bambini che custodivano le greggi e parlavano tra loro in modo fastidioso. I fratelli videro l'anziano, gli palesarono i propri pensieri e trassero beneficio dalle sue risposte. Poi gli dissero: «Padre, perché accetti d'avere intorno questi bambini e non gli ordini di cessare tanto baccano?». L'anziano rispose: «Fratelli, credetemi, vi sono giorni in cui vorrei dare questo ordine, ma mi fermo, dicendo: «Se non sopporto questa bazzecola, come potrei sopportare una più grande prova, se Dio permette che mi si presenti?». Così non dico niente, per abituarmi a sopportare tutto ciò che accade».
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4/4/2019 4:49 PM
 
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«Quando tu desideri conoscere la tua misura, quale tu sei, se la tua anima è sulla strada o ne è fuori; o quando desideri conoscere la tua saldezza o la tua pochezza, metti alla prova la tua anima nella preghiera. Questa è infatti lo specchio dell'anima, e il saggiatore delle sue macchie e della sua bellezza. Lì si rivelano la falsità e le bellezze del pensiero... Nel tempo della preghiera si vede, in modo luminoso, da cosa è mosso o in quali moti si affatica il pensiero».

Isacco di Ninive
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4/5/2019 7:43 PM
 
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Disse un giorno abba Ilarione: «Essere tristi è quasi sempre pensare a se stessi»

Disse abba Eulogio: «Non parlatemi dei monaci che non ridono mai. Non sono seri».

«Abba - chiese un giorno un fratello al grande Antonio - perché, quando ti lodano, tu non rifiuti le lodi?
Rispose il padre dei monaci: Perché capita che rifiutiamo le lodi non per modestia, ma per essere lodati due volte...».
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4/6/2019 2:23 PM
 
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Semina la gioia nel giardino di tuo fratello e la vedrai fiorire nel tuo.

Non giudicate Dio dalla balbuzie dei suoi ministri! (F.Mauriac)

E abba ha detto: Saper parlare è un dono di molti. Saper tacere una saggezza di pochi. Saper ascoltare una generosità di pochissimi.

Non è necessario dire tutto quel che si pensa; ma è necessario pensare tutto quel che si dice.
4/9/2019 1:51 PM
 
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Non è necessario dire tutto quel che si pensa; ma è necessario pensare tutto quel che si dice.

«Un uomo attraversò terre e mari per verificare di persona la fama straordinaria di un grande maestro. "Che miracoli ha operato il vostro maestro?", chiese a un discepolo. Egli rispose: "C'è miracolo e mi-racolo. Nel tuo paese è considerato un miracolo che Dio faccia la volontà di qualcuno. Da noi, invece, è considerato un miracolo che qualcuno faccia la volontà di Dio"».

Un monastero si era ridotto in tutto all'abate e a quattro monaci, già anziani. L'abate, disperato, pensò di chiedere consiglio a un saggio rabbino suo amico. «Vi posso solo dire - rispose costui - che il Messia è tra voi». I monaci, udito questo, cominciarono a trattarsi l'un l'altro con straordinario rispetto e venerazione, poiché c'era la possibilità che sotto l'apparenza di uno di essi si nascondesse il Messia. La fama di quello straordinario amore fraterno si diffuse e alcuni visitatori cominciarono ad arrivare al monastero, curiosi di vedere quel luogo privilegiato. Poi ne arrivarono altri. Dopo qualche tempo, uno di loro chiese di entrare nell'Ordine. A questo seguirono altri, sempre più numerosi. In pochi anni, il monastero diventò un meraviglioso centro di amore fraterno e un focolare di nuove vocazioni...


Beati quelli che sanno ridere di sé: non finiranno di divertirsi!
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POTRESTE AVERE DIECIMILA MAESTRI IN CRISTO, MA NON CERTO MOLTI PADRI, PERCHE' SONO IO CHE VI HO GENERATO IN CRISTO GESU', MEDIANTE IL VANGELO. (1Cor. 4,15 .
LUNA ATTUALE
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